Caramelle dal cielo

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Percorsi per il Writing and Reading Workshop a cura di Caterina Guagni

Marta Palazzesi

Caramelle dal cielo

Apparato didattico WRW a cura di Caterina Guagni

Redazione ELi: Francesca Bugiolacchi

Redazione Gallucci: Francesca Magnanti

Responsabile di produzione ELi: Francesco Capitano

Impaginazione: Akhu, Roma

Copertina: PEPE nymi

Logo detective: Joshua Held

Disegni: Marta Baroni

Pubblicato in accordo con Grandi & Associati, Milano

Lettering del titolo: Pemberley Pond

Disegno di copertina: Giuseppe Palumbo

© 2026 Carlo Gallucci editore srl

© 2026 Principato, Gruppo Editoriale ELi

Prima edizione © 2021 Carlo Gallucci editore srl – Roma

e il logo g sono marchi registrati

info@galluccieditore.com

www.gruppoeli.it info@gruppoeli.it

Viale E. Jenner, 17 - 20159 Milano galluccieditore.com

Stampato in Italia presso

Tecnostampa - Pigini Group Printing Division - Loreto – Trevi 26.85.090.0

ISBN 978-88-416-5453-8

Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da parte dell’editore.

Marta Palazzesi Caramelle dal cielo

Ehi tu! Pssss, tu! Sì, sì, proprio tu: vieni qua, presto!

MA FAI PIANO!

Ti interessa un lavoretto? Sono un DETECTIVE DEL TESTO, ma tu puoi chiamarmi CAPO. Io ti chiamerò con il nome in codice Scheggia, perché dovrai essere veloce nel cogliere i dettagli e affondare i tuoi acuti quesiti nel cuore del mistero. Quali quesiti, dici?

Ti spiego: il mio mestiere è trovare indizi nascosti tra le pagine. Ogni storia – anche quella che sembra più semplice – custodisce segreti: dettagli, parole, simboli e sfumature che aiutano a capire meglio.

Quindi, se mi vuoi accompagnare, prendi appunti, raccogli informazioni, non farti sfuggire niente: ogni parola è importante!

Ok? Partiamo?

(Se accetti, fai sì con la testa.) (Ehi, non così veloce, aspettami!)

Be’, innanzitutto una bella storia, e quella ce l’abbiamo!

Anzi, sai che ti dico? Che al taccuino penso io: te lo inserisco direttamente tra le pagine del libro.

EHI, SCHEGGIA! È IL MOMENTO DI DIVENTARE UN VERO DETECTIVE DEL TESTO! Cosa ti serve, dici?

Un paio d’occhi belli attenti, pronti a cogliere ogni dettaglio. Se non ci vedi bene, sarà meglio che porti con te una lente d’ingrandimento!

Foglio e penna, naturalmente, sennò dove annoti le tue osservazioni?

Qui dovrai prendere nota di tutti gli indizi che trovi. Per darti un aiuto – sei pur sempre un apprendista! –ho inserito anche alcune domande che ti aiuteranno a formulare delle ipotesi.

Alla fine del libro troverai delle STRATEGIE DI LETTURA: sono una specie di piccolo manuale dell’investigatore del testo. Ti aiuteranno a organizzare gli indizi che hai trovato e a scoprire tutti i segreti del testo.

Se poi volessi anche metterti alla prova con una storia tutta tua – sia mai che tu voglia raccontare una delle tue indagini! – hai a disposizione anche delle STRATEGIE DI SCRITTURA!

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, RIFLETTI E FORMULA LE TUE IPOTESI!

Il titolo del romanzo ti convince?

Che mi dici di queste caramelle dal cielo: che cosa pensi che possano essere? Dai un’occhiata alla copertina: secondo te, si vedono?

Già che ci sei, continua a guardare la copertina… Che tipo di personaggi o avventure pensi che ci aspettino? E i colori… ti sembrano scelti a caso, o nascondono un indizio preciso?

Ma tu l’avresti disegnata così? Se no, come?

“…cadevano come lunghe caramelle nere sulla città”
Giulia Oliveri Cosentini
“Invano cerchi tra la polvere, povera mano” Salvatore Quasimodo, Milano, agosto 1943

Equilibrio

Alcuni dicevano che la guerra fosse una questione di strategia. Altri, invece, che dipendesse dall’abilità militare sul campo. Altri ancora sostenevano che senza un po’ di sana fortuna la vittoria non sarebbe mai arrivata.

Per Antonio, invece, la guerra era equilibrio.

«Lo vuoi questo fazzoletto per il compleanno di tua moglie? Guarda quanto è bello. Senti la leggerezza del tessuto. Questo è lino. Capito? E i ricami? Roba raffinata, roba da signori di città».

Il contadino aveva le palpebre pesanti. Appoggiato al forcone, con uno stelo d’erba che gli spuntava dall’angolo destro della bocca, guardava il fazzoletto che il ragazzo faceva danzare con sapienza nell’aria fresca di quell’alba di agosto.

Si erano incontrati al solito posto, sotto a un vecchio albero dalle fronde scure a confine tra due proprietà. Era quello il loro personale campo di battaglia, dove entrambi ricorrevano alle proprie strategie per ottenere la vittoria. Anche se non c’erano di mezzo mitragliatrici, mortai e fucili, era comunque una questione di vita o di morte.

«Due» disse il contadino.

In silenzio, Antonio piegò il fazzoletto con movimenti ostentati e lo ripose con cura all’interno della sua sacca. «Due» ripeté poi, in bilico tra stupore e oltraggio. «Buona giornata».

Il ragazzo inforcò la sua Bianchi Scettro, un lusso arrivato nelle sue mani dopo una lunga contrattazione con un ghisa, un vigile, in pensione. Non sarebbe durata molto, ma Antonio non restava mai a piedi. Aveva sempre un piano di riserva.

«Aspetta!»

Antonio si voltò dopo un paio di pedalate. «Tre?»

«Tre».

L’affare era concluso. Un fazzoletto di lino con ricami per tre uova fresche. Antonio consegnò il fazzoletto al contadino e prima di andarsene controllò che le uova fossero state davvero deposte quella mattina. Le accostò all’orecchio una a una, scuotendole. Nessun rumore. Ottimo segno.

«A domani» salutò dopo aver messo al sicuro il bottino.

Il contadino borbottò qualcosa a mezza voce e si voltò, tornando al suo lavoro con il fazzoletto stretto tra le dita callose e il capo chino. Antonio, invece, iniziò a pedalare a testa alta verso la città, soddisfatto.

Quella sarebbe stata una buona giornata, se lo sentiva. Oltre alle uova aveva barattato una catenina di finto oro (quello vero non girava più da un pezzo) per un chilo di pane, che avrebbe rivenduto a non meno di 10 lire, quasi tre volte tanto il prezzo calmierato. Ma questo era lo scotto da pagare per chi non si accontentava della razione stabilita dalla tessera annonaria.

Tutti a maledirla questa guerra, quando per Antonio era stata una manna dal cielo: negli ultimi due anni era riuscito a met-

tere in piedi una vera e propria impresa, di cui lui era braccio e mente insieme. Il trucco era perlustrare le campagne in cerca di qualche contadino disposto a barattare da mangiare con quello che lui riusciva a racimolare in giro. E c’era sempre qualcuno desideroso di strappare un sorriso a una moglie o a una figlia con uno di quei piccoli lussi di cui Antonio aveva le tasche piene. In campagna non morivano mica di fame come in città: una manciata di uova, un po’ di verdura dell’orto, qualche sacco di grano sottratto all’ammasso consentivano ai contadini di tirare avanti. In città, invece, la situazione era ben diversa.

Quando ancora le tessere annonarie garantivano gran parte degli alimenti più comuni, tutto sommato si riusciva a sopravvivere. Ma quando la razione del pane era stata dimezzata, olio, burro e latte si erano fatti introvabili e la carne era diventata un vero e proprio miraggio, la disperazione era dilagata e di conseguenza il mercato nero.

Il giorno prima Antonio era passato a ritirare della biancheria ricamata da una vedova che viveva in fondo a corso Como e l’aveva scambiata in campagna per un galletto, un galletto vero, con piume, becco e tutto il resto. Di questo galletto lui se n’era preso metà, che aveva rivenduto a 100 lire a un antiquario di piazza della Scala, un signore tutto inamidato che prima dello scoppio della guerra non aveva idea di cosa fosse la fame e che sosteneva di non poter resistere un giorno di più senza mangiare carne.

“La ricchezza rende deboli” pensò Antonio continuando a pedalare. Oltre la foschia del mattino già si vedeva Milano, che ancora fumava per le bombe di quattro giorni prima. E chi se lo aspettava che gli inglesi avrebbero bombardato proprio quell’afoso sabato di agosto? Di certo non lui, che era stato

sorpreso dalla sirena d’allarme nel suo letto. Gli ci erano voluti un paio di secondi per capire di cosa si trattasse, e quando era successo… via! Aveva arraffato tutto quello che poteva arraffare, lo aveva ficcato nella sua sacca ed era corso nel rifugio del palazzo di fronte, visto che il suo non ce l’aveva. Se l’era vista davvero brutta quella sera, ma eccolo lì, vivo e vegeto e con un bel po’ di roba che non aspettava altro che essere venduta ai ricchi rimasti in città.

Antonio provava sempre una certa soddisfazione nel taglieggiare i ricchi. O meglio, gli ex ricchi, perché quella guerra aveva messo in ginocchio tutti e ormai non c’erano quasi più differenze tra un professore universitario e un robivecchi dei Navigli. Tutti, alla fin fine, si rivolgevano a lui per mangiare. Tutti, alla fin fine, dovevano andare da lui con quel giusto equilibrio tra umiltà e rispetto a chiedergli pane, uova, latte e l’ambitissimo burro. Ah, cosa non si era disposti a pagare per un chilo di burro di quei tempi, pensò sorridendo.

Antonio entrò in città da corso Lodi, che percorse per intero fino alla Porta di corso Roma. Lui abitava proprio lì dietro, nel vecchio appartamento seminterrato che un tempo aveva condiviso con zio Saro. Smontò dalla bicicletta ed entrò nel cortile deserto. La maggior parte degli inquilini era sfollata dopo le bombe del sabato sera, ma qualche temerario ancora insisteva nel non voler lasciare la propria casa.

«Tanto non ci bombardano più» dicevano. «Vi ricordate a febbraio? Sembrava che dovessero tornare e invece non si sono fatti vedere per sei mesi. Torneranno tra altri sei mesi, ma per allora la guerra sarà finita».

Antonio non ne era così convinto, ma più gente restava in città, più soldi entravano nelle sue tasche.

Attraversò il cortile polveroso e aprì la porta dell’appartamento, che aveva un’unica finestra lunga e stretta. Scese i tre gradini di pietra, chiuse la porta e appoggiò la bicicletta contro la parete. Il canovaccio appeso alla finestra proteggeva il suo covo da sguardi indiscreti, ciononostante il ragazzo continuava a tenere la sua merce in una botola segreta. La casa era tutta lì: uno stanzone di tre metri per quattro con il pavimento di mattonelle sconnesse, un materasso posato a terra, un tavolo con due sedie, una minuscola cucina e una vecchia madia che zio Saro aveva racimolato chissà dove quando ancora la guerra non era iniziata. Il bagno era dietro a una porticina di legno ed era così stretto che Antonio era costretto a entrarci di fianco.

Il ragazzo si assicurò che il canovaccio coprisse completamente la finestrella e poi andò alla botola nascosta da un vecchio tappeto tutto liso. Lo scostò e tirò l’anello di ferro, scoprendo le meraviglie che si celavano sotto al pavimento. Un sacco di farina, un pezzo di formaggio, calze da donna, sigarette e un fiasco di olio. L’olio era uno dei beni più rari in quel periodo e lui stava ancora valutando a chi venderlo. Aveva avuto un paio di offerte, ma niente di soddisfacente. Era certo che, facendo un po’ il prezioso, sarebbe riuscito a ricavarci non meno di 200 lire. Tutto dipendeva dalla disperazione di chi si trovava davanti.

Antonio prese le calze da donna, le sigarette e le mise nella borsa insieme al pane e alle uova. L’alba era ormai passata da un pezzo e di sicuro qualcuno era già sceso in strada in cerca di qualcosa da comprare da quelli come lui. Dopo avere chiuso con cura la porta dell’appartamento, inforcò la bicicletta e pedalò verso il centro percorrendo corso Roma quasi per

intero. Poi si buttò a destra, verso l’Ospedale Maggiore con i suoi eleganti colonnati, e lì si fermò, fingendo di aspettare qualcuno. Non passò molto tempo prima che un uomo gli si avvicinasse.

«Sto cercando del pane. Ce l’hai?» chiese ad Antonio. Era un uomo sulla quarantina che zoppicava, vestito con abiti di buona fattura che però erano stati indossati per troppo tempo. Le maniche erano scucite, i gomiti consunti, le ginocchia sbiancate.

«Sì» rispose Antonio.

«Grazie al cielo! Ho già finito la razione, i miei figli muoiono di fame».

Da quando i viveri scarseggiavano, tutti sostenevano di avere nugoli di figli mezzi morti di fame ad attenderli a casa. Se fosse stato davvero così, Milano sarebbe dovuta apparire come un gigantesco asilo. E anche se era vero che la città era per la maggior parte abitata da donne, anziani e bambini, c’erano anche parecchi uomini che, per un motivo o per un altro, non erano partiti per la guerra.

«Quanto hai?» chiese secco il ragazzo.

«Dieci».

Antonio scosse la testa. «Quindici o non se ne fa nulla»

«Posso arrivare a undici, guarda…» rispose l’uomo iniziando a frugarsi nelle tasche dei pantaloni.

Antonio scosse la testa. «Ho detto quindici».

Lo sguardo dell’uomo si infiammò. «Ma non avete un po’ di cuore voialtri per un povero disgraziato che cerca solo di sfamare i suoi figli?»

«Prenditela con chi ha fatto le tessere annonarie»

«Belle schifezze, quelle. Centocinquanta grammi di pane

al giorno. Niente latte. Niente frutta. Niente carne. E il formaggio, chi lo vede più? Ma io come li devo sfamare i miei bambini? Me lo dici? Me lo dici?»

L’uomo gridava per la frustrazione, attirando gli sguardi dei pochi temerari che si erano avventurati per le strade della città. Il ragazzo, innervosito, distolse lo sguardo.

«Niente soldi, niente pane» disse spiccio. «Adesso vattene, non ho tempo da… Ma che fai? Fermo!»

Antonio saltò all’indietro e cercò di proteggere il suo bottino dal tentativo disperato dell’uomo di sottrarglielo. Se le uova si fossero rotte, sarebbe stato un vero disastro.

«Dammi il pane… Dammi il pane, strozzino!»

Antonio si abbassò per evitare che lo schiaffo dell’uomo lo prendesse in pieno viso e poi, memore degli insegnamenti di zio Saro, gli tirò un pugno nello stomaco.

L’uomo si accasciò a terra per il dolore, insultandolo, e il ragazzo ne approfittò per inforcare la bicicletta e allontanarsi in direzione di piazza Santo Stefano.

Una volta lì si assicurò che l’uomo non lo avesse seguito e controllò il contenuto della borsa. Tirò un sospiro di sollievo. Era tutto a posto.

Non era certo il primo episodio di quel genere. Chi lavorava al mercato nero era amato e odiato in egual misura, ma Antonio non si sarebbe mai aspettato di venire aggredito in pieno giorno. “E tutto per un pezzo di pane” pensò, ricordandosi di quante volte, prima della guerra, aveva storto il naso davanti a una michetta, agognando invece un pezzo di focaccia unta o magari una pizzetta al pomodoro.

Riprese a guardarsi attorno in cerca di qualche cliente. Qualche cliente vero, disposto a pagare per la sua merce.

«Ragazzo!»

Antonio si voltò e vide una donna andargli incontro in sella a una bicicletta. Anche se non ci aveva mai parlato, l’aveva già vista parecchie volte in zona e sapeva che era una di quelle. Capelli corti, volto spigoloso, l’espressione dura di chi non ha paura di niente. Non che avesse qualcosa contro di loro, ma non amava immischiarsi in faccende politiche. La politica, era noto, faceva male agli affari.

A marzo, Antonio lo ricordava bene, erano stati organizzati degli scioperi nelle più grandi fabbriche della città e della provincia: la Falck, la Pirelli, la Breda e così via. In quei giorni non era riuscito a vendere quasi nulla per la strada, avevano tutti troppa paura della polizia segreta a caccia di antifascisti e persone sospette. Gli operai avevano anche ragione, però, che diamine, lui doveva pur lavorare.

«Sigarette?» chiese la donna passandogli accanto.

«Dieci per 30 lire» rispose Antonio.

La donna rallentò, infilò una mano nella tasca del vestito e tirò fuori il denaro, che passò nelle mani del ragazzo rapidamente. Ricevute le sigarette, la donna si allontanò senza una parola di saluto.

Antonio montò in sella un attimo dopo e pedalò nella direzione opposta, tornando in corso Roma. Non era più prudente trattenersi lì dopo quello scambio.

Lungo il corso riuscì a piazzare sia le uova che il pane, ma non le calze, che riportò a casa e nascose nella botola. Per quel giorno non aveva baratti su commissione da fare, quindi decise di andare a rovistare tra le case bombardate. Lì si trovava sempre qualcosa di buono da scambiare in campagna. Dopotutto la giornata era ancora lunga e piena di possibilità.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Diamoci da fare! Spero che tu abbia già raccolto delle informazioni sulle quattro persone che abbiamo incontrato finora… le hai schedate tutte? Secondo te, hanno lo stesso peso nella storia o qualcuno spicca più degli altri?

Lo sai che la scena dove si svolge l’azione è fondamentale? Dove ci troviamo?

Ehi, hai notato questa parola sospetta, Bianchi Scettro (p. 10)? Sai già di cosa si tratta o riesci a trovare degli “indizi di senso”? Non lasciarti sfuggire la pista!

Macerie

Il ragazzo e il cane rovistavano tra le macerie. Erano passati ormai quattro giorni dal bombardamento e i pezzi di legno più grossi, quelli buoni per la stufa, erano già stati portati via tutti. Rimanevano le schegge, che il ragazzo raccoglieva con cura, avvolgendole in uno straccio.

Il ragazzo era un esserino alto e secco, dall’aria buona e grandi occhi neri. Il cane era un affaraccio marrone e smilzo, dalla coda lunga e lo sguardo tranquillo. Il primo si chiamava Andrea, il secondo, invece, Guerrino, ma la guerra la lasciava volentieri agli uomini.

Quando Andrea fu certo che sotto quei calcinacci coperti di polvere non ci fosse più nulla, annodò i lembi dello straccio e lo nascose sotto la camicia. La legna era preziosa e in quell’agosto del 1943 ce ne era sempre di meno. Lui ricordava ancora quella volata con suo padre in bicicletta, a febbraio, quando si era saputo che stavano portando via i sedili e i listoni del pavimento del Cinema Patria. Era successo la mattina seguente al bombardamento. Andrea e suo padre erano tornati a casa con due robusti pezzi di legno e un sedile imbottito, che la madre aveva frazionato in modo che durassero fino all’estate.

«Niente sprechi» aveva sentenziato china sul pavimento della loro cucina a metà di corso Roma, dove la sua famiglia viveva da generazioni. Andrea conosceva ogni minimo particolare della via: quali portinai era meglio evitare per timore che ti requisissero il pallone e quali invece erano disposti a chiudere un occhio davanti a un vaso rotto; quali erano i tratti migliori di marciapiede su cui disegnare con il gesso e quali dove improvvisare una corsa con le biglie. Quello che aveva ignorato fino all’anno prima, però, era che la strada dove era nato e cresciuto un tempo si chiamava in modo diverso, ovvero corso di Porta Romana.

Nonno Alfio, inesauribile fonte di conoscenza, gli aveva raccontato quel fatto bizzarro, aggiungendo che era stato il Duce a cambiare il nome della via in omaggio alla capitale.

Ad Andrea la spiegazione non aveva granché soddisfatto, ma aveva evitato di fare troppe domande perché nonno Alfio, quando c’era di mezzo il Duce, si innervosiva sempre e finiva per dire ad alta voce cose che sarebbe stato meglio non pensare nemmeno. All’inizio, quando lo sentiva parlare in quel modo, Andrea si arrabbiava. I nonni dei suoi amici erano tutti iscritti al Fascio e andavano sempre a vederli durante le parate e le esercitazioni a scuola, quando sfilavano con la loro divisa da Balilla. Nonno Alfio, invece, a quelle manifestazioni non partecipava mai. Preferiva andare a passeggiare per le vie del centro con le mani dietro alla schiena, il fazzoletto nel taschino e la sua immancabile cravatta alla lavallière, che la madre di Andrea lo pregava sempre di non indossare. Da che aveva memoria, però, Andrea non aveva mai visto nonno Alfio senza la sua cravatta.

Con il tempo aveva capito che nonno Alfio non era l’unico

a non amare il Duce. Ne aveva avuto la prova schiacciante alcune settimane prima.

La sera del 25 luglio Andrea si trovava in salotto insieme ai suoi genitori, intento a leggere Il Corsaro Nero di Emilio Salgari, il suo autore preferito. Teneva in particolar modo a quel libro perché era uno degli ultimi regali che nonno Alfio gli aveva fatto prima di andarsene. Guerrino era disteso accanto a lui con il muso posato sulla sua schiena e i genitori di Andrea ascoltavano un vecchio concerto di musica lirica alla radio. All’improvviso la trasmissione si era interrotta per lasciare spazio a una voce maschile.

“Attenzione: sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro e Segretario di Stato presentate da Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato, il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio”.

I genitori di Andrea si erano scambiati un lungo sguardo muto.

«Il Duce non c’è più?» aveva chiesto Andrea chiudendo il libro. Com’era possibile un’Italia senza Duce? Lui non aveva mai conosciuto altro. Tutti dicevano che il Duce era imbattibile, che li avrebbe condotti alla vittoria perché gli italiani erano un popolo scelto, eletto, destinato alla grandezza.

«Andrea, vai a letto» gli aveva ordinato suo padre e lui, sentendo il suo tono, aveva ubbidito, rimpiangendo che nonno Alfio non fosse lì a spiegargli quello che stava succedendo.

La mattina seguente Andrea era stato svegliato poco dopo le sei da un gran trambusto che proveniva dalla strada. Era corso ad affacciarsi alla finestra della sua camera e aveva vi-

sto un nugolo di persone assiepato davanti alla bottega dell’edicolante, che facevano a spintoni per comprare il giornale.

C’era gente che si stringeva la mano sorridendo, altri che sembravano come inebetiti e camminavano lungo il marciapiede continuando a leggere e rileggere i titoli dei giornali, altri ancora gioivano per la caduta del Duce dicendo che la guerra era ormai finita.

Ma, come i fatti avevano poi dimostrato, si sbagliavano.

Andrea e Guerrino scavalcarono le macerie, uscirono da via della Guastalla, che sembrava ancora più stretta a causa di tutti quei pezzi di cemento, mattoni e intonaco che ricoprivano la strada, e si lasciarono Palazzo Sormani alle spalle. Erano le cinque del pomeriggio e la città sapeva di polvere, ruggine e cenere. Non si vedevano quasi tram, tranne i vecchi gamba de legn a vapore, perché quelli più moderni, quelli che Andrea aveva preso fino a poche settimane prima per andare alla scuola di via Crocefisso, avevano bisogno dell’elettricità e le bombe avevano distrutto quasi tutti i fili della corrente.

Molti negozi avevano le saracinesche abbassate. Mentre camminava con Guerrino al suo fianco, Andrea vide il signor Nestore, il barbiere di via Larga, che tagliava i capelli a un uomo in mezzo alla strada. Il cliente era seduto su una valigia di cartone e, con un grande drappo bianco attorno al collo, se ne stava immobile mentre il signor Nestore muoveva veloce le forbici.

Poco più avanti, su quel poco di muro che restava di una casa, qualcuno aveva scritto con la vernice rossa “CASA DISTRUTTA DAI LIBERATORI ANGLOSASSONI ASSASSINI”.

Andrea non riusciva a capire perché tutti, compresi i suoi genitori, chiamassero “liberatori” le persone che avevano gettato le bombe sulla loro città. A volte, addirittura, li chiama-

vano “alleati”. Ma un alleato, secondo Andrea, non ti butta delle bombe sulla testa.

«Attento, ragazzo, via di lì!»

Andrea saltò sul marciapiede e Guerrino lo seguì, mentre un carro trainato da un mulo sfilava davanti a loro. Su quel carretto c’erano sette persone, due uomini alla guida e cinque donne sedute tra paglia, valigie e mobili legati fra loro con la corda.

Era così da quattro giorni ormai, eppure Andrea non si era ancora abituato a vedere tutte quelle persone che se ne andavano dalla città. Donne che reggevano valigie stracolme, uomini che caricavano carretti e nugoli di biciclette che, con le loro ruote mezze gonfie, sollevavano una polverina sottile che faceva bruciare gli occhi. Ad Andrea ricordavano una lenta processione di formiche tristi.

Anche lui e i suoi genitori avrebbero pedalato verso la campagna da lì a poche ore, in cerca di un posto sicuro dove passare la notte.

Guerrino adorava quelle gite. Seguiva docilmente la bicicletta su cui, seduti in equilibrio come tre giocolieri del circo, stavano Andrea e i suoi genitori. Poi, appena trovavano un fienile abbandonato o un albero dalle fronde abbastanza fitte, Guerrino dava un colpetto con il muso alla mano di Andrea e via!, scompariva in mezzo alle frasche.

«Stai tranquillo» gli diceva allora suo padre. «Vedrai che torna».

E Guerrino tornava sempre. Quando la luna era alta, il cane ricompariva con addosso un odore di fango ed erba che Andrea respirava a pieni polmoni tuffando il naso nel folto pelo dell’animale. Un odore che sapeva di libertà, spazi smi-

surati e cielo azzurro, tutto l’opposto della puzza della città, degli angusti gradini che conducevano al rifugio antiaereo, della mole soffocante dei sacchi imbottiti di sabbia che puntellavano lo stretto varco di ingresso.

Il cane e il ragazzo dormivano abbracciati fino all’alba, quando i genitori di Andrea li svegliavano. In pochi minuti il quartetto si rimetteva in marcia insieme a decine di altri nomadi notturni.

Andrea e Guerrino percorsero a passo svelto via Larga, svoltarono in una viuzza stretta e buia e poi si buttarono in corso Roma. Nel cortile del loro palazzo trovarono Gianni, il capofabbricato, davanti all’ingresso del rifugio antiaereo, che fino a poco tempo prima chiamavano semplicemente cantina.

«Ciao Gianni» lo salutò Andrea.

L’uomo, poco più vecchio di suo padre, con un cappellaccio di feltro calato sulla fronte, gli fece un segno di saluto.

«Andate a dormire in campagna anche stanotte?» domandò ad Andrea.

«Sì» rispose lui.

«Fate bene» commentò l’uomo. «Ma ricordatevi del coprifuoco. Dovete partire prima che scatti».

Andrea annuì. Lo sapeva benissimo, ma a Gianni il suo ruolo di capofabbricato piaceva, lo faceva sentire importante, e passava le giornate a controllare che su tutte le finestre degli appartamenti fossero incollate delle strisce di carta per impedire che, in caso di bombardamento, i vetri si trasformassero in una pioggia di schegge.

«Pippo tornerà» concluse il capofabbricato prima di scendere nel rifugio.

Pippo. Andrea rabbrividì. Pippo era ovunque e poteva col-

pire in qualunque momento. Non appena calava il buio, Pippo iniziava a volare sopra la città, in cerca di ogni minima fonte di luce e quando la trovava scaricava le sue terribili bombe. Quattro notti prima, quando l’allarme era suonato, Andrea stava dormendo nel suo letto insieme a Guerrino. Di quei momenti ricordava le grida di sua madre, la corsa giù per le scale, scalzo e con solo il pigiama addosso, Gianni che spalancava il portone per dare la possibilità a chiunque si trovasse in strada di trovare la salvezza nel loro rifugio.

«Il cane no» aveva però detto ai genitori di Andrea. «È il regolamento».

Il ragazzo aveva iniziato a gridare che se Guerrino non scendeva insieme a loro, allora nemmeno lui sarebbe sceso, sarebbe rimasto lì, perché lui senza il suo cane…

«Ma fatelo venire!» aveva esclamato la Nilde, la vecchina del quarto piano, agitando il bastone contro Gianni. «Möves, bagaj, möves! Porta il tuo cane qui sotto».

Nella confusione, Andrea era riuscito a trascinare Guerrino giù nel rifugio e una volta lì, seduti contro al muro, lo aveva abbracciato. Guerrino era tutto ciò che gli restava di nonno Alfio e Andrea non lo avrebbe mai potuto abbandonare.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Scheggia, hai capito in quale anno è ambientata la storia?

Quali indizi ci aiutano a capire il periodo storico? Hai scritto almeno tre parole chiave?

Hai preso nota di dove vive Andrea con la sua famiglia?

Ehi Scheggia, ma tu l’hai capito chi è Pippo?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Furti

Da quando zio Saro era scomparso, Antonio aveva imparato a cavarsela da solo. Non che avesse avuto molta scelta, del resto. All’inizio non era stato facile, perché la reputazione di zio Saro impediva ai bottegai del quartiere di prendere in considerazione l’idea di affidare qualche lavoretto ad Antonio in cambio di poche lire. In tempi come quelli, chi mai si sarebbe messo il nipote di un ladro in casa?

E così Antonio il ladro era stato costretto a farlo per davvero, e la cosa non gli aveva mai dato problemi di coscienza. L’unico vero problema era rappresentato dal Molini, l’ex socio di zio Saro, un tipo che non gli era mai piaciuto. Molini era secco e con la scucchia, ma a inquietare Antonio non era il suo aspetto, bensì la luce nei suoi occhi e quel sorriso che tradiva sempre una punta di malignità. E maligno, il Molini, si era rivelato davvero. Da quando si erano messi in affari insieme, Molini e zio Saro avevano diviso l’affitto dell’appartamento di corso Roma. Era lì che tenevano tutta la loro refurtiva, in quel condominio abitato da anziani e famiglie che non avevano alcun interesse nel ficcare il naso dove non dovevano. Ad Antonio non era mai sembrata una divisione equa, però: nel caso di una

perquisizione, sarebbe stato zio Saro a finire nei guai con tutta quella merce rubata in casa, non certo il suo socio che se ne stava tranquillo dalle parti della Stazione Centrale.

Dopo la sparizione di zio Saro il Molini si era presentato in corso Roma con il nuovo collega, un taciturno energumeno che aveva trascorso più tempo al carcere di San Vittore che per le strade.

«Se vuoi restare qui devi continuare a pagare l’affitto» aveva detto il Molini ad Antonio mentre camminava avanti e indietro per l’appartamento.

«Da solo? E come faccio?» aveva chiesto Antonio preoccupato. All’epoca era solo un ragazzino di undici anni che aveva appena finito le scuole.

«A me non interessa come» aveva ribattuto il Molini. «E devi dare qualcosa anche a me».

Antonio lo aveva guardato senza capire. «A te?»

«Già» aveva ghignato il Molini scoprendo i denti gialli. «Perché, caro mio, solo io so dove abbiamo nascosto le armi.

Puoi rivoltare questa fogna da cima a fondo, ma non le troverai mai. E se smetti di pagare, vado dritto al Comando».

Un ricatto bello e buono, insomma.

Ogni quindici del mese il Molini si presentava da Antonio con la sua sigaretta appiccicata alle labbra, la sua aria minacciosa e il suo gigantesco sgherro al fianco. E il ragazzo pagava, domandandosi se le armi di cui l’uomo farneticava fossero davvero nascoste nell’appartamento o se quello fosse solo un modo per spillargli qualche soldo in più. Ma se il suo intuito non lo ingannava, le armi erano proprio la ragione per cui zio Saro era scomparso nel nulla, e Antonio non aveva intenzione di fare la sua stessa fine.

Quando si avviò verso casa nel tardo pomeriggio, la proces-

sione di persone che andavano a passare la notte in campagna era già iniziata. Una bicicletta solitaria, la sua, risaliva la corrente di sfollati cercando di non farsi travolgere e trascinare via. Il giorno prima uno dei contadini con cui era solito fare affari gli aveva raccontato che alcuni sfollati gli avevano saccheggiato l’orto durante la notte, incuranti delle sue minacce con il fucile. Vista la fame che si soffriva in città, Antonio non se ne era stupito.

Era quasi arrivato all’altezza di casa sua quando vide un uomo uscire in fretta dal portone e unirsi alla folla di persone dirette in campagna. Colto da un terribile presentimento, il ragazzo iniziò a pedalare con più foga ed entrò in cortile sgommando, scendendo di sella senza nemmeno aspettare che la bicicletta si fosse fermata del tutto.

La porta di casa era aperta.

Nel panico, entrò e si guardò attorno. La madia con le ante spalancate, le sedie gettate a terra, il tappeto sotto al tavolo spostato, la botola scoperta… Antonio corse alla botola e guardò dentro, sapendo già quello che vi avrebbe trovato. Niente. La botola era vuota. Tutto il suo prezioso bottino, il fiasco d’olio, le calze di seta, le sigarette, era scomparso. Rubato. «Maledizione!» esclamò tirando un calcio a una sedia, che andò a fracassarsi contro la parete. Come aveva fatto a non accorgersi di nulla? L’uomo con cui aveva litigato quella mattina lo aveva seguito, aspettando che uscisse prima di intrufolarsi in casa sua e derubarlo!

Pieno di rabbia Antonio andò in cortile e si guardò attorno. Taddeo, il custode, non si vedeva da nessuna parte e molti appartamenti erano vuoti dalla notte dell’ultimo bombardamento. Antonio studiò il contenuto della sua borsa. Nel pomeriggio era riuscito a entrare in tre edifici crollati, dove aveva trovato un bel

po’ di roba, ma niente di grande valore. Fazzoletti, penne, biancheria, qualche cornice… Il Molini avrebbe preteso di venire pagato lo stesso. Già se lo immaginava a ridere davanti alle sue giustificazioni nel giro di tre giorni, quando si sarebbe presentato a riscuotere la sua tassa. E c’era anche l’affitto da pagare al padrone di casa…

“Mi toccherà andare a frugare negli appartamenti ancora abitati” concluse Antonio. “Ce ne saranno tanti vuoti fino a domani mattina. Basterà essere veloci e silenziosi. E se qualcuno dovesse scoprirmi, potrei sempre minacciarlo di accendere una luce. Pippo fa troppa paura”.

Doveva solo mettere in pratica tutto quello che aveva imparato da zio Saro. Antonio lo aveva visto sfilare portafogli e slacciare collane con la leggerezza di un colibrì.

All’inizio, quando aveva saputo che il ragazzo era rimasto solo, il parroco di zona aveva cercato di convincerlo ad andare in una colonia estiva dove aveva già mandato diversi bambini, al sicuro dalle bombe e dalla violenza del regime. Antonio non ne aveva voluto sapere. Lui non aveva mai avuto amici tra i suoi coetanei e a scuola ci era sempre andato malvolentieri, preferendo di gran lunga la compagnia di zio Saro e i suoi compari. Da piccolo si divertiva un mondo ad aspettarlo seduto davanti alla porta di casa, fantasticando sulle meraviglie con cui sarebbe ritornato. Giocattoli per lui, qualche vestito nuovo, di tanto in tanto perfino un mobile. Di biciclette, poi, lo zio ne cambiava di continuo e a volte trascorreva notti intere a scartavetrarle e a riverniciarle da cima a fondo con l’aiuto di Antonio.

Pieno di frustrazione, il ragazzo rientrò in casa sbattendo la porta. Si sedette al centro del pavimento e piantò lo sguardo sulla finestra, in attesa dell’oscurità.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Scheggia, se non sbaglio viene presentato meglio un parente di Antonio: chi è?

Come reagisce Antonio al furto e che cosa ci rivela il suo comportamento sul suo modo di affrontare le difficoltà?

Scheggia, come te la cavi con gli identikit? Che ritratto faresti, del Molini?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Caramelle nere

Andrea e nonno Alfio erano insieme quando gli inglesi avevano bombardato Milano l’ottobre precedente. Era sabato pomeriggio e i due erano andati ai giardini pubblici di via Palestro a vedere gli animali dello zoo. Era stata una giornata limpida e tiepida che il ragazzo, suo malgrado, aveva trascorso controvoglia sui compiti di matematica, materia che odiava.

Come premio per l’impegno di quel giorno nonno Alfio aveva deciso di portarlo al parco. I due erano montati sulla bicicletta del nonno e avevano attraversato il centro – piazza Missori, piazza Duomo, via Manzoni – raggiungendo in pochi minuti la loro destinazione. Le strade erano affollate di milanesi che si godevano quella giornata di ottobre che sembrava più una promessa di primavera che un preludio di inverno. Tram carichi di famiglie intere sferragliavano allegramente sulle rotaie e i tavolini dei bar erano gremiti di persone intente a chiacchierare e a scambiarsi le ultime notizie. La sirena era suonata pochissimi minuti prima delle sei. Andrea e nonno Alfio avevano alzato gli occhi verso il cielo terso. Le persone attorno a loro si guardavano perplesse. Di sicuro era un’esercitazione: possibile che stessero bom-

bardando in pieno giorno? La notte prima avevano colpito Genova e Torino, ma il giornale diceva che i danni erano stati minimi, che la popolazione aveva reagito con coraggio e che l’Italia avrebbe vinto la guerra.

Poi erano comparsi i Lancaster, gettando tutti nel panico. Ma come? Di sirene c’è da aspettarsene due, quella appena suonata è solo il preallarme! Passerà almeno mezz’ora prima che i nemici si facciano vedere, giusto?

E invece i Lancaster, con i loro motori che rombavano minacciosi, erano già sopra Milano.

Nonno Alfio e Andrea erano corsi verso il rifugio pubblico più vicino. Di quella volata Andrea ricordava le grida isteriche delle mamme con i figli stretti al petto, il pianto dei bambini, il baccano degli animali chiusi nelle gabbie. Poi, appena prima che nonno Alfio lo spingesse dentro al rifugio, Andrea aveva alzato lo sguardo e aveva visto gli aerei sganciare le loro bombe, simili a lunghe caramelle nere.

Ma erano state proprio quelle caramelle dall’aria così innocua a portare via nonno Alfio alcuni mesi più tardi.

«Ecco quello che sono riuscito a trovare» disse Andrea rientrando in casa insieme a Guerrino e mostrando ai genitori seduti al tavolo della cucina lo straccio con il suo bottino

La madre gli sorrise, lo sguardo preoccupato e le rughe agli angoli della bocca più profonde che mai. «Grazie»

«Hai preparato le tue cose?» gli domandò il padre. Indossava ancora i vestiti del lavoro, quelli eleganti che metteva per andare in piazza Cordusio alla Banca del Credito Italiano. Era stato un vero e proprio sollievo scoprire che suo papà non lo avrebbe lasciato per il fronte come invece era successo alla maggior parte dei suoi compagni di classe, rimasti con solo la

mamma. Non a tutti, in realtà: oltre ai figli degli impiegati in certi uffici, anche a chi aveva il padre operaio in fabbrica era stata risparmiata la separazione.

«Sì, papà» rispose Andrea.

«Bravo»

«Andiamo a dormire nello stesso fienile di ieri sera?»

Andrea lo chiedeva per Guerrino. Un posto o un altro per lui era indifferente, ma Guerrino adorava l’acqua e vicino al fienile dove avevano passato le ultime notti scorreva un canale abbastanza profondo da poterci nuotare.

«Dipende» rispose suo papà. Poi guardò il polso di Andrea. Il ragazzo lo coprì in fretta con la manica della camicia, ma era ormai troppo tardi. «Ti ho detto mille volte di non indossarlo di giorno» lo rimproverò il padre. «Lo sai quanto è pericoloso. C’è gente che sarebbe capace di tagliarti il braccio per un orologio come quello. E ti va pure largo. Potresti perderlo senza nemmeno accorgertene»

«Lo so, scusa…»

«Niente scuse. Fila in camera tua a riposare. Ti sveglio quando è ora di partire».

A capo chino, Andrea andò nella sua stanza. Suo padre aveva ragione, indossare l’orologio del nonno era da incoscienti, ma lui era troppo affezionato a quell’oggetto per lasciarlo chiuso in un cassetto.

Si coricò a letto. Era stata una giornata lunga e stancante. Il rientro a Milano dopo la notte in campagna, l’incontro con l’amico Matteo, che viveva due portoni più in giù insieme al padre, alla nonna e alla madre, entrambe impiegate in una fabbrica di biciclette, e infine la lunga ricerca della legna.

Andrea e Matteo si erano visti davanti alla Farmacia Foglia,

il loro punto di ritrovo. Prima della guerra, quando ancora andavano in seconda elementare, avevano l’abitudine di entrare e aspettare che la signora Marisa, una delle farmaciste, allungasse loro un paio di pasticche alla menta. La donna era scomparsa subito dopo lo scoppio della guerra e quando Andrea e Matteo avevano chiesto spiegazioni, le altre farmaciste avevano alzato le spalle con indifferenza, dicendo che non ne sapevano niente.

«Te la ricordi la Marisa?» aveva domandato proprio quel giorno Matteo, mentre lui e Andrea mangiavano il pane appena ritirato al forno dopo una coda di più di tre ore. Era pane nero, pieno di pezzettini duri all’interno, ben diverso dai morbidi panini bianchi e profumati di una volta, ma ormai Andrea si era abituato. Nella sua testa esisteva una divisione chiarissima tra il prima e il dopo. Sapeva che nel presente niente poteva più essere uguale al passato ma, allo stesso tempo, era certo che il futuro sarebbe stato altrettanto diverso. Doveva esserlo.

«Sì che me la ricordo» aveva risposto Andrea.

«Mia nonna mi ha detto una cosa, oggi. Su di lei»

«Cosa?»

Matteo si era avvicinato a lui, sussurrando con aria complice: «L’hanno messa al confino. Era una comunista!» Ed era scoppiato a ridere, premendosi le mani contro la bocca.

Andrea non aveva idea di cosa volesse dire “confino”. «Cosa significa?»

«Che non le piaceva il Duce»

«No, l’altra parola. “Comunista” so cosa vuol dire»

«Confino?» aveva ripetuto Matteo. «Vuol dire che l’hanno mandata via, lontano da qui»

«Ma lontano dove?»

«Giù al Sud, in qualche isola»

«Ma, scusa, adesso che il Duce non c’è più, non possono rimandarla casa?»

Matteo aveva alzato le spalle. «Che ne so. E comunque vedrai che il Duce torna, mia nonna lo dice di continuo».

Poi Matteo aveva cambiato bruscamente discorso, anche se Andrea avrebbe voluto saperne di più sulla Marisa e su quello che era successo, ma lasciò stare, perché era chiaro che al suo amico l’argomento non interessava e non voleva litigare con lui. Era l’unico dei suoi compagni di classe rimasto in città, l’unico con cui poteva parlare della scuola e dei giochi, di tutto quello che, almeno in parte, era rimasto uguale al “prima”.

Andrea si rigirò sul materasso e Guerrino saltò accanto a lui, spingendo il grosso muso marrone contro la sua gamba. Il ragazzo gli posò una mano sulla testa e dopo pochi momenti dormivano entrambi.

* * *

Quando Andrea si svegliò, il sole era tramontato e in casa non c’era una sola luce accesa. Anche se ormai era abituato a vivere al buio, gli sembrava ancora assurdo che qualcosa di tanto semplice come schiacciare un interruttore fosse diventato tanto pericoloso. Prima della guerra quasi non ci faceva caso, accendere la luce era un gesto come tanti. Adesso, invece, poteva costarti la vita.

«Andrea, dobbiamo andare». Suo padre entrò in camera e nella penombra lo scosse per una spalla. «Il coprifuoco sta per scattare».

Andrea saltò giù dal letto e seguì suo papà in cucina.

«La mamma e Guerrino?» chiese ancora un po’ assonnato. Aveva fatto un sogno strano e stava cercando di ricordarne i dettagli, ma quelli continuavano a sfuggirgli come un pugno di sabbia tra le dita.

«Ci aspettano in cortile» rispose il padre spingendolo lungo il corridoio e infine sul pianerottolo. Mentre lo osservava chiudere la porta di casa, Andrea si domandò se la mattina seguente sarebbe stata ancora lì o se quella era l’ultima volta in cui la vedeva.

In silenzio, il padre trasportò la bicicletta di famiglia giù dalle scale fino in cortile, facendo attenzione a non toccare le pareti con le ruote.

«Non l’ho trovato». La madre andò verso di loro, sudata e con il fiatone. «L’ho cercato ovunque, niente da fare»

«Non possiamo aspettare, è troppo pericoloso» disse il padre fissando le coperte al portapacchi della bicicletta.

Andrea, in piedi al suo fianco, non capiva. Di cosa stavano parlando i suoi genitori?

«Mamma, dov’è Guerrino?»

«Tesoro, mi dispiace» disse lei inginocchiandosi a terra e prendendogli le mani. «Deve essere uscito quando sono salita dalla signora Nilde a portarle da mangiare. Mi dispiace tanto, l’ho cercato dappertutto, ma non possiamo aspettare oltre, il coprifuoco è troppo vicino, resteremmo bloccati qui…»

«No, no, no!» Andrea si scostò dalla madre, incredulo. Si sentiva come se gli avessero appena mozzato un braccio o una gamba. «Guerrino!» iniziò a gridare. «Guerrino, vieni qui! Guerrino, a casa!»

Alcuni condomini si affacciarono, allarmati dalle urla.

«Andrea, smettila!» lo rimproverò il padre con voce severa. «Ti ho sempre detto di tenerlo al guinzaglio e di non abituarlo a uscire da solo, ma tu hai voluto fare di testa tua». Quell’ammonimento, così vero e per questo più doloroso, lo zittì. Sì, dopo la morte del nonno Andrea aveva avuto il permesso di tenere Guerrino, ma a patto che se ne prendesse cura e che lo gestisse in modo diverso dal vecchio Alfio, che lo lasciava libero di andare e venire da casa senza regole.

In silenzio, con gli occhi pieni di lacrime asciutte (non voleva piangere, nonno Alfio gli aveva sempre detto che si piange solo davanti alle cose irreparabili, e non poteva pensare che la scomparsa di Guerrino lo fosse) Andrea non poté fare altro che salire sulla bicicletta e voltarsi da traditore.

* * *

Lungo la strada che procedeva verso i campi a sud-est di Milano si unirono numerose altre biciclette. Una carovana compatta e muta, fatta di uomini che raggiungevano le mogli e i figli sfollati oppure di intere famiglie come quella di Andrea. Dopo un’ora di pedalate molti si fermavano, ma il padre di Andrea preferiva spingersi più in là. Finalmente anche loro rallentarono, proprio davanti al fienile che tanto piaceva a Guerrino. A pochi metri dalla costruzione, sotto a un albero fronduto, si era accampata una famiglia di sei persone, o almeno al ragazzo sembrò che fossero sei, perché l’unica luce, a quel punto della sera, era quella della luna e delle stelle. All’inizio Andrea non capiva perché molti dormissero all’aperto e non dentro ai fienili.

«Sono ancora sconvolti da quello che hanno vissuto in città»

gli aveva spiegato suo padre. «La paura di restare sepolti sotto le macerie è stata troppo forte, preferiscono dormire con solo il cielo sopra la testa».

Incredulo all’idea che Guerrino non fosse lì con lui, Andrea si distese accanto ai genitori all’interno del fienile. Dov’era il suo cane? Cosa gli era successo? Era uscito come al solito per un giretto e qualcuno gli aveva fatto del male? Dei soldati, magari. O forse si era infilato in qualche casa pericolante un attimo prima che crollasse…

Andrea non poteva nemmeno pensare a una eventualità del genere e gli sembrava di sentire la voce di Gianni che diceva «ma è solo un cane» e di vedere lo sguardo delle persone con cui parlava di Guerrino, uno sguardo infastidito, perché un cane è solo un cane e in tempo di guerra ci sono “cose più importanti” a cui pensare.

Bene, per Andrea Guerrino era la cosa importante. Non valevano niente i giochi, i libri, i pomeriggi al parco e il pezzo di carne che di tanto in tanto compariva in tavola: Guerrino era il suo migliore amico, il suo vero, inseparabile ed eterno alleato.

E gli alleati non si abbandonano.

Andrea ficcò un po’ di paglia sotto la coperta e si alzò.

Sua madre e suo padre, sfiniti dalla giornata di lavoro e dalle preoccupazioni, dormivano. Uscì dal fienile in punta di piedi e, dopo aver preso la bicicletta, iniziò a pedalare verso casa.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Scheggia, ricordami che cosa è successo a Milano nell’ottobre del 1942!

Scheggia, se non sbaglio, Andrea ha sempre con sé due cose che appartenevano a suo nonno… Ma ora non mi ricordo quali! Segna qui, fammi la cortesia!

Secondo te, perché Andrea e la sua famiglia scelgono proprio di andare in campagna prima che scatti il coprifuoco? Che cosa ci dice questa scelta sul loro modo di affrontare la situazione? (A proposito, Scheggia, ma che diamine è il coprifuoco?)

Il Corsaro

Era da poco passata la mezzanotte e Antonio era già entrato in due appartamenti. Non aveva trovato molto, perché i maledetti proprietari avevano portato gli oggetti di valore con loro: documenti, gioielli, soldi e cibo. Qualcosa era riuscito a racimolarlo comunque, come abiti da donna, un paio di scarpe da uomo di buona fattura e dei giocattoli, ma non era abbastanza. Lui aveva bisogno di merce che si potesse vendere in fretta e bene.

“Speriamo che questa sia la volta buona” pensò Antonio mentre forzava la porta del terzo appartamento. Si trovava al piano nobile di un bel palazzo borghese di corso Roma, uno di quelli abitati da famiglie che prima della guerra si sarebbero definite benestanti. Quelle famiglie che alla domenica andavano a passeggiare ai giardini di via Palestro, i genitori con cappelli, guanti e pellicce e i figli in camicia e cappotto, con al traino aquiloni, trenini di legno e magari quegli odiosi cagnolini che non facevano altro che abbaiare istericamente. Era stato in via Palestro poco prima delle bombe di febbraio, e non per il desiderio di stare in mezzo alla natura – con tutte quelle spedizioni in campagna lui della natura ne aveva

fin sopra ai capelli – ma con la speranza di trovare qualcosa di interessante fra l’erba. Qualche distratto c’era sempre, anche di quei tempi.

Antonio stava percorrendo con lo sguardo fisso sul terreno uno dei sentieri che si snodavano tra le aiuole, quando aveva incrociato una coppia con un figlio poco più piccolo di lui. Undici anni, forse dodici. Antonio aveva osservato i suoi vestiti puliti e stirati, i suoi capelli con la riga in mezzo e le scarpe lustre. «È dalle scarpe» diceva sempre zio Saro «che capisci quanto vale un uomo». E mentre studiava quel ragazzino, Antonio si era chiesto se, anche crescendo in una famiglia come quella, sarebbe comunque finito a fare il ladro. Forse era scritto nel suo destino. Forse ce l’aveva nel sangue. Forse, anche se benestante, sarebbe stato uno di quelli che a scuola rubano la merenda ai compagni per il solo gusto di farlo.

“Quand’è che diventi ciò che sei?” si era chiesto osservandolo. Ma non appena il trio lo aveva superato, Antonio aveva ripreso a pensare alle cose importanti. Era bastato un baluginio tra l’erba e tutte quelle astruse riflessioni su destino e identità si erano dissolte nell’aria come fumo.

“Dai, forza…” pregò mentre lavorava per forzare la porta dell’appartamento. “Dai, dai… Ecco fatto!”

La serratura scattò. Antonio non aprì subito la porta, restò fermo, con le orecchie ben tese, dando il tempo agli eventuali occupanti della casa di rendersi conto della sua presenza. Quando fu certo che all’interno non ci fosse nessuno, entrò. Come aveva immaginato era un appartamento da ricchi, con un salotto, una cucina, un bagno e due camere da letto. Di soprammobili quasi non ce n’erano più, segno che i proprietari si erano già serviti del mercato nero. In salotto, oltre a un

divano e due poltrone, c’era uno scrittoio con diversi cassetti. Antonio li controllò uno a uno, scoprendoli vuoti. Cercò anche dei doppifondi – era un vero e proprio mago nel trovarli – ma questi non ne avevano. Demoralizzato, continuò la perlustrazione, tentando di orientarsi in quella casa buia e sconosciuta. La dispensa della cucina conteneva alcuni barattoli di marmellata, che Antonio prese.

“I disperati faranno a gara per assicurarsene uno” rifletté.

Negli armadi della camera matrimoniale trovò diversi vestiti, tutti troppo voluminosi per poter essere trasportati senza dare nell’occhio. Essere beccato per le strade durante il coprifuoco sarebbe stato un problema, ma essere beccato per le strade durante il coprifuoco carico di merce rubata sarebbe stato un grande problema.

“Ma guarda quanti bei giocattoli” pensò entrando nella seconda camera da letto. Su una mensola di fronte alla finestra c’erano diverse camionette dei pompieri e qualche macchinina. Si avvicinò, ne prese una e andò alla finestra, osservandola alla luce della luna. Era un pezzo da collezione, uno di quelli che si trovavano nei negozi di modellismo più ricercati. Non ci pensò due volte e se la intascò. Di certo il suo proprietario non si sarebbe nemmeno accorto della sua mancanza, non con tutte le belle cose che aveva. Poi lo sguardo gli cadde sulla pila di libri sul comodino. Di norma i libri non gli interessavano: non avevano mercato ed erano buoni solo per accenderci la stufa. Ma il libro che chiudeva la pila aveva una copertina accattivante, con un pirata vestito di nero armato di spada.

“Questo me lo prendo” pensò aprendo la sacca per infilarci il libro. “E se è noioso lo uso per rivestire la finestra, così quell’impiccione di Taddeo la smetterà di sbirciare”.

In quel momento Antonio sentì una voce. «Cosa stai facendo con il mio libro?» * * *

Quando aveva trovato la porta di casa aperta, per un attimo Andrea aveva sperato che Guerrino fosse tornato. Poi si era dato dello stupido da solo. Da quando i cani sapevano forzare le serrature? La conclusione, dunque, era una sola: in casa c’era, o c’era stato, qualcuno.

Pur rendendosi conto del pericolo – suo padre gli aveva detto degli sciacalli che approfittavano dell’assenza dei nomadi notturni per svuotare i loro appartamenti – Andrea era entrato ugualmente.

Aveva allungato la mano e aveva preso dal portaombrelli il vecchio bastone da passeggio di nonno Alfio. Brandendolo come la sciabola del corsaro sulla copertina del suo libro preferito (lui, che non aveva mai tirato nemmeno un calcio in vita sua! Lui, che nelle poche risse a cui aveva partecipato a scuola le aveva sempre e solo prese!) si era avventurato lungo lo stretto corridoio.

Quando si era affacciato in cucina aveva visto che le ante della credenza erano aperte. Un brivido di paura era scivolato lungo la sua schiena. Aveva percorso un altro pezzo di corridoio, affacciandosi in salotto. Forse il ladro si era nascosto lì, tra il divano e le poltrone. Ma il salotto, così come la camera dei suoi genitori, sembrava deserto.

“È in camera mia” aveva pensato Andrea avvicinandosi alla porta. Era socchiusa. Aveva esitato un istante, aveva avvicinato il viso allo spiraglio e…

«Cosa stai facendo con il mio libro?» esclamò entrando nella stanza.

Il ragazzo accanto al comodino sobbalzò e lasciò cadere Il Corsaro Nero a terra.

Andrea gli puntò contro il bastone. «Chi sei? Cosa ci fai in casa mia?»

L’altro si avvicinò all’interruttore. «Se gridi accendo tutto».

Andrea esitò. Accendere la luce durante l’oscuramento voleva dire passare un sacco di guai con le autorità. Senza contare che, per quel che ne sapeva lui, Pippo poteva trovarsi proprio in quel momento sopra le loro teste, pronto a sganciare le sue bombe.

L’idea che ci fosse un intruso nella sua camera lo spaventava, ma allo stesso tempo Andrea era incuriosito da quel ragazzo. Chi era? Rubava nelle case vuote per sopravvivere?

Dov’era la sua famiglia?

«Come ti chiami?»

«Non sono affari tuoi» rispose l’altro.

«Guarda dove sei. Il minimo che potresti fare è presentarti». Il ragazzo sbuffò. Andrea era sicuro che non gli avrebbe rivelato il suo nome – quale ladro commetterebbe un errore simile? – ma dopo qualche secondo sul volto dello sconosciuto spuntò uno strano sorriso.

«Mi chiamo Antonio»

«Io sono Andrea»

«Piacere di conoscerti» disse Antonio. «Puoi abbassare quell’affare? Ha l’aria pesante»

«Era di mio nonno». Senza abbassare il bastone, Andrea guardò Il Corsaro Nero a terra. «Hai preso altro?»

«No» rispose Antonio.

«Sicuro?»

«Sì»

«La tua borsa è piena» osservò Andrea. «E in cucina manca della roba»

«Senti, ragazzino» il sorriso era scomparso dal volto di Antonio «scansati oppure accendo la luce»

«E io grido così ti arrestano» ribatté Andrea calmo.

VUOOOOOOOOOOOOO. VUOOOOOOOOOOOOO.

VUOOOOOOOOOOOOO.

L’eco della sirena d’allarme risuonò per l’intera città. I due ragazzi si guardarono senza muoversi, paralizzati dalla sorpresa. Poi Antonio si chinò a terra, arraffò Il Corsaro Nero e corse verso la porta, dando uno spintone ad Andrea per passare.

Andrea cadde a terra, sbattendo la testa contro la parete e perdendo la presa sul bastone. «Ahia» mormorò, ma si alzò subito e andò dietro ad Antonio. «Fermati!» gridò cercando di sovrastare il frastuono della sirena. «Fermati!»

Antonio si precipitò giù per le scale. I condomini del palazzo scendevano i gradini di corsa, gli occhi stravolti dal sonno e i pochi beni preziosi stretti al petto. Una volta in cortile tutti corsero dentro al rifugio, mentre Gianni spalancava il portone per dare la possibilità agli scellerati che avevano infranto il coprifuoco di mettersi al riparo.

«Ma dove andate? Pazzi!» gridò ai due ragazzi che gli sfrecciarono accanto, senza riconoscere Andrea.

«Ridammi il mio libro!» esclamò Andrea inseguendo Antonio lungo corso Roma, in direzione del centro.

VUOOOOOOOOOOOOO.

«Ma che vuoi?» urlò Antonio. “Questo mi sta inseguendo per un maledetto libro mentre stanno per bombardarci!” pen-

sò. “Guarda un po’ se non finisco sotto a una bomba per colpa di questo stupido, oppure, peggio ancora, a San Vittore!”

VUOOOOOOOOOOOOO.

Il rumore della sirena era assordante. Per le strade era tutto un fuggi-fuggi disperato di chi scappava nei ricoveri più vicini, piangendo e pregando. Antonio e Andrea erano arrivati quasi in piazza Missori quando una delle prime bombe toccò terra. La deflagrazione fu violentissima, l’asfalto esplose, sollevando nuvole di terra, polvere e cemento. I due ragazzi si fermarono, inorriditi dallo spettacolo catastrofico davanti ai loro occhi. Nessuno dei due aveva mai visto le bombe in azione. Quando erano usciti dai rifugi quattro giorni prima, lo scempio era finito da ore e delle bombe restavano solo le carcasse annerite dei palazzi. Ma vederle cadere dal cielo, osservarne ipnotizzati la lenta eppure veloce discesa, constatare con sgomento ciò che quegli oggetti piccoli e scuri erano in grado di fare…

«Ma che fai? Spostati!»

Antonio si avventò su Andrea, gettandolo a terra prima che una pioggia di mattoni lo investisse. Andrea si sentiva come se fosse appena precipitato in un pozzo nero. Non c’erano più certezze. La terra non era più terra – dura, compatta, solida. Si muoveva, sprofondava, scoppiava. E l’aria non era più quella cosa fresca e trasparente che scivolava indolore nei polmoni. Adesso bruciava, graffiava, soffocava.

«Alzati, alzati!» gli stava gridando Antonio. Ma come? Un attimo prima stava scappando, e adesso lo aiutava? «Se non ti alzi ti mollo qui a morire!» Andrea sbatté le palpebre. Un rifugio, serviva un rifugio al più presto. Ma mentre insieme ad Antonio iniziava a correre verso il portone spalancato più vi-

cino, nuove bombe piovvero dal cielo. Andrea teneva la testa incassata nelle spalle, cercando di trasformarsi in un bersaglio troppo piccolo per essere visto, troppo piccolo per suscitare l’interesse di quegli ordigni spaventosi.

«Aaah!»

Una nuova esplosione e Andrea si sentì sollevare in aria come una piuma, in quell’aria adesso piena di tutte quelle cose che normalmente stanno altrove: terra, mattoni, ferro, sangue. Ricadde su un fianco, ma non provò alcun dolore. Era come se il suo corpo e la sua mente si rifiutassero di credere a quello che avevano attorno.

Poi Andrea vide qualcosa che gli mozzò il respiro, e i suoi pensieri precipitarono come rondini in picchiata.

Era quella la giusta guerra di cui gli avevano parlato a scuola per anni? Era quella la giusta guerra che il Duce aveva tanto voluto? Per cui lui aveva marciato e cantato insieme ai suoi compagni di scuola con la divisa inamidata davanti allo sguardo fiero degli insegnanti? E di quel VINCERE stampato a lettere cubitali sulle pagelle, che ne era stato? Come era possibile vincere, quando tutte quelle persone morivano?

Andrea si raggomitolò a terra, immaginando che Guerrino fosse lì a confortarlo come solo lui sapeva fare. In quel momento una mano lo colpì con forza sul viso.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Scheggia, qui siamo davanti a un reato: un furto! Hai preso nota dell’indirizzo? Devo fare due parole con quell’Antonio! Dov’è che abbiamo già sentito rammentare questo posto?

Secondo te, che cosa rivela l’oggetto che Antonio ha in mano sul suo carattere? E che cosa rivela sul suo proprietario?

Da che cosa diresti che non è la prima volta che Antonio viene colto in flagrante mentre sta rubando? Usa il tuo intuito da (quasi) detective! Che senso ha quella minaccia, lo hai capito?

Eroi

Quando la bomba era caduta, Antonio era riuscito per miracolo a evitare le schegge roventi riparandosi dietro a una macchina parcheggiata lungo il marciapiede. Un terribile incendio stava divorando un palazzo e appestava l’aria con il suo fumo nero. Antonio si alzò in piedi e batté le mani contro la fronte, cercando di scacciare il lacerante fischio che gli riempiva le orecchie. Doveva andarsene da lì e doveva farlo in fretta, prima che un ordigno o uno spezzone incendiario lo colpissero. In via Maddalena al 2 c’era un rifugio, lo sapeva perché ne aveva sentito parlare Taddeo. E via Maddalena non era lontana.

Restò appostato dietro alla macchina per un momento ancora, cercando di elaborare un piano, per quanto sommario. Ma con il cielo coperto dal fumo era impossibile capire da quale direzione sarebbe arrivata la prossima bomba. La piazza si era trasformata in un saliscendi di asfalto, mattoni e cemento crivellato da buchi. Nessun piano, c’era solo da correre verso il rifugio senza fermarsi.

“Al tre vado” si disse Antonio per farsi forza. “Al tre vado… Al tre vado… Uno… due… tre!”

Iniziò a correre, schivando, saltando, abbassandosi quan-

do gli sembrava di sentire qualcosa sibilargli sopra la testa, senza guardarsi attorno per non farsi distrarre dai lamenti dei feriti. Quanta gente era stata sorpresa dalle bombe in strada? Perché non erano arrivati ai rifugi in tempo?

Il pensiero che avrebbe potuto aiutare qualcuno di loro a raggiungere il rifugio gli attraversò la mente e poi, rapido com’era venuto, se ne andò. Lui non era un eroe. Lui era un ladro. Rubava per vivere e approfittava delle debolezze della gente. Che gli eroi li facessero quelli che lo avevano scelto. I vigili del fuoco, per esempio, che nel giro di poco sarebbero sicuramente arrivati a bordo delle loro Isotta-Fraschini rosse fiammanti per spegnere gli incendi. O quelli dell’UNPA, l’Unione Nazionale Protezione Antiaerea. Qualcuno disposto a morire per gli altri. Lui no di certo. Lui alla sua pellaccia ci teneva, diamine.

“Ci sono quasi, ancora pochi metri” si disse mentre iniziava a scorgere l’angolo di via Maddalena. “Continua a correre, non ti fermare…”

E poi vide Andrea rannicchiato a terra, tra il brandello di un palazzo e una montagna di mattoni, che fissava con gli occhi sbarrati un anziano che giaceva poco più in là.

Antonio si fermò, maledicendo quello stupido e maledicendo se stesso, ancor più stupido di lui, per ciò che stava per fare. Deviò dal suo percorso mentre le bombe – BOM BOM BOM – riprendevano a cadere in un tornado di polvere, mattoni e terra. BOM BOM BOM. Ecco un altro palazzo colpito. BOM BOM BOM. Ecco delle grida. BOM BOM BOM. Ecco un altro pezzo di città che se ne va.

Antonio scavalcò la montagna di detriti, raggiunse Andrea e gli tirò uno schiaffo.

«Alzati!» gridò afferrandolo per un braccio. «ALZATI!»

Sollevò Andrea quasi a peso morto, per fortuna era smilzo, e lo trascinò con sé in direzione del rifugio. Contro ogni aspettativa essersi fatto carico seppur controvoglia di un’altra vita lo stava aiutando a mantenere la calma. Non doveva raggiungere il rifugio solo per se stesso, ora, ma anche per quel ragazzino che, senza di lui, sarebbe sicuramente morto sotto le bombe. E poi, Antonio aveva visto cosa portava al polso Andrea.

Gli tornò alla mente una notte di molti anni prima, quando era poco più di un bambino. Zio Saro e uno dei suoi compari erano seduti al tavolo del loro appartamento e parlavano a bassa voce per non farsi sentire da Antonio. Lui si era svegliato per andare in bagno, ma quando si era accorto di loro era rimasto raggomitolato sotto le coperte a origliare. I discorsi degli adulti lo affascinavano sempre.

«Ma ti dico che ce n’è per tutti e due» stava sussurrando l’amico di zio Saro. All’epoca era quello che bazzicava più spesso a casa loro. Aveva qualche anno in meno dello zio e lavorava, così sosteneva, in un’officina dalle parti della Fiera. Aveva delle mezzelune di sporco sotto le unghie così nere da sembrare quasi di smalto, e Antonio non poteva fare a meno di osservarle affascinato ogniqualvolta ne aveva l’occasione.

«No» aveva risposto zio Saro scuotendo la testa.

«Perché?»

«Ai morti non si ruba»

«Bella idiozia. I soldi sono soldi» aveva sbottato l’altro.

«Sarà anche un’idiozia, ma è la mia regola. Se non ti sta bene, mettiti con qualcun altro».

Il compare di zio Saro era uscito da casa loro brontolando e non si era fatto vedere per un bel pezzo. Antonio non aveva mai dimenticato quella conversazione e il diniego risoluto

di zio Saro. La sua ammirazione nei confronti di quell’uomo che per lui era padre e madre insieme si era fatta ancora più intensa. Da quando era diventato ladro, la regola di zio Saro era anche la sua. Ai morti non si ruba.

Dunque quell’allocco di Andrea gli serviva vivo.

Il portone del numero 2 di via Maddalena era spalancato e i due ragazzi si rifugiarono nell’androne, correndo verso l’ingresso della cantina adibita a rifugio. La porta di legno era sbarrata e Antonio iniziò a picchiare furiosamente i pugni.

«Aprite!» gridò. «Aprite, per favore! Siamo solo in due!»

BOM BOM BOM.

«Non ci sentono» capì. Probabilmente avevano puntellato la porta con dei sacchi di sabbia per evitare che crollasse. Quel pensiero gli fece ricordare che anche la Chiesa di Sant’Alessandro, dall’altro lato di piazza Missori, era stata ricoperta proprio da impalcature e sacchi di sabbia.

Antonio afferrò nuovamente il braccio di Andrea. «Adesso dobbiamo tornare in strada. Hai presente quel grande edificio di mattoni rossi in piazza?»

Andrea annuì.

«Ci infiliamo nella via lì accanto e raggiungiamo la Chiesa di Sant’Alessandro. Va bene?»

«Va bene» disse Andrea. Davanti al suo sguardo smarrito, Antonio si rese conto di quanto fosse assurdo che un tipo come lui, uno che aveva sempre vissuto all’ombra della protezione dei genitori, fosse lì da solo. Dov’era la sua famiglia? Cosa ci faceva da solo in casa a quell’ora della notte? E, soprattutto, come avrebbe fatto a prendere il suo orologio?

“Ci penserò più tardi” si disse Antonio. “Intanto salviamo la pelle”.

I due ragazzi lasciarono l’androne del palazzo e presero a correre in direzione della chiesa. Si era alzato un vento crudele, che soffiava sugli incendi come un gigante su un falò, alimentandone le fiamme. Antonio vide qualche cittadino temerario che, contravvenendo a ordini e coprifuoco, era uscito in strada e cercava di soffocare come poteva i focolai in attesa dei vigili del fuoco.

“Pazzi” pensò Antonio con Andrea al traino.

Via Zebedia, per il momento, era stata graziata dalle bombe. Nessun palazzo era stato colpito, ma la strada era comunque invasa da calcinacci e pezzi di balconi crollati per via delle vibrazioni. Antonio e Andrea scavalcarono una colonna piovuta da chissà dove e raggiunsero la piazza, con la bella facciata barocca di Sant’Alessandro completamente celata da sacchi e impalcature. I sacchi erano così fitti che, da lontano, sembravano quasi dei mattoni un po’ più grossi del normale.

«Dobbiamo infilarci lì dentro» disse Antonio.

«E se ci colpisce una bomba?» domandò Andrea che finalmente sembrava avere ritrovato la parola.

«Se ci colpisce una bomba siamo finiti» rispose Antonio senza girarci intorno. «Ma se cade qua attorno la sabbia e le impalcature ci proteggeranno. Vieni».

BOM BOM BOM.

Antonio si stava quasi abituando a pensare e a parlare in mezzo a quell’inferno di fuoco. Le bombe continuavano a cadere senza sosta. Ma quando li avrebbero lasciati in pace gli inglesi? Non avevano già fatto abbastanza?

«Sono fittissimi» mormorò Antonio toccando i sacchi di sabbia. «Proviamo a infilarci lì» disse indicando un punto a circa tre metri da terra dove i sacchi sembravano meno pressati.

I due ragazzi si arrampicarono lungo la facciata aiutandosi con le impalcature. Raggiunto il punto prescelto, Antonio tirò fuori il ferro che aveva usato per forzare la serratura di casa di Andrea e bucò un sacco. La sabbia iniziò a scorrere dalla fessura. Essendo sfalsati, i sacchi sopra al buco che si era appena formato restarono al loro posto. Antonio si infilò nel varco e allungò una mano, incontrando una testa di marmo. Era quella di una delle statue nelle edicole che fiancheggiavano il portone di ingresso.

«Infiliamoci qui» disse ad Andrea, ancora appeso all’impalcatura. «Se ci stringiamo ci stiamo. Accidenti a questa statua, non potevano farla più piccola?»

Andrea raggiunse Antonio e i due, contorcendosi, spingendo e sbuffando, si infilarono nell’edicola. Antonio aveva sempre odiato gli spazi chiusi, lo facevano sentire un topo in gabbia, ma quella era l’idea migliore che gli era venuta. Restare in strada sarebbe stato da pazzi, peregrinare alla ricerca di un rifugio altrettanto. A meno che una bomba non li centrasse in pieno, lì erano al sicuro.

Rassicurato da quel pensiero, si schiarì la voce.

«Di’ un po’» iniziò. «Ma cosa ci facevi a casa da solo?»

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

In che modo il principio insegnato dallo zio Saro influenza le scelte di Antonio?

Secondo te, perché Antonio dà uno schiaffo ad Andrea?

Scheggia, non ho capito bene: ma perché la chiesa di Sant’Alessandro è rivestita di sacchi di sabbia?

Scheggia, ma perché si parla di edicola se siamo in chiesa? Fai tu qualche ricerca su questa parola, per favore?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Patti

«Ero andato a trascorrere la notte in campagna con la mia famiglia» rispose Andrea. «Ma sono tornato indietro»

«Questo lo vedo» constatò Antonio. «Perché hai fatto un’idiozia simile?»

«Perché non eravamo tutti» disse Andrea. «Guerrino è scomparso appena prima del coprifuoco. Siamo stati costretti a partire, ma io non potevo restare là senza di lui e sono tornato a cercarlo»

«Guerrino sarebbe tuo… fratello?»

«Sì» rispose Andrea. «Guerrino è mio fratello»

«E a casa vostra non c’era» concluse Antonio. «Dove pensi che possa essersi rifugiato, sempre che…» Antonio si interruppe, ma Andrea terminò la frase per lui.

«Sempre che sia ancora vivo, intendi? Al Cimitero Monumentale. È dove è sepolto mio nonno. Andavamo a trovarlo tutte le domeniche. Guerrino è lì. Lo so»

«Quindi vuoi andare al Monumentale quando finisce il bombardamento?»

«Esatto»

«Sai come arrivarci?»

«Con il tram»

Antonio rise. «Certo, con il tram. Ti rendi conto che dopo questo sfacelo non ci sarà un solo tram funzionante in tutta la città?»

«Allora vado a piedi» replicò Andrea.

«Senza offesa, ma se non fosse stato per me, adesso saresti sepolto sotto al cemento. Pensi davvero di riuscire ad attraversare la città da solo?»

«Ci devo provare»

Antonio borbottò qualcosa a mezza voce, poi disse: «Se questa benedetta chiesa non ci crolla sulla testa entro la fine del bombardamento, ti ci porto io al Monumentale. Però voglio qualcosa in cambio. Non rischio la pelle per nulla, diamine»

«Fammi indovinare» rispose Andrea «sei disposto a rischiarla per il mio orologio»

«Esatto»

Si sentì un lungo sospiro. «Era di mio nonno, ma è uno scambio equo. Ci sto»

Nell’oscurità, i due ragazzi si strinsero la mano. Il patto era siglato.

* * *

Andrea e Antonio uscirono dal loro nascondiglio verso le quattro del mattino, quando l’allarme era rientrato da circa un’ora. La città era un oceano di polvere e fuoco. Andrea non riusciva a credere di avere camminato in quelle stesse strade il pomeriggio precedente, perché non ne era rimasto quasi nulla. Quelle vie vivaci che si snodavano attorno al centro, perva-

se dallo sferragliare delle biciclette e dalle grida dei bambini che giocavano con palle di stracci, biglie e soldatini. Quelle vie dai portoni antichi, le finestre con le persiane di legno, i fiori sui davanzali… Era tutto scomparso. Gli unici colori che si vedevano adesso erano il nero del fumo, il grigio del cemento e il rosso degli incendi.

I due ragazzi percorsero rapidamente via Torino, rischiando di venire colpiti dai calcinacci che precipitavano dai palazzi pericolanti. I vigili del fuoco si davano da fare per attaccare le autopompe agli idranti, ma i danni alle tubature, così Andrea sentì dire, erano stati ingenti, e la pressione dell’acqua in alcune zone della città era minima. Quando raggiunsero piazza Duomo, che appariva smisurata dopo il dedalo di viuzze percorse, Andrea tirò un sospiro di sollievo: la cattedrale era ancora in piedi. Ma per il resto c’era poco di cui gioire. La Galleria era ridotta a un cumolo di vetro e, guardando meglio, alcune statue che adornavano la facciata del Duomo erano precipitate a terra. Chi aveva avuto il coraggio di lasciare i rifugi si osservava attorno ammutolito.

«Andiamo» disse Antonio ad Andrea. «Potrebbe pioverci in testa qualcosa».

Andrea annuì e seguì il ragazzo. Sapeva che senza il suo aiuto non sarebbe mai riuscito ad attraversare la città. Antonio era un tipo sveglio, senza paura, a differenza sua. Si capiva che era abituato a cavarsela da solo. Anche se l’idea di dargli l’orologio del nonno lo angosciava, sapeva che era un prezzo giusto. Lungo il tragitto avrebbero potuto essere colpiti da un mattone o incappare in qualche bomba inesplosa. Nessuno faceva niente per niente, di quei tempi.

Il centro era stato devastato dalle bombe e gli sciacalli erano

già entrati in azione. Andrea guardò una coppia di ragazzi che rovistava tra le macerie di una casa, spartendosi il misero bottino fatto di abiti, giocattoli e qualche ninnolo, senza alcun rispetto per le persone che lì ci avevano vissuto. Un gruppo di uomini, approfittando del caos, stava cercando di sfondare la serranda di una panetteria, sperando di trovare dei viveri all’interno.

Colto da una forma di pudore a cui non avrebbe saputo dare un nome, Andrea evitava di incrociare lo sguardo di chi stava uscendo dai rifugi. Lui si era già abituato all’orrore che aveva attorno, ma quelle persone erano scese sottoterra prima che le bombe venissero sganciate. Avevano lasciato la loro città malconcia, ma tutto sommato ancora dignitosamente sui propri piedi, e adesso la ritrovavano in ginocchio a chiedere pietà.

Il quartiere di Brera non era messo meglio del centro. Andrea si fermò davanti a un edificio diviso in due. I ricordi corsero a quella volta in cui era andato in montagna a trovare i cugini di nonno Alfio e li aveva visti spaccare la legna con l’accetta. Zac! Un colpo secco e i ciocchi di legno si aprivano a metà mostrando superfici lisce e perfette. E su quella casa pareva che fosse calata una gigantesca accetta. Ad Andrea sembrò quasi buffo vedere un salotto diviso a metà. Metà divano, metà camino, metà specchiera…

«Che ci fate qui fuori?» gridò il vigile del fuoco alla guida della camionetta che stava cercando di farsi largo lungo la via. «Mettetevi al riparo! È pericoloso stare all’aperto!»

Andrea e Antonio balzarono su ciò che restava del marciapiede e vennero investiti da una pioggia di calcinacci piovuti dal palazzo alle loro spalle. Spaventati, lasciarono passare la camionetta e poi tornarono a camminare al centro della via, dove era più difficile essere colpiti.

«Aiuto! Aiutatemi!»

Andrea si fermò. «Hai sentito?»

«No» rispose Antonio senza voltarsi.

«Ma come no? C’è qualcuno che chiama aiuto».

Antonio indicò in direzione del Monumentale. «Abbiamo ancora un sacco di strada da fare. Il patto è chiaro: io ti porto da tuo fratello e tu mi dai il tuo orologio. Punto. Non è previsto altro».

Andrea diede le spalle ad Antonio e cercò di capire da dove provenisse quella voce. Aveva ancora negli occhi l’immagine dell’anziano morto sotto le bombe in piazza Missori – Anche nonno Alfio era morto così? Qualcuno aveva provato pietà per lui? Qualcuno aveva cercato di aiutarlo o era morto da solo?

«Hai sentito cosa ho detto?» chiese Antonio stizzito. «Non ho nessuna intenzione di…»

«Viene da qui!» esclamò Andrea correndo verso un palazzo semidistrutto. Il terzo e il quarto piano erano franati seppellendo i piani sottostanti come briciole sfuggite dalla bocca di un gigante.

«Sei pazzo?» urlò Antonio furibondo.

Ma Andrea aveva già iniziato a scavare.

«Aiuto!»

Andrea sentì Antonio pronunciare delle parolacce irripetibili, ma dopo qualche secondo il ragazzo si affiancò a lui. «Questa roba è ustionante!» esclamò sfiorando le macerie.

Andrea continuò a scavare. La voce si faceva sempre più vicina. Doveva essere pochi metri sotto di loro. Nonostante le lamentele, Antonio iniziò ad aiutarlo, snocciolando imprecazioni a ogni pezzo di ferro incandescente che sfiorava.

«Pensa se qua sotto c’è una bomba inesplosa» borbottava.

«Pensa che bellezza, dopo tutta la fatica che ho fatto a salvarci la pelle».

All’improvviso dalla buca che Andrea e Antonio avevano scavato spuntò una mano. Era una mano femminile con una fede all’anulare. Andrea la afferrò, mentre Antonio continuava a scavare.

«Ci siamo quasi, signora!» esclamò Andrea. «Resista!»

Una massa di capelli coperti di polvere emerse dal terreno, seguita da un volto grigio di cenere con al centro due occhi marroni sbarrati.

«Grazie, grazie…» iniziò a singhiozzare la donna. «Credevo di morire…»

«La tiriamo fuori noi» la rassicurò Andrea mentre Antonio la afferrava per l’altro braccio. Dopo un paio di tentativi i due ragazzi riuscirono a estrarla dalle macerie e la aiutarono a distendersi a terra. Andrea le si inginocchiò accanto.

«Come si sente? Ha qualcosa di rotto?»

La donna scosse la testa e si tastò le gambe. «Graffi. Sono solo graffi». A fatica, si mise in piedi. «I miei bambini…»

«Dove sono?» domandò Andrea.

La donna, tossendo, indicò l’inizio della via.

Andrea si voltò. «Intende quel palazzo giallo? È tutto intero, signora. Ci siamo appena passati davanti. I suoi figli sono nel rifugio?»

«Sì» rispose lei. «Io ero tornata a prendere la nostra vicina. Poveretta, non cammina bene…»

«E dov’è adesso?» chiese Andrea. «Possiamo aiutare anche lei».

In silenzio, la donna indicò il punto dove avrebbe dovuto trovarsi il quarto piano della palazzina.

«Grazie» disse poi «voi non vi rendete conto di quello che avete fatto… Non sarei resistita ancora per molto lì sotto… È stato un armadio a proteggermi, ma l’aria era così pesante, mi sentivo soffocare…»

La donna prese la testa di Andrea tra le mani e lo baciò in fronte. Stessa cosa fece con Antonio, che accolse il bacio con imbarazzo. Poi zoppicò via. Andrea e Antonio restarono fermi qualche minuto, assicurandosi che raggiungesse il palazzo dove si trovavano i suoi figli.

«Possiamo andare, adesso?» disse brusco Antonio ad Andrea quando la donna sparì dentro al portone. «O non vuoi più trovare tuo fratello?»

«Certo che lo voglio» replicò Andrea.

In silenzio, i due ragazzi si incamminarono nell’alba polverosa.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Qual è la descrizione che ti ha colpito di più della città bombardata?

Segna tutto, ogni osservazione è importante!

Impara a osservare i tuoi indiziati, Scheggia! Dimmi un po’ che cosa pensa Andrea di Antonio.

Secondo te, perché Antonio è imbarazzato nel ricevere il bacio della donna che ha salvato? Perché non vuol rovinare la sua immagine di tipo senza scrupoli o perché non è abituato a ricevere affetto?

I tuoi indizi Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Bivio

Quel ragazzino si stava rivelando una vera seccatura. Se non fosse stato per l’orologio d’oro che portava al polso, Antonio lo avrebbe già mollato per correre a controllare che casa sua fosse ancora in piedi.

Ma aveva disperatamente bisogno di qualcosa di prezioso da vendere, così non aveva potuto fare altro che aiutarlo a estrarre quella donna dalle macerie. Come se non fosse stato già abbastanza pericoloso andarsene in giro per la città bombardata, ora pure agli eroi dovevano giocare!

Però, anche se non lo avrebbe mai ammesso, Antonio era felice di avere salvato la donna. Gli aveva ricordato sua madre.

Non che Antonio conservasse molto di lei. Era morta quando lui aveva cinque anni, un’età infame: troppo piccolo per immagazzinare ricordi sufficienti ad accompagnarlo per il resto della vita, ma abbastanza grande da rendersi conto di ciò che aveva perso.

Quel moccioso al suo fianco, però, che ne poteva sapere? Lui una madre ce l’aveva. Una madre che in quel momento stava sicuramente morendo di paura all’idea che gli fosse successo qualcosa.

«Andiamo di là» disse Antonio indicando verso Porta Volta. Un tragitto che di norma avrebbe richiesto mezz’ora a loro costò più del doppio. C’erano vie completamente ostruite dai detriti, altre dove i vigili del fuoco erano al lavoro per spegnere gli incendi nonostante la scarsa pressione dell’acqua, altre ancora dove al posto dell’asfalto non c’erano che crateri. Antonio alzò lo sguardo e, anche se non poteva vederlo a causa del fumo, intuì che il sole stava sorgendo. Sempre più persone lasciavano i rifugi per tornare alle loro case, scavare tra le macerie nel tentativo di salvare qualcosa, cercare amici e parenti.

Senza un perché, Antonio rallentò davanti a una signora anziana che, seduta su una sedia sbilenca, sferruzzava a maglia mentre il marito rovistava tra le macerie di quella che un tempo doveva essere stata la loro casa. Il marito metteva tutti gli oggetti che riusciva a salvare in una vecchia valigia di cuoio, lavorando in modo lento e metodico. Di tanto in tanto alzava lo sguardo e sorrideva alla moglie, che ricambiava senza smettere di sferruzzare.

Era surreale vedere con quanta casualità le bombe fossero cadute sulla città. A palazzi rasi al suolo si alternavano costruzioni intonse. A voragini di polvere e cemento si intervallavano orti di guerra. A gente che piangeva di gioia davanti alla casa ancora in piedi si affiancavano famiglie in lacrime sui resti della loro vita passata.

Antonio pensò a quegli stupidi che erano partiti per la guerra convinti di coprirsi di onore e gloria, tutti tronfi nelle loro divise inamidate, con gli stivali lucidi e le armi sfavillanti. Di certo si erano coperti di molte cose – il sangue dei nemici, il sangue dei compagni, il dolore delle persone a cui avevano

strappato un figlio, un marito, un fratello – ma onore e gloria, quelli no.

Le bombe non erano cadute solo sul centro storico. Arrivati a poche centinaia di metri dal Cimitero Monumentale, Antonio e Andrea si trovarono davanti agli occhi un muro di macerie.

«Vieni, c’è un passaggio qui vicino» disse Antonio ad Andrea. «Sempre che non sia andato distrutto».

Si trattava di un collegamento tra i cortili interni di quattro palazzi. Il ragazzo lo conosceva grazie a zio Saro, che un tempo era in affari con un tizio che abitava lì e spesso portava Antonio con sé per non lasciarlo a casa da solo troppo a lungo.

Il portone del primo palazzo era spalancato. Antonio e Andrea si intrufolarono guardandosi attorno con circospezione. Lì nessuno aveva ricoperto le finestre di strisce di carta e sul cortile si stendeva un lucente tappeto di vetri. Un gatto si era rifugiato su un bidone rovesciato e miagolava disperato, chiamando a gran voce il suo padrone.

«Poverino» disse Andrea «forse possiamo…»

«Non ci pensare nemmeno» lo fermò Antonio. «Ci manca solo di portarci dietro un gatto. Su, vieni, dobbiamo entrare in quel capanno per raggiungere l’altro cortile».

Il capanno era un’officina meccanica abbandonata. I suoi proprietari dovevano esser sfollati già da qualche mese, perché attrezzi e utensili erano stati portati via. Restava solo un odore pungente di gomma e benzina. Il piano da lavoro era coperto da una lunga tela scura e le finestre a riquadri rettangolari erano andate in frantumi.

Una seconda porta si affacciava in un altro cortile, molto più piccolo del primo e invaso da macerie. Le bombe cadute

in via Volta avevano distrutto parte di quella palazzina, i cui resti erano precipitati all’interno.

«Quanto fumo» commentò Andrea un po’ allarmato. «Non si vede quasi nulla»

«Tu cammina dietro di me» rispose Antonio lasciando l’officina. Si arrampicò con cautela su per una montagna di macerie, controllando che non franassero prima di posarci i piedi.

«Chi siete?» gridò qualcuno. «Cosa volete? Andate via! Non c’è niente da rubare qui!»

Antonio alzò lo sguardo e, affacciata a una finestra, vide una donna anziana che puntava loro il dito contro. «Ladri! Farabutti! Adesso chiamo la polizia e vedrete cosa ci succede!»

«Stiamo solo passando» rispose Antonio. «Non vogliamo rubare nulla».

“Anche perché cosa c’è da rubare?” aggiunse nella propria testa.

«Io vi conosco voialtri, sempre a frugare nelle case dei poveri disgraziati. Mariuoli senza…»

«Antonio!»

Antonio si voltò e vide che Andrea, forse distratto dagli insulti e dalle minacce della donna alla finestra, era scivolato e si trovava adesso aggrappato con le mani sul ciglio di una buca profonda tre metri. Il problema non era tanto la profondità – tre metri erano pochi se si sapeva come atterrare – ma ciò che rivestiva il fondo della buca: vetri, cemento e sbarre di ferro piegate dal calore delle bombe.

«Aiutami!» gridò Andrea aggrappato con le mani a un’asse di legno che sporgeva dalla montagna di rovine.

Antonio lo raggiunse facendo attenzione a dove metteva i piedi. Si accucciò a terra e tese il braccio verso Andrea.

«Afferralo!»

Andrea staccò la mano sinistra dall’asse e la allungò verso Antonio, ma le loro dita non arrivarono nemmeno a sfiorarsi. Antonio si sdraiò sulle macerie e si sporse di qualche altro centimetro.

«Riprova!»

Andrea tornò a stringere l’asse di legno con la mano sinistra e questa volta tentò con la destra, cercando di darsi un po’ di slancio e… ecco! Antonio afferrò il polso sudato di Andrea. Ma anche il suo palmo era sudato e sentì la presa farsi sempre più scivolosa, sempre più scivolosa… Fino a che, tra le sue dita, non restò altro che l’orologio d’oro.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Scheggia, hai notato chi dei due, tra Antonio e Andrea, pensa alla reazione dei genitori di Andrea? Secondo te, che cosa significa?

Non ho tempo di rileggere tutto, Scheggia! Mi puoi ripetere in sintesi che cosa succede mentre i ragazzi stanno scalando le macerie?

I tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Sorprese

“Adesso prende l’orologio e mi lascia qui” pensò Andrea. Se Antonio se ne fosse andato, Andrea non sarebbe mai riuscito a risolvere quella situazione da solo. Avrebbe potuto mettersi a urlare ma, a parte la donna che li aveva accusati di essere dei ladri, in quel cortile non c’era nessun altro. E i vigili del fuoco che si trovavano oltre il palazzo avevano altro a cui pensare, più importante di un ragazzino che aveva deciso di attraversare una città appena bombardata.

Andrea guardò Antonio. Lo vide stringere il cinturino di cuoio, accarezzare con il pollice il bordo dorato del quadrante come se ne stesse soppesando il valore. Cosa si poteva comprare al mercato nero con un oggetto del genere? Andrea non ne aveva idea. Era sempre stata sua madre a barcamenarsi tra le tessere annonarie e quel mercato invisibile per assicurare un pasto caldo alla famiglia tutte le sere. L’unica mansione che spettava ad Andrea, e di cui era sempre stato orgoglioso, era la fila per il pane al forno vicino a casa, anche se ormai nessuno si impietosiva più davanti a un ragazzino assonnato.

Antonio continuò a rimirare l’orologio, poi alzò gli occhi. Andrea li vide brillare di una luce strana, come se fossero ap-

pena stati attraversati da uno di quei pensieri troppo veloci per essere afferrati.

Un attimo dopo Antonio era scomparso.

“E adesso?” si chiese Andrea, cercando di non perdere la calma come gli era successo durante il bombardamento. Scrutò sotto ai suoi piedi, ma lo spettacolo era desolante. Quante possibilità aveva di atterrare illeso in quel mare di oggetti che parevano essere nati per lacerare, bucare e graffiare?

Strinse l’asse di legno e cercò di issarsi sui gomiti, inutilmente. Non era mai stato un vero sportivo, nonostante la politica del regime: le attività al sabato pomeriggio, le gare nei giorni festivi, le esercitazioni all’aperto. A tutte queste cose lui aveva sempre preferito la lettura, un po’ perché la ginnastica non gli era mai davvero piaciuta, un po’ perché il fatto che nonno Alfio non andasse a vederlo lo demotivava.

Adesso, però, qualche muscolo in più nelle braccia gli avrebbe fatto comodo.

Andrea pensò ai suoi genitori e si sentì in colpa per non avere scritto loro nemmeno un biglietto di spiegazioni. Di sicuro erano stati svegliati dal rumore degli aeroplani che volavano verso Milano. Chissà cosa avevano provato quando non avevano visto né lui né la bicicletta. Andrea sperava solo che fossero rimasti in campagna durante l’intera durata del bombardamento e che stessero tornando in città soltanto ora. A pensarci bene, avrebbe potuto lasciare il biglietto sulla porta di casa, ma l’incontro-scontro con Antonio lo aveva distratto.

Già, Antonio. Andrea ancora non riusciva a credere che lo avesse abbandonato lì. O meglio, in realtà ci credeva, visto che era successo e visto che aveva capito benissimo cosa faceva Antonio per sopravvivere. Però, e questo lo confondeva un

po’, gli aveva salvato la vita in piazza Missori. Avrebbe potuto lasciarlo sotto le bombe e tornare in seguito a prendere l’orologio. O forse sarebbe stato troppo anche per uno come lui? Avevano un’etica, i ladri?

L’asse si inclinò di qualche centimetro. Andrea agitò le gambe con la speranza di toccare la parete della montagna di macerie. Riuscì appena a sfiorarla con la punta di una scarpa.

“Devo saltare” si rassegnò Andrea. “Se mi do un po’ di spinta, posso cercare di atterrare in quel punto lì. Non ci sono troppi vetri. Devo solo ricordarmi di non mettere le mani a terra, altrimenti sono guai”. Prese un bel respiro e…

«Aspetta, aspetta» disse una voce familiare. «Quanta fretta di buttarti che hai». Antonio fece capolino dalla montagna di macerie con il viso coperto di sudore e sotto al braccio la tela che avevano visto nell’officina.

«Sei tornato!» esclamò Andrea.

Antonio posò la tela a terra e ne afferrò un’estremità. «La useremo come corda» spiegò passandosela attorno alla vita e fissandola con un nodo. «Sei fortunato. La mia mira è ottima» disse poi prendendo l’altro capo della tela. «Pronto?»

Andrea annuì.

Antonio, dopo aver calcolato la traiettoria, tirò la tela ad Andrea, che l’afferrò al volo con una mano.

«Anche la mia presa non è male» disse lui avvolgendo la stoffa attorno al braccio fino a quando non lo sentì formicolare. “Dovrebbe essere abbastanza stretta” pensò. «Mi lascio andare» avvertì Antonio un momento prima di staccare anche l’altra mano dall’asse.

«Ooooh!» esclamò Antonio, lottando per non farsi trascinare nella buca. «Attaccati a qualcosa!» gridò puntando i pie-

di. «Non ce la faccio a tenerti! Sei leggero, ma non sei mica fatto d’aria!»

Andrea si aggrappò con le mani alle macerie, senza fare caso a ciò che toccava. Qualcosa di tagliente lo ferì a una mano. «Ci sono, ci sono!»

«Diamine, ci è mancato niente» mormorò Antonio guardandolo incredulo. «Adesso indietreggio. Tu prova a risalire».

Andrea iniziò a scalare le rovine. Un centimetro dopo l’altro, scegliendo con attenzione a cosa aggrapparsi per evitare di cadere e trascinare Antonio con sé.

«Ci sei?» gli chiese Antonio dopo qualche minuto.

«Quasi» rispose Andrea uscendo dalla buca con un’ultima, faticosa spinta. Fradicio di sudore, si sdraiò a terra. Aveva una mano coperta di sangue, ma se non altro era ancora tutto intero.

«Grazie» disse ad Antonio, che nel frattempo si era liberato dalla tela e l’aveva raggiunto massaggiandosi un fianco. Il ragazzo fece spallucce.

«Perché sei tornato?» gli chiese Andrea senza muoversi da dov’era.

Antonio gli porse l’orologio. «Io non rubo ai morti. Porta sfortuna, e di sfortuna a questo mondo ce n’è già abbastanza. Avrò il mio compenso quando saremo arrivati da tuo fratello. Adesso possiamo andare, per favore? Non ho tutto il giorno. Prima finisco con te, prima torno ai miei affari».

Andrea non replicò e prese l’orologio del nonno, alzandosi in piedi. Seguì Antonio attraverso i cortili seguenti, facendo attenzione a dove metteva i piedi. Quando finalmente raggiunsero l’ultimo cortile e uscirono in strada, Andrea tirò un sospiro di sollievo.

Il Cimitero Monumentale era davanti a loro.

«Tu puoi fermarti qui» disse ad Antonio. «Non devi venire dentro con me»

«Non abbiamo ancora trovato tuo fratello»

«È lì, ne sono sicuro» rispose Andrea, iniziando a sentirsi un po’ nervoso.

Antonio alzò le spalle. «Sono curioso di conoscerlo visto che ho rischiato la pelle per lui»

«Veramente l’hai rischiata per l’orologio» puntualizzò Andrea. Poi, intuendo che l’altro non aveva intenzione di andarsene, si avviò verso l’ingresso del cimitero.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Scheggia, onestamente pensavi che Antonio se ne sarebbe andato con l’orologio? Spiegami il tuo punto di vista.

Hai notato quando si dice che «Il ragazzo fece spallucce» (p. 73)? Non ti sembra di aver riscontrato un atteggiamento simile in Antonio? Pensa al capitolo Patti.

I tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Punti di vista

Antonio lo voleva proprio conoscere questo Guerrino per cui aveva rischiato la sua preziosa pelle. Un po’ per curiosità, un po’ per ammirazione nei confronti di Andrea. Quel ragazzo restava uno di quei damerini in calzoni corti e camicia che aveva incontrato tanto spesso ai giardini di via Palestro, ma aveva dimostrato di avere un bel fegato. Era tornato dalla campagna da solo, infrangendo il coprifuoco e con il rischio di venire fermato dai militari, e sarebbe stato disposto ad attraversare la città martoriata dalle bombe senza l’aiuto di nessuno. Lungo la strada si era impuntato per estrarre una donna dalle macerie a suo rischio e pericolo e anche quando si era trovato sospeso in quella buca profonda tre metri non aveva mai perso la calma.

Antonio si era sempre chiesto come sarebbe stato avere un fratello, una sorella, o per lo meno un cugino. Ma suo padre se ne era andato prima della sua nascita e zio Saro non aveva avuto bambini. Il resto dei suoi parenti, che Antonio non aveva mai conosciuto, stava dalle parti di Bergamo. Però di fratelli ne aveva visti. Come quelli della coppia che fino a pochi mesi prima aveva abitato sopra di lui. Erano suoi

coetanei, ma non avevano mai stretto amicizia perché i loro genitori guardavano con sospetto zio Saro, e di conseguenza anche lui. Antonio, però, aveva trascorso interi pomeriggi a spiare i due fratelli che giocavano in cortile ed era rimasto colpito dall’intensità del loro rapporto. Un attimo prima nemici giurati per una biglia scomparsa o una carta strappata e quello dopo alleati inseparabili davanti a un rimprovero o una punizione.

Chissà com’era, crescere con qualcuno sempre al tuo fianco, si chiese Antonio seguendo Andrea, che si era fatto molto silenzioso, forse per il timore di non trovare il fratello dove si aspettava.

Mentre camminavano, Antonio si guardava attorno. La furia delle bombe non aveva risparmiato nemmeno i morti. Statue distrutte, tombe sventrate, lastre spezzate. Era una fortuna che gli abitanti di quel luogo non potessero vedere quello che era successo alla loro casa.

«Quanto manca?» chiese Antonio ad Andrea mentre costeggiavano alcune tombe sormontate da sculture così dettagliate da sembrare vere: angeli alati, bambini stretti nell’abbraccio delle loro madri, uomini dal volto severo.

«Poco» rispose Andrea. «Ma davvero, non devi venire con me»

«Ancora con questa storia?» sbuffò Antonio. «Ormai sono qui. Tanto vale conoscere questo fantomatico Guerrino. E poi il centro è un inferno. Meglio aspettare un paio d’ore prima di tornare da quelle parti».

All’angolo con una cappella circolare svoltarono a destra, passando sotto a una grossa magnolia.

«Certo che ce ne sono di sculture strane» commentò Antonio.

«Guarda, su quella tomba hanno messo un cane» disse indicando ad Andrea una sepoltura che si trovava a circa una ventina di metri di distanza.

Andrea accelerò il passo, tanto che Antonio fu quasi costretto a correre pur di non restare indietro.

«Ma dove scappi? E dove diamine è tuo fratello? Ormai abbiamo girato tutto il cimitero. Non avevi detto che era da questa… Oh, ma quel cane si muove!»

Quel cane non si stava solo muovendo, stava correndo incontro ad Andrea. Come se lo conoscesse. Come se lo aspettasse. Come se sapesse che prima o poi sarebbe arrivato.

Antonio si fermò e guardò il cane e il ragazzo che si abbracciavano, il primo guaendo e dimenando la coda, il secondo piangendo.

E all’improvviso capì.

«Guerrino è un cane?»

Andrea, inginocchiato a terra con le braccia strette attorno al collo di Guerrino, alzò lo sguardo. «Sì».

Antonio spalancò la bocca. «Mi hai imbrogliato!» esclamò. «Mi hai fatto rischiare la pelle per un cane! Ho attraversato un’intera città bombardata per un maledetto cane!»

«L’hai attraversata per questo» replicò Andrea slacciandosi in fretta l’orologio e gettandolo ai piedi di Antonio.

Antonio restò fermo.

«Non è così?» lo incalzò Andrea.

Antonio non rispose. «Roba da pazzi…» mormorò scuotendo la testa. «Abbiamo rischiato di venire colpiti da mattoni, sbarre di ferro, travi e Dio solo sa cos’altro una mezza dozzina di volte! Ci siamo ustionati le mani per salvare quella donna! E in quel cortile? Per tirarti fuori da lì per poco non

sono finito in quella buca con te! E tutto per un animale che non vale niente!»

«Ma perché ti arrabbi tanto? Prenditi quell’orologio e vattene!» ribatté Andrea iniziando a scaldarsi. «Io ho avuto il mio animale che non vale niente e tu hai avuto il tuo prezioso mucchietto d’oro. Ognuno ha avuto ciò che voleva».

Furioso, Antonio si chinò a terra, afferrò l’orologio e se lo ficcò in tasca. «Un cane per un orologio d’oro. Davvero un pessimo scambio».

Restò in piedi dov’era per un momento, a fissare cane e padrone stretti nel loro abbraccio. Poi si voltò e si allontanò a grandi passi verso l’uscita del cimitero, con i pugni chiusi e la testa alta.

Dopo pochi secondi, però, i passi si fecero lenti. I pugni si schiusero. La testa si piegò sul collo.

Perché, nonostante l’oro che gli pesava nella tasca, nel profondo del suo cuore Antonio sapeva che il vero vincitore di quello scambio non era lui.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Ehi, Scheggia, studia bene i tuoi personaggi: secondo te, Antonio si arrabbia davvero per il cane… o per qualcos’altro?

Scheggia, ma secondo te, perché diamine Andrea ha detto che Guerrino è suo fratello?

Hai notato che il luogo dove Antonio e Andrea arrivano alla fine del loro percorso è un cimitero? Credi che significhi qualcosa?

I tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

Epilogo

Agosto 1945

«Signora, guardi che belle mele. Non ne vogliamo comprare un po’ per il pranzo?»

Il ragazzo si aggirava per le vie del centro con il cappello calato sulla fronte e la borsa gonfia di merce. Gli bastava uno sguardo per intuire i desideri dei passanti. Ecco un po’ di rossetto per la giovane davanti alla vetrina di una profumeria. Ecco un bel pacchetto di sigarette Nazionali per l’uomo dalle dita ingiallite. Ecco una dozzina di uova fresche per la madre di famiglia.

Anche se la guerra era finita, il razionamento di alcuni beni come pane e pasta era ancora in vigore, il che era una vera e propria fortuna. C’era da sperare che durasse ancora per qualche mese.

Il ragazzo percorse le vie del centro sventrato dai bombardamenti fino a che non ebbe venduto tutto il contenuto della borsa. Poi si avviò verso casa in sella alla sua bicicletta, una Graziella rossa, evitando corso Roma, che adesso aveva ripreso il suo vecchio nome di corso di Porta Romana. “ El Cors de Port Rumana ”, dicevano i milanesi più azzimati.

Comunque la chiamassero, Antonio quella via non la percorreva dal 1943.

Nei quasi due anni di occupazione nazista si era mosso come un equilibrista, più di quanto non avesse fatto prima dell’Armistizio. Perché la corda su cui si erano ritrovati a camminare lui, i milanesi e quasi metà del Paese era una corda sottile, pronta a spezzarsi. Bisognava stare attenti non solo a quello che si diceva, ma anche a dove si andava, perché e con chi.

Una delle zone da cui gli abitanti della città si erano tenuti più alla larga era quella dove sorgeva l’Hotel Regina, a pochi passi dalla Galleria. Lì i nazisti avevano stabilito un quartier generale e l’albergo era diventato fin da subito uno dei posti più temuti della città. Antonio era passato da quelle parti poco dopo l’Armistizio, mentre andava in via Manzoni a ritirare della merce da scambiare in campagna. Cavalli di frisia, filo spinato, casematte in cemento armato circondavano il bell’edificio storico. E oltre quelle barriere i nazisti, con i loro sguardi duri, le armi imbracciate, le divise tirate a lustro, che conducevano all’interno dell’albergo decine di persone da interrogare. Molte, ormai era noto a tutti, non ne erano più uscite.

Che poi, mica c’erano solo i tedeschi dai quali guardarsi. C’erano anche i miliziani ancora fedeli al Duce, le bande fasciste, i cani sciolti disposti a denunciare chiunque – ebrei, comunisti, oppositori – con la speranza di ottenere soldi e favori.

Antonio aveva pensato di andarsene da Milano e trasferirsi in campagna, ma non avrebbe avuto di che vivere. Quindi era rimasto in città, cercando di passare inosservato nonostante l’attività illecita, e in qualche modo ce l’aveva fatta. Milano

era stata liberata quattro mesi prima e i suoi abitanti avevano ripreso a respirare. Respiri corti, ma pur sempre respiri.

«Buongiorno Taddeo» salutò Antonio entrando in cortile con la sua bicicletta.

Il custode, intento a spazzare il selciato, gli rivolse un brontolio sordo senza smettere di ramazzare.

Antonio aprì la porta di casa e spinse all’interno la bicicletta. Negli ultimi due anni quello stanzone seminterrato non era cambiato molto. L’unica differenza era il nascondiglio dove Antonio conservava la sua merce. Dopo il furto subìto lo aveva spostato dietro alla madia, scavando un buco nel muro. Ed era stato proprio scavando quel buco nel muro che Antonio aveva trovato le fantomatiche armi con cui il Molini lo aveva ricattato per anni.

Quando aveva visto mitra e pistole Antonio aveva capito subito di doversene liberare. La soluzione più comoda sarebbe stata buttarle nel Naviglio, quella più lucrosa venderle al miglior offerente.

Oppure…

C’era una terza strada che non era né comoda né lucrosa, ma se doveva decidere da che parte stare, e dopo l’8 settembre del ’43 tutti si erano ritrovati costretti a scegliere, anche chi aveva tenuto la testa sotto la sabbia per anni, lui voleva stare da quella giusta.

In quell’ultimo periodo la donna delle sigarette si era fatta vedere poco in giro, ma Antonio sapeva che prima o poi sarebbe passata davanti all’Ospedale Maggiore in cerca di un pacchetto di Nazionali.

Quando l’aveva incontrata, si era comportato come sempre. Aveva contrattato in modo spiccio, senza troppi giri di

parole. Al termine dello scambio l’aveva fermata con un colpo di tosse.

«Ho della roba che può interessare a te e ai tuoi amici».

La donna l’aveva guardato con sospetto. Per quel che ne sapeva lei, Antonio poteva essere una spia fascista.

«Che roba?»

«Roba che fa rumore».

La donna si era accesa una sigaretta e aveva tirato una lunga boccata.

«Quanto?»

«Niente»

«Niente?»

Antonio aveva annuito.

«Perché?»

«Meglio in mano vostra che loro» era stata la schietta risposta di Antonio.

La donna era scoppiata a ridere. «E dire che ti pensavo uno a cui importano solo i soldi. Sta a vedere che invece credi anche tu in qualcosa».

Spostare delle armi in una città occupata non era una cosa facile, ma chi lottava da anni contro l’oppressione del regime aveva imparato a muoversi in quel campo minato fatto di retate, interrogatori e perquisizioni.

«Antonio?» chiamò Taddeo dal cortile. «C’è una lettera per te»

«Una lettera per me?» domandò lui andando ad aprire.

«Tieni». Taddeo gli mise in mano la busta e tornò alle sue mansioni sbuffando e borbottando.

Antonio se la rigirò tra le mani, perplesso. Carta spessa color avorio. Roba da signori. Di certo non veniva dal Molini,

EPILOGO. AGOSTO 1945

che da quando non aveva più le armi per ricattarlo si faceva vedere sempre meno. E non veniva nemmeno dai suoi parenti di Bergamo, che con ogni probabilità lo credevano morto. Anche perché, su quella busta, non c’erano né indirizzi né mittente, solo il suo nome vergato con una calligrafia minuta e ordinata.

Antonio chiuse la porta e si lasciò cadere sul materasso. Fissò la busta per un lungo momento, poi la strappò con foga, tirando fuori il foglio piegato a metà all’interno. Lesse il contenuto un paio di volte, con le sopracciglia talmente contratte che quasi si toccavano fra di loro. Poi appallottolò il foglio e lo scagliò con rabbia dall’altra parte della stanza.

A metà di quel pomeriggio, inforcò la bicicletta e pedalò verso la campagna.

* * *

Trovare il posto non era stato difficile. E adesso Antonio era lì, lungo il ciglio della strada, a osservare quel fienile diroccato. A pochi passi dalla costruzione c’era un albero dalle fronde scure e poco più in là scorreva un canale.

L’aria era calda e pervasa dal frinire dei grilli. Antonio si asciugò la fronte con il cappello e si guardò attorno. Poi lasciò la bicicletta accanto a quella trovata già lì e si avventurò nel campo incolto.

Lui era in piedi sotto all’albero, davanti a un tumulo di terra fresca. Aveva segnato la tomba con un sasso e un mazzolino di fiori selvatici raccolti lungo l’argine del canale.

Antonio si affiancò a lui, in silenzio, con le mani sprofondate nelle tasche dei pantaloni. Andrea aveva il viso asciutto, ma

Antonio non ne era poi così sorpreso. Se ne stava lì, a fissare la tomba, addolorato e dignitoso, come i due anziani che avevano visto quella notte di due anni prima durante la loro folle avventura. Antonio si accorse che gli occhi gli bruciavano.

«Mi dispiace per il tuo cane» disse dopo essersi schiarito la voce. «Com’è successo?»

«Era arrivato il suo momento» rispose Andrea. «È strano» aggiunse poi. «Tutti quelli che conosciamo hanno il loro momento ad aspettarli, eppure non siamo mai davvero pronti quando arriva».

Antonio restò in silenzio.

«Guerrino era il cane di mio nonno, sai?» raccontò Andrea. «Erano inseparabili. Lo aveva preso da uno dei suoi cugini di montagna quando era un cucciolo. A volte avevo l’impressione che comunicassero in una lingua che conoscevano solo loro. Quando mio nonno è morto, Guerrino è passato a me. Era l’ultimo ricordo che mi restava di lui»

Antonio si infilò una mano sotto la camicia e tirò fuori un pacchetto avvolto da carta di giornale. Lo porse ad Andrea. Andrea guardò il pacchetto. «Cos’è?» «Aprilo».

Andrea lo prese e lo scartò. Quando vide il contenuto, sorrise.

Antonio tossì. «Roba troppo difficile da vendere. Non l’ha voluta nessuno. Tanto valeva buttarla. Sul serio. Completamente inutile».

Andrea si allacciò l’orologio del nonno al polso e poi accarezzò la copertina bruciacchiata del Corsaro Nero. «L’hai letto?»

Antonio annuì. Poi diede un calcetto a un sasso, che andò

EPILOGO. AGOSTO 1945

a finire nel canale. Un uccello si librò in volo spaventato e il canto dei grilli si interruppe per un istante. «Ma non ho mica capito quella faccenda del duello tra il Corsaro Nero e il Conte di Lerma. E anche l’incendio della casa del notaio, tutto troppo complicato»

«Te lo spiego io» rispose Andrea mettendosi il libro sottobraccio. «Vedi, mentre Moko porta alla nave il corpo del Corsaro Rosso, il Corsaro Nero e i suoi compagni devono trovare il modo di…»

I due ragazzi tornarono alle biciclette, le inforcarono e si avviarono verso la città sotto il caldo sole di agosto. Per un bel pezzo, lungo quella strada polverosa, non si sentirono altro che le loro voci concitate. Poi, quasi rispondendo a un comando muto, alzarono entrambi lo sguardo. Per la prima volta dopo anni, osservando quel cielo azzurro e terso, non provarono più paura.

Almeno per loro, la guerra era finita.

Tocca a te, Scheggia: OSSERVA, ANNOTA, COMPRENDI

Scheggia, hai notato che Antonio non vuol percorrere corso di Porta Romana? Perché, secondo te?

Perché Antonio decide di non vendere le armi che trova nel suo appartamento?

In questo capitolo c'è un personaggio che ritorna, ci hai fatto caso? Dov’era comparso, prima?

L’epilogo chiude la storia, ma lascia anche delle domande aperte: secondo te, che cosa potrebbe accadere ai due ragazzi dopo?

tuoi indizi

Hai notato qualche altro dettaglio, Scheggia?

STRATEGIE DI LETTURA

Minilesson 1

FOTOGRAFIA DEL PERSONAGGIO

Che cosa impari

Per capire un personaggio devi leggere come un detective, raccogliendo le tracce concrete che chi scrive ti lascia.

Perché ti è utile

Imparare a scattare una fotografia del personaggio significa osservare da vicino descrizioni, gesti e parole, senza accontentarsi di impressioni vaghe.

Come si fa, passo per passo

Per fare una fotografia del personaggio non ti serve la macchina fotografica, ma occhi svegli e qualcosa per prendere appunti!

1. Raccogli tutte le evidenze concrete, cioè le descrizioni esplicite che raccontano aspetto fisico, abitudini, azioni ripetute di un personaggio.

2. Collega i dettagli: che immagine complessiva restituiscono?

3. Scrivi il tuo “ritratto” basandoti solo su quello che il testo mostra.

Un esempio, per capire meglio

Ti faccio vedere come si fa, prendendo in esame Antonio.

• Nel capitolo iniziale, Equilibrio, Antonio contratta con un contadino il valore, in uova, di un fazzoletto: è abile con le mani (fa danzare il fazzoletto come un giocoliere), controlla la freschezza delle uova scuotendole all’orecchio. Ha un mezzo di lusso, una bicicletta Bianchi Scettro, che ostenta come segno di prestigio. Possiamo dunque capire che Antonio è un ragazzo scaltro, vanitoso, capace di ottenere ciò che vuole.

• Proseguendo la lettura, scopriamo però che vive in un seminterrato spartano, con una botola segreta per nascondere oggetti rubati nelle case bombardate per rivenderli al mercato

nero. Questa scelta di “scena” lo colloca subito nel mondo dell’illegalità.

• Antonio approfitta della disperazione altrui. Quando un padre di famiglia tenta di tirare sul prezzo del pane, non mostra pietà: reagisce con freddezza, arrivando perfino a colpirlo per difendere la merce.

• Nel capitolo Furti, scopriamo che Antonio non ha più i genitori e che ha imparato il mestiere del ladro dallo zio Saro, ladro di professione. È cresciuto nell’illegalità, e ora ripete quei gesti con naturalezza: addirittura non sembra provare rimorso, ma solo frustrazione quando perde la refurtiva.

Guardando le sue fotografie, Antonio appare per adesso un ragazzo intraprendente e orgoglioso, che si è costruito un’immagine di forza e autonomia e che sembra pronto a barattare e a ingannare per sopravvivere. Ma continuando a raccogliere indizi, scoprirai molto altro…

Prova tu!

Continua a scattare fotografie ad Antonio per completare il suo ritratto oppure, se preferisci, rivolgi la tua attenzione ad Andrea. Ricordati: devi basarti solo su indizi visibili. Ecco qualche domanda che ti può aiutare.

• Quali tratti fisici o gesti lo caratterizzano?

• Ci sono dei gesti che il personaggio ripete?

• Che cosa ci dicono di lui gli oggetti che possiede e a cui tiene?

• Che cosa fa nella vita?

Metti insieme questi particolari in un ritratto chiaro, utilizzando anche lo schema della pagina successiva. Ricorda: niente interpretazioni psicologiche (quelle arriveranno nella "radiografia", a p. 92), solo dettagli concreti per il momento!

Quando usare questa strategia

Applica questa tecnica a qualsiasi testo: soffermati sui personaggi, osserva le parole, i gesti e le descrizioni che l'autore o l'autrice offre e usale per comporre il loro ritratto. Ti aiuterà a capire meglio ciò che fanno… e ciò che celano.

Com’è (descrizioni aspetto fisico)

Che cosa fa (descrizioni azioni)

Che cosa dice (discorsi riportati dal narratore)

Che cosa pensa (pensieri riportati dal narratore)

Minilesson 2

RADIOGRAFIA DEL PERSONAGGIO

Che cosa impari

Ogni personaggio porta dentro di sé paure, desideri e contraddizioni, che non si vedono alla prima occhiata: serve dunque una radiografia che ci aiuti a vedere sotto la superficie – o meglio – a leggere tra le righe.

Perché ti è utile

A volte, chi scrive una storia non spiega chiaramente che cosa provi un personaggio in un certo momento o in una precisa situazione. Non troviamo frasi come “era spaventato” o “si sentiva solo”: i suoi gesti, silenzi, reazioni, persino gli oggetti che custodisce, parlano per lui. Fare la radiografia del personaggio significa spingersi oltre l’immagine esteriore che ci viene consegnata.

Come si fa, passo per passo

Questa volta il taccuino non basta: ci serve uno strumento speciale, come quelli che usano i medici. La radiografia del personaggio si ottiene seguendo questo procedimento.

1. Parti dalla fotografia dei personaggi che hai già fatto, cioè dai dettagli concreti che hai raccolto.

2. Chiediti: oltre alle descrizioni che fornisce l’autore o l’autrice, che cosa lasciano intendere quei gesti, silenzi, scelte?

3. Segna ipotesi su paure, sogni, bisogni nascosti che il testo non dichiara, ma che emergono indirettamente.

4. Controlla se più indizi puntano nella stessa direzione: se sì, probabilmente sei sulla pista giusta.

Un esempio, per capire meglio

Osserviamo Antonio, ma non per come appare: proviamo a “guardarlo dentro” rileggendo più a fondo alcuni passaggi.

• A pagina 10 si legge che per Antonio la guerra – odiata da tutti – era stata una manna dal cielo. Antonio si illude di essere in una posizione di vantaggio, ma la radiografia rivela che il

suo trionfo poggia su una catastrofe collettiva: è un successo fragile, destinato a incrinarsi.

• Nel primo capitolo, quando baratta col contadino il fazzoletto con le uova, controlla che queste ultime siano fresche, scuotendole una per una. Questo gesto rivela come – dietro la precisione da mercante – si nasconda la paura continua di essere imbrogliato: Antonio non si fida mai, è sempre in allerta.

• Sempre nel capitolo Equilibrio, Antonio ha uno scontro con un altro cliente: evita uno schiaffo e, per intimorire il suo interlocutore, gli assesta un pugno. Qui la radiografia non rivela solo il timore di perdere la merce, ma l’abitudine – insegnatagli da un familiare – a ricorrere alla violenza. Più che un mezzo di aggressione, essa è una corazza dietro cui protegge la sua fragilità.

• Nel capitolo Furti, si dice che Antonio non ha problemi di coscienza a fare il ladro. Dietro tale ostentazione da duro c’è il vuoto: si nasconde un ragazzo cresciuto troppo in fretta, che rimpiazza gli affetti con oggetti nascosti.

• Nel capitolo Il Corsaro affiora la prima crepa profonda del personaggio: non solo Antonio non è certo della sua strada, ma guarda con invidia la condizione del ragazzino con la riga nel mezzo. Quello che gli manca non è il denaro, ma una famiglia. La radiografia mostra come dietro la corazza di sicurezza viva il tarlo del dubbio e della solitudine.

Analizzando la radiografia di Antonio fino a questo momento, abbiamo scoperto che l’apparente sicurezza di chi ha trovato nella guerra una fortuna è in realtà la maschera di un adolescente spaventato, solo, che si difende con orgoglio e violenza dal timore più grande: scoprire di non avere un futuro diverso.

Prova tu!

Puoi proseguire con la radiografia di Antonio, oppure mettere sotto i raggi X Andrea, aiutandoti con queste domande.

1. Quali paure emergono dai suoi comportamenti (per esempio il legame ossessivo con Guerrino)?

2. Quali desideri o sogni possiamo intuire dagli oggetti che conserva, dai libri che legge, dal ricordo del nonno?

3. In quali momenti il testo ci mostra gesti o silenzi che parlano più delle parole?

4. Quali contraddizioni noti nella sua figura? Per esempio, il fatto che disobbedisca in varie situazioni ai suoi genitori, che cosa ti dice di lui?

Annota le tue deduzioni. Ricorda, non stai più scattando una fotografia, ma ricostruendo ciò che sta dietro l’immagine visibile.

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica quando vuoi andare oltre l’apparenza di un personaggio e capire che cosa prova davvero: ti sarà utile nei momenti di tensione, quando il testo non dice tutto ma lascia indizi tra le righe. Dopo aver raccolto i dettagli concreti (fotografia), la radiografia ti aiuterà a scoprire paure, sogni e contraddizioni nascoste.

L’AMBIENTAZIONE

Che cosa impari

In un romanzo storico come Caramelle dal cielo, l’ambientazione non è semplicemente uno sfondo: è un elemento fondamentale che orienta le azioni, crea atmosfera e fa rivivere un’epoca.

Perché ti è utile

Quando leggi un racconto o un romanzo storico, ti trovi spesso davanti a nomi di luoghi, date, usanze, oggetti che non conosci bene. Non sono decorazioni: sono indizi che ti aiutano a capire come vivono i personaggi, quali limiti affrontano e quali possibilità hanno. Interpretarli, ti permette di muoverti nella storia con consapevolezza.

Come si fa, passo per passo

L’ambientazione è come la scena del crimine: se non analizzi tutto quello che vedi attorno, rischi di non capire che cos’è successo.

1. Segna luoghi e tempi precisi citati nel testo e controlla gli appunti che hai preso durante la lettura.

2. Nota i dettagli concreti che rimandano al periodo storico (oggetti, vestiti, mezzi di trasporto, cibi, leggi, usi…).

3. Chiediti: che atmosfera creano questi elementi? Che effetto hanno sui personaggi?

4. Rifletti: quali informazioni sull’epoca ti servono per capire meglio la vicenda?

Un esempio, per capire meglio

L’autrice Marta Palazzesi ci porta a Milano durante la Seconda guerra mondiale. Non usa descrizioni generiche, ma dettagli precisi e documentati che fanno vivere la città in quel momento storico.

Minilesson 3

• La corretta ricostruzione geografica e temporale

L’autrice nomina strade, palazzi e chiese come se li vedesse

davanti a sé. Per esempio: Antonio entra da corso Lodi e percorre corso Roma; Andrea e Guerrino attraversano via Larga e una viuzza buia.

• I dettagli che fanno la storia

Gesti, oggetti, cibi, abiti, suoni: tutto contribuisce a creare atmosfera e a determinare un reale coinvolgimento emotivo.

Per conoscere e ricostruire tali dettagli, occorre innanzitutto documentarsi in maniera accurata; per esempio, l’autrice ha recuperato il testo della trasmissione radio del 1943!

Ogni dettaglio è un marcatore storico: mostra privazioni, tensioni e differenze sociali. Non basta però documentarsi; serve guardare tutto attraverso gli occhi dei personaggi.

A p. 18, ad esempio, Andrea e Guerrino non osservano le macerie: ci vivono dentro. Le rovine non sono sfondo, ma parte della loro esperienza in una città ferita.

In Caramelle dal cielo, l’ambientazione modella i comportamenti: Antonio approfitta del caos, Andrea cerca rifugio negli affetti. La città bombardata non è solo uno sfondo: è una forza che agisce nella storia.

Prova tu!

1. Quali dettagli storici hai notato e che cosa rivelano sull’epoca?

2. Quali luoghi della città emergono nella lettura? Che aspetto hanno?

3. In che modo la guerra condiziona la vita quotidiana dei personaggi?

4. Se togliessimo questa ambientazione, la storia sarebbe la stessa?

Annota le tue rilfessioni utilizzando lo schema di pagina 97.

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica per individuare i dettagli che rendono credibile l’epoca, capire come l’ambiente orienta le scelte dei personaggi e cogliere il legame tra storia e vita quotidiana.

AMBIENTAZIONE

Dove si svolge la storia

Quando si svolge la storia

Quali elementi mi sono rimasti impressi

Quali dettagli sono stati scelti per descrivere quest'epoca

Minilesson 4

LA VOCE NARRANTE

Che cosa impari

Capire chi racconta la storia, e come, è fondamentale: la voce narrante guida il nostro sguardo e decide che cosa possiamo o non possiamo sapere.

Perché ti è utile

Riconoscere la voce narrante ti permette di capire da quale punto di vista stai osservando la storia, quali informazioni ti vengono offerte e quali restano nascoste. Ti aiuta a distinguere tra ciò che il narratore mostra, ciò che suggerisce e ciò che lascia intuire, rendendo la tua lettura più consapevole e profonda.

Come si fa, passo per passo

Quando indaghi sulla voce narrante e sulla struttura, puoi rivolgerti queste domande.

1. La storia è raccontata in prima persona o in terza persona? L’autore ci porta dentro i pensieri di un personaggio o resta esterno?

2. La voce narrante è affidabile o lascia dubbi e misteri?

3. Rifletti: che effetto hanno tutte queste scelte sul lettore?

Un esempio, per capire meglio

In questo romanzo, chi racconta la storia non è un personaggio, ma una voce che osserva tutto dall’esterno. Questa voce però non resta fredda e lontana: a volte si avvicina così tanto ai personaggi da sfiorare quasi i loro pensieri e i loro sentimenti. Nei capitoli che hai letto, la voce narrante si alterna: nel primo (Equilibrio) ci porta vicino ad Antonio, nel secondo (Macerie) ci fa vedere le cose attraverso Andrea, e così via. Che cosa comporta per noi lettori questa scelta dell’autrice?

• Non vediamo mai tutto dall’alto, come se fossimo onniscienti, ma solo ciò che quella voce decide di mostrarci.

• Entrando nei pensieri di Antonio o di Andrea, ci sentiamo vicini a loro, come se potessimo vivere le stesse emozioni.

• Il fatto che la voce si sposti dall’uno all’altro ci permette di confrontare i due punti di vista: comprendiamo meglio le differenze tra i personaggi, le loro scelte e i loro desideri.

• Questo crea anche un po’ di tensione: sappiamo cosa prova uno, ma non sempre cosa sta pensando l’altro nello stesso momento, e questo ci spinge a proseguire la lettura per scoprirlo.

Prova tu!

Segui queste tracce una alla volta, senza fretta.

1. Chi parla davvero?

Prova a chiederti: nei capitoli che hai letto, ti sembra di essere più vicino ad Antonio o ad Andrea? In che modo te ne accorgi? (Guarda le descrizioni, i pensieri, le emozioni che vengono riportate).

2. Il narratore giudica oppure osserva?

Leggi con attenzione: la voce che racconta ti sembra dare un giudizio sui personaggi oppure si limita a mostrarli? Trova un passaggio che ti sembra un commento e uno che ti sembra solo descrizione.

3. Che effetto ha sul lettore?

Prova a immaginare: se la storia fosse stata raccontata in prima persona da Antonio o da Andrea, come sarebbe cambiata? Ci saremmo fidati allo stesso modo? Avremmo sentito le stesse emozioni?

Scrivi le tue osservazioni come se fossero note in un taccuino d’indagine: “Indizio 1: …”, “Indizio 2: …”. Alla fine, prova a tirare una conclusione: che tipo di narratore è e come influenza la tua lettura del romanzo?

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica ogni volta che vuoi capire meglio chi ti sta guidando dentro la storia. È utile in tutti i testi, non solo nei romanzi storici: ti aiuta a distinguere se stai leggendo i pensieri di un personaggio o se una voce esterna ti mostra la scena. Applicala quando vuoi scoprire quanto puoi fidarti del narratore e che effetto hanno le sue scelte sul lettore.

Minilesson 5

LA TRAMA

Che cosa impari

Ogni storia ha un filo che la tiene insieme: la trama. Non è solo “quello che succede”, ma il modo in cui gli eventi si concatenano, si complicano e trovano una conclusione. Imparare a riconoscere la trama significa capire come l'autore o l'autrice costruisce tensione e significato.

Perché ti è utile

Se sai individuare i passaggi fondamentali della trama, puoi seguire meglio l’evoluzione dei personaggi e cogliere il senso della storia. La trama ti mostra come da una situazione iniziale si arrivi a un cambiamento, attraverso ostacoli e conflitti. È come una mappa che ti guida nel viaggio narrativo.

Come si fa, passo per passo

Per rappresentare la trama non ti serve una bussola, ma occhi attenti e un buono schema. Queste indicazioni ti saranno utili, vedrai!

1. Individua la situazione di equilibrio iniziale e il momento in cui questo viene rotto.

2. Prendi nota delle complicazioni, cioè dei problemi, delle avversità, dei conflitti che coinvolgono i protagonisti.

3. Riconosci quali eventi contribuiscono a risolvere i problemi che si sono creati.

4. Segna com’è il finale: la situazione torna come prima o è cambiata? In che modo?

5. A lettura terminata, rifletti su quale sia il momento di tensione culminante (noi la chiamiamo con un termine tedesco, Spannung), vale a dire il punto in cui la storia raggiunge il massimo della drammaticità.

6. Rappresenta questi elementi in un grafico come quello che trovi a pagina 102: una linea che sale, si spezza, raggiunge il culmine e poi scende verso la conclusione.

Un esempio, per capire meglio

Applichiamo queste istruzioni per ricavare la trama di Caramelle dal cielo.

• Equilibrio iniziale: Antonio vive di baratti e mercato nero, Andrea di affetti familiari e del legame con Guerrino. Due mondi diversi, ma entrambi in una fragile quotidianità.

• Rottura dell’equilibrio: il bombardamento sconvolge la città e costringe i protagonisti a reagire.

• Complicazioni: Antonio viene derubato e deve affrontare la violenza e la precarietà; Andrea perde Guerrino e decide di tornare in città a cercarlo, rischiando la vita. I due ragazzi si incontrano e si scontrano, attraversando insieme una Milano devastata.

Prova tu!

Prova a concludere l’analisi della trama iniziata sopra.

• Ci sono altre complicazioni che affrontano i protagonisti?

• Qual è il momento di massima tensione?

• Come si conclude la storia? È cambiato qualcosa rispetto all’inizio?

• Segna gli eventi fondamentali della trama su uno schema: ti aiuterà a vedere la storia come un percorso, con salite, cadute e un punto culminante.

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica ogni volta che vuoi capire meglio la struttura di un racconto o di un romanzo. Ti aiuta a non perderti nei dettagli e a cogliere il senso del viaggio dei personaggi, dalla partenza al cambiamento finale.

ACME (Spannung)

Qual è il culmine della storia, il punto di maggior difficoltà e tensione?

Tensione decrescente Quali sono gli eventi che contribuiscono a risolvere i conflitti?

Tensione crescente Quali difficoltà, imprevisti, fatti contribuiscono a far salire la tensione?

Ricomposizione equilibrio Quale evento riporta la situazione a un certo equilibrio, rispetto alle vicende vissute?

finale I protagonisti ritrovano una situazione di equilibrio (anche diversa da quella iniziale), a fronte di una crescita.

Rottura equilibrio Quale evento spezza l’equilibrio iniziale?

Situazione iniziale

Qual è la situazione del/dei protagonista/i all’inizio della storia?

Minilesson 6

LE PAROLE CONTANO

Che cosa impari

Le parole non sono tutte uguali: le scelte lessicali di chi scrive contribuiscono a creare l’atmosfera e mettono in risalto i temi del romanzo.

Perché ti è utile

Ogni autore o autrice sceglie con cura le parole che userà. In un romanzo storico, certi termini rimandano a un’epoca precisa (oggetti, cibi, abitudini), mentre altri creano emozioni e immagini ricorrenti. Si rivelerà importante, per cercare i fili conduttori della narrazione, individuare i campi semantici, cioè quei gruppi di parole che afferiscono a uno stesso ambito.

Come si fa, passo per passo

Per “indagare” il lessico...

1. Sottolinea le parole che appartengono a uno stesso ambito (cibo, guerra, paura, animali, affetti…).

2. Conta quante volte ricorrono e in quali situazioni.

3. Chiediti: che effetto producono sul lettore? A quale tema più ampio rimandano?

4. Rifletti: il linguaggio è semplice o ricercato? Adatto all’epoca o moderno?

Un esempio, per capire meglio

Caramelle dal cielo è ambientato a Milano durante la Seconda guerra mondiale. Non basta dire “è un periodo difficile”: l’autrice ce lo fa vivere attraverso parole precise, che ricorrono più volte e costruiscono delle vere e proprie “famiglie di parole” (campi semantici).

• Campo semantico della guerra: macerie, sirene, rifugio, Pippo, coprifuoco, tessera annonaria… Questi vocaboli non sono neutri: evocano distruzione, pericolo, privazione. Il termine Pippo, per esempio, non è un nome qualsiasi, ma il soprannome popolare che gli italiani davano all’aereo ricognitore che volava di notte.

Una tale scelta lessicale ci “immerge” dentro il linguaggio quotidiano dell’epoca, come se ascoltassimo davvero la voce della gente.

• Campo semantico della sopravvivenza: scambio, baratto, contrattare. Parole come queste sono strettamente legate ad Antonio; non sono solo verbi d’azione: raccontano un modo di guardare la vita. Antonio si muove in una realtà in cui tutto può essere venduto o scambiato, persino i rapporti umani. La ripetizione di questi termini rafforza l’idea di un ragazzo che misura il proprio valore con il guadagno.

• Campo semantico degli affetti: Guerrino, nonno, orologio, abbraccio. Per Andrea le parole importanti sono quelle che custodiscono relazioni e ricordi. Orologio, per esempio, non è solo un oggetto: rimanda a un’eredità affettiva, a un legame familiare che resiste anche quando tutto intorno crolla.

Analizzare il lessico ci aiuta a capire non solo “di cosa si parla”, ma anche come l’autrice vuole che ci sentiamo: oppressi dal pericolo quando leggiamo parole di guerra, immersi nel cinismo con Antonio, rassicurati dal calore degli affetti con Andrea.

Prova tu!

Ora ripensa al romanzo che hai appena letto e prova a rivolgerti queste domande.

1. Quali altri campi semantici si possono individuare?

2. Quali personaggi sono associati a ciascun campo?

3. Secondo te, quali temi del romanzo emergono attraverso queste scelte lessicali?

4. In che modo il lessico contribuisce a costruire l’atmosfera della narrazione?

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica ogni volta che vuoi capire meglio come le parole costruiscono l’atmosfera di un testo. È particolarmente utile nei romanzi storici, dove il lessico rimanda a un’epoca precisa, ma funziona anche in racconti realistici o poetici. Applicala quando noti ricorrenze di termini o immagini: ti aiuterà a scoprire i temi nascosti e a leggere con più consapevolezza.

STRATEGIE DI SCRITTURA

RACCONTO REALISTICO

fase 1 – RICERCA DELLE IDEE

Minilesson 1 – CERCARE SPUNTI

Che cosa impari

Per scrivere un racconto realistico, il punto di partenza è sempre un’idea concreta, che nasce dalla realtà.

Perché ti è utile

Il racconto realistico è uno specchio della vita: può partire da fatti veri o inventati, ma deve sembrare verosimile. Allenati a cogliere spunti da piccoli episodi quotidiani, da scene osservate o da dettagli apparentemente insignificanti.

Come si fa, passo per passo

1. Apri un giornale online o cartaceo, oppure pensa a qualcosa successo di recente a te o a chi conosci.

2. Leggi titoli o notizie: quali ti colpiscono di più?

3. Annota luoghi, fatti, persone che potrebbero diventare lo spunto per una storia.

4. Scrivi almeno tre possibili idee per racconti realistici.

5. Prova ad ampliare ognuna con qualche riga di trama.

Un esempio, per capire meglio

Caramelle dal cielo: Marta Palazzesi parte da un fatto reale (i bombardamenti di Milano nel 1943) e costruisce la storia di due ragazzi, Antonio e Andrea, che reagiscono in modo diverso alla stessa realtà.

Esempio inventato: leggendo un quotidiano, troviamo la notizia “Studente perde il treno e resta bloccato di notte in stazione”. Da qui possono nascere tre possibili storie:

• un ragazzo che vive un incontro inaspettato in stazione;

• una ragazza che scopre la città notturna e i suoi pericoli;

• un gruppo di amici che trasforma l’attesa in un’avventura.

Scegliamo la seconda: più originale e adatta a un racconto breve.

Prova tu!

Cerca tre notizie o ricordi che ti colpiscono e scrivi per ciascuno una breve traccia narrativa; poi elimina gli spunti più deboli e conserva quello davvero efficace.

Quando usare questa strategia

Quando scriverai, guarda la realtà con curiosità: ogni fatto, dettaglio o ricordo può diventare l’idea giusta per una nuova storia.

Fase 2 – PIANIFICAZIONE

Minilesson 2 – IL PERSONAGGIO

Che cosa impari

Per creare un personaggio, parti da una “fotografia”: aspetto, movimenti, voce, oggetti. Poi aggiungi una “radiografia”: paure, desideri e contraddizioni che emergono tra le righe.

Perché ti è utile

Nella vita ci facciamo subito un'idea delle persone da dettagli concreti; allo stesso modo, in un racconto realistico dobbiamo “fotografare” il personaggio. Per renderlo credibile, però, serve coglierne pensieri e fragilità che orientano le sue scelte.

Come si fa, passo per passo

1. Scrivi una descrizione fisica del personaggio (altezza, età, capelli, abiti…)

2. Annotane i gesti più abituali (cammina in fretta, ride spesso, parla piano…)

3. Segna eventuali oggetti che lo caratterizzano (una bici, un quaderno, un animale domestico…)

4. Raccogli questi dettagli in un ritratto coerente: la fotografia.

5. Aggiungi la radiografia: scrivi i desideri più forti, le paure, i sogni segreti o i bisogni interiori.

6. Rifletti su come questi elementi nascosti influenzano le sue scelte e pensa a come farli emergere senza dirli esplicitamente.

Un esempio, per capire meglio

Caramelle dal cielo: La fotografia di Antonio mostra un ragazzo scaltro, orgoglioso, appariscente. Ma la radiografia rivela che dietro la sicurezza si nasconde la paura di restare solo e il dubbio di non avere un futuro diverso da quello dello zio.

Esempio inventato: Martina ha sempre i capelli legati in una coda spettinata, indossa scarpe da ginnastica consumate e porta con sé una borraccia piena di adesivi. La fotografia presenta una ragazza sportiva, energica, un po’ disordinata. Dalla radiografia, emerge che Martina sogna di vincere una gara per farsi notare dai genitori, ma teme di deludere la squadra.

Prova tu!

1. Scrivi la fotografia del tuo personaggio: fisico, abiti, gesti, oggetti. Pensa a un dettaglio che lo renda unico e riconoscibile. 2. Poi aggiungi la radiografia: almeno una paura, un desiderio e un sogno nascosto. Spiega come potrebbero emergere nella storia senza essere detti apertamente.

Quando usare questa strategia

Ogni volta che vuoi costruire o analizzare un personaggio realistico. La fotografia ti aiuta a renderlo vivo e riconoscibile, la radiografia a dargli profondità e credibilità. Insieme, permettono di cogliere sia ciò che appare, sia ciò che resta nascosto.

Minilesson 3 – L’AMBIENTAZIONE

Che cosa impari

Il luogo e il tempo non sono uno sfondo neutro: influiscono su ciò che accade e su come i personaggi vivono.

Perché ti è utile

ll luogo e il tempo non sono semplici decorazioni: determinano il tono della scena e condizionano i comportamenti dei personaggi. L’ambientazione rende credibili le reazioni dei personaggi, mostrando come agiscono dentro un contesto con regole e limiti precisi.

Come si fa, passo per passo

1. Decidi il luogo preciso dove si svolge la storia.

2. Aggiungi dettagli visivi (cosa si vede), uditivi (cosa si sente) e olfattivi (cosa si respira).

3. Indica il periodo (stagione, anno, momento della giornata).

4. Svolgi una ricerca accurata, analizzando tutte le fonti sicure a cui riesci ad accedere.

5. Rifletti: che atmosfera crea questa ambientazione?

Un esempio, per capire meglio

Caramelle dal cielo: «Via Zebedia, per il momento, era stata graziata dalle bombe. Nessun palazzo era stato colpito, ma la strada era comunque invasa da calcinacci e pezzi di balconi crollati per via delle vibrazioni», p. 53. L'ambientazione trasmette insicurezza e angoscia.

Esempio inventato: la scuola di Martina ha corridoi stretti con muri pieni di scritte, il pavimento consunto, le finestre che lasciano entrare aria fredda d’inverno. L'ambientazione trasmette disordine e i problemi che si incontrano nella vita quotidiana.

Prova tu!

• Descrivi il luogo del tuo racconto con almeno tre dettagli sensoriali (vista, udito, olfatto). Aggiungi anche il momento in cui la scena si svolge (giorno/notte, stagione, anno).

• Pensa: che atmosfera crea questo ambiente? È accogliente, minaccioso, caotico, silenzioso?

• Rifletti su come i personaggi si muovono dentro questo spazio: reagiscono con paura, curiosità, indifferenza?

• Scrivi un breve paragrafo che unisca tutti questi elementi.

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica ogni volta che vuoi dare credibilità e spessore a un racconto realistico o storico. Ti sarà utile, in particolare...

• All’inizio di una storia, per calare subito il lettore in un contesto preciso.

• Nei momenti di tensione, quando il luogo e il tempo amplificano le emozioni dei personaggi.

• Quando vuoi mostrare come l’ambiente influisce sulle scelte e sui comportamenti dei protagonisti.

Ricorda: senza un’ambientazione chiara, un racconto realistico perde consistenza.

Fase 3 – STESURA

Minilesson 4 – VOCE NARRANTE E STRUTTURA

Che cosa impari

Scegliere la voce narrante (prima o terza persona, vicina o distante) e l’organizzazione degli eventi (in ordine, con flashback o anticipazioni) modella prospettive, ritmo, tensione e sorpresa.

Perché ti è utile

La voce narrante è una lente: in prima persona entri nei pensieri del personaggio, in terza persona osservi ciò che la voce sceglie di mostrarti. La struttura è una strada: la cronologia offre chiarezza, mentre flashback e anticipazioni aggiungono profondità e suspense. Usare con consapevolezza voce e struttura ti permette di guidare emozioni, informazioni, ritmo e colpi di scena.

Come si fa, passo per passo

1. Scegli la distanza: vuoi che il lettore sia “dentro” i pensieri (prima persona o terza persona interna) o preferisci uno sguardo più ampio e controllato (terza persona esterna)?

2. Decidi l’ordine degli eventi: cronologico se vuoi chiarezza e crescita lineare; flashback/anticipazioni se vuoi svelare motivazioni, creare mistero o aumentare tensione.

3. Stabilisci l’affidabilità della voce: la voce giudica, nasconde, interpreta? Un narratore non affidabile può intensificare conflitto e sorpresa.

4. Progetta il ritmo: alterna scene (azione, dialoghi) e sommari (passaggi di tempo) per mantenere scorrevolezza e intensità; usa transizioni chiare.

5. Prova due aperture: scrivi le prime righe in prima e in terza persona; confronta tono, ritmo e coinvolgimento, poi scegli la versione più efficace per il tuo obiettivo.

Un esempio, per capire meglio

Caramelle dal cielo: terza persona interna; struttura principalmente lineare con inserti di memoria (zio Saro, il nonno) che illuminano motivazioni e fragilità. Risultato: doppio punto di vista, empatia alternata, tensione continua.

Esempio inventato: Martina racconta in prima persona la gara decisiva. A metà del primo paragrafo, un flashback interrompe l’azione e mostra la sconfitta pubblica di un anno prima. Risultato: immersione emotiva immediata e motivazione del presente resa visibile senza spiegazioni didascaliche.

Prova tu!

• Doppia apertura: scrivi 5–6 righe della tua storia in due versioni (prima persona e terza persona interna).

• Scelte di struttura: prova una versione in ordine cronologico e una con un flashback (2-3 frasi) che sveli un dettaglio chiave.

• Valuta l’effetto: quale versione crea più vicinanza? Quale genera più curiosità o tensione?

Quando usare questa strategia

• All’inizio della scrittura: per impostare prospettiva, affidabilità e ritmo prima di sviluppare le scene.

• Nei momenti di svolta: quando vuoi aumentare tensione o rivelare motivazioni senza rallentare la narrazione.

• In revisione: per correggere incoerenze (voce che “slitta”, flashback troppo lunghi, anticipazioni che rovinano la sorpresa) e rendere la lettura fluida e coinvolgente.

Ricorda: voce e struttura sono l’architettura emotiva della tua storia.

Fase 4 – REVISIONE

MInilesson 5 – CONTROLLARE LA COERENZA

Che cosa impari

Una buona storia non nasce perfetta: la revisione la rende chiara, scorrevole e coerente.

Perché ti è utile

Quando scrivi un messaggio importante, lo rileggi per evitare errori o frasi confuse. Anche per i racconti la revisione è indispensabile.

Come si fa, passo per passo

1. Rileggi il testo a voce alta: scorre bene o ci sono parti poco chiare?

2. Controlla che i personaggi si comportino in modo coerente con la loro fotografia e radiografia.

3. Correggi eventuali errori grammaticali e ortografici.

Un esempio, per capire meglio

Caramelle dal cielo: Andrea resta sempre legato a Guerrino, Antonio non smette mai di ostentare sicurezza: la coerenza è mantenuta dall’inizio alla fine.

Esempio inventato: nella prima bozza Martina sembrava timida, ma nel finale diventava sicura senza spiegazioni. In revisione inseriamo indizi di cambiamento già durante la gara, per rendere il finale credibile.

Prova tu!

Rileggi la tua bozza e annota tre cose da migliorare: (1) chiarezza della trama, (2) coerenza dei personaggi, (3) correttezza linguistica. Scambia il testo con un compagno e datevi consigli a vicenda.

Quando usare questa strategia

Usa questa tecnica ogni volta che hai terminato una stesura e vuoi renderla più chiara e credibile. È utile sia durante la scrittura, per correggere subito, sia alla fine, per rifinire il testo.

Nella Milano del 1943, Antonio, rimasto solo, si arrangia come può. Andrea, che vive con la famiglia in una bella casa, trova nel cane Guerrino l’ultimo legame con il nonno e un amico prezioso. Un giorno che le sirene annunciano l’ennesimo bombardamento, i due ragazzi stringono un patto per proteggere ciò che più conta per loro. Nella notte in cui le bombe cadono come grappoli di caramelle nere, scopriranno che il coraggio nasce nei momenti più duri e che l’amicizia può farsi strada un passo alla volta.

Un viaggio dentro la guerra vista dagli occhi di due ragazzi, per capire quanto contino le relazioni, le decisioni e la forza di restare umani.

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