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Giancarlo Tommasone

Torazina cartoline da Acidolandia

Edizioni Scientifiche e Artistiche


Grafica di copertina: Carlo Falanga

I diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta, archiviata anche con mezzi informatici, o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico, con fotocopia, registrazione o altro, senza la preventiva autorizzazione dei detentori dei diritti. ISBN 978-88-95430-74-4 E.S.A.

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Edizioni Scientifiche e Artistiche

© 2013 Proprietà letteraria, artistica e scientifica riservata www.edizioniesa.com info@edizioniesa.com

Il volume è disponibile in versione elettronica su tutti gli store digitali


A Giulia, prova dell’esistenza di Dio


Quanto tempo della tua vita sei disposto a darmi? Quanto credito? Quante emozioni? Questa non vorrebbe essere una storia come tutte le altre, o forse sÏ. Sta a te deciderlo come pure sta a te continuare a farmi illudere che le cose che ho visto siano accadute sul serio. PerchÊ questa vorrebbe essere una storia che comincia per caso, anche se come tutte le storie è fatta di respiri, di sangue che pompa al cervello e ti costringe a camminare, a parlare, a farti domande.


I Il mio malditesta (Marco Castoldi, in arte Morgan, 1997)

La televisione che osservo a casa serve solo per il mio malditesta tornare da Milano all’ora di punta serve solo per il mio malditesta Amo molto il rumore però la techno serve solo per il mio malditesta bello l’amore ma una ragazza può solo aumentare il mio malditesta E allora vado, comincio a cercare, aprire i cassetti del comodino e quelli del bagno piccolo: devo risolvere il problema o credere di risolverlo Però Giove ha cagato fuori Minerva da un’emicrania Ho bisogno di pillole che facciano passare il mio malditesta Ho bisogno di pillole che facciano passare il mio malditesta Le lezioni che subisco a scuola servono solo per il mio malditesta mi piace la bravura ma a volte il jazz serve solo per il mio malditesta Non odio il calcio ma chi ne abusa serve solo per il mio malditesta e spesso di sera se non digerisco accuso leggeri principi di malditesta


sintomatologia

Dolori addominali, nausea reiterata, cefalee, insonnia, possibili e ricorrenti periodi di distorsione della realtĂ . posologia

H 9: pillola blu. H 15: pillola bianca e rossa. H 21: pillola dorata. punto primo

Non devo dimenticarlo. E casomai capitasse, ci sarĂ sempre qualcuno a ricordarmelo. punto secondo

Non devo abusarne. Prendere solo tre pillole al giorno. punto terzo

Annotare le sensazioni, cercare di farlo tutti i giorni. Annotare le sensazioni di miglioramento o peggioramento. punto quarto

Credere nella farmacologia. La farmacologia negli ultimi anni ha fatto passi da gigante. punto quinto

Respirare, sognare, ricordare, distinguere fra allucinazioni e realtĂ . punto sesto

Affidarsi fermamente all’idea di poter rinascere.


uno

Nello il barone cammina a cinque metri da me, io fumo tranquillamente cercando di non distrarmi, di non perdermi nelle onde, di cacciare gli occhi a terra e individuare, sotto la scorza nera della sabbia, anelli, braccialetti, collanine dorate. Nello è mio padre, mi chiama da un centinaio di metri, tanto sono rimasto indietro a distrarmi, e urla che ha trovato qualcosa. Io gli corro incontro e vedo che stringe una moneta da un euro. Poco più in là ne calpesto un’altra. Dico a mio padre che sono buone, ma si possono utilizzare solo inserendole nei distributori automatici perché la salsedine ha fatto saltare via tutta la cromatura e a nessuno verrebbe in mente di accettare soldi tanto rovinati. Mio padre è soddisfatto lo stesso e mi porta a vedere il punto preciso, il sasso piatto e irregolare dove qualche giorno fa hanno trovato una grossa tartaruga morta. La tartaruga era gialla e verde, dice Nello il barone, c’erano gli uomini della Capitaneria di porto, una signorina che doveva essere una veterinaria e qualche curioso. Da quando sono andato via, mi ha spiegato mia madre, Nello il barone non mangia poi tanto, è dimagrito, e la notte non riesce a dormire bene. Oggi è il lunedì in Albis ma sembra di essere più durante il periodo natalizio che in quello primaverile della Pasqua. Comunque è festa ed io sono

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passato a casa dei miei per stare con loro. Ho pensato che l’aria di mare avrebbe potuto far venire maggior appetito a mio padre e quindi gli ho chiesto di accompagnarmi a fare una passeggiata sulla spiaggia. Ora mio padre spezza rametti di rucola selvatica e ne fa un piccolo mazzetto, si arrampica su una collina di terra e sabbia e individua della cicoria. Accendo un’altra sigaretta e lo osservo mentre coglie la verdura, guardo l’orologio e vedo che siamo qui da circa un’ora, le nostre impronte sfigurano il volto della rena, mi appoggio a un pezzo di albero morto trascinato sulla spiaggia dalle onde e adesso usato da qualcuno come palo di una porta da calcio improvvisata. «Le navi sono belle da lontano – dice mio padre – a salirci sopra è tutta un’altra storia». Appoggiato sul pezzo di albero morto inquadro il porto di Napoli, i traghetti per le isole attraccati e impossibilitati a uscire dai marosi di questo lunedì in Albis, una grossa nave da carico sfiora il profilo nuvoloso di Capri e si mette al centro del golfo. Mentre penso che tutto questo sia materiale scadente per il mio nuovo libro, squilla il telefonino. Dall’altro capo la voce ventosa della madre di mia moglie: «Nina è con te?». «No, è rimasta a casa con mia madre». «Quando la vedi mi fai chiamare?». «Certo» saluto, passo e chiudo. Mio padre mi corre incontro felice, è la bambina scappata da una telenovela brasiliana con un mazzetto di fiori di campo in una mano e un braccialetto d’oro tempestato di rubini nell’altra. Mentre si avvicina noto che i fiori non sono altro che piccoli fasci di rucola e cicoria e il braccialetto d’oro e rubini, una sottile cordicella di stagno arrugginita. Mio padre me la porge e cerca la mia approvazione, dico che si tratta di una cosa senza valore, che non vale niente. Lo consolo dicendo che però abbiamo trovato due monete da un euro e potranno servirmi per comprare le sigarette al distributore, o per il parchimetro o addirittura per pagare la tangenziale gettandole nella cassa automatica. Dobbiamo andare, mentre faccio il percorso a ritroso valuto il materiale visto e vissuto sulla spiaggia, voglio dire non so ancora se valga la pena inserirlo nella mia nuova storia. Certo il mare, la rena, le navi sono

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tutti elementi abbastanza poetici, di colore, ma è ancora troppo poco. Quello che manca è il caso. Questa, in fondo, non è una storia come le altre, almeno non vorrebbe esserlo, fatto sta comunque che più cerco la diversità, la particolarità, il caso appunto, più mi trovo inchiodato al muro del certo e del banale. Ad esempio sono sceso sulla spiaggia per far venire appetito a mio padre, ora me lo ritrovo accanto mentre porta in spalla un pezzo di albero morto. Da casi come questo potrebbe nascere pure qualcosa di buono, me lo annoto nella mente segnandolo come colore giallo, il giallo frassino del pezzo di legno. Nella mia memoria, se dovesse servirmi, il giallo dell’albero morto si collegherà a quello della tartaruga morta. Che era gialla e verde, e ad esempio il verde si potrebbe pure collegare all’ossido sopra le monete da un euro o al mazzetto di rucola e cicoria. Concatenazioni, fatti e cose che sembrano lontani fra di loro, ma se cerco la casualità, beh potrebbe trattarsi già di un inizio. Cominciamo a salire le scale del vecchio lido abbandonato, passiamo sotto il ponte della ferrovia. Mio padre getta a terra il tronco giallo, va verso il muro destro che regge l’arco del ponte, sfila alcuni mattoni scalcinati. Intuisco un vero e proprio buco nel muro, anzi una piccola caverna ampia un paio di metri e non troppo alta. Dentro ci sono altri pezzi di legno, mio padre mette a posto il tronco e chiude la porta della caverna infilando le pietre esattamente come si trovavano prima. Sono sulla tavoletta del cesso alle tre di notte, fumo e mi guardo allo specchio. Rivolgo l’attenzione alla punta del mio naso, penso, ingoio saliva. Mi alzo e tiro lo sciacquone senza aver fatto niente, solo per abitudine. Mi avvicino allo specchio e osservo le fattezze dei miei denti, mi passo una mano sulla faccia e sento appena spuntare la barba. Tutto intorno è silenzioso, recepisco soltanto il respiro pesante di Nina che dorme di sopra o nel resto della casa, fa lo stesso. Apro la finestra, getto via la cicca e cerco di mandare via la puzza di fumo, ci riesco in modo approssimativo, poi osservo il cielo dal cubo della piccola bocca di lupo. Ho mal di stomaco, non dovrei ma lo faccio lo stesso, butto giù un’altra pillola colorata. Non dovrei ma mi serve pure per calmarmi e dormire meglio. Mi risiedo sulla tavoletta del cesso e scrivo pochi appunti su pezzetti di carta gialla

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adesiva. Il nuovo romanzo dovrebbe essere già chiuso secondo l’editore, anzi secondo l’assegno di anticipo che la banca ha provveduto a ingoiare diversi mesi fa. Eppure scrivo e riscrivo pagine su pagine, invento storie e personaggi, ma non c’è niente da fare, ancora niente. Avevo chiuso la storia di un ragazzo che lavorava in una specie di istituto di bellezza per animali, il ragazzo si chiamava Marco e alla fine moriva per il morso di una zecca. Bocciata. Avevo chiuso il racconto di un gruppo di persone che si opponeva a un sistema precostituito, perfetto e asettico, dando il via a una sorta di rivoluzione. Troppo anni ‘80, il che vuol dire banale, il che vuol dire già sentito, scontato, stanco. Il che vuol dire bocciato, datti da fare e questa volta cerca di vendere più copie del primo romanzo. Sono sulla tavoletta del cesso alle tre e venticinque di notte. Nina dorme di sopra, tossisce leggermente. Nina dice che l’umanità si divide in due categorie, chi si siede sulla tavoletta del cesso e chi invece preferisce il freddo della ceramica sotto il culo. Secondo Nina alla prima categoria appartengono le persone che hanno bisogno di certezze, alla seconda quelle che si adattano alle circostanze e non fanno complimenti.

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due

L’ecografista mi indica un puntino intermittente sul monitor collegato a una telecamera intravaginale in diretta dalla vagina di Nina. Il puntino è per intenderci una stella che si accende e si spegne nel cielo a cristalli liquidi di un Lg da venti pollici. Quel segnale potrebbe essere mio figlio o mia figlia, adesso, dice l’ecografista: è praticamente impossibile determinare il sesso della vostra creatura. Il camice immacolato della dottoressa, insieme alle sue scarpe da ginnastica e sopratutto al guanto in lattice che ricopre la sua mano destra ci dicono se abbiamo voglia di ascoltare il battito del cuore di un puntino a cristalli liquidi. «Suppongo di sì» faccio. La dottoressa controlla con una linea digitale la lunghezza dell’embrione, aspetta ancora qualche istante e afferma con decisione: la vostra creatura misura sette millimetri virgola quattro ed è meglio non sentire il suono del suo cuore perché è ancora troppo piccola e può darle fastidio. «Suppongo di sì» confermo. Nina è contenta e si riveste, il mio telefonino squilla e sul display appare il numero del curatore del mio nuovo romanzo. Rifiuto la chiamata.

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La dottoressa ha i capelli biondi raccolti dietro la nuca con un fermaglio di tartaruga. La tartaruga era gialla e verde, dice mio padre nella mia testa, sono 120 euro, dice la bocca della dottoressa. L’ecografista sembra proprio uscita da una serie televisiva tipo Medici in prima linea o Dr. House, sarebbe bellissima, dolce e perfetta se solo accettasse assegni postdatati. Non ci provare nemmeno dicono le sue lenti a contatto giornaliere mentre estraggo il blocchetto; ok, faccio io e sono costretto a pagare in contanti. Salutiamo, usciamo, Nina porta in trionfo la prima fotografia della nostra creatura da sette millimetri virgola quattro. Il telefonino torna a squillare e manco a farlo apposta è ancora il curatore del mio nuovo romanzo, del volume che dovrà farmi vendere più copie di quello precedente, voglio dire di quel cazzo di libro che provo e riprovo a riscrivere ogni giorno senza risultati. «Dove diavolo eri finito?» esordisce. «Buonasera» dico io. «Aspetto le bozze da due settimane, l’editore ha finito di prendersela con me cinque minuti fa». «E tu adesso devi prendertela con me, giusto?». «Guarda, smettila di scherzare e mandami quelle fottutissime bozze» fa ancora lui. «No, è meglio se te le porto, ho cambiato di nuovo soggetto. Bisogna discutere di alcuni particolari». Nina riguarda la foto della nostra creatura e si infila in macchina, il curatore bestemmia velocemente un santo di cui non riesco ad afferrare il nome e prima di riattaccare, senza un abbraccio, un saluto, senza nemmeno il più misero degli arrivederci, grida che ho solo due giorni di tempo. La nuova casa dei miei genitori si trova al piano terra di un palazzo della fine dell’Ottocento. Quando è riuscito a fittarla, mio padre si era già rassegnato a vivere lontano dal paese in cui è nato ed è sempre vissuto. In verità non gliene è mai fregato più di tanto del posto in cui abitare, l’unica cosa, mi ha sempre detto, è che si deve sentire la presenza del mare. Figurati quando ha detto a mia madre che non solo aveva trovato casa nel suo paese ma che si sentiva pure il mare. Roba da non crederci, da non

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starlo nemmeno a sentire. Alla fine era tutto vero, una casa di tre stanze in uno stabile signorile e con alle spalle il mare di quando lui era bambino, quello di Pietrarsa, a meno di cento metri dalla casa dove era nato. Quello della vasca dei saraghi e delle corvine, la misteriosa peschiera romana del primo secolo avanti Cristo scoperta all’inizio dell’Ottocento e subito scomparsa, dopo appena una notte, interrata di nuovo e per sempre. Se ci penso bene, la storia dei luoghi in cui ha vissuto mio padre si potrebbe raffigurare con un cerchio che si chiude, ma nel senso stretto del termine. Un cerchio molto ampio in verità, considerato anche il fatto che alcuni anni prima che io nascessi, la mia famiglia è emigrata in Australia. Storia da anni ’70, per intenderci, con mia madre che indossa grossi occhiali da sole marroni e mio padre con le basette lunghe. E le villette a schiera di Parramatta Road, quartiere residenziale di Sidney, e le sere passate a guardare dal molo il ponte girevole e la copertura futuristica dell’Opera House. Poi i sogni enigmatici di mio padre, il suo lavoro da carpentiere sospeso a centinaia di metri dal suolo, il lavoro di mia madre in una fabbrica di insaccati a dividersi lo spazio con donne danesi e tedesche, ad essere continuamente chiamata spaghetti e a cercare di difendersi dalla responsabile del suo settore. Prosciutti disossati. «Emy spaghetti, come here». «Emy maccaroni, close that mouth full of shit». E mia madre, messa alle corde, costretta a ribattere con un coltello per disossare prosciutti con la punta della lama a due millimetri dal clitoride arrugginito della responsabile e a dire in perfetto inglese: «I’ll Cut your cunt, black bastard». Certo bastard, bastarda, vale a dire ti taglio in due quella fessa arrugginita che ti ritrovi fra le gambe grasse e suine se non smetti di rompermi le palle. Risultato: licenziamento, cambiamento di lavoro, vedi pure aiuto cuoca in un ristorante italiano, o chef in un ristorante napoletano, vedi pure padrona di una fattoria nei dintorni di Sidney. Mai chiamare bastardo un australiano, ci restano male, male sul serio. Mia madre mi diceva che era la massima offesa che potevi fare a uno di loro, perché, salvando la pace dei nativi, secondo mia madre, la maggior parte degli australiani discendeva da forzati e puttane, quelli che la Corona inglese mandava a morire nella colonia penale più grande della terra. I senza nome, i bastardi

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per antonomasia. Questo anche mio padre lo sapeva bene, anzi forse lo sapeva meglio di Emy spaghetti, o maccaroni, mia madre per intenderci. Mio padre, da emigrante, non si fidava di nessuno, nemmeno di quelli che parlavano la sua lingua, nemmeno di quelli che erano partiti insieme a lui e che in aereo avevano fantasticato su una terra meravigliosa e grassa, dove spuntano monete d’oro a ogni angolo, si diventa ricchi in meno di una settimana e dopo un anno si ritorna a casa, in Italia, con i soldi e l’aria vissuta e compiacente dello zio d’America o d’Australia, fa lo stesso. Salvo poi svegliarti su un pullman quando ancora ti ronza in testa il fuso orario e guardare il bush che si avvicina piano, con tutti che cercano di intuire il mare, il lungomare, la città dove è possibile vivere ricchi e felici. Ma c’è soltanto il bush e casette di legno addossate ad alberi infiniti come cosce pelose di giganti; non c’è proprio un cazzo di tutto quello che c’era stampato sulla brochure di promozione del ministero italiano per l’emigrazione in Australia. Non ci sono nemmeno i canguri, mamma canguro e baby canguro che salutano e ammiccano dalla brochure verde speranza del ministero. Niente di tutto questo, vale a dire vivrete nelle casette di legno come vecchi esploratori, ovvero aspetterete un paio di settimane per le visite mediche e se non siete fortunati o avete qualcuno che vi possa ospitare in un posto diverso da questo dove ci sono solo alberi e foresta e grossi pappagalli sospesi in cielo come coriandoli, siete venuti a migliaia di chilometri da casa per niente. A morire di fame in un emisfero diverso dal vostro, vale a dire presi in giro. Fottuti. Mio padre non si fidava di nessuno, nemmeno dello zio di Emy spaghetti, Mario il marmista, che riesce a contattarli e a strapparli via dal bush come fossero due teneri rametti di rucola e cicoria, e dà loro ospitalità nella piccola comune che ha creato in un trilocale alla periferia di Sidney. Per questo la prima cosa che mio padre fa quando arriva nella grande metropoli è cercarsi una casa e un lavoro. Mario cerca di fermarlo, dice che è stupido spendere soldi per un’abitazione, dice pure che Alfredo e Vincenzo, gli altri adepti della comune insieme a sua moglie Patty e alle piccole figlie, sono amici, persone fidate, uomini d’onore a cui non verrebbe mai in mente di insidiarti la giovane e bella Emy. Salvo

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poi non trovarti Alfredo in mutande che gira per casa e si mette a posto l’attrezzo davanti a tutti, salvo poi non intuirlo nel letto di Patty alle due di notte mentre il marito è fuori ad ubriacarsi. L’esperienza dei miei genitori nella comune durò meno di una settimana, mio padre tornò da Emy stringendo un contratto da operaio appena siglato per un’impresa di costruzioni e le chiavi di un grazioso appartamento, una piacevole, anche se minuscola, villetta a Parramatta Road. «Grazie, grazie per averci salvato dal bush e per averci ospitato, grazie tante – dice mio padre a Mario e continua – se posso permettermi, però, voglio dirti: non ti fidare troppo delle persone che hai in casa, hai una moglie e due figlie piccole, fate la vostra vita». Voglio dire: idiota di un marmista italiano, ti sei reso conto oppure no che Alfredo ti scopa la moglie? «La mia vita, la mia famiglia, i miei amici sono cazzi miei e nessuno ci deve entrare» risponde cordialmente lo zio di mia madre. La nuova casa dei miei genitori ha un patio che somiglia in tutto e per tutto a quello ritratto sulle foto che hanno come sfondo la villetta a Parramatta Road, Sidney, Australia. Mentre mio padre confeziona una corda di canapa intrecciandone altre più piccole, passo in rassegna le istantanee di Emy spaghetti e Nello il barone, voglio dire di mia madre e dell’uomo che sta facendo una lunga corda di canapa e che nasconde pezzi di legno in una caverna sotto il ponte della ferrovia. Sono volti felici, volti da film tipo Colazione da Tiffany o A qualcuno piace caldo. Il sogno che si realizza con il sacrificio, la villetta in una delle zone residenziali di Sidney, l’anticipo versato per l’acquisto di una fattoria, il lavoro che va bene, l’attesa di un figlio che potrà avere doppio passaporto, volti felici certo, rilassati, tipo beh, ce l’abbiamo fatta. Salvo poi i sogni di mio padre, salvo poi l’arresto di Nello il barone, salvo poi Patty sgonfiata da Mario il marmista, salvo poi adesso vendiamo tutto e ce ne ritorniamo a casa, nonostante il pancione di mia madre incinta di otto mesi. Proprio così, la vita è strana, a volte la puoi mettere su un foglio tracciando linee dritte o curve, triangoli o cerchi, cerchi che si chiudono come quello di mio padre. Punto di partenza, giro immenso, punto di arrivo che coincide con quello di partenza.

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Ad esempio mio padre l’aveva detto al marmista, aveva usato parole abbastanza velate, ma credo che il messaggio fosse stato chiaro lo stesso. Guarda, caccia fuori di casa Alfredo e Vincenzo o te ne pentirai. Guarda, tua moglie fa un po’ troppo la stronza con Alfredo, guarda che Alfredo gira in mutande per casa e si mette a posto l’attrezzo davanti a tutti. La risposta fu fatti i cazzi tuoi, la porta che si chiude dietro le valigie di mio padre e mia madre che si avviano verso una vita felice. Attenzione, quando uno non si rende conto che il suo miglior amico gli sta scopando la moglie è un problema, quando uno ha la brillante idea di creare una comune a migliaia di chilometri da casa è un cazzo di problema, quando uno che non ce l’ha fatta comincia a invidiare chi ci sta riuscendo, diventa il principale dei tuoi problemi. Mario il marmista, ladies and gentlemen, Mario il marmista, problema ufficiale di Emy spaghetti e Nello il barone. Così dovette andare, certo, fu così che andò. Mio padre ha finito di intrecciare una corda di canapa della circonferenza di una decina di centimetri, io continuo a guardare le foto dell’Australia, Nina annuncia a mia madre che è incinta e che la nostra creatura misura appena sette millimetri virgola quattro. Mia madre è contenta, è molto più contenta di mio padre appena uscito di prigione dopo una notte passata nelle reali galere dell’emisfero sud. Sulla foto scattata a una decina di metri dalla stazione di polizia mio padre sta per piangere, io penso soprattutto di rabbia, ma anche di felicità perché Mario il marmista ha ritirato la denuncia depositata contro di lui per tentato omicidio e adesso è finito tutto, tutto sul serio, adesso si può finalmente tornare a casa. Cazzo, l’invidia. Una brutta gatta da pelare, mettici pure che a provarla è uno che ormai ha capito che la moglie se la fa col suo migliore amico. E si ubriaca fino a scoppiare da quando Patty è scappata con Alfredo portandosi via le figlie. E non sapendo con chi prendersela bussa alla porta della minuscola villetta di Parramatta Road e dice che è tutta colpa dei miei genitori se la sua vita va a rotoli, se la sua vita è un fallimento completo e che doveva farli morire nel bush, farli schiattare insieme a pulci e serpenti, insieme a migliaia di pappagalli colorati e al resto dei diseredati italiani raggirati da mamma canguro e baby canguro.

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Beh, non è proprio piacevole essere svegliato nel cuore della notte, non è per niente bello essere svegliato dalle urla di un pazzo ubriaco che getta merda sulla tua famiglia. Mio padre si alza e afferra un coltello, ma non preoccupatevi, no, mio padre ha sempre avuto la testa sulle spalle, dicevo, afferra un coltello da cucina e esce sulla porta. Sicuramente avrà detto adesso vattene a fare in culo o ti uccido, o cose del genere e Mario è scappato a gambe levate fra i piccoli viali intorno alle minuscole villette a schiera. Ma prima ha pensato di strapparsi di dosso la camicia hawaiana a fiori azzurri. E mentre corre ubriaco e rabbioso come un tossico appena prima del down vede in lontananza le luci di una volante. Cazzo proprio come in un film, e proprio come in una pellicola anni ’70, Mario salta uno steccato, si arrampica su una rete metallica e piomba con i palmi aperti sul cofano della macchina della polizia. Risultato, hanno provato a uccidermi, risultato l’aggressore abita a pochi metri da qui, risultato, mia madre vede due agenti stringere le manette ai polsi di Nello il barone, risultato, questa notte la passi in cella. Il giorno dopo mia madre è costretta a dare un migliaio di dollari al marmista e gli fa ritirare la denuncia, tutto viene archiviato come una banale lite tra parenti che hanno alzato un po’ il gomito. Roba che non esce nemmeno sui giornali di terz’ordine, roba da colonnino a piè pagina con un titoletto in corpo dodici tipo ‘Se le danno di santa ragione dopo essersi ubriacati’. Risultato, adesso vendiamo tutto e torniamo in Italia, anche se sei lo chef in uno dei più esclusivi ristoranti del centro e stai cercando di mettere su una fattoria tutta tua, anche se sei incinta di otto mesi. Risultato, non potrò mai avere il doppio passaporto. In Australia mio padre non si fidava di nessuno e ha avuto quasi sempre ragione, e poi c’erano quelli che lui chiamava sogni premonitori, ad esempio sono in una terra straniera e non ho i soldi per tornarmene a casa, oppure cammino scalzo lungo un viale immenso, o ancora, mi fanno scendere dall’aereo appena un attimo prima della partenza. Sogni premonitori e certezze, tipo Mario il marmista, lo zio di mia madre, l’idiota cornuto, il pazzo beone, insomma quella mezza testa di cazzo, sì dico proprio lui, quello finirà male. Ad esempio carcere a vita per aver sgonfiato sua moglie. Intercettata nella nuova casa che divideva con Alfredo e le piccole Eva e Dolly.

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«Mario Corsi – dice il traduttore del pubblico ministero in parrucca – si dichiara colpevole o innocente?». «Colpevole». «Può spiegarci com’è andata» incalza. «Lei diceva che ero uno senza palle, che non sarei riuscito a farlo». «Lei chi, mister Corsi?». «Lei, Patty, mia moglie». «Io le ho detto che ne ero capace, basta solo che dici sì». «Capace di fare cosa?». «Di ucciderla. Lei mi prendeva in giro, rideva, guardava il coltello e diceva: ti trema la mano, non sei nessuno». «Dove si trovavano le bambine al momento dell’omicidio?». «Giocavano nella stanza accanto alla cucina». «E il nuovo compagno di sua moglie?». «Era al lavoro». «E poi?» chiede nuovamente il traduttore. «Poi gliel’ho chiesto per l’ultima volta. Dici sì, se ne hai il coraggio. Beh, lei ha detto sì e io le ho lasciato venti centimetri d’acciaio nella pancia. Non ha nemmeno gridato, ha fatto un rumore come quando si sgonfia qualcosa. Ero contento e anche lei era contenta, prima di morire ha detto di amarmi. L’ho fatto per onore». Risultato, ergastolo con due anni di isolamento. Dopo la lettura della sentenza il giudice dice a mister Mario Corsi, che continua a stare in piedi e rigido in un vestito grigio da morto di fame, che adesso può sedersi. «Yes» fa lui senza bisogno del traduttore. «Queen Elisabeth is a bitch, Queen Elisabeth è ’na puttana». Risultato, i due anni di isolamento diventano cinque. Mio padre mette la corda di canapa in una busta di plastica bianca, io chiudo la ventiquattrore marrone scuro dei ricordi. Nina cerca di far individuare a mia madre il puntino chiaro sul cielo prugna dell’ecografia, la nostra creatura lunga sette millimetri virgola quattro.

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Io penso, guardo la tv e mentre mi calo la seconda pillola della giornata, la capsula bianca e rossa tanto per intenderci, cerco di inquadrare l’ennesimo soggetto per il mio nuovo romanzo. Ad esempio la storia di uno scrittore, o un sedicente tale oppure quella di un giornalista squattrinato, un abusivo in un quotidiano che si occupa di cronaca nera. Uno scrittore con il secondo romanzo fermo a un punto morto, uno che deve affrontare il suo curatore, e poi l’editore. Penso a un insignificante free lance di provincia che deve vedersela prima con il caporedattore e poi con il direttore del suo giornale. Ad esempio uno con il problema di un libro che doveva uscire diversi mesi prima, un libro di cui ha divorato l’anticipo di cinquemila euro e un altro con un problema simile, una decina di pesanti buchi presi in materia di omicidi, arresti, scarcerazioni. Ritardi, disattenzioni, notizie mancate di cui devono dare spiegazioni. Solo questo, nient’altro, la vita continua, la vita è un punto intermittente su un monitor da venti pollici.

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Il lavavetri comincia ad asciugare una delle immense lastre della reception della Edisud spa, indossa una maglietta arancione con la scritta Candida srl, la scritta è blu, l’ultima lettera gommosa si legge appena perché sta quasi per andare via. I lavavetri mi sono sempre piaciuti, aiutano il mondo, lo aiutano a far vedere meglio le cose, sono come gli ottici oppure come gli spacciatori di lsd. Aiutano a far vedere meglio dentro, nelle stanze, nei negozi, nelle cose appunto. Prima di parlare con Teresa la centralinista, per farmi annunciare di sopra, osservo la parete dietro la sua schiena, ci sono affisse le copertine dei dieci libri della Edisud più venduti al momento. Una classifica in progress, una classifica da cui il mio primo romanzo è sparito già da un po’. Fa una certa impressione vedere una cosa che è uscita dalla tua testa affissa al muro, una bella impressione, gente che ti saluta e che dice non hai bisogno di attendere e puoi bussare a quante porte vuoi tu, tutti ti riceveranno con sorrisi stroboscopici, si alzeranno dalla scrivania e verranno a stringerti la mano. Il tuo romanzo è in cima alla classifica in progress alle spalle della centralinista, hai venduto ventimila copie in meno di quindici giorni e sei felice e soddisfatto. Salvo poi uno che si ispira al tuo libro e che sfrutta al meglio la

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campagna promozionale della sua casa editrice molto più potente della tua. Salvo poi una produzione cinematografica americana che compra i diritti del romanzo di quello che si è ispirato al tuo libro. Salvo poi la critica letteraria, nonché giornalista affermata, matura compagna di quello che ha clonato ed esaltato gli aspetti migliori della tua storia, che dai quotidiani nazionali fa apparire articoli di ottomila battute in cui scrive che con il romanzo del suo protetto, trentenne bravissimo a letto e davanti alle telecamere, quello che ti ha fottuto l’idea per intenderci, finalmente dopo tanti anni di vacatio culturale e stereotipia massificante, l’arte della scrittura ha ritrovato il suo figlio prediletto. Un figlio bello, ricco e felice anche se ogni tanto deve darsi da fare mettendo a segno performance sessuali da oscar con una che prima di infilarsi nel letto avverte le vampate imprevedibili della menopausa. Risultato, quello che ha presentato la tua idea al mondo vince premi su premi e può passare il resto della vita a scrivere la sua biografia. Risultato, il mio primo libro cola a picco e se voglio scriverne un altro becco il minimo dell’anticipo e una percentuale davvero irrisoria sulle vendite. Risultato, se voglio continuare a campare debbo tornare a correre sulle strade incerte della mia città a caccia di morti, pregiudicati, arrestati, evasi dai domiciliari. Perché l’unica cosa che so fare veramente è scrivere. Non dico di saperlo fare bene, questo no, certo. In cima alla classifica alle spalle di Teresa la centralinista c’è la copertina, azzurro cielo, di uno che racconta storie di adolescenti straziati da delusioni amorose. Il lavavetri dice che devo spostarmi da lì se no mi bagno. Faccio un salto verso il bancone della reception e chiedo di poter parlare con il curatore del mio secondo libro, Mauro Ilardi. Poco più di un anno fa Teresa avrebbe sorriso, mi sarebbe venuta incontro con il caffè appena fatto e avrebbe detto felice: «Buongiooorno dottooore, le dona tantissiiimo il suo nuovo taglio di capelli. Il dottor Ilardi è in riunione, ma adesso lo avverto che lei è qui. Può entrare senza bussare e mangiare tutti i cioccolatini dalla sua scrivania, quelli alle mandorle nel porta bon-bon di cristallo, e mentre parla con il dottor Ilardi può fumare liberamente anche se al dottore dà fastidio». E frasi del tipo, lei qui è di famiglia, conosce la strada e le voglio bene, ogni sera prego per lei e per sua moglie.

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«Il dottor Ilardi è in riunione – dice Teresa. – Non so se posso disturbarlo, comunque lei è?». Non mi scompongo, dico il mio nome. La camicetta di Teresa, quella di seta magnolia da duecento euro, le dice che il mio nome non le ricorda proprio niente e afferma con fare stanco che devo aspettare fra i trenta e i quarantacinque minuti seduto sul divano di fronte alla reception mentre il dottor Ilardi finisce la sua riunione. Mi dice inoltre che devo cercare di non essere di intralcio al lavavetri. Ho voglia di un caffè, ma il mio libro non è più nella classifica dietro le spalle di Teresa, per questo mi dirigo verso il distributore automatico e infilo una di quelle monete che ho trovato giorni fa con mio padre sulla spiaggia. Aspetto. Bicchiere di plastica bianco, stecchetto di plastica trasparente, doppio zucchero, brodo marrone. Caffè industriale per il palato di scrittori in serie difficoltà. Non dovrei, lo so, non dovrei, al mio medico non farebbe piacere, ma io afferro un’altra pillola e la butto giù con l’ultimo sorso di caffè. Teresa parla continuamente al telefono, io osservo il lavavetri che passa a combattere contro l’ultima lastra, afferro dei giornali patinati, l’uomo con la maglietta arancione aggiunge alcol in mezzo secchio d’acqua. Movimenti precisi, le gocce scivolano finendo la corsa rapite da uno straccio giallo, il lavavetri ti fa guardare meglio il mondo, meglio le cose, le cose di dentro o di fuori, dipende da dove sei e dove guardi. Ruoto la testa di quarantacinque gradi, sul marciapiede si affollano le facce delle persone, il caffè industriale è rimasto attaccato sotto la mia lingua per pochi secondi, troppo pochi. Mio padre si è alzato presto e ha camminato a lungo senza fermarsi, stringe una busta di plastica piena di corde fatte a mano. Una barca, come se saltasse piano sull’acqua, si avvicina alla spiaggia, ancora silenziosa, dell’ultima alba. È il gozzo di Mimmo e sta andando a seppie. Durante le prime ore del giorno le seppie si radunano in coppia o in piccoli gruppi di tre o quattro a meno di un metro dalla riva. Mimmo abbassa la purpara e il retino, una mossa che ripete preciso e saccente, tipo sono il miglior pescatore di seppie sulla faccia della terra. Dopo qualche istante

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un mollusco di una ventina di centimetri finisce fra le maglie con uno spruzzo di nero, il suo ultimo disperato tentativo di protesta. Mimmo dà la voce, quella solita che usa sputare fra i denti salati ogni mattina al mercato, jamme belle, teng ‘o mare. Mio padre lo saluta stringendo sempre la sua busta di plastica piena di corde, poi si avvia alla ricerca di monete, o di pezzi d’oro, o di qualcosa che luccica sotto la rena. O di qualcosa e basta. Fa lo stesso. Mi accorgo che aspetto da più di trenta minuti, lo so perché ho finito di leggere tre interminabili articoli sulla tendenza della moda femminile per il prossimo inverno. Pare che gli stivali non tramonteranno mai. Teresa lascia squillare il telefono un paio di volte, poi finalmente mi dice che il dottor Ilardi mi attende al primo piano. Il lavavetri ha finito già da un pezzo, ha lasciato sguarnita la postazione di guardia delle lastre e le mosche si specchiano impazzite e ubriache d’alcol fra centinaia di cuori e il mio. Lo stomaco va meglio, mi sento anche molto più calmo. Stringo una risma di fogli piena di correzioni. Dovrebbe trattarsi del mio nuovo romanzo o di qualcosa del genere. Conosco la strada verso l’ufficio del dottor Ilardi. Io lo so che cosa significa salire le scale andando incontro a un tutor. Magari vuol dire pure sbattere contro una stagista vestita di tutto punto. Se è in giornata buona può pure darsi che ti chieda scusa. Dipende se si ricorda della tua faccia e se hai un libro in classifica. Salgo le scale pensando a tutt’altro in verità. Ieri notte ho visto e rivisto la prima fotografia della mia creatura e a intervalli di un’ora ho dovuto soccorrere Nina in preda alla nausea. Quando aspetti un figlio ti può capitare anche questo, si sa, nausea, isteria, sbalzi d’umore, abbondante salivazione. Nina ha fissato uno dei faretti sul soffitto, le ho sempre detto che quando stai per vomitare devi fissare un punto, vietato distrarti o chiudere gli occhi. Certo, la mia esperienza in fatto di nausea e vomito è stata molto differente dalla sua. Voglio dire non riesco più a bere quella cazzata di bevanda spagnola, come si chiama, sangria, certo. Quindi ho detto a Nina che se proprio non ce la faceva a trattenersi, le conveniva tenere un secchio accanto al letto, avrei pensato io a svuotarlo, mi avrebbe ri-

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cordato la mia giovinezza, i miei vent’anni. A vent’anni avevo perfino riempito di scritte e adesivi l’esterno del mio secchio da vomito personale. E soprattutto il secchio era pieno di date, di quelle che segnavo la mattina dopo, sì molto dopo, quando avevo ripreso conoscenza e dicevo non berrò mai più in vita mia. Sulla porta del mio tutor c’è scritto il suo nome a lettere dorate. La porta aperta lascia intravedere la scrivania del dottor Mauro Ilardi, una parte delle sue gambe, delle gambe del direttore di non so che cosa. Busso e senza aspettare che mi dia il permesso entro. La filodiffusione libera musica classica a volume quasi impercettibile, la mano destra del dottor Ilardi mi dice di sedermi. «Finalmente, scusa se ti ho fatto aspettare». «Niente, non preoccuparti». Mio padre ha afferrato un lungo bastone di legno leggero e traccia un disegno sulla spiaggia. Il disegno è preciso e lui è contento. Fissa un punto, poi fa diversi passi e ne fissa un altro. Quindi tira una linea, due, tante altre linee. Chiude gli occhi e stende le braccia come se stesse per spiccare il volo. Adesso è su un grattacielo in costruzione nel cuore commerciale di Sidney, porta una camicia a scacchi e si tira su le maniche. Al centro di un imprecisato piano di un palazzone immenso ci sono mio padre e un greco di nome Spyros, attorno a loro, in cerchio, una decina di operai in pausa pranzo. Mio padre si sfila la catenina con una medaglietta di San Ciro e se la mette in tasca. Il curatore del mio nuovo romanzo dice che non ci siamo proprio, la sua cravatta da centocinquanta euro afferma che così non va, che se continuo in questo modo è prevista la rescissione del contratto e una penale da pagare. I suoi capelli che non lava da più di una settimana affermano pure che l’assegno semestrale per la vendita del mio primo romanzo sarà decurtato per far rientrare nelle casse della casa editrice i cinquemila euro che la mia banca ha provveduto a incassare mesi fa. Ok, si comincia, anzi abbiamo già iniziato, ora è il momento del secondo step. Secondo passo. Ora si chiama così. Voglio dire, quando fai il

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lavoro che faccio io o almeno tenti di farlo, ti trovi di fronte a parole trasformate, a parole semplici che diventano, all’improvviso, incomprensibili, sarà forse per il fatto che il tuo interlocutore vuol darsi un tono, vuol metterti in soggezione. Motivo giustificante del mondo globalizzato, forse i filosofi lo chiamano in questo modo. Così passo o passaggio diventano d’incanto step, lavoro in corso work in progress, come fare o saper fare si trasformano in know how. Senza contare poi i termini che si inventano a quelle buffe sedute sul corretto modo di imbastire un libro, laboratori dove ti siedi che hai voglia di scrivere e ti alzi col vomito e gli occhi che ti vanno su e giù a causa della tinta accecante delle pareti. A secondo step iniziato, Mauro vuol vedere le bozze del mio nuovo romanzo. Gli affido il plico di fogli sapendo già dove andrà a parare dopo la prima e veloce scorsa del materiale. «Ancora la storia del ragazzo del negozio di animali – sbuffa nella mia testa – ma mi avevi detto che avevi cambiato il soggetto». «No – dico – l’ho soltanto rivisto. Alla fine non muore». «Sai cosa penso?». Vorrei dirgli le cose che non pensa e a cui invece dovrebbe dare maggior peso, ad esempio lavati i capelli. «No» dico. Pensa che il mio primo libro è stato solo frutto di una colossale botta di culo. «Grazie». In casi come questo, dovresti alzarti, afferrare la sedia su cui poco prima stava il tuo culo, la sedia ancora segnata dal tuo culo, prenderla saldamente per le gambe in acciaio satinato e spaccare la testa al tutor, o curatore o direttore di non so che cosa o al dottor Mauro Ilardi del mio cazzo. In casi come questo dovresti farti spiegare tante di quelle cose, tante di quelle circostanze che conosciamo io, il dottor Ilardi e l’editore della Edisud spa. Ad esempio, perché a nessuna testa pensante di questa casa editrice o a nessuno dell’ufficio legale di questa fottuta casa editrice è venuto in mente di fare causa al “figlio prediletto dell’arte della scrittura” per dirla con le parole di una critica grassa e in menopausa, al bellissimo e ricchissimo figlio di puttana che ha rubato la mia idea?

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Caro dottor Ilardi, fammelo spiegare dalla tua cravatta da centocinquanta euro, oppure dalle nuove piante dietro la tua scrivania, oppure dalla mazzetta che hai preso per chiudere un occhio, anzi tutti e due. In casi come questo ti conviene tenere la calma e giocare a io so che tu sai che io so, voglio dire al gatto col topo. Ad esempio, voglio più tempo per il mio nuovo romanzo, voglio un trattamento migliore per quanto riguarda la percentuale sulle vendite, mi serve un altro anticipo, e non decurti nessun maledettissimo assegno semestrale. E un’altra cosa, rimetti la copertina del mio libro nella classifica dietro le spalle della segretaria anche se le vendite sono ferme, anche se la terza ristampa è stata cancellata dai piani dell’ufficio marketing. A proposito voglio una terza ristampa, di quelle con la fascetta, tipo “autore rivelazione dell’anno” o “autore plagiato da bellissimo e ricchissimo fanciullo mantenuto da una critica grassa e in menopausa”. Tutto d’un fiato, credo si chiami tecnica di autostima applicata ed esternata. Alla fine mi alzo e mi riprendo il plico col mio romanzo in progress, certi termini ho imparato a usarli anche io, cosa credi? «Hai scelto la strada sbagliata, dovresti controllarti di più» mi dice la caramella alla liquirizia fra i denti e il palato del dottor Mauro Ilardi. «Hai due giorni, soltanto due» taglio corto io. Mi sa tanto di aver pareggiato. Almeno questa è l’impressione. Io so cosa significa scendere le scale quando non si ha più un peso sullo stomaco. Voglio dire che se per caso fai volare volutamente tutti i fogli stretti al petto da una bellissima stagista, giornata buona o cattiva, lei non si arrabbierà mai, anzi ti chiederà perfino scusa e le sue gote arrossiranno perché crede di aver fatto una brutta figura. E allora si chinerà a raccogliere i fogli impacciata e aspetterà che le dai una mano per far intravedere la linea d’ombra che si trova fra le sue tette terza abbondante. Giusto per farsi perdonare. Non è successo ancora niente, ma di colpo, mentre stai per attraversare la porta a vetri scorrevoli della Edisud spa, e le mosche si accoppiano sulle lastre impercettibili e il tuo cuore sta rientrando nella strada fra centinaia di altri cuori, di colpo, sentirai nella tua testa la voce stantia di Teresa la centralinista che si ricorda di te, ti saluta e abbonda di vocali: «Torni a trovaaarci preeesto dottooore».

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Spyros il greco è un esemplare umano di un metro e ottantadue per novanta chili, pelle olivastra e occhi mobili e vicinissimi. Ma mio padre in Australia non si fida di nessuno, non si fida di niente, nemmeno di valutare la forza immensa che può provenire da un colosso di quelle dimensioni. A dire il vero si fida solo di se stesso e delle spalle abituate da sempre ad essere schiacciate dal peso. Tipo sono il mitologico Atlante e nessuno può permettersi di bestemmiare i miei morti. Nemmeno un greco abituato a digerire cipolla cruda e carne di montone insaporita da salsa allo yogurt acido. Il cielo di Sidney puoi toccarlo coi palmi, pensa Nello e tutto intorno non ci sono panni stesi ma chilometri d’oceano, il che vuol dire un punto lontano che potrebbe significare pure casa. Mio padre parte e subito si ritrova la mano insanguinata, sulle nocche un piccolo sorriso fluido e denso, il greco reagisce ma questo non è un film dove ricevi e dai i colpi a intervalli precisi e imposti da un copione qualunque. E non è nemmeno un incontro di boxe. Spyros reagisce per modo di dire perché mentre tenta di assestare un colpo si ritrova la mano pesante di Nello il barone sull’occhio destro, poi su quello sinistro. Spyros ingoia saliva ferrosa e cade sulle ginocchia. I pantaloni da carpentiere finiscono sulla calce appena asciugata. Dall’alto ci sono due teste al centro e una decina di teste in cerchio, teste in pausa pranzo. Perché vale la pena di rilassarsi un po’ dopo aver scaricato svariati quintali di tondini d’acciaio, vale la pena di difendere i tuoi morti bestemmiati a migliaia di chilometri da casa. Gli occhi di mio padre si riaprono e si ritrova a mettere in fila assi di legno e a sagomare pezzi di polistirolo. Poi si avvia verso il ponte della ferrovia, entra nella sua caverna e comincia a scavare.

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Il reparto di rianimazione è presidiato da due poliziotti con la faccia tesa. Nella piccola sala d’aspetto le luci non funzionano proprio al meglio, c’è un neon rotto che rilascia piccoli lampi con cadenza precisa e fastidiosa. Il volto dell’ennesimo spacciatore di piccolo calibro finito dritto sulla barella ad aprire le porte quasi con il capo, è ridotto a un enorme buco che sostituisce in tutto e per tutto le due orbite. E parte del naso. Tre colpi esplosi da meno di un metro, due alla sezione emitoracica, uno, forse quello più devastante, in faccia. L’agente semplice nel cubo di lamiera bianca appena si accede al pronto soccorso, quello che ha voluto vedere il mio tesserino da giornalista, mi dice che devo stare attento ai parenti della vittima, una ventina di persone che non esiteranno a dare sfogo alla rabbia nel momento preciso in cui il chirurgo impegnato nell’operazione disperata per salvare la vita a un pusher insignificante di diciannove anni, decreterà che non ce l’ha fatta. Il mio cellulare ha cominciato a squillare poco prima delle dieci di sera, appena dopo che avevo finito di scrivere di tre arresti eccellenti. Nina era ferma davanti alla finestra della cucina e cercava di calcolare il

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livello di bilirubina nel suo sangue. E a chiedere in modo ossessivo se mi piacevano i nuovi vestiti prémaman comprati nel pomeriggio. Ho risposto alla chiamata, poi ho detto a Nina che dovevo uscire, che avevano sparato a uno e che facevo tardi. Nina ha continuato con i suoi calcoli ipotizzando un futuro fantastico per la nostra creatura e sussurrando canzoni inventate al momento alla sua pancia. «Rockstar» ho detto al pancione di Nina mentre lo baciavo, prima di correre in ospedale. Ma lei non l’ha presa troppo bene, le rockstar le fanno paura. “Sono solo bugiardi che stanno lontani da casa per mesi e mesi. E prima di morire si ricordano di avere un figlio lasciato da qualche parte nel mondo” avrà pensato passandomi le chiavi della macchina. L’agente semplice chiuso nella scatola di lamiera bianca si tiene costantemente in contatto con l’infermiere piazzato dietro il vetro della sala di rianimazione; Sul foglio a quadretti davanti a lui ci sono scritte le iniziali di un nome, accanto alle iniziali una A che sta per attinto, che sta per ferito con colpi di arma da fuoco, vedi pure pusher diciannovenne, orbitante in non so ancora quale clan, raggiunto da tre pallottole e ridotto in fin di vita. Il pusher è ancora vivo dice il foglietto davanti al poliziotto, se il pusher dovesse dirci addio per sempre, accanto alle sue iniziali comparirebbe una piccola croce che significa più o meno questo: il volto dello spacciatore di diciannove anni, la sua faccia bella e felice, immortalata molto tempo prima di essere stata irrimediabilmente rovinata da un colpo di revolver, presto si troverà chiusa in una cornice ovale di metallo brunito avvitata su una lapide al cimitero di Poggioreale. E una ventina di parenti che sfasciano la sala d’aspetto del pronto soccorso e donne in tuta nera, capelli neri e lisci, unghie laccate rosse e pesanti cerchi d’oro alle orecchie che si inginocchiano, si buttano a terra, piangono, bestemmiano, invocano vendetta e il nome del morto. Perché in molti casi il dolore si manifesta con vetri spaccati e fogli di linoleum bucati da calci e cazzotti. «Ancora niente – dice l’agente semplice. Nessuna piccola croce per il momento. Nessuna sala d’aspetto spaccata. – Devo richiamare l’infermiere fra venti minuti».

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Esco fuori per contattare il mio redattore. Devo stare attento a non far capire che sono un giornalista o sarò l’oggetto degli eventuali danni fisici appuntati insieme a quelli materiali sulla denuncia della polizia. Al redattore, che io chiamo con poca fantasia amore, o tesoro, o cose del genere, dico che il nonno colpito dall’ictus è gravissimo ma è ancora vivo. Lui vuole sapere tutto sul pusher di diciannove anni, vuole il nome per esteso, vuole la sua foto, il quartiere in cui vive, il clan di appartenenza. Vorrei dirgli che ultimamente ne ammazzano uno al giorno e che al momento mi è impossibile reperire tutte queste informazioni. Gli dico soltanto che posso fargli sapere se il nonno passerà la notte. Giusto il tempo di non farci bucare la notizia, ti prego Signore risparmia un tuo figlio di diciannove anni. «Muoviti – fa il mio redattore – il giornale chiude fra venticinque minuti». Chiude, vedi pure va in tipografia. Speriamo senza buchi. Senza buchi che dipendono da me. Quando faccio l’ultima telefonata al redattore sono le undici e venti di sera, il giornale chiuderà tra cinque minuti. «Niente» dice l’agente nella casetta di lamiera bianca, non preoccuparti, quello non muore, almeno per stanotte non ci lascia. Gli chiedo se oltre alle iniziali del nome può dirmi se si tratta di uno spacciatore qualunque oppure se è uno che nell’ambiente conta qualcosa. «Ma che? – ride l’agente dalla sua guardiola, con la faccia rivolta a un collega – Non è nessuno, vatt’ a cuccà». Vedi pure la vittima attinta all’emitorace e al volto da complessivi tre colpi d’arma da fuoco è davvero insignificante e stanotte non morirà. Torna da tua moglie e dormi sonni tranquilli. «È morto?» chiede il redattore mentre sono in macchina. «No, per stanotte ce la fa» dico. «Mi confermi le iniziali A. E., mi confermi che ha diciannove anni e che l’hanno scaricato sulla soglia del pronto soccorso pochi minuti prima delle dieci di sera?» chiede ancora il redattore mentre avvio il contatto. «Sì» dico. «Mi confermi che nell’ambiente è poco più che il classico signor nessuno?». «Sì» dico.

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Il redattore mi legge velocemente le trenta righe digitate di mestiere e bloccate in prima pagina con una foto generica. Il titolo tirato a sei colonne in apertura grida: ‘Pusher ferito a pistolettate’. Va tutto bene, ah, ti prego non mi firmare il pezzo. Giornale in tipografia alle 23 e 28. Missione compiuta, ora non si torna più indietro. Passo e chiudo e buonanotte. Il giornale per cui lavoro chiude troppo presto per essere un quotidiano che si occupa principalmente di cronaca nera. Penso questo mentre sono seduto sul divano davanti all’ultima rassegna stampa che danno in televisione. Il giornale per cui lavoro ha pochi agganci ai pronto soccorso degli ospedali che contano, quelli dove per intenderci portano i malavitosi in fin di vita o i pusher di mezza tacca che durano il tempo che durano. La bellissima e avvenente giornalista televisiva che passa in rassegna i titoli dei maggiori quotidiani nazionali non ha per niente sonno. A differenza sua, Nina abbraccia dormiente il secchio blu a quaranta centimetri da me. «Ennesimo agguato di camorra a Napoli, la vittima, Antonio Elsa di diciannove anni, nipote del boss latitante Carmine De Feo, è deceduta alcune ore dopo il trasporto in ospedale» dice la bellissima giornalista aggiustandosi i capelli dietro le orecchie. «Cazzo, no, è morto» dico io. L’agente chiuso in una scatola di lamiera dice nella mia testa non preoccuparti, va a dormire sereno, è uno che non conta niente e stanotte ce la fa. «Chi è morto?» si chiede Nina mettendosi seduta al centro del divano. Nina indossa un largo camice bianco, come quello dei medici o degli infermieri. Silenzio. Il quotidiano nostro concorrente, quello, per intenderci, contro cui facciamo la guerra delle notizie tutti i giorni titola a nove colonne in apertura: ‘Faida senza fine, ucciso il nipote del boss’. E poi l’occhiello recita: ‘Il giovane spacciatore è morto intorno alle 23 e 30 di ieri’. Che sarebbero le 23 e 30 di oggi, cioè ieri giornalistico, che sarebbe mio caro

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free lance scrittore appassionato di cronaca nera del mio cazzo te la sei presa nuovamente nel culo. Proprio così. Attenzione, non è finita. «Cos’è successo?» si chiede ansiosa Nina. Silenzio. La giornalista che passa in rassegna i titoli dei maggiori quotidiani nazionali e per stasera, ma solo per stasera, anche di quelli locali, la giornalista con i capelli biondi, gli occhi verdi e un sensualissimo neo appena prima del labbro superiore indica con un evidenziatore la prima pagina del quotidiano per cui lavoro. O Signore, ti prego, ti prego Cristo, ti prego Madonna mia, fa che qualcuno abbia avvertito il redattore. La collega della televisione nazionale, i suoi capelli castani nella nuova inquadratura, il suo neo, i suoi denti appena passati di fronte a una lampada sbiancante portatile, fissano la prima pagina del giornale per cui lavoro con un certo imbarazzo. La copia resta in camera circa tre secondi. Nessun commento. Ancora nessuno. Vedi soltanto alla voce imbarazzo, vedi pure: chi è questa testa di cazzo che ha bucato un omicidio così eclatante? Per tre secondi centinaia di migliaia di persone hanno visto in anteprima la notizia sbagliata chiusa in sei colonne. Non è ancora finita. Che cosa avrà combinato questa volta? si domanda Nina abbracciando il suo secchio personale per il vomito. Silenzio. Prima di cambiare decisamente argomento puntando l’evidenziatore verso pubblicazioni economiche e l’aumento dei prezzi del petrolio, la bellissima e cara annunciatrice si sofferma sul mio quotidiano, rilegge in mente il titolo e “per concludere la pensa in modo diverso il cronista” del mio maledettissimo giornale e l’annunciatrice dice il mio nome, il nome che il redattore ha cortesemente posto a palchetto sopra le cinque righe dell’inizio del pezzo in prima pagina. Giusto per farmi un favore, un’eccessiva gentilezza nei miei confronti, a mia insaputa. Davanti a centinaia di migliaia di telespettatori, voglio dire colleghi

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che mi prenderanno in giro per anni, e le risate che si starà facendo o si farà domani il curatore del mio nuovo romanzo in progress, voglio dire migliaia di copie del mio fottutissimo quotidiano che rimarranno invendute. Tutto per colpa mia. E per colpa dei santi che non mi ascoltano. Nina afferra il secchio e ci vomita dentro, l’annunciatrice sorride e il mio televisore al plasma svela l’impercettibile ferita che le tiene su gli zigomi, una soddisfazione minima per quanto mi ha fatto, una soddisfazione inutile mentre dichiara soddisfatta: «E cambiamo decisamente argomento». Passami il secchio amata Nina, fammi rivivere i miei vent’anni. Mio padre cammina nel buio, io sono seduto sulla tavoletta del cesso perché stanotte ho bisogno di certezze. Dammi cinque minuti della tua attenzione, ascolta. Ascolta la sabbia schiacciata dal peso di settanta chili. Ascolta il rumore degli ossi di seppia chiusi in una busta di plastica. Somiglia vagamente al suono delle maracas. Dammi la tua faccia mentre guarda da dietro una specie di grata il mondo a quadretti. Dammi la tua faccia mentre osserva Nello il barone, mio padre per intenderci, mentre sfila una ad una le pietre dal fianco dell’arco del ponte, dal ponte della ferrovia. Prestami le tue mani, solo per cinque minuti, soltanto per cinque miseri minuti del tuo tempo. Afferra le mani di Nello e aiutalo a scavare. Tocca il legno ruvido del manico della pala, spingi col piede destro sul bordo metallico della pala, incidi la terra e scava. Per favore ancora un po’ di attenzione. Inspira l’odore della notte umida, quello delle corde di canapa fatte a mano. L’odore delle corde di canapa ti farà pensare ai rubinetti o agli idraulici. L’ultimo favore, sì l’ultimo almeno per oggi. Metti la tua lingua su uno di quegli ossi di seppia. Ti sembrerà di leccare una piccola pancia ruvida, la minuscola pancia di un soldatino molto, molto salata. Grazie per i cinque minuti di attenzione, magari te ne chiederò ancora, ma per il momento basta così.

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Da diverse notti, mi ha detto mia madre, Nello il barone si alza dal letto intorno alle tre e si veste per andare a pesca. Almeno così dice. Sarebbe tutto chiaro se mio padre portasse con sé l’attrezzatura per la pesca, ma da diverse notti se mia madre si alza magari per andare in bagno e magari guarda nell’armadietto della pesca di mio padre, si rende conto che nessuno ha portato via niente. Sono le tre di notte, ancora una pillola blu, anche se non dovrei. Io ho bisogno di certezze, mio padre di andare fuori a respirare, ha bisogno di camminare fino alla sua caverna e di scavare. O ha bisogno di chiedere a Mimmo quanti più ossi di seppia è possibile. Gli ossi di seppia sono leggeri e galleggiano sull’acqua, se ne metti tanti, tutti insieme, ma davvero tanti, potrebbero reggere anche il peso di una piccola rete, tenerla sospesa sott’acqua, intendo. Gli ossi di seppia servono al tuo colorato uccello in gabbia. Gli servono per limarsi il becco e far saltare via la scorza dei semini per mangiarne il frutto. Alzo la tavoletta del cesso e sento la ceramica fredda sotto il culo, adesso, di colpo, ho necessità di adattarmi alle situazioni e non mi posso permettere di fare complimenti. Fuori il cielo porta in braccio una splendida luna.

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Prestami i tuoi vent’anni. Prestami la memoria dei tuoi vent’anni. C’è Nina inchiodata sul palco e fa il sound-check. Nina scrive canzoni e le canta, Nina è una rockstar in progress. Canta un pezzo dei Nirvana giusto per scaldarsi la voce e provare le dinamiche. «One, two, three, four». Prestami aria di inizio estate. È un mese qualunque, è domenica, alcune ore dopo l’ultima messa del pomeriggio. Io sono con le braccia appoggiate sul palco e stringo le scarpe di Nina che ha appena finito di scaldarsi la voce con “Smell like teen spirit”. Hello hello hello how low... «Mi serve un bacio profondo. – dico – Ho bisogno di un bacio profondo per liberarti dall’abbraccio». I ragazzi intorno ci guardano come fossimo al centro di un ring. Io sono a terra, Nina è in piedi ma ha le mie braccia intorno alle scarpe. «Non ti piacerebbe il gusto del mio rossetto al cioccolato. – dice Nina – È troppo dolce». Sono qui per scrivere un pezzo sulle rockstar in progress. Sono qui per scrivere il mio primo romanzo, un romanzo sulla new wave italiana.

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Sono qui per tutt’altro e davanti ho una ragazza che si chiama Nina, almeno così dice la locandina appesa ai due lati del cancello d’ingresso di Parco Viviani, Napoli, Italia. Così passiamo circa mezz’ora a parlare di noi, anzi sono io che parlo, Nina in verità canta. Canta per tutto il tempo e attraverso le sue canzoni mi dà delle risposte. Io resto sempre abbracciato alle sue scarpe e lei non avverte il fastidio e stringe la sua Telecaster vintage per cinque pezzi e la gente intorno si spinge e applaude e Nina guarda solo me. Poi alla fine saluta i ragazzi della band e le persone davanti al palco, si abbassa verso le mie labbra e mi regala un bacio profondo. Io le libero le scarpe e lei potrebbe andare in qualsiasi altra parte della terra, fatto sta che decide di rimanere attraccata al mio muso. «Cerco divinizzazione, ho bisogno di contemplazione» dice Nina. Così l’ho conosciuta, o almeno credo. Sta a te deciderlo, come pure sta a te farmi ricordare di Bobby, mio amico di sempre, coinquilino per un po’ di tempo, voglio dire nullatenente bassista fallito, vedi pure filosofo e sacerdote fai da te, venditore di figurine, voglio dire spacciatore di lsd. Bobby era un po’ come i lavavetri, ma non come quelli che puoi trovare al lavoro alla Edisud spa, piuttosto gli uomini fermi al semaforo con il secchio di acqua sporca e la pelle di daino. Quelli a cui quasi ogni giorno dici no agitando le spazzole sul parabrezza. Bobby era in grado di farti vedere meglio le cose e le cose che ti faceva osservare più da vicino o trasfigurate erano tutte in movimento. Come se le stessi guardando dal sedile di un’automobile in corsa. Bobby si avvicina come Fonzie, il tipo di quella serie televisiva ambientata negli anni ’50, e mi invita a succhiargli il pollice destro, io dico che stasera non ne ho voglia. Aspetto Nina che mette a posto la chitarra e copre l’amplificatore Orange valvolare con un telo color cenere. Se vuoi un suono duro e caldo allo stesso tempo non hai che da accoppiare Fender con Fender, Stratocaster e Twin, intendo. Ma se vuoi rock aggressivo e atmosfere grunge hai una sola scelta, Telecaster e Orange. «Dammi una mano a togliermi questo palo attorcigliato dal collo» dice Bobby. «Ok» faccio io.

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«Attento al palazzo alla tua sinistra, sta per crollare» continua Bobby in preda agli effetti del red dragon, o dell’ostia, come lo chiamava lui. Così dice mentre siamo in una spianata verde con al centro un palco. «Non c’è nessun palazzo nel giro di centinaia di metri – dico io – e tu dovresti smetterla di leccare figurine acide». «Porca puttana questo palo mi sta soffocando, fa qualcosa, cazzo» grida Bobby. E Bobby collassa sulla terra battuta e sembra la lancetta delle ore di un grande orologio e i ragazzi incuriositi tutt’intorno sono i limiti di un quadrante. E Bobby tiene sempre le quattro dita della mano destra strette al palmo e il pollice eretto come se intendesse far capire al mondo che va tutto bene. Corro in macchina e afferro una coperta perché adesso Bobby ha freddo. Quando prendeva eroina o speed io conoscevo la soluzione, la soluzione si chiamava Narcan, il che vuol dire antagonista di oppiacei, fine dello sballo e Bobby che faceva di tutto per non farsi fare la pera al contrario. Ma il red dragon devi farlo passare da solo e sperare che almeno per stasera Bobby non muoia o che il suo cervello non subisca danni così gravi da andare in pappa per sempre. Come se non lo fosse già abbastanza. Torno con la coperta e cerco di farlo bere, ma Bobby finisce inghiottito da una voragine che si apre sotto il suo culo e cade perpendicolare come la pesante lancetta dell’orologio più grande del mondo. Quando Bobby faceva così per prima cosa toglievo i soldi dalle sue tasche, i soldi che si procurava vendendo figurine, o distribuendo ostie, come diceva lui. Poi lo caricavo in macchina e lo lasciavo morire sui sedili posteriori. Un paio di volte ho pure dovuto chiamare l’ambulanza e aspettare accanto alla sua brandina d’ospedale che tornasse lucido. Purtroppo certi amici non te li scegli, ti capitano e basta. Sono come i fratelli e le sorelle o qualcosa del genere. Nei casi più gravi ti somigliano maledettamente e sono nati il tuo stesso giorno. A vent’anni, appena scesa dal palco reggendo una custodia per chitarra elettrica nera, Nina viene verso la mia macchina. Prestami aria di inizio estate.

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«Sono disposto a divinizzarti. – dico – Ho voglia di contemplazione». «Colpisci il drago al cuore, colpiscilo al cuore» grida Bobby dai sedili posteriori della macchina. «Cos’ha il tuo amico?» mi chiede Nina. «No, niente, sai, quella canzone dei Nine Inch Nails, “Terrible lie”, è quella che l’ha rovinato». «Sì – dice – Hey God, why are you doing this to me? Am I not living up to what I’m supposed to be?». Terribile bugia, Nina ha capito tutto. O almeno la maggior parte delle cose che ci sono da capire, quel terribile inganno o terribili bugie che scopri all’improvviso anche mentre stai cantando una canzone e ti ritrovi uno come me che ti cattura le scarpe e cerca di non farti più andare in nessun posto. Nina non avrebbe bisogno di un passaggio eppure accetta di salire in macchina con me e Bobby. Scelta abbastanza discutibile se metti in conto che ci ha appena conosciuti. O meglio ha conosciuto uno che le ha stretto le scarpe per tutto il tempo del concerto e un altro in preda a un viaggio lisergico. «Leccami il pollice» grida Bobby. Leccami il pollice, vale a dire entra nel mio cerchio visionario, stammi accanto durante il viaggio. È una specie di compartecipazione. È dimostrazione di simpatia, di amicizia. Ma non esattamente, è piuttosto voglia di condivisione destinata a capitolare contro avidità ed egoismo. Ma non sei tu, ormai non sei più tu. Cerchi giustificazione a te stesso, al tuo stato comatoso perenne. Voglio dire “anche io avrò un senso in questo mondo”. Il meglio delle figurine, mi diceva sempre Bobby, sta sui polpastrelli. È lo stesso escamotage da pezzenti che si usa quando hai la scimmia addosso e lecchi la carta telefonica con cui il giorno prima hai diviso la coca in diverse piste. Roba da pezzenti appunto, come quando hai finito le sigarette e dalla voglia di fumare ti passi l’indice e il medio sotto le narici alla ricerca di nicotina. È la tua riserva da pezzente schiavo del vizio. Prima di leccare le figurine, voglio dire i francobolli per le lettere spedite da Acidolandia, Bobby ci premeva sopra il pollice destro tre o quattro

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volte, tipo sto lasciando le impronte digitali del mio sballo. Poi cominciava a leccare dal piccolo rettangolo di carta e prima, durante e dopo teneva il dito eretto facendo attenzione a non toccare nient’altro. È inutile dire che alla fine si addormentava come i neonati succhiandosi il pollice fino a farlo diventare viola. L’hanno dovuto trovare proprio così il giorno in cui è morto oppure con le braccia infilate a un gancio che usciva dal soffitto. «Io non approvo quello che fai, ma ognuno è libero di scegliersi la vita che vuole» dicevo a Bobby seduto sul divano di pelle distrutta della sua abitazione sotto scala, voglio dire cantina e sala prove di un bassista fallito. O cazzate del genere dicevo, dicevo ad esempio: «Smettila di vendere figurine, e smetti di viaggiare». «Lavati la faccia e trovati un lavoro serio». Ero la parte buona e coscienziosa di Bobby. Sì, proprio quella. C’erano dei ganci che venivano fuori dal soffitto nel suo monolocale. Una volta i ganci servivano per stenderci i latticini. L’eccesso di latte che colava dalla mozzarella finiva nelle vasche rotonde ricavate all’interno del pavimento. Bobby ha visto Dio più di una volta in una di quelle vasche rotonde. Bobby riempiva una di quelle vasche di acqua ragia o solvente e stava per minuti interminabili ad aspirare. «La vita è tua» dicevo, fanne quello che vuoi o cazzate simili, dicevo. E nel frattempo cercavo di trovare un angolo libero dai fumi dell’acqua ragia dove poter scrivere in santa pace il mio primo romanzo, quello che mi avrebbe fatto svoltare. A vent’anni, in pantaloni di pelle nera, Nina è accanto a me e andiamo verso Qualsiasiposto, Napoli, Italia. Almeno un luogo che non sia casa. Bobby dorme come un bambino, ora magari sta parlando con gli angeli o con Dio. Boh, cazzi suoi. Sui ganci che uscivano dal soffitto io ci appendevo i calzini, Bobby invece si legava un laccio emostatico intorno ai polsi e lo infilava nel grosso punto interrogativo al contrario che spuntava dalla parete imbiancata a calce, voglio dire nel gancio affisso alla sua porzione di monolocale. Tutto

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questo dopo aver versato un paio di litri di acqua ragia nella vasca circolare incastonata nel pavimento. Vedi pure alla voce dipendenza da solventi, roba da tossici di serie B. Bobby si appendeva al gancio per non crollare a terra dopo un paio di minuti. Io dovevo alzarmi dal divano scuoiato posto al centro della casa e metterlo a dormire. Questo di solito capitava il lunedì mattina di ogni settimana, Bobby lo chiamava risveglio dal sonno, o celebrazione del primo ringraziamento. L’acqua ragia provoca danni irreversibili alle mucose nasali, poi naturalmente al cervello. Tutto quello che inali o sniffi arriva prima, diceva Bobby, arriva prima e fa più danni. «Io amo Dio. – mi spiegava Bobby – Lo amo così tanto che non ho niente da chiedere, e tutte le volte che lo vedo e ci parlo, gli domando semplicemente come sta, se ha bisogno di me. Se ha bisogno lui di me, capisci?». Questa gli psichiatri la chiamerebbero schizofrenia latente aggravata dall’uso di sostanze psicotrope. Ma per me era la religione di Bobby e basta, farsi erano le sue messe, le sue preghiere, farsi perdutamente l’estasi per raggiungere il contatto con Dio. Che cos’è Dio? Che cos’è amore? «Contemplazione significa amore incondizionato, sei pronto per tutto questo?» mi chiede Nina a vent’anni. È seduta accanto a me in macchina mentre proseguiamo per Qualsiasiposto, Napoli, Italia. «Divinizzazione significa non esistiamo né io né tu, ma solo il nostro apparire veloce nel mondo destinato a dimenticarci» dice Nina aprendo la custodia della chitarra elettrica e suona un silenzioso accordo. La minore quarta non amplificato. «Sei pronto per tutto questo?». «Divinizzazione, contemplazione costano tanto e nessuno ci rimborserà mai, nessuno nemmeno la persona che dice di amarci di più sulla faccia della terra, nemmeno nostra madre». «Nessuno ti ama più di te stesso» dice Nina lasciando nell’aria compressa dell’abitacolo un impercettibile Re maggiore. «Nessuno, anche se io vivo per provarci, sei pronto per tutto questo? Sei pronto per guarire?».

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Ho vissuto insieme a Bobby per un po’ di tempo, un po’ di tempo che mi sembra una vita intera. Poi Bobby è morto. È morto più o meno quando voleva lui, ma non proprio nel giorno esatto, nell’ora e nell’istante programmato, questo no. Bobby è steso sul suo letto, nella sua porzione di monolocale dopo aver preso novocaina. Bobby legge un quaderno stampato da un circolo letterario. Legge il breve racconto di uno scrittore emergente. Non ricordo il titolo e l’autore del racconto, ma Bobby dice: «L’unico vantaggio di un condannato a morte è che conosce l’istante preciso del suo trapasso». «E non è la stessa cosa del suicidio, capisci? – continua Bobby sfogliando le pagine della pubblicazione. – Il suicidio implica scelta e la scelta di morire è contraria all’amore per la vita. Quando ti uccidi non sei più Dio, no davvero». «Invece se qualcuno lo decide per te fa parte dell’imperscrutabile disegno divino. Il libero arbitrio non conta più. Sei salvo e conosci anche l’istante preciso in cui dirai arrivederci a tutti quanti». «Voglio dire, condannato a morte vale quanto schiacciato in una macchina dopo un incidente, o ucciso durante una rapina, o addirittura colpito da un infarto, scaraventato via da un terremoto o da un uragano. Non è colpa tua e hai un vantaggio rispetto a tutti gli altri». «Il mondo e i suoi figli e i loro gesti, il caso, la natura e i suoi macelli non sono altro che esplicite manifestazioni di Dio, capisci?». «In questo senso la plastica, i diserbanti, la droga creata in laboratorio, gli esplosivi, il cemento armato, l’inquinamento, il veleno, i gas tossici. Tutte manifestazioni di Dio» dice Bobby puntando una fessura sulla parete, riverso su un fianco. Sì certo, ora riposati e se puoi, quando lo vedi, chiedi a Dio di risolvere i miei di problemi. «A proposito, – dice Bobby e poi corre da Dio – siamo tutti condannati a morte». «Tutta la vita corri dannatamente verso qualcosa, o corri scappando da qualcos’altro, o nella peggiore delle ipotesi aspetti che capiti un miracolo» dice Nina a vent’anni mentre parcheggiamo in Qualsiasiposto, Napoli, Italia.

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«E tu di cosa hai paura?» mi chiedono i suoi capelli lisci e neri, più lunghi sulla fronte e quasi rasati sulla nuca. «Forse del tempo» rispondo io. «Il tempo è soltanto una brutta malattia, e prima o poi troveranno la cura» dice Nina e la sua chitarra si lascia scappare un Si maggiore in sordina. Se il lunedì significava acqua ragia e celebrazione del primo ringraziamento, la domenica era festa grande e Bobby era in piedi già dall’alba. I suoi discepoli cominciavano a venire intorno alle otto per il rito della distribuzione delle ostie, voglio dire del red dragon, le figurine al gusto di lsd da sciogliere fra lingua e palato. I discepoli di Bobby erano davvero generosi e in cambio lasciavano oboli di tutto rispetto. Soldi per il pranzo, soldi per l’affitto, soldi per i biglietti dei concerti. «Li ucciderai tutti» dicevo mentre ero nella mia porzione di casa, «li rovinerai tutti» dicevo, stronzate buoniste e borghesi del genere, dicevo io. «Gli regalo il terminale della fede, i biglietti per la stazione di Dio – teneva a precisare Bobby, – regalo a tutti la verità». «Certo, verità artificiale, felicità posticcia» lo incalzavo io dal letto come una mamma che ha appena scoperto il figlio quattordicenne che si rulla una canna. Stronzate del genere dicevo io, lo spinello è la porta dell’eroina, così dicevo, cose del genere, stronzate del genere, luoghi comuni. «Non c’è niente di artificiale in questo mondo – mi contrastava Bobby con dolcezza e fermezza serafiche, – l’uranio impoverito, il nerofumo, l’effetto serra, il crack, i coloranti non sono altro che combinazioni naturali di agenti naturali. E la natura è solo una delle manifestazioni di Dio». «Io aiuto chi ha fede. Regalo felicità celeste». «Io ho paura solo che qualcuno mi faccia scappare, ad esempio finisca di tenermi strette le scarpe» dice Nina mentre scende dalla macchina e ci troviamo in Qualsiasiposto, Napoli, Italia. È domenica, giorno di celebrazione del rito della distribuzione delle ostie. Nina fa un passo e intorno non ci sono case, né alberi, né panorama da guardare.

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Bobby si desta dal sonno e si mette a sedere al centro del grande sedile posteriore. La coperta sulle spalle come un mantello. Dal centro della macchina dice con fare da Messia: «Un figlio mai nato è morto per sempre». Nina si appoggia al manico nero della sua chitarra e intona “Terrible lie”. «Why am I seething with this animosity? Hey God, I think you owe me a great big apology...». Siamo in Qualsiasiposto, Napoli, Italia. Intorno non ci sono case, né alberi, né panorama da guardare. Ora che ricordo non c’è nemmeno il cielo sopra di noi.

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Dopo i primi quattro mesi di vita, così almeno dice la rivista scientifica “Mamma Oggi”, la nostra creatura dovrebbe cominciare a sentire le sollecitazioni sonore che arrivano dall’esterno. La rivista dalla copertina rosa antico consiglia alle giovani madri in progress di parlare dolcemente alla loro creatura e di cantare tenere ninnananne personalizzate. Nina non fa altro che comporre canzoni per la nostra creatura in progress aspettando il momento di poterle comunicare a suo figlio o sua figlia, questo non è importante per ora. La dottoressa che non accetta assegni postdatati ci ha detto che di solito il sesso del nascituro si apprende intorno ai 120 giorni, ma può pure capitare che al momento dell’ecografia il piccolo o la piccola siano girati di schiena, tipo lasciatemi in pace almeno per il tempo della gestazione. La gente continua a chiedermi se io voglia un bambino o una bambina, tirano in ballo argomenti come il calcio, le gite al parco, la pesca, tutte cose che puoi fare insieme a un bimbo. Per la gente, invece, le femmine sono quelle che puoi vestire più facilmente e in maniera graziosa. Le femmine sono quelle che iscriverai a scuola di danza fino a diciotto anni, quelle che se ti va bene finiranno l’università e troveranno

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un buon partito, magari sposeranno un professionista o qualcuno del genere. Salvo poi far capire alla gente che io e Nina non siamo così, assolutamente no. Ad esempio vallo a spiegare al resto del mondo che la madre in progress della nostra creatura in progress ha venduto milioni di dischi suonando punk-rock postindustriale. E poi, a un certo punto, nel suo miglior periodo artistico, all’apice del successo, ha capito che la vita è piena di terribili bugie, “Terrible lie” per dirla con i “Nine Inch Nails”, ed è praticamente sparita dalla scena perché aveva bisogno di contemplazione, di divinizzazione. Almeno ci ha provato. Nina ha messo in pratica il principio di stare fermi mentre tutto il mondo ti dice che bisogna correre, viaggiare, produrre, che adesso, e non più tardi, adesso è il momento di sfornare illusioni, far credere che siano tutte verità. Morire a un certo punto, sicuro, quello è sicuro. Nina ha scelto me perché forse, almeno credo o immagino io, sia ben chiaro, ha scelto me perché sono stato il primo che le ha stretto le braccia intorno alle scarpe per non farla andare in nessun posto. Voglio dire, vai bene così come sei, adesso, resta qui. Questa mattina Nina ha bisogno di una rima per una filastrocca che in un futuro molto prossimo farà ascoltare alla nostra creatura, io devo scappare in questura per una serie di arresti. Tra le altre cose da fare c’è l’incontro col curatore del mio nuovo romanzo. Sono passati due giorni dall’attacco di autostima che ho manifestato davanti al dottor Mauro Ilardi. Il telefono di casa dice che dall’altro capo c’è la madre di Nina, ma Nina è troppo impegnata con una parola difficile da far quadrare all’interno della canzoncina e quindi dico a sua madre che non posso passargliela, veramente no. Ora che ci penso non ho mai visto la madre di Nina, l’ho sempre e solo ascoltata per telefono. L’ho sempre e solo immaginata. Mia madre sperimenta una nuova ricetta dettata dalla presentatrice di un programma televisivo. Mio padre invece è fermo da più di dieci minuti a pagina cinque di un volume che teorizza l’esistenza di una fantomatica isola che dovrebbe trovarsi al largo, in qualche parte del mondo. Mio padre ha già riempito diverse buste di plastica di ossi di

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seppia, ha messo da parte chili e chili di corde di canapa e accatasta pezzi di legno portati dalle onde in una caverna scavata sotto il pilastro portante del ponte della ferrovia. La ricetta della presentatrice televisiva indica che bisogna tagliare in parti approssimativamente uguali la sfoglia di pasta fresca appena amalgamata. Nel frattempo si deve far cuocere acqua, scorza di limone, olio di oliva e coriandolo. Dopo cinque minuti, affinché la ricetta risulti efficace, non ci si deve dimenticare di aggiungere un pizzico di curry e uno di zafferano. Da piccolo mia madre mi ha insegnato l’alfabeto con gli ingredienti per cucinare. «A di amido, B di brodo , C di cannella, ripeti, ripeti ancora» e così via. E anche a contare con «Un uovo, due uova, dieci, cento grammi di burro», «Pesa 750 grammi di farina e passameli», cose del genere, è così che ho imparato a fare di conto. Mia madre taglia l’impasto in maniera approssimativa, poi porta ad ebollizione il condimento, ci aggiunge del sale e finalmente cala nel brodo ottenuto quelle che dovrebbero essere delle fettuccine. «È ora di mangiare» dice a mio padre. «Solo cinque minuti» risponde lui. E mio padre mette da parte il libro sulla fantomatica isola che dovrebbe trovarsi in Qualsiasiposto, al largo, segna delle misure su un pezzo di carta e si siede nuovamente a tavola. «Sai qual è la cosa buffa? – dice mio padre mandando giù un sorso di vino. – Ho vissuto quasi tutta la vita accanto all’acqua e non ho mai imparato a nuotare». Mia madre si porta alle labbra una forchettata di fettuccine alla povera creola, così almeno ha detto si chiamano, la presentatrice bionda poco prima. Il piatto di mio padre è sempre pieno, nel frattempo svuota e riempie il bicchiere versandolo in un altro. Le gocce scappate via dal travaso provocano una piccola ferita sulla tovaglia candida messa di fresco. La televisione manda la pubblicità di un villaggio vacanze.

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L’ispettore della Squadra Mobile che ha condotto le indagini e ha portato a termine gli arresti si mette in posa per i fotografi di diversi giornali, sia italiani che stranieri. Da quando hanno ricominciato a sparare, lasciando a terra una cinquantina di morti in pochi mesi, da quando il clan dei Cattivi, come lo chiama il virgolettato sullo schermo gigante nella sala cronisti della questura, ha “riacutizzato l’offensiva”, la nostra fottutissima città è di nuovo al centro delle polemiche. Come se non bastassero gli altri problemi. Io devo essere qui, devo esserci per forza, dall’ultima volta che ho bucato la notizia del nipote del boss ammazzato. «Porca puttana, ce l’avevano tutti quella cazzo di notizia, tutti tranne noi» mi ha urlato per telefono il direttore del mio quotidiano. «Ora ti segui da vicino tutte le conferenze stampa, fosse pure il resoconto annuale sulla vendita degli antidepressivi, passi le notizie ai colleghi più meritevoli e non ti firmi per un mese». L’ispettore che ha condotto gli arresti fa distribuire una cartellina con i termini dell’operazione, all’interno ci sono tutti i dati che dovrò fornire al mio collega più meritevole per fargli firmare un pezzo di 60 righe. Fosse stato in un altro periodo, sì, il periodo in cui ero ancora orgoglioso e felice, speranzoso di quello che ti può capitare, fossi stato in quel periodo, mi sarei sentito ferito a morte, ma adesso il lavoro, questo lavoro non mi interessa più di tanto, certo, non più di tanto. Da piccolo mia madre mi diceva: «Farai cose grandi», tipo qualsiasi cosa farai nella tua vita sarà tale da lasciare un segno, ma sono storie che si inventano le madri, solo questo. Le stesse storie che sto cominciando ad inventarmi io mentre Nina mi legge centinaia di nomi tutte le sere, nomi maschili, nomi da femmina, e Nina mi legge i nomi e mi spiega il loro significato, «questo viene dall’arabo e significa uomo o donna del destino, quest’altro dall’ebraico e vuol dire colui che sta nelle grazia del Signore». Ci sono un sacco di riviste a casa nostra, riviste di tutti i generi. Le teniamo dentro quattro o cinque porta giornali e così il saloncino sembra la sala d’aspetto di un ospedale o di uno studio medico. Telefono al collega più meritevole, al giovane collega contrattualizzato e gli spiego a grandi linee i termini dell’operazione. Questo gli servirà per cominciare a imbastire il pezzo di sessanta righe. Lascio la mia cartellina

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con i dati precisi e il materiale fotografico sulla scrivania della sala stampa riservata alla nostra testata. Fra un paio d’ore il collega più meritevole provvederà a visionare i documenti, finirà l’articolo e manderà tutto al giornale. A me non resterà altro che stendere un paio di colonnini, voglio dire brevi lanci sui soliti scippatori del pomeriggio e non firmarmi per un mese. Tutto qui. Ora però devo andare, saluto distrattamente qualcuno senza nemmeno sapere di chi si tratta. Scendo le scale in fretta e raggiungo la macchina. Sul cruscotto ci sono bollette da pagare, comunicazioni urgenti di un istituto di credito tedesco, ci sono decine di volantini che offrono soldi. Se ancora ce la caviamo io e Nina, se ancora ce la facciamo a vivere è solo grazie ai diritti sui suoi dischi. La nostra casa costa svariate copie del suo ultimo lavoro, la macchina lo stesso, mangiare, dormire, respirare ancora lo stesso. Ce la caviamo, dico, nonostante le penali delle case discografiche, nonostante gli avvocati dell’organizzazione dei concerti da Cancún a Buenos Aires. Perché a un certo punto, mentre Nina era in partenza per un tour in America latina, mentre Nina era seduta sul suo bell’aereo in attesa di succo d’arancia e salatini, compresa fra il suo manager rampante e il batterista della band, Nina, dico, sì proprio lei, l’icona del punk postindustriale made in Italy alla conquista del mondo intero, si è slacciata la cintura di sicurezza, ha cominciato a intonare un pezzo dei “Nine Inch Nails” ed è scappata via. E nessuno è riuscito a fermarla, nemmeno le minacce dell’agente sulla penale da pagare, nemmeno «con questa cosa qui ti sei giocata la carriera» o «ti rovino» o «sei proprio una stronza». Eppure sarebbe stato molto più semplice, dico io, molto, molto più semplice. Voglio dire sarebbe bastato che qualcuno le avesse stretto le scarpe e le avesse promesso contemplazione, divinizzazione. La mia macchina sta tra centinaia di chili di ferro e tonnellate d’aria. Dall’alto della strada si vede il mare e migliaia di gabbiani grigi di latta, antenne in stallo sui tetti delle case. Da quando sto cercando di scrivere il mio secondo romanzo, non faccio altro che guardare, ascoltare, pensare alle immagini. Questa è buona, questa no, questa scena la metto in questo capitolo, cose del genere, intendo. Mi fermo al semaforo, dico no a un lavavetri, il lavavetri mi insulta nella sua lingua meravigliosa e rapida e

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accanto a me, sul sedile del passeggero, c’è una risma di fogli che porta sul dorso il mio nome e un titolo. Torna il dolore, non dovrei prendere più pillole di quante me ne ha prescritte il medico. Ma non resisto, butto giù un’altra compressa. Il piatto di fettuccine alla povera creola o finta creola, mia madre non ricorda proprio, quel piatto di pasta esotica insomma, non ha avuto grande successo con mio padre. A dire il vero lui si è quasi sempre nutrito di pane e pomodoro, e tutto il resto è superfluo. Mio padre ha una predilezione per il pomodoro, lo ha coltivato pure in Australia, in minuscole teste di coccio del diametro di una cinquantina di centimetri. Da bambino, durante le numerose gite sul Vesuvio, lo vedevo strappare i piccoli pomi maturi delle piante cresciute selvatiche alle falde del vulcano e mangiarli così, come si trattasse di ciliegie. In quel periodo ripeteva spesso che dovevo imparare ad apprezzare le cose semplici, che ero stato fortunato a nascere in una terra come la nostra e non in un anonimo quartiere residenziale a migliaia di chilometri, un posto da dove tutto comincia perché ha un senso, il punto primo del cerchio. «Ad esempio – diceva mio padre – io sono nato su una barca, ho girato il mondo e poi ho capito che il mondo è tutto uguale e che uno può pure rimanere fermo una vita intera e conoscerà quello che deve conoscere». «Quello che veramente conta – diceva mio padre – è che tutto finisca dove è cominciato, è l’unico modo che abbiamo per fermare il tempo e racchiudere lo spazio». Le parole uscivano come lontane dalla sua bocca di muratore, fra i semini e la pelle dei pomodori selvatici allontanati dalle labbra col dorso della mano. Sulla tavola il piatto di mio padre è rimasto pieno, le gocce di vino sulla tovaglia sono asciutte e lui è nella sua grotta e scava, puntella le pareti di terra e respira salsedine e fango. Tutto questo non lo sa nessuno, a dire il vero non dovrei saperlo nemmeno io, lo so, e so che è vero perché lo immagino. Immagino, quindi so che mio padre sta scavando perché prima o poi troverà quello che cerca, in fondo questa è una storia che è cominciata così per caso alla ricerca di qualcosa.

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La grotta adesso è più ampia, molto più ampia di quando l’ho vista per la prima volta. Ci sono le buste ordinate piene di corde e di ossi di seppia, ci sono, in fila, tronchi di legno e sagome di polistirolo, poi una galleria precisa che va dritta per pochi metri, larga un metro e mezzo, alta più o meno due. La galleria curva verso sinistra, forse mio padre sta seguendo un percorso preciso, ora scava la terra, che è mista di sabbia e di conchiglie, scava la terra del pavimento battuto, ha disegnato un cerchio e affonda la pala sui bordi, si sputa in mezzo ai palmi, il piede destro sul ferro della pala spinge in profondità. Il respiro è regolare, solo un colpo di tosse ogni tanto, la medaglietta di San Ciro dondola sul petto abbronzato da muratore, i puntelli di legno stringono tutto quello che c’è intorno come mani sicure. Quando ero piccolo immaginavo Nello il barone sui grattacieli di Sidney, poco più di un emigrante, uno che ha imparato poche parole e nemmeno le ripete volentieri. La camicia a scacchi verdi su un immenso piano di cemento grigio, ogni giorno più su. Immaginavo mio padre andare da un palazzo all’altro camminando come un equilibrista su travi di acciaio arrugginite. E tutto intorno l’azzurro intatto del cielo, l’oceano di fronte. Mi raccontava dei suoi sogni, dell’incubo di restare in una terra di senza nome, del desiderio del pane dei suoi stupidi paesi, del pane di San Sebastiano – il più buono del mondo, diceva – o di quello di Resina cotto con le fascine di salice, la nostalgia del pane rosso di Mariuccella di Carmano. Certe volte, tornato in Italia già da tempo, alzava gli occhi verso la luna, o le stelle, o verso l’alto e basta, ad osservare le nuvole o a centrare con le pupille un punto nero qualunque. «Non è vero, – diceva – non è vero, non è tutto uguale. Abbiamo la nostra notte e il nostro giorno, abbiamo uno spazio che sa di pomodori, ed io ho imparato a riconoscere la faccia bianca, gialla o rossa della nostra luna su ogni piccola onda del Granatello. È una luce che ti arriva direttamente in casa». Lo faceva quasi ogni sera e ogni mattina la prima cosa che fissava appena sveglio era un grosso pino fuori dalla finestra, soltanto allora era sicuro di essere di nuovo nella sua terra. Del resto, se durante la notte aveva un incubo, c’era sempre il biglietto aereo sotto il cuscino, il biglietto di solo ritorno Sidney, Singapore, Berlino, Roma, Napoli. Un

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pezzo di carta sotto il cuscino durante il sonno e poi in tasca per il resto della giornata, era necessario per scacciare la paura di trovarsi da qualche altra parte. «Non è facile come sembra, vero Mauro?» chiede il professor Fiorenza, fondatore e presidente della Edisud spa al dottor Ilardi, al curatore del mio secondo romanzo in costruzione, all’uomo dai capelli unti chiuso in un abito che tira da tutte le parti. «No, certo, non è facile» gli fa eco lui. «Non è facile – riprende – far combaciare le cose, trovarsi nel posto giusto al momento giusto, riuscire a imporsi. Non è facile, bisogna seguire i consigli, seguirli come se a darteli fosse un medico che vuole provare a guarirti». «No, non è facile» ripete Mauro come un automa. Sono seduto di fronte a due cuori, almeno credo, la mia sedia è di plastica grigia, il padrone della casa editrice occupa la poltrona in pelle dietro la scrivania del dottor Ilardi, Mauro Ilardi invece è costretto sul bordo di un minuscolo divanetto messo di lato e ogni tanto deve scacciare dall’orecchio la foglia del ficus premio ricevuto per noisappiamocosa. «Allora giovanotto, – dice la voce amplificata dell’editore in persona, nella mia testa – leggo dalle sue note che ha già pubblicato per noi e che stranamente il suo primo romanzo dopo alcune settimane passate al top della classifica...». Bussano alla porta, la cravatta mal intonata del dottor Ilardi afferma che si può entrare. Teresa la centralinista porta un vassoio di metallo cromato con a bordo due caffè macchiati e un bicchiere d’acqua. Teresa lascia tutto su un piccolo tavolo color faggio, sembra un soldato che fa dietrofront mentre la sua gonna lunga scompare attraverso l’uscio. L’acqua è per l’editore, apre una minuscola scatoletta d’argento e afferra una pillola rosa per le sue infinite allergie. Che io sappia è praticamente allergico a tutto, al polline, alla polvere, al cotone, alla lana, per non parlare poi del fumo. Il professor Fiorenza beve l’acqua e la butta giù chiudendo gli occhi impercettibili dietro le lenti da miope. Anche io bevo, il mio caffè macchiato non ha niente a che vedere con quello che ho preso l’ultima volta dal distributore automatico, il latte, la patina densa di latte dolce al punto

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giusto si incolla alla lingua e mi fa subito venire voglia di fumare. Il dottor Ilardi continua ad affondare il cucchiaino, a rigirarlo alla ricerca degli ultimi granelli di zucchero che non si sono sciolti, si ferma soltanto quando l’editore riprende da dove aveva lasciato. «Dunque dicevamo, ah sì certo, dicevamo, parlavamo di lei giovanotto». «Sì, proprio» conferma Mauro Ilardi specchiandosi nel breve cerchio della tazzina ancora piena. «Il suo primo romanzo – e la voce rimbalza nella mia testa – ha venduto migliaia di copie in pochissimi giorni, poi, beh, giovanotto, si è fermato tutto, la ristampa, la fase successiva della campagna pubblicitaria, tutto insomma. Non per sminuire il suo talento, ma bisogna dire che il suo primo romanzo non ha avuto il successo sperato». La mia faccia non lascia trasparire emozioni o almeno ci prova, sono seduto davanti a due cuori, o forse no, sto mettendo in pratica la teoria sull’ascolto difensivo insegnatami da Bobby. Ascolto, silenzio, nessuna domanda, se non alla fine. Gioco e credo di essere in vantaggio, lo so per due motivi. La presenza del padrone della casa editrice, il caffè portato da Teresa come ai vecchi tempi. Calo un’altra carta, un altro segnale da interpretare. Una mossa che può essere azzardata o forse no, una mossa che può mettere in pericolo tutto il vantaggio fin qui accumulato, o forse no. Il professor Fiorenza cerca sistematicamente dal dottor Ilardi conferma alle sue parole, muove la testa compiaciuto, i suoi capelli a differenza dell’altro uomo di fronte a me, sono ben curati e trattati con shampoo colorante. Il professore tossisce, una, due volte, Mauro scatta in piedi e corre ad aprire la finestra, ma l’editore lo ferma e trattenendo la sua rabbia, aspettando alcuni istanti, abbassa una mano per far rimettere al suo posto il dottor Ilardi e fra un paio di colpi di tosse dice che la mia sigaretta non gli dà fastidio, per niente. Terzo punto, a mio favore, naturalmente, un punto da non sottovalutare, soprattutto perché il professor Fiorenza, creatore, presidente, padrone della Edisud spa sta cercando di controllarsi, sta facendo di tutto per non sbattermi fuori con un calcio nel culo e nessun complimento. Se ci fosse Bobby, a questo punto passerebbe al contrattacco, voglio dire si inventerebbe qualcosa per aumentare il vantaggio. Il professor

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Fiorenza continua a parlare, è nervoso e infastidito per noisappiamocosa. Si alza dalla poltrona in pelle e mi accorgo che è alto proprio quanto lo avevo immaginato. Del resto questa è la prima volta che ho l’onore di incontrarlo, all’epoca della pubblicazione del mio libro ci fu soltanto un contatto telefonico. Mi chiamò di mattina per farmi le congratulazioni e mi disse che lui e il suo staff riponevano in me molta fiducia e avevano in mente grandi cose, appunto, frasi di circostanza, parole del genere, solo questo. Il tenore era lo stesso che può usare un medico quando ti rassicura sul fatto che ci sono speranze. Che potresti pure guarire. Il professor Fiorenza è un ometto sulla sessantina che supera di poco il metro e cinquanta centimetri, cerca di darsi un tono e di comportarsi da pesce predatore girando attorno alla mia sedia di plastica grigia, parla cercando di nascondere insofferenza e scaccia il fumo della mia sigaretta con la mano destra che sembra la miniatura perfetta di quella di un uomo adulto. Il dottor Ilardi non ha ancora bevuto una goccia di caffè. Scatta di nuovo in piedi quando si rende conto che ho bisogno di un posacenere. In verità a me non serve perché ho a disposizione il porta bon-bon di cristallo, quello pieno di cioccolatini alla mandorla, o se devo proprio limitarmi, posso gettare la cenere nella tazzina. Scelgo questa opzione, ora sto mettendo in pratica un altro metodo di Bobby, quello della frustrazione delle formalità. Sono tutti gesti provocatori che servono a farmi capire di quanto sono in vantaggio. Devo essere avanti di un bel po’, certo. Insomma il professor Fiorenza e il suo burattino hanno fatto una vera porcata alle mie spalle e ora non sanno proprio come uscirne. Una vera porcata vuol dire che hanno intascato una cospicua tangente a quattro o cinque zeri, ora non vale la pena sottilizzare, bei soldi comunque. «Il punto, giovanotto, – dice il professor Fiorenza e sembra il classico dirimpettaio un po’ buonista, un po’ paraculo – è che lei non fa proprio niente per aiutarsi, per venire fuori da quello stato di torpore che la avvolge». Capisco che parla del blocco dello scrittore, lui usa un espressione inglese per mettermi in difficoltà, anche lui comincia a servirsi di termini come step o editing o chase of printing, o efficacia dell’imagining e dei font. Però ha fatto tardi e ha adottato il metodo sbagliato, mi gira

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intorno come un pupazzo di stoffa lasciando vibrare il telefono continuamente non rispondendo mai, ogni tanto tossisce. Suda e legge alcuni passi del mio romanzo in progress e io di tutta risposta, in risposta al suo diniego per il mio nuovo scritto e all’assenso del dottor Ilardi, tiro l’ultima boccata dalla mia sigaretta e la spengo contro il bordo ancora sporco di schiuma di latte della tazzina. «E allora giovanotto – il professore si rimette seduto sulla poltrona e i piedi non arrivano a toccare il pavimento – si deve dare una mossa, se non vuole che si prendano provvedimenti contro di lei, che si adotti una terapia d’urto». Il dottor Ilardi sorride soddisfatto, la risma di fogli con sopra il mio nome, il mio romanzo in progress per intenderci, cade dalle mani rimpicciolite dell’editore e finisce storto davanti al primo bottone della mia giacca di pelle nera. Risposta sbagliata, potevi usare qualsiasi altro termine, o qualsiasi altro tono, o fare affidamento su qualsiasi altra frase conclusiva, ma questa è proprio sbagliata come risposta, la peggiore che ti potesse venire in mente, la peggiore da far recitare alle tue labbra da piccolo uomo. Ora viene il mio turno, parlo lentamente e a bassa voce, dico che so tutto, so che il mio primo romanzo è stato affondato volutamente, so che nessuno si è opposto al plagio del figlio prediletto dell’arte della scrittura. Dico che quelli che ho davanti sono soltanto due corpi vuoti, altro che cuori, dico questo nella fase finale del gioco che sto cercando di vincere, che sto vincendo, Avete preso cinquanta, cento, duecentomila euro? Qualcosa in più? Qualcosa in meno? Volete che io finisca un libro che non uscirà mai, volete logorarmi con l’attesa e poi cancellarmi pian piano dalle vostre classifiche? Il professore fa oscillare i piedi come un bambino sulla giostra, il dottor Ilardi sorseggia il caffè diventato ormai freddo e colloso. Potrebbero stupirsi, indignarsi, potrebbero prendermi per il gomito e gettarmi fuori dalla stanza, la stanza premio piena di ficus, tappeti e musica classica in sottofondo. Potrebbero fare queste cose o molte altre, ma non succede niente. E quanto avete percepito sui diritti del film che si ispira al capolavoro del figlio prediletto dell’arte della scrittura, voglio dire per quanto vi ha com-

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prato la sua casa editrice? Non succede ancora niente, Mauro Ilardi allontana la tazza ormai vuota, il professore tossisce in preda a una crisi allergica a posteriori. Per quanto mi avete venduto? Che cos’è Dio? Che cos’è amore? Accendo un’altra sigaretta e parlo delle cose che voglio, nella mia testa suona un pezzo di Hendrix, Little wing, piccolo volo. Bene, sta camminando attraverso le nubi. Bobby mi diceva, che a questo punto, quando si dettano le condizioni, bisogna immaginarsi da qualche altra parte e cantarsi un pezzo nella testa, Nick Cave o Hendrix, o qualcosa degli Who. Funzionano sempre. Il dottor Mauro Ilardi non ride più, è troppo poco intelligente per aver compreso in anticipo che io sapessi tanto, che arrivassi a tanto. Ora anche il professore lo odia, lo odia perché non l’ha preparato abbastanza al mio attacco di autostima applicata. Non preoccupatevi, dico io, mentre fumo e getto la cenere nella coppa di cristallo piena di cioccolatini alla mandorla, e il professore tossisce e i suoi piccolissimi occhi sembrano schizzare dalle orbite dietro le lenti da miope, no, non voglio i vostri soldi e non parlerò, non ancora. Del resto, dico, e nel cervello scoppia l’assolo di Hendrix, del resto non mi vedo proprio a cena con stelle del cinema o in mezzo alle cosce di una critica letteraria in menopausa. No, dico, non voglio niente del vostro mondo, voglio solo quello che mi spetta e tu sai quello che voglio e mi rivolgo al dottor Mauro Ilardi, ai suoi capelli unti, al suo vestito che tira da tutte le parti. Scrivere in pace, in pace guardare un assegno modesto a fine mese sufficiente a pagare bollette e benzina, e pranzo, cena, vestiti. Un assegno modesto, ma tutto mio e integrare le mie entrate con quelle dei dischi di Nina, tenendo conto di penali e multe, riuscire a scappare da questo mondo, dal vostro mondo, raccontando di mio padre, o di un ragazzo che lavora in un negozio di animali e che alla fine non muore, di Emy spaghetti, ecco, di persone del genere, nient’altro. Hendrix smette di suonare nella mia testa, la musica classica della filodiffusione pure. Mi alzo e ho una risposta, questa volta è quella giusta. Il professor Fiorenza rimane in silenzio, il dottor Ilardi accar-

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toccia nervosamente una foglia della sua pianta premio. Saluto senza dare la mano a nessuno, afferro la risma di fogli, esco e so che ho vinto, lo so perché questa volta non lo immagino, no, questa volta lo so e basta. Stringo ancora la sigaretta, scendo le scale e mi ritrovo nella hall della Edisud spa. Teresa tiene fra le braccia una copia del mio primo romanzo, o così mi pare, e scappa di sopra. Il vetro automatico mi lascia passare, lascia passare in silenzio la mia giacca di pelle nera. «A presto dottoooore» dice Teresa nella mia testa.

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II Per Elisa (Franco Battiato - Giusto Pio - Alice, 1981)

Per Elisa vuoi vedere che perderai anche me per Elisa non sai più distinguere che giorno è e poi non e’ nemmeno bella Per Elisa paghi sempre tu e non ti lamenti per lei ti metti in coda per le spese e il guaio è che non te ne accorgi Con Elisa guardi le vetrine e non ti stanchi lei ti lascia e ti riprende come e quando vuole lei riesce solo a farti male Vivere vivere vivere non è più vivere lei ti ha plagiato ti ha preso anche la dignità Fingere fingere fingere non sai più fingere senza di lei ti manca l’aria Senza Elisa non esci neanche a prendere il giornale con me riesci solo a dire due parole ma noi un tempo ci amavamo Con Elisa guardi le vetrine e non ti stanchi lei ti lascia e ti riprende come e quando vuole lei riesce solo a farti male Vivere vivere vivere non è più vivere lei ti ha plagiato ti ha preso anche la dignità Fingere fingere fingere non sai più fingere senza di lei ti manca l’aria. Vivere non è più vivere per Elisa con Elisa


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Da piccolo era tutto chiaro, avevo precisa l’idea di quello che sarei diventato. Certo, molto più precisa di adesso. Mi appassionavo alle parole e le contavo ogni volta sulle dita. Mio padre mi prendeva in giro quando notava il pollice della mano destra toccare in successione i polpastrelli di quella sinistra. Amore, cinque lettere. A di amido. M di mandorla. O di olio. R di rucola. E di estratto di vaniglia. Ripeti, diceva mia madre. Il primo regalo che ho ricevuto, quello più importante voglio dire, è stato un vocabolario. La copertina era rossa e ci trovavo tutte le parole che volevo e tutto quello che significavano. Del resto mio padre non poteva aiutarmi più di tanto, si era fermato alla terza elementare, poi aveva dovuto lavorare per aiutare sua madre e sei fratelli. Aveva nove anni quando il nonno, marinaio di una piccola compagnia di navigazione, ha riempito una valigia di cartone ed è scappato, per sempre.

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Solo la terza elementare, dunque, ma quella di una volta, diceva, quella con le bacchettate sui palmi e i ginocchi sui ceci. Io l’ho vista una foto di lui bambino in mezzo a una quarantina di grembiuli neri tutti in fila e al centro un maestro d’altri tempi. Da piccolo, dicevo, era tutto più semplice e più chiaro, abitavo in una casetta col giardino e più in là, a qualche palazzo di distanza abitava Bobby, posso dire di averlo conosciuto per tutta la vita, sì per tutta la vita. Bobby è nato il mio stesso giorno, sua madre, si chiamava Lisa, l’hanno dovuta praticamente legare per nove mesi, aveva crisi continue e siccome non si poteva picchiare da nessun altra parte portava in faccia i segni delle sberle e gli occhi neri. Suo marito, Michele, il padre di Bobby o qualcosa del genere, era una specie di dottore che curava chi aveva problemi come quelli di Lisa, una specie di assistente sociale ma non proprio. Aveva quarantotto anni quando Bobby nacque e sua moglie appena diciannove. Nessuno si scandalizzò più di tanto in Comune, al momento della celebrazione del matrimonio, per gli anni di differenza e per la pancia accennata ma visibile, anche perché Lisa era considerata una ragazza persa che aveva avuto la fortuna di trovare un marito importante come quello, uno col camice, “uno che se la prendeva già col problema”. Lisa era poco più che una bimba quando la lasciarono in una comunità di accoglienza, poco vestita, nessun biglietto o qualcosa che potesse far risalire ai suoi genitori. Solo una manciata di monete da cento e duecento lire nella tasca dei pantaloncini corti. Non parlava ancora e doveva avere quasi tre anni. A dodici scappò insieme a una famiglia di zingari, a tredici si bucava e conosceva il mondo. Ciononostante era bellissima quando già incinta entrò nell’ambulatorio del Sert chiedendo di parlare con un dottore. Raccontava mia madre, pulendo le alici e preparando la pastella per friggerle, che il padre di Bobby o qualcosa del genere, era rimasto senza parole e se ne era innamorato subito. Certo, questo lo pensava mia madre basandosi su quello che diceva la gente del quartiere. Come pensava che anche Lisa avrebbe potuto amarlo. Fatto sta, Lisa aveva problemi ben più grandi da risolvere. L’eroina per esempio. No, non era andata al Sert per prendere metadone, né tantomeno per liberarsi del bambino, era entrata per farsi aiutare, per cercare di

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smettere o almeno di smettere fino a quando non avesse partorito. L’ultima roba se l’era fatta la sera prima, era incinta da quasi un mese. Michele le procurò un letto e le promise assistenza. A sera Lisa avrebbe voluto ringraziarlo a modo suo, come era stata abituata a ringraziare in casi del genere. Ma Michele fermò le lunghe dita che tentavano di slacciargli la cinghia dei pantaloni, la baciò come nessuno aveva fatto prima e le passò la lingua sugli incisivi. I denti di Lisa, del resto, erano miracolosamente rimasti intatti e bianchi e lucidi, piccole lune riverse sul fondo di un pozzo. Dicono, e questo lo diceva anche mia madre intenta a non far schizzare l’olio bollente immergendo le alici nella padella, che i denti sono la prima cosa che l’eroina si porta via, ma poi la gente, si sa, dice un sacco di cose. Ad esempio, diceva la gente che era giusto legare Lisa al letto giorno e notte, era giusto che Michele le gonfiasse la faccia e le lasciasse gli occhi cerchiati di nero mentre lei gridava che doveva farsi o sarebbe morta e malediceva la sua vita, quella del marito, quella che si portava dentro. Solo i denti resistevano su quella faccia di bambola di gomma, Michele stava attento a non rovinarli, no, certo, erano il suo orgoglio quei denti, visto che i propri erano marci per l’alcol. Agli occhi di tutti Michele era quello col camice che aveva salvato la vita a una ragazza persa, che si era accollato il peso di un bastardo, ma mia madre questo no, non l’aveva mai detto e di bastardi lei se ne intendeva. Mia madre mi raccontava, sbucciando le fave per metterle a seccare, che Michele beveva per tutta la notte, ogni notte, e che le grida che si sentivano attraverso le pareti di carta velina dell’abitazione e rimbalzavano per tutto il condominio, no, molto spesso, non erano certo quelle di Lisa in astinenza ma quelle del padre di Bobby ubriaco o di qualcosa del genere. Bobby, si dice, nacque in casa. Michele fece venire una levatrice che conosceva e per tutta la settimana precedente non osò alzare le mani, anzi fece addirittura scendere Lisa dal letto e le liberò i polsi e le caviglie. Il padre di Bobby o qualcosa del genere, lo chiamò così perché era il nome che portava il cane del portiere, il cane che era stanco pure di abbaiare contro la luna, quello nero con due strisce bianche sul dorso come un paio d’ali, legato a una catena arrugginita di un metro e mezzo.

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Dopo la sera che conoscemmo Nina, Bobby e io continuammo a vivere come avevamo sempre fatto, lo stesso, forse a me venne qualche domanda in più nella testa. Tipo che cos’è Dio? Che cos’è amore? Domande del genere. Ho vissuto un po’ di tempo insieme al mio amico di sempre in quella specie di sgabuzzino, monolocale o finto appartamento che lui chiamava casa. Io c’ero andato per cominciare a scrivere il mio primo romanzo e mi arrangiavo con saltuari articoli di musica e spettacolo che mi commissionavano ogni tanto. Bobby aveva bisogno di qualcuno che non lo facesse cadere nella vasca per le mozzarelle, quella che lui riempiva di acqua ragia, o sopratutto, di qualcuno che potesse starlo a sentire quando parlava della vita, della morte, di Dio. In cambio pagava il misero affitto distribuendo ostie la domenica, e pagava da mangiare, pagava i biglietti per i concerti. Nina, invece, rockstar in progress, esponente di spicco del punk made in Italy, da quella famosa prima sera era diventata più che una promessa, molto più che il solito artista emergente. Com’era lontano quel giro per Qualsiasiposto, Napoli, Italia. Ora i giornali scrivevano di una vera e propria rivelazione, le tv e le radio passavano le sue canzoni da mattina a sera, i discografici erano contenti. Produci, illudi, vendi. C’era scritto questo su una targhetta di platino nello studio del produttore di Nina. Produci, illudi, vendi. Vale a dire continuiamo a sfornare certezze per le generazioni future, belle speranze travestite da rivoluzione, ma attenta Nina, attenta ai testi, e agli accordi sospesi, magari vanno bene solo all’inizio, e mai comporre un pezzo dove il Fa segue il Si minore, no, questo no, dà troppa ansia, lascia gli ascoltatori spiazzati, e bisogna fare attenzione al La minore, non usarlo spesso, non metterci mai successivamente un Re sette aumentato. Mai. Lascia stare Cobain, Nina, lascia stare Vedder e i Pearl Jam, sei tu la speranza, ancora un paio d’anni e poi appenderai al chiodo la tua icona punk-rock, e sfornerai dischi solari, e li tradurranno in inglese e tedesco e spagnolo e farai la nostra fortuna e la tua. Questo Nina l’ha sempre saputo, forse gli artisti partono proprio da questo presupposto, vogliono cambiare il mondo e poi si rendono conto che

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il mondo non si cambia, e alla fine diventi come loro, sì proprio come quelli che volevi portare dalla tua parte. Ma noi lo sapevamo, voglio dire Bobby e io, noi due insomma, lo sapevamo che va in questo modo, gli artisti, i politici, gli scrittori, i poeti cominciano a lavorare in tutta coscienza essendo convinti che il loro mestiere è quello di far riflettere la gente, di farla rendere conto che si può migliorare, che si deve e si può combattere l’ingiustizia, cose del genere insomma. Ma alla fine i soldi, la fama, il potere, sì, proprio loro, alla fine trionfano sempre. E c’è bisogno di una via di fuga, c’è bisogno di scappare da tutto questo quando sei ancora in tempo, quando non sei diventato come tutto il resto. Noi due, io e Bobby voglio dire, sapevamo che un bel giorno una come Nina avrebbe detto basta. No, Nina non era come il mio migliore amico, assolutamente no, e non è mai stata nemmeno lontanamente simile a me, nemmeno da bambina. Io ad esempio da piccolo avrei voluto sempre essere come volevano gli altri. Avrei voluto poter contare i soldi ogni mattina e vivere dietro una scrivania come quella del dottor Ilardi, proprio quella con le piante premio ai lati e la musica classica in sottofondo. E scrivere, scrivere in santa pace. Anche Bobby da bambino desiderava le mie stesse cose, certo, forse più di tutto desiderava avere una famiglia normale e non una madre tossica e un padre, o come si faceva chiamare lui, un padre, o qualcosa del genere, che ti fa scontare tutti i giorni il peccato di essere una specie di figlio. Bobby forse, desiderava ridere, lo desiderava più di ogni altra cosa. Del resto in quella casa a una decina di palazzi di distanza dalla mia casetta con giardino coltivato a pomodori, in quella casa dove col tempo non era rimasta attaccata al muro nemmeno una crosta di pittura o di intonaco, la famiglia di Bobby, o qualcosa del genere, non c’era mai tutta insieme. Lisa a procurarsi i soldi per i morsi di zanzara, voglio dire a ringraziare gli uomini slacciando cinghie e sfilando pantaloni, Michele a cercare di restare sobrio dalle nove del mattino fino alle sei del pomeriggio, Bobby a provare ad essere uno con un fratello che è nato il suo stesso giorno e quando il tribunale gli dava il permesso, in quella casa scrostata e vuota ci entrava di rado o ci dormiva soltanto o almeno tentava di dormire; per il

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resto viveva nel mio quartiere come un randagio o ospite da sottospecie di parenti acquisiti, o nei vari centri di assistenza dei servizi per minori. Dopo il parto, Lisa aveva resistito poco, appena sei mesi, poi era tornato tutto come prima. Una mattina l’avevano trovata in overdose ancora con la siringa penzolante dalla vena, l’avevano trovata con Bobby in braccio che dormiva tranquillo, rimasto miracolosamente incollato alla madre, e allora via con i ricoveri, e le fughe e la proibizione di vedere il figlio, e Michele, sì, proprio lui, quello in camice che se l’era presa col problema, a tentare di spiegare alla gente quanti sacrifici dovesse sopportare per la moglie e per il piccolo bastardo che si era ritrovato fra i piedi. E tutto questo, certo lo pensava lui, non l’avrebbe mai detto, tutto questo per una serie di denti bianchi e perfetti che lo avevano fatto innamorare. Aveva un’ossessione per quei denti, i suoi cadevano uno a uno ma quelli di Lisa restavano al loro posto su una faccia di gomma e due occhi cerchiati di nero. E Bobby cresceva deglutendo saliva e mangiando carne in scatola, ritornando fra i muri scrostati ogni tanto, in prova. Un giorno, una settimana, poi due. E ancora una volta la madre scappava, ancora una volta la trovavano quasi morta, e di nuovo il mio amico era costretto a preparare una povera borsa di tela verde militare e Michele, sì, quella specie di padre con le braccia larghe a spiegare alla gente che lui faceva di tutto, ma che proprio non se la sentiva di tirare su da solo un marmocchio di pochi anni. Aveva troppe responsabilità, persone da salvare dalla dipendenza, voglio dire la bottiglia di scotch che l’aspettava la sera e un’ossessione che cresceva di giorno in giorno, ma questo, no, no davvero, questo l’uomo in camice non l’avrebbe mai detto a nessuno. Eppure Bobby lo sapeva bene, e lo sapeva bene Lisa e un pomeriggio lo seppi pure io. Fu il pomeriggio che poi finì tutto, avevamo undici o dodici anni, ora non lo ricordo proprio ma fa lo stesso. La casa di Bobby era in silenzio, entrammo spingendo la porta con i piedi, c’era odore di etere, odore di disinfettante, odore di quella specie di liquido azzurro che puoi trovare negli ambulatori di tutto il mondo. Più propriamente ti faceva immaginare lo studio di un dentista, un odore che faceva ridere. Era forte quell’odore, stordiva. Bobby avanti nel

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buio delle piccole stanze che sembravano enormi, senza mobili, solo un paio di letti, lampadine che crollavano dal soffitto, file di libri e di panni accatastati a caso. Io indietro, tremante, nel buio. Io e Bobby avevamo comprato un piccolo subacqueo di plastica che si caricava con la molla e si immergeva nell’acqua: muoveva le braccia e le gambe e andava avanti e indietro. Eravamo saliti per metterlo nella vasca, ma l’odore dell’etere o di qualcosa del genere era troppo forte, camminammo piano e al punto di poter sentire il mio cuore e quello di Bobby e finanche gli impercettibili scatti della molla nel petto del subacqueo di plastica. Attraversammo il breve corridoio verso l’ultima stanza della casa. Istintivamente staccai la minuscola pinna di gomma dalla gamba arancione del nostro pupazzo e la portai alla bocca, cominciai a masticare e mi accorsi che masticavo ridendo. Dalla stanza veniva la breve luce di una lampada e l’odore diventava sempre più intenso e insopportabile. Bobby mi strinse la mano e io ebbi un sussulto, la porta non c’era più già da diversi anni, ci fermammo sotto l’alloggio di ferro arrugginito, i nostri piedi, il mio destro e quello sinistro di Bobby si toccarono. Chiudemmo gli occhi entrambi e ascoltammo passi attutiti e rumore di metallo. «Non si leaano, non c’è niente da fave, non sssci riesco». Riconoscemmo la voce sdentata di Michele, la pinna di gomma passava da un molare all’altro senza sosta. Sapore di gomma e etere soffocante, sapore di ghigno plastificato. Aprimmo gli occhi, vedemmo Michele di spalle, anzi il suo camice immacolato, le maniche scorciate sulle braccia pelose, poi Michele si voltò verso di noi e capimmo che non c’era più niente da fare, lo capimmo dai suoi occhi spiritati e bambini, dal volto sudato e dai peli grigi attaccati al collo, grigi e bagnati. La finestra era chiusa, faceva caldo, ci mancava il respiro e non osavamo vedere cosa ci fosse dietro la figura dell’uomo col camice. Ridevamo, sì, adesso lo ricordo bene, ridevamo quasi tutti in quella stanza. Sputai a terra, senza volerlo, la pinna del piccolo subacqueo, poi mi abbassai e la rimisi in tasca, sentii la saliva sul mento, non avevo il coraggio di guardare il mio amico, a dire il vero non avevo il coraggio di guardare niente, rimasi incollato sulla linea di marmo scheggiata sotto l’alloggio della porta col pupazzo arancione nella mano libera dalla stretta di Bobby. Avrei voluto essere da

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qualche altra parte, sicuro, questo è certo, solo che sotto le pupille mi venne il cono di luce gettato via dalla lampada in stile direttorio. Chiusi di nuovo gli occhi, li riaprii e vidi la risata scimmiesca e innocua di Michele, il pugno chiudeva una grossa pinza da dentista. «Non si leaano, non c’è niente da fave», non si levano, non c’è niente da fare. La mano di Bobby intorno alla mia, due piccole mani forti e collose e fredde, sentii dolore, ma non è proprio la parola giusta, era piuttosto persistenza di squallida realtà, tipo sto vedendo un porno fetish a sei anni, e non capisci proprio cosa ci faccia una donna cicciona in mezzo a tre nani travestiti da satiri. Non sei per niente preparato a tutto ciò. Il regista zooma su una parte della cicciona, la parte che va dalla schiena in giù e non sai che quella che stai vedendo è una doppia penetrazione, non capisci il senso del terzo nano che afferra una delle gambe tremanti della cicciona e le lecca le scarpe, le sfila le scarpe e lecca i tacchi, poi succhia le dita smaltate di un grosso piede. A sei anni non afferri il senso di tutto questo, ma sai che è sporco, apri e chiudi gli occhi, vorresti scappare e restare allo stesso tempo, guardi venire tre nani sulla pancia di una grassona, ma non ti spieghi la logica di quelle immagini di carne a venti pollici, nella tua testa di sei anni ripeti che non è possibile quello che sta succedendo. È qualcosa di lontano, sconosciuto e distante, è troppo estremo, il che vuol dire squallido più che terribile, ecco è questa la parola giusta. «Non si levano, non c’è niente da fare, i denti di Lisa restano al loro posto». Sì, restavano al loro posto, bianchi e perfetti. Lisa, voglio dire la madre del piccolo bastardo muto e freddo e sudato accanto a me, – almeno così avrebbe detto la gente del mio quartiere nei giorni seguenti – Lisa, voglio dire il suo corpo morto già da chissà quante ore, era ferma sulla sedia di formica verde, sotto la brutta lampada, tra scatole di medicinali impilate l’una sull’altra. Le sue braccia scoperte e cadenti erano viola e piene di nei artificiali, voglio dire di noisappiamocosa, due occhi quasi asciutti, come di pezza infeltrita, stavano su un ovale gonfio, e nero e sporco di sangue rappreso. Il sangue stava pure sul seno nudo, un seno inutile e per niente sexy, un seno cacciato via dalla povera maglietta strappata da un uomo di nome Michele, uno col camice, uno con la bocca marcia ossessionato da una nuova serie di fantastici denti.

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Da sotto la porta ci scollarono mio padre, o i poliziotti, o gli infermieri, non so quanto tempo dopo e comunque non è importante. Avevamo stampato sul volto un sorriso da ebeti, quasi sicuramente reazione dello shock subìto. Michele continuava a dire «non si leaano, non c’è niente da fave, non sssci riesco». Io e Bobby eravamo una cosa sola, sì, una cosa, non una persona, è proprio cosa il termine appropriato. Nella testa del mio amico c’era soltanto una parola, una parola soltanto, ma la più grande che ci sia. Era nella sua testa, ma io potevo sentirla chiaramente. Dio. Tre lettere. D come Dammilamano,cazzo I come Iononc’entroniente O come Ohmerda,quellaeramiamadre. Bene così, ecco, ripeti.

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A undici o dodici anni, adesso non ricordo proprio, a quell’età voglio dire, certe cose non te le spieghi, credi che non siano reali anche se sono successe. Insomma non sei preparato. È per questo che all’inizio ho detto che dipende anche da te se quanto ho visto o vissuto sia accaduto sul serio. Io e Bobby, le nostre piccole mocciose teste di cazzo, vedi pure noi due, restammo fermi e incollati mano nella mano per ore mentre Lisa finiva al cimitero e Michele in una clinica per i nervi. Lisa lo sapeva che prima o poi sarebbe capitato che nella bustina di beige ci poteva pure stare una quantità troppo alta di stricnina, o di vitamina K, sì proprio quella, quella per uccidere i topi. Sono gli inconvenienti del mestiere, il punto è che non avrebbe mai immaginato che qualcuno potesse tentare di strapparle i denti dopo morta. Adesso che ci penso, quello di Lisa è stato il primo seno nudo che ho visto nella mia vita, adesso che ci penso nella casa del mio amico non c’era mai stata tanta gente tutt’assieme come in quell’occasione. In fondo le tragedie servono anche a questo, avvicinano le persone. Le avvicinano per amore, ma più spesso per curiosità, perché le persone vogliono farsi i cazzi tuoi, intendo.

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Mia madre ci disse che erano state le api a ridurre Lisa in quel modo, ce lo disse mentre io e Bobby, la mia mano destra e la sua sinistra, reggevamo una tazza con dentro tisana alle erbe distensive. Credo fosse a base di papaveri bianchi. I papaveri bianchi contengono blandamente lo stesso principio attivo di quelli che si usano per fare l’eroina. Mia madre ci disse che le api erano entrate all’improvviso e avevano attaccato le braccia di Lisa e la sua faccia, gli occhi, le labbra, tutto insomma. E Lisa era morta, certo era proprio così che se n’era andata. E Michele con la pinza da dentista? Beh, Michele stava tentando di levare a uno a uno i pungiglioni delle api, sì certo, con una pinza da dentista. E le api morte dov’erano finite? E la finestra chiusa? E la soluzione a base di etere per metterci dentro i denti? E i nostri fottuti sorrisi che ancora non si scollavano dalla faccia? «No, avete immaginato tutto quanto, faceva caldo, troppo caldo, il caldo gioca brutti scherzi» sì, era solo frutto della nostra fantasia e del caldo, perché non aveva senso quello che avevamo visto o creduto di vedere. È come il porno col nano che succhia il piede della cicciona. Non ha per niente senso quando hai sei anni. Io e Bobby dormimmo quasi per un giorno, poi ci vestirono con l’abito buono e ci portarono al funerale. C’era tutto il quartiere al funerale, tutto il quartiere tranne Michele. Il parroco sconosciuto dell’anonima cappella del camposanto recitò la messa, poi benedisse la bara, e nessuno piangeva, nessuno, nemmeno io e Bobby. La gente faceva oscillare le mani giunte davanti alla pancia e scuoteva la testa e diceva no e diceva no anche il Cristo di legno sull’altare. Il suo era un no distratto, di circostanza, del resto sai quanti ne aveva visti passare dalla sua parte? La gente non riusciva a spiegarsi come era potuto accadere che una persa come Lisa, una che se l’erano presa già col problema, una come lei insomma, avesse potuto rifiutare l’amore di uno importante, uno col camice. E non solo, la gente diceva pure che era colpa di Lisa se Michele adesso era in manicomio, che era stata lei a fargli perdere il senno. Qualcuno avrebbe potuto dire che Lisa teneva il pane e non teneva i denti per mangiarlo, ma non sarebbe stato un paragone azzeccato, no, per niente. Perché l’unica cosa che Lisa aveva sempre avuto, bianchissima e forte e indistruttibile, era una fila perfetta di denti.

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C’era tutto questo dietro i passi ciondolanti di Bobby. C’era tutto questo dietro la ricerca ossessiva di Dio. Eroina, novocaina, speed, ketamina, crack, francobolli all’lsd, la messa della domenica, l’acqua ragia. Quelli dei servizi per i minori se lo portarono via appena dopo il funerale, la gente non piangeva, e non piangeva nemmeno Bobby. Salì su una macchina azzurra con la borsa di tela verde militare e non ebbe tempo neanche per salutare i muri scrostati e vuoti che lo avevano visto figlio a rate di due fantasmi. Credo che se pure glielo avessero concesso, se gli avessero permesso di infilarsi fra i muri morti per recuperare un po’ della sua infanzia e il subacqueo arancione con una sola pinna, Bobby avrebbe mimato un no facendo oscillare il capo di 180 gradi, la mano destra ancora chiusa per portarsi lontano la mia, il pensiero fisso delle api, del seno della madre, dei suoi denti. Nel mio quartiere tornò molti anni dopo e già parlava una lingua diversa dalla mia, aveva sogni e progetti lontani da quelli di una volta, voglio dire lui sperava di poter morire in un dato momento, quello prestabilito e per il resto non gli importava di niente. Non produrre, non illudere, muori. La gente cominciò a dire che Bobby era tornato per recuperare la casa di Michele, del dottore dal camice immacolato morto in manicomio per colpa di una tossica, ma il mio amico non si accostò mai più a quelle pareti scrostate e aveva un nuovo nome, un nome che si era scelto da solo e che voleva dire messaggero, messaggero di Dio, o qualcosa del genere. Ora si faceva chiamare Angelo. Ma per me restava sempre Bobby, come il cane del portiere, il cane marrone con due buffe macchie bianche a forma di ali sulla schiena. Anche il cane se ne era andato lasciando la catena di un metro e mezzo a stringere il vuoto; a dire il vero in dieci anni era cambiato tutto nel mio quartiere, le case, la gente, ero cambiato anch’io. Adesso non mi sarei più visto dietro a una scrivania come quella del dottor Ilardi a contare i soldi, no di certo. Adesso mi interessava la musica che stava riprovando a cambiare le cose, a metterle in discussione, adesso frequentavo un collettivo studentesco e non mi sfiorava neppure l’idea che quello che ascoltavo, quello che c’era intorno, il bene e il male che venivano dalla parte giusta e da quella sbagliata, tutto insomma, non mi sfiorava minimamente l’idea che quello che accettavo o negavo o cercavo

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di creare o di cancellare era soltanto la somma di un’incommensurabile bugia. Una sola cosa era rimasta la stessa, era la voglia di scrivere, scrivere tutte le parole contate sulle dita fin da bambino. Quando Bobby tornò, gli fu chiesto se volesse disporre della casa della sua specie di padre ma l’appartamento restò vuoto con i sigilli del tribunale spezzati alla porta d’ingresso. Ogni sei mesi dal giorno della tragedia l’ufficiale giudiziario aveva tolto e rimesso nastro di carta gialla, timbrando e firmando documenti. Entrava nella casa, contava e ricontava gli oggetti, le scatole di medicinali, i panni sporchi lasciati l’uno sull’altro, le poche sedie, i due letti, le pareti scrostate che in certi punti lasciavano intravedere i mattoni forati. L’ufficiale giudiziario andò e tornò per qualche anno poi non venne più. La borsa di tela verde militare, quella che un giorno salì su una macchina azzurra insieme al mio amico, era stata sostituita con una voluminosa sacca rossa da cui spuntava la paletta di un basso elettrico. Bobby rimase al centro dello spiazzale osservando i palazzi nuovi, quelli dei ricchi, quelli che adesso coprivano il mare e avevano fatto la fortuna dei costruttori. Mi riconobbe subito, aprì la mano destra, gli affidai la mia sinistra e restammo a guardare la pece nera dei viali. Fu come metabolizzare il lutto all’improvviso, insieme, dopo tanti anni. Io non piansi e non pianse nemmeno Bobby, qualcuno si affacciò al balcone, le ragazze facevano rumore sedute sui motorini spenti, i gelsomini come rappresi ai muri rilasciavano odore di urina, ma noi non ci facemmo caso. Io e Bobby, le nostre cresciute teste di cazzo con i capelli lunghi, noi due insomma, sapevamo perché ci trovassimo lì dopo tanto tempo. Bobby cacciò una foto dalla tasca, me la mostrò, era di una bambina che poteva avere poco più di dieci anni. «È l’unica che sono riuscito a trovare – disse, – l’unica in cui non aveva ancora la faccia gonfia e gli occhi cerchiati di nero». Era una foto di Lisa, certo, e di chi altra? Ci avviammo al cimitero. Demmo uno sguardo rapido alle tombe delle famiglie importanti, alle cappelle gentilizie finto gotico, finto barocco, finto moderno. Dopo un po’ fummo costretti a chiedere al custode. Sentii recitare la data di quel

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pomeriggio, quello della pinna di gomma masticata, intendo. La pinna finita prima nella mia tasca e poi gettata a mare con rabbia. Lisa era stata seppellita il giorno dopo. L’uomo coi baffi somigliava al personaggio buffo di un cartone animato giapponese, girò le pagine di un grosso libro e ci disse che se volevamo ripristinare la corrente della lampadina accanto al nome c’era da pagare un numero interminabile di bollettini. C’era una foto della Madonna attaccata al muro con un chiodo da dieci centimetri e poi una di quelle stupide immagini col divieto di fumo. Uno scheletro in una bara. Le parole che uscivano dal teschio in bianco e nero: io fumavo per distendermi, mi sono disteso per sempre. Non produrre, non illudere, muori. Settore H1, quello delle nicchie comunali, quello dei più poveri fra i poveri. Misere lastre di marmo riciclato da altre tombe con lettere rubate ad altre frasi, portafiori di latta e un lumicino da venti volt. I resti di Lisa stavano in un parallelepipedo 30 per 60 profondo quarantacinque centimetri. Era l’ultimo in fondo a sinistra. Sulla lapide c’era attaccato un vaso che nessuno aveva riempito mai, nemmeno la prima volta. La data diceva che Lisa era morta a trent’anni, o qualcosa del genere. Bobby aprì il portaritratti, ci infilò dentro la foto, si fece il segno della croce e scrisse con un pennarello sul marmo riciclato: le madri torneranno ad amarli ma i bambini non perdonano mai. Bobby era cambiato, tutto il quartiere era diverso, era più grasso e lucido, ma nel cuore sempre sporco, e invidioso e i ricchi odiavano i poveri che ascoltavano musica napoletana neomelodica e i poveri odiavano i ricchi che avevano rubato la vista mare. Bobby non mi parlò della sua latitanza forzata, voglio dire non mi disse di quello che aveva fatto in tanti anni lontano, delle finte madri o dei finti padri che avevano dovuto sopportarlo e che aveva dovuto sopportare. E io lo capivo, capivo che Bobby ormai non aveva niente di niente, non aveva mai avuto niente di niente. Nemmeno un cognome tutto suo, o un nome reale che non fosse quello ereditato da un cane, il minimo segno di appartenenza a qualcuno o a qualcosa. Anche trovarsi lì a vent’anni era soltanto la spiegazione di un caos prestabilito, un casino che prima o poi deve trovare la parvenza di un cerchio che si chiude.

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Prestami i mie vent’anni, prestami i miei pensierosi vent’anni. Il bar è quasi vuoto e la radio passa una canzone dei Supergrass. Beviamo Tennent’s Super e saliva e ci mordiamo le labbra. Le ragazze bionde profumano di nuovo, scarpe nuove, nuove magliette, nuovi tagli di capelli. «Non voglio niente che non sia breve o non sia tutto mio – dice Bobby. – Sai, a un certo punto non ho fatto altro che ascoltare il mondo e pian piano ho capito che ognuno di noi ha un compito, serve a qualcosa anche se la vita che non ti piace è quella che più spesso ti tocca». «Adesso, – continua Bobby, graffiando il tavolo di formica – adesso – Bobby manda giù la birra scozzese – ci sono poche cose da considerare, prima di tutto chiedere a Dio se ha bisogno del mio aiuto e dare agli altri la felicità, poi morire, ma non nel modo che intende la maggior parte della gente, no certo». Alzo gli occhi verso il soffitto, la pala del ventilatore gira inutilmente, ogni tanto i capelli biondi delle ragazze ricadono croccanti su risate grasse e chimica agitazione tutta femminile. «Ho preso in affitto una casa, – dice Bobby – ci starò fino a quando deciderò io. È piccola e a un paio di metri sotto il livello della strada, ma il buio mi occorre più di tutto ora, mi serve perché ho bisogno di concentrazione». Eh sì, Bobby era cambiato, cambiato davvero, ma come ho detto prima, tutto non era più lo stesso. Anch’io giocavo a voler essere libero e a illudermi che da qualche parte esistesse un posto in cui poter sopportare il peso della mia giovinezza e quello delle cose che cominciavo a mettere in discussione. Del resto non mi ricordo proprio chi l’ha detto, mi scappa di mente in questo momento, non mi ricordo proprio chi ha detto che vent’anni si devono saper portare. Forse voleva intendere che vent’anni hanno bisogno di consapevolezza, voglio dire sono un vestito prezioso che va indossato con cautela e se ne deve assaporare l’eleganza, la bellezza, l’importanza di ogni attimo che passa. Ma chi ha detto questa cosa, ora non riesco proprio a ricordarlo, vent’anni forse non li ha mai avuti, perché vent’anni te li ritrovi addosso inconsciamente, sei convinto del fatto che non passeranno, a volte non ti accorgi nemmeno di averli. È come camminare per mesi e mesi con in tasca il biglietto vincente della lotteria e quando te ne rendi conto

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non hai più tempo per riscuotere la vincita. Quando te ne accorgi i vent’anni sono solo un ricordo, non dico bello o brutto, soltanto un ricordo, tutto qui. E ti inventi stronzate su stronzate, e poi te ne convinci, ci credi, credi che siano stati belli e buoni i tuoi vent’anni. Beh allora, quello è il momento giusto, puoi avere un figlio tutto tuo e mettere su famiglia. Perché nella tua testa i vent’anni sono scaduti e ti ricordi che hai fatto questo e quello, che hai girato il mondo o in caso contrario che avevi voglia di girarlo tutto e non ne hai avuto la possibilità. L’importante è la volontà, è quella che conta, poi non è stata colpa tua, no, per niente. La colpa è del mondo che ci ha prodotto, ci ha illuso, ci ha venduto. Va tutto bene, respira, non piangere, doveva andare in quel modo, l’importante è vivere adesso, esserci stati davvero, non piangere, stai tranquillo. Rilassati, sei il protagonista di una serie televisiva americana post adolescenziale dove tutti sono felici e realizzano i loro sogni e fanno l’amore con la persona giusta, al momento giusto, nel posto giusto. E si laureano in tempo, e per mantenere moglie e figlio in arrivo lavori al supermarket del tuo grazioso paese sulla costa splendente della California. E i vicini ti amano e la tua casa non è come quella di Bobby, non somiglia per niente a quella con i muri scrostati, né tantomeno è simile al seminterrato con le vasche per la mozzarella. E la serie finisce con i nonni contenti e le patatine fritte e la torta gigantesca del primo compleanno della tua creatura bionda, occhi azzurri, bellissima, perfetta. Nel tuo cesso immacolato non c’è traccia di peli di cazzo sul water e non hai bisogno di leccare francobolli all’lsd per sentire il contatto con Dio. Sei tu Dio, prodotto globalizzato della religione del terzo millennio. Va tutto bene, non piangere. La casa presa in affitto da Bobby, voglio dire quella specie di sgabuzzino due metri sotto la strada, era una cantina in disuso di un vecchio palazzo. Una volta ci facevano le mozzarelle, adesso qualcuno ci aveva messo due letti, un divano e un piccolo tavolo. Bobby fece scattare la serratura della fragile porta di compensato e gettò la sacca rossa in mezzo alla polvere. La aprì e tirò fuori il basso, un Fender Jazz.

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«Non so suonare – disse – e non imparerò mai, ho rinunciato ancora prima di comprarlo. Il punto è che mi servono cose bellissime di cui non voglio sentire la voce. Fallire in maniera perfetta non significa rinunciare ai tuoi progetti mentre sei a un passo dal realizzarli, fallire in maniera perfetta significa dire a te stesso non sono degno nemmeno di avvicinarmi ai sogni, perché i sogni sono di Dio. Ho bisogno di purificarmi». «In questo modo – continuò Bobby – il fallimento perfetto diventa un sacrificio. È come digiunare davanti a una splendida torta o fare voto di castità sapendo che una pornostar è costantemente pronta a scoparti. È in questo modo che si inizia a ringraziare l’Immenso». Io non parlavo, no, per niente. Vidi Bobby svuotarsi le tasche e mettere a posto un pacco di soldi, dovevano essere un paio di milioni di lire, li gettò distrattamente su uno dei due letti. «Adesso devo cominciare quella cosa breve e tutta mia. Lasciami solo, ho bisogno di pregare». Andai, e sapevo cosa stava per fare Bobby. Del resto riuscivo ancora a trovarmi nella sua testa, a vedere con i suoi occhi. Bobby stese una striscia di eroina sul dorso triangolare della mano sinistra, quello compreso fra pollice e indice. Chiuse gli occhi a lungo, solo un po’ di paura perché era la prima volta. Niente buchi, no, è meglio tirarla su col naso, arriva prima al cervello e fa più danni. Si fece la croce e cominciò a pregare.

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Ogni volta che vuoi vedere la tua vita in faccia, basta metterti ad osservare le tue scarpe. O i tuoi piedi. No, non serve guardarti allo specchio, ti dà soltanto la parvenza della storia. Se vuoi sapere davvero chi o che cosa sei diventato o dove sei arrivato, beh, non hai scelta, devi partire dal basso. Veniamo dalla terra, siamo animali che camminano, tutto qui. Ora sto bene, o così sembra, la casa editrice è stata puntuale nel farmi arrivare il primo assegno mensile, il mio romanzo d’esordio è tornato nella classifica dietro il grosso culo di Teresa la centralinista e ho tutto il tempo che voglio per dedicarmi al mio secondo libro. L’autore di Underground, il bestseller ispirato alla mia storia continua a vendere copie su copie e il film realizzato sulla falsa riga del volume, a breve sarà proiettato in tutto il mondo. Se dovessi fargli causa potrei arrivare a spillargli un paio di milioni, ma non è quello che voglio, no davvero, io non cerco pubblicità o chi sa che cosa, non mi interessa produrre, illudere, vendere, no, per niente. Se volessi far causa anche al fondatore della mia fottuta casa editrice e al dottor Ilardi, beh, ne avrei tutte le ragioni, ci metterei poco a far valere quelli che chiamano i miei diritti, ma io non sono così, no, ve l’ho detto. Mi basta soltanto scrivere, non dico di farlo bene, que-

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sto no, per me è una questione terapeutica. Mi interessa soprattutto stare in silenzio in un posto e lasciare fuori il mondo che corre, che si ostina a credere di poter cambiare le cose, anzi che viene illuso quotidianamente che le cose stanno cambiando sul serio e in meglio. Miliardi di persone indirizzati da un centinaio di altri terrestri a fare nel modo in cui si è deciso. Si deve campare fino a una certa età, questa fetta di mondo deve patire la fame, quest’altra deve morire quando lo diciamo noi. Quest’altra ancora deve ridere e prolificare, proliferare, invidiare il vicino, lavorare, spendere, ingrassare, invadere, sparare, distruggere, amare. Anche l’assegno di Nina, nonostante le penali e la maggior parte dei diritti sulle canzoni ceduta in cambio della tranquillità alle etichette discografiche, anche l’assegno di Nina entra silenzioso nella nostra casa e ci permette di poterci isolare dal resto. Non siamo agorafobici o misantropi, no, niente di tutto questo. A dire il vero usciamo spesso e frequentiamo un numero elevato di persone, amici, conoscenti. La nostra casa dà l’impressione di essere sempre piena di gente. Si chiama vita sociale perfettamente svolta. Ma la questione non è così semplice, il punto è che per avere il ruolo che vuoi nella vita, devi saperlo. E io e Nina non lo sappiamo ancora qual è il nostro ruolo. Cercavamo stabilità economica e ultimamente l’abbiamo trovata, o così sembra, ma il nostro posto nel mondo, quello ancora non ce l’abbiamo. Diciamo pure che abbiamo il nostro posto nel nostro mondo, ma non è la stessa cosa, no davvero, non è la stessa cosa che avere un posto riconosciuto in mezzo a miliardi di bocche che respirano da mattina a sera. Comunque va tutto bene, la mia firma ha il permesso di tornare sul giornale e ho una rubrica tutta mia o qualcosa del genere, la nostra creatura in progress cresce e sta bene, mio padre continua a scavare la sua buca sotto il ponte della ferrovia. Il mio primo nuovo articolo descrive la vicenda di una ragazza che si innamora dei monumenti e se li sposa, ora è questa la strada. Ho chiuso con la cronaca nera, sì, ho chiuso davvero. Sono stufo di correre incontro a persone morte, di parlare di cose che non si muovono più, scrivere righe su righe ipotizzando alleanze fra clan, cercando di inquadrare la prossima vittima, sapere che fra le terribili verità c’è una parte che spara e un’altra che resta sull’asfalto. No, sul serio, non è cosa per me.

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Il direttore del quotidiano per il quale lavoro mi ha telefonato un paio di giorni fa. Ha detto che era tutto apposto, che non valeva la pena pensare al passato, alle stronzate che ho fatto, che in fondo possono capitare cose del genere. Mi ha detto che sono uno bravo. Ha detto che ora sono uno che aspetta un figlio e che bisogna giustificarli quelli come me. La sua voce era distesa e calma, la sua voce era tutto il contrario della voce di un giornalista. Ho pensato che fosse il mio periodo fortunato, voglio dire un periodo dove le cose sembrano andare definitivamente a tuo favore. Un periodo in cui ho tagliato i capelli mentre tutto andava storto e d’incanto la fortuna è girata, è girata dalla mia parte. Ma non c’è voluto tanto a interpretare la voce distesa, il tenore rilassato e sopratutto le parole amichevoli del direttore del mio quotidiano. Del resto Bobby mi diceva sempre che ci sono due tipi di persone che ti parlano in modo affabile dopo che tu hai fatto un errore, quelle che ti amano sinceramente e quelle che non vogliono farselo mettere nel culo. Al massimo vogliono mettertelo. Nel culo, intendo. E il mio direttore, la sua faccia rotta dallo stento di arrivare, le sue gambe lunghissime e magre chiuse in un paio di pantaloni grigi, i suoi occhiali vintage, il mio direttore, insomma, è la persona più lontana dall’amarmi in modo sincero e disinteressato. Qualche giorno fa al telefono voleva che io firmassi un contratto, che smettessi la mia carriera da abusivo pagato a forfait, nonostante il centinaio di articoli mensili. Il mio direttore voleva che diventassi parte integrante del quotidiano con ferie pagate, malattia coperta, contributi integrativi e tante altre bellissime cose del genere. E non solo, voleva che mettessi due firme, una sotto al contratto di praticantato, l’altra in fondo a cinque righe di ringraziamenti e saluti, cinque righe di senza nulla pretendere e tante altre bellissime cose di questo tipo. Il mio direttore, le sue lunghissime gambe, i suoi occhiali, i suoi pantaloni grigi volevano farmi firmare anche le dimissioni. È un giochetto che fanno sempre quando quelli dei sindacati ti respirano sul collo, quando c’è uno come me che ha lavorato per anni in un paginificio, inalando chili e chili di toner davanti a un desk per un centinaio di euro al mese. E quando non ce la fa più e chiede di tornare a fare l’inviato, o il collaboratore, o come cazzo vogliono chiamarlo loro,

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dicono ok, va bene, solo che adesso ti dobbiamo ridurre il misero rimborso spese perché oggi come oggi a dire il vero, il giornalista non è più quello che percorre la città, tiene i piedi premuti sul petto del quartiere e ti trova la notizia, la verifica, la scrive. No, per niente. Ti dicono abbiamo bisogno di gente che ci riempie le colonne e che finisce in tempo e che fa vendere il giornale. Produci, vendi, muori. Tutto qui, tutto dannatamente qui. E allora capita che quelli dei sindacati fanno un controllo o lo stiano per fare, la notizia gira e ti arriva una telefonata del tuo direttore in tono amichevole. Il tuo direttore ti ama, lo fa per la tua carriera, il tuo direttore vuole bene alla tua creatura in progress, vuole che tu firmi documenti importantissimi per il suo prossimo futuro, quello della tua creatura, intendo. Lo fa perché gli stai a cuore, perché è buono e premuroso e non certo perché tu potresti cominciare a contare quanti cazzo di anni hai lavorato in quel fottuto posto, quanti palazzi di lettere hai messo in fila l’uno dietro l’altro, quante rinunce e nottate e lavate di capo e rischi hai dovuto sopportare. E a un certo punto partorisci l’idea di fare al tuo direttore, al suo padrone e a tutti i vertici del giornale per cui hai lavorato, di fare a questa rispettabilissima gente un paio di pacche a squadre ciascuno, vedi pure alle parole giustizia e vendetta, vedi pure alla coloratissima espressione metterglielo nel culo con la rena, la sabbia o con un preservativo di sottile carta vetro, una cosa del genere voglio dire. Quando il tuo carissimo direttore ti chiama in tono amichevole e ti spiega come stanno le cose e tu lo fai parlare e lo ringrazi e ti dici sorpreso e ricambi la stima e l’affetto, beh, quando ti capita una cosa del genere hai due possibilità, niente di speciale in fondo, ma due opzioni contemplano comunque una scelta. Sì, accetto, grazie, dove e quando ci vediamo per firmare? No, non mi interessa, continuo la mia vita da abusivo, pagato a forfait e non preoccupatevi, non temete, non vi farò causa e non avvertirò i sindacati. Solo che nel mio caso scelgo la seconda possibilità e ottengo pure di poter scrivere di cronaca, chiamiamola così, leggera, di fatti strani che

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capitano nel mondo e che tutti hanno voglia di leggere e di raccontare in giro. Vedi pure alla voce curiosità dall’Italia e dal mondo. Il mio direttore fuma Fortuna blu, si sente la puzza perfino dal telefono. Tira un paio di boccate di nauseabondo tabacco italiano, poi si fa ripetere le mie intenzioni, ribadisco la mia idea, aggiungo che è ferma e che deve prendere o lasciare. I toni si fanno più nervosi, a dire il vero è il suo tono a sembrare più nervoso, me ne accorgo dal fatto che spegne la sigaretta e ne riaccende un’altra. Prende tempo, vorrebbe prenderne ancora ma non ne ha più. Se devo dirla proprio tutta, il giornale per cui lavoro, non ha una pagina delle curiosità, ma a me non serve una pagina, a me occorre appena lo spazio per un piede o un francobollo o un colonnino in un qualsiasi posto di carta. Alla fine della discussione, più o meno mezz’ora in cui la mia breve mediocre carriera giornalistica viene magnificata e ingigantita come fossi il solo cronista rimasto sulla faccia della terra, alla fine di graziosi e teneri ripensaci, hai un avvenire radioso davanti a te, illusori non sprecarlo, allettanti ti facciamo un contratto con articolo uno a tempo indeterminato, sinceri le dimissioni che firmi sono solo un atto cautelativo e più nei tuoi confronti che nei nostri, alla fine di tutto ciò io comincio a raccontare al mio direttore, ai suoi pantaloni grigi e agli occhiali vintage, comincio a raccontare a tutto questo uomo all’altro capo del telefono, gli racconto insomma della ragazza che ha sposato la Tour Eiffel e un pezzo della muraglia cinese e il Golden Gate. Che cosa non si fa per realizzare i propri sogni penso io mentre mi siedo sulla tavoletta del cesso con il cordless, che cosa non si fa per tutelarsi da un attacco dei sindacati e tenersi stretti i contributi all’editoria appena incassati, pensa invece lui. È la vita signori, la vostra e la mia, e quella di mio padre, di Nina e della mia piccola creatura in progress. Non so come mi è venuta in mente l’idea della rubrica su fatti e personaggi strani, forse perché mentre parlavo col mio direttore in collegamento diretto dalla tavoletta del cesso, Napoli, Italia, ho pensato di aver bisogno di certezze, ora come non mai. E ho pure pensato, mentre sentivo il fumo delle sue Fortuna blu entrare nei miei polmoni a distanza di chilometri e chilometri, mi sono detto, che se proprio non ti piace la realtà puoi inventartene una tutta tua e non c’è bisogno di Dio, né di lsd, né di nessun’altra cosa.

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Hai a disposizione un mezzo molto più economico e immediato, per intenderci hai a disposizione migliaia di bugie da poter spacciare per cose vere e realmente accadute. Del resto, non so chi ha detto che la più incredibile delle bugie non può competere in materia di fantasia con la più impossibile delle verità. Vedi Dio, ad esempio. Lo adoriamo da sempre e lui cambia nome ogni volta, lo adoriamo senza avere prove concrete della sua esistenza. Lo adoriamo in base a misteri e imperscrutabili disegni, adoriamo Dio a scatola chiusa. Tutto quello che noi chiamiamo dubbio, loro lo chiamano fede. E per fede si uccide, si fanno le guerre, si muore. Non si sta solo fermi e pacifici a pregare. Ma per noi va bene, c’è sempre una giustificazione divina che spunta da qualche parte quando si finiscono gli argomenti. Che cosa vuol dire aiutati che Dio ti aiuta? Vuol dire che se riesci in qualcosa di buono è tutto merito suo, dell’Altissimo intendo. Beh, se sbagli, invece ci sono le altre facce della medaglia, non sei proprio nessuno, Dio non ha voluto, il diavolo ci ha messo la coda. Puoi scegliere una sola delle tante possibilità anche perché sono soltanto possibilità apparenti. L’unica certezza è il verbo. Strepitoso, davvero geniale, non solo hanno fatto del dubbio la fede, hanno fatto di più, hanno trasformato il dubbio in certezza. Incastro il telefono fra la spalla e l’orecchio e mi lavo le mani. Il direttore continua a tentare di convincermi, l’ombra delle mie dita gocciolanti fa sembrare le mani come fossero di cera che si scioglie. Mi asciugo, mi risiedo sulla tavoletta del cesso, apro un mensile. «Pensaci bene, è un’occasione che non puoi lasciarti sfuggire». A pagina 36 c’è un nome: “La ragazza di questa storia si chiama Laura”. «E poi adesso aspetti un figlio» tossisce, fuma. In una delle ultime pagine c’è la posta del cuore: “Laura ama le cose, le ama tanto che se le sposa”. «Pensa... fra dieci anni, bisogna essere lungimiranti, pensa ai contributi e alla carriera». A pagina 56 si parla dei monumenti simbolo di città e nazioni: “Laura ha sposato la Tour Eiffel, e la muraglia cinese e il Golden Gate e ha intenzione di sposare il Colosseo e la statua della Libertà”.

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«Sei uno bravo, abbiamo bisogno di te». “Ogni matrimonio è stato sponsorizzato da una famosa casa di moda. Ma a Laura non interessano i soldi, Laura lo fa per amore”. «Senza contare gli scatti, l’avanzamento, gli assegni familiari». “C’erano decine di damigelle provenienti da tutte le parti del mondo e centinaia di invitati. E alla fine la sposa ha tagliato la torta nuziale e la torta aveva la forma dello sposo e anche le bomboniere che Laura ha distribuito avevano la forma dello sposo”. Mi slaccio le scarpe, sfilo i calzini e metto i piedi a mollo in una piccola bacinella azzurra piena d’acqua. Il mio direttore si innervosisce ancora di più e chiede che cazzo sto facendo. Gli dico che sto pensando, sto guardando dove sono arrivato, sto riflettendo su chi sono. «E ho ancora tantissime altre storie, magari ne posso scrivere un paio alla settimana». La conversazione potrebbe andare avanti ancora per molto, fra le richieste del direttore e i particolari sul racconto della ragazza che ama i monumenti, alla fine però la spunto grazie a un’ulteriore riduzione del rimborso spese. Non è che mi interessi più di tanto, dico al mio direttore mentre mi asciugo i piedi e apro la porta del bagno. Lui cancella il mio nome dalla lista e contatta un altro abusivo a caccia di contratto e di complimenti gratuiti. Ora sto bene, dicevo. È lunedì e io mi sono piazzato nell’angolo studio del nostro piccolo salone. Il parquet ciliegio è pieno di fogli di carta che stanno per diventare canzoni. Nina è ferma a tre metri da me. Accorda la sua Telecaster spenta, si siede sullo sgabello azzurro e comincia a suonare. La musica esce silenziosa attraverso le corde di metallo, prende forza pian piano e si diffonde nella stanza, si attacca alle pareti ricoperte per metà di linoleum bianco, ai miei bigliettini di carta gialla che parlano di personaggi che proprio non ce la fanno a nascere. La musica si dirige verso il desk dove galleggiano princìpi di storie inventate. Le mie storie, quelle che andranno a finire nella rubrica su cose strane dall’Italia e dal mondo. Nina è quasi al quarto mese, indossa un camice largo per stare

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più comoda, la pancia è più che accennata e continuano le scommesse sul sesso del nascituro. In verità potremmo già sapere se si tratta di un maschio o di una femmina, ma Nina ha detto che non le interessa, che vuole aspettare fino all’ultimo, fino a quando la nostra creatura non farà capolino dalla sua vagina e ci dirà ciao. Anche a me non interessa poi tanto, non bado al sesso, intendo. È bello poter fantasticare a fasi alterne, la mattina sogni di giocare a calcio con un bimbo, il pomeriggio stai fermo per interminabili minuti a guardare una bambina che ti riempie di baci, si attacca alle gambe e vuole per forza andare dove vai tu. La notte si dorme e qualche volta si sogna, ti ritrovi mano nella mano con Bobby e mastichi una pinna di gomma nera appartenente a un subacqueo di plastica arancione. Nina ha finito il pezzo, lo prova e riprova svariate volte. La ninnananna canta di un bimbo o una bimba che piange perché stanno spuntando i denti. Fa caldo, io metto il punto alla storia inventata, una storia che descrive le vicende di un uomo che un giorno ha smesso di parlare volontariamente e che comunica soltanto strizzando gli occhi servendosi dell’alfabeto morse. Fa caldo, è l’inizio di giugno o qualcosa del genere, ci sono decine di gabbiani nel cielo, sarà per il fatto che non raccolgono l’immondizia da due settimane. La strada in cui abito è diventata a una corsia, i sacchetti invadono un intero pezzo del lungo viale che serpeggia dividendo in due la città. C’è un cassonetto pieno di medicinali scaduti. Nina dice che la nostra creatura si è mossa, mi alzo di scatto e metto una mano sulla pancia ma non riesco a sentire niente, ancora niente. Nina ha due fantastici occhi verdi e il seno è cresciuto, la nausea, beh quella è andata via, almeno per il momento. Come ogni cosa del resto. In questo periodo sembra tutto in bilico, le cose vengono, si assestano, cambiano, non sappiamo quanto durino in realtà e allora ci troviamo a dover vivere nel frattempo, almeno per ora. Sì, proprio in questo modo. Sembra di avere vent’anni ma non è la stessa cosa, me ne accorgo dal fatto che alzo gli occhi e intorno ho una casa, una moglie, un figlio o una figlia in arrivo. E poi c’è un altro particolare da non sottovalutare, c’è mio padre che scava sotto il fianco del ponte della ferrovia. Mi pare di vederlo, aspetta che il mare sputi qualcosa sulla spiaggia, pezzi di legno, ossi di

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seppia, ciò che rimane di un imballaggio di polistirolo. Afferra il pannello che era una volta di un frigorifero e nemmeno si rende conto della fatica che fa, delle mani che premono contro il finto legno ingrassato dalle onde e dal sale, ancora fradicio lo lascia sulla rena, lo mette insieme al resto delle cose che ha trovato, gli serviranno, questo è chiaro. Nina è di fronte a me, nemmeno lei avverte la fatica, il dolore sottile e spossante della creazione, anche le mani sono gonfie, ormai. Comprime le dita comunque sottili e slanciate contro le corde della sua Telecaster e canta, è meravigliosa mentre canta. Mi fa venire in mente i giorni passati a imparare i primi accordi, seduto sul pavimento della mia camera con i polpastrelli che prima diventavano rossi e poi si spaccavano sulla punta. Forse pure a lei è capitato, voglio dire anche lei è partita da lì. La chitarra all’inizio è la tua peggiore nemica, il primo accordo che fai suonare in maniera corretta diventa una festa, attacchi le dita in continuazione sulle due corde che conosci meglio e cerchi di migliorare ogni volta. Poi settimana dopo settimana, provi a fare qualcosa di nuovo, dimentichi la mano sinistra e afferri un plettro fra l’indice e il pollice di quella destra. Rifai tutte le canzoni che conosci a modo tuo e credi di saperle riprodurre correttamente. «È come allora» dice improvvisamente Nina. «Solo che allora cercavo tutt’altro, niente di quello che voglio ottenere adesso, penso alla contemplazione, sai, all’amare qualcuno in maniera divina. In quei giorni non c’era nessuno a cui interessassero sul serio le mie canzoni, mi facevano rivolgere completamente alla produzione, al look, alle cose da dire in pubblico per essere più o meno credibile o incredibile». Nina poggia una mano sul body della Telecaster, cerca i miei occhi, poi scappa nel ricordo. «Era un giorno come questo, non so, forse ci trovavamo a Torino. Il mio nome sui muri, la gente, gli uccelli fermi nel cielo». «Eri felice?» le chiedo. «Penso di sì, anzi ne sono sicura». Nina è a Torino, è passato un po’ di tempo dalla prima volta che ci siamo conosciuti, Bobby è ancora alla ricerca di Dio, Nina è diventata una

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rockstar a tutti gli effetti. È dietro le quinte e la gente grida il suo nome e il suo nome sta davanti a tutti su pannelli di metallo, su monitor immensi, sulle locandine davanti agli amplificatori. Il pubblico aspetta nervoso, entra prima il batterista. Si siede sullo sgabello, tira via le bacchette dalla tasca dei pantaloncini corti, le alza al cielo per salutare. Comincia con la cassa, il tempo è trascinato per l’introduzione del primo pezzo. Poi tocca al bassista, indossa una maglietta dei Sex Pistols. Fa suonare la prima corda a vuoto e prende un Mi che fa venire i peli dritti sulle braccia; la gente spinge perché adesso è il suo momento, è il momento di Nina. Nella sua testa conta due battute, fra i suoi capelli neri tirati dritti e lisci da una parte, corti sulla nuca e luminosi, fra i suoi capelli sente l’alito del pubblico e l’energia e deve mettersi di spalle per respingerla tutta. Le luci si spengono, il batterista continua ad andare trascinando le mani e i piedi, trascinando la prima canzone del concerto, quella che non puoi sbagliare. Il basso emette un Mi prolungato che dura il tempo che deve durare, il Music Man canta leggermente distorto. Nina entra, appoggia la Telecaster contro l’Orange valvolare, la gente non la vede ancora. Nina alza il volume sul body, preme il pedale del Super Over Drive e cazzo si sente, altroché se si sente. Il feedback balla sulla tastiera e rimbalza fra i capelli e attraverso le spalle investe le prime file e poi tutti, fino all’ultimo degli spettatori. Si accendono le luci. Caro lascia stare, il mio cuore è in giardino e la luna marcisce sui rami Caro sembra un frutto masticato di fretta da labbra spaccate dal sole Come mi vuoi? Perché mi vuoi? Dove mi vuoi? Quando mi vuoi? Il pubblico sta in piedi ascoltando quello che succede, Nina continua a cantare di spalle, arriva fino a metà del primo pezzo, poi si volta, guarda la gente, butta un occhio ai monitor con il suo primo piano, alza una mano e si ferma al centro del palco. «Eri felice?» chiedo ancora a Nina. «Ero distrattamente felice» risponde lei.

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Nina è ferma, va verso il resto della band e chiede di smettere. Il bassista e il batterista si guardano stupiti ma eseguono, fermarsi al centro del primo pezzo, troncare di colpo tutta l’energia che sta fluendo, tutta la forza che dai e ricevi, smettere tutto questo processo all’improvviso non è proprio la migliore delle mosse da fare. È qualcosa di simile a un suicidio o a un aborto. Eppure Nina si ferma, voglio dire smette di suonare e cammina lentamente con la chitarra in braccio verso il limite del palco. Il pubblico crede che sia una trovata dell’artista e rimane in silenzio ad aspettare il colpo di scena, Nina continua a camminare piano sulle tavole di legno ricoperte di guaina nera, la guaina con la pubblicità delle radio. Ancora un passo, poi in bilico sul bordo del palco a cinque metri dalle transenne. La gente grida il suo nome ancora più forte, Nina cerca qualcuno che sia vicino, che sia abbastanza vicino e io so di cosa avrebbe bisogno, avrebbe bisogno che le abbracciassero le scarpe. Ma fra migliaia di persone non ce n’è nessuna così accanto al suo cuore, nessuna che è disposta a divinizzarla, ad amarla dal basso e a non farla scappare in nessun posto e lei respira per una decina di secondi, alza nuovamente la mano, il batterista conta il quattro e si torna al centro della prima canzone. Poi di seguito, avanti con i pezzi fino alla pausa, al cambio di vestito, al secondo stop. Va avanti come un concerto qualunque, ma non è il solito spettacolo anche se questo lo sa soltanto Nina e nessuno si accorge di quella cosa che è cambiata nei suoi occhi, nella sua testa, nessuno ha il minimo sentore che la consapevolezza è partita. Non se ne accorge nemmeno l’agente che è rimasto per tutto il tempo dietro le quinte a sbirciare, aspettando il momento del controllo delle matrici, o dell’incasso per dirla più semplicemente. E lui, sì proprio lui, in camicia firmata e occhiali da sole anche se ormai sono le undici di sera, non appena Nina rientra dall’ultimo bis e il concerto è bello e finito, lui o come volete chiamarlo, la stringe forte e le dice che è stata un’ottima idea stravolgere la scaletta, è stata un’ottima idea quella di chiudere con quel pezzo dei Nine Inch Nails, come si chiama?... quello che parla di Dio, quello della terrible lie, insomma quello che Nina ha appena smesso di suonare. Nina si tiene in silenzio l’abbraccio e in silenzio ascolta i giornalisti fare domande, dispensare complimenti, accennare critiche blande. Af-

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ferra una bottiglietta d’acqua e mette a posto la chitarra. Nel camerino ci sono dei fiori che la aspettano, ci sono le caramelle alla frutta e il rossetto al cioccolato, quello dolce, quello troppo dolce anche per me. Nina si siede e comincia a struccarsi, il trucco è minimo ma ogni sera che passa sembra scollarsi sempre di meno dal suo volto. Nello specchio intuisce le facce contente del manager, del discografico, del produttore e le sembra di essere al centro di un banchetto. I tre ridono, si passano a turno una minuscolo disco di platino con sopra un paio di grammi di coca, bagnano il filtro della sigaretta nel bicchiere col whisky e poi ci incollano la polvere bianca. Nina chiede di essere lasciata sola, chiede ai tre di chiudere la porta. Come mi vuoi? Perché mi vuoi? Dove mi vuoi? Quando mi vuoi? Non ci sono foto incollate allo specchio, no, per niente. Non ci sono post-it gialli con frasi da ricordare. Nina è sullo sgabello azzurro al centro del nostro piccolo salone. «Ti va di ascoltarmi?» mi chiede. «Certo». «Mettiti qui, davanti a me, seduto per terra». Nina alza il volume dell’amplificatore di una tacca, poi mette al massimo quello della chitarra. Le dita scorrono veloci per l’introduzione, quindi si fermano in tre, una accanto all’altra a formare l’accordo di La. «Dormi» canta Nina. «Fuori fa freddo e tu sei al sicuro». «Ridi» continua. «I fiori non lo sanno eppure profumano». L’agente di Nina entra nel camerino con le cifre dell’incasso. È su di giri per quanti soldi è riuscita a racimolare anche stasera la sua rockstar. Entrano pure il produttore e il discografico. Nina ha ancora tracce di trucco sulla faccia, si sente al centro di un banchetto e sa, adesso com-

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prende pienamente che non potrà mai sedersi insieme agli altri e mangiare con loro. Nina sa che si trova al centro del banchetto perché è lei la portata principale e non ce la fa a mandare giù pezzi di carne propria. I tre sorridono di gusto quando vedono Nina a terra, in un angolo del camerino. Nina si tiene strette le scarpe e non parla. Quando accenna Terrible lie, i tre si guardano orgogliosi e felici della loro creatura. «È proprio una rockstar, una rockstar perfetta». Produci, illudi, vendi. Le ninnananne si attaccano dappertutto e Nina continua a cantare come se davanti ci fossero migliaia di persone, passiamo tutto il pomeriggio a scansare la polvere, a ipotizzare il futuro. Il tempo corre veloce fino a quando non mi alzo per chiudere la finestra e prendere la medicina per il mal di stomaco che comincia a tormentarmi. C’è un gabbiano enorme che becca un sacchetto nero con una scritta in inglese.

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C’è chi aspetta il momento giusto per fare ogni cosa e chi invece non ha di queste esigenze, o regole o come vogliamo chiamarle. C’è chi comincia a farsi domande non appena riceve la prima risposta non convincente o chi invece se ne infischia del resto, delle cose che non quadrano, dei dubbi. Odio i centri commerciali, non mi ci portate mai se volete restare miei amici. La gente corre in continuazione come se avesse da spendere chissà quanti soldi. Ci sono i trenini per i bimbi nei centri commerciali e tante mamme che aprono e chiudono gli occhi davanti alle vetrine. E poi ci sono i cinema multisala, il banco con il popcorn, quello con i gelati. Magari entri in uno di questi cosi alle dieci del mattino e ne esci quando chiude, ti sei illuso di partecipare al sogno della collettività, perché è questo che vuole il mondo, guardare le vetrine, illudersi e dare l’illusione agli altri che c’è sempre la possibilità di essere ricchi, adesso oppure un giorno, fa lo stesso. Nina sa che odio i centri commerciali, ciononostante mi ci porta per comprare un calzascarpe, di quelli lunghi, di quelli che ti puoi infilare le scarpe standotene comodamente in piedi senza abbassarti. Calzascarpe

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per donne incinte, appunto. Giriamo a vuoto, così senza direzione, stando attenti a scansare file interminabili di bambini attaccati alle loro madri o in libertà vigilata. Il trenino passa ogni tanto, lo guida un giovane sulla ventina con una buffa divisa a strisce bicolori. Tutti si accalcano al passaggio del trenino, le donne salutano felici e qualche volta hanno una risposta. Entriamo in un negozio a tre piani che vende cose per la casa, il commesso che ci viene incontro non ha nient’altro da dire se non «Buongiorno e auguri». Il commesso chiede se la nostra creatura in progress sia maschio o femmina. «Ancora non sappiamo» gli rispondo. «Cosa posso fare per la signora?» chiede. «Cerchiamo un calzascarpe per donne incinte». «Certo, datemi solo un minuto». Nina passa in rassegna dei piatti, io non comprendo proprio che cosa ci facciano dei piatti in un negozio che vende anche calzascarpe per donne in gravidanza, o per persone impedite o per chi semplicemente non può piegarsi e ha bisogno di uno di questi attrezzi per non andare in giro per il mondo scalzo. Certo ora l’America è più vicina, penso, sembra di essere ancora nella serie televisiva con la famiglia felice, i vicini sempre disponibili e i bambini bellissimi, occhi azzurri, capelli biondi, perfetti. Il commesso torna soddisfatto e impugna un calzascarpe di un colore indefinito. Paghiamo, usciamo evitando persone confuse, siamo di nuovo al centro di una sala immensa, sopra le nostre teste una cupola di plexiglass e l’odore pungente di un fast food. Dio benedica l’America, siamo un prodotto industriale con trent’anni di ritardo, qualcosa che somiglia al latte a lunga conservazione con quel sapore che proprio non scende giù nel cappuccino, quando lo bevi la domenica mattina ti sembra di fare colazione in un albergo. La nausea di Nina pare tornare prepotente ma è solo per pochi secondi, ci fermiamo sotto una palma di plastica di un mondo che sembra fatto coi mattoncini Lego. Camminiamo ancora per un po’, il caldo si fa più intenso sotto i fari di un negozio che vende non so cosa. Le luci intermittenti del minuscolo semaforo all’angolo dicono che sta ripassando il trenino. Di fronte, basta solo attraversare una piazza, di fronte c’è un

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cinema. Un multisala propone una rassegna sulla commedia all’italiana anni ’60, tre film di fila e poi una pellicola ambientata nella Germania dilaniata appena dopo la caduta del nazismo. Anche questo non ha senso, ma siamo in un mondo parallelo, tutto qui. La sala che dà il film di Roberto Rossellini è davvero piccola, venti, forse trenta posti a sedere. Ci accomodiamo, anche se non è proprio la parola esatta, ci accomodiamo indietro e lo schermo è comunque sproporzionato, dopo qualche minuto cominciano a bruciarci gli occhi. La telecamera si sofferma su un mucchio di macerie e poi un ragazzo biondissimo comincia a camminare come uno spettro nella città morta, palazzi in decomposizione o allo stato terminale che puzzano ancora di bombe. Soldati americani, camion inutili che trasportano inutilmente e si lasciano andare per viali che non portano a nulla. Questa deve essere la guerra, penso, un bambino, appena un ragazzo, che guarda la sua città annichilita. Nina piange, non so se è colpa dello schermo oppure del film; in verità io trovo la pellicola un po’ noiosa, lenta, ma è la guerra che è così, è stata così quella guerra. Immagino già il finale, non è il caso che Nina assista al suicidio di un bimbo, non ora certo. Quindi le chiedo di uscire, dico che sono esausto di tutto quel giorno al chiuso. Lo faccio per lei, intendiamoci, solo per lei, ormai mi è passata la frenesia e mi sono, non dico abituato, ma volutamente costretto a resistere in quel lager di plastica e cemento dei giorni nostri. Chissà mio padre adesso… cosa starà facendo nella sua grotta scavata sotto terra? Usciamo prima della fine del film, prima che un bimbo si arrampichi attraverso un cunicolo che una volta era fatto di stanze e famiglie felici e speranzose - almeno così diceva la propaganda - e sale sempre di più e di fronte a lui ci sono altri scheletri di cemento bianco e ancora più bianco e lui sale, si ferma, aspetta. Poi si lancia nel vuoto e la fa finita. Ultimamente evito a Nina scene del genere, ad esempio le ho taciuto la morte di un cane caduto giù da un terrazzo di fronte alla nostra casa. Un giorno il dogo argentino di svariati chili è scivolato per andare incontro al padrone che tornava da lavoro, è scivolato sulla pioggia e nell’aria si sono alzati pelucchi rosa come si fosse in primavera, quando i peschi o i mandorli lasciano volare gemme mature nel cielo di aprile.

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Anche adesso piove, io l’ombrello non lo porto mai, ma Nina, no certo, Nina non può bagnarsi, allora corro alla macchina che si trova lontana, entro, sposto dal sedile bollette e inutili fogli della pubblicità. Raggiungo Nina e la faccio salire quando la pioggia dona quell’attimo di tregua, cade ancora ma meno intensa, molto meno di prima. Ecco, la pioggia, la pioggia appunto, un’altra delle terribili bugie, ancora un’altra. È una pioggia stupida questa che cade, non ha senso, non svolge il suo compito. È come avere o non avere un optional. Da bambino mi fermavo davanti ai vetri delle finestre di casa vecchia e stavo seduto a guardarla, mia madre mi diceva che serviva a ingrassare la terra. Era settembre, forse, adesso non conta più di tanto. Le gocce impallidivano con un fulmine, io stringevo i pugni e gli occhi e aspettavo il tuono. No, non era vero quello che mi aveva detto Bobby riguardo al tuono, per niente. Non si trattava di palazzi che crollano sotto i colpi dell’acqua, tutte fesserie, di quelle che ti scambi da piccolo per far vedere che sai una cosa che gli altri non sanno. No, dice mia madre, non si tratta di palazzi che crollano, mia madre dice che il rumore del tuono ha a che fare con le scariche elettriche o qualcosa del genere. Da bambino la pioggia aveva un senso, era ancora il tempo in cui marzo era il mese pazzerello, il mese che c’è il sole e apri l’ombrello, nient’altro che questo. E c’era quella buffa filastrocca sulle stagioni e si credeva che se avesse piovuto il 4 di aprile sarebbe venuta giù acqua per quaranta giorni. Dietro il vetro le mani disegnavano su pezzi di fiato il sole nascosto o il mio nome, chiudevo gli occhi con il rumore e stavo ad aspettare che le piante crescessero. Allora sì, aveva un senso. Ora non più. È una pioggia stupida, appunto, una pioggia stupida, ecco tutto. La stessa pioggia invade i polsi di Nello il barone chiuso in un impermeabile di plastica giallo. Fa fatica a stare in piedi mentre sfila una ad una le pietre della sua caverna. Entra e si toglie l’incerata, afferra una candela e la accende. Si fa un po’ di luce, ma non basta. Allora Nello apre un cassetto con le ante di cartone e polistirolo, estrae una torcia, la torcia porta un foro all’estremità del manico, Nello ci fa passare all’interno del filo di ferro e aggancia la torcia al muro. La caverna comincia a tremare, il regionale delle 21 e 18 porta una ventina di minuti di ritardo, quando

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passa esattamente sopra al ponte, nella caverna comincia a ballare tutto, ma più di ogni altra cosa ballano le luci della torcia e della candela. Proiettano sul muro, diventato più profondo verso il basso, le sagome di bottiglie di acqua minerale esauste, corde, ossi di seppia, reti da pesca, nasse. Sul muro il corpo vuoto di buste piene di pezzi di legno e plastica. Il treno fa scorrere sul dorso del ponte svariate carrozze, una quindicina di secondi, poi il rumore è lontano, sottratto alle orecchie e sostituito dal fischio del vento. Le luci tornano al loro posto, sulle pareti l’ombra piccola della medaglia di San Ciro che sporge appena dal colletto della maglia indossata da Nello il barone. Mio padre sposta la torcia e la appende al centro della caverna, la circonferenza è aumentata in maniera notevole, le pareti sono interamente puntellate di pezzi di legno che ha sapientemente levigato e tagliato a misura, incastrandoli l’uno accanto all’altro, non si vede quasi più la terra, se non sul fondo della sua grottesca fabbrica sotto il suolo. Il pavimento di sabbia scende ancora per diversi metri, Nello si cala attraverso una scaletta che era stata quella di un peschereccio, si cala oltre l’altezza del suo corpo, la rena è umida, ancora uno spazio ellittico scavato in profondità e più ampio del primo livello. Ora è davanti alla sua creatura in progress, intorno per un paio di metri pezzi di corda ed assi di legno già sagomate. E un martello, una sega da falegname, buste di chiodi e un secchio di pece. Nina sale lentamente al piano di sopra, si appoggia sul letto ed è contenta, così contenta che la sento cantare. Continua a mettere e a rimettere le scarpe standosene comoda dall’alto. Stringe quell’affare di plastica da un colore indefinito e torna agli anni in cui ha scoperto come accendere un fiammifero. Sono cose che non scordi, non scordi mai. Io come al solito mi siedo davanti al portatile nero e cerco di scrivere. Annoto sui post-it alcuni personaggi che mi potrebbero venire utili, come il commesso di prodotti per la casa o il ragazzino che fa andare avanti e indietro il trenino del centro commerciale. Poi mi metto al lavoro per la rubrica di cose strane dall’Italia e dal mondo. La mia rubrica di bugie per intenderci. A dire il vero, mi hanno fatto sapere alcuni colleghi, questo certo lo hanno detto loro, mi hanno informato che il giornale vende parecchie copie in più i

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giorni in cui esce la mia rubrica. Sarà, penso, per il fatto che la gente ha costantemente e inconsciamente bisogno di bugie e che è stanca di credere che quello che legge sia tutto vero. Voglio dire la gente è in continua crisi di astinenza da stronzate. Anche i miei colleghi mi chiedono dove riesca a trovare notizie del genere, loro, no, non si fanno la domanda se siano inventate o meno. Sembra piuttosto che mi assecondino. Del resto basta che vendi e che nessuno si lamenti, nessuno chiami per fare smentite o cose del genere. Basta illudere e vendere, poi morire certo, quello è sicuro. Nient’altro che questo. Ho a disposizione sessanta righe questa volta, quasi mezza pagina se riesco a trovare una foto appropriata. Anche questo è segno che quello che sto facendo funziona. Vediamo un po’, un uomo sulla sessantina vestito in maniera impeccabile. Abito grigio a righe molto sottili. Cappello in tinta, Borsalino anni Trenta. Solo il cappello, però, nessun altro accessorio, rischiamo di essere troppo retrò. Dunque questa storia è ambientata qui a Napoli, il protagonista è uno che ha fatto i soldi all’estero e che è tornato nella sua terra dopo quarant’anni. E gira per la città con un cane di peluche al guinzaglio e fotografa dalla mattina alla sera manifesti a lutto, proprio così. È questa la sua passione, questa la sua caratteristica principale, oltre a quella del cane naturalmente. Prende 20 gocce di Serenase tre volte al giorno. Agli altri dice che il suo cane è docile, dice ai bambini che possono accarezzarlo senza avere paura che Tobia, sì, ecco il nome dell’animale, senza avere paura che Tobia li morda. Dal piano di sopra arriva il rumore leggero di Nina che dorme, salgo rapidamente le scale, entro in camera da letto. Le scarpe di spalle, ognuna per conto suo, sembrano aver litigato. Sbottono la salopette di Nina e le infilo il pigiama, prima i pantaloni, poi la maglia. Lei continua a dormire con l’espressione contenta di prima, sposto il calzascarpe per persone impedite sul comodino e metto il suo corpo a respirare sotto le lenzuola. Nina non si sveglia, le slaccio il reggiseno e le lascio un bacio in mezzo alla schiena. La metto su un fianco e proprio mentre sto per andare e tengo una mano sulla sua pancia per salutarla, avverto una leggera vibrazione sotto le dita. Una piccola scossa elettrica o un minuscolo mulinello sulla superficie dell’acqua. Nina dorme e sorride, comincia a piovere di nuovo.

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Oltre la rena umida, proprio di fronte all’estremità della creatura in progress di mio padre, si può notare il profilo di una fila di pietre antiche, Nello il barone ha già iniziato anche quest’altro scavo. Ora si trova davanti un muro, sì, un muro a svariati metri di profondità. La breve luce indica mattoncini rosa pallido e poi una lieve arcata e sulla chiave di volta si intuiscono appena tre lettere impresse nella pietra. E Nello il barone afferra un coltellino e comincia a ripulire la fuga dei mattoncini che ha trovato. È un lavoro che porta avanti con cura, pian piano appare una parete di diversi metri, ancora interrata di molto a dire il vero, e al centro un arco, quello su cui adesso si leggono bene le tre lettere QPA. Non vorrei sbagliarmi ma credo proprio che mio padre abbia riscoperto l’antica peschiera di epoca romana, apparsa e caduta nuovamente nell’oblio nel giro di una notte, la peschiera della villa di un ricco notabile del primo secolo avanti Cristo, tale Quinto Ponzio Aquila, appunto. Ed è per questo che Nello il barone continua a togliere terra dalle pietre e scava, si asciuga il sudore e ogni tanto bacia l’immaginetta di latta che ritrae San Ciro in rilievo. Mi sembra di essere ancora in Australia, pensa mio padre all’improvviso, allora cava dalla tasca dei pantaloni il biglietto solo ritorno Sidney, Singapore, Berlino, Roma, Napoli. È il suo salvacondotto dall’esilio, lo guarda ed è di nuovo felice e in forze per continuare. Non importa se ora scava in profondità e una volta alzava palazzi verso il cielo, non importa perché in fin dei conti compie la stessa missione di sempre, quella di cercare. Sui grattacieli, un piano sopra l’altro per salire quanto più possibile verso le nuvole e intuire dall’alto il profilo della sua terra, e adesso con una pala, con le mani, con le unghie andare oltre la terra e intuire un arco, una porta di pietra, il mare dietro la rena, oltre il tufo, oltre i mattoncini rosa di epoca romana. Il vecchio tornato dall’Argentina ha scattato e conserva migliaia di foto di manifesti a lutto. Ogni notte prima di andare a dormire mette del latte nella ciotola del cane di pezza. Ogni notte posa con attenzione i suoi abiti ripiegandoli su una sedia e pensa così di allontanare la morte. Lo fa da più di cento anni. La storia del vecchio tornato dal Sud America finisce così dentro sessanta righe precise, non una parola in più, non una

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virgola in meno. Spedisco l’articolo ed è tardi, non ho nemmeno il tempo di fumare l’ultima sigaretta della giornata. Fuori piove, l’acqua si raduna in cima ai tetti e cade per svariati metri da cascate improvvisate, il fulmine e poi il tuono. Sembrano palazzi che crollano, palazzi rotti di Berlino, ma non è così, no, per niente. È piuttosto lo scambio di cariche elettriche, roba di positivo e negativo per intenderci. Uno scontro del genere, e gli scontri si sa, fanno sempre rumore. Allora spengo tutto e mi ritrovo davanti alla finestra in cucina e il mio alito posa una piccola pellicola sul vetro, disegno il sole, il sole di quand’ero bambino. Quello che sorride, quello con i raggi. Poi ancora fiato e segno il mio nome.

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III Mr tambourine man (Bob Dylan, 1965)

Hey mister tambourine man play a song for me I’m not sleepy and there is no place I’m going to hey mister tambourine man play a song for me in the jingle jangle morning I’ll come following you though I know that evening’s empire has returned into sand vanished from my hand left me blindly here to stand but still not sleeping my weariness amazes me I’m branded on my feet I have no one to meet and the ancient empty streets too dead for dreaming take me on a trip upon your magic swirling ship my senses have been stripped my hands can’t feel to grip my toes too numb to step wait only for my bootheels to be wandering I’m ready to go anywhere I’m ready for to fade into my own parade cast your dancing spell my way I promise to go under it


though you might hear laughing spinning swinging madly across the sun it’s not aimed at anyone it’s just escaping on the run and but for the sky there are no fences facing and if you hear vague traces of skipping reels of rhyme to your tambourine in time it’s just a ragged clown behind I wouldn’t pay it any mind it’s just a shadow you’re seeing that he’s chasing then take me disappearing through the smoke rings of my mind down the foggy ruins of time far past the frozen leaves the haunted frightened trees out to the windy beach far from the twisted reach of crazy sorrow yes to dance beneath the diamond sky with one hand waving free silhouetted by the sea circled by the circus sands with all memory and fate driven deep beneath the waves let me forget about today until tomorrow hey mister tambourine man play a song for me I’m not sleepy and there is no place I’m going to hey mister tambourine man play a song for me in the jingle jangle morning I’ll come following you


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Insieme a Bobby, ve l’ho già detto, insieme al mio amico, in quella specie di sgabuzzino, ho vissuto giusto il tempo di scrivere la bozza del mio primo romanzo. Giusto il tempo per ascoltare preghiere e assistere a celebrazioni benedette da acqua ragia. Poi Bobby è morto, anche questo ve l’ho già detto, è morto più o meno nel momento in cui aveva deciso di farlo. Ma non si è trattato di suicidio, assolutamente no, il suicidio è stato sempre contro il suo modo di vivere, di guardare a Dio, di servirlo. Il treno sopporta svariati chili di anime, io ho più o meno vent’anni. Ecco, bravo, ti disturbo solo per un altro po’, ridammi i miei vent’anni. Ridammi il mio culo strafottente chiuso in jeans troppo stretti, troppo sgualciti. Lo so che fa molto stereotipo ribelle metà anni ’90, lo so, ma non fa niente, è la mia vita, o almeno è stata la mia vita. Dunque sono su un treno, c’è puzza di chiuso, quella puzza che ti va ad abitare dritta nelle narici e scompare solo un paio di giorni dopo. Vorrei alzarmi dal sedile e guardare attentamente fuori il mondo che scorre. Quando ho risposto alla telefonata, quella delle 4 e 38 di mattina, almeno così diceva il display sul telefono, quando ho appoggiato l’orecchio caldo all’altoparlante del cellulare lasciato distrattamente acceso du-

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rante la notte, la voce dell’agente era metallica e come bagnata. Mi sono reso conto di essere ritornato in mezzo al mondo soltanto qualche istante dopo. Eccomi ci sono, ho pensato, e chi è che è stato trovato senza vita alle quattro del mattino, chi è questo, Livio, Secondo, David, chi è che si è ammazzato o così sembra? Comunque deve venire subito per il riconoscimento, cerchi di essere qui al più presto… Chi è se non Angelo, come si faceva chiamare ultimamente, o Bobby, trovato in una specie di casa? Anche se non è proprio questo il termine esatto. Voglio dire non è proprio la parola che prevede la definizione di uno spazio vivibile con quattro mura intorno, e focolare domestico e cose perbeniste del genere. Non sei più nella serie televisiva americana, regione di Orange County, California, Usa, non proprio, adesso sei su un treno che ti rimanda ulteriormente nella realtà o nella terribile bugia, quella che porta i peli di cazzo incisi sul water spaccato e sa di acqua ragia e panini al prosciutto e sottiletta, carne in scatola, tavolette di cioccolato fondente. È tutto qui, fattelo bastare, respira, non piangere. Sono in piedi, il treno scorre attraverso la campagna. Rallenta, si ferma nella stazione di Qualsiasiposto. Una bambina tende la corda aiutata da un moccioso che avrà non più di cinque anni. La corda somiglia vagamente a quelle che usa intrecciare mio padre per legare la sua creatura in progress. La fanno oscillare con grazia e maestria. Un’altra bimba, forse più grande, recita una cantilena e salta alternando piede destro e sinistro. Apro il finestrino facendo forza, mi arrivano le voci dei bimbi, quella che salta perde l’equilibrio e cade sull’asfalto scrostato del marciapiede accanto alla ex casa cantonale, gli altri due ridono di gusto. Il treno riparte verso Napoli, casa o come cazzo vogliamo chiamare il posto in cui sto andando, getto via la sigaretta a metà, mi risiedo e aspetto. «Documenti, per favore» dice l’agente in borghese sulla porta. «Lei è un parente?» fa ancora mentre gli passo il tesserino da pubblicista. Attesa, risposta: «No, sono un suo amico, il suo unico amico». «E lo sapeva che il suo unico amico si faceva la droga in casa, e che confezionava francobolli allucinogeni con l’acido delle batterie per le macchine? E li vendeva pure».

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Certo, come no, certo. Magari avete trovato pure dei soldi sotto una delle mattonelle del cesso, magari sono cinque o dieci milioni di lire, la mattonella con quel graffio che rassomiglia a una macchinina della polizia con la sirena, la mattonella bianco sporco. Quella che copriva un buco per metterci i soldi. Magari li avete trovati, certo che no, no, assolutamente no, non c’era niente sotto quella carinissima mattonella bianco sporco da cesso. Niente, vedi pure nessunissima banconota, o pezzi di carta filigranata da centomila, o offerte per la messa. Niente, niente di tutto questo. «Dunque, cosa mi dice della droga fatta in casa?». Vorrei dire che quelle sono semplicemente ostie, le ostie delle sue celebrazioni, il suo modo per ringraziare l’Altissimo, ma l’agente non capirebbe, non capirebbe proprio. D’altra parte mi rendo conto di essere l’oggetto di quello che somiglia dannatamente a un interrogatorio e cerco di stare quanto più calmo possibile. Mi aspettano qui da quasi sette ore, il magistrato non è ancora sul posto e quindi Bobby, il mio amico, la salma, o come cazzo vogliamo chiamarlo, lui, ecco, lui sta dentro e attende che io lo riconosca. L’agente che mi ha accolto sulla porta dice che non hanno potuto portarlo ancora all’obitorio per non guastare la scena, quasi sorride quando lo dice, e si sofferma sulla parola scena, come se fosse in atto la più famosa delle tragedie. I documenti di Bobby non si sono trovati, io so che fine hanno fatto. Li bruciò e li gettò via non appena rimise piede nella nostra città, perché ultimamente, ve l’ho detto, si faceva chiamare Angelo. Angelo e basta. Accanto al cadavere i poliziotti hanno soltanto trovato un paio di fogli di carta, su uno c’era il mio numero, su un altro, accanto a una preghiera scritta di suo pugno, un nome, Livio Secondo David e poi delle cifre, un 150 sbarrato, un 80 con due lettere puntate, DD. Ah ecco, che cazzo di nome è Livio Secondo David, se non quello che sta ad indicare lsd? Oh Dio che fantasia, e poi i numeri, 150 consegnate, 80 da distribuire, attenzione, non da confezionare o da vendere, da distribuire. E io che su quel nome c’avevo sbattuto la testa per tutto il tempo sul treno. L’agente in borghese mi riconsegna il tesserino, la signora del piano di sopra caccia il volto e parte del corpo attraverso la tromba delle scale,

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mi riconosce ma non mi saluta, la sua faccia ha tutta l’aria di dire: “Ah, eccolo, è lui, l’amico del tossico. Portatevelo via, avrà sicuramente colpa”. Sicuramente. Tutti abbiamo colpa. Ci siamo nati con la colpa, certo. All’interno è più o meno come lo avevo lasciato molti mesi prima, il piccolo ingresso, poi lo stanzone diviso in due, tipo questo è il tuo spazio e questo il mio. C’è ancora il mio letto, la mia porzione di comodino, la mia vasca per le mozzarelle, se qualche volta ne avessi voluto approfittare. Gli agenti hanno fatto prendere aria alla casa, anche se ve l’ho detto, casa non è proprio il termine esatto. Hanno aperto la piccola finestra che dà sui gradini delle scale di ingresso del palazzo e hanno cacciato via quell’insopportabile odore da studio dentistico, un odore che faceva venire da ridere. Il magistrato tarda ancora e la scientifica ha tutti gli uomini fuori, sembra che stanotte ci siano stati diversi omicidi, un paio, forse tre. «Il riconoscimento, – mi dice l’altro poliziotto che trovo di fronte al corpo senza vita di Bobby, – di solito si fa all’obitorio, ma questo è un caso particolare e poi ci sono tutti gli uomini impegnati su altri fronti». Questo poliziotto è alto un metro e settanta circa, stringe uno di quei giornali dedicati all’enigmistica e da quanto posso vedere ha una grafia abbastanza elementare. Dunque il riconoscimento, certo, sono qui per questo, sono qui per rispondere alle domande e per ricadere nella solita realtà o nella terribile bugia, fa lo stesso. L’agente enigmista mi indica Bobby, io non lo guardo, non lo guardo ancora, fingo di avere un conato di vomito e infilo il cesso. Ecco, è questa la parola appropriata. Cesso. Cinque lettere. C come cartadigiornalealpostodellacartaigienica. E come eccodovesonofinitiisoldisottolamattonellabiancosporco. S come sononelletaschedeipoliziotti. S come sonosicuramentelì. O come oh,quellariflessadall’acquainfondoalwaterèpropriolamiafaccia. Cesso. Ecco, bravo ripeti. Penso che almeno da morto, Bobby, un po’ di attenzione se la sareb-

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be pure meritata, voglio dire, io sono qui che controllo se la mattonella con la simpatica macchinina della polizia è stata saccheggiata e lui di là. Da solo, senza nemmeno l’attenzione di un riconoscimento fatto come si deve. Nei film non va così, non proprio, c’è sempre una cella frigorifera e cadaveri con un talloncino infilato all’alluce. C’è sempre un lenzuolo sopra le salme, e un medico che tira via il lenzuolo e fa delle domande sul morto. La porta del cesso resta semiaperta, il poliziotto che ha cominciato a interrogarmi mi guarda mentre sono abbracciato alla tazza e cerco di vomitare. Una mano è sul water, l’altra invece fa una leggera pressione sulla mattonella bianco sporco, sulla mattonella con la simpatica macchinina della polizia con la sirena. La mattonella si alza di quel poco per farmi rendere conto che non c’è rimasta sotto nemmeno una lira. Mi alzo, dico di stare meglio, vado incontro al mio amico. Come la immaginereste voi la scena di un amico che è morto, di un vostro amico che è morto più o meno nel momento in cui aveva deciso di farlo? Magari su un letto con decine di persone intorno, gente che piange, giovani che alla morte non avevano mai pensato prima, vecchi che sono sopravvissuti ai giovani. Comunque piangono, c’è tristezza e soprattutto compartecipazione, simpatia, condivisione del dolore o come cazzo volete chiamarla. Il letto fatto di fresco, pulito, il vostro amico vestito di tutto punto con l’abito buono, silenzioso naturalmente, questo è sicuro. E poi ecco la causa, stroncato da una malattia che non ha risparmiato giovani ossa, oppure vittima di un incidente, i genitori intorno, nemmeno tanto in là con gli anni. Il padre e la madre distrutti, annichiliti davanti a quanto accaduto, il padre e la madre del vostro giovane amico morto che lo chiamano, lo invocano, sperando che da un momento all’altro si alzi da quel fottuto letto. E poi il colpo di scena, il medico che a un certo punto lancia le mani al cielo e dice che si è trattato di un miracolo, un raro caso di morte apparente. Il vostro amico si sveglia e piange, sì, piange, tutti ad abbracciarlo, e qualcuno che vi stringe forte e non sa in che modo si può essere più felici. Svegliati, dove cazzo sei finito? Questa è la mia realtà, o la mia terribile bugia. Svegliati, non sei in nessuna cazzo di quelle serie televisive che guar-

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di tutti i pomeriggi e che ti fottono il cervello, stai solo guardando un giovane corpo con le braccia agganciate a qualcosa che esce dal soffitto, ha ancora sul volto una di quelle mascherine di gomma da ambulatorio dentistico, e la mascherina è collegata a un filo trasparente che finisce in una bombola da un litro e mezzo. Una bombola di N2O, una bombola verde con al centro la solita scritta delle bombole che contengono anestetico. Ha la faccia sorridente Bobby, anzi di più, Bobby ride proprio e io non lo ho mai visto ridere, magari scimmiottare allegria dopo essere tornato da Acidolandia, questo sì, ma ridere mai, non l’ho mai visto. Mai visto prima d’ora. Certo N2O, protossido di azoto, anestetico da dentisti, gas esilarante. Assunto in quantità massicce, in ambienti chiusi come lo è l’ambiente dove ha vissuto Bobby ultimamente, assunto direttamente con una mascherina da un bombola piena di un litro e mezzo, il gas esilarante, il protossido di azoto, l’N2O appunto, beh, ti può portare alla morte, magari muori ridendo e ottieni qualcosa che non avevi mai raggiunto. Magari quando si trattava di cominciare e finire qualcosa di breve e soltanto sua, Bobby si riferiva proprio a questo, si riferiva al riuscire a ridere. Quanti anni avevo l’ultima volta che ho sentito questo odore, l’ultima volta che mi sono trovato davanti a una cosa del genere? Forse dieci, undici, dodici anni al massimo e masticavo la pinna nera di un sub di plastica arancione. E avevamo davanti la faccia di Lisa, straziata dalle api, e quella di Michele, da scimmia sorridente e dispettosa. Si impara sempre qualcosa dai propri genitori, su questo non c’è dubbio, nel bene e nel male. Siano essi buoni o cattivi. Anche Bobby finalmente adesso ride. Oppure dovrei dire, estremamente ride. Certo l’Altissimo avrà apprezzato il suo sorriso, «cosa posso fare io per l’Onnipotente, se non chiedere se ha bisogno di me, alleviare le sue sofferenze, la sua solitudine?». Queste sono parole di Bobby, sicuro, sono parole di quella ex testa di cazzo in jeans e canottiera che sta in bilico sul letto, le braccia infilate in un gancio, qualche biglietto di carta intorno, i soldi spariti da sotto la simpaticissima mattonella bianco sporco. Ecco, io guardo il mio amico e penso ai soldi, guardo il poliziotto alto un metro e settanta che si impegna a risolvere un rebus, osservo l’altro agente in borghese e non so fare altro che pensare ai soldi, saranno stati

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cinque o dieci milioni, ma sì dieci milioni e qualche spicciolo, monete da cento e duecento lire, l’unica eredità di quella specie di madre recapitata un giorno in un centro di accoglienza con i pantaloncini corti. È questo che fa più male, sono le monete da cento e da duecento lire, sono le cose piccole a fare più male. Comunque cosa dire? Io e Bobby non siamo proprio nelle condizioni di attaccare o di difenderci. Lui è morto, io, beh, magari sono accusato di spaccio, questo non lo so ancora. Facciamo parte di quella strana scena un paio di interminabili minuti, se qualcuno ci scattasse una foto potrebbe vincere pure un premio per l’istantanea più realistica ed eccentrica dell’anno. Il poliziotto enigmista dice che adesso basta, dice che devo accomodarmi sull’altro letto perché hanno delle domande da farmi. Nei film c’è sempre un poliziotto buono e uno cattivo, uno che ti tartassa senza pietà e l’altro che fa finta di comprenderti, ti offre il caffè e le sigarette. Nel mio caso sono entrambi cattivi, ma se devo essere sincero non tanto cattivi. Hanno più che altro voglia di sbrigarsi, fremono per l’attesa, non ce la fanno più ad aspettare il magistrato e i colleghi della scientifica, in fin dei conti un po’ li capisco. Dunque mi fanno domande del genere, tipo dove sono stato nelle ultime ventiquattro ore, perché ero lontano da casa, che lavoro svolgo, mi drogo, vendo acidi, sono fatto? E che rapporto avevo ultimamente con quel giovane legato a un gancio sul soffitto, perché c’era il numero del mio telefono su un pezzo di carta accanto al cadavere. Anche se so cosa veramente vorrebbero domandarmi. In che razza di porzione di mondo siamo? È questa la domanda da fare, l’unica che non mi fanno. Bene, l’interrogatorio. Mi difendo, rispondo abbastanza tranquillo, dico ad esempio che ho vissuto insieme a Bobby, dico che poi sono dovuto andare via e che ho cominciato a lavorare a tempo pieno come giornalista per un mensile che si occupa di musica e spettacolo. Dico anche che nei giorni precedenti sono stato in una città a un centinaio di chilometri per assistere a un concerto e che adesso non ho altro da dire, no, nient’altro. Scorgo il poliziotto enigmista che comincia a distrarsi, il suo braccio coperto dal cotone di una camicia bianca, il suo braccio è accanto a quello del mio ex amico penzolante, Bobby sorride, comincio a ridere anch’io. Il poliziotto da un metro e settanta circa, quello, per intenderci,

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con la grafia abbastanza elementare è sempre più distratto, stringe il giornale nel mezzo e proprio non ce la fa a risolvere un rebus da terza pagina, un rebus per cominciare prima di perdere ore e ore sulle pagine più difficili, un rompicapo tanto semplice che riuscirebbe a risolverlo chiunque. Voglio dire, mentre rispondo alle domande e lui è sempre più distratto, e il collega non proprio cattivo come lui cerca di farmi dire cose che tanto non dirò mai, mentre succede tutto questo, intuisco che a pagina tre, in alto a destra c’è una figura, partendo dal basso, dal basso a sinistra il disegno di una carta da gioco, la faccia sorridente di un kappa, che sta ad indicare King, il che tradotto vuol dire Re. E accanto un uccello con in primo piano un paio d’Ali. E poi al centro della figura due lettere, DI, e infine sulla destra, una cartina geografica, in mezzo c’è un punto con la scritta Madrid. Dunque ricapitoliamo, sul bordo in neretto che racchiude la figura del rebus c’è scritto soluzione, apri due punti e leggi 5 1 6. Ecco tutto. Prendi il Re, aggiungi Ali, avrai Reali. Di già ce l’hai, ti manca l’ultima parola, qual è quella nazione che ha come capitale Madrid? Dai cazzo, ci puoi arrivare agente alto un metro e settanta che saccheggi la povera casa di un tossico. Ci sei? Niente da fare? Beh, allora te la do io la soluzione. «Reali di Spagna» dico mentre il poliziotto che mi ha aspettato sulla porta per quasi sette ore sta formulando la domanda topica, quella che può farmi crollare. Il punto è che non solo dico Reali di Spagna in tono saccente e con strafottenza, lo dico anche in maniera ironica perché non riesco a nascondere un accenno di risata. Risultato, mi becco due schiaffi in pieno volto, uno dal poliziotto non tanto cattivo, l’altro dal collega enigmista non tanto cattivo. Sono nella posizione di difendermi? Non credo proprio. Magari avessi avuto un po’ di esperienza in più con l’autostima applicata o con le altre cazzate che di volta in volta ho sperimentato con Bobby, ma ho solo vent’anni o qualcosa del genere e sono in un sottoscala con il mio ex migliore amico che penzola sorridente dal soffitto, e c’è un centinaio di francobolli allucinogeni, e c’è odore di anestetico da dentisti. L’unica cosa che mi verrebbe da dire è quella dei soldi, io lo sapevo che Bobby li teneva sotto quella mattonella e adesso sono spariti, e che ci teneva anche le monete lasciategli dalla madre, sparite anche quelle. Ma sono troppo vigliacco per affrontare

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i poliziotti, tanto vigliacco da non riuscire nemmeno a recitare quella frase che ho sempre sognato di recitare, quella tipo mi avvalgo della facoltà di non rispondere, di fare scena muta davanti alle domande. Cazzo, che situazione. I poliziotti da non tanto cattivi cominciano a diventare cattivi, e sempre più cattivi. Dopo gli schiaffi partono i calci, il poliziotto enigmista stringe la rivista dedicata ai rompicapo e cerca di farmela ingoiare. Un minuto di tregua, poi ricominciano. Nei film, oltre alla scena fatidica della facoltà di non rispondere e alla coppia di poliziotti buono e cattivo, c’è sicuramente quella delle botte. I pugni, i calci vengono dati in maniera accurata e strategica per non lasciare segni. Ecco non va proprio così. Prendo un sacco di calci in culo, alle costole, alla schiena e la mia maglietta diventa sempre più sporca, comincia a uscirmi sangue dal naso e dalla bocca, vorrei gridare ma mi trovo a stringere fra i denti quella fottuta rivista di enigmistica. Bobby sorride dall’alto e io penso alla compartecipazione, all’offerta del dolore, penso anche ai soldi spariti dalla mattonella e quando me lo chiedono sto quasi per dire che i soldi li ho presi io e che Bobby l’ho ammazzato io, e che ho fatto tutto da solo. La porta d’ingresso comincia a essere scossa in modo convulso, sembra il rumore dei miei polmoni sotto i calci. L’agente che mi ha accolto appena arrivato mi regala l’ultimo cazzotto e si dirige ad aprire ai colleghi della scientifica. Sono due, uno con la valigetta, l’altro con una pettorina della polizia e maglietta a maniche corte. Sopra portano entrambi un camice bianco. Vorrei confessare ai due nuovi venuti quello che ho subito, ma non faccio nemmeno in tempo a rimettermi sulle ginocchia e a tentare di parlare, che il poliziotto con la valigetta fa per accarezzarmi la testa e mi tira i capelli con tutta la forza che possiede. «Muoviti che sta entrando il capo» dice a quello con la pettorina. Il simpatico agente pur di partecipare alla festa mi cala una degna mano aperta in mezzo alle scapole. Poi mi guardano contenti, e io capisco che quando verrà il loro capo devo starmene zitto. Il poliziotto enigmista mi porge un fazzoletto di carta, non basterà a tamponare il sangue dal naso e dal labbro inferiore, ma sembra non importare proprio a nessuno, nemmeno a me. Sono seduto in un angolo quando il loro capo, il magistrato o così sembra, comincia a fare domande agli agenti, si rende conto della scena,

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e chiede distrattamente di me agli altri occupanti della stanza. Un rapido inventario delle cose trovate nell’appartamento, poi la parola suicidio, detta, ripetuta, confermata. Il magistrato resta con noi appena cinque minuti poi se ne va con i due poliziotti diventati man mano molto cattivi. Quelli della scientifica rimangono giusto il tempo che arrivi il furgoncino della mortuaria. Bobby viene sganciato e messo in una cassa di zinco lucida, qualcuno afferra delle buste trasparenti con i francobolli all’acido per le batterie delle macchine e la sacca rossa con la paletta del basso che fa capolino e saluta piena di polvere. Mentre stanno per chiudere la cassa vorrei alzarmi per dare l’addio a Bobby, ma mi fanno troppo male le gambe e poi mi rendo conto che non si tratta della scena finale di un poliziesco di terz’ordine, no, per niente, si tratta di qualcosa di peggio, di qualcosa che magari avevi intuito ma mai immaginato. Il tuo amico senza nome, senza famiglia, senza un cazzo di niente se ne va silenzioso testimone di Dio e della sofferenza, donando il suo unico sorriso all’Altissimo per alleviare una solitudine eterna. Qualcuno mi porge un documento da firmare, leggo velocemente. Il foglio di carta dice che ho riconosciuto nel cadavere un certo tal dei tali con un cognome che non mi fa rammentare niente, il foglio di carta spiega che sono estraneo alla vicenda e che la causa del decesso è da attribuirsi quasi sicuramente, e in attesa del riscontro dell’esame autoptico, a inalazione volontaria di gas esilarante. Cominciano a nastrare la scena, io resto ancora un po’ nell’angolo, poi mi alzo, vengo fatto uscire con brutti modi. Riguardo per l’ultima volta le pareti di quella specie di casa, i muri scrostati, i due letti che sanno vagamente di piscio, i ganci rimasti vuoti, il divano agonizzante. Ripenso al romanzo che ho cominciato a scrivere molti mesi fa proprio qui, il romanzo a cui manca un finale degno di nota. Riguardo ancora una volta Bobby staccato dal soffitto, lo immagino nella cassa di zinco mentre si succhia il pollice come dormisse, come ai bei tempi, diciamo così. Buona notte Bobby, riposati, va in pace, anche se mi sento più morto di te, in questo cesso underground picchiato e umiliato da quattro stronzi. Mi viene in mente un nuovo soggetto, un nuovo intreccio, un nuovo epilogo. Mi viene in mente anche il titolo, dico L’ostia, sì certo, si chiamerà L’ostia il mio primo romanzo.

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Come la vuoi la verità? Intera o dilazionata? La vuoi tutta e subito o un po’ alla volta? Sei una di quelle che applaude e incita i concorrenti dei quiz televisivi quando danno una risposta esatta a centinaia di chilometri di distanza e piangi guardando un reality show oppure sei uno di quelli che sul posto di lavoro impiega solo il 15% delle proprie capacità e per il resto del giorno se ne sta a chattare con improbabili pornostar, casalinghe in calore, culetti fantastici e seste abbondanti? I tuoi figli ti rispettano o ti alzano le mani? Hai acceso un mutuo a quarant’anni, oppure preferisci startene in affitto con la speranza che un giorno potresti pure accedere al tuo sogno di vederti quattro muri intorno tutti tuoi? Hai mai amato davvero? Vuoi essere o apparire? Se ti facessi una domanda precisa, sapresti rispondermi sinceramente? Voglio dire, cosa conta veramente per te? L’amore, il sesso, la salute, i soldi? Mettiamo il caso che sei uno di quelli che ogni tanto intervistano in televisione in occasione dell’anno nuovo. La giornalista ti chiede: «Allora cosa si augura per l’anno che verrà, di cosa ha bisogno? Cosa conta per lei prima di tutto?».

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E tu imposti la voce, arrossisci: «Mah, vorrei la pace nel mondo». E la giornalista: «Bene, bravo, ma che persona generosa». Sei un bugiardo, sei già stato inghiottito da tutto il resto, è troppo tardi. Lo so io cosa conta veramente per te. Avresti bisogno di una valigetta piena di soldi, uccideresti per un paio di milioni, uccideresti e poi chiederesti perdono. Ecco tutto. Uccideresti se fossi sicuro di farla franca con la legge. È lo stesso di quando ti fanno la domanda su cosa ti colpisce a prima vista di uomo o di una donna. E tu ti atteggi candidamente e quasi ammetti: beh, quello che mi colpisce di più sono gli occhi, o il sorriso, o cose di questo genere. Cose pulite, diciamo. E invece vorresti dire: beh, mi piace il culo delle donne, la prima cosa che noto sono le tette, meglio se grosse come meloni. Oppure mi piace guardare un pacco in bellavista, sì, è quello che preferisco guardare. Sono queste le risposte esatte, non negarlo. Sì, sono queste, perché pure se indossi vestiti firmati e giri in auto costose e sei circondato da migliaia di buoni principi, usi e costumi della tua gente, se pure ti pulisci il culo con morbidissima carta igienica profumata alla rosa, beh se pure fai tutte queste cazzate, resterai comunque un animale guidato dall’istinto, e non c’è dubbio su una cosa, su una soltanto, quello che fa muovere questo fottuto mondo, magari pensi siano i soldi, o il potere, o entrambe le cose, ma io ti dico che quello che davvero ci mette l’energia in corpo e ci fa correre come matti dalla mattina alla sera, si chiama figa o cazzo, dipende naturalmente dai punti di vista. E hai bisogno di soldi e potere soltanto per assicurarti figa o cazzo, ecco tutto. A chi vuoi assomigliare, agli attori famosi, ai calciatori, alle soubrette? Di chi vuoi prendere la vita? Dei giornalisti o di uno scrittore affermato? Hai bisogno di certezze o ti adatti alle circostanze? Quando ti siedi sul cesso, vuoi la tavoletta ad accogliere il tuo culo, oppure ti basta la ceramica fredda della tazza? Ti chiedo ancora una cosa, sei dalla parte di una come Nina oppure dalla mia parte? Voglio dire, saresti capace di scendere da un aereo mentre ti aspetta fama, successo e denaro? Saresti capace di fare tutto questo solo perché ti scoppia in testa una canzone e all’improvviso decidi che sei stanco di una terribile bugia e vuoi la verità?

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Ecco appunto, la verità. Sei veramente sicuro di volerla sul serio? Ti ho fatto tutte queste domande perché voglio raccontarti di un uomo di cui ho scritto nella mia rubrica. È un uomo che dimentica sistematicamente tutto quello che ha fatto il giorno prima e quando dorme prova dannatamente a ricordarsi di quando era sveglio. È un uomo che sogna al contrario, ecco, è questa l’espressione esatta. Vive una specie di déjà vu continuo. La mattina si sveglia, si guarda allo specchio e pensa: chi cazzo sono? Guarda la moglie, i figli, il suo pastore tedesco e pensa: e questi chi li ha visti mai? E così tutti i giorni della sua vita da quando gli è capitato l’incidente in moto. È un uomo che vive e ricorda di notte, mentre sogna. Magari nella sua esistenza dormiente è un professionista più che realizzato, gira in Bmw, vacanze da vip, ha una compagna col culo alto e sodo, seno rifatto, zigomi splendenti. E mentre se ne sta seduto alla sua scrivania da due metri, o è al ristorante per una cena di lavoro, o addirittura si sta scopando la sua compagna, si ferma un istante e gli vengono in mente le immagini di una donna, di un paio di marmocchi, di un pastore tedesco. E la sua compagna interrompe quello che stava facendo al suo basso ventre e chiede: «che succede caro? Cos’hai?» E lui: «oh, niente di che, il solito sogno che ritorna con immagini sfocate, conseguenza di non so cosa o non mi ricordo cosa, continua quello che stavi facendo, mi piace da impazzire». Se esistesse davvero una specie di fulminato del genere, lo potresti trattare con Valium gocce, alternando Serapax , o Tolrest, oppure Veritina. Tutto questo per dirti che, in fin dei conti, l’esistenza ufficiale che svolgi, o naturalmente che svolgo, potrebbe valere meno dell’ultimo pelo di culo caduto nelle tue mutande firmate. Perché io sono il primo a non capirci un cazzo di questa storia. Voglio dire e se stessimo vivendo o sognando al contrario? A questo punto potresti rispondermi che sarebbe la stessa cosa, e io ti direi che hai proprio ragione, ragione da vendere. L’unica certezza, sia essa nella vita ufficiale o in quella parallela, l’unica certezza è il dolore. Con annessi, ansia, velocità, fame, bisogni fisiologici. Sono stato troppo cattivo? Non pensarci, respira, non piangere, hai ancora tante cose da fare e io avrei potuto dirti solo un sacco di cazzate.

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Comunque sono passati un po’ di giorni e sono ancora davanti a un monitor lcd nell’attesa di inquadrare un bimbo o una bimba. Siamo molto tranquilli anche perché la paura vera è andata. Io me la ricordo l’ecografia prima di questa, l’ecografia strutturale, una delle più importanti eseguite durante la gestazione. Almeno così dice una delle riviste dedicate alla maternità. Fu terribile, cose che non vorresti mai sentire o vedere. Ecco tutto. Ho dovuto calarmi un sacco di pastiglie per calmare il dolore. La dottoressa che si aggiusta gli occhiali e parla di anomalie, dice che il bimbo o la bimba non è cresciuta poi tanto, che è in ritardo di una quindicina di giorni. Niente di allarmante, per carità, ma quando senti dire che si potrebbe trattare anche di problemi cromosomici, beh cazzo, cominci a tremare. Del resto sono sincero, almeno con voi devo esserlo, diciamo così. Quando vedi gli occhiali della dottoressa che celano uno sguardo sospeso nell’incertezza, non puoi far altro che cominciare a pregare, aspetti la risposta e sudi. Di solito, dicono gli occhi chiari della dottoressa, di solito, continuano le sue scarpe da ginnastica, questo tipo di problemi è legato al fatto che il bambino nasca più piccolo, un fatto di costituzione, ecco tutto. Però, continua il fermaglio di tartaruga che stringe i bellissimi capelli biondi, se vogliamo essere sicuri, bisogna effettuare l’amniocentesi. Figuratevi la faccia di Nina, figuratevi la sua faccia davanti a una paura che si materializza. «L’amniocentesi? – mi ha ripetuto più volte – No, quella mai, mi bucherebbero la pancia”. L’ecografista ha detto problemi cromosomici non lasciando trasparire alcuna emozione, io tenevo nascosta una mano dietro la sedia di Nina, e il pollice è finito dritto e con forza in mezzo al palmo. Ho pensato ai giocatori di poker quando si trovano di fronte al fatto di doversi giocare tutto su una coppia di due, a quei buffi personaggi che portano occhiali da sole e cappelli da bovaro texano. Quando hai rilanciato tre o quattro volte e sei sicuro che l’altro non leggerà il tuo bluff, beh ti senti dire: All in, tutto dentro, voglio dire adesso fammi vedere se le palle ce le hai veramente. E a quel punto non ti bastano gli occhiali da sole, né il tuo cappello texano, né una maschera qualora potessi portarne una. Perché quando

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hai paura, paura sul serio non puoi fuggire da nessuna parte. Sei lì cercando di non tradire sentimenti, emozioni, sei lì col tuo corpo fantoccio davanti a una scelta. E cerchi di capire a che gioco sta giocando il tuo rivale. Ha un ottimo punto, bluffa, ce la farai a portartelo a casa o ti porterà lui con sé definitivamente? All in, tutto dentro. Che cosa devo fare adesso? Sdrammatizzare, dire che forse non è il caso, giurare a Nina che andrà tutto bene? So che adesso dovrei guardarla fissa negli occhi, in questi casi in un film c’è musica di sottofondo e la dottoressa dovrebbe lasciarci da soli. Ma non succede niente di tutto questo, l’unghia del pollice finisce con la sua forza piena in mezzo al palmo, possibili problemi cromosomici, amniocentesi, analisi più approfondite. Nina non parla, io vorrei piangere ma sono sempre l’uomo della coppia, quello che per dirla tutta e in maniera maschilista, non dovrebbe piangere mai, e rappresentare una spalla forte per la sua compagna in qualsiasi evenienza. Almeno in questo modo la pensa da secoli la gente del mio paese. E di conseguenza, volente o nolente, anch’io. La dottoressa invece, è avvezza a queste cose, dice che pur trattandosi di un esame cautelativo, bisogna fissarlo col migliore specialista e senza battere ciglio ci anticipa che ci vorranno settecento euro. Più o meno il prezzo consigliato dalle solite riviste di Nina sulla maternità. Il migliore specialista è naturalmente suo marito. In questi casi i soldi sono l’unica cosa a cui non pensi, è per questo credo che i medici abbiano un grande potere sui loro pazienti, almeno su quelli per cui la salute conta più di tutto. E poi un’altra cosa, mi viene da pensare che la maggior parte delle volte, anche parole apparentemente gettate lì a caso, contornate da sicurezza moderatamente approntata, possono servire al gioco sottile della paura. Se ci fosse ancora, se ci fosse, Bobby lo chiamerebbe terrore controllato, voglio dire una sorta di ansia che tiene perennemente in scacco quello che ti sta davanti. E se pure sei uno che ha studiato e che magari cerca di capire i termini più difficili, beh, non c’è niente da fare, sei una marionetta nelle mani di un uomo o di una donna col camice. E tra moglie e marito non mettere un cazzo di niente, nemmeno una parola, al massimo puoi dire: Sì, gentilissima dottoressa che non accetta assegni

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postdatati, certo che ci può prenotare il piccolo intervento con il suo bellissimo consorte, non c’è problema. Poi esci dallo studio con Nina quasi in lacrime, e ritorni a fare il giocatore di poker, almeno dall’esterno, sì, solo dall’esterno, perché dentro stai per scoppiare e non ti serve l’autocontrollo, né le pillole colorate e non puoi appoggiarti ai fottuti metodi di quello pseudo santone di Bobby, non puoi fare niente di tutto questo, perché pensi soltanto al fatto che tuo figlio o tua figlia potrebbe avere problemi. E non sai se sia solo un modo per spillarti dei soldi, magari il più abbietto, o se invece una delle reali preoccupazioni di un professionista premuroso. E non sai ancora se si tratti di un maschio o di una femmina, non sai se ti somiglierà o meno, non sai niente di niente, ma già uccideresti per la tua creatura in progress, già saresti disposto a dare un braccio, una gamba, la vita, solo per non farle avere problemi. La macchina va, Nina è ferma, io invento una stupida canzone, dentro la mia testa prego, prego la Santissima Vergine Maria. La madre di tutte le madri, la madre di Dio. Se non puoi appellarti a lei in questi casi, non so proprio da chi puoi farti prestare aiuto. Chiedo al suo manto immacolato di portare la mia richiesta all’Altissimo, lei è l’unica che può capire. Le hanno ucciso un figlio e l’hanno messo in croce. Sa che cosa si prova quando toccano la tua carne. La visita è fissata per cinque giorni dopo. Sono giorni lunghissimi, ancora più lunghi saranno quelli nell’attesa dell’esito. Nina è bellissima nei suoi pantaloni da donna incinta, continua ad essere concentrata come se dovesse risalire sul palco. Siamo seduti nella sala d’aspetto, una sala molto grande in verità, una decina di persone che attendono di entrare. Dopo un quarto d’ora la segretaria ci chiama dal microfono con voce ovattata, il microfono dice che è arrivato il nostro turno. La prima cosa che penso mentre cammino per entrare è che adesso un ago bucherà la pancia di Nina. Un’infermiera dai modi cortesi, jeans D&G, e camicia Prada che spunta dal camice, ci fa accomodare nuovamente su un divano, ci porta delle coperture sterili per le scarpe, sono verdi e puzzano di ospedale. Teniamo le mani strette io e Nina, così strette da riuscire a fermare paura e lacrime. Poi entriamo. Lo studio è quello classico dei medici, scrivania, lettino accanto alla scrivania con macchina

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per esame ecografico, altro lettino per piccoli interventi, piccoli come quello che sta per subire Nina. Il dottore, le sue mani curatissime, le maniche della sua camicia cucita su misura, i suoi denti luccicanti ci fanno firmare dei documenti che praticamente riducono di una percentuale molto alta le responsabilità in cui incorrerebbe se qualcosa non dovesse andare proprio per il verso giusto. Poi comincia, comincia sul serio. Nina è stesa su un lettino, io sono di fronte a lei, in piedi. Il medico mi dice che devo sedermi perché quello che sta per fare non mi piacerà poi tanto, mi dice che potrei addirittura svenire. Nina è stesa, la pancia scoperta, entra una assistente e spalma sulla pancia una soluzione disinfettante. La soluzione è fredda e Nina stringe le dita, guarda lontano attraverso la luce che cade dalla lampada fissata al soffitto. Quello che deve guardare vicino sono io, così mi ha chiesto Nina. Ci sono tante di quelle leggende che girano intorno all’amniocentesi, un sacco di persone che giurano di aver visto l’ago uscire dalla traiettoria e andare a ledere lì dove non doveva. Quindi sto seduto e i miei occhi vanno direttamente sulla pancia, il dottore prepara l’iniezione teleguidata. Cazzo, non è proprio un bello spettacolo. Diciamola tutta, sono in uno studio medico con dei dannatissimi copri scarpe verdi e di fronte c’è Nina stesa su un lettino con uno che le sta bucando la pancia. Che cosa vuoi di più dalla vita? Vorrei chiudere gli occhi, il naso, le orecchie ma devo guardare vicino. E devo pure odorare, ascoltare. Mi pare di sentire la punta dell’ago che incide la pelle e poi va sempre più giù fino ad incontrarsi con il liquido amniotico. Un occhio alla pancia, l’altro alla telecamera. Si vede l’ago che entra, la creatura in progress è distante, da tutt’altra parte, la fiala innestata nella siringa comincia a riempirsi di una sostanza giallo chiaro. Comincia a riempirsi fino a quando non è colma e io capisco che sta finendo. Come spiegarvelo? Mi viene da piangere, non mi sento di svenire, certo che no, mi viene solo da piangere. Il medico sfila l’ago con attenzione, la sua assistente tampona il foro leggero che lascia sgorgare un po’ di sangue. Penso che la vita si riduca solo a questo, siamo liquido, nient’altro. È inutile che ci sforziamo di correre, illudere, vendere, morire. È tutto inutile, siamo soltanto la somma di svariati miliardi di miliardi di gocce di acqua sporca.

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Raggiungo Nina che è stata veramente brava, brava come si dice in questi casi. Voglio dire, non si è abbattuta per niente, non ha avuto paura, adesso ride. «Andrà tutto bene» dice Nina. «Perché piangi?» dice. Ci avviamo verso due settimane terribili, due settimane di attesa. L’unico fatto positivo è che mi rimetto a scrivere sul serio, attaccando il nuovo romanzo con forza. Nei momenti di stasi o in quelli di maturazione pubblico le solite storie per la mia rubrica. Adesso ho addirittura una pagina tutta mia, due volte a settimana mi devo inventare in media sessantamila battute di cazzate. E il punto è che la gente ci crede e ci credono il direttore, l’editore, i miei colleghi. E la cosa assurda è che ci credo anche io. Ci credo in base al concetto che tutto quello che si immagina può accadere, o può tramutarsi in una persona reale, ma comunque ci credo. Non pensare sia assurdo tutto questo, è dall’inizio che stiamo parlando di bugie e di verità, quindi non farti più domande di quante te ne faresti qualora ti trovassi di fronte al dubbio di dove andare a mangiare fuori questa sera. Sta tranquillo. A proposito un’altra cosa, anche in questo caso puoi crederci oppure no. All’inizio non ci credevo nemmeno io, pensavo a uno scherzo. Io so che esistono veramente le persone che descrivo nelle mie impossibili storie, voglio dire, un pomeriggio me ne stavo a controllare la posta elettronica e ho trovato una strana mail. Me la spediva una ragazza americana di appena vent’anni di nome Laura. Laura mi ringraziava per quello che avevo fatto per lei, perché avevo contribuito a far conoscere al mondo la sua vita. La mail aveva in allegato diverse fotografie, strane a dire il vero ma nemmeno poi tanto. La ragazza era in posa davanti a una torta nuziale a forma di Colosseo, in un’altra era immortalata mentre distribuiva bomboniere, miniature perfette del Golden Gate. È così che è cominciata, poi me ne sono arrivate di più, sempre di più, di lettere, intendo. Lettere di ringraziamento di improbabili personaggi di storie impossibili. Quella del vecchio di cent’anni che va in giro con un cane di pezza, quella della mamma di cinquanta gemelli, cinque per dieci gestazioni, quella di un

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africano che vive tutt’ora, senza mai uscire, nel tronco cavo di un baobab nutrendosi esclusivamente di radici, tanto che stanno spuntando pure a lui. Beh, la tecnologia serve anche a questo, fa arrivare il mio piccolo giornale in giro per il mondo, ma non so se si tratti di un miracolo, di uno scherzo, questo davvero non lo so, lo giuro. So soltanto che tutta questa gente uscita dalla mia stupida testa comincia ad esistere davvero. E poi un’altra cosa, mi hanno detto che il giornale per cui lavoro ha addirittura raddoppiato la tiratura nei giorni che pubblica la mia rubrica e che sicuramente due pagine a settimana delle mie stronzate non basteranno più. Di questo vengo informato proprio dal mio direttore. Il tono è rilassato, molto amichevole, quasi fraterno. Il fottuto bastardo sempre pronto a prendermi a calci nel culo, i suoi pantaloni stinti di gabardine e le sue scarpe, beh quest’uomo tutto intero mi fa complimenti disinteressati, o quasi, complimenti per l’ottimo lavoro che sto facendo, per quella rubrica, dice sempre lui, che aveva voluto fortemente sul suo quotidiano del cazzo. Sono contento dico io, sono così contento che vedrò cosa si può fare per quell’idea di aumentare ancora le uscite settimanali. Durante tutta la telefonata che dura più o meno un quarto d’ora, le dita tozze e gialle del direttore non hanno preso nemmeno una sigaretta. Dunque, dicevo, sono seduto davanti a un monitor lcd e la paura vera è passata. Tengo strette le carte che indicano sottolineato in blu che non si è riscontrata alcuna anomalia cromosomica sia numerica che strutturale. Ci sono arrivate un paio di giorni fa. Le passo alla dottoressa che le esamina attentamente e ci dice sorridendo: «beh, ve l’avevo detto che non c’era niente di cui preoccuparsi». Certo, cazzo, e chi si è preoccupato? Oggi sono addirittura felicissimo di mettere nelle tasche del suo camice immacolato i centoventi euro richiesti senza fattura. Sono talmente felice mentre Nina è sul lettino e la dottoressa spinge sulla pancia la telecamera collegata al monitor. Così felice che quasi quasi voglio chiedere del sesso di mio figlio. È solo una tentazione sia ben chiaro, solo una tentazione a cui non seguirebbe niente anche perché durante tutte le ecografie che abbiamo fatto la mia creatura in progress è rimasta di spalle, o con le gambe chiuse o con il culo in primo piano, come ad esempio si è messa oggi.

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Nina scende dal lettino e tampona tutto il gel che ha sulla pancia con un pezzo di rotolone di carta. Si tira su i jeans, passa nuovamente sulla bilancia. Non è ingrassata poi tanto se si considera che mancano circa tre mesi o poco più. Questa volta non chiedo di pagare con un postdatato, assolutamente no, ve l’ho detto è un periodo fortunato dal punto di vista economico. Arrivano puntuali i corrispettivi del mio primo romanzo, corrispettivi o qualcosa del genere, il rimborso spese per la mia rubrica e addirittura parte dei proventi sulle vendite dei dischi di Nina nonostante tutte le penali da pagare. Non so quanto durerà tutto questo, ma non mi importa più di tanto, già riuscire a vivere con quello che è uscito dalla tua testa è una grandissima soddisfazione. Significa anche lavorare su se stessi, avviarsi per la via della guarigione. Entriamo in macchina e lo stereo comincia a cantare: “I giovani, i giovani, sono venuti a cercarmi ma io non ero in casa, i giovani, i giovani sono venuti a cercare me”. «Han sfondato la porta, han deriso il mio letto prigione…» continua Nina. Metti uno come me, mettilo stasera mentre non piove, uno che si interroga su cosa avrebbe fatto se si fosse trovato di fronte a una scelta. Voglio dire se gli esami non fossero stati negativi. Uno come me, come la vuole la verità? Beh, tutta e subito, direi io. Ma averla tutta e subito costa, costa sempre. Costa domande a cui non sai rispondere, costa tempo, fatica, dolore. Quando cresci cominci a chiederti: capirò se sono diventato un uomo? Riuscirò ad accorgermi di quel momento? Io questo stasera non lo so e nemmeno mi importa saperlo. C’è una luna in cielo che sembra uno sputo, lo stereo che canta, una fabbrica dismessa sulla destra. Il tempo è passato all’improvviso, capita sempre così, l’unica cosa a essere rimasta quella di una volta è la macchina. Io e Nina adesso siamo due persone adulte o così dicono le facce sui nostri documenti. È strano, ma nemmeno tanto, ti svegli una mattina e ti ritrovi in aperta campagna per dirla coi Diaframma. “E trovarsi per caso senza una ragione in aperta campagna”, senza un vero motivo essere lì dove non avevi mai immaginato di essere, ma è così che va, stasera comprendo a pieno le parole di questa canzone. Voglio dire, c’è stato un

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periodo della mia vita in cui mi affacciavo al balcone a fumare e pensavo dove sarò l’anno prossimo in questo stesso giorno, sarò ingrassato? Avrò ancora i capelli? Chi mi amerà e chi si prenderà il mio amore? Poi mi infilavo nei vicoli quasi elemosinando birra e sigarette e inghiottivo la strada senza volerlo. Avevo sete e bevevo, tutto qui. Non mi accorgevo di crescere né tantomeno mi accorgevo di quanto siano pericolosi i sì e i no che si dicono, ancora più pericolosi se li dici mentre sei sobrio e te ne prendi tutte le responsabilità. Una cosa infatti mi ricordo di quelle fughe grigie a via Benedetto Croce o in piazza del Gesù, una cosa su tutte. Quando ero ubriaco e qualcuno mi faceva una domanda, poteva trattarsi di qualsiasi cosa, beh rispondevo sempre con un forse. Cosa che adesso non so fare più tanto bene, dopo una vita passata a dire soltanto sì o no. Alcuni li ho imbroccati, altri nemmeno li ho colpiti di striscio. E mi sono trovato più di una volta in aperta campagna senza una ragione. Certo adesso è differente, voglio tutto quello che ho, o a me così pare. Ma le cose che voglio davvero le ho ottenute sempre con un forse. Difficile da spiegare, me ne rendo conto. Ad esempio Bobby durante una delle ultime discussioni avute nel suo sottoscala mi disse che dovevamo stare attenti a quello che si desidera veramente. Perché Dio, o chi per lui, ti ascolta e se magari hai chiesto una cosa che poi non volevi sul serio e l’hai avuta, beh adesso sono cazzi tuoi. È più o meno questo il senso. Come quella volta che ho abbracciato le scarpe di Nina e dentro di me ho desiderato che non andasse in nessun posto e che mi rimanesse accanto per sempre. Uno dei desideri centrati in pieno, mi verrebbe da dire. Eppure non so se è stato semplice o difficile ritrovarmi Nina di fronte dopo tanto tempo, Nina in cerca di contemplazione, Nina che mi chiede: «Vuoi amarmi? Vogliamo fare quella cosa che cercano di fare tutte le persone di questo mondo quando sono insieme? Vuoi sposarmi, o qualcosa del genere?». E io che la vedo rispuntare come se fosse scappata di fretta da un aereo appena prima della partenza e ho pochi secondi per rispondere, pochi secondi per decidere se abbracciarle le scarpe e farla rimanere, pochi secondi per non rischiare di desiderare qualcosa di sbagliato, pochi secondi per dire: «Forse».

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Un colpo, soltanto un altro colpo prima di andare a dormire e mio padre riuscirà a portare via l’ennesima porzione di terra dalla sua grotta. Un’altra porzione di sabbia e fango salmastro per alloggiare meglio quello che sta costruendo. Il profilo della peschiera è venuto quasi tutto fuori, non c’è rimasto che da liberare l’ingresso sotto l’arco, lavorarci ancora con pala e piccone per qualche altra settimana e poi riuscire a incontrare la luce o l’acqua. Forse. Sono giorni ormai che se ne sta chiuso lì dentro e non permette a nessuno di entrare. Mia madre continua a lasciare il pranzo e la cena fuori dalla porta di mattoni e lui puntualmente svuota i piatti mandando giù le pietanze dettate dalla conduttrice televisiva. Perlopiù pietanze a base di pomodori. Magari adesso si comprendono meglio, sì meglio, dopo tanto tempo. Per comunicare si scambiano bellissime lettere d’amore come fossero due quindicenni, senza parlare, senza parlare mai. A volte in calce alla lettera di mio padre c’è qualche richiesta per quel che riguarda la biancheria, le lamette per la barba, fiammiferi, vestiti. Mia madre legge e ordina le cose da portare nella caverna sotto il fianco della ferrovia. È così che sta passando il tempo, oltre a cucinare naturalmente.

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Sarà invecchiata mia madre, Nello il barone non lo so, così nascosto nel buio non potrei dirlo. Se è invecchiato intendo. Emy spaghetti invece ha negli occhi una specie di rassegnazione, ma è una rassegnazione dolce. Forse pensa a come sarebbe andata se fosse rimasta a Sidney, pensa alla carriera di chef, sfumata all’improvviso, rammenta ogni tanto la partenza di fretta. Il pancione, la paura dell’aereo, il coraggio stupido di quando sei giovane. Il coraggio appunto, come quello di Nina. Il disco in spagnolo è pronto da qualche mese, quattordici pezzi tra rock melodico e punk aggressivo, qualcosa, per intenderci, a metà strada fra Stone Temple Pilots e Molotov. Naturalmente è un prodotto molto personale, testi curatissimi, ancora buoni in sostanza, tanto buoni da risultare profondi e commerciali allo stesso tempo. Un mix geniale per continuare a produrre, illudere, vendere, continuare fino a quando decideranno che adesso basta, adesso abbiamo conquistato una fetta di mercato talmente considerevole che si può passare a cose più tranquille, senza rischi, a cose che ti portano soltanto un sacco di venduto e fottutissimi soldi colorati. Ma tutto questo Nina non lo sa, non lo sa ancora. Si crede libera Nina, almeno per il momento, libera di vivere pienamente l’esperienza artistica, quella che ti appaga, quella che ti leva la fame, quella che la maggior parte delle volte cominci a farti di brutto. Però qualcosa è successo, e non parlo di quando le ho abbracciato le scarpe, non proprio. Parlo soprattutto di Nina che smette di cantare a metà del primo pezzo e poi alla fine del concerto, in camerino, alla fine di tutto si accorge che se la stanno mangiando viva. Dunque il disco in spagnolo, proprio quello. Quello rappresenta la consacrazione nel resto del mondo. Sai quante copie puoi vendere in America latina? Ti raccomando Nina, mettici più enfasi in quei ritornelli, cambia gli accordi di questo pezzo, troppi minori Nina, cazzo. La gente vuole ridere, Nina, la gente, i ragazzi e le ragazze vogliono ridere e innamorarsi sulle tue canzoni. E poi te l’ho detto più di una volta, quante fottute volte te lo devo ripetere che ti conviene cambiare taglio di capelli? Pensa a qualcosa che ti può far assomigliare a quella cantante pop americana, come cazzo si chiama? Ehi Nina, mi ascolti?

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No, Nina non sta ad ascoltare, l’agente è in uno dei suoi abiti migliori, non si stacca mai gli occhiali scuri dalla faccia. Pensa soltanto a come scoppiare, a come farsi di coca, a come scoparsi quante più assistenti è possibile. Lo sa bene, lo sa bene il manager che la vita così come sta andando sarà corta, meglio approfittarne adesso. Adesso che ha a disposizione una come Nina. Ma il tono deve cambiare, sissignore, in questi casi, pensa, è meglio stare calmi, fare finta che guidi lei. Sopporterò ancora, pensa, sopporterò ancora, poi dopo il tour vedremo. Un altro disco, poi basta. Nina non è poi tanto contenta, è il giorno prima della partenza. Ha salutato gli amici in un locale, pochi posti a sedere, solo una decina di canzoni voce e chitarra, canzoni vecchie. Nessun fan, no per niente, questa sera soltanto amici o qualcosa del genere. La madre l’ha chiamata un paio di volte, ma non è stato possibile parlare con lei. «No signora, mi dispiace, Nina è fuori». «No signora, mi dispiace Nina è appena salita sul palco, riferirò che ha chiamato, non si preoccupi». Poi Nina è tornata a casa, nella casa che ha voluto per lei il suo manager, agente, tuttofare o come cazzo vogliamo chiamarlo. Ha persino scelto la tinta delle pareti il suo manager, colori riposanti, colori creativi, e in ogni stanza si può ammirare la copertina di un disco o quella di un settimanale specializzato che ritrae Nina in primo piano. Ci sono voluti molti soldi per programmare tutto. Il disco, il management, il tour. E se va bene, se va come è stato pensato, beh, se ne potranno ricavare molti di più, molti più soldi intendo. Nina è tornata a casa e ha fatto una doccia. L’unica stanza che usa di tutto l’appartamento è quella al primo piano. Accanto c’è la cucina col balcone che dà verso il mare. Si è asciugata i capelli, gli stessi di sempre, un po’ più lunghi sulla fronte, tirati corti sulla nuca. Ha controllato il bagaglio a mano. Poi la chitarra che porterà con sé. Guarda la notte Nina, qualche nube attraversa il cielo, ma sono nubi piccole e veloci, la luna è andata via da un po’, piazzata da qualche altra parte, non più visibile, si riflette a stento contro il mare in lontananza. Nina immagina il viaggio o forse no. Forse Nina si ricorda di quando un pomeriggio qualcuno le ha stretto le scarpe. Apre un piccola cartella con dei testi, legge e rilegge

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le canzoni in spagnolo. Sono brani che parlano di libertà, di amore, di ribellione, ha dovuto sudare parecchio per riuscire a cantarli tradotti con la stessa intensità di quando sono nati. Non è vero che le cose le puoi dire sempre allo stesso modo, avessero pure lo stesso fottutissimo significato. Tutto dipende da come le pensi, come si pensa, addirittura. Voglio dire, la traduzione ti dà un punto di vista differente. Sei partito in un modo e cerchi di rendere al massimo quello che pensi, in un’altra lingua. Nina sembra esserci riuscita eppure non è contenta, non è contenta più di tanto. La aspettano fama internazionale e tanti soldi, giovani in delirio con la sua faccia stampata sulle magliette ma Nina non sa fare altro che guardare il cielo, il cielo che entra nei palazzi, invade il profilo delle strade, riempie la città. Lo stesso cielo di sempre, anche se qualcosa è cambiato, ve l’ho detto. Sembra diversa anche la casa, sembra una casa in cui non abbia mai abitato sul serio. D’altra parte quando a vent’anni sei una come Nina è meglio che alle cose non ti affezioni, soprattutto se sono cose che non hai pienamente deciso tu. Non si parla dei tuoi capelli, di come ti vesti, del tuo rossetto, si parla del posto in cui abitare. E quella casa a due piani, vista mare, arredamento su misura, pareti dai colori rilassanti e creativi, beh tutto quel po’ di cemento, legno, infissi, stasera non è per niente il posto in cui abitare. Nemmeno la sua camera, quella che usa sul serio, nemmeno quella appartiene più a Nina. Stasera è un trovarsi in aperta campagna senza una ragione, osservare il cielo mentre ti aspettano fama e successo e Città del Messico, Cancún, Buenos Aires, Rio e altre splendide metropoli. Nina che si ferma al vetro e nemmeno guarda più fuori e forse, dico forse, pensa proprio a me, si siede sul letto, si stringe le scarpe in silenzio e decide, sì, decide che non le interessa più mangiare il suo corpo, partecipare al banchetto di cui è lei la portata principale. Vadano a farsi fottere la fama, l’agente, il discografico, i giornalisti, vadano a farsi fottere tutti quelli che l’aspettano per pendere dalle sue labbra, tutti quelli che non sanno che vengono sistematicamente presi in giro da una ragazzina che crede di poter cambiare le cose. Scorrono davanti ai suoi occhi anni e anni di musica e parole, i primi concerti, i premi, le chitarre. Scorrono le facce della gente, hanno il peso

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di un graffio su porte blindate, immagini su immagini, scrivere in fretta, chiudere un pezzo, attaccarne un altro, promuoverlo in giro, tornare fra mura quanto più possibile amiche, cercare persone a cui vuoi veramente bene. Vede la madre Nina, la madre da cui è scappata di fretta, nemmeno sa che da quella volta, ora lontana, sua madre sarà solo una voce al telefono, una voce che la inseguirà sempre, ma che non sentirà mai più. Pensa addirittura che una madre non l’ha mai avuta, Nina, sì è questo quello che pensa. Non vuole continuare a illudere, no di certo. Del resto non è mai stata con la testa in una di quelle rassicuranti serie televisive americane. Lei no, non ci è mai stata, e stasera vorrebbe essere la protagonista di una famiglia normale, sposarsi, avere dei figli, scrivere una ninnananna dopo l’altra per i suoi piccoli. Avere dei soldi per comprare una minuscola casa tutta sua, una casa che sappia di lei. Fare la spesa come le persone normali, andare nei centri commerciali, andare al cinema. Solo questo, nient’altro. Ingrassare sinceramente e tagliare i capelli come le pare. Trovare uno che sposi in pieno la sua idea di divinizzazione, contemplazione, riuscire ad amare qualcuno più di se stessa. Nina si slaccia le scarpe e si mette a dormire. Fra qualche ora dovrà tirarsi su dal letto, prendere un aereo che la porterà lontano. Non le sembra vero aver pensato a quelle cose eppure lo ha fatto. Nina ha più o meno vent’anni, vent’anni o giù di lì. Abbraccia il suo cuscino da rockstar e comincia a dormire. Nello il barone apre la busta delle corde di canapa intrecciata. Ne prende una lunga circa tre metri, afferra un asse di legno. Fissa la corda con un chiodo a due punte, poi spennella il tutto con del catrame. La sua creatura è quasi terminata. Non resta altro da fare che rifinire il tutto, fare attenzione ai particolari, allo spazio troppo largo fra le tavole, fare attenzione a chiudere bene le toppe di polistirolo. Poi starsene a guardare quello che ha costruito, ricontrollare le buste piene di ossi di seppia. Gli ossi di seppia sono un galleggiante naturale formidabile, ma ce ne vogliono tanti, davvero tanti. Quando era in Australia, ogni pomeriggio che smetteva di lavorare e scendeva dal grattacielo, ogni pomeriggio che smontava dalle travi di acciaio sospese a centinaia di metri da terra, la

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prima cosa che faceva era fermarsi a guardare dal basso. Restava così per minuti interminabili, pensando a quanto tempo ci sarebbe voluto per finire il lavoro. Mirava gli angoli luccicanti dei pilastri metallici pieni di cemento e immaginava i piani completi, colorati, abitati da gente in giacca e cravatta, bambini, donne incinte, vecchi. Gente di cui non avrebbe mai saputo niente, persone che non avrebbero mai saputo niente di lui. Era questa la cosa che più lo rattristava, pensava: sto costruendo soltanto per i soldi, per vivere dignitosamente a migliaia di chilometri da dove tutto è cominciato. Nello il barone è sotto svariati metri di terra e sabbia, nel fianco del ponte della ferrovia che collega Napoli a Reggio Calabria. Sente passare i vagoni per diverse volte al giorno e deve fare attenzione a puntellare le pareti se vuole che non gli crollino addosso. La caverna è diventata di un’ampiezza considerevole, entrata, poi un secondo livello verso il basso proprio davanti al perimetro esterno della peschiera. Un’ellissi abbastanza regolare che ospita la sua creatura. Non so se questa è l’ultima cosa che farà nella sua vita, a dire il vero non so proprio che cazzo sta combinando, so soltanto che c’è mio padre che scava e costruisce qualcosa sotto terra, ma non so perché scava, non so che cosa sta costruendo. Sarebbe perfino inutile andare fin là e chiederlo direttamente a lui. Lo conosco bene, non mi farebbe entrare. Tanto più inutile chiederlo a mia madre. Mi dice che mio padre sta facendo una cosa breve e tutta sua, mi dice che si scambiano meravigliose lettere d’amore e che sono felici, sono felici così, non sono mai stati tanto felici. Non è come quella volta in cui Nello il barone cominciò a fare buche nel giardino dopo che io e Bobby gli portammo un paio di vecchie monete trovate scavando nel terreno. No, certo, non è come quella volta. Eravamo contenti io e Bobby in quei giorni, sembrava di fare la caccia al tesoro. Mio padre ci disse che ci potevano essere altre monete, magari monete d’oro, dobloni spagnoli. Dovevamo soltanto scavare in giardino. Anche allora non lo vedemmo ricomparire che dopo molto tempo. Calavamo in una specie di cunicolo una bottiglia d’acqua e un pezzo di pane al giorno e lui se li faceva bastare. Io e Bobby avremmo avuto sei anni, era un’estate che il piccolo bastardo, così almeno lo chiamava la gente del mio

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quartiere, lui insomma, un’estate che aveva avuto il permesso di tornare a casa dalla madre e da quella specie di padre per una quindicina di giorni. Provammo a scavare anche noi, ci costruimmo una piccola capanna di foglie e decidemmo che ci saremmo nutriti dei frutti della terra. Bobby trovò una specie di radice o un tubero, non ho mai saputo la differenza e comunque non me ne frega più di tanto, una specie di rametto che esce dal terreno per intenderci. Facemmo la conta per chi dovesse assaggiarlo e toccò a me. Spezzai il rametto e me lo portai prima alle labbra, sentii un leggero pizzico fastidioso ma non potevo tirarmi indietro. Avrei fatto una figura di merda davanti a Bobby. Aprii la bocca e lo masticai, la lingua cominciò a gonfiarsi, lo buttai giù per la gola, poi mi entrò nello stomaco, e fortunatamente mi venne da vomitare. Fortunatamente, perché altrimenti sarei morto. Avevo beccato un frutto di patata o come si chiama, una escrescenza per intenderci che contiene un alcaloide tossico chiamato solanina. Rimasi con la faccia nella terra con Bobby che fischiava il mio nome con tutto il fiato che si ritrovava. Mio padre era sceso nel suo cazzo di cunicolo e non lo sentì, di contro arrivò mia madre e quando si accorse che il peggio era passato mi regalò diversi schiaffi direttamente prodotti dal dorso della sua mano. Anche a Bobby non andò proprio bene, stavo ancora piangendo per le mazzate, che vennero a riprenderselo quelli dei servizi per l’infanzia a rischio. Avevano trovato Lisa mezza morta nella macchina di uno. L’assistente sociale portava un paio di orecchini con pietre di plastica azzurre, prese Bobby per mano e insieme si avviarono verso il centro per i bambini difficili, o il collegio per i bastardi, come dicevano sempre nel mio quartiere. Bobby salì in macchina tenendo stretta la sua borsa verde da deportato, aveva una maglietta a righe bianche e rosse e gli erano caduti da poco gli incisivi da latte. Ritorna a Nina, non ti distrarre, dammi ancora un po’ di attenzione. Soltanto cinque minuti, non te ne chiedo poi tanti. Nina ha vent’anni o qualcosa del genere. Inquadratura bassa, parti dai piedi, voci di sottofondo. Parole in italiano, in americano, frasi spezzate in diversi slang di spagnolo. Il batterista calza anfibi Dr. Martens, sono scarpe inglesi molto in voga. Sali attraverso il suo pantacollant rosso, posati sul megavassoio da prima classe,

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il vassoio su cui, fra poco, poggeranno aranciata e salatini, o liquore scozzese, o quello che vuoi. Nina guarda davanti a sé, il manager è alla sua sinistra, immancabili occhiali scuri, dita che grattano il velluto della giacca, imitazione di quella indossata da Hendrix nel periodo di “Experience”, una giacca da un botto di soldi. Sono le poltrone migliori della prima classe, le poltrone migliori della fila con nessuno che ti siede davanti. Ma quando la tua rockstar deve arrivare fino a New York, e deve essere riposata e in forma prima di cambiare aereo per Città del Messico, beh, non c’è cifra che tenga. Tanto ti ripagherà di tutte le spese affrontate, e se andrà bene come hai pensato, fra tre o quattro mesi avrai tanti di quei soldi che potrai comprare più coca di un cartello colombiano. E spassartela con quante assistenti vuoi tu. Resta sulla poltrona centrale, la poltrona piena del culo di Nina. A sinistra uno con gli occhiali scuri, a destra i capelli sparati in alto del batterista. Dall’oblò, sportellino con chiusura elettrica pannellato bianco laccato, dall’oblò entra un sole che ti fa chiudere gli occhi. Rimani sulle labbra di Nina. Rimani sulle sue unghie laccate, sul fermo della cintura di sicurezza. Le solite voci di sottofondo, l’hostess che comincia a chiudere gli sportellini sopra la testa dei passeggeri. L’hostess somiglia vagamente alla ginecologa da centoventi euro a visita. Nina guarda davanti a sé, i suoi occhi riflettono tutto il bianco che le sta di fronte. Conta fino a cinque, poi ascolta cantare la perfetta rockstar. «Hey God, why are you doing this to me?» sussurra Nina. Bene, benissimo, pensa il manager, questa mi farà fare tantissimi soldi. «Am I not living up to what I’m supposed to be?» continua Nina. Non capisco un cazzo di quello che sta cantando, ma non importa, brava ragazza mia, bravissima. «Why am I seething with this animosity? Hey God, I think you owe a great big apology». Adesso Nina quasi grida, ha una voce potente Nina e si slaccia la cintura di sicurezza. La gente smette di parlare e osserva, anche il manager chiuso nella sua bellissima giacca vintage comincia a non comprendere più l’atteggiamento della sua rockstar, non sa se sta provando una delle sue uscite da artista o se è impazzita improvvisamente. Nina è in piedi davanti alla poltrona di prima classe, la migliore poltrona che

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ci sia, la poltrona vuota del suo culo. Ricomincia a intonare il pezzo dei Nine Inch Nails e lo fa con più enfasi, più forza, una performance ipnotica e da applausi. Il batterista porta il tempo sul vassoio di legno laccato bianco, ottima finitura a fuoco. Le cravatte degli steward, gli abiti costosi dei passeggeri di prima classe, la gonna attillata dell’hostess stanno per applaudire come spettatori di un concerto. «Terrible lieeeee…». Nina chiude il pezzo con un leggero vibrato, afferra la chitarra accanto al suo posto e si avvia attraverso il breve corridoio in direzione delle tendine. Se ne sta andando per sempre, ma il suo manager ancora non l’ha capito. «Brava Nina, questa è Nina, signore e signori, il futuro del rock» dice. E si alza in piedi e applaude. Ma non ha capito, non ha capito un cazzo. Nina sfiora le tendine e il manager la chiama. «Nina vieni qua» fatti guardare splendido prodotto alla conquista del Sud America. «Nina fermati, aspetta» andrai a pisciare dopo, torna qui e beccati gli applausi, firma autografi. «Signorina, torni al suo posto e si sieda, prego» dice con cortesia uno dei dipendenti della lussuosa compagnia aerea. «Siamo quasi in partenza». «Voglio scendere» dice Nina e si avvia verso l’uscita in fondo. Il manager la segue, è dietro, a una dozzina di metri e all’improvviso capisce quello che sta succedendo. Vede la sua possibilità di fare quanti più soldi possibile allontanarsi. «Leva questo braccio da questa cazzo di porta» grida Nina allo steward. «Ehi, Nina, torna qui, vieni a sederti, non è niente, adesso le passa, vero Nina? È solo un po’ di paura, succede sempre così quando partiamo» dice il manager rivolto a un giovane con camicia a maniche corte, cravatta e una specie di bustina sulla testa. «No, per niente, non succede mai niente di tutto questo, leva il braccio da quella cazzo di porta e fammi scendere». «Andiamo Nina, calmati, andiamoci a sedere, tranquilla, pensa al viaggio, ai posti che vedrai» pensa ai tuoi fottutissimi fan illusi e venduti, pensa alla mia coca, alle mie stagiste.

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Il comandante arriva di corsa e chiede spiegazioni: «Cos’è successo signorina, sta bene?». «Certo che sto bene, mai stata meglio; solo che adesso devi farmi scendere da questo fottutissimo aereo». «Signorina si calmi, siamo in partenza, non è più possibile, hanno tirato via anche la scaletta» risponde il comandante. Nina afferra il braccio del giovane che le sbarra la strada, sa che non si è mai comportata in questo modo eppure deve farlo. La gente sta a guardare col culo legato sulle poltrone. Rimani sulla porta che si spalanca, sottofondo in italiano, americano, spagnolo. Nina evita la presa del manager e si lancia, un paio di metri di piccolo volo, little wing per dirla ancora con Hendrix. Atterra con le scarpe sull’asfalto che odora di carburante. La chitarra nella custodia chiusa nella mano sinistra. «Che cazzo hai fatto?» grida il suo agente. «Torna qui piccola stronza, io ti rovino». «Senza di me non sei niente, capisci, senza di me non sei un cazzo, ti faccio scontare fino all’ultimo soldo, brutta puttanella che non sei altro». Resta sulla giacca del manager, la sua costosissima giacca vintage. Resta sulle sue dita tozze e grassocce che cominciano a strappare uno ad uno i bottoni dorati. Rimani sulla porta dell’aereo che si richiude, sulla trasmittente di servizio del comandante che avvisa del problema la torre di controllo e i responsabili delle partenze. Zooma solo per un istante sulle lacrime di rabbia e sulla faccia paonazza dell’agente della rockstar. Poi punta su Nina, comincia dal basso, dalle sue scarpe, sali attraverso i pantaloni neri, su per il suo culo fino a fermarti alla nuca con i capelli più corti. «Attenzione c’è una donna al centro della pista» dice il comandante comunicando col personale dell’aeroporto. «C’è una donna con una chitarra». C’è una donna al centro della pista ed ha più o meno vent’anni, vent’anni o qualcosa del genere. È una donna che ha capito o almeno adesso così le sembra. Rimani sui suoi passi, poi vai in dissolvenza e fermati sull’asfalto. Fermati e chiudi l’audio. Grazie, dovessi aver bisogno di te, ti disturberò ancora. Ti disturberò più tardi.

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No, non è come quella volta che io e Bobby trovammo le monete in giardino. Mio padre si è chiuso in una caverna sotto il fianco del ponte della ferrovia perché deve fare una cosa breve e tutta sua. Rafforza alcune assi di legno e piomba con dei massi quello che somiglia al ventre appiattito di una chiglia. Adesso è dentro la sua creatura, afferra diverse buste piene di ossi di seppia e riempie il fianco destro e quello sinistro alla luce della torcia. Al centro ha bisogno di maggiore peso, ai lati invece gli serve materiale da galleggiamento. Sta chino sulle ginocchia con la medaglietta di San Ciro che si muove sotto il collo. Finisce di posizionare le buste e passa a incatramare tutto. L’odore della pece lo riporta sul grattacielo di Sidney. È alle prese con i tondini d’acciaio e fa attenzione a versare in modo preciso il calcestruzzo nelle guide di alluminio. Solo per un istante, poi torna lì dov’è col dorso della mano che brucia a causa di uno schizzo di pece. Sa che deve fare in fretta se vuole finire quella cosa breve e tutta sua per il giorno del suo compleanno. Ancora una spennellata di catrame, poi si alza in piedi e sale attraverso una scala, una scala di tre pioli. Ora è sopra la sua creatura. Esattamente al centro della sua creatura, e la sua creatura è una barca, una barca o una piccola nave nella pancia della terra.

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Metti una vita così. Un dio da pregare, figli da crescere, nessunissimo conto in banca di rilievo, non sei ricco ma nemmeno hai bisogno di fare le capriole a fine mese per far quadrare i conti. Metti di campare con quello che esce dalla tua testa, in pace, senza nessuno a cui devi dare retta. Hai in pugno la tua vita, adesso sì, puoi considerarti uno che ce l’ha fatta, uno che può vedere tranquillamente il giorno morire dietro la finestra di casa. Prepararsi un panino prima della cena, sedersi sul divano, guardare la televisione. Pensi che a questo punto il presente sia meraviglioso, bellissimo il futuro. Metti una vita felice, una vita chiusa in un’ottantina di metri quadri, mutuo a fine mese pagato in anticipo, stessa cosa per le bollette. Metti una vita così. Cosa pretendi di più? Devi fare solo attenzione al fatto che niente è per sempre, ma a questo ci sono abituato, ci sono abituato da molto tempo ormai. Come mi sono abituato a prendere le medicine contro il dolore, anche se molto spesso ne abuso, e il mio dottore non è contento.

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Non è per niente contento. Il teatro è pieno, pieno fino all’inverosimile, nelle piccole salette attigue le persone stanno come bottiglie in piedi in una strettissima cassetta di plastica. Ho ricevuto l’invito direttamente dal figlio prediletto dell’arte della scrittura che ormai viaggia sulle novecentomila copie. Non mi sono chiesto il perché, il perché mi avesse invitato addirittura di persona, non me lo sono chiesto più di tanto. Certo, un po’ mi ha inorgoglito, questo non posso negarlo. Il mio posto è appena dopo quello dei relatori, è un posto speciale, un posto da ospite d’onore. Sono in mezzo a due uomini che somigliano dannatamente ai due poliziotti che quasi mi ammazzarono di botte nel sottoscala di Bobby. Nina ha dovuto starsene a casa perché oggi c’è davvero tanta gente. Si presenta in anteprima il film ispirato al romanzo del trentenne ricco e famoso, quello per intenderci costretto a scoparsi una delle più importanti critiche letterarie del panorama nazionale e internazionale. Quello che ormai può pure fare a meno di lavorare e può dedicarsi a scrivere la sua biografia, quello che per dirla tutta, in complicità con i vertici della mia insignificante casa editrice del cazzo, ha rubato l’idea del mio romanzo e si gode i frutti del lavoro altrui. Siamo in pieno boom mediatico, tutto è stato perfettamente predisposto per il successo. La scelta del protagonista, trentenne, biondo, occhi azzurri, fisico curato. Ha uno stile che coinvolge le teenager ma anche le donne non più giovani. La storia, beh, quella la conosciamo, non è il caso di tornarci sopra adesso. Giornalisti, studenti delle medie e delle superiori, universitari, scrittori anche di una certa levatura. Ci sono tutti, tutti quanti. Tre o quattro posti vicini al mio anche il professor Fiorenza e il dottor Ilardi. Uno accanto all’altro, quasi mano nella mano. Mi hanno salutato scattando in piedi non appena sono entrato in sala. A dire il vero, mi fissavano un po’ tutti o almeno questa è stata la mia l’impressione. Prima di far partire la pellicola è apparso lui, salutato da un applauso di quasi cinque minuti, mi ha fissato per qualche istante ed è venuto da applaudire anche a me. Ho applaudito forte. Poche parole per introdurre il film, poche parole, naturalmente spese dalla critica

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letteraria in menopausa. Cinquanta o cinquantacinque anni, nemmeno portati tanto bene, solita esaltazione nell’esporre il fenomeno del momento, occhi cerchiati sottilmente di nero, occhi scuri da assatanata, ha scrutato intorno cercando di inquadrare le amanti della sua creatura, ha mosso le mani con gelosia e timore, poi è partita la pellicola. Lenta, troppo lenta, sapientemente dosata di buonismo e condita di luoghi comuni, scene crude messe al punto giusto, leggera suspense sul finale, un film mediocre per intenderci. Ma piace a tutti e piace anche a me. E tutti applaudono, e applaudo anche io, applaudo forte come gli altri. So che il trentenne ricco e famoso è stato avvertito del fatto che io sono a conoscenza di tutte le losche manovre alle mie spalle, ma lui giustamente evita il contatto, risponde solo a poche domande e poi si ritira nel salone privato del teatro dove ha luogo un piccolo rinfresco. Ci vuole un nutrito servizio d’ordine per far svuotare la sala principale, poi giornalisti e scrittori raggiungono il loro idolo, tutti sembrano guardarmi, mi pare che vogliano addirittura rivolgermi delle domande, ma nessuno ha il coraggio di farlo. Alla festa partecipano anche il professor Fiorenza e il dottor Ilardi. Alla festa partecipo anch’io. Non so perché ci vado, forse solo per vedere cosa si prova ad essere inculati per bene, raccogliere le briciole dalla tavola del re, le briciole che cadono per terra. Eppure mi sento davvero un ospite d’onore, ho la sensazione che senza di me tutto quello che accade intorno non avrebbe la possibilità di esistere. Tutti mi osservano e tutti cercano di evitarmi, solo i vertici della mia casa editrice si avvicinano nel timore che ad un certo punto possa fare una scenata e mandare a fare in culo loro, i giornalisti, lo scrittore illustre e la critica in menopausa. Ma io non sono così, ve l’ho già detto, mi basta quello che ho, mi basta almeno finché dura. Mangio qualche tartina, bevo un paio di bicchieri e alla fine mi sento coinvolto dal meccanismo dell’illudi, vendi, muori. Proprio così, è una macchina che funziona alla perfezione, ve l’ho detto, tante luci, parole dette al momento giusto, ottimo profumo addosso alle stagiste, riesci a toccare la notorietà, la fama, la ricchezza, ti sembra di far parte di un progetto globalizzato, perdi perfino la coscienza di essere lì. Sei lì perché vorresti e dovresti alzarti su una sedia all’improvviso e dire

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a tutti che non hanno capito un cazzo. Che sono dei ladri, complici di un ladro che ha rubato la mia idea, e dire alla critica letteraria più importante del mondo che la deve smettere di farsi sbattere dal suo amichetto e che farebbe meglio a comprarsi un vibratore e a finirla di prendere per culo la gente. Ma all’improvviso mi sento felicissimo, e non è il vino, per niente. Non sono nemmeno le pillole che prendo. È la sensazione appagante di essere stato comprato, di essermi assicurato sottobanco la possibilità di scrivere un altro romanzo, di ricevere un assegno a fine mese, di aver partecipato a costruire un sogno da svariati milioni di euro. Un sogno mio che però non mi appartiene, difficile da spiegare, un sogno di cui prendo le briciole come quando ti svegli nel bel mezzo di un viaggio onirico in cui ti vedi contento e cerchi disperatamente le immagini, i frammenti, vorresti riaddormentarti e ti premi il cuscino sulla testa e maledici chi o cosa ti ha fatto svegliare, ma ormai sei lì e non puoi tornare indietro. E allora raggiungo una scrivania dove fanno bella mostra di sé centinaia di copie del romanzo dello scrittore del momento, ne afferro una e vado di corsa verso il trentenne bellissimo e perfetto. Mi dovrebbe vedere Bobby, mi dovrebbe vedere ora, certamente lui saprebbe cosa consigliarmi, quale tecnica adottare, quali parole scegliere. Ma lui è morto ridendo e io sono da solo e partecipo a uno straordinario banchetto. Ci sono le luci e i fotografi, ci sono i giornalisti e fantastiche stagiste profumate. Il mio idolo, sì all’improvviso è diventato anche mio, il mio idolo è al centro di una crocchia di scrittori certamente più bravi di lui, c’è il regista americano del suo film. Il professor Fiorenza e il dottor Ilardi si precipitano alle mie spalle, dietro di me anche i due uomini che somigliano ai poliziotti della casa di Bobby. La critica letteraria si allarma, si mette fra me e la sua perfettissima creatura. E io sono a pochi centimetri dal cuore dell’uomo più importante del panorama letterario internazionale, sì proprio lui. Dovrei partire con una testata in pieno volto e spaccargli un paio di denti e poi piazzare un calcio al centro delle gambe della critica vogliosa, dovrei fare di queste cose, certo. Viso contro viso, mi accorgo della paura di giovani occhi azzurri, stendo la mano per riceverne una fredda e leggermente sudata, poi do la mia copia allo splen-

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dido scrittore e afferrata una penna di plastica rosa altro non so dire se non: maestro, la prego, me la renda unica «maestro, la prego, me la renda unica». Sì cazzo, dico proprio così. Maestro, la prego, me la renda unica. Tutto d’un fiato, con l’emozione che quasi mi secca le parole in gola. Dico una stupida, servile, squallida, insignificante frase di sabbia. Sospirano tutti, almeno quelli che sanno e non sono pochi. Io leggo la dedica con sincera soddisfazione e sono ancora più soddisfatto quando il maestro mi mette una mano sulla spalla all’atto di salutarmi e non parla, ma io so cosa mi dice, mi dice bravo, sei bravo, continua così e magari un giorno potrai pure arrivare dove sono io adesso. Ma non montarti troppo la testa, continua ancora nella mia mente, anche se lo so, dice lui, lo so che non è cosa da tutti i giorni essere toccato sulla spalla da una persona importante come me. Dovrei sentirmi umiliato e derubato, dovrei sentirmi un coglione per come ho quasi implorato una dedica, ma è questo il problema, mi sento felice, così felice come non mi sentivo da tempo e arrivo persino a definire sinceri i sorrisi del professor Fiorenza, e l’occhio strizzato velocemente dalla critica grassa e in menopausa. Qualcuno scatta una foto, mi giro di spalle e mi allontano verso l’uscita. Pochi passi prima della strada e già mi sento schiacciato da un peso insostenibile. All’improvviso faccio parte di qualcosa che invece avrei dovuto combattere e mi rendo conto di aver fatto la mossa sbagliata, ma ve l’ho detto, io per certe cose non sono come Bobby, né tantomeno come Nina. E poi non ci troviamo in una di quelle perfette serie televisive americane dove va tutto come vuoi tu, e sei padrone delle tue azioni e il bene vince sempre. Purtroppo no, siamo nella mia realtà o nella mia terribile bugia, una dimensione fatta di conti da pagare a fine mese, voglia di emergere e normalità latente. La ribellione la provo solo ogni tanto, ma in fin dei conti sono come la maggior parte di voi, anche io bado ai soldi, al sesso, a raggiungere il mio posto nel mondo. Voglio dire, quanti di noi affermano in pubblico, con soddisfazione malcelata, di non bere Coca Cola o di non aver mai mangiato in uno di quei fottuti fastfood, per far vedere di essere antagonisti del sistema, alternativi o semplicemente diversi? E poi a casa da soli, o quando nessuno ci può vedere ce ne sbattiamo di quello che si dice delle multinazionali e facciamo tutto il contrario di ciò che abbiamo predicato. Ho conosciuto

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artisti affermati che dicevano di metterlo in culo al sistema, al potere e a come cazzo lo chiamavano ogni volta, ho conosciuto di questi artisti che poi alla fine si sono fatti vendere e comprare per una macchina nuova, per il nome messo bene in evidenza sul giornale, per una bionda o una moretta da mantenere e da amare per forza, per quelle minuscole fottute parole che ci muovono tutti, indistintamente, soldi, sesso. Cinque lettere, dieci lettere in due, stesse iniziali. E allora non mi venite a dire che ho sbagliato, non mi venite a dire che ho fatto bene, sappiate soltanto che la verità non la sapremo mai fino in fondo, ed io, voi, Nina e la buonanima di Bobby abbiamo solo pochi momenti per dire no, e sono momenti che si pagano, si pagano con la solitudine, l’emarginazione, essere anormali rispetto alla normalità chiamata mondo. Essere malati a caccia della guarigione. Qualcuno, è vero, dura un po’ di più. O magari dura tutta la vita, vedi Bobby morto in un sottoscala o mio padre in fondo a una grotta. Qualcuno riesce a scappare dal sistema che ti divora come ha fatto Nina, ma io non sono così, non proprio, forse sono soltanto un vigliacco che si accontenta. Ecco tutto. Un vigliacco che si accontenta di far parte di qualcosa di luccicante e profumato e si vanta della sua buona dedica personalizzata sul libro più venduto del momento. Capisco soltanto ora che la mia sfuriata con il dottor Ilardi e il professor Fiorenza, seppur dettata da una logica e gestita in modo notevole, era comunque stata prevista. Capisco che tutti i vantaggi che ho ottenuto, anche quelli col direttore del mio giornale del cazzo, beh, anche quelli erano vantaggi e vittorie illusorie, o perdite programmate da parte dei miei avversari. Perdite ininfluenti. Perché se davvero vuoi vincere contro questo tipo di persone non hai altra alternativa che la fuga. Scappare via come ha fatto Nina, o chiuderti sotto terra come Bobby o Nello il barone. Con questo tipo di persone o di eventi, o con quello che hanno alle spalle, non c’è speranza. Uno come me non vincerebbe mai. Anzi, ritornando al mio giornale, non ho fatto altro che perdere due volte, perché la mia rubrica ha fatto salire le vendite del cento per cento, magari del duecento per cento. Altro che vendetta riuscita e affermazione dei propri diritti. E adesso, mentre sono inchiodato al semaforo, staranno brindando al loro nuovo figlio. La critica grassa, lo scrittore più famoso della terra, il professor Fiorenza

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e il dottor Ilardi, sì, proprio loro, tutti questi cari e simpatici personaggi, staranno brindando a quello che sa accettare i soldi e stare zitto, quello che da ottimo suddito si accontenta di raccogliere e mangiare le briciole cadute sotto il tavolo del re. Forse è la stanchezza che ha permesso tutto ciò, voglio dire sono esausto, ho dolori lancinanti alla testa e allo stomaco, anni che combatto contro i no, e adesso sono arrivato dove volevano loro, sono uno di loro, sempre al margine, ma felice di fare parte del loro mondo. Sì, il loro bellissimo, luccicante, ricco mondo. Fatto di cose eleganti e sensazione di appagamento continuo. La critica grassa e in menopausa è stesa sul letto della nuova casa, la nuova casa della star internazionale della scrittura. «Hai visto, tesoro, hai visto come si fa?». E intende come si fa con me, come si fa a far stare zitti e buoni i sudditi. Lo dice in una guepiere nuova e già slabbrata da cui straborda una tetta riuscita male durante l’ultimo intervento. «Ecco bravo, tesoro, hai capito come si fa». Forse parla ancora di me e ha un bellissimo ragazzo in mezzo alle gambe. E allora penso che era tutto previsto, previsto che stessi male, che riuscissi a prendermi delle piccole soddisfazioni e che alla fine, comunque andrà, beh, andrà come vorranno loro, sì, come desiderano loro. Sono quasi a casa, asfalto sotto la macchina, un po’ più vicino a casa, un po’ più lontano dalla schiavitù di questo pomeriggio. Nel frattempo il bellissimo scrittore respira forte e fa girare la critica grassa e in menopausa, vorrebbe vomitare e fare delle smorfie alle sue spalle mentre la mette a novanta gradi e sta di nuovo per alloggiarle dietro il cazzo. Un membro nella media, niente di speciale, comunque fresco e vigoroso. «Continua dai, bravo, sì, dai così». Il biondissimo occhi azzurri vorrebbe fare delle smorfie, versi riluttanti, da schifo, ma stringe un paio di tette finte e ogni tanto deve massaggiare un culo enorme a buccia d’arancia. E quando spinge deve assolutamente leccare la schiena della sua grassona e deve obbedire, deve ancora obbedire e non può fare le smorfie perché c’è uno specchio enorme proprio davanti a loro e ci sono ancora dieci mesi prima che maturino i corrispettivi del suo romanzo. E lui continua a sbattere e suda e sta per venire dentro, e chiede il permesso per venire dentro.

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Ma lei non vuole, non vuole assolutamente. Ha bisogno di guardarlo in faccia mentre viene. Mica può farsi venire alle spalle una come lei, fosse pure a metterglielo nel culo la rivelazione planetaria dell’arte della scrittura. La grassona si smonta il cazzo dalle gambe e si volta. I suoi capelli tinti giallo sporco, come fossero appena usciti dall’officina di un carrozziere, sono bagnati e gocciolano sul cuscino. La critica grassa afferra l’attrezzo con foga e mette il volto nel volto della sua creatura. Conta fino a cinque: apri gli occhi, fammi vedere quanto mi desideri. «Ecco bravo, adesso puoi». Sono sotto casa e mi sento come il biondissimo occhi azzurri figlio prediletto dell’arte della scrittura, una sua copia naturalmente, ma come lui comprato e venduto. Mi sento e in fin dei conti sono proprio come lui e non avevo capito, non avevo capito niente fino a che non sono entrato nella sala del teatro ed era come se tutti mi stessero aspettando per stendermi una mano e per dire: adesso sarai uno di noi, vieni, si sta bene qui. Lascia perdere tutto quello in cui hai creduto fino ad ora, è stata solo una parentesi e tu già l’hai dimenticata. Ti ricordi che da bambino volevi fare soltanto tanti fottutissimi soldi? Beh, adesso noi te ne diamo la possibilità. Lascia perdere quello che sei, bisogna pur campare in un certo modo, ed è meglio farlo bene, non trovi? E poi adesso aspetti un figlio, o una figlia, sei uno di quelli a cui piacciono le sorprese, non è vero? Forse guarirai. Certo, è proprio così, mi sento proprio così, salgo le scale di fretta con la copia autografata incollata alla mano, apro la porta e cerco il respiro di Nina. Cerco il suo respiro, non i suoi occhi, la trovo che dorme e sono molto più contento, perché non avrei saputo cosa dirle. Non dopo aver provato quello che ho provato. Nina è sul divano, i fiori del divano sono azzurri, sembrano appassiti, ma è per come mi sento. Senza fare rumore, faccio come faccio quasi ogni sera da qualche mese, apro il portatile e invento una stranissima storia che farà vendere al mio giornale migliaia di copie in più rispetto al solito. Ripenso al fatto che i personaggi usciti dalla mia testa mi scrivono e dicono di esistere davvero e mi chiedo se non sia anche questa tutta una messinscena dei miei nuovi padroni. L’ennesima presa per il culo per farmi illudere che io ci sono sul serio.

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In Australia mio padre non si fidava di nessuno. Gli bastavano due tipi di cose, quelle che aveva davanti e quelle che poteva ritrovare appena sopra la spalla. Il futuro e il passato, tanto per intenderci. Andava come semplice su una terra che nemmeno era sua, cercando solo disperatamente di tornare dove tutto era cominciato. Allora non lo sapeva ancora, ma diciamo che un po’ lo intuiva. Non lo sapeva ancora ma intuiva che un giorno, un giorno vicino o lontano, si sarebbe trovato di fronte un muro di sabbia e tufo, davanti la luce, il mare, spazi aperti, la libertà, o come cazzo vogliamo chiamarla. Appena sopra la spalla destra o sinistra, certo non fa differenza, dietro, appena sopra la spalla, il buio chiuso di una grotta. Proprio così, ed è per questo che di lui ho sempre avuto un’idea di sicurezza, l’idea di qualcuno che sapesse come stanno le cose, sapesse cosa fare, uno che parla poco, o per niente, una dimensione davanti, l’altra dietro, lui nel mezzo. E poi la sua forza, è stata sempre quella la cosa che più mi ha impressionato. Una volta l’ho visto tirare giù un muro soltanto con le mani. Potete crederci o meno, ma andò proprio in questo modo. Eravamo a casa vecchia nel piccolo orto che coltivava a pomodori. Tutt’intorno, recintata, la campagna dei signori, quella dimenticata e la-

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sciata incolta. Con decine di alberi d’arancio e mandarino che calavano i frutti ai loro piedi e non si preoccupavano più di tanto quando da ragazzi giocavamo alla guerra e nascosti tra i rami ci lanciavamo contro i pomi acerbi, o già maturi, o addirittura marci. Nemmeno noi ci preoccupavamo anche se a sera dovevamo dare spiegazioni delle macchie verdi o gialle che ci ritrovavamo sui vestiti. Beh, lui era davanti a un muro che proprio non voleva cadere. Ci provò prima col piccone, poi con un grosso martello, alla fine prese una rincorsa di cinque metri, i palmi aperti, gridò per raccogliere tutta la forza e portarla alle mani. Raggiunse il muro e il muro tremò, vacillò in modo convulso, quindi cadde. Mio padre, sì proprio lui, eccolo durante il suo ultimo giorno in Australia, l’ultimo giorno di lavoro. In cima al grattacielo di cui non conoscerà gli abitanti. Di fronte il mare immenso, una cantilena nella testa, il mare è grande, il mare è ladro, il mare affonda e ruba le navi piene d’oro. Le porta sul fondo con sé per sempre. Tutto pronto per ritornare a casa, un giro immenso di migliaia di chilometri, per quale motivo non si sa, ma lui mi ha sempre detto che dovunque ti trovi, o qualunque cosa fai c’è sempre un senso, un senso che poi ti sarà chiaro alla fine, quando il punto di partenza coinciderà con quello d’arrivo. È così che va nella sua testa. Un cerchio che si chiude, niente di più, niente di meno. Anche Nina mi si parò davanti all’improvviso dopo un po’ di anni, apparentemente senza un senso, e a me sembrò che i giorni non fossero passati per niente, non fossero passati da quella sera in macchina col pezzo dei Nine Inch Nails e Bobby quasi morto sul sedile posteriore. Era sempre la stessa Nina e a dire il vero non fui sorpreso di ritrovarla. Non capitò come spesso capita nei romanzi o nei film, non c’era nessuna musica di sottofondo, non era in un romantico pomeriggio di ottobre, al tramonto, e Bobby era morto da qualche mese. Ebbi solo l’impressione che fosse scappata da qualcosa, che si fosse allontanata da un aereo appena prima della partenza. Ci guardammo negli occhi, io ero con le spalle appoggiate a un muro, ci annusammo come fanno i cani e capimmo che io mi trovavo lì per lei, disposto a darle divinizzazione e

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amore incondizionato. Lei, invece, era tornata per me, l’unica persona, beh, questo lo disse lei, l’unica persona disposta ad abbracciarle le scarpe e a non farla andare in nessun altro posto. Un altro piccolo cerchio che si chiude. Sapevamo già cosa fare, nei giorni seguenti ci inventammo un rito tutto nostro e dicemmo di essere marito e moglie come fanno le persone normali. Ma non ci sembrava fosse la stessa cosa. Ci sentivamo ancora estranei fra gli estranei, il nostro posto nel nostro mondo. E allora, io col vestito buono, lei gli stessi capelli di sempre, beh noi due insomma, entrammo in una chiesa alle nove del mattino, era di mercoledì, entrammo in una chiesa e c’era un prete che non avevamo mai visto prima. Gli dicemmo che avevamo bisogno di fare una cosa breve e tutta nostra, che insomma dovevamo sposarci. Non ci volle poi tanto, il mio testimone era il ragazzo del bar entrato per portare cappuccino e cornetto al parroco. Il ragazzo del bar aveva più o meno vent’anni e profumava di carta stagnola umida. La testimone di Nina invece dovette togliersi i guanti di gomma gialli e mettere da parte lo spazzolone. Raccolse i capelli alla buona e li tenne fermi con una penna. Pregammo il padre di non andare tanto per il sottile, con i documenti e i convenevoli intendo. La preghiera durò poco e ci costò tanti soldi, tanti ma non tantissimi. Uscimmo dopo un quarto d’ora, e Nina piangeva e piangeva anche la signora delle pulizie. Diedi una mancia sostanziosa al ragazzo del bar e ordinai una bottiglia di vino rosso per festeggiare. Tutto quello che venne dopo, più o meno ve l’ho detto, cercammo di trovare il nostro posto nel mondo, e non soltanto nel nostro mondo. Cercammo una casa, ottenemmo credito con non poche difficoltà. Roba da persone normali per intenderci. Io continuavo a scrivere per il mio fottutissimo giornale, Nina invece sempre alle prese con le penali da pagare, con i diritti sui dischi, col manager che quotidianamente telefonava per ricostruire un rapporto ormai compromesso per sempre. Facevamo le cose che avrebbero fatto anche gli altri, eppure ci sentivamo diversi dal resto, volevamo soltanto crearci un luogo dove non dare conto a nessuno. Un posto dove scappare e rimanere. Un posto dentro di noi. Appartenevamo pur sempre a una generazione di sconfitti, ecco è questo il termine giusto, una generazione a cui erano da poco crollate le certezze. E davanti

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non avevamo altro che confusione, tanta voglia di cambiare le cose, ma disordine preordinato. Un lieve accenno alla consapevolezza, durato pochi anni, troppo pochi, poi tutto era andato come prima. Ci sentivamo già vecchi, senza speranza ed è per questo che io e Nina ci rincontrammo, almeno credo, per continuare a crederci. Molto difficile, a dire il vero, ma un tentativo andava fatto, valeva sempre la pena farlo. E il nostro tentativo fu quello di ribellarci a modo nostro. Nina col rifiuto di un mondo troppo grande e feroce, io con l’idea fissa di inventare storie quanto più incredibilmente possibili. Alla fine facevamo tutto questo perché la realtà non ci piaceva per niente, eppure ne avevamo bisogno, eravamo in continua crisi di astinenza da stronzate. Questa era l’unica cosa che ci accomunava del tutto al resto dell’umanità. Eravamo diversi, ma desideravamo lo stesso un televisore a schermo piatto, il parquet ciliegio nel salone, dei bei mobili, dei quadri alle pareti. All’inizio non riuscivo proprio a crederci, insomma chiedevo ripetutamente a Nina se fosse contenta. Voglio dire, aveva abbandonato un mondo che non aspettava altro che portarla in trionfo, aveva lasciato da parte fama, successo, soldi, i ragazzini con la sua faccia stampata sulle magliette, la possibilità di dire quello che voleva e non dar retta a nessuno. Ma lei rispondeva che non era così, mi diceva che prima o poi le avrebbero imposto delle scelte, mi diceva che si accontentava di piccole libertà reali piuttosto che di schiave bugie ultramilionarie. «Mi piace svegliarmi la mattina presto sempre nello stesso posto, leggere il giornale, fare colazione, fermarmi a scrivere canzoni soltanto per me. Mi piace ritrovarmi accanto la tua faccia, vederti piegato sui fogli e parlare del futuro. Non voglio altro, il resto non mi appartiene». «Voglio un figlio, e i figli bisogna volerli davvero, non solo ipotizzarli e pensarci fra un concerto e l’altro. Possono dire qualsiasi cosa vogliano, sta di fatto però che i figli sono la nostra continuazione, sia dal punto di vista chimico che da quello morale». Mi sembrava di sentir parlare Bobby, ma l’idea che Nina aveva della realtà era diversa e diametralmente opposta anche a quella che avevo io. Voglio dire, sono partito dal presupposto di accettare la realtà per come ce la fanno vedere, sentire, toccare e sono giunto a inventarmi storie e

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personaggi che poi hanno preso vita. E di nuovo sono arrivato ad accettare le bugie e a farne parte, a considerarle come necessarie alla nostra vita. Nina invece ha prima toccato la menzogna e poi se ne è allontanata, seppure fosse bellissima e promettente, seppure le si aprisse davanti il sipario di un’esistenza luccicante e da rockstar. Eravamo seduti sul pavimento della cucina e abbiamo fatto l’amore per la prima volta. Ci siamo scambiati un bacio profondo, ancora più profondo di quello del concerto a parco Viviani, quello delle mie braccia intorno alle sue scarpe per intenderci. Mentre la spogliavo Nina non si è preoccupata di farmi sapere di essere vergine, e per me non è stata una sorpresa. E io non mi sono preoccupato di farle male, e lei non ha sentito dolore. Non è stato come accade nei film, naturalmente, né perfetto come le solite serie americane. In quelle puoi sentire un pezzo di James Blunt, un pezzo romantico e arioso, la telecamera di solito zooma sui volti e lascia stare le parti basse. Gli innamorati si scambiano battute mielose, tipo: questa è la mia prima volta, ti raccomando, non farmi male. Il ragazzo di contro: ma sei sicura? Perché vuoi farlo proprio con me? E lei: non mi lasciare, non mi lasciare mai. Io invece ricordo soltanto le labbra di Nina, le nostre fronti che si toccavano, e il sangue sulle sue cosce e sulle mie. Sono venuto quasi subito, dentro di lei, ad occhi aperti per guardare nei suoi. Siamo rimasti così un po’ di minuti, sangue e sperma, la vita per dirla tutta, la vita che giocava a inseguirsi fra i nostri corpi, tentando di legarsi e sfuggire continuamente. Dietro la schiena le mattonelle fredde, a terra la polvere, i vestiti, centinaia di riviste, quotidiani, libri. Non so se ho desiderato avere un figlio in quel momento, non me lo ricordo, e a dire il vero non l’ho chiesto mai nemmeno a Nina, voglio dire, non le ho chiesto mai se in quel momento avesse desiderato avere un figlio. Ho soltanto preso la sua mano, e insieme abbiamo toccato la vita, la mia e quella di Nina. Abbiamo disegnato un cerchio sulla mia pancia e sulla sua, un cerchio di sangue e sperma. Punto di arrivo, punto di partenza, un cerchio, appunto. Ci siamo addormentanti e fuori non c’era precisamente la luna, né nuvole romantiche, nemmeno le stelle. Voglio dire, c’era tutto questo ma era qualcosa di inesatto, come se un mondo di plastilina si fosse dato

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appuntamento lassù, da un punto di vista diverso dal solito. Un mondo di plastilina con milioni di colori uno vicino all’altro, impastato, senza forma. Una fila di case, e teste, e strade, pianeti, tutto lassù, in cielo, tutto attento a noi, a formare una gigantesca mano per accogliere soltanto noi due presi dal sonno. Compartecipazione. Diciassette lettere. Forse questa è l’immagine che più potrebbe assomigliare alla quiete, alla calma speranzosa, all’amore. O forse somiglia al soffitto di una di quelle sale imbottite per neuropatici, una di quelle stanze dove ti chiudono a chiave dopo che ti sei auto lesionato il pene con una lametta e vuoi vedere che senso fa masturbarti mentre sanguini, venire mentre hai il sangue del tuo pene sulle cosce. Dolore e piacere insieme, e poi per diversi giorni non puoi nemmeno piegarti, e per non girare il mondo a piedi nudi hai bisogno di uno di quegli enormi e lunghissimi calzascarpe. Io del resto non è ho vissute poi tante, non ho vissuto tante di queste cose. E nemmeno tu, dai, devi essere sincero, almeno con me, non ti chiedo un grande sacrificio. Del resto non è colpa tua. La pubblicità ci ha insegnato a rincorrerle quelle fottute cose che si chiamano calma e quiete, ci ha fatto credere che le avessimo a portata di mano, le ha chiamate a sua volta scarpe da ginnastica firmate, bellissimi accessori, macchine potenti. Quadri in serie attaccati alle pareti, denti da sbiancare, sorrisi di carta che offrono soldi a interessi bassissimi. La tua squadra di calcio, i mondiali di calcio, la risoluzione di delitti impossibili da decifrare, serie televisive ambientate sulla calda e soleggiata costa della California. Calma e quiete presentate da attrici famose che ci dicono di correre, di fare in fretta, di primeggiare, se vogliamo raggiungere le due parole magiche. E uno corre tutta la vita, facendo alla lettera quello che hanno gli detto di fare, e diventa vecchio e stanco e calma e quiete sono sempre un passo più in là. Siamo malati, di noi si ricordano soltanto un paio di volte l’anno. Però ci dicono che se ci impegniamo possiamo farcela, possiamo guarire. E poi la pubblicità ci ha detto “Spendi e ti sentirai meglio”. “Desidera e realizza inutili sogni e ti sentirai meglio”. “Spendi, uccidi, giustificati e ti sentirai meglio”. Tutto secondo la logica che c’è una soluzione

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possibile a problemi inesistenti. Vedi i mutui a quarant’anni. Ti rendi conto? Secondo la concezione che abbiamo bisogno continuamente di stronzate, ne abbiamo bisogno per vivere, per non restare da soli. Sono loro che hanno fatto questo e loro sanno come continuare a mantenere il potere su di noi. E allora ti devo disturbare ancora una volta, ti devo chiedere altri cinque minuti della tua cortese pazienza. Ti faccio un paio di domande, quelle domande tipo sei davvero felice? Ti basta quello che hai, vuoi avere o vuoi essere? Rispondimi con calma, non c’è fretta, non sono uno della pubblicità, né tantomeno il telefonista di quegli stupidi sondaggi che ti chiama mentre sei a casa o in ufficio per chiederti di che colore vorresti dipingere le pareti delle tue stanze. Io ad esempio a queste domande risponderei che la soluzione sta tutta nella continuità, e la nostra continuità, che noi vogliamo oppure no, si chiama avere un figlio. È una soluzione che giunge in base al fatto che abbiamo poco tempo a disposizione e quindi ci illudiamo che prima o poi ci accada qualcosa di buono, di bello, qualcosa che ci dia una quiete costante, una pace che rasenti e somigli all’eternità quanto più possibile. I figli, si spera che arrivino dove non sei arrivato tu. Lo so che è un discorso cinico, però fila, almeno per me. Avere un figlio significa scaricarti delle responsabilità dei tuoi fallimenti, scaricare i tuoi fallimenti su di lui. Ti senti artefice della vita, ti convinci che hai un ruolo in questo mondo, ti senti rassicurato dal fatto che il tuo seme ha creato qualcuno di perfetto per cui vivere. Sta tutto in questo per cui il senso di avere un figlio, molte volte vuol dire in funzione di, altre al fine di, spesso riveste un significato meno nobile, ma più reale, voglio dire per cui diventa attraverso di. Un figlio attraverso cui continuare e non fermarsi davanti al fallimento. Un figlio per guarire. Non devi rispondermi adesso, fai con calma, rifletti bene prima di rispondere. Io ad esempio non ho ancora risposto a questa domanda, non ho ancora risposto alla domanda sul perché avere un figlio. È più semplice per me ricordare mio padre, il fatto del cerchio, la questione del punto di partenza e quello di arrivo. Anche se questa è semplicemente la mia idea di paternità, sicuramente diversa da migliaia di altre. Sicuramente diversa dall’idea di maternità che può avere Nina, e la maggior parte delle madri in genere.

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Comunque eccolo, Nello il barone. Mio padre. Sta ai piedi di un grattacielo l’ultimo giorno del suo fallimento a migliaia di chilometri da casa. Anche se lui mi ha sempre detto che non esistono fallimenti, né, tantomeno, esiste tempo perso e tutto accade perché deve accadere. Ai piedi del grattacielo guarda davanti a sé, e poi appena sopra la sua spalla. Forse gli viene il dubbio che la sua creatura, quella che porta dentro di lei Emy spaghetti, io per intenderci, gli viene il dubbio che la sua creatura possa nascere sul grande aereo bianco degli emigranti al contrario, di quelli che sentendo la gente del mio quartiere hanno sbagliato e hanno dovuto scappare dal paradiso. Mio padre tiene stretto il biglietto che lo riporterà dove tutto è cominciato, le strade in Australia sono larghe e nere d’asfalto, a guardarle da lontano con tutti quei palazzi a specchio e il sole che tramonta, ti si chiudono gli occhi. La luce rimbalza davanti e crea miraggi, le case di Parramatta Road si sciolgono e colano attraverso le reti metalliche dei recinti perfetti e curati. Il mare adesso non si vede, ma domani sarà immenso sotto il suo culo e quello di mia madre e il mio. E domani dall’aereo bianco per emigranti al contrario, o sconfitti o come volete chiamarli, beh da quell’aereo ci sarà un punto lontano che significa casa. E Nello il barone, magari, comincerà a fidarsi di nuovo.

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IV Curami (CCCP - Fedeli alla linea, 1985)

Curami curami curami prendimi in cura da te prendimi in cura da te curami curami curami Che ti venga voglia di me che ti venga voglia di me curami curami curami Verranno al contrattacco con elmi ed armi nuove verranno al contrattacco ma intanto adesso curami curami curami curami curami curami curami curami Solo una terapia solo una terapia solo una terapia solo una terapia solo una terapia Verranno al contrattacco con elmi ed armi nuove ma intanto adesso curami curami curami curami curami curami curami curami curami curami


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La posta elettronica continua a essere intasata dalle lettere di assurdi personaggi usciti dalla mia testa. Fantasie che prendono corpo e che si trasformano in braccia, gambe, volti, fotografie, storie impossibili ma reali. Voci. Arrivano mail da tutta la terra e sono sicuro che se cominciassi a inventarmi un mondo nuovo, o un universo parallelo, questi vivrebbero come per incanto. Oltre alle lettere delle persone di cui ho scritto sul giornale, ce ne sono altre, tantissime altre, centinaia al giorno. C’è chi mi chiede di raccontare la sua vita, mi carica delle sue angosce, molti mi chiamano addirittura, parlano lingue sconosciute ma io li comprendo lo stesso. Basta pensare a loro, scrivere di loro e all’improvviso sento il mio telefono squillare e dall’altra parte c’è un uomo che dice di morire e rinascere continuamente, oppure una donna che parla con i fantasmi e i fantasmi non sono altro che i suoi cinque figli, quelli che crede di aver ucciso soffocandoli uno ad uno nella vasca da bagno. Cercano comprensione, come Brad Norton, 44 anni, prigioniero in una serie televisiva americana, almeno questo lo dice lui. Mi chiama alle 5 del mattino per dirmi che è stufo della sua parte, quella, per intenderci, del nonno della famiglia felice. Ha solo 44 anni e deve subire un’ora e mezza di trucco per

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invecchiare, per le borse sotto gli occhi, per la barba finta, per tutte quelle stronzate insomma. Brad vorrebbe fare qualcosa di diverso, è in analisi per questo. Gli hanno diagnosticato una specie di sindrome maniacale compulsiva all’interno della sfera sessuale. Prende 15 gocce di Xanax la mattina e 20 gocce prima di andare a letto, ma non è che funzioni poi tanto. Vorrebbe fare l’attore porno Brad, sì certo, proprio l’attore porno. C’è soltanto un problema, Brad ce l’ha davvero troppo piccolo e poi soffre di eiaculazione precoce, anche se precoce non è proprio la parola esatta, direi piuttosto fulminea, sì, certo. Questo me lo dice lui alle cinque del mattino. «Hai provato con i ritardanti, Brad?» «Certo che ci ho provato. Ma il mio coso è troppo piccolo e allora la benzocaina lo fa morire del tutto». «E allora mentre lo fai pensa a tutt’altro. Pensa a cose brutte, alla morte per esempio». «Dici che funziona?». «Non lo so, tu prova». Brad Norton ha staccato all’improvviso e io sono nel mio salone con un sacco di fogli sul pavimento. Il mio nuovo romanzo in progress quasi finito. Nina sopra che dorme. Cancello tutta la posta già letta, la cancello tutti i giorni perché me ne arriva davvero tanta e non posso conservarne nemmeno una riga. Il salone stamattina mi sembra più grande, forse è solo un’impressione, eppure ci sono tante cose che mi pare di notare solo adesso. C’è un distributore per caffè e cappuccino uguale a quello della Edisud spa, mi chiedo quando l’hanno portato su. E poi un sacco di sedie in fila davanti al televisore e giornali, tantissimi giornali, riviste, quotidiani, volumi di tutte le specie. E anche la solita libreria mi sembra immensa, così grande che non ce la faccio a guardarla tutta e devo fare diversi passi indietro per abbracciarla interamente con lo sguardo. Decine di scaffali, libri di storia, atlanti geografici, riviste scientifiche. Riconosco quelle che usa leggere Nina, tipo “Mamma Oggi”, “Il tuo bebè”, “Maternità”. Ma anche pubblicazioni specialistiche che hanno a che fare principalmente con i disturbi mentali o così mi pare. Roba da psichiatri che non avevo idea di aver comprato. C’è un libro di avventure aperto a

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pagina cinque, mostra l’immagine di un’isola scomparsa nel nulla al largo di non so quale costa. Un libro come quello che usa leggere mio padre. E poi un romanzo con la copertina nera e la scritta viola che ha gli stessi caratteri di quelli di Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols. Sì gli stessi, il romanzo si intitola “Rockstar”. Leggo poche righe del frontespizio e la storia mi sembra assomigliare maledettamente a una che ho vissuto direttamente. “Avere tutto a disposizione, fama, soldi, successo e all’improvviso abbandonare il mondo della musica alla ricerca di divinizzazione, contemplazione, amore…”. E poi una fila di cd colorati, dvd con film come “Germania anno zero”, ma anche cose meno impegnate, commedie all’italiana anni ’60, telefilm, serie americane, roba per farti rilassare. Musica classica, un po’ di rock alternativo, Tenco, Paoli, De André, libri con filastrocche per bambini. Scaffali pieni, uno accanto all’altro, una copia di “Underground” con un grazie e l’autografo dell’autore. Mi scoppia il mal di testa e sale l’acidità di stomaco. Mi sento quasi spaesato, sì è questa la parola esatta, mi sento nel mio mondo ma non so se lo vedo per la prima volta, il mio mondo, intendo. Chiudo gli occhi e cerco il bagno, dovrebbe essere vicino, ve l’ho detto, la mia casa è molto piccola. Una settantina di metri quadri al massimo. Stendo una mano ma non trovo la porta, cammino ancora, è già l’alba, c’è un corridoio, cammino ancora, faccio una trentina di passi come se stessi girando su me stesso e finalmente infilo il cesso. Anche il cesso stamattina non è come al solito, è più grande, ci sono un sacco di specchi e tre o quattro tazze divise da porte sterili e bianche. Scelgo quella vicina alla finestra, calo la tavoletta e mi ci siedo sopra. Mai come in questo momento ho bisogno di certezze, provo ad afferrare una delle mie pillole colorate, ma le ho lasciate tutte di sopra. Allora non so fare altro che stare così, seduto per un paio di minuti, aspettando di aprire gli occhi, sperando che tutto torni al proprio posto. Sperando che passi il mal di testa e che il mio stomaco la smetta di farmi soffrire.

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È l’alba. L’alba del suo compleanno e Nello il barone oggi finirà quella cosa breve e tutta sua. Il compleanno non è altro che una specie di cerchio che si chiude. Non so con precisione quanti giorni siano passati, no so da quanto tempo sia nella sua caverna sotto l’arco della ferrovia. Siamo quasi a Natale ma sembra di essere nel periodo della Pasqua. Fa caldo e le nuvole del mattino lasciano spazio a un cielo immenso e rosa. Naturalmente mio padre non lo vede ancora, voglio dire non vede ancora il cielo. È lì sotto e fra un po’ farà intuire al mondo come si chiude un cerchio. Nascere, partire, ritornare dopo migliaia di chilometri e miliardi di gocce di sangue e sudore, tornare dopo milioni di facce viste e lasciate per sempre. Mia madre starà dormendo o forse no; da quante notti si sarà soltanto ridotta a leggere e rileggere lettere d’amore? Comunque Nello il barone è lì, al centro della sua nave. Si è fatto la barba con cura e si è lavato la faccia, i denti, è quasi pronto. Del resto gli è rimasto da buttare giù soltanto un metro di sabbia, poi ci sarà il mare. Ha puntellato per bene la sua specie di piccola nave e così quando l’acqua entrerà dappertutto e rischierà di far crollare il ponte della

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ferrovia, quella cosa breve e tutta sua comincerà a galleggiare, e pian piano guadagnerà la strada verso la partenza, o verso il ritorno, adesso fa lo stesso. Si tratta comunque di andare. È fermo, sicuro come un comandante prima di lasciare il porto. Si aggiusta la maglietta bianca, calza un paio di scarpe povere e sporche e si sistema al centro del collo la medaglietta di San Ciro. Vuole che il santo sia di faccia, col volto verso l’orizzonte. Ha controllato la zavorra, ha legato per bene i galleggianti, tantissimi ossi di seppia avvolti nella rete e assicurati ai fianchi della nave. Ce ne sono altri appena sopra la chiglia, a destra e a sinistra dello scafo. Il regionale per Cosenza passa in ritardo sopra la sua testa, il regionale per Cosenza fa sempre ritardo ultimamente. Le carrozze sfilano intermittenti, vuoto, pieno, il ferro sul ferro, i passeggeri che pisciano dondolando, c’è chi butta le cicche sbadigliando verso il mare. La grotta lascia entrare il rumore in modo potente, del resto è diventata molto più ampia e quasi del tutto cava. Le cose che il mare aveva risputato sulla spiaggia e che Nello in barone aveva portato dentro, ora fanno parte della sua piccola nave. La grotta è vuota, i muri di sabbia e tufo puntellati con pezzi di legno per evitare crolli, in qualche parte le assi si sono quasi staccate e lasciano cadere terriccio giallo. La torcia elettrica oscilla sul minuscolo cassero. Sul breve ponte multicolore, costruito anche con polistirolo e cartone, metri e metri di corda, nasse, materiali trasformati dalle onde giorno dopo giorno. Nello il barone è pronto. L’imbarcazione è alloggiata in un’ellissi incavata nel mezzo della peschiera di epoca romana. Una struttura semicircolare di mattoncini rosa. In alcuni punti si possono notare i resti di bellissimi affreschi, murene soprattutto, ma anche saraghi, corvine, polpi. Se andrà come ha pensato Nello il barone, se tutto andrà nel modo in cui ha ipotizzato, nel momento in cui entrerà l’acqua, ci sarà appena il tempo necessario per riuscire a sfilare indenni da sotto l’arco, l’arco con le tre lettere incise sulla chiave di volta. QPA. Due, tre minuti al massimo, poi il mare sputerà dentro tutta la sua forza, farà collassare il soffitto e resterà soltanto il profilo della vasca per i pesci come una dentiera su una lingua di tufo. Naturalmente si spera non ci saranno danni per il ponte, né tantomeno per la ferrovia, d’altro canto la parte che imploderà è a livello zero, molti metri lontana.

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Mio padre è pronto. Caccia via dalla tasca il biglietto, quello solito, quello per intenderci che lo ha riportato indietro da una terra di bastardi e puttane. Indietro da mamma canguro e da baby canguro e dalla propaganda ministeriale per l’emigrazione. Via da Mario il marmista e dal grattacielo di vetro e cemento. Il biglietto è bianco alla luce della torcia, lo guarda, davanti e indietro, piano, sente la carta rugosa sotto le dita. Chiude gli occhi ed è in volo, l’oceano immenso sotto il culo, il profilo marrone dell’Australia che si allontana, le voci dell’aereo, siciliani, pugliesi, napoletani, c’è chi ce l’ha fatta, chi invece torna a casa sconfitto, chi come lui non desidera altro che rivedere i suoi posti, mettere piede sulla terra dove tutto è cominciato. Solo questo. Chiudere il cerchio. Allora riapre gli occhi. Si segna Nello il barone, con calma, assaporando le parole, nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, Amen. Bacia, sfiorandola, l’unghia del pollice, e scende dalla nave. A terra, pochi passi, afferra un piccone e si trova davanti la porta della peschiera, quella da cui fra un po’ uscirà verso il mare, verso il cielo, verso il ritorno. Un metro di sabbia e tufo, sì, soltanto un metro. Mio padre si sputa tra i palmi e dà il primo colpo. L’arco della vasca è già disegnato, non ci vorrà molto a cacciare via tutto quello che resta, poi ci penserà il mare. Porta il piccone dietro la schiena e parte, gli sembra di rinascere, in fondo fra un po’ sarà spinto fuori da quella grossa vagina sotto tonnellate di pietra. Ecco sono queste le parole giuste. Uscirà da una grossa fessa polverosa, dalla fessa di madre terra a bordo di una cosa breve e tutta sua. Il ferro fa sussultare la parete, la parete comincia a sbriciolarsi. Crolla prima la rena impastata a una grata di metallo marcita da migliaia di anni, poi si stacca il tufo, il tufo è l’ultima difesa del buio, troppo tenero, troppo poca cosa per acqua salata spinta da un moto eterno. L’acqua comincia ad entrare proprio come te la immagineresti, nel modo esatto che si vede nei film sulle catastrofi, di quelli che c’è prima uno zampillo che si infiltra nelle dighe e poi le dighe si aprono cedendo in diversi punti. Ecco, proprio così, l’acqua entra come cacciata via da un gigantesco rubinetto, schizza contro i piedi di mio padre che capisce che è arrivato il momento di risalire sulla sua barca. Non fa nemmeno in tempo a rimet-

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tersi ritto sul casseretto che l’imene di quella grossa figa di terra collassa del tutto, lasciando aperta la porta della vasca per i saraghi e le corvine. Il mare è calmo, l’alba entra nella grotta e Nello il barone deve coprirsi gli occhi. I puntelli sono soltanto poveri pezzi di legno inghiottiti e subito risputati dal flusso liquido che non ha niente a che fare con le trasparenze marine e sembra piuttosto melma di lagno. Fango, prima denso e poi via via più chiaro, che colpisce, come un pugile stretto alle corde, lo scafo ai fianchi. Bisogna uscirne presto, l’arbitro si prepara a contare, il corpo barcolla, a destra, a sinistra, sta per cadere, Nello bacia la faccia di San Ciro medico, si inventa una preghiera di pochi istanti. Ti prego fammi uscire, fammi uscire da qui. Stringe il biglietto, e il biglietto è umido e morto, ancora più bianco alla luce dell’alba. Sono sparite tutte le città che lo hanno riportato a casa da Sidney. Arriva un’altra onda, sbatte contro la parete puntellata e poi si infrange sulla poppa. La piccola nave schizza e passa attraverso l’arco della peschiera. Sfila veloce ma a Nello pare un tempo che non finisce mai. Deve abbassare la testa se non vuole sbattere contro la chiave di volta, la chiave di volta con le tre lettere incise davanti e di dietro. Ancora qualche istante e poi soltanto miliardi e miliardi di gocce di acqua salata. È ormai fuori, a bordo di quella cosa breve e tutta sua. Pochi metri alle sue spalle un’altra onda fa crollare quello che resta di un enorme palato di terra. Così il secondo livello della grotta, quello dove è stata costruita e alloggiata la nave, si dissolve come per incanto, lasciando solo un semicerchio di vecchissimi mattoni che ricordano una dentiera. L’acqua ha fatto il suo dovere e ha bisogno di placarsi, il mare torna calmo deglutendo per sempre bolle marroni. La schiuma arriva a toccare i blocchi di cemento bianchi messi a protezione del ponte della ferrovia. Lo fa soltanto un paio di volte, poi arretra. Lo fa giusto il tempo necessario per spingere quanto più fango e detriti possibile nella parte superiore della caverna scavata da Nello il barone. Non c’è più nessuna traccia di mesi e mesi di lavoro. Il ponte è salvo, il rapido proveniente da Battipaglia corre contento verso Napoli e mio padre sta finalmente tornando a casa, ci sta tornando sul serio. Questa scena è proprio come te la immagineresti, te l’ho detto. Proprio come la scena di un film sulle catastrofi, sulle catastrofi a lieto fine.

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Voglio dire, quei film che finisci in un tifone, vieni scaraventato a un chilometro di distanza, spinto verso il suolo alla velocità della luce, ma hai talmente tanto culo da cadere comodamente su una dozzina di materassi uno sopra l’altro e non muori. Adesso il peggio è passato e allora, beh, allora, pensa a un pezzo di sottofondo. Ti serve un pezzo dolce, breve, magari un pezzo impegnato. Magari “Un giorno dopo l’altro” di Luigi Tenco. Sì certo, quello va bene, lo conosci? E poi pensa a una cosa che fa sempre effetto in questi casi. Pensa a una donna che saluta, una donna con un fazzoletto bianco che saluta suo marito che sta partendo o sta tornando, fa lo stesso. Ecco bravo, magari pensa a Emy spaghetti, a mia madre per esempio. Anche lei si è alzata all’alba, c’è odore di biscotti appena sfornati nella casa di mia madre. Biscotti al leggero gusto di mandorla, e poi c’è odore di pastafrolla, sì proprio quella. Mia madre ha fatto i biscotti perché oggi è il compleanno di Nello il barone. Ne ha fatti davvero tanti, ha aspettato che fossero pronti e si è avviata con le mani calde verso il ponte della ferrovia. Un centinaio di metri con l’aria fresca del mattino. Anche se non fa freddo, ve l’ho detto, siamo quasi a Natale ma sembra di essere a Pasqua. Emy spaghetti è arrivata nel momento esatto in cui mio padre ha preso il mare. Il rapido proveniente da Battipaglia le ha fatto chiudere gli occhi per un istante, poi ha visto, ha visto quella specie di piccola nave abbandonarsi su un piano chiarissimo e azzurro sotto un cielo appena umido e invaso dal sole. Un cielo immenso, deserto. Nello il barone ha piantato l’albero maestro e una vela di vecchie lenzuola si è riempita di vento. La nave è andata, slittando veloce, mio padre si è voltato a cercare Emy spaghetti e l’ha trovata. Adesso, sì, adesso. Fai partire la base. Due giri a vuoto, un giorno dopo l’altro il tempo se ne va, le strade sempre uguali, le stesse case. Emy spaghetti lascia il piatto con i biscotti ai suoi piedi, si mette la mano in tasca e tira fuori un fazzoletto bianco, lo stringe forte e lo fa sventolare in segno di saluto.

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Entrano gli archi, un giorno dopo l’altro e tutto è come prima, un passo dopo l’altro, la stessa vita. Torna su Nello il barone, e gli occhi intorno cercano quell’avvenire che avevano sognato, ma i sogni sono ancora sogni e l’avvenire ormai quasi passato. Fa continuare il pezzo, la nave ha già lasciato il porto e dalla riva sembra un punto lontano. Fallo continuare, rilassati. Nello il barone saluta mia madre agitando le braccia, è felice, invecchiato, certo, adesso posso vederlo bene. I capelli completamente bianchi, le rughe del volto pallido dopo un sacco di giorni al chiuso. La nave comincia a diventare sempre più piccola dall’alto e mia madre non può far altro che starsene piantata sul belvedere con il fazzoletto in mano. Nello il barone diventa un punto al centro della sua minuscola nave, stringe la ruota di una bicicletta, il suo timone. Gli occhi puntati alla bussola, direzione nord-nordest, seguendo la rotta per le isole di fronte al golfo. Va verso dove è cominciato tutto, per chiudere il suo cerchio, per ritornare a casa. Suo padre faceva il marittimo, piccole corse da Ischia, Procida, Capri. Lo stesso giorno di molti anni fa ci fu festa a bordo. Il capitano segnò sul diario che il vaporetto aveva dovuto rallentare di molto la velocità per permettere a un medico di far venire alla luce un bimbo. Nello il barone, appunto. Mia nonna non voleva che suo figlio nascesse sull’isola dove era costretta a vivere col marito ma non ce la fece a trattenersi fino alla terraferma e lo sputò fuori più o meno fra 40° e 37’ di latitudine nord e 14° e 10’ di longitudine est. In mezzo alla baia di Napoli, tanto per intenderci. Lo sputò fuori mentre era stesa su una di quelle panchine di legno bianche che puoi trovare sui vaporetti ancora oggi. Mio nonno le stringeva la mano e tutt’intorno c’erano i passeggeri in silenzio. Quando tutto finì, qualcuno portò una bottiglia di spumante e scattò una fotografia, una di quelle in bianco e nero che si incollavano sul cartone. E allora è là che sta andando Nello il barone, più o meno al centro della baia. È là che finirà quella cosa breve e tutta sua. Ci siamo quasi, la bussola indica più o meno gli stessi gradi di allora. Mio padre lascia il timone, ammaina la vela di lenzuola, fa un paio di passi e cala l’ancora. L’ancora

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non è altro che il vecchio motore di una lavatrice. La corda intrecciata a mano scivola via per diversi metri sotto il livello dell’acqua, poi l’argano rudimentale ha un ultimo sussulto e si ferma. La nave è piazzata precisa al centro del golfo. Puoi toccare tutte e tre le isole, il sole è caldo, vento zero. Nello il barone afferra una spranga di ferro pesante e comincia a sfasciare lo scafo della sua piccola imbarcazione, comincia dal fianco destro, libera la prima rete di galleggianti, poi la seconda, quella sul lato sinistro. Gli ossi di seppia scappano dalla gabbia di canapa ed esplodono in silenzio come un immenso fuoco d’artificio capovolto. L’acqua comincia a entrare e la nave soccombe. I pannelli di cartone si spugnano, quelli di polistirolo, nonostante l’incatramatura si scollano in pochi secondi. Nello il barone passa a distruggere il ponte, ci vuole un po’ di fatica in più perché lo ha costruito davvero bene, scegliendo le migliori assi ritrovate sulla spiaggia. Alla fine però anche il ponte cede e mio padre si rifugia sul casseretto. Una corda è collegata ai pesi posizionati appena sopra la chiglia, ne afferra l’estremità, la lascia passare attraverso un moschettone e ci si lega saldamente le gambe. Tanto per non avere tentazioni assicura il braccio sinistro con catena e catenaccio a una delle travi portanti del cassero. Getta la chiave in mare e aspetta. Tutt’intorno puoi vedere schiuma bianca, pezzi di legno, ossi di seppia, tutti in circolo. Lo scafo è già sotto di diversi metri, il cassero comincia a cadere appeso com’è al resto della piccola nave. Nello il barone è in piedi, quasi sull’attenti, cerca per l’ultima volta il biglietto solo ritorno Sidney, Singapore, Berlino, Roma, Napoli. Lo guarda e gli sembra di poter nuovamente distinguere i nomi delle città stampati sopra. Lo guarda e lo getta via, afferra la testa di San Ciro e si porta la medaglietta in mezzo alle labbra. Ha una paura fottuta ma naturalmente non lo dà a vedere. La barca va giù completamente, i pesi sfilano dannati e veloci verso il fondale, ha solo il tempo di strizzare l’occhio in direzione del sole, o la superficie, il cielo, l’orizzonte o come cazzo vogliamo chiamarlo. Torna indietro con il pezzo di Tenco, torna all’ultima strofa, poi lascia andare, fammi sentire il fischio alla fine della canzone, quel fischio mi fa impazzire.

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All’inizio di questa storia ti ho chiesto quanto tempo della tua vita saresti stato disposto a darmi, quanto credito, quante emozioni. Lo ho fatto perché sono alla ricerca di qualcuno con cui parlare, con il quale rapportarmi, perché te l’ho detto, te l’ho detto più di una volta, alla fine sarai tu a giudicare se tutto quello che ho visto o vissuto è accaduto sul serio. Io ormai non ci capisco più nulla, devo essere sincero. Almeno con te devo esserlo. Faccio casino continuamente ad afferrare la realtà e a distinguerla dalla bugia. Adesso sono sulla tavoletta di un cesso immacolato che ha l’odore pungente del disinfettante. Ci sto seduto da non so quanto tempo, il mal di testa e il bruciore di stomaco non mi hanno abbandonato per niente. Sono saltato in piedi alle cinque del mattino svegliato dalla telefonata di Brad Norton, o come cazzo si chiama. Il sole è abbastanza alto e comincio a sentire delle voci tutt’intorno. È come se un mucchio di persone stessero all’improvviso invadendo la mia casa. Solo non so se si tratti ancora della mia casa. Mi alzo e mi guardo allo specchio, mi guardo la punta del naso, i denti, la lingua. Sono in pigiama, un pigiama molto leggero, di cotone, come uno di quelli che ti danno negli ospedali durante il ricovero. Mi tocco appena sotto la pancia e sento un bruciore incredi-

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bile, mi accorgo solo ora di avere una ferita che si sta rimarginando. Calo i pantaloni e i boxer, un paio di segni sottili sul pube completamente rasato e poi uno, due, tre, un po’ più piccoli sul pene. Non capisco proprio, non riesco a capire se sto dormendo oppure se davvero mi trovo qui, in questo posto che mi pare di vedere per la prima volta. Comunque devo sbrigarmi, magari mi lavo, devo fare presto. Poi sveglio Nina e insieme ce ne andiamo in clinica. Ve l’ho detto sono gli ultimi giorni di gestazione. Mio figlio o mia figlia, questo non lo so ancora, beh, la mia creatura in progress potrebbe nascere da un momento all’altro. Mi faccio forza e mi butto sulla faccia quanta più acqua gelata possibile. Il mal di testa si allevia un po’, il bruciore di stomaco invece non va proprio via. Cerco il mio asciugamani ma posso soltanto afferrare un pezzo di rotolone di carta e tamponarmi il viso. Lo so, è una cosa assurda, la notte ti addormenti a casa tua, vieni svegliato all’alba da uno psicopatico che vuole fare l’attore porno, poi ti ritrovi in una casa che non è più come la avevi sempre vista, o magari immaginata. E poi le voci, i rumori, una specie di caserma che prende vita dal nulla. Mi sono appena lavato la faccia che nel bagno entra una persona che mi sembra di conoscere, solo un paio di secondi per metterla a fuoco, poi ricordo di chi si tratta. Che cazzo ci fa alle sette del mattino la mia testimone di nozze, nel mio bagno, con gli immancabili guanti gialli e lo spazzolone per le pulizie? Che cazzo sta succedendo? Mi guardo per l’ultima volta allo specchio e dall’altra parte c’è Bobby. «È la vita» mi dice Bobby. «È la vita, la mia come la tua. Sta tranquillo, bugie e verità fanno pur sempre parte della vita». Chiudo gli occhi e quasi investo la signora delle pulizie, scappo via, di sopra, comincio a gridare come un ossesso il nome di Nina. Le quattro lettere morbide rimbalzano per un corridoio che mi sembra immenso, gli occhi socchiusi, scanso cinque, sei persone in pigiama, un pigiama in tutto e per tutto uguale a quello che indosso io. Sono nel piccolo salone di quella che dovrebbe essere la mia casa, apro gli occhi solo per un istante, una fila di sedie, il televisore al plasma che trasmette le ultime notizie. La voce è quella della bellissima giornalista con gli zigomi ritoccati, quella che si è presa gioco di me

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qualche mese fa. Odore di biscotti fatti di fresco come quelli che mia madre ha preparato per Nello il barone prima della sua partenza. I biscotti sanno di mandorla, riconosco anche l’odore del cappuccino da albergo, quello fatto con il latte a lunga conservazione. Sento chiamarmi, mi salutano, ma io non rispondo a nessuno, la ferita comincia a pulsare di nuovo in mezzo alle gambe, mi brucia anche lo stomaco, non ha mai smesso di bruciare. Fortunatamente arrivo a una rampa e salgo le scale, dovrebbero essere quelle del mio piccolo appartamento, ma nemmeno le scale sono più le stesse. Mi faccio ancora più forza e non so come ci riesco, non lo so proprio, alla fine mi ritrovo in una camera asettica, letto di ferro, pareti vuote, una minuscola scrivania, un comodino. Sul comodino una scatola di Prozin. La apro e afferro un paio di capsule colorate. Capsule di clorpromazina o di torazina per intenderci. Ce ne sono di blu, di bianche e rosse, ci sono anche compresse interamente dorate. Mi calo la prima, poi la seconda, con forza, ho troppa paura, non dovrei farlo, non dovrei farlo per niente, il medico si incazzerà come sempre, ma adesso non posso resistere e mando giù anche la terza pillola. Ho solo voglia di dormire, voglia di farmi passare il bruciore di stomaco e i conati di vomito, voglia di sognare di essere nella mia piccola e confortevole casa, nella mia vita fatta di situazioni debitorie in via di risoluzione, voglia di prendere Nina per mano e accompagnarla in clinica per il parto. Sento decine di passi intorno, serro gli occhi completamente, li serro e ci metto davanti il braccio, tengo le dita premute sulle orecchie, mi fanno male ma devo uscire da qui, svegliarmi o riaddormentarmi lontano da qui. Le pillole cominciano a fare effetto, la prima cosa che va via è il dolore di stomaco, i conati di vomito, anche l’emicrania scompare del tutto, mi sento più calmo, molto più calmo. Vorrei di nuovo cercare con lo sguardo la mia vita, le mie stanze, il volto di Nina, ma il sonno mi prende e l’ultima cosa che vedo è la faccia di Bobby nello specchio. Poi sonno controllato, o come cazzo vogliamo chiamarlo, finalmente dormo. L’infermiera cambia la flebo, la mia flebo. L’infermiera somiglia dannatamente all’ecografista da 120 euro a visita. Magari è la stessa persona. Il braccio destro sembra quello di un tossico, l’ago incide quello sinistro. Sono relativamente calmo, spaesato certo, ma quello è normale, non so

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per quante ore ho dormito. L’infermiera è abbastanza cortese, mi guarda come se volesse dirmi: quando la smetterai di fare casini? Io vorrei risponderle, ma la prima cosa che faccio è chiedere di Nina, dove sta, l’hanno accompagnata in clinica? Ha partorito, la mia creatura è un maschio o una femmina? L’infermiera non risponde, mi dice che fra un po’ verrà il dottore e mi saprà dire come stanno le cose. Mi dice che adesso devo stare calmo, perché questa volta ci sono andato davvero vicino. «Vicino a cosa?». «Vicino a dire ciao ciao a tutti e tutto». Mi accarezza la faccia e sento la barba cresciuta sotto le sue dita. La accompagno con lo sguardo mentre esce tirandosi dietro la porta, i capelli racchiusi sulla nuca dal fermaglio di tartaruga. Non è che poi ami tanto i particolari, ma questa volta sono necessari, non so ancora che mi è successo o cosa mi sta succedendo, però quell’infermiera era proprio l’ecografista di Nina, sì, proprio quella. Lo dicono il suo volto, le sue scarpe da ginnastica, quel cazzo di fermaglio di tartaruga. Mi guardo intorno e non ci vuole molto a capire che mi trovo in una camera d’ospedale. Mi ci avranno portato dopo che ho esagerato con la torazina. Con tutte quelle compresse colorate. È strano, non dovrei averla mai vista prima, eppure la stanza mi sembra familiare. E poi riconosco anche il comodino, ci sono un sacco di riviste di enigmistica, soprattutto di rebus, quelli semplici, per principianti, nelle pagine iniziali, poi quelli più difficili, per esperti. Un computer per ritardati, uno di quelli con i tasti enormi. Cerco di riposare quanto più possibile, da fuori arrivano altre voci, passi lenti in sottofondo, ogni tanto rumore di campanelli e quello fatto da zoccoli di gomma. Fra un po’ qualcuno entrerà e mi spiegherà come stanno le cose, oppure verrà Nina, si proprio lei, verrà Nina con in braccio la nostra creatura e io dovrò dirle che mi dispiace, mi dispiace non essere stato presente al momento del parto. Mi dispiace di aver mandato giù quelle pillole, ma le dirò pure che non capiterà più, che questa è l’ultima volta che faccio una stronzata. La porta si apre e con tutto il mio stupore entrano il professor Fiorenza e il dottor Ilardi. Sono le ultime persone che avrei voluto vedere lì dove mi trovo. Voglio dire non è proprio il massimo di pubblicità positiva farti pizzicare dal tuo editore e da quella specie di curatore di roman-

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zi, mentre sei quasi senza forze in un letto d’ospedale. Potrebbero pure pensare che hai preso quelle pillole perché hai provato a suicidarti. E allora addio pubblicazione del secondo romanzo. Il professor Fiorenza e il dottor Ilardi indossano camici immacolati, sul taschino hanno ricamate le proprie iniziali. Penso si tratti di una eccessiva forma precauzionale per l’igiene. Il dottor Ilardi ha pure lavato i capelli e io apprezzo il fatto come bellissimo gesto nei miei confronti. Un gesto di distensione. Prendono due sedie di formica gialla e si siedono accanto al letto, sul lato destro del letto. Uno mi controlla il polso, poi si gira verso l’altro e dice che sto molto meglio, ancora un paio di flebo e tornerò come nuovo. Li ringrazio per la loro visita e cerco di spiegare che non è come sembra, dico che è tutta colpa di quel fottuto mal di stomaco, dei mal di testa, delle allucinazioni. Ma non sembrano badare troppo alle mie parole, si consultano per qualche secondo, poi il professor Fiorenza mi stringe la mano. «Allora, come va giovanotto, come si sente?». «Bene, va tutto bene». «Come dobbiamo fare con lei, giovanotto, proprio non ce la fa a stare lontano dai guai?». «Certo che ce la faccio, è stato solo un malinteso, davvero, colpa di quelle pillole, solo questo». «Sì, solo questo, magari è stata pure colpa nostra, non credi Mauro?» dice rivolgendosi al dottor Ilardi. «Sì, anche colpa nostra, certo, troppa libertà con questo nuovo programma, libertà di uscire, poco controllo, tempi che si allungano» gli fa eco l’altro. «No – dico – non è colpa di nessuno, andiamo, sono solo un paio di capsule che mi hanno fatto dormire più del dovuto, solo questo. Sono mesi ormai che le prendo». «E poi – dico ancora – il romanzo è quasi pronto, non c’è di che preoccuparsi, mi manca solo di rivederlo, di mettere a posto il finale». Il professor Fiorenza e il dottor Ilardi si guardano un po’ sconfitti, rassegnati, come per dire: di che cazzo sta farneticando questo? Io continuo a non capire e dico che adesso basta, che adesso se ne devono andare a fare in culo, perché mi fa piacere della visita, però sono stanco e voglio

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riposare, e gli dico pure che avranno quel loro fottutissimo romanzo nel giro di un paio di giorni. Il dottor Ilardi e il professor Fiorenza sembrano assecondarmi, ecco è questa la parola giusta. Le sedie ancora piene dei loro culi, le facce tranquille, distanti milioni di anni luce dalle facce dei nostri ultimi incontri. Cerco di uscire anche da questa situazione, voglio dire, cerco di pensare a cosa avrebbe fatto Bobby in un momento come questo. Mi concentro e ascolto distintamente le gocce cadere dalla flebo nel tubo di gomma. Tic, tic, tic, tic… La porta si apre di nuovo, annunciata da un breve colpo, entra una donna grassa sulla cinquantina, porta dei fogli sotto il braccio. Si rivolge ai due uomini seduti, legge alcune carte e fa un breve resoconto del programma di oggi. È Teresa la centralinista e mi dice contenta: «Ben svegliato, Angelo, ho pregato tanto per farti tornaaaare fra noi».

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Mi chiamo Angelo. Così mi hanno detto qualche giorno fa mentre mi entrava un litro di disintossicante in vena. E il professor Fiorenza non è il padrone fondatore della Edisud spa, per niente. Il professor Fiorenza è un luminare della psichiatria, e quello che lo accompagna sempre, sì, il dottor Ilardi, il dottor Mauro Ilardi non è proprio il curatore dei romanzi, è un assistente molto valido, un medico specializzato nello studio di comportamenti maniacali o compulsivi. Vedi pure alle voci pazzia, schizofrenia, depressione, crisi di panico, bulimia, insonnia, atteggiamenti antisociali. Mi chiamo Angelo, come quell’amichetto immaginario che uno si inventa da bambino, e poi cresce insieme a te e festeggia il compleanno il tuo stesso fottutissimo giorno. Mi chiamo Angelo e qualche altra cosa. Angelo e qualche cazzo di altra cosa. Un cognome, per esempio, sì, un cognome per identificarmi meglio. Del resto non si è mai troppo precisi in questo mondo. Comunque puoi chiamarmi anche semplicemente Bobby, come il cane del portiere oppure se preferisci, Livio, Secondo, David. Fa un po’ come vuoi. Comunque mi chiami mi giro lo stesso.

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Per uno come me, ormai non conta molto come essere chiamato, voglio dire ci ho fatto l’abitudine, non mi procura più crisi di identità di quante ne abbia collezionate da me in tanti anni tra famiglie in affitto, patrigni ubriaconi e violenti. Crack, speed, novocaina, lsd, eroina, oppio, figurine all’acido per le batterie, acqua ragia. Una madre puttana e tossicodipendente. Sei il nome del cane del portiere, il cane con le piccole macchie bianche sulla schiena. Sei Livio, a 12 anni, qualcuno che si fa chiamare zio e che intasca l’assegno dei servizi sociali a fine mese. Livio perché suona bene, perché è breve, perché magari tuo zio aveva sempre voluto chiamare così uno dei suoi figli. Sei Secondo, una volta a quattro anni, un’altra volta a otto, poi a undici. Sei Secondo per tre settimane di fila, poi tua madre sta meglio, ha cominciato un’ottima terapia, questa volta ce la farà. Ma è solo un’illusione e allora torni a un centinaio di chilometri da quella specie di casa dai muri scrostati, quella di Michele l’ubriacone per intenderci, ci torni perché tua madre è morta e il tuo patrigno è in manicomio e sei ancora Secondo, Secondo perché ti hanno accolto il secondo giorno dell’anno. Che fantasia, non trovi? Sei David, adesso non mi ricordo nemmeno quando. Uno che dice di essere il fratello della madre morta di tua madre morta, il fratello che nutre nei tuoi confronti amore filiale, non fa niente se sei un ragazzo difficile, non fa niente se vuoi suonare il basso elettrico, basta non andare contro gli insegnamenti del Signore. Capiti in una famiglia così e diventi David, una famiglia in cui prima di mettersi a tavola si deve ringraziare l’Altissimo. E se non vuoi farlo, beh, hai bisogno di una lezione, devi stare in ginocchio e digiunare per tutto il giorno. Sacrificarti, cercare divinizzazione. E poi non puoi mancare alla celebrazione della domenica pomeriggio, non fa niente se hai la febbre a quaranta, nessuna medicina per David, ci pensa sempre il Signore. Il fratello della madre morta di tua madre morta è un pastore evangelico e ti insegna tutte quelle canzoni con in mezzo un sacco di alleluia e grazie, e confido in te Signore. Il giro di basso è sempre di quei soliti tre accordi pallosi, che a suonare ti passa pure la voglia.

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Sono Bobby, Livio, Secondo, David. O puoi chiamarmi Angelo, sì Angelo mi piace più di tutti gli altri nomi, forse perché l’ho scelto io. Non mi ricordo quando l’ho fatto, magari durante una delle ultime fughe dal centro di accoglienza per bastardi, come dicevano al mio paese. Del resto Angelo vuol dire messaggero, messaggero di qualcosa, e io ho sempre desiderato raccontare la mia storia. Portarla a qualcuno. Fosse anche il figlio prediletto dell’arte della scrittura. Magari fino ad ora ti ho detto solo un sacco di stronzate, e di questo mi dispiace ma non è colpa mia, te lo posso giurare. È che davvero non ci sto con la testa. Figurati che è stato uno choc anche per me, ancora adesso faccio fatica a distinguere fra le cose che sono e quelle che non esistono. È dura credimi, molto dura, apprendere all’improvviso di far parte di un programma per il recupero di sbroccati. E per quanto riguarda la mia testa, beh, posso assicurarti che è fuori di molto. E poi con tutte quelle pillole, ricordarsi di prenderle, ricordarsi di non abusarne. Pochi giorni fa avevo una casa tutta mia, un lavoro, un figlio o una figlia in arrivo. Avevo una moglie, bellissima ex rockstar di nome Nina e invece ora mi scopro essere uno schizofrenico, autolesionista, paranoico con istinti suicidi del cazzo. Ho inventato tutto, tranne alcune cose, alcuni particolari che non ricordavo per niente. Che non ricordavo più. Insomma da quello che ho saputo e che mi è rivenuto in mente, dovrei avere circa trent’anni. Sono il figlio di Lisa, tossicodipendente, prostituta per necessità, morta ancora giovane con dei fantastici denti nonostante l’eroina. Tutte le cose che proprio non riesco a mettere a fuoco, beh le tappe della mia vita, le prendo da un libro di successo che un giovane scrittore ha pubblicato basandosi fedelmente sulla mia storia. Il libro si chiama “Underground” e si è ormai assestato sul milione di copie vendute. Ci hanno fatto anche un film sulla mia vita, l’ho pure visto e non mi è piaciuto poi tanto. Non so da quanto tempo sono ricoverato in questa clinica. Il posto è bello, c’è un giardino curatissimo, una spiaggia privata. E sopra il profilo del mare corre la ferrovia per Reggio Calabria. Avevo tanta voglia di guarire, tanta voglia di volere una vita normale che ho cominciato a essere qualcun altro, qualcun altro che non esiste. Mi piaceva essere il figlio di

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Emy spaghetti e di Nello il barone, mi piaceva poter raccontare un passato diverso da quello che ho avuto. Una vita qualunque che non fosse la mia, qualcuno che si prende cura di te, un lavoro, una donna da amare sul serio. E allora non ho fatto altro che guardarmi intorno e scegliere i personaggi, le loro storie e la mia. Sono venuti tutti fuori dalla clinica, sì certo, è questo ormai il mio mondo. Ma non lo ho fatto di proposito, lo giuro, non me ne sono accorto nemmeno io. A parte il professor Fiorenza e il dottor Ilardi, ho rubato i racconti della cuoca, Emy spaghetti e di suo marito, il giardiniere, Nello il barone, per intenderci. Sono stati gentili con me. Mi hanno raccontato di quando hanno provato a fare fortuna in Australia. Non hanno mai avuto un figlio e allora per la prima volta ho scelto io, ho scelto da solo una padre e una madre. Qualche domenica o durante le feste mi veniva dato il permesso di andare a casa loro, la casa è poco distante dalla clinica, ci mettevamo a tavola ed eravamo contenti, Emy preparava ottimi piatti, poi spesso apriva una valigia marrone piena di foto e ci ricordavamo insieme. Insieme anche se io non avevo niente a che fare con il loro passato. Ve lo ripeto, non so con precisione quando sia arrivato qui ma qualcosa mi sovviene. Il professor Fiorenza mi ha detto che è ancora presto per ricordare tutto. Comunque sto migliorando molto, progressi giornalieri dice il professor Fiorenza. Basta solo prendere la torazina tre volte al giorno, e poi le vitamine, la terapia di gruppo, parlare con gli altri, affidarsi ai progressi della farmacologia. Ogni tanto mi arrivano delle immagini nitide e io le segno su un foglio, del resto l’ho sempre fatto e nella mia testa malata credevo di aver scritto un libro e di stare per scriverne un altro. Immagini che ritornano, come quelle del sottoscala preso in affitto. Avevo più o meno vent’anni, sì, vent’anni. Spacciavo un po’ di fumo e il giro andava bene quando ho deciso di ritornare nel paese in cui sono nato. Sono andato ad abitare in una specie di sgabuzzino quasi senza luce perché avevo bisogno di concentrarmi, avevo bisogno di silenzio per poter fabbricare le ostie, distribuire felicità artificiale agli adepti della mia assurda religione. Una religione contorta a dire il vero, ma sempre volta all’attenzione per l’Altissimo. La malattia deve essere scoppiata proprio

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in quel periodo, un periodo del cazzo per farti scoppiare in testa la schizofrenia. Un periodo fottuto perché è proprio in quegli anni che la tua personalità si forma in maniera definita. E oltre a questo c’è da aggiungere il fatto che comincio a prendere droga di brutto. Prima spacciavo solo hashish e non fumavo nemmeno sigarette. Poi mi è venuta l’idea di partire direttamente dall’eroina. Immaginerete da soli cosa è successo dopo, un po’ ve l’ho raccontato: acqua ragia, acidi, ketamina. Lo facevo davvero per mettermi in contatto con Dio, per non farlo sentire solo, e pure quando mi hanno trovato mezzo morto appeso al gancio per le mozzarelle, beh, pure in quel caso non volevo per niente suicidarmi, avevo solo bisogno di ridere e offrire il mio sorriso all’Altissimo. La signora del piano di sopra ha avvertito i sanitari appena in tempo. Per farmi riprendere, un paio di infermieri, gli stessi infermieri della clinica in cui mi trovo adesso, hanno cominciato a schiaffeggiarmi e mi hanno tirato via la maschera di gomma col protossido di azoto. Poi mi hanno iniettato una fiala di Narcan, un antagonista o qualcosa del genere. È cominciato tutto allora, sì, da quel momento. È arrivata anche la mortuaria con la solita cassa di zinco ma non ce ne è stato bisogno, nella mia testa ero già da un’altra parte, mi guardavo attraverso gli occhi del solito amichetto immaginario. Mi vedevo appeso a un gancio, sorridente e felice. Ricovero d’urgenza, due settimane sotto stretta osservazione, infine il Tso. Vedi pure alla voce trattamento sanitario obbligatorio per pazzi scatenati come me. La mia storia in clinica la conoscevano un po’ tutti, c’ero stato insieme a mia madre più di una volta da bambino. Mia madre era veramente una di quelle irriducibili, una di quelle che a smettere non ce la faranno mai. Quando sono nato avevo un tasso talmente alto di oppiacei nel sangue che sono dovute subito partire le prime trasfusioni. Era destino che venissi su in questo modo, destino che mi incasinassi sempre di più la vita. I primi giorni in clinica mi tornano ogni tanto in maniera sfocata, faccio affidamento sul dottor Ilardi per ricordare meglio. Siccome non avevo nessuno e nessuno mi reclamava, ecco è questo il termine giusto, siccome non c’era nessuno a volermi tra i piedi, decisero di farmi entrare in un programma speciale. Sarebbe stato come rinascere alla vita. Il mi-

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nistero della Sanità spende per me un supplemento di 120 euro al mese, un po’ poco per il programma che devo affrontare. Ho molta libertà, un sacco di permessi, naturalmente in base ai miglioramenti e posso pure tenere le medicine a portata di mano. Cerco di parlare in continuazione con tutti gli altri pazienti e ognuno mi racconta la sua incredibile storia. Laura e i suoi matrimoni coi monumenti, il vecchio che porta a spasso il cane di pezza, l’imprenditore che vive al contrario, Brad Norton o come si chiama e il suo misero cazzo, tutte persone che credevo di aver creato io per la rubrica sul giornale. Ho inventato di fare il giornalista perché in tv davano una serie su un cronista sfortunato e costretto a scrivere stupidi articoli dopo aver collezionato una serie incredibile di insuccessi. Del resto mi piacciono le persone che perdono, magari mi piacciono perché mi fanno sentire meglio o semplicemente perché sono più credibili. Perché ogni tanto hanno il coraggio di ribellarsi e di prendersi qualche soddisfazione. Ancora la bugia e la verità che fanno a gara per affermarsi, bugia e verità che hanno fatto casino nella mia testa, così tanto casino che la televisione, i reality show, le interminabili serie americane, i quiz, i libri, i giornali, la musica che ho ascoltato per interminabili pomeriggi, le persone con cui sono stato a contatto, mi hanno regalato un’altra dimensione. Una dimensione che adesso mi manca terribilmente. A dire il vero quella che mi manca di più è Nina, mi manca l’idea di avere un figlio da lei. Questa volta saprei perché lo voglio, lo voglio per una parola stupida eppure così potente, una parola che potrebbe guarirmi sul serio, amore incondizionato, vedi pure alla voce compartecipazione, oppure divinizzazione. È pure per questo che ho inventato la storia delle ecografie, o quella dell’amniocentesi. Nella mia testa volevo sentire la forza di gesti dolorosi e amorevoli. Dicono che ho istinti suicidi, masochisti, ma non è così. È vero, una notte mi sono chiuso in camera e mi sono ferito mentre mi masturbavo, ma l’ho fatto soltanto per sapere cosa si prova quando il dolore e il piacere arrivano allo stesso modo e nello stesso momento. Ho immaginato di fare l’amore con Nina e ho sentito il dolore della sua prima volta, il piacere della mia prima volta, e noi che diventavamo una sola cosa e da una sola cosa sarebbe nato un figlio per continuare a illuderci di poter guarire. A illuderci di non essere soli.

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cinque4

Ora sto bene, bene per quanto possa stare uno come me. Riesco a distinguere fra realtà e finzione, seguo regolarmente la terapia, anzi, il professor Fiorenza, d’accordo con il dottor Ilardi mi ha addirittura diminuito le dosi di torazina. Via il mal di testa, via il vomito e i bruciori di stomaco, via anche le allucinazioni. Il cuore mi batte forte perché dopo tanto tempo avrò la possibilità di incontrare di nuovo Nina. Sì, si chiama proprio così, Nina e non so che cos’altro, ma a me basta. È lei che mi è stata accanto dall’inizio del programma di recupero, lei che mi ha fatto conoscere il figlio prediletto della scrittura perché sputassi fuori la mia storia, la raccontassi al mondo, poi è andata come sappiamo e hanno deciso che non era più il caso di continuare fino a quando non fossi sensibilmente migliorato. Di continuare a vederci, naturalmente. Mi sono alzato presto e sono sceso giù a fare colazione. Mi sono seduto insieme a Nello il barone e a Emy spaghetti bevendo cappuccino da albergo e mangiando biscotti alla mandorla. I due hanno sorriso a lungo e si sono toccati le dita. Mi sono preparato, lasciando da parte il pigiama o la tuta almeno per un giorno, e ho indossato un paio di jeans, un paio di jeans strappati. Sopra

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una maglietta a righe bianche e rosse. Sono sceso di nuovo e al banco di accettazione stava seduta Teresa la centralinista. Vestita come al solito, una serie di riviste scientifiche appese alla parete dietro il suo grosso immancabile culo. «Buongiornooooo carooo, ma come siamo belli stamattinaaaaaaaa». Fuori, in fretta, sul vialetto, aspettando il rumore della macchina di Nina. La stessa macchina con cui ho sognato tutte le volte di portarla in giro, di portarla dall’ecografista o al centro commerciale. Mi guardo nello specchietto laterale di una vecchia Opel, sembro rilassato e contento. Per la prima volta, forse, mi sento anche bello. E non sto fingendo, per niente. Mastico una caramella alla menta per cercare di nascondere per quanto posso l’alito pesante delle medicine. La macchina di Nina supera il cancello di ingresso, fa una decina di metri schiacciando la ghiaia e si ferma a qualche passo dal mio cuore. Io scatto e le apro la porta. Nina scende ed è bellissima, come potrebbe essere diversamente? I capelli neri lunghi da una parte, più corti sulla nuca, un vestito leggero, turchese. Le prendo la mano e ci avviamo verso la spiaggia attraverso il giardino e l’orticello seminato a pomodori. È una giornata meravigliosa, roba da inizio giugno tanto per intenderci. L’odore del verderame appena spruzzato mi fa arricciare il naso. Scendiamo le scale e ci troviamo di fronte al fianco del ponte della ferrovia. Sotto il fianco c’è una piccola porta, è la porta del deposito degli attrezzi di Nello il barone. Sorrido mentre lo guardo e quasi mi aspetto di vedere spuntare all’improvviso una nave da sotto terra. Ma non accade niente di tutto questo e se devo essere sincero un po’ mi dispiace. Siamo sulla spiaggia io e Nina, i miei capelli e i suoi, mano nella mano facendo finta di essere davvero marito e moglie e di aspettare un figlio. Naturalmente sono io che fingo, ma questa volta non si tratta di allucinazioni. Fingo per amore, non per piacere e nemmeno per scappare. Intorno piccole collinette piene di rucola e cicoria, il mare è silenzioso, l’onda brevissima appena un segno sul bagnasciuga. Le racconto di quando io e Nello il barone scendevamo sulla spiaggia col mare agitato per cercare pezzi d’oro o monete sotto la sabbia. Nina sorride, si stacca dalla

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mia presa per mettersi i capelli dietro l’orecchio, il vento entra nel vestito leggero e lo fa gonfiare sulla pancia. No, non è come vorrei credere, torna tutto a posto in un istante. Nina si allontana e cerca pezzi d’oro, monete o qualcosa che luccichi sotto la rena. Fa lo stesso. Io rimango indietro e accendo una sigaretta. Nina si abbassa per afferrare un piccolo pezzo di plastica o così mi sembra. L’intercity Napoli-Reggio Calabria sfila veloce sui binari col rumore del ferro sul ferro. Pieno, vuoto, prima carrozza, seconda, terza, così via fino al silenzio. Nina stringe fra le dita qualcosa di nero e viene veloce verso di me. È una piccolissima cosa gommosa, rovinata dalle onde e forse da una specie di morso. Nina tiene stretto tra indice e pollice quello che resta della minuscola pinna di un minuscolo subacqueo arancione. Questo naturalmente lo so solo io. Stringe qualcosa che non sa decifrare e mi si ferma davanti. Mi mette quella pinna nera e gommosa davanti alla faccia. Me la preme contro le labbra. «Rockstar» dice Nina ridendo. Lo dice ridendo nella mia testa. Rockstar.

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Stampato in Italia nel mese di Ottobre 2013 E.S.A.

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Torazina, cartoline da Acidolandia  

Le allucinazioni hanno l'orrendo sapore della realtà. Torazina è un viaggio nella fragilità dell'uomo dei nostri tempi che, per scongiurare...

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