Issuu on Google+


verdenero 16

noir di ecomafia


Gian Luca Favetto Le stanze di Mogador

© 2009, Edizioni Ambiente S.r.l., via Natale Battaglia 10, 20127 Milano www.edizioniambiente.it; tel. 02 45487277 © 2009, Gian Luca Favetto Immagine di copertina: © Elena Biringhelli Tutte le edizioni e ristampe di questo libro sono su carta riciclata 100% Finito di stampare nel mese di marzo 2009 presso Genesi Gruppo Editoriale – Città di Castello (Pg)

Gli autori devolvono una parte delle proprie royalties al progetto SalvaItalia di Legambiente. VerdeNero è una campagna di mobilitazione contro l’ecomafia e il silenzio che l’avvolge, un’occasione concreta per affermare nel paese una nuova cultura della legalità a difesa dell’ambiente. Per saperne di più: www.verdenero.it; blog.verdenero.it

Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti accaduti o persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.


GIAN LUCA FAVETTO

le stanze di mogador


«Non mi meraviglierò se chi leggerà questa storia non crederà a ciò che riferisco; specialmente coloro che non hanno viaggiato, perché chi ha visto poco non crede molto, mentre chi ha visto molto crede di più» Fernand Mendez Pinto «Qualsiasi lettura può essere una falsa lettura» Jacques Derrida «Il romanzo aggiunge alla storia la sua terza dimensione» Nicolás Gómez Dávila


1

Il tempo passa. È tutto il resto che non passa mai. Sconfinato. Non ha confini, il resto, e non te ne accorgi. Lo studi e non lo capisci, anche tu che possiedi lo sguardo robusto, temprato dal mestiere, che è vivere, sì, ma prima ancora guardare, vedere. Il mestiere di guardare, di vedere, questo possiedi. Al di là di ciò che le cose mostrano, persino al di là di quello che sono, fino a raggiungere ciò che pensano di essere – cose e persone. Fino a raggiungere l’intenzione dei vecchi, di solito commoventi come antiche cortecce. Delle donne, che offrono istinto, sensualità, comprensione. Dei bambini, pelle liscia di speranza, innocenza, puzze vomito merda umori tutto è natura in loro, naturale dimo7


strazione che meraviglia e orrore, fiducia e diffidenza sono nello sguardo e non nel cuore. Della gioventù, sfacciata e imbronciata anche quando sorride, e in posa, e sola, e osare è l’unica arma con cui può fronteggiare la vita, tutti i ragazzi sono soli, tutti i ragazzi e tutte le ragazze sono soli e affrontano solitudini diverse gli uni dagli altri, è questo che li rende differenti, mai identici, mai generici, simili come baccelli ma unici, non è la vecchiaia che dà unicità – omologa, piuttosto –, è la giovinezza, con il suo spendersi, spargersi, finché non si avvilisce, non avvizzisce prima del tempo, è il tempo che manca, il tempo che occupa, occlude e poi balza, svicola, succhia, ti scortica e spalma d’unguenti, s’impenna, ciondola, si fa metronomo, metro con cui misurare distanze, sentimenti, luoghi. È così che passa il tempo, quando arriva, e tutto il resto no, rimane da qualche parte conficcato. E quelle scaglie, impigli, corruschi assalti di gioie e dolori, ormai sei tu, caro Damir, tu che guardi, ti ostini a guardare – chiaramente – e vedi. Pagano il tuo sguardo e il tuo sguardo paga te – di tutte le cose belle e insane, di tutte le sorprese, le comuni sofferenze e le sconcezze, di ogni prezio8


sità e ogni abitudine, fa spettacolo. Hai uno spettacolo davanti e non sai dirlo se non attraverso la tua macchina, se non imprigionandolo – in altro modo non riesci a restituirlo. Damir Babic scatta e, dopo lo scatto, può dire che vede, un popolo e una terra. Un paese. Questo vede. Una storia. E grappoli di teste. Una moltitudine arcaica di facce, di maschere. Il terreno è una groppa di collina che dal monte San Calogero scende verso il mare. «Don Filippu de li testi ci ha scavato dentro e un giorno ha trovato l’inferno», sillaba Costantino Terzito. Le sue parole sono reverenze alla memoria di don Filippo. Ne pronuncia il nome con un sorriso ammirato, dolce, di glassa. La voce ha il timbro del fatalismo che unisce Sud e Est del mondo, memorabile, e si mangia i secoli, le persone, le mode, ossa e spiriti, parole e immagini, e così resiste a qualunque vento, qualunque dannazione, paradiso e inferno. «E l’inferno ha avuto paura, meraviglia e paura di don Filippu», risolve il vecchio Terzito, che fa il ceramista, ama i colori brillanti e possiede una piccola bottega vicino alla piazza. Meraviglia e paura è il riassunto di questo luogo 9


negli occhi di Damir. La meraviglia viene dalla follia, la paura dal dolore. Maschere greche con barbe curate a riccioli. Occhi maya. Volti inca. Facce che sono il sole o la luna con occhi, fronte, bocca, mento. Bambini. Bambine. Vecchi. Profili mediorientali. Tutti scolpiti nella pietra. Un giro del mondo di facce e mestieri. Esibiscono l’imperfezione della vita. Quasi tutti hanno labbra grosse, larghe, carnose. Le espressioni sono scavi di tristezza, di rabbia, caverne di tormento, gridi. Grugni contadini. Esaltazioni di nasi e zigomi. Capelli scolpiti. Facce che hanno lavorato con le mani. E marinai corrosi dal sale e dalle onde, il dondolio del mare fissato nella pietra. Artigiani e nobili che riconosci come arredamenti d’epoca: così come distingui una credenza Ikea da una madia del Settecento, o tavoli e baldacchini liberty da incroci industriali di legno compensato, qui riconosci i nobili d’animo e di fama dal lavorio più raffinato che il tempo ha impresso sulla loro carne. Ghandi e Moshe Dayan con la benda sull’occhio. Budda e Charlie Chaplin senza bombetta. Vittorio 10


Emanuele III e Mussolini. Orlando, Rinaldo e Grace Kelly. Vigilano su quella che è stata una grande ambizione, un’idea di regno, di società. «Un ettaro e mezzo, sei tummina a un paio di chilometri dal paese» roca Terzito. «Un terreno che non voleva nessuno, comprato con i pochi soldi fatti in America, ah, l’America.» Tremila teste, ciascuna con il suo nome e la sua dimensione. Don Filippo estraeva la pietra dalla montagna e la battezzava prima di scolpirla. Riconosceva il volto che era, avanti di metterci mano. «Adoperava una corta piccozza e con una scheggia di falce modellava i contorni» racconta Terzito. «L’ho visto lavorare sui blocchi di pietra che accatastava in quell’anfiteatro là in alto, dove andava a salutare il sole al tramonto.» Facce indiane, schiacciate e tonde. Colli lunghi zulu, fra Modigliani e l’Africa. «Di Modigliani non sapeva nulla. Dell’Africa sì, sapeva che stava là sotto. Se scrutava oltre la statale e la spiaggia di Sovareto e aveva la forza di farsi tutto il mare con lo sguardo, riusciva a raggiungere l’Africa. A quelli come lui l’avevano promessa. Le con11


quiste. L’impero. Le ricchezze. Ma chi se ne frega! Se le faceva qui, le sue conquiste, lui, il suo impero: quarant’anni, giorno dopo giorno, a popolare un pezzo di terra con volti che considerava sudditi o amici, a seconda dell’umore, o fratelli nella solitudine. Abitavano tutti il Castello Incantato, così don Filippu chiamava il podere» racconta Terzito. Damir ascolta le parole del vecchio e ogni tanto scatta: mette i punti e le virgole al racconto. Elena annuisce, contenta di accompagnare un fotografo in questa scoperta. Facce da guerra che sbucano contorte nelle fenditure degli ulivi: hanno più di sessanta, settant’anni, e i tronchi con pazienza ne rimodellano i lineamenti. Nasi diritti. Nasi camusi. Gobbe invece di nasi. Accumuli di visioni e di ricordi. Persone incontrate chissà dove. La maggior parte delle facce ha occhi chiusi o vuoti. Le figure maschili sono accigliate o adirate, quelle femminili più negligenti. Si fanno desiderare. Qualcuna ha occhi di ramarro. Qualcuna con il sole ingrigisce e si corrode invece di abbronzarsi. Damir sale e scende tra le facce di pietra, seguendo Terzito ed Elena. Si arrampica. Le vede smorfie, caratteri. 12


Una somiglia a James Dean, scatta Damir. Una è Elvis Presley, scatta ancora. Questa è una faccia Picasso e questa una faccia Chagall. Una è il gran capo indiano Toro Seduto, una è Cavallo Pazzo. Il paesaggio lungo il fianco brullo del San Calogero è un modello del tempo. Don Filippo ha fermato il tempo con i suoi gesti. Ogni volta che la piccozza colpiva la pietra, fermava un attimo e in quel podere una frazione di secondo s’inchiodava all’eternità. In certi punti le facce sono raccolte in gruppi e in file ordinate come per assistere a uno spettacolo. In questo momento lo spettacolo sono Terzito ed Elena, che si aggirano lenti, e più di loro Babic, che scruta, calcola, controlla la luce, considera l’obbiettivo come una pagina, prevede l’impressione sui lettori, quando sfoglieranno la storia, anticipa il gusto della direttrice e della photo editor, che non si occupano di ciò che egli vede, ma di come apparirà al pubblico, si preoccupano che il racconto delle cose non si discosti troppo dall’immaginario comune: tutto questo in lui è un’operazione che dura pochi secondi. Poi, il suo muso diventa un grugno sghembo, una sbilenca espressione biondiccia e rugosa al 13


riparo della macchina fotografica, degna di farsi pietra sulla collina alle porte di Sciacca, faccia numero tremila e uno fra quelle che abitano il Castello Incantato, un occhio chiuso e l’altro nel mirino – la grotta delle meraviglie. Appena la grotta delle meraviglie gli restituisce fiducia e coscienza, appena palpita all’unisono con lui e con lui respira, Damir scatta. È venuto fin qui per fotografare le facce di Filippo Bentivegna, figlio di pescatori, che un giorno si è arruolato in marina e poi ha smesso il mare, dopo la Grande guerra. Non gli piaceva, troppo movimento, troppa agitazione, non stava fermo mai. È tornato a casa più povero di quando è partito, allora è emigrato in America. Non ha avuto fortuna. Non si è allontanato da Brooklyn, pare. Alla fine è stato rimpatriato a forza, dopo una rissa in cui ha avuto la peggio, dicono. In America ha riempito gli occhi, molto poco le tasche, per niente il cuore. Si innamorava di continuo. Ma erano gli altri a portarsi via le donne, così raccontano. Allora è tornato. Ha affrontato il mare con un bastimento e un biglietto al di sopra delle sue possibilità, per non sfigurare. E si è ritrovato 14


solo, più solo di prima. Abbandonato. Non capiva i compaesani e i compaesani non capivano lui. Non parlava di ciò che vedeva. Vedeva ciò che aveva in testa: fantasie. Il cuore gonfio era uno straccio amaranto. L’amaranto è il colore del dolore, il dolore carico che non sai dire, solo scolpire, solo battere la pietra per estrarre il volto che hai intuito, perché ti faccia compagnia. E quando lo hai fra le mani e lo interroghi con parole e sguardi, quello tiene gli occhi chiusi e tace. Le labbra, seppur tu le abbia fatte grosse e larghe perché non si stanchino, rimangono sigillate. Allora ne cerchi un’altra, di faccia, un’altra persona che sbuchi fra rocce e caverne già scavate, un profilo, un lineamento che chiami. Scavi ancora. Con una mezza falce sagomi quello che c’è da sagomare. Ecco un altro fantasma che trova la sua forma, la sua compattezza umana. Finché lavori, reagisce. Ma appena dai l’ultimo colpo, si arrende all’eterno, si rivela simulacro. Così ha lavorato per quarant’anni fino alla morte, Filippo Bentivegna, il folle, come lo dicevano a Sciacca. «Per me e mio fratello era un artista» spiega Ter15


zito, «un grande artista, ma solo adesso puoi sostenerlo. Quando lo spiavano a strascicare gli scarponi per le strade, quando sentivano i suoi urli e assistevano alle sue stranezze, in paese gli davano del matto, non sapevano vedere». Fa una pausa e si terge la fronte. «Saper vedere è una qualità che si allena, non è un dato di fatto», dice. Ulivi, mandorli, carrubi, fichi d’india e facce. Quelli sono un padre e un figlio, innegabile: il figlio spunta dalla bocca del padre e cerca di conquistare la vita, cerca di liberarsi dalle fauci del genitore; oppure è il padre che lotta per non farsi divorare dal figlio, per non lasciare questo declivio di pietre – vorrebbe rimanere per vedere che cosa succede. Ora succede che Terzito inviti Elena e Damir ad accodarsi. «Arriviamo lassù», sbuffa. Damir si ferma spesso, Elena con lui. Terzito, che è corpulento e diabetico, li aspetta con pazienza. Ogni tanto parla di mangiare, dice che non si tiene, perché potrebbe sempre essere l’ultimo pasto, e l’ultimo pasto della vita non vuole che sia una vergogna o una miseria. Mentre cammina, è un ansimo continuo, le parole gli escono a fischi. Quando riposa, l’eloquio recupera sostanza e la voce si abbassa. 16


Terzito conosce Elena, la nipote di don Salvatore, che ora è medico ad Agrigento. La incontrava d’estate, quando veniva bambina a passare le vacanze. È per don Salvatore che ha accettato di fare da guida a lei e al suo amico fotografo. «Il Castello Incantato dà il nome al podere, è quello lassù in cima», dice. Passano davanti a pareti di roccia con volti impilati uno sull’altro, poi davanti a una faccia che termina in un fallo gigante su cui morbidamente si adagia una figura femminile a gambe spalancate. I desideri e le ossessioni di quest’uomo sono un mondo incolmabile, pensa Damir. Il Castello Incantato è una casupola bianca con due appendici alle spalle. Dentro, l’ambiente è spoglio, nessun arredo. Il pavimento è in terra battuta. La parete di fronte all’ingresso è affrescata con una marina e con il profilo di una città vista dalle onde – è lo sguardo di chi arriva, la sovrapposizione di New York a Sciacca, grattacieli su grattacieli e banchine, una città in piedi con cupole, bandiere e tante finestre che sembrano occhi, spie, agguati. Sulla sinistra dell’edificio ci sono le grotte scavate per recuperare il materiale – un intreccio di cuni17


coli e cave. A destra, c’è il piccolo anfiteatro a scaloni con un palcoscenico naturale dove don Filippo improvvisava recite. «Adorava i pupi, conosceva a memoria le storie e le reinventava» ricorda Terzito. «Raccontava di Orlando e Rinaldo innamorati di Angelica, e in Orlando s’immedesimava, pazzo d’amore per la bella principessa del Catai. Raccontava di Astolfo, che raggiungeva la luna e recuperava il senno di Orlando. E anche in Astolfo s’immedesimava e continuava con le sue stravaganze.» Il vecchio ceramista si fa aria con entrambe le mani, ne approfitta per trasformare il gesto in una sottolineatura delle sue parole. Sta dicendo che don Filippu, in siciliano, recitava persino la storia dei Promessi sposi: se non proprio a Manzoni, era fedele alle pene di Renzo e Lucia, alle paure di Don Abbondio, alla superbia e alla lussuria di Don Rodrigo, di cui condivideva le voglie. Mentre racconta, Costantino Terzito sorride guardingo, vigila sulle reazioni del suo pubblico. Filippo Bentivegna parteggiava per Don Rodrigo. Giurava sulla sua redenzione e garantiva che di peste moriva soltanto lo spirito malvagio, non la 18


persona; Don Rodrigo, trasformato dalla grazia divina, diventava un uomo amato da tutte le donne e chiunque giacesse con lui era come se giacesse con il figlio di Dio. Ha scolpito i personaggi del romanzo in un unico frontone, Renzo Tramaglino con la faccia floscia, Lucia Mondella con il viso che è un risucchio, l’Innominato con un muso d’aquila, naso a becco e zigomi piumati. Nel Grifo traditore i vecchi del paese riconoscevano suo padre, il Pescemmezzo, come lo chiamavano, perché regalava mezzo pesce a chi comprava senza fargli perdere tempo. Raccontava la Monaca di Monza, che insieme a Don Rodrigo era la sua preferita, e infatti spiccano in primo piano. Il volto di Don Rodrigo è una tempesta con lampi, tuoni e scrosci violenti in forma di muschio e fungo che attacca la pietra. Gertrude si riconosce per il tentennamento lussurioso e perché sul sembiante da peccatrice redenta conserva un alone di malizia. Damir scatta, inquadra la malizia e scatta. Si sente davanti a un libro illustrato e scioglie anche lui la sua fantasia. Gertrude, Don Rodrigo, l’Innominato, Renzo, e scatta. Si muove a lunghi passi 19


con una borsa nera a spalla, dinoccolato. Una sua falcata sono due di Elena e tre di Terzito. Ha gambe allenate e busto compatto. Volto disteso, chiaro di carnagione e di capelli. Lo si intuisce pazientemente determinato. Ha la disponibilità di chi appare neutrale di fronte alle cose, sereno, senza predilezioni. I suoi gesti sembrano dettati dal caso, dirottati in lui da un superiore gioco di destini e occasioni – anche quando scatta, nel pieno esercizio della sua professione. Damir si definisce soltanto attraverso il lavoro che fa, attraverso il talento che gli è riconosciuto. Non è poco, comunque – pensa. Elena Moncada lo osserva. Giudica che quello di Babic sia un bel mestiere: fotografare e girare il mondo, scegliere e fermare in un’immagine la vita, che cosa si può desiderare di meglio? Pensa sia un uomo curioso. Lo pensa uomo, con più anni di quelli che ha. «A parità d’anni, siamo più vecchi di voi», le dirà Damir, «abbiamo maggiore esperienza della crudezza della vita, conosciamo la facilità con cui un giorno la vita c’è e il giorno dopo non c’è più, niente può 20


preservarla meglio della fortuna, per questo siamo a caccia di fortuna come lupi». Abbracciandola, cercando sollievo nella freschezza del suo corpo, dirà: «Per esempio, adesso io sono fortunato». Ma questo poi. Ora, l’ha appena conosciuta, è il suo gancio in Sicilia per il servizio. Non si accorge che lei lo osserva, mentre inquadra Garibaldi e Sophia Loren: quello è Garibaldi senza dubbio, barba e capelli da Garibaldi, e quella, accanto a una testa negra con un grattacielo come acconciatura, è Sophia Loren – ha il seno al posto delle guance, a tal punto inconfondibile che non sarebbe strano vederle apparire al fianco Marcello Mastroianni. «Diceva che era la sua fidanzata» sospira Terzito, «eh, ne aveva molte di fidanzate, neanche una donna nella vita, ma molte fidanzate qui dentro», con l’indice tozzo della destra si tocca la fronte. «E ci credeva sul serio», aggiunge. Damir scatta. Prima Garibaldi solo. Poi Loren sola. Poi Garibaldi e Loren insieme con la negra in mezzo. Poi la negra sola – ha qualcosa di eccitante e smisurato. «Don Filippu insisteva che aveva la chiave del21


l’incanto» racconta Terzito. «Era un bastone di legno con tredici piccole facce incise. Sembra sia andato perduto.» Scolpiva continuamente cazzi e fighe nel legno, amplessi, figure avvinghiate: quasi tutto bruciato o portato via, anche la chiave con cui sosteneva di poter aprire e risolvere l’incanto, di conquistare finalmente la donna che inseguiva. Era pieno di energie. Nel podere sulle pendici del San Calogero è rimasta l’eco della sua forza e della sua tenacia. Non ha smesso di lavorare fino alla fine. «Aveva un’ottantina d’anni nel ’67, quando è morto» informa Terzito, che ogni tanto si concede espressioni birbanti da bambino. «Ha scavato un labirinto qui» indica. «Bucava la montagna per inseguire una principessa. Dove appariva, lui scavava. Ma sul più bello, quella svaniva e appariva da un’altra parte, allora lui si spostava e ricominciava.» Rigenerava la pietra scavata scolpendovi una maschera. Per rabbiosa nostalgia. Per dare senso agli inseguimenti falliti. «Noi facevamo Pasquetta quassù» ricorda Terzito. «Si diceva: andiamo alle teste di don Filippu. 22


Lui non voleva rotte le scatole da nessuno, ma se era tranquillo lasciava entrare.» Veniva a piedi fino al podere, quattro chilometri da casa della madre. Quando è morta la madre, veniva da casa della sorella, zi’ Teresina, la Nina, come la chiamava, per via della Nina la Pinta e la Santa Maria, perché la sorella passava il tempo con due cugine zitelle, una che beveva rosolio come latte, la Pinta, e l’altra, un essere petulante che affidava santini a chiunque incontrasse, la Santa Maria. Insieme attraversavano il paese, casa, chiesa, municipio, negozi, come fosse l’Atlantico, con il passo di chi ha le vele spiegate, il vento in poppa ed è sempre sul punto di scoprire l’America. Una spavalderia felice coglie Terzito a questo punto del racconto. Compiaciuto calcola: «Quattro chilometri da casa della madre e quattro chilometri da casa della sorella per arrivare fin qui, niente lo fermava, e la sera rientrando, lungo la strada, scolpiva ciotoli, massi, alberi, qualunque cosa. Non c’è che dire, era originale, solo che dall’America troppo scombussolato è venuto». Ah, l’America... Lavorava a Brooklyn, dicono, al porto. Altri sostengono fosse nelle ferrovie. Sono 23


gli anni duri, facce dure, lingua dura, ore dure, nemmeno il sonno dà sollievo. L’aria a New York è dura. Filippo non capisce le facce, non sa trattare le persone, le urta, le irrita, non è accondiscendente. Ciononostante, nella durezza trova uno spiraglio di luce. Così è nella vita come nella pietra. Filippo Bentivegna con la sua impervia faccia grigia a cui l’esaltazione regala mille colori, s’innamora. «Lei è la figlia di un gangster americano, dicono. Al gangster non piace il ragazzo e lo fa legnare dai suoi scagnozzi. Lo pestano a sangue, anche in testa, chissà cosa colpiscono» ricama Terzito con disappunto. «O semplicemente gli cade addosso qualcosa dove lavora, chi lo sa. Nei porti succede, in quegli anni poi! Anche se sei in ferrovia, come sostengono altri, può capitare lo stesso: un incidente e batti la testa, e non sei più tu, non sei più quello che conoscevano gli amici, i compaesani.» Una botta in testa, a volte, libera dalle incrostazioni, dai lacci e dalle consuetudini, dal fango in cui cresci. Diventi finalmente quello che devi diventare. Forse. «Vai a sapere! Comunque lo rimpatriano. Per loro era pazzo, ma non è vero. Era un artista e, come 24


tutti gli artisti, ha vissuto solo, in preda al demone creativo. Se gli offrivi soldi per le sue teste, si sentiva insultato, diventava violento. Ma come?, urlava. I soldi me li fabbrico io, io ho questo potere.» Anche Costantino Terzito alza la voce. Si sente insultato per interposta persona. E per solidarietà urla. Con moderazione. Aggiunge un’eco agli strepiti di don Filippo. Non amava che la gente del paese venisse in visita. Si presentavano quasi sempre per prenderlo in giro. I ragazzi lo canzonavano, lui bestemmiava. Rimaneva tranquillo solo quando venivano a raccogliere le olive e le carrube. Non gli interessavano i frutti del podere, si occupava della pietra, di trovare il nome giusto alle facce e di scolpirle. «Era magro, bianco di capelli, nervoso, si muoveva a scatti», lo descrive Terzito. «Aveva una forza bestiale, sproporzionata, le mani erano fatte di roccia, dita rocciose, calli rocciosi, unghie come selci, gli occhi lucidissimi e celesti da normanno, sembrava non li chiudesse mai, erano puro acciaio.» La forza partiva dagli occhi. La sua forza era in ciò che vedeva. Riusciva a vederlo soltanto lui – le sue visioni. Dalle visioni traeva energia, possanza, 25


sicurezza. Le masticava – pochi denti, tutto gengive e masticava. Anche le sue parole uscivano di bocca masticate, un continuo mulinare di mandibole e labbra. «Una volta» ricorda Terzito, «ero con mio fratello, che adesso fa il pittore a Catania e allora voleva diventare suo allievo, giuro, potete chiedere a lui, beh, una volta l’abbiamo visto giocare con il sole che tramontava, stava facendo il toro e cominciava a muggire. Credo che si sentisse il Minotauro. Gridava che non avrebbe lasciato andare il sole mai, l’avrebbe inseguito fino al di là del mare e lo avrebbe incornato, perché lui era più potente, più giovane, e avrebbe preso il suo posto. Ha avuto una vita tormentata don Filippu» conclude con voce esile. Prende fiato – il respiro ricapitola tutti i tormenti di Filippo Bentivegna. Arrivato alla fine della corsa, il ceramista ghigna: «Prima di piazzare le teste, nei luoghi che aveva scelto, si masturbava, così li rendeva umidi e accoglienti». Ha cercato il colpo a effetto. Spia l’esito sugli interlocutori. Sente di aver dato soddisfazione al fotografo straniero e alla nipote di don Salvatore. Generoso, si offre per un’altra storia: «Cosa volete 26


che vi racconti adesso? La spiaggia dei fantasmi? Quando una nave francese è affondata qui davanti e, di notte, quattordici cadaveri sono finiti a riva trasportati dalla corrente? Ogni mese, con la luna piena, si risvegliano e salgono in città, la gente non ci fa più caso, sono secoli ormai e si sono integrati». Ridacchia. Fotografare fantasmi che sotto la luna piena passeggiano per Sciacca potrebbe essere fantastico, forse farebbe vincere un altro premio a Damir. Ma lui è qui per le teste di don Filippo, che sono meglio dei fantasmi. Il suo mestiere è far conoscere le cose. Le incornicia in una immagine e le fa viaggiare fino a te. Fotografa. È pagato dai giornali. Va in giro e riporta il mondo. Ne prende dei morsi e li offre a una comoda vista. Fa venire voglia di mondo, di meraviglia e di orrore. Racconta i caffè di Beirut, i raduni gitani in Francia, le palestre di boxe in disarmo in Italia, i musulmani di New York, la vita notturna di Gaza, che non immagini ma esiste, o come si possa sopravvivere a Grozny dopo l’attacco ceceno al teatro Dubrovka di Mosca, come ci si diverta nelle feste private di Teheran, come i funerali rias27


sumano la storia dei popoli, le loro origini e non la fine, come si arrendano alle miniere gli uomini in Siberia, come a Sadr City, di fronte alla violenza e alla disperazione, la commozione si mangi la paura, come ad Haiti si cresca con la musica e poi la violenza ti porti via, come il Marocco sia un paese di vecchie capitali e di bambini, come si faccia rock in Bosnia, a Sarajevo, la sua città. Il mese scorso, a inizio autunno, ha chiuso un servizio sui grandi musei d’arte contemporanea in Europa, le loro architetture, le loro mostre. L’arte concettuale è una nuova forma di archeologia – ha capito –, stessa forza e stessa debolezza dei siti archeologici, ha bisogno di racconto, altrimenti scompare. Non è un prodotto, l’arte, è un’idea che s’incarna in un gesto, è la frase di un racconto che produce esperienza – pensa Damir di fronte alle teste del Castello Incantato. Non è il cervello a farla, sono gli occhi e le mani – constata. Al Kunsthal di Rotterdam c’era una mostra di Mark Rothko, il ritrattista d’anime che trasformava le tele in colori e si è ucciso perché anche i colori soffocano, persino i più brillanti non cancellano il dolore. 28


Il colore del dolore è l’amaranto, ha visto. Damir non lo capisce, il dolore. Lo sente. Gli rimane negli occhi, negli scatti. Al dolore reagisce scattando: lo accoglie e lo stampa in fotografia. Ha imparato che è sempre una punta. La gioia è un’esplosione, il dolore è una punta, un pulsare a cui non sei tu che poni termine, un ululare lontano che non dà pace. Devasta. Nemmeno devastare rende l’idea, si è accorto Damir davanti a Rothko. I suoi quadri contengono molto di ciò che lui ha incontrato nel mondo, molta guerra, molta paura, molto abbandono. Un unico dolore che si modula con passaggi di tonalità. Colori spalmati sulla tela come nuvole. Con questa sensazione Damir Babic lascia il podere Bentivegna e saluta Terzito. Elena lo accompagna in albergo. Hanno ancora un’ora di strada, poi lei deve rientrare a casa: questa sera ha promesso alla sorella di tenerle il bambino. Il cielo è un lenzuolo opaco, promette pioggia. L’aria è umida, ventosa. Il mare ha i toni scuri dell’inverno, sbuffi bianchi in lontananza. I colori intorno sono effusioni tenui della luce, mettono distanza fra le cose. 29


Sulla strada non c’è quasi nessuno. Non ha voglia di parlare, è stanco. Le sue risposte alle domande di Elena sono sassolini.

30



Le stanze di Mogador