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romanzi


Serge Quadruppani La rivoluzione delle api © 2010, Edizioni Ambiente S.r.l., via Natale Battaglia 10, 20127 Milano www.edizioniambiente.it; tel. 02 45487277 © 2010, Serge Quadruppani Pubblicato in accordo con PNLA/Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency Traduzione di: Maruzza Loria Immagine di copertina: © Gipi Tutte le edizioni e le ristampe di questo libro sono su carta riciclata al 100% Finito di stampare nel mese di gennaio 2011 presso Genesi Gruppo Editoriale – Città di Castello (Pg)

Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti accaduti o persone fisiche e giuridiche realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.


Serge Quadruppani

La rivoluzione delle api


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«Si può sapere perché fai il muso?» «Non faccio il muso, sono irritato.» «Ah, e non è lo stesso?» «Fare il muso vuol dire assumere un’espressione poco amabile senza dire niente. Invece io, se sottolineo la mia irritazione, sono perfettamente disposto a spiegarla.» Il commissario capo Simona Tavianello distolse per un istante lo sguardo dalla strada di montagna che stava percorrendo per osservare il profilo di suo marito, il questore in pensione Marco Tavianello. Le sottili rughe agli angoli degli occhi azzurri erano accentuate, il bordo del labbro inferiore restava contratto verso l’alto, sporgendo sul labbro superiore. Non c’era dubbio: stava facendo il muso. Inoltre, la sua risposta manifestava una salda volontà polemica. Sospirò, riportò l’attenzione sulla curva che stava arrivando, molto stretta e bordata di pini Douglas dai lunghi rami che riducevano la visibilità. Quando l’ebbe superata domandò: «Bene, allora vuoi dirmi perché sei seccato?». «Sono stufo che quando sei al volante tu metta la borsa sulle mie cosce. Te l’ho già detto mille volte: mi urta, mi dà un’aria da stronzo.» Simona diede un’occhiata allo specchietto retrovisore poi sbuffò: «È questo il motivo? È per questo che fai il muso da quando abbiamo lasciato l’hotel?».


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«Sono stufo che nella vita tu parta sempre in quarta, dritto davanti a te, senza tenere conto di quel che provo io.» «In questa prima vera mattinata di primavera, in cui il sole splende, in cui non c’è l’ombra di una nuvola in cielo dopo otto giorni di pioggia che ha sufficientemente rovinato la mia prima settimana di vacanze, il signore decide di fare il muso deformando la sua bella bocca da consumato seduttore perché io ho posato la mia borsa sulle sue cosce muscolose e lui trova che non sia virile?» «Non fare finta di non capire. È una trascuratezza da parte tua. Non vuoi posare la borsa a terra perché, a quanto pare, si sporca. E sai perfettamente che ho male alla spalla ogni volta che mi giro per posare la tua borsa dietro. In più, appena l’ho posata, dentro alla borsa si sente suonare e mi tocca riprenderla per cercare il cellulare che smette di squillare appena lo trovo...» «Insomma, la vita con me è un incubo, e adesso, dopo trent’anni, hai deciso di ribellarti?» Così dicendo, aveva cominciato a rallentare perché erano arrivati su un piazzale, in fondo al quale sorgeva una casa di legno a un solo piano, con il tetto ricoperto da una vegetazione fiorita. Mentre faceva manovra sul terreno sabbioso, dove alcune lastre di ardesia grigia segnavano il parcheggio, lui ribatté: «Mi prendi in giro per non dovermi rispondere.» «Rispondere a cosa?» domandò lei riprendendo dalle cosce di suo marito una grande borsa etnica colma di innumerevoli oggetti. «Rispondere all’accusa che non tengo conto di te? E perché secondo te siamo qui?» Con la mano, indicava l’insegna davanti alla quale aveva posteggiato: “Minoncelli, miele, dolci al miele, polline, gelatina reale, profumi al miele, piante di montagna”.


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«Oh, sei proprio in cattiva fede... sei tu ad averlo proposto stamattina!» proruppe Marco aprendo la portiera. «Per il nostro ultimo giorno, invece di andare a fare una lunga passeggiata, hai preferito venire a comprare del miele.» «Il campione della cattiva fede sei tu!» replicò Simona sbattendo la sua portiera e azionando la chiusura automatica. «Da giorni dici di voler comprare del miele, o lo facciamo adesso o mai più. Ti ricordo che siamo venuti in Piemonte perché il signore preferisce la montagna al mare. Mentre io, le mie vacanze, avrei preferito passarle per intero a Salina.» «Oh, comunque a Salina ci sarai domani sera. E conosco qualcuno che sarà contento di riceverti.» «Ma che vai raccontando?» «Andiamo, non fare la tonta, sai benissimo cosa voglio dire... come si chiama, il padrone della pensione, Michele?» «Michele, sì e allora?» «Credi che l’anno scorso non abbia visto come ti sbavava addosso mentre ti abbronzavi sul bordo della piscina?» Simona scoppiò a ridere e scosse la testa, affrettandosi a raggiungere suo marito che camminava rapidamente in direzione dell’edificio. «Non posso crederci!» esclamò in direzione della schiena di Marco che era sempre davanti a lei, impettito nel suo completo di lino greige. «Adesso mi fai una scenata di gelosia? Ma che c’è? Hai dormito male?» Attraverso tre gradini si accedeva a una terrazza di un legno che il tempo aveva fatto ingrigire, e mentre lui li saliva uno per uno, lei lo raggiunse con un saltello e gli prese il braccio. Lui si girò. «Sei serio?» insistette lei.


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E siccome il viso virile manteneva un’espressione marmorea, assunse un tono tenero: «Insomma, Marco, mi hai visto? Ho cinquantasei anni e dieci chili di troppo». «E allora? Sei sempre molto bella e arrapante. E quel grasso maiale ti lumava le tette. E sì, ho dormito male, ho sognato questo stanotte. Lo so, è ridicolo, è stato un anno fa ma mi fa ancora incazzare.» Con una mano, Simona si liberò l’occhio da un ciuffo della sua abbondante capigliatura color avorio e con l’altra prese Marco per il collo. «Baciami» disse provando ad attirarlo a sé, «oggi non mi hai ancora baciata.» «Smettila» disse l’uomo resistendo ma con un sorriso che gli piegava le labbra, rischiarandogli la faccia. «Che figura faremmo... due vecchi che si baciano?» Con un movimento fluido e vivace, lei gli si mise al fianco, lo spinse con una spalla e camminò verso la porta. «Vegliardo sarai tu!» disse. Si fermò sulla soglia dell’edificio di legno e malta, dalle strette finestre con i doppi vetri. Dal tetto arrivava un profumo di fieno e fiori. La porta era leggermente socchiusa. «Non sarà troppo presto?» le chiese Marco da dietro. Si girò verso di lui. «Troppo presto? Sono quasi le dieci. E te lo dico una volta per tutte» aggiunse con un tono deciso «mettitelo bene in testa se vuoi che trascorriamo una bella giornata: ne ho abbastanza di sentirti parlare della nostra età. Della tua e della mia.» Marco sospirò. «Va bene, ma per tornare al tema principale, forse sono le nove, forse no. Se non avessi avuto tanta fretta di partire, sarei


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risalito in camera a prendere orologio e cellulare. E adesso sapremmo l’ora esatta. Ma bisogna fare sempre come dici tu.» Simona bussò forte sul legno, attese alcuni istanti di silenzio e poi aprì la porta: «C’è qualcuno in casa?». Siccome non rispondevano, spinse un altro po’, ma qualcosa le impedì di aprire di più. «Che fai?» diceva Marco dietro di lei «aspetta due secondi.» Ma lei aveva già messo un piede dentro. «Aspetta» sospirò di nuovo Marco «devi sempre buttarti a capofitto, e invece di semplificare le cose, le complichi...» «Marco» si voltò Simona «c’è un corpo a terra.» «Ecco» disse Marco. «Esattamente quello che intendevo.» «Un uomo con un buco in testa.» «Ecco» ripeté Marco. «Ci mancava solo questo.» Nella sua voce, rassegnazione. Iris, campanule, centauree, caprifoglio, erba galletta, piccole consolide, margherite... mentre il maresciallo Calabonda finiva di annotare su un taccuino le osservazioni di Marco – lei gli aveva lasciato assumere la direzione delle operazioni fin dal momento della scoperta del cadavere – Simona leggeva il cartello esplicativo affisso su uno dei pilastri della tettoia, al di sopra della lunga tavola di legno intorno alla quale si erano seduti, nel retro della casa. Il testo esponeva i vantaggi dei tetti vegetali ed elencava la lista dei fiori di prato presenti su quello dell’edificio. Dal tetto, un vento leggero e profumato portava con sé un ronzio basso e continuo, un rumore che non avevano avvertito quando si erano avvicinati alla parte anteriore della casa, sopravento. Dal luogo in cui si trovavano, potevano scorgere un prato che con un dolce pendio


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saliva per un centinaio di metri fino al margine di una foresta di conifere, dove erano allineate alcune dozzine di arnie. Le api a quanto pare prediligevano le corolle che sbocciavano sul tetto della casa di Giovanni Minoncelli, apicoltore. «No, non è lui la vittima» rispose il maresciallo a una domanda di Marco. «Lo conosco, ho avuto a che fare con lui diverse volte.» «Ha già avuto problemi con la giustizia?» «È un militante ecologista. Un “leader”. L’abbiamo fermato per occupazione illegale di locali, manifestazioni non autorizzate, intralcio al traffico... Insomma, un rompicoglioni di prima categoria... Dovrà spiegare la presenza di un cadavere dietro la sua porta, quando lo avremo acciuffato...» Il maresciallo richiuse il bloc-notes, lo infilò nella cartella di cuoio consumato e scrutò i suoi due interlocutori attraverso gli occhiali da sole che, insieme al berretto dell’uniforme, l’abbronzatura e i baffi scuri, lo rendevano tanto simile all’immagine della campagna pubblicitaria per il reclutamento dell’Arma. «Per riassumere: quando avete scoperto il corpo, la sola cosa che ha fatto è stata entrare a telefonare, perché nessuno dei due aveva il cellulare; ha camminato fino al telefono, l’ha preso tenendo la cornetta con un fazzoletto ed è tornato fuori ad aspettarci? E in tutto questo tempo sua moglie è rimasta fuori?» «Esattamente.» «Bene, la ringrazio questore, veramente. Ha fatto tutto il possibile per non alterare la scena del delitto ma questo, evidentemente, da parte sua non mi stupisce. È un piacere e un onore avere a che fare con un grande professionista. Sono spia-


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cente che le vostre vacanze vengano rovinate da una storiella di crimine rurale.» «Quando si tratta di un crimine di sangue, non si tratta mai di storielle.» Il maresciallo si passò una mano sui baffi con una smorfia difficile da interpretare. «Ha ragione» disse. «Un’ultima domanda... Non ha notato nulla sul tavolo del salone, mentre telefonava?» Marco aggrottò le sopracciglia, lasciò passare alcuni secondi, scosse la testa: «No. C’era un mucchio di carte sparpagliate sul tavolo ma non le ho guardate da vicino. Come le ho detto, non ho cercato di esaminare il luogo, non era di mia competenza». Calabonda prese dalla sua cartella una busta di plastica trasparente munita di un sigillo, nella quale si distingueva una sola pagina. La porse a Marco: «Non ha notato se questo foglio era posato sul tavolo?». Il questore fissò la prova. Sul foglio facevano bella mostra queste parole, tracciate a grossi caratteri al pennarello: “Rivoluzione delle api”. Scosse la testa: «No». Calabonda sospirò rimettendo la busta nella cartella. «L’abbiamo trovato a un metro dal corpo» spiegò. «Siccome c’era una finestra aperta e una certa corrente d’aria, mi piacerebbe proprio sapere se il foglio, all’inizio, si trovava sul tavolo del salone o sul corpo, perché in questo caso potrebbe essere una specie di rivendicazione, capisce...» Marco annuì. «E lei signora... commissario, neanche lei ha notato la presenza di questo foglio, quando ha spinto la porta?» domandò Calabonda a Simona.


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Strappata alla contemplazione degli alpeggi che la luce radente del sole, improvvisamente sorto da dietro le creste, avvolgeva in una nebulosa dorata, il commissario sussultò: «No, non l’ho visto. Ma, come le abbiamo già spiegato, mi sono tirata indietro subito. Non ho avuto il tempo di guardare cosa c’era intorno al cadavere». «Ebbene, vi ringrazio» disse il maresciallo alzandosi, con le mani appoggiate sul tavolo di legno. «Vi ricontatterò all’hotel des Roche, prima che ripartiate» precisò, mentre con una gamba e poi con l’altra passava dall’altra parte del sedile. «Sarete qui ancora per una settimana, se ho capito bene?» «Sì, in linea di massima» disse Simona mentre il suo viso veniva inquadrato nella lunetta di un mirino. Si rialzò e il viso del maresciallo venne a sua volta inquadrato nello stesso mirino, con la tempia esattamente all’intersezione delle due linee al centro del cerchio. Anche Marco si mosse e siccome porgeva la mano all’ufficiale dei carabinieri, il suo profilo venne a sua volta inquadrato nel mirino. Quindi i due poliziotti si allontanarono per riguadagnare la macchina, il maresciallo se ne andò a discutere con il capo della Scientifica i cui uomini in tuta bianca stavano passando al setaccio la casa, mentre l’uomo in tenuta mimetica, che aveva mirato a turno alla testa dei tre rappresentanti della legge, si rimise in piedi, ripulì la tuta mimetica dagli aghi di pino rimasti impigliati nel tessuto, si caricò l’arma in spalla e si addentrò nell’oscurità dell’abetaia. Mezz’ora più tardi, al centro di un paesaggio composto da pendii scoscesi, frane, cascate e rocce verticali che si alterna-


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vano all’improvviso ad alcune rotondità erbose, sulla terrazza dell’hotel des Roche, Giuseppe Felice, giornalista locale dalla capigliatura rosso fuoco, ordinò un secondo cappuccino di cui non aveva alcuna voglia. In realtà, per lui si trattava semplicemente di aspettare il momento giusto per alzarsi, aggirare i tavolini di pino intorno ai quali alcune famiglie numerose in abiti colorati consumavano rumorosamente la loro colazione mattutina, per avvicinarsi a quello dove un sessantenne elegante e abbronzato discuteva vivacemente con una donna dai capelli bianchi, le cui forme appesantite agli occhi di Felice conservavano un discreto fascino. Perché, dopo essersi avvicinato, avrebbe dovuto rivolger loro la parola e domandare se, per caso, i signori Tavianello non avrebbero avuto la compiacenza di onorarlo nel concedergli un’intervista esclusiva per il Quotidiano delle Valli. Perché Giuseppe Felice soffriva di un difetto estremamente spiacevole per un giornalista: era timido. In effetti, la cosa non era molto imbarazzante quando si trattava di intervistare i piccoli imprenditori del fondovalle che si arricchivano facendo fabbricare per dieci ore di fila scarpe o componenti metallici a dei sans-papiers che i loro figli si divertivano a perseguitare la sera a bordo dei propri fuoristrada. Bastava accendere il registratore e trascrivere quindi scrupolosamente il loro monologo in onore della loro azienda o della Lega Nord. Questo difetto era ancor meno fastidioso nel lavoro quotidiano che consisteva nel riprodurre, spostando qualche virgola, i comunicati degli eletti della regione, nel rendere conto delle feste parrocchiali e folkloristiche, dei matrimoni e delle nascite in seno alle famiglie dei notabili e delle riunio-


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ni dell’associazione cacciatori. Ma quando succedeva che un vip di livello nazionale passasse per San Giorgio al Monte e che il redattore capo, il distinto dottor Signorelli, gli telefonasse pretendendo un’intervista esclusiva, allora erano cavoli amari, come si dice in italiano. Ciononostante, sapeva preparare questi incontri a meraviglia. Giuseppe Felice aveva doti sconosciute al suo capo, che sotto altri cieli, e con i contatti giusti, gli avrebbero consentito di aggiungere alcuni zeri alla miserabile cifra della sua paga mensile. Il giornalista era capace di scovare su internet una quantità impressionante di informazioni, anche violando se necessario qualche barriera informatica. Ma non aveva avuto bisogno di spingersi tanto lontano per trovare notizie sulla coppia che aveva scoperto il corpo di uno sconosciuto a casa di Minoncelli. L’utilizzo del motore di ricerca egemonico dava 420.000 citazioni per Simona Tavianello e 372.000 per suo marito. La cifra più alta per la donna si spiegava sicuramente perché lavorava alla Direzione nazionale antimafia e perché aveva partecipato a molte indagini mediatiche, che le erano valse un gran numero di inviti a congressi accademici o a grandi momenti di comunione civile. Anche Marco Tavianello aveva avuto una carriera brillante, ma più discreta, nella lotta internazionale contro il traffico di droga. Era andato in pensione in anticipo e su questo molti cronisti avevano fatto commenti malevoli, scorgendovi l’espressione dei suoi dubbi sull’efficacia delle politiche condotte in questo campo. Ma l’ex-questore non si era espresso a riguardo, essendo in genere avaro di interviste. Giuseppe Felice poggiò la tazza come se si fosse improvvisamente reso conto che la presenza del latte nel caffè è un’aberrazione, perché ne snatura il gusto e lo rende indigesto. Si ri-


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cordò di quel giorno in cui, volendo intervistare una nota attrice italiana abbonata ai ruoli di media borghese nevrotica, aveva esitato così a lungo e rotto così nervosamente i freni della sua timidezza da aver rovesciato sull’elegante e costoso abito della signora un bicchiere di vino rosso della valle, noto per la sua elevata dose di tannino, particolarmente colorante. Forse dovrei aspettare che la moglie sia da sola per abbordarla, si disse, dal momento che lei concede interviste più volentieri. E invece no, perché Signorelli aveva insistito: «Voglio tutti e due, eh, sarà uno scoop ripreso a livello nazionale, ne sono certo». Bene, si disse, mi alzo, mi avvicino e gli domando con la giusta miscela di baldanza e di cortesia se non hanno alcuni minuti da concedermi per un’intervista. Andiamo, adesso mi alzo, si ripeteva senza muoversi di un millimetro. Poi abbassò gli occhi perché il commissario capo lo fissava. «Hai visto quel tizio che da un po’ ci sbircia?» stava dicendo Simona a Marco. «Cosa ci scommetti che è uno dei Servizi, il corrispondente dell’Agenzia per la sicurezza nella regione?» «Non sarai un po’ paranoica?» ribatté Marco. «Perché, tu credi che questa storia non abbia fatto drizzare le orecchie ai Servizi? A casa di un ecologista viene ritrovato il corpo di un tizio con la firma “Rivoluzione delle api” e vuoi che loro non si muovano?» «Intanto, non sappiamo se è una firma.» «Sai bene che lo è» rispose a voce decisamente più bassa il commissario capo «dal momento che quando siamo entrati il foglio era sul corpo...» «Cosa? Che vai raccontando?» «Sì, adesso, a forza di ripensarci, mi sembra proprio di aver percepito come un movimento, qualcosa di bianco che si


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spostava accanto al corpo quando ho fatto un passo all’interno. Avrò provocato una piccola corrente d’aria che ha allontanato il foglio...» All’altro capo della terrazza, Felice notò l’espressione stupefatta del questore. «Ma insomma, perché poco fa non l’hai detto?» «Perché è un dettaglio che mi ritorna in mente solo adesso...» disse Simona con convinzione, quindi subito dopo scosse la testa: «In effetti potrebbe essere autosuggestione, a posteriori, non lo so...». «Bene, lascia perdere» disse Marco con tono sicuro. «Quel Calabonda mi sembra assolutamente competente, e soprattutto la nostra presenza qui non deve disturbarlo. Già vedo le complicazioni psicologiche, il carabiniere di un buco di provincia che si sente osservato dai grandi sbirri di Roma. Più ci terremo a distanza, meglio sarà per tutti. Siamo in vacanza, abbiamo fatto il nostro dovere di cittadini, non c’è alcun motivo di immischiarci oltre in questo caso» concluse visto che il suo telefono suonava. Vedendo Marco Tavianello incollarsi il cellulare all’orecchio, Giuseppe Felice si disse che era quello il momento giusto, visto che la conversazione dei coniugi era stata interrotta. Appena il questore in pensione avesse finito la sua conversazione telefonica, lui avrebbe potuto presentarsi. «Qui il maresciallo Calabonda» diceva il carabiniere nel condotto auditivo di Marco. «Ho bisogno di incontrare urgentemente sua moglie.» Marco aggrottò le sopracciglia. Cazzo, pensò, ha scoperto in un modo o in un altro che il foglio era sul corpo e starà cercando di capire come è possibile che lei non l’avesse notato.


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«Vuol vedere Simona?» disse Marco con una smorfia rivolta all’interessata. «Posso sapere perché?» «Sa che non sono obbligato a risponderle.» «Ma beninteso, caro collega. Lei non è obbligato» approvò Marco con un tono sufficientemente neutro perché l’altro vi scorgesse una minaccia. Calabonda fece un sospiro esasperato, poi tutto d’un fiato esclamò: «Dovrà spiegarmi perché la pallottola che è stata sparata nella testa della vittima, che peraltro abbiamo identificato, com’è che questa pallottola è stata sparata da una pistola che abbiamo ritrovato e che, dal numero di serie, risulta appartenere a sua moglie». Bene, pensò Felice vedendo la coppia scambiarsi parole e gesti perplessi e preoccupati, questa volta vado prima che si alzino, e inoltre, si direbbe che ci siano novità. Andiamo, vado si ordinò di nuovo mentre la coppia di poliziotti si alzava. Vado vado, si ripeté mentre quelli si dirigevano verso le scale che portavano alle stanze dell’albergo mentre lui non si muoveva di un millimetro.



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