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Raffaele Madonna

Era mio nonno storia di un torrese condannato alla Guyana

Edizioni Scientifiche e Artistiche


Raffaele Madonna

Era mio nonno storia di un torrese condannato alla Guyana

EDIZIONI SCIENTIFICHE E ARTISTICHE


Copertina: Elaborazione della bandiera della Guyana francese

Retro di copertina: La Guyana francese in una mappa del XIX secolo

Progetto grafico ed impaginazione: Helix Media - www.helixmedia.it

I diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta, archiviata anche con mezzi informatici, o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico, con fotocopia, registrazione o altro, senza la preventiva autorizzazione dei detentori dei diritti.

ISBN 978-88-95430-50-8 E.S.A.

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Edizioni Scientifiche e Artistiche

Š 2012 Proprietà letteraria, artistica e scientifica riservata www.edizioniesa.com info@edizioniesa.com


Non versate lacrime sulla mia tomba, della vita siate indulgenti nel giudicarla.


Cenni storici

La colonia penale, territorio di frontiera localizzato in luoghi inospitali, veniva usata per lavori forzati e per scoraggiare altri crimini una volta scontata la pena. Anche la Francia creò in Guyana dei campi di lavoro. Rimuovendo dal suo territorio, comprese le colonie, tutti coloro che avevano commesso dei reati, creando uno sfollamento delle prigioni. Nel 1854 venne votata la legge che definiva il trasporto dei forzati in Guyana, oltre la pena e l’interdizione. Tutti i forzati rinchiusi nei penitenziari francesi, prima di raggiungere la Guyana, venivano trasferiti dal carcere di detenzione a Fort Boyard. Questo forte, sotto la Comune di Parigi, venne usato, fino ai primi del ’900, come carcere per poi essere abbandonato alcuni anni dopo, ha una lunghezza di 61 metri, una larghezza di 31 ed una altezza di 20. È collocato tra l’Île-d’Aix e l’Île-d’Orléon nello stretto di Pertuis d’Antioche sulla costa occidentale della Francia. Successivamente venivano trasferiti al penitenziario dell’isola di Saint-Martin-de-Ré, luogo di imbarco. Questo trasferimento a volte durava diversi giorni. A piedi, incatenati per due, venivano avviati ai vagoni di trasporto. Arrivati a Saint-Martin-de-Ré, stanchi e malnutriti, venivano alloggiati in grandi celle e alimentati correttamente per sopportare meglio il viaggio di trasferimento sulle navi, prima La Loire poi La Martinière, costruite per il trasporto dei forzati. Il giorno prescelto per trasportare i prigionieri dal carcere al molo di imbarco, per ordine del sindaco di Saint-Martin-de-Ré un tamburo doveva annuncire agli abitanti delle case che fiancheggiavano i bacini, il divieto di sostare fuori durante le operazioni di imbarco. Porte e persiane del piano terra dovevano restare chiuse. Il popolo non doveva sparare, o insultare, o minacciare e neanche sputare sui prigionieri lungo il tragitto. Alle sei del mattino, circa, venivano schierati sui tetti dei tiratori scelti della polizia, lungo il piccolo sentiero che portava dalla cittadella fino al porto. 5


Nessun’altra nazione è riuscita ad organizzare una deportazione di detenuti così inumana come la Francia. Il viaggio durava circa tre settimane; malnutriti, chiusi nelle gabbie, con il caldo umido e l’aria che arrivava solo dalle maniche a vento, i prigionieri passavano le giornate in ozio o a soffrire il mal di mare; un odore nauseante veniva da escrementi e vomiti. Arrivati in Guyana venivano sottoposti alle misure antropometriche; successivamente gli veniva consegnato il vestiario con il numero di matricola stampato con inchiostro indelebile e venivano assegnati ai campi principali di lavoro, Cayenne, Kourou e Saint-Laurent-du-Maroni, da cui venivano inviati ad altri campi di lavoro. Nel 1856 il campo di Kourou apre le sue porte ai forzati, è il più temuto e per questo è chiamato anche il Campo della Morte. Oltre ai campi, furono adibite a luoghi di punizione anche le Îles du Salut, chiamate così perché in occasione di una epidemia di colera, molti si rifugiarono su queste tre isole, per l’aria pulita, ed ebbero modo di sopravvivere; furono poi definite isole maledette. Diversi forzati, destinati a queste isole si suicidarono pur di non affrontare una vita da animali o di impazzire. La fuga Maronita, attraverso il fiume Maroni, era la più facile, ma il governo francese concluse un accordo con i paesi confinanti: la Guyana olandese, oggi Suriname, il Brasile e il Venezuela, per cui i forzati evasi catturati, venivano immediatamente riportati indietro. Molte evasioni terminarono con tragedie, come quella del forzato Pierre Huguet, imbianchino che decorò la chiesa di Saint-Laurent-du-Moroni, sei volte evaso. Alla settima il suo corpo fu trovato al largo della costa del Venezuela. Nel 1923 Albert Londres, noto giornalista, portò a conoscenza del popolo francese e del mondo le condizioni di vita spaventose a cui erano sottoposti i forzati. Fu Gaston Monnerville, avvocato, Governatore delle colonie che fece sopprimere la deportazione in Guyana.

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1852 - Creazione del penitenziario. 1852 - Epidemia di febbre gialla. 1855 - Messa di penitenziari galleggianti al largo di Kourou e Cayenne. 1856 - Creazione del campo di Kourou. 1860 - Epidemia di malaria. 1867 - Inizio costruzione del penitenziario Cayenne. 1875 - Chiusura del penitenziario di Kourou. 1876 - Riapertura del penitenziario di Kourou. 1878 - Victor Schoelcher, ottenne l’approvazione del provvedimento che sospendeva la pratica delle bastonate ai forzati. 1912 - Inaugurazione dell’ospedale di Saint Laurent. 1918 - Chiusura del penitenziario di Kourou. 1923 - 8 Agosto pubblicazione del diario di un forzato. 1924 - Riapertura del penitenziario di Kourou. 1931 - Chiusura del campo Nuova Caledonia. 1938 - 22 Novembre. Ultimo convoglio di trasportati in Guyana. 1946 - Chiusura definitiva.

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Introduzione

Consolato Raffaele, numero di trasporto 34683. Così veniva identificato sui registri ufficiali dell’Amministrazione penitenziaria della Guyana francese, il protagonista della vicenda che questo volume racchiude. Una storia che fa luce sulla triste realtà dei campi di lavoro della Guyana. Nel corso di diversi decenni furono innumerevoli i condannati che attraversarono il mare diretti a quel remoto andito coloniale per espiare in condizioni disumane, colpe alle volte mostruose. Tra essi ci furono anche personaggi successivamente saliti agli onori della cronaca soprattutto per l’esito felice delle rispettive evasioni. È il caso di Henri Charrière (Papillon), di Orlando Tonelli n° di trasporto 34379, Desiderio Trabucco n° di trasporto 35420, ecc. Tutti costoro viaggiarono sulla stessa nave, la Loire. Qualcuno, come Renè Belbenoit n° di trasporto 46635 pubblicò successivamente il suo noto diario. Mentre occorse il reportage del giornalista Albert Londres, per portare a conoscenza del mondo intero le condizioni dei forzati in Guyana. Il dossier di Consolato, protagonista della nostra storia, è conservato presso l’Archives Nationales d’outre-mer in Aix-en-Provence, in Francia. Mentre il dossier dei fatti accaduti in Torre del Greco, purtroppo, è andato smarrito così come i registri del carcere mandamentale situato presso Palazzo Baronale della cittadina vesuviana.

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Raffaele Consolato detto Palliniéllo, quartogenito di dodici figli, nacque nel 1876 da Ciro e Colomba Brancaccio a Torre del Greco; sposatosi nel 1900 con Maria Costantina Loffredo ebbe due figli, Catello, nato nel 1903 e morto nel 1905, e Colomba, nata nel 1914. Io, Raffaele, figlio di Colomba, abitavo in via del Plebiscito n° 11, vicino al Castello Baronale, al piano terra; di fronte alla porta di casa c’era, poggiato al muro del giardino, il banco da lavoro su cui lui, mio nonno, intagliava polene, lettere per i nomi dei velieri e altri fregi da apporre al giardinetto o alle mascotte1. Veniva da lui, a gguaglione 2, Salvatore Magliulo. Con l’oro zecchino in polvere ricavava vernice dorata; i suoi lavori prendevano tutto il loro splendore e risaltava la bellezza dell’intarsio. Dalla testimonianza di Magliulo: “Le sue mani creavano dei capolavori, come le sculture e gli intagli per i velieri de ‘Il Corsaro Nero’.” Questi due velieri furono commissionati dal produttore del film al cantiere Speranza e, per la complessità dell’opera, parteciparono all’esecuzione altri cantieri come quello Palomba. Le sue foto e gli attrezzi da lavoro si possono vedere esposti presso il Museo della Marineria Torrese. Nel tardo pomeriggio giocava a tressette con Cenzino Vincenzo D’Aniele, mio fratello Franco e Giuseppe Imperatrice u sangiuvannaro. Alle loro domande a volte rispondeva con parole per me incomprensibili, come camaleonte o testuggine. Un giorno gli chiesi: «Nonno, i morti dove li seppellivate?» Lui, guardandomi con quegli occhi piccoli e verdi, abbassando un poco la testa rispose: «Uaglió, bello r’u nonno! I ppurtavamo fora c’a varca, i vvuttàvamo a mmare e i piscicani s’i mmagnavano.»3 1 - I due lati della prua. 2 - Apprendista, garzone. 11


********** Dal dossier Estratto dagli appunti del cancelliere del tribunale di prima istanza di Algeri. Dipartimento di Algeri. Per sentenza della terza camera del tribunale è stato condannato per lesioni personali volontarie a 6 giorni di prigione il 20-11-1904. Per applicazione dell’articolo 311 C.P. non essendoci stato appello. Data inizio della pena 28-11-1904. Data di liberazione 04-12-1904. ********** Dal dossier Informazioni raccolte sul conto del condannato: Sposato. Due figli. Sa leggere e scrivere. Ha ricevuto un’educazione primaria. 29 Dicembre 1904. Algeri ********** Dal dossier Algeri 29 Dicembre 1904. Informazioni ottenute su conto del sopraccitato prima della condanna. 29-12-1904 lesioni personali 6 giorni. 15


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pubblica Ordina art. 1) che il suddetto Consolato Raffaele soggetto italiano sia espulso dal territorio francese art. 2) che il Prefetto del dipartimento di Algeri, sia incaricato di assicurare l’esecuzione della presente ordinanza Algeri il 15 Marzo 1905 ********** Dal dossier Notizie individuali A 8 anni di lavori forzati e 20 anni di interdizione dal soggiorno, per omicidio 9 Maggio 1905 Figlio legittimo Sposato 2 figli Professione Carpentiere Lavora in proprio Per altri Esercitava realmente la sua professione? Raramente Viveva nell’ozio? Si Era idoneo al lavoro? Si Apparteneva alla popolazione urbana o rurale? Urbana Quali sono i suoi mezzi di sussistenza? Il suo lavoro Grado di istruzione e religione Analfabeta Quale è la sua religione? Cattolica Condotta e moralità Come era considerato nel suo comune? Molto male Aveva il vizio di bere? Si Era dedito al libertinaggio? Si Viveva in concubinaggio? Si La sua condotta e la sua moralità sono pessime. È considerato un individuo molto pericoloso. Lo si è visto raramente lavorare ed è stato oggetto di numerose denunce.

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********** Dal dossier Commissione di classificazione dei condannati ai lavori forzati Visto i documenti dei dossier Visto il decreto del 27 Marzo 1852 Visto la legge del 30 Maggio 1854 Visto il decreto del 02-09-1863 Visto il decreto del 04-09-1891 Considerando che Consolato Raffaele, originario dell’Italia, 28 anni, figlio di Ciro e di Blancacci (Brancaccio) Colomba Stato civile sposato 2 figli, Grado di istruzione analfabeta Condannato il 9 Maggio per omicidio a 8 anni di lavori forzati dall’Assise di Algeri è incorso in una condanna precedente a 6 giorni di prigione per lesioni personali È del parere che sia il caso di inviarlo in Guyana, 3° classe Il 6 Ottobre 1905 Il tribunale di Algeri comunicò al Console italiano la condanna. Quando seppe della condanna, scrisse una lunga lettera a sua moglie con la quale le raccontò la vicenda. Venne rinchiuso nel carcere di Harrach. La prigione era situata nei pressi del porto e vi trascorse più di un anno tra detenuti della peggiore specie: arabi, kabyle5 , berberi, maltesi, neri, bianchi e anche provenienti dalle varie prigioni militari d’Algeria. Le celle, maleodoranti e sporche, ospitavano tra i venti e i trenta detenuti. Per i bisogni personali c’erano solo un paio di secchi di latta; quello che in assoluto più lo torturava era il caldo, un caldo putrefatto, nauseabondo e greve; sembravano bestie rinchiuse, avrebbero venduto l’anima per un po’ d’acqua. Quando si spegnevano i lumi, nella notte si sentivano dei vocii, del parlare piano sottovoce, qualche mome contrattava il prezzo per prostituirsi. 5 - Gruppo etnico algerino. 21


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mischiava le carte e le passava al compagno di sinistra, che a sua volta le rimescolava, tagliava il mazzo e ne estraeva una. Il banchiere riprendeva il mazzo e voltava la prima carta. C’era chi barava e per questo a volte avvenivano risse e accoltellamenti. Il gioco era tollerato dalle guardie, così i forzati erano distratti da altre cose, come anche la possibilità di una rivolta. Al mattino presto i forzati di due gabbie venivano schierati in coperta, sotto il controllo dei goliers armati di fucili. Messi in fila, nudi, con un pezzo di sapone in mano per il bagno mattutino, due marinai manovravano una manichetta antincendio. Al comando si avvicinavano ed un potente getto d’acqua fredda li investiva. Durava pochi minuti, di colpo cessava. «Insaponatevi.» Tuonava la voce. Pochi minuti e l’acqua li colpiva ancora, qualcuno cadeva per la forza del getto. «Lavatevi.» Ancora un ordine secco. Dopo gli stessi minuti l’acqua cessava. «Vestitevi.» L’ultimo ordine. Alcuni ritardatari, tremanti dal freddo e dall’acqua, ancora insaponati e con l’acqua che grondava ancora dai membri e dagli arti, allo scadere del minuto dovevano indossare la divisa ed iniziare la passeggiata mattutina. La mattina successiva alla partenza, mentre un vento freddo sferzava i volti dei trasportati alla passeggiata quotidiana, alla dritta scorreva la costa della Spagna e la città di Estepona, lentamente appariva la grande roccia bianca di Gibilterra, mentre alla sinistra scorreva la città di Ceuta, la Loire attraversava lo stretto per affrontare l’oceano Atlantico con rotta OvestSud-Ovest, destinazione Guyana francese. Il corpo infreddolito sussultava al vento dell’Atlantico del mese di gennaio che portava con sé l’odore salmastro del mare e si infiltrava nei capelli. L’immensità del mare spandeva negli occhi tutta la sua bellezza. Tutte le mattine si ripeteva quel rituale, molti forzati portavano con sé la loro barda per non farsela rubare, con passi cadenzati, lenti giravano in cerchio come automi, intorno alla stiva. La Loire cominciò a beccheggiare e i forzati erano costretti ad appoggiarsi al boccaporto della stiva o alle murate. Camminavano con le gambe divaricate per mantenere l’equilibrio e molti soffrivano il mare. A quelli che lo vedevano per la prima volta si 26


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dei vivi, davanti a noi si presenta una vita da inferno tra esseri della peggiore specie, che non si faranno scrupoli su di te, rimpiangerai il giorno in cui sei nato. Per sopravvivere hai solo una possibilità, quella di opporti. Se cedi adesso diventerai una loro “vittima”.» Le parole entrarono nel cervello del ragazzo come tuoni, invaso dal coraggio di ribellarsi al caid disse: «Non ho quello che voi dite.» Lo spagnolo, che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio, quando tolse la mano dalla tasca stringeva qualcosa che passò in quella del ragazzo. Dopo il passaggio della ronda delle nove tutte le amache furono abbassate, allineate una vicino all’altra con uno spazio di mezzo metro e a un metro dal suolo, gli uomini si abbandonavano al piacere fisico del riposo. Una fioca luce, all’ombra delle sbarre, rigava l’interno delle gabbie. Quella notte si sentiva lo sciacquio del mare contro lo scafo, all’improvviso il ragazzo si sentì afferrare alla vita, si liberò con uno strappo, tutti e due caddero a terra in un tonfo. Si sentirono solo gli urti dei corpi che battevano sul pavimento, si drizzarono afferrandosi petto contro petto, la mano del ragazzo cercò volontariamente il coltello, la lama aguzza brillò come un raggio di luna prima di affondarsi nel petto del caid, che cadde a terra scosso da bruschi sussulti. Accorsero le guardie e quando accesero la luce, si presentò la triste scena: il caid era disteso a terra in un lago di sangue. Dall’inchiesta del comando, nessuno aveva visto o sentito nulla e non trovarono mai l’arma che uccise il caid. Tra i forzati vi era una regola: mai incolpare chi commette il fatto, tanto il morto non può parlare. Durante la traversata quando un uomo moriva, sul giornale di bordo venivano trascritte le coordinate geografiche del punto in cui il cadavere veniva consegnato al mare. Il martellare del motore si attutiva, la nave rallentava la sua corsa fino a fermarsi, sottovento; lo stato maggiore attendeva allineato in coperta, di fronte erano schierati i forzati. Sulla Loire ferma nel silenzio dell’oceano il vento dell’atlantico impregnava l’aria di salsedine, sferzava il viso e arruffava i capelli, il comandante si tolse il berretto, gli ufficiali si posizionarono sull’attenti, un largo segno di croce e subito i due forzati presero il macabro sacco alle cui estremità vi erano legati dei pesi. Al grido di un forzato, bilanciarono il peso: «Uno! Due! Tre!» 31


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refrigerio. Il sudore colava dalle spalle, dalle ascelle e dalla fronte e rendeva i corpi lucidi, esaltando i tatuaggi. A molti si potevano contare le costole per la magrezza a causa della scarsa alimentazione. Quest’ultima cominciava a fare i suoi danni e qualcuno aveva la dissenteria e spandeva la puzza della diarrea per tutta la gabbia. Le corazze degli oblò vennero aperte; attraverso i vetri si vedevano gli spruzzi del mare e quando la nave veniva sollevata, un raggio di sole entrava nella gabbia. I boccaporti dopo i giorni del mare in burrasca furono lasciati aperti anche la notte e la nave con la sua velocità immetteva aria attraverso le maniche a vento che arrivava giù nelle stive. Ciò creava un leggero sollievo per i diseredati e qualcuno si attaccava alle sbarre della gabbia per scrutare il cielo, fantasticando al luccichio delle stelle. Allo spuntare della luna un raggio rivelava la tetra gabbia della Loire. Lunghe ombre si stendevano sui corpi distesi nelle amache. Qualcuno riusciva a trattenere il tremito che gli causava il passaggio del chiarore attraverso i boccaporti della prigione galleggiante. Altri subivano la sottile tortura dei suoi raggi che appariva a intermittenza in un cielo screziato da sprazzi di diamanti. Tra i trasportati non mancavano persone sensibili che soffrivano persino davanti allo spettacolo di un cielo stellato. Si inondavano gli occhi di verde o di azzurro, provavano un senso di angoscia soffocante di fronte al grigio della gabbia mentre il rosso poteva addirittura ferirli. Così come altri soffrivano per l’arrivo del giorno o il calar della notte con la paura del risveglio, per la luce o per il buio. Altri occhi comparvero dietro le sbarre, vitrei, animaleschi, febbrili si inebriavano di una visione meravigliosa, lasciando che la loro anima volasse nell’infinito. Non c’era altro rimedio che abituarsi a quella vita, la sensibilità si nascondeva, si restringeva, presentava ai colpi una superficie sempre più ridotta. Bisognava cancellare il passato, annullare la vita interiore per non morire di nevrastenia. Giravano in fila a torso nudo sotto il bruciare del sole, il mare era uno specchio che rifletteva l’azzurro del cielo, di tanto in tanto si vedevano le ali argentate dei pesci rondine guizzare fuori dal mare. Il caldo umido dei tropici rendeva l’aria pesante, insopportabile. La gabbia dei relegati era di fronte alla sua, quando d’improvviso si sentì un gran trambusto. Due relegati, uno era arabo, si azzuffavano, cadevano, si rialzavano avvinghiati 34


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loro una sigaretta o notizie dall’Europa. L’Île Saint-Joseph era un’isola di punizione per chi non obbediva o aveva tentato un’evasione, ma era soprattutto di prima accoglienza per l’identificazione, il controllo e la destinazione al campo dove venivano avviati. Le guardie ritirarono gli indumenti invernali lasciando ai forzati solo quelli estivi, di nuovo li contarono, presero loro le identità e sulle casacche impressero le matricole. Consolato Raffaele 34683, questo numero fu il suo nuovo nome. Furono tutti radunati nello spazio antistante le baracche, il capo guardiano salì su una panca e con voce alta e ferma intonò il discorso che certamente era di routine. «Ora siete in Guyana. Di quello che avete commesso in Francia, o in altre colonie, a noi non importa un cazzo! Starete qui a espiare, fino all’ultimo giorno, la vostra condanna. Se ubbidite agli ordini vi risparmierete le punizioni che vi garantisco sono molte pesanti. Sua Eccellenza il Governatore dispone della vostra vita. Voglio solo dirvi che come in Francia, anche qui disponiamo della Vedova (ghigliottina). È tutto!» La permanenza sull’Île Saint-Joseph durò quasi due settimane interminabili. Il rancio era scarso e passavano il tempo andando in cerca di qualche cocco o qualcosa da mangiare. I tre: lui, lo spagnolo e il ragazzo, si dividevano quella poca frutta che potevano raccattare in giro. Era trascorsa una settimana, Raffaele stava seduto all’ombra con i suoi amici, fumando in tre una sigaretta, quando accanto a lui si sedette un vecchio. Chiese da fumare e poi iniziò a parlare; si dilungò in un racconto di quell’inferno. Le tre categorie di condannati venivano così distribuite sul territorio: i relegati (recidivi), il cui campo centrale si trovava a Saint-Jean-du-Maroni; i deportati (spie, traditori e tutti quelli che tramavano contro lo stato) venivano inviati sull’Île du Diable; i trasportati (condannati ad oltre cinque anni di lavori forzati) erano così distribuiti: cinque o sei mila a Saint-Laurent-du-Maroni, il bagno penale più grande di tutta la Guyana; trecento a Cayenne, oltre cinquecento a Kourou, settecento (gli incorreggibili) sull’Île Royale, oltre duecento (i puniti) sull’Île Saint-Joseph, senza contare un centinaio di reietti, consumati dalla lebbra, sull’isola di Saint-Louis-du-Maroni ed infine il doublage (liberato). 37


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se ne ricordavano. I golfari alle caviglie consumavano la pelle fino a farlo sanguinare; i piedi erano serrati ad una sbarra di ferro fissata sul tavolaccio su cui dormiva. Chiuso al buio totale in compagnia di cafard11 e di zanzare, gli era anche negata la possibilità di fumare. L’ora d’aria che concedevano la mattina alleviava un poco la sofferenza. Nel cortile interno giravano in cerchio come ebeti, arroventati dal sole che non concedeva perdono. Scontò i due giorni, ritornò alla baracca e riprese il lavoro al laboratorio e quello delle scrocche; aveva bisogno di franchi per comprare un poco di carne e del gris12. In falegnameria la vita era alquanto migliore di quella di altri campi e aveva la possibilità di guadagnare dei franchi. Lentamente incominciava ad entrare in quel mondo ostile. Si premunì, per proteggersi, di un coltello ricavato da una lima. In quell’inferno quasi tutti lo possedevano; da quello dipendeva la vita. Oltre agli zoccoli intagliava pettinesse13 che ricavava dai carapaci delle tartarughe per poi venderle ai guardiani. Erano molto richieste dalle loro mogli e dalle mogli di quelli che appartenevano alla classe dirigente. Fabbricava anche bocchini per sigarette ricavati dalle ossa degli squali. Un giorno arrivò un forzato alla falegnameria che veniva dalla strada “O”. Le sue condizioni erano pietose, molto denutrito al punto da poter contare tutte le vertebre della schiena, indossava pantaloni che arrivavano alle ginocchia, lacerati e sporchi di fango, un camiciotto quasi intero, frutto di uno scambio, il solito cappello di paglia ed era scalzo; ai piedi gli mancavano i due mignoli. Come tanti altri forzati anche lui si era amputato le dita per ottenere un po’ di riposo in ospedale, l’unico posto dove poter alleviare le sofferenze o trovare un poco di calore umano. Entrò nel laboratorio trascinandosi come un sacco vuoto e si sedette un attimo su un piccolo tronco. A lui gli si strinse lo stomaco, si avvicinò e gli offrì il gris, ma quando alzò la testa vide i suoi occhi infossati, il volto aveva il colore di un cadavere, grigio. Annuendo l’uomo disse: «Arrotola tu amico». 14 - Sabbie mobili. 15 - I capelli non me li faccio tagliare neanche da sopra il cazzo. 44


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«A-n-c-h-e-i-o.» Nei giorni successivi capì chi era il suo vicino. La sua storia aveva fatto eco al campo. Era rinchiuso al campo di St Laurent du Maroni da oltre cinque anni. Aveva una forte amicizia con un francese e decisero di evadere, cominciarono a prepararsi per la fuga, tramite un libéré comprarono una piroga e dei viveri che nascosero in un torrente lungo il fiume. Dall’altra sponda si stendeva la Guyana olandese, il cui confine era delineato dal fiume Maroni, che accoglieva bene gli evasi; erano tollerati dalle autorità della colonia, trovavano facilmente lavoro e nella capitale soggiornavano più di un centinaio di evasi. Nel frattempo alcuni forzati del campo con i quali l’amico francese parlò, decisero di unirsi a loro. Una notte serena, quando tutto dormiva si allontanarono diretti verso il punto dove era nascosta la piroga. Al buio scivolarono sull’acqua lasciandosi trasportare dalla corrente e con l’aiuto delle pagaie percorsero i circa due chilometri di larghezza del fiume. Raggiunsero l’altra sponda all’albeggiare e, nascosta la piroga, si inoltrarono nella profonda solitudine della giungla camminando tutto il giorno. Giunse la sera, trovarono una casa abitata da una coppia di giovani coloni olandesi. Nel silenzio della notte, mentre dormivano, entrarono nella camera da letto, legarono il marito e a turno violentarono la moglie sotto i suoi occhi; l’italiano guardava esterrefatto senza poter fermare quella mostruosità. Consumata la violenza uccisero entrambi, gli urli raggiunsero l’altra camera al lato opposto, dove dormiva la loro bambina di cinque anni e la governante nera. Spaventata dalle grida aprì un poco la porta, dalla fessura vide i cinque che si avvicinavano, subito si nascose sotto il letto, entrarono, afferrarono la bambina e quando stavano per sgozzarla l’italiano li fermò, ci fu un acceso diverbio, ad un tratto l’italiano estrasse il coltello e minacciò di uccidere chi avrebbe toccato la bambina. Convinti di essere al sicuro, rovistarono tutta la casa in cerca dei soldi, in cucina mangiarono e bevvero tutto il vino che c’era. Nel frattempo la governante era uscita di nascosto e corsa a chiedere aiuto alla polizia di Albino, raccontando l’accaduto. In poco tempo i po53


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da quando aveva visto l’ultima volta il suo amico professore prima di essere inviato in Guyana. Aveva chiesto alle autorità di essere imbarcato per un viaggio sulla Loire. Amici fin dall’infanzia conosceva il suo segreto che non rivelò mai. Portava con sé dei regali ed una lettera. Ritornò in Francia, quando il giornale pubblicò il suo scritto, tutti i giornali attaccarono il governo che annunciò di prendere delle severe misure al riguardo, tutto quello era intollerabile per un paese civile come la Francia. Rimasero solo parole al vento. L’Amministrazione alla divulgazione di quelle notizie lo punì. Fu rinchiuso nella “Casa degli urli”; sapeva che era la sua condanna a morte. Non vi erano speranze di ritorno tra gli uomini normali, la vita nella “Casa degli urli” terminava nella pazzia vera. Quando aprirono la cella per l’ora d’aria, lo trovarono in una pozza di sangue, si era fracassato la testa battendola al muro. Un paio di forzati lo prelevarono dalla cella, senza neanche cadere definitivamente sotto quattro palate di terra, con la barca lo portarono al largo tra le due isole, il corpo finì tra le fauci degli squali. L’Amministrazione Penitenziaria raggiunse la sua vendetta. Oggi si possono consultare i registri dei detenuti che grazie al lavoro dei reclusi come lui, negli anni hanno registrato migliaia di persone che morirono per “inadatti al clima tropicale”, “morte per suicidi o per pazzia”. Dopo aver trascorso un periodo in Guyana si impara a conoscere i nomi dei forzati più temuti del campo, uomini che hanno costruito la loro fama con la forza, la prepotenza e l’abilità nel maneggiare il coltello, uomini pronti ad uccidere per proteggere il proprio mome. Si avvicinavano ad altri forzati e mangiavano il loro rancio o prendevano i soldi che questi nascondevano nel plan, costretti a sfilarselo sotto gli occhi di tutti. «Il giorno che si avvicina, lo ammazzo» pensò. Era Dedé il caid della sua baracca; dieci giorni prima ebbe una lite con un marsigliese e questo attese il giorno della vendetta. Avvenne di sera nella baracca, vide uno dei compagni che fece scivolare nella mano del marsigliese un coltello appena affilato che infilò rapidamente sotto il ca17 - Tipo di scalpello per intagliare. 18 - Ascoltami bene, da me non avrai un centesimo. 58


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la fine della visita per rientrare da solo al campo, per questo, si è sottratto alla sorveglianza ed è stato causa di ricerche . Aspettare non serviva a nulla, non aveva i cinquanta franchi, andò via. I medici per lo più appartenevano all’esercito francese, venivano distaccati per un periodo di due o tre anni nelle colonie. Generalmente erano molti umani, trattavano i forzati con rispetto, per loro erano degli ammalati come tutti gli altri, e non bestie da abbandonare a se stessi. I forzati cercavano in tutti i modi di farsi inviare in ospedale, dove per la prima volta ricevevano un poco di calore umano. Ma come tutti gli uomini, c’erano medici che commettevano le peggiori nefandezze, sbagliavano di proposito interventi sui forzati per poi aprire i cadaveri e sottrarre il plan. Alla Guyana niente era giusto e tutto era ingiusto. Al buio nella cella gli occhi scrutavano gli angoli in cerca di canard21; dopo un certo periodo ci si abitua a mangiare quasi tutto. I due giorni li trascorse la maggior parte disteso sul tavolaccio ad alleviare i dolori della stanchezza. Nel plan aveva ancora del trinciato, trovava sfogo alle ingiustizie nelle sigarette. Due giorni possono sembrare una eternità, un mese può trascorrere veloce, al campo dove è un rituale continuo dello svolgere la vita, il tempo perde la sua lunghezza creando false illusioni, ed erano queste illusioni che vecchi libres raccontavano di aver scontato un anno di detenzione. Ritornò alla baracca sul pontile, il tempo trascorreva lentamente e il suo stato fisico migliorava, si nutriva di pesce che pescava nel fiume, con i soliti guadagni comprava qualche scatola di latte condensato. Si avvicinava la fine della stagione delle piogge per lasciare posto a un clima secco, dove al sole soltanto gli animali potevano sopravvivere; gli alisei portavano an22 - Venga , le faccio vedere il lavoro da fare. 23 - Lo poggio qui sopra, le serve qualcos’altro? 24 - Non vorrei essere scortese, ho fame. 25 - Venga, ho preparato la colazione. 26 - Siediti. 27 - Signora, questo è proibito. 28 - Si sieda e stia zitto! 67


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per delle ore. Sognò i suoi capelli sciolti che si allargavano composti sulle sue spalle, i piedini scalzi affondavano nella sabbia bianca e per non bagnare la gonna dall’onda l’alzò fino al ginocchio, e, oh che delizia! pensò, non sapeva se era più bianca la sabbia o la sua pelle o se erano più belle le sue gambe o la sua vita piccola. Si riaddormentò. Giunse all’appello con cinque minuti di ritardo, il capoguardia annotò il suo numero di matricola. ********** Dal dossier Richiesta di punizione Due notti di prigione Il condannato n° matricola 34683 Consolato All’appello si è presentato con cinque minuti di ritardo Il sorvegliante militare Les Roches - Kourou 13 Giugno 1907 Era trascorsa una settimana da quando era uscito dalla cella, ed ecco che ritornava. Ritornava per un sogno felice di aver sognato, mai si era pentito di scontare giorni di prigione, mai avrebbe rimpianto le cause per cui li scontava, non vendeva l’anima a nessuno e nessun prezzo comprava la sua anima, anche gli assassini hanno la loro dignità. Viveva la condanna nella estraneità dei falsi, dei Giuda e di tutti quelli che vendevano un compagno per entrare nelle grazie di un capoguardia per un posto migliore o impossessarsi di un ragazzo. Alla Guyana si era perso il senso dell’essere umano. Nel corso degli anni i detenuti avevano tappezzato di nomi i muri delle celle. Si leggevano nomi italiani, francesi, spagnoli, greci, maltesi e di molti altri paesi. Scontato i due giorni di punizione ritornò al pontile, vi era ormeggiata una barca che aveva infiltrazioni d’acqua. Aiutato da altri, la svuotarono e la tirarono sulla sponda del fiume. Iniziò il lungo lavoro, tra il caldo umido e il ronzare delle zanzare che, anche attraverso la camicia, riusci-

32 - Tasselli di legno duro. 33 - Ma andate a fare in culo. 70


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che stramazzò a terra, immobile; il sangue si spandeva intorno formando una chiazza. Accorsero le guardie e con i bastoni lo colpirono fino a farlo stramazzare, sanguinante lo ammanettarono. Quando lo portarono via gridava come un forsennato. L’omosessualità era così diffusa che venivano registrati o marchiati, RAP per chi era omosessuale o PP per chi era passivo. Negli angoli discreti a cui non giungeva la luce fioca del lume ad olio, né lo sguardo degli altri, si sentivano fremiti e singulti, strilli atroci e agghiaccianti di ragazzi. La foia, il delirio bestiale della fornicazione giungeva dalle latrine. Un bivio di Sodoma eretto all’ombra di una civiltà borghese benpensante, ad onore e gloria della giustizia penale francese. Erano trascorsi quaranta giorni da quando era tornato dall’isola di San Giuseppe, e venne assegnato alla squadra dei trasportatori: trascinavano nel fango tronchi pesantissimi fino alla segheria. Chiese il permesso di allontanarsi per i bisogni corporali e si inoltrò nella giungla; poco dopo tornò con due manghi raccolti da una pianta, cercò di nasconderli ma fu scoperto dalla guardia. ********** Dal dossier Richiesta di punizione Il trasportato n° matricola 34683 Consolato Due notti di prigione Furto di mango all’interno del parco dei lavori Les Roches – Kourou il 28 Ottobre 1907 Pensava sempre di più alla fuga, a come affrontare il mare, occorrevano persone adatte, persone di cui fidarsi. Di quella breve stasi approfittarono i detenuti di fatica per portare il rancio, che consisteva in un paio di fagioli che galleggiavano in un brodo dal colore indefinibile. Le due notti trascorsero, poi il rumore della chiavarda annunciò l’uscita sotto una pioggia 34 - Tavola che si ribaltava. 77


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scarpe. Molti si trovavano al mercato, senza un “sous” e con aria affamata alla ricerca di qualcosa da raccattare, raccoglievano frutta calpestata o verdura caduta, quasi tutti vivevano ai margini della foresta. Non mancavano quelli che commettevano reati di proposito per ritornare al penitenziario, dove trovavano una ciotola di brodaglia e un tavolaccio per dormire. Alla fine, per quanto strano possa sembrare, la più atroce non era la vita da forzato, ma quella da libérés. Non si era scimmia per arrampicarsi sugli alberi a cogliere frutta, non si era belva per catturare prede, non si era uomo per avere un lavoro. «Dupint, ho bisogno di un amico per un lavoro rischioso, vuoi aiutarmi?». «Cosa devo fare?» «Devi accompagnarmi dallo spagnolo, da solo mi notano subito, in due ho più possibilità di arrivarci.» «Va bene, quando?» «Domani.» Trascorse le prime ore della mattina nella baracca sul pontile, in una striscia di tela che cingeva la vita vi nascose del tabacco e dei franchi da portare allo spagnolo, poco dopo fece segno a Dupint. Si trascinavano nel caldo lungo la via che costeggiava il fiume Kourou. Giunti, trovarono l’amico con un piede infetto. Gli presentò il francese. Non si accorsero che il tempo passava veloce, quando giunsero alla baracca sul pontile trovarono le guardie in fermento. Il capo guardiano senza processo decise la fustigazione, come al tempo delle galee. Fu disteso nudo fino alla cintola a faccia in giù su un tronco, i detenuti erano costretti ad assistere: uno gli teneva le gambe tese, l’altro le braccia e il terzo lo colpiva con la corda catramata. La fustigazione poteva procurare lesioni gravi o persino la morte, soprattutto per i condannati di debole costituzione o di bassa resistenza. Fin dal primo colpo il sangue scorse sulla schiena. Tra quelli costretti ad assistere c’era chi abbassava la testa per non vedere quello scempio sui corpi, ma riceveva una forte bastonata sulla schiena per alzare la testa. «Splaf!». Il secondo colpo segnò un altro lungo solco. «Splaf!... Splaf!». Non un gemito o un lamento, i colpi schioccavano 84


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********** Dal dossier Commissione disciplinare del 18 Aprile 1908 Ha mangiato tra le file ed ha preso in giro con il suo atteggiamento il sorvegliante che gli ha fatto l’osservazione 15 giorni di reclusione cellulare Les Roches - Kourou Firmato i membri della commissione L’isola di San Giuseppe: si diceva che in sessanta anni da quando furono costruiti gli edifici nessuno era mai riuscito ad evadere. La mattina presto ventisei forzati vennero imbarcati sulla chiatta, incatenati e ammanettati. Tra loro molti soffrivano il mare e quel poco di caffè che avevano bevuto alle prime ore del mattino ora lo rimettevano fuori bordo. Di fronte a lui sedeva il comandante delle guardie che lo fissava. Poi lui ruppe il silenzio: «Comandante, visto che questa bagnarola fa acqua da tutte le parti, se affonda, noi forzati andiamo al fondo per il peso delle catene e per le manette che abbiamo, ma in acqua venite anche voi e di certo i pescicani non faranno distinzione tra i buoni e i cattivi». «Hai fatto un’ottima osservazione, complimenti» rispose il comandante. «Complimenti anche a lei comandante, per il coraggio che avete a stare su questo rottame.» «Vedi figliuolo, quando posso cerco di evitare di scortare voi forzati sulle isole, questa chiatta è da un bel po’ che deve essere demolita, ma L’Amministrazione aspetta che coli a picco per incassare i soldi dell’assicurazione, spero che quel giorno non ci sia anch’io sopra.» Giunti sull’isola, presero la strada che portava al Castello; si vedevano forzati che circolavano liberamente, potevano svolgere alcuni lavori tranne quello di prepararsi i pasti; quei forzati prevalentemente erano prigionieri politici, ripudiati dal governo. Lentamente l’oscurità scese, gli occhi si abituavano al buio della cella. A volte arrivava a odiare se stesso. Rimase seduto sul tavolaccio per ore a fissare il vuoto, per alcuni era il preludio della pazzia, per altri il riassunto della loro vita. 89


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dagno, prima di andare via gli chiese se sapeva qualcosa del ragazzo francese. Gli rispose che era stato assegnato alla squadra per la raccolta della spazzatura, secondo il suo parere il padre del ragazzo aveva corrotto qualche funzionario per farlo assegnare a quel lavoro, qualcuno aveva detto che era un medico molto conosciuto in Francia. Giunse al laboratorio dopo più di un ora, trovò un fermento di guardie che lo aspettavano, altri nel campo erano in cerca di lui. ********** Dal dossier In punizione Il condannato n° matricola 34683 Consolato terza classe Per essersi assentato dal laboratorio per un ora e un quarto e per aver fatto scattare le ricerche 23-07-1908 Trascritto a registro Commissione disciplinare del 03-10-1908 Assenza dal suo cantiere senza autorizzazione Punizione cellulare 15 giorni di prigione Il sorvegliante militare L’argousin aveva completato la chiusura delle manette e dei golfari del chaine (catena) in fila per due si avviava scortato fino al pontile dove era ormeggiata la chiatta che li avrebbe portati sulla San Giuseppe. Al chiudersi della porta della cella si trovò avvolto dall’oscurità, lentamente gli occhi si abituavano, si tolse il plan e arrotolò una sigaretta, rimase seduto sul tavolaccio per ore a fissare il vuoto. Lo attendeva ancora una volta il supplizio del buio, di brodaglia e pane secco, di urla di disperati, di pianti a dirotti o di suicidi con coltelli tirati fuori dai plan. Per quei forzati che si erano meritati la galera così era la vita, uguale per tutti, uguale a quella di un maiale, mentre quelli che dopo aver sgobbato tutta la vita, ridotti a delinquere, finivano in uno di quei carnai umani, chiamati campi, a marcire nel fango o in una cella sporca, con un'unica differenza che a ingrassare erano quelli dell’Amministrazione carceraria. 94


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cellenza, mi perdoni, voglio chiederle se può far trasferire un amico dal campo agricolo, ha un piede infetto». Elargì un sorriso e gli promise che quanto prima lo avrebbe fatto trasferire. Si allontanò di qualche passo, tornò indietro: «Vous je m’excuse pour celà que vous ont faite.»47 E si allontanò. Ora gli restava ancora il ragazzo, non poteva abbandonarlo, doveva escogitare qualcosa per portarlo al laboratorio, non poteva lasciarlo a Kourou. La giustizia non concedeva una seconda possibilità, i ragazzi venivano trattati come delinquenti abituali e nelle galere trovavano scuola per diventare ladri o rapinatori, assassini o stupratori; la maggioranza dei ragazzi erano relitti lasciati alla foia di delinquenti abituali, l’unica speranza restava l’evasione. Il caldo lo opprimeva, rivoli di sudore scendevano lungo la schiena appiccicando addosso la camicia che non poteva togliere, sull’acqua del fiume brulicavano sciami di zanzare che con le punture riducevano il corpo in un gonfiore dolorante, perforavano persino le casacche e i pantaloni. Inoltre bisognava fare attenzione agli alligatori che si lasciavano trasportare dalla corrente del fiume, serpenti velenosi e animali sconosciuti; bagnarsi si rischiava di essere divorati dai piraña o dagli aimari, vi era un pericolo costante. Era intento alla riparazione di una barca quando si avvicinò un incaricato della flottiglia e lo rimproverò del suo operato, lui incazzato scattò in piedi: «Tu nun sî u ngignére r’u cazzo. Chistu lavoro nunn u faccio, fattìllo tu si vuo’!»48 ********** Dal dossier In punizione 34683 Consolato 7 Dicembre 1908 Riparando un’imbarcazione sul lungo fiume ha risposto a un incaricato della flottiglia, che gli faceva un’osservazione sulla riparazione da effettuare: Oh! voi non siete l’ingegnere qui; e poi io non farò il lavoro, fatevelo da solo, se volete! Dopo si è allontanato dal lavoro e si è immediatamente dato malato. 08-12-1908 99


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te lo ficco in gola, in questo posto di merda non ho più niente da perdere». Spaventato aprì il cassetto e consegnò il denaro,usciti, subito dopo sparirono tra i forzati del campo, tornarono al laboratorio. Alla barca prescelta iniziò a lavorare al pagliolo per ricavare un nascondiglio per depositare i viveri; la fuga li rendeva nervosi ed eccitati, si avvicinava il momento tanto desiderato che metteva fine a una orrenda condizione di vita. «Il destino non esiste» si diceva «ma lo si crea». La mente era occupata da pensieri speranzosi che guardavano al suo futuro; quei momenti di sogni tanti attesi ora stavano per diventare una realtà. Esaminava e controllava ogni particolare, discuteva con i compagni dei dettagli o se era da cambiare qualcosa. La sua esperienza era data dai racconti di altri forzati con evasioni fallite, era da loro che aveva appreso molte notizie utili. Un pomeriggio durante l’ora della siesta stesero la lista dei viveri che comprendeva: 15 pagnotte, scatole di sardine, scatole di carne, carne salata, una bottiglia di olio, barattoli di latte condensato, the, sale, tabacco, cartine, farina di tapioca, una bottiglia contenente fiammiferi, una bottiglia di cachaça (distillato di canna da zucchero) carbone, bussola, una carta nautica ed infine 4 taniche da 20 litri per l’acqua potabile. L’unica persona in grado di fornire le taniche era il meccanico addetto alla conduzione della centrale elettrica, nessuno avrebbe potuto procurarle a causa del loro volume, troppo grande. I viveri l’unica persona in grado di procurarli era il guardiano della baracca. Tutti erano a conoscenza che rubava dalle provviste destinate alle isole, era capace di procurare anche una donna, se la chiedevi; lesse il foglio e capì che servivano per una bella ma non fece commenti, in Guyana tra forzati non si chiedeva delle evasioni, si doveva aiutare chi tentava la fuga, erano regole che si erano imposto e che tutti i forzati rispettavano, anche i più abietti. Prima di lasciarlo lo avvertì: «Se per qualsiasi ragione mi arrestano, o vengono a perquisire nella falegnameria, o trovo le guardie che mi aspettano o mi colpisce un fulmine, giuro che ti troverò e quel giorno rimpiangerai di essere ancora vivo, ricordalo sempre». 108


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Posato su un tronco d’albero alla deriva, un piccolo uccello rosso carminio si lasciava trasportare dolcemente dalla corrente verso il largo sotto il sole infuocato, era uno spettacolo scultoreo del mare. I raggi infuocati del mattino li riportò alla realtà della fuga; in lontananza a babordo una striscia scura delineava la costa, speravano che nessuna imbarcazione francese li avvistassero, ma di più non potevano spingersi al largo, vi era il rischio che le correnti li allontanassero dalla costa. Speravano di approdare presto in Guyana inglese ma il vento continuava a scarseggiare; la prima tanica di acqua era quasi finita. Dupint preparò la tapioca con olio, divisero due scatolette di tonno e infine accesero due sigarette. Nella pace della notte che si avvicinava luci argentee si dilatavano e sembravano galleggiare sulla superficie tersa del mare, poi un forte sciabordio contro lo scafo li ridestò, il vento iniziò a soffiare fino a tendere la vela, l’imbarcazione ora avanzava veloce, il mare iniziava a incresparsi risvegliando un sollievo di speranza. Manovrava la scialuppa facendola avanzare con estrema precauzione. L’alba lo trovò al timone stanco e assonnato, lo spagnolo si avvicinò dandogli il cambio, bevve un poco di the e si addormentò. Quel giorno il sole era nascosto dalle nuvole, il cielo e il mare formavano un’unica massa con la terra offuscando l’orizzonte; nell’aria vi era una forte umidità, penetrava le casacche appiccicandole addosso, si posava sulle mani e fra i capelli come rugiada, in quella pallida luce i volti degli uomini mostravano le orbite infossate, gli occhi brillavano in modo strano mentre guardavano il mare increspato, l’unico aspetto che percepivano del giorno era l’influenza sul colore del mare. La corrente del golfo che scorreva come una spirale dai Caraibi risaliva fino al Nord atlantico. Questa li avrebbe aiutati a guadagnare tempo, ma lui non sapeva di questo effetto naturale, ciò che lo preoccupava era la mancanza di un punto di riferimento per tenere la barca in rotta verso la costa; il vento da tribordo teneva la vela sempre gonfia, leggeri spruzzi davano all’aria l’odore del mare. Al mattino trovò il ragazzo al timone, per tutta la notte aveva governato la scialuppa dimostrando la sua maturità, lo svegliò porgendogli un barattolo con il latte che Dupint aveva preparato, spezzò due gallette che 115


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ferita, esse lentamente si rimarginavano. Seduti accanto al capo villaggio, consumavano il cibo che veniva offerto, era un compito delle donne servire, venivano portati su foglie o in gusci di cocco. Il loro alimento era prevalentemente di rane, pesci che pescavano con le frecce nei fiumi abbondanti, tartarughe marine, banane, camaleonti e scimmie; anche le palme facevano parte dei loro alimenti. L’intero villaggio viveva sotto un tetto comune chiamato schabono (Xabono), coperto con fronde di palma, aveva la forma ovale con la parte centrale aperta (Bono). Questo spazio era liberamente accessibile e serviva come un parco giochi per bambini, ma anche luogo di incontro per le danze rituali, la sua dimensione era pari a circa sessanta - ottanta metri. Sotto il tetto le divisioni venivano marcate da pali di sostegno che dividevano le case individuali. Gli schabono venivano costruiti con tronchi d’alberi e liane provenienti dalla giungla. Vicino scorreva il corso d’acqua che sfociava sulla spiaggia. La vita al villaggio trascorreva lentamente tra le grida dei bambini che giocavano. Seduto vicino al corso d’acqua ascoltava il suo rumore, il frusciare delle foglie, le grida degli uccelli quasi a inebriarsi di quella musica, gli uomini andavano a caccia mentre le donne erano addette al mantenimento dei figli. Le vedeva preparare il cibo, macinare la tapioca e tutto quello che comprendeva la vita del campo; dormivano su stuoie di fibre stese a terra. Per otto giorni rimasero nel villaggio indios, poi decisero di andare via, raggiunsero il capo villaggio nel suo spazio-casa e videro che appeso ad un palo vi era un berretto della polizia olandese, solo allora capirono su quale territorio si trovavano, con i gesti spiegarono al capo che dovevano partire e che gli occorrevano dei viveri: l’indomani avrebbe mandato i migliori cacciatori a procurare loro la selvaggina. Al ritorno dalla caccia portarono rane, pesci, camaleonti e un paio di scimmie uccise. Accompagnati da una decina di indios raggiunsero l’imbarcazione; dopo aver caricato le provviste che comprendeva anche caschi di banane, mango, farina di tapioca ecc., spinsero la barca in mare e in fretta si allontanarono con la vela spiegata. Raggiunto il largo la barca iniziò a rollare dolcemente dalla fiancata di babordo e, virando puntò verso il Nord accompagnata dal vento. 118


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«Ho un conto in sospeso, poi se Dio vuole me ne andrò!» Continuò a fumare la sua sigaretta. Dopo poco lo spagnolo gli disse: «Perché non vieni anche tu in Portogallo, là saremmo al sicuro e ho degli amici che ci possono aiutare». «No!» Ormai il vento era calato completamente, la bonaccia si prendeva gioco di loro, per quanto tempo sarebbe durata? Il ragazzo propose di mettere in mare i remi: «Non serve a nulla guadagnare poche centinaia di metri, è meglio che ti siedi e dormi». I viveri che avevano ricevuto erano per sette o otto giorni, gli imprevisti erano sempre in agguato, circondati dalle macchie scure dei sargassi, immobili all’apparenza, queste alghe percorrevano distanze enormi. Quando il ragazzo li svegliò il sole era già alto, il vento gonfiava la vela e spesso onde si rompevano sulla fiancata dell’imbarcazione riversandosi all’interno. Avevano lasciato la terraferma da quattro giorni, ora che il vento si era alzato speravano di guadagnare il tempo perso. Il vento aumentò la sua intensità, la piccola imbarcazione veniva sollevata ogni volta che il mare si alzava, galleggiava miracolosamente alla mercé dell’oceano, pareva solo una cosina minuscola, a volte grande quantità di schiuma biancheggiante simile a neve invadeva l’imbarcazione e spandeva nell’aria l’odore del sale. Qualche gabbiano li accompagnava planando sul vento o volando obliquamente seguendo l’imbarcazione; manovrare la barca era un’atrocità, le onde che ora arrivavano erano ancora più imponenti, sembravano sempre sul punto di rovesciare la barca in un ribollire di schiuma, stavano entrando in una burrasca. La speranza di arrivare fra qualche giorno era completamente svanita, si trovavano a lottare contro una forza naturale completamente ostile verso di loro. Lo spagnolo chiese se era il caso di ammainare la vela, «per adesso tiene bene, se il vento aumenta la ammainiamo.» Scese la notte, le onde biancheggianti avanzavano e defluivano al chiarore della luna, il vento accompagnava con il suo colore il suono della voce dell’oceano. All’alba nella barca c’era uno sciabordio d’acqua, il ragazzo con il carapace aggottava l’acqua. Era troppo stanco per pensare a quello 125


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e si lanciava in avanti, facendo sobbalzare gli uomini aggrappati alle panche, qualcuno cercava di aggottare con la latta. I tre si sentivano abbandonati, qualche mugugno o imprecazione. D’altra parte dimostrare la loro fragilità era da sciocchi, dentro, indubbiamente lo erano. Gabbiani bianchi volavano sopra di loro, vicini e poi lontani, a volte si posavano sul mare accanto a zattere di alghe marroni che si lasciavano cullare dalle onde, spesso si avvicinavano molto fissandoli con quegli occhietti simili a perline nere; uno si avvicinò posandosi sul parapetto suscitando l’invidia degli evasi, in quel momento avrebbero voluto che le loro braccia divenissero ali. «Se la barca non si riempie d’acqua, non c’è altro da fare» disse. Gli evasi che naufragano sono una cosa a sé, anche se qualcuno è preparato per questa eventualità non hanno l’esperienza di sopravvivere per un lungo periodo in mare, soprattutto in una tempesta. Il camiciaio si mise con cautela in piedi aggrappato all’albero, dopo che la barca si era sollevata su un’onda imponente. Disse di aver visto un faro, cercò con gli occhi verso il punto dove indicava, non vedeva nessun faro, alla fine arrivò un’onda più gentile delle altre e perlustrò l’orizzonte con lo sguardo, non vi era nessun faro e non si vedeva la costa. Dei quattro che si trovavano sull’imbarcazione, nessuno aveva dormito per un tempo che si poteva definire degno di aver dormito; il sole e il riflesso del mare bruciavano la pelle, manovrare la barca con la stanchezza diventava sempre più impegnativo, le loro schiene si erano abituate a quei sobbalzi, mentre scivolava sulle onde lunghe e imponenti ascoltavano la loro voce. I giorni nascevano e tramontavano in un fragore, solo uomini spinti dalla forte disperazione di lasciare alle spalle l’inferno della Guyana potevano avventurarsi sull’oceano in una piccola barca, in quella grande immensità si sentivano finalmente liberi. La prima settimana defluì; al pomeriggio la violenza della tempesta era sensibilmente diminuita e poiché anche la furia del mare si era un poco calmata, vedevano ancora qualche speranza di salvarsi. Alzarono la vela che al vento subito si gonfiò. Governare era ancora molto faticoso, questo non impediva una sobria allegria. Sulle schiene le vertebre apparivano sotto la pelle, si erano perfettamente abituate a mantenere l’equilibrio, cavalcavano la barca che pareva un puledro come fossero circensi. 128


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Mentre davano le loro generalità l’ufficiale prendeva appunti su un taccuino; raccontarono l’evasione da Kourou e le vicende vissute, l’approdo a Tomatai, la morte dei due compagni. Ascoltavano in silenzio, alla fine il capitano si alzò, stava per andar via quando lui gli chiese dove era diretta la nave: «Casablanca» disse e andò via senza nessuno accenno o commento; poco dopo un marinaio portò da mangiare. Non essendoci altre cabine il capitano assegnò loro l’infermeria, era composta da quattro cuccette disposte due per lato, ad una parete due vetrine conservavano i farmaci, al centro una lettiga funzionava per interventi di pronto soccorso, di fronte una porta accedeva al bagno. Era una nave da carico con poche cabine destinate ai passeggeri, trasportava merce varia e proveniva dal centro America, aveva fatto scalo a Porto of Spain (Trinidad) e imbarcato altri passeggeri tra cui il vice Console e la moglie. Trascorsero pochi giorni le piaghe si rimarginarono; lentamente riprendevano le energie e ristabilitisi il capitano assegnò loro dei compiti; lo spagnolo fu destinato in sala macchina, il ragazzo in cucina come aiuto cuoco, lui a svolgere lavori di carpenteria. Il giorno era nato da poco, si sentiva nell’aria ancora l’umidità della notte; si recò nel laboratorio di carpenteria situato a poppa sottocoperta, raccolse gli attrezzi in un cassetto e si recò sulla plancia. Il marinaio di guardia gli offrì del caffè. Iniziò il lavoro ai corrimani delle passeggiate esterne, erano in legno di mogano. Si svegliava alle prime luci dell’alba, un’abitudine che non aveva perso, quel giorno era afoso e soffocante, seduto sulla panca della passeggiata aspettava che il sole si alzasse all’orizzonte. Prese gli attrezzi dal cassetto e iniziò il lavoro, raschiava la vernice vecchia sotto il sole che arroventava anche le lamiere della nave, il capitano gli mandò un cappello coloniale, che sostituì con quello di paglia, e una camicia a maniche lunghe per coprirsi anche le braccia, alternava il lavoro da un lato all’altro della nave in modo da lavorare all’ombra. Nel tardo pomeriggio era intento al lavoro quando lo raggiunse un marinaio, insieme si recarono sul ponte; il capitano gli offrì il the che bevvero insieme, anche caldo trovò che era un sollievo. Dedicava i pensieri al lavoro per tenere lontano quelli del ritorno, scorgeva dal ponte gli sguardi dei passeggeri, quei sguardi lo ferivano più di ogni altra cosa. Lo strato di 135


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Al forte bagliore dei forni il volto del paffuto fuochista era ricoperto di polvere di carbone, della sua maschera nera si vedevano solo le orbite dei suoi occhi, s’affannava con la sua pala, nel silenzio come se avesse perduto la lingua; il capo fuochista bestemmiava e schiamazzava come un pazzo furioso contro tutto e contro tutti. «Dateci sotto con le pale!». Gridò. Quando lo scroscio dell’acqua rotolante in coperta si calmò e la folle lotta si calmò, gli sembrava che il silenzio avesse avvolto tutta la nave; il mare percuoteva i suoi fianchi per ricadere dalle aperture nelle murate in un spumeggiare di mare. Attraverso lo squarcio di una coltre di nuvole, la nave rollava su un manto nero, si sollevava e ricadeva sempre più lentamente. «Ancora non è finita!», disse il capitano. Guardò la nave solitaria che si affannava, l’aria immobile sotto un lembo di cielo sfavillante mentre un pugno di stelle sembravano guardare la nave intensamente. Nella sala nautica totalmente al buio, il capitano accese un fiammifero e aguzzando gli occhi avvicinò la fiammella al barometro la cui testa di vetro ciondolava unisono all’inclinometro senza posa, come le pesante tende poste ai lati. La colonna di mercurio era ancora bassa ma tendeva a salire. Per parecchio tempo si videro sulla superficie marina soltanto bollicine. In una splendida giornata di sole, la nave galleggiava sullo specchio d’acqua scintillante come se lì non ci fosse mai stato altro che calma e pace. Una brezza trascinava il fumo lontano verso poppa, agli occhi dell’equipaggio e dei passeggeri, che brillavano di una luce serena, la nave sembrava essere uscita da una battaglia; era incrostata di sale fino alle formaggette degli alberi, la ruggine cominciava ad apparire, il fumaiolo sarebbe sembrato un grande cilindro arrugginito. Sul ponte, il bricco per il thè, i libri, compassi, squadre ed altri oggetti per la navigazione erano rotolati sul pavimento, le carte nautiche erano conservate nel lungo cassetto del tavolo carteggio, pezzi di vetro scricchiolavano sotto le scarpe dei marinai, nelle salette e nelle cabine era tutto un rottame, sedie sbattute contro le pareti, cassetti divelti; il danno maggiore che la nave aveva subito erano le scialuppe di salvataggio finite in fondo al mare. 140


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«Cosa vuoi dire?» «Scrivere non serve a nulla, è la persona la lettera che deve arrivare, se mai ci arriverò.» «Perché non dovresti arrivare? Siamo quasi a casa.» «Ho paura! Paura del ritorno.» «No! Amico mio, non hai paura, abbiamo vergogna di mostrare tutto il male che ci hanno fatto, vorremmo correre e fuggire da noi stessi, siamo vivi fisicamente ma hanno distrutto la nostra anima, vorrei, come te, che tutto questo fosse un brutto sogno.» Il tempo trascorreva inesorabile, prima che finivano i soldi pensarono di cercare un lavoro, ma era rischioso, potevano incappare in un controllo della polizia, a pochi passi da casa era da stupidi rischiare. Il traffico navale era fiorente, a Casablanca arrivavano decine di navi così pensarono di aprire un’attività nei pressi del porto, lì sapevano destreggiarsi. Presero un piccolo locale e misero su un negozio di abiti per equipaggio, compravano la merce alla casbah e la rivendevano ai marinai, l’attività rendeva abbastanza da poter vivere, inoltre lui aveva la possibilità di sapere l’arrivo di qualche nave italiana, il suo pensiero era di imbarcarsi clandestinamente per l’Italia. Dopo circa due mesi, un pomeriggio arrivò una nave italiana a caricare fosfato. Nella mente si susseguivano mille idee, decise di attendere al varco l’equipaggio che andava in franchigia. Al calar della sera, nella penombra, aspettava, poco dopo due uomini attraversarono il controllo al varco, uno di loro schiarito dalla luna sembrava di conoscerlo, li seguì e giunti ad un incrocio si avvicinò: «Buona sera.» Nel voltarsi lo riconobbe, era il nostromo della nave. Questi lo guardò come se fosse un fantasma uscito dal nulla; ripresosi dallo stupore disse: «Don Rafè, che ffacite cca?»57 «So’ ddui misi ca stò cca; a nave addó va?»58 «A Ggenova, partimmo rimanesséra.»59 «M’aggio ’a mbarcà, è ll’ora ’i turnà â casa.»60 «Rimanesséra aspettàteme î nnove, fora û varco, v’arraccumanno, nu ttricate, û riesto nce penzo io.»61 Quel giorno gli sembrava particolarmente caldo, perline di sudore im145


Raffaele Madonna

pregnavano la fronte, aveva la sensazione che i raggi del sole penetrassero nella carne provocando un dolore lacerante, si effondeva nell’anima una triste opacità, era l’inquietudine prodotta dell’attesa di imbarcarsi, era giunto il momento di lasciare per sempre i suoi amici: «Che cosa mi sarebbe successo se non evadevo con loro?» Aveva gettato l’inspiegabile domanda all’aria. «Quanto è aberrante la vita.» Spesso con loro aveva diviso il pane o i morsi della fame, sofferto nello stesso silenzio, si era portato la mano allo stesso coltello, si era diventati fratelli. Se solo poteva sapere che avevano raggiunto la loro meta, ma tutto ciò non era possibile, la vita crudele gli imponeva di lasciare tutto alle spalle, con le sue domande senza risposta, ma ora che stava per raggiungere il suo intento, questo non bastava a placare il suo fremito. Per calmare l’agitazione uscì per una passeggiata. I pensieri si sovraffollavano nella mente. «Di ogni crudeltà o aberrazione che possa esistere questa è la più crudele.» Il tempo corse veloce, si accorse che mancava poco tempo a mezzogiorno, quando giunse al negozio notarono il suo nervosismo, il suo sguardo assente. Poi ruppe quel silenzio: «Andiamo a pranzo, a cinque minuti c’è un ristorante.» «È l’ultimo pranzo, vero?» Chiese lo spagnolo. Non rispose. Seduti al tavolo raccontò l’incontro con il suo amico e che quella sera si sarebbe imbarcato clandestinamente; non disse altro, il silenzio parlò per lui. Appoggiato alla soglia del negozio con la sigaretta tra le dita guardava il porto che si stendeva d’avanti: alle sette raccolse tutto il coraggio «Non so cosa dirvi, maledico questo momento, maledico la morte di una profonda amicizia, anche se dovrei gioire non riesco, è a voi che devo la vita, resterete nel mio cuore fino alla fine dei miei giorni, il giorno che ci incontreremo verrà e quel giorno sarà eterno.» Lo guardarono senza proferire una parola, dagli occhi del ragazzo sce62 - Ragazzo la libertà non si compra, bisogna guadagnarla! 146


Era mio nonno

********* Dal dossier Parigi il 18 Aprile 1910 Soggetto: il trasportato evaso Consolato Raffaele Il Ministro delle colonie Al sig. Presidente del Consiglio Ministro dell’Interno e dei culti (sicurezza generale) Con lettera del 9 Aprile corrente n°822 A10 Il sig. Guardasigilli Ministro della Giustizia mi ha comunicato un rapporto del Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Algeri che porta a conoscenza che il Console d’Italia, in questa città, e l’ha informato dell’arresto a Torre del Greco, provincia di Napoli (Italia) del trasportato Consolato Raffaele n° 34683, evaso dalla Guyana. Ho l’onore di farvi sapere che il trasportato Consolato Raffaele, nato nel 1876 a Torre del Greco, provincia di Napoli (Italia), figlio di Ciro e di Blancacci (Brancaccio) Colomba, professione carpentiere, era stato condannato il 9 Maggio 1905 a 8 anni di lavori forzati e 20 anni di interdizione dal soggiorno, dalla Corte d’Assise di Algeri per omicidio, è stato inviato nell’Ottobre 1905 in Guyana, da dove è evaso il 24 Maggio 1909. Questo individuo rientra nell’applicazione dell’articolo 7 della legge del 30 Maggio 1854 ********** Dal dossier Parigi il 18 Aprile 1910

63 - Vi dobbiamo dire una cosa importante,ma prima vogliamo la vostra parola che non succederà nulla. 64 - Dite. 65 - Stamattina al cantiere è venuto il marsigliese per commissionare un peschereccio. Gli amici vi mandano a dire che è tutto finito e di stare calmo; pensate alla vostra famiglia. 151


Raffaele Madonna

Il Ministro delle colonie Al sig. Guardasigilli, Ministro della Giustizia (affari criminali e grazie – 1° ufficio ) Nel rinviarvi la comunicazione del Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Algeri, unita alla vostra lettera del 9 Aprile scorso n°882 A 10, relativa al trasportato Consolato Raffaele, ho l’onore di comunicarvi che le informazioni contenute in questo documento sono esatte. Il trasportato suddetto è in effetti evaso dalla Guyana il 24 Maggio 1909. Le informazioni fornite dal sig. Console d’Italia ad Algeri sono portate per mezzo nostro alla conoscenza del Presidente del Consiglio, Ministro dell’Interno e dei culti. Il sig. Direttore Signe: G. Schmidt Il telegramma diceva semplicemente: “prid. Signora Loffredo MariaSono a Genova stop- inviatemi soldi stop- Raffaele stop.” Lei vacillò un attimo, si sedette, rilesse il telegramma, non poteva essere lui. Si riprese dallo sgomento e corse alle poste. Rinchiuso nel carcere di Marassi, attendeva il trasferimento. Trascorsero due mesi, infine venne trasferito al carcere di Napoli dove affrontò il processo. Forse il giudice tenne conto degli anni scontati in Guyana, o forse erano trascorsi cinque anni dal delitto di Torre, il tribunale fu indulgente, lo condannò ad un anno di detenzione che scontò nel Carcere Mandamentale di Torre del Greco, dopo poco più di sei mesi riacquistò la libertà per buona condotta. Riprese la sua attività, la bottega era adiacente a quella dei bozzellai, nelle vicinanze della chiesa di Porto Salvo. La vita venne allietata dalla nascita della figlia Colomba nel 1914. Dopo qualche anno, un giorno si presentarono due amici nella bottega: «V’avimmo ’a rìcere na cosa mpurtante, ma primma vulimmo a parola vosta ca nu 66 - Vi do la mia parola che non muovo un dito. Ditegli soltanto ciò. 67 - Un momento ai cantieri e torno. 68 - Sei una carogna, ti do ventiquattro ore di tempo per lasciare Torre, dopo ti uccido. 152


GALLERIA FOTOGRAFICA

Il protagostica delle vicende narrate, Raffaele Consolato, in una foto degli anni ’60.

La dotazione consegnata ai forzati all’arrivo nei campi di lavoro nella Guyana.


Raffaele Madonna

Uno degli enormi tronchi che, con grande fatica, i forzati destinati a questo servizio abbattevano con strumentazione primitiva.

Uno dei moli dei campi di lavoro che alimentavano le fantasie ed i sogni di libertĂ  dei forzati. 158


L’aquila per l’imperatore Il falco per il re Lo sparviero per il principe Il Marocco venne colonizzato con la convenzione di Fez nel 1912. Se tutto ciò fosse accaduto due anni dopo, i tre sarebbero ritornati a marcire per il resto della vita in Guyana. Nel 1938 il governo francese smise di mandare i forzati in Guyana e nel 1946 chiuse definitivamente il carcere. Il 17 Agosto del 1946 arrivarono a Marsiglia 145 forzati, gli ultimi sopravvissuti della Guyana.

Le immagini riprodotte provengono da una collezione privata. Si ringrazia per la collaborazione: L’Archives Nationales d’outre-mer Aix-en-Provence, per la concessione del dossier. Dott. Livia Bernardi, per la fedele traduzione del dossier. Ing. Salvatore Argenziano (storico della lingua torrese) per la traduzione d’epoca del dialetto.


Contenuti Extra

Raffaele Madonna nasce a Torre del *reco nel 1946, vive l’adolescenza tra il disagio del dopoguerra e i racconti di suo nonno. A sedici anni ebbe il primo approccio con il mare, con suo padre s’imbarca come garzone di cucina su un liberty canadese, di nome African Lady, diretti in Giappone. Navigherà per oltre venti anni come tecnico a bordo di navi mercantili. Smette di navigare e riprende l’attività di incisore. Nel 2010 inizia la ricerca del processo svoltosi ad Algeri ed inizia a scrivere la vicenda di suo nonno un torrese condannato alla Guyana francese.

Finito di stampare nel mese di 6HWWHPEUH 2012

E.S.A.

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Edizioni Scientifiche e Artistiche

© 2012 Proprietà letteraria artistica e scientifica riservata www.edizioniesa.com info@edizioniesa.com tel. 081 3599027/28/29 - fax 081 8823671


€ 12,00

ISBN 978‐88‐95430‐50‐8

9 788895 430508


Era mio nonno