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Michele Giorgio Chiara Cruciati

Il movimento sionista e la Nakba palestinese settant’anni dopo


Sulla frontiera


Israele, mito e realtà Il movimento sionista e la Nakba palestinese settant’anni dopo di

Michele Giorgio Chiara Cruciati


Illustrazione in copertina di Chiara De Marco Per favorire la libera circolazione della cultura, è consentita la riproduzione di questo volume, parziale o totale, a uso personale dei lettori purchÊ non a scopo commerciale. Š 2018 Edizioni Alegre - Soc. cooperativa giornalistica Circonvallazione Casilina, 72/74 - 00176 Roma e-mail: redazione@edizionialegre.it sito: www.edizionialegre.it


Indice Prefazione di Tommaso Di Francesco Una storia necessaria Introduzione

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Capitolo uno 23 Sionismo. Teoria, pratica e opposizione Il protosionismo 26 Theodor Herzl, il sionismo politico e lo Stato ebraico 28 La sposa è bella ma è sposata a un altro uomo 30 Chaim Weizmann e la Dichiarazione di Balfour 36 Zeev Jabotinsky, il “Muro di ferro” e tutta Eretz Israel agli ebrei 40 Ben Gurion: pragmatismo sionista non socialismo 44 Antisionismo 48 Capitolo due Ebrei, Olocausto e Israele Intervista a Yosef Grodzinsky

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Capitolo tre La Palestina prima di Israele Intervista a Salim Tamari

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Capitolo quattro I palestinesi dopo la Nakba Intervista a Wasim Dahmash

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Capitolo cinque Ritorno. L’aliyah degli ebrei, i profughi palestinesi e i presenti-assenti L’espulsione del 1948 e la ongoing Nakba

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Il ritorno negato Aliyah, il ritorno alla “nazione” ebraica Presenti ma assenti, quasi invisibili Il caso di Ein Hawd

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Capitolo sei Lavoro. L’Histadrut e il sindacalismo sionista Le cellule fondatrici, il kibbutz e il lavoro forzato Histadrut, il sindacato-Stato Dalla discriminazione al precariato diffuso

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Capitolo sette Il mito del kibbutz Intervista a Sergio Yahni

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Capitolo otto Cittadinanza e nazionalità. Lo status di ebrei e arabi in Israele Israele nazione degli ebrei, non degli israeliani Gli spazi della discriminazione

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Capitolo nove Dall’antisemitismo al filosionismo Intervista a Yitzhak Laor

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Capitolo dieci L’idea di Israele Intervista a Ilan Pappé

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Cronologia fondamentale

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Glossario e personaggi

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Immagini

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Bibliografia

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Prefazione

Una storia necessaria di Tommaso Di Francesco

A settant’anni esatti dalla nascita dello Stato d’Israele, mentre scriviamo (aprile-maggio 2018), è ancora un venerdì di protesta palestinese ai bordi di Gaza, per il diritto al “Ritorno”. Dura ormai da un mese con l’obiettivo di culminare nei giorni in cui, per decisione scellerata presa il 6 dicembre 2017, il presidente statunitense Donald Trump sposterà la sede dell’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, così legittimando e riconoscendo di fatto l’occupazione militare israeliana del 1967, facendo a pezzi lo status della città protetto dal diritto internazionale. Come ogni settimana decine di tiratori scelti israeliani sono al lavoro: prendono “coraggiosamente” la mira dal dosso di una trincea scavata ai bordi della Striscia di Gaza. I cecchini inviati dai comandi militari e dal governo di Tel Aviv non devono ricaricare, le loro armi di precisione permettono più bersagli. E non sbagliano. In pochi minuti le manifestazioni dei giovani e delle donne che provano a deviare la mira dei tiratori con il fumo dei copertoni incendiati e con falsi bersagli – l’immagine quasi mitologica è quella di una madre che porta in testa un otre di ceramica – si sono trasformate in un cimitero. L’ennesimo per i palestinesi. Come aveva annunciato il ministro degli esteri israeliano, il falco dell’estrema destra razzista Avigdor Lieberman (ma il governo israeliano a guida del corrotto Netanyahu è di estrema destra ed è tutto di falchi): chi avesse osato attraversare il limite tra Gaza e Israele – artificiale, perché Israele non ha confini definiti – sarebbe stato «un uomo morto». 9


Israele, mito e realtà

Continua dunque il tiro al piccione – altro che “battaglia” come titolano gli stregoni della notizia – contro adolescenti, donne, bambini, contadini. I morti aumentano, con le proteste anche in Cisgiordania, sono tutti palestinesi e sono decine e decine, con migliaia di feriti, molti quelli gravi. Non c’è avvisaglia di condanna nemmeno del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La strage di Gaza è terrorismo di Stato, ma è la “normalità prevedibile”.

La condizione palestinese Si conferma la condizione disperata dei palestinesi. Il loro primo dramma è essere divisi, ma sul tema del ritorno sono uniti. Sono in piazza in tutti i territori occupati e nella prigione a cielo aperto della Striscia per ricordare al mondo che si è scordato di loro che la protesta della Giornata della terra rivendica il diritto a tornare lì da dove sono stati cacciati nel 1948 nella forma della pulizia etnica: per quella che chiamano Nakba (la catastrofe), e che è proprio l’evento fondativo dello Stato d’Israele. Il quale considera invece il “diritto al ritorno” come costitutivo della propria natura esclusiva di Stato ebraico. Ai palestinesi al contrario non è permesso nemmeno immaginarlo il ritorno, dati i rapporti di forza, la violenza militare dell’occupazione e della repressione che ha riempito di migliaia di prigionieri politici le galere israeliane dove langue da anni il leader legittimo della Palestina, Marwan Barghuti. Ai palestinesi è permesso solo di vivere a milioni nei campi profughi di un Medio oriente stravolto dalle guerre occidentali; come migranti nei propri territori occupati (Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est), che ben due risoluzioni dell’Onu (il diritto internazionale, non le pretese palestinesi) impongono allo Stato occupante di liberare; e gli è permesso sopravvivere sempre più nell’indigenza, chiusi dentro la prigione a cielo aperto che è la Striscia di Gaza. Questa è la condizione palestinese, con il muro di Sharon che ruba terre alla Palestina e taglia in due famiglie, paesi e comunità; posti di blocco che sospendono nell’attesa le vite umane; lo 10


Prefazione

sradicamento di colture agricole e le fonti d’acqua sequestrate; le uccisioni quotidiane; e una miriade di insediamenti colonici ebraici che hanno ormai cancellato la continuità territoriale di quello che doveva essere lo Stato di Palestina. Per una soluzione di pace ormai impossibile nei termini fin qui a malapena sussurrati. Del resto dopo l’uccisione nel 1995 del premier israeliano Yitzhak Rabin a opera di un estremista integralista ebreo, era maledettamente immaginabile che i pur ambigui accordi di pace di Oslo diventassero carta straccia. E adesso si aggiunge la decisione di Trump di spostare a Gerusalemme l’ambasciata statunitense. Dopo tante chiacchiere di Obama che nel 2009 all’Università del Cairo dichiarava di «sentire il dolore dei palestinesi senza terra e senza Stato». E dopo gli slogan e i voltafaccia dell’Unione europea che tace, mentre ogni governo occidentale fa affari con armi e tecnologia, e con patti militari – come l’Italia – con un paese, Israele, che è da settant’anni in guerra e che occupa illegalmente terre di un altro popolo. Il governo Netanyahu dichiara, a difesa del proprio operato criminale a Gaza e non solo, che «si tratta di azioni terroristiche». Ma la verità è che un popolo oppresso che manifesta pacificamente contro un’occupazione militare, come accade in questi Venerdì del Ritorno, ricorda solo la nostra Liberazione e le lotte di liberazione dei popoli, il sacrosanto diritto dei palestinesi sancito da ben tre risoluzioni dell’Onu (una del 1948 proprio sul “diritto al ritorno”). Eppure non dobbiamo distogliere dalla nostra considerazione la questione del terrorismo, quello jihadista, quello che viene agitato spesso a sproposito in Italia, e che nelle capitali europee e occidentali ormai lascia una scia di sangue di ritorno per le guerre in Libia e in Siria che abbiamo scientemente contribuito a far deflagrare. Perché è giusto ricordare che nell’immaginario fondativo non solo di al-Qaeda e della sua diaspora jihadista anche di nuova generazione, c’è la questione dell’occupazione dei luoghi sacri dell’islam (da quelli dell’Arabia saudita fino a Gerusalemme). E la questione palestinese, con la sua litania decennale di stragi impunite, abbandonata dall’opinione pubblica 11


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occidentale, dalla “sinistra che non c’è più” e dal mondo intero, consegnata dalla diplomazia mondiale all’elemosina dell’Onu e nelle mani criminali dei “sultani” al-Sisi e Erdogan, può finire ancora peggio. Può essere ulteriormente straziata da rivendicazioni terroristiche di matrice jihadista. È un pericolo reale. Allora o si esce dal silenzio complice e si prefigura una soluzione di pace che esca dall’ambiguità di stare al di sopra delle parti – come se Israele e Palestina avessero la stessa forza e rappresentatività, quando invece da una parte c’è lo Stato d’Israele, potente e armato fino ai denti, potenza nucleare e con l’esercito tra i più forti al mondo, mentre dall’altra lo Stato palestinese e la sua “Autorità” semplicemente non esistono – oppure sarà troppo tardi.

Israele, il sionismo come nazionalismo promesso e il “sionismo reale” Perché il nodo mai sciolto realmente da quasi tutti i governi israeliani è quello del diritto dei palestinesi di avere una terra e uno Stato, fermo restando il diritto eguale d’Israele. Che se però non lo riconosce, nei fatti, per la Palestina perché dovrebbe pretenderlo per sé? I due termini ormai si sostengono a vicenda oppure insieme si cancellano. Tanto più che la demografia ormai racconta che le popolazioni arabe hanno oltrepassato la misura di quelle di religione ebraica: o si avvia una trasformazione democratica dello Stato d’Israele che decide di perdere la sua natura etnico-religiosa di “Stato ebraico”, con la pretesa arrogante che i palestinesi occupati lo riconoscano come tale; oppure si avvia una dimensione ormai acclarata di Stato di apartheid come in Sudafrica; con tanto di territori occupati come grandi riserve per i “nativi” nemici. Dalle promesse del sionismo – la “terra senza popolo per un popolo senza terra” annunciata da Theodor Herzl poteva mai essere la Palestina? – come movimento di liberazione nazionale ebraico, alla ricerca di una terra dopo la tragedia e l’esodo dei superstiti della Shoah, al “sionismo reale”, alle sue “realizzazioni” grazie all’oppressione e all’espulsione di un altro popolo: forse 12


Prefazione

vale la pena fare lo stesso discorso del socialismo promesso rispetto al socialismo reale. «Ed era inevitabile», dichiara lo storico israeliano Ilan Pappé, «che la società israeliana si spostasse a destra. La possibilità che un colonialismo di insediamento potesse essere anche democratico o socialista era nulla. Il vero Israele si sta mostrando oggi. È un inevitabile processo storico, sebbene Israele provi a giocare la carta della democrazia. Passerà del tempo prima che la società israeliana cambi o si trasformi. Anche se il primo ministro Netanyahu sarà cacciato a causa degli scandali sulla corruzione che affronta oggi, la natura del regime non cambierà». Il fatto è che lo Stato d’Israele e i suoi governi dopo il 1995 si sono comportati di male in peggio, come se la macchia della strage di Sabra e Shatila non ci fosse mai stata, anche perché il principale responsabile di quel crimine, Ariel Sharon, è poi diventato primo ministro. Di male in peggio perché a Sabra e Shatila, nella Beirut del 1982 occupata dai tank israeliani, per il lavoro sporco del massacro furono chiamati e militarmente coordinati dai comandi israeliani i falangisti libanesi; per le ultime guerre – nel 2004, nel 2009, nel 2014, per dirne solo alcune – nelle centinaia di uccisioni quotidiane nei territori occupati, e in questo mese di aprile 2018, sembrano impegnati direttamente i soldati di Tsahal, sia i giovani militari che i riservisti, sia la prima leva che le truppe speciali – sono sfortunatamente troppo pochi i militari coraggiosi che dicono “signornò”. Il governo d’estrema destra israeliana sembra cercare una nuova, rinnovata, complicità generazionale. Come se i civili palestinesi fossero davvero il “nemico” da uccidere e segregare e non un popolo dal comune, infelice destino da soccorrere e con cui convivere.

La tragedia della Shoah, le dissimulate responsabilità occidentali Impossibile non vedere come dietro questa totale sopraffazione e impunità ci sia la tragedia della Shoah, o meglio della 13


Israele, mito e realtà

sua ideologia. Parliamo del più grande genocidio della storia contemporanea (aggiungeremmo il precedente sterminio degli armeni; il Porajmos, lo sterminio nazista dei rom; l’eliminazione nazista dei disabili; il crimine a freddo dell’olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki). Noi occidentali dovremmo portare la Shoah come fardello sulle nostre spalle e nelle nostre coscienze; qui, in Europa, è proliferato l’antisemitismo senza che mai sia stata fatta chiarezza, così come mai è stata fatta chiarezza sull’eredità del neocolonialismo; proprio come ai nostri giorni allignano l’islamofobia, l’odio per il diverso e per i migranti. Eppure questa che dovrebbe essere una responsabilità insopprimibile, indimenticabile e assolutamente non negabile, in Europa è utilizzata – come ha scritto Tony Judt, lo scrittore di origini ebraiche premio Hannah Arendt nel 2008 – in chiave ideologico-emozionale «troppo legata alla sola difesa d’Israele» e strumentalizzata in chiave statuale e politica, tanto da «perdere così la sua rilevanza universale». E, ahimè, scaricata addosso a una realtà a questo sostanzialmente estranea. La soluzione finale, quella conferenza nazista di Wannsee del 20 gennaio 1942, fu infatti concepita dalla ragione perversa dell’Occidente colto, raffinato e razionale, perfino con l’aiuto moderno dei calcolatori elettronici forniti dall’Ibm per l’aritmetica binaria dei campi di sterminio e dei fornitori multinazionali di gas mortale. Non dagli attuali membri di Hamas o dagli abitanti di Gaza City, della Cisgiordania o di Gerusalemme est. Ma c’è stata una vergognosa novità: il premier Benjamin Netanyahu nell’ottobre 2015, tra lo sgomento del mondo, è diventato lui stesso revisionista storico e negazionista quando ha dichiarato al Consiglio mondiale ebraico che «Hitler non voleva sterminare gli ebrei» ma lo fece su «consiglio dello sheikh Husseini». Con incredibile perversione ha voluto salvare Hitler – facendo il gioco del negazionismo d’estrema destra – ma per scaricare le colpe della Shoah sulla leadership araba degli anni Quaranta. E con un solo scopo: giustificare che le attuali durezza, brutalità e violenza israeliane – un “modello di antiterrorismo” per 14


Prefazione

Europa e Stati Uniti – sono assolutamente necessarie contro i palestinesi. Perché eredi di Husseini? In quanto “eredi di Hitler”? Sarebbe come a dire che i ragazzi israeliani di oggi sono eredi del filo-mussoliniano Jabotinsky, uno dei fondatori d’Israele. Ma se nemmeno per i tedeschi è stato mai legittimo fare questo ragionamento, perché dovrebbe valere per i palestinesi? Dimenticando due elementi decisivi: quando lo sceicco arriva da Hitler, nel novembre 1941, il ghetto di Varsavia era già stato istituito e lo sterminio degli ebrei nell’Europa dell’est occupata, con la ritirata delle truppe sovietiche, era già cominciato da molti mesi e con decine e decine di migliaia di vittime; e che lo sceicco Husseini, apertamente ammiratore e collaborazionista di Hitler – vi si era messo a disposizione a Berlino dichiarando: «Abbiamo nemici comuni, gli inglesi, gli ebrei e i comunisti» –, era stato nominato nel 1921 gran mufti di Gerusalemme dall’alto commissario britannico, l’ebreo Herbert Samuel, contro il voto popolare dei palestinesi che non riconoscevano la sua autorità e temevano la sua storia di crudele eliminatore di avversari.

La sapienza della diaspora e Wael Zuaiter Ora con la prosecuzione dell’occupazione militare dei territori palestinesi e il poligono di tiro nella Striscia di Gaza, Israele prende di mira non solo il suo futuro – perché si allarga il territorio dell’odio – ma anche il passato. Che resta della storia d’Israele se non tenebra e violenza, se non guerra e occupazione? Siamo alla dissipazione da parte di Israele della sua profonda memoria storica. Franco Lattes Fortini ha scritto nella sua straordinaria “Lettera aperta agli ebrei italiani” del 24 maggio 1989, durante la fase più acuta della Prima intifada palestinese: «Con ogni casa che gli israeliani distruggono, con ogni vita che quotidianamente uccidono e perfino con ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e di sapienza che, nella e per la cultura 15


Israele, mito e realtà

occidentale, è stato accumulato dalle generazioni della diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea e cristiana, Simone Weil, ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere». Non è bastata a quanto pare ai governanti di Israele – che infatti si sono assai risentiti – la lezione venuta dallo straordinario film di Steven Spielberg Munich contro il diritto comunque e dovunque alla rappresaglia, perché coinvolge innocenti e alimenta il fuoco che invece si illude di spegnere. Un solo errore c’è in quel film: l’innocente intellettuale Wael Zuaiter non era un signore grasso di mezza età e un po’ mellifluo come lo descrive la scena del film prima del suo assassinio, ma un giovane, oltre che colto e bello, attivo politicamente, primo rappresentante di Fatah in Italia; era un poeta, voleva costruire una biblioteca di letteratura araba a Roma, stava traducendo Le mille e una notte, conosceva Jean Genet e Moravia; in una sezione comunista vicino al ghetto a chi chiedeva ad alta voce: «Ma chi sono questi palestinesi? Esistono veramente? Li vorrei proprio vedere», aveva il coraggio di alzarsi e rispondere, chiedendo ai presenti come era mai possibile che un popolo, quello ebraico, che aveva sofferto una così spaventosa persecuzione, potesse a sua volta diventare persecutore. Fu ucciso dal Mossad nell’ottobre del 1972 a Roma come rappresaglia per i fatti di Monaco, per i quali non aveva avuto alcun ruolo; contrario alla violenza, quando il suo popolo fu preso a cannonate ad Amman dall’esercito del monarca giordano corse ad aiutarlo, come raccontava, «facendo il pane e distribuendolo tra le macerie».

Khirbet Khiza, La rabbia del vento Provate a guardarlo ancora quel film dopo il tiro al piccione di Gaza e dopo le dieci guerre consumate contro il popolo palestinese. Soprattutto, appare azzerata quella memoria interna 16


Prefazione

dei grandi fondatori dello Stato d’Israele che, come Ben Gurion, riconoscevano perfino il diritto dei palestinesi a lottare in armi contro i nuovi occupanti; cancellate le intenzioni socialiste e internazionaliste dei primi kibbutznik, tutti riconvertiti al nazionalismo estremo; e quella laicità di Yeshayahu Leibowitz, scienziato e uno dei più grandi filosofi dell’ebraismo nel xx secolo, che accusava i partiti religiosi ebraici di essere “puttane parassite” del governo israeliano e che già nel 1968 insisteva che Israele avrebbe dovuto ritirarsi dai territori occupati, invitando per più di vent’anni i soldati israeliani a rifiutarsi di servire in Libano nel 1982 e nei territori palestinesi per evitare, diceva, una deriva “nazista” nei comportamenti delle unità speciali dell’esercito. E che fine ha fatto quella verità degli scrittori non ancora “a contratto” del governo di Tel Aviv. Parlo della grande lezione morale di S. Yizhar (Yzhar Smilansky), il fondatore della letteratura israeliana, che in un piccolo romanzo del 1949 Khirbet Khiza – significativamente un titolo in arabo, ma conosciuto da noi come La rabbia del vento, uscito un anno dopo la fondazione d’Israele – racconta la storia di una brigata dell’esercito israeliano impegnata con la violenza a cacciare famiglie palestinesi dalla loro terra; un testo letterario che aprì proprio alle origini un dibattito serrato sulle basi etiche del nuovo Stato d’Israele. Il romanzo finisce con queste parole di dolore e rammarico: «I campi saranno seminati e mietuti e verranno compiute grandi opere. Evviva la città ebraica di Khiza! Chi penserà mai che prima qui ci fosse una certa Khirbet Khiza la cui popolazione era stata cacciata e di cui noi ci eravamo impadroniti? Eravamo venuti, avevamo sparato, bruciato, fatto esplodere, bandito ed esiliato». E ancora: «[...] finché le lacrime di un bambino che camminava con la madre non avessero brillato, e lei non avesse trattenuto un tacito pianto di rabbia, io non avrei potuto rassegnarmi. E quel bambino andava in esilio portando con sé il ruggito di un torto ricevuto, ed era impossibile che non ci fosse al mondo nessuno disposto a raccogliere un urlo talmente grande. Allora dissi: non abbiamo alcun diritto a mandarli via da qui!». 17


Israele, mito e realtà

Così, parafrasando lo storico israeliano Ilan Pappé, scrivere una storia di Israele nel settantesimo anniversario della nascita dello Stato, come ripropongono con rigore e preparazione Michele Giorgio e Chiara Cruciati, di fronte alla catastrofe di un popolo è sia una «forma di lotta per la liberazione del popolo palestinese dal colonialismo di insediamento israeliano», sia uno strumento per una nuova consapevolezza di sé del popolo israeliano. Perché, ricorda proprio Ilan Pappé, «il discorso sionista è fondato su basi fragili: la realtà non coincide con la narrazione. Identificare i materiali con cui la narrazione sionista è stata costruita non è solo un esercizio intellettuale, perché quel discorso ha un impatto sulla vita di un popolo. Il primo materiale utilizzato è l’assorbimento della Palestina all’interno della storia dell’Europa. Dalla Dichiarazione di Balfour, passando per il piano di partizione dell’Onu del 1947 fino alla dichiarazione di Trump su Gerusalemme, l’Europa e l’Occidente percepiscono la Palestina come un affare interno. E questa falsa rappresentazione è stata traslata su Israele. In tale visione i palestinesi, in quanto arabi e musulmani, sono visti come migranti e non come nativi», prosegue Ilan Pappé. «Per un colonialismo d’insediamento del tutto simile a quello perpetrato in America settentrionale, Australia e Sudafrica: la presenza di popoli indigeni che non corrispondevano alla popolazione desiderata dai coloni europei si è tradotta in genocidio nei primi due casi, in apartheid in Sudafrica e in pulizia etnica in Palestina. L’idea che gli indigeni siano gli invasori sta alla base di questo tipo di colonialismo ed è riprodotta dall’accademia che narra la storia della Palestina in questi termini. E quella israeliana si spinge oltre quando discute di questione demografica, legittimando le politiche di riduzione del numero di palestinesi sul territorio. In atto c’è lo stesso processo di disumanizzazione che il neoliberismo applica ai lavoratori». In questa storia c’è il presente possibile della liberazione degli oppressi dagli oppressori non riconducibile più solo a logiche nazionaliste.

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Israele, mito e realtĂ


Introduzione

Nella storia e in politica gli anniversari sono l’occasione per tirare le somme, per fare il bilancio dell’evento preso in esame e per riaprire un confronto di idee. I settant’anni dalla fondazione di Israele e dalla Nakba, la catastrofe palestinese, rappresentano l’opportunità per riesaminare pagine di storia e processi politici, vecchi e più recenti, che sono ancora oggi parte, se non cuore, dell’attualità mediorientale. Poche volte nella storia del xx e del xxi secolo due nomi hanno suscitato tante passioni, adesioni, critiche, difese aprioristiche come Israele e Palestina. Accanto a chi vede nell’impresa sionista, cominciata non settanta ma più di cento anni fa, l’appassionante e suggestivo compimento dell’idea di una patria in Palestina – la biblica Eretz Israel – per il popolo ebraico dopo secoli di persecuzioni in Europa e l’Olocausto, c’è chi ascolta e riporta la voce dei palestinesi che pagarono, e pagano ancora oggi, la realizzazione di quel progetto con milioni di profughi, l’occupazione militare, la privazione della libertà come popolo. Questo libro non è la storia della genesi dello Stato di Israele e dell’ingiustizia subita dai palestinesi. Siamo giornalisti, non storici. Attraverso le analisi, le ricerche, il ricorso a fonti israeliane, palestinesi e internazionali, attraverso il racconto di studiosi, esperti e protagonisti abbiamo voluto offrire al lettore spunti per una riflessione su temi che riteniamo centrali: 21


Israele, mito e realtà

il sionismo e l’idea di uno Stato ebraico tra miti e realtà; il dibattito nel mondo ebraico e l’antisionismo; la posizione nello Stato di Israele di ebrei e non ebrei; lo status degli arabo-israeliani; i concetti dirimenti di terra, lavoro e nazionalità alla base della natura stessa di Israele. E anche la dimensione planetaria, culturale e politica, della questione israelo-palestinese che influenza la politica estera di non pochi governi e mobilita tante società civili. Infine, non per importanza, questo libro vuole porre l’accento sulla condizione complessiva del popolo palestinese, detentore di diritti riconosciuti dalle principali istituzioni internazionali che però restano inapplicati. Nel libro abbiamo inteso trattare l’identità palestinese e il suo sviluppo, le radici del movimento nazionale di resistenza e la più generale condizione di un popolo esiliato, nella propria terra come nella diaspora.

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Capitolo uno

Sionismo. Teoria, pratica e opposizione

Con un clima temperato, immerso nel verde dell’alta Galilea, a quattordici chilometri dal confine con il Libano, Kfar Vradim è un piccolo paradiso per i suoi 5.500 abitanti. Un villaggio destinato a non fare notizia pur annoverando tra i suoi residenti la giovane scrittrice Shani Boianjiu e un musicista noto come Matti Caspi. Eppure nel marzo 2018 il sindaco Sivan Yechieli è riuscito a portare Kfar Vradim sulle pagine dei giornali per una decisione a dir poco controversa.1 Yechieli ha sospeso la vendita di nuove case nel villaggio perché ad acquistarle, sino a quel momento, erano stati in prevalenza arabo-israeliani, ossia palestinesi con cittadinanza israeliana. «È mio compito preservare la natura secolare-ebraica-sionista di Kfar Vradim», ha spiegato il sindaco allertato da un post su Facebook: «Gente, è ora di svegliarsi. Stiamo creando un villaggio arabo all’interno di Kfar Vradim?», aveva scritto un agente immobiliare, Nati Sheinfeld. Un post che ne ha generato subito un altro, questa volta su Twitter, del parlamentare di estrema destra Bezalel Smotrich su una presunta perdita della maggioranza ebraica in corso in Galilea: «Questa volta è Kfar Vradim, svegliati!». 1  Noa Shpigel, Jack Khoury, “Arab Citizens Tried to Buy Land in This Israeli Town. The Mayor Halted the Sale to Uphold Its ‘Jewish-Zionist Nature’”, in Haaretz, 18 marzo 2018.

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Israele, mito e realtà

S u l l a

f r o n t i e r a

Poche volte nella storia del XX e del XXI secolo due nomi hanno suscitato tante passioni, adesioni, critiche, difese aprioristiche come Israele e Palestina. Accanto a chi vede nell’impresa sionista, cominciata non settanta ma più di cento anni fa, l’appassionante e suggestivo compimento dell’idea di una patria in Palestina – la biblica Eretz Israel – per il popolo ebraico dopo secoli di persecuzioni in Europa e l’Olocausto, c’è chi ascolta e riporta la voce dei palestinesi che pagarono, e pagano ancora oggi, la realizzazione di quel progetto con milioni di profughi, l’occupazione militare, la privazione della libertà come popolo.

ISBN 97-88-898841-87-5

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