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BOLLETTINO DIOCESANO

l’Odegitria

Anno LXXXVIII n. 6

Bollettino Diocesano

6-2012

Arcidiocesi di Bari - Bitonto • Largo S. Sabino, 7 • 70122 Bari Arcivescovado: Tel.: 080 5214166 Curia Metropolitana: Tel.: 080 5288111 Fax: 080 5244450 • 080 5288250 www.arcidiocesibaribitonto.it • e-mail: curia@odegitria.bari.it

Registrazione Tribunale di Bari n. 1272 del 26/03/1996 Spedizione in abbonamento postale comma 20/c art. 2 L. 662/96 Filiale di Bari

Novembre - Dicembre 2012


BOLLETTINO DIOCESANO

l´Odegitria

Atti ufficiali e attività pastorali dell’Arcidiocesi di Bari–Bitonto


BOLLETTINO DIOCESANO

l´Odegitria Atti ufficiali e attività pastorali dell’Arcidiocesi di Bari–Bitonto Registrazione Tribunale di Bari n. 1272 del 26/03/1996 ANNO LXXXVIII – N. 6 Novembre – Dicembre 2012 Redazione e amministrazione: Curia Arcivescovile Bari–Bitonto P.zza Odegitria – 70122 Bari – Tel. 080/5288211 – Fax 080/5244450 www.arcidiocesibaribitonto.it – e.mail: curia@odegitria.bari.it Direttore responsabile: Giuseppe Sferra Direttore: Gabriella Roncali Redazione: Beppe Di Cagno, Luigi Di Nardi, Angelo Latrofa, Paola Loria, Franco Mastrandrea, Bernardino Simone, Francesco Sportelli Gestione editoriale e stampa: Ecumenica Editrice scrl – 70123 Bari – Tel. 080.5797843 – Fax 080.2170009 www.ecumenicaeditrice.it – info@ecumenicaeditrice.it


SOMMARIO

DOCUMENTI DELLA CHIESA UNIVERSALE MAGISTERO PONTIFICIO Lettera apostolica De caritate ministranda

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Messaggio per la Giornata mondiale della Gioventù

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Messaggio per la Giornata mondiale della Pace

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SINODO DEI VESCOVI Messaggio conclusivo

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DOCUMENTI DELLA CHIESA ITALIANA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Presidenza Messaggio per l’insegnamento della religione cattolica

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DOCUMENTI E VITA DELLA CHIESA DI BARI BITONTO MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Decreto per l’attribuzione dei fondi derivanti dall’8 per mille IRPEF “Educazione alla fede e contesti di vita” (Bari, Hotel Parco dei Principi, 25 ottobre 2012)

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CURIA METROPOLITANA Cancelleria Sacre ordinazioni e decreti

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Settore Evangelizzazione. Ufficio missionario Quale missionarietà senza il Concilio Vaticano II

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Settore Laicato. Consulta per le aggregazioni sociali Assemblea del 16 novembre 2012 “Per fede Aldo Moro, per fede Giovanni Modugno”: relazione del prof. Giuseppe Micunco

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ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” Inaugurazione dell’anno accademico 2012-2013 (28 novembre 2012) Relazione del Direttore dell’Istituto mons. Domenico Amato

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NELLA PACE DEL SIGNORE Mons. Nicola Milella Mons. Gaetano Barracane

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DIARIO DELL’ARCIVESCOVO Novembre 2012 Dicembre 2012

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Lettera apostolica in forma di motu proprio “De caritate ministranda”

Proemio «L’intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della Parola di Dio (kèrygma-martyrìa), celebrazione dei Sacramenti (leiturgìa), servizio della carità (diakonìa). Sono compiti che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro» (Lett. enc. Deus caritas est, 25). Anche il servizio della carità è una dimensione costitutiva della missione della Chiesa ed è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza (cfr ibidem); tutti i fedeli hanno il diritto ed il dovere di impegnarsi personalmente per vivere il comandamento nuovo che Cristo ci ha lasciato (cfr Gv 15,12), offrendo all’uomo contemporaneo non solo aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell’anima (cfr Lett. enc. Deus caritas est, 28). All’esercizio della diakonia della carità la Chiesa è chiamata anche a livello comunitario, dalle piccole comunità locali alle Chiese particolari, fino alla Chiesa universale; per questo c’è bisogno anche di un’«organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato» (cfr ibid., 20), organizzazione articolata pure mediante espressioni istituzionali. A proposito di questa diakonìa della carità, nella Lettera enciclica Deus caritas est segnalavo che «alla struttura episcopale della Chiesa […] corrisponde il fatto che, nelle Chiese particolari, i Vescovi

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quali successori degli Apostoli portino la prima responsabilità della realizzazione» del servizio della carità (n. 32), e notavo che «il Codice di Diritto Canonico, nei canoni riguardanti il ministero episcopale, non tratta espressamente della carità come di uno specifico ambito dell’attività episcopale» (ibidem). Anche se «il Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi ha approfondito più concretamente il dovere della carità come compito intrinseco della Chiesa intera e del Vescovo nella sua Diocesi» (ibidem), rimaneva comunque il bisogno di colmare la suddetta lacuna normativa in modo da esprimere adeguatamente, nell’ordinamento canonico, l’essenzialità del servizio della carità nella Chiesa ed il suo rapporto costitutivo con il ministero episcopale, tratteggiando i profili giuridici che tale servizio comporta nella Chiesa, soprattutto se esercitato in maniera organizzata e col sostegno esplicito dei Pastori. In tale prospettiva, perciò, col presente Motu Proprio intendo fornire un quadro normativo organico che serva meglio ad ordinare, nei loro tratti generali, le diverse forme ecclesiali organizzate del servizio della carità, che è strettamente collegata alla natura diaconale della Chiesa e del ministero episcopale. È importante, comunque, tenere presente che «l’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo» (ibid., 34). Pertanto, nell’attività caritativa, le tante organizzazioni cattoliche non devono limitarsi ad una mera raccolta o distribuzione di fondi, ma devono sempre avere una speciale attenzione per la persona che è nel bisogno e svolgere, altresì, una preziosa funzione pedagogica nella comunità cristiana, favorendo l’educazione alla condivisione, al rispetto e all’amore secondo la logica del Vangelo di Cristo. L’attività caritativa della Chiesa, infatti, a tutti i livelli, deve evitare il rischio di dissolversi nella comune organizzazione assistenziale, divenendone una semplice variante (cfr ibid., 31). Le iniziative organizzate che, nel settore della carità, vengono promosse dai fedeli nei vari luoghi sono molto differenti tra di loro e richiedono un’appropriata gestione. In modo particolare, si è sviluppata a livello parrocchiale, diocesano, nazionale ed internazionale l’attività della Caritas, istituzione promossa dalla gerarchia ecclesiastica, che si è giustamente guadagnata l’apprezzamento e la fiducia dei fedeli e di tante altre persone in tutto il mondo per la


MAGISTERO PONTIFICIO generosa e coerente testimonianza di fede, come pure per la concretezza nel venire incontro alle richieste dei bisognosi. Accanto a quest’ampia iniziativa, sostenuta ufficialmente dall’autorità della Chiesa, nei vari luoghi sono sorte molteplici altre iniziative, scaturite dal libero impegno di fedeli che, in forme differenti, vogliono contribuire col proprio sforzo a testimoniare concretamente la carità verso i bisognosi. Le une e le altre sono iniziative diverse per origine e per regime giuridico, pur esprimendo egualmente sensibilità e desiderio di rispondere ad un medesimo richiamo. La Chiesa in quanto istituzione non può dirsi estranea alle iniziative promosse in modo organizzato, libera espressione della sollecitudine dei battezzati per le persone ed i popoli bisognosi. Perciò i Pastori le accolgano sempre come manifestazione della partecipazione di tutti alla missione della Chiesa, rispettando le caratteristiche e l’autonomia di governo che, secondo la loro natura, competono a ciascuna di esse quali manifestazione della libertà dei battezzati. Accanto ad esse, l’autorità ecclesiastica ha promosso, di propria iniziativa, opere specifiche, attraverso le quali provvede istituzionalmente ad incanalare le elargizioni dei fedeli, secondo forme giuridiche e operative adeguate che consentano di arrivare più efficacemente a risolvere i concreti bisogni. Tuttavia, nella misura in cui dette attività siano promosse dalla gerarchia stessa, oppure siano esplicitamente sostenute dall’autorità dei Pastori, occorre garantire che la loro gestione sia realizzata in accordo con le esigenze dell’insegnamento della Chiesa e con le intenzioni dei fedeli, e che rispettino anche le legittime norme date dall’autorità civile. Davanti a queste esigenze, si rendeva necessario determinare nel diritto della Chiesa alcune norme essenziali, ispirate ai criteri generali della disciplina canonica, che rendessero esplicite in questo settore di attività le responsabilità giuridiche assunte in materia dai vari soggetti implicati, delineando, in modo particolare, la posizione di autorità e di coordinamento al riguardo che spetta al Vescovo diocesano. Dette norme dovevano avere, tuttavia, sufficiente ampiezza per comprendere l’apprezzabile varietà di istituzioni di ispirazione cattolica, che come tali operano in questo set-

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tore, sia quelle nate su impulso dalla stessa gerarchia, sia quelle sorte dall’iniziativa diretta dei fedeli, ma accolte ed incoraggiate dai Pastori del luogo. Pur essendo necessario stabilire norme a questo riguardo, occorreva però tener conto di quanto richiesto dalla giustizia e dalla responsabilità che i Pastori assumono di fronte ai fedeli, nel rispetto della legittima autonomia di ogni ente.

Parte dispositiva Di conseguenza, su proposta del Cardinale Presidente del Pontificio Consiglio «Cor Unum», sentito il parere del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, stabilisco e decreto quanto segue:

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Art. 1 § 1. I fedeli hanno il diritto di associarsi e d’istituire organismi che mettano in atto specifici servizi di carità, soprattutto in favore dei poveri e dei sofferenti. Nella misura in cui risultino collegati al servizio di carità dei Pastori della Chiesa e/o intendano avvalersi per tale motivo del contributo dei fedeli, devono sottoporre i propri Statuti all’approvazione della competente autorità ecclesiastica ed osservare le norme che seguono. § 2. Negli stessi termini, è anche diritto dei fedeli costituire fondazioni per finanziare concrete iniziative caritative, secondo le norme dei cann. 1303 CIC e 1047 CCEO. Se questo tipo di fondazioni rispondesse alle caratteristiche indicate nel § 1 andranno anche osservate, congrua congruis referendo, le disposizioni della presente legge. § 3. Oltre ad osservare la legislazione canonica, le iniziative collettive di carità a cui fa riferimento il presente Motu Proprio sono tenute a seguire nella propria attività i principi cattolici e non possono accettare impegni che in qualche misura possano condizionare l’osservanza dei suddetti principi. § 4. Gli organismi e le fondazioni promossi con fini di carità dagli Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica sono tenuti all’osservanza delle presenti norme ed in essi deve anche seguirsi quanto stabilito dai cann. 312 § 2 CIC e 575 § 2 CCEO.


MAGISTERO PONTIFICIO Art. 2 § 1. Negli Statuti di ciascun organismo caritativo a cui fa riferimento l’articolo precedente, oltre alle cariche istituzionali ed alle strutture di governo secondo il can. 95 § 1 CIC, saranno espressi anche i principi ispiratori e le finalità dell’iniziativa, le modalità di gestione dei fondi, il profilo dei propri operatori, nonché i rapporti e le informazioni da presentare all’autorità ecclesiastica competente. § 2. Un organismo caritativo può usare la denominazione di “cattolico” solo con il consenso scritto dell’autorità competente, come indicato dal can. 300 CIC. § 3. Gli organismi promossi dai fedeli ai fini della carità possono avere un Assistente ecclesiastico nominato a norma degli Statuti, secondo i cann. 324 § 2 e 317 CIC. § 4. Allo stesso tempo, l’autorità ecclesiastica tenga presente il dovere di regolare l’esercizio dei diritti dei fedeli secondo i cann. 223 § 2 CIC e 26 § 2 CCEO, onde venga evitato il moltiplicarsi delle iniziative di servizio di carità a detrimento dell’operatività e dell’efficacia rispetto ai fini che si propongono. Art. 3 § 1. Agli effetti degli articoli precedenti, s’intende per autorità competente, nei rispettivi livelli, quella indicata dai cann. 312 CIC e 575 CCEO. § 2. Trattandosi di organismi non approvati a livello nazionale, anche se operanti in varie diocesi, per autorità competente si intende il Vescovo diocesano del luogo dove l’ente abbia la sua sede principale. In ogni caso, l’organizzazione ha il dovere di informare i Vescovi delle altre diocesi ove operasse, e di rispettare le loro indicazioni riguardanti le attività delle varie entità caritative presenti in diocesi. Art. 4 § 1. Il Vescovo diocesano (cfr can. 134 § 3 CIC e can. 987 CCEO) esercita la propria sollecitudine pastorale per il servizio della carità nella Chiesa particolare a lui affidata in qualità di Pastore, guida e primo responsabile di tale servizio.

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§ 2. Il Vescovo diocesano favorisce e sostiene iniziative ed opere di servizio al prossimo nella propria Chiesa particolare, e suscita nei fedeli il fervore della carità operosa come espressione di vita cristiana e di partecipazione alla missione della Chiesa, come segnalato dai cann. 215 e 222 CIC e 25 e 18 CCEO. § 3. Spetta al rispettivo Vescovo diocesano vigilare affinché nell’attività e nella gestione di questi organismi siano sempre osservate le norme del diritto universale e particolare della Chiesa, nonché le volontà dei fedeli che avessero fatto donazioni o lasciti per queste specifiche finalità (cfr cann.1300 CIC e 1044 CCEO). Art. 5 Il Vescovo diocesano assicuri alla Chiesa il diritto di esercitare il servizio della carità, e curi che i fedeli e le istituzioni sottoposte alla sua vigilanza osservino la legittima legislazione civile in materia. Art. 6 È compito del Vescovo diocesano, come indicato dai cann. 394 § 1 CIC e 203 § 1 CCEO, coordinare nella propria circoscrizione le diverse opere di servizio di carità, sia quelle promosse dalla Gerarchia stessa, sia quelle rispondenti all’iniziativa dei fedeli, fatta salva l’autonomia che loro competesse secondo gli Statuti di ciascuna. In particolare, curi che le loro attività mantengano vivo lo spirito evangelico. Art. 7 § 1. Le entità di cui all’art. 1 § 1 sono tenute a selezionare i propri operatori tra persone che condividano, o almeno rispettino, l’identità cattolica di queste opere. § 2. Per garantire la testimonianza evangelica nel servizio della carità, il Vescovo diocesano curi che quanti operano nella pastorale caritativa della Chiesa, accanto alla dovuta competenza professionale, diano esempio di vita cristiana e testimonino una formazione del cuore che documenti una fede all’opera nella carità. A tale scopo provveda alla loro formazione anche in ambito teologico e pastorale, con specifici curricula concertati con i dirigenti dei vari organismi e con adeguate offerte di vita spirituale.


MAGISTERO PONTIFICIO Art.8 Ove fosse necessario per numero e varietà di iniziative, il Vescovo diocesano stabilisca nella Chiesa a lui affidata un ufficio che a nome suo orienti e coordini il servizio della carità. Art. 9 § 1. Il Vescovo favorisca la creazione, in ogni parrocchia della sua circoscrizione, d’un servizio di Caritas parrocchiale o analogo, che promuova anche un’azione pedagogica nell’ambito dell’intera comunità per educare allo spirito di condivisione e di autentica carità. Qualora risultasse opportuno, tale servizio sarà costituito in comune per varie parrocchie dello stesso territorio. § 2. Al Vescovo ed al parroco rispettivo spetta assicurare che, nell’ambito della parrocchia, insieme alla Caritas possano coesistere e svilupparsi altre iniziative di carità, sotto il coordinamento generale del parroco, tenendo conto tuttavia di quanto indicato nell’art. 2 § 4. § 3. È dovere del Vescovo diocesano e dei rispettivi parroci evitare che in questa materia i fedeli possano essere indotti in errore o in malintesi, sicché dovranno impedire che attraverso le strutture parrocchiali o diocesane vengano pubblicizzate iniziative che, pur presentandosi con finalità di carità, proponessero scelte o metodi contrari all’insegnamento della Chiesa. Art. 10 § 1. Al Vescovo spetta la vigilanza sui beni ecclesiastici degli organismi caritativi soggetti alla sua autorità. § 2. È dovere del Vescovo diocesano assicurarsi che i proventi delle collette svolte ai sensi dei cann. 1265 e 1266 CIC, e cann. 1014 e 1015 CCEO, vengano destinati alle finalità per cui siano stati raccolti (cann. 1267 CIC, 1016 CCEO). § 3. In particolare, il Vescovo diocesano deve evitare che gli organismi di carità che gli sono soggetti siano finanziati da enti o istituzioni che perseguono fini in contrasto con la dottrina della Chiesa. Parimenti, per non dare scandalo ai fedeli, il Vescovo diocesano deve evitare che organismi caritativi accettino contributi per inizia-

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tive che, nella finalità o nei mezzi per raggiungerle, non corrispondano alla dottrina della Chiesa. § 4. In modo particolare, il Vescovo curi che la gestione delle iniziative da lui dipendenti sia testimonianza di sobrietà cristiana. A tale scopo vigilerà affinché stipendi e spese di gestione, pur rispondendo alle esigenze della giustizia ed ai necessari profili professionali, siano debitamente proporzionate ad analoghe spese della propria Curia diocesana. § 5. Per consentire che l’autorità ecclesiastica di cui all’art. 3 § 1 possa esercitare il suo dovere di vigilanza, le entità menzionate nell’art. 1 § 1 sono tenute a presentare all’Ordinario competente il rendiconto annuale, nel modo indicato dallo stesso Ordinario. Art. 11 Il Vescovo diocesano è tenuto, se necessario, a rendere pubblico ai propri fedeli il fatto che l’attività d’un determinato organismo di carità non risponda più alle esigenze dell’insegnamento della Chiesa, proibendo allora l’uso del nome “cattolico” ed adottando i provvedimenti pertinenti ove si profilassero responsabilità personali.

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Art. 12 § 1. II Vescovo diocesano favorisca l’azione nazionale ed internazionale degli organismi di servizio della carità sottoposti alla sua cura, in particolare la cooperazione con le circoscrizioni ecclesiastiche più povere analogamente a quanto stabilito dai cann. 1274 § 3 CIC e 1021 § 3 CCEO. § 2. La sollecitudine pastorale per le opere di carità, a seconda delle circostanze di tempo e di luogo, può essere esplicata congiuntamente da vari Vescovi viciniori nei riguardi di più Chiese insieme, a norma del diritto. Se si trattasse di ambito internazionale, sia consultato preventivamente il competente Dicastero della Santa Sede. È opportuno, inoltre, che, per iniziative di carità a livello nazionale, sia consultato da parte del Vescovo l’ufficio relativo della Conferenza Episcopale. Art. 13 Resta sempre integro il diritto dell’autorità ecclesiastica del luogo di dare il suo assenso alle iniziative di organismi cattolici da svolgere nell’ambito della sua competenza, nel rispetto della normativa canonica


MAGISTERO PONTIFICIO e dell’identità propria dei singoli organismi, ed è suo dovere di Pastore vigilare perché le attività realizzate nella propria diocesi si svolgano conformemente alla disciplina ecclesiastica, proibendole o adottando eventualmente i provvedimenti necessari se non la rispettassero. Art. 14 Dove sia opportuno, il Vescovo promuova le iniziative di servizio della carità in collaborazione con altre Chiese o Comunità ecclesiali, fatte salve le peculiarità proprie di ciascuno. Art. 15 § 1. II Pontificio Consiglio «Cor Unum» ha il compito di promuovere l’applicazione di questa normativa e di vigilare affinché sia applicata a tutti i livelli, ferma restando la competenza del Pontificio Consiglio per i Laici sulle associazioni di fedeli, prevista dall’art 133 della Cost. ap. Pastor Bonus, e quella propria della Sezione per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato e fatte salve le competenze generali degli altri dicasteri e organismi della Curia romana. In particolare il Pontificio Consiglio «Cor Unum» curi che il servizio della carità delle istituzioni cattoliche in ambito internazionale si svolga sempre in comunione con le rispettive Chiese particolari. § 2. Al Pontificio Consiglio «Cor Unum» compete parimenti l’erezione canonica di organismi di servizio di carità a livello internazionale, assumendo successivamente i compiti disciplinari e di promozione che corrispondano in diritto. Tutto ciò che ho deliberato con questa Lettera apostolica in forma di Motu Proprio, ordino che sia osservato in tutte le sue parti, nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di particolare menzione, e stabilisco che venga promulgato mediante la pubblicazione sul quotidiano «L’Osservatore Romano», ed entri in vigore il giorno 10 dicembre 2012. Dato a Roma, presso San Pietro, l’11 novembre 2012, ottavo anno del pontificato. Benedetto XVI

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Messaggio per la XXVIII Giornata mondiale della Gioventù 2013

«Andate e fate discepoli tutti i popoli!»

Cari giovani, vorrei far giungere a tutti voi il mio saluto pieno di gioia e di affetto. Sono certo che molti di voi sono tornati dalla Giornata mondiale della Gioventù di Madrid maggiormente «radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede» (cfr Col 2,7). Quest’anno, nelle varie Diocesi, abbiamo celebrato la gioia di essere cristiani, ispirati dal tema: «Siate sempre lieti nel Signore!» (Fil 4,4). E ora ci stiamo preparando alla prossima Giornata Mondiale, che si celebrerà a Rio de Janeiro, in Brasile, nel luglio 2013. Desidero anzitutto rinnovarvi l’invito a partecipare a questo importante appuntamento. La celebre statua del Cristo Redentore, che domina quella bella città brasiliana, ne sarà il simbolo eloquente: le sue braccia aperte sono il segno dell’accoglienza che il Signore riserverà a tutti coloro che verranno a Lui e il suo cuore raffigura l’immenso amore che Egli ha per ciascuno e per ciascuna di voi. Lasciatevi attrarre da Lui! Vivete questa esperienza di incontro con Cristo, insieme ai tanti altri giovani che convergeranno a Rio per il prossimo incontro mondiale! Lasciatevi amare da Lui e sarete i testimoni di cui il mondo ha bisogno. Vi invito a prepararvi alla Giornata mondiale di Rio de Janeiro

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meditando fin d’ora sul tema dell’incontro: «Andate e fate discepoli tutti i popoli!» (cfr Mt 28,19). Si tratta della grande esortazione missionaria che Cristo ha lasciato alla Chiesa intera e che rimane attuale ancora oggi, dopo duemila anni. Ora questo mandato deve risuonare con forza nel vostro cuore. L’anno di preparazione all’incontro di Rio coincide con l’Anno della fede, all’inizio del quale il Sinodo dei Vescovi ha dedicato i suoi lavori a «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana». Perciò sono contento che anche voi, cari giovani, siate coinvolti in questo slancio missionario di tutta la Chiesa: far conoscere Cristo è il dono più prezioso che potete fare agli altri.

1. Una chiamata pressante

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La storia ci ha mostrato quanti giovani, attraverso il dono generoso di se stessi, hanno contribuito grandemente al Regno di Dio e allo sviluppo di questo mondo, annunciando il Vangelo. Con grande entusiasmo, essi hanno portato la Buona Notizia dell’Amore di Dio manifestato in Cristo, con mezzi e possibilità ben inferiori a quelli di cui disponiamo al giorno d’oggi. Penso, per esempio, al beato José de Anchieta, giovane gesuita spagnolo del XVI secolo, partito in missione per il Brasile quando aveva meno di vent’anni e divenuto un grande apostolo del Nuovo Mondo. Ma penso anche a quanti di voi si dedicano generosamente alla missione della Chiesa: ne ho avuto una sorprendente testimonianza alla Giornata mondiale di Madrid, in particolare nell’incontro con i volontari. Oggi non pochi giovani dubitano profondamente che la vita sia un bene e non vedono chiarezza nel loro cammino. Più in generale, di fronte alle difficoltà del mondo contemporaneo, molti si chiedono: io che cosa posso fare? La luce della fede illumina questa oscurità, ci fa comprendere che ogni esistenza ha un valore inestimabile, perché frutto dell’amore di Dio. Egli ama anche chi si è allontanato da Lui o lo ha dimenticato: ha pazienza e attende; anzi, ha donato il suo Figlio, morto e risorto, per liberarci radicalmente dal male. E Cristo ha inviato i suoi discepoli per portare a tutti i popoli questo annuncio gioioso di salvezza e di vita nuova. La Chiesa, nel continuare questa missione di evangelizzazione, con-


MAGISTERO PONTIFICIO ta anche su di voi. Cari giovani, voi siete i primi missionari tra i vostri coetanei! Alla fine del Concilio Ecumenico Vaticano II, di cui quest’anno celebriamo il 50° anniversario, il Servo di Dio Paolo VI consegnò ai giovani e alle giovani del mondo un Messaggio che si apriva con queste parole: «È a voi, giovani uomini e donne del mondo intero, che il Concilio vuole rivolgere il suo ultimo messaggio. Perché siete voi che raccoglierete la fiaccola dalle mani dei vostri padri e vivrete nel mondo nel momento delle più gigantesche trasformazioni della sua storia. Siete voi che, raccogliendo il meglio dell’esempio e dell’insegnamento dei vostri genitori e dei vostri maestri, formerete la società di domani: voi vi salverete o perirete con essa». E concludeva con un appello: «Costruite nell’entusiasmo un mondo migliore di quello attuale!» (Messaggio ai giovani, 8 dicembre 1965). Cari amici, questo invito è di grande attualità. Stiamo attraversando un periodo storico molto particolare: il progresso tecnico ci ha offerto possibilità inedite di interazione tra uomini e tra popolazioni, ma la globalizzazione di queste relazioni sarà positiva e farà crescere il mondo in umanità solo se sarà fondata non sul materialismo ma sull’amore, l’unica realtà capace di colmare il cuore di ciascuno e di unire le persone. Dio è amore. L’uomo che dimentica Dio è senza speranza e diventa incapace di amare il suo simile. Per questo è urgente testimoniare la presenza di Dio affinché ognuno possa sperimentarla: è in gioco la salvezza dell’umanità e la salvezza di ciascuno di noi. Chiunque comprenda questa necessità, non potrà che esclamare con san Paolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16).

2. Diventate discepoli di Cristo Questa chiamata missionaria vi viene rivolta anche per un’altra ragione: è necessaria per il nostro cammino di fede personale. Il Beato Giovanni Paolo II scriveva: «La fede si rafforza donandola» (Enc. Redemptoris missio, 2). Annunciando il Vangelo voi stessi crescete nel radicarvi sempre più profondamente in Cristo, diventate

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cristiani maturi. L’impegno missionario è una dimensione essenziale della fede: non si è veri credenti senza evangelizzare. E l’annuncio del Vangelo non può che essere la conseguenza della gioia di avere incontrato Cristo e di aver trovato in Lui la roccia su cui costruire la propria esistenza. Impegnandovi a servire gli altri e ad annunciare loro il Vangelo, la vostra vita, spesso frammentata tra diverse attività, troverà la sua unità nel Signore, costruirete anche voi stessi, crescerete e maturerete in umanità. Ma che cosa vuol dire essere missionari? Significa anzitutto essere discepoli di Cristo, ascoltare sempre di nuovo l’invito a seguirlo, l’invito a guardare a Lui: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Un discepolo, in effetti, è una persona che si pone all’ascolto della Parola di Gesù (cfr Lc 10,39), riconosciuto come il Maestro che ci ha amati fino al dono della vita. Si tratta dunque, per ciascuno di voi, di lasciarsi plasmare ogni giorno dalla Parola di Dio: essa vi renderà amici del Signore Gesù e capaci di far entrare altri giovani in questa amicizia con Lui. Vi consiglio di fare memoria dei doni ricevuti da Dio per trasmetterli a vostra volta. Imparate a rileggere la vostra storia personale, prendete coscienza anche della meravigliosa eredità delle generazioni che vi hanno preceduto: tanti credenti ci hanno trasmesso la fede con coraggio, affrontando prove e incomprensioni. Non dimentichiamolo mai: facciamo parte di una catena immensa di uomini e donne che ci hanno trasmesso la verità della fede e contano su di noi affinché altri la ricevano. L’essere missionari presuppone la conoscenza di questo patrimonio ricevuto, che è la fede della Chiesa: è necessario conoscere ciò in cui si crede, per poterlo annunciare. Come ho scritto nell’introduzione di YouCat, il Catechismo per giovani che vi ho donato all’Incontro mondiale di Madrid, «dovete conoscere la vostra fede con la stessa precisione con cui uno specialista di informatica conosce il sistema operativo di un computer; dovete conoscerla come un musicista conosce il suo pezzo; sì, dovete essere ben più profondamente radicati nella fede della generazione dei vostri genitori, per poter resistere con forza e decisione alle sfide e alle tentazioni di questo tempo.» (Premessa).


MAGISTERO PONTIFICIO 3. Andate! Gesù ha inviato i suoi discepoli in missione con questo mandato: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato» (Mc 16,15-16). Evangelizzare significa portare ad altri la Buona Notizia della salvezza e questa Buona Notizia è una persona: Gesù Cristo. Quando lo incontro, quando scopro fino a che punto sono amato da Dio e salvato da Lui, nasce in me non solo il desiderio, ma la necessità di farlo conoscere ad altri. All’inizio del Vangelo di Giovanni vediamo Andrea il quale, dopo aver incontrato Gesù, si affretta a condurre da Lui suo fratello Simone (cfr 1,40-42). L’evangelizzazione parte sempre dall’incontro con il Signore Gesù: chi si è avvicinato a Lui e ha fatto esperienza del suo amore vuole subito condividere la bellezza di questo incontro e la gioia che nasce da questa amicizia. Più conosciamo Cristo, più desideriamo annunciarlo. Più parliamo con Lui, più desideriamo parlare di Lui. Più ne siamo conquistati, più desideriamo condurre gli altri a Lui. Mediante il Battesimo, che ci genera a vita nuova, lo Spirito Santo prende dimora in noi e infiamma la nostra mente e il nostro cuore: è Lui che ci guida a conoscere Dio e ad entrare in amicizia sempre più profonda con Cristo; è lo Spirito che ci spinge a fare il bene, a servire gli altri, a donare noi stessi. Attraverso la Confermazione, poi, siamo fortificati dai suoi doni per testimoniare in modo sempre più maturo il Vangelo. È dunque lo Spirito d’amore l’anima della missione: ci spinge ad uscire da noi stessi, per «andare» ed evangelizzare. Cari giovani, lasciatevi condurre dalla forza dell’amore di Dio, lasciate che questo amore vinca la tendenza a chiudersi nel proprio mondo, nei propri problemi, nelle proprie abitudini; abbiate il coraggio di «partire» da voi stessi per «andare» verso gli altri e guidarli all’incontro con Dio.

4. Raggiungete tutti i popoli Cristo risorto ha mandato i suoi discepoli a testimoniare la sua presenza salvifica a tutti i popoli, perché Dio nel suo amore sovrab-

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bondante, vuole che tutti siano salvi e nessuno sia perduto. Con il sacrificio di amore della Croce, Gesù ha aperto la strada affinché ogni uomo e ogni donna possa conoscere Dio ed entrare in comunione di amore con Lui. E ha costituito una comunità di discepoli per portare l’annuncio di salvezza del Vangelo fino ai confini della terra, per raggiungere gli uomini e le donne di ogni luogo e di ogni tempo. Facciamo nostro questo desiderio di Dio! Cari amici, volgete gli occhi e guardate intorno a voi: tanti giovani hanno perduto il senso della loro esistenza. Andate! Cristo ha bisogno anche di voi. Lasciatevi coinvolgere dal suo amore, siate strumenti di questo amore immenso, perché giunga a tutti, specialmente ai «lontani». Alcuni sono lontani geograficamente, altri invece sono lontani perché la loro cultura non lascia spazio a Dio; alcuni non hanno ancora accolto il Vangelo personalmente, altri invece, pur avendolo ricevuto, vivono come se Dio non esistesse. A tutti apriamo la porta del nostro cuore; cerchiamo di entrare in dialogo, nella semplicità e nel rispetto: questo dialogo, se vissuto in una vera amicizia, porterà frutto. I «popoli» ai quali siamo inviati non sono soltanto gli altri Paesi del mondo, ma anche i diversi ambiti di vita: le famiglie, i quartieri, gli ambienti di studio o di lavoro, i gruppi di amici e i luoghi del tempo libero. L’annuncio gioioso del Vangelo è destinato a tutti gli ambiti della nostra vita, senza alcun limite. Vorrei sottolineare due campi in cui il vostro impegno missionario deve farsi ancora più attento. Il primo è quello delle comunicazioni sociali, in particolare il mondo di internet. Come ho già avuto modo di dirvi, cari giovani, «sentitevi impegnati ad introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita! [...] A voi, giovani, che quasi spontaneamente vi trovate in sintonia con questi nuovi mezzi di comunicazione, spetta in particolare il compito della evangelizzazione di questo “continente digitale”» (Messaggio per la XLIII Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, 24 maggio 2009). Sappiate dunque usare con saggezza questo mezzo, considerando anche le insidie che esso contiene, in particolare il rischio della dipendenza, di confondere il mondo reale con quello virtuale, di sostituire l’incontro e il dialogo diretto con le persone con i contatti in rete. Il secondo ambito è quello della mobilità. Oggi sono sempre più


MAGISTERO PONTIFICIO numerosi i giovani che viaggiano, sia per motivi di studio o di lavoro, sia per divertimento. Ma penso anche a tutti i movimenti migratori, con cui milioni di persone, spesso giovani, si trasferiscono e cambiano Regione o Paese per motivi economici o sociali. Anche questi fenomeni possono diventare occasioni provvidenziali per la diffusione del Vangelo. Cari giovani, non abbiate paura di testimoniare la vostra fede anche in questi contesti: è un dono prezioso per chi incontrate comunicare la gioia dell’incontro con Cristo.

5. Fate discepoli! Penso che abbiate sperimentato più volte la difficoltà di coinvolgere i vostri coetanei nell’esperienza di fede. Spesso avrete constatato come in molti giovani, specialmente in certe fasi del cammino della vita, ci sia il desiderio di conoscere Cristo e di vivere i valori del Vangelo, ma questo sia accompagnato dal sentirsi inadeguati e incapaci. Che cosa fare? Anzitutto la vostra vicinanza e la vostra semplice testimonianza saranno un canale attraverso il quale Dio potrà toccare il loro cuore. L’annuncio di Cristo non passa solamente attraverso le parole, ma deve coinvolgere tutta la vita e tradursi in gesti di amore. L’essere evangelizzatori nasce dall’amore che Cristo ha infuso in noi; il nostro amore, quindi, deve conformarsi sempre di più al suo. Come il buon Samaritano, dobbiamo essere sempre attenti a chi incontriamo, saper ascoltare, comprendere, aiutare, per condurre chi è alla ricerca della verità e del senso della vita alla casa di Dio che è la Chiesa, dove c’è speranza e salvezza (cfr Lc 10,29-37). Cari amici, non dimenticate mai che il primo atto di amore che potete fare verso il prossimo è quello di condividere la sorgente della nostra speranza: chi non dà Dio, dà troppo poco! Ai suoi apostoli Gesù comanda: «Fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). I mezzi che abbiamo per «fare discepoli» sono principalmente il Battesimo e la catechesi. Ciò significa che dobbiamo

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condurre le persone che stiamo evangelizzando a incontrare Cristo vivente, in particolare nella sua Parola e nei Sacramenti: così potranno credere in Lui, conosceranno Dio e vivranno della sua grazia. Vorrei che ciascuno si chiedesse: ho mai avuto il coraggio di proporre il Battesimo a giovani che non l’hanno ancora ricevuto? Ho invitato qualcuno a seguire un cammino di scoperta della fede cristiana? Cari amici, non temete di proporre ai vostri coetanei l’incontro con Cristo. Invocate lo Spirito Santo: Egli vi guiderà ad entrare sempre più nella conoscenza e nell’amore di Cristo e vi renderà creativi nel trasmettere il Vangelo.

6. Saldi nella fede

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Di fronte alle difficoltà della missione di evangelizzare, talvolta sarete tentati di dire come il profeta Geremia: «Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane». Ma anche a voi Dio risponde: «Non dire: “Sono giovane”. Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò» (Ger 1,6-7). Quando vi sentite inadeguati, incapaci, deboli nell’annunciare e testimoniare la fede, non abbiate timore. L’evangelizzazione non è una nostra iniziativa e non dipende anzitutto dai nostri talenti, ma è una risposta fiduciosa e obbediente alla chiamata di Dio, e perciò si basa non sulla nostra forza, ma sulla sua. Lo ha sperimentato l’apostolo Paolo: «Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2 Cor 4,7). Per questo vi invito a radicarvi nella preghiera e nei Sacramenti. L’evangelizzazione autentica nasce sempre dalla preghiera ed è sostenuta da essa: dobbiamo prima parlare con Dio per poter parlare di Dio. E nella preghiera, affidiamo al Signore le persone a cui siamo inviati, supplicandolo di toccare loro il cuore; domandiamo allo Spirito Santo di renderci suoi strumenti per la loro salvezza; chiediamo a Cristo di mettere le parole sulle nostre labbra e di farci segni del suo amore. E, più in generale, preghiamo per la missione di tutta la Chiesa, secondo la richiesta esplicita di Gesù: «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (Mt 9,38). Sappiate trovare nell’Eucaristia la sorgente della vostra vita di fede e della vostra testimonianza cristiana, parteci-


MAGISTERO PONTIFICIO pando con fedeltà alla Messa domenicale e ogni volta che potete nella settimana. Ricorrete frequentemente al Sacramento della Riconciliazione: è un incontro prezioso con la misericordia di Dio che ci accoglie, ci perdona e rinnova i nostri cuori nella carità. E non esitate a ricevere il Sacramento della Confermazione o Cresima se non l’avete ricevuto, preparandovi con cura e impegno. Con l’Eucaristia, esso è il Sacramento della missione, perché ci dona la forza e l’amore dello Spirito Santo per professare senza paura la fede. Vi incoraggio inoltre a praticare l’adorazione eucaristica: sostare in ascolto e dialogo con Gesù presente nel Sacramento diventa punto di partenza di nuovo slancio missionario. Se seguirete questo cammino, Cristo stesso vi donerà la capacità di essere pienamente fedeli alla sua Parola e di testimoniarlo con lealtà e coraggio. A volte sarete chiamati a dare prova di perseveranza, in particolare quando la Parola di Dio susciterà chiusure od opposizioni. In certe regioni del mondo, alcuni di voi vivono la sofferenza di non poter testimoniare pubblicamente la fede in Cristo, per mancanza di libertà religiosa. E c’è chi ha già pagato anche con la vita il prezzo della propria appartenenza alla Chiesa. Vi incoraggio a restare saldi nella fede, sicuri che Cristo è accanto a voi in ogni prova. Egli vi ripete: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,11-12).

7. Con tutta la Chiesa Cari giovani, per restare saldi nella confessione della fede cristiana là dove siete inviati, avete bisogno della Chiesa. Nessuno può essere testimone del Vangelo da solo. Gesù ha inviato i suoi discepoli in missione insieme: «fate discepoli» è rivolto al plurale. È dunque sempre come membri della comunità cristiana che noi offriamo la nostra testimonianza, e la nostra missione è resa feconda dalla comunione che viviamo nella Chiesa: dall’unità e dall’amore che

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abbiamo gli uni per gli altri ci riconosceranno come discepoli di Cristo (cfr Gv 13,35). Sono grato al Signore per la preziosa opera di evangelizzazione che svolgono le nostre comunità cristiane, le nostre parrocchie, i nostri movimenti ecclesiali. I frutti di questa evangelizzazione appartengono a tutta la Chiesa: «uno semina e l’altro miete», diceva Gesù (Gv 4,37). A tale proposito, non posso che rendere grazie per il grande dono dei missionari, che dedicano tutta la loro vita ad annunciare il Vangelo sino ai confini della terra. Allo stesso modo benedico il Signore per i sacerdoti e i consacrati, che offrono interamente se stessi affinché Gesù Cristo sia annunciato e amato. Desidero qui incoraggiare i giovani che sono chiamati da Dio, a impegnarsi con entusiasmo in queste vocazioni: «Si è più beati nel dare che nel ricevere!» (At 20,35). A coloro che lasciano tutto per seguirlo, Gesù ha promesso il centuplo e la vita eterna! (cfr Mt 19,29). Rendo grazie anche per tutti i fedeli laici che si adoperano per vivere il loro quotidiano come missione là dove sono, in famiglia o sul lavoro, affinché Cristo sia amato e servito e cresca il Regno di Dio. Penso in particolare a quanti operano nel campo dell’educazione, della sanità, dell’impresa, della politica e dell’economia e in tanti altri ambiti dell’apostolato dei laici. Cristo ha bisogno del vostro impegno e della vostra testimonianza. Nulla - né le difficoltà, né le incomprensioni - vi faccia rinunciare a portare il Vangelo di Cristo nei luoghi in cui vi trovate: ognuno di voi è prezioso nel grande mosaico dell’evangelizzazione!

8. «Eccomi, Signore!» 634

In conclusione, cari giovani, vorrei invitarvi ad ascoltare nel profondo di voi stessi la chiamata di Gesù ad annunciare il suo Vangelo. Come mostra la grande statua di Cristo Redentore a Rio de Janeiro, il suo cuore è aperto all’amore verso tutti, senza distinzioni, e le sue braccia sono tese per raggiungere ciascuno. Siate voi il cuore e le braccia di Gesù! Andate a testimoniare il suo amore, siate i nuovi missionari animati dall’amore e dall’accoglienza! Seguite l’esempio dei grandi missionari della Chiesa, come san Francesco Saverio e tanti altri.


MAGISTERO PONTIFICIO Al termine della Giornata mondiale della Gioventù a Madrid, ho benedetto alcuni giovani di diversi continenti che partivano in missione. Essi rappresentavano i tantissimi giovani che, riecheggiando il profeta Isaia, dicono al Signore: «Eccomi, manda me!» (Is 6,8). La Chiesa ha fiducia in voi e vi è profondamente grata per la gioia e il dinamismo che portate: usate i vostri talenti con generosità al servizio dell’annuncio del Vangelo! Sappiamo che lo Spirito Santo si dona a coloro che, in umiltà di cuore, si rendono disponibili a tale annuncio. E non abbiate paura: Gesù, Salvatore del mondo, è con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (cfr Mt 28,20)! Questo appello, che rivolgo ai giovani di tutta la terra, assume un rilievo particolare per voi, cari giovani dell’America Latina! Infatti, alla V Conferenza generale dell’Episcopato Latinoamericano che si è svolta ad Aparecida nel 2007, i Vescovi hanno lanciato una «missione continentale». E i giovani, che in quel continente costituiscono la maggioranza della popolazione, rappresentano una forza importante e preziosa per la Chiesa e per la società. Siate dunque voi i primi missionari! Ora che la Giornata mondiale della Gioventù fa il suo ritorno in America Latina, esorto tutti i giovani del continente: trasmettete ai vostri coetanei del mondo intero l’entusiasmo della vostra fede! La Vergine Maria, Stella della Nuova Evangelizzazione, invocata anche con i titoli di Nostra Signora di Aparecida e Nostra Signora di Guadalupe, accompagni ciascuno di voi nella sua missione di testimone dell’amore di Dio. A tutti, con particolare affetto, imparto la mia benedizione apostolica. Dal Vaticano, 18 ottobre 2012 Benedetto XVI

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D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

MAGISTERO PONTIFICIO Messaggio per la XLVI Giornata mondiale della pace

Beati gli operatori di pace (1° gennaio 2013)

1. Ogni anno nuovo porta con sé l’attesa di un mondo migliore. In tale prospettiva, prego Dio, Padre dell’umanità, di concederci la concordia e la pace, perché possano compiersi per tutti le aspirazioni di una vita felice e prospera. A 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, che ha consentito di rafforzare la missione della Chiesa nel mondo, rincuora constatare che i cristiani, quale Popolo di Dio in comunione con Lui e in cammino tra gli uomini, si impegnano nella storia condividendo gioie e speranze, tristezze ed angosce1, annunciando la salvezza di Cristo e promuovendo la pace per tutti. In effetti, i nostri tempi, contrassegnati dalla globalizzazione, con i suoi aspetti positivi e negativi, nonché da sanguinosi conflitti ancora in atto e da minacce di guerra, reclamano un rinnovato e corale impegno nella ricerca del bene comune, dello sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l’uomo. Allarmano i focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualista espressa anche da un capitali-

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Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 1.

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smo finanziario sregolato. Oltre a svariate forme di terrorismo e di criminalità internazionale, sono pericolosi per la pace quei fondamentalismi e quei fanatismi che stravolgono la vera natura della religione, chiamata a favorire la comunione e la riconciliazione tra gli uomini. E tuttavia, le molteplici opere di pace, di cui è ricco il mondo, testimoniano l’innata vocazione dell’umanità alla pace. In ogni persona il desiderio di pace è aspirazione essenziale e coincide, in certa maniera, con il desiderio di una vita umana piena, felice e ben realizzata. In altri termini, il desiderio di pace corrisponde ad un principio morale fondamentale, ossia, al dovere-diritto di uno sviluppo integrale, sociale, comunitario, e ciò fa parte del disegno di Dio sull’uomo. L’uomo è fatto per la pace che è dono di Dio. Tutto ciò mi ha suggerito di ispirarmi per questo Messaggio alle parole di Gesù Cristo: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

La beatitudine evangelica

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2. Le beatitudini, proclamate da Gesù (cfr Mt 5,3-12 e Lc 6,20-23), sono promesse. Nella tradizione biblica, infatti, quello della beatitudine è un genere letterario che porta sempre con sé una buona notizia, ossia un vangelo, che culmina in una promessa. Quindi, le beatitudini non sono solo raccomandazioni morali, la cui osservanza prevede a tempo debito – tempo situato di solito nell’altra vita – una ricompensa, ossia una situazione di futura felicità. La beatitudine consiste, piuttosto, nell’adempimento di una promessa rivolta a tutti coloro che si lasciano guidare dalle esigenze della verità, della giustizia e dell’amore. Coloro che si affidano a Dio e alle sue promesse appaiono spesso agli occhi del mondo ingenui o lontani dalla realtà. Ebbene, Gesù dichiara ad essi che non solo nell’altra vita, ma già in questa scopriranno di essere figli di Dio, e che da sempre e per sempre Dio è del tutto solidale con loro. Comprenderanno che non sono soli, perché Egli è dalla parte di coloro che s’impegnano per la verità, la giustizia e l’amore. Gesù, rivelazione dell’amore del Padre, non esita ad offrirsi nel sacrificio di se stesso. Quando si accoglie Gesù Cristo, Uomo-Dio, si vive l’esperienza


MAGISTERO PONTIFICIO gioiosa di un dono immenso: la condivisione della vita stessa di Dio, cioè la vita della grazia, pegno di un’esistenza pienamente beata. Gesù Cristo, in particolare, ci dona la pace vera che nasce dall’incontro fiducioso dell’uomo con Dio. La beatitudine di Gesù dice che la pace è dono messianico e opera umana ad un tempo. In effetti, la pace presuppone un umanesimo aperto alla trascendenza. È frutto del dono reciproco, di un mutuo arricchimento, grazie al dono che scaturisce da Dio e permette di vivere con gli altri e per gli altri. L’etica della pace è etica della comunione e della condivisione. È indispensabile, allora, che le varie culture odierne superino antropologie ed etiche basate su assunti teorico-pratici meramente soggettivistici e pragmatici, in forza dei quali i rapporti della convivenza vengono ispirati a criteri di potere o di profitto, i mezzi diventano fini e viceversa, la cultura e l’educazione sono centrate soltanto sugli strumenti, sulla tecnica e sull’efficienza. Precondizione della pace è lo smantellamento della dittatura del relativismo e dell’assunto di una morale totalmente autonoma, che preclude il riconoscimento dell’imprescindibile legge morale naturale scritta da Dio nella coscienza di ogni uomo. La pace è costruzione della convivenza in termini razionali e morali, poggiando su un fondamento la cui misura non è creata dall’uomo, bensì da Dio. « Il Signore darà potenza al suo popolo, benedirà il suo popolo con la pace », ricorda il Salmo 29 (v. 11).

La pace: dono di Dio e opera dell’uomo 3. La pace concerne l’integrità della persona umana ed implica il coinvolgimento di tutto l’uomo. È pace con Dio, nel vivere secondo la sua volontà. È pace interiore con se stessi, e pace esteriore con il prossimo e con tutto il creato. Comporta principalmente, come scrisse il beato Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in terris, di cui tra pochi mesi ricorrerà il cinquantesimo anniversario, la costruzione di una convivenza fondata sulla verità, sulla libertà, sull’amore e

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sulla giustizia2. La negazione di ciò che costituisce la vera natura dell’essere umano, nelle sue dimensioni essenziali, nella sua intrinseca capacità di conoscere il vero e il bene e, in ultima analisi, Dio stesso, mette a repentaglio la costruzione della pace. Senza la verità sull’uomo, iscritta dal Creatore nel suo cuore, la libertà e l’amore sviliscono, la giustizia perde il fondamento del suo esercizio. Per diventare autentici operatori di pace sono fondamentali l’attenzione alla dimensione trascendente e il colloquio costante con Dio, Padre misericordioso, mediante il quale si implora la redenzione conquistataci dal suo Figlio Unigenito. Così l’uomo può vincere quel germe di oscuramento e di negazione della pace che è il peccato in tutte le sue forme: egoismo e violenza, avidità e volontà di potenza e di dominio, intolleranza, odio e strutture ingiuste. La realizzazione della pace dipende soprattutto dal riconoscimento di essere, in Dio, un’unica famiglia umana. Essa si struttura, come ha insegnato l’enciclica Pacem in terris, mediante relazioni interpersonali ed istituzioni sorrette ed animate da un « noi » comunitario, implicante un ordine morale, interno ed esterno, ove si riconoscono sinceramente, secondo verità e giustizia, i reciproci diritti e i vicendevoli doveri. La pace è ordine vivificato ed integrato dall’amore, così da sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui, fare partecipi gli altri dei propri beni e rendere sempre più diffusa nel mondo la comunione dei valori spirituali. È ordine realizzato nella libertà, nel modo cioè che si addice alla dignità di persone, che per la loro stessa natura razionale, assumono la responsabilità del proprio operare3. La pace non è un sogno, non è un’utopia: è possibile. I nostri occhi devono vedere più in profondità, sotto la superficie delle apparenze e dei fenomeni, per scorgere una realtà positiva che esiste nei cuori, perché ogni uomo è creato ad immagine di Dio e chiamato a crescere, contribuendo all’edificazione di un mondo nuovo. Infatti, Dio stesso, mediante l’incarnazione del Figlio e la redenzione da Lui operata, è entrato nella storia facendo sorgere una nuova creazione e una nuova alleanza tra Dio e l’uomo (cfr Ger 31,31-34), dan-

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Cfr Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963): AAS 55 (1963), 265-266. Cfr ibid.: AAS 55 (1963), 266.


MAGISTERO PONTIFICIO doci la possibilità di avere «un cuore nuovo» e «uno spirito nuovo» (cfr Ez 36,26). Proprio per questo, la Chiesa è convinta che vi sia l’urgenza di un nuovo annuncio di Gesù Cristo, primo e principale fattore dello sviluppo integrale dei popoli e anche della pace. Gesù, infatti, è la nostra pace, la nostra giustizia, la nostra riconciliazione (cfr Ef 2,14; 2 Cor 5,18). L’operatore di pace, secondo la beatitudine di Gesù, è colui che ricerca il bene dell’altro, il bene pieno dell’anima e del corpo, oggi e domani. Da questo insegnamento si può evincere che ogni persona e ogni comunità – religiosa, civile, educativa e culturale –, è chiamata ad operare la pace. La pace è principalmente realizzazione del bene comune delle varie società, primarie ed intermedie, nazionali, internazionali e in quella mondiale. Proprio per questo si può ritenere che le vie di attuazione del bene comune siano anche le vie da percorrere per ottenere la pace.

Operatori di pace sono coloro che amano, difendono e promuovono la vita nella sua integralità 4. Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita. Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana e, per conseguenza, sostengono per esempio la liberalizzazione dell’aborto, forse non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente, non potranno mai produrre felicità o pace.

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Come si può, infatti, pensare di realizzare la pace, lo sviluppo integrale dei popoli o la stessa salvaguardia dell’ambiente, senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare dai nascituri? Ogni lesione alla vita, specie nella sua origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace, all’ambiente. Nemmeno è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita. Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale. Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace. Perciò, è anche un’importante cooperazione alla pace che gli ordinamenti giuridici e l’amministrazione della giustizia riconoscano il diritto all’uso del principio dell’obiezione di coscienza nei confronti di leggi e misure governative che attentano contro la dignità umana, come l’aborto e l’eutanasia. Tra i diritti umani basilari, anche per la vita pacifica dei popoli, vi è quello dei singoli e delle comunità alla libertà religiosa. In questo momento storico, diventa sempre più importante che tale diritto sia promosso non solo dal punto di vista negativo, come libertà da – ad esempio, da obblighi e costrizioni circa la libertà di scegliere la propria religione –, ma anche dal punto di vista positivo, nelle sue varie articolazioni, come libertà di: ad esempio, di testimoniare la propria religione, di annunciare e comunicare il suo insegnamento;


MAGISTERO PONTIFICIO di compiere attività educative, di beneficenza e di assistenza che permettono di applicare i precetti religiosi; di esistere e agire come organismi sociali, strutturati secondo i principi dottrinali e i fini istituzionali che sono loro propri. Purtroppo, anche in Paesi di antica tradizione cristiana si stanno moltiplicando gli episodi di intolleranza religiosa, specie nei confronti del cristianesimo e di coloro che semplicemente indossano i segni identitari della propria religione. L’operatore di pace deve anche tener presente che, presso porzioni crescenti dell’opinione pubblica, le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia insinuano il convincimento che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile, nonché dei diritti e dei doveri sociali. Ora, va considerato che questi diritti e doveri sono fondamentali per la piena realizzazione di altri, a cominciare da quelli civili e politici. Tra i diritti e i doveri sociali oggi maggiormente minacciati vi è il diritto al lavoro. Ciò è dovuto al fatto che sempre più il lavoro e il giusto riconoscimento dello statuto giuridico dei lavoratori non vengono adeguatamente valorizzati, perché lo sviluppo economico dipenderebbe soprattutto dalla piena libertà dei mercati. Il lavoro viene considerato così una variabile dipendente dei meccanismi economici e finanziari. A tale proposito, ribadisco che la dignità dell’uomo, nonché le ragioni economiche, sociali e politiche, esigono che si continui «a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti»4. In vista della realizzazione di questo ambizioso obiettivo è precondizione una rinnovata considerazione del lavoro, basata su principi etici e valori spirituali, che ne irrobustisca la concezione come bene fondamentale per la persona, la famiglia, la società. A un tale bene corrispondono un dovere e un diritto che esigono coraggiose e nuove politiche del lavoro per tutti. 4 Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 32: AAS 101 (2009), 666-667.

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Costruire il bene della pace mediante un nuovo modello di sviluppo e di economia

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5. Da più parti viene riconosciuto che oggi è necessario un nuovo modello di sviluppo, come anche un nuovo sguardo sull’economia. Sia uno sviluppo integrale, solidale e sostenibile, sia il bene comune esigono una corretta scala di beni-valori, che è possibile strutturare avendo Dio come riferimento ultimo. Non è sufficiente avere a disposizione molti mezzi e molte opportunità di scelta, pur apprezzabili. Tanto i molteplici beni funzionali allo sviluppo, quanto le opportunità di scelta devono essere usati secondo la prospettiva di una vita buona, di una condotta retta che riconosca il primato della dimensione spirituale e l’appello alla realizzazione del bene comune. In caso contrario, essi perdono la loro giusta valenza, finendo per assurgere a nuovi idoli. Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica – che ha per effetto una crescita delle disuguaglianze – sono necessarie persone, gruppi, istituzioni che promuovano la vita favorendo la creatività umana per trarre, perfino dalla crisi, un’occasione di discernimento e di un nuovo modello economico. Quello prevalso negli ultimi decenni postulava la ricerca della massimizzazione del profitto e del consumo, in un’ottica individualistica ed egoistica, intesa a valutare le persone solo per la loro capacità di rispondere alle esigenze della competitività. In un’altra prospettiva, invece, il vero e duraturo successo lo si ottiene con il dono di sé, delle proprie capacità intellettuali, della propria intraprendenza, poiché lo sviluppo economico vivibile, cioè autenticamente umano, ha bisogno del principio di gratuità come espressione di fraternità e della logica del dono5. Concretamente, nell’attività economica l’operatore di pace si configura come colui che instaura con i collaboratori e i colleghi, con i committenti e gli utenti, rapporti di lealtà e di reciprocità. Egli esercita l’attività economica per il bene comune, vive il suo impegno come qualcosa che va al di là del proprio interesse, a beneficio delle generazioni presenti e future. Si trova così a lavorare non solo per sé, ma anche per dare agli altri un futuro e un lavoro dignitoso.

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Cfr ibid., 34 e 36: AAS 101 (2009), 668-670 e 671-672.


MAGISTERO PONTIFICIO Nell’ambito economico, sono richieste, specialmente da parte degli Stati, politiche di sviluppo industriale ed agricolo che abbiano cura del progresso sociale e dell’universalizzazione di uno Stato di diritto e democratico. È poi fondamentale ed imprescindibile la strutturazione etica dei mercati monetari, finanziari e commerciali; essi vanno stabilizzati e maggiormente coordinati e controllati, in modo da non arrecare danno ai più poveri. La sollecitudine dei molteplici operatori di pace deve inoltre volgersi – con maggior risolutezza rispetto a quanto si è fatto sino ad oggi – a considerare la crisi alimentare, ben più grave di quella finanziaria. Il tema della sicurezza degli approvvigionamenti alimentari è tornato ad essere centrale nell’agenda politica internazionale, a causa di crisi connesse, tra l’altro, alle oscillazioni repentine dei prezzi delle materie prime agricole, a comportamenti irresponsabili da parte di taluni operatori economici e a un insufficiente controllo da parte dei governi e della comunità internazionale. Per fronteggiare tale crisi, gli operatori di pace sono chiamati a operare insieme in spirito di solidarietà, dal livello locale a quello internazionale, con l’obiettivo di mettere gli agricoltori, in particolare nelle piccole realtà rurali, in condizione di poter svolgere la loro attività in modo dignitoso e sostenibile dal punto di vista sociale, ambientale ed economico.

Educazione per una cultura di pace: il ruolo della famiglia e delle istituzioni 6. Desidero ribadire con forza che i molteplici operatori di pace sono chiamati a coltivare la passione per il bene comune della famiglia e per la giustizia sociale, nonché l’impegno di una valida educazione sociale. Nessuno può ignorare o sottovalutare il ruolo decisivo della famiglia, cellula base della società dal punto di vista demografico, etico, pedagogico, economico e politico. Essa ha una naturale vocazione a promuovere la vita: accompagna le persone nella loro crescita e le sollecita al mutuo potenziamento mediante la cura vicendevole. In specie, la famiglia cristiana reca in sé il germinale progetto dell’e-

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ducazione delle persone secondo la misura dell’amore divino. La famiglia è uno dei soggetti sociali indispensabili nella realizzazione di una cultura della pace. Bisogna tutelare il diritto dei genitori e il loro ruolo primario nell’educazione dei figli, in primo luogo nell’ambito morale e religioso. Nella famiglia nascono e crescono gli operatori di pace, i futuri promotori di una cultura della vita e dell’amore6. In questo immenso compito di educazione alla pace sono coinvolte in particolare le comunità religiose. La Chiesa si sente partecipe di una così grande responsabilità attraverso la nuova evangelizzazione, che ha come suoi cardini la conversione alla verità e all’amore di Cristo e, di conseguenza, la rinascita spirituale e morale delle persone e delle società. L’incontro con Gesù Cristo plasma gli operatori di pace impegnandoli alla comunione e al superamento dell’ingiustizia. Una missione speciale nei confronti della pace è ricoperta dalle istituzioni culturali, scolastiche ed universitarie. Da queste è richiesto un notevole contributo non solo alla formazione di nuove generazioni di leader, ma anche al rinnovamento delle istituzioni pubbliche, nazionali e internazionali. Esse possono anche contribuire ad una riflessione scientifica che radichi le attività economiche e finanziarie in un solido fondamento antropologico ed etico. Il mondo attuale, in particolare quello politico, necessita del supporto di un nuovo pensiero, di una nuova sintesi culturale, per superare tecnicismi ed armonizzare le molteplici tendenze politiche in vista del bene comune. Esso, considerato come insieme di relazioni interpersonali ed istituzionali positive, a servizio della crescita integrale degli individui e dei gruppi, è alla base di ogni vera educazione alla pace. 646 Una pedagogia dell’operatore di pace 7. Emerge, in conclusione, la necessità di proporre e promuovere una pedagogia della pace. Essa richiede una ricca vita interiore, 6 Cfr Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale della pace 1994 (8 dicembre 1993): AAS 86 (1994), 156-162.


MAGISTERO PONTIFICIO chiari e validi riferimenti morali, atteggiamenti e stili di vita appropriati. Difatti, le opere di pace concorrono a realizzare il bene comune e creano l’interesse per la pace, educando ad essa. Pensieri, parole e gesti di pace creano una mentalità e una cultura della pace, un’atmosfera di rispetto, di onestà e di cordialità. Bisogna, allora, insegnare agli uomini ad amarsi e a educarsi alla pace, e a vivere con benevolenza, più che con semplice tolleranza. Incoraggiamento fondamentale è quello di «dire no alla vendetta, di riconoscere i propri torti, di accettare le scuse senza cercarle, e infine di perdonare»7, in modo che gli sbagli e le offese possano essere riconosciuti in verità per avanzare insieme verso la riconciliazione. Ciò richiede il diffondersi di una pedagogia del perdono. Il male, infatti, si vince col bene, e la giustizia va ricercata imitando Dio Padre che ama tutti i suoi figli (cfr Mt 5,21-48). È un lavoro lento, perché suppone un’evoluzione spirituale, un’educazione ai valori più alti, una visione nuova della storia umana. Occorre rinunciare alla falsa pace che promettono gli idoli di questo mondo e ai pericoli che la accompagnano, a quella falsa pace che rende le coscienze sempre più insensibili, che porta verso il ripiegamento su se stessi, verso un’esistenza atrofizzata vissuta nell’indifferenza. Al contrario, la pedagogia della pace implica azione, compassione, solidarietà, coraggio e perseveranza. Gesù incarna l’insieme di questi atteggiamenti nella sua esistenza, fino al dono totale di sé, fino a «perdere la vita» (cfr Mt 10,39; Lc 17,33; Gv 2,25). Egli promette ai suoi discepoli che, prima o poi, faranno la straordinaria scoperta di cui abbiamo parlato inizialmente, e cioè che nel mondo c’è Dio, il Dio di Gesù, pienamente solidale con gli uomini. In questo contesto, vorrei ricordare la preghiera con cui si chiede a Dio di renderci strumenti della sua pace, per portare il suo amore ove è odio, il suo perdono ove è offesa, la vera fede ove è dubbio. Da parte nostra, insieme al beato Giovanni 7

Benedetto XVI, Discorso in occasione dell’Incontro con i membri del Governo, delle istituzioni della Repubblica, con il corpo diplomatico, i capi religiosi e rappresentanze del mondo della cultura, Baabda-Libano (15 settembre 2012): «L’Osservatore Romano», 16 settembre 2012, p. 7.

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XXIII, chiediamo a Dio che illumini i responsabili dei popoli, affinché accanto alla sollecitudine per il giusto benessere dei loro cittadini garantiscano e difendano il prezioso dono della pace; accenda le volontà di tutti a superare le barriere che dividono, a rafforzare i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri e a perdonare coloro che hanno recato ingiurie, così che in virtù della sua azione, tutti i popoli della terra si affratellino e fiorisca in essi e sempre regni la desideratissima pace8. Con questa invocazione, auspico che tutti possano essere veri operatori e costruttori di pace, in modo che la città dell’uomo cresca in fraterna concordia, nella prosperità e nella pace. Dal Vaticano, 8 dicembre 2012 Benedetto XVI

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Cfr Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963): AAS 55 (1963), 304.


D OCUMENTI

DELLA

C HIESA U NIVERSALE

SINODO DEI VESCOVI XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi

Messaggio al popolo di Dio (7-28 ottobre 2012)

Fratelli e sorelle,

«Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo» (Rm 1, 7). Vescovi provenienti da tutto il mondo, riuniti su invito del Vescovo di Roma il Papa Benedetto XVI per riflettere su «la nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana», prima di tornare alle nostre Chiese particolari, vogliamo rivolgerci a tutti voi, per sostenere e orientare il servizio al Vangelo nei diversi contesti in cui ci troviamo oggi a dare testimonianza.

1. Come la samaritana al pozzo Ci lasciamo illuminare da una pagina del Vangelo: l’incontro di Gesù con la donna samaritana (cfr Gv 4, 5-42). Non c’è uomo o donna che, nella sua vita, non si ritrovi, come la donna di Samaria, accanto a un pozzo con un’anfora vuota, nella speranza di trovare l’esaudimento del desiderio più profondo del cuore, quello che solo può dare significato pieno all’esistenza. Molti sono oggi i pozzi che si offrono alla sete dell’uomo, ma occorre discernere per evitare acque inquinate. Urge orientare bene la ricerca, per non cadere preda di delusioni, che possono essere rovinose.

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Come Gesù al pozzo di Sicar, anche la Chiesa sente di doversi sedere accanto agli uomini e alle donne di questo tempo, per rendere presente il Signore nella loro vita, così che possano incontrarlo, perché solo il suo Spirito è l’acqua che dà la vita vera ed eterna. Solo Gesù è capace di leggere nel fondo del nostro cuore e di svelarci la nostra verità: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto», confessa la donna ai suoi concittadini. E questa parola di annuncio – cui si unisce la domanda che apre alla fede: «Che sia lui il Cristo?» – mostra come chi ha ricevuto la vita nuova dall’incontro con Gesù, a sua volta non può fare a meno di diventare annunciatore di verità e di speranza per gli altri. La peccatrice convertita diventa messaggera di salvezza e conduce a Gesù tutta la città. Dall’accoglienza della testimonianza la gente passerà all’esperienza personale dell’incontro: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

2. Una nuova evangelizzazione

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Condurre gli uomini e le donne del nostro tempo a Gesù, all’incontro con lui, è un’urgenza che tocca tutte le regioni del mondo, di antica e di recente evangelizzazione. Ovunque infatti si sente il bisogno di ravvivare una fede che rischia di oscurarsi in contesti culturali che ne ostacolano il radicamento personale e la presenza sociale, la chiarezza dei contenuti e i frutti coerenti. Non si tratta di cominciare tutto daccapo, ma – con l’animo apostolico di Paolo, il quale giunge a dire: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9, 16) – di inserirsi nel lungo cammino di proclamazione del Vangelo che, dai primi secoli dell’era cristiana al presente, ha percorso la storia e ha edificato comunità di credenti in tutte le parti del mondo. Piccole o grandi che siano, esse sono il frutto della dedizione di missionari e di non pochi martiri, di generazioni di testimoni di Gesù cui va la nostra memoria riconoscente. I mutati scenari sociali, culturali economici, politici e religiosi ci chiamano a qualcosa di nuovo: a vivere in modo rinnovato la nostra esperienza comunitaria di fede e l’annuncio, mediante un’evangelizzazione «nuova nel suo ardore, nei suoi metodi, nelle sue espres-


SINODO DEI VESCOVI sioni» (Giovanni Paolo II, Discorso alla XIX Assemblea del Celam, Portau-Prince 9 marzo 1983, n. 3), come disse Giovanni Paolo II, un’evangelizzazione che, ha ricordato Benedetto XVI, è rivolta «principalmente alle persone che, pur essendo battezzate si sono allontanate dalla Chiesa, e vivono senza fare riferimento alla prassi cristiana [...], per favorire in queste persone un nuovo incontro con il Signore, che solo riempie di significato profondo e di pace la nostra esistenza; per favorire la riscoperta della fede, sorgente di grazia che porta gioia e speranza nella vita personale, familiare e sociale» (Benedetto XVI, Omelia alla Celebrazione eucaristica per la solenne inaugurazione della XIII Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Roma 7 ottobre 2012).

3. L’incontro personale con Gesù Cristo nella Chiesa Prima di dire qualcosa circa le forme che deve assumere questa nuova evangelizzazione, sentiamo l’esigenza di dirvi, con profonda convinzione, che la fede si decide tutta nel rapporto che instauriamo con la persona di Gesù, che per primo ci viene incontro. L’opera della nuova evangelizzazione consiste nel riproporre al cuore e alla mente, non poche volte distratti e confusi, degli uomini e delle donne del nostro tempo, anzitutto a noi stessi, la bellezza e la novità perenne dell’incontro con Cristo. Vi invitiamo tutti a contemplare il volto del Signore Gesù Cristo, a entrare nel mistero della sua esistenza, donata per noi fino alla croce, riconfermata come dono dal Padre nella sua risurrezione dai morti e comunicata a noi mediante lo Spirito. Nella persona di Gesù, si svela il mistero dell’amore di Dio Padre per l’intera famiglia umana, che egli non ha voluto lasciare alla deriva della propria impossibile autonomia, ma ha ricongiunto a sé in un rinnovato patto d’amore. La Chiesa è lo spazio che Cristo offre nella storia per poterlo incontrare, perché egli le ha affidato la sua Parola, il Battesimo che ci fa figli di Dio, il suo Corpo e il suo Sangue, la grazia del perdono del peccato, soprattutto nel sacramento della Riconciliazione, l’espe-

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rienza di una comunione che è riflesso del mistero stesso della Santa Trinità, la forza dello Spirito che genera carità verso tutti. Occorre dare forma a comunità accoglienti, in cui tutti gli emarginati trovino la loro casa, a concrete esperienze di comunione, che, con la forza ardente dell’amore – «Vedi come si amano!» (Tertulliano, Apologetico, 39, 7) –, attirino lo sguardo disincantato dell’umanità contemporanea. La bellezza della fede deve risplendere, in particolare, nelle azioni della sacra Liturgia, nell’Eucaristia domenicale anzitutto. Proprio nelle celebrazioni liturgiche la Chiesa svela infatti il suo volto di opera di Dio e rende visibile, nelle parole e nei gesti, il significato del Vangelo. Sta a noi oggi rendere concretamente accessibili esperienze di Chiesa, moltiplicare i pozzi a cui invitare gli uomini e le donne assetati e lì far loro incontrare Gesù, offrire oasi nei deserti della vita. Di questo sono responsabili le comunità cristiane e, in esse, ogni discepolo del Signore: a ciascuno è affidata una testimonianza insostituibile, perché il Vangelo possa incrociare l’esistenza di tutti; per questo ci è chiesta la santità della vita.

4. Le occasioni dell’incontro con Gesù e l’ascolto delle Scritture

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Qualcuno chiederà come fare tutto questo. Non si tratta di inventare chissà quali nuove strategie, quasi che il Vangelo sia un prodotto da collocare sul mercato delle religioni, ma di riscoprire i modi in cui, nella vicenda di Gesù, le persone si sono accostate a lui e da lui sono state chiamate, per immettere quelle stesse modalità nelle condizioni del nostro tempo. Ricordiamo ad esempio come Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni siano stati interpellati da Gesù nel contesto del loro lavoro, come Zaccheo sia potuto passare dalla semplice curiosità al calore della condivisione della mensa con il Maestro, come il centurione romano ne abbia chiesto l’intervento in occasione della malattia di una persona cara, come il cieco nato lo abbia invocato quale liberatore dalla propria emarginazione, come Marta e Maria abbiano visto premiata dalla sua presenza l’ospitalità della casa e del cuore. Potremmo continuare ancora, ripercorrendo le pagine dei vangeli e trovando chissà quanti modi con cui la vita delle persone si è aperta nelle più diverse condizioni alla presenza di Cristo. E lo stesso


SINODO DEI VESCOVI potremmo fare con quanto le Scritture narrano delle esperienze missionarie degli apostoli nella prima Chiesa. La lettura frequente delle Sacre Scritture, illuminata dalla Tradizione della Chiesa, che ce le consegna e ne è autentica interprete, non solo è un passaggio obbligato per conoscere il contenuto del Vangelo, cioè la persona di Gesù nel contesto della storia della salvezza, ma aiuta anche a scoprire spazi di incontro con lui, modalità davvero evangeliche, radicate nelle dimensioni di fondo della vita dell’uomo: la famiglia, il lavoro, l’amicizia, le povertà e le prove della vita, ecc.

5. Evangelizzare noi stessi e disporci alla conversione Guai però a pensare che la nuova evangelizzazione non ci riguardi in prima persona. In questi giorni più volte tra noi Vescovi si sono levate voci a ricordare che, per poter evangelizzare il mondo, la Chiesa deve anzitutto porsi in ascolto della Parola. L’invito ad evangelizzare si traduce in un appello alla conversione. Sentiamo sinceramente di dover convertire anzitutto noi stessi alla potenza di Cristo, che solo è capace di fare nuove tutte le cose, le nostre povere esistenze anzitutto. Con umiltà dobbiamo riconoscere che le povertà e le debolezze dei discepoli di Gesù, specialmente dei suoi ministri, pesano sulla credibilità della missione. Siamo certo consapevoli, noi Vescovi per primi, che non potremo mai essere all’altezza della chiamata da parte del Signore e della consegna del suo Vangelo per l’annuncio alle genti. Sappiamo di dover riconoscere umilmente la nostra vulnerabilità alle ferite della storia e non esitiamo a riconoscere i nostri peccati personali. Siamo però anche convinti che la forza dello Spirito del Signore può rinnovare la sua Chiesa e rendere splendente la sua veste, se ci lasceremo plasmare da lui. Lo mostrano le vite dei santi, la cui memoria e narrazione è strumento privilegiato della nuova evangelizzazione. Se questo rinnovamento fosse affidato alle nostre forze, ci sarebbero seri motivi di dubitare, ma la conversione, come l’evangelizza-

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zione, nella Chiesa non ha come primi attori noi poveri uomini, bensì lo Spirito stesso del Signore. Sta qui la nostra forza e la nostra certezza che il male non avrà mai l’ultima parola, né nella Chiesa né nella storia: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore», ha detto Gesù ai suoi discepoli (Gv 14, 27). L’opera della nuova evangelizzazione riposa su questa serena certezza. Noi siamo fiduciosi nell’ispirazione e nella forza dello Spirito, che ci insegnerà ciò che dobbiamo dire e ciò che dobbiamo fare, anche nei frangenti più difficili. È nostro dovere, perciò, vincere la paura con la fede, l’avvilimento con la speranza, l’indifferenza con l’amore.

6. Cogliere nel mondo di oggi nuove opportunità di evangelizzazione

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Questo sereno coraggio sostiene anche il nostro sguardo sul mondo contemporaneo. Non ci sentiamo intimoriti dalle condizioni dei tempi che viviamo. Il nostro è un mondo colmo di contraddizioni e di sfide, ma resta creazione di Dio, ferita sì dal male, ma pur sempre il mondo che Dio ama, terreno suo, in cui può essere rinnovata la semina della Parola perché torni a fare frutto. Non c’è spazio per il pessimismo nelle menti e nei cuori di coloro che sanno che il loro Signore ha vinto la morte e che il suo Spirito opera con potenza nella storia. Con umiltà, ma anche con decisione – quella che viene dalla certezza che la verità alla fine vince –, ci accostiamo a questo mondo e vogliamo vedervi un invito del Risorto a essere testimoni del suo Nome. La nostra Chiesa è viva e affronta con il coraggio della fede e la testimonianza di tanti suoi figli le sfide poste dalla storia. Sappiamo che nel mondo dobbiamo affrontare una dura lotta contro «i Principati e le Potenze», «gli spiriti del male» (Ef 6, 12). Non ci nascondiamo i problemi che tali sfide pongono, ma essi non ci impauriscono. Questo vale anzitutto per i fenomeni di globalizzazione, che devono essere per noi opportunità per una dilatazione della presenza del Vangelo. Così pure le migrazioni – pur con il peso delle sofferenze che comportano e a cui vogliamo essere sinceramente vicini con l’accoglienza propria dei fratelli – sono occasioni, come è accaduto nel passato, di diffusione della fede e di comunio-


SINODO DEI VESCOVI ne tra le varietà delle sue forme. La secolarizzazione, ma anche la crisi dell’egemonia della politica e dello Stato, chiedono alla Chiesa di ripensare la propria presenza nella società, senza peraltro rinunciarvi. Le molte e sempre nuove forme di povertà aprono spazi inediti al servizio della carità: la proclamazione del Vangelo impegna la Chiesa a essere con i poveri e a farsi carico delle loro sofferenze, come Gesù. Anche nelle forme più aspre di ateismo e agnosticismo sentiamo di poter riconoscere, pur in modi contraddittori, non un vuoto, ma una nostalgia, un’attesa che attende una risposta adeguata. Di fronte agli interrogativi che le culture dominanti pongono alla fede e alla Chiesa rinnoviamo la nostra fiducia nel Signore, certi che anche in questi contesti il Vangelo è portatore di luce e capace di sanare ogni debolezza dell’uomo. Non siamo noi a condurre l’opera dell’evangelizzazione, ma Dio, come ci ha ricordato il Papa: «La prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire – con Lui e in Lui – evangelizzatori» (Benedetto XVI, Meditazione alla prima Congregazione generale della XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Roma 8 ottobre 2012).

7. Evangelizzazione, famiglia e vita consacrata Fin dalla prima evangelizzazione la trasmissione della fede nel susseguirsi delle generazioni ha trovato un luogo naturale nella famiglia. In essa – con un ruolo tutto speciale rivestito dalle donne, ma con questo non vogliamo sminuire la figura paterna e la sua responsabilità – i segni della fede, la comunicazione delle prime verità, l’educazione alla preghiera, la testimonianza dei frutti dell’amore sono stati immessi nell’esistenza dei fanciulli e dei ragazzi, nel contesto della cura che ogni famiglia riserva per la crescita dei suoi piccoli. Pur nella diversità delle situazioni geografiche, culturali e sociali, tutti i Vescovi al Sinodo hanno riconfermato questo ruolo essenziale della famiglia nella trasmissione della fede. Non si può

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pensare una nuova evangelizzazione senza sentire una precisa responsabilità verso l’annuncio del Vangelo alle famiglie e senza dare loro sostegno nel compito educativo. Non ci nascondiamo il fatto che oggi la famiglia, che si costituisce nel matrimonio di un uomo e di una donna, che li rende «una sola carne» (Mt 19, 6) aperta alla vita, è attraversata dappertutto da fattori di crisi, circondata da modelli di vita che la penalizzano, trascurata dalle politiche di quella società di cui è pure la cellula fondamentale, non sempre rispettata nei suoi ritmi e sostenuta nei suoi impegni dalle stesse comunità ecclesiali. Proprio questo però ci spinge a dire che dobbiamo avere una particolare cura per la famiglia e per la sua missione nella società e nella Chiesa, sviluppando percorsi di accompagnamento prima e dopo il matrimonio. Vogliamo anche esprimere la nostra gratitudine ai tanti sposi e alle tante famiglie cristiane che, con la loro testimonianza, mostrano al mondo una esperienza di comunione e di servizio che è seme di una società più fraterna e pacificata. Il nostro pensiero è andato anche alle situazioni familiari e di convivenza in cui non si rispecchia quell’immagine di unità e di amore per tutta la vita che il Signore ci ha consegnato. Ci sono coppie che convivono senza il legame sacramentale del matrimonio; si moltiplicano situazioni familiari irregolari costruite dopo il fallimento di precedenti matrimoni: vicende dolorose in cui soffre anche l’educazione alla fede dei figli. A tutti costoro vogliamo dire che l’amore del Signore non abbandona nessuno, che anche la Chiesa li ama ed è casa accogliente per tutti, che essi rimangono membra della Chiesa anche se non possono ricevere l’assoluzione sacramentale e l’Eucaristia. Le comunità cattoliche siano accoglienti verso quanti vivono in tali situazioni e sostengano cammini di conversione e di riconciliazione. La vita familiare è il primo luogo in cui il Vangelo si incontra con l’ordinarietà della vita e mostra la sua capacità di trasfigurare le condizioni fondamentali dell’esistenza nell’orizzonte dell’amore. Ma non meno importante per la testimonianza della Chiesa è mostrare come questa vita nel tempo ha un compimento che va oltre la storia degli uomini e approda alla comunione eterna con Dio. Alla donna samaritana Gesù non si presenta semplicemente come colui che dà la vita, ma come colui che dona la «vita eterna»


SINODO DEI VESCOVI (Gv 4, 14). Il dono di Dio, che la fede rende presente, non è semplicemente la promessa di condizioni migliori in questo mondo, ma l’annuncio che il senso ultimo della nostra vita è oltre questo mondo, in quella comunione piena con Dio che attendiamo alla fine dei tempi. Di questo orizzonte ultraterreno del senso dell’esistenza umana sono particolari testimoni nella Chiesa e nel mondo quanti il Signore ha chiamato alla vita consacrata, una vita che, proprio perché totalmente consacrata a lui, nell’esercizio di povertà, castità e obbedienza, è il segno di un mondo futuro che relativizza ogni bene di questo mondo. Dall’Assemblea del Sinodo dei Vescovi giunga a questi nostri fratelli e sorelle la gratitudine per la loro fedeltà alla chiamata del Signore e per il contributo che hanno dato e danno alla missione della Chiesa, l’esortazione alla speranza in situazioni non facili anche per loro in questi tempi di cambiamento, l’invito a confermarsi come testimoni e promotori di nuova evangelizzazione nei vari ambiti di vita in cui il carisma di ciascuno dei loro istituti li colloca.

8. La comunità ecclesiale e i molti operai dell’evangelizzazione L’opera di evangelizzazione non è compito di qualcuno nella Chiesa, ma delle comunità ecclesiali in quanto tali, dove si ha accesso alla pienezza degli strumenti dell’incontro con Gesù: la Parola, i sacramenti, la comunione fraterna, il servizio della carità, la missione. In questa prospettiva emerge anzitutto il ruolo della parrocchia, come presenza della Chiesa sul territorio in cui gli uomini vivono, «fontana del villaggio», come amava chiamarla Giovanni XXIII, a cui tutti possono abbeverarsi trovandovi la freschezza del Vangelo. Il suo ruolo resta irrinunciabile, anche se le mutate condizioni ne possono chiedere sia l’articolazione in piccole comunità sia legami di collaborazione in contesti più ampi. Sentiamo ora di dover esortare le nostre parrocchie ad affiancare alla tradizionale cura pastorale del popolo di Dio le forme nuove di missione richieste dalla

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nuova evangelizzazione. Esse devono permeare anche le varie, importanti espressioni della pietà popolare. Nella parrocchia continua ad essere decisivo il ministero del sacerdote, padre e pastore del suo popolo. I Vescovi di questa Assemblea sinodale esprimono a tutti i presbiteri gratitudine e vicinanza fraterna per il loro non facile compito e li invitano a più stretti legami nel presbiterio diocesano, a una vita spirituale sempre più intensa, a una formazione permanente che li renda idonei ad affrontare i cambiamenti. Accanto ai presbiteri va sostenuta la presenza dei diaconi, come pure l’azione pastorale dei catechisti e di tante altre figure ministeriali e di animazione nel campo dell’annuncio e della catechesi, della vita liturgica, del servizio caritativo, nonché le varie forme di partecipazione e corresponsabilità da parte dei fedeli, uomini e donne, per la cui dedizione nei molteplici servizi nelle nostre comunità non saremo mai abbastanza riconoscenti. Anche a tutti costoro chiediamo di porre la loro presenza e il loro servizio nella Chiesa nell’ottica della nuova evangelizzazione, curando la propria formazione umana e cristiana, la conoscenza della fede e la sensibilità ai fenomeni culturali odierni. Guardando ai laici, una parola specifica va alle varie forme di antiche e nuove associazioni e insieme ai movimenti ecclesiali e alle nuove comunità, tutti espressione della ricchezza dei doni che lo Spirito fa alla Chiesa. Anche a queste forme di vita e di impegno nella Chiesa esprimiamo gratitudine, esortandoli alla fedeltà al proprio carisma e alla convinta comunione ecclesiale, in specie nel concreto contesto delle Chiese particolari. Testimoniare il Vangelo non è privilegio di alcuno. Riconosciamo con gioia la presenza di tanti uomini e donne che con la loro vita si fanno segno del Vangelo in mezzo al mondo. Li riconosciamo anche in tanti nostri fratelli e sorelle cristiani con i quali l’unità purtroppo non è ancora perfetta, ma che pure sono segnati dal Battesimo del Signore e ne sono annunciatori. In questi giorni è stata un’esperienza commovente per noi ascoltare le voci di tanti autorevoli responsabili di Chiese e Comunità ecclesiali che ci hanno testimoniato la loro sete di Cristo e la loro dedizione all’annuncio del Vangelo, anch’essi convinti che il mondo ha bisogno di una nuova evangelizzazione. Siamo grati al Signore per questa unità nell’esigenza della missione.


SINODO DEI VESCOVI 9. Perché i giovani possano incontrare Cristo I giovani ci stanno a cuore in modo tutto particolare, perché loro, che sono parte rilevante del presente dell’umanità e della Chiesa, ne sono anche il futuro. Anche verso di loro lo sguardo dei Vescovi è tutt’altro che pessimista. Preoccupato sì, ma non pessimista. Preoccupato perché proprio su di loro vengono a confluire le spinte più aggressive dei tempi; non però pessimista, anzitutto perché, lo ribadiamo, l’amore di Cristo è ciò che muove nel profondo la storia, ma anche perché scorgiamo nei nostri giovani aspirazioni profonde di autenticità, di verità, di libertà, di generosità, per le quali siamo convinti che Cristo sia la risposta che appaga. Vogliamo sostenerli nella loro ricerca e incoraggiamo le nostre comunità a entrare senza riserve in una prospettiva di ascolto, di dialogo e di proposta coraggiosa verso la difficile condizione dei giovani. Per riscattare, e non mortificare, la potenza dei loro entusiasmi. E per sostenere in loro favore la giusta battaglia contro i luoghi comuni e le speculazioni interessate delle potenze mondane, interessate a dissiparne le energie e a consumarne gli slanci a proprio vantaggio, togliendo loro ogni grata memoria del passato e ogni serio progetto del futuro. La nuova evangelizzazione ha nel mondo dei giovani un campo impegnativo ma anche particolarmente promettente, come mostrano non poche esperienze, da quelle più aggreganti, come le Giornate mondiali della Gioventù, a quelle più nascoste ma non meno coinvolgenti, come le varie esperienze di spiritualità, di servizio e di missionarietà. Ai giovani va riconosciuto un ruolo attivo nell’opera di evangelizzazione soprattutto verso il loro mondo.

10. Il Vangelo in dialogo con la cultura e l’esperienza umana e con le religioni La nuova evangelizzazione ha al suo centro Cristo e l’attenzione alla persona umana, per dare vita a un reale incontro con lui. Ma i suoi orizzonti sono larghi quanto il mondo e non si chiudono a

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nessuna esperienza dell’uomo. Questo significa che essa coltiva con particolare cura il dialogo con le culture, nella fiducia di poter trovare in ciascuna di esse i «semi del Verbo» di cui parlavano gli antichi Padri. In particolare la nuova evangelizzazione ha bisogno di una rinnovata alleanza tra fede e ragione, nella convinzione che la fede ha risorse sue proprie per accogliere ogni frutto di una sana ragione aperta alla trascendenza e ha la forza di sanare i limiti e le contraddizioni in cui la ragione può cadere. La fede non chiude lo sguardo neanche di fronte ai laceranti interrogativi che pone la presenza del male nella vita e nella storia degli uomini, attingendo luce di speranza dalla Pasqua di Cristo. L’incontro tra la fede e la ragione nutre anche l’impegno delle comunità cristiane nel campo dell’educazione e della cultura. Un posto speciale lo occupano in questo le istituzioni formative e di ricerca: scuole e università. Ovunque si sviluppano le conoscenze dell’uomo e si dà un’azione educativa, la Chiesa è lieta di portare la propria esperienza e il proprio contributo per una formazione della persona nella sua integralità. In questo ambito va riservata particolare cura alla scuola cattolica e alle università cattoliche, in cui l’apertura alla trascendenza, propria di ogni sincero itinerario culturale ed educativo, deve completarsi in cammini di incontro con l’evento di Gesù Cristo e della sua Chiesa. La gratitudine dei Vescovi giunga a quanti, in condizioni a volte difficili, vi sono impegnati. L’evangelizzazione esige che si presti operosa attenzione al mondo delle comunicazioni sociali, strada su cui, soprattutto nei nuovi media, si incrociano tante vite, tanti interrogativi e tante attese. Luogo dove spesso si formano le coscienze e si scandiscono i tempi e i contenuti della vita vissuta. Un’opportunità nuova per raggiungere il cuore dell’uomo. Un particolare ambito dell’incontro tra fede e ragione si ha oggi nel dialogo con il sapere scientifico. Esso, per sé, è tutt’altro che lontano dalla fede, essendo una manifestazione di quel principio spirituale che Dio ha posto negli uomini e che permette loro di cogliere le strutture razionali che sono alla base della creazione. Quando scienze e tecniche non presumono di chiudere la concezione dell’uomo e del mondo in un arido materialismo, diventano un prezioso alleato per lo sviluppo della umanizzazione della vita. Anche a chi è impegnato su questo delicato fronte della conoscenza va il nostro grazie.


SINODO DEI VESCOVI Un grazie che vogliamo rivolgere anche a uomini e donne impegnati in un’altra espressione del genio umano, quella dell’arte nelle sue varie forme, dalle più antiche alle più recenti. Nelle loro opere, in quanto tendono a dare forma alla tensione dell’uomo verso la bellezza, noi riconosciamo un modo particolarmente significativo di espressione della spiritualità. Siamo grati quando con le loro creazioni di bellezza ci aiutano a rendere evidente la bellezza del volto di Dio e di quello delle sue creature. La via della bellezza è una strada particolarmente efficace nella nuova evangelizzazione. Oltre i vertici dell’arte è però tutta l’operosità dell’uomo ad attirare la nostra attenzione, come uno spazio in cui, mediante il lavoro, egli si fa cooperatore della creazione divina. Al mondo dell’economia e del lavoro vogliamo ricordare come dalla luce del Vangelo scaturiscano alcuni richiami: riscattare il lavoro dalle condizioni che ne fanno non poche volte un peso insopportabile e una prospettiva incerta, minacciata oggi spesso dalla disoccupazione, specie giovanile; porre la persona umana al centro dello sviluppo economico; pensare questo stesso sviluppo come un’occasione di crescita del genere umano nella giustizia e nell’unità. L’uomo nel lavoro con cui trasforma il mondo è chiamato anche a salvaguardare il volto che Dio ha voluto dare alla sua creazione, anche per responsabilità verso le generazioni a venire. Il Vangelo illumina anche la condizione della sofferenza nella malattia, in cui i cristiani devono far sentire la vicinanza della Chiesa alle persone malate o disabili e la gratitudine verso quanti operano con professionalità e umanità per la loro cura. Un ambito in cui la luce del Vangelo può e deve risplendere per illuminare i passi dell’umanità è quello della politica, alla quale si chiede un impegno di cura disinteressata e trasparente del bene comune, nel rispetto della piena dignità della persona umana, dal suo concepimento fino al suo termine naturale, della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, della libertà educativa; nella promozione della libertà religiosa; nella rimozione delle cause di ingiustizie, disuguaglianze, discriminazioni, razzismo, violenze, fame e guerre. Una limpida testimonianza è chiesta ai cristiani che, nell’esercizio della politica, vivono il precetto della carità.

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Il dialogo della Chiesa ha un suo naturale interlocutore, infine, nei seguaci delle religioni. Si evangelizza perché convinti della verità di Cristo, non contro qualcuno. Il Vangelo di Gesù è pace e gioia, e i suoi discepoli sono lieti di riconoscere quanto di vero e di buono lo spirito religioso degli uomini ha saputo scorgere nel mondo creato da Dio e ha espresso dando forma alle varie religioni. Il dialogo tra i credenti delle varie religioni vuole essere un contributo alla pace, rifiuta ogni fondamentalismo e denuncia ogni violenza che si abbatte sui credenti, grave violazione dei diritti umani. Le Chiese di tutto il mondo sono vicine nella preghiera e nella fraternità ai fratelli sofferenti e chiedono a chi ha in mano le sorti dei popoli di salvaguardare il diritto di tutti alla libera scelta e alla libera professione e testimonianza della fede.

11. Nell’Anno della fede, la memoria del Concilio Vaticano II e il riferimento al Catechismo della Chiesa Cattolica

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Nel sentiero aperto dalla nuova evangelizzazione potremmo anche sentirci a volte come in un deserto, in mezzo a pericoli e privi di riferimenti. Il Santo Padre Benedetto XVI, nell’omelia della Messa di apertura dell’Anno della fede, ha parlato di una «“desertificazione” spirituale» che è avanzata in questi ultimi decenni, ma ci ha anche incoraggiato affermando che «è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere» (Omelia alla Celebrazione eucaristica per l’apertura dell’Anno della fede, Roma 11 ottobre 2012). Nel deserto, come la donna samaritana, si va in cerca di acqua e di un pozzo a cui attingerla: beato colui che vi incontra Cristo! Ringraziamo il Santo Padre per il dono dell’Anno della fede, prezioso ingresso nel percorso della nuova evangelizzazione. Lo ringraziamo anche per aver legato questo Anno alla memoria grata per i cinquant’anni dell’apertura del concilio Vaticano II, il cui magistero fondamentale per il nostro tempo risplende nel Catechismo della Chiesa Cattolica, riproposto a vent’anni dalla pubblicazione come riferimento di fede sicuro. Sono anniversari importanti, che


SINODO DEI VESCOVI ci permettono di ribadire la nostra ferma adesione all’insegnamento del concilio e il nostro convinto impegno a continuarne la piena attuazione.

12. Nella contemplazione del mistero e accanto ai poveri In quest’ottica vogliamo indicare a tutti i fedeli due espressioni della vita di fede che ci appaiono di particolare rilevanza per testimoniarla nella nuova evangelizzazione. Il primo è costituito dal dono e dall’esperienza della contemplazione. Solo da uno sguardo adorante sul mistero di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, solo dalla profondità di un silenzio che si pone come grembo che accoglie l’unica Parola che salva, può scaturire una testimonianza credibile per il mondo. Solo questo silenzio orante può impedire che la parola della salvezza sia confusa nel mondo con i molti rumori che lo invadono. Torna nuovamente sulle nostre labbra la parola della gratitudine, ora rivolta a quanti, uomini e donne, dedicano la loro vita, nei monasteri e negli eremi, alla preghiera e alla contemplazione. Ma abbiamo bisogno che momenti contemplativi si intreccino anche con la vita ordinaria della gente. Luoghi dell’anima, ma anche del territorio, che richiamino a Dio; santuari interiori e templi di pietra, che siano incroci obbligati per il flusso di esperienze in cui rischiamo di confonderci. Spazi in cui tutti si possano sentire accolti, anche chi non sa bene ancora che cosa e chi cercare. L’altro segno di autenticità della nuova evangelizzazione ha il volto del povero. Mettersi accanto a chi è ferito dalla vita non è solo un esercizio di socialità, ma anzitutto un fatto spirituale. Perché nel volto del povero risplende il volto stesso di Cristo: «Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25, 40). Ai poveri va riconosciuto un posto privilegiato nelle nostre comunità, un posto che non esclude nessuno, ma vuole essere un riflesso di come Gesù si è legato a loro. La presenza del povero nelle nostre comunità è misteriosamente potente: cambia le persone più

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di un discorso, insegna fedeltà, fa capire la fragilità della vita, domanda preghiera; insomma, porta a Cristo. Il gesto della carità, a sua volta, esige di essere accompagnato dall’impegno per la giustizia, con un appello che riguarda tutti, poveri e ricchi. Di qui anche l’inserimento della dottrina sociale della Chiesa nei percorsi della nuova evangelizzazione e la cura della formazione dei cristiani che si impegnano a servire la convivenza umana nella vita sociale e nella politica.

13. Una parola alle Chiese delle diverse regioni del mondo

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Lo sguardo dei vescovi riuniti in Assemblea sinodale abbraccia tutte le comunità ecclesiali diffuse nel mondo. Uno sguardo che vuole essere unitario, perché unica è la chiamata all’incontro con Cristo, ma non dimentica le diversità. Una considerazione tutta particolare, colma di affetto fraterno e di gratitudine, i vescovi riuniti nel Sinodo riservano a voi cristiani delle Chiese orientali cattoliche, quelle eredi della prima diffusione del Vangelo, esperienza custodita con amore e fedeltà, e quelle presenti nell’Est dell’Europa. Oggi il Vangelo si ripropone tra voi come nuova evangelizzazione tramite la vita liturgica, la catechesi, la preghiera familiare quotidiana, il digiuno, la solidarietà tra le famiglie, la partecipazione dei laici alla vita delle comunità e al dialogo con la società. In non pochi contesti le vostre Chiese sono in mezzo a prove e tribolazioni, in cui testimoniano la partecipazione alla croce di Cristo; alcuni fedeli sono costretti all’emigrazione e, mantenendo viva l’appartenenza alle proprie comunità di origine, possono dare il proprio contributo alla cura pastorale e all’opera di evangelizzazione nei Paesi che li hanno accolti. Il Signore continui a benedire la vostra fedeltà e sul vostro futuro si staglino orizzonti di serena confessione e pratica della fede in una condizione di pace e di libertà religiosa. Guardiamo a voi cristiani, uomini e donne, che vivete nei Paesi dell’Africa e vi diciamo la nostra gratitudine per la testimonianza che offrite al Vangelo spesso in situazioni di vita umanamente difficili. Vi esortiamo a ridare slancio all’evangelizzazione ricevuta in tempi ancora recenti, a edificarvi come Chiesa «famiglia di Dio», a


SINODO DEI VESCOVI rafforzare l’identità della famiglia, a sostenere l’impegno dei sacerdoti e dei catechisti, specialmente nelle piccole comunità cristiane. Si afferma inoltre l’esigenza di sviluppare l’incontro del Vangelo con le antiche e le nuove culture. Un’attesa e un richiamo forte si rivolge al mondo della politica e ai Governi dei diversi Paesi dell’Africa, perché, nella collaborazione di tutti gli uomini di buona volontà, siano promossi i diritti umani fondamentali e il continente sia liberato dalle violenze e dai conflitti che ancora lo tormentano. I vescovi dell’Assemblea sinodale invitano voi cristiani dell’America del nord a rispondere con gioia alla chiamata alla nuova evangelizzazione, mentre guardano con riconoscenza a come nella loro storia ancora giovane le vostre comunità cristiane abbiano dato frutti generosi di fede, di carità e di missione. Occorre ora riconoscere che molte espressioni della cultura corrente nei Paesi del vostro mondo sono oggi lontane dal Vangelo. Si impone un invito alla conversione, da cui nasce un impegno che non vi pone fuori dalle vostre culture, ma nel loro mezzo per offrire a tutti la luce della fede e la forza della vita. Mentre accogliete nelle vostre generose terre nuove popolazioni di immigrati e rifugiati, siate disposti anche ad aprire le porte delle vostre case alla fede. Fedeli agli impegni presi nell’Assemblea sinodale per l’America, siate solidali con l’America latina nella permanente evangelizzazione del comune continente. Lo stesso sentimento di gratitudine l’Assemblea del Sinodo rivolge alle Chiese dell’America latina e dei Caraibi. Colpisce in particolare come lungo i secoli si siano sviluppate nei vostri Paesi forme di pietà popolare, ancora radicate nel cuore di tanti, di servizio della carità e di dialogo con le culture. Ora, di fronte alle molte sfide del presente, in primo luogo la povertà e la violenza, la Chiesa in America latina e nei Caraibi è esortata a vivere in uno stato permanente di missione, annunciando il Vangelo con speranza e con gioia, formando comunità di veri discepoli missionari di Gesù Cristo, mostrando nell’impegno dei suoi figli come il Vangelo possa essere sorgente di una nuova società giusta e fraterna. Anche il pluralismo religioso interroga le vostre Chiese ed esige un rinnovato annuncio del Vangelo.

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Anche a voi cristiani dell’Asia sentiamo di offrire una parola di incoraggiamento e di esortazione. Piccola minoranza nel continente che raccoglie in sé quasi due terzi della popolazione mondiale, la vostra presenza è un seme fecondo, affidato alla potenza dello Spirito, che cresce nel dialogo con le diverse culture, con le antiche religioni, con i tanti poveri. Anche se spesso posta ai margini della società, in diversi luoghi anche perseguitata, la Chiesa dell’Asia, con la sua salda fede, è una presenza preziosa del Vangelo di Cristo che annuncia giustizia, vita e armonia. Cristiani di Asia, sentite la fraterna vicinanza dei cristiani degli altri Paesi del mondo, i quali non possono dimenticare che sul vostro continente, nella Terra Santa, Gesù è nato, è vissuto, è morto ed è risorto. Una parola di riconoscenza e di speranza i vescovi rivolgono alle Chiese del continente europeo, oggi in parte segnato da una forte secolarizzazione, a volte anche aggressiva, e in parte ancora ferito dai lunghi decenni di potere di ideologie nemiche di Dio e dell’uomo. La riconoscenza è verso un passato, ma anche un presente, in cui il Vangelo ha creato in Europa consapevolezze ed esperienze di fede singolari e decisive per l’evangelizzazione dell’intero mondo, spesso traboccanti di santità: ricchezza del pensiero teologico, varietà di espressioni carismatiche, le più varie forme di servizio della carità verso i poveri, profonde esperienze contemplative, creazione di una cultura umanistica che ha contribuito a dare volto alla dignità della persona e alla costruzione del bene comune. Le difficoltà del presente non vi abbattano, cari cristiani europei: siano invece percepite come una sfida da superare e un’occasione per un annuncio più gioioso e più vivo di Cristo e del suo Vangelo di vita. I vescovi dell’Assemblea sinodale salutano infine i popoli dell’Oceania, che vivono sotto la protezione della Croce australe, e li ringraziano per la loro testimonianza al Vangelo di Gesù. La nostra preghiera per voi è perché, come la donna samaritana al pozzo, anche voi sentiate viva la sete di una vita nuova e possiate ascoltare la parola di Gesù che dice: «Se tu conoscessi il dono di Dio!» (Gv 4, 10). Sentite ancora l’impegno a predicare il Vangelo e a far conoscere Gesù nel mondo di oggi. Vi esortiamo a incontrarlo nella vostra vita quotidiana, ad ascoltare lui e a scoprire, mediante la preghiera e la meditazione, la grazia di poter dire: «Sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4, 42).


SINODO DEI VESCOVI 14. La stella di Maria illumina il deserto Giunti al termine di questa esperienza di comunione tra vescovi di tutto il mondo e di collaborazione al ministero del Successore di Pietro, sentiamo risuonare per noi attuale il comando di Gesù ai suoi apostoli: «Andate e fate discepoli tutti i popoli [...]. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 19.20). La missione della Chiesa non si rivolge soltanto a una estensione geografica, ma va a cogliere le pieghe più nascoste del cuore dei nostri contemporanei, per riportarli all’incontro con Gesù, il vivente che si fa presente nelle nostre comunità. Questa presenza colma di gioia i nostri cuori. Grati per i doni da lui ricevuti in questi giorni, innalziamo il canto della lode: «L’anima mia magnifica il Signore [...] Grandi cose ha fatto per me il Signore» (Lc 1, 46.49). Le parole di Maria sono anche le nostre: il Signore ha fatto davvero grandi cose lungo i secoli per la sua Chiesa nelle diverse parti del mondo e noi lo magnifichiamo, certi che egli non mancherà di guardare alla nostra povertà per spiegare la potenza del suo braccio anche nei nostri giorni e sostenerci nel cammino della nuova evangelizzazione. La figura di Maria ci orienta nel cammino. Questo cammino, come ci ha detto Benedetto XVI, potrà apparirci un itinerario nel deserto; sappiamo di doverlo percorrere portando con noi l’essenziale: il dono dello Spirito, la compagnia di Gesù, la verità della sua parola, il pane eucaristico che ci nutre, la fraternità della comunione ecclesiale, lo slancio della carità. È l’acqua del pozzo che fa fiorire il deserto. E, come nella notte del deserto le stelle si fanno più luminose, così nel cielo del nostro cammino risplende con vigore la luce di Maria, la Stella della nuova evangelizzazione, a cui fiduciosi ci affidiamo.

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C HIESA I TALIANA

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Presidenza CEI

Messaggio per l’insegnamento della religione cattolica

Cari studenti e genitori, nelle prossime settimane sarete chiamati a esprimervi sulla scelta di avvalersi dell’Insegnamento della religione cattolica (Irc). L’appuntamento si colloca in un tempo di crisi che investe la vita di tutti. Anche la scuola e i contesti educativi, come la famiglia e la comunità ecclesiale, sono immersi nella medesima congiuntura. Noi vescovi italiani, insieme e sotto la guida di Benedetto XVI, animati dallo Spirito Santo che abita e vivifica ogni tempo, vogliamo ribadire con convinzione che la «speranza non delude» (Rm 5,5). Sono proprio i giovani – ricorda a tutti il Santo Padre – che «con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possono offrire una nuova speranza al mondo… Essere attenti al mondo giovanile, saperlo ascoltare e valorizzare, non è solamente un’opportunità, ma un dovere primario di tutta la società, per la costruzione di un futuro di giustizia e di pace. Si tratta di comunicare ai giovani l’apprezzamento per il valore positivo della vita, suscitando in essi il desiderio di spenderla al servizio del Bene» (BENEDETTO XVI, Messaggio per la XLV Giornata mondiale della pace, 8 dicembre 2011). Noi vescovi vogliamo anzitutto ascoltare le domande che vi sorgono dal cuore e dalla mente e insieme con voi operare per il bene di tutti. Lo abbiamo fatto nel redigere le nuove indicazioni per l’Irc nella scuola dell’infanzia, del primo e del secondo ciclo, con l’im-

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pegno di sostenere una scuola a servizio della persona. Siamo persuasi, infatti, che la scuola sarà se stessa se porterà le nuove generazioni ad appropriarsi consapevolmente e creativamente della propria tradizione. L’Irc, oggi come in passato, aiuterà la scuola nel suo compito formativo e culturale facendo emergere, “negli” e “dagli” alunni, gli interrogativi radicali sulla vita, sul rapporto tra l’uomo e la donna, sulla nascita, sul lavoro, sulla sofferenza, sulla morte, sull’amore, su tutto ciò che è proprio della condizione umana. I giovani domandano di essere felici e chiedono di coltivare sogni autentici. L’Irc a scuola è in grado di accompagnare lo sviluppo di un progetto di vita, ispirato dalle grandi domande di senso e aperto alla ricerca della verità e alla felicità, perché si misura con l’esperienza religiosa nella sua forma cristiana propria della cultura del nostro Paese. Cari genitori, studenti e docenti, ci rivolgiamo a voi consapevoli che l’Irc è un’opportunità preziosa nel cammino formativo, dalla scuola dell’infanzia fino ai differenti percorsi del secondo ciclo e della formazione professionale, perché siamo convinti che si può trarre vera ampiezza e ricchezza culturale ed educativa da una corretta visione del patrimonio cristiano-cattolico e del suo peculiare contributo al cammino dell’umanità.

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Riteniamo nostro dovere di Pastori ricordare, a tutti coloro che sono impegnati nel mondo della scuola, le parole del Papa per questo Anno della fede: «Ciò di cui il mondo oggi ha particolarmente bisogno è la testimonianza credibile di quanti, illuminati nella mente e nel cuore dalla Parola del Signore, sono capaci di aprire il cuore e la mente di tanti al desiderio di Dio e della vita vera, quella che non ha fine» (Benedetto XVI, Porta fidei, n. 15). Roma, 26 novembre 2012 La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana


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MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Decreto di attribuzione delle somme dell’8 per mille IRPEF

L’Arcivescovo della Arcidiocesi di Bari-Bitonto VISTA la determinazione approvata dalla XLV Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana (Collevalenza, 9-12 novembre 1998); CONSIDERATI i criteri programmatici ai quali intende ispirarsi nell’anno pastorale 2013 per l’utilizzo delle somme derivanti dall’otto per mille dell’IRPEF; TENUTA PRESENTE la programmazione diocesana riguardante nel corrente anno priorità pastorali e urgenze di solidarietà; SENTITI, per quanto di rispettiva competenza, l’incaricato del Servizio diocesano per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica e il direttore della Caritas diocesana; UDITO il parere del Consiglio diocesano per gli Affari economici e del Collegio dei Consultori dispone I) Le somme derivanti dall’otto per mille IRPEF ex art. 47 della Legge 222/1985 ricevute nell’anno 2012 dalla Conferenza Episcopale Italiana “per esigenze di Culto e Pastorale” sono così assegnate:

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ESIGENZE DI CULTO E PASTORALE 2012

1 1

ESIGENZE DEL CULTO NUOVI COMPLESSI PARROCCHIALI

2 1 2 4 5 6 9 10

ESERCIZIO CURA DELLE ANIME ATTIVITÀ PASTORALI STRAORDINARIE CURIA DIOCESANA E CENTRI PASTORALI MEZZI COMUNICAZIONE SOCIALE ISTITUTO DI SCIENZE RELIGIOSE FACOLTÀ TEOLOGICA PUGLIESE CONSULTORIO FAM. DIOCESANO PARROCCHIE STRAORDINARIE NECESSITÀ

3 1 2 4 5 6

FORMAZIONE DEL CLERO SEMINARIO DIOC., INTERDIOC., REGIONALE RETTE SEMINARISTI E SACERDOTI FORMAZIONE PERMANENTE CLERO FORMAZIONE DIACONATO PERMANENTE PASTORALE VOCAZIONALE

4 1 4

SCOPI MISSIONARI CENTRO MISSIONARIO DIOCESANO SACERDOTI FIDEI DONUM

5 2

CATECHESI ED EDUC. CRISTIANA ASSOCIAZIONI ECCLESIALI

6 1

CONTRIBUTO SERVIZIO DIOCESANO CONTRIBUTO SERVIZIO DIOCESANO

8 1

INIZIATIVE PLURIENNALI FONDO DI GARANZIA

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TOTALE DELLE ASSEGNAZIONI

10.000.00 10.000.00 77.000,00 440.000,00 15.493,71 40.000,00 100.000,00 27.000,00 63.000,00 762.493,71 297.407.30 25.000,00 25.000,00 10.000,00 5.224,63 362.631,93 10.000,00 15.493,71 25.493,71 7.746,85 7.746,85 2.324,06 2.324,06 129.350,78 129.350,78 1.300.041,04

II) Le somme derivanti dall’otto per mille IRPEF ex art. 47 della Legge 222/1985 ricevute nell’anno 2012 dalla Conferenza Episcopale Italiana “per interventi caritativi” sono così assegnate:


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO 888

INTERVENTI CARITATIVI 2012

1 1 2 3

DISTRIB. PERSONE BISOGNOSE DA PARTE DELLA DIOCESI DA PARTE DELLE PARROCCHIE DA PARTE DI ENTI ECCLESIASTICI

2 1 2 6

OPERE CARITATIVE DIOCESANE IN FAVORE DI EXTRACOMUNITARI IN FAVORE DI TOSSICODIPENDENTI FONDAZIONE ANTIUSURA

4 1 2 3

OPERE CARITATIVE ALTRI ENTI CASA BETANIA CASA DELLA CARITÀ CASA DEL CLERO MONS. E. NICODEMO

5 1

ALTRE ASSEGNAZIONI/EROGAZIONI A DISP. DEL VESCOVO PER CARITA

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INIZIATIVE PLURIENNALI INIZIATIVE PLURIENNALI TOTALE DELLE ASSEGNAZIONI

265.000,00 260.000,00 67.139,40 592.139,40 38.734,26 41.316,55 25.822,84 105.873,65 8.846,85 14.904,99 25.534,93 49.286,77 191.191,31 191.191,31 103.889,23 103.889,23 1.042.380,36

Le disposizioni del presente provvedimento saranno trasmesse alla Segreteria generale della Conferenza Episcopale Italiana attraverso i prospetti di rendicontazione predisposti secondo le indicazioni date dalla Presidenza della C.E.I. Bari, 31 ottobre 2012 + Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto Prot. 438/ A/12

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B ARI -B ITONTO

MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Educazione alla fede e contesti di vita* (Bari, 25 ottobre 2012)

Nella relazione mi limiterei ad una prospettiva di fondo o di base, destinata a dare il quadro del rapporto “educazione alla fede e alcuni contesti di vita”. Una riflessione quindi di carattere teologico–pastorale.

1. Educare Partirei da un chiarimento iniziale. Negli ultimi anni la CEI sta utilizzando il termine “educazione” in ambito pastorale. I guadagni in prospettiva missionaria sono notevoli, purché si superi un’incertezza di significato: i due termini “educare” ed “evangelizzare” non sono equivalenti, pur essendo contigui e richiamandosi a vicenda. Va recuperato il senso profondo dell’espressione “evangelizzare educando, educare evangelizzando” (Direttorio generale della Catechesi, 147). L’evangelizzazione educa, nel senso che indica finalità antropologiche al processo formativo. L’educazione evangelizza, nel senso che l’impianto educativo permette l’apertura al Vangelo. *

Relazione tenuta al Convegno organizzato dall’Ufficio Nazionale della CEI per i problemi sociali e il lavoro sul tema: “Educare gli adulti alla fede… per la famiglia, il lavoro e la festa (Bari, Hotel Parco dei Principi, 25-28 ottobre 2012).

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La formazione va compresa quindi dentro l’intera questione antropologica, tenendo conto anche del contesto socioculturale. Il progetto di vita, luogo del processo educativo L’intero processo pedagogico deve trovare un punto di sintesi e può essere individuato nella elaborazione di un personale progetto di vita1. Questo comporta un tradere, un recipere e un reddere. Nel linguaggio ecclesiale, l’intero processo può essere riportato all’evangelizzazione, al catecumenato e alla mistagogia. È indubbio che questi processi sono stati inficiati ed indeboliti dalla situazione culturale contemporanea2. Questa analisi è presente anche negli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana, Educare alla vita buona del vangelo, che al n. 9 afferma: «Considerando le trasformazioni avvenute nella società, alcuni aspetti, rilevanti dal punto di vista antropologico, influiscono in modo particolare sul processo educativo: l’eclissi del senso di Dio e l’offuscarsi della dimensione dell’interiorità, l’incerta formazione della identità personale in un contesto plurale e frammentato, le difficoltà di dialogo tra le generazioni, la separazione tra intelligenza ed affettività […]. Siamo così condotti alle radici della “emergenza educativa”, il cui punto cruciale sta nel superamento di quella falsa idea di autonomia che induce l’uomo a concepirsi come un “io” completo in se stesso, laddove, invece, egli diventa “io” nella relazione con il “tu” e con il “noi”».

Il discernimento pastorale è d’obbligo.

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Educazione via alla missione Da sempre la Chiesa ha utilizzato diverse forme pedagogiche. Essa stessa ha svolto una funzione di paidèia e possiede una notevole tradizione di itinerari educativi.

1

Cfr L. MEDDI, Educazione, pastorale e catechesi/3. Catechesi e persona in prospettiva educativa, in «Catechesi», 2011-2012, 81, pp. 3. 3-13. 2 Z. BAUMAN, Intervista sulla identità, Laterza, Roma-Bari, 2003; Id., Vita liquida, Laterza Roma-Bari 2006; U. GALIMBERTI, L’ospite inquietante. Il Nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano 2007; Id., I miti del nostro tempo, Feltrinelli, Milano 2009.


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Oggi la Chiesa si trova a dover gestire non tanto la trasmissione del messaggio, quanto la “persuasione”. È stato Benedetto XVI a dare avvio in Italia al passaggio da una pastorale della comunicazione ed iniziazione ad una pastorale della educazione o pastorale come educazione. Con coraggio egli, all’inizio della sua Lettera alla Diocesi e alla Città di Roma sul compito dell’educazione (21 gennaio 2008), afferma: «Educare però non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande “emergenza educativa”, confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita».

2. Educare gli adulti alla fede La complessità dell’esperienza di fede L’atto di fede viene inteso come atto umano che si realizza nella globalità della persona e attraverso l’insieme delle sue dimensioni. È intelligenza, affettività e azione. Si riprendono così le indicazioni di san Tommaso D’Aquino (Summa Theologica II – II, q. 2, a. 2), già formulate dai Padri della Chiesa. Viene inoltre inteso insieme come comprensione, obbedienza ed esperienza (concepita sia come relazione personale con Dio-Trinità sia come realizzazione nella vita quotidiana). Questa impostazione, riconosciuta dal Vaticano II (Dei Verbum, 5), è alla base di ogni proposta missionaria post-conciliare. Recentemente, su indicazione di Benedetto XVI, alcuni hanno voluto riassumere il compito dell’educazione alla fede come costruzione dell’incontro con Cristo3. 3

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con

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Anche la CEI ha assunto questa indicazione come orizzonte della sua missione catechistica e di Nuova Evangelizzazione4. Tra le finalità e i compiti della catechesi, il recente Annuncio e Catechesi, al n. 17, recupera l’espressione “educare alla mentalità di fede” già propria del Documento Base del 1970. La complessità del compito missionario: dal “tradere” al “recipere” Il Vaticano II ha recuperato le fonti principali per dire la fede: la Scrittura, la Liturgia, la Tradizione, il Magistero. La catechesi italiana ha riconosciuto anche l’importanza dell’antropologia e della storia, perché la rivelazione avviene nella storia e vuole realizzare una storia di salvezza (cfr DV, 2). Tuttavia le ultime stagioni ecclesiali invitano a riflettere sui linguaggi più adatti per dire il messaggio della fede. Benedetto XVI ha proposto il rapporto tra rivelazione e liturgia o lettura liturgica della rivelazione5, da realizzarsi nella lettura orante della Sacra Scrittura, mentre affida alla catechesi il compito di spiegare la dottrina e la tradizione. In modo particolare sollecita l’uso del Catechismo della Chiesa cattolica per affermare la ricchezza della tradizione ecclesiale. Il recupero della pedagogia catecumenale Nel post-concilio si è affermata la necessità di rivedere i processi di Iniziazione cristiana e di ispirare ad essa l’intera offerta formativa. Per questa scelta ha influito in modo particolare l’Ad gentes (n. 14), che ha ispirato il successivo Rito per l’Iniziazione cristiana degli Adulti, del 1978 (RICA), che costituisce la forma tipica di ogni itinerario di fede, che ispira una pastorale a livello di adulti che sia davvero innovativa, ma che è ancora da ricercare e verificare. Infatti permane una 678 ciò la direzione decisiva» (Deus caritas est, 1). Cfr anche D.W. WUEL, Relatio ante disceptationem del Relatore Generale, S.E.R. Card. Donald William Wuel, Arcivescovo di Washington (USA), Vatican. Va, 2012, 8 ottobre, nn. 1. 4. 4 Cfr M. SEMERARO, Introdurre e accompagnare all’incontro con Cristo nella comunità ecclesiale: Soggetti e metodi dell’educazione alla fede. Intervento alla 63ª Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana, Roma, 23-27 maggio 2011, n. 3-4.7; cfr anche A. SCOLA, Contesto di ogni educazione alla e della fede, in Chi è la Chiesa? Una chiave antropologica e sacramentale per l’ecclesiologia, Brescia 2005, p. 256. 5 Liturgia luogo privilegiato della parola di Dio; cfr Benedetto XVI, Verbum Domini, Esortazione apostolica postsinodale, 2010, 30 settembre, p. II, nn. 52-57.


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO insufficiente comprensione antropologico-culturale dei “nuovi venuti” e dei cosiddetti “ricomincianti”. Dovremmo, tra l’altro, chiederci: come la domanda relativa al «ri-torno al sacro» diffusa, oggi, specie tra gli adulti, ci interpella al di là della contrapposizione, propria della teologia dialettica, tra fede e religione? Come è possibile una inclusione di questi due termini? Si tratta di osare una sorta di riflessione nella quale l’elemento religioso e la domanda religiosa risultino significativi per l’educazione alla fede e l’evangelizzazione stessa6. La formazione a una vita di fede adulta comporta un intervento non solo settoriale (intinerari e incontri), ma una vera e rinnovata progettualità pastorale che realizzi cinque grandi percorsi: per chi chiede il battesimo in età adulta; per la nuova evangelizzazione; per una vera e adeguata mistagogia o sequela Christi; per abilitare gli adulti e le comunità a sviluppare la dimensione profetica; e da ultimo per la crescita di fede degli operatori pastorali7. La mistagogia modello per la crescita e maturità di fede «Il cammino di fede - soleva dire mons. Mariano Magrassi - non è solo apertura dell’intelligenza a Cristo, ma è ingresso progressivo nel mistero della salvezza»8. Il momento formativo mistagogico certamente ha delle responsabilità verso il primo annuncio, la Nuova Evangelizzazione e l’Iniziazione cristiana, ma il suo compito sarà proprio quello di sviluppare negli adulti la capacità di vivere la fede cristiana. È questo il pensiero del Direttorio generale per la catechesi fin dal 1971. La mistagogia, quindi, va intesa non solo come comprensione dell’esperienza liturgica, ma come cifra pastorale globale, che unisce Parola, celebrazione, vita9. 6

Cfr F. CACUCCI, Globalizzazione e Tradizione. Riflessioni a carattere pastorale e culturale, in S. DISTASO (a cura di), La California possibile, Palomar, Bari 2001, pp. 229-237. 7 Cfr L. MEDDI, Ridire la fede in parrocchia. Percorsi di evangelizzazione e di formazione, EDB, Bologna 2010. 8 Cfr M. MAGRASSI, L’urgenza dell’ora: evangelizzare tutti, in Magistero episcopale, La Scala, Noci 1988, p. 151. 9 Cfr F. CACUCCI, La mistagogia. Una scelta pastorale, EDB, Bologna 2006.

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A questa unità dei linguaggi (dimensioni) della fede si deve unire la percezione preziosa che la mistagogia si manifesta come itinerario formativo in una duplice forma: la mistagogia come esperienza liturgica sacramentale del mistero e l’esperienza esistenziale vitale dello stesso10. La mistagogia è la pedagogia della Chiesa madre; ma ha bisogno essa stessa di una pedagogia all’interno della questione antropologica.

3. Educare gli adulti a vivere la fede negli ambienti di vita e ad evangelizzare gli ambienti di vita Con Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia nella Chiesa italiana ha preso avvio una terza fase del suo cammino post-conciliare, nella quale l’antropologia torna ad essere oggetto di riflessione. Questa “cultura” ha ispirato e generato il Convegno di Verona. Affermava D.M. Chenu che il Vangelo viaggia nel tempo e che la vita quotidiana è il luogo dell’incarnazione dell’evento salvifico. È quanto ha raccolto l’Evangelii nuntiandi di Paolo VI con l’espressione “salvezza integrale” (c. III).

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Il senso del rapporto Il rapporto tra educazione, fede e ambiti di vita si stabilisce a due livelli. In primo luogo gli ambiti di vita manifestano le dimensioni della pratica o esercizio della vita cristiana e costituiscono una risposta al senso integrale della salvezza. Essi descrivono la vita cristiana in atto; sono esercizio o testimonianza cristiana. Manifestano cioè il senso del mistero pasquale. Come grida (di gioia) il Prefazio I per annum: «Mirabile è l’opera da lui compiuta nel mistero pasquale: egli ci ha fatti passare dalla schiavitù del peccato e della morte alla gloria di proclamarci stirpe eletta, regale sacedozio, gente santa, popolo di sua conquista, per annunziare al mondo la tua potenza, o Padre, che dalle tenebre ci hai chiamati allo splendore della tua luce»; o come afferma a complemento il Prefazio IX comune: «Tu lo chiami [l’uomo] a cooperare con il lavoro quotidiano al progetto della crea10

Cfr V. ANGIULI, Educazione come mistagogia. Un orientamento pedagogico nella prospettiva del Concilio Vaticano II, Centro Liturgico Vincenziano, Roma 2010, pp. 117-122.


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO zione e gli doni il tuo Spirito, perché in Cristo, uomo nuovo, diventi artefice di giustizia e di pace». In secondo luogo gli ambiti di vita diventano ponte comunicativo per rendere significativa la proposta di fede (la speranza che deriva dall’annuncio pasquale) e la crescita nella vita cristiana. Vedendo le conseguenze (le opere) della fede, si comprende il mistero della fede. Abbiamo qui una applicazione della teologia pastorale di Giovanni 20, 30-31: «Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo abbiate la vita nel suo nome». La fede orizzonte/via dell’educazione La fede nella sua accezione più ampia interagisce con la vita quotidiana. E rimanda alle due azioni proprie della missione ecclesiale: l’evangelizzazione e la formazione. Circa la dimensione evangelizzatrice la fede si rapporta alla vita quotidiana come proposta di vita anche culturale. Indica un modo di vivere le dimensioni della vita. In questo senso si può dire che esista un Vangelo del matrimonio, della fragilità, del lavoro, della festa, etc. Ancora in questa prospettiva la fede agisce come esercizio profetico o come ermeneutica dei processi culturali in atto. La evangelizzazione diviene qui a volte profezia, a volte dialogo interculturale. La fede è inoltre contenuto di una proposta e agenzia formativa. In questo contesto essa è innanzitutto luogo educativo (comunità educante). La quotidianità vissuta con lo spirito del Vangelo è infatti una cultura ovvero un modo di vivere che diviene contenuto e meta di processi formativi. L’iniziato attraverso la mistagogia viene formato a vivere nel quotidiano le pratiche del Vangelo. Coloro che vivono la fede si presentano ai catecumeni o post-cristiani “risvegliati” come un grembo che fa vedere e nutre il seme della fede loro innestato dallo Spirito. Proprio per questo la fede diviene per loro risorsa (Grazia) per il cammino di accoglienza e di risposta (la fede educata dai sacramenti).

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Obiettivi missionari Le considerazioni fin qui concepite permettono di definire meglio gli obiettivi generali da perseguire nel denso rapporto tra evangelizzzazione e famiglia, lavoro, festa e la loro mediazione educativa. Mi soffermerò in particolare sul rapporto tra educazione alla fede e festa, anche perché il Congresso Eucaristico Nazionale, svoltosi a Bari dal 21 al 29 maggio 2005, ha permesso a me e alla Chiesa di Bari-Bitonto di riscoprire e difendere il significato religioso, ed insieme antropologico, culturale e sociale della domenica, giorno del Signore, della Chiesa, dell’uomo. L’interazione tra azione messianica, mistero pasquale, ed esercizio della vita cristiana fa sì che dalla domenica «parta un’onda di carità, destinata a espandersi in tutta la vita dei fedeli, iniziando ad assicurare il modo stesso di vivere il resto della domenica» (Dies Domini, 72). Così si potranno perseguire alcuni obiettivi missionari: difendere, rafforzare, abilitare, evangelizzare.

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a) Difendere. «Senza la domenica non possiamo vivere»: così i 49 martiri di Abitene, un piccolo villaggio nell’attuale Tunisia, difendono, attraverso Emerito, davanti al proconsole, l’esigenza di vivere la domenica. Oggi rischia di smarrirsi il senso profondo della festa. Quanto più prolifica diventa l’industria del divertimento, tanto più oggi l’uomo sembra non sapere più «il perché» e «il per chi» festeggiare. Timothy Radcliffe “difende” il giorno del Signore, mostrando la differenza tra il mondo dello show business dei centri destinati all’intrattenimento e il tempo del riposo nel Signore, che non è solo un tempo di astensione dal lavoro, ma un tempo per aprire gli occhi, per guardare i nostri amici, le nostre famiglie, per guardare gli altri. Dice un’antica orazione pasquale: «Toglici il velo dagli occhi, donaci la tua fiducia, non lasciarci nella vergogna e nell’imbarazzo, non lasciarci nel nostro disprezzo». Il nostro riposo domenicale lo difendiamo per vedere ed essere visti11.

11

Cfr T. RADCLIFFE, Riposando nel Signore, in L’anima della Domenica, EDB Bologna 2005, pp. 65-82.


MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO b) Rafforzare. La pastorale metterà in campo quanto possiede per «rendere idonei i fratelli a compiere il ministero» (Ef 4,12). Questo comporta una serie di azioni pastorali di guarigione, di solidarietà e di compromissione. Come diceva sant’Ambrogio: «Il sesto giorno è giunto a compimento; l’opera tutta del mondo si è conclusa. L’umanità è stata creata, l’umanità che governa ogni essere vivente, l’umanità che riassume in sé l’intero universo, l’umanità che è la gioia di ogni creatura del mondo. Certamente è giunto il momento di dare il nostro contributo di silenzio, perché ora Dio riposa dal suo lavoro di creazione del mondo. Egli ha trovato riposo nei luoghi più profondi dell’umanità, poiché egli ha creato l’uomo col potere della ragione, ha creato l’uomo per imitare se stesso, perché si sforzi di conseguire la virtù, per godere della grazia del paradiso. Dio trova conforto qui, come testimonia egli stesso quanto dice: “in chi troverò riposo, se non nell’umile e nell’uomo di pace e in chi teme la mia parola?”. Ringrazio il Signore nostro Dio per aver compiuto un’opera tale da poter trovare riposo in essa. Ha fatto i cieli, ma non ho letto che dopo abbia riposato. Ha fatto la terra, ma non ho letto che dopo abbia riposato. Ha fatto il sole, la luna e le stelle, ma non leggo che abbia trovato riposo in essi. Questo è ciò che leggo: egli creò l’uomo, e poi trovò riposo in colui i cui peccati avrebbe potuto perdonare»12.

c) Abilitare dice che la pastorale dovrà orientare verso esperienze davvero formative. Perché ci sia un vero coivolgimento e una reale e profonda partecipazione, perché il clima festoso sostenuto dai canti e dai gesti sia autentico e non artificiale, è necessario arrivare alla celebrazione preparati e motivati. Molto difficilmente si potrà recuperare la centralità della domenica nella vita della parrocchia, se non si avranno dei momenti strutturali in cui giovani, adulti e anziani si ritrovino insieme non solo per prepararsi alla celebrazione eucaristica domenicale, ma anche per essere da essa «provocati», 12

Cfr AMBROGIO, Exameron, 10, 75-76.

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così che tutta la vita e l’agire pastorale della comunità siano da essa interpellati, illuminati e sostenuti. Può un incontro settimanale della comunità costituire l’antidoto alla frammentazione pastorale? d) Evangelizzare significa preoccuparsi di rendere viva la proposta. E questo fa della domenica un giorno di gioia e di speranza. Il carattere di festa non è accessorio ma essenziale alla liturgia domenicale, memoriale di gioia e di speranza, perché al centro c’è sempre il Cristo Risorto. La gioia e la speranza trasformano la domenica in giorno della missione. La celebrazione eucaristica domenicale non può esaurirsi dentro le nostre chiese, ma esige di trasformarsi in impegno di testimonianza a servizio della carità. A volte sarà il dono di una parola, di una visita, di un sorriso a far sperimentare a chi è solo che anche per lui è domenica. I credenti in situazione sono chiamati ad esprimere nel profondo contesto di vita la proposta che hanno vissuto13. Il mondo del nuovo capitalismo, con i suoi giochi e i suoi svaghi, sembra essere una pallida imitazione del giorno di riposo cristiano. La Sapienza danzava davanti a Dio quando creò il mondo. Dio ci ha fatti per giocare con lui: homo ludens. Quanto avremmo bisogno di ricominciare a giocare e far giocare i nostri bambini e i nostri ragazzi di domenica! Alla gioia del gioco si è sostituita per i nostri ragazzi la realtà virtuale della playstation! Come cristiani dovremmo mostrarci giocosi, ludici, se vogliamo conquistare la fiducia del nuovo uomo postglobalizzato. Occorre mostrargli che il giorno della festa del cristiano è un’attività molto più ricreante di qualsiasi gioco al computer. + Francesco Cacucci Arcivescovo di Bari-Bitonto 684

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Cfr AA.VV. Il tempo della festa. Dieci voci per riscoprire la domenica, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2005.


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CURIA METROPOLITANA Cancelleria

1.Sacre ordinazioni, ammissioni, ministeri istituiti - La sera del 7 dicembre 2012, vigilia della Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, S.Ecc. mons. Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto, durante una concelebrazione eucaristica da lui presieduta, nella Cattedrale in Bari, ha ordinato diaconi, in vista del presbiterato, gli accoliti Alessandro Decimo D’Angelo, Alfredo Gabrielli, Nicola Simonetti e Gerri Zaccaro, incardinandoli nel cle-ro diocesano; - La sera del 22 dicembre 2012, vigilia della IV domenica di Avvento, S.Ecc. mons. Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto, durante una concelebrazione eucaristica da lui presieduta, nella chiesa S. Croce in Bari, ha ordinato presbitero il diacono don Nicola Flavio Santulli, del clero diocesano.

1. Nomine e decreti singolari A) S.Ecc. l’Arcivescovo ha nominato, in data: - 1 novembre 2012 (Prot. n. 93/12/D.A.S.-N.), don Angelo Arboritanza, confermandolo nell’incarico, all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Nicola in Toritto; - 4 novembre 2012 (Prot. n. 99/12/D.A.S.-N.), mons. Antonio Talacci all’ufficio di assistente spirituale della Confraternita S. Antonio da Padova in S. Marco dei Veneziani in Bari;

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- 22 novembre 2012 (Prot. n. 100/12/D.A.S.-N.), don Donato Lucariello all’ufficio di direttore della Biblio-teca diocesana di Bari-Bitonto e responsabile della sezione di Bari della medesima Biblioteca; - 20 dicembre 2012 (Prot. n. 106/12/D.A.S.-N.), mons. Vito Nicola Manchisi all’ufficio di economo dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, per altri cinque anni; - 24 dicembre 2012 (Prot. n. 108/12/D.A.S.-N.), ha nominato don Nicola Flavio Santulli all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia SS. Sacramento in Bitonto.

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B) S. Ecc. l’Arcivescovo ha istituito, in data: - 1 novembre 2012 (Prot. n. 94/12/D.A.S.-I), don Domenico Soliman, S.S.P., all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Pasquale in Bari; - 1 novembre 2012 (Prot. n. 95/12/D.A.S.-I), don Domenico Parlavecchia, C.P.P.S., all’ufficio di parroco della parrocchia Preziosissimo Sangue in S. Rocco in Bari; - 1 novembre 2012 (Prot. n. 96/12/D.A.S.-I), don Amaladoss Mariasusai, C.P.P.S., all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia Preziosissimo Sangue in S. Rocco in Bari; - 1 novembre 2012 (Prot. n. 97/12/D.A.S.-I), don. Graziano De Palma, C.P.P.S., all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia Preziosissimo Sangue in S. Rocco in Bari; - 1 novembre 2012 (Prot. n. 98/11/D.A.S.-I), don David Kinabo, C.P.P.S., all’ufficio di cappellano della chiesa del Corpus Domini in Bari; - 12 dicembre 2012 (Prot. n. 105/12/D.A.S.-I), p. Antonio Narici, O.F.M., all’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia S. Leone Magno in Bitonto. C) S. Ecc. l’Arcivescovo ha trasferito, in data - 1 novembre 2012 (Prot. n. 92/12/D.A.S.-T.), don Paolo Candeloro dall’ufficio di vicario parrocchiale della parrocchia Maria SS. del Rosario in Bari, all’ufficio di vicario parrocchiale delle parrocchie Maria SS. Assunta-Concattedrale e S. Giovanni Evangelista in Bitonto.


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CURIA METROPOLITANA Settore Evangelizzazione. Ufficio missionario

Quale missionarietà senza il Concilio Vaticano II?

«Se il Concilio Vaticano II (1962-1965) non ci fosse, bisognerebbe inventarlo» hanno affermato in tanti nell’arco de questi ultimi cinquant’anni. Proviamo dunque ad immaginare per assurdo che Giovanni XXIII (papa: 1958-1962), che ha promosso questo “aggiornamento” della Chiesa convocando in Vaticano ben 2500 Padri conciliari per quattro stagioni autunnali, avesse rinunciato ad immettere questa «ventata di aria fresca» nel circuito ecclesiale per i disagi derivanti dalla sua veneranda età. Come si presenterebbe la Chiesa oggi? E, nello specifico, la sua missio ad gentes? Sicura-mente, per portare un solo esempio, le grandi federazioni di organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana, che dai primi anni settanta promuovono una cultura della mondialità e cooperano con le popolazioni dei Sud del mondo, si sarebbero attivate solo in un secondo momento e senza le profonde motivazioni offerte dal Concilio. Pertanto… Senza il Concilio, probabilmente non sarebbe stato eletto Pontefice il saggio ed avvenirista Paolo VI (papa: 1963-1978) come immediato successore del “Papa buono”. Papa Montini ha condotto a termine tenacemente l’assise conciliare che già dava segni di stanchezza dopo la prima sessione. E, soprattutto, intraprendendo con prontezza i viaggi apostolici nei cinque continenti, è divenuto egli stes-

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so il più autorevole missionario che annuncia il Vangelo al mondo contemporaneo secolarizzato. Senza il Vaticano II, il ‘Palazzo di vetro’ delle Nazioni Unite (ONU) non avrebbe accolto così presto un Sommo Pontefice. Senza il Concilio, le principali tradizioni religiose del mondo – l’induismo, il buddismo, l’islam, l’ebraismo – non avrebbero costituito il puzzle che esprime la fantasia dello Spirito Santo che illumina ogni uomo. Il santo Sinodo è categorico: «La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni» (NAe 2)1. Al contempo, però, la Chiesa è invitata a non sottrarsi al dovere irrinunciabile di annunciare Cristo ovunque, superando il qualunquismo religioso: «Il dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è di annunciare la croce di Cristo come segno dell’amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia» (id. 4). Senza il Vaticano II, la soglia di una sinagoga sarebbe stata varcata da un Papa molto più tardi. Senza il Concilio, il cristiano avrebbe accarezzato l’errata convinzione che sia corretto negare la libertà religiosa a chi è nell’errore o non cerca la verità. L’Assemblea conciliare invece, con inaspettato coraggio, ha dichiarato senza equivoci: «In materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza» (DH 2)2; e: «Nessuno può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua volontà» (id. 10). Gesù, infatti, «rese testimonianza alla verità, però non volle imporla con la forza a coloro che la respingevano» (id. 11). Senza il Vaticano II, non sarebbero state prodotte le encicliche Populorum progressio (Paolo VI, 1967) e Veritatis splendor (Giovanni Paolo II, 1993). In ambedue i documenti apostolici è dominante il tema della testimonianza alla Verità, l’unica che rende totalmente liberi (cfr Gv 18, 37). 688 Senza il Concilio, la Chiesa non avrebbe dato formale riconoscimento e pieno sostegno all’autonomia e alla specificità della liturgia, della disciplina e del patrimonio delle Chiese cattoliche orientali. Nel decre-

1

CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Dichiarazione Nostra aetate (NAe) sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, Roma, 28 ottobre 1965, n 2. 2 CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Dichiarazione Dignitatis humanae (DH) sulla libertà religiosa, Roma, 7 dicembre 1965, n 2.


CURIA METROPOLITANA to Orientalium ecclesiarum (OE)3 si asserisce infatti: «Il santo Concilio non solo circonda di doverosa stima e di giusta lode il patrimonio ecclesiastico e spirituale delle Chiese [cattoliche] orientali, ma lo considera fermamente quale patrimonio della Chiesa universale di Cristo» (OE 3). Senza il Vaticano II, gli studenti di teologia di rito orientale non sarebbero aumentati in maniera esponenziale. Senza il Concilio, il movimento ecumenico, sorto in ambito protestante all’inizio del XX secolo come Conferenza delle sole Chiese della Riforma, avrebbe visto assente chissà per quanti anni ancora la Chiesa cattolica nel dialogo fra le Chiese. Con il decreto Unitatis redintegratio (UR)4 la cattolicità si lascia coinvolgere nel «promuovere il ristabilimento dell’unità fra tutti i cristiani» (UR 1). Senza il Vaticano II, sarebbe stato inimmaginabile che il Servo di Dio Paolo VI si inginocchiasse pubblicamente dinanzi al Metropolita ortodosso Melitone, e gli baciasse i piedi (Roma, Cappella Sistina, 14 dicembre 1975). Senza il Concilio, l’apostolato dei laici sarebbe stato considerato meramente suppletivo, per l’attuale carenza dei presbiteri. Al contrario, «L’apostolato dei laici, derivando dalla loro stessa vocazione cristiana, non può mai venire meno nella Chiesa» (AA Proemio)5, poiché «c’è nella Chiesa diversità di ministero, ma unità di missione» (id. 2). Senza il Vaticano II, l’apostolato laicale nelle Chiese di missione non avrebbe assunto lo spessore attuale, ormai esemplare per le Chiese di antica costituzione.

3

CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decreto Orientalium ecclesiarum (OE) sulle Chiese orientali cattoliche, Roma, 21 novembre 1964. 4 CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decreto Unitatis redintegratio (UR) sull’ecumenismo, Roma, 21 novembre 1964. 5 CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decreto Apostolicam actuositatem (AA) sull’apostolato dei laici, Roma, 18 novembre 1965.

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Senza il Concilio, non saremmo giunti a pensare che Dio Padre è l’unico evangelizzatore. Lui, infatti, ha conferito il mandato dell’annuncio a suo Figlio, che a sua volta ha reso la Chiesa costitutivamente missionaria: essa «trae origine dalla missione del Figlio (…) secondo il Progetto di Dio Padre» (AG 1)6. Se dunque «La Chiesa è inviata alle genti per mandato divino» (AG 1), occorre ricordare che non solo Dio è il ‘mandante’ di ogni missione, ma anche che il modo dell’invio è divino. Inoltre, poiché «la Chiesa, per il fatto stesso che annuncia loro il Cristo, rivela agli uomini, in maniera genuina, la verità intorno alla loro condizione e alla loro vocazione integrale» (AG 8), ne consegue che la missione, intesa primariamente come annuncio del Cristo, è il più qualificato servizio reso ad ogni umana creatura per un’autentica promozione integrale. Senza il Vaticano II, la missio ad gentes avrebbe rischiato uno sbilanciamento a favore dello sviluppo economico dei popoli, rispetto all’annuncio evangelico. Queste riflessioni sono motivate dall’esigenza di far conoscere alcuni frammenti dei documenti che il Concilio Ecumenico Vaticano II ha prodotto - sedici in tutto - e che ai più sono poco noti. L’Anno della fede (11 ottobre 2012–24 novembre 2013), promulgato da Benedetto XVI per onorare il 50° dell’inizio di tale assise universale, ci trovi fattivamente attenti ad approfondire alcune di queste perle, donate innanzitutto alla Chiesa. E, non da ultimo, ad assimilare il decreto Ad gentes, per il suo contenuto specificamente missionario. don Ambrogio Avelluto Direttore Ufficio/Centro Missionario Diocesano 690

6 CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decreto Ad gentes (AG) sull’attività missionaria della Chiesa, Roma, 7 dicembre 1965, n 1.


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CURIA METROPOLITANA Settore Laicato. Consulta delle Aggregazioni laicali. Assemblea del 16 novembre 2012

Per fede Aldo Moro... per fede Giovanni Modugno

Introduzione: testimoni di fede e di speranza nel mondo «Circondati da un gran numero di testimoni» Dice al n. 5 la Nota pastorale dei vescovi pugliesi dopo il Convegno sui laici di San Giovanni Rotondo del 2011: «Ammaestrati dalla Lettera agli Ebrei, sappiamo che anche nel nostro tempo siamo “circondati da un gran numero di testimoni” (Eb 12,1) di Cristo Risorto in tutte le nostre diocesi. Per tutti ricordiamo Aldo Moro e Giovanni Modugno».

La Lettera agli Ebrei, nel cap. 11, fa un lungo elenco di personaggi che «per fede», già nell’AT, sono stati testimoni del Risorto, tutti «passati attraverso la grande tribolazione” (Ap 7, 14), operando in vista di una “città futura”, della “patria celeste”: Abele, Enoch, Noè, Abramo, Sara, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Giosuè, Raab, Gedeone, Barac, Sansone, Jefte, Davide, Samuele e i profeti, e poi tanti martiri… Per fede: avendo cioè ascoltato la parola del Signore e avendo prestato l’obbedienza della fede, come spiega la Dei Verbum, citando la

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Lettera ai Romani (Dei Verbum 5, cfr Rm 16,26). Gli hanno creduto e lo hanno amato e hanno sperato in lui. Ricorda Benedetto XVI che «è possibile oltrepassare la soglia della porta della fede quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. (…) Dobbiamo ritrovare il gusto di nutrirci della Parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa in modo fedele, e del Pane della vita» (Porta fidei, nn. 1 e 3). Nella schiera di testimoni, che attraversa tutta la storia del popolo d’Israele, che continua, con Cristo, il «testimone fedele» (Ap 3, 14) e con una moltitudine immensa di testimoni, che nessuno potrebbe contare, la Nota ci invita a considerare, e così vogliamo fare stasera, Aldo Moro e Giovanni Modugno, due laici che per la loro testimonianza di fede hanno certamente scritto i loro nomi nel libro della vita. Ed è una storia in cui, sul loro esempio, vorremmo poter scrivere anche i nostri nomi. Facciamo anche noi parte di questa storia. È una testimonianza di fede, dice la lettera dell’Arcivescovo alla Chiesa locale per i 400 anni del Seminario Cerca e troverai, «che ognuno vive per il solo fatto di essere uomo e per il solo fatto di essere (grazie al battesimo) “figlio nel Figlio”. Una via che ognuno è chiamato a vivere con “consapevolezza e felicità”, nella semplicità delle situazioni quotidiane: casa, famiglia, lavoro, amicizie, innanzitutto. In tutte quelle realtà che hanno proprio bisogno di quella “‘fiducia”, di quella “speranza”, di quel “futuro”, di quella “luce” di quella “forza”, che solo chi ha incontrato Gesù può seminare” (n. 5, p. 19)».

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Moro e Modugno sono stati entrambi, nella famiglia, nell’impegno sociale e politico, in quello culturale ed educativo, nella comunità ecclesiale, testimoni di Cristo Risorto, fino a dare la vita: la loro è stata una testimonianza pasquale.


CURIA METROPOLITANA Per fede Aldo Moro (1916-1978) La Nota rileva in Aldo Moro una «armonica sintesi tra i suoi doveri di padre e di marito…, la sua appassionata ricerca accademica e la capacità educativa… il delicatissimo ruolo ricoperto a livello politico e istituzionale: una testimonianza, la sua, esemplare ed eroica, fino al dono della vita per il bene dell’intera nazione italiana» (p. 8). Nato a Maglie nel 1916, studia al liceo Archita di Taranto, poi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari, ora a lui intitolata. Dal matrimonio con Eleonora (1945: ha 29 anni) avrà quattro figli, che amerà e curerà teneramente fino agli ultimi giorni di prigionia. Terminati gli studi, autore di preziose pubblicazioni, sarà presto (1941: a 25 anni) docente universitario; sarà ordinario di diritto penale sempre a Bari, fino al 1963, quando avrà il trasferimento presso l’Università di Roma: il suo insegnamento a Bari conta dunque ben 22 anni; Moro continuerà poi a Roma, fino alla fine, nel suo impegno di studioso e di educatore. Miguel Gotor (storico torinese che ha curato la pubblicazione delle lettere dalla prigionia e del cosiddetto memoriale di Aldo Moro), in un recente articolo pubblicato su «la Repubblica» (14 settembre 2012) scrive: «Moro insegnò fino all’ultimo per non perdere il contatto con gli studenti. Chi ha avuto modo di vedere i registri delle sue lezioni sa che seguiva i programmi con assiduità ed erano poche le sostituzioni. A Bari era solito sostenere gli esami in tarda serata poiché raggiungeva la città dopo aver concluso i suoi impegni di governo. Organizzava ogni anno delle visite extradidattiche presso i carceri minorili e i manicomi giudiziari e delle conferenze di politica estera o interna assai partecipate. La sua era una curiosità intellettuale prima che politica… si fermava a discutere con i giovani nei luoghi più impensati…».

L’impegno educativo lo svolge anche nella comunità ecclesiale: nella FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani), come presidente

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della FUCI di Bari prima, poi di quella nazionale (1939-1942), chiamato su indicazione di mons. Giovan Battista Montini, che della FUCI già era stato assistente nazionale. Sarà poi anche presidente nazionale del Movimento Laureati di AC (1945). Manterrà sempre il contatto con la gerarchia e la comunità ecclesiale. Molto bella, riguardo alla nostra diocesi, è la lettera postulatoria che, tra tanti altri, anch’egli indirizzò al Papa nel 1958 (ed era allora ministro della Pubblica Istruzione) perché venisse aperto il processo apostolico per la beatificazione di suor Elia di San Clemente, «una creatura generosa, una esemplare educatrice», la definisce, e spiega: «la giovane religiosa, al nascosto apostolato di immolazione e di preghiera, caratteristica del suo ordine, unì la feconda opera di educatrice impareggiabile, volta in favore delle giovanette delle più ragguardevoli famiglie della città e della regione, che proprio nell’educandato annesso al Monastero compiono la loro formazione intellettuale e spirituale. Ancor oggi è vivo il bene che Ella seminò nelle coscienze e si moltiplica attraverso famiglie cristiane impostate da madri profondamente cristiane».

E un alto valore educativo Moro vedeva anche negli scritti di suor Elia: «I suoi scritti serbano intatto il profumo del Suo animo verginale e con squisitezza di sentimenti e di affetti traducono un autentico insegnamento spirituale fondato su basi teologiche».

E da ministro della Pubblica Istruzione concludeva:

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«Per la città di Bari l’elevazione agli altari di sr. Elia sarebbe fecondo auspicio di bene per gli educatori e per le scolaresche, che sarebbero riportate a meditare più profondamente sui valori dello spirito e sulla esigenza soprannaturale di ogni umana crescita».

È un prezioso documento che mette nel giusto rilievo la valenza culturale ed educativa in particolare di suor Elia, ma anche del lavoro educativo e del contributo culturale e spirituale che l’intera comunità religiosa metteva a disposizione della società; ma dice anche della sensibilità umana e cristiana di Aldo Moro. L’impegno educativo, che pure è già sociale e politico, lo svolge an-


CURIA METROPOLITANA che con gli scritti. Collabora dapprima con la rivista «Azione Fucina». Fonda poi lui, a Bari, una rivista «La Rassegna», che vivrà per tre anni (1943-1945). Sarà quindi direttore della rivista nazionale «Studium» (dal 1945). Attento alla vita politica già negli anni 1943-1945, in posizioni vicine a quelle del Partito socialista, poi a quelle della DC del gruppo di Dossetti, entra ufficialmente in politica nel 1946: vicepresidente della DC e eletto all’Assemblea costituente (a soli 30 anni). Sarà dal 1948 ininterrottamente eletto al Parlamento e sarà sottosegretario agli Esteri (già 1948-1950, con De Gasperi), poi ministro di Grazia e Giustizia (1955), ministro della Pubblica Istruzione (1957), ministro degli Esteri (1969); sarà più volte presidente del Consiglio (la prima volta a soli 47 anni: 1963-1968, primo governo di centro-sinistra; poi 1974-1976); sarà segretario (1959) e poi presidente (19761978) del Partito democristiano. Sequestrato dalle BR il 16 marzo 1978, viene ucciso il 9 maggio, dopo 55 giorni di prigionia, consegnando la sua suprema testimonianza di fede alle lettere scritte dal carcere dei brigatisti, che sono, oltre che un memoriale civile, una memoria pasquale. Tutto Aldo Moro ha fatto per fede, tutto sempre guardando e operando alla luce del vangelo. Molto bello è un testo (è un articolo, Il bene non fa notizia ma c’è, pubblicato su «Il Giorno», del 20 gennaio 1977, a soli un anno e mezzo prima della sua morte) che la Nota riporta: «Penso all’immensa trama d’amore che unisce il mondo, ad esperienze religiose autentiche, a famiglie ordinate, a slanci generosi di giovani, a forme di operosa solidarietà con gli emarginati ed il Terzo Mondo, a comunità sociali, al commovente attaccamento di operai al loro lavoro.. Certo il bene non fa notizia. Quello che è al suo posto, quello che è vero, quello che favorisce l’armonia è molto meno suscettibile di essere notato e rivelato, ma il bene, anche restando come sbiadito nello sfondo, è più consistente del male che lo contraddice. La vita si svolge in quanto il male risulta

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marginale e lascia intatta la straordinaria ricchezza di valori di accettazione, di tolleranza, di senso del dovere, di dedizione, di simpatia, di solidarietà, di consenso che reggono il mondo, bilanciando vittoriosamente le spinte distruttive di ingiuste contestazioni».

È una lettura che si può fare solo con gli occhi della fede. E che dovremmo saper fare anche noi, oggi.

Per fede Giovanni Modugno (1880-1957)

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La Nota rileva prima di tutto «il coraggio che ebbe di opporsi in modo non violento al regime fascista», una opposizione che Modugno portò avanti soprattutto con l’insegnamento a scuola, con le sue pubblicazioni in campo pedagogico, i suoi articoli, la fitta corrispondenza con colleghi e amici, col mondo cattolico. Nato a Bitonto nel 1880, consegue la maturità presso il Regio Liceo di Bari privatamente, avendo durante le superiori lasciato la scuola perché insoddisfatto della sua proposta formativa; e aveva con alcuni amici fondato un circolo, la Pleiade, in cui si studiava filosofia e si leggeva Platone, soprattutto, il Platone della Lettera VII: filosofia e politica; aveva quindici anni! Frequenta l’Università a Napoli: si laurea prima in Scienze naturali, poi in Filosofia, sempre alla ricerca della verità, nell’unità del sapere, in vista di un impegno umanistico e civile. Coltiva intanto gli interessi politici, attento già da ragazzo, a soli dodici anni (1892), all’impegno del nascente (a Bitonto) Partito socialista, prendendo a cuore le esigenze e le lotte dei poveri, dei contadini, dei braccianti, degli operai, contro i ‘padroni’, non di rado sostenuti, oltre che da mazzieri prezzolati, anche da un clero allora poco sensibile; è una delle ragioni per cui, pur di famiglia profondamente religiosa, si allontana dalla vita ecclesiale e dalla pratica dei sacramenti. Sostiene la candidatura di Gaetano Salvemini, è lui stesso nella lista dei candidati al Consiglio comunale (1909); presto avverte con forza che la sua vocazione è un’altra e che potrà aiutare i poveri facendo l’educatore, piuttosto che il


CURIA METROPOLITANA politico. Si dedica alla scuola e all’insegnamento; non dimentica contadini e operai e apre anche una scuola. Continua la Nota: «Modugno rinuncia a tutti i riconoscimenti accademici e alle offerte di incarichi politici e istituzionali (tra cui quello di Provveditore agli studi), per dedicarsi alla sua vocazione di educatore e di studioso».

Dopo una stagione giovanile, in cui pur senza mai alcun anticlericalismo è stato fuori della vita della comunità cristiana, di impegno diretto nella politica, col Partito socialista, senza mai esservi iscritto, accanto a Gaetano Salvemini e a Tommaso Fiore, decide di dedicarsi totalmente al lavoro educativo: insegna in provincia, poi stabilmente a Bari, presso l’Istituto Magistrale (ha come colleghi Anna De Renzio e mons. Carmine De Palma, che avranno non piccola parte per il suo pieno ritorno nella comunità ecclesiale: c’è già la Chiesa di Bari-Bitonto…) dal 1920 al 1947. La sua casa in via Cardassi è una vera scuola per tutti coloro, soprattutto giovani, che la frequentano, negli anni difficili del fascismo, nel dopoguerra. Un lavoro educativo instancabile. L’impegno educativo fa tutt’uno, dopo il suo pieno ritorno nel seno della Chiesa, con quello ecclesiale, di “cristianizzare” il mondo, oggi diremmo della nuova evangelizzazione. Collabora, sempre a livello educativo, con l’Azione Cattolica, anche nazionale (con Carlo Carretto, Armida Barelli, Maria Badaloni), con il Seminario regionale di Molfetta (con mons. Ursi, mons. Carata), con la diocesi (collabora con mons. Mimmi per la catechesi, per le lettere pastorali), è punto di riferimento per giovani preti e seminaristi (il giovane don Michele Schiralli, i diaconi Nicola Milella, Marco Mancini…); costituisce in diocesi la prima Conferenza di San Vincenzo (ne fa parte anche lui; con la moglie fa visita ai poveri); collabora con i Guanelliani che vogliono aprire una scuola (dona lui il terreno, un bene di famiglia; la sostiene economicamente e pedagogicamente)… Interessante è anche il sostegno da lui dato agli armeni profughi a Bari dal 1924, dopo il genocidio. Ha attestato al processo una sua discepola, Teresa Surace: «Quale membro dell’Associazione Zanotti

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Bianco si impegnò quando nacque il Villaggio armeno “Nor-Arax” (Nuovo Arasse) per la Casa dei bambini “Pinuccia Modugno” (scuola materna ed elementare)... Alunni e alunne di detta scuola erano gli armeni e i bimbi della Contrada Amendola, ex Capurso, tuttora esistente»; offrì lui l’asilo, in memoria della figlia prematuramente scomparsa. A riguardo, la Nota nulla dice della testimonianza molto bella che Modugno ha dato come marito e padre. Sposato con Maria Spinelli (1911), avrà un sola figlia, Pinuccia, che morirà prematuramente, a soli 21 anni (1934), figura delicata e sensibile, spirito contemplativo, già impegnata nell’Azione Cattolica, nelle opere di apostolato e di carità; è possibile leggere della sua vita spirituale nel suo diario Ascesa pubblicato dai suoi genitori. A lei sono dedicate diverse scuole materne, una anche a Bari, quella di cui si è già detto in via Amendola. Dopo la sua nascita, per gravi problemi di salute della moglie, i coniugi Modugno non poterono più avere rapporti coniugali e concordarono di vivere in perfetta castità. Aprirono però la loro casa a Bari, in via Cardassi, a tanti figli spirituali; insieme si curarono dei poveri. Anche Modugno tutto fa per fede, inizialmente una fede nell’uomo, che è già una fede in Cristo; scriverà dopo la ‘conversione’: «Noi volevamo, come sempre vogliamo e vorremmo, il trionfo della giustizia e dell’amore tra gli uomini; ma per lunghi anni, purtroppo!, non avevamo compreso che la giustizia e l’amore non sono possibili senza l’amore di Cristo. Eravamo cercatori di Cristo e non ce ne accorgevamo».

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E rivolgendosi agli operai (il testo è nella Nota, p. 9) dice: «Quanto vi sento più vicini al mio cuore, ora che la mia anima è illuminata da Cristo».

La fede, la carità e il dialogo Le testimonianze di Moro e Modugno convergono e si incontrano in molti punti. Partirei dalla nascita della nuova Costituzione italiana. Nel 1946 Moro ha 30 anni ed è giovanissimo membro dell’As-


CURIA METROPOLITANA semblea Costituente (insieme agli altri ‘professorini’, come li hanno chiamati: La Pira, Dossetti, Fanfani, Lazzati…). Modugno invece ha 66 anni, e segue egli pure con grande interesse e attenzione il lavoro della Costituente. Per entrambi il metro di valutazione è il Vangelo. E il vangelo della carità, che significa rispetto e stima del diverso e anche dell’avversario, e significa dialogo, significa anche democrazia, prima di tutto, in questo momento. E in nome della fede. Sono le preoccupazioni di rispetto e di dialogo, e di democrazia, che sarebbero poi state della Pacem in terris di Giovanni XXIII, della Gaudium et spes del Vaticano II, della Ecclesiam suam e della Populorum progressio di Paolo VI. In un editoriale di «Studium» del 1946 (n. 3, pp. 65-66) Moro scriveva: «La democrazia fa le sue prove in un paese che fu a lungo disabituato al libero gioco delle forze sociali e dove perciò è difficile ritrovare uno spirito di sopportazione, di pazienza, di rispetto. Tocca ai cristiani instaurare questo costume che è un abito morale; spetta a loro di obbedire a quella carità che tutto crede, tutto spera e tutto sopporta (cfr 1 Cor 13, 7) ed è perciò principio di un vivere ordinato e civile, di un vivere libero di uomini che stanno insieme, cogliendo, nelle loro diversità, l’eguale dignità che li accomuna. Senza carità una democrazia non può sussistere; soprattutto per i cristiani i quali hanno una fede, la democrazia potrebbe apparire un assurdo, se non fosse l’espressione più genuina della carità» (p. 98).

Quanto avremmo da imparare anche oggi, soprattutto, ancora, noi cristiani, da queste parole… E Moro le scriveva e le viveva in un contesto che conosciamo, di forti opposizioni e contrasti, un contesto appena uscito dal fascismo, dalla seconda guerra mondiale, dalla resistenza, da violenze inaudite, anche civili. In nome della fede, in nome della carità, in quello stesso 1946 Giovanni Modugno aveva le stesse preoccupazioni. Che Modugno, ma anche Moro, prendevano dagli scritti di Jacques Maritain,

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Umanesimo integrale soprattutto. Scriveva Modugno in una lettera all’amico Benedetto Isnardi (10 maggio 1946): «Gli è che non pochi cristiani messi – come dice il Maritain – di fronte a forme opposte di una rivoluzione anticristiana, forme ugualmente funeste e devastatrici, han creduto di dover scegliere l’una o l’altra, invece di opporsi contemporaneamente a tutt’e due. E non tutti hanno aperto ancora definitivamente gli occhi»,

che è l’esaltazione della democrazia contro ogni forma di totalitarismo. Poi la preoccupazione del dialogo, da parte di tutti; continua: «Per me è un dolore vedere anime nobilissime, come quelle di un Bissolati e di un Salvemini che non riescono a scorgere quanto più di profondamente umano e cristiano c’è nella lotta dei cattolici contro il divorzio, ma con uguale o forse maggior dolore devo constatare che uomini religiosissimi non riuscivano a vedere … quanto di cristiano si celasse nell’atteggiamento di Bissolati e di Salvemini, di fronte al problema delle relazioni tra i popoli»,

che è un invito a tutti a cogliere il positivo, umano e cristiano che c’è negli uomini al di là degli schieramenti politici, di «cercare - come scrive in un’altra lettera (all’amico Chizzolini) – un terreno di comune accordo per procedere con mutua comprensione e rispettiva soavità nel tratto sino alla pienezza della verità morale e religiosa nella vera Chiesa di Cristo» (10 settembre 1946),

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che ricorda il monito di Pietro «ma con rispetto e dolcezza sia fatto». E si rifà ancora alla parola del vangelo: «Il monito di Cristo a non strappare la zizzania per non sradicare con essa anche il grano (Mt 13, 29) indica il solo metodo veramente dialogico e dialettico … per farci discernere ogni germe di verità e di bene esistenti nelle dottrine e negli schieramenti più opposti» (riportato da M. Perrini, in «Pedagogia e Vita» 6, 1968-1969, p. 650).


CURIA METROPOLITANA Per un umanesimo integrale. La scuola di J. Maritain e di mons. Montini Forti della scuola di mons. Montini e del pensiero e degli scritti di J. Maritain, Moro e Modugno sono stati entrambi testimoni e maestri di un umanesimo integrale, negli anni difficili della seconda guerra mondiale, del fascismo, della nascita della Repubblica e della nuova Costituzione. Un umanesimo integrale, che «non è altro che un Cristianesimo integrale» (P. Viotto)1, che Maritain definiva «Umanesimo dell’Incarnazione»2, in cui «la religione – scrive Modugno in una lettera del 1947, in cui fa ancora diretto riferimento a Jacques Maritain – diventi vita in tutti i settori, e specialmente nel campo sociale, civile, internazionale»3. L’opera del filosofo francese Jacques Maritain, scomparso nel 1973, avvicinò gli intellettuali cattolici alla democrazia allontanandoli da posizioni più tradizionaliste. Papa Paolo VI, che contribuì alla divulgazione delle sue opere in lingua italiana, lo considerò il proprio ispiratore. Moro, in un’intervista radiofonica trasmessa il 22 maggio 1973, spiegò come ritrovasse le radici del suo impegno negli scritti del filosofo francese. Giorgio Campanini, nell’introduzione alla raccolta degli scritti di Moro apparsi in «Studium» tra il 1942 e il 1952 (Al di là della politica e altri scritti, Edizioni Studium, Roma 1982, p. 55) rileva l’importante influenza che ha avuto sul pensiero e l’opera di Moro il filosofo francese: «È un’influenza, questa, che insieme ad altre ‘lezioni’ – prima fra tutte quella di G.B. Montini, la cui eredità di pensiero persistette a lungo negli ambienti degli universitari e dei laureati cattolici – agisce nel senso di una forte sottolineatura dell’ispirazione religiosa ed insie1

J. MARITAIN, Umanesimo integrale, trad. it. Borla, Torino 1962, Presentazione di Piero Viotto, p. 10. J. MARITAIN, Le docteur angélique, Desclée De Brouwer, Paris 1930, p. 28. 3 G. MODUGNO, La missione educativa. Corrispondenza 1903-1956 (a cura di D. Saracino), Stilo editrice, Bari 2009, p. 252. 2

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me della ‘laicità’ della politica. Le numerose pagine in cui vengono mosse critiche, talvolta assai vivaci, al laicismo e all’anticlericalismo dell’epoca, non devono trarre in inganno: Moro intende esorcizzare il demone dell’anticlericalismo, ma proprio per questo è estremamente attento a non risuscitare i fantasmi del clericalismo; i numerosi testi che fanno riferimento al dibattito in corso all’Assemblea Costituente si collocano tutti in questa prospettiva di salvaguardia della sana laicità dello Stato, nella linea della migliore tradizione degli intellettuali cattolici di quegli anni».

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Campanini pensa certo a intellettuali cattolici come La Pira, Dossetti, Lazzati. Aggiungerei Giovanni Modugno, che Moro doveva conoscere e stimare e non solo per la comune posizione politica e culturale, anche nella realtà ecclesiale. Non credo sia un caso, o solo un atto ufficiale dovuto, che alla morte di Modugno la signora abbia ricevuto le condoglianze per telegramma anche di Moro e di La Pira. È una posizione, quella sia di Moro che di Modugno, che segna anche la collaborazione con la gerarchia ecclesiastica, soprattutto a Bari. Rileva mons. Vito Angiuli nel suo lavoro La catechesi nella diocesi di Bari (nella collana del Centro di studi storici, Bari 1997, p. 106) che l’Arcivescovo Mimmi, «sostenuto anche dall’azione e dal pensiero di uomini come Giovanni Modugno e Aldo Moro, non si stancava di sottolineare quanto l’attività dell’Azione cattolica fosse diversa e più ampia e altrettanto indispensabile dell’Azione politica». Che è ancora la lezione di Maritain. Sia Moro che Modugno insistono sulla necessità di una sana distinzione tra azione cattolica e azione politica, pur nella contiguità e continuità dei due campi. È soprattutto negli scritti giovanili, quelli de «La Rassegna» (1943-1945) e di «Studium» (1945-1952) che Moro riflette sul rapporto tra impegno politico e impegno religioso. Rileva ancora Campanini che essi sono «il documento di questo progressivo passaggio, se non di questa ‘svolta’, dall’impegno religioso all’impegno politico e manifestano insieme la profonda, interiore continuità che fra l’uno e l’altro ambito di azione veniva a stabilirsi, non solo nel futuro Presidente del Consiglio, ma, si può dire, nella coscienza di un’intera generazione di intellettuali cattolici di cui Aldo Moro


CURIA METROPOLITANA può essere considerato in qualche modo l’emblema. Nessuna brusca rottura, nessun improvviso salto di qualità, ma piuttosto una sostanziale continuità fra due ambiti, quello religioso e quello politico che, pur nella consapevolezza della distinzione dei piani, venivano colti quasi come due dimensioni di una stessa testimonianza: e non perché mancasse fin da allora in Moro il senso, acutissimo, della laicità della politica, ma perché l’azione politica era allora intesa come un naturale prolungamento rispetto ad un impegno svolto nell’ambito ecclesiale, ma con una particolare attenzione alla storia che ne impediva ogni lettura riduttiva in senso intimistico» (p. 50).

E l’impegno politico, pur distinto da quello religioso, doveva però dalla fede cristiana essere illuminato. Scriveva Moro già in un articolo su «La Rassegna»: «Noi certo siamo d’accordo intorno alla inderogabilità di una preparazione remota per l’avvento di un mondo di pace, fondato sui postulati di unità della comune coscienza cristiana dei popoli, ma riteniamo che essa vada integrata mediante un’attenta considerazione del gioco delle correnti politiche, le quali lottano, ed anzi debbono lottare, nel mondo democratico dei singoli Stati» (Coscienza unitaria internazionale, «La Rassegna», anno II, n. 27, luglio 1944).

Coscienza cristiana e politica democratica Con il filosofo francese Giovanni Modugno è stato in corrispondenza. Abbiamo una sua lettera autografa a Maritain (del settembre 1936) che attesta uno scambio di libri e di riflessioni, proprio sul ‘Cristianesimo integrale’, una lettera che bene attesta peraltro un reciproco rapporto di stima e di affetto4. 4

Lettera di G. Modugno a J. Maritain del 3 settembre 1936, riportata in D. SARACINO, Giovanni

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Qualche mese prima (novembre 1935) Modugno aveva pubblicato Religione e vita, il suo capolavoro pedagogico, si può dire il suo ‘manifesto’, in cui chiara appare la convergenza col filosofo francese. Della validità di questo testo si era ben reso conto l’altro grande estimatore di Maritain, Giovan Battista Montini (che di Maritain aveva già tradotto, nel 1928, per la Morcelliana I tre riformatori), il quale in una lettera a don Tedeschi, un collaboratore dell’Editrice ‘La Scuola’ di Brescia, si rammaricava del fatto che del libro di Modugno Religione e vita fosse stata data solo una breve nota sull’«Osservatore Romano»: «A mia insaputa, ieri, l’ “Osservatore” ha pubblicato una noticina sul libro del Modugno. Meritava assai di più. Spero di far riparlare il giornale di quest’opera che anch’io trovo bellissima»5. Montini, già nella Segreteria di Stato dal 1924, aveva da poco (1933) lasciato l’incarico di Assistente nazionale della FUCI, e aveva anche lui guardato al pensiero di Maritain per formare coscienze capaci di forte testimonianza cristiana in un tempo dominato dal totalitarismo fascista; aveva per questo apprezzato anche il libro di Giovanni Modugno. Come Moro anche Modugno insiste, e con forza, sulla distinzione, non separazione, tra impegno religioso e impegno politico (sono gli anni di Gedda, dei comitati civici e del collateralismo). È facile ritrovare in una lettera di Modugno all’amico Isnardi espressioni che abbiamo già incontrato negli scritti e nel pensiero di Moro:

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«Nell’interesse della religione, della Chiesa e della Democrazia Cristiana, mi auguro che venga riconosciuta la necessità di una precisa distinzione tra Azione Cattolica e ogni partito d’ispirazione cristiana. Ho visto con piacere che su questo scottante argomento ha pubblicato un lungo articolo il prof. Amintore Fanfani sulla rivista “Humanitas” n. 4 del 1946. Egli teme che si possano scatenare ondate di anticlericalismo in presenza di certi membri di Azione cattolica che sembrano più preoccupati delle sorti di Umberto II che della nuova Costituzione e della sventurata Italia»6. Modugno. Politica, cultura e spiritualità in un cercatore di Cristo, Stilo editrice, Bari 2006, p. 139. 5 G.B. MONTINI, Lettera a don Tedeschi del 21 dicembre 1935, riportata in Saracino, Giovanni Modugno cit., p. 68. 6 SARACINO, Giovanni Modugno cit., p. 95.


CURIA METROPOLITANA Sull’argomento avrebbe pubblicato due anni dopo (novembre 1948) un lucido e profondo articolo Azione Cattolica e Azione Politica nella rivista dei dossettiani «Cronache Sociali» un altro grande cattolico nella Costituente, Giuseppe Lazzati.

Hanno dato la vita per il Vangelo Moro e Modugno hanno, sia pure per vie diverse, entrambi dato la vita per il Vangelo, per Gesù e i fratelli. Abbiamo sentito le ultime parole di Moro nella lettera alla moglie; ne riprendo alcune: «Che disegno misterioso è mai quello che prima crea il bene e poi lo distrugge. Io m’inchino a questo mistero che avrà certo una ragione profonda… Sia fatta la volontà di Dio. Cercherò di credere fino in fondo che la vita è mutata, non tolta e che un’altra misteriosa dimensione di colloquio con Dio e con gli uomini si sostituisca a quella di prima… Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo».

Incontro a questo disegno misterioso, al suo mistero pasquale, credo Moro sia andato con lucida consapevolezza, anche se con la speranza, che è stata anche di Gesù nel Getsemani, che, se fosse stato possibile, passasse da lui il calice della passione: comprendiamo, e quanto umanamente, tutti i tentativi da lui proposti per una soluzione positiva del sequestro, anche col papa. La notte del 16 marzo (il giorno del suo rapimento) tra l’una e le due, il figlio Giovanni, rientrando trova il padre assorto nella lettura di Il Dio crocifisso di Jürgen Moltmann. Poche ore dopo, alle nove del mattino, Moro viene rapito. E siamo alla vigilia della Domenica delle Palme, della settimana di passione. Daterà la sua prima lettera alla moglie ‘Pasqua 1978’. Unisce la sua passione al mistero pasquale di Cristo.

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Alla figlia Maria Fida e al genero scrive (in una lettera non recapitata): «Credo di essere alla conclusione del mio calvario».

E alla figlia Anna Maria e al genero scrive (lettera non recapitata): «Siate buoni e puliti come siete stati sempre. Iddio vi aiuterà. Quello che egli vi toglie, vi darà in altro modo. Certo tutto questo pesa. Ma sia fatta la volontà del Signore».

C’è la fede di Giobbe («Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore», Gb 1, 21). C’è anche il Padre nostro e il Getsemani. Ad una sua cara allieva Maria Luisa Familiari scrive (lettera non recapitata): «Quando dicevi che temevi di perdermi… avevi capito tutto. Così ora si compie».

È la parola di Gesù sulla croce: «È compiuto» (Gv 19, 30). E ancora: «Ho capito in questi giorni che vuol dire che bisogna aggiungere la propria sofferenza alla sofferenza di Gesù Cristo per la salvezza del mondo».

Sono le parole di Paolo: «Completo in me quello che manca ai patimenti di Cristo» (Col 1, 24). E in una lettera alla moglie (recapitata): «In tanti anni e in tante vicende i desideri sono caduti e lo spirito si è purificato. E, pur con tante mie colpe, credo di aver vissuto con generosità nascoste e delicate intenzioni. Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso, per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli»

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… politica, famiglia, impegno sociale e civile e tanta fede… Modugno la vita l’ha rischiata, fisicamente anche lui, negli anni del suo impegno politico. La scelta educativa non ha significato, peraltro, un tirarsi indietro dai rischi della politica, dai sacrifici che le battaglie sociali e politiche richiedono, perché egli ha messo in gioco invece tutta la sua vita, e quella della sua famiglia. Quando era impegnato ancora direttamente in politica, era stato minacciato di morte. Attesta la moglie Maria Spinelli:


CURIA METROPOLITANA «Non riporto qui analiticamente gli ignobili ricatti con cui alcuni tentarono di espugnare la nobile fortezza del cuore di Giovanni, richiamandolo… al pensiero della vecchia madre, della bambina e della moglie, verso le quali non poteva dimenticare le gravi responsabilità; non le trascrivo, perché il solo rammentarle mi sconvolge».

E Modugno aveva così reagito: «Non mi atterrisce l’idea del mio sacrificio che sarebbe certo un sacrificio fecondo, convinto che la mia uccisione sarebbe l’ultima che si commetterebbe nel Collegio, ove mai più si oserebbero rinnovare simili metodi elettorali».

E non si tratta solo di entusiasmi giovanili (peraltro nel 1913 Modugno aveva 33 anni, lavoro, moglie e figlia…). La convinzione che si debba dare la vita per i grandi ideali Modugno la ribadisce in una biografia, che stava preparando ed è rimasta inedita, su Teresio Olivelli, il “cristiano ribelle per amore”, ucciso in carcere dai fascisti il 12 gennaio 1945 per i suoi ideali politici di giustizia e di libertà. Modugno, in apertura, riportava queste parole di Platone annotate in un quaderno di citazioni di Olivelli: «Male avvisi se credi che un uomo debba riflettere al rischio del vivere o del morire, quando si tratti di fare anche il più piccolo bene». Modugno così commentava: «Per compiere infatti il suo dovere, Olivelli si sente pronto ad affrontare la morte che non teme, anche perché la morte è per lui quello che è per ogni cristiano convinto: l’inizio di una nuova vita»7.

Ed è interessante che il modello proposto sia un giovane… Giovanni Modugno la vita l’ha data davvero per i fratelli: l’ha data per la verità e la giustizia, l’ha data per Cristo e per il Vangelo. Il suo discepolo prediletto, Matteo Perrini, si è ben reso conto del fatto che, nei suoi ultimi anni, la gravità delle condizioni di salute del suo

7

M. SPINELLI MODUGNO, Appunti cit., p. 122.

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‘padrino’ (era stato suo padrino di cresima, e padre spirituale) era dovuta all’essersi il suo maestro speso totalmente, senza riserve, eroicamente, al servizio dei fratelli, grandi e piccoli; egli non esita a chiamare (25 settembre 1950)8 quello di Modugno e della moglie un ‘martirio della carità’: «Le notizie, però, che mi date nell’ultima lettera mi addolorano assai: nella condizione di salute in cui siete Voi e la mia Madrina, certe faccende non si dovrebbero proprio sbrigare, ma il Signore credo che abbia chiamato i genitori di Pinuccia al “Martirio della Carità” e nella Sua Volontà è la nostra pace».

Lo invita, se possibile, a risparmiarsi (14 maggio 1951)9: «Siate buono con voi stesso e con la Signora: da 70 anni siete buono solo per gli altri».

Matteo Perrini ha visto bene: tutta la vita, Giovanni Modugno l’ha spesa per gli altri, e l’ha spesa in una ‘bontà’ evangelica. Anche questo ha compreso il suo discepolo prediletto, che in una sapiente e riconoscente sintesi attesta: «La mia gratitudine e il mio affetto non vi verranno mai meno; voi mi avete mostrato il volto di Gesù».

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È, in realtà, il volto amabile e misericordioso di Gesù quello che Modugno ha mostrato in tanti anni di passione per il sapere, di attenzione ai poveri, ai contadini, agli operai, soprattutto ai ragazzi e ai giovani, e poi anche a tanti amici, che hanno potuto godere della sua affabilità, della sua bontà paterna, che rendeva ‘vicina’ la bontà del Padre celeste. Negli ultimi anni la sua salute risente gravemente del lavoro instancabile da lui svolto, fino all’esaurimento delle forze fisiche e psichiche. Attesta la moglie: «La persona fisica si andava sempre più spogliando di ciò ch’era puramente corporeo; il linguaggio non era più accessibile alla nostra intelligenza, giacché i suoi colloqui dovevano essere con un Qualcuno ch’era visibile soltanto a lui. Nei primi mesi del 1957 il pensiero

8 9

MODUGNO, La missione, cit., lett. 172, p. 339. MODUGNO, La missione, cit., lett. 182, p. 349.


CURIA METROPOLITANA rimaneva chiuso nella mente, da cui prorompevano soltanto alcuni squarci, conclusioni e affermazioni: ‘La scuola… i bambini… Gesù Cristo!’… Il 18 marzo 1957 l’impareggiabile compagno di vita, immerso nell’Infinito, giaceva immobile… Egli fu l’evangelico fanciullo sapiente per limpidezza d’occhio e purezza di cuore!»10.

La croce al servizio del bene comune Alcuni testi commentano bene il ‘sacrificio’ di Moro e di Modugno, per fede, al servizio del bene comune. In Religione e vita così scrive il Servo di Dio Giovanni Modugno: «Anche una sola goccia del sangue versato da Cristo può salvare tutto il mondo da ogni delitto; allora, nella sua passione, perché tutto quel sangue, tutte quelle torture? Per dimostrarci quanto sia preziosa la vita soprannaturale, che, per esserci resa, costò tanto cara al Salvatore; e inoltre, per darci coraggio nelle nostre avversità, nei nostri dolori. Se in certi momenti della vita non ci fosse presente l’esempio di Cristo sulla croce, quanti non naufragherebbero nella disperazione? E il Salvatore non ha sofferto il sacrificio costretto e forzato; l’ha offerto spontaneamente, liberamente, ratificando per amore la volontà di giustizia e d’amore del Padre suo. [...] La croce è il simbolo di tutta la vita: un desiderio, una passione, una fortuna, come una linea, e un impedimento che si pone di traverso... La maggior parte degli uomini non è preparata a questa linea trasversale, e non sa sopportare la croce, e protesta contro Dio appena vede ostacolato quello che gli sta a cuore... Educhiamoci a sopportare la croce e ad essere fedeli compagni di Cristo nella via del Calvario».

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M. SPINELLI, Appunti per una biografia cit., pp.185-186.

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E in una lettera a una sua allieva aveva scritto: «La volontà di Dio è che ciascuno lo glorifichi con le sue opere e che faccia il massimo bene possibile, utilizzando anche i mali per ottenerne innumerevoli beni. Supponiamo per esempio che io abbia nella mia famiglia o nel mio campo di lavoro una persona prepotente, malvagia, come potrò io utilizzare questo male per santificare la mia vita? Eserciterò con coraggio e con perseveranza le virtù della pazienza, della fortezza, della prudenza e soprattutto dell’amore verso i nemici, che è la virtù essenziale del cristiano. L’impresa è certo difficile; ma io invocherò l’aiuto di Dio perché io eserciti coerentemente quelle virtù... Nel malvagio il cristiano sa scoprire un disgraziato che dev’essere corretto dalla nostra mitezza, dalla nostra misericordia, dal nostro spirito di pace. Non per nulla Cristo disse che era venuto specialmente per guarire le anime dei peccatori e vuole noi tutti suoi collaboratori. Ogni causa di dolore (la malattia, la morte di persone care) mentre è un male che ci strazia il corpo e l’anima, diventa – per chi lo guarda con occhio cristiano – una salutare croce, che santifica l’anima nostra e quella del prossimo».

In una lettera all’amico Isnardi (19 maggio 1947) scrive: «da per tutto occorrerebbe il lievito che dovrebbe far fermentare la farina. E tale lievito dovrebbe essere formato – io penso- da pochi elementi sparsi da per tutto, i quali dovrebbero umilmente ma fervidamente richiamare tutti a veder chiaro, a fare un esame di coscienza (cattolici siamo cristiani?), a recitare il mea culpa, ad essere eroicamente evangelicamente coerenti, affinché (il mio chiodo!) la religione diventi vita in tutti i settori, e specialmente nel campo sociale, civile, internazionale».

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«Quel che conta soprattutto è il ‘senso’ che ha per il cristiano ogni attività, il suo costruire dovunque e comunque per l’eterno. E veramente gli avvenimenti politici, per grandi che siano, contano non tanto per il loro effetto immediato, quanto per il modo con il quale incidono sul corso incessante della storia umana. Intuire


CURIA METROPOLITANA qual è questo corso, contribuire a determinarlo, con intelligenza aperta e cuore libero nel senso più rispondente alla dignità dell’uomo ed alle sue necessità di vita, contribuire con la carità e la verità a quei mutamenti di struttura sociale che solo il cristiano può produrre con strumenti di pacifico progresso, questo è il grande compito e il grande lavoro. Diremmo che al cristiano convengono più che ad ogni altro prudenza e fervore» («Studium», 1947, n. 3, pp. 101. 291). «Non solo le strutture debbono cambiare, ma anche e soprattutto lo spirito dei rapporti sociali, gli stati d’animo che li accompagnano e li qualificano. Se essi restano immutati, se permane lo spirito di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, se manca una concreta operante fraternità umana, è vano discutere dei problemi di struttura… Soprattutto rinnoviamo lo spirito ritrovando i motivi di una autentica comunanza umana e spirituale nel lavoro quotidiano che propone problemi di ordinamento sociale »(ivi, 1948, n. 2, pp. 94. 317).

E a proposito di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, come non pensare agli attuali problemi della disoccupazione, soprattutto giovanile, e del precariato? Come non pensare ai problemi dell’ILVA e dell’inquinamento a Taranto?

Due vocazioni diverse, un’unica missione: l’uomo e il bene comune Nella lettera alla moglie, l’ultima, Moro dice tra l’altro: «Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e sulla mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione» (Lettere p. 177).

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Ma Aldo Moro ha davvero sbagliato nel definire l’indirizzo della sua vita? Si sarebbe dovuto limitare a fare il docente universitario con qualche incarico nella comunità ecclesiale? Solo il Signore può dirlo. Qui sembra che lo dica piuttosto per consolare la sua sposa, possiamo solo immaginare, in quale afflizione. Certo se ha sbagliato, lo ha fatto a fin di bene. E resta la sua mitezza, quella che, come abbiamo sentito, anche Paolo VI gli attesta: davvero “mite agnello immolato”… Aveva scritto alla moglie in un’altra lettera dalla prigionia: «Io sono cupo e un po’ intontito. Credo non sarà facile imparare a guardare e a parlare con Dio e con i propri cari. Ma c’è speranza diversa da questa? Qualche volta penso alle scelte sbagliate, tante, alle scelte che altri non hanno meritato. Poi dico che tutto sarebbe stato eguale… Mentre lasciamo tutto, resta l’amore, l’amore grande per te e per i nostri, fatto di tanto grande incredibile e impossibile felicità» (Lettere, pp. 123-124).

Potrebbe aver commesso anche altri errori, ma la croce ci sarebbe stata ugualmente. E comunque resta l’amore. Moro ha scelto l’attività politica, pur senza trascurare l’impegno di studio e di insegnamento. Modugno ha scelto l’attività di studio e di insegnamento, pur senza trascurare l’impegno politico, pensando anzi di contribuirvi meglio proprio col fare l’educatore. Scriveva Modugno già nel 1913, quando ancora fresco di battaglie politiche ed elettorali, sentiva prepotente la vocazione in un’altra direzione: «Il nostro compito non è quello di trascinatori di masse, ma di educatori di uomini e avverto che non potrò essere un uomo politico, ma dovrò tradurre il mio impegno politico in un impegno educativo» (p. 58).

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E nel 1919 annotava nel suo Diario: «Purtroppo e gli avversari e i salveminiani e i socialisti ufficiali e i contadini, hanno tutti la tendenza alla sopraffazione… Perciò io mi trovo a disagio: non mi sento uomo di parte, sono troppo educatore per far della politica. Ho fatto intanto tutto il mio dovere… Nella Lega dei contadini avvertii in un certo momento tutto il mio disagio… E pensai che ambiente più adatto per me era la scuola… Ma mentre uscivo, un contadino


CURIA METROPOLITANA mi si avvicinò, mi baciò… dicendo: ‘Non ci abbandonate!’... No – volevo rispondere – io sento il bisogno di non abbandonarvi, perché i miei alunni non mi bastano. Ma io, così come sono fatto, posso essere non il vostro condottiero, ma il vostro educatore, e come tale forse non mi… vorrete più in là» (p. 40).

Due vocazioni diverse, ma, come tanti altri, per fede, come dice ancora la Nota dei vescovi pugliesi, «hanno dato prova del loro amore a Cristo, consacrando la loro esistenza a servizio di tutti nella quotidianità della loro vita laicale» (p. 10). Hanno entrambi, anche se in modo diverso, dato la vita per il vangelo. Ma vale per entrambi quanto Moro scrive alla sua allieva Maria Luisa: «Rimangono, però, intangibili, il ricordo, l’amicizia, la preghiera, un magistero spirituale che dovrebbe restare, per guidare al bene così come è destinato a fare» (p. 57).

Vale per entrambi quanto nel già citato articolo Miguel Gotor riporta a proposito di quella che era stata la posizione di Moro riguardo al ’68, citando un brano della lettera scritta, ancora dalla prigione dei terroristi al segretario della DC Zaccagnini, una lettera non spedita: «Ho riflettuto molto in queste settimane. Si riflette guardando facce nuove. La verità è che parliamo di rinnovamento e non rinnoviamo niente […] Perché qualche cosa cambi, dobbiamo cambiare anche noi».

Moro si riferiva alla DC, ma penso che le sue parole possano estendersi anche a noi: «dobbiamo cambiare anche noi». La fede di Modugno e di Moro continua a vivere in chi l’ha saputa raccogliere. La loro resta comunque, come ricordava in un recente incontro su Aldo Moro il prof. Gaetano Piepoli, una ‘eredità giacente’, una eredità ancora da raccogliere. prof. Giuseppe Micunco direttore Ufficio Laicato

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ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” Inaugurazione dell’Anno accademico 2012-2013

Relazione del Direttore dell’Istituto (Bari, 28 novembre 2012)

Eccellenza Revendissima, cari colleghi, autorità presenti, studenti, signori e signore, saluto il Preside della Facoltà Teologica Pugliese, prof. Angelo Panzetta, che ci onora con la sua presenza, e con lui tutte le autorità accademiche. Saluto il dott. Franco Albore che è qui in rappresentanza del Sindaco di Bari dott. Michele Emiliano. Il dott. Mauro Monno in rappresentanza del Prefetto dott. Mario Tafaro. Un saluto particolare va a Mons. Piero Coda che ha accolto l’invito ad essere con noi questa sera. Ringrazio anche tutti coloro che hanno fatto giungere un segno della loro vicinanza al nostro Istituto, in particolare gli eccellentissimi Vescovi e i Direttori degli Istituti superiori di Scienze Religiose di Puglia. L’Anno accademico appena trascorso, 2011-2012, si è caratterizzato per l’impegno da parte di tutta la comunità accademica a dare continuità al piano di studi divenuto ormai definitivo, esaurita la fase di passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento. Il Consiglio di Istituto ha rivisto i tempi di programmazione giungendo a formulare entro giugno le proposte di nomine per l’anno successivo. Ciò ha permesso di avere per fine giugno già le nomine. Tale anticipazione ha dato la possibilità ai docenti di consegnare già a fine giugno i programmi dei corsi. Di conseguenza si è potu-

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to stampare la guida dello studente agli inizi di ottobre. Tempi che, comunque, con l’impegno di tutti vanno ancora migliorati. L’estate ci ha regalato la nuova Intesa per l’insegnamento della religione cattolica. Se l’impostazione data al nostro cursus studiorum ci ha trovato preparati, per cui non sono state necessarie modifiche, l’impegno che ci proviene dall’intesa sarà quello di prevedere l’introduzione del tirocinio. A tal proposito, in collaborazione con l’Ufficio Scuola dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, si sta provvedendo a preparare il percorso di tirocinio da offrire ai nostri studenti.

Titoli accademici conseguiti La vitalità dell’Istituto si esprime con il conseguimento dei gradi accademici. Durante l’anno 2011-2012, 1 studente ha conseguito il grado accademico di Magistero in Scienze religiose, 29 studenti hanno conseguito il grado accademico in Laurea in Scienze religiose e 3 studenti hanno conseguito il grado accademico in Laurea magistrale in Scienze religiose. Per un totale di 33 titoli accademici, con un incremento di 5 titoli in più rispetto allo scorso anno. Questa sera saranno consegnate dal Moderatore S.E. Mons. Francesco Cacucci le lauree. A Sua Eccellenza esprimo, a nome di tutto l’Istituto, la riconoscenza per l’attenzione con cui si interessa e segue la vita del nostro Istituto. Ha conseguito il Magistero in Scienze religiose: Nella sessione estiva (2 luglio 2012): Marcella Potenza, La salvaguardia del creato nel pensiero di Leonardo Boff. 716 Hanno conseguito la Laurea in Scienze religiose: Nella sessione autunnale (21 novembre 2011): Pasqua Antonella Bellomo, La responsabilità dei credenti per il mondo secondo il magistero di Benedetto XVI; Carmelo Cassano, Lo zelo del diacono; Maria Luisa Coviello, Da Cana alla Croce; Gaetano del Rosso, Il Santuario di San Miguel del Milagro in Messico. Dal culto pagano a quello micaelitico (XVIII secolo); Francesco Dibattista, Il movimento liturgico europeo: dall’esperienza monastica di Solesmes all’enciclica «Mediator Dei»


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” di Pio XII; Antonella Giuliani, La confermazione: sacramento della maturità psicologica o della fede?; Luisa Laudadio, Il discepolato di Pietro nel Vangelo secondo Marco; Gaetano Magarelli, La tradizione liturgico-musicale del santuario di Santa Maria dei Martiri di Molfetta in un codice del XVIII sec.; Nicola Marzella, Il modello pericoretico di Greshake: analisi critiche e prospettive. Nella sessione invernale (26 marzo 2012): Maria Cristina Amendolagine, Dormizione e assunzione di Maria; Anna Francesca Anzelmo, La recezione del Concilio Vaticano II nel magistero di Paolo VI; Enrico Maria Barbone, La cristologia di Marcello Bordoni; Gaetano Dagostino, L’ecclesiologia nel magistero del servo di Dio Antonio Bello; Roberto Fiore, Liturgia e arte: la “Via Pulchritudinis” per avvicinarsi al Mistero di Dio; Caterina Iannone, La ricerca della salvezza nella tradizione induista a paragone col cristianesimo; Antonello Lasciarrea, Parola e rito nella liturgia; Antonietta Meuli, Partecipazione e responsabilità politica del cristiano nel magistero di don Tonino Bello; Francesca Panza, «Non conosco uomo» (Lc 1,34). Indagine sul proposito di verginità di Maria; Maddalena Rubino, Maria di Magdala e il riconoscimento del Risorto; Tiziana Storelli, Il cieco Bartimeo (Mc 10,46-52): un racconto di sequela tra esegesi biblica e arte; Tania Tarussio, Il Simbolismo dell’acqua. Un paragone tra i riti di purificazione dell’Islam e il sacramento del Battesimo; Angelo Zaccaria, Dalla Rivelazione al catechismo di oggi: educare alla vita buona del Vangelo. Nella sessione estiva (2 luglio 2012): Antonietta Chiapparino, L’inquisizione a Terlizzi nel ‘700. Un processo di stregoneria e pratiche magiche; Rosa Desario, Vincenzo Materozzi (1853-1876).Vescovo di Ruvo e Bitonto negli anni dell’Unità d’Italia; Francesca Gallo, Il giorno delle Espiazioni nell’Antico Testamento e nel giudaismo oggi; Tania Mancini, La concezione del peccato in Giovanni Paolo II; Germana Martucci, Veri adoratori. Il culto spirituale nel quarto Vangelo; Nicoletta Minervini, Aspetti dell’ecclesiologia di Yves Congar; Roberta Simone, La resurrezione in alcuni teologi contemporanei. Hanno conseguito la Laurea magistrale in Scienze religiose: Nella sessione invernale (26 marzo 2012 – 14 novembre 2012):

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Vincenzo Angiolillo, L’eucaristia: sacrificio perfetto gradito a Dio; Giovanna Montrone, Il sentimento religioso del fanciullo e l’insegnamento della religione cattolica nella scuola; Domenica Navarra, Aspetti pastorali dell’episcopato barese di mons. Marcello Mimmi (1933-1952).

Le iniziative culturali

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Il 21 febbraio 2012 c’è stata la presentazione del volume del prof. Alfonso Giorgio L’Associazionismo laicale dopo il Concilio Vaticano II. La riflessione è stata proficua e interessante grazie agli interventi della prof.ssa Annalisa Caputo e del prof. Pio Zuppa, entrambi professori della Facoltà Teologica Pugliese. Il 21 marzo 2012, invece, c’è stata la sessione di studio in occasione dei «50 anni di studi teologici nell’arcidiocesi di Bari». In tale circostanza, in cui si è ricordato anche il 25 anniversario di fondazione del nostro Istituto Superiore di Scienze Religiose, abbiamo avuto il piacere di ascoltare le testimonianze del nostro Arcivescovo S.E. mons. Francesco Cacucci, e di S.E. mons. Benigno Papa, arcivescovo emerito di Taranto. Entrambi sono stati protagonisti di questa esperienza avendo ricoperto nello “Studium Baren” il compito di docenti e di direttori. La serata ha visto poi la dotta e approfondita relazione del prof. Dario Morfini, e l’intervento del prof. Antonio Ciaula, entrambi docenti del nostro Istituto. Grande significato ha assunto la lezione che il prof. Salmann ha tenuto ai nostri studenti. In quella circostanza con un profondo e prezioso affresco autobiografico il prof. Salmann ha prospettato i passaggi culturali che la teologia ha vissuto negli ultimi 60 anni. È continuato il collegamento tra l’Issr di Bari e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, di cui si è fatto tramite il prof. Sportelli. Il 15 e 16 marzo 2012 l’Istituto è stato sede di uno dei focus group del Progetto Giovani dell’Università Cattolica sul tema Giovani e lavoro. Alla ricerca - condotta dal Dipartimento di sociologia dell’Università Cattolica e promossa dall’Istituto Toniolo (ente fondatore della stessa università) in collaborazione con la delegazione dell’Università Cattolica dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto hanno partecipato tre gruppi di giovani: studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori (18-19 anni); studenti universitari (20-24


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” anni); lavoratori (20-24 anni). I gruppi sono stati condotti da sociologi dell’Università Cattolica secondo la tecnica del focus group, con il coordinamento del prof. Ciaula, nostro professore e delegato dell’Università Cattolica per l’Arcidiocesi di Bari-Bitonto. Sabato 26 maggio, inoltre, come per gli anni precedenti, l’Issr ha ospitato in questa aula magna la selezione del concorso dell’Istituto Toniolo per l’assegnazione di 80 borse di studio per merito per l’anno accademico 2012/13. L’Issr è stato una delle sette sedi in cui si sono svolte le prove. Qui hanno fatto riferimento gli studenti dell’Italia meridionale. Alla sede di Bari erano stati ammessi 149 degli 873 studenti di tutta Italia, dato che conferma l’interesse tangibile per l’iniziativa e, allo stesso tempo, anche un modo indiretto per far conoscere il nostro Istituto. I responsabili dell’Università Cattolica hanno manifestato apprezzamento per «la preziosa collaborazione che ha permesso un ordinato svolgimento delle prove presso la sede di Bari». Nel mese di aprile scorso è apparso l’ultimo numero degli «Annali Odegitria» giunto al suo XVIII anno. In esso sono pubblicati 11 saggi, di cui 5 di nostri professori. Va segnalato, con grande soddisfazione, che 3 fra i contributi presenti sono sintesi dei lavori discussi dagli studenti nelle sessioni di laurea e laurea magistrale, testimonianza di uno studio approfondito e serio e di una ricerca che contribuisce al sapere scientifico della teologia quale esito dell’impegno dei docenti nel nostro Istituto. Ricordo infine l’ampliamento che si sta realizzando della Biblioteca dell’Istituto, con nuovi scaffali per il deposito libri e l’allestimento di una nuova sala di lettura. Ringrazio a tal proposito il dott. Franco De Benedictis per tutto l’impegno che pone a tal riguardo.

Gli studenti e i professori Gli studenti ordinari iscritti all’Anno accademico 2012/2013 sono 113. Nel triennio sono così suddivisi: 31 (1° anno), 21 (2°anno), 13

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(3° anno). Nei due anni del biennio di specializzazione sono 48. Gli studenti uditori sono 10, gli ospiti, iscritti al biennio teologico – filosofico, 3, gli iscritti al corso di diaconato 7. Gli studenti fuori corso 31. In totale abbiamo 163 iscritti, con un incremento rispetto allo scorso anno di 32 studenti. Per quanto riguarda i docenti non ci sono state nuove cooptazioni, segno della stabilità del corpo docente. Ci sono stati due passaggi a docenti stabili straordinari da parte dei professori Giuseppe Sferra e Antonio Serio. A loro va il nostro apprezzamento e augurio. Apprezzabili anche le pubblicazioni dei nostri docenti, sia con saggi che con articoli in riviste teologiche. Il Consiglio di Istituto, poi, ha formato la commissione per la valutazione quinquennale indicando come coordinatore il prof. Donato Lucariello. Mentre al prof. Carlo Lavermicocca è stato affidato il compito di seguire, in collaborazione con l’Ufficio Scuola, il tirocinio per i nostri studenti. Infine il prof. Gianluca De Candia è stato indicato come coordinatore della nostra rivista «Odegitria. Annali dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Odegitria” di Bari». Un avvicendamento abbiamo avuto all’inizio di questo anni accademico nella segreteria. Ci ha lasciato, per motivi familiari, la dott.ssa Daniela Cariola, e ha preso il suo posto la sig.ra Vanessa Falco. A Daniela voglio qui esprimere la gratitudine per il lavoro attento, puntuale e certosino che ha svolto in questi anni a favore di tutta l’attività accademica dell’Istituto. A Vanessa faccio gli auguri per un proficuo lavoro a favore degli studenti e dei docenti.

La Prolusione 720

L’anno accademico che ci sta davanti si caratterizza come Anno della Fede, voluto dal Santo Padre Benedetto XVI. Compito del nostro Istituto sarà, come sempre è stato, quello di offrire ai nostri studenti la conoscenza di tutti i contenuti della fede, affinché essi siano pronti, con la propria testimonianza e la propria missione, ad indicare Cristo alle persone del nostro tempo. In ciò, ci sono di sostegno le parole che Benedetto XVI ci ha consegnato nella Lettera apostolica sotto forma di Motu Proprio Porta Fidei, in cui si sottolinea come «la conoscenza dei contenuti di fede è essenziale per dare


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” il proprio assenso, cioè per aderire pienamente con l’intelligenza e la volontà a quanto viene proposto dalla Chiesa» (n. 10). Ed è proprio il soggetto Chiesa che è stato posto al centro della riflessione dal Concilio Ecumenico Vaticano II, di cui il 50° anniversario dell’inizio ha costituito l’apertura di questo Anno della Fede. Chiesa che si è riscoperta come Popolo di Dio, convocato dal Padre in Cristo nella liturgia, in ascolto della Parola rivelata nello Spirito, in dialogo col mondo contemporaneo. La Chiesa, e anche questo è uno dei frutti del Concilio Vaticano II, ha riscoperto se stessa come una hierarchica communio, e in quanto tale ha pensato il suo agire attraverso la forma sinodale. Perciò questa sera il tema della nostra prolusione è centrato sul tema: «Per un rinnovamento della coscienza sinodale del Popolo di Dio. A cinquant’anni dall’inizio del Concilio Vaticano II». A tenere la Prolusione è mons. Piero Coda, professore ordinario di Teologia sistematica e preside dell’Istituto Universitario Sophia di Loppiano, di cui è stato anche il fondatore. Tra i tanti incarichi che egli ha ricoperto e ricopre nel suo lungo percorso di sacerdote e teologo, voglio ricordare quello di segretario della Pontificia Accademia di Teologia e quello di presidente dell’Associazione Teologica Italiana. Chiaramente non sto qui a ricordare tutti gli altri incarichi che gli sono stati affidati per mandato della CEI e gli altri svolti in sede europea. La sua produzione è larghissima, il suo primo libro risale al 1984, per cui sono ormai circa 30 anni che egli ricerca e pubblica saggi. Qui voglio ricordare solo due libri, più per il fatto che essi mi legano in qualche modo a lui, che non per sorvolare sugli altri. Mi riferisco ad un libro del 1987, Il negativo e la Trinità. Ipotesi su Hegel, che mi riporta agli anni dei miei studi all’Università Lateranense, dove seguii, appunto, un corso col prof. Coda su quel tema. L’altro è proprio l’ultimo libro: Della Trinità. L’avvento di Dio tra storia e profezia, edito nel 2011 e su cui si cimenteranno nello studio, quest’anno, i nostri studenti del 2° anno. Inoltre, ho voluto far riferimento a questi due testi perché a me sembra che proprio il Mistero Trinitario sia il principio architetto-

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nico che sostiene il percorso teologico del prof. Coda, e attraverso esso egli sta dando un contributo significativo alla ricerca teologica del nostro tempo. Il prof. Coda, pertanto, si accredita come un esponente di spicco della teologia degli inizi di questo XXI secolo, e il suo contributo teologico è fondamentale per le piste di ricerca che sta aprendo. Nel ringraziarlo, ancora una volta, per la sua presenza qui questa sera, a lui cedo volentieri la parola. Il direttore dell’Istituto mons. Domenico Amato

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NELLA PACE DEL SIGNORE Mons. Nicola Milella

Don Nicola Milella era nato il 7 agosto 1927, in una vecchia e stimata famiglia barese. Era stato ordinato presbitero l’8 luglio 1951. Il suo primo servizio pastorale era stato l’incarico di vice parroco presso la parrocchia Sacro Cuore in Bari. Dal 1953 al 1962 è stato assistente diocesano della Gioventù Italiana di Azione Cattolica. Dal 1960 al 1984 è stato parroco della parrocchia S. Pasquale e poi, dal 1984 al 2004, parroco della parrocchia S. Ferdinando. Dal 1957 al 1987 ha insegnato religione presso il Liceo “Orazio Flacco” di Bari. È stato più volte membro del Consiglio presbiterale diocesano, della Commissione presbiterale regionale e della Commissione presbiterale nazionale. Nel 1966 è stato nominato Prelato d’Onore di Sua Santità. Il periodo di S. Pasquale iniziò con un grande impegno di evangelizzazione e catechesi: la parrocchia era popolosa e in crescita, le classi di catechismo si moltiplicavano, le strutture erano insufficienti. Don Nicola curò il completamento della chiesa e la costruzione della scuola materna. Erano gli anni del Concilio Vaticano II e quelli cosiddetti del dopoconcilio. Don Nicola si trovò a guidare la parrocchia nella scoperta di una ecclesialità dimenticata e di una liturgia rinnovata. Cresceva l’impegno nella catechesi; i fedeli erano chiamati e coin-

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volti ad approfondire il messaggio evangelico. Cresceva – in varie forme - l’esperienza associativa, specialmente dei giovani: l’Azione Cattolica, gli Scout; il Centro Volontari della Sofferenza. Venne costituito il Consiglio pastorale parrocchiale; la parrocchia iniziava a riconoscersi come comunità ecclesiale. Non erano sempre operazioni indolori. Don Nicola prese elegantemente le distanze dalla politica. Secondo le indicazioni del Concilio, furono ristrutturati gli spazi liturgici: si realizzò il battistero, la balaustra ancor nuova fu rimossa, l’altare maggiore settecentesco fu spostato. Non tutti apprezzarono, ma don Nicola – sostenuto dall’arcivescovo Nicodemo – fu tenace. Il lavoro continuò nella parrocchia di S. Ferdinando. Anche qui c’erano opere materiali da compiere: la cancellata a protezione del sagrato, la piattaforma mobile per l’accesso dei disabili, l’acquisto della casa canonica (che non avrebbe mai usato). Anche qui c’erano gruppi e associazioni da seguire, e una comunità che con la sua guida passava da una pratica tradizionale ad una vita di fede vissuta anche nel lavoro quotidiano, nella vita familiare, nel sociale. Gli incontri comunitari invernali ed estivi – sotto forma di vacanza, ma intensi nella preghiera e nella catechesi – rafforzavano nell’amicizia, nella collaborazione e soprattutto nella crescita spirituale. Dopo il 2006, terminato il servizio di parroco, e fino al termine della sua buona battaglia, il 21 novembre del 2012, don Nicola ha continuato ad essere un riferimento per tanti fedeli che gli erano rimasti vicini. Le date e i fatti raccontano, ma non spiegano. È necessario leggere tra le righe della vita di questo sacerdote “inedito”, come lo ha definito l’Arcivescovo nella messa di esequie. Don Nicola è stato un uomo di preghiera. Il suo esempio era per tutti una testimonianza e un invito a cercare l’incontro con il Signore. È stato un fedele strumento del perdono di Dio: era sempre disponibile nel confessionale per l’ascolto, l’incoraggiamento, l’invito ad accogliere con gioia la misericordia del Signore. È stato un uomo di discernimento: nella direzione spirituale, il dono prezioso era il rispetto della libertà di ciascuno e la serenità, la fede e l’amore per la preghiera che trasmetteva con il suo esempio. Il carisma di don Nicola si esprimeva anche nella cura paterna dei diaconi a lui affidati per il cammino di preparazione al sacerdozio.


NELLA PACE DEL SIGNORE Sapeva parlare e amava raccontare, ma le sue omelie erano sobrie; introduceva nel mistero, ma lasciava spazio all’incontro personale con il Signore. L’austerità della persona, ma anche il suo fondamentale ottimismo e la capacità di vedere il bene nascosto non erano solo un tratto di carattere, ma attingevano alla spiritualità di Padre Charles de Foucauld, una spiritualità incentrata sul nascondimento e sulla contemplazione di Gesù, che don Nicola ha saputo vivere fino alla fine della sua vita.

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In memoria di mons. Nicola Milella di mons. Luciano Bux, vescovo emerito di Oppido Mamertina-Palmi

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Il giorno della liturgia funebre di don Nicola a S. Ferdinando, l’Arcivescovo dopo la sua omelia invitò anche me a dire qualche parola di commiato a colui nella cui parrocchia avevo iniziato il mio ministero sacerdotale e poi per tanti anni, quando ero incaricato dell’A.C. diocesana, ero rimasto senza nomina come collaboratore pastorale. Il lungo servizio sacerdotale vissuto insieme è servito ad entrambi. Non abbiamo mai avuto le stesse concezioni o idee pastorali concrete, ma sulle diversità ha prevalso la stessa riconoscenza al Signore per la vocazione e quindi il comune riferirci, sì al Vangelo, ma più ancora a Gesù che ogni giorno incontravamo nell’Eucarestia. E per questo ci fidavamo l’uno dell’altro nel medesimo contesto parrocchiale, e tanti laici ne erano felici. L’umore di don Nicola, tipicamente barese come la sua famiglia, veniva fuori quando meno te l’aspettavi con una battuta che toglieva ogni contenzioso a ciò che si stava trattando e riconduceva prima al buon senso e, poi, sempre alla fraternità evangelica. Era un procedimento davvero di buon Pastore. C’erano anche laici che non lo comprendevano, specie quando erano convinti di avere ragione nelle loro proposte, non sempre condivise né da don Nicola né da me. Questo lo addolorava, ma non desisteva dal riferimento alle sue convinzioni, che spesso provenivano dalle indicazioni pastorali di papa Giovanni XXIII e dei suoi successori. Tante altre cose potrei dire di questo sacerdote, come ho già detto nel mio commiato alla presenza dell’Arcivescovo, ma ritengo che don Nicola Milella sia stato uno dei migliori preti della nostra Diocesi ai nostri tempi. Per chi non lo ha conosciuto di persona forse può bastare, per chi lo ha frequentato si aggiungono le esperienze personali. + Luciano Bux


NELLA PACE DEL SIGNORE

Mons. Gaetano Barracane Gaetano Barracane nacque il 7 settembre 1930 a Bari. Fu battezzato nella nascente parrocchia di S. Giuseppe e nella stessa ricevette il sacramento della confermazione. All’età di 13 anni entra nel Seminario Arcivescovile di Bari dove frequenta la scuola media e il ginnasio. Successivamente frequenta il Pontificio Seminario Regionale “Pio XI” di Molfetta, dove compie gli studi filosofici e teologici. Il 10 luglio 1955 nella chiesa Cattedrale è ordinato sacerdote da mons. Enrico Nicodemo. Esercita da subito il suo ministero sacerdotale come vicario cooperatore in Cattedrale. L’esperienza si arricchisce dell’insegnamento di religione e di assistente spirituale della G.I.A.C. Entra a far parte del Capitolo Metropolitano come mansionario ricevendo l’ufficio di cerimoniere. La sua sensibilità liturgica è coadiuvata dagli studi presso il Collegio Leoniano di Roma con un corso quadriennale di Sacra Liturgia. La riforma liturgica sancita dal Concilio Vaticano II con la costituzione Sacrosantum Concilium del 1963 costituirà un impegno da perseguire nel suo ministero sacerdotale, con la vice presidenza della Commissione liturgica diocesana e successivamente la scelta di mons. Nicodemo di istituire un Ufficio liturgico diocesano e porre come primo direttore mons. Barracane. Diventa assistente ecclesiastico della Unione Diocesana Sacristi di Bari nel 1970 per la durata di un decennio. Negli anni 1971-72 frequenta la Facoltà Teologica della Pontificia Università san Tommaso sez. aggregata di Bari dove consegue il titolo della Licenza. Nel 1975 mons. Anastasio Ballestrero gli confermerà la nomina di direttore dell’Ufficio liturgico diocesano. L’ingresso di padre Mariano Magrassi in diocesi gli darà occasione di poter realizzare un Museo Diocesano di arte sacra in Bari, grazie alla disponibilità di ambienti concessi nel palazzo arcivescovile, di quelle che erano le sale di rappresentanza. Il 7 giugno 1981 avviene l’istituzione del Museo e mons. Barracane ne è il direttore. Sono anni di lavoro intenso nel recuperare materiale da chie-

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se, specialmente della città vecchia, opere d’arte ed arredi sacri in stato di abbandono. Nel 1983 consegue la laurea di dottore in lettere nella Università degli Studi di Bari. Nel 1984 riceve il titolo onorifico di prelato d’onore di Sua Santità e nel 1985 diviene Cavaliere dell’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme, dando così assistenza spirituale all’Ordine. Nel 1987 diventa padre spirituale dell’arciconfraternita di S. Michele e rettore della chiesa omonima, con lo scopo di promuoverla. Mons. Magrassi, nel ristrutturare l’Ufficio liturgico, lo riconferma direttore dell’Ufficio liturgico con funzioni di coordinamento e responsabile dell’arte sacra. In tale nomina gli viene anche dato l’incarico di cerimoniere arcivescovile. L’approfondimento teologico gli farà conseguire il titolo di dottore in sacra teologia presso l’Istituto Teologico Ecumenico Patristico S. Nicola di Bari. Nel 1990 viene designato canonico della Basilica Cattedrale. Mons. Magrassi lo rende membro del Collegio dei Consultori dal 1990 sino 1995. Nel 1994 viene costituita la Consulta diocesana per i beni culturali e mons. Barracane è nominato presidente protempore della commissione che riguarda anche il Museo e la Biblioteca Diocesana. È vice-presidente nella nuova Commissione diocesana per i beni culturali ecclesiastici istituita nel 1997. Diversi sono i riconoscimenti ufficiali ricevuti: il titolo di commendatore dell’Ordine del Santo Sepolcro, l’attestato di benemerenza per l’impegno profuso a servizio dell’unità dei cristiani da parte dell’Istituto teologico ecumenico “S. Nicola”, la palma di Gerusalemme in argento. Mons. Barracane ha accompagnato la vita di tanti giovani studenti sia nei 36 anni d’insegnamento della religione cattolica che nei 30 anni di conduzione del museo diocesano. Tra i suoi scritti: Le chiese di Bari antica, Bari 1989; Gli Exultet di Bari, Bari 1994; Gli Exultet della Cattedrale di Bari,Bari 1994; Le tele delle chiese di Bari antica, Bari 1998; Il Museo Diocesano, Bari 2005. Il 22 settembre 2011, a motivo delle sue condizioni di salute e di età, è sollevato da ogni incarico pastorale. Il 15 dicembre 2012 nei vespri della domenica Gaudete muore in casa circondato dall’affetto dei suoi cari. Il 17 dicembre 2012 nella chiesa Cattedrale di Bari vengono celebrate le esequie da S.E. l’arcivescovo mons. Francesco Cacucci, con un ricordo grato per chi ha servito con «signorilità e grande dedizione» la Chiesa e quattro dei suoi arcivescovi.


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B ARI -B ITONTO

DIARIO DELL’ARCIVESCOVO Novembre 2012

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– Al mattino, presso la parrocchia Ognissanti in Valenzano, celebra la S. Messa per la festa dei Titolari. – Alla sera, presso la parrocchia S. Maria del Fonte in Bari Carbonara, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Domenico Chiarantoni. – Al mattino, nella chiesa del Cimitero monumentale in Bari, celebra la S. Messa per la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. – Alla sera, in Cattedrale, celebra la S. Messa per la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. – Alla sera, presso la parrocchia Maria SS. del Rosario in S. Francesco da Paola in Bari, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Paolo Sangirardi. – Al mattino, presso il Sacrario dei Caduti d’Oltremare in Bari, celebra la S. Messa per la Commemorazione dei Caduti delle Forze Armate. – Alla sera, presso la parrocchia S. Maria delle Grazie in Casamassima, celebra la S. Messa e amministra le Cresime. – Al mattino, presso l’Hotel Parco dei Principi in Bari, celebra la S. Messa per i partecipanti al Convegno degli Economi diocesani. – Alla sera, presso la parrocchia S. Lorenzo in Valenzano, tiene la catechesi comunitaria sull’Anno della fede.

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– Al mattino, presso l’aula magna “Aldo Cossu” dell’Università degli studi di Bari, saluta i partecipanti al Convegno organizzato dall’Associazione “La Bottega dell’orefice”. – Al pomeriggio, presso il Pontificio Seminario regionale “Pio XI” in Molfetta, incontra i seminaristi teologi. 8-11 – Visita pastorale alla parrocchia S. Giuseppe Moscati in Triggiano. 13 – Al mattino, nella cripta della Cattedrale, celebra la S. Messa per i vescovi defunti. – Alla sera, presso la parrocchia S. Rita in Bari-Ceglie del Campo, tiene la catechesi comunitaria sul Concilio Vaticano II. 15 – Al mattino, a Foggia, presiede i lavori della Conferenza Episcopale Pugliese. – Alla sera, presso l’Oasi diocesana S. Martino in Bari, incontra i diaconi e parla sull’Anno della fede. 16 – Al mattino, presso l’Oasi S. Maria in Cassano delle Murge, partecipa al ritiro del clero. – Alla sera, presso l’aula sinodale “Mariano Magrassi” in Bari, presiede l’assemblea delle aggregazioni laicali della diocesi: relaziona il prof. Giuseppe Micunco sulla nota pastorale dei Vescovi pugliesi sui laici: “Per fede... Aldo Moro, per fede… Giovanni Modugno”. 17 – Al pomeriggio, in Cattedrale, celebra la S. Messa e amministra le cresime ai ragazzi della parrocchia Preziosissimo Sangue in S. Rocco di Bari. 18 – Alla sera, nella Cattedrale di Conversano, in occasione della Settimana della fede in preparazione alla festa di san Flaviano, celebra la S. Messa considerando “La Chiesa: progetto di Dio, Maestro di amore (LG 1, 8)”. 20 – Al pomeriggio, presso il monastero di S. Giuseppe in Bari, presiede alla elezione della nuova Priora. 21 – Al mattino, presso la Legione dei Carabinieri in Bari, celebra la S. Messa per la festa della “Virgo fidelis”, patrona dell’Arma. 22 – Al pomeriggio, presso la parrocchia S. Ferdinando in Bari, celebra la S. Messa esequiale di mons. Nicola Milella. 22-25 – Visita pastorale alla parrocchia S. Maria Veterana in Triggiano.


DIARIO DELL’ARCIVESCOVO 26 – Alla sera, presso la parrocchia S. Caterina d’Alessandria in Bitonto, celebra la S. Messa e amministra le cresime per l’inizio dell’Anno giubilare e la festa della Titolare. 27 – Alla sera, presso la parrocchia Cattedrale, guida la lettura del film di Ann Hui “A Simple Life”. 28 – Al pomeriggio, presso l’aula magna “Mons. Enrico Nicodemo”, presiede l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto superiore di Scienze religiose “Odegitria”, con la relazione di mons. Domenico Amato, direttore dell’Istituto, e la prolusione accademica del prof. mons. Piero Coda, ordinario di Teologia Sistematica e Preside dell’Istituto Universitario Sophia di Loppiano (Fi) sul tema Per un rinnovamento della coscienza sinodale del Popolo di Dio. A cinquant’anni dall’inizio del Concilio Vaticano II. 29 – Alla sera, presso la parrocchia Cristo Re in Bitonto, tiene la catechesi alla comunità su: Concilio Vaticano II e Catechismo della Chiesa Cattolica. 30 – Al mattino, presso la Casa del clero in Bari, presiede i lavori del Consiglio Presbiterale diocesano. – Al pomeriggio, presso l’aula “Mons. Enrico Nicodemo”, partecipa al convegno sul 25° anniversario del “Documento di Bari”. – Alla sera, presso la parrocchia S. Andrea in Bari, celebra la S. Messa per la festa del Titolare.

Dicembre 2012 1

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– Alla sera, presso la parrocchia S. Maria Assunta in Cassano delle Murge, celebra la S. Messa per il 25° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di don Rocco D’Ambrosio. – Alla sera, presso la parrocchia Preziosissimo Sangue in S. Rocco, celebra la S. Messa per l’ingresso del nuovo parroco don Domenico Parlavecchia, C.P.P.S. – Alla sera, presso la parrocchia Spirito Santo in Palo del Colle, tiene la lectio divina per i giovani di A.C.

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– Al mattino, presso il Comando provinciale dei Vigili del Fuoco, celebra la S. Messa per la festa di S. Barbara, patrona del Corpo dei Vigili del Fuoco. 5 – Al mattino, presso la sede della Curia, incontra i direttori degli Uffici di Curia e i vicari zonali. – Alla sera, presso la parrocchia S. Cecilia in Bari, celebra la S. Messa. 6 – Alla sera, nella Basilica di S. Nicola, presiede la concelebrazione eucaristica per la festa del Santo Patrono. 7 – Al mattino, presiede la riunione della Commissione dell’Alto Patronato della Facoltà Teologica Pugliese. – Alla sera, in Cattedrale celebra la S. Messa per l’ordinazione diaconale in vista del presbiterato di Alessandro Decimo D’Angelo, Alfredo Gabrielli, Nicola Simonetti e Gerri Zaccaro. 8 – Al mattino, nella Concattedrale di Bitonto, celebra la S. Messa per la festa della Patrona, Maria SS. Immacolata. – Alla sera, presso la parrocchia Immacolata in Modugno, celebra la S. Messa per la festa della Titolare e successivamente benedice le nuove vetrate. 9 – Al mattino, presso la parrocchia S. Ferdinando in Bari, celebra la S. Messa. 10 – Alla sera, presso la parrocchia Redentore in Bari, celebra la S. Messa in suffragio del prof. Enrico Lozupone. 11 – Al mattino, presso la sede del Liceo classico “Orazio Flacco” in Bari, partecipa alla presentazione del libro del prof. Marco Pesola Il profumo di Dio. Successivamente, in Episcopio, presiede il Consiglio di amministrazione della Biblioteca “G. Ricchetti”. – Alla sera, presso la parrocchia Redentore in Bari, introduce la Settimana della Fede. 12 – Al mattino, presso il Pontificio Seminario regionale Pio XI in Molfetta, presiede i lavori della Conferenza Episcopale Pugliese. 13 – Al mattino, presso il Politecnico di Bari, celebra la S. Messa e partecipa alla cerimonia di inaugurazione dell’Anno accademico. 13-16 – Visita pastorale alla parrocchia SS. Crocifisso in Triggiano. 14 – Al mattino, presso l’Oasi S. Maria in Cassano delle Murge, partecipa al ritiro del clero.


DIARIO DELL’ARCIVESCOVO – Successivamente incontra il Collegio dei Consultori. 16 – All’alba, presso il porto di Monopoli, presenzia all’approdo dell’icona della Madonna della Madia, partecipa alla processione e celebra la S. Messa in Cattedrale. 17 – Al pomeriggio, in Cattedrale, celebra la S. Messa esequiale di mons. Gaetano Barracane. 18 – Alla sera, presso Villa Romanazzi Carducci, incontra i membri del Rotary Club in occasione del Natale. 19 – Al mattino, presso l’Ospedale “S. Paolo”, incontra i malati e celebra la S. Messa. Successivamente, presso la Curia arcivescovile, scambia gli auguri natalizi con i curiali. – Alla sera, presso la parrocchia Buon Pastore in Bari, benedice il Crocifisso. 20 – Al mattino, presso il Palazzo della Provincia in Bari, celebra la S. Messa in preparazione al Natale. – Al pomeriggio, presso il Liceo Scientifico “Arcangelo Scacchi” in Bari, incontra docenti e studenti in occasione del Natale. – Alla sera, nell’auditorium diocesano della Vallisa, assiste al concerto di Natale con l’orchestra giovanile “La bottega dell’armonia” e il coro polifonico “Ottavio De Lillo” diretti dal m.° Bepi Speranza. 21 – Al mattino, presso la Capitaneria di Porto di Bari, celebra la S. Messa in preparazione al Natale. – Al pomeriggio, presso la Casa Circondariale di Bari, celebra la S. Messa per i detenuti e il personale carcerario. 22 – Al mattino, in Cattedrale, scambia gli auguri natalizi con il Capitolo Metropolitano Primaziale. Successivamente, presso l’Ospedale oncologico “Giovanni Paolo II”, celebra la S. Messa in preparazione al Natale con i malati e il personale medico e paramedico. – Alla sera, presso la parrocchia S. Croce in Bari, celebra la S. Messa per l’ordinazione presbiterale del diacono Nicola Flavio Santulli. 23 – Al mattino, nella chiesa del Gesù in Bari vecchia, celebra la S. Messa.

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24 – In Cattedrale, celebra la S. Messa della notte del Natale del Signore. 25 – Al mattino, nella Concattedrale di Bitonto, celebra la S. Messa del Giorno del Natale del Signore. 26 – Alla sera, presso la parrocchia S. Lucia in Gioia del Colle, celebra la S. Messa per il 25° anniversario della Dedicazione della chiesa. 27 – Al mattino, presso il Circo Lidia Togni al Lungomare Vittorio Veneto in Bari, celebra la S. Messa e benedice la cappella allestita nella nuova struttura del circo.

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D OCUMENTI

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V ITA

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INDICE GENERALE Indice generale dell’annata 2012

DOCUMENTI DELLA CHIESA UNIVERSALE MAGISTERO PONTIFICIO Lettera in forma di motu proprio per la prevenzione e il contrasto delle attività illegali in campo finanziario e monetario Discorso in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: Silenzio e parola: cammino di evangelizzazione Discorso in occasione del Corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica Discorso all’Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana Discorso in occasione del 50° anniversario dell’istituzione della Facoltà di Medicina e Chirurgia del Policlinico “A. Gemelli” Messaggio in occasione del 450° anniversario della fondazione del monastero di San José in Avila e dell’inizio della riforma del Carmelo Messaggio in occasione della VI Assemblea ordinaria del Forum internazionale di Azione Cattolica Udienza generale del 10 ottobre 2012 sul 50° anniversario del Concilio Vaticano II Omelia nella S. Messa per l’apertura dell’Anno della fede Omelia nella S. Messa per la conclusione del Sinodo dei Vescovi Lettera apostolica in forma di motu proprio De caritate ministranda Messaggio per la Giornata mondiale della gioventù Messaggio per la Giornata mondiale della pace

7 9 167 171 311 317 415 419 495 501 507 615 625 637

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DOCUMENTI

DELLA

SANTA SEDE

Congregazione per la dottrina della fede Nota con indicazioni pastorali per l’Anno della fede

SINODO

DEI

423

VESCOVI

XIII Assemblea generale ordinaria sulla nuova evangelizzazione Messaggio al popolo di Dio

649

DOCUMENTI DELLA CHIESA ITALIANA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Consiglio Permanente Comunicato dei lavori della sessione invernale (Roma, 23-26 gennaio 2012) Nota sull’accesso alle chiese Comunicato finale dei lavori della sessione primaverile (Roma, 26-29 marzo 2012) LXIV Assemblea generale (Roma, 21–25 maggio 2012) Comunicato finale dei lavori Comunicato finale dei lavori della sessione autunnale (Roma, 24-27 settembre 2012) Presidenza CEI Messaggio per la Giornata dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Messaggio per l’insegnamento della religione cattolica

15 21 175 32 513 181 669

CONFERENZA EPISCOPALE PUGLIESE “Cristiani nel mondo. Testimoni di speranza”. Nota pastorale dopo il terzo Convegno Ecclesiale Pugliese I laici nella Chiesa e nella società pugliese, oggi

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Commissione Regionale di Pastorale Liturgica La nuova edizione italiana del rito delle esequie

439

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DOCUMENTI E VITA DELLA CHIESA DI BARI-BITONTO XXV ANNIVERSARIO DELL’ORDINAZIONE EPISCOPALE DI S.E. MONS. FRANCESCO CACUCCI Il XXV anniversario dell’Ordinazione episcopale di S.E. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari–Bitonto Indirizzo di saluto del Vicario generale mons. Domenico Ciavarella Omelia nella S. Messa per il XXV anniversario di episcopato

297 299 301


INDICE GENERALE Messaggio di benedizione del Santo Padre Benedetto XVI

304

Dio ti ha avvolto nel suo Amore di mons. Domenico Ciavarella

306

MAGISTERO E ATTI DELL’ARCIVESCOVO Decreto di attribuzione delle somme dell’8 per mille IRPEF Decreto di costituzione del nuovo Consiglio Presbiterale diocesano per il quinquennio 2011-2016 Cerca e troverai: Lettera alla Chiesa locale nel IV centenario del Seminario diocesano Saluto all’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese (Bari, 10 marzo 2012) Meditazione al clero nel lunedì santo: Spiritualità e pastorale nell’epoca del web (Oasi S. Maria, Cassano Murge, 2 aprile 2012) Decreto costitutivo del nuovo Consiglio Pastorale diocesano Relazione all’Assemblea diocesana per l’anno pastorale 2012-2013: “Cristo, Alfa e Omega”. La Veglia pasquale come cammino di fede e impegno alla testimonianza (Bari, 19 settembre 2012) Indirizzo di saluto alla cerimonia di inaugurazione della Facoltà Teologica Pugliese (Basilica S. Nicola, 24 ottobre 2012) Decreto di attribuzione delle somme per l’8 per mille IRPEF Relazione al Convegno dell’Ufficio nazionale CEI per i problemi sociali e il lavoro: Educazione alla fede e contesti di vita (Bari, 25 ottobre 2012)

23 27 31 185 189 445

525 543 671

675

NOMINE PONTIFICIE Don Angelo Romita nominato Cappellano di Sua Santità Nomina di don Andrea Palmieri a Sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei cristiani e a Cappellano di Sua Santità

55 523

CURIA METROPOLITANA Vicariato generale Le visite vicariali Cancelleria Sacre ordinazioni e decreti

57

63, 199, 361, 451, 545, 685 Comunicato circa la concessione di indulgenze durante l’Anno della Fede 549

737


Ufficio per le cause dei santi Presentazione di Un cammino di santità, primo volume degli scritti della Serva di Dio Madre Teresa di Gesù (Gimma), O.C.D.: Un cammino di santità tra la resistenza e la resa di p. Luigi Gaetani, O.C.D. Intervento di S.E. mons. Vito Angiuli, vescovo di Ugento-S. Maria di Leuca Commento biblico del prof. Giuseppe Micunco Chiusura dell’istruttoria per l’eroicità delle virtù e la fama di santità della Serva di Dio Madre Teresa di Gesù (Gimma), O.C.D.

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201 202 207 215 363

Settore Presbiteri. Ufficio Presbiteri La Giornata di santificazione sacerdotale: La sfida dell’educazione alla fede: relazione di mons. Mariano Crociata (Cassano Murge, 15 giugno 2012) L’esperienza di formazione dei preti giovani a Berlino

365 453

Settore Diaconato e ministeri istituiti Relazione sulle attività dell’anno pastorale 2011-2012

455

Settore Vita consacrata L’esperienza delle adorazioni eucaristiche nel Monastero S. Giuseppe in Bari

377

Settore Laicato. Ufficio Laicato Le attività dell’Ufficio Laicato e della Consulta delle Aggregazioni Laicali nell’anno pastorale 2011–2012

381

Settore Laicato. Ufficio Famiglia Vocazione e progetto di vita: relazione del prof. Giuseppe Micunco, direttore Settore Laicato

87

Settore Laicato. Consulta delle Aggregazioni laicali Assemblea del 16 novembre 2012 Relazione del prof. Giuseppe Micunco, direttore del Settore Laicato: Per fede Aldo Moro… per fede Giovanni Modugno

691

Settore Evangelizzazione. Ufficio catechistico Il Convegno catechistico regionale

461

Settore Evangelizzazione. Uffici: Catechistico, Comunicazioni sociali. Missionario, Tempo libero e sport, Chiesa e mondo della cultura Incontri di formazione per catechisti e operatori pastorali


INDICE GENERALE L’animatore biblico. Identità, competenze, formazione: relazione di don Carlo Lavermicocca Incontri di formazione per catechisti e operatori pastorali: La fede: un percorso generativo ed educativo: relazione di p. Luigi Gaetani, O.C.D. Settore Evangelizzazione. Ufficio Missionario Cerimonia di premiazione del Concorso missionario “Don Franco Ricci” “Ho creduto perciò ho parlato”. La Giornata missionaria mondiale 2012 Quale missionarietà senza il Concilio Vaticano II? di don Ambrogio Avelluto, direttore dell’Ufficio Missionario

69 551 557

385 577 687

Ufficio Liturgico Norme liturgiche per i fotografi. Servizio dei fotografi in chiesa durante le celebrazioni liturgiche. Indicazioni per un adeguato comportamento

221

Uffici: Liturgico, Arte sacra,Musica sacra, Museo diocesano “Notti sacre...” e fu sera e fu mattino

581

CONSIGLI DIOCESANI Consiglio Presbiterale diocesano Verbale della riunione del 9 dicembre 2011: Verbale dell’elezione del nuovo Consiglio Presbiterale diocesano per gli anni 2011-2016 Verbale della riunione del 20 gennaio 2012 Consiglio Pastorale diocesano Verbale della riunione del 22 febbraio 2011 Allegato: Comunità e scuola, Relazione del direttore dell’Ufficio Scuola don Nicola Monterisi Verbale della riunione del 31 maggio 2011 Allegato: Comunicazione sulle proposizioni finali del III Convegno Ecclesiale Regionale “I laici nella Chiesa e nella società pugliese, oggi” a cura del prof. Giuseppe Micunco, direttore Ufficio Laicato

95 105 111 117 129

131

SEMINARIO ARCIVESCOVILE Il IV centenario del Seminario arcivescovile (1612-2012)

231

TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE Inaugurazione dell’anno giudiziario (10 marzo 2012) Relazione del Vicario giudiziale mons. Luca Murolo

235

739


ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE “ODEGITRIA” Inaugurazione dell’anno accademico 2011-2012: Relazione del direttore dell’Istituto mons. Domenico Amato Inaugurazione dell’anno accademico 2012-2013: Relazione del direttore dell’Istituto mons. Domenico Amato

135 715

VICARIATI II Vicariato Tavola rotonda sul tema “Domenica: lavoro sì, lavoro no” (Bari, Camera di Commercio, 19 ottobre 2012)

587

PARROCCHIE S. Maria La Porta (Palo del Colle) Il centenario di fondazione dell’Associazione parrocchiale di Azione Cattolica “S. Francesco di Assisi”

591

FONDAZIONE S. NICOLA E SS. MEDICI - FONDO DI SOLIDARIETÀ ANTIUSURA Relazione socio-pastorale del Presidente mons. Alberto D’Urso

243

IL CENTRO STUDI STORICI DELLA CHIESA DI BARI-BITONTO

475

PUBBLICAZIONI

143, 279, 389, 595

NELLA PACE DEL SIGNORE

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padre Vigilio Suma, O.F.M. Cap. mons. Giovanni Tomasicchio don Giacinto Ardito mons. Nicola Milella In memoria di mons. Nicola Milella di mons. Luciano Bux, vescovo emerito di Oppido Mamertina-Palmi mons. Gaetano Barracane

151 401 481 723 726 727

DARIO DELL’ARCIVESCOVO Gennaio 2012 Febbraio 2012 Marzo 2012

153 155 281


INDICE GENERALE Aprile 2012 Maggio 2012 Giugno 2012 Luglio 2012

283 403 405 483

Agosto 2012 Settembre 2012

484 603

Ottobre 2012 Novembre 2012 Dicembre 2012

605 729 731

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ANNOTAZIONI

743


BOLLETTINO DIOCESANO

l’Odegitria

Anno LXXXVIII n. 6

Bollettino Diocesano

6-2012

Arcidiocesi di Bari - Bitonto • Largo S. Sabino, 7 • 70122 Bari Arcivescovado: Tel.: 080 5214166 Curia Metropolitana: Tel.: 080 5288111 Fax: 080 5244450 • 080 5288250 www.arcidiocesibaribitonto.it • e-mail: curia@odegitria.bari.it

Registrazione Tribunale di Bari n. 1272 del 26/03/1996 Spedizione in abbonamento postale comma 20/c art. 2 L. 662/96 Filiale di Bari

Novembre - Dicembre 2012


Bollettino Diocesano Novembre-Dicembre 2012