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Porpora Marcasciano

L’aurora delle trans cattive Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender


Tracce


L’aurora delle trans cattive Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender di

Porpora Marcasciano


Foto di copertina: elaborazione di Alessio Melandri su foto di Lina Pallotta – www.linapallotta.com Per favorire la libera circolazione della cultura, è consentita la riproduzione di questo volume, parziale o totale, a uso personale dei lettori purché non a scopo commerciale. © 2018 Edizioni Alegre - Soc. cooperativa giornalistica Circonvallazione Casilina, 72/74 - 00176 Roma e-mail: redazione@edizionialegre.it sito: www.edizionialegre.it


Indice

Presentazione

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Prefazione di Stefania Voli La geografia (trans)gendered di Porpora

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Capitolo uno Alba della “meravigliosa esperienza” Le strane creature I femminielli Belle époque Il segno dei tempi Costruzione del mondo L’informe prende forma

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Capitolo due 53 Luoghi e non luoghi trans I Tre Scalini 53 Il Superstar 58 Piazza dei Cinquecento 63 Roma 69 Napoli 81 La notte 85 Capitolo tre 89 La scapigliatura trans Performance 89 L’onesta professione 101 Les hormones 111 Strass e cammei 117


Capitolo quattro 121 Costellazione trans La Romanina 121 La Merdaiola 127 Bolognesità 135 Valérie 149 Roberta Ferranti 152 Marcellona 157 Capitolo cinque Mit I convegni del Mit 14 aprile 1982, approvazione della legge 164

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Capitolo sei Postmoderno Roma non fa’ la stupida stasera Le vie delle signore Non senso delle jeunes filles L’ordre des mots trans Dove continua l’aurora trans?

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Ringraziamenti

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Appendice Prefazione a Elementi di critica trans Ri/tratti del transito

219 219 227

Cronistoria

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Bibliografia

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179 184

194 197 201 205 212


Presentazione

Gli anni Settanta e tutta la loro favolosità con AntoloGaia, gli Ottanta con L’aurora delle trans cattive: il mio attraversamento del/nel mondo trans. I ricordi a volte lucidi, altre più sfocati, le testimonianze, i documenti, i riferimenti storici e tante, tantissime emozioni che hanno segnato e continuano a segnare la mia vita. Il mondo delle trans cattive, perché tali eravamo considerate e tali ci sentivamo. Lontane e fuori dalle logiche normalizzanti, quel mondo difficile di coloro che hanno aperto brecce fondamentali nel percorso di emancipazione e liberazione. La nostra vita, le nostre azioni, i nostri gesti pagati a caro prezzo perché nulla ci veniva regalato, tantomeno concesso. Ho riportato la mia esperienza personale e collettiva, ho messo insieme le parti provando a dare senso e significato a una storia importante. Dove mi è stato possibile ho usato nomi veri come riportati in documenti storicamente e legalmente riconosciuti. Ho poi sostituito altri nomi per non creare conflitti, ma i fatti, le esperienze, le cose sono reali. La narrazione non è mai esaustiva, tantomeno perentoria e categorica. Con un grande senso di responsabilità, essa aggiunge tasselli essenziali alla ricostruzione storica di un periodo e di una cultura liquidata spesso come di minoranza. Molti si sono cimentati nella descrizione, nell’analisi, nella spiegazione, ma non erano soggetti protagonisti. Senza nulla togliere al loro importante lavoro, la presa di parola trans resta necessaria, fondamentale per ridare un senso e un significato nostri, soprattutto per 9


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essere osservatrici e non solo osservate. Dopo gli accanimenti teorici provenienti da piani diversi, anche da quelli apparentemente a noi piĂš vicini, dopo la gran confusione prodotta dai social, dopo le pericolose svolte fasciste, questo testo era per me necessario. E lo considero un lavoro politico. Porpora Marcasciano

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Prefazione

La geografia (trans)gendered di Porpora di Stefania Voli

Il tuo corpo, il corpo della moltitudine e le trame farmacopornografiche che li costituiscono sono laboratori politici, allo stesso tempo effetti di processi di assoggettamento e controllo e spazi possibili di azione critica e di resistenza alla normalizzazione. Paul B. Preciado, Testo tossico

Il libro di Porpora che state per leggere, come tutti i suoi testi e forse più di altri, è fedele a quella che si potrebbe considerare una delle sue principali (e prolifiche in termini politico-letterari) “fissazioni”, il pensiero costante che accompagna il suo agire e vivere quotidiano, quando attraversa tanto gli spazi tradizionalmente deputati alla politica, quanto quelli “antagonisti”, amicali e più intimamente vissuti. Mi riferisco all’urgenza di rimettere al centro del discorso l’esperienza trans* in quanto esperienza umana significativa, per Porpora punto imprescindibile di (ri)partenza verso la realizzazione dell’ambizioso progetto di (ri)costruzione di senso (e sensi, al plurale) degli universi trans*. In altre parole questo libro è un nuovo lavoro di tessitura di quella che Porpora stessa definisce “ermeneutica trans”. E per 11


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realizzare questo progetto sceglie di partire da ciò che di più concreto ha a sua disposizione: le esperienze dei corpi (il suo in primo luogo), fuori e oltre i confini dell’«essenza profondamente assurda della “normalità” patriarcale»,1 che ha storicamente imposto non solo regole e modelli gendered ben precisi, ma anche ristretti spazi fisici e geografici ai corpi che a questa stessa norma eccedevano, disobbedivano, resistevano. Scrive Butler: «Le norme di genere [...] determinano quanto e come possiamo apparire nello spazio pubblico, quanto e come il pubblico e privato debbano essere distinti e quanto questa distinzione sia strumentalizzata al servizio della politica [etero]sessuale».2 La narrazione di Porpora scorre principalmente lungo due binari, mai paralleli, sempre intrecciati: corpi e spazi trans* insieme, infatti, articolano nel corso del libro una geografia umana e politica capace di restituire con precisione immagini, voci e luoghi a un pezzo di Storia di cui l’autrice continua a essere protagonista, osservatrice, narratrice, artefice. L’importanza dell’impresa di Porpora si rintraccia dunque nella sua ostinata volontà di riposizionare sulla scena pubblica e dentro la Storia i corpi e le esperienze trans*, collocandole negli spazi – siano essi pubblici o privati, reali o immaginari, conquistati o reinventati, collettivi o individuali – che ne hanno reso possibile la visibilità e il divenire politico. Abbracciando un periodo di circa quaranta anni e i suoi profondi cambiamenti socio-politico-culturali, Porpora ricostruisce la propria genealogia politica trans*, significando i corpi che la compongono sia come spazi sui quali si fissano rapporti di dominio, subordinazione, resistenza, sia come specchi del (dis)funzionamento del sex-gender binary system e, quindi, dell’intera società. Scrive Porpora: «Era come se stessimo affrontando una grande battaglia, la stavamo combattendo e l’arma vincente era il nostro corpo che non aveva più limiti 1  Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale, Einaudi, Torino 1977. 2  Judith Butler, L’alleanza dei corpi, Nottetempo, Milano 2017, pp. 58-59.

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Prefazione

né limitazioni ma sicuramente tante imitazioni!». In questa autobiografia collettiva, le “geografie di resistenza”3 narrate non tracciano semplicemente mappe di significati simmetrici ai poteri cui si oppongono,4 al contrario, esse portano alla luce modalità di abitare e concepire luoghi (e non luoghi) radicalmente altre, grazie all’eccentricità delle logiche che costituiscono una socialità e una comunità trans* che, a partire dalla fine degli anni Sessanta, inizia a rappresentarsi in quanto tale. Parte fondamentale di questa comunità è, per Porpora, la autoproclamatasi “famiglia reale”, dispiegata su una spazialità ampia e mutevole e abitata da soggettività nomadi dal punto di vista tanto geografico quanto identitario (poiché comprensiva, al suo interno, di «una dilatata varianza di genere, con una maggioranza aspirante trans»). Attraverso la precisione quasi fotografica della scrittura, rafforzata dall’uso dei diversi dialetti parlati nei ricordi di Porpora, le mappe delle città (soprattutto Roma, Napoli, Bologna) abitate dalla “famiglia reale” e dalla “costellazione trans” a essa circostante si ridisegnano attorno ai luoghi di incontro, ritrovo, attività politica, transizione, lavoro (che quasi sempre, almeno fino agli anni Novanta, è la prostituzione) delle sue componenti. A ridefinire gli spazi fisici esterni sono le stesse relazioni e i legami intrecciati all’interno di quella composita comunità,5 che incessantemente costruisce e occupa quelli che Porpora definisce “recinti” di vivibilità e protezione allo stesso tempo: il Superstar di Roma, “dopolavoro trans”, è emblematico in questo senso, così come lo è il “non-luogo” della prostituzione, per molte donne trans garanzia di sostentamento economico e possibilità di “riconoscimento”. Scrive Porpora a questo proposito: «In ogni città c’erano diversi angoli, concentrati nelle stesse zone ma diversi per la loro composizione: quello delle 3  Steve Pile, Michael Keith, Geographies of resistence, Routledge, London-New York 1997. 4  Judith Halberstam, In a Queer Time and Place. Transgender Bodies, Subcultural Lives, New York University Press, New York 2005. 5  Gabriella Gribaudi, Donne, uomini, famiglie. Napoli nel Novecento, L’Ancora, Napoli 1999.

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belle, delle bellissime, delle operate, delle travestite, delle drogate, delle napoletane, delle siciliane o delle baresi. Con il caldo o con il freddo, con la luna o con la neve, gli angoli diventavano confortevoli salotti in cui si chiacchierava». Conferma di quanto corpi e spazi (intesi anche in senso ideale, come gruppo di riferimento) siano reciprocamente costitutivi e performativi6 si ritrova nei comuni progetti di mutamento somatico e di genere: «All’interno del nostro gruppo si teorizzava il transito collettivo, indefinito, infinito, movimentista». Un assemblaggio “instabile”7 di corpi e ambienti, su cui Porpora è solita tornare, aggiungendo ogni volta elementi nuovi e imprescindibili: In quel contesto – in cui c’era un profondo e sentito senso di ricerca, si sentiva che avevamo tutto ancora da scoprire, da conquistare – quasi per sperimentare, per scardinare dei fatti, delle cose date, nasce anche il mio transito. Si cominciano gli ormoni, un po’ per vanità – perché no?, c’è anche quella – un po’ per provare... Non so definirlo esattamente il perché. C’era un sapere molto sfilacciato, dovevi andartelo a cercare, dovevi mettere insieme i pezzi. Oggi abbiamo la percezione del transito come qualcosa di più definito, ma all’epoca non era così. Questo significava veramente andare a cercare “ai margini”. [...] Le trans erano gruppetti ristretti di persone molto molto emarginate, tutte prostitute. Non c’era altra possibilità, e se c’erano erano eccezioni. Quindi entravi in quella situazione, ma con la coscienza di entrare in un mondo a parte, un mondo marginale, problematico, problematizzante, dove forse la cosa meno chiara era proprio cos’era il transessualismo. C’era una vaga idea di essere donne [...]. Nell’epoca di cui ti sto parlando c’erano già gli ormoni, le cure ormonali, ma non come li conosciamo oggi, con i centri, con gli specialisti. C’erano tre ormoni: Gravibinan, Androginon e Ovociclina. In particolare, scoprimmo dalle

6  Heidi Nast, Steve Pile, Places through the body, Routledge, London-New York 1998. 7  Rachele Borghi, “Il corpo ha una sua militanza”, in il manifesto, 2 novembre 2017.

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Prefazione

nostre amiche bolognesi che c’era quest’ultimo ormone favoloso: cominciammo ad assumere l’Ovociclina, finché la casa farmaceutica smise di produrlo. Era un prodotto svizzero: facevamo grosse ordinazioni di gruppo e arrivavano i pacchi di Ovociclina. Oppure andavamo in farmacia e facevamo incetta di ormoni! Non serviva la ricetta [...]. Le somministrazioni erano tutte fatte a caso: ci si basava un po’ su quello che avevano fatto gli altri e i risultati che si vedevano sugli altri, partendo dal medicinale e non partendo dalla persona. Una era bella e favolosa, ma per gli altri lo era semplicemente perché aveva fatto più ormoni o un ormone particolare, non perché su quel fisico quell’ormone attecchiva diversamente. [...] Poi c’era anche una sorta di sfida, di misurarsi con le altre: la sperimentazione prevede anche questo. [...] La trasmissione delle esperienze e dei saperi in questo campo non è stata tanto diretta alla salute e al benessere inteso in senso classico, quanto piuttosto al benessere inteso come il poter essere quello che si vuole. Si avviavano queste ricerche, che non erano neanche considerate ricerche, ma piuttosto messe in moto di percorsi – io li definisco così – dove si sapeva da dove si partiva, ma non si sapeva dove si arrivava. [...] Non avevo una progettualità di vita molto ampia. L’inizio del transito, degli ormoni, coincide con il riflusso del movimento, e quindi con un cambiamento degli orizzonti politici e culturali. Siamo agli inizi degli anni Ottanta: il primo ormone l’ho fatto nel 1982. Era un mondo che non aveva sbocchi, non avevamo vie d’uscita e questo per me era legato anche al riflusso del movimento, con l’eroina, il terrorismo e l’arrivo dell’Aids. Tutto questo non ti permetteva di avere una visione ampia della vita, anzi forse neanche la ricercavamo perché, finiti i grandi ideali, quello che si apriva non era affatto un mondo come lo avevamo voluto. Per cui manco ci pensavi al futuro: facevi e basta. Gli ormoni rispondevano un po’ a dei sogni, più che a dei bisogni: sogni e desideri.8 8  Stefania Voli, “Le parole per dire e per dirsi. Intervista a Porpora Marcasciano intorno ad una storia trans da costruire”, in Umberto Grassi, Vincenzo Lagioia, Gian Paolo Romagnani (a cura di), Tribadi, sodomiti, invertite e invertiti, pederasti, femminelle, ermafroditi... Per una storia dell’omosessualità, della bisessualità e delle trasgressioni di genere in Italia, ETS, Pisa 2017, pp. 279-299.

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La significazione del transito come ricerca praticata direttamente a partire dal proprio corpo è un processo che muove dalle esperienze ancora invisibili (“i margini”) e prende forma attraverso i saperi trasmessi (“i miti”) e incarnati dalle prime donne trans presenti sulla scena pubblica, pioniere della sperimentazione ormonale. Contemporaneamente esso si posiziona nel solco dei movimenti di liberazione degli anni Settanta e Ottanta (femministi e gay, in primo luogo), dando voce e corpo alle esperienze, ancora poco narrate, di coloro che scelsero di porsi “consapevolmente sugli spazi di confine dei generi”.9 Il tratto di sperimentazione collettiva, esercitata in un regime di pressoché piena autonomia, crea esperienze sovversive rispetto ai canoni non solo dei generi, ma anche del transito così come raccontato attraverso i più tradizionali registri narrativi trans.10 In questo senso molti dei percorsi di vita inscritti nella costellazione trans di Porpora parlano di atteggiamenti di creatività rispetto al proprio corpo e ai propri progetti di transizione, e di un alto grado di autodeterminazione, che oscilla continuamente tra dimensione individuale e collettiva, e confonde i confini tra pubblico e privato, come «risultato della riappropriazione e dell’azione collettiva di certe tecnologie di genere»,11 il cui primo “effetto collaterale” si rintraccia nella produzione di nuove possibilità di soggettivazione trans*. I farmaci allora disponibili,12 generalmente autosomministrati con le modalità sopra descritte (per lo più “a caso”), avevano componenti ed effetti rapidi ed efficaci in termini di femminilizzazione, i cui riscontri si cercavano in primo luogo 9  Sally Hines, TransForming Gender, University of Chicago press, Chicago 2007. 10  Elisa A. G. Arfini, Scrivere il sesso. Retoriche e narrative della transessualità, Meltemi, Roma 2007. 11  Paul B. Preciado, Testo tossico. Sesso, droghe e biopolitiche nell’era farmacopornografica, Fandango, Roma 2015, p. 339. 12  I farmaci cui Porpora prevalentemente si riferisce sono l’Ovociclina, Gravibinan, Androginon, estrogeni e antiandrogeni di “prima generazione”, alcuni dei quali ora fuori commercio.

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Prefazione

sui corpi delle “altre”. A questo proposito, nella ricca successione dei racconti di Porpora, ritorna la riflessione dell’attivista trans Jack Halberstam, quando suggerisce che il pensare agli interventi di modificazione di genere in termini di procedura “cosmetica”, che ri-organizza il corpo in maniera tale da farlo aderire meglio all’immagine di sé, costituisce un modo per sganciare il desiderio di chirurgia dal discorso medico (e patologizzante) del “corpo sbagliato”, (auto)legittimando modi altri di pensarsi come una “miriade di alterità”.13 Ancora una volta poi da questa esperienza di sperimentazione è la dimensione spaziale a emergere, e in essa le traiettorie tracciate (politiche, geografiche e medico-scientifiche) corrispondono soprattutto alle possibilità di reperimento degli ormoni.14 Le sostanze assunte vengono investite di aspettative ideali che hanno la capacità di costituire materialmente e somaticamente i corpi. Simile approccio è quello che emerge rispetto alla ricerca dei luoghi della “chirurgia trans”, che permette di abbozzare una cartografia trans-transnazionale per le tecniche di modificazione di genere, che spazia dal Belgio a Londra, da Parigi a Casablanca. Anche rispetto a quest’ultimo argomento la storia vissuta e narrata da Porpora è emblematica. Essa si situa infatti sul crinale di una svolta radicale che caratterizza tutta la storia trans in Italia: il passaggio dal contesto di profonda precarietà ma anche di vivace sperimentazione vissuto dalle persone trans – a causa della totale mancanza delle “parole per dirsi e definirsi” – fino alla conquista del riconoscimento istituzionale dell’esperienza trans* stessa e la sua successiva medicalizzazione, 13  Sandy Stone, “The Empire Strikes Back. A Posttranssexual Manifesto”, in Julia Epstein, Kristina Straub (a cura di), Body Guards. The Cultural Politics of Gender Ambiguity, Routledge, London-New York 1991, trad. it. Sandy Stone, L’“impero” colpisce ancora. Un manifesto post-transessuale, in Elisa A. G. Arfini, Cristian Lo Iacono (a cura di), Canone inverso. Antologia di teoria queer, ETS, Pisa 2012, pp. 133-154. 14  Negli anni Settanta in Italia non era necessaria la ricetta medica per l’acquisto di questi farmaci, ma la vendita era per lo più soggetta all’arbitrio dei farmacisti o affidata a mercati illegali.

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Se ti battezzano come disforica è chiaro che disforicamente ti costruisci, se ti definiscono patologica è chiaro che come malata ti muovi, se ti considerano criminale, depravata, degenerata non potevamo essere sante, tantomeno diventarlo, benché oggi tra molte consorelle l’aspirazione più diffusa sembra sia diventata quella di essere o sentirsi normali. «Io sono una persona normale», si precisa, ripetendolo affannosamente a un mondo la cui unica monolitica normalità resta esclusivamente la propria, ma sembra che tutto questo non sia chiaro. Proporrei di farcene una ragione, per vivere più tranquillamente senza affanni da perfezione. Essere non normali lo trovo più agibile, pratico, coerente se di coerenza si può parlare. Eviterei anche la parola diversi, perché essa presuppone l’altro da sé, quello non diverso, quindi uguale, quindi normale. Sarebbe come svilire, privare di senso le tantissime meravigliose creature che negli anni ho incontrato, svuotandole della loro splendente dignità.

ISBN 97-88-898841-83-7

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