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noir


Francesco Aloe Il vento porta farfalle o neve © 2011, Edizioni Ambiente S.r.l., via Natale Battaglia 10, 20127 Milano www.edizioniambiente.it; tel. 02 45487277 © 2011, Francesco Aloe Immagine di copertina: © Roberto Gurdo Tutte le edizioni e ristampe di questo libro sono su carta riciclata 100% Finito di stampare nel mese di marzo 2011 presso Genesi Gruppo Editoriale – Città di Castello (Pg)

Per saperne di più: www.verdenero.it; blog.verdenero.it

Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti accaduti o persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.


FRANCESCO ALOE

IL VENTO PORTA FARFALLE O NEVE


Dedicato a 140 persone. Uccise.


PREFAZIONE

Chiudo gli occhi e provo a pensare che tutto sia stato un brutto sogno e niente più... Era una tranquilla sera di primavera, la luce delle stelle brillava sul mare piatto, una leggera brezza soffiava accompagnando il Moby Prince fuori dal porto, fiero, elegante, sicuro di arrivare come ogni volta alla sua destinazione prestabilita... Riapro gli occhi e la mia vita è cambiata. Un moto di malessere mi fa capire che non è stato un brutto sogno, ma che è solo la cruda realtà. La mia vita come quella di centinaia di persone ha subito uno spartiacque, la notte del 10 aprile 1991. La vita, che prima era coccolata dalla routine familiare, vissuta nella sua intimità, goduta nella sua semplicità, è stata brutalmente lacerata dalle prime notizie ascoltate la mattina del 11 aprile. Tutto è cambiato ed è come vivere una vita completamente diversa. Anzi quella precedente non esiste più. C’è il dolore, quello così straziante che sembra che il cuore possa scoppiare, di un figlio che ha perso i genitori, dei genitori che hanno perso un figlio o una figlia, di una moglie che ha perso il marito, di un fratello che ha perso la sorella... Ma come è giusto che sia il dolore deve assopirsi perché chi rimane deve continuare a vivere e trovare nuove motivazioni. Per noi familiari delle vittime del Moby Prince invece è di-


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verso, le angosce, il dolore, la rabbia, la disperazione corrono parallelamente alla nostra vita ancora, dopo quasi vent’anni. Vent’anni di manipolazioni, depistaggi, omissioni, prese in giro, di rimestamento in una melma putrida di verità preconfezionate, create ad arte per nascondere qualcosa che quella notte maledetta doveva rimanere nascosto. Non conosco Francesco di persona, ma da quando mi ha contattato dicendomi che stava scrivendo un romanzo che coinvolgeva la tragedia del Moby Prince, abbiamo iniziato a intessere una corrispondenza di confronto sui fatti che ha portato a un rapporto di sincera amicizia. Poi, quando ho letto il libro, è stato un crescendo di emozioni e sensazioni forti che mi hanno coinvolto riga dopo riga. È stato come aver ripercorso questi ultimi vent’anni nella mente del protagonista, un uomo non certo esemplare per rettitudine. Ma quanta gente presunta onesta siede nei posti del potere, politico, amministrativo, giuridico e non ha il benché minimo barlume di onestà intellettuale? Questo bellissimo romanzo che intreccia fantasia e realtà aiuterà a far capire a tutti e in particolar modo a coloro che hanno ancora la fortuna di vivere nel rifugio della tranquilla quotidianità, che in ogni momento tutto può cambiare, che in ogni momento si può aprire uno squarcio nel velo di indifferenza che pensiamo possa proteggerci, che possiamo trovarci di fronte situazioni più grandi di noi. E soprattutto che dobbiamo sempre combattere se ancora crediamo nella giustizia e vogliamo raggiungere la verità, costi quel che costi. Luchino Chessa Associazione 10 Aprile – Familiari Vittime Moby Prince


Uno

È il contesto che è diverso. Le visioni di una notte, allucinazioni stupefacenti. Rumori strani, come molle arrugginite che ricominciano a vibrare. Vorrei violenza, crearla e amarla. La dea del mio ego. E leggo di donne bastonate e stuprate, bambine rapite, orse abbattute. Perché compro ancora il giornale? Scuoto la testa e ondeggia il calore. C’è una domanda che mi massacra il cervello, da anni. Continuo a farmela, mentre cammino per le strade sporche di Lamezia, o rigirandomi nel letto. Oppure quando bevo. Il più delle volte sotto la doccia. «Chi sono?» Oggi ho trovato il coraggio di rispondere: sono un assassino. L’appuntamento è alle 21:00, e io sono un assassino. L’appuntamento è alle 21:00 e Nino è già sotto casa. Lascio che la porta si chiuda da sola dietro di me, e scendo le scale. C’è puzza di pollo fritto o qualcosa di simile. Ogni gradino è una scena dello stesso film che i miei ricordi mi propongono. Sempre le stesse cose: sangue, morte, io mentre premo il grilletto. Il proiettile colpisce l’idiota dalla testa rasata proprio in mezzo agli occhi ed esce dalla parte


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posteriore del cranio, mentre il muro dietro si tinge di un rosso mai visto prima. Un killer perfetto, io. La prima vittima ideale, lui. Esco e mi accoglie un caldo bestiale. Il sapore di dentifricio mi dà fastidio, metto in bocca una mentina e la lascio sciogliere tra lingua e palato. Come prevedevo, la macchina di Nino è un forno. Sudo. «Niente aria condizionata, vero?» «La odio» risponde sorridendo, «dove si va?» «Al Café degli artisti.» Guardo il volto sereno del mio amico e mi tranquillizzo. Il bar degli artisti è un mondo a sé, un paradiso chic immerso nella peggiore copia terrestre dell’inferno. Un po’ come andare a vedere un’opera teatrale ad Alcatraz. La via puzza di vomito, il rumore di bottiglie in frantumi è frequente quanto quello delle sirene della polizia. Eppure la via scorre, sempre senza intoppi. Il cielo è limpido, le stelle vive e la luna quasi piena rendono i lampioni un’inutile accozzaglia di ferro morto. La periferia di Lamezia Terme ci stringe come un serpente fa con la sua preda. La nostra città, così rigida e squadrata, fatta di muri incompleti e manifesti sbiaditi, è una città che uccide. Tutti la odiano ma in molti ci vivono. I pilastri di ferro arrugginito, scheletri di capannoni abbandonati e mai usati, ci sorgono attorno come monito: diventeremo questo, saremo i resti del nulla. Lamezia è la mia città e la odio. Volevo scappare anni fa, quando da bambino il lungo corso del centro storico, decorato da vasi enormi ma senza piante, non mi regalava immagini di famiglie a passeggio o di monumenti raffiguranti


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strani personaggi, ma cadaveri sotto un lenzuolo, vetrine di bar in pezzi di vetro che riflettevano il lampeggiare blu della polizia. Avrei voluto scappare anni fa, quando altri facevano quello che ora faccio io. Non ti aspetteresti questo dalla città che sorge nel punto in cui la Calabria si restringe ed è possibile vedere il sole sorgere a Est su un mare e spegnersi a Ovest sull’altro. Ti aspetteresti centinaia di turisti, almeno in estate, e non il caos del giorno, fatto di risse ai semafori e traffico senza regole. E la desolazione della notte. Io e Nino entriamo nel bar e mi guardo attorno. Uno dei camerieri mi saluta con modi molto gentili. «Buonasera signori, vi porto al tavolo.» «Non siamo soli, aspettiamo gente.» «Lo so, signore. Vi porto al tavolo.» Ho la conferma che il Professore non è mai in ritardo. Il cameriere ci porta nella piccola sala accanto. È vuota. Solo un tavolo è occupato. Il Professore, seduto, guarda sorridendo. Lo vedo appena, dietro il fumo del suo sigaro che riempie la sala. La mia gola comincia a pizzicare. «Ci si rivede, Fratello.» Il cameriere apre la bottiglia, mentre mi siedo. Nino resta in piedi, dietro di me. «Mi piacerebbe sapere il perché. Immagino che questo invito sia solo un incontro amichevole. Non ho niente da spartire con te, ormai.» Il boss mi interrompe con un cenno. «Dai Fratello. Non fare storie! Mi serve solo un ultimo favore. Tu sei il migliore, hai due fottute personalità e non ti incastreranno mai.»


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Bevo il primo sorso di vino, un’ottima bottiglia di Donnafugata del 2003. La bocca si addolcisce, i pensieri no. Bevo ancora un po’ solo per evitare che il Professore alzi il calice e improvvisi uno dei suoi falsi e patetici brindisi. «Cosa vuoi?» chiedo fissando il gorilla che si trova a due metri dal vecchio, in piedi. Il bestione mi guarda, apre la bocca per rispondere ma lo interrompo prima. «Non l’ho chiesto a te, ma al tuo capo.» Il Professore sorride. Prende dal taschino della giacca due foto, lasciandone cadere una sul tavolo. Il Professore è grasso e sudato. I pochi capelli unti e tinti di nero brillano sotto il lampadario. «Uccidi questo tizio e ti pago due anni di affitto.» «Ho smesso di ammazzare.» «Non hai smesso, non puoi smettere. Non è come smettere di fumare.» «Non ho mai avuto il vizio di uccidere. Né quello di fumare.» Il Professore sbuffa. Sbottona un po’ la camicia mettendo in mostra il petto peloso. «Hai tolto di mezzo i miei sei peggiori rivali senza lasciare traccia e senza il minimo intoppo. Di te mi fido. Sei nato per fare questo lavoro.» Forse ha ragione. Mi volto e guardo Nino negli occhi, cercando un suo cenno, un consiglio. Ancora quel volto sereno, rilassato. Se iniziasse a fischiare non mi sorprenderebbe. «Dietro la foto trovi qualche informazione utile. Si chiama Manuel Rodrigo, detto il Topone. Vive in Marocco, a Tangeri. Ha ucciso lui mio figlio. Se solo avessi ancora la forza, lo ammazzerei da solo con le mie mani.»


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«Risparmiati le storielle, Prof. Mi hanno fracassato le palle le tue storielle.» La guardia del corpo del vecchio si avvicina lentamente, fermandosi a pochi centimetri da me. Mugugna qualcosa facendomi sentire l’alito nauseante. «Amico, cambia tono quando parli con il boss.» Lo guardo, gli sorrido. Poi è un attimo, un movimento quasi impercettibile. Mi alzo dalla sedia e lascio partire un montante dritto sotto il naso del bestione che cade a terra. Rumore di piccole ossa spappolate, sangue che sporca il pavimento. Immobilità. «E siamo a sette.» Bevo del vino, ma rimango in piedi. «Trovati un altro guardaspalle» aggiungo. Sento Nino ridere. Prendo la foto e la guardo per un attimo, poi la metto in tasca. Il Professore mi guarda, trema un po’. Se solo volessi lo potrei uccidere adesso. Finirebbero i ricatti in un istante. Ma due anni di affitto pagati fanno comodo. «Fammi quest’ultimo favore, figliolo, e ti lascio in pace. Giuro che ti pago due anni d’affitto e sparisco. Ma fammi quest’ultimo favore.» «Conosci le mie regole. Non uccido donne, né uomini con figli ancora piccoli. Uccido solo assassini come te.» Il Professore annuisce e mi indica la sedia vuota. Mi riaccomodo. Mi porge l’altra fotografia, che ritrae un uomo sulla cinquantina, grasso e brizzolato. Taglio da militare. «Questo è José Ezcaba, vive a Cádiz. Ti sarà facile trovarlo. Ha un ristorante o qualcosa di simile.» «Come mai lo vuoi morto?»


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«Sono storie vecchie. Tu il 10 aprile 1991 eri ancora un bambino.» «E se ammazzo questo quanto ci spetta? Nino mi accompagna, non lo farà certo senza ricompensa.» Mi volto e Nino è sparito. Non so perché, ma mi preoccupo. Vederlo tornare con un bicchiere in mano era proprio quello che speravo, come se il mio cervello avesse il potere di dominare lo spazio e le figure attorno. «Mi son fatto un Negroni, bella lì!» Il Professore tossisce, mi volto e ho le sue mani sudate aperte davanti la mia faccia. L’anello al mignolo brilla per un istante. «Diecimila euro. Se ammazzi quel figlio di cane di José, ti do diecimila euro. Prendere o lasciare.» «Prendo.» Alzandomi gli stringo la mano calda e umida, e un po’ mi vergogno. Faccio un cenno a Nino e mi dirigo verso la porta. Il mafioso mi chiama. «Fratello, c’è una cosa importante che devi sapere: il Topone ha sempre un bracciale d’argento al polso sinistro. Voglio quel bracciale. È vitale.» Annuisco. Poi ascolto le sue ultime parole, farfugliate tra un colpo di tosse e un tiro di fumo. «L’11 luglio corrono sette dei miei tori, a Pamplona. Sarò là, se dovesse servirti qualcosa.» Il Professore è un piccolo pesce calabrese che vuole diventare grosso. Nessuno sa il suo vero nome. Si fa chiamare Professore. Anche io sono calabrese. Qualcuno sa il mio vero nome. Mi chiamano Il Fratello. E mi sta bene così.


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Nino si chiama Nino perché la madre gli ha voluto dare questo nome. Me lo porto in giro perché sa dare consigli e perché è bello quanto me. Usciamo dal locale e Nino è silenzioso. Non è da lui. Non apre bocca neanche quando saliamo in macchina. Guida male, sbuffa, tocca ogni due secondi lo specchietto retrovisore. Al primo semaforo rosso decide di fissarmi. Mi guarda come se stesse guardando un alieno. «Dimmi.» È tutto quello che riesco a dire. È tutto quello che mi va di dire. «Ma è morto quello scimmione?» «Sì, è morto.» «Con un pugno? ‘Sti cazzi!» «Ci sono dei colpi che uccidono. Potresti uccidere anche un bue con un pugno, se lo dai nel punto giusto.» «Me lo mangerei un bue, adesso.» Nino ha fame, e quando ha fame è nervoso. Ci fermiamo all’Osteria del Cavallo Bianco, vicino casa sua, e divoriamo bistecche e patate. Decidiamo quando partire: domani, e si va in Spagna. Da Tarifa prenderemo il traghetto per Tangeri. Lui è gasato per il viaggio, io per nulla preoccupato per quello che mi aspetta. Uccidere è come bere caffè: il primo ti sveglia, il secondo ti turba, al terzo sei già assuefatto. L’appuntamento è direttamente in aeroporto. Seguo con lo sguardo Nino mentre attraversa la strada, le mani in tasca e l’andatura rapida, fatta di piccoli passi quasi impercettibili. Lo vedo entrare nel palazzo dove vive. Ha un piccolo monolocale, senza finestre, dove ho dormito anch’io


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su un letto troppo corto che mi costringeva a posare i piedi sui fornelli. Uccidere è come bere caffè. Bel ragionamento del cazzo. Da ragazzino ero un pacifista, mi incuriosivano l’arte e i pensieri estremi dei geni. Ma un ragionamento del genere non l’avrei mai sopportato. Se avessi pensato che uccidere è uguale a bere caffè mi sarei sparato in testa pur di non convincermene. Passavo i giorni in biblioteca o sdraiato sul letto a leggere Salgari, Verne o Calvino. Il mio mondo alternativo. Già a quindici anni ero un solitario. Mia madre era morta quando avevo pochi mesi di vita, portata via da un tumore fulminante, o almeno così mi dissero. Crebbi con mio padre che si ostinò a isolarmi dal mondo: non potevo uscire con altri ragazzi, non dovevo rivolgere parola a nessuno e mi obbligava a stare a casa. «Troppi balordi in questa città, è pericoloso» mi diceva. Con il tempo mi resi conto che era più pericoloso stare tra le mura domestiche. I nostri parenti erano tutte persone perbene. Ricordo uno zio che lavorava alla stazione e un altro che aveva tirato su un’officina, dove un motorino poteva trasformarsi in una moto da corsa senza spendere troppo. Vivevano nello stesso palazzo e le loro mogli stavano sempre assieme. Una delle due mi provocò la prima erezione perché era dannatamente sensuale. Giovane e con due tette da paura. L’ultima volta che li vidi fu in un supermercato, con quelli che presumo fossero i miei piccoli cugini. Non ci salutarono neanche. Avevano ripudiato mio padre e, con lui, si dimenticarono di me. Ci avevano cancellato dalla loro vita.


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Me ne stavo a casa, a leggere e a riflettere su quanto fosse strana l’esistenza, che ti costringe a vivere in un posto che non è tuo. Cominciai a maturare l’idea di sparire, di partire all’avventura verso il Nord, fino in Finlandia se necessario. Ma non ne ebbi il coraggio. Intanto mio padre provava a distruggermi il cervello con i suoi discorsetti sul rispetto e su come guadagnarselo. Io non ne sentivo il bisogno, avevo appena finito di leggere Aspetta primavera, Bandini e l’impressione fu che John Fante mi avesse rispettato totalmente e senza chiedere nulla in cambio. Tutto sommato, mio padre è stato l’unico punto di riferimento che ho avuto, nonostante i suoi modi di fare e il suo continuo sfogarsi contro la mia schiena. Non volevo diventare come lui, detestavo la sua scelta di vita, ma allo stesso tempo temevo di deluderlo, confermando la sua certezza: non sarei mai diventato il figlio che avrebbe voluto. «Stai sempre a leggere ‘sti cazzo di libri, ma che uomo sei? Ma come vuoi crescere? Se continui così tu avrai paura di tutti e nessuno di te!» urlava. Non mi permise di andare al liceo. Smise di darmi i soldi perché li spendevo solo per i libri, non solo romanzi, ma anche testi di storia e geografia astronomica. Ne avevo talmente tanti che non sapevo dove metterli. Finirono per occupare il pavimento, disposti in pile disordinate e colorate. E io finii per rubarli dalla biblioteca comunale. Toglievo il filo magnetico inserito tra le pagine centrali e infilavo il libro nei jeans. Un giorno mio padre minacciò di bruciarmeli tutti. Avevo vent’anni ma ebbi paura come un bambino. Quella stessa


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sera mi addormentai a terra, proteggendoli come una leonessa protegge i suoi cuccioli. Il giorno dopo andai in biblioteca e presi in prestito, per sempre, una biografia di Che Guevara. Aspettai invano l’autobus e dopo mezz’ora decisi di tornare a casa a piedi. Camminavo fissando le mie scarpe consumate per non rischiare di guardare in faccia la persona sbagliata, ma mi fermai di fronte alla pescheria. Le vecchiette affollavano l’ingresso chiedendo il prezzo delle alici e dei calamari, scansando le vespe con gli scialli. Era un’immagine che mi rilassava, mi metteva quasi allegria. Una Lamezia antica, ma nuova per me. Forse fu proprio quella mia tranquillità che mi permise di respirare l’odore del pesce con calma, senza l’ansia di dover tornare a casa. E permise di notare anche la puttana nigeriana appoggiata al muro della chiesa. Le passai vicino. Le sorrisi, lei no. Ma da lì a poco sarebbe diventata la mia prima ragazza. Gratis. Appena dentro il cortile di casa l’odore acre del fumo mi fece tossire. A pochi metri da me c’era un focolaio ancora acceso. Mi avvicinai a passi lenti e con gli occhi pieni di lacrime. Avevo già capito. Una pagina bruciata mi arrivò sotto i piedi. La capovolsi e l’altra facciata era ancora leggibile: era una pagina di Fahrenheit 451. La rabbia bloccò il pianto. Mi sfogai scrivendo una serie di racconti in cui descrivevo la mia infanzia alla perfezione ma modificando continuamente il finale. Ancora oggi mi ritrovo a trascrivere tutto sul taccuino, sentendomi un po’ Sepúlveda e un po’ Hemingway, realizzando per qualche minuto il sogno di una vita: essere uno scrittore. E la penna di un grande scrittore può far


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più male della pistola di un killer. Sostituire l’inchiostro al piombo, forse è ancora questa la mia vera aspirazione. Un motorino con due ragazzi senza casco mi passa davanti, lasciando nell’aria una scia di smog che il vento leggero fa sparire in fretta. Non si può scandagliare la profondità dell’anima a lungo. Decido di tornare a casa passeggiando, con il sapore del rosmarino in bocca e smettendola di piangermi addosso.


Il vento porta farfalle o neve  

Il vento porta farfalle o neve, di Francesco Aloe

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