Il giovane Napoleone

Page 1


Percorsi per il Writing and Reading Workshop a cura di Caterina Guagni

Ernesto Ferrero Il giovane Napoleone

Apparato didattico WRW a cura di Caterina Guagni

Redazione ELi: Francesca Bugiolacchi

Redazione Gallucci: Francesca Magnanti

Responsabile di produzione ELi: Francesco Capitano

Impaginazione: Akhu, Roma

Copertina: PEPE nymi

Disegno di copertina: Giada Semeraro

Logo detective: Joshua Held

Disegni: Marta Baroni

© 2026 Carlo Gallucci editore srl

© 2026 Principato, Gruppo Editoriale ELi

Prima edizione © 2006 Carlo Gallucci editore srl – Roma

e il logo g sono marchi registrati www.gruppoeli.it info@gruppoeli.it

Viale E. Jenner, 17 - 20159 Milano galluccieditore.com info@galluccieditore.com

Stampato in Italia presso

Tecnostampa - Pigini Group Printing Division - Loreto – Trevi 26.85.092.0

ISBN 978-88-416-5454-5

Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da parte dell’editore.

Ernesto Ferrero Il giovane Napoleone

Ehi tu! Pssss, tu! Sì, sì, proprio tu: vieni qua, presto!

MA FAI PIANO!

Ti interessa un lavoretto? Sono un DETECTIVE DEL TESTO, ma tu puoi chiamarmi CAPO. Io ti chiamerò con il nome in codice Scheggia, perché dovrai essere veloce nel cogliere i dettagli e affondare i tuoi acuti quesiti nel cuore del mistero. Quali quesiti, dici?

Ti spiego: il mio mestiere è trovare indizi nascosti tra le pagine. Ogni storia – anche quella che sembra più semplice – custodisce segreti: dettagli, parole, simboli e sfumature che aiutano a capire meglio.

Quindi, se mi vuoi accompagnare, prendi appunti, raccogli informazioni, non farti sfuggire niente: ogni parola è importante!

Ok? Partiamo?

(Se accetti, fai sì con la testa.) (Ehi, non così veloce, aspettami!)

Be’, innanzitutto una bella storia, e quella ce l’abbiamo!

Anzi, sai che ti dico? Che al taccuino penso io: te lo inserisco direttamente tra le pagine del libro.

EHI, SCHEGGIA! È IL MOMENTO DI DIVENTARE UN VERO DETECTIVE DEL TESTO! Cosa ti serve, dici?

Un paio d’occhi belli attenti, pronti a cogliere ogni dettaglio. Se non ci vedi bene, sarà meglio che porti con te una lente d’ingrandimento!

Foglio e penna, naturalmente, sennò dove annoti le tue osservazioni?

Qui dovrai prendere nota di tutti gli indizi che trovi. Per darti un aiuto – sei pur sempre un apprendista! –ho inserito anche alcune domande che ti aiuteranno a formulare delle ipotesi.

Alla fine del libro troverai delle STRATEGIE DI LETTURA: sono una specie di piccolo manuale dell’investigatore del testo. Ti aiuteranno a organizzare gli indizi che hai trovato e a scoprire tutti i segreti del testo.

Se poi volessi anche metterti alla prova con una storia tutta tua – sia mai che tu voglia raccontare una delle tue indagini! – hai a disposizione anche delle STRATEGIE DI SCRITTURA!

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, RIFLETTI E FORMULA LE TUE IPOTESI!

Osserva la copertina: secondo te, perché il ragazzo guarda proprio il mare? È un orizzonte di libertà, o un confine da superare?

L’ombra adulta con il cappello sembra più grande di lui: ti dà l’idea di un destino inevitabile o di un sogno che lo sovrasta? Spiega perché.

Se potessi entrare nella scena della copertina, ti metteresti accanto al ragazzo o dentro l’ombra? Che cosa cambierebbe?

Ma tu l’avresti disegnata così? Se no, come?

A

Zeno, Tobia e Olimpia dal nonno “scrivone” e a Pietro dallo “zio Bobo”

Capitolo 1 Sogno d’inverno

I muri dell’aula erano grigi di muffa. Le macchie d’umidità facevano strani disegni. Con un po’ d’immaginazione ci potevi vedere un cane, addirittura un drago.

«Corpo di mille draghi!» disse ad alta voce il ragazzo per farsi coraggio e la sua voce rimbombò nello spazio vuoto.

Faceva così freddo che anche la fiamma della candela ne sembrava quasi intimidita e si ritraeva su se stessa. Il ragazzo non osava nemmeno guardare fuori dai vetri, nell’impasto di grigio che l’inverno faceva nel cortile del collegio.

Detestava l’inverno e detestava il collegio. Non vedeva suo padre da anni.

Era un tardo pomeriggio del dicembre 1781. Le lezioni erano finite, ma lui era rimasto lì da solo, in classe, perché non voleva stare con gli altri compagni in una camerata altrettanto fredda. Non voleva che quei nobilotti stupidi e arroganti lo prendessero in giro perché era troppo magro, aveva capelli troppo lunghi e uno strano accento da straniero. Si sentiva le mani di ghiaccio. Cercava di tirare la manica della giacchetta verso i polsi. Era cresciuto troppo in fretta e la manica tendeva a risalire verso il gomito, più che a scendere verso il polso.

Era magro come certi gatti della sua città, che gli potevi contare le costole sulla pelle troppo tesa. Non sentiva fame. Avrebbe voluto soltanto avere un amico con cui parlare. Ogni tanto la spalla destra gli faceva un sussulto all’insù, per conto suo.

Il naso cominciò a colargli. Allora tirò fuori dalla tasca il grosso fazzoletto bianco che sua madre gli aveva dato quasi di nascosto, la mattina che era partito da casa, e si soffiò il naso rumorosamente. Il fazzoletto aveva ancora l’odore degli armadi di casa: timo e lavanda, erbe aromatiche che venivano dalla campagna. Si sentì meglio.

Prese l’atlante di geografia, lo aprì con cura e cominciò a sfogliarlo lentamente. Cercava i paesi del Sud, quelli che non conoscono la nebbia, la neve, gli inverni interminabili. Il suo dito si perdeva nei laghetti azzurri che il mare faceva sulle carte. Percorse tutte le coste dell’Africa bagnate dall’Oceano Indiano, la Somalia, il Mozambico, sognò palme e lunghe spiagge bionde di sabbia fine. Scese fino alla Città del Capo, poi prese a risalire lentamente verso l’Angola, il Congo. Cercava di immaginare le immense vastità dell’Africa, popolate di alberi giganteschi, di deserti e di leoni.

Fu allora che la sua attenzione venne attratta da un puntino in mezzo a quell’azzurro del mare, proprio a sinistra dell’Africa. Lì per lì credette che fosse una cacca di mosca, il lume della candela era sempre più fioco. Guardò meglio. Accanto al puntino c’era scritto un nome: Sant’Elena.

Che cosa ci faceva quell’isola microscopica in mezzo al mare? Di chi era? Chi ci viveva? Ci arrivava mai qualcuno, magari per sbaglio? Per sbaglio no, si disse, era impossibile arrivarci per caso. Sarebbe stato più difficile che trovare un ago nel pagliaio.

Il ragazzo era uno scolaro molto diligente. Prese il quaderno di geografia, lo aprì su una pagina bianca. Non sapeva bene cosa dire. Così scrisse le uniche cose di cui era sicuro: “Sant’Elena, piccola isola”.

Il ragazzo veniva da un’altra isola che era passata alla Francia da pochi anni, la Corsica. Aveva un nome strano, non francese. Si chiamava Napoleone Buonaparte.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Scheggia, hai notato come viene presentato questo giovane Napoleone? È descritto «magro come certi gatti della sua città» (p. 10) e con la giacca troppo corta. Secondo te, che cosa possiamo desumere sulla sua provenienza sociale?

Il fatto che Napoleone annusi il fazzoletto profumato della madre è coerente con l’immagine del ragazzo solitario e risoluto?

Scheggia, in collegio non ci saranno stati molti giochi… Tuttavia, è curioso che, per distrarsi, un ragazzo sfogli un atlante! Secondo te, che cosa ci dice di lui?

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 2

Un giardino in capo al mondo

Nel giugno 1815 Napoleone Bonaparte, imperatore dei Francesi, fu sconfitto a Waterloo al termine di una battaglia sanguinosa e si consegnò nelle mani dei nemici di sempre, gli Inglesi. Pensava che gli Inglesi gli avrebbero assegnato una villa nella loro campagna così bella, verde e riposante. Invece questi, che avevano una gran paura che lui se ne scappasse di nuovo, come aveva fatto tre mesi prima dall’isola d’Elba, decisero di portarlo in un posto così lontano che da lì non sarebbe potuto scappare nemmeno il diavolo in persona.

Scelsero Sant’Elena. Un pezzo di roccia vulcanica in mezzo al mare infinito che sembra una noce di pietra: tutta nera e con pochi alberi, battuta dai venti, umida d’estate e d’inverno. Ci vivevano bene solo le capre, che la facevano da padrone. Difatti ce n’erano tantissime e andavano a brucare dappertutto.

Sant’Elena era il posto giusto per vendicarsi di un nemico sconfitto.

Napoleone ci arrivò dopo un viaggio lungo sessanta giorni. Gli Inglesi non sapevano bene dove sistemarlo, lui e le 25 persone del suo seguito. Finalmente trovarono in mezzo alle

colline una casetta, poco più di una stalla, che poteva essere messa a posto alla meglio per l’illustre ospite. Lì avrebbe vissuto come un prigioniero l’uomo che, sino a poco tempo prima, era stato padrone dell’Europa ed era famoso anche in Cina.

Nei primi giorni Napoleone non sapeva bene cosa fare. Andava in giro con il suo cavallo per fare conoscenza di quell’isola così poco ospitale. Scoprì in una valle meno peggio delle altre una villetta bianca, immersa in un bel giardino verde, che gli sembrava niente male. Poco lontano c’era una cascatella d’acqua che produceva un suono gentile. La villetta era molto inglese. Ci viveva la famiglia del signor Balcombe, un ricco proprietario che riforniva d’acqua e di viveri tutte le navi che facevano scalo sull’isola.

Il signor Balcombe era un uomo piuttosto allegro, panciuto, che amava chiacchierare e bere buoni vini. Aveva una moglie (che, guarda caso, dicevano assomigliasse a Giuseppina, la moglie di Napoleone) e quattro figli, due maschi e due femmine.

La più sveglia di questi figli era una ragazzina di nome Betsy, diminutivo di Elizabeth. Era quel che si dice un peperino. Adorava giocare in giardino, si arrampicava ovunque e amava gli animali, soprattutto i cavalli, come ogni bambino della sua età. Portava i pantaloni, che erano più comodi per giocare, ed era sempre spettinata.

I suoi genitori dicevano sospirando che era un vero maschiaccio. Però imparava con facilità e leggeva molti libri. Al tempo in cui la sua famiglia stava ancora in Europa, Betsy aveva fatto un lungo viaggio con il padre e con una cameriera francese. Imparò la sua lingua in fretta.

Quando cinque signori stranieri, molto eleganti nelle

loro divise, si presentarono al cancello del giardino, il signor Balcombe fu preso dal panico:

«E adesso come facciamo a capirci con loro?»

«Ma c’è Betsy, che parla benissimo il francese» disse con orgoglio la signora Balcombe.

Mandò a chiamare la bambina, che arrivò di corsa, come al solito, perché non stava mai ferma. Sembrava che non aspettasse altro: fu gentile, disinvolta e del tutto a suo agio. Fece una riverenza e guardò negli occhi quello strano signore. Gli sorrise. Lui le restituì prontamente il sorriso.

L’Imperatore era piuttosto rotondetto, proprio come il signor Balcombe, non troppo alto, dagli occhi tra il grigio e il nocciola, giacca verde da generale dei Granatieri, pantaloni bianchi. In testa portava il famoso cappello nero a bicorno che era un po’ il suo simbolo. Betsy notò che aveva dei capelli fini e morbidi come quelli di un ragazzo. Pensò che il suo cavallo nero era molto bello: avanzava muovendo il collo con grazia e sembrava contento di portare quel gran personaggio.

I signori Balcombe chiesero al cavaliere se voleva accomodarsi in giardino e ristorarsi un po’. Gradiva per caso una limonata? Perfino a Sant’Elena sapevano che lui adorava le limonate.

Oltreché molto agitati per la visita imprevista, i signori Balcombe erano imbarazzati perché non sapevano bene come chiamare l’ospite. Gli Inglesi si ostinavano a chiamarlo “generale Bonaparte”, come a dire che Napoleone non era affatto un imperatore, come lui diceva di essere e come voleva essere chiamato, ma un volgare avventuriero venuto dalla Corsica che si era proclamato imperatore da solo. Su questo si poteva anche discutere, ma chiamarlo semplicemente “Signore” sembrava troppo poco. Forse potevano chiamarlo “Maestà”,

“Eccellenza”, “Vostro Onore”. Il signor Balcombe non sapeva proprio come fare.

Per fortuna l’ospite non sembrava preoccuparsi di come si dovesse chiamarlo. Accettò volentieri il cortese invito e scese da cavallo a fatica. Aveva solo 45 anni, ma si era un po’ appesantito. Una volta a terra, riprese la sua agilità. Esaminò la casa, il giardino e le persone come se passasse in rassegna i soldati del suo esercito. Sembrava soddisfatto e chiese se, mentre gli sistemavano la nuova casa che sembrava una stalla, poteva fermarsi lì da loro.

I signori Balcombe si dissero onoratissimi. Erano perfino pronti a lasciargli la loro bella villa: sarebbero andati a stare al porto. Il signor Bonaparte ringraziò commosso, ma disse di no, che non voleva disturbare. Si sarebbe accontentato di starsene in un piccolo padiglione che aveva visto in giardino, una costruzione bianca in legno, ferro battuto e vetro, che veniva usata per ospitare le festicciole dei bambini e qualche volta come sala da ballo. Certo era piccola, sei metri per quattro, ma allegra e luminosa, con due belle porte-finestre. Lì vicino c’erano l’orto e il frutteto e un pergolato di uva americana che dava un po’ d’ombra. Sotto il pergolato avevano sistemato un tavolino in ferro con varie sedie. Poco lontano si vedeva la stalla che ospitava mucche, muli e una tribù di polli.

A quella vista l’Imperatore diede un sospiro. Il quadretto gli ricordava i poderi di famiglia, in Corsica, ma non sapeva se questo gli dava piacere o tristezza. Aveva passato tutta la vita sui campi di battaglia, lontano da casa, e raramente aveva dormito qualche notte di seguito nello stesso letto. Adesso sembrava contento di trovare una famiglia che lo avrebbe ac-

colto con amicizia, proprio all’altro capo del mondo, all’isola del diavolo.

I signori Balcombe, tutti contenti, dissero che avrebbero fatto sistemare il padiglione in modo da rendere più gradevole il soggiorno dell’ospite. Vi fecero trasportare dei mobili e misero delle belle tende bianche alle finestre. L’Imperatore fece venire dal porto le molte casse che si era portato dietro. Appese alle pareti i ritratti di famiglia, mamma Letizia, la prima moglie Giuseppina, la seconda moglie Maria Luisa, il figlio di pochi anni, detto il Re di Roma, l’Aiglon, cioè l’Aquilotto, l’erede tanto atteso che non avrebbe più potuto volare con le sue giovani ali su quel regno grande come l’Europa che il padre si era giocato e aveva perduto. Fece venire la sua collezione di tabacchiere e dei servizi di piatti preziosi, su cui aveva fatto dipingere gli avvenimenti più importanti della sua vita: le tante battaglie che aveva vinto, la volta che aveva passato le Alpi su un cavallo bianco, vari episodi della campagna d’Egitto (sullo sfondo, in mezzo alle palme, si vedevano le Piramidi), il giorno che si era proclamato imperatore.

L’Imperatore divenne subito amico dei bambini, come se si conoscessero da tempo. I bambini giocavano con lui come con un grosso orso addomesticato. Quando si sdraiava nel prato si arrampicavano su di lui, toccavano gli anelli che portava alle dita e le medaglie che aveva sul petto, gli tiravano quei capelli così fini, da bambina.

I signori Balcombe sgridavano i bambini per le confidenze che si prendevano con l’ospite, ma lui diceva che no, che i bambini non lo disturbavano affatto, e che anzi a lui faceva piacere giocare con loro. La sua preferita era Betsy, forse perché non aveva paura di niente e tanto meno di lui.

Quel signore francese era stato fino a ieri il Nemico per eccellenza, tanto che quando in Inghilterra i bambini erano cattivi, c’era sempre qualcuno che diceva: «Guarda che se non ti comporti bene arriva Boney e ti porta via!» Lo chiamavano proprio così, Boney. Era diventato il nome inglese del Babau, dell’Orco, del Lupo Cattivo.

Betsy pensava che Boney non sembrava un orco. A lei non faceva paura, ma simpatia. Avrebbe potuto farne, se non un suo schiavetto, un compagno di giochi. Forse c’era stato un malinteso. Come potevano gli Inglesi e i Francesi essersi fatti la guerra per terra e per mare, e per quasi vent’anni, nel nome di quel signore così gradevole, che stava tanto bene in mezzo ai bambini? Come potevano essere nemici?

Vestivano più o meno allo stesso modo, bevevano gli stessi vini e mangiavano le stesse cose, a parte i pudding, suonavano la stessa musica e collezionavano gli stessi oggetti. Infatti lì a Sant’Elena, dove non c’era niente da conquistare, tranne qualche capra selvatica, vivevano benissimo insieme.

Il generale Bonaparte non aveva l’aria del volgare soldataccio. Guardava i quadri che i signori Balcombe tenevano in salotto con aria da intenditore. Avrebbe potuto benissimo essere un collezionista raffinato, o il direttore del museo del Louvre, quello stesso in cui si conserva la Gioconda di Leonardo.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Betsy porta i pantaloni, è sempre spettinata e non sembra preoccuparsi troppo delle buone maniere. Quali tratti del suo carattere puoi ricavare da questi dettagli?

Secondo te, Napoleone ha perduto le sue vecchie abitudini militaresche… oppure no? Hai per caso notato un dettaglio che ti fa capire se si sente ancora un soldato?

Sant’Elena è presentata come «l’isola del diavolo» (p. 17). Scheggia, secondo te, Napoleone la vive davvero come un inferno? Oppure cogli nel testo una sfumatura diversa?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 3

Chez Balcombe

La prima sera che trascorse chez Balcombe, presso la famiglia dei genitori di Betsy, Boney chiese alla bambina se le piaceva la musica.

«Sì, moltissimo» disse lei «posso suonare e cantare qualcosa»

«Ma sei troppo piccola per suonare uno strumento!» notò il Generale.

«Per nulla! So suonare l’arpa!»

«L’arpa? È uno strumento molto difficile, che richiede forza nelle dita»

«Io ho forza nelle dita» ringhiò Betsy.

«Ah sì? Fammi sentire».

Betsy prese la sua arpa, che era grande quattro volte lei, e cantò una ballata che parlava di lontananza e nostalgia.

«Non la conosco, ma è il più bel motivo inglese che abbia sentito»

«Veramente» disse Betsy «non è inglese, è una canzone scozzese»

«Volevo ben dire. La musica inglese non mi piace per niente. Solo gli Italiani sanno comporre delle buone musiche. Conosci la canzone francese che fa così?»

Tra la sorpresa generale, Boney si mise a cantare:

Il Re mi vuol regalare Parigi, la sua più bella città, ma in cambio mi chiede di lasciare il mio amore.

Tieniti la tua Parigi! Io gli rispondo, vale di più il mio grande amore, vale di più il mio amore.

Tutti lo guardavano a bocca aperta e lui sembrava piuttosto soddisfatto:

«Ti è piaciuta, Betsy, questa canzone?»

«Per niente! Se posso dire, canti proprio male!»

«Betsy!» gridarono i signori Balcombe inorriditi. «Non si dicono queste cose!»

«Betsy ha ragione» disse Boney sorridendo «mi piacciono molto la musica e l’opera. Ci sono sempre andato quando ho potuto, ma sono un po’ stonato. Per questo ho fatto il soldato, non il cantante. Ogni tanto, quando mi sentivo solo, mi faceva bene canticchiare “Il Re mi vuol regalare Parigi”»

«Ti sentivi solo in mezzo a un esercito?» spalancò gli occhi Betsy.

«Ebbene sì, Betsy, ci si può sentire soli anche in mezzo a un esercito».

I due erano già diventati amici. Un giorno stavano in giardino, sotto il pergolato d’uva. Poiché Betsy era brava a scuola, Boney si mise a interrogarla:

«Qual è la materia che ti piace di più?»

«La geografia»

«Ah, molto bene, anche a me piace molto la geografia. Vediamo. Qual è la capitale della Francia?»

«Parigi»

«E dell’Italia?»

«Roma»

«E della Russia?»

«Prima era Pietroburgo, adesso è Mosca».

A questo punto Boney si alzò in piedi e si mise a passeggiare nervosamente. Si era fatto scuro in volto: «E chi l’ha bruciata, Mosca? Chi le ha dato fuoco?»

Anche a Sant’Elena si era parlato dell’incendio di Mosca. Era giunta fin laggiù la storia di Napoleone che occupa la capitale con il suo esercito e dei Russi che le danno fuoco per non farla cadere in mano agli invasori francesi.

«Chi ha dato fuoco a Mosca?» ripeté Boney. La sua faccia bonaria era diventata quasi cattiva.

Betsy pensò che era meglio fingere di non sapere:

«Non lo so, signore…»

«Sì che lo sai benissimo. Sono stato io che l’ho incendiata».

Lei, che non tollerava le bugie, trovò il coraggio di rispondergli per le rime:

«Io credo che siano stati i Russi a dar fuoco a Mosca, per far dispetto ai Francesi».

L’Imperatore scoppiò a ridere:

«Vedo che sei piuttosto preparata. Mi fa piacere che tu conosca qualcosa delle mie imprese».

I signori Balcombe, che erano diventati rossi come dei gamberi, sembravano contenti della parlantina con cui Betsy teneva testa al “generale Bonaparte”:

«Vi preghiamo di perdonare Betsy, Eccellenza Maestà Imperatore, è davvero una bambina molto impertinente»

«Apprezzo la sincerità» disse Sua Maestà «dice le cose che

pensa e pensa le cose che dice. La trovo molto simpatica e sento che diventeremo buoni amici».

Il prigioniero viveva in casa dei Balcombe come se fosse ancora imperatore.

Tutte le mattine indossava la divisa con la giacca verde e si faceva appuntare sul petto medaglie e decorazioni. Indossava finissime calze di seta bianca e quando non andava a cavallo si metteva degli scarpini di vernice nera. I generali del suo seguito, gli ufficiali, i segretari, i camerieri e i cuochi lo trattavano come se fossero ancora in Francia, pronti a soddisfare ogni suo minimo desiderio o capriccio.

Stavano in silenzio attorno a lui, sorridevano se lui sorrideva, si rattristavano se lui sembrava triste, parlavano solo quando erano interrogati. Erano lontani da casa migliaia di miglia e parevano contenti di stare lì, a vederlo giocare con i bambini Balcombe.

Nessuno poteva avvicinare l’Imperatore, nemmeno gli Inglesi, che avevano fatto venire sull’isola un esercito di soldati per controllarlo in ogni minuto della giornata. Il generale Bonaparte non voleva vedere nessuno e si irritava moltissimo quando qualche straniero di passaggio veniva a guardarlo anche da lontano, come se fosse la tigre o il leone di uno zoo. Non riceveva nessuno, tranne i suoi fidi e i piccoli Balcombe. Betsy poteva andare a trovarlo quando voleva. E quando lei non si faceva viva, era lui che la mandava a chiamare. Ogni tanto invitava a pranzo lei e sua sorella. Si metteva a scherzare sulla mania del roast-beef e del pudding che hanno gli Inglesi. Diceva: «Si mangia proprio male in Inghilterra!»

«Ah, si mangerà bene da voi in Francia!» rispondeva Betsy rossa in viso. «Secondo me i Francesi sono tutti dei mangiatori

di ranocchi! Me li raffiguro così, magri, lunghi e allampanati, con la bocca aperta e la lingua di fuori. E sulla lingua ci sta un ranocchio!»

L’Imperatore rideva e tirava un orecchio a Betsy. Faceva così quando era di buon umore.

Ma non era dei Francesi che Betsy voleva parlare. Voleva sapere com’era fatto il suo amico, a parte quello che già sapeva sui suoi gusti musicali e sull’incendio di Mosca.

Nel giro di pochi giorni la loro confidenza era ormai tale che davanti a un piatto di pudding tremolante Betsy non gli risparmiava le domande impertinenti per cui andava famosa:

«Perché hai sempre i denti un po’ neri?»

«I miei denti sono bianchissimi» spiegava gentilmente Boney «ma mi piace masticare delle pastiglie di liquirizia. Sento che la liquirizia è l’unica medicina che mi fa del bene».

Si chinò verso di lei e le parlò all’orecchio:

«Io dei medici non mi fido, Betsy. Me li sono portati dietro anche qui, perché ogni sovrano che si rispetti ha il suo medico personale, ma non mi fido. Sanno poco e fanno finta di sapere tutto. Mi curo da solo…»

«E se ti sbagli?»

«Io mi sono sbagliato pochissime volte. Pochissime. L’unica volta che ho sbagliato davvero sono finito qui»

«Ma non stai bene, qui?»

«Sto bene quando sono con te e la tua bella famiglia. Ma ho una famiglia anch’io e mi piacerebbe vedere mio figlio. I ritratti di lui che ho portato con me non sono molto somiglianti. È un bambino molto bello, buono e intelligente. Lo sogno tutte le notti». Betsy lo guardò pensosa, a lungo. Poi chiese:

«Ti assomiglia, tuo figlio? E tu, che bambino eri?»

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Scheggia, hai notato come Napoleone si lascia interrogare da Betsy sulla geografia? Secondo te, perché accetta di essere messo alla prova da una bambina?

Quando Betsy lo prende in giro per i denti neri, Napoleone risponde con calma e ironia. Che cosa ti suggerisce questa capacità di scherzare su sé stesso?

Scheggia, Napoleone confessa che «ci si può sentire soli anche in mezzo a un esercito» (p. 21). Quale indizio ci dà questa frase sul suo modo di vivere il potere e la compagnia degli uomini?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 4

La casa di Ajaccio

Il generale Bonaparte si fece dare un atlante: «Vediamo se conosci la geografia. Sai dov’è l’isola in cui sono nato, la Corsica?»

«Certo che la conosco» disse prontamente Betsy. «Sta sopra la Sardegna, in mezzo al mar Tirreno»

«E sai anche com’è fatta?»

«La Corsica è fatta un po’ a pera, è molto montuosa e ha degli abitanti molto fieri».

Boney sospirò:

«A vederla di lontano, la Corsica sembra un grande drago grigio. Un drago che ha mangiato troppo e se ne sta lì, mezzo addormentato. Betsy, tu hai paura dei draghi?»

«No. I draghi mi piacciono. Mi fanno paura i serpenti, ma i draghi no»

«Però vista da vicino la Corsica è bellissima. Il mare è verde e azzurro e l’acqua pare di cristallo. Le coste sono ricche di porti e insenature e le spiagge hanno una sabbia bianchissima. Tuttavia la maggior parte dei Còrsi non ama il mare. E tu?»

«Non so nuotare. Quando siamo arrivati qui, il viaggio è stato così lungo che credevo di morire» arrossì Betsy.

«Anch’io nuoto male. E pensare che da giovane per un certo periodo ho sognato di fare il marinaio. Ma il mare non sai mai cosa ti può combinare. Ho sempre avuto dei cattivi ammiragli e in mare ho perso delle battaglie importanti. Abukir, Trafalgar. Hai mai sentito questi nomi?»

«Li ho sentiti sì, perché sono state le uniche volte che gli Inglesi hanno vinto contro di te»

«Il mare non mi ha mai portato fortuna. Dal mare sono sempre venuti dei pericoli: i Genovesi, i Francesi, i pirati barbareschi. Ci sono ancora adesso, i pirati, sai. Per questo in Corsica ci sono dappertutto delle torri d’osservazione che segnalano l’arrivo di navi sospette»

«Anche qui abbiamo le torri d’osservazione» disse Betsy. «Quando siete arrivati voi, tutti erano molto preoccupati, perché all’orizzonte c’erano tante navi e nessuno sapeva chi fossero»

«Per fortuna non eravamo dei pirati. Quando i pirati ti prendono come schiavo, ti portano in Tunisia, in Algeria. E per tornare libero devi pagare un riscatto. Solo i ricchi, però, possono pagare. Quando ascoltavo storie di pirati, mi sentivo bollire il sangue nelle vene. Volevo diventare un grande ammiraglio, avere una flotta tutta per me e andare a caccia di pirati. Però i Còrsi sono gente di terra, anzi di montagna. La mia isola ha monti molto alti, coperti di boschi di castagni e di pini»

«Più alti di quelli di Sant’Elena?»

«Molto più alti. È un’isola tutta in salita e ci vogliono buone gambe per girarla. Per fortuna noi Bonaparte abbiamo gambe forti»

«Ma tu sei sempre andato a cavallo!»

«Ah no, cara mia. Da bambino andavo sempre dietro a mio padre, che aveva dei poderi fuori Ajaccio, ma lui andava

sull’asino e io andavo a piedi, dietro di lui»

«Non andavi sull’asino con lui?»

«No. Mio padre diceva che mi dovevo preparare, che la vita è dura, specialmente in Corsica. Pensa che d’inverno sulle montagne più alte, ma anche sulle colline più basse, si può vedere la neve. Hai mai visto la neve?»

«No. A Sant’Elena non cade la neve, è troppo umido».

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Napoleone descrive la Corsica come «un grande drago grigio» (p. 26). Scheggia, che cosa ti suggerisce questa immagine sul suo rapporto con l’isola?

Boney parla del mare come di qualcosa di minaccioso. Non ti sembra strana tanta prudenza in un uomo che si professa coraggioso? Quale lato del suo carattere mostra questa affermazione?

Ehi, Scheggia! Hai notato quando Napoleone racconta a Betsy che camminava dietro al padre senza lamentarsi? Secondo te, questo ricordo è un indizio di che cosa diventerà?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 5 Aquile e leoni

L’Imperatore rabbrividì. Si ricordò di tutta la neve che aveva visto in Russia, soltanto tre anni prima. Pensò al suo esercito che era sparito in mezzo a quel bianco. Sentì una fitta alla bocca dello stomaco, ma non voleva rattristare la bambina con i suoi brutti pensieri. Così disse:

«Peccato. Starebbe bene Sant’Elena, tutta nera, con la neve. La prima volta che ho visto cadere la neve sulla piazzetta davanti a casa nostra, ad Ajaccio, la capitale dell’isola, mi sono preoccupato e sono corso a chiedere spiegazioni a mia madre. Era bello il tiglio davanti alla mia finestra, con i rami tutti bianchi. Mi piaceva l’odore speciale che ha la neve, quel freddo che sa di pulito, come se il mondo fosse stato appena creato. E che bella la neve di notte, con tutto quel silenzio intorno! Bastava una candela a illuminare tutta la piazza. Stavamo tutti appiccicati alla finestra, noi fratelli, uno sopra l’altro con il naso sui vetri, tremando per il freddo, finché nostra madre ci mandava a letto…»

«Voglio andar via da Sant’Elena per vedere la neve» disse Betsy.

«Mia madre spiegazioni sulla neve non me ne ha date. Ha

mandato subito un domestico a vedere che il ghiaccio non avesse danneggiato le piante dei poderi, in particolare le vigne.

Non ci potevamo permettere di perdere una sola pianta di vite. Nemmeno una pecora»

«A Sant’Elena ci sono tutte le capre che vuoi. Dicono che ce ne sono troppe e fanno danni»

«Adesso non mi servono più le capre, Betsy. Ma allora avevamo poche pecore. Mia madre doveva fare economia su tutto. Ha avuto dodici figli, anche se quattro non sono vissuti a lungo»

«Vuoi molto bene a tua madre, vero?»

Il generale Bonaparte fece una piccola smorfia, come per frenare la commozione al ricordo di lei:

«È stata la più bella ragazza di Ajaccio. La più coraggiosa.

L’ho sempre ammirata moltissimo, anche quando mi picchiava»

«Ti picchiava spesso?»

«Ero un bambino nervoso, di poche parole, dalla testa dura, come tutti i Còrsi. Mi azzuffavo spesso con i miei fratelli, specialmente con Giuseppe, il primogenito, che è più grande di me di due anni. Ero più forte io, qualche volta l’ho perfino morsicato… Arrivava mia madre per separarci e picchiava sempre Giuseppe, anche se avevo cominciato io. Giuseppe piangeva e non diceva niente. Mi picchiavo anche con i miei compagni di giochi, per le strade di Ajaccio. Facevamo delle bande, io ne comandavo una»

«Vincevi sempre?»

«Naturalmente. Conoscevo bene le strade e le viuzze, piombavo sempre sugli altri quando meno se lo aspettavano e li facevo scappare. Poi tornavo a casa con i vestiti tutti strappati e mia madre picchiava me. Ha dovuto rattoppare il mio vestito infinite volte. A me non importava niente dei vestiti»

«Adesso però sei molto elegante, con le tue calze bianche e gli scarpini di vernice»

«Un sovrano deve sempre dare una buona immagine di sé. Se è un re, deve vestirsi come un re. Deve avere rispetto di se stesso e del proprio ruolo. Così ti rispettano anche gli altri»

«Io però il tuo nome non l’avevo mai sentito prima. Ce l’hai solo tu»

«Questo me lo ha detto anche il vescovo, il giorno che mi ha dato la cresima»

«E tu cos’hai risposto?»

«Gli ho detto che ci sono tantissimi santi e i giorni dell’anno sono solo 365. Lui si è messo a ridere. Ha detto: bravo bambino, hai la risposta pronta! In realtà non c’è mai stato un santo che si chiamasse Napoleone»

«E perché allora ti hanno chiamato con questo buffo nome?»

«Perché in famiglia c’era un Napoleone che aveva combattuto per l’indipendenza della Corsica. Anche i miei, come tutti i Còrsi, volevano l’indipendenza della Corsica con tutte le loro forze. I Còrsi non piegano mai la testa. Sono come dei gatti selvatici. Hanno fatto la guerra ai Genovesi, che sono stati padroni della Corsica sino a un anno prima della mia nascita, il 1769. Poi i Genovesi sono andati via e sono arrivati i Francesi, ma i Còrsi non volevano nemmeno loro. Così nell’agosto del 1769 di Napoleoni al mondo eravamo soltanto in due»

«Ma tu eri fiero del tuo nome?»

«All’inizio non piaceva neanche a me. Tutti lo storpiavano a modo loro e questo mi faceva arrabbiare moltissimo. Mia madre mi chiamava Napolione e Nabulione, perché lei storpia sempre i nomi, con la sua voce da gatto. Invece fuori casa mi chiamavano Rabulione, che in còrso vuol dire “uno che ficca il

naso dappertutto”. Se uno mi chiamava Rabulione, io gli saltavo addosso, perché tutti sapessero che non mi potevano offendere.

«Quando mia madre mi chiamava, prima di arrivare al mio nome diceva come in una giaculatoria i nomi di tutti i miei fratelli, senza tirare il fiato, tutto di seguito: Giuseppe-LucianoElisa-Luigi… Nabulione! Mia madre pronunciava “Nabu” a bassa voce, un po’ nel naso, e invece “lione” quasi gridando. A me non dispiaceva che in famiglia tutti sapessero che mia madre mi considerava un leone, anche se avrei preferito essere qualcuno che vola lontano, dove gli piace: un falco, un’aquila»

«Non credo di aver mai visto aquile a Sant’Elena» disse Betsy un po’ sconsolata «solo gabbiani»

«Le aquile sono troppo pesanti per attraversare l’oceano. I gabbiani sono più leggeri, possono coprire grandi distanze… Io credo d’aver scelto l’aquila come mio simbolo sin da quando ero bambino, come avevano fatto i Romani e Giulio Cesare. Tu sai che simbolo si era scelto Alessandro Magno?»

«No»

«Difatti, non lo sa nessuno. Ma lui era piuttosto un leone. Ci sono molti leoni nelle sculture dei paesi che lui ha conquistato, per esempio Babilonia. Ti dico una cosa, Betsy: si possono fare cose veramente grandi solo in Oriente. Per questo mi sarebbe piaciuto andare fino in India o in Cina, magari a dorso di elefante. L’Europa era troppo piccola per me. Ti auguro un giorno di poter visitare le Indie»

«Mio padre ha lavorato per la Compagnia delle Indie» disse Betsy con orgoglio.

«Ecco, vedi, anche lui la pensa come me».

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Raccontando la sua infanzia, Napoleone ricorre alle immagini di leoni e aquile. Scheggia, che cosa sta cercando di dirti senza affermarlo apertamente? A quali personaggi intende paragonarsi?

Ehi, Scheggia, aiutami a capire: come mai la madre di Napoleone non gli spiega che cos’è la neve? Che cosa nasconde questo atteggiamento?

Secondo te, che cosa accomuna l’attenzione di Napoleone adulto per l’eleganza e la risolutezza con cui, da bambino, pretende che il suo nome non sia storpiato?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 6

Alla festa del Re Sole

Ogni tanto Boney e Betsy andavano in giro con una carrozza scoperta, tirata da due focosi cavalli, che l’Imperatore conduceva personalmente.

Correva così forte che Betsy ogni tanto aveva paura di finire in uno dei burroni di cui l’isola era piena. Allora per far rallentare il suo amico si metteva a fargli delle domande: «E tuo padre, com’era?»

«Mio padre è morto giovane» disse Boney continuando a correre alla stessa velocità «quando io avevo sedici anni. In casa è rimasto un suo ritratto in abito da grande cerimonia e io me lo ricordo così: aveva una bellissima marsina color amaranto, tutta ricamata in rosso. Il panciotto era dorato anch’esso e aveva moltissimi bottoni. Una volta li ho contati: erano dodici! Amaranto erano anche i pantaloni, chiusi al ginocchio; le calze erano di seta e le scarpe avevano la fibbia. In testa portava un bel parrucchino bianco, fermato dietro dal codino, perché una volta si usava così»

«Non potrei mai portare il parrucchino!»

«Perché tu sei un maschiaccio. Quante volte ho desiderato tirare a mio padre quel bel codino con il nastro di velluto

nero! A fianco aveva lo spadino con il manico anch’esso dorato. Avrei dato l’intera Corsica per quello spadino!»

«Era molto elegante anche lui!»

«Sì, molto più elegante di me, che quando mi vesto da imperatore mi sembra di stare in una festa di carnevale. A lui piaceva essere elegante. Gli piaceva piacere. Era bravo a farsi molti amici. Per esempio, il governatore Marboeuf. Pensava che il denaro è fatto per essere speso. Non era ricco e questo lo faceva soffrire. Nel suo armadio mezzo vuoto non c’erano altri vestiti belli come la marsina color amaranto del ritratto.

«A me dispiaceva per lui. Mi dicevo che quando sarei diventato re e imperatore gli avrei riempito il grande armadio di noce che stava in camera da letto con bellissimi abiti da cerimonia, come si vedeva nelle stampe che rappresentavano le feste del Re Sole»

«Parlami delle feste!» disse Betsy con aria sognante.

«Erano feste che duravano tutta la notte, c’erano centinaia di candelabri che recavano una luce come di giorno, e dei musicisti che suonavano, e le dame avevano degli abiti meravigliosi, chi si vestiva da fata, chi da Colombina e chi da Pierrot… Volevo che mio padre fosse invitato a corte e si presentasse al Re Sole senza soggezione, con un bell’inchino: “Maestà, sono il vostro fedele suddito l’avvocato Carlo Maria Buonaparte da Ajaccio, per servirvi”. “Vi nomino mio Ministro delle Finanze e vi faccio dono del castello di Rochefort, per voi e i vostri discendenti” gli avrebbe detto il Re compiaciuto.

«A tredici anni mio padre aveva perso i genitori. Lo ha allevato uno zio prete, ad Ajaccio. Lo zio lo ha mandato all’università e lui è diventato un bravo avvocato. Aveva la parlantina sciolta, sapeva incantare i giudici con il suo bel parlare.

Pur essendo giovane, sembrava che avesse letto tutti i libri del mondo, almeno quelli che riguardano la legge e il diritto.

La passione per i libri l’ho presa da lui. Appena laureato mio padre si è messo in politica, sempre con il sogno di diventare ricco. Il suo idolo era Pasquale Paoli, l’eroe che aveva lottato contro i Francesi. Però quando i Francesi hanno vinto e si sono presi l’isola, lui ha lasciato Paoli e si è schierato con i Francesi…»

«Vuoi dire che ha tradito?»

«Non voglio giudicarlo per questo. So che voleva farci studiare tutti, noi fratelli e sorelle, proprio come lo zio prete aveva fatto con lui. Perché se non studi non puoi diventare qualcuno, né in Corsica né in Inghilterra né a Sant’Elena…»

«Lo so. A me piace studiare, ma andare a cavallo mi piace ancora di più»

«Allora vorresti fare il soldato…»

«No. La guerra non mi piace, è una cosa stupida. Perché gli Inglesi e i Francesi si sono fatti la guerra?»

«È una storia troppo lunga e tu finiresti per annoiarti presto»

«Parlava molto anche tua madre?»

«Lei no. Mia madre faceva economia anche sulle parole, oltre che sulla legna del camino. Faceva sempre freddo, a casa nostra, e lei girava avvolta in lunghi scialli. Mentre mio padre dipingeva a parole un futuro eroico e carico di promesse, lei stava a sentire con le orecchie diritte, come una lupa. Sapeva che le parole costano poco e dunque valgono poco. Sono i fatti che contano, Betsy. Non farti mai incantare da quelli che usano belle parole. Mia madre voleva capire se dai discorsi di quel marito bello, fiero ed elegante potevano nascere dei guai

per i suoi figli, o una qualche fortuna. Ho sempre pensato che mia madre non dormisse mai, che stesse sempre attenta a tutto quello che capitava. Nessuno avrebbe potuto cogliere di sorpresa la donna più coraggiosa di Ajaccio»

«Mi piace, tua madre» disse Betsy «mi piacerebbe conoscerla»

«Chissà dove sarà adesso» si rattristò Boney «forse sarà andata a Roma, perché è amica del Papa. Ma io lo so che mi pensa e che farà di tutto per potermi aiutare in qualche modo».

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Scheggia, prova a seguire la carriera del padre così come la racconta Napoleone. Secondo te, emerge di più l’ammirazione del figlio verso il genitore, o un velato rimprovero?

Scheggia, sono sicuro che hai notato come Boney descrive i suoi genitori: il padre è un sognatore e la madre una donna concreta. Potrebbe indicare una sua visione della vita?

Quando Betsy afferma che la guerra non le piace e che la ritiene una «cosa stupida» (p. 37), Napoleone taglia corto. Perché?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 7 Mucche, api e polpette

Betsy aveva un’amica, che si chiamava Meg e ogni tanto andava a trovarla in villa. Anche Meg pensava come tutti i bambini inglesi che Boney fosse una specie di Babau, perché in casa ne aveva sempre sentito parlare come di un mostro spaventevole. Betsy aveva raccontato a Boney che tutti i bambini inglesi avevano paura di lui, anche Meg.

«Ah sì?» rise Boney. «Allora le combineremo un bello scherzetto».

Quando Meg arrivò un po’ spaventata alla villa dei Balcombe, Betsy la accolse con un bel sorriso:

«Cara Meg, ho il piacere di presentarti il mio amico Boney»

«Sono incantato di conoscerti, mia piccola amica» sorrise Boney. Ma ancora non aveva finito di dirlo che si arruffava i capelli, roteava gli occhi come un matto, faceva smorfie e boccacce, lanciando urla terribili, come un elefante infuriato. La povera Meg scoppiò in lacrime e fuggì via. Sua madre dovette correrle dietro, cercando di consolarla.

«E a te, piccola Betsy, non faccio spavento?» chiese Boney continuando a roteare gli occhi e a fare smorfie.

«Proprio per niente!»

Boney sembrava un po’ dispiaciuto di aver fatto tanta fatica per niente:

«Non hai capito che stavo imitando il famoso urlo dei Cosacchi?»

«Quell’urlo ha davvero qualcosa di selvaggio, ma non mi spaventi!» disse Betsy.

«Molto bene!» disse Napoleone. «Così bisogna dire».

Un giorno Boney andò a passeggio per i prati con i suoi generali e le bambine Balcombe.

«Quante belle mucche!» gridò Betsy tutta contenta. «Sai, Boney, che le conosco tutte per nome?»

«Davvero?»

«Ma certo! Ci sono Serafina, Celestina, Margherita, Ermengarda, Teodolinda…»

Proprio come se si fosse sentita chiamare, Teodolinda si staccò dal gruppo delle sue sorelle intente a brucare pacificamente l’erba e si lanciò a testa bassa al galoppo contro il generale Bonaparte.

«Teodolinda, cosa fai! Attento, Boney!» gridò Betsy.

Il Generale, dando prova di un’insospettata agilità, saltò un muretto che recintava il prato e si mise in salvo. Poi scoppiò a ridere:

«Non sarà certo una mucca inglese che potrà sorprendere il generale Bonaparte!»

E invitò tutti a prendere un tè in casa sua.

Betsy aveva notato che il suo amico mangiava poco, male e in fretta. Decise di sgridarlo:

«I miei genitori mi dicono sempre che bisogna mangiare piano e masticare bene, se no ci si guasta lo stomaco»

«I tuoi genitori hanno ragione, Betsy. Ma a me il cibo non è mai interessato. Quand’ero piccolo, le nonne, gli zii e le suore dell’asilo mi rimpinzavano di torte e biscotti, mi regalavano dei dolci credendo di farmi un piacere, convinti che fossi goloso come tutti i bambini. Ma io già allora trovavo che mangiare è una perdita di tempo. E poi non mi piacciono i cibi troppo raffinati. Preferivo le polpette che preparava la mia cara balia Camilla.

«Attraversavo tutta la città per andarle a mangiare. Oppure scambiavo il pane bianco che mi dava mia madre con il pane nero dei soldati. Andavo sempre a guardarli mentre facevano i loro esercizi nella cittadella e imparavano le manovre. Desideravo essere come loro, anzi, volevo diventare il loro comandante. Il pane dei soldati, anche se era molto secco, e quasi immangiabile, mi sembrava buonissimo. Lo inzuppavo nell’acqua delle fontane.

«Era il pane della gloria futura! Facevo anche delle scorpacciate di noci e di castagne che trovavo nei nostri poderi. Mi interessavo dell’allevamento delle api»

«A me le api e le vespe fanno paura» disse Betsy. «Una volta mi è corso dietro un intero sciame, mi hanno punto da tutte le parti, e non riuscivo più a dormire dal dolore»

«In realtà le api sono molto bene organizzate e disciplinate, delle grandi lavoratrici che devono essere di esempio a tutti. Non bisogna far loro dei dispetti, sennò si vendicano. Pensa a quanto ordine c’è in un alveare, a quanto lavoro si fa là dentro, quanta pazienza ci vuole per fare il miele. Un esercito è la stessa cosa: deve essere pulito ed efficiente come un alveare»

«Il miele sul pane imburrato è la cosa più buona che ci sia!» si illuminò Betsy.

«Le api sono un simbolo di regalità, sai? Quando stavo all’isola d’Elba ho messo tre api dorate nella mia bandiera. Sin da bambino, ho letto dei libri molto istruttivi sulle api e così mi sono permesso di dare a mio padre qualche consiglio su come allevarle. Mio padre si è molto meravigliato che io sapessi tutte quelle cose sulle api e mi ha chiesto dove le avevo imparate. “Sui libri della vostra biblioteca, signor padre” gli ho risposto. “Già, già” ha detto lui, e poi ho visto che ha seguito i miei consigli»

«Ho capito» disse Betsy «sei proprio il tipo che ne sa sempre più degli altri. Sei il primo della classe!»

«Quel che so, mia adorabile ignorantina» disse Boney, tirandole un orecchio, come faceva sempre quando fingeva d’essere arrabbiato «lo so perché l’ho studiato. Non ho mai perso tempo, perché il tempo che perdi nessuno te lo restituisce più. Preferisco perdere centomila franchi piuttosto che un’ora di tempo»

«Centomila franchi! Dunque sei stato così ricco?» sgranò gli occhi Betsy.

«Sono stato l’uomo più ricco della terra» disse Boney e di nuovo le tirò un orecchio. «È un modo di dire. Anch’io, come mia madre, ho imparato presto il valore dei soldi…

«L’ho sempre detto ai miei generali, e anche ai miei fratelli, sin da quando erano piccoli: non perdete un solo minuto di tempo. Loro mi prendevano in giro. Correvano su e giù per la casa gridando:

Lo sa anche la vacca

Nabulione perde tempo a far la cacca!»

«Dove hai studiato?»

«Ho fatto l’asilo dalle suore di Ajaccio. Già all’asilo ero così bravo a fare i conti che le buone suore mi chiamavano “il Matematico”. “Signor Matematico” mi dicevano “quanto fa 48 per 64?” “3072!”, rispondevo io trionfante. Poi un bravo abate, che ha avuto molta pazienza con me, mi ha insegnato a leggere e a scrivere. Ma ho sempre scritto male, facevo dei veri sgorbi. Scrivevo così male che non sapevo nemmeno leggere quel che avevo scritto»

«Lo sai, Boney, come dice il proverbio?

Asino di natura chi non sa leggere la sua scrittura»

«Proprio così. Da grande, ho smesso di scrivere del tutto. Dettavo sempre, magari anche tre diverse lettere nello stesso tempo. C’era qualcuno che scriveva per me. Devo confessare che il francese non l’ho mai parlato troppo bene. Qualcuno si è divertito a tenere un piccolo quaderno in cui ha annotato i miei errori. Per esempio, pare che dicessi “sezione” invece di “sessione”, “isole Filippiche” invece di “Filippine”, “punto fulminante” invece di “punto culminante”. Che importa? Mi capivano tutti lo stesso e nessuno osava ridere. In compenso volevo imparare il cinese. Avevo la mania della Cina, però non ho mai trovato nessuno che sapesse insegnarmi il cinese. Ho sempre avuto troppo da fare, per imparare il cinese. E poi, con chi lo avrei parlato?»

«Mio padre pensa di fare affari anche con i Cinesi» si vantò Betsy. «Sento che un giorno o l’altro finiremo in Cina. Ma tu, comandavi i tuoi fratelli fin da quando eri bambino?»

«Lo ammetto» sorrise Boney «ero un poco prepotente. Dormivamo tutti insieme in una grande stanza. Non c’erano letti per tutti. Mia madre aveva messo dei materassi sul pavimento e ci accampavamo lì, come tanti piccoli soldati. La notte non volevamo mai dormire, c’era sempre qualcuno che raccontava delle storie ad alta voce, per esempio Luciano, che leggeva tanti libri ed era molto bravo a inventare delle avventure fantasiose…»

«E tu?»

«Io no, non raccontavo storie ai miei fratelli. Già allora, a me interessava come si possono fare le cose davvero, sul serio. Non mi sono mai rifugiato nei sogni, ma mi preparavo a grandi imprese. Quali, non sapevo ancora, ma sapevo che non avrei mai accettato un destino mediocre. Non avrei potuto fare l’avvocato, come mio padre, o il notaio. Una notte ho detto a Luciano che se proprio voleva raccontare delle storie, poteva inventarne una vera in cui io diventavo imperatore… Tutti si sono messi a ridere, almeno i più grandi. “Sì, sentite questa, adesso Nabulione diventa imperatore! Imperatore di che? Dei somari del podere della mamma!” dicevano. Giuseppe stava zitto, perché sapeva che se diceva qualcosa l’avrei morsicato. Ancora anni dopo, solo Paolina stava dalla mia parte. “Certo che Nabulione diventerà un grand’uomo, un generale e molto più di un generale!” diceva. “Voi non capite niente. Anch’io diventerò principessa e tutti mi adoreranno”».

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Boney afferma che preferiva il pane nero dei soldati a quello bianco che gli davano in casa. Secondo te, questo potrebbe essere significativo del suo modo di intendere la “gloria”?

Le api diventano, per Napoleone, un simbolo di ordine e lavoro. Scheggia, pensi che ci sia un legame con la sua idea di esercito e del comando?

Pensa a quando Boney afferma: «Preferisco perdere centomila franchi piuttosto che un’ora di tempo» (p. 43). Secondo te, gli sembrerà allora di perdere tempo a chiacchierare con una bambina?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 8 Il tamburo di Rabulione

Paolina era la cocca della famiglia. È nata che io ero in collegio, ma l’amavo lo stesso attraverso le lettere di mia madre, che mi raccontava le sue prodezze… Mia madre diceva che era molto civetta e giocava sempre a far la signora. Trovava chissà dove dei vecchi abiti, tessuti, sete, pizzi, ricami, tovaglie, strisce di pelliccia, e si travestiva da fata o da regina, e così vestita guardava tutti con aria sognante.

«Invece non andavo molto d’accordo con l’altra sorella, Elisa, che sembrava avesse mangiato un manico di scopa, se ne stava sempre per conto suo e non partecipava ai giochi. Carolina era più intelligente, ma anche un po’ malignetta. Paoletta invece era buona, un pezzo di pane. Anche se eravamo molti fratelli, ciascuno giocava per conto suo.

«Quando pioveva, nostra madre ci chiudeva in una stanza dell’ultimo piano, dove potevamo fare quello che volevamo.

«Giuseppe disegnava soldatini sul muro con un pezzo di carbone, Luciano scriveva poesie, Luigi suonava una specie di mandolino scordato e io inventavo complicatissimi problemi di aritmetica e geometria e mi divertivo a risolverli. Oppure

giocavo alla guerra. Da solo, però, perché volevo sempre vincere, e nessuno voleva giocare con me, e fare la parte dello sconfitto.

«Mio padre mi aveva regalato una spada di legno e un tamburo di latta. Con la spada minacciavo i miei fratelli. Oppure battevo sul tamburo per ore, così forte che i miei fratelli cercavano di strapparmelo e mi saltavano addosso. Facevamo delle grandi zuffe, tra grida e pianti, finché arrivava mia madre con gli occhi fiammeggianti. “Cos’è questo indecoroso fracasso?” gridava.

«“È stato Rabulione!” dicevano i miei fratelli. Allora la mamma pronunciava tutto d’un fiato: “Giuseppe-LucianoElisa-Luigi… Nabuuuuu-lione! In castigo, tutti quanti! A letto senza cena!”

«A me dava più sculacciate degli altri, perché sapevo in cuor mio che lei mi amava più degli altri fratelli. Lei si è sempre stupita perché anche quando mi sculacciava o schiaffeggiava non piangevo e avevo sempre la stessa aria di sfida… Ma è inteso, Betsy, che tu non devi imitarmi e fare la prepotente con i tuoi fratelli, specie con i piccolini»

«Veramente temo d’essere anch’io un po’ prepotente con i miei fratellini» ammise Betsy. «Piangono sempre per niente».

«Ci sono donne che sono molto più coraggiose dei maschi…» disse Boney sorridendo.

C’erano giorni che l’Imperatore faceva sedere sulle ginocchia i piccoli Balcombe e li lasciava giocare con le medaglie che aveva sul petto. Quelle decorazioni lucide e tintinnanti avevano per i bambini un fascino speciale.

«Le vuoi? Ne vuoi una?» chiedeva al bambino. «Aspetta. Adesso te la do». Pregava i suoi camerieri di prendere un paio

di forbici e di tagliare qualche medaglia per i bambini. Diceva che a lui non servivano più, che ne aveva delle altre.

L’Imperatore aveva al suo servizio un vecchio cameriere che era bravissimo a lavorare il legno e si divertiva a costruire dei giochi per i bambini: cavalli a dondolo, gabbiette per gli uccellini. Un giorno costruì anche una minuscola carrozza e la regalò ai bambini Balcombe. Era perfetta, con le piccole ruote che giravano come se fossero vere e le porticine che si aprivano delicatamente.

«Sembra la carrozza della fiaba di Cenerentola!» si entusiasmò Betsy. «Ma da chi la facciamo tirare?»

«È semplice» disse Boney. «Le stalle sono piene di topolini. La faremo trainare da loro».

I bambini catturarono sei topolini e li legarono alle stanghe della piccola carrozza. I topolini però non si mettevano d’accordo tra loro: uno voleva andare di qui e l’altro di là e la carrozza non si muoveva.

«Ho un’idea» disse Boney «proviamo a legarli per la coda». Così fecero. Poi Boney diede un pizzicotto al primo topolino e quello partì come un fulmine, trascinandosi dietro tutti gli altri. La piccola carrozza si mise a correre a gran velocità, inseguita dai bambini che gridavano felici.

«Vedi, Betsy» sorrise Boney. «I soldati, e gli uomini in generale, sono un po’ come i topolini. Bisogna legarli per la coda…»

«Corpo di mille draghi! Io non voglio essere legata per la coda! Nessuno mai ci riuscirà!» gridò Betsy e scappò via. «Prendimi, se sei capace!»

Betsy pensò che gli Inglesi l’avevano legata a lui, la coda topesca, ma non volle essere cattiva. Invece disse:

«Anche tu, come i topolini, non stai mai fermo»

«La vita è così breve, Betsy, che non si può sprecarla stando fermi. Continuavo a dire ai miei fratelli di muoversi, di andare in giro, di non stare sempre lì impalati. Giuseppe mi faceva arrabbiare perché era pigro e si stancava subito. Io invece non mi stancavo mai e non mi fermavo mai. Per prendermi in giro, i miei fratelli avevano inventato un’altra canzoncina che diceva:

Movimento! Movimento!

Bisogna spazzare il pavimento!

C’è da accendere il fuoco nel camino e da cambiare l’acqua nel catino!

«Credo che quei versi li abbia scritti Luciano, che era il poeta di famiglia. Allora io rispondevo così:

Cari fratelli che dormite sodo con la lentezza non si batte un chiodo!

Se vi piace star seduti a casa vostra non proverete mai il piacere della giostra!

«“Basta con queste asinate!” gridava nostra madre. E se la prendeva come sempre con il povero Giuseppe che non aveva aperto bocca.

«Mi piaceva esplorare la mia città, le stradine, le piazze, le chiese, i mercati, il porto, dove c’erano sempre tante barche che andavano e venivano. È lì che ho pensato di diventare un marinaio, per viaggiare, per conoscere nuovi mondi. Guardavo i velieri che scaricavano e caricavano merci e mi

dicevo: “Se voglio diventare qualcuno non posso restare nella mia isola, che pure tanto amo”. C’è sempre qualcosa da imparare, da una città e da un porto. Si impara più da un porto che da una scuola.

«Forse correvo tanto perché sapevo che un giorno mi sarei dovuto fermare qui. O forse perché, sognando di fare il soldato, sapevo che una guerra si può vincere solo con il movimento. L’avevo capito guardando nostro padre, che era sempre dappertutto, e lo potevi trovare dove meno te lo aspettavi. Mi sono detto: “Se lui si muove così tanto ci deve essere una buona ragione. Anch’io mi muoverò come lui”.

«Avevo fretta perfino di nascere. Mia madre era in chiesa a sentire la messa quando ha sentito i primi dolori. È subito corsa a casa, che dista pochi passi, ma non ha fatto nemmeno in tempo ad arrivare al suo letto. Mi ha scodellato sul divanetto che c’era nell’ingresso. Diceva che io urlavo come un’aquila e che continuavo a urlare anche quando mi attaccava al seno.

«Fin da allora, mangiare mi sembrava tempo sprecato. Quando ho imparato a camminare con le mie gambe, correvo per tutta la città con il mio cavalluccio di legno. Mi piaceva correre in riva al mare, lungo le spiagge dell’isola.

«Più di ogni altra cosa, mi piaceva correre per la campagna, fino ai poderi di Milelli. C’erano degli ulivi meravigliosi, secolari, tutti aggrovigliati, dalla chioma grigio-argento. Intorno cantavano le cicale, un coro assordante.

«A quel tempo gli ulivi li avevamo soltanto noi e i Gesuiti. La festa era raccogliere le olive insieme con i contadini. Noi bambini aiutavamo. Poi le gerle venivano portate al frantoio che stava nella cantina della nostra casa. Il frantoio aveva una grande macina in pietra, la facevano girare degli asini e

dei cavalli. Ricordo ancora il colore verde-oro del liquido che usciva da sotto la macina. Una volta ho provato a leccarlo di nascosto, aveva un sapore aspro e forte.

«Ogni tanto i parenti, gli zii, i cugini venivano a fare provviste d’olio, portavano vasi e orci. Oppure venivano i contadini e pagavano l’olio con il formaggio e il latte delle loro capre, magari con le stesse caprette. Noi non comperavamo niente, né olio né vino né pane. Andavamo dal droghiere per comperare solo quello che non cresceva in Corsica, il caffè, lo zucchero, il riso. Stavano sempre chiusi in un armadio e la chiave l’aveva soltanto nostra madre. Erano un bene prezioso, bisognava comperarli con le monete, così come gli abiti. Le monete erano molto rare, si spendevano solo in caso di estrema necessità.

«Vicino alla casa c’erano un mulino e un forno. I contadini venivano a macinare da noi la loro farina e spesso pagavano con dei pesci, perché erano anche pescatori. Ero affascinato dal forno. Stavo a guardare per ore il fuoco allegro della legna. Era un miracolo che le forme bianche della pasta diventassero pane croccante e profumato, che sapeva di ulivo.

«Una domenica il nostro mugnaio è venuto a farci visita ad Ajaccio con tutta la famiglia. Aveva dei cavalli bellissimi, come non ne avevo mai visti. Mentre il mugnaio faceva conversazione con i miei genitori, aiutato dai miei fratelli sono riuscito a salire sul suo cavallo e sono partito al galoppo fino al mulino.

«Ero molto piccolo, allora, ancora più magro dei miei fratelli, magro come un’aringa, e ho rischiato molte volte di cadere. Per fortuna il cavallo è stato più saggio di me, conosceva la strada e non mi ha buttato giù dalla sella. Quando finalmente si è fermato, avevo il cuore in gola e tremavo tutto, ma ero fiero di me.

«Mi sono lasciato scivolare fino a terra e sono andato a guardare il mulino. Mi sono messo a calcolare quanti chicchi di grano il mulino può macinare in un’ora, in un giorno, in una settimana… Ero così preso dai miei calcoli che non mi sono accorto del tempo che passava, fin quando è arrivata mia madre e mi ha dato tante di quelle frustate che non riuscivo più a sedermi. Per fortuna sono tornato a casa a piedi.

«Un’altra volta che mia madre mi ha sculacciato è stata quando ho imitato il modo di camminare della nonna, che era grassa e aveva bisogno del bastone. Mia madre mi era corsa dietro, ma non riusciva a prendermi. Allora ha aspettato la sera. Ha detto che mi dovevo cambiare, perché eravamo stati invitati a una festa. Quando mi sono tolto i vestiti, è entrata in camera come una furia e mi ha preso un’altra volta a frustate. Allora ho protestato. Le ho detto che non si può dire una bugia a un bambino per poterlo punire. Non ho pianto nemmeno quella sera. Ero molto arrabbiato e la rabbia mi faceva dimenticare il dolore. Però le volevo bene. Ho sempre avuto rispetto e ammirazione, per mia madre. Mi chiamava “lione”, ma la vera leonessa era lei»

«Mio padre non mi picchia mai» disse Betsy «nemmeno quando combino delle bricconate più gravi delle tue»

«Mi sa che anch’io ti vizio un po’ troppo!» sorrise Boney. Non disse che i suoi generali e i suoi segretari erano scandalizzati da ciò che l’Imperatore lasciava fare ai piccoli Balcombe e a Betsy in particolare.

Avevano il permesso di andarlo a trovare a ogni ora del giorno. Sembrava che l’Imperatore provasse un gran piacere a essere trattato da loro come un coetaneo.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Il piccolo Napoleone gioca alla guerra da solo perché vuole sempre vincere. Che cosa ci dice questo del suo modo di stare con gli altri?

Napoleone preferisce i problemi di matematica ad altri giochi. Questa passione ci dice qualcosa sull’uomo che diventerà?

Scheggia, guarda qual è l’esclamazione che Betsy pronuncia prima di dire che non vuole essere legata per la coda come i topolini, a p. 49. Vai a p. 9, al rigo 4: chi pronuncia la stessa frase? Secondo te è una coincidenza?

I tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 9 Pettegolezzi

Betsy aveva insegnato all’Imperatore la moscacieca, ma lui non stava alle regole e alzava la benda sopra gli occhi per vedere dove si era cacciata. Se Boney non giocava con lei per qualche giorno, andava a trovarlo tutta irritata e magari lo interrompeva mentre lui stava dettando le sue memorie al fedele segretario.

«Che cosa c’è, signorina Betsy» diceva Boney «siamo un po’ nervosette, oggi?»

«Corpo di mille draghi! Sono molti giorni che non giochiamo e tu stai sempre lì a trafficare con le tue scartoffie!»

«Sto lavorando, Betsy!»

Ma Betsy aveva già fatto un salto e, raggiunto il tavolo, aveva arraffato tutte le carte che aveva potuto, poi era scappata via gridando al generale Bonaparte che le avrebbe buttate via.

«Betsy, ti prego! Sono carte importanti! Ridammele subito!»

«No e poi no! Vado a buttarle nel burrone!»

«Betsy! Guarda che allora non siamo più amici e non giocherò più con te! Mai più!»

L’Imperatore adesso faceva la faccia feroce, ma gli occhi

gli ridevano. Betsy non poteva rinunciare a giocare con il suo amico Boney:

«Va bene» disse «ti riporto le carte, ma ti avverto che le odio! Le odio proprio!»

«Vedi, Betsy, senza queste carte quelli che verranno dopo di noi non capiranno nulla di quello che è successo. Del volo dell’Aquila»

«Tu non sei un’aquila. L’aquila ha il becco e l’occhio cattivo, mentre i tuoi occhi sono buoni. Non so perché ti tengono qui prigioniero. Fossi io il Governatore, ti libererei. Lo dice anche mio padre»

«Ho sempre detto che gli Inglesi sono gente di buon cuore» sorrise Boney riprendendosi le carte.

«Anzi no, non ti libererei, perché sennò non saprei con chi giocare».

Un’altra volta che Boney aveva detto qualcosa che non le era piaciuto, Betsy si era impadronita di una sua bellissima spada tutta d’oro, adorna di api, l’aveva sguainata e l’aveva minacciato, lui e uno dei suoi generali.

«Adesso vi uccido tutti e due! Vi faccio pungere dalle api!» gridava.

«Pietà, Miss Betsy!» rideva Boney. La spada era pesante e la bambina non riusciva a reggerla. Presto la lasciò cadere a terra.

«Sei coraggiosa, ma poco saggia!» disse Boney e le diede un pizzicotto sul naso. Un generale stava in un angolo, scuro in viso, e scuoteva la testa.

Non capiva come l’Imperatore lasciasse fare quei giochi pericolosi.

«Io non potevo nemmeno sognarmela, una spada così bel-

la, quando ero bambino ad Ajaccio. Ma mi bastava quella di legno che mi avevano regalato» disse Boney.

«Ma sei uno curioso, tu?» chiese un giorno Betsy con il naso all’insù.

«Sono molto curioso e, anzi, ti svelerò un segreto: mi piacciono molto i pettegolezzi, perché da un pettegolezzo si può sempre imparare qualcosa!» disse Boney. «Per esempio, pare che tu sia un po’ disordinata e quando la sera vai a letto lasci i vestiti sparpagliati per tutta la camera. Dimentichi le tue bambole dappertutto, anche in cucina…»

«Chi te l’ha detto?» arrossì Betsy. «Scommetto che è stata quella chiacchierona di mia sorella»

«Eh, io so tutto di tutti, Betsy, anche senza muovermi dalla poltrona! Anche da bambino mi piaceva sapere gli affari di tutta la città. Mi divertivo a guardare e ad ascoltare, poi collegavo le cose che avevo sentito e in poco tempo venivo a conoscere le storie di tutti. Gli abitanti del quartiere dicevano: “Il piccolo Bonaparte è un demonietto! Ha fatto un patto con il diavolo! Non gli si può nascondere niente! Sa perfino quante monetine ci sono nella cassetta delle elemosine in chiesa e chi ce l’ha messe! E quanto pesce si è venduto al mercato, e quali chiacchiere si fanno al caffè!”

«Impara ad ascoltare, Betsy! Ricordati che bisogna parlare poco e ascoltare molto! Bisogna osservare che cosa fa la gente, come si muove, si veste, parla, cammina. Solo così potrai capire come sono fatti gli uomini e riuscirai a non farti ingannare»

«Ci proverò» disse Betsy.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Betsy si lamenta che Boney pensa solo alle sue “carte”. Scheggia, che atteggiamento tipico dei bambini verso gli adulti cogliamo?

Nel capitolo 6, Napoleone aveva affermato che le parole non servono a niente; adesso invece dice: «Mi piacciono molto i pettegolezzi, perché da un pettegolezzo si può sempre imparare qualcosa!» (p. 57). Come ti spieghi questa contraddizione?

Betsy ribatte continuamente a Napoleone. Scheggia, secondo te, perché l’Imperatore tollera tutto questo da lei e non dagli adulti?

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 10 Il fiuto di Jack

Decisa a far tesoro degli insegnamenti del suo amico, Betsy si mise a osservarlo con un’attenzione nuova. Dopo qualche giorno scoprì che Boney socchiudeva spesso gli occhi e annusava l’aria intorno a sé, proprio come faceva Jack, il bracco di suo padre, quando andava a caccia. Così un pomeriggio gli chiese:

«Perché annusi sempre l’aria come fa Jack?»

«Vedo che fai progressi, brava Betsy. In effetti, tu hai scoperto che sono sensibile agli odori. Le puzze mi danno molto fastidio. Quando ero bambino, tenevo sempre pulita la piazzetta davanti a casa nostra, usando la scopa di mia madre. Non sopporto i cattivi odori della cucina e quello della vernice fresca. Ho un naso molto buono, proprio come quello di Jack.

«Se chiudo gli occhi, posso ancora sentire l’odore della mia isola, il profumo del fico, dei limoni, del rosmarino, del basilico e del pino... Anche i miei compagni di giochi ad Ajaccio avevano un odore, ognuno il suo. Avrei potuto riconoscerli al buio. Riesco a sapere perfino cos’hai mangiato stamattina a colazione. Avvicinati un po’, che ti possa annusare».

L’Imperatore si mise a fiutare attentamente.

«Dunque dunque, stamattina Miss Betsy ha mangiato del plum-cake e un budino al cioccolato…»

«Bravo! Come hai fatto a indovinare?»

«Te l’ho detto che sono un segugio…»

«E adesso ti annuso io!»

«Avanti, dunque!» disse Boney. «Vediamo chi ha il naso più fino»

«Sento… sento…» disse Betsy «sento odore di liquirizia e d’acqua di Colonia!»

«Hai indovinato anche tu!»

«Ti sei messo addosso tanto di quel profumo che sembri una signora, Boney!»

«Mi piace essere pulito, faccio il bagno tutti i giorni e poi mi faccio frizionare con l’acqua di Colonia. Ho sempre avuto la pelle delicata, proprio come una fanciulla. Tu invece hai una pelle come quella di una lucertola e puzzi come un cagnolino, Miss Betsy! Quando diventerai una signorina, non troverai un fidanzato!»

«Non voglio dei fidanzati! Vorrei avere un pony tutto per me!»

«Ne parlerò io con tuo padre» disse Boney «ma prima ti devi fare un bel bagno».

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Scheggia, Napoleone dice che riconosceva i compagni al buio, grazie al loro odore. Che cosa ti suggerisce questo dettaglio sul suo modo di ricordare l’infanzia?

Napoleone insiste tanto sulla pulizia, sui bagni quotidiani e sull’acqua di Colonia. Che cosa vuole dimostrare con questa cura del corpo?

Betsy lo prende in giro dicendo che “sembra una signora” e lui la provoca dicendole che “puzza come un cagnolino”. Scheggia, che cosa ci rivela questo scambio scherzoso sul loro rapporto?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 11

La nuova casa

L’Imperatore era ospite dei Balcombe da quasi due mesi quando vennero ad annunciargli che la nuova casa era finita e si poteva trasferire.

Napoleone andò a vederla. Era poco più di un gruppo di capanne, isolate in mezzo ai prati. Il luogo si chiamava Boscolungo, ma boschi non se ne vedevano. Non c’era un albero e così gli Inglesi potevano vedere anche di lontano quello che faceva il prigioniero.

Continuavano a sorvegliarlo giorno e notte, perché non gli venisse l’idea di scappare.

Napoleone si sentì stringere il cuore. Ecco dove avrebbe passato i suoi ultimi anni: in un posto che era stato usato come riparo per le mucche e per gli attrezzi agricoli. Avevano dato una mano di vernice gialla e verdina sulle pareti e lui si arrabbiò: «Quante volte ve lo devo dire? Non sopporto la puzza di vernice! Non andrò mai a stare lì dentro!»

«Maestà, la vernice si asciugherà presto…»

«Io non voglio entrarci. Sto bene dai Balcombe e di lì non mi muovo».

Sembrava tornato il bambino di Ajaccio che non ubbidiva

a nessuno. Le giornate erano calde e umide, le notti gelide. Adesso si alzava molto presto, prima che il sole spuntasse, e si metteva a sedere sotto la pergola del giardino. Guardava il vuoto dinnanzi a sé e pensava: alle battaglie che aveva vinto e a quelle che aveva perso, agli errori che aveva fatto e a cosa invece avrebbe dovuto fare.

Non c’era più tempo per rimediare, tutto era stato già scritto per sempre e lui non se ne dava pace. Allora sospirava e si assopiva, in attesa che il sole spuntasse. Qualche volta Betsy andava a tenergli compagnia. Gli prendeva la mano, stavano lì in silenzio uno accanto all’altra. Betsy notò che Boney aveva delle mani molto curate, piccole e grassottelle, proprio come un bambino.

Forse per via dell’umido di quelle notti, Boney si prese l’influenza. La signora Balcombe gli offrì una tisana con del miele, ma lui disse che avrebbe preso soltanto della liquirizia: l’unica medicina che gli faceva veramente bene, continuava a ripetere. Betsy assaggiò la tisana e disse che era buonissima, ma Boney continuava a far segno di no con la testa.

L’ultima sera che passò dai Balcombe, Boney cercò di essere allegro. Dopo cena i bambini gli proposero di giocare a moscacieca. Toccò a Betsy essere bendata. Boney si nascondeva dietro le poltroncine delle signore, stava accovacciato per sembrare alto come un bambino, ogni tanto si alzava e si metteva a correre per il salotto ridendo.

Sul più bello arrivò l’ammiraglio inglese a dire che l’indomani il generale Bonaparte avrebbe dovuto trasferirsi a Boscolungo.

Quella notte Boney si alzò di nuovo prima dell’alba e Betsy lo raggiunse sotto la pergola.

«C’è un proverbio francese che dice “Partire è un po’ morire”, vero Boney?» sussurrò la bambina.

«Se è per quello, la mia vita è stata tutta una partenza» disse Boney prendendole la mano.

«Qual è stata la partenza che ti ha dato più dolore?»

«Quando avevo nove anni mi hanno mandato in collegio, me e mio fratello Giuseppe. La sogno ancora adesso, quella partenza. È stata terribile. Mio padre aveva deciso che noi figli saremmo dovuti diventare magistrati, avvocati, preti, come tutti i Buonaparte.

«Il governatore, che era suo amico, mi trovò un posto in un collegio militare che stava a Brienne, in mezzo alla Francia. Mi avrebbero dato anche una borsa di studio, duecento franchi. Dovevo lasciare la nostra casa, mia madre, i fratelli, il sole, le corse, i giochi, i profumi della mia isola. E anche tutte le persone che conoscevo ad Ajaccio: la mia adorata balia Camilla che mi preparava quelle polpette così buone, l’abate che mi aveva insegnato a scrivere, i contadini, gli asini e i cavalli, che mi erano cari come i miei fratelli. E poi parlavo malissimo il francese. Come sarei riuscito a farmi intendere? Il dialetto còrso è un misto di genovese e di italiano…

«Anche mia madre era triste, ma non diceva niente. Fu lei che preparò il corredo. Mise in un piccolo baule tre paia di lenzuola, 12 salviette, un abito nero con i bottoni bianchi e i risvolti rossi, 12 camicie, 12 colletti bianchi, 12 fazzoletti e due accappatoi; poi mi portò a far benedire in una chiesa. La chiesa era buia e il prete sapeva di muffa.

«Sono partito il primo gennaio del 1779. La notte prima non ho chiuso occhio. Andavo in giro per la casa e abbracciavo i tavoli, le seggiole, le poltroncine, gli armadi, perfino i ca-

mini… Pensavo che non li avrei più rivisti. E poi non amavo la Francia. Noi Còrsi avevamo combattuto contro i Francesi, prima che i Genovesi vendessero loro il nostro paese. Andavo a studiare proprio a casa dei nostri nemici, in una lingua che non era la mia… Mi sembrava di tradire Ajaccio e la Corsica, ma nostro padre aveva deciso così.

«Siamo scesi al porto, era una mattina gelida, di nebbia. Meglio così. Ci fosse stato il sole, avessi potuto vedere di lontano il nostro quartiere e il podere sulle colline, con tutti i suoi ulivi, sarebbe stato peggio. Stavo aggrappato a mia madre, abbracciavo le sue ginocchia, ma non volevo piangere e ricacciavo le lacrime in gola. Perché lei mi lasciava partire? Perché non diceva: “Nabulione non parte più, rimane qui con me, perché abbiamo bisogno di lui qui”? La aiutavo a tenere i conti di casa e con lei non c’era bisogno di parole per sapere cosa pensasse. Tuttavia non ho osato farle queste domande. Stringevo i denti e odiavo mio padre, perché mi separava da lei. E poi faceva tanto freddo. Sentivo l’umido del mare penetrarmi nelle ossa, nel mio vestito leggero. Ero più piccolo e magro dei bambini della mia età.

«Fu un lungo viaggio. Prima andammo a Bastia, dall’altra parte dell’isola. Poi un altro battello ci portò a Livorno e un altro ancora a Genova, Tolone e Marsiglia. Stavo tutto il giorno a guardare la costa che sfilava lentamente, cercavo dei segni di vita nei paesi che stavano tutti sulle colline, per paura dei pirati.

«Avrei voluto che il viaggio non finisse mai, perché sapevo che quando saremmo arrivati mi avrebbero separato anche da Giuseppe, che doveva andare in seminario e diventare prete. Così mi sarei trovato solo del tutto…»

«Povero Boney…» sospirò Betsy.

«Infine arrivò il momento del di stacco. Giuseppe era disperato. Era bianco come un lenzuolo e tremava come una foglia. Non capiva perché io non piangevo, come invece faceva lui. In realtà è scappata una lacrima anche a me, una sola, la sentivo scendere piano sulla guancia sinistra, grossa e rotonda come una pallina, ma l’ho subito asciugata. Guardavo fisso davanti a me e non volevo pensare a niente, non volevo sentire i singhiozzi di Giuseppe. Ma se avessi saputo cosa mi aspettava, credo che mi sarei messo a piangere anch’io, malgrado tutto il coraggio che mi sforzavo di avere»

«Era tanto brutto il collegio?»

«Era un edificio tetro, scuro, umido come se ci fosse stato il mare anche lì. La mia stanza era una celletta come quella dei monaci, con un lettino, un tavolo e basta. Non c’era riscaldamento. Sul letto c’era una coperta che doveva servire per l’inverno e per l’estate. Alle dieci di sera ci chiudevano a chiave nelle nostre cellette. Alla mattina ci svegliavano alle sei. Il bel sole di Corsica era un ricordo. Invano tendevo l’orecchio per sentire il rumore del mare, che mi era così familiare. Sentivo solo gracchiare i corvi»

«E se volevi uscire?»

«Dovevo suonare un campanello, ma non aprivano lo stesso. Non potevo ricevere pacchi né libri. Mi sentivo prigioniero. Ero completamente solo, per la prima volta in vita mia».

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Quando Betsy dice che «partire è un po’ morire» (p. 64), Boney racconta della sua partenza per il collegio. Quale indizio mostra che quel luogo per lui non era solo un edificio, ma un simbolo di perdita?

Le mani «molto curate, piccole e grassottelle» di Boney (p. 63), sembrano contrastare con l’immagine del condottiero. Scheggia, che cosa ti suggerisce questo indizio sulla vera personalità di Boney?

Napoleone ricorda la partenza per il collegio come un tradimento della Corsica e della madre. Quali dettagli ti fanno capire che la sua identità resta divisa tra due mondi?

I tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 12

Il signorino Malaparte

A quei racconti Betsy si sentiva stringere il cuore, come se in collegio ci fosse lei, sola e senza amiche. Chiese timidamente:

«Ma almeno i tuoi compagni erano gentili?»

Boney fece una smorfia:

«Gentili? Erano dei ragazzi crudeli, arroganti, pieni di disprezzo per quel piccolo bambino venuto dalla Corsica, che parlava male il francese, con i capelli troppo lunghi e le gambette che gli ballavano negli stivali. Mi chiamavano Gatto con gli stivali, Pezzente e Ficcanaso. Dicevano che i Còrsi erano dei selvaggi. Io mi arrabbiavo, gridavo: “i Francesi hanno preso la Corsica perché erano dieci contro uno, se fossero stati quattro contro uno non ce l’avrebbero mai fatta! Perché i Francesi sono dei vigliacchi!”

«Loro ridevano del mio accento còrso. “Ma come parli?” dicevano. “Chi ti ha insegnato a parlare?” E poi portavo quello strano nome che nessuno aveva mai sentito, Napoleone. “Cosa vuol dire Napoleone?” mi chiedevano sghignazzando. “Non ti chiamerai per caso Pentolone? Sì, si chiama Pentolone! O magari Pantalone!” E poi avevo quel cognome italiano, Buonaparte…»

«Ma allora tu sei italiano!»

«Tanto tempo fa, nel 1200, i miei antenati vivevano a Treviso, nel Veneto, vicino a Venezia…»

«Venezia! Che meraviglia!» si estasiò Betsy.

«…poi passarono in Toscana, a Firenze, e di lì a Sarzana. Lavoravano per la Repubblica di Genova, che era padrona della Corsica. Forse per questo sono passati in Corsica e lì sono rimasti»

«Ma tu, ti chiami Buonaparte o Bonaparte, che non ho ancora capito?»

«Prima, da bambino, ero Buonaparte, poi mio padre ha voluto cambiare cognome per farlo sembrare più francese. Così siamo diventati Bonaparte. Qualcuno che non ci amava ci chiamava anche Malaparte, come per esempio i miei compagni di collegio a Brienne. Alla mattina mi chiedevano: “Ha dormito bene il signorino Malaparte? Desidera qualcosa per colazione? Gradisce delle belle brioche ancora calde di forno?”»

«Brioche!» rise Betsy. «In quel postaccio maledetto! Erano proprio stupidi e cattivi, i tuoi compagni. Che cosa vi davano da mangiare?»

«Pane, acqua, qualche frutto, zuppa, alla domenica il bollito, raramente qualche dolcetto. Ma tu sai che a me il cibo non è mai interessato. Il tormento non era il cibo. Erano i compagni, i sorveglianti, gli istitutori. Un giorno uno di questi sorveglianti per punirmi di qualche cosa che non avevo fatto voleva che mangiassi in ginocchio. Gli ho urlato: “Mangerò in piedi, signore, e non in ginocchio, perché noi Còrsi ci inginocchiamo solo davanti a Dio!”»

«Corpo di mille draghi, Boney, ben detto! Gli hai dato quel che si meritava!» batté le mani Betsy.

«Non devi mai avere paura di qualcuno, Betsy. Io rispondevo a tutti. Accettavo le punizioni, ma non dovevano offendere il mio onore. Un giorno un altro professore, vedendo che non mi piegavo, mi ha chiesto: “Chi credete dunque di essere?” Io gli ho risposto: “Un uomo!” Ero un uomo ancora piccolo, ma da quel momento mi ha rispettato di più»

«Ma facevate anche dei giochi?»

«Un anno ha nevicato così tanto, che abbiamo potuto fare una bella battaglia a palle di neve. Io mi sono messo al comando di una squadra di compagni, abbiamo tirato su dei muretti di neve per meglio difenderci, e da lì abbiamo bersagliato i nostri nemici.

Avevamo messo dei piccoli sassi, dentro le palle di neve, così erano più pesanti e facevano più male. Ho mandato dei compagni a prendere alle spalle i nemici. Loro si sono visti attaccati ai lati, hanno cominciato a indietreggiare, allora io ho attaccato anche al centro e li abbiamo fatti scappare!»

«Hai vinto la battaglia! Anche in collegio, hai vinto! Ma quali materie ti insegnavano? Che cosa bisogna studiare per diventare un bravo generale?»

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Perché i compagni di collegio chiamavano Napoleone «Gatto con gli stivali» (p. 68)? A che cosa si riferiva quell’appellativo?

Come si collega la risposta «Un uomo!» (p. 70) all’impazienza di Napoleone di “diventare qualcuno” descritta nel cap. 8 (p. 51)?

Che cosa rivelano questa battaglia di neve e quelle raccontate nei capitoli precedenti (immaginate o con i fratelli) sul modo in cui Napoleone trasforma il gioco in prova di potere?

I tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 13 Cara mamma

Quando Betsy gli faceva tutte quelle domande, spesso Boney non rispondeva subito. Ogni tanto chiudeva gli occhi, pareva appisolarsi, e quando parlava la sua voce sembrava arrivare di lontano, come da una caverna. Oppure cercava le parole in fondo al bicchiere di limonata che gli piaceva tanto e che la signora Balcombe preparava con le sue mani a metà pomeriggio.

«Un bravo generale deve sapere tutto. Deve saper fare calcoli esatti, deve conoscere la storia, la geografia e soprattutto i suoi uomini… Ci davano lezioni di scherma, di portamento, di danza…»

«Di danza?» si stupì la bambina. «Non sapevo che i soldati amassero la danza»

«Beh» sorrise Boney «devo confessarti di essere sempre stato un pessimo ballerino. Così come non so cantare, non mi piace ballare»

«Quali erano le materie che ti piacevano di più?»

«Indovina un po’!»

«La matematica»

«Ammetti che non era una domanda difficile… Mi appassionavano i calcoli astrusi. E poi la matematica serve per pren-

dere le misure al mondo. Senza matematica non si può cambiare il mondo e io ero così ambizioso che volevo cambiarlo, farlo più grande e più bello e più efficiente, a mia immagine e somiglianza»

«A me la matematica non piace per niente» disse Betsy. «Invece mi piacciono i temi»

«Per amor di Dio! Io non ero proprio bravo, nei temi. I professori non riuscivano a leggere la mia calligrafia, la mia sintassi era un disastro. Però leggevo moltissimo, la notte, a lume di candela. La tenevo così vicina ai capelli che ogni tanto me li bruciacchiavo un po’. Leggevo le Vite parallele di Plutarco, le storie di grandi eroi. Ammiravo Alessandro Magno e Cesare. Mi dicevo che dovevo diventare come loro, anzi, più grande di loro!

«Rimpiango solo di non avere avuto più tempo per leggere libri, anche se ho letto molto, dappertutto, non appena avevo un minuto, perfino in battaglia. È bello avere in casa una biblioteca, sai? È come avere tanti amici. Pensa che in collegio ho trovato un atlante di geografia in cui c’era anche Sant’Elena. “Piccola isola” ho pensato io. Era tutto quello che si poteva sapere di lei. Eppure si potrebbero dire tante cose, di Sant’Elena. Qualcuno può perfino arrivare ad amarla…»

«Io la amo un po’ di più da quando ci sei tu. Ma quando non leggevi, cosa facevi?»

«Facevo due cose. La prima era coltivare un pezzetto di terra che mi avevano dato in uno dei cortili del collegio. Mi sembrava di tornare nei nostri poderi. Piantavo i semi, li bagnavo, andavo a controllare tutti i giorni se spuntava qualcosa, e quando appariva una fogliolina ero felice. Adesso che ci penso, veder crescere una piantina è molto più bello che

vincere una battaglia. Una piantina rappresenta il futuro, capisci, Betsy?»

«E la seconda cosa che facevi?»

«Mandavo lettere a mia madre… La supplicavo: “Scrivimi, scrivimi tanto!” E lei mi scriveva, povera donna… Mi diceva di avere pazienza, che ero a Brienne per il mio bene, che avrei imparato molte cose, che l’educazione che stavo ricevendo mi avrebbe permesso di diventare qualcuno, di fare carriera…

«Quando ricevevo le sue lettere, mi mettevo tranquillo per un po’. Poi ricominciavo a smaniare»

«Ma tuo padre non lo vedevi mai? Non ti veniva mai a trovare?»

Boney non rispose subito. Betsy capì e gli prese la mano. Finalmente il suo amico disse piano:

«Da quando sono entrato in collegio, non l’ho visto per cinque anni»

«Perché? Non ti voleva bene?»

«No. Aveva molti figli e molte cose da fare. Nei cinque anni che sono restato a Brienne sono nati altri tre fratelli: Paolina, Carolina e Girolamo. Sentivo la sua mancanza, anche se l’ho visto sempre così poco. Dopo due anni di collegio gli ho scritto una lettera che diceva: “Toglietemi di qua, padre mio, altrimenti scappo”»

«E lui ti ha tolto?» chiese Betsy preoccupata.

«Lui la lettera non l’ha nemmeno vista, perché era sempre in giro per i suoi affari. L’ha letta mia madre e mi ha sgridato. “Se scrivi ancora cose come queste a tuo padre, non mi occuperò più di te. Sei un bambino insolente, come osi parlargli così? Quello che lui fa, lo fa per il tuo bene”. Però mi ha mandato trecento franchi, con un biglietto che diceva:

“Questo denaro che ti mando non ha niente a che vedere con le cose che hai scritto e con le minacce che hai fatto!” Io mi sono commosso, perché mia madre risparmiava su tutto e so con quanta fatica ha messo da parte i soldi che mi mandava» «Per mille draghi!» batté le mani Betsy. «Era proprio in gamba tua madre».

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Napoleone dice che voleva cambiare il mondo «a sua immagine e somiglianza» (p. 73). Come definiresti la sua ambizione?

Boney confessa che leggere lo storico greco Plutarco lo spingeva a voler diventare più grande di Alessandro e Cesare. Se pensi a quando si paragonava a leoni e aquile, che cosa ti suggerisce questo nuovo indizio?

Quando Boney coltiva un pezzetto di terra dice che «veder crescere una piantina è molto più bello che vincere una battaglia» (pp. 73-74). A tuo avviso, che cosa svela questa frase su di lui?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 14 Centosettantasei gradini

Erano passati molti anni, ma il ricordo di Brienne faceva ancora male a Napoleone. Forse tutto quello che aveva fatto dopo, con tanta furia ed energia, non era stato altro che una lunga rivincita sognata in collegio.

A quattordici anni aveva superato un esame ed era stato ammesso alla prestigiosa Scuola Militare di Parigi.

«Scommetto che in collegio eri il primo della classe!» esclamò Betsy.

«Qui ti sbagli!» scoppiò a ridere Boney. «Ero uno degli ultimi! Qualche professore aveva capito che in me c’erano delle buone qualità, la volontà, la tenacia… Qualcuno disse che sarei potuto andare lontano. Certo non immaginava che sarei arrivato fin qui, dall’altra parte del mondo…»

«Non dire così, Boney, ti prego»

«…ma un altro, il signor Bauer professore di tedesco, disse che ero una gran bestia e che dovevo essere bocciato»

«E così sei andato a Parigi!»

«Ormai avevo quasi quindici anni e mi sentivo un uomo. Ero felice di lasciare quella gelida topaia di Brienne, e di vedere Parigi, di cui avevo tanto sentito parlare come vera ca-

pitale del mondo. Ero abituato alle stradine di Ajaccio e di Brienne, alla piazzetta con il tiglio davanti a casa mia. Ed ecco che mi si spalancavano davanti piazze immense, come quella dove avrebbero ghigliottinato il re Luigi, e viali alberati che correvano fino all’orizzonte, e palazzi alti anche cinque piani, a perdita d’occhio.

«Mi chiedevo: ma chi starà in questi palazzi così grandi? Quanta gente possono ospitare? E cosa faranno tutto il giorno? Non potevo immaginare che un giorno ci sarei finito io, e tutti mi avrebbero ubbidito. E poi la cattedrale, Notre-Dame, le cui torri sfioravano il cielo, e il fiume, la Senna, così ricco di acque, così profondo e maestoso.

«A Parigi ero arrivato proprio con un battello e mi sembrava di essere di nuovo nel porto di Ajaccio, quella gelida mattina di gennaio, ma tutto era più emozionante. Mi pareva che Parigi l’avessero costruita dei giganti. Tutto quello che avevo visto fino allora mi sembrava così piccolo, come la casa delle bambole delle mie sorelle. Ero come ubriaco, sempre con il naso all’aria, e dovevo stare attento a non farmi investire dalle carrozze.

«Anche il Palazzo di Campo di Marte, che ospitava gli allievi ufficiali, era una costruzione imponente, che toglieva il respiro, come tutto il resto della città. Avevo una stanza tutta per me, molto più ampia e luminosa della celletta di Brienne. Pensa che per raggiungere la mia stanza dovevo fare 176 gradini! Mi diedero una divisa molto elegante, giacca blu con il colletto rosso e i galloni in argento, e cappello a bicorno ricamato anche quello in argento.

Mangiavo bene e mi davano anche una sorta di stipendio. Lo mandavo tutto a mia madre, adesso che avevamo tre fratel-

li in più. Anzi, la mia famiglia aveva dovuto lasciare Ajaccio, perché mio padre, come ti ho raccontato, si era schierato con i Francesi, e i sostenitori degli Inglesi volevano ucciderci.

Mia madre dovette fuggire di notte con i miei fratelli ancora bambini, camminare per giorni e giorni, fino a quando riuscì a imbarcarsi su un battello che la portò in salvo in Francia.

C’era tanto da studiare, alla Scuola Militare. Ma questo non mi faceva paura. Pensa che c’erano quasi trenta materie: francese, grammatica, inglese, tedesco, letteratura, storia, geografia, fisica, matematica, disegno, scherma, equitazione, danza. Studiavamo anche le armi, che sarebbero diventate i nostri ferri del mestiere.

Ho deciso che sarei diventato un ufficiale d’artiglieria, perché mi piacevano i cannoni. Lì avrei potuto sfogare la mia passione per la matematica, perché con i cannoni bisogna saper fare dei calcoli esatti. Volevo diventare generale e già allora avevo capito che le battaglie le vince chi ha i cannoni migliori.

Dopo quasi dieci anni mi hanno mandato all’assedio di Tolone e lì mi sono distinto proprio perché sapevo far funzionare bene i cannoni e tirare giusto. Dopo Tolone mi hanno nominato generale. Pensa, avevo solo 27 anni!

Poi mi hanno mandato a comandare l’armata che partiva per l’Italia. La mia carriera è cominciata così. Sono partito che avevo una moneta in tasca ed eccomi qui, in una bella villetta di Sant’Elena, con tanti cari amici e tante capre selvatiche…»

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Scheggia, Napoleone dice che tutto quello che aveva fatto dopo il collegio, non era stato altro che una lunga rivincita sognata in quegli anni. Che cosa ti fa intuire questa frase?

Quando descrive Parigi, Napoleone la paragona a una città costruita da giganti (p. 78). Che cosa ci dice di lui questa affermazione?

Il giovane Napoleone sceglie l’artiglieria perché «con i cannoni bisogna saper fare dei calcoli esatti» (p. 79). Se pensi alla sua passione per la matematica, che cosa ti dice di lui questa scelta?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 15 Giovane ufficiale

Adesso Boney sorrideva amaramente. Betsy cavò dalla tasca dei suoi pantaloni tutti macchiati e strappati una scatoletta di liquirizia, la aprì e la offrì al suo amico: «Prendi un po’ di liquirizia, che ti toglierà la malinconia» propose.

«Grazie, vedo che ti sei messa a mangiare liquirizia anche tu. Come farei senza di te?»

«Ma almeno a Parigi avevi qualche amico?»

«Stavo sempre per conto mio. Dicevano che quando camminavo parlavo da solo, gesticolando. Però avevo un caro amico che, guarda un po’, si chiamava Alessandro…»

«Quanto sei rimasto alla Scuola Militare?»

«Poco più di un anno. Alla fine ho dato gli esami e mi hanno nominato sottufficiale. Mi hanno mandato in un reggimento nel sud della Francia… Ero di nuovo in partenza»

«E poi?»

«E poi ho cominciato a fare la vita del giovane ufficiale. Ero un ragazzo molto serio, che non sorrideva mai. Sono stato anche invitato alle feste dell’aristocrazia locale. C’era una nobile fanciulla che mi piaceva, e così ho detto al suo nobile padre che avrei voluto sposarla. Lui mi ha guardato fredda-

mente dall’alto in basso e mi ha risposto che non poteva dare sua figlia a un giovane ufficiale senza futuro»

«Corpo di mille draghi! E tu?»

«Io gli ho detto: “Vedrete molto presto, signore, cosa saprà fare il giovane ufficiale senza futuro! Vi pentirete per il resto della vita della vostra decisione!” Sai, Betsy, non basta essere degli aristocratici per avere un cervello funzionante. Di solito i nobili hanno dei cervelli più piccoli di quelli dei gabbiani, che almeno sanno volare»

«Anche mio padre dice che gli aristocratici sono noiosissimi. Dice che sono dei fossili. E poi?»

«Ho cercato di imparare tutte le tecniche del bravo artigliere: dove bisogna mettere i cannoni per attaccare una fortezza o una città, come calcolare il miglior angolo di tiro. Giravo sempre con delle carte geografiche sotto il braccio»

«È vero che tu hai la passione delle carte geografiche» disse Betsy «l’altro giorno ti ho sorpreso che avevi steso una mappa sul biliardo e stavi lì con i tuoi amici a studiare i vari momenti di una qualche battaglia che avevi fatto»

«Ma i miei dolori non erano finiti. Ci sono stati momenti, quando stavo alla Scuola Militare, che mi sentivo triste e non avevo più fiducia nemmeno in me stesso. Cercavo di reagire. Non bisogna arrendersi mai. Un giorno mi è arrivata la notizia che mio padre era morto a Montpellier. Il direttore della scuola è stato molto gentile con me, mi ha detto che se volevo potevo ritirarmi a piangere nell’infermeria. L’ho ringraziato, ma gli ho risposto che avevo abbastanza forza d’animo per sopportare la mia pena senza bisogno di essere consolato.

«Adesso il capo della famiglia ero io, anche se ero soltanto il secondogenito, perché Giuseppe non aveva un carattere

forte come il mio, come ti ho già raccontato… Questa volta ho dovuto scrivere io a mia madre per farle coraggio»

«Che cosa le hai detto?»

«Le ho detto: “Consolatevi, cara madre, le circostanze lo impongono. Noi figli raddoppieremo le nostre attenzioni e la nostra gratitudine verso di voi, felici se con la nostra obbedienza potremo compensarvi un poco della perdita del vostro amato sposo. Termino, cara madre, perché il dolore me lo ordina. Vi prego di calmare il vostro”»

«È molto triste tutto questo» sospirò Betsy. «Io credo che mio padre non morirà mai. È troppo allegro»

«Vedi, Betsy, bisogna accettare le prove che dobbiamo subire, anche le più dure, perché ti insegnano sempre qualche cosa»

«Ma tu, Boney, imparerai qualcosa anche dall’esilio a Sant’Elena?»

«Puoi starne sicura. Anche parlare con te mi fa capire delle cose su me stesso. Non si finisce mai di imparare»

«Io non ho mai imparato tante cose insieme in così poco tempo» sospirò Betsy. «Lo so bene che tu stavi meglio in Francia con tua moglie, il tuo bambino Re di Roma detto l’Aquilotto, ma sono così contenta che sei venuto qui… Ti confesso che prima del tuo arrivo mi annoiavo un po’»

«D’accordo, Betsy, non ci annoieremo mai. Spero che verrai a trovarmi a Boscolungo. A me non piace ricevere persone che vengono a guardarmi come se fossi una bestia rara. Ma tu e i tuoi fratelli potrete sempre venire ogni volta che vorrete»

«Questo è il più bel regalo che abbia ricevuto» disse Betsy «perfino più bello di un pony».

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Boney racconta che i nobili lo consideravano «un giovane u�iciale senza futuro» (p. 82). Che cosa ti fa intuire la sua risposta orgogliosa («vi pentirete per il resto della vita») sul suo carattere?

Scheggia, quando riceve la notizia della morte del padre, Napoleone non piange. Che cosa puoi dedurre sul suo modo di affrontare il dolore? Se ripensi al suo racconto, ha mai pianto in vita sua?

Scheggia, alla fine del capitolo, Betsy dice che l’invito di Boney a Boscolungo è «il più bel regalo […] perfino più bello di un pony» (p. 83). Che cosa ti fa intuire questa frase sul legame tra i due?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Capitolo 16

Il tempo degli addii

La nuova casa di Boscolungo non piaceva a Napoleone. Era umida e battuta dal vento, sperduta in mezzo alle colline, e poi era lontana dalla villa dei Balcombe. Adesso Betsy e i suoi fratelli avevano molte meno occasioni di vedere il loro amico Boney. Di quando in quando, Betsy continuava a dargli lezioni di inglese, ma Boney era un allievo sempre più malinconico e distratto. Però quando Betsy era malata, Boney faceva preparare dal suo pasticciere dei dolci speciali per lei e glieli mandava.

Un giorno il signor Balcombe andò ad annunciare a Boney che doveva tornare in Inghilterra con la sua famiglia. L’ultima visita fu molto triste. Betsy scoppiò a piangere e Boney dovette darle il proprio fazzoletto per soffiarsi il naso.

«Avevamo ancora tante cose da raccontarci, Boney!» disse la bambina tra le lacrime.

«Lo so. Ma tu adesso devi partire. Io quelle cose le scriverò, o meglio, le detterò al mio segretario. Un giorno stamperanno il libro con le mie memorie e tu se vorrai lo potrai leggere. Così saprai anche quello che non ti ho potuto raccontare a voce»

«Per mille draghi, puoi stare sicuro che lo leggerò, il tuo li-

bro, Boney. Ma non sarà la stessa cosa. Si stava bene a parlare, qui, sotto la pergola»

«Ci saranno altre pergole per te, altri cieli» disse Boney dolcemente.

«A me piaceva questa» disse Betsy con la voce già un po’ incrinata, tirando su dal naso.

«Anche quando sarai lontana, il ricordo di te, dei tuoi fratelli e dei tuoi genitori mi terrà compagnia. Certo non avrei mai pensato di diventare così amico di una famiglia di Inglesi. Ma è vero che non tutti gli Inglesi sono come voi e che non tutti i Francesi sono come me»

«Ma tu sei un Còrso, Boney!»

«Sì» sorrise Boney «sono un Còrso, sono orgoglioso di esserlo e non me lo sono mai dimenticato. Ma vedi, la nostra vera patria è là dove abbiamo degli amici e delle persone che ci vogliono bene»

«Allora la nostra patria è il mondo!» gridò Betsy.

«Sì, Betsy, proprio così. E adesso andate, ti prego. Devo rimettermi a dettare le mie memorie. Ma ricordatevi sempre del vostro amico Boney»

«Per mille draghi, Boney!» gridarono tutti insieme i bambini Balcombe. «Non ti dimenticheremo mai».

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

La casa di Boscolungo è «umida e battuta dal vento» (p. 85) e lontana dalla villa. Scheggia, questi dettagli di ambiente rendono visibile l’allontanamento tra Boney e i Balcombe? Come?

Boney parla di memorie e promette che le detterà al suo segretario perché Betsy un giorno le legga. Secondo te, come potrebbe essere interpretato il rapporto di Napoleone con la scrittura?

«La nostra vera patria è là dove abbiamo degli amici…» (p. 86).

Scheggia, in che modo questa frase cambia (o amplia) l’orgoglio còrso di Boney mostrato fin qui?

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

STRATEGIE DI LETTURA

Minilesson 1

IL CHIAROSCURO DEI PERSONAGGI

Che cosa impari

Per comprendere i personaggi, annota quando le loro azioni non sono coerenti con ciò che pensano. Le contraddizioni rendono una narrazione più verosimile, perché anche nella vita reale non è facile mantenere sempre coerenza tra pensieri e comportamenti.

Perché ti è utile

Un personaggio che si contraddice non è “sbagliato”: le incoerenze rivelano tensioni interiori, pressioni esterne o bisogni che non riesce a esprimere apertamente. Imparare a riconoscerle significa leggere più in profondità, cogliendo il conflitto tra intenzioni e azioni, tra ciò che il personaggio vorrebbe fare e ciò che invece fa.

Come si fa, passo per passo

Quando incontri un personaggio che si contraddice, fermati e prendi nota di ciò che accade.

1. Rifletti: perché si comporta così? Quali motivazioni lo spingono ad agire diversamente da ciò che pensa o afferma?

2. Torna al testo e cerca indizi che confermino o smentiscano le tue ipotesi. Ricorda che alcune spiegazioni possono emergere più avanti nella storia.

3. Metti insieme le tue osservazioni in un breve schema o testo che mostri la contraddizione e la sua possibile spiegazione.

Un esempio, per capire meglio

Nel romanzo Il giovane Napoleone, Boney – alias Napoleone –afferma che «veder crescere una piantina è molto più bello che vincere una battaglia» (pp. 73-74). Poco dopo, però, racconta con entusiasmo della sua carriera militare e della passione per i cannoni. Qui c’è una contraddizione: da un lato il personaggio mostra la sua sensibilità e la sua attrazione per una vita semplice, dall’altro continua a inseguire la gloria della guerra. Questa incoerenza rivela che dentro di lui convivono due spinte opposte: il bisogno di affetti e futuro, e l’ambizione di potere e vittoria.

Prova tu!

Prosegui l’analisi dei capitoli finali del romanzo.

• Trova un altro momento in cui Napoleone dice una cosa ma ne fa un’altra (per esempio, quando afferma che non si fida delle parole, ma poi dichiara di amare i pettegolezzi).

• Scrivi in poche righe quale tensione emerge da questa contraddizione.

• Rifletti su che cosa ci rivela del personaggio: è debolezza, maturità, o un modo per adattarsi alle circostanze?

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica ogni volta che vuoi capire meglio un personaggio: fermarti a osservare le sue incoerenze ti aiuta a leggere più in profondità e a scoprire la verosimiglianza nascosta nelle storie.

Minilesson 2

LE RELAZIONI TRA I PERSONAGGI

Che cosa impari

Osservare come i personaggi interagiscono ti aiuta a capire come si influenzano a vicenda: come nascono alleanze, conflitti, gerarchie e tensioni emotive. Le relazioni guidano le scelte e modellano la loro evoluzione.

Perché ti è utile

I rapporti tra i personaggi – così come tra le persone – non sono fissi: cambiano con il contesto e rivelano bisogni, vulnerabilità e strategie. Leggerli significa cogliere…

• RUOLI E POTERE: chi guida, chi resiste, chi media.

• RECIPROCITÀ: chi dà e chi riceve (attenzione, protezione, riconoscimento).

• CONFINI: che cosa è permesso e che cosa no, e da chi.

• EVOLUZIONE: come una relazione si trasforma tra scena e scena.

Come si fa, passo per passo

Per cogliere tutte le sfumature dei rapporti tra i personaggi, segui queste istruzioni.

1. Leggi la scena e annota chi parla, chi tace, chi decide e chi interrompe.

2. Raccogli indizi relazionali (tono, ironia, domande, gesti, oggetti condivisi) e prendine nota.

3. Usa l'organizzatore di p. 92: nella colonna "Personaggi coinvolti" scrivi i nomi della coppia di personaggi che stai analizzando; trasferisci poi gli indizi raccolti nella seconda colonna.

4. Scrivi nella terza colonna dell’organizzatore le svolte nel rapporto (confidenze, rifiuti, promesse, addii) e spiega brevemente perché quel momento cambia la dinamica.

5. Riassumi la relazione in poche righe direttamente sotto l’organizzatore: descrivi la dinamica, il bisogno reciproco e in che modo il rapporto orienta le scelte dei personaggi.

6. Controlla la coerenza: rileggi quanto hai scritto e verifica che ogni indizio sia collegato a un effetto narrativo (scena, decisione o svolta).

Un esempio, per capire meglio

Il rapporto tra Napoleone e la madre Letizia è segnato da forza e concretezza. Nei ricordi, lui la descrive come «la più bella ragazza di Ajaccio. La più coraggiosa.» (p. 31), capace di tenere insieme una famiglia numerosa con economia e disciplina. Nonostante lo rimproveri e lo picchi quando si azzuffa con i fratelli, Napoleone la ammira profondamente: la durezza diventa per lui un segno di amore pratico, di protezione attraverso la severità. La madre rappresenta il mondo dei fatti, contrapposto al padre sognatore: è lei che gli insegna la resistenza, la parsimonia, la concretezza della vita quotidiana. Questo rapporto rivela una tensione: Napoleone cerca gloria e grandezza, ma porta dentro di sé la lezione materna di resilienza e sacrificio. La sua ambizione si radica proprio in questa doppia eredità: disciplina familiare e desiderio di riscatto.

Prova tu!

• Analizza il rapporto di Napoleone con un altro personaggio della storia (con Betsy, con i generali, con i compagni di Brienne…).

• Individua tre indizi relazionali (un gesto, una frase, un oggetto condiviso…).

• Descrivi i rapporti di potere in gioco: chi guida, chi protegge, chi sfida?

• Spiega l’evoluzione della relazione: cambia qualcosa nel corso della storia?

• Concludi con una riga su come questo rapporto orienta una scelta del personaggio. Compila l’organizzatore mentre lavori: ti aiuterà a non perdere indizi importanti e a preparare il testo finale in modo più veloce.

Quando usare questa strategia

Ogni volta che vuoi capire perché un personaggio prende certe decisioni; le relazioni sono la leva nascosta che muove l’azione: leggerle ti permette di cogliere il senso profondo dei comportamenti e la loro trasformazione nel tempo.

Personaggi coinvolti

Scegli la coppia di personaggi tra cui pensi ci sia maggiore intesa o maggiore tensione.

Indizi relazionali

Alcuni esempi:

• un gesto (una mano appoggiata sulla spalla);

• una frase significativa;

• un oggetto condiviso (lettere, regali);

• un’azione che rivela cura, rifiuto o rivalità.

Significato del rapporto

Appunta:

• Che cosa rivela questo rapporto?

Protezione?

Gelosia?

Ammirazione?

• Chi guida e chi segue?

• Che cosa vuole ciascono/a dell'altro/a?

• La relazione cambia nel tempo?

PERSONAGGIO 1

PERSONAGGIO 2

La relazione tra i personaggi coinvolti:

Minilesson 3

IL CONTESTO CHE AIUTA A CAPIRE

Che cosa impari

Il contesto storico e sociale in cui un personaggio vive non è mai solo uno sfondo: analizzarlo ti aiuta a comprendere desideri, paure e scelte del personaggio.

Perché ti è utile

Ogni personaggio vive dentro un intreccio di relazioni e regole che lo condizionano. Non basta osservare i suoi gesti o le sue parole: bisogna cogliere anche l’ambiente che lo circonda, la famiglia che lo sostiene o lo ostacola, la società che lo giudica o lo limita. Imparare a leggere questi livelli significa riconoscere come le scelte di un individuo siano quasi sempre influenzate da forze esterne, e come il conflitto tra ciò che vuole e ciò che gli altri si aspettano da lui diventi parte integrante della storia.

Come si fa, passo per passo

Per mettere a fuoco il modo in cui l'ambiente esterno condiziona i personaggi, segui i seguenti passaggi.

1. Disegna tre cerchi concentrici che si sviluppano a partire da un nucleo. All’interno di esso, al centro, scrivi il nome del personaggio che vuoi analizzare.

2. Rileggi la storia e individua i passaggi in cui compare il personaggio: annota desideri, paure, vantaggi e limiti che emergono. Riporta queste riflessioni nel box corrispondente al primo cerchio.

3. Nel secondo cerchio, concentrati sulle relazioni più vicine: famiglia, amici, compagni. Scrivi che cosa si aspettano da lui/lei e come influenzano il suo umore o le sue ambizioni.

4. Nel terzo cerchio, rifletti sul contesto più ampio: società, regole, ambiente storico. Quali vincoli o opportunità derivano da questo livello? Ci sono contrasti tra ciò che la famiglia chiede e ciò che la società impone?

5. Alla fine, sintetizza le tue osservazioni in un breve testo o schema che mostri come i cerchi si influenzino l'un l'altro.

Un esempio, per capire meglio

Proviamo ad analizzare il personaggio di Napoleone.

• Nel primo cerchio annotiamo i suoi desideri di grandezza e la paura della solitudine, visibili nei capitoli sul collegio e sull’esilio.

• Nel secondo cerchio troviamo la madre, che lo sostiene con lettere e denaro, e Betsy, che gli offre amicizia e ascolto; ma anche i compagni di Brienne, che lo deridono e lo spingono alla rivalsa.

• Nel terzo cerchio dobbiamo rappresentare il suo rapporto con la società: la Corsica che gli dà radici, la Francia che lo forma come ufficiale, l’Inghilterra che lo sorveglia a Sant’Elena. Qui si vede il contrasto tra l’orgoglio còrso e le regole francesi, tra la gloria imperiale e la prigionia inglese.

Prova tu!

Prosegui l’analisi utilizzando l’organizzatore grafico.

• Completa il primo cerchio con altri desideri e paure di Napoleone (per esempio la paura che la sua famiglia lo dimentichi, ora che è lontano e isolato sull’isola).

• Nel cerchio intermedio, aggiungi come cambia il rapporto con Betsy quando arriva il tempo degli addii, oppure analizza il legame con la sorella Paolina.

• Nel cerchio esterno, rifletti su come l’esilio a Sant’Elena modifichi la sua idea di patria.

Quando usare questa strategia

Questa tecnica è utile ogni volta che vuoi capire un personaggio stretto tra desideri personali, relazioni familiari e regole sociali. Rappresentare questi rapporti come propone l'organizzatore grafico ti aiuterà a vedere come questi livelli si intrecciano e a comprendere meglio le scelte che compie ogni personaggio.

Intimità

Personaggio:

Famiglia e amici

Società

Minilesson 4

L’AMBIENTAZIONE NON È UN DETTAGLIO

Che cosa impari

Per comprendere il valore narrativo dell’ambientazione, osserva i paesaggi che rispecchiano l’animo dei personaggi. I luoghi non sono mai neutri: possono amplificare emozioni, riflettere stati d’animo o creare contrasti che rendono la storia più intensa.

Perché ti è utile

L’ambiente che circonda un personaggio non è solo sfondo: può diventare specchio delle sue emozioni o rivelare tensioni interiori. Imparare a leggere questa corrispondenza ti aiuta a cogliere come la natura, le case, le città o i paesaggi siano descritti in modo soggettivo, cioè filtrati attraverso lo sguardo del protagonista. Così puoi capire meglio i suoi pensieri e il modo in cui vive la realtà.

Come si fa, passo per passo

Per aiutarti a renderti conto di come l'ambiente contribuisca a definire i personaggi, procedi seguendo questi passaggi.

1. Dividi una pagina in tre sezioni, come nello schema a pagina 98:

• PERSONAGGIO

• AMBIENTAZIONE

• CHE COSA HANNO IN COMUNE

2. Rileggi il racconto e annota le caratteristiche fisiche e caratteriali del personaggio scelto.

3. Fai lo stesso con l’ambientazione: raccogli descrizioni di luoghi, paesaggi, condizioni atmosferiche.

4. Confronta i due box e chiediti: ci sono somiglianze? L’ambientazione riflette o contrasta con lo stato d’animo del personaggio?

5. Scrivi le tue riflessioni nello spazio apposito, evidenziando come il paesaggio diventi specchio o contrappunto delle emozioni.

Un esempio, per capire meglio

Nel romanzo Il giovane Napoleone, quando Boney si trasferisce a Boscolungo, la nuova casa è descritta come «umida e battuta dal vento, sperduta in mezzo alle colline» (p. 85). Questo paesaggio ostile riflette la sua malinconia e la distanza dagli amici Balcombe.

• PERSONAGGIO: Napoleone appare sempre più triste e distratto; senza la compagnia di Betsy, si lascia prendere dai suoi ricordi, dalle scarse prospettive di riscatto, dalla nostalgia.

• AMBIENTAZIONE: la casa isolata e il vento continuo accentuano la sensazione di solitudine.

• CHE COSA HANNO IN COMUNE: il paesaggio diventa specchio del suo stato d’animo; l’isolamento esterno corrisponde all’isolamento interiore.

Prova tu!

• Scegli un altro momento in cui l’ambiente sembra riflettere o contraddire le emozioni di Napoleone.

• Compila l'organizzatore grafico: PERSONAGGIO –AMBIENTAZIONE – CHE COSA HANNO IN COMUNE.

• Rifletti su come l’ambientazione contribuisca a rendere più intensa (o meno intensa) la percezione del suo esilio.

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica ogni volta che vuoi capire se il rapporto tra personaggi e luoghi è utile per rivelare o mettere in evidenza dettagli significativi. Quando l’ambiente non è solo uno sfondo, ma riflette o contrasta le emozioni, osservare queste corrispondenze aiuta a cogliere la soggettività delle descrizioni e a leggere più in profondità.

Personaggio

Personaggio

Ambientazione

Ambientazione

CHE COSA HANNO IN COMUNE
CHE COSA HANNO IN COMUNE

Minilesson 5

IL FILO TRA PASSATO E PRESENTE

Che cosa impari

Molte storie alternano episodi del presente e ricordi del passato. Comprendere come questi due livelli si intrecciano ti permette di valutare meglio la costruzione del personaggio e il senso profondo della narrazione.

Perché ti è utile

Il presente e il passato non sono mai separati: si illuminano a vicenda. Il presente mostra il personaggio com’è diventato, mentre il passato rivela le radici di ciò che prova e pensa. Saper leggere questo rapporto significa riconoscere come la memoria diventi parte integrante della storia, e come il racconto di oggi sia sempre influenzato da ciò che è accaduto ieri.

Come si fa, passo per passo

Non è sempre immediato definire, in una storia, il rapporto tra presente e passato; per non sbagliare, segui questi step.

1. Rileggi i capitoli e individua i momenti in cui il narratore o il personaggio passa dal presente al passato.

2. Annota che cosa accade nel presente e che cosa viene ricordato.

3. Chiediti: quale legame c’è tra i due livelli? Il passato spiega un atteggiamento del presente? Il presente rilegge in modo diverso un episodio del passato?

4. Metti insieme le osservazioni in uno schema o breve testo che mostri come il filo della memoria attraversa la narrazione.

Un esempio, per capire meglio

Nel romanzo Il giovane Napoleone, quasi tutti i capitoli si svolgono nel 1815, durante l’esilio a Sant’Elena. Ma il primo capitolo è diverso: ci porta indietro al 1781, quando Napoleone è ancora bambino. Questo scarto temporale è significativo: il racconto si apre nel

passato, per mostrare le radici della solitudine e dell'ambizione del protagonista, e poi si sposta nel presente dell’esilio, dove quei ricordi diventano ferite ancora aperte.

• Presente: Napoleone è malinconico, confinato, e racconta a Betsy la sua vita.

• Passato: emergono episodi di infanzia e giovinezza (collegio, famiglia, prime battaglie di neve).

• Connessione: il passato spiega la malinconia del presente; il presente rilegge il passato come una lunga rivincita o come un rimpianto.

Prova tu!

Prosegui l’analisi.

• Trova un episodio in cui Napoleone racconta un ricordo (per esempio, la vita in collegio o quella nella casa di famiglia ad Ajaccio).

• Scrivi che cosa accade nel presente e che cosa viene ricordato.

• Rifletti su come il passato illumina il presente: spiega un atteggiamento? Rivela una ferita? Mostra un sogno non realizzato?

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica ogni volta che un testo alterna presente e passato. Non solo in Il giovane Napoleone, ma anche in romanzi di formazione, racconti autobiografici o storie che intrecciano memoria e attualità. Fermarti a osservare come i due livelli dialogano ti aiuterà a capire meglio il senso della narrazione e la profondità dei personaggi.

UNA LETTURA SIGNIFICATIVA

Che cosa impari

• Per individuare connessioni con le storie che leggi, trova in esse qualcosa che parla di te o del mondo che ti circonda. Questo ti aiuta a rendere la lettura più significativa e a scoprire come i testi possano dialogare con la tua esperienza e con altre opere.

Perché ti è utile

I personaggi e le vicende non vivono solo “dentro” il libro: possono risuonare con la tua vita, con la società in cui vivi o con altre storie che conosci. Imparare a riconoscere questi legami significa trasformare la lettura in un’esperienza attiva, capace di farti riflettere su te stesso/a, sugli altri e sul mondo.

Come si fa, passo per passo

Quali connessioni ci sono tra te e il testo che hai letto? E di che tipo? Per imparare a portarle allo scoperto, utilizza queste istruzioni!

1. Rileggi il racconto e chiediti quali aspetti ti sembrano familiari o vicini alla tua esperienza.

2. Annota se la connessione riguarda:

• la tua vita personale;

• il mondo intorno a te;

• altre opere (libri, film, serie).

3. Rifletti: questa somiglianza ti ha aiutato a capire meglio la storia o i personaggi? Ti ha fatto scoprire qualcosa di nuovo su di te o sulla società?

4. Scrivi le tue conclusioni e, se vuoi, condividile con la classe.

Minilesson 6

Un esempio, per capire meglio

Nel romanzo che hai letto, Betsy e Boney a p. 86 parlano di “patria”: lui dice che la vera patria è dove ci sono amici e persone che ci vogliono bene, e Betsy conclude «allora la nostra patria è il mondo». Questa riflessione può creare una connessione con il presente: anche oggi molti ragazzi vivono amicizie e legami che superano confini geografici o culturali.

• Connessione personale: puoi pensare a un’amicizia che ti ha fatto sentire “a casa” anche lontano da casa.

• Connessione sociale: la frase di Betsy richiama l’idea di cittadinanza globale, molto discussa oggi.

• Connessione intertestuale: altri libri o film parlano di amicizie che superano barriere (per esempio, storie di migrazione o di viaggi).

Prova tu!

• Trova un passaggio che ti sembra vicino alla tua esperienza o al mondo che conosci.

• Scrivi se la connessione è personale, sociale o intertestuale.

• Rifletti su che cosa ti ha fatto capire di più del personaggio o della storia.

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica ogni volta che vuoi rendere la lettura più viva e significativa. Quando un personaggio o una situazione ti ricorda qualcosa di tuo, del mondo intorno a te o di altre opere, fermati a cogliere queste connessioni per costruire un ponte tra la letteratura e la tua esperienza quotidiana.

STRATEGIE DI SCRITTURA

RACCONTO BIOGRAFICO

fase 1 – RICERCA DELLE IDEE

Minilesson 1 – CERCARE IDEE SU UN PERSONAGGIO

Che cosa impari

I personaggi più interessanti non sono perfetti: hanno contraddizioni che li rendono simili a persone reali. Imparare a cercare queste crepe ti aiuta a inventare figure credibili.

Perché ti è utile

Grazie a questa minilesson, saprai osservare un personaggio con attenzione, a raccogliere materiali utili e a riconoscere dettagli che mostrano un lato luminoso e un lato d’ombra.

Come si fa, passo per passo

Scegli un personaggio storico o uno che appartiene al mondo contemporaneo.

1. Cerca su di lui/lei almeno quattro indizi: due che mostrano un lato positivo, due che ne rivelano limiti o errori.

2. Scrivi alcune scene in cui il personaggio dice qualcosa e compie un’azione che sono in contraddizione (per esempio: il personaggio afferma di non volere il potere, ma poi cerca riconoscimento).

3. Individua la contraddizione che ti sembra più significativa.

4. Pianifica una scena chiave in cui la contraddizione emerga senza spiegazioni esplicite.

5. Conserva tutto: sarà il materiale di base del tuo personaggio.

Un esempio, per capire

meglio

Il giovane Napoleone: a p. 9 Napoleone bambino resta in classe da solo perché «non voleva stare con gli altri compagni in una camerata altrettanto fredda». Le sue parole e la sua scelta mostrano orgoglio e distacco. Ma poche righe dopo (a p. 10) leggiamo: «Avrebbe voluto soltanto avere un amico con cui parlare». Qui emerge il bisogno di compagnia e affetto. La contraddizione è chiara: da un lato rifiuta la compagnia, dall’altro la desidera. È proprio questa incoerenza che rivela la complessità del personaggio: un ragazzo che vuole apparire forte e indipendente, ma che porta dentro di sé un bisogno nascosto di legami.

Esempio inventato: Luca, capitano della squadra di basket. Dice sempre che “è la squadra che conta”, ma durante le partite ignora i compagni e gioca da solo. La sua frase e il suo comportamento non coincidono, e questa contraddizione ti offre un ottimo punto di partenza per costruirlo come personaggio complesso.

Prova tu!

• Scegli un personaggio – storico o contemporaneo – che ti incuriosisce. Dopo aver svolto una breve ricerca online, raccogli quattro notizie o episodi che lo riguardano e che rivelano di lui aspetti contraddittori.

• Scrivi una scena (15–20 righe) in cui la sua incoerenza diventa visibile, senza aggiungere spiegazioni.

Quando usare questa strategia

Ogni volta che vuoi creare personaggi che sembrino veri e realistici: nelle biografie narrative, nei racconti di formazione, nei racconti storici.... Ti aiuterà a evitare figure troppo semplici o “finte” e a dare spessore alle tue storie.

fase 2 – PIANIFICAZIONE

Minilesson 2 – PERSONAGGI A STRATI

Che cosa impari

Ogni personaggio mostra qualcosa e nasconde qualcos’altro: distinguere questi due livelli, quando scrivi, ti aiuterà a decidere che cosa rivelare e quando.

Perché ti è utile

Questa minilesson ti aiuterà a progettare personaggi dotati di profondità e a gestirli in maniera funzionale per la storia il momento in cui rivelare le loro verità, mantenendo ritmo e tensione nella narrazione.

Come si fa, passo per passo

1. Dividi una pagina in due colonne: Strato superficiale / Strato profondo.

2. Nella colonna Strato superficiale scrivi frasi, atteggiamenti e comportamenti che il personaggio mostra agli altri.

3. Nella colonna Strato profondo annota paure, desideri che il personaggio non dice apertamente.

4. Scegli un gesto o un comportamento che tradisca lo “strato profondo” (per esempio: parole pronunciate con sicurezza, ma dettaglio delle mani tremanti).

5. Progetta una breve sequenza (3-4 scene) in cui il lettore intuisce progressivamente il lato nascosto del personaggio. La verità non deve essere spiegata, ma dedotta progressivamente dai dettagli.

Un esempio, per capire meglio

Il giovane Napoleone: davanti a Betsy, Napoleone si presenta come un uomo elegante e sicuro, che indossa ogni giorno la divisa con medaglie e decorazioni (strato superficiale). Ma nello stesso tempo confessa che ci si può sentire soli anche in mezzo a un esercito (strato profondo). La sua immagine di condottiero fiero si incrina:

dietro la facciata di potere si rivela un bisogno di compagnia e affetto.

Esempio inventato: Luca appare sicuro di sé davanti agli altri, sempre pronto a incitare la squadra (strato superficiale). Ma quando deve tirare un libero decisivo, rigira nervosamente la palla tra le mani e abbassa lo sguardo (strato profondo): teme di non essere all’altezza. Un gesto rivela ciò che le sue parole non dicono.

Prova tu!

• Scegli un personaggio e dividi il foglio di lavoro in due colonne: da una parte appunta ciò che il soggetto analizzato mostra agli altri, dall’altra ciò che tiene nascosto.

• Poi inventa una breve scena (10–15 righe) in cui un gesto o un dettaglio fa capire al lettore ciò che il personaggio non rivela apertamente.

Quando usare questa strategia

Usala quando vuoi dare spessore ai tuoi personaggi e rendere le tue storie più realistiche. Ti serve soprattutto nella fase di progettazione, ogni volta che vuoi mostrare al lettore non solo ciò che il personaggio dice o fa, ma anche ciò che nasconde dentro di sé.

Minilesson 3 – COSTRUIRE PERSONAGGI

IMMERSI NEL LORO CONTESTO

Che cosa impari

Desideri, scelte e problemi non nascono dal niente: dipendono dalle relazioni e dalle regole che circondano il personaggio.

Perché ti è utile

Grazie a questa minilesson, impari a capire come il mondo esterno a un personaggio influisca sulle sue azioni e a creare scene che nascano da questo intreccio.

Come si fa, passo per passo

1. Prendi spunto dall'organizzatore grafico di pagina 95 e disegna sul tuo quaderno tre cerchi concentrici.

2. Al centro scrivi: INTIMITÀ – che cosa vuole il personaggio, che cosa teme, che cosa lo guida.

3. Nel cerchio intermedio scrivi: FAMIGLIA E AMICI – quali persone vicine lo aiutano o lo ostacolano.

4. Nel cerchio esterno scrivi: SOCIETÀ – ambiente, regole, limiti e occasioni.

5. Individua un conflitto che nasce da questi livelli e pensa a come mostrarlo.

Un esempio, per capire meglio

Il giovane Napoleone: al centro c’è Napoleone con la sua necessità di lasciare un segno. Nel cerchio intermedio, ci sono Betsy che lo ascolta, i Balcombe che lo ospitano e gli Inglesi che lo controllano. Nel cerchio esterno, infine, Sant’Elena, un’isola dura e piena di restrizioni. Osservando insieme i tre livelli, capisci perché Napoleone si scoraggia e perché ha bisogno di raccontarsi.

Esempio inventato: Al centro c’è Luca con il suo desiderio di vincere e di essere riconosciuto. Nel cerchio intermedio ci sono i compagni che lo accusano di egoismo e l’allenatore che lo sprona a collaborare. Nel cerchio esterno c’è la pressione del campionato scolastico e le aspettative della città. La storia nasce esattamente da questo intreccio.

Prova tu!

Disegna i tre cerchi per il tuo personaggio. Scrivi una scena per ciascun livello (3 brevi scene, 6-8 righe ciascuna) collegandole con una linea narrativa.

Quando usare questa strategia

Quando devi progettare conflitti realistici che abbiano cause chiare: i personaggi agiscono in un certo modo anche per via delle tensioni che esercitano su di lui fattori esterni.

fase 3 – STESURA

Minilesson 4 – INTRECCIARE PERSONAGGI

E AMBIENTAZIONE

Che cosa impari

L’ambientazione (luoghi, suoni, odori) non è uno sfondo: crea atmosfera, suggerisce emozioni e rende più viva la scena.

Perché ti è utile

Questa minilesson ti aiuterà a scegliere dettagli sensoriali funzionali, a bilanciare descrizione e azione e a far “parlare” il luogo insieme al personaggio.

Come si fa, passo per passo

1. Decidi qual è l’emozione dominante del personaggio nella scena che stai scrivendo (nostalgia, rabbia, imbarazzo…) e scrivila in cima al foglio: ti servirà come “stella polare”.

2. Trova tre elementi concreti che il lettore può vedere/annusare/ toccare/udire e che riflettano o contrastino l’emozione. Cerca di usare almeno due sensi diversi (vista + udito o tatto + olfatto).

3. Inizia a scrivere la scena mostrando subito qualcosa che il personaggio fa o dice, senza spiegazioni. Scegli un gesto che incarni l’emozione, come stringere una foto, respirare a fondo…

4. Subito dopo il gesto, descrivi uno dei dettagli sensoriali scelti: fallo agire come una reazione del personaggio. Collega il dettaglio al gesto con una congiunzione o una causa/effetto breve, come “mentre”, “come se”, “e”.

5. Mostra qualcosa che crea tensione o movimento: un piccolo ostacolo, una parola detta, un ricordo che riaffiora, un altro personaggio che entra.

6. Termina la scena con una reazione del personaggio che risponda sia all’emozione interiore, sia a ciò che è successo nel mondo esterno (gesto, parola, silenzio). Ricorda che una reazione sensoriale o fisica (un sospiro, un passo, una mano che stringe) risulta più efficace di una spiegazione verbale.

Un esempio, per capire meglio

Il giovane Napoleone: Quando Napoleone arriva a Sant’Elena (p. 13), il vento che batte l’isola e la roccia nera e umida rendono palpabile la sua malinconia: l’ambiente dice ciò che lui non dice. Ma la scena non resta statica: mentre esplora il giardino dei Balcombe, incontra Betsy (p. 15) che lo guarda senza timore e gli sorride. Questo gesto inatteso rompe la sua solitudine e crea movimento. L’ostacolo implicito – la diffidenza degli Inglesi che lo chiamano solo “generale Bonaparte” – si scioglie per un attimo grazie alla spontaneità della bambina. La tensione tra isolamento e accoglienza si traduce in una risposta concreta: Napoleone accetta di fermarsi nel padiglione del giardino, trasformando un luogo ostile in uno spazio più intimo e caldo. L’ambiente segue le sue emozioni, ma anche le azioni e gli incontri che lo modificano.

Esempio inventato: Luca fa rimbalzare continuamente il pallone, se lo passa da una mano all’altra nervosamente prima di una partita importante. Il pallone rimbalza secco sul parquet, il brusio del pubblico cresce, le luci del palazzetto sembrano troppo forti. Ogni dettaglio ti fa sentire la sua tensione, e la scena diventa molto più viva.

Prova tu!

Scrivi una scena di 10-15 righe seguendo lo scaletta: scegli l’emozione, tre dettagli sensoriali e lavora sull’integrazione personaggio + ambiente.

Quando usare questa strategia

In ogni stesura narrativa: romanzi storici, racconti realistici, scene teatrali, descrizioni di luoghi significativi.

fase 4 – REVISIONE

Minilesson 5 – CONTROLLARE L’EQUILIBRIO

TRA PRESENTE E PASSATO

Che cosa impari

I ricordi possono chiarire il presente, ma solo se sono ben inseriti nella narrazione. La revisione serve a verificare la coerenza del filo della memoria.

Perché ti è utile

La minilesson ti insegnerà a controllare i passaggi temporali e a usare i ricordi in modo chiaro e significativo.

Come si fa, passo per passo

1. Dopo aver completato la prima stesura, evidenzia le parti al passato. Rileggi il testo lentamente e marca ogni ricordo o flashback: ti serve per vedere subito dove la scena “salta indietro”.

2. Per ogni parte evidenziata, fermati un secondo e chiediti: questo ricordo spiega un comportamento? Rivela una paura? Chiarisce un’emozione? Se la risposta è “no”, probabilmente non serve. Se un ricordo appesantisce il testo, taglialo o riducilo a poche righe: meglio poco ma essenziale.

3. Controlla che tempi verbali e passaggi siano chiari. Assicurati che il lettore capisca sempre dove si trova: nel presente o nel passato. Puoi aiutarti con piccoli segnali (“ricordò”, “gli tornò in mente”, “allora…”).

4. Rileggi ad alta voce e osserva il ritmo. Se senti che la scena “si blocca” troppo a lungo nel ricordo, rientra prima nel presente. Se invece scivola via troppo in fretta, aggiungi un dettaglio che colleghi passato e presente.

Un esempio, per capire meglio

Il giovane Napoleone: la storia inizia con l’infanzia di Napoleone (nel 1781) e poi passa al suo esilio da adulto. Il salto nel tempo ti fa capire subito che tutto il resto nasce da quel passato. Ogni ricordo

che riemerge dopo illumina un lato del presente e ti aiuta a comprendere il suo carattere.

Esempio inventato: quando Luca sente l’odore della resina del parquet, gli torna alla mente il primo allenamento da bambino, quando sbagliò tutti i tiri e si sentì ridicolo. Il ricordo è breve ma intenso e spiega perché oggi ha tanta paura di fallire. Basta un legame chiaro per dare senso al flashback.

Prova tu!

Rileggi il tuo testo; per ogni ricordo rispondi in una riga: serve? Se sì, valuta se potenziarlo con un dettaglio sensoriale; se no, elimina o accorcia.

Quando usare questa strategia

Sempre nelle revisioni: dopo la prima stesura, prima della consegna finale o della lettura in classe.

Sull’isola di Sant’Elena, durante l’esilio, Napoleone Bonaparte racconta la propria infanzia a Betsy Balcombe, una giovane ragazza inglese curiosa e intelligente. Attraverso la sua voce scopriamo il bambino e l’adolescente còrso, cresciuto ai margini della Francia e dell’Europa, tra famiglia, studio e ambizione. Emergono gli anni decisivi in cui si formano il pensiero, il carattere e le aspettative di un uomo destinato a cambiare la Storia.

Un romanzo di formazione che mostra come idee, disciplina e sogni possano cambiare il destino di una persona e, a volte, del mondo.

DETECTIVE DEL TESTO

è la collana di narrativa che invita lettrici e lettori della scuola secondaria a vivere il Writing and Reading Workshop come un’indagine: ogni opera diventa un caso da approfondire, da interrogare con domande autentiche e indizi che stimolano un rapporto critico e personale con il testo. Ogni volume unisce una narrazione senza note, pensata per una lettura piena e autonoma, a pagine di taccuino che invitano a osservare, annotare e interpretare. Le minilesson �inali di lettura e scrittura offrono strategie chiare, esempi mirati e organizzatori gra�ici: tutti gli elementi chiave del WRW in un formato accessibile e immediato, da utilizzare in classe o a casa.

Questovolumesprovvistodeltalloncinoèdaconsiderarsi I.d,CAMPIONEGRATUITOfuoricampoIVA(Art.2,c.3, PrincipatoDPR633/1972eArt.4,n.6,DPR627/1978) -Gallucciinclasse978-88-416-5454-5IlgiovaneNapoleone

www.detectivedeltesto.it

A partire dagli 11 anni

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Issuu converts static files into: digital portfolios, online yearbooks, online catalogs, digital photo albums and more. Sign up and create your flipbook.