Shanghai - Shikumen Dong Siwenli | Filippo Neri, Giulio Petri

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filippo neri giulio petri

SHANGHAI - SHIKUMEN Dong Siwenli Rilievo integrato per la conoscenza, reuso e rifunzionalizzazione di una Shikumen



tesi | architettura design territorio


Il presente volume è la sintesi della tesi di laurea a cui è stata attribuita la dignità di pubblicazione. “Per il contributo sostanziale alla ricerca in ambiente internazionale di campo degli interessi dimostrata nello svolgimento della tesi, ove questa non rappresenta solo un passaggio nel corso di studi ma u’ulteriore traguardo scientifico”. Commissione: Proff. Paola Puma, Stefano Bertocci, Michelangelo Pivetta, Giovanni Pancani, Alessandra Cucurnia, Stefano Galassi, Giovanni Minutoli

Ringraziamenti Si ringraziano tutti coloro che hanno contribuito alla nascita, creazione e stesura di questa tesi, gli amici e le famiglie.

in copertina Grafica rappresentante lo skyline di Shanghai.

a lato panoramica aerea di Dong Siwenli.

progetto grafico

didacommunicationlab Dipartimento di Architettura Università degli Studi di Firenze Susanna Cerri Federica Giulivo

didapress Dipartimento di Architettura Università degli Studi di Firenze via della Mattonaia, 8 Firenze 50121 © 2019 ISBN 978-88-3338-065-0

Stampato su carta di pura cellulosa Fedrigoni Arcoset


filippo neri giulio petri

SHANGHAI - SHIKUMEN Dong Siwenli Rilievo integrato per la conoscenza, reuso e rifunzionalizzazione di una Shikumen



pagina precedente Vista aerea di Dong Siwenli

Before… Without destroying, we do not build; with the word destroy in mind, we are building already. (Mao Zedong, c.a.1966) Today… We plan to divide the protection into three levels: the first tier is to keep and protect all the original architecture; the second tier is to mix new elements into old buildings; and the third tier is to rebuild the old architecture with some historic elements. (Zhuang Shaoqin, Director of Shanghai Municipal Bureau of Land & Resources, 2015)

Premessa

Il progetto nasce da una collaborazione internazionale tra il laboratorio di rilievo del professor Stefano Bertocci dell’Università di Firenze e il laboratorio di restauro del professore Cao Younkang della facoltà di architettura della Jiao Tong University di Shanghai, con lo scopo di rafforzare i rapporti internazionali tra i due istituti e con l’intento comune di comprendere e studiare le Shikumen di Shanghai. Nella tesi le Shikumen saranno analizzate da vari punti di vista: storico, essendo questa tipologia edilizia l’input dello sviluppo urbanistico della città; compositivo, identificando l’unicità dell’unione stilistica occidentale e orientale; sociale, perché studiando le esigenze della popolazione nei vari periodi storici si comprende la trasformazione architettonica; culturale, avendo queste conferito un’identità propria e unica alla città. Mantenendo la direttrice deduttiva, dal generale al particolare, si andrà a rilevare in maniera dettagliata il quartiere di Dong Siwenli nel distretto di Jin’an. Il motivo per il quale l’attenzione ricade su questa Shikumen risiede nella sua antichità e nella sua dimensione che la rende, da sempre, il più grande complesso della città. Dong Siwenli si contraddistingue anche per essere stato inserito nella lista dei cento siti storici protetti della città. Leggendo la tesi sarà possibile, attraverso un’attenta e dettagliata analisi della situazione attuale e del degrado, conoscere lo stato in cui si trova oggi la Shikumen. Entrando nel vivo del progetto saranno esposte, per il sito preso in esame, idee progettuali per una corretta e coerente riqualificazione che conferisca dignità e vitalità ad un quartiere attualmente disabitato e degradato. Il testo sarà accompagnato da elaborati grafici e informazioni digitali ricavate in loco al fine di agevolare la comprensione del progetto. Forti di una attenta analisi iniziale, prima di procedere alla fase progettuale, è stato di primaria importanza conoscere le disposizioni amministrative e i vincoli urbanistici che la città propone. Il primo passo progettuale sarà quello di ricollegare la Shikumen al tessuto urbano circostante in maniera coerente e sostenibile, per passare poi ad una scala d’intervento maggiore e concentrarsi nel costruito di Dong Siwenli. Infine, scopo implicito del progetto è quello di implementare ed allargare la rete di collaborazione, che il dipartimento di rilievo della facoltà di Architettura di Firenze ha stretto con la città di Shanghai, unendo forze e punti di vista differenti verso il comune scopo del progresso.

Stefano Bertocci Dipartimento di Architettura Università degli Studi di Firenze

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Il caso Shanghai

pagina precedente Mappa dell’Asia e di Shanghai

La città di Shanghai 沪 申 sorge sul delta del fiume Yangtse (fiume Azzurro) sulla costa orientale delle Cina bagnata dal mar Cinese Orientale ed attraversata dal fiume Huangpu, un affluente del fiume Azzurro. La città è attualmentela più popolosa al mondo poiché la sua municipalità arriva a contare oltre 24 milioni di abitanti. Etimologicamente il nome della città in cinese, Hu e Shann, significa ‘sul mare’ indicando la sua originaria posizione e il suo stretto rapporto con il mare. Amministrativamente la città è articolata in 17 divisioni, 16 delle quali sono distretti più una contea. La città, vista l’imponente mole, è riconosciuta e considerata al pari di una provincia, infatti negli ultimi decenni ha inglobato a se numerose città satellite diventando così una municipalità allargata che conta ben 50 milioni di abitanti. La singolare dimensione della città ha richiesto anche una straordinaria rete infrastrutturale per il trasporto e lo spostamento dei milioni di individui che transitano in questo luogo. Il sistema di trasporto pubblico cittadino, composto da metropolitana, autobus e taxi, vanta il primato mondiale per numero di linee, lunghezza delle tratte e dimensione urbana. La rete infrastrutturale stradale è un nodo importante per tutto il paese della Cina, poiché numerose autostrade nazionali e super-

strade attraversano e terminano proprio a Shanghai. In città si trovano frequentemente superstrade e sopraelevate dimostrando l’importanza del sistema infrastrutturale della città. Essendo una delle più grandi al mondo, la città dà la possibilità di essere vissuta sotto vari aspetti: storici, culturali, sociali, sportivi, urbani, ed economici. La poliedrica Shanghai si mostra ai suoi visitatori sempre diversa e innovativa. Tra un oceano di grattacieli le Shikumen oggi appaiono come poche e scarse isole distribuite a sprazzi nella città di Shanghai. Attraversando la città queste storiche residenze non si impongono per la loro massa, volume o altezza, al contrario spariscono ai piedi degli infiniti palazzi dominatori incontrastati del paesaggio urbano di Shanghai. Stretto tra la morsa di importanti arterie infrastrutturali, il quartiere storico di Dong Siwenli si presenta in planimetria come un rettangolo di 28.000 mq vantando il primato per grandezza nella totalità della città, al cui interno si apprezzano le storiche abitazioni ormai con più di un secolo di età. La compattezza dell’isolato ci porta all’interno di una dimensione tutta nuova rispetto alla moderna Shanghai, entrando dagli ingressi principali decorati con epigrafi e simbologie, si percepisce subito l’atmosfera sovran-

naturale di pacatezza e tranquillità, ormai qualità persa dal resto della città. All’interno si presentano 13 Lilong, corpi di fabbrica stretti e lunghi che saturano lo spazio creando un fitto ma piacevole labirinto urbano. Parzialmente abbandonata, si possono vedere le successive modifiche apportate dagli abitanti con l’obiettivo di aumentare lo spazio vivibile altrimenti insufficiente alle esigenze moderne. Storia di Shanghai La città di Shanghai si sviluppò a partire dal XII secolo. I suoi terreni paludosi vennero bonificati durante la dinastia Song (960-1279) e conobbe un’importante sviluppo divenendo un porto sempre più trafficato. Il ruolo – ed il volto - di Shanghai cambiò improvvisamente e radicalmente nel XIX secolo in virtù della sua posizione geografica, alla foce del fiume Yangtze: divenne la porta ideale al commercio marino con l’occidente. Durante la Prima Guerra dell’Oppio, all’inizio del XIX secolo, le forze britanniche occuparono per un breve periodo Shanghai. La guerra terminò con il trattato di Nanchino del 1842 che sancì l’apertura dei porti, Shanghai compresa, al mercato internazionale. Il Trattato di Humen, e il Trattato sino-americano di Wangsia permisero alle nazioni straniere di acquisire diritti di extraterritorialità sul

suolo cinese. Nel 1850 scoppiò la ribellione dei Taiping e nel 1853 Shanghai fu occupata dalla triade chiamata “Società dei piccoli coltelli”, nata all’interno del movimento dei ribelli. Gli scontri distrussero la campagna ma non interessarono gli insediamenti stranieri, meta di molti rifugiati dalla rivolta. Sebbene in precedenza ai cinesi non fosse permesso di vivere nei quartieri stranieri, nuove disposizioni del 1854 misero a disposizione nuova terra per la popolazione cinese. La Prima guerra sino-giapponese dal 1894 al 1895, combattuta per il controllo della Corea, si concluse con il Trattato di Shimonoseki che sancì l’entrata del Giappone tra le potenze straniere già presenti a Shanghai. I giapponesi, seguiti dalle altre nazioni straniere, contribuirono alla nascita delle prime industrie sul territorio di Shanghai. Ciò trasformò la città nel maggiore centro finanziario dell’estremo oriente. Durante il governo della Repubblica di Cina Shanghai fu dapprima costituita “città a statuto speciale” (1927) trasformata successivamente in municipalità (maggio 1930).

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La Marina Imperiale Giapponese bombardò Shanghai il 28 gennaio 1932 nel tentativo di sedare le proteste degli studenti cinesi. Conquistata dai giapponesi nel 1937, rimase territorio nipponico sino al 1945. Il 27 maggio 1949 cadde sotto il controllo comunista e fu una delle due uniche municipalità della Repubblica di Cina a non essere immediatamente annessa alle vicine province. Dopo il 1949 molte imprese straniere trasferirono le loro attività da Shanghai a Hong Kong e la città divenne centro industriale della rivoluzione comunista. Durante la Rivoluzione Culturale, Shanghai fu in grado di conservare la sua tradizionale elevata produttività e una relativa stabilità sociale. Quadro economico in passato La prima prova di insediamento di Shanghai si manifestò intorno al 5000 a.c., ma solo tra il 5 ° e 7 ° secolo si sviluppò come importante villaggio di pescatori, poiché nella zona dove il fiume Huangpu incontra il Suzhou Creek, e

poi come città mercantile nel dodicesimo secolo, beneficiando della relativa prossimità a Hangzhou, capitale della dinastia Song a sud. La dinastia Ming entrò nella storia del mondo durante il XIV secolo: in difesa contro i pirati giapponesi venne costruita una cinta muraria per circondare la città vecchia ed intorno al 1664 divenne un centro manifatturiero vitale per la produzione e lo smercio di cotone e del tessile. Tra Il XVII e XIX secolo, sotto la Dinastia Qing, l’economia di Shanghai fiorì significativamente: Shanghai cominciò a guadagnare più riconoscimenti da parte dell’Europa ed i prodotti quali seta, cotone e fertilizzante vennero esportati verso la Polinesia e la Persia. Poi arrivò il XIX secolo, che segnò la storia di Shanghai per la prima guerra dell’oppio, scoppiata nel 1839, per l’intenzione della società britannica East India di rendere Shanghai un centro commerciale per i prodotti come seta, tè e oppio alla quale si opposero i funzionari locali. La guerra si concluse nel

1842 con il trattato di Nanchino, nel quale si riconosceva ai britannici il diritto di avere concessioni nella città e di ignorare le leggi cinesi. Seguirono gli americani e i francesi, stabilendo concessioni negli anni a seguire. Negli anni ‘30 Shanghai divenne centro finanziario importante nella zona del Pacifico dell’Asia, infatti allora rappresentava la città asiatica più moderna ed il porto più importante.. Nel 1949, il comunismo assunse il controllo della città e delle istituzioni finanziarie. Molti stranieri lasciarono la città causando, negli anni tra il 1966 al 1976, il crollo dell’economia finanziaria, mentre la rivoluzione culturale forzò migliaia di persone a stabilirsi in località rurali differenti. L’economia ricominciò a vivere con Deng Xiaoping nel 1978, attraverso riforme che fecero riguadagnare salute allo stato economico della città, facendola economicamente esplodere.

Prospettive future Nel 2014 la conferenza centrale sulla nuova urbanizzazione della città ha promulgato il programma nazionale per il nuovo Masterplan urbano (20142020), definendo i nuovi requisiti per le idee guida e gli obiettivi di sviluppo. Di fronte alle nuove esigenze, il nuovo ciclo di sviluppo progettuale urbano di Shanghai studierà ulteriormente gli obiettivi e le linee per la crescita futura. Pur innovandosi nelle idee e nei concetti, dovrà rispettare le linee guida, specificando percorsi ed esigenze che mettano le persone in primo luogo, migliorando al contempo il senso di sicurezza, di felicità e il grado di soddisfazione dei cittadini. Un comitato dovrà sostenere il pubblico con il meccanismo della partecipazione attiva e con mezzi che definiranno ed espliciteranno tutte le direzioni, i multi livelli e i vari canali intrapresi. In termini di direzioni di sviluppo urbano, l’obiettivo s’incentra quindi sulla politica generale di “guidare lo sviluppo con l’innovazio-


ne, aggiornando l’economia attraverso la trasformazione”. In termini di struttura urbana dello spazio, Shanghai deve allora prendere l’iniziativa di fondersi nello sviluppo integrato dello spazio, rinforzando la pianificazione urbana, rurale e quindi la pianificazione complessiva delle risorse oceaniche e terrestri. Attenersi al concetto di base di decentralizzazione organica, e definendo il confine di sviluppo urbano, la città formerà il modello di spazio urbano intensivo, compatto e di rete, garantito dal sistema di politica spaziale, per una completa copertura che si basi sullo spazio ecologico caratterizzato da “cerchio, cintura, corridoio e regione” e orientato alla struttura dello spazio “Aperto e multi centrico”. In termini di scala di uso del suolo, il futuro di Shanghai dovrebbe rigorosamente porre attenzione alla superficie totale di sviluppo prevista, poiché riscontrando l’effetto della subsidenza del terreno dovuta al territorio alluvionale, si dovrà sforzare di realizzare l’aumento

zero della superficie totale di sviluppo programmato (3.226 kmq). In termini di layout di spazio industriale invece, il futuro di Shanghai dovrebbe mirare a costruire un sistema economico globale, migliorando il proprio ruolo di leader, aggiornandosi continuamente e formando una struttura centrale basata sull’economia di servizio. Dovrà allora fare grandi sforzi per incoraggiare tale settore, diminuendo l’uso di terra a scopo industriale attraverso la riqualificazione e consumando efficacemente la terra, migliorandone l’uso. Quadro economico odierno Shanghai è la più vasta e grande città commerciale e industriale della Cina. Con lo 0,1% di territorio del paese, fornisce oltre il 12% del reddito nazionale e gestisce più di un quarto del commercio totale che passa attraverso i porti della Cina. La sua popolazione nel 2010, secondo l’ultimo censimento, era 23.020.000 evidenziando un aumento di 6.610.000 dal 2000. La dimensio-

ne media di una famiglia a Shanghai è scesa a meno di tre persone nel corso degli anni 1990, dimostrando che la maggior parte della crescita della popolazione è guidata dalla migrazione piuttosto che dalle nascite. Sconfinata nel suo territorio amministrativo, la città durante l’anno 2010 era composta di 16 distretti ed una contea, occupando 6.340,5 chilometri quadrati, tra i quali Chongming, il distretto a nord, contiene una notevole estensione di terra rurale ancora coltivata dai residenti per il proprio sostentamento. La città ha la più alta densità demografica di tutte le unità amministrative di primo ordine in Cina, con 3630.5 ab/km ² nel 2010 ed a causa della sua crescita continua e dello sviluppo industriale e commerciale, ha anche il più alto indice di urbanizzazione, con il 89,3% della popolazione ufficiale (20,6 milioni) classificati come cittadini. Dagli anni ottanta, l’economia di Shanghai si è spostata da oltre il 77% del prodotto interno lordo nel settore manifatturie-

ro secondario ad una distribuzione settoriale più equilibrata del 48% nell’industria e del 51% nei servizi nel 2000 e 2001. L’occupazione in manifatturiero ha raggiunto quasi 60% nel 1990 ed è diminuita costantemente al 41% nel 2001, mentre l’occupazione nel settore terziario si è sviluppata dal 30% del 1990 a più del 47% nel 2001. La rapida crescita della popolazione, delle fabbriche e dei veicoli a motore ha generato problemi ambientali: gli esperti dicono che i problemi principali coinvolgono l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e l’accumulo di rifiuti solidi.

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pagina precedente Foto di un vicolo di Dong Siwenli

Storia delle Shikumen Nella sua storia, Shanghai ha vissuto numerose fasi di sviluppo e cambiamento, venendo paragonata anche alla capitale francese, tanto da valergli il nome di ‘Parigi dell’oriente’: entrambe le città vissero una straordinaria crescita immobiliare diffusa che ne saturò il tessuto urbano. È proprio quest’ultimo che, attraverso un’analisi accurata e soprattutto un confronto delle varie epoche, risulta essere uno degli aspetti più interessanti e importanti per la comprensione della città stessa e dei suoi abitanti. L’attuale urbanizzazione sta saturando il terreno comprimendo lo spazio dei percorsi pedonali che stanno man mano scomparendo. Tuttavia, se si rallenta per osservare gli spazi tra gli edifici, è possibile trovare prove di una città più antica nascosta all’interno del blocco. Rare testimonianze tra le strade della città sono gestite da guardie, monitorando i flussi di pedoni che entrano in strette corsie che a loro volta si collegano a una rete di residenze di bassa scala. Conosciute anche come longtang o lilong (tradotte come “corsie della comunità”), queste arterie pedonali furono importanti per la formazione di un’architettura residenziale unica a Shanghai dal 1850 agli anni ‘40. Come in un puzzle di legno, la disposizione dei vicoli, delle abitazioni e

All’interno delle Shikumen

dei cortili creava schemi di incastro che governavano la vita della comunità in molti quartieri della città. L’architettura di tale struttura urbana veniva riconosciuta col termine lilong, anche se spesso era indicata come “architettura Shikumen”, riferita alle residenze che delimitavano le corsie. Shikumen è quindi uno stile architettonico unico nel suo genere, il quale identifica una specifica categoria di abitazioni (per la maggior parte residenziali) che hanno caratterizzato e identificato lo stile di vita di Shanghai per oltre 100 anni, ma che ancora oggi resistono. La particolarità dello stile si deve ad un perfetto connubio tra elementi costruttivi tradizionali cinesi e la distribuzione spaziale, attraverso la ripresa del modello a terrazza, ed urbanistica occidentale, che sposandosi hanno dato vita ad un nuovo stile di vita non ancora esplorato in Oriente. Nel 1930, periodo più florido delle Shikumen, era possibile individuare la presenza contemporanea di più di 200.000 edifici di questo tipo, i quali ospitavano l’88% della popolazione di Shanghai. La Shikumen, mostrandosi come un edificio residenziale senza grosse pretese, e quindi di basso profilo, divenne facilmente la casa del popolo. Questa nascita e diffusione sembra prende-

re alla lettera la dichiarazione di Winston Churchill “inizialmente diamo forma all’edificio, ed infine l’edificio darà una forma a noi”, così come le Shikumen sono state un prodotto creato e pianificato dall’uomo, ma che ha influenzato e plasmato intere generazioni di Shanghai. Shikumen o Shigumen? Etimologicamente le “Shikumen” sono soggette a varie ipotesi sull’origine del nome. Il termine ‘gu’ per esempio, la cui pronuncia fu poi trasformata da ‘gu’ a ‘ku’ dagli abitanti di Shanghai, in cinese indica il cerchio metallico in ferro utilizzato per bloccare le aste di legno delle botti, quindi si pensa che un’ipotesi della derivazione del nome delle residenze provenga proprio dal fatto che le porte d’ingresso presentavano una cornice simile al ‘gu’. Un’altra ipotesi deriva invece dalla parola ‘Kumen’ ovvero una porta esterna di un antico palazzo. Nei primi anni di apparizione, la residenza Shikumen solitamente presentava una struttura misto mattone-legno, con porte ed accessi verniciati di nero con timpani a forma di testa di cavallo, derivanti dalla tradizione stilistica cinese, mentre l’interno trovava somiglianze con gli edifici della città di Anhui, nella regione di Jiangnan, durante la dinastia Qing. In questo pe-

riodo molti viaggiatori cinesi facevano tappa in quella città, arricchendola e facendola diventare un simbolo di benessere, il cui successo permise la creazione di varie costruzioni in grado di ospitare molte persone in poco spazio, ove le famiglie dovettero iniziare a condividere le stesse abitazioni. Differentemente delle abitazioni quadrangolari del nord, gli edifici ad Anhui erano composti da tre sezioni ed un cortile centrale, ove le decorazioni di pareti e porte si potevano trovare nel laterizio e nel legno. La sala era centrale e sulle ali di questa si aprivano le camere; attraverso una porta si accedeva alle scale, le quali conducevano alle camere riservate alle donne. Il tutto era decorato con stile ed eleganza antica. Questo stile venne riproposto proprio a Shanghai con gli edifici Shikumen, la cui differenza stava nel fatto che in questa città il terreno possedeva un valore molto alto, dovendo quindi rielaborare inevitabilmente il modello di Anhui in uno stile più compatto e affiancando le unità abitative in uno sviluppo longitudinale.

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a sinistra Mappa delle concessioni straniere a Shanghai pagina successiva Schema di un insediamento Shikumen

Le origini delle Shikumen La casa Shikumen di Shanghai è nata come un modello di alloggio per i proprietari dei terreni sotto concessione britannica e francese, derivanti da una risoluzione della prima guerra dell’oppio. Sotto il trattato di Nanchino del 1842, gli stranieri negoziarono il controllo completo e a lungo termine dei suddetti distretti per scopi commerciali e per la costruzione di alloggi per i cittadini stranieri che si trasferivano in città. Ben presto divenne però chiaro che gli stranieri da soli non potevano riempire i distretti, portando così a negoziati con il governo locale per ospitare i migranti cinesi, che si trasferirono in città dalle province rurali per intraprendere lavori di fabbrica e lavori commerciali. La prima concessione a Shanghai fu quella inglese nel 1842, nei cui primi anni fu esplicitamente stabilito che gli stranieri e i residenti cinesi avrebbero vissuto separatamente. Tuttavia, con lo scoppio della rivolta civile nel 1850, i cinesi si precipitarono in insediamenti stranieri per chiedere asilo e, vedendo questo come opportunità di business, gli stranieri cominciarono a costruire

case economiche e compatte per l’affitto. Spesso costruite in legno, queste case erano però note essere un rischio di incendio per tutti, non solo per i residenti, richiedendo quindi un necessario miglioramento degli standard dell’abitazione. Dal 1870, quando Shanghai divenne un importante porto mondiale e un centro dell’industria e del commercio, gli stranieri cominciarono a costruire, nelle loro concessioni, case migliori spesso realizzate sul modello a terrazza o sugli alloggi a schiera britannici, divenendo note come case Shikumen di Shanghai. L’origine della nascita del modello edilizio Shikumen si deve, prima di tutto, ai movimenti migratori verso Shanghai. Con l’entrata in vigore nel 1843 del trattato portuale, un grande numero di lavoratori dalle province circostanti affluirono verso la città. Tale flusso fu rafforzato anche da una situazione politicamente non stabile: le terre lungo il fiume Yangtze nel sud della Cina, intorno agli anni 50 dell’800, per una quindicina di anni ospitarono una guerra civile, la ribellione di Taiping, durante la quale si animò

la “Small Swords Rebellion” a Shanghai nel 1853. Il conflitto civile creò così un forte flusso migratorio della popolazione, la quale arrivò a Shanghai con l’intento di trovare una vita più stabile, mentre i ricchi proprietari, uomini d’affari e ministri di governo di Shanghai furono costretti a dare in concessione numerose terre in lotti da 3 Kmq per potersi proteggere. Fu così che sfruttando questa situazione, i cittadini europei presero in concessione queste terre e vi costruirono, per la prima volta, le prime ed originali costruzioni Shikumen a scopo speculativo: abitazioni in serie da affittare, che rispondevano alla necessità di dare una residenza alla popolazione migrante. Con l’aumento della domanda di alloggio dei nuovi residenti cinesi, i proprietari immobiliari intrapresero la costruzione di sempre più edifici, costruiti principalmente in legno, materiale a buon mercato e veloce per costruire. La persistenza di questo tipo di architettura ha fornito un modo semplice per ripetere solide pratiche lavorative, capitalizzando le tradizioni locali dell’edilizia e creando un tessuto den-

so di residenze che potevano essere commercializzate sia per la popolazione occidentale che per un pubblico cinese abituato a vivere in abitazioni che condividevano somiglianze con le città d’acqua fuori da Shanghai. Così si affermò definitivamente il prototipo di Shikumen, in cui il termine “Shi” identifica la pietra per enfatizzare la solidità della struttura. Le abitazioni erano accostate a schiera formando lunghi corpi di fabbrica denominanti ‘lilong tang’, a volte tradotti come “Lane Houses” in inglese. Letteralmente il termine ‘Lilong’ definisce una tipologia compositiva propria delle Shikumen; ’Li’ indica infatti una fila di case, mentre ‘long’ definisce un piccolo vicolo; nel complesso quindi il ‘Lilong’ è definibile già inizialmente come un quartiere composto da vicoli e case a schiera. Nel 1853, in 10 mesi, vennero costruite 800 dimore di questo tipo che, come già visto a causa della loro infiammabilità, furono vietate dalle autorità: nel 1860 nelle concessioni straniere della città di Shanghai c’erano 8.740 vecchie caserme in legno e 17.556 edifici cinesi, di cui 5.065 erano nelle concessio-


ni francesi, mentre i restanti nelle concessioni americane e britanniche. Tuttavia va accennato che, per mano dello sviluppo fiorente del mercato immobiliare di Shanghai, gli investitori riuscirono comunque ad adattare terrazze di legno nel modello Shikumen, riprendendo la tipologia occidentale ma utilizzando una diversa tecnica: la tecnica cinese tradizionale denominata ‘litie’, caratterizzata dal telaio in legno e dall’impiallacciatura del mattone a carico-cuscinetto per la costruzione. A questa seguiva poi l’adozione di un cortile tripartito tradizionale o quadripartito per ogni residenza, comunemente trovato nella regione di Jiangnan. Successivamente, le Shikumen realizzate nel 1860 presentavano un numero di camere maggiori, arrivando a “cinque sopra e cinque sotto” ed a “sei sopra e sei sotto”. Queste non erano case lussuose ma comunque riservate a famiglie benestanti, ove l’affitto annuale ammontava, in media, a 500 Liang (1 liang= 0,05kg di dollari d’argento). Lo sviluppo storico e la trasformazione della città negli anni seguenti portarono mutamenti anche alle prime forme di Shikumen, dando quindi la possibilità di studiarne ed identificarne uno sviluppo storico-architettonico. Infatti dal 1870 al 1910 si possono individuare le prime vere tipologie Shikumen, costruite come abitazioni a 5 alloggi (5-jian) o 3 alloggi, le cui configurazioni urbane erano molto simili nella morfologia alle case rurali della provincia di Anhui nella regione a sud-ovest di Shanghai, ponendo l’orientamento degli spazi abitativi a sud e degli spazi di servizio a nord.

Composizione volumetrica e spaziale Le prime case Shikumen La prima tipologia di casa Shikumen, quindi, si afferma intorno al 1870 protraendosi fino al 1910. La loro caratteristica principale era il layout, ovvero una casa residenziale tradizionale del sud della Cina ma con una derivazione occidentale, poiché la distribuzione era lineare secondo la “casa a schiera”. Il risultato di questo fu una casa che affondava le proprie radici sia nella Cina sia nell’occidente. Inizialmente, essendo state costruite a scopo speculativo, queste residenze erano pensate e realizzate per massimizzare le volumetrie nelle concessioni disponibili, così che i vicoli raramente misurassero più di 3 metri. La casa era formata da due parti, una principale ed una retrostante. La principale si sviluppava su due piani, mentre il retro aveva un piano solo ricalcando le case tradizionali cinesi, anche se ad una scala minore. Tenendo conto che generalmente questa prima tipologia era caratterizzata da una larghezza tipica di circa 14 metri e un’altezza di circa 2,8 metri, la disposizione degli spazi e degli elementi di collegamento interna seguiva regole precise: la composizione planimetrica era tripartita con una sala centrale davanti al cortile e affiancata da due ali, secondo la perfetta tradizione cinese. Centocinquanta anni fa, una ricca famiglia cinese poteva vivere in un complesso di tre sezioni con tre stanze a est, a nord, a ovest, un muro al confine sud e un piccolo cortile privato nel mezzo. Inserendo questi edifici indipendenti in file e lasciando percorsi tra questi, si otteneva quello che il popolo di Shanghai in quel momento chiamava Longtang, o lilong (che significa una riga o un vicolo). Il Lilong è organizzato come uno scheletro di pesce, con la Shikumen che si apre sulle strette strade delle costole scheletriche. Questo sistema si basa su

una combinazione di una o due strade principali con strade laterali strette che conducono ai vicoli ciechi con le case. Fuori dalla trama, questi edifici formano una facciata continua traforata da portali in pietra che sono il punto di accesso alle strade principali del lilong. La gerarchia della rete, chiamata longtang, è essenziale per stabilire una gradazione di intimità. La sequenza dinamica dello spazio dalla principale via pubblica alle piccole corsie semi-pubbliche, ai cortili semi-privati e infine al cuore della casa incoraggia le interazioni sociali e lo sviluppo delle piccole imprese. Mentre la vita di strada è totalmente eliminata in prossimità di grattacieli, queste strade ricche e vivaci possono essere paragonate come un ecosistema in cui sono fornite tutte le attività. Questi villaggi sono favorevoli allo sviluppo commerciale su piccola scala. Il lavoro e la casa sono spesso collegati tra loro, quasi fondendosi secondo il significato di “jia” in cinese che caratterizza la casa, la famiglia e il luogo che generano ricchezza per la famiglia. A differenza della nuova tipologia di blocco che invade le città cinesi, le comunità sono a misura d’uomo, offrendo un’intimità speciale appropriata per l’abitazione e la vita quotidiana. Questa funzione facilita la raccolta sociale ed il fondamento di una sana sfera civica.

Attraversando il cancello d’ingresso si accedeva, al piano terra, ad un tradizionale cortile cinese quadrato (che poteva avere bambù e susini piantati vicino al muro), di fronte al quale si trovava il salotto come stanza principale, che possedeva una camera anteriore e presentava una finestra francese ricalcante e semplificante la porta a pannelli cinese. Questi due spazi, il soggiorno ed il cortile, rappresentano il cuore della Shikumen ed aprendo le portefinestre, diventano un tutt’uno: all’inizio dell’inverno la luce del sole si riversa nella stanza mentre la brezza arriva durante la metà della primavera. Ai lati del salotto si aggiungevano due ali contenenti ciascuna una camera, solitamente utilizzate come camere da letto o stanze studio, mentre l’illuminazione proveniva dal cortile prospiciente il salotto. Dietro il salotto una rampa di scale in legno portava al primo piano mentre, dietro di esse, seguendo il piano terra, era nascosta la cucina, sopra la quale si trovava il deposito per il grano e le vivande, noto anche come “soffitta”, munita pure di terrazza. Infine, sul retro della casa si apriva un secondo cortile, grande la metà di quello principale che conteneva un pozzo di luce. In questo cortile si trovavano altri ambienti adibiti a ma-

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Shikumen della prima epoca con distribuzione interna pagina successiva piante di una Shikumen dello stile ‘tardo’ 1. Vicolo 2. Cancello d’ingresso 3. Cortile 4. Salone d’ingresso 5. Scala laterale 6. Scale 7. Area di servizio 8. Camera

gazzino per grano e vivande. Passando attraverso la cucina si poteva accedere quindi alla porta sul retro della casa; questo riflette la direzione opposta del viaggio negli alloggi a schiera nei quartieri della classe operaia nel Regno Unito, dove il cortile è considerato il retro della proprietà piuttosto che l’ingresso. L’elemento più notevole all’interno dell’alloggio Shikumen è la sua disposizione simmetrica, caratteristica dell’architettura tradizionale cinese, che assieme al suo spazio chiuso forma un recinto completo intorno alla famiglia e protegge gli spazi abitativi dagli estranei. Il cortile, anche se è stato leggermente criticato da molte persone negli anni precedenti per non essere grandioso e imponente, serve diverse funzioni di base come lavare, asciugare, rilassarsi, conversare, diventando spazio sociale fuori dai confini dell’edificio. Le prime versioni di queste case a più alloggiamenti furono costruite con la citata tecnica cinese tradizionale denominata “litie”, seguendo la tradizione dei villaggi rurali costruiti da carpentieri locali, che fornivano una pronta fonte di lavoro. Il riempimento in

muratura, tra questi elementi lignei strutturali e le pareti di facciata, forniva stabilità laterale, ma la differenza con le tradizionali case residenziali del sud, cioè quelle di Anuhi, sta nel fatto che le Shikumen avessero due piani realizzati in misto mattone-legno, mentre, attraversato il cancello d’ingresso, si apriva un’area denominata “Tianjing”: una residenza che mostrava una camera su entrambe le ali della stanza principale era chiamata ‘tre sopra tre sotto’, mentre la residenza che presentava una camera solo su un’ala della sala era ‘due sopra due sotto’, ed infine quelle che non avevano alcuna camera era semplicemente ‘una sopra e una sotto’. Elementi come padiglioni e soffitte derivano dalla tradizionale costruzione ornamentale cinese, nella quale la soffitta risultava il luogo dove si soffriva maggiormente le scarse condizioni di vita. Questa si affacciava a nord ed in inverno i venti freddi e le piogge penetravano facilmente; inoltre, posizionata sopra la cucina, ma sotto il locale per stendere i panni, comportava un’esposizione ai vapori ed un’insopportabile riscaldamento durante l’estate.

Shikumen: stile cantonese Nel 1890, per differenziarsi dal primo tipo di Shikumen, venne realizzata una piccola quantità di abitazioni in stile cantonese. Queste abitazioni erano frutto dell’immigrazione nel distretto di Hongkou da parte di cittadini provenienti da Guangdong. Questo particolare tipo di residenza era differente dalle solite Shikumen, poiché non presentava né il cancello d’ingresso né il cortile anteriore, mentre la lunghezza delle abitazioni era stata ridotta, realizzandole nel complesso più compatte. Nella composizione, il salotto era alto 3 metri e sul retro presentava una piccola cucina, mentre il secondo piano era sempre di 3 metri ed ospitava le camere da letto. Il vano scale era disposto al centro della casa e la terrazza era collegata con la sala principale. Tardo stile Shikumen Con l’arrivo del XX secolo, più precisamente intorno al 1890, la popolazione di Shanghai superò il milione di unità, derivandone che le Shikumen dovettero adattarsi al quantitativo di persone e diventare sempre più compat-

te. Venne ad instaurarsi così una nuova fase architettonica definita dal “tardo Shikumen” (1910-30), che venne messa in pratica prevalentemente nelle concessioni francesi nella parte centrale della città e che vide da subito una differenziazione dei vicoli, prima tutti equivalenti, con un ampliamento per porre più attenzione all’illuminazione, alla vegetazione e per permettere il transito veicolare. I nuovi inquilini delle Shikumen si erano trasformati nella nascente classe media di Shanghai, e non avrebbero mai pensato ad un alloggio indipendente a tre stanze, dando vita ad un processo socialmente trasformativo. Questi residenti erano ora ingegneri, studiosi, avvocati, scrittori, dottori, giornalisti, attori, artisti, uomini d’affari: professionisti ben istruiti che scoprono uno stile di vita occidentale e alla moda. Quello che la Shikumen offriva era la possibilità di infiltrarsi in un circolo sociale superiore per costruirsi un futuro migliore. Durante questo periodo infatti, la nuova forma residenziale era caratterizzata da due o un modulo abitativo e mezzo vedendo così anche unità a tre piani, con l’aggiunta dei soppalchi alle came-


re nelle ali, che aumentavano la densità di popolazione e di unità abitative dei distretti in concessione nel tessuto urbano. La dimensione di queste case sarebbe stata in media tra 1.800 e 2.500 piedi quadrati, cioè tra i 167 e i 232 metri quadrati. Questo abbassò gli affitti, permettendo anche a persone di ceti sociali inferiori di trasferirvisi. Dall’istituzione del governo repubblicano in Cina si vide un flusso di urbanizzazione e di migrazione dalle campagne alla città molto intenso. Durante quel periodo, la popolazione della città stava aumentando esponenzialmente di circa 10.000 persone ogni anno, ma le case Shikumen originali non avrebbero potuto ospitare così tanti migranti. Per risolvere questo problema alcune persone si trasferirono nelle soffitte, che erano utilizzate per conservare le varie merci, ma dal momento che risultavano molto strette, basse e senza finestre, crearono i seri problemi di illuminazione e ventilazione precedentemente definiti. Come risultato, i residenti decisero di aprire abbaini sul tetto che si affacciavano a sud per arieggiare la stanza e facilitare la ventilazione con aria fresca. Nelle belle giornate, i residenti in soffitta avrebbero aperto l’abbaino per godersi il sole e avere un po’ di aria fresca, ma in caso contrario, sarebbe stato piuttosto soffocante vivere in una stanza sigillata e che separava dal mondo esterno. Gradualmente, il termine “aprire l’abbaino” è stato esteso per essere utilizzato nella vita quotidiana. Per esempio, di fronte ad un problema, gli indigeni di Shanghai preferiscono “aprire l’abbaino” (parlare apertamente e direttamente) piuttosto che, al contrario, “battere intorno al cespuglio”. Al giorno d’oggi, il termine è ancora ampiamente usato ma, anche se le generazioni più giovani lo usano molto, sanno poco della storia dietro di esso.

Mentre la prima tipologia di residenza era stata realizzata con un pian terreno in mattoni, il secondo piano e la copertura in legno, per la fase tarda delle Shikumen si veniva invece ad utilizzare molto spesso il calcestruzzo, in particolare per soppalchi, soffitte e terrazze. Per le pareti e per i timpani non si utilizzavano più piccole piastrelle lavorate a mano ma elementi realizzati in fabbrica, mentre per la finitura esterna si utilizzava soprattutto mattone rosso e grigio; lo stile occidentale risaltava maggiormente nelle decorazioni e nelle rifiniture. Inoltre è interessante osservare che sul muro della Shikumen ci fossero sempre due scatole di legno o di ferro. Una era la scatola del latte in cui il lattaio avrebbe messo una bottiglia di latte fresco ogni mattina, mentre l’altra era la cassetta della posta per le lettere indirizzate alla città natale. Attraverso questa piccola analisi temporale, si può affermare quindi che tale stile dominò incontrastato dall’inizio del 1860 fino ai primi decenni del XX secolo, quando si presentavano comunque piccole, per chi proveniva da aree rurali, e poco attrezzate (mancavano i servizi igienici) per chi veniva da aree più occidentali. Est + Ovest La tipologia architettonica degli alloggi dei lavoratori, proveniente da un denso modello urbano britannico e più in generale da quello europeo, è servita come forma-tipo per lo sviluppo della maggior parte dei Lilong: generalmente vengono disposti gli spazi interni comuni a sud mentre quelli di servizio a nord. Questa distribuzione sud-nord degli elementi abitativi avrebbe fornito la disposizione fondamentale come schema base per corsia, per i sottolivelli ed infine per la disposizione del singolo blocco. Quindi, la maggior parte delle strade principali che percorre-

vano la città da Est ad Ovest fungevano come punti d’ingresso nel tessuto urbano. I cortili esterni ed i pozzi di luce erano tra le caratteristiche principali delle residenze Shikumen, affinché potessero fornire un’illuminazione e ventilazione appropriata. Le tipologie britanniche di tali residenze offrivano spesso spazi esterni, in particolare i cortili che, oltre a permettere alle famiglie di coltivare pianta, rappresentavano l’elemento che più trovava sintonia con i modelli di vita della casa tradizionale cinese: sebbene il cortile nell’architettura shikumen fosse troppo piccolo per scopi agricoli, serviva a fornire i bisogni domestici essenziali come il lavaggio e l’asciugatura dei vestiti, la preparazione dei pasti e altri usi quotidiani. Queste somiglianze nella pianificazione spaziale

e nella sistemazione della casa hanno contribuito ad ancorare le esigenze sia asiatiche che occidentali, portando alla definizione, allo sviluppo e alla conservazione nel tempo della tipologia Shikumen. Resistente all’influenza dei libri di architettura, la shikumen rappresenta uno sviluppo più naturale dell’architettura, dello spazio e della cultura. Da un lato, offriva spazi confortevoli e familiari agli stranieri: per gli occidentali era consuetudine una chiara interpretazione del parlatorio pubblico e degli alloggi privati; la separazione dei rituali familiari e quotidiani era paragonabile alle norme europee sull’abitazione; la cucina e i servizi privati erano stati assegnati a una posizione su-

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Sezione ambientale di un quartiere Shikumen

bordinata all’interno della casa, e la maggior parte delle esigenze igieniche e personali potrebbero essere nascoste dalle attività familiari generali. D’altra parte, questa disposizione densa si adattava anche alla casa cinese tradizionale, che era familiare all’architettura delle mura perimetrali a protezione dell’organizzazione patriarcale degli spazi interni. Anche le pratiche artigiane hanno contribuito alla definizione del tipo residenziale. Le caratteristiche progettuali degli interni sono infatti state eseguite da artigiani locali: dettagli e modi di costruzione nelle prime case Shikumen riflettevano la conoscenza edile cinese, mentre gli spazi d’intrattenimento e sociali erano spesso caratterizzati da finiture occidentali più alla moda. Allo stesso tempo, il resto degli arredi e delle attrezzature della casa veniva affidato a commercianti, artigiani mobili, ebanisti e finitori locali. Ad esempio, si potrebbe trovare carta da parati moderna nel salotto degli ospiti e in altre aree formali della casa, mentre le cucine, i vani scale e le stanze di servizio erano caratterizzati da falegnameria tradizionale cinese e altri dettagli artigianali locali. La costruzione in pietra (in particolare i cancelli in pietra) ha incoraggiato l’uso di materiali e manodopera loca-

li infatti, allo stesso tempo, la durabilità di questi materiali faceva parte anche delle esigenze difensive della casa in un periodo in cui i cinesi temevano nuovi disordini civili da parte degli aggressori. La forte opacità dei muri di mattoni tra le case, oltre a ridurre notevolmente il rischio di incendio, limitava anche l’interazione diretta tra vicini. dalla ‘casa a schiera britannica’, con il comportamento sociale e l’architettura tradizionale decorativa delle zone più basse bagnate dallo Yangtze, fiume Azzurro, che rimane il fiume più lungo dell’Asia. Successivamente, anche se le Shikumen nacquero in assenza di uno stile riconosciuto, poiché il modello venne esportato ed utilizzato anche in altre città portuali, nel 2010 il governo cinese le riconobbe, nel registro del patrimonio culturale, come tecnica architettonica ufficiale di costruzione denominata “Shikumen Lilong” e divenendo così un vero e proprio stile architettonico. Analizzandola dal punto di vista dello stile architettonico e decorativo, come già preannunciato, l’elemento caratteristico di una vecchia costruzione Shikumen è il cancello principale prominente, situato sull’asse centrale di ogni abitazione con i portelli gemellati fatti di legno pesante massiccio e ver-

niciati in nero lucido. Questo portone principale era inoltre incernierato ad un robusto telaio lapideo, ove l’architrave, che inizialmente riportava elementi caratteristici cinesi, era in mattoni tradizionali rivestiti in piastrelle scure, mentre successivamente vennero introdotte figure occidentali come decorazioni triangolari, circolari o rettangolari con simbolismi che indicavano la classe economica. Invece, il frontone in pietra grigia, a forma di triangolo o semicerchio, della porta d’ingresso ai vicoli conteneva disegni che andavano dal semplice all’elaborato. All’interno delle Shikumen si potevano riscontrare due tipi di cancelli: le porte d’ingresso delle corsie e i cancelli di pietra. Nel periodo di massimo splendore delle Shikumen, le intestazioni delle porte d’ingresso, derivanti dalle caratteristiche geografiche, storiche e culturali, e la larghezza dei vicoli identificavano e riflettevano la classe economica del quartiere. Tra i molti, alcuni vicoli portavano il nome di luoghi o persone importanti, altri avevano invece denominazioni riferite alla pace e alla prosperità. Alcuni vicoli avevano fiori disegnati e dolci occidentali incisi sopra all’ingresso degli stessi, altri possedevano invece belle ed intricate sculture delle quali

potevano godere i residenti disposti ad una buona distanza. Le più uniche sono però le Shikumen autonome, che acquisirono lo spirito e l’influenza del nucleo familiare, con i simboli accuratamente scelti come pesche per la longevità o un elefante a significare la saggezza. Questa fusione di stili si apprezza maggiormente nelle decorazioni delle porte d’accesso, mentre la decorazione interna si rispecchia in decorazioni e sculture lignee tradizionali cinesi, mescolate con tegole in terra occidentali, ringhiere in ferro o persiane. Nell’osservazione temporale è però possibile affermare che, dal punto di vista del decoro stesso, quello tradizionale cinese è stato utilizzato ampiamente nella prima tipologia Shikumen, lasciando via via più spazio al gusto occidentale fino ad attingere perfino al barocco. Parallelamente allo sviluppo del modello di abitazione Shikumen precedentemente fatto, l’analisi temporale dello storico complesso deve essere fatta indiscutibilmente anche per quell’elemento che più di tutti ne definisce e individua lo stile: la porta. L’evoluzione delle porte interagiva direttamente con lo stile ed il livello delle Shikumen alle quali serviva. All’ingresso di ogni corsia si trovava infatti un arco che, tramite decorazioni e


Distribuzione planimetrica di una Shikumen dello stile ‘nuovo’

incisioni, definiva il quartiere, la strada o la classe sociale, rendendo ogni vicolo ben riconoscibile ed identificabile. La prima fase delle Shikumen è definita da abitazioni principalmente in legno, facilmente infiammabili e quindi poco adatte, così già nel 1890 vennero smantellate e sostituite da abitazioni in misto mattoni e legno. In questo caso l’architrave era di forma molto semplice, un rettangolo in pietra decorato con cornici, ma in questa fase non mostrante sculture o indicazioni di alcun tipo sull’architrave. Tra il 1860 e l’inizio del XX secolo l’architrave degli accessi alle Shikumen si trasforma da semplici rettangoli senza decorazioni a rettangoli o figure concave e convesse, presentando due triangoli simmetrici o rombi su entrambi i lati del bordo inferiore, mentre il bordo superiore del telaio è decorato con mattoni grigi, ma sempre in assenza di sculture e indicazioni.Nel 1910, gli architravi presero sempre più la via della decorazione, mostrando ornamenti e rilievi in stile greco e romano e presentando anche il nome del vicolo e la data di costruzione. Nel 1920 divenne popolare invece scolpire e decorare triangoli e timpani sopra l’architrave delle porte, ornandoli con disegni in stile occidentale e caratteri cinesi. Nel telaio dell’accesso, sot-

to il timpano, spesso compariva la data di costruzione e il nome del vicolo. Sempre nel 1920 si può individuare una particolare porta svilupparsi negli angoli delle residenze: una porta ogivale decorata con disegni floreali, date e nome del vicolo. Dopo il 1930 lo stile tradizionale cinese prese maggiore diffusione nelle decorazioni degli accessi. Le disordinate finestre e balconi sul tetto, usati prima per asciugare i vestiti, vengono trasformati in attici, con conseguente spostamento nel vicolo sia del lavaggio che dell’asciugatura del bucato. Società e cultura Il padrone di casa Come già annunciato precedentemente, i primi ad investire su questa tipologia abitativa sono stati gli uomini d’affari occidentali, successivamente all’apertura della Cina al mondo estero nel 1843. Inizialmente le aziende straniere s’interessavano all’oppio, ai tessuti ed alle sete, ma una volta nata la tipologia Shikumen divenne la principale fonte di produzione economica. L’imprenditore straniero forse più famoso fu “Edwin Smith”, americano costruttore di caserme, il quale possedeva la più grande agenzia immobiliare di Shanghai; nel 1856 egli possede-

va 61 MU di terra (1 MU = 0,16 acri), ma in breve tempo arrivò a possederne 131 MU lungo i due lati di Nanjing Road. Altro magnate immobiliare da citare è il britannico israeliano “Silas Aaron Hrdoon”, il quale riusci ad avere a disposizione una quantità enorme di terreni per costruire Shikumen da affittare. A causa della situazione derivante dalla politica instabile con il Giappone, la popolazione a Shanghai aumentò ulteriormente fino a provocare l’effetto del subaffitto all’interno delle Shikumen. Questo fenomeno incise talmente che alla fine del mese il proprietario della residenza aveva guadagnato circa 8.000 yuan, mentre il sublocatario poteva arrivare fino a 30.000 yuan. Con lo scoppio della guerra con il Giappone anche le costruzioni subirono un’espansione: le soffitte vennero costruite anche nelle sale degli ospiti, vennero create “camere anteriori” e vennero modificate le ali tale da raddoppiare i piani originali. Il problema risultò l’originale struttura, in legno e mattoni, che non essendo sufficientemente resistente per un carico così maggiore, portò ad un rapido declino delle condizioni igieniche, al restringimento delle camere ed al rischio di crollo delle soffitte, poiché realizzate con sottili piastrelle.

Le nuove Shikumen Tra il 1920 e il 1930, con lo sviluppo urbano, si può poi leggere storicamente un’ulteriore fase evolutiva dell’architettura Shikumen: realizzata per offrire un tenore di vita maggiore, veniva ancora denominata Shikumen, anche se a volte affiancata alla parola ‘Lilong’, ‘estate’, o ‘fang’. I vicoli a questo punto erano abbastanza larghi per i veicoli e vi era più libertà nella disposizione interna. In questo momento veniva fatto largo uso di rinforzi in calcestruzzo a favore delle murature portanti mentre si iniziava ad istallare tubazioni per acqua corrente, energia elettrica e fornitura di gas. La “Lilong House” era quindi parallela all’architettura del “tardo shikumen”, ma era costruita principalmente con muri in muratura e pavimenti in cemento che rispecchiavano tecniche di costruzione più moderne. Scomparvero il telaio in pietra del cancello d’ingresso e il portone nero con il battente in ottone, sostituiti spesso da elementi metallici, mentre l’altezza dei muri di cinta venne notevolmente ridotta, sostituendola con recinzioni in ferro battuto, da muretti bassi, che permette-

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Portali di accesso alle Shikumen in successione temporale

vano una vista illimitata della corsia, o realizzando occasionalmente solo giardini a protezione. Allo stesso tempo il “Tianjing”, per coesistere con la dimensione urbana, veniva ridotto semplicemente ad un cortile che ospitava arbusti di agrifogli o cipressi, fornendo così una piccola ed interna oasi di pace dai trambusti delle strade e consentendo l’entrata della pioggia per la crescita libera e rigogliosa della vegetazione. Il cortile permetteva così anche l’entrata della luce solare ed una migliore ventilazione nelle camere. Le tradizionali finestre ad abbaino con struttura in legno vennero sostituite con elementi in acciaio e lo stile tradizionale si perse anche nella disposizione delle stanze: la camera degli ospiti veniva sostituita dalla sala da pranzo e dalle camere da letto. Nel 1930, le abitazioni Lilong si potevano trovare sia nelle varianti di case a schiera che in quelle abitazioni indipendenti. Sia gli investitori stranieri che quelli cinesi cercavano, in questo periodo di costruzione, possibilità lucrative poiché le variazioni erano ricche e la tipologia veniva spesso ripetu-

ta sia in versione grandiosa che umile, in base alla classe e al reddito dell’acquirente. Mentre le famiglie cinesi si trasferivano in queste abitazioni, era comune affittare le stanze a nord della casa a studenti e artisti, dando vita al primo caso in cui lo Shikumen veniva occupato da più di una famiglia. La cucina era quindi condivisa e l’accesso alla casa era stato modificato per accogliere l’andirivieni di altri residenti. Negli anni ‘40, le abitazioni Lilong e i suoi quartieri costituivano oltre il 50% del tessuto urbano di Shanghai e, sebbene il tipo urbano rimanesse resistente e forte, la rivoluzione comunista del 1949 portò cambiamenti drammatici, poiché il governo iniziava ad assegnare le famiglie agli alloggi esistenti. Non era raro che una sola casa ospitasse fino a cinque o sei famiglie, ciascuna vivente in una stanza, con un massimo di 20 persone per casa. Queste modifiche cambiarono significativamente gli interni del Lilong, influendo anche negli schemi sociali e di vita nelle corsie stesse.

Nel trascorso storico quindi, la causa dell’affollamento delle Shikumen e della loro compattezza deve essere ricercata nella posizione di centralità all’interno della città di Shanghai, dove il prezzo della terra incrementò notevolmente. I progettisti di questa tipologia allora, sapendo la difficoltà di inserire uno spazio pubblico tra questi stretti vicoli, pensarono bene di realizzare due cortili privati nelle abitazioni, imponendo quindi il cortile come un altro indiscutibile elemento di riconoscimento della tipologia abitativa Shikumen. Il primo era utilizzato principalmente per migliorare l’illuminazione e la ventilazione delle camere, poi servì ad aumentare lo spazio riservato alle attività all’esterno della casa, nonché fungere da filtro tra spazio esterno pubblico e spazio interno privato. Questo spazio, pur essendo stretto, offriva maggiore silenzio e riservatezza rispetto allo spazio pubblico. Si delineò inoltre come un buon collegamento con le camere al primo piano, permettendone l’accesso diretto, così da integrare armoniosamente lo spazio interno con lo spazio esterno.

Il secondo cortile era riservato più al servizio che al riposo, vi erano infatti collocati cucina ed un pozzo dove attingere l’acqua. Tenendo conto quindi che l’evoluzione delle Shikumen rappresenta anche l’evolversi della città e dei suoi abitanti, per Shikumen s’identificava quindi una miscela culturale composta da elementi provenienti dall’architettura occidentale, soprattutto la disposizione degli spazi adottata dalle “case a terrazza” occidentali e costruite anche nelle sale degli ospiti, vennero create “camere anteriori” e vennero modificate le ali tale da raddoppiare i piani originali. Il problema risultò l’originale struttura, in legno e mattoni, che non essendo sufficientemente resistente per un carico così maggiore, portò ad un rapido declino delle condizioni igieniche, al restringimento delle camere ed al rischio di crollo delle soffitte, poiché realizzate con sottili piastrelle.


Rappresentazione delle attività quotidiane svolte nelle Shikumen

Un puzzle a doppia faccia La vita sociale delle shikumen e degli alloggi nei lilong presenta una circostanza speciale diversa dalla maggior parte degli insediamenti urbani. A causa delle loro piccole dimensioni, le corsie incoraggiavano infatti l’interazione pubblica tra i residenti di questi quartieri, ove i vicoli interni tra i blocchi spesso, non più larghi di 15 o 20 piedi, venivano progettati per pedoni anziché veicoli. Nelle corsie si era soliti camminare, sedersi e giocare ed in molti casi c’erano piccoli stand allestiti per vendere cibo e altri oggetti oltre che per servizi come tagliare i capelli. I vicoli che si diramavano dalla corsia principale diventavano ancora più intimi, ove i residenti cucinavano, lavavano i vestiti o parlavano con i vicini. Ma sono proprio le strutture dei vicoli a svelare il segreto delle ricche condizioni sociali insite in tutti gli insediamenti Lilong. Diversamente dalla disposizione occidentale delle strade, che presentano le facciate pubbliche l’un l’altra a specchio, le case Lilong sono orientate lungo una diversa ma precisa dire-

zione, dove le parti più pubbliche della casa sono quasi sempre rivolte a sud. Questo orientamento al vicolo ha le sue radici nella pianificazione del Feng Shui, che riecheggia l’antica filosofia cinese: la posizione relativa al sole, all’acqua, alle montagne e al vento sono un fattore importante per l’ubicazione dell’architettura, della città e del paesaggio. I quartieri Lilong assumono questo orientamento direzionale, facendo sì che il cortile anteriore di una qualsiasi casa si affacci sulla cucina posteriore e sulla facciata di servizio di un’altra sul vicolo: quando qualcuno esce dal lato formale di un’abitazione ha sempre l’opportunità di assistere alle attività svolte nella parte retrostante della casa di fronte. Quest’unica opportunità sociale poteva consentire una miriade di diversi scenari: una persona che tornava dal lavoro nel pomeriggio attraverso la sua porta d’ingresso poteva imbattersi in un vicino che stava lavando verdure nel vicolo, mentre la cena veniva preparata; i bambini che giocavano a carte o a scacchi cinesi avrebbero potuto sedersi nel vicolo mentre il corriere postale

arrivava con i pacchi. La casa Shikumen a Shanghai stabilisce quindi l’interazione sociale sia nella parte anteriore che nella posteriore, con i vicini che si presentano al cancello di pietra e alla porta della cucina. In entrambi i casi, l’architettura rappresenta il palcoscenico per un ricco scambio sociale. A Shanghai, queste opportunità sociali si rafforzano quando il formale incontra l’informale, sovrapponendo il pubblico al privato e quando la luce del sole illumina le ombre. I quartieri composti da Lilong, quindi, promuovevano l’interazione umana come una risposta diretta tra vicini, anche se, pur essendo spesso positivi gli scenari sociali nelle corsie, vivere in questi quartieri densi poteva anche creare conflitti. La morfologia e il layout di queste dimore hanno infatti presentato una condizione ricca per un particolare tipo di vita sociale che spesso però si perde nell’architettura contemporanea costituita da molti piani.

La cultura delle Shikumen Per comprendere meglio lo spazio culturale delle Shikumen, possiamo rivolgerci alle scene vivide create da artisti, scrittori e cineasti cinesi. Alcune delle prime immagini della vita all’interno delle Shikumen sono state descritte da letterati e dissidenti cinesi negli anni ‘20 e ‘30 che spesso affittarono stanze sopra gli spazi della cucina nelle proprie case Shikumen. Queste erano le stanze meno costose da affittare, calde in estate a causa dell’eccessivo calore della cucina sottostante, e fredde in inverno a causa della mancanza di luce solare diretta e del freddo vento del nord. Questi spazi, noti come “tingzijian” (piccola stanza, armadio o cubicolo), erano frequentemente abitati da famosi autori cinesi come Lu Xun e altri. Alcuni storici rivendicano queste stanze addirittura come “think tanks” (o covi politici) per coloro che desideravano realizzare e lanciare gli interessi politici del Partito Comunista Cinese degli anni ‘40.

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a sinistra Lo schema mostra la differenza tra le facciate dei vicoli a destra Schema della viabilità e del rapporto tra pieni e vuoti

Gli spazi affittati, come il ‘tingzijain’, hanno dato inizio ad una tendenza che ha visto la maggior parte delle case Shikumen passare da residenze unifamiliari a strutture multi-familiari che ospitavano diverse famiglie cinesi. Interi piani o singole stanze furono occupati da intere famiglie mentre i nuovi leader comunisti tentavano di fornire alloggi per i nuovi residenti della città. Ulteriori stanze vennero create aggiungendo piani tra quelli originali, mentre il cortile rivolto a sud venne chiuso per consentire uno spazio abitativo in più. La cucina e le scale divennero il nuovo ingresso e il salone comune. Una testimonianza per la comprensione della composizione spaziale di questa tipologia Shikumen è possibile individuarla nel romanzo poliziesco “When Red is Black” dello scrittore di fantascienza moderna Xiaolong Qiu, ove descrive questa disposizione “flipflop” degli ambienti. La storia narra di un ispettore della polizia di Shanghai che sta indagando su un omicidio avvenuto in una stanza “tingzijian”. Qiu, attraverso gli occhi della sua protagonista, descrive una Shikumen occupata da diverse famiglie, evidenziando la

funzione pubblica svolta della scala interna alla casa: “In una casa Shikumen ogni spazio utilizzabile era prezioso, infatti dal momento che nessuna famiglia poteva rivendicare lo spazio sotto le scale, diventava un’ulteriore area di deposito comune per ogni genere di materiale difficilmente utilizzabile che poteva avere ancora un potenziale valore — come una bicicletta rotta del Lis, uno sgabello in rattan con le gambe degli Zhangs, un tronco di carbone degli Huang”. Questo descrive accuratamente come la disposizione sociale della tipica casa Shikumen sia stata invertita dagli anni ‘40 in poi. Man mano che più famiglie si affollavano in queste case, il lato nord della residenza si trasformò nell’ingresso giornaliero mentre la facciata in pietra di grandi dimensioni veniva usata meno frequentemente. Questo cambiamento invertì anche le attività e l’importanza delle corsie poiché le cucine divennero la porta d’ingresso della casa e la scala un luogo di incontro pubblico che saliva internamente per raggiungere le singole famiglie.

La scala rappresentava quindi un puzzle di legno al centro dell’esperienza architettonica della Shikumen: in tutte le sue interazioni storiche, la Shikumen contiene un groviglio di rampe, pianerottoli, ringhiere, porte e ante oscillanti. Questo spazio interno simile ad un nodo divenne un vortice verticale di corpi in movimento, ascendente e discendente, che si muove secondo le attività quotidiane, presentato in una performance di movimento che manca solo nella condizione statica dell’architettura. La scala rappresenta forse l’elemento più significativo nella residenza Shikumen, utile come misura per il suo sviluppo storico. Questo può essere visto nel tempo mentre la scala acquisisce nuovi usi che non erano originali per l’edificio: nelle prime versioni della casa, la scala era basata su un modello occidentale, ove una scala di servizio verticale era posta nel corpo dell’edificio in modo che i servi e le faccende private fossero nascoste dietro l’attività più formale degli ambienti più vissuti. Prima dell’introduzione del bagno negli anni ‘20, le scale e i pianerottoli venivano usati per riporre i vasi da came-

ra, che venivano posizionati all’esterno delle porte delle stanze dopo l’uso, ben lontano dalle zone di cottura e di ristorazione. La routine di svuotamento di questi vasi avveniva nelle ore del mattino, attraverso l’accesso retrostante della casa. Negli anni ‘30 e ‘40, quando i proprietari iniziarono ad affittare stanze ed interi piani, la scala acquisì un nuovo ruolo come ingresso formale per i vari appartamenti. In questo senso, il piano funzionale della casa venne “gestito al contrario”, attraverso l’entrata o l’uscita dei residenti dalla parete nord della casa, adibita ai servizi, permettendo così alla scala di trasformarsi in uno spazio pubblico per i flussi di persone in modo diverso rispetto alla circolazione di un’abitazione unifamiliare. Meno prevedibile risulta invece il modo in cui gli inquilini della casa usassero queste scale, ad esempio come palcoscenico per gli andirivieni degli anziani, o come un luogo di incontro per gli amanti o come il parco giochi per i bambini. La coreografia delle attività che si svolgevano sulla scala diventava quindi sempre più dinamica con le persone che salivano o scendevano


a sinistra Schema sulla suddivisione di una singola unità abitativa per più famiglie a destra Spiegazione della funziona di una scala tratta dal film di Ang Lee del 2007

nello spazio sotto motivazioni diverse, cambiando il flusso della circolazione e quindi la vita stessa delle scale. Ang Lee, il noto cineasta e regista, coglie l’uso dello spazio della Shikumen nei primi anni ‘40 nel suo film “Lust, Caution”, ove l’ambientazione è parallela al tempo in cui la funzione della scala sta cambiando, da elemento di servizio a passaggio pubblico. La sequenza presenta l’architettura come uno dei personaggi, aumentando la tensione nella trama. L’eroina della storia è una giovane donna che tenta di giustiziare una spia cinese per l’occupazione dell’esercito imperiale giapponese di Shanghai. Mentre la protagonista entra nella sua Shikumen dalla corsia pubblica, siamo guidati attraverso una serie di tagli filmici che si muovono su e attraverso la sezione della casa, introducendo non solo la varietà di spazi, ma anche i residenti che vi abitano. Entrando nel lato della cucina della casa, il personaggio principale viene accolto da un vecchio che si lava la faccia; allo stesso tempo, lancia uno sguardo attraverso una finestra nella corsia illuminata. Si muove attraverso questo spazio evitando una madre con un bambino che scende una scala prima di salire sulla prima rampa; contemporaneamente, guarda un’anziana in preghiera in una stanza più distante. La telecamera taglia in una prospettiva distorta della giovane che sale la prima rampa, seguendola mentre torna al pianerottolo. In questa posizione, alza lo sguardo e pronuncia

una “buona mattinata” ad una donna che passa e, mentre la videocamera si stabilizza, seguendo la sua mano mentre scivola lungo il corrimano, lascia la struttura, permettendo di concentrarsi in lontananza, attraverso una finestra interna, su di una famiglia di quattro persone seduta a un tavolo ed impegnata in un pasto. Questa scena, lunga non più di 20 secondi, consente una visione complessa e completa dello spazio di una Shikumen ed in particolare dello spazio della scala. La scala in una shikumen rappresenta quindi un nodo che permetteva di legare le diverse famiglie cinesi che occupavano le case Lilong del 1949. Da un punto di vista puramente architettonico, i pianerottoli tra le scale si espandevano man mano che i piani si estendevano fino ai bordi di ogni stanza. Si potrebbe immaginare che ci siano pianerottoli di accesso in queste case, tagliate solo da rampe di scale che raggiungono la ramificazione dei piani, facendo allora venire in mente la nozione di “sezione libera”, che richiama lo spazio di architetti moderni come Le Corbusier o anche Adolf Loos. Raramente però gli spazi sono “liberi” quando si tratta di pressioni dovute a situazioni di vita forzate, di condizioni affollate e all’aumento dei carichi gravitazionali. Cosa può essere meglio preso come esempio della dura realtà e capacità cinese di adattarsi alla disponibilità di spazio se non l’eccitazione spaziale della disposizione della Shikumen?

Attività nelle Shikumen Attraverso molti saggi di Lu Xun, noto scrittore e leader del “Nuovo movimento culturale” della Cina, è possibile avere fonti certe e dirette sulla vita e le attività svolte quotidianamente nelle Shikumen. Un esempio iniziale può essere rappresentato dai venditori ambulanti, che citando lo scrittore:“dentro e fuori i vicoli intorno Zhabei, i commercianti gridavano gli spuntini in vendita, variando dal giorno alla notte”. Lo stesso scrittore racconta come, a differenza dei tempi moderni in cui si presentano oggetti abbandonati, frigoriferi smaltiti o televisori nei vicoli delle Shikumen, nel momento in cui le Shikumen dominavano l’apparato residenziale di Shanghai esistevano anche i compratori di vecchi stoccaggi, che si facevano riconoscere urlando le tre parole “Shou jiu huo” (compro vecchi stock). Così, dopo aver udito queste grida, qualcuno usciva da casa per un affare, i cui oggetti di transazione si distinguevano principalmente in vestiti, scarpe, rame o mercanzie del ferro, oltre ad altri articoli. Se il compratore aveva fortuna, poteva ottenere qualcosa di prezioso anche da una famiglia decaduta con un passato prospero, utilizzando anche strategie di commercio per abbassarne il valore di acquisto e marcando così la distinzione tra commerciante professionale e truffatore.

Anche i bambini amavano commerciare, soprattutto con chi raccoglieva bottiglie usate e vetri rotti, i quali contrattavano con zucchero arrotolato che tenevano sui coperchi di ceste di bamboo, piene di scarti raccolti e poste alle estremità di un bastone tenuto sulle spalle: una bottiglia per un pezzo di zucchero. Alcuni viaggiavano attraverso i vicoli e guadagnavano da vivere riparando le necessità quotidiane. Infatti le persone a quel tempo erano parsimoniose e non volevano gettar via i vestiti vecchi fino a quando non sarebbero stati più riparabili oppure, per oggetti come una ciotola rotta, avrebbero aspettato qualcuno che la riparasse prima di gettarla via. In tali casi, nelle Shikumen, potevano nascere anche dei detti, espressione che valorizza e caratterizza un preciso luogo, come: “Un popolare Jiangxi che aggiusta una ciotola è ziguzi”, ove la parola “ziguzi” simulava il suono di un diamante che forava un buco nella ciotola oppure s’indicava l’attività del riparare proveniente da Jiangxi. Un’importante fatto di cui tener conto è che le Shikumen sono nate in un periodo di prevalenza di “Yang Huo” (merce straniera), ove la parola “yang” viene usata nel dialetto di Shanghai per precedere una finalità, come quella di vendere. Ma occasionalmente la gente nei vicoli avrebbe potuto sentire

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qualcuno che gridava anche nel dialetto di Shanghai, “qualcuno vuole avere il suo “Yang San” (ombrello straniero) riparato?” A tal riguardo è importante soffermare l’attenzione sull’aspetto dello Slang, cioè una rappresentazione della cultura locale, e le parole in dialetto di Shanghai, che sono strettamente legate allo stile di vita delle Shikumen. Fino alla fine del XX secolo infatti, il 40 % dei cittadini di Shanghai ha vissuto nelle Shikumen, quindi, le Shikumen e i vicoli divennero importanti per concepire tutti i tipi di dialetti locali e i costumi. Durante la seconda metà del XX secolo, frasi in slang popolare nelle Shikumen includono: praticare Daochang-taoista o riti buddisti-nel guscio di una lumaca, frase usata per descrivere e mantenere tutto in perfetto ordine all’interno di uno spazio limitato. I residenti che vivevano in piccole case nelle Shikumen spesso dicevano agli altri che a causa dello spazio limitato disponibile nella stanza non avevano altra scelta che praticare i servizi buddisti nel guscio di una lumaca.

Tra gli oggetti di vita quotidiana, che erano soggetti a richieste di riparazione, c’erano anche i letti, infatti nelle Shikumen era comune dormire su letti di assi di legno o, considerati più comodi, anche in letti di corde di palma. Proprio a questi, pur non essendo comodi come quelli a molle, gli abitanti delle Shikumen erano molto legati, quindi disposti ad aspettare per diverso tempo l’arrivo di un riparatore specializzato. Così, è possibile affermare che i venditori che urlavano portavano molta convenienza per i quartieri Shikumen e al contempo ne aumentavano maggiormente il fascino. Oltre ai venditori ambulanti, nei vicoli Shikumen era possibile incontrare ed ammirare anche i venditori con bancarelle fisse, che differivano proprio nei modi di commerciare e che per lo più sostavano agli angoli dei vicoli. Questi, seguendo ancora le testimonianze dello scrittore Lu Xun, permettevano di effettuare rinfreschi o spuntini con cibi tradizionali come la “perla d’orzo”, la “pappa di mandorle” e il “dado di lo-

to”, mentre per la colazione vendevano cibi shanghainesi più comuni, come “frittelle”, “bastoncini di pasta fritta”, “palline di riso dolce” e “latte di soia” che, economici e molto popolari, venivano chiamati i “quattro guardiani celesti” della colazione. Nonostante la prelibatezza e la varietà di questi cibi, è importante osservare che il prezzo di vendita era sempre abbastanza basso soprattutto perché il livello sociale nel quale sostavano era quasi sempre popolare e sicuramente non elevato. I residenti delle Shikumen infatti mangiavano raramente in quantità abbondante, ma era raro che avessero pasti senza carne. Di solito sia le verdure che la carne erano presenti in ogni pasto, poiché abbastanza nutrienti e sani. Per esempio, per finire un pezzo di aringhe brasate sarebbero occorsi almeno un paio di giorni e di solito tagliavano la carne in brandelli durante la cottura. Le casalinghe più parsimoniose andavano a fare spesa poco prima che il mercato alimentare chiudesse perché i venditori di verdure vendevano i loro prodotti a buon mercato. Spuntini come dolci e biscotti erano sempre una riserva nella casa, tenuti per gli ospiti e soprattutto per i bambini, anche se la gente di solito comprava i dolci più economici, come gli zuccheri duri. Anche il Tè era un dovere, al contrario del caffè o del succo d’arancia, che erano di prezzi molto più elevati. Per cui, seguendo le descrizioni e la successione giornaliera dei pasti, è possibile individuare una scaletta che possa rappresentare la giornata tipo per i venditori alimentari: • Alba — Ogni giorno prima dell’alba, la gente del posto si svegliava al grido “tira fuori i vasi da camera!” Le donne, che dormivano nella parte posteriore o nella parte anteriore, si sarebbero tutte svegliate e rapidamente sarebbero saltate fuori dal loro letto, per raccogliere i vasi da camera per la

raccolta pubblica. Scaricavano i rifiuti nel carrello e poi seguivano la routine del lavaggio del vaso, iniziando ad animare il vicolo di suoni. • La mattina presto — le grida “Vieni a comprare il mio piccolo Pakchol verde!” e “Cavolo! Germogli” avrebbero attratto i residenti. Queste erano le grida provenienti dagli agricoltori della periferia, che vendevano ortaggi freschi, alcuni dei quali erano stati appena raccolti nella notte. La scarsità di carne era a volte compensata da venditori di polli. Il grido “vuoi alcune uova” con l’accento di Pudong non mancava mai. • Colazione — “Grande pane piatto! Ciambella attorcigliata! ~ Croccante attorcigliato di pasta fritta!”. Quando era ora di colazione c’erano venditori ambulanti in attività e vendevano lungo i vicoli con un cesto di bambù pieno di cibo, per lo più avanzi dal giorno prima. • In serata — diversi venditori ambulanti apparivano agli angoli dei vicoli per vendere la cagliata di fagioli fermentati con vari sapori, aglio agrodolce e fagioli di soia. Questi alimenti venivano serviti sul tavolo come antipasti quando le famiglie mangiavano porridge. C’erano anche piatti a base di carne, come lo stomaco affumicato, trippa di maiale, manzo speziato e salsato, manzo affumicato, fegatini di pollo ed anatra. I venditori erano in realtà solo un supplemento ai negozi al dettaglio. Infatti i negozi nei vicoli Shikumen erano davvero vari, come mercati alimentari, negozi di riso, negozi di sottaceti, elementi presenti in ogni singolo complesso Shikumen. In cinese, i venditori più comuni erano chiamati “persone con piccoli secchi di riso”, quindi è facile capire perché i negozi di riso erano dappertutto, infatti il numero di depositi di riso a Shanghai superò i 300 nel 1951. Prima della fon-


dazione della Repubblica popolare cinese, durante i disordini sociali, nonostante i molti depositi, a causa dell’aumento del prezzo e dell’accaparramento del riso, la maggior parte della popolazione non aveva razioni sufficienti. In queste situazioni, in cui le colazioni erano soprattutto o unicamente a base di porridge, risalta l’importanza dei negozi di sottaceti, i quali permettevano, per pranzo, di integrare il riso freddo e bollito. Oltre ai negozi di alimentari, nei vicoli delle Shikumen erano presenti anche negozi di abbigliamento. Nei primi tempi gli abitanti delle Shikumen raramente indossavano abiti pronti, poiché compravano stoffe, tagliavano e cucivano con le proprie mani a spese proprie e di solito prima di dormire. Se non avessero avuto abbastanza tempo, avrebbero portato i materiali agli artigiani. Dopo un’attenta analisi è possibile affermare che il maggior numero di negozi era di generi alimentari, che risultavano piccoli e gestiti da coppie, noti anche come “mamma e papà negozio”. Questi vendendo anche una varietà di prodotti che andava dalle sigarette, al sapone, alla carta igienica, agli aghi e al filo per rilegare libri, matite, gomme, ecc., rendendo quindi il mercato abbastanza flessibile per la comunità Shikumen. C’è da osservare che i negozi fungevano anche da abitazione per i loro proprietari, nei quali potevano svolgere il lavoro in modo continuativo e per lunghe ore, minimizzando il tempo per i pasti e il sonno, essendo sempre a disposizione dei clienti. Nel 1952 era possibile registrare fino a 10000 negozi. Un altro tipo di negozio comune era il cosiddetto “Tiger cooker” o “fornello della tigre”, che in seguito è divento noto come “negozio di acqua bollita”, anche se la parola negozio per questo locale è un po’ esagerata.

Si pensa che questo tipo di negozio sia apparso prima nella regione di Jiaqing della dinastia Qing e che il nome originario sia dovuto ad un grande pentolone simile ad una tigre accovacciata, ove il proprietario bolliva l’acqua per poi venderla. Negli anni ’60 qualcuno testimoniava che, facendo i conti, una boccetta di thermos di acqua calda costasse 1 “Fen”, che corrispondeva a un paio di “Li”, quindi risultando più economico di quella bollito con gas a casa. Questo tipo di negozio, rappresenta un esempio di come gli shanghainesi acquisivano usanze esterne alla città per poi svilupparle in nuove attività commerciali. Successivamente in questi negozi vennero aggiunti tavoli quadrati e sgabelli per renderli “case del tè”, anche se il tè doveva essere portato dall’acquirente. In queste nuove “case del te”, nelle giornate calde, veniva offerta anche la possibilità di doccia. L’acqua bollita veniva raccolta in una grande vasca di legno, con una tenda appesa intorno, dove le persone potevano lavarsi, portandosi anche in questo caso asciugamani e sapone. Nel 1940, si potevano registrare almeno 700 “fornelli della Tiger” a Shanghai, mentre dieci anni dopo il numero aumentò a 2000. Oltre ai venditori, i vicoli ospitavano anche altre attività, infatti si potevano incontrare barbieri e parrucchieri che non solo svolgevano il loro primario lavoro, ma si prestavano anche per altri. Le attività alternative più diffuse erano infatti i massaggi e la pulizia corporea per persone che non riuscivano a farlo da sole, come gli anziani. Questi commercianti, che vennero poi denominati in maniera discriminatoria “Jiangbeinesi” poiché spesso provenienti dalla provincia di Jiangsu, potevano addirittura lavorare senza un negozio passando di porta in porta muniti degli strumenti adatti, instaurando in alcuni casi rapporti di fiducia con i clienti.

Attraversando i vicoli si potevano vedere bancarelle di calzolai che, pur esperti nel lavorare il cuoio, realizzavano soprattutto scarpe di tessuto, poiché nelle Shikumen in pochi potevano permettersi il costo della gomma o della pelle. Infatti, indossando sia adulti che bambini scarpe di stoffa, le casalinghe accumulavano vecchi vestiti proprio per aggiustarle, esattamente come usava fare nelle campagne fuori Shanghai. Non avendo le abilità necessarie, molte volte dovevano recarsi ugualmente dal calzolaio. Non è un dato strano che le abitudini degli abitanti delle Shikumen seguissero quelle delle campagne, poiché la maggior parte degli abitanti delle Shikumen era composta da immigrati e chi vi nasceva replicava le usanze dei genitori. Un tipo speciale di bancarelle degno di menzione era quello dei “Kids Books”, che oggi vengono chiamati “Picture-Books” (libri ad immagini). Nel 1930, per quasi tutti i romanzi classici, soprattutto quelli di vicende cavalleresche e con personaggi per i bambini, venivano realizzate versioni di libri illustrati. Tutti i libri in queste bancarelle non erano in vendita ma solo in affitto e non dovevano essere portati a casa. Avveniva pure che alcuni proprietari di bancarella avessero diviso un libro in due o tre parti in modo da guadagnare di più: l’affitto era a buon mercato con sei monete per due raccolte. Negli anni cinquanta il costo era di circa 1 Fen per 2 libri. Tutte queste bancarelle non solo hanno facilitato la vita ai residenti delle Shikumen, ma sono diventate parte dei vicoli stessi. Se da una parte hanno migliorato lo stile di vita della comunità, dall’altra hanno reso la vita dei commercianti sempre più difficile, dovendo questi servire quotidianamente tutti, sia col bel tempo che con il brutto. Quando la situazione economica peggiorava le attività fallivano e

i negozi chiudevano rendendo sempre più numerosi i venditori ambulanti. Nel 1945, al termine della guerra di resistenza contro il Giappone, l’economia di Shanghai finì in depressione e il numero di venditori crebbe notevolmente. Nel novembre 1946 il governo municipale vietò la vendita ambulante al fine di migliorare l’immagine urbana. Questo suscitò una grande protesta da parte dei venditori disperati, la quale venne repressa causando addirittura delle morti, creando shock nella città che, schieratasi con i venditori, riuscì a far cadere l’ordine. Ciò però non risolse totalmente la questione dei venditori, che cominciò a migliorare solo quando iniziò a svilupparsi nuovamente l’economia, successivamente all’istituzione della Repubblica popolare di Cina nel 1949. La maggior parte degli abitanti delle Shikumen erano lavoratori salariati che, in casi di temporanea difficoltà, avrebbero ceduto qualsiasi cosa che avesse valore ai banchi di pegno. I banchi esistevano da lungo tempo, ed erano facili da trovare. Infatti erano situati in prossimità degli edifici Shikumen che si sviluppavano in tutta la città, avevano grande insegna “dang”, cioè banco, molto appariscente sulla parete bianca dei negozi. Questi banchi erano chiamati anche “vecchio fratello di mamma” nel dialetto locale, perché la gente li visitava come se andasse dal proprio zio. L’impegno mensile era di 2 Fen mentre il periodo di restituzione di 18 mesi. Inoltre, gli oggetti non riscattati dopo 18 mesi, anche se la maggior parte di poco valore, venivano acquisiti dai banchi di pegni. Oltre a piccoli mestieri che soddisfacevano le esigenze di base dei residenti, nelle Shikumen c’erano anche grandi imprese e molti “negozi di denaro” tradizionali cinesi, quest’ultimi situati

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soprattutto nelle strade centrali e più prospere di Shanghai. Nel 1911, quando la Repubblica di Cina è stata fondata, il numero di negozi di denaro a Shanghai risultava circa un centinaio, 84 dei quali si trovavano proprio negli edifici Shikumen. Shanghai aveva sviluppato la più grande attività di importazione ed esportazione della Cina. Le banche principali, non conoscendo l’affidabilità dei mercanti locali, prestavano ai negozi di denaro, i quali successivamente fornivano i prestiti ai mercanti stessi. Sostenuti così dalle banche, e facendo affari con capitali moderati, i negozi di denaro prosperarono e divennero influenti nel mercato di Shanghai. Nelle Shikumen, più precisamente nei vicoli di Nanjing, c’era inoltre ‘Shen Zhuang’, che significava ‘ufficio di Shanghai’, ove venivano effettuati i controlli sulle importazioni di merci straniere e sulle esportazioni di prodotti locali. Negli anni 1920 e 1930, la radio era il mezzo di comunicazione più diffuso, tanto che si dice esserci stato un vicolo Shikumen con sette stazioni radio. Un insieme di apparecchiature di radiodiffusione venivano disposte nella soffitta, mentre un’antenna nel balcone rendeva una stazione radiofonica operativa. Le stazioni radiofoniche vennero quindi situate principalmente nelle Shikumen, registrando nel 1937 almeno 54 stazioni radio private a Shanghai, molto più di New York, che ne aveva solo 24. Uno dei vantaggi della presenza di così tante stazioni era il poter scegliere su una varietà di programmi davvero vasta, anche se poteva esserci difficoltà di sintonizzazione per la presenza di due o tre stazioni sulla stessa frequenza. Non era inoltre presente in queste stazioni alcun sistema di insonorizzazione, così che la voce del conduttore radiofonico si sarebbe mescolato con le grida di venditori nelle strade.

Nei vicoli si potevano incontrare grandi magazzini ed attività che si erano sviluppati da piccoli stabilimenti, proprio come l’esempio concreto della ‘Grand Bright Textils Factory’, poi ripresa nel film “An Ever Bright City”, oppure come “l’Enterprise”, che fu il più grande editore della Cina nella prima metà del XX secolo e che nacque in un vicolo su Jiangxi Road e Beijing Road. Tutto ciò dimostra allora che le Shikumen, dove il tenore di vita non era alto e la maggior parte dei negozi era rivolta alle necessità quotidiane, non dovevano essere considerate come quartieri o luoghi secondari o da trascurare, poiché potevano essere l’origine di grandi realtà. Dopo aver analizzato le attività commerciali e quindi soprattutto esterne alla vera abitazione, poiché le Shikumen erano prima di tutto tipologie residenziali, è importante ed interessante approfondire la vita quotidiana al loro interno. Le abitudini di vita dei residenti nelle Shikumen erano davvero uniche: per decenni hanno svolto la loro vita quotidiana e le loro attività nei vicoli come lavare i vestiti, tagliare le verdure per la cottura e lo scaricare il vaso da camera. Dal momento che molti dei residenti nelle Shikumen avevano spazio limitato all’interno delle loro case, spesso sceglievano di effettuare anche i pasti nei vicoli, soprattutto in estate. Di fronte a ogni famiglia c’era un tavolo su cui si potevano trovare diversi piatti di carne e verdura, così come sottaceti. Tutti i membri della famiglia, vecchi e giovani, si sedevano intorno al tavolo e gustavano i propri pasti. In un film proiettato a Shanghai nel 1944 ‘Annoying Morning’, la voce d’oro Zhou Xuan cantava una canzone che raccontava la vita quotidianamente vissuta in questi vicoli:

Dung-carts herald the daybreak, and so many sounds follow its crow At front door someone hawk vegetables and from back door comes crying over rice The younger brother of sublessor rends air with cries On the thirdfloon the little thing ramps about And only paper boy sounds gentle and mild. Smoke of coal balls blurs the eyes, and that is just start ofkitchen bustle. Old quilts fly like flags in the opening ceremony of the balcony. Every morning goes on like this year in and year out And I’m really tired of such life. Come già accennato, il “closestool” (gabinetto portatile) era un vaso da camera, necessario per i fabbisogni quotidiani poiché le condizioni sanitarie di Shanghai erano molto povere e i servizi igienici non erano disponibili. Perciò questo doveva essere sempre lavato ed asciugato al sole ogni mattina per poter essere poi riutilizzato. I rifiuti umani erano raccolti in contenitori appositi e poi caricati su un carretto che, nelle prime ore della mattina, passava tra i vicoli infestando di fetore tutte l’area. Infine, dopo aver scaricato, nel vaso da camera sarebbe stato messo un po’ di detergente con gusci di vongole e pulito con una scopa. Così il vaso da camera sarebbe stato messo in un angolo dei viali per essere asciugato dal sole. Per cui, la mattina le donne erano molto indaffarate: non solo dovevano svuotare e pulire i “closestool” ma anche lavare i vestiti, andare al mercato per trovare verdure e cibo e poi accendere le stufe. Ogni giorno, sia all’alba che al crepuscolo, c’erano infatti delle mogli che lavavano i vestiti nei vicoli. Mettevano fuori diversi bacini di legno, grandi e piccoli, in linea, immergendo i vestiti in acqua con un po’ di sapone e

strofinandoli per un po’. Poi li sbattevano sulla parete del vicolo e dopo li appendevano su una corda allungata da un’estremità del vicolo all’altra. Presto, i vestiti colorati che ancora gocciolavano acqua cominciavano a ballare nel vento, presentando una scena spettacolare e unica che assomigliava a “bandiere volanti”. I negozi del “fornello della tigre” erano solitamente situati alle estremità del vicolo così da poter essere meglio avvistati dai passanti, mentre immerse nelle residenze vi erano anche le scuole, chiamate “scuole del vicolo”, molto comuni a Shanghai. La loro qualità non era eccelsa e spesso erano troppo affollate, tanto da utilizzare addirittura le strette scale per tenere lezioni. Durante la giornata c’era anche il momento in cui tutti, donne vecchi e bambini, uscivano nel vicolo; questo capitava ad esempio nelle fredde giornate invernali, dove gli abitanti trovavano maggior calore all’esterno rispetto alle anguste e fredde stanze delle abitazioni. Nel bel tempo, soprattutto nelle calde giornate invernali quando non c’era vento, la gente portava uno sgabello e si sedeva davanti alla porta o all’ingresso del vicolo per godersi il sole e chiacchierare l’un con l’altro. Questo è chiamato dai residenti “Covare al sole”, ove il verbo “Covare” serve ad indicare la tranquillità e il comfort sentito dai residenti. Ma il vicolo è stato anche il luogo dove i residenti delle Shikumen godevano dell’aria fresca in estate. Ogni anno, quando l’estate si avvicinava, avrebbero preso le loro stuoie di paglia, panchine, sedie reclinabili e divani di bambù e li avrebbero messi davanti alle loro porte o all’ingresso dei vicoli, lavandoli prima di sedersi per godersi l’aria fresca. I negozianti avrebbero rimosso le tavole di legno delle porte e le avrebbero trasformate in panchine per sedersi. Le persone anziane si appoggiavano spesso sui loro divani di bambù e sulle


Primo congresso nazionale del CPC

poltrone reclinabili per rilassarsi, mentre i giovani amavano giocare a carte e agli scacchi o leggere libri e giornali. Le donne di solito sedute sui tappetini di paglia, mangiavano semi di girasole e facevano ricami e conversavano, mentre i bambini giocavano lungo il vicolo. Siccome nelle Shikumen negli anni ‘20 e ‘30 vi abitava una straordinaria varietà di persone, che provenivano da ogni ceto sociale, si poteva assistere a diverse abitudini: chi andava a letto presto, come era solito nelle aree rurali, e chi invece faceva tardi o chi acquistava in tarda notte uno spuntino (“fagottini a legna”) da venditori ambulanti. I momenti di vitalità nel vicolo costituivano una sinfonia che rimase per molto tempo protagonista nella città di Shanghai. Tornando dietro il “cancello nero” per analizzare ancora la vita quotidiana dei residenti nelle Shikumen, si poteva fare delle distinzioni gerarchiche tra gli abitanti. Infatti, nei primi anni ’20 si potevano individuare persone ricche, come il grande padrone di casa, che aveva un reddito da uno o più affitti, o anche da decine di vicoli. Nelle “Nuove Shikumen” c’erano persone, riconoscibili dall’abbigliamento, che lavoravano per grandi aziende guadagnandosi salari decenti. Si poteva incontrare anche chi non era

più benestante come i suoi antenati, ma che poteva vivere ancora comodamente grazie al resto delle fortune della famiglia. Questi costituivano solo una piccola parte degli abitanti nella Shikumen. La maggior parte aveva invece redditi medio-bassi, anche se migliori rispetto a chi viveva nelle bidonville. Tra queste persone, in tempi di difficoltà, quelle con i salari più alti avrebbero potuto far quadrare i conti, mentre quelle meno agiate sarebbero rimaste intrappolate nelle avversità. Un aspetto molto importante risultava la pulizia della casa: una casalinga,che viveva in una stanza con finestre polverose, sarebbe stata sicuramente disprezzata dai vicini. La stessa cosa valeva per i mobili presenti nelle vecchie Shikumen, che pur essendo stati comprati da negozi di seconda mano, venivano tenuti sempre in ordine e puliti. Questi, poiché erano poche le persone ad avere mobili, li avrebbero conservati fino a quando sarebbe stato possibile, riparandoli più volte se necessario: una stringa rotta di una sedia in midollino sarebbe stata riparata, gli utensili da tè o le teiere con un beccuccio rotto li avrebbero riusati fino all’inefficacia. Ad esempio infatti, in molte famiglie il pavimento verniciato mostrava ancora la tinta originale, pur essendo pallida nel tempo, ma nessuno

ha avuto mai la possibilità di intervenirci o cambiarla. La decorazione delle camere era appena accennata, presentando unicamente oggetti comuni come foto di famiglia o calendari appesi al muro, con pubblicità stampate che dettero vita al tradizionale proverbio: “si ha assoluta miseria se niente sta sul muro della stanza”. Uno dei fatti più caratteristici nelle Shikumen è che una volta aperta la porta, necessariamente si incontravano i vicini, ritrovandolo anche in un vecchio detto: “un vicino di casa è meglio di un lontano parente” oppure “un parente lontano non è così utile come un vicino di casa”. Infatti, essendo lo spazio limitato, i residenti delle Shikumen vivevano così a contatto da diventare molto intimi. Il rapporto diventava talmente stretto che non vi erano segreti né per quanto riguarda le abitudini di ciascuno né per quanto avveniva nel quartiere. Tale intimità può essere riscontrata dai titoli che usavano per rapportarsi l’uno all’altro. Durante gli anni 1930 e 1940 la gente si rivolgeva formalmente usando i titoli come il Sig. e la signora, mentre dopo gli anni ‘40 e ‘50, con la formazione dei comitati nei quartieri, le mogli di casa cominciarono ad usare l’appellativo sorella quando si rivolgevano alle donne più anziane. Nel 1960, ‘Shifu’ è stato utilizzato per indicare un rapporto con chi non era familiare parlare, in qualche modo analogo a termini inglesi come “boss”. Nelle Shikumen, i residenti che erano vicini nel quartiere si sarebbero rivolti agli adulti della famiglia di un vicino di casa come avrebbero fatto i bambini nella propria famiglia. Per esempio, se un vicino di casa aveva una grande famiglia con tre generazioni sotto un unico tetto, altre persone nel quartiere avrebbero chiamato la nonna “tata”, mentre coloro che erano ancora più vicini si sarebbero considerati come parenti adottati.

Un’altra tradizione nelle Shikumen era il reciproco aiuto nel ricevere gli ospiti, soprattutto nei vicoli dei ceti medio bassi, dove la maggior parte dei vicini si conoscevano perfettamente, avendo vissuto nella stessa casa per molti anni. Quando a qualcuno mancava qualcosa nel ricevere ospiti, come sedie e tavoli, le avrebbe avuto in prestito dalle altre famiglie, mentre quando arrivavano ospiti in una famiglia i cui membri erano fuori, i suoi vicini li avrebbero ospitati in attesa di essere ricevuti. Se conoscevano bene l’ospite lo avrebbero invitato nelle loro case e lo avrebbero trattato come un membro di famiglia, ma se l’ospite era poco familiare, si sarebbero resi disponibili per aiutarlo ricevendo ciò che doveva consegnare alla famiglia. Quando si avvicinava il Festival di primavera, il mulino di pietra appartenente a una certa famiglia diventava pubblico e tutte le altre lo potevano usare per macinare farina di riso dolce. Come accennato in precedenza, quando qualcuno nelle Shikumen aveva qualcosa di delizioso da mangiare, lo condivideva con tutti i vicini, rendendolo così costume del luogo. Durante il 1880, raramente una famiglia ordinaria poteva permettersi fagottini o gnocchi in brodo. Tuttavia, ogni volta che cucinavano i fagottini, ne avrebbero offerto una ciotola anche ai vicini. Quando arrivavano degli ospiti di una famiglia o quando una famiglia tornava alla città natale, tutte le persone del quartiere avrebbero offerto loro alcune specialità locali. Quando qualcuno si sposava o partoriva nel quartiere venivano offerti confetti da sposa o uova rosse. Nel primo giorno del Festival di primavera, la gente si sarebbe scambiata caramelle e arachidi per la visita di Capodanno e per augurare all’altro un felice anno nuovo.

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Gli uomini potevano essere un po’ riservati, rivolgendosi a vicenda come “Mr. Zhang” o “Mr. li”, mentre le donne erano molto più aperte. Una madre Li che viveva nella sala degli ospiti avrebbe trattato il figlio dei Wangs, che viveva in soffitta, come suo figlio adottivo, mentre se ci fosse stata una vecchia donna che viveva con la famiglia di suo figlio, tutti i residenti dell’edificio la avrebbero chiamata “nonna”, proprio come faceva il suo piccolo nipote. Inoltre nella comunità era diffuso ricambiare i favori: “oggi mi hai insegnato a cucinare un piatto e io vorrei dare alcuni zuccheri di frutta a tuo figlio quando viene e giocare con mio figlio”, oppure quando un bambino andava a giocare dai vicini, portava in dono uova sode. Infatti i bambini giocavano sempre nel vicolo o nella casa del loro amico, attorno alle donne che conversavano e soprattutto svolgevano i lavori domestici. Quindi nelle Shikumen, il vivere di ogni famiglia a stretto contatto con l’altra, ha reso possibile conoscersi molto bene e prestarsi aiuto reciprocamente: aiutare la famiglia di un vicino a prendersi cura degli anziani e dei bambini, prestare ingredienti come il sale e l’aceto se mancanti o aiutarsi a vicenda per raccogliere i vestiti e le coperte appese fuori prima della pioggia. Per i compleanni sarebbero stati invitati i vicini a condividere la festa. A volte, quando qualcuno faceva qualche piatto speciale, veniva chiesto ai vicini di provarne un assaggio. Ma anch’oggi, molte persone che dalle Shikumen si sono trasferite negli appartamenti, si sentono ancora legate al rapporto amichevole del quartiere. Anche se non vi era un elevato livello di istruzione, tutti capivano che la cortesia unilaterale non sarebbe durata a lungo. Tutti questi costumi erano basati sul concetto di cortesia reciproca. Non era necessario esplicitare direttamente il favore, ricevuto o reso, in quanto tutti ne venivano perfettamente a conoscen-

za. Tale rapporto sociale di sostegno reciproco, attirava sempre più persone all’interno delle Shikumen. Tale modo di socializzare tendeva ad avvicinare maggiormente le persone, che in realtà nelle Shikumen erano già troppo vicine. Infatti anche se ogni famiglia viveva in camere separate, condivideva la stessa cucina e sapeva bene quello che gli altri avevano per cena. Quasi nulla poteva rimanere segreto nelle Shikumen, in cui le pareti tra le camere erano così sottili che qualsiasi rumore non poteva passare inosservato dai vicini. Ciò che permetteva il funzionamento della vita e del sistema sociale interno era proprio il rispetto della privacy nell’edificio. Tuttavia, anche gli amici più stretti a volte cadevano in scontri. Poiché in un posto angusto come le Shikumen i conflitti divenivano inevitabili, di solito qualcuno interveniva a mediare e le parti avrebbero cercato di cogliere l’opportunità per chiarire, anche se ancora in collera. Un’altra soluzione era quella di cercare un arbitrato in alcuni luoghi pubblici, spesso in case del tè. Un edificio Shikumen era quindi una mini società, in cui i residenti attraversavano varie prove di vita. Dopo queste analisi di vita e comportamento all’interno delle Shikumen, nasce la convinzione che una persona che

non ha mai vissuto in una Shikumen non è un vero e proprio Shanghainese, per contro una persona che ha vissuto tutta la vita solo in una Shikumen non è un perfetto Shanghainese. La vita all’interno delle Shikumen non era noiosa ma piena di frenetica attività, ove in generale il motore di questa energia coincideva con i bambini che giocavano ai giochi più disparati e correvano su e giù per i vicoli tutto il giorno. Spesso giocavano a guardia e ladri, o a nascondino, oppure a biglie. Altri giochi venivano inventati al momento: in quel periodo le sigarette erano incartate in splendide figurine, e i bambini giocavano a raccoglierle. Un altro gioco famoso era il cerchio, dove i ragazzi con dei bastoni dovevano far rotolare questo più a lungo possibile. Le ragazze, invece, separatamente spesso giocavano al salto della corda elastica; solo in giochi come “campana” i due generi si mescolavano. Al contrario gli anziani erano molto pacati, passando il tempo seduti lungo i vicoli a chiacchierare del più e del meno, oppure a giocare a scacchi o a ‘mahjong’ o ‘Pai Gow’. Le Shikumen, rappresentando la tipologia abitativa nella stragrande maggioranza di Shanghai, hanno ospitato molti personaggi illustri, non soltanto

artisti e scrittori, ma anche grandi rivoluzionari e condottieri, oltre che i leader del neo partito comunista. Tra questi condottieri ricordiamo Chiang Kai-Slick, colui che ha guidato la Cina per ben 22 anni, incidendo il suo marchio in tutta la Cina dal 1927 al 1949. Era ben noto per aver iniziato a guadagnare potere proprio nelle residenze storiche di Shanghai. Molti altri hanno vissuto in queste abitazioni, come Chen Bulei, soprannominato “la penna audace di Chiang KaiShek”, che pubblicò un centinaio di articoli in meno di tre mesi, risiedendo stabilmente nelle Shikumen. Le residenze Shikumen vantano inoltre un notevole primato, ossia quello di essere luogo di nascita e di primo sviluppo del partito comunista cinese. Infatti, i quartieri Shikumen densamente popolati hanno fornito la possibilità ai rivoluzionari di lavorare di nascosto. Questi quartieri, inoltre, per la loro densità sono stati territorio favorevole per lo sviluppo del gioco d’azzardo e dell’uso dell’oppio. Il primo congresso comunista si è tenuto in una Shikumen, precisamente a Wangzhi Road 108 il 23 luglio 1921. Il proprietario dell’edificio era Li Shucheng, fratello del primo rappresentate del congresso.


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Il secondo e quarto congresso comunista si tennero anch’essi nelle Shikumen a Shanghai. Questa coincidenza tra nascita del partito e le Shikumen non deve sorprendere più di tanto, poiché questo specifico stile residenziale era quasi sempre presente sulla totalità del tessuto urbano della città di Shanghai. Altri storici personaggi che hanno vissuto nelle Shikumen sono il leader del movimento del lavoro (1925) che divenne poi presidente della Repubblica popolare cinese, e il leader del CPC Deng Xiaoping e molti altri importanti esponenti del CPC. Il nuovo look delle Shikumen Dall’anno 1949 tutta la città di Shanghai subì profondi cambiamenti e, in questo clima, non furono risparmiate neanche le Shikumen. A partire dal 1950 vennero iniziati ampi lavori per la pulizia e il risanamento di queste residenze; si iniziò un’opera di pulizia, trasformando gli accessi da stradine disordinate e maleodoranti in puliti e ordinati vicoli. All’epoca la città di Shanghai soffriva di scarsa quantità di verde urbano, registrando nel 1949 un livello pro capite di verde pari a 0,13 mq. A seguito delle riqualificazioni nel 1995 tale livello è salito a 1,65 mq a persona. Lo sviluppo della popolazione di Shanghai influenzò infatti anche gli abitanti delle Shikumen, comportando la diminuzione dello spazio all’interno delle abitazioni, fino alla definitiva fusione dello spazio pubblico e di quello privato. Alcune attività che venivano svolte all’interno delle abitazioni vengo-

no spostate in luoghi pubblici (i vicoli), come il lavaggio e il bucato. Gli abitanti iniziarono a riposare direttamente nei vialetti giocando a carte, a scacchi e contribuendo a realizzare una comunità socievole e pacifica. Non c’erano né tubazioni né scoli nelle dimore Shikumen, tantoché le lavatrici dovevano essere utilizzate all’aperto, nel vicolo. Altro tema che venne affrontato fu proprio quello della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti umani, che per le Shikumen risultava essere una vera e propria piaga: era usuale urinare in strada senza badare alla civiltà e alla pulizia dei vicoli. Così dal 1950 si iniziarono ad istallare degli orinatoi pubblici, e i rifiuti non venivano più raccolti tramite carretti ma da appositi camion. Questi grandi cambiamenti però non modificarono lo stile di vita degli abitanti, che rimasero fedeli alla vita semplice che svolgevano in quei luoghi. L’introduzione di tecnologie nelle Shikumen era lenta, come nel caso della televisione, arrivata a Shanghai circa nel 1950. Solo negli anni settanta si iniziarono a vedere televisioni istallate in luoghi pubblici. Nel 1949 la popolazione di Shanghai contava circa 5 milioni di abitanti, ma già nel 1960 arrivava a toccare gli 8 milioni, la gran parte della quale venne naturalmente riversata nelle Shikumen. Una singola Shikumen, che prima ospitava una sola famiglia, arrivò ad ospitarne tre o addirittura, una che già ospitava quattro famiglie si trovò a contenerne più di sette. Questo cambiamento si rivelò però inevitabile poiché, a seguito della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, la nazione dovette sacrificarsi in spazi più piccoli per permettere la costruzione di grandi infrastrutture. Nel periodo più affollato si contavano a Shanghai 910.000 famiglie, ognuna in meno di 4 mq, ma dopo un decennio di sforzi e patimenti le condizioni iniziarono a migliorare leggermente, fino ad

arrivare ad avere per ogni persona circa 2,5 mq. In queste condizioni era normale che ogni cosa doveva essere svolta in un unico luogo, cioè in una stanza comune: dormire, mangiare, fare i bisogni, riposare e giocare. Una soluzione venne spontaneamente dagli abitanti, ossia iniziarono a vivere lo spazio pubblico. Ciò risolse solo in parte il problema dello spazio, poiché ne portò un altro: l’inevitabile conflitto con il vicino. Come già accennato nell’analisi degli atteggiamenti e comportamenti degli abitanti delle Shikumen, questi conflitti si limitavano però ad un’ostilità silenziosa o al massimo verbale. Nel quartiere vigevano delle regole non scritte ma da rispettare per la vita comune: “regola di espansione”, ove lo spazio circostante alla propria porta o alla stufa a carbone era una naturale estensione della propria proprietà; “chi prima arriva prima alloggia”, ove i vecchi inquilini potevano vantare di uno spazio superiore rispetto agli ultimi arrivati. Se non altro le condizioni così rigide vissute dagli abitanti di Shanghai nelle Shikumen permisero che questi sviluppassero nuove abilità, come eseguire rigorosi bilanci, gestire le relazioni umane e risolvere conflitti, incrementando la saggezza e l’intelligenza. Questo portò anche alla comparsa di due tendenze che cercavano di migliorare le condizioni di ogni abitante: i residenti nelle Shikumen non erano i proprietari ma avevano solo i diritti di utente e ciò permetteva di scambiarsi le case con altri abitanti, cercando una soluzione migliore per entrambi gli scambisti. Inizialmente questi scambi vennero eseguiti verbalmente tramite conoscenze, ma successivamente anche questa tendenza portò alla nascita di una precisa figura, chiamata “assegnista”. Questo individuo era ben informato sulle offerte di scambio tra le case e, anche tramite catene di scam-

bi, riusciva ad accontentare tutti coloro che avevano volontà di trasferirsi. Un’altra tendenza era quella della riqualificazione in proprio, tramite un rinnovamento delle case con costruzione di soffitte o con l’apertura di abbaini. Shanghai non ha mai cessato di cercare una vita migliore infatti, oltre alla ristrutturazione, si puntava anche alla decorazione, ovviamente non più come quella del passato, ma tramite pitture per realizzare sfondi vivaci e colorati. I vecchi mobili ormai troppo ingombranti vennero sostituiti con più moderni ed efficaci, introducendo inoltre piante nei vasi ed animali domestici. Nel complesso le Shikumen stavano vivendo una trasformazione astuta, ove ogni aspetto veniva studiato per essere migliorato ed integrato con le nuove tecnologie disponibili, tanto che alcuni esempi di queste residenze storiche divennero piccoli capolavori. La decadenza Successivamente, con l’avvento dell’epoca contemporanea, le residenze Shikumen storiche pian piano si trasformarono da un “vero e proprio mare in mattoni a poche isole in un oceano di grattacieli”. Le statistiche ufficiali raccontano che dal 1991 al 2000 circa 28 milioni di mq di Shikumen sono state smantellate e demolite, con 640.000 famiglie trasferite in nuovi edifici residenziali. Il fenomeno Shikumen sta in parte scomparendo, ma per contro si sta adattando alla vita del XXI secolo con alcuni lavori localizzati, dove s’interviene sulla trasformazione delle funzioni e delle finalità. Ultimamente, dopo tanti anni di cecità, si sta riaprendo un dialogo incentrato su queste residenze storiche, tantoché nel 2007 si è ufficialmente stabilito che questa ti-

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pologia è definibile patrimonio culturale e materiale della città, e il 17 maggio 2009 si è tenuto ‘Word Expo Forum’ incentrato proprio su questo argomento con la fondazione di un centro di ricerca sulle Shikumen focalizzato sulla salvaguardia di questo patrimonio urbano. Nonostante il crescente consenso, attualmente si riscontra una criticità elevata per queste residenze, che stanno scomparendo molto velocemente a causa di una speculazione edilizia molto diffusa. La riforma urbana ha portato un notevole ma inevitabile cambiamento, cioè la necessità di aprire la città al mondo intero richiedendo ingenti opere urbane e infrastrutturali e comportando poi lo smantellamento della maggior parte delle residenze. Innegabilmente le condizioni di vita nelle Shikumen erano davvero insoddisfacenti, tanto che almeno il 90% dei suoi residenti aveva la volontà di trasferirsi in strutture più moderne; questo però non giustifica uno smantellamento su larga scala ignorando completamente il 10% dei residenti soddisfatti della loro attuale vita. Il passaggio da queste abitazioni a edifici residenziali con decine e decine di piani fu accusato maggiormente dalla popolazione anziana, che spesso si rifiutava di abbandonare le loro abitazioni. Con una migliore conservazione e ricostruzione, viene ritenuto che le Shikumen possano sicuramente abbracciare un futuro luminoso, illuminato dalla perfetta integrazione della tradizione e della modernità. Infatti in alcuni casi, la salvaguardia delle storiche Shikumen ha sposato la riqualificazione e una nuova vita è stata loro attribuita. La ricostruzione ha mantenuto e preservato gli elementi originali, aggiungendo o modificando il fine e la funzionalità dell’intero edificio. Un esempio di questa riqualificazione si ha con Xintiandi nella zona di Taipingqiao, adia-

cente alla sala commemorativa del primo Congresso Nazionale del Partito Comunista. In questo caso l’esterno delle abitazioni sembra immutato, ma la funzione e la finalità si è trasformata in servizi e commercio, mentre spazi di vita privata sono stati tramutati in spazi per la vita pubblica. Questi esempi sono però meri “gusci vuoti” che non contengono alcun ricordo del vecchio stile di vita ormai scomparsa. Xintiandi rappresenta quindi il modello di ricostruzione a scopo commerciale, che definisce una parte del progetto di ristrutturazione della zona Taipingqiao. Poiché Xintiandi è adiacente al sito del primo Congresso Nazionale di CPC, molta attenzione è dedicata a preservare lo stile tradizionale nella zona. Pertanto, durante il processo di ricostruzione, uno dei principi fondamentali adottati è quello di ricostruire gli edifici residenziali per uso commerciale senza apportare molte modifiche all’apparenza degli edifici. Tutte le pareti esterne sono trattate con un liquido speciale e una vernice per la protezione, e lo spazio sotterraneo, che va da tre a nove metri di profondità, è stato scavato sotto ogni Shikumen per disporre la stesura delle tubazioni. In questo modo, Xintiandi riesce a mantenere il look originale e, allo stesso tempo, trasformarsi completamente da una zona residenziale a un centro commerciale, attirando migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo. Il modello di Xintiandi rappresenta un esempio riuscito per il lavoro di ricostruzione. Un esperto una volta ha commentato:“utilizzando i simboli e ricordi associati alle Shikumen, Xintiandi raggiunge una trasformazione di successo caratterizzata da moda e modernità. A mio parere, la sua realizzazione, nel riprendere la cultura tradizionale incarnata dal modello Shikumen, merita davvero un riconoscimento”.

Altro esempio di riqualificazione è Tianzifang, un’area di 7 ettari i cui edifici più antichi sono datati 1920. In questa area sorge anche il Museo delle Shikumen, altro esempio di trasformazione funzionale. Tianzifang, che si trova vicino Xujiahui Road e Taikang Road, è una rappresentazione tipica del modello di conservazione privato. Alla conclusione del XIX secolo, con l’emissione delle concessioni e un afflusso di ricchi commercianti provenienti dalle province di Zhejiang e di Jiangsu, Tianzifang è diventato un posto di dimora sia per gli stranieri che per i cinesi, comprendendo costruzioni di tutti i generi e di vari periodi storici. In un certo senso, può essere considerato come un Museo di Shikumen. La maggior parte delle case Shikumen che sopravvive fu costruita tra il 1910 e il 1940 e solo poche di esse furono costruite alla fine del XIX secolo. Queste sono particolarmente preziose a causa del numero limitato. La ricostruzione di Tianzifang è un successo ottenuto dagli sforzi civili piuttosto che dal governo. Con l’intervento di una società di investimenti, i residenti in Tianzifang hanno raggiunto un accordo con la società stessa che voleva affittare le loro case. Secondo il contratto, i residenti sono ancora i proprietari delle abitazioni, le quali sono state ricostruite per altri scopi. Con i soldi che hanno ricevuto dalle aziende insediate, i residenti hanno preso in affitto appartamenti vicini, in condizioni migliori e con costi inferiori.

Un’altra caratteristica della ricostruzione di Tianzifang si trova nella conservazione degli scorci originali. Dal 1998, un gruppo di artisti, tra cui il famoso pittore Chen Yiiei, sono stati in attività a Tianzifang, e nel 2008 avevano attratto numerose organizzazioni di design d’arte provenienti da tutto il mondo. Nel 2009, Tianzifang divenne uno dei primi parchi dimostrativi di originalità culturale di Shanghai. Tra i quartieri Shikumen che sicuramente vanno considerati, ponendosi come elementi di spicco nel completo quadro storico di queste residenze cinesi, va considerato inoltre Wanyilang, situato vicino a Central Huaihai Road e Fuxing Garden, poiché rappresentava e rappresenta tutt’oggi un’oasi di serenità in mezzo al caos. Oggi le 90 case sono separate in quattro file e otto sezioni per le corsie all’interno. La disposizione ordinata, le stanze spaziose, la buona illuminazione e le attrezzature di prima classe mettono le persone a proprio agio e in sicurezza, ma risulta molto costoso viverci. Nei primi anni 30, l’alloggio al primo piano costava circa 25-28 barre d’oro, selezionando così la maggior parte dei residenti. Ricchi commercianti al primo piano, ufficiali di governo ai livelli centrali, ed anziani o intellettuali riusciti nelle loro carriere all’ultimo piano. Ulteriore modello di ricostruzione si può inoltre trovare in Bugao Lane, datato anch’esso 1930. Questo è stato ricostruito per preservare le sue caratteristiche originali e migliorare le condizioni di vita, ove tra i migliori cambiamenti si può vedere l’aggiunta di servizi igienici. Diversamente dalle altre aree qui l’obiettivo è stato quello di preservare la funzione residenziale dell’area mantenendo lo spazio abitativo e la cultura.


Il modello illustrato da Bugao Lane, situato all’incrocio tra South Shanxi Road e West Jianguo Road nel distretto di Luwan, che in passato apparteneva alla concessione francese, è stato progettato da mercanti francesi ed è una tipica rappresentazione di vecchie case di corsia. Coprendo una superficie di circa 10,41 MU, con una superficie edificabile di 10.000 metri quadrati, e caratterizzata da 79 abitazioni in legno-mattone, nel 1989 gli edifici di Bugao Lane furono definiti come le più importanti strutture storiche di Shanghai da parte del governo municipale della città. L’architettura di Bugao Lane combina stili cinesi e occidentali, e presenta al mondo lo stile architettonico di Shanghai insieme ad attrazioni esclusive. Come risultato, le case in Bugao Lane attrassero molte persone famose a viverci, e molti come spettatori ad apprezzare le opere d’arte. All’ingresso della corsia, costruita nel 1930, si erge un arco di stile tradizionale cinese, con il nome “Bugao Lane” sia in cinese che in francese. Quando un vecchio edificio diventa un punto di riferimento storico, acquista vitalità. Con il passare del tempo e l’evoluzione dell’ambiente sociale e culturale, Bugao Lane ha gradualmente assunto un aspetto fatiscente, con crepe e danni facilmente visibili nelle pareti, cancellando la bellezza che lo caratterizzava. Di fronte a questo stato di degrado, è stato davvero difficile decidere il tipo di intervento. Venne utilizzata una vernice con un colore simile a quello che la parete aveva avuto per molti anni, ma non era una soluzione permanente ed ha inoltre distrutto l’aspetto naturale delle pareti. Secondo le linee guida per la protezione delle reliquie culturali e storiche, l’obiettivo della protezione è quello di porre rimedio ai danni già fatti agli edifici, sia naturali che umani, e prevenire il futuro degrado. Tutte le misure di protezione devono seguire il principio

che l’aspetto originale non possa essere modificato. Pertanto, dopo il lavoro di riparazione, il muro dovrebbe assomigliare il più possibile al suo aspetto originale e trattamenti speciali devono essere effettuati per renderlo impermeabile e resistente alle intemperie. Dal giugno del 2007, il dipartimento di ingegneria della proprietà e della gestione del territorio del distretto di Luwan ha iniziato a pulire il muro con la tecnologia avanzata introdotta dalla Germania e poi a riparare le crepe. Dopo sette mesi di duro lavoro, il muro rosso originale di Bugao Lane è finalmente restaurato, presentando il suo vero volto al mondo esterno. Uno degli esperti ha commentato: “Dopo la pulizia del muro, dobbiamo ricostruire l’impianto idraulico. Ora, abbiamo terminato il lavoro e i residenti in Bugao Lane stanno usando un nuovo tipo di servizio igienico con una tecnologia migliorata rispetto a quella passata, perché risolve i problemi di perdite e rumori. Ora, quando la gente usa il gabinetto di notte, le persone che vivono al piano inferiore non saranno più disturbate. Inoltre, poiché i tubi di scarico sono nascosti all’interno della parete, il gabinetto sembra molto pulito”.

Ha poi aggiunto:“Questa tipologia di intervento era già stata utilizzata per il processo di ricostruzione delle vecchie case di corsia sulla strada Huaihai centrale e, di conseguenza, con l’esperienza acquisita in quel progetto, siamo riusciti a fare meglio nel progetto di ristrutturazione di Bugao Lane”. Il modello di ricostruzione di Bugao Lane sta migliorando le condizioni di vita per i residenti nella zona, pur mantenendo il suo stile unico e originale. Questo obiettivo è stato raggiunto con successo, apportando grandi cambiamenti alla vita delle vecchie case Shikumen. Tra le numerose Shikumen di Shanghai, ancora oggi visibili, va poi considerato sicuramente il sito del primo Congresso Nazionale di CPC: Shude Lane, che si trova a South Huangpi Road, Lane 374. Costruito alla fine del 1910, Shude Lane copre un’area maggiore a 2 MU, con una superficie edificabile di circa 3.000 metri quadrati. Racchiude 25 proprietà residenziali in mattone-legno di 2 piani. Le unità 76 e 78 sulla Xinye Road (precedentemente Wangzhi Road) di Shude Lane sono due tipiche case Shikumen. Due edifici a 2 piani in mattone-legno, hanno muri in mattoni rossi, inserendo nella parete linee di gesso bianco. Sull’architrave sono incisi fiori di rose, mentre anelli di rame sono appesi sulle porte laccate di nero, incorniciate da pietra di color beige. Nel 1921, i fratelli li Hanjun e li Shueheng divennero i primi occupanti della casa, che fu successivamente conosciuta come il Palazzo Li. Il 25 luglio del 1921, il primo Congresso Nazionale della Cina del Partito Comunista venne tenuto nel Palazzo Li, ove tredici rappresentanti del partito, tra cui Li Da, Li Hanjun, Liu Renjing, Mao Zedong, e altri, parteciparono. Nel 1958, l’aspetto originale del Palazzo Li fu restaurato e il Partito Comunista Cinese vi stabilì un grande corridoio commemorativo.

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La particolarità di Dong Siwenli

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Compreso e capito il valore storico, sociale, culturale e architettonico che le Shikumen hanno per la città di Shanghai andiamo ad individuare un preciso sito su cui concentrare gli studi e gli approfondimenti: Dong Siwenli. Il quartiere vanta circa un secolo di età e il primato di estensione superficiale nella città di Shanghai ed è legato a molteplici periodi di splendore passati. Oggi, purtroppo, si presenta in avanzato stato di abbandono e degrado, dovuto in particolare alla recente decisione del governo di sgombero e demolizione, scelta che fortunatamente non ha avuto conclusione, ma che lascia in stato di isolamento l’intero quartiere. Dallo splendore antico solamente poche famiglie resistono all’interno di questi alloggi, in attesa di precise indicazioni sul futuro della zona abitano in condizioni inumane e disagiate. Situato nel cuore della città, Dong Siwenli planimetricamente è un rettangolo di 28.000 mq di superficie che si inserisce in un fitto insediamento urbano composto principalmente da grattacieli, ma che eroicamente resiste e si identifica come unità storica. Al suo interno si passa da una dimensione urbana molto caotica e frenetica, propria di Shanghai, a una pace surreale, dove i rumori della città rimangono lontani e la vita sembra rallentare; ci si trova immersi in un piacevole labirinto

dove si riesce a percepire quei periodi di splendore in cui pace e prosperità vivano in questi luoghi. Con il lavoro di studio, analisi e approfondimenti la finalità è quella di capire a fondo questo quartiere, conoscerne le tecniche costruttive, principi insediativi e comprendere i degradi maggiori con lo scopo di fissare nel tempo un bene fragile e sempre più raro, e dare un supporto ad una riqualificazione, rifunzionalizzazione e riprogettazione che porti uno sviluppo sostenibile e coerente della zona per regalare un futuro a Dong Siwenli. SIWENLI Una storia di multipli accumuli Con l’esempio di Siwenli, si desidera mostrare come il ‘passato’ sia percepito come un patrimonio cumulativo, un patrimonio multistrato. In Asia e in Cina il passato esiste attraverso la riscrittura, rappresentazione e memoria. La comprensione del passato esiste più attraverso trasmissione, memoria e conoscenza che attraverso gli oggetti e i fatti stessi. Le nuove accumulazioni fatte agli edifici originali formano un ricordo immateriale di storie recentemente materializzate. L’architetto Liang Sicheng, primo ricercatore sull’architettura cinese, osserva che la costruzione cinese non è stata intesa per durare, poiché il valore della

costruzione è più importante della relativa rappresentazione ed il ‘saper come fare’ più importante della relativa forma. In Cina l’architettura, e quindi le città, esiste attraverso una serie di accumuli esterni e personali che plasmano la storia del luogo. Tutte le Shikumen a Shanghai hanno nome differente. Siwenli è composto da 3 caratteristiche. I primi due, “Siwen”, significano ‘colto’, ‘sofisticato’, ‘istruito’, mentre l’ultimo, “li”, lo definisce come un Lilong. Appartiene alla tipologia delle ‘nuove Shikumen’ costruite sotto la Repubblica di Cina, è caratterizzato da medaglioni ad arco di influenza barocca trovati sopra le porte, che mostrano come dall’apertura della Cina l’architettura locale abbia abbracciato gli stili internazionali, portando a quello stile Shanghainese definito “East meets West” e chiamato tradizionalmente “Haipai”. Questo è caratterizzato anche dalla sua densità, dalla linearità delle Shikumen e dalle case angolari, che simboleggiano la famiglia moderna costituita solo da due generazioni. È la più grande Shikumen Lilong mai costruito a Shanghai: 48.000 metri quadrati con 190 spazi commerciali, 36 spazi di lavoro, 376 alloggi lineari, 132 abitazioni a doppia-stanza, rappresentando un totale di 736 spazi. È localizzato tra Xinzha Road, e Datian Road,

precedentemente Tatung Road o Tatung Lu, che corre perpendicolare a sud del fiume Suzhou. Veniva diviso in due parti da una strada nord-sud che conduce al fiume. Gli alloggi ad est, caratterizzati da 3,5 m di larghezza e 13,5 m di lunghezza, sono stati allineati lungo 11 vicoli, mentre ad ovest si presentavano 9 vicoli secondari. Ogni vicolo, caratterizzato da 3,2 m di larghezza e 90,5 m di lunghezza era previsto per l’accesso, gli arrivi e le partenze di almeno 50 famiglie, comprendendo 24 ingressi principali a sud e 24 ingressi secondari a nord. Dai proprietari ai sub-inquilini Siwenli è stato costruito nella ex concessione internazionale, dove si trovava la Villa Guang Zhao Shanzhuang. Nel 1914, il terreno fu comprato da una signora britannica, Mrs. A., per costruire una nuova Shikumen Lilong alta due piani usando mattoni grigi e legno dall’Oregon, venendo poi chiamata “Xinkang li”, il confortevole Lilong di Xin. Dopo il declino della famiglia, la padrona di casa vendette il Lilong alla Atkinson & Dallas, la quale poi lo vendette ad Abraham E., poi a Shahmoon E.

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La società Siwen Yanhang alla fine lo chiamò Siwenli. Da allora in poi venne ufficialmente diviso in due parti: la parte Ovest comprendente i circa 20.000 mq dell’intero complesso, “Xi Siwenli” o “King Siwenli”, e la parte Est comprendente invece i circa 28.000 mq, “Dong siwenli”. Nel 1949, lo stato acquistò la terra e le abitazioni furono elargite a varie unità di lavoro chiamate ‘danwei’. Ogni alloggio è originariamente destinato ad ospitare una sola famiglia, ma la maggior parte dei Lilong stavano in realtà andando ad ospitare più persone di quanto era inizialmente previsto. I proprietari terrieri si rivolgevano ai servizi delle agenzie immobiliari per l’affitto, la maggior parte dei Lilong venivano suddivisi in continuazione per affittare sempre più unità, anche se sempre più piccole. Esistevano già le società di sub-locatori a Shanghai, le quali attraverso questo meccanismo svilupparono il proprio business molto rapidamente, ottenendo benefici anche 100 volte maggiori rispetto agli stessi costruttori delle proprietà. Questo avvenne ugualmente per Siwenli, che venne trasformato, diviso notevolmente e quindi sottoposto ai sub-affitti, ove alcuni alloggi avrebbero potuto ospitare anche 9 famiglie. L’accesso agli alloggi avveniva o attraverso la porta sul retro, che si affaccia a nord, o attraverso il “pozzo del cielo”, a sud. Le camere che si affacciano a sud beneficiavano della luce del sole e rappresentavano quindi i migliori spazi da vivere, ricevendo quindi un valore extra rispetto alle camere che si affacciano a nord, come un “tingzijian”. La gente che ha vissuto nelle stanze di accoglienza al piano terra poteva aggiungere un soppalco grazie agli alti soffitti. Le soffitte vennero inoltre trasformate nelle camere da letto, mentre le cucine divennero un’area comune condivisa. Nessuna delle camere era dotata di servizi igienici.

Il destino del Lilong ha cominciato a piegarsi sotto il peso della mancanza di alloggi in una città con un’alta crescita demografica. La popolazione di 1 milione di abitanti nel 1920 raggiunse i 3 milioni nel 1930. A seguito dei bombardamenti giapponesi nel 1932 e nel 1937, molte persone fuggirono da distretti come Hongkou, Yangpu e Zhabei a sud del fiume Suzhou. Più tardi, il massacro di Nanjing obbligò 500.000 profughi a rifugiarsi a Shanghai, dove sistemare la popolazione divenne un problema. Siwenli divenne sovrappopolata con gli affittuari, i sotto affittuari, i sotto sotto affittuari provenienti da diverse province, che vivevano in stretta vicinanza l’uno all’altro, separati solo da pareti molto sottili. A causa della mancanza di spazio e di mezzi personali, i nuovi arrivati e con magri redditi cominciarono a svolgere le proprie attività nei vicoli esterni, iniziando così ad uno stile di vita comune. Nel 1937 c’erano negozi a sud e ad ovest del Lilong, mentre molti magazzini vennero costruiti lungo il fiume Suzhou: una fabbrica di farina, una cartiera, il tempio di Dawang sulla strada di Chengdu, magazzini delle edizioni Ritong, la scuola della pace, la cooperativa di Jiangning Huiguan. Quei magazzini vennero distrutti nel 1995 con l’estensione di Chengdu Road e la costruzione dell’autostrada nord-sud sopraelevata. Mao: proprietà recuperate Sotto Mao, un cambiamento notevole è avvenuto nell’organizzazione del Lilong. Le proprietà private vennero recuperate nei primissimi anni, mentre il resto venne allocato e gestito da unità di lavoro, “danwei”. Di conseguenza emerse una nuova organizzazione per gli alloggi esistenti — le case vennero divise e alle famiglie vennero assegnati alloggi per lavoratori. I comitati del distretto, “Jiedao”, erano inoltre stati regolati così come i comitati dei re-

sidenti, “juweihui”. Il maggiore veniva incaricato della gestione amministrativa, sociale e politica di un’area designata. Le unità di lavoro continuarono a gestire l’immobile fino agli anni ‘90, periodo durante il quale pochissimi residenti realizzarono ristrutturazioni individuali. Il loro interno era funzionale alle esigenze di ogni membro della famiglia. Se avessero avuto necessità di nuovi mobili, avrebbero dovuto aggirare il sistema statale e basarsi su conoscenti: se avessero avuto bisogno di un nuovo tavolo, avrebbero dovuto trovare un taglialegna, trovare il legno, tagliarlo, ecc. Inoltre una nuova regola amministrativa ebbe un grande impatto sulla vita nel Lilong e nella città in generale: l’archivio di registrazione delle famiglie, “Hukou” che portò all’aumento del controllo del movimento delle persone tra le aree rurali e urbane, in modo da evitare l’esodo rurale. Ancora in vigore, il “hukou” distingue tra lavoratori rurali ed urbani, riconoscendo i privilegi amministrativi alla popolazione urbana, consente inoltre di registrare ogni residente in città, compresi gli ex migranti ora Shanghainesi, “shanghairen”. Durante la rivoluzione culturale una vasta maggioranza di giovani venne trasferita in campagna, nelle province remote da Xinjiang a Heilongjiang, facendovi poi ritorno negli anni settanta. Utilizzo e condivisione Dopo il 1978, con l’ascesa di Deng Xiaoping al potere, le pratiche individuali dei residenti erano ancora in aumento. Nel 1980, il Lilong ha subito ulteriori modifiche con l’apertura di nuovi negozi, le estensioni degli alloggi sono state tollerate, soprattutto soffitte, apertura di finestre e “pozzi del cielo”. Gli alloggi cambiarono con i loro abitanti, diversificandosi sempre di più con nuovi sub-inquilini. Da quel

momento in poi, la gente ha cominciato ad occupare quegli spazi che fino ad allora non erano occupati, modificandoli attraverso divisioni supplementari abusive. Nel caso di Siwenli, il posto è rimasto particolarmente povero, mancando gli accessi alle proprietà riservate, mentre l’entità urbana fu gestita dallo Stato fin dal 1996. Gli inquilini del “Danwei” ottennero successivamente il diritto di utilizzare lo spazio, attraverso un contratto di locazione a vita, contro il pagamento mensile delle spese di gestione. Il documento comprendeva il nome dell’alloggio di riferimento della famiglia, una descrizione della stanza, con le sue misure e la posizione nello Shikumen. Il contratto era simile ad un contratto di proprietà, tanto che poteva essere venduto tra i residenti di Shanghai. La riapertura della città ha reso anche più flessibile questi cambi di contratto, facilitando lo spostamento in città dei detentori rurali “hukou”. Di conseguenza, una nuova ondata di migranti arrivò a Shanghai in particolare dopo il 1991, grazie alle riforme edilizie e allo sviluppo economico della città. Nel 1979, Siwenli ospitò ancora 3398 famiglie, che rappresentarono 13387 residenti per un rapporto di 3200 residenti per ettaro. Questa grande densità, indotta in modo non formale nel Lilong, coprì spazi che rappresentavano il 34% dello spazio condiviso. Dall’apertura della Cina in poi, il numero di residenti si è moltiplicato nuovamente e le sistemazioni per i nuovi arrivati potevano essere solo sub-affittuarie. La maggior parte dei residenti estese i limiti della propria proprietà privata, non agendo secondo le regole, ma secondo la necessità d’uso. In caso di conflitti interni il comitato distrettuale cercava di trovare una soluzione, anche attraverso regole non scritte, che si affermarono tra i residenti: la regola non scritta che durò maggiormente fu il di-


Simbolo ‘KONG’ dipinto sulle porte murate delle Shikumen

pagina successiva Il dipinto ‘il Presidente Mao va ad Anyuan’

ritto di precedenza per anzianità, che diventò sempre più forte negli spazi più affollati da sub-inquilini. Per un nuovo arrivato o chi arrivava dall’esterno della città, diventava però difficile usare la zona comune senza infrangere lo spazio intimo guadagnato dagli altri. Una bicicletta, una sedia, un tavolo, un condizionatore d’aria, un lavandino, una cucina improvvisata all’aperto, un tetto sporgente, una struttura supplementare costruita, un tubo o un cavo, tutti questi elementi mostravano come i residenti sequestravano casualmente gli spazi di altri utilizzandoli nella loro vita quotidiana. Infatti i residenti del Lilong, anche se spesso divisi, erano abituati ad unirsi tra loro per usare e condividere lo spazio comune. Ogni attività, per quanto banale, univa i residenti l’un all’altro anche su diversi livelli, dai luoghi più pubblici ai più intimi, in strade e corsie, in vicoli secondari (permettendo l’accesso ai cantieri e alle cucine) e nelle strade a cul-de-sac, sulle soglie degli alloggi suddivisi, nelle cucine condivise, sulle scale, ed anche nelle aree private. Fu infatti di fronte alla stessa mancanza di spazio e cercando di evitare difficoltà, che i residenti accettarono e tollerarono la violazione degli spazi privati.

Lo svuotamento dei vicoli Malgrado lo sviluppo di espansione della città, Siwenli venne lasciato intatto fino al 2010 quando la parte occidentale venne distrutta ed ancora oggi è un cantiere per una nuova costruzione. La demolizione fa parte di un fenomeno chiamato “Dongqian”, ‘distruzione-delocalizzazione’, iniziata dopo la riapertura economica della città e la sua riforma abitativa nel 1991. Alla fine del 2015, esistevano ancora 1800 Lilong che, come nel 1991, rappresentavano il 50% dell’area edificata di Shanghai. Xi Siwenli, la parte occidentale, subì un processo di ‘distruzione-delocalizzazione’, venendo concepita come “terra libera” per l’acquisto dei diritti di utilizzo della stessa. Seguì un progetto urbanistico-architettonico, ove la popolazione locale venne spostata fuori e gli edifici, prima che venisse concordato il progetto stesso, vennero distrutti. Il governo inviò due agenzie per il progetto: una società di delocalizzazione e una società di distruzione. Il primo negoziò con ogni singola famiglia mediante denaro o un nuovo alloggio in cambio dei loro diritti sul Lilong. La parola ‘distruggere’, la cui caratteristica cinese si pronuncia “chai”, veniva dipinta sulle porte o sulle finestre dei luoghi da smantellare, mentre la so-

cietà di demolizione, i cui dipendenti erano alloggiati nel Lilong stesso, iniziava a lavorare nel momento in cui un alloggio fosse diventato sgombro. La società di demolizione gestiva il graduale smantellamento, valutando lo sviluppo del progetto, nonché identificando i residenti che si opponevano o rifiutavano i termini negoziati. La conseguente pressione sociale collocò i residenti in una situazione in cui dovevano negoziare rapidamente a causa della creazione di un ambiente insicuro, finendo altrimenti per vivere tra le macerie. Oltre l’80% della popolazione accettò di essere spostata per motivi come l’accesso alla proprietà e il comfort, creando una tendenza nazionale che innescò numerose ribellioni sociali. Secondo il rapporto del 2003, 70% dei totali reclami di petizioni verificatesi furono il risultato degli sfratti forzati. Nel 2012, Dong Siwenli, la parte orientale, è stata uno dei due pezzi di terra nel distretto di Jing’an che gli investitori acquistarono per destinarla a nuove costruzioni che dovevano coprire 230.000 metri quadrati. Il processo di ‘distruzione-delocalizzazione’ iniziò quando il terreno venne acquistato ma prima dell’emissione del permesso di costruire. Tuttavia, le autorità distret-

tuali di Jing’an sperimentarono una procedura diversa: una volta che i negoziati con i residenti fossero terminati e questi fossero stati allontanati, il loro alloggio non veniva demolito, ma ne venivano murati gli accessi. L’azienda di demolizione decise infatti di verniciare il carattere “Kong”, “vuoto”, sulle porte dei posti sgomberati per mostrare che il processo di allontanamento era stato completato, poiché precedentemente veniva dipinto il carattere “Chai”, cioè ‘da distruggere’. I nuovi edifici alieni, identificabili soprattutto nei grattacieli, stanno raschiando via i villaggi urbani tradizionali e distruggendo le comunità, costringendo gli abitanti di vecchia data a trasferirsi in periferia. Lo slogan della rivoluzione comunista può essere considerato e spesso riferito anche alla politica attuale: Without destroying, we do not build; with the word destroy in mind, we are building already Senza distruggere, non costruiamo, con la parola distruggere in mente, stiamo già costruendo. (Mao Zedong)

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I residenti lasciarono lentamente il Lilong con i loro effetti personali, ma sotto questa nuova regola le facciate degli alloggi vennero risparmiate ed i vicoli messi in sicurezza. Gli oggetti lasciati dai residenti vengono tutt’oggi conservati all’interno delle Shikumen chiuse, mentre i vicoli con i loro lavandini, tavoli, gabinetti, sono diventati un ricordo della precedente presenza territoriale delle persone. Alla fine del 2013, più del 90% delle 200 famiglie, che rappresentavano 2700 residenti registrati a Dong Siwenli, abbandonarono il sito accettando una compensazione finanziaria e la possibilità di acquistare appartamenti proposti ad un prezzo ridotto in diverse aree della città, per lo più periferiche. Il pagamento totale della compensazione, effettuato dal governo, eccedeva il prezzo dell’acquisto sui diritti della terra. Dal 2014, solo 70 residenti non soddisfatti dei termini negoziali a causa dei problemi familiari, amministrativi o finanziari stessi, vivevano ancora a Dong Siwenli. L’azienda di demolizione, nel Lilong dal 2012, è responsabile dell’incolumità dei residenti del luogo, per cui possono solo demolire gli ampliamenti illegali effettuate dagli abitanti che hanno già lasciato il quartiere e ne possono bloccare l’accesso, mantenendo sempre il posto sicuro. Lo Stato fornisce inoltre le sistemazioni nel Lilong solo ai lavoratori dell’agenzia di demolizione, i quali possono sub-affittare. Essi possono inoltre aprire negozi verso l’esterno gestendo quotidianamente i vicoli da queste posizioni obbligate. La mancanza del procedere delle demolizioni incoraggia a sub-affittare i loro alloggi. Fra il 2012 e il 2015 il Lilong si è svuotato ed è rimasto aperto alle società esterne, tanto da rendere lo spazio urbano palcoscenico di queste storie sovrapposte, in cui appare una nuova parola sugli spazi murati: Kong. Il signi-

ficato di questa caratteristica diventa molteplice, spesso associandola a “vuoto” o “libero”. Il Lilong è diventato quindi oggetto di un concorso internazionale, che lo Studio Chipperfield vinse con la proposta di preservare Siwenli ed i suoi ultimi residenti. Infatti vari professori dell’università di Tongji e ricercatori hanno firmato una petizione al fine di proteggere questa Shikumen: nel 2014, Dong Siwenli è stato definito e classificato come uno dei 100 Lilong sotto la protezione della città di Shanghai. La sua origine Il Lilong, che subisce il cambiamento e la demolizione, attrae tutti i tipi di visitatori: fotografi, cittadini affascinati, ricercatori, investitori, collezionisti di ogni genere di materiale come il vetro, legno, mobilio, tavole da pavimento. Il loro interesse si limita spesso a scattare foto, ritraendo materiali e manufatti, per una curiosità personale o professionale. Tuttavia alcuni, come la stampa locale, potrebbero essere interessati al loro futuro, come tale è il caso di Dong Siwenli. Questo interesse scaturisce dalle caratteristiche atipiche del Lilong: la morfologia, il ruolo sociale, le relative caratteristiche architettoniche — come gli archi — e la presenza della parola ‘vuoto’ verniciata sulle porte Shikumen. Per quanto riguarda Dong Siwenli, a causa delle sue notevoli caratteristiche, nel mese di dicembre del 2013, venne organizzato un evento di due ore durante la notte da parte di giovani artisti stranieri, attirando circa 100 persone, che camminando intorno ai vicoli, raccontavano la storia e i cambiamenti avvenuti. L’attenzione concentrata su un tale spazio urbano sollevò domande su alloggi degradati che furono volontariamente abbandonati dai residenti. Le visite non riuscirono a coinvolgere i pochi residenti rimasti, portando ad or-

ganizzare un altro evento più grande nel 2014. In quel caso 20 artisti parteciparono ad un evento notturno, non ufficiale, nelle viuzze vuote di Siwenli, cercando di coinvolgere quei residenti rimasti. La stragrande maggioranza dei visitatori ha voluto avvicinarsi ad uno spazio intimo della città, attratti da strumenti tecnologici applicati ad un vecchio sito quasi abbandonato. Altri sono stati attratti dall’idea di un evento informale organizzato al di fuori degli spazi commerciali e dei musei della città. I docenti universitari e i ricercatori hanno voluto vedere come il progetto era stato pianificato e organizzato mentre i residenti potevano godersi l’atmosfera festosa, invitando addirittura familiari ed amici. Sono venuti anche architetti e urbanisti entrando in competizione per valutare l’impatto di un tale evento in questo pezzo di terra destinato all’abbandono. Tutti i partecipanti lasciarono una traccia nel Lilong, ed attraverso la loro presenza, i loro ricordi e i pensieri che condividevano sui social network. Gli stessi residenti affermarono: “le nostre autorità locali non avrebbero organizzato una celebrazione per noi! Deve essere uno straniero a farlo! Anche se ci sono state reazioni contrastanti, l’evento ha lasciato una buona impressione per la maggior parte delle persone”. Fino al 2014, i restanti 70 residenti occupavano ancora gli alloggi e vivevano in diverse stanze delle Shikumen. Queste famiglie avevano il diritto di utilizzare lo spazio che non volevano lasciare, insoddisfatti dai termini di ricollocazione. Erano artigiani che avevano sempre lavorato in questa Shikumen Lilong e che stavano aspettando affinché le autorità locali prendessero in esame la loro situazione e quella delle famiglie che vivevano negli alloggi affittati dagli amici. Tutti avevano le loro ragioni per rimanere, così che si ado-

perarono ed ampliarono il proprio spazio personale prendendo possesso degli ambienti svuotati dal 2013. Oltre ai 70 residenti vivevano nel sito anche i lavoratori della società di demolizione: alcuni con le loro famiglie, altri sub-affittando camere o negozi che sono stati aperti verso l’esterno (tè, legno, stoviglie). Tutti possedevano il loro proprio modo di utilizzare lo spazio e di interagire con gli artisti ed i visitatori. Inoltre, anche il Comitato dei residenti, l’ufficio di delocalizzazione e le sue agenzie (spazzatura, pulizia di strada e di parete, pubblicazione di annunci politici) erano presenti nel Lilong. La responsabilità della sicurezza pubblica era affidata alla polizia mentre alla società di demolizione la sicurezza civile del sito. La Regina del vicolo I vicoli sono sempre stati traboccanti di attività e lavori, tantoché una calzolaia installò nel 2000 il suo laboratorio e la sua piccola impresa nei vicoli di Dong Siwenli. Nata nel 1967, ha vissuto a Shanghai per oltre 30 anni, sposandosi con un Shanghainese ha potuto ottenere un “hukou” da Shanghai. Al suo arrivo in città, aveva stabilito il suo laboratorio di scarpe su Xinzha Street, vicino alla stanza che aveva preso in subaffitto. La città in evoluzione, il comitato distrettuale e la polizia di strada trasferirono la sua attività informale nel suo vialetto residenziale all’interno dello Shikumen Lilong di Dong Siwenli. Venendogli trasferita forzatamente l’attività all’interno della Shikumen ha perso la visibilità di cui godeva prima verso i passanti, così da mantenere solo i pochi clienti fedeli che si è guadagnata nel tempo. Con il passare degli anni ha abusivamente modificato il suo spazio di lavoro, realizzando coperture, allargandosi nel suolo pubblico e regolarmente in-


cidendo indicazioni e pubblicità in giro per i vicoli, per fornire informazioni e aumentare la propria visibilità. Come il proprietario del suo alloggio accettò la delocalizzazione, lei dovette lasciare la casa affittatale, infatti alla sua partenza l’appartamento venne murato. Lasciando la Shikumen tornò con le chiavi che le aveva dato un vicino, così da occupare un alloggio e tutt’oggi risiedere nuovamente nel sito, improvvisandosi la dimora e maturando le relative credenze e speranze. I negozianti Siwenli, senza menzionare le centinaia di negozianti ambulanti che lo tenevano vivo giorno dopo giorno, possedeva alcuni residenti che, dopo l’apertura della Cina, hanno installato un negozio al piano terra delle loro case. Dal negozio chiamato “Xiaomaibu” al venditore di acqua calda, i negozianti soddisfacevano le esigenze di tutti i passanti e dei residenti. Oggi il numero di riparatori di bici sta diminuendo mentre il numero di venditori di telefoni cellulari è in aumento. Ai vecchi tempi la Shikumen era caratterizzata dal mercato vibrante con i suoi colori, suoni, profumi, fiori ed incontri sparsi per le cucine collettive, dove i residenti trattavano i prezzi e le ricette da scambiarsi. Piccoli ristoranti proponevano una varietà di piatti cinesi: spaghetti fritti in stile Shanghai, piatti speziati con pepe di Sichuan, “Jiaozi” da diverse Province, ecc. Al mattino, i venditori prima di colazione montavano le proprie bancarelle di fronte al ristorante con il riso dalla sera precedente, fritto e presentato in piccole forme triangolari, frittelle (“youtiao”), panini al vapore (“baozi”), pancake (“Tianbing”), venduti con piccoli cartoni di latte fresco per chi non se lo poteva comprare ogni mattina. C’erano inoltre catene di Supermarket come Family Mart, Kedi o Quick che rimanevano aperti tutta la notte. Tutti beneficiavano dei vari incontri

d’arte, della vendita di strumenti, bevande, lampade, ecc. Tutti i venditori ambulanti arrivavano spontaneamente la sera con i loro carrelli di lattine accatastate, come il venditore di popcorn e torte di riso, mentre i migranti che vivevano a Dong Siwenli non avevano il permesso di vendere nelle viuzze. Coloro che hanno lasciato Alcuni residenti non hanno trovato soddisfazione nella proposta fatta dalla società di delocalizzazione, mentre la maggior parte accettò l’idea che un giorno il Lilong sarebbe stato demolito. I residenti scambiarono i loro diritti d’uso, “chengzuquan”, contro un titolo di proprietà, “fangdiquan”, ottenendo una nuova casa, che spesso risultava tre volte più grande di quella che possedevano a Dong Siwenli. La loro vita quotidiana nel Lilong divenne ispirata dal detto “chi, lui, la, sa, shui” ovvero “mangiare, bere, defecare, urinare, dormire” – realizzandolo nella stessa stanza, ma col tempo si capì che non era più possibile mantenere quello stile di vita. Il comfort dei nuovi alloggi era stato pagato con il costo dell’espropriazione, e ciò dava significato al livello sociale e relazionale dei nuovi quartieri. I vecchi residenti di Dong Siwenli sono oggi sparsi in tutta la città, spesso in appartamenti più economici offerti come contropartita, come avvenuto per esempio nel quartiere “Baoshan”, a 20 km dal Lilong. In media, gli appartamenti selezionati hanno due o tre camere ad un prezzo pubblicizzato tra 9.000 e 10.000 yuan per metro quadro. Spesso, a seconda del numero di abitanti iscritti nelle abitazioni del Lilong, coloro che hanno lasciato sono stati in grado di acquisire uno o tre appartamenti condivisi tra i membri della famiglia. I sub-inquilini hanno dovuto infatti lasciare e trovare nuove sistemazioni a basso costo, anche se sempre più rare, con i propri mezzi.

“Il Presidente Mao va ad Anyuan”: un murales in SIWENLI Tracce di fervore della rivoluzione culturale della Cina possono ancora essere trovate nel vecchio quartiere Lilong di Dong Siwenli di Shanghai. Infatti si ritrovano alcune insegne o dipinti, come lo slogan di “lunga vita al Presidente Mao!” sulle facciate delle Shikumen, o i ritratti stilizzati sulle pareti che a volte rovinavano anche ornamenti di vecchie ville. Mentre lo sviluppo urbano ha spazzato via molti di questi dipinti, inaspettatamente ci si può imbattere in qualche resto. Alla fine di un vicolo in Dong Siwenli, era stato dipinto, in un grande murales, un giovane Mao Zedong, vestito con un abito tradizionale ed in una maestosa posa in cima ad una collina. La

sua spalla sinistra è stata oscurata dal filo arrugginito di un telaio, mentre la puzza di un orinatoio pubblico posto di fianco ne accompagna la vista. Situato nella città fantasma che Siwenli è diventata, il murales di Mao sembrava opportunamente posto come un ricordo nostalgico. Una volta Siwenli rappresentava a Shanghai la più grande Shikumen Lilong con oltre 700 unità abitative. Il quartiere era stato costruito nel 1917 ed aveva lasciato una profonda impronta storica per migliaia di famiglie Shanghainesi. Il murales è stato interposto fra due residenze, una delle quali veniva utilizzata come ufficio.

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Dopo un attento sguardo al murales, un osservatore può tutt’oggi vedere grandi macchie di vernice bianca che erano state ripetutamente stratificate decennio dopo decennio a coprire una scritta, difficilmente decifrabile, “il Presidente Mao va a Anyuan”, e grandi macchie nere che ormai oscurano la faccia del personaggio. Infatti, attraverso testimonianze si tramanda che al culmine del culto della personalità del Presidente Mao, una guardia rossa di nome Liu Chunhua (nato 1944), poi studente dell’Accademia centrale delle arti industriali, venne incaricato di creare un dipinto ad olio che mostrasse Mao in atteggiamento di chi stesse conducendo uno sciopero nelle miniere di carbone di Anyuan ai confini della provincia di Jiangxi-Hunan nel 1921. Questo dipinto, raffigurando Mao nei suoi primi anni verso l‘ascesa al potere, dimostrava l’atteggiamento forte che avevano i giovani e soprattutto le classi emergenti le quali, da condizioni disagiate poterono acquisire una qualità di vita migliore e l’accessibilità a settori, come l’istruzione, che fino all’ascesa di

Mao, erano totalmente chiusi. Guardando quindi questo e molte altre raffigurazioni del Presidente Mao i giovani si sentivano forti e potevano esprimere la propria venerazione verso il loro grande leader. Così, Liu e un gruppo di studenti provenienti dall’Università e da istituti che circondano Pechino canalizzavano le loro passioni collettive nella visione singolare del Presidente Mao che va ad Anyuan nel 1968, affermando: […] e posto, nel dipinto, il Presidente Mao all’avanguardia, avanzava verso noi come un sol Levante portando speranza alle persone. Ogni linea della figura del Presidente incarna il grande pensiero di Mao e nel ritrarre il suo viaggio ci siamo sforzati di dare significato ad ogni piccolo dettaglio. La sua testa tenuta alta nell’atto di trasmettere il suo spirito rivoluzionario, incurante del pericolo e della violenza e coraggioso nella lotta per la vittoria. Il suo stretto pugno sinistro chiuso raffigura la sua volontà rivoluzionaria, non temendo i sacrifici, la sua determinazione a superare ogni difficoltà per emancipare la Cina e l’umanità, osservandone la forte fiducia

nella vittoria. Il vecchio ombrello sotto il braccio destro rappresenta il suo infaticabile impegno nel l’attraversare grandi distanze, tra montagne e fiumi, per la causa rivoluzionaria. Le nuvole disordinate alla deriva, rapidamente passate, indicano che il Presidente Mao sta arrivando ad Anyuan, in un momento critico per la lotta contro la classe dominante, mostrandosi determinato, ma allo stesso momento tranquillo, presagendo quindi la nuova tempesta di lotta tra classi che avrebbe preso vita in breve tempo […]. Completato nel 1968, il dipinto divenne virale. Non solo venne replicato in oltre 900 milioni di manifesti, ma comparse inoltre su murales di pareti come quello a Siwenli, e ampiamente pubblicizzato a incontri pubblici, per dimostrazioni e per manifestazioni politiche. Venne ritratto anche in un’altra propaganda attraverso manifesti in cui gli uomini e le donne patriottiche venivano raffigurate portando l’onnipresente pittura. Il dipinto portò anche un più profondo messaggio politico, infatti la scel-

ta di Anyuan è stata usata per screditare pubblicamente Liu Shaoqi (nato nel 1898) che, fino alla rivoluzione culturale, veniva ampiamente considerato come il successore di Mao.Sfortunatamente, Liu e Deng Xiaoping caddero entrambi in disgrazia con Mao quando optarono per le riforme più moderate affinché si correggessero le catastrofi provocate dal “Grande balzo in avanti”. Mao aveva temuto che il cambiamento politico di Liu e Deng avrebbe danneggiato la sua eredità e il capitale culturale della rivoluzione per riconquistare e monopolizzare il potere. Liu divenne quindi un bersaglio durante i movimenti e venne etichettato come un traditore e nemico. Ripetutamente battuto negli incontri, Liu alla fine morì nel 1969 dopo che gli venne negata la medicina per il diabete durante gli arresti domiciliari. Allora perché Anyuan? Liu aveva giocato un ruolo molto più importante di Mao nel condurre gli scioperi dei minatori ad Anyuan. Interessante fu infatti un poster prodotto nel 1962 ove Liu veniva presentato tra le masse oppresse, guidandole verso la salvezza.


Aereofotogrammetria di Siwenli in diversi anni pagina precedente Il murales ‘Noi siamo la bandiera’

La pittura di “il Presidente Mao va a Anyuan” nel 1968 divenne quindi manifesto per confutare la nozione, come il pittore Liu Chunhua affermava, che: “per un lungo periodo, Khrushchev distorse arrogantemente la storia della Cina sostenendo che Liu, e non il Presidente Mao, avesse guidato la lotta operaia nell’Anyuan. Prese accordi con un gruppo di nemici di classe per produrre dipinti costosi e filmati, costruendo storie in cui si ritraeva come ‘l’eroe che ha guidato i lavoratori dell’Anyuan in lotta’. Questi intollerabili crimini suscitarono la nostra forte reazione, spingendo le guardie rosse del Presidente Mao a promuovere una pubblicizzazione contraria per correggere questa distorsione storica.” Noi siamo la bandiera Altro murales molto noto a Dong Siwenli, ma molto più recente rispetto a quello di Mao, è ‘Noi siamo la bandiera’ realizzato da artisti durante gli eventi culturali degli ultimi anni. Anche se questo dipinto gioca sui codici utilizzati per i murales, non è da leggere come propaganda. Tutti questi personaggi umani sono qui per rappresentare il potere dell’individuo. L’artista ha affermato: L’unica vera rivoluzione è quella dell’essere umano che diventa un individuo, senza seguire movimenti di massa senza cervello e dogmatici che portano alla schiavitù e all’auto-resa. Il sito di studio Costruito su una ex concessione internazionale e stretto tra la morsa di im-

portanti arterie infrastrutturali, il quartiere storico contenente Dong Siwenli e King Siwenli si presenta in planimetria come un rettangolo con un totale di 736 unità edificate su circa 48.000 mq, approssimando a 20.000 mq per King e 28.000 mq per Dong, vantando così il primato per grandezza nella totalità della città. Dopo aver seguito tutte le fasi storiche di trasformazione stilistiche generate soprattutto dal subaffittariato, la parte occidentale venne distrutta seguendo il fenomeno di “distruzione-delocalizzazione”, iniziata dopo la rinascita economica della città e la sua riforma abitativa nel 1991. Nel 2012 il suddetto fenomeno avvenne anche per Dong Siwenli, ma in questo caso la ditta demolitrice non operò subito, permettendo di trattare l’abbandono dei residenti attraverso un pagamento, tamponando poi ogni abitazione svuotata e dando l’area in gestione a personale, che ne approfittò per riaffittare le abitazioni. Ad oggi quindi solo 6 famiglie vi vivono, opponendosi all’abbandono per insoddisfazione delle soluzioni loro proposte. Siwenli, pur rendendo leggibili le forme precedenti, appartiene alla tipologia di nuove Shikumen Lilong costruite sotto la Repubblica di Cina, riconoscibile dai medaglioni ad arco di influenza barocca trovati sopra le porte, che mostrano come, dall’apertura della Cina, l’architettura locale avesse abbracciato gli stili internazionali. Questo insediamento è anche caratterizzato dalla densità e linearità della pianta assieme alle case ad angolo, simbolo della famiglia moderna che ospita solo due generazioni.

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Spaccato assonometrico di una Shikumen di Dong Siwenli

Shikumen di Dong Siwenli L’unità abitativa Shikumen di Dong Siwenli, identifica una forma atipica all’interno di questa tipologia edilizia e si compone di vari elementi ben distinti ed unici. 1. Portale d’ingresso Nel complesso di Dong Siwenli si possono osservare due tipi di portali ideali, ingressi principali per ogni Shikumen; come tipico, questi sono presenti nei prospetti a sud. Quelli posizionati in prossimità della scuola ed esterni al nucleo centrale del complesso, per le loro caratteristiche, rimandano ad una sintesi tra la seconda e terza fase architettonica, mentre quelli nella parte centrale allo stile barocco della quarta ed ultima fase: sormontati da frontoni a forma di arco, i timpani ad essi interni sono caratterizzati da medaglioni, simboli di Guanyin e fiori di loto. La porta nera

lignea a due battenti è infine incorniciata secondo la tradizione cinese da lastre di pietra locale. 2. Cortile principale Oltrepassato il portale d’ingresso in pietra di ogni residenza Shikumen si accede al cortile principale, collegato attraverso una grande porta finestra, tradizionalmente cinese, al salone d’ingresso. Il cortile è testimonianza della ripresa del modello residenziale cinese originario della provincia meridionale di Anhui, ove gli abitanti della Shikumen potevano svolgere attività all’aria aperta ed essere protetti dall’esterno. 3. Scale Assieme al portale d’ingresso e al cortile, la scale rappresentano, per queste residenze, e per ogni Shikumen in generale, l’elemento caratteristico principale: sin dai primi tempi rappre-

senta l’elemento centrale all’edificio che, assieme alla partizione muraria che ad esse si accosta, definisce la compartimentazione del intero volume. Dividono il salone comune dalla cucina al piano terra, permettono di sviluppare gli ambienti in verticale e di collegarli, ma nel momento di sovraffitto della Shikumen, i suoi pianerottoli divennero non una semplice sosta, ma un vero e proprio spazio da vivere. 4. Cucina La stanza dedicata per l’attività culinaria, considerato l’ambiente meno formale della casa, è quella al piano terra e più lontana dall’accesso e quindi dal cortile principale, divisa dal salotto attraverso le scale di collegamento ai piani superiori. Questa distribuzione permette di concepire l’opposta visione rispetto all’abitazione occidentale poiché, al contrario di

quest’ultima che vede la cucina all’ingresso e termina con il grande cortile retrostante, nella Shikumen si accede nel cortile principale per uscire posteriormente dalla cucina. 5. Simbolo di svuotamento Nel 2012, Dong Siwenli è stata acquistata per destinarla a nuove costruzioni. Il processo di “distruzione-delocalizzazione” iniziò prima dell’emissione del permesso di costruire, ma le autorità distrettuali adottarono una procedura diversa: terminati i negoziati con i residenti, chea sono stati allontanati, la Shikumen non viene distrutta, ma murata e barricata, verniciando il carattere “Kong” (vuoto), sulle porte per mostrare che il processo di allontanamento era stato completato, anziché il carattere ‘Chai’, cioè ‘da demolire’.


6. Abbaini e struttura di copertura La struttura di copertura, nonostante abbia vissuto mutamenti, permette ugualmente di riconoscere le varie fasi storiche: è possibile osservare che, come la struttura portante principale era inizialmente in pilastri lignei, la struttura di copertura è retta da capriate lignee collegate da travi, anch’esse in legno, parallele all’orditura delle falde di copertura. Nel tempo, queste strutture sono state rafforzate da contenimenti ed elementi in calcestruzzo, anche se, per mano della compartimentazione degli spazi internıi dovuta al sovrappopolamento di Shanghai e alla prassi del subaffittob delle Shikumen stesse, sono stati aggiunti abbaini in modo irregolare, così da permettere ventilazione e illuminazione anche alle soffitte, rendendole abitabili. Analisi dello stato attuale e del degrado Layout complessivo La struttura di un’intera “Lane” (corsia) è determinata dal layout principale di ogni singola Lilong, composta da 10 case unifamiliari, di circa 80 metri quadrati aventi al centro una camera singola. Ciascun blocco Lilong è caratterizzato ad entrambe le estremità dall’aggiunta di una camera doppia con cabine, di circa 172 metri quadrati. La parte orientale di Siwenli presenta piccole abitazioni singole, ove il cortile permette di conservare l’asse verticale della casa tradizionale - il cortile influenza la distribuzione degli spazi – il muro davanti le scale centrali distingue i compartimenti destinati a famiglie differenti, anche se il patio rappresenta sempre l’elemento intorno al quale ruota la vita familiare, infatti le stanze si affacciano su di esso attraverso finestre di legno cinese.

Forma del telaio in legno e analisi del profilo East Siwenli è una delle prime Shikumen, caratterizzata dalla struttura in legno e dal muro di mattoni solo come elemento di protezione, dalla parte posteriore costituita dalla cucina, dal tetto inclinato univoco sul retro della casa principale, dall’assenza di terrazze, che divengono parte integrante della costruzione, e padiglioni. Dal punto di vista della sezione, l’edificio è suddiviso principalmente nella zona residenziale ed in quella commerciale della parete in mattoni. Frontoni e timpani Nel complesso di Dong Siwenli è possibile osservare due tipologie di frontoni, la prima nelle Shikumen orientali più esterne, vicino alla scuola, che risalgono alla seconda fase architettonica, con frontoni rettangolari che presentano due triangoli simmetrici o rombi su entrambi i lati del bordo inferiore, mentre il bordo superiore del telaio è decorato con mattoni grigi, ma sempre in assenza di sculture e indicazioni. La seconda tipologia di porte d’accesso alle Shikumen, presenti tutte nel complesso centrale di Dong Siwenli, risalgono alla quarta ed ultima fase architettonica presentando il frontone che sormonta ogni portale a forma di arco, con elementi semplici ma racchiudendo timpani che forse rimandano a fasi architettoniche successive: presentano molte figure decorative, tra le quali maggiormente troviamo teste di cavallo, simboli di Guanyin (divinità Buddhista cinese) e fiori di loto, riprendendo anche lo stile occidentale barocco. Per la struttura residenziale viene utilizzata la tecnica in mattoni e legno, la fondazione è in calcestruzzo e la struttura portante, puntiforme, è costituita da pilastri in muratura, pilastri in pietra, o pilastri lignei.

Facciata di testa di una Shhikumen

La testa del Lilong è situata e visibile su entrambe le estremità dell’edificio, coronata dalla cornice del frontone. La forma della testa è divisibile in tre parti, distinte nettamente dalla parte centrale caratterizzata dal suddetto cornicione, secondo i diversi stili del cornicione stesso. Materiale Le pareti esterne degli edifici Shikumen a due piani sono principalmente caratterizzate da una struttura in mattoni e legno, dal tetto a pendenza spesso contraddistinto da abbaini e dalle facciate principali in mattoni rossi. L’entrata principale è costituita da due solide porte in legno laccato di nero, aperte spesso da un solo battente, sopra al quale vi è scolpito un arco, mentre spesso le lesene in rilievo che la incorniciano sono in mattoni intagliati e rifiniti esternamente. Il secondo piano è caratterizzato da un balconcino, mentre il layout complessivo riprende lo stile europeo. Pavimentazioni La pavimentazione interna è cambiata nel tempo a causa del frequente avvicendarsi dei proprietari ed in base agli stessi suoi utenti, nonché per le molte ristrutturazioni: la pavimentazio-

ne al piano terra della maggior parte di tali edifici è in cemento, mentre entrando nella zona soppalcata è possibile osservare ancora il pavimento in legno, anche se malamente preservato. Nel lato nord, nel balcone, il pavimento è in cemento. In pochi casi è possibile vedere ancora la chiglia lignea o addirittura lo stesso pavimento in legno. Porte e finestre Le porte e le finestre che ancora oggi è possibile vedere a Dong Siwenli possono essere classificate in ‘piene’, cioè che sono state murate e quindi chiuse per indicare che quell’abitazione è stata “svuotata”, moderne in metallo, che sono state aggiunte negli ultimi anni di occupazione del sito prima dello sfratto, e finestre e porte originali in legno, ancora appartenenti al campione tradizionale Shikumen. A tal proposito è possibile infatti osservare che nel complesso, essendo le stanze rivolte verso sud con un orientamento migliore, le pareti a sud sono più grandi e presentano numerose aperture. D’altra parte, per l’irraggiamento solare minore, la facciata nord presenta meno finestre e con dimen-

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da sinistra Modello 3D della struttura portante di una Shikumen; Portale con architrave rettangolare; Portale con architrave curvo; Dettaglio della copertura

sioni minori, ma aggiunge molte terrazze senza copertura, così da permettere e ricevere la luce solare diretta. Le facciate orientali e occidentali invece, illuminate per rotazione terrestre con impatto maggiore durante il giorno, sono state progettate per coprire il vano scale e lateralmente ad esso per aumentare l’illuminazione nelle stanze. Tetto Il tetto è costituito da un manto di copertura in tegole marsigliesi, giacenti su travetti in legno con sezione quadrata di 3 cm, che sono ancorati ad uno strato impermeabilizzante in ‘linoleum’. Il ‘Linoleum’ poggia su pannelli in legno massiccio che seguono parallelamente la direzione del tetto, per cui tra i travetti in legno e lo strato impermeabilizzante viene a formarsi un’intercapedine d’aria. I pannelli sono retti poi da travi squadrate anch’esse lignee di spessore medio 4 cm x 5,5 cm, rifinite internamente con uno strato di stecche in legno coperte infine da uno strato d’intonaco. Attico L’aggiunta della mansarda è risultato il modo più comune per costruire un piano in più, usufruendo al massimo dello spazio disponibile. Poteva essere costruita anche al secondo piano del-

la parte che era prima occupata dagli scaffali, formando una semplice soffitta per lo stoccaggio ed aumentando così l’utilizzo dello spazio. Costruzione parete divisoria Le famiglie modificarono, attraverso la costruzione di pareti, il layout interno in locali in modo da rispondere alle proprie esigenze. Lo spazio abitativo destinato ad una famiglia ed ottenuto da divisioni si configura come uno spazio completo nell’articolato complesso interno della Shikumen suddivisa, ove le scale permettono l’accesso diretto senza violare spazi altrui. In questo layout, la maggior parte delle famiglie, utilizzavano gli ambienti secondo combinazioni definite dalle pareti divisorie, come salone comune più cucina, due camere da letto vicine e così via. Edificio sul patio Molte famiglie, nel periodo di maggior affluenza di inquilini, costruirono addirittura ambienti a baldacchino sul tradizionale cortile d’ingresso all’aperto. Alcuni di questi, potevano realizzare lucernari e modificare finestre e porte originariamente realizzate nella facciata della casa. Mezzanino L’altezza interna originale del piano terra di molte abitazioni Shikumen era

di circa quattro metri. A causa dell’incremento della dimensione della famiglia, per aumentare lo spazio abitativo, alcune aggiunsero un piano intermedio a mezzanino. Ciò si realizzava posizionando un soppalco a circa 2,5 metri dal pavimento e a 1,5 metri dal soffitto, soddisfacendo le esigenze necessarie per uno spazio da vivere come camera da letto. Stato di fatto Dong Siwenli nel 2012 ha cominciato a mutare: gli edifici Shikumen, già fatiscenti, dopo diversi anni di abbandono presentano, tra gli elementi più evidenti, qualche piano e soffitto danneggiati, con le travi portanti rimaste a vista. Si possono osservare anche pavimenti con chiari segni di invecchiamento, e la struttura che non garantisce più l’originale stabilità, creando seri rischi per la sicurezza. D’altro canto, lo stato attuale della parete esterna è accettabile, così come la compattezza dei mattoni rossi, mentre l’intonaco risulta localmente usurato e scurito. Le pareti interne in mattoni di gesso risultano degradate a causa della grave umidità, potendone osservare numerose aree screpolate o mancanti per distaccamento e caduta, ma al contrario il mattone mostra in sé durabilità e buona resistenza alla corrosione, infondendo ottimismo per

il salvataggio della situazione in cui si presenta. Le tegole del tetto sono ben conservate, con pochissime crepe. Lo stato impermeabilizzante e i canali zincati di drenaggio sono invece in fase d’invecchiamento avanzato, mentre il soppalco può avere problemi di infiltrazioni d’acqua, tanto che i danni dovuti all’umidità non sono rari. Lo stato attuale delle porte tradizionali in legno è preoccupante, sia per quelle esterne che per quelle interne. A molte rimane solo una parte del telaio e il fenomeno dell’invecchiamento le rende talmente instabili con il rischio di caduta in qualsiasi momento. Lo stato delle finestre si presenta in generale in buone condizioni, tenendo conto che diverse sono state sostituite da finestre in alluminio moderne. I danni più rilevanti possono essere individuati nella rottura dei vetri, considerando che la maggior parte delle vecchie finestre di legno si sono mantenute ancora relativamente intatte.


Il rilievo integrato

Sezione di Dong Siwenli

Per studiare correttamente l’oggetto di analisi è stata seguita una precisa metodologia che pone come prima fase quella conoscitiva. Fase conoscitiva Prima di intraprendere tutte le operazioni di rilievo, sia laser scanner che diretto, è necessario raccogliere più informazioni possibili attraverso delle indagini preliminari. È una fase fondamentale poiché è il primo momento in cui ci si trova di fronte all’ogget to che si dovrà analizzare. Si osserva il contesto, si affidano al disegno le prime impressioni, sia sul paesaggio che ci circonda, sia sui dettagli architettonici. Si effettuano delle analisi a vista degli elementi emergenti dell’architettura, i punti significativi, le parti più complesse. Si fissano con appunti delle considerazioni legate alla modalità con cui si vorrà intraprendere le operazioni successive. Nonostante che in questa fase

non si abbia ancora del materiale tecnico e specifico, è comunque un momento importante nel quale si pongono le basi fondamentali per l’organizzazione successiva di tutto il lavoro, e per la qualità dei risultati futuri.

le peculiarità fondamentali degli elementi principali: la distribuzione urbana, i pieni ed i vuoi, ti pologia architettonica e l’evoluzione storica. È il momento di disegnare e fissare su carta percezioni e considerazioni.

1. Osservare e comprendere il contesto e l’oggetto da analizzare L’oggetto viene analizzato nella sua interezza, studiando il contesto, il territorio che lo circonda, gli edifici, le strade, le piazze, e interagendo con le persone che lo abitano quotidianamente. Si cercano subito di cogliere le peculiarità, i punti di interesse, le strutture e le forme. Infine si indaga attraverso appunti, foto, e l’acquisizione di informazioni utili.

3. Consultazione della documentazione storica d’archivio Con l’inizio della fase di rilievo si prendono in esame anche i materiali e documenti preesistenti, grazie ai quali è possibile crearsi un’immagine complessiva dell’oggetto architettonico analizzato e i punti incerti sui quali focalizzare l’attenzione con rilievi di dettaglio, disegni e foto di particolari.

2. Analisi attraverso descrizioni grafiche L’oggetto da analizzare viene descritto attraverso una prima lettura grafica che intende iniziare subito a cogliere

Una volta eseguita la fase conoscitiva, si passa al rilievo vero e proprio. Questo per essere completo e corretto deve valersi delle distinte fasi di intervento attraverso l’uso di differenti strumenti. La metodologia seguita, infat-

ti, è quella del rilievo integrato, la quale adopera e sfrutta vari metodi e strumenti di studio, aumentando la qualità del lavoro stesso. 1. Rilievo laser scanner Il rilievo è stato eseguito con l’ausilio di un scanner laser, uno strumento topografico che permette in breve tempo di acquistare una grande quantità di coordinate spaziali, ricreando, in una fase successiva della campagna in loco, le caratteristiche morfologiche bidimensionali e tridimensionali dell’oggetto scelto. La registrazione di una singola scansione ha una durata che varia a seconda della qualità desiderata, di media 7 min, tempo nel quale lo strumento acquisisce dati completando una rotazione di sé stesso a 360°.

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Ogni scansione possiede un proprio sistema di riferimento che coincide con il centro ottico dello strumento, e tutte le nuvole di punti prodotte dalla stessa posizione dello scanner saranno quindi basate sullo stesso sistema di coordinate. I dati acquisiti dalle varie scansioni sono dati riportati sul PC tramite un’operazione chiamata ‘bufferizzazione’, quindi le varie scansioni vengono sovrapposte tramite una registrazione che avviene tramite il software Cyclone. Una volta ottenuta la nuvola di punti si procede con l’elaborazione di snapshot, che servono per la successiva restituzione grafica. 2. Rilievo diretto Il rilievo diretto è stato effettuato sia per misurazioni di controllo generali che su elementi di dettaglio. Si è cercato sempre di realizzare stime in relazione ai dati ottenuti dalle scansioni. Laddove, infatti, il laser non riusciva a misurare, i dati sono stati integrati attraverso misurazioni dirette. 3. Rilievo fotografico La quantità di ambienti e spazi da documentare ha reso estremamente necessaria una catalogazione ordinata e sempre aggiornata delle foto. Il rilie-

vo fotografico a terra è stato eseguito con macchina fotografica Samsung PRO 815, con la quale si è documentata ogni superficie dell’elemento architettonico al fine di rielaborazione tramite software Agisoft Photoscan per una creazione di modelli tridimensionali e prospetti bidimensionali. La difficoltà maggiore è stata riscontrata nel creare foto di qualità poiché gli spazi urbani offrivano ambienti angusti ove posizionare correttamente la camera. 4. Rilievo aereo Considerata la complessità e la morfologia del sito da rilevare si è reso necessario un ulteriore passo per la campagna di acquisizione di informazioni a supporto del rilievo fotografico. Questa fase è stata operata a livello aereo tramite strumentazione drone. Il macchinario, Phantom 4, è stato impiegato per rilevare fotograficamente l’intero sito al fine di creare un modello tridimensionale completo ed un’orto-fotogrammetria ad alta definizione.

Una volta definite le varie fasi di rilievo da eseguire in loco, due sono i software maggiormente utilizzati per ricostruire modelli tridimensionali che sfruttano i dati raccolti. Cyclone Fasi per la restituzione: dalla nuvola di punti al disegno vettoriale 2D 1. Posizionamento dei piani di taglio per l’elaborazione delle sezioni ambientali trasversali e longitudinali Dopo aver eseguito le opportune operazioni di registrazione e collaudo della nuvola di punti (ovvero unione e allineamento delle singole scansioni parziali) si procede con la creazione dei piani di taglio, necessari per l’elaborazione delle sezioni verticali e orizzontali. Per la complessità dell’oggetto rilevato, è stato necessario eseguire numerose sezioni tra loro parallele, per avere una corretta percezione dello spazio costituito all’interno dell’area di studio. Per la comprensione della morfologia delle volumetrie ogni sezione è stata ricostruita eseguendo una ‘slice’ per il ridisegno del profilo di sezioni ambientali e prospetti.

Procedimento, dalla nuvola di punti alla orthoimage: 1. Vengono selezionati due punti A e B sulla nuvola di punti appartenenti al piano da rappresentare in prospetto 2. Si crea il segmento AB 3. Si posiziona il rUCS sul punto A tale per cui assuma coordinate (0,0,0) 4. Si sostituisce il valore z=0 al punto B in maniera tale da ottenere un segmento orizzontale 5. Si posiziona l’asse delle ascisse lungo il segmento e la direzione AB 6. Si crea un piano di taglio che contenga il segmento AB e che sia allineato con questo sistema di riferimento 7. Si muove il piano di taglio creato davanti all’elemento da rappresentare e si attivano i comandi di taglio 8. Si procede con l’esportazione di orthoimage ad alta risoluzione 2. Esportazione di orthoimage, importazione in ambiente CAD e ripasso al fil di ferro Mosaicatura delle orthoimage: 1. Elaborazione di tutte le orthoimage necessarie per la elaborazione di una sezione completa 2. Fase di importazione delle orthoimage in ambiente autoCAD


Fasi dell’utilizzo di Cyclone. pagina precedente Fase del rilievo laser; disegno derivato dal rilievo diretto; software per il rilievo fotografico.

3. Ridisegno vettoriale con definizione della tabella di layer necessari per la descrizione degli elementi architettonici primari e secondari, oggetti in primo e secondo piano, distinzione materica, elementi legati al degrado e allo stato di conservazione. Photoscan Per l’elaborazione di un modello tridimensionale attraverso attività di photomodeling è necessario eseguire una ripresa fotografica precisa e consona all’oggetto analizzato. L’acquisizione delle immagini può avvenire con andamento circolare o per ripresa fotografica lungo fasce orizzontali e verticali. È importante che i singoli fotogrammi abbiano una buona area sovrapponibile, in maniera tale che il software possa eseguire le corrette operazioni di allineamento e ricostruzione tridimensionale. Le fasi per la restituzione: dal disegno vettoriale all’elaborazione dei fotopiani 1. Elaborazione del file.eps in ambiente AutoCad per la realizzazione del fotopiano. Dopo l’elaborazione del disegno bidimensionale in Autocad, attraverso lu-

cidatura critica dalla nuvola dei punti, si procede con la stampa virtuale su file1 dell’elaborato grafico per ottenere un file raster con estensione.eps. Questo file consente di conservare la risoluzione e la qualità del fil di ferro disegnato, pur passando da un file vettoriale ad un file raster. Gli spessori di liPer stampare su file deve essere creato un plotter virtuale e impostati i valori di scala per ottenere un disegno nella scala necessaria. Questa operazione è stata effettuata per ogni singolo fotopiano

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nea, la tipologia di linee e segni grafici utilizzati vengono mantenuti e riprodotti fedelmente. Il file.eps della sezione in fase elaborazione viene quindi ingrandita in ambiente di Photoshop e/o lllustrator, all’interno dei quali avviene l‘attività di fotomosaicatura e creazione del fotopiano. Per avere un controllo e una precisione ulteriore in fase di elaborazione del

fotopiano, al di sotto del livello del fil di ferro viene allineata l’immagine della nuvola di punti, ulteriore guida per la costruzione del fotopiano.

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Fasi della realizzazione del modello 3D tramite Photoscan Acquisizione delle immagini con andamento circolare attorno all’oggetto da rilevare ed elaborazione della nuvola dei punti rada.

Elaborazione della nuvola dei punti densa

Costruzione del modello meshato

Applicazione della texture sul modello finale

La fase di stampa virtuale in ambiente Autocad è fondamentale per poter ottenere un elaborato grafico rasterizzato conforme e coerente con il dato vettoriale2. Per poter conservare le stesse caratteristiche di stampa e applicarle alla stampa di tutte le sezioni elaborate, è stato creato un plotter dedicato, all’interno del quale sono state salvate le impostazioni e i parametri di stampa. La scala metrica di stampa è variata a seconda delL’uso di una risoluzione a 300-450 dpi consente di conservare le qualità del file vettoriale trasformato in immagine raster. L’uso della quadricromia CMYK aiuta il bilanciamento dei colori durante l’attività di fotomosaicatura.

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le esigenze: parti complesse e particolari come intonaci, decorazioni, dipinti, pilastri e numerose porzioni di murature sono state elaborate in scala 1:25 - 1:50. Gli inquadramenti planimetrici in scala 1:100 - 1:200, i particolari architettonici e decorativi in scala 1:10-1:5. 2. La ripresa fotografica Ripresa fotografica ad assi paralleli multipli, adottando 3 inclinazioni differenti entro un angolo che va da 0°, scatto parallelo alla fascia, fino a 45°, grado massimo d’inclinazione fissato inizialmente per minimizzare effetti di distorsione.

Considerato il contesto da rilevare, prefigurato un percorso di spostamento della macchina fotografica durante la campagna di rilevazione, le foto sono state eseguite il più possibile in modo ortogonale, o a 45° rispetto alla superficie da rilevare con sovrapposizioni entro il 50-80 % tra ogni 2-3 serie di scatti a varia altezza/ inclinazione, evitando lo scatto automatico, prediligendo le sovrapposizioni e la chiara lettura degli elementi di riferimento. Poiché la distanza disponibile era vincolata alla minima larghezza dei vicoli, la fase di photomodeling e creazione del 3D ha visto

la necessità di unire il rilevamento con macchina fotografica a terra con quello del drone, ottenendo un unico modello rappresentante ogni elemento dell’oggetto in esame. 3. Criticità Durante la fase di riprese sono state riscontrate criticità dovute alla presenza di ingombri dovuti alle ultime case abitate: cucinotti, sedie, tavoli da lavoro, vasi, piante rampicanti, depositi di lavoratori, come sacchi di cemento, pale, segnaletiche, e soprattutto dovuti a mezzi di trasporto, come macchine, biciclette e motorini


Ripresa fotografica a terra ad assi paralleli multipli per la costruzione del modello 3D della facciata.

Ripresa fotografica circolare dell’edificio per ottenere gli elementi di copertura utili per la costruzione del profilo del prospetto.

parcheggiati nel sito. Inoltre è stato negativo, per il rilevamento fotografico, anche il passaggio continuo di persone e bambini provenienti dalla scuola adiacente, negli orari di ingresso o uscita. Grazie alla presenza di una campagna fotografica svolta in numerose fasi e grazie alle accortezze avute nell’eseguire gli scatti di tutto il sito, è stato possibile riportare nei fotopiani finali gran parte delle zone occluse successivamente, anche se purtroppo molte altre sono rimaste ugualmente coperte.

4. Risultato finale Grazie all’integrazione dell’attività di photomodeling, con l’attività di fotogrammetria tradizionale, è stato possibile ottenere una mappatura completa, totale e ad alta definizione dei prospetti degli edifici

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a sinistra Schema del percorso seguito per effettuare le scansioni con il laser scanner a destra planimetria di Dong Siwenli rilevata con scanner laser

pagina successiva Restituzione degli elaborati di un prospetto di un Lilong, con Cyclone, Photoscan, Cad


Le scansioni tramite scanner laser sono state eseguite nella parte centrale dell’area e ad una distanza tra loro tale da garantire la sovrapposizione. Dopo l’elaborazione, come sopra descritta, è stato possibile ottenere i primi elaborati grafici 2D apprezzabili, come la planimetria della zona di studio, sezioni e prospetti. Osservando la planimetria ricostruita grazie al laser scanner è possibile apprezzare peculiarità molto interessanti: lo spazio viene subito evidenziato da un’alternanza di pieni (corpi di fabbrica) e vuoti (vicoli) molto caratteristica e crea un labirinto urbano, questo è il frutto di una progettazione speculativa la quale tede a saturare lo spazio costruibile per massimizzare il guadagno; altro fattore molto chiaro è la differenza dimensionale tra il costruito e i collegamenti, i vicoli infatti non superano i 3,5 metri di larghezza mentre il costruito misura 12-13 metri di larghez-

za e può arrivare a superare i 90 metri in lunghezza nei casi maggiori; ulteriore caratteristica si nota nel numero di alloggi presenti per ogni Lilong, in media 20-25, alloggi che misurano 3,5x13 metri circa e che inizialmente erano pensati per ospitare una sola famiglia, ma nei periodi di maggiore affollamento si registrarono anche 8-9 famiglia per alloggio. Oltre alla planimetria, gli elaborati finali e più interessanti realizzati sono le sezioni ambientali, create in posizioni strategiche per restituire le impressioni vissute all’interno di Dong Siwenli. Per realizzare questi elaborati sono stati utilizzati parallelamente i software cyclone e Photoscan. il primo passo è la realizzazione della sezione ambientale tramite nuvola di punti utilizzando il procedimento, precedentemente descritto, della mosaicatura; parallelamente si realizzano i singoli fotopiani dei prospetti

degli edifici rappresentati dalla sezione ambientale, ed infine si sovrappongono i due elaborati; come ultimo passo si importa la sezione ambientale finale in ambiente vettoriale e si sottopone al ridisegno. Dallo studio attento di questi elaborati ad alta risoluzione si inizia a capire perché effettivamente le Shikumen sono il frutto di una fusione stilistica occidentale e orientale. L’impronta orientale è situata nella posizione degli ingressi principali alle abitazioni, contraddistinti dai grandi portali in pietra, i quali sono sempre situati nella facciata rivolta a sud. Questa posizione precisa degli ingressi trova le sue motivazioni nel Feng Shui, un’antica disciplina orientale che detta precise regole sulla disposizione interna degli spazi dell’abitazione: ingressi principali e spazi maggiormente vissuti dell’abitazione risolti a sud, mentre gli spazi di servizio e ingressi secondari rivolti a nord. Oltre a questa un’al-

tra caratteristica orientale la si trova nel cortile interno situato tra l’ingresso principale e la prima stanza dell’abitazione; questo trova origine nella tradizionale abitazione del sud della Cina la quale voleva uno spazio aperto che anticipasse la stanza centrale della casa, la stanza degli ospiti. Mentre le caratteristiche occidentali le troviamo nella disposizione planimetrica degli alloggi, che ricorda molto le case a schiera britanniche degli operai; nel profilo delle teste del Lilong, che rimandano ai frontoni triangolari occidentali; nelle decorazioni floreali degli architravi degli ingressi principali e nell’utilizzo di alcuni materiali, come gli elementi di copertura in tegole marsigliesi.

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La rinascita

Vista a volo d’uccello della proposta progettuale

Analisi conoscitiva dei piani progettuali Eseguita e conclusa la fase di conoscenza, rilievo e restituzione grafica dell’oggetto, si passa ora ad analizzare e acquisire quali sono gli strumenti urbanistici, disposizioni amministrative e i piani progettuali di sviluppo della zona in questione. Questo per capire concretamente le esigenze espresse dalla città e poter rispondere coerentemente con una proposta realistica. Il 4 febbraio del 2015 viene approvato lo “Jing’an Urban Study”, commissionato dall’autorità di pianificazione del distretto di Jing’an e diretto dallo studio “David Chipperfield Architects”. Tale studio costituì la base per il nuovo piano regolatore che prevede anche lo sviluppo di Dong Siwenli a Suzhou Creek. “David Chipperfield Architects” iniziò lo studio urbano di Shanghai nell’estate 2014, attraverso un’esplorazione teorica dei principi di pianificazione urbana, basata anche sull’analisi dell’uso del suolo e delle sue destinazioni funzionali, ed approfondendo la relazione tra gli alloggi storici a bassa densità ed un nuovo sviluppo ad alta densità, creando poi un masterplan in collaborazione con le autorità di pianificazione. Seguendo il piano regolatore della municipalità, le autorità hanno analizzato lo stato del 2005 progettando il miglioramento urbano secondo un piano

da attuarsi nell’arco temporale 20062020. Gli obiettivi muovono secondo una direzione principale: legare le diverse fasce della città partendo dal centro, cosi da instaurare omogeneità ed affidando agli elementi verdi ed ecologici il ruolo di collante e di fattore decentralizzante. Il tessuto urbano viene suddiviso in più distretti, individuando quindi più centri funzionali, ed il patrimonio storico viene analizzato con maggior attenzione, cercando una soluzione per la sua salvaguardia. Dong Siwenli, poiché rappresentava il più grande quartiere a Shanghai, costruito all’inizio del XX secolo e composto da case Shikumen, sarebbe stato minacciato dal nuovo progetto. Quindi, l’obiettivo primario del nuovo futuro sviluppo è quello di creare un attraente quartiere urbano attraverso l’integrazione delle case storiche con nuove funzioni. In realtà, il piano per Dong Siwenli non è ancora noto, infatti dipenderà direttamente dagli investitori, e dalle autorità del distretto Jing’an, che recentemente si è fuso con Zhabei District. Un importante evento funge nettamente da veicolo per la pianificazione e l’approccio proprio con il sito di Dong Siwenli. Dopo l’evento organizzato e svolto sabato 17 Ottobre 2015 dalle 18 alle 20 dall’associazione artistica denominata “Fireflies”, che ha visto l’oc-

cupazione dei vicoli originari come palcoscenico per le proprie scene, alla fine dell’anno il sito è stato inserito dall’ “Ufficio di cimeli storici e culturali” nell’elenco dei 100 lilong di Shanghai da essere preservati, anche se tale inserimento non gli conferisce lo stesso grado di tutela corrispondente alla nostra logica occidentale. Approccio del masterplan Attraverso l’articolo del 28 settembre 2016, intitolato ‘Jing’an will be at the heart of city culture’, lo “ShanghaDaily. com” ha riportato affermazioni importanti delle autorità sulla pianificazione del nuovo distretto di Jing’an. Tale affermazioni indicavano l’obiettivo di realizzare un circuito di musei per la protezione della storia e della cultura, attualmente comprendente 60 musei esistenti o in costruzione, inserendo tra questi anche l’area di Dong Siwenli. Per sfruttare al meglio le ricche risorse, le autorità affermarono inoltre che il distretto non solo manterrà e svilupperà i suoi musei in diversi settori e tipi, ma si servirà anche delle comunità storiche della zona per creare un ambiente vivace in cui i visitatori possano sperimentare la vera cultura tradizionale. Una di queste comunità, inserita nella lista dei beni da ristrutturare, è proprio Dong Siwenli, che dovrà servire, dopo il rinnovamento, come luo-

go di intrattenimento culturale, dove i moderni metodi di esposizione e l’alta tecnologia possano aiutare a salvaguardare e promuovere un patrimonio storico così prezioso. In questo quadro, le autorità prevedono che tutti i musei industriali, i musei delle comunità e le scuole, cosi come le attività private, siano integrate nel nuovo sistema di servizi culturali dell’intero distretto di Jing’an. Si cercherà poi di esplorare modi per promuovere lo sviluppo di circa 20 musei privati del distretto, la maggior parte dei quali oggi si trovano in situazioni di difficoltà. Prendendo più in considerazione il complesso sito di Dong Siwenli, oggi occupato da sole 6 famiglie e quindi in stato di abbandono, Guo Zicheng di ‘China architecture design & Research inst.’ affermò: ristabiliremo l’aspetto originale del complesso come ai vecchi tempi, anche se con l’interpretazione moderna, istituendo anche alcuni luoghi di servizio pubblico per la cultura, l’arte e gli affari.

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Analisi dello stato di degrado

Destinazioni progettuali

Edifici in stato di degrado superficiale, con un facile grado di recupero

Edifici destinati al recupero e alla riqualificazione

Edifici in stato di degrado profondo, con un difficile grado di recipero

Edifici destinati alla demolizione

Edofoco Shikumen demoliti

Zhuang Shaoqin, direttore dell’ufficio municipale di Shanghai di Land & Resources, ha poi dichiarato: abbiamo intenzione di attuare la protezione del sito in tre livelli: il primo livello è quello di mantenere e proteggere tutta l’architettura originale; il secondo livello è quello di mescolare nuovi elementi in vecchi edifici; ed il terzo livello è quello di ricostruire la vecchia architettura con alcuni elementi nuovi. Individuazione delle aree funzionali Particella 67-01: è stata proposta l’offerta tradizionale delle autorità di pianificazione, legata alla forma di sviluppo attuata per le aree circostanti, ponendosi come cintura di collegamento per Dong Siwenli. Particella 67-02 (Dong Siwenli): per quest’area, di proprietà del governo, le autorità hanno raccomandato l’u-

so di concessioni con contratti di durata da 10 a 20 anni, affinché sia incentivato l’investimento di capitale privato per il restauro, la riqualificazione e la gestione. Particella 59: in questi lotti, alcuni dei quali sono legati allo sviluppo previsto per la p. n. 67-02, la terra può essere suddivisa per l’affitto o la vendita. I metodi di trasferimento delle proprietà avverranno a seconda delle circostanze specifiche in base alla combinazione dei lotti o saranno gestite da un esperto nello sviluppo di centri città, tenendo conto degli affitti sostenuti a Tianzifang o Xintiandi, Shikumen già riqualificate prima della pubblicazione della lista dei siti storici da recuperare senza demolizione.

Fase progettuale Come è stato specificato sopra, la base principale del lavoro che è stato avviato fonda le radici nella completa conoscenza del sito storico scelto. Una volta così ottenute ed elaborate tutte le informazioni reperibili mediante l’intera fase conoscitiva è quindi stato possibile realizzare le rappresentazioni e le restituzioni grafiche e digitali utili ad intraprendere la conclusiva fase progettuale, momento che si è rivelato il più complesso dell’intero iter collaborativo. Già dai primi sopralluoghi svolti è stata immediatamente individuata la necessità di estendere l’analisi ad un raggio più ampio, coinvolgendo quelli che ancora oggi risultano essere i punti critici, sia per la Shikumen scelta, sia per il sistema urbano attuale. Contemporaneamente, nel contesto più significativo che circonda il sito storico, è possibile riconoscere quelli che Kevin Linch, nel suo libro ‘L’immagine della città e i suoi elementi’ definisce i riferimenti, ovvero quegli elementi che fungono come fuochi visivi e sociali per i fruitori dello spazio urbano. Il principale tra di essi è il National History Museum, posizionato, nel contesto considerato, all’estremo opposto della Shikumen e riconoscibile dal suo ampio parco che gioca il ruolo di pol-

mone verde dell’intero quartiere, totalmente povero di vegetazione. L’altro riferimento è il complesso scolastico situato adiacente all’area in esame, che rappresenta una delle funzioni più attive e influenti rispetto al restante costruito della zona. Distinti questi come punti di forza dell’assetto circostante, gli elementi sfavorevoli sono stati riscontrati, originariamente nell’assenza del collegamento diretto tra i due fuochi e successivamente nel difficile accesso all’istituto scolastico e nel quasi completo isolamento della Shikumen rispetto a questi. La progettazione su larga scala ha inevitabilmente dato vita alla produzione di un masterplan, il quale si basa sull’analisi e sulla comprensione del contesto, in particolare sullo studio degli assi viari e del loro sistema, sul costruito e quindi sulle volumetrie esistenti, sulle funzioni attuali e sull’accessibilità delle varie parti dell’area. La soluzione progettuale considerata per il primo punto debole dell’area, è identificata in un collegamento pedonale sistemato a viale verde, tra il parco a sud e la scuola a nord, affinché venga a crearsi continuità ed omogeneità per l’intera zona. Il viale verde, che nasce dall’angolo a nord del parco, trova estensione lun-


pagina precedente A sinistra: analisi dello stato di degrado attuale. A destra: destinazioni progettuali. pagina corrente Suddivisione in aree funzionali.

go la direttrice della grande strada sopraelevata, e giunge fino d’innanzi alla scuola dove, entrando all’interno del costruito, si espande e trova conclusione in una piccola zona pubblica. Liberando spazio nella zona adiacente alla scuola si è quindi ricavata un’area urbana sociale con funzione di piazza, la quale riuscirebbe a risolvere l’ingresso sia alla scuola sia all’area di competenza delle storiche Shikumen, identificandosi così come un forte punto di riferimento per l’intero isolato. In maggiore dettaglio, la piazza ricavata all’interno dell’isolato di intervento è studiata nella sua morfologia per seguire due assi principali: la caratteristica linearità e ripetizione dei Lilong e la direttrice verso l’istituto scolastico, in modo da diventare un vuoto che vive in duplice dimensione relazionando lo spazio pubblico con quello privato. Attraverso lo studio della pavimentazione, si è potuto evidenziare ed enfatizzare i rapporti spaziali creati, i quali vogliono identificarsi come caratteristiche peculiari dell’area. Lo spazio necessario per la progettazione è stato ricavato tramite la demolizione di tre Shikumen poste oggi a sud della scuola. La loro disastrosa condizione e il già parziale crollo, ha portato quindi ad adottare la soluzio-

ne di sacrificarle per guadagnare spazio ad uso dell’intero isolato e migliorare le condizioni ambientali e percettive all’interno della zona. Il disegno della piazza, seguendo quindi precise direttrici sottolineate dall’accurata pavimentazione e risultando poi la conclusione del collegamento tra il parco urbano a sud e la scuola a nord, prevede una modesta e studiata quantità di verde tale da diventare un piccolo polmone per il costruito circostante. La vegetazione, in planimetria, è progettata per ricalcare ed evidenziare le Shikumen demolite, così da mantenere, seppur in maniera differente, un ricordo della volumetria e del carattere urbano ormai scomparso. L’orizzontalità delle fasce verdi viene poi tagliata diagonalmente dal percorso di accesso alla scuola, formando così due differenti parti, distinte per funzione: la parte ad est verso la grande strada sopraelevata gioca il ruolo di filtro, cercando di dare un distacco dalla confusione del traffico urbano, mentre la parte rimanente situata all’interno della piazza viene destinata ad orti urbani così da svolgere, attraverso la gestione degli anziani dell’isolato e dall’istituto scolastico, un ruolo attivo per la comunità circostante. Quest’attività trova così soluzione per quel-

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la parte di popolazione ormai passiva all’interno di una società moderna in continuo sviluppo, ma diventa anche fonte di insegnamento ed educazione per la popolazione futura. Attraverso il prolungamento dei vicoli e dell’ingresso della scuola verso l’angolo dell’isolato demolito, vengono definite le aree verdi e il viale d’ingresso scolastico. L’ampiezza tipica dei cortili interni d’ingresso di una Shikumen di Dong Siwenli, diventa il modulo con cui suddividere, in orti urbani, le aree verdi recuperate. L’edificio antistante alla piazza, differente per dimensione e forma dal resto delle shikumen, vivrebbe in stretto legame con essa e con la sua funzione sociale di coltivazione, infatti la parte

direttamente prospiciente verso gli orti verrebbe destinata a magazzino, dispense e spazi per la gestione diretta delle colture, mentre la parte verso la strada verrebbe destinata per il commercio e la distribuzione del prodotto ricavato da queste attività. Dopo un atteggiamento progettuale di tale tipo, si è passati al dettaglio e al costruito, con lo studio delle 12 lilong presenti all’interno della Shikumen. Il primo passo è stato identificare e suddividere le funzioni a macroscala tenendo in considerazione le indicazioni urbanistiche e amministrative che la città di Shanghai propone. La parte centrale, composta dai 4 elementi residenziali chiaramente leggibili e facilmente identificabili per la loro singolarità in quanto di differente

dimensione o di differente inclinazione, verrebbe destinata così a funzioni pubbliche e sociali e in particolare a zone espositive e museali, mentre i restanti 8 blocchi rimarrebbero alla loro originaria funzione residenziale. Per poter intervenire correttamente in questi corpi di fabbrica storici, è stato necessario un primario esame dello stato di fatto per arrivare alla redazione di una mappa chiara e completa del degrado. Il maggiore degrado riscontrato nelle Shikumen, legato soprattutto alla superficie delle pareti e delle partizioni orizzontali, è causato dalla mancata manutenzione costante nel tempo e dell’ormai assente sistema di copertura e di canalizzazione delle acque piovane.

in alto Dettaglio della progettazione della piazza di Dong Siwenli pagina precedente Masterplan elaborato in collaborazione con la Jiao Tong University

Infatti le tipologie di degrado riscontrate sono: alterazione cromatica, mancanza, distacco, disgregazione, efflorescenza, colatura, patina biologica, vegetazione spontanea, erosione e scagliatura. Molto invadente è anche ‘l’ostruzione e l’intervento improprio’ considerato al pari di un degrado, il quale ha portato alla chiusura delle aperture e dell’uti-

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zona pubblica zona privata residenziale

pagina precedente Concept sul progetto della piazza; vista sulla piazza.

a sinistra Destinazioni funzionali a destra Analisi del degrado delle facciate di un Lilong

lizzo di materiali improprio per improvvisate coperture o partizioni. Straordinariamente sembrano mantenere un buono stato di salute sia le pareti principali, in mattoni di laterizio, sia la struttura portante lignea, la quale garantisce ancora stabilità a tutto il costruito. In riferimento ai Lilong destinati a residenze, seguendo l’analisi del degrado svolta per i prospetti esterni, individuando i problemi materici più rilevanti e seguendo gli elaborati del rilievo interno, effettuato dagli studenti del corso di restauro del professore Younkang Cao dell’università di Jiao Tong University di Shanghai, si è elaborata una ipotesi progettuale di una tipologia di un blocco tipo destinato alla re-

sidenze. L’obiettivo primario della riqualificazione di tali blocchi consiste nel riproporre e mettere a disposizione le nuove residenze abitative sostenendo le necessità spaziali e abitudinarie di una famiglia moderna, cosi da riqualificare il complesso storico soddisfacendo ai bisogni delle ultime famiglie ancora residenti. L’intento di voler assecondare le necessità di una famiglia moderna porta di conseguenza a superare la notevole suddivisione degli spazi avvenuta con il sovrappopolamento della metà del XX secolo. Le modifiche ipotizzate, che si concretizzano come un ritorno alla fase architettonica Shikumen precedente a quella attuale, possono essere individuate nel riaprire porte e fine-

stre recuperabili, eliminare i soppalchi (h. 2,35 m - 3,00 m), eliminare le stanze buie, creando stanze illuminate più grandi (come i salotti), inserendo bagni in ogni alloggio, posizionandoli nelle stanze retrostanti dell’ingresso, facilitando così la posa degli impianti di scarico. Per quanto riguarda i Lilong centrali di Dong Siwenli destinati a funzioni pubbliche, sempre in considerazione dello studio del degrado e della conservazione, si è elaborata un’ipotesi progettuale di una tipologia di un blocco centrale nell’area del complesso. Seguendo le direttive amministrative e i piani di sviluppo futuro della zona, oltre alla destinazione residenziale in Dong Siwenli è possibile allestire mostre,

musei e spazi espositivi. La progettazione di tali blocchi quindi segue due direttrici: • riproporre le abitazioni storiche nella loro forma originale, così da permettere al visitatore di immergersi a pieno nell’atmosfera e negli ambienti autentici delle Shikumen; • realizzare degli spazi destinati a musei o esposizioni, così da fornire una destinazione culturale al sito riqualificato.

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Ambiente pubblico SEZIONE PLANIMETRICA - H: 1,5 metri

Shikumen Doppia Shikumen Ingresso principale Indressso secondario

SEZIONE PLANIMETRICA - H: 5 metri

in alto Sezioni planimetriche a destra Concept della disposizione volumetrica; piante del blocco residenziale riqualificato

PT - AMBIENTI PUBBLICI

PT - SHIKUMEN

Dettagli delle piante della libreria e delle unità residenziali

PRIMA DELLA RIQUALIFICAZIONE

DOPO LA RIQUALIFICAZIONE

PT - SHIKUMEN DOPPIA


Sezioni planimetriche

SEZIONE PLANIMETRICA - H: 5 metri

in basso a sinistra: Schema compositivo e concept dell’ideologia progettuale; piante del blocco pubblico; a destra: Dettagli delle piante degli spazi espositivi e museali. SEZIONE PLANIMETRICA - H: 1,5 metri

IDEOLOGIA PROGETTUALE

Stato attuale dentificazione delle tipologie abitative originali

Stato progettuale mantenimento di un’abitazione per ogni tipologia storica

SCALA 1:100 Shikumen con distribuzione originaria

Spazi espositivi, museali e culturali

RESIDENZA STORICA ORIGINALE

Gli obiettivi fissati in questa progettazione sono: riportare alla luce e all’attenzione dei cittadini le condizioni, l’atmosfera e gli spazi definiti dalle Shikumen, che per più di un secolo hanno identificato la città di Shanghai; inserire spazi culturali ed espositivi per definire una funzione sociale all’interno di questi spazi, identificandoli e salvaguardandoli per le generazioni future, e garantire loro uno sviluppo coerente e significativo. La progettazione ha cercato di essere meno invasiva possibile, è stato mantenuto integro l’aspetto dei fabbricati, le aperture, i collegamenti e la struttura portante. Nel caso degli spazi riproposti come abitazioni originarie si è mantenuto anche l’arredo e la distribuzione e funzione di ogni spazio interno. Per gli spazi invece destinati a esposizioni e musei si è intervenuti con l’eliminazione di pochi tramezzi per ricavarne spazi maggiori e meglio fruibili per lo scopo espositivo.

SPAZIO ESPOSITIVO E CULTURALE

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pagina precedente Portale di accesso alla Shikumen

Conclusioni

Studiando le Shikumen dal punto di vista storico, sociale, culturale e compositivo è emerso che gli eventi storici hanno influito fortemente nello sviluppo edilizio della città di Shanghai portando alla realizzazione appunto delle caratteristiche Shikumen. L’internazionalità della città di Shanghai ha fatto sì che le Shikumen fossero frutto dell’azione degli occidentali: lo stile europeo con un’impronta più urbanistica e razionale, si incontra con la tradizionale e attenta composizione degli spazi interni dello stile orientale. Se così non fosse stato non avremmo potuto studiare questo oggetto architettonico unico al mondo. Le Shikumen rispondevano perfettamente alle esigenze della società, avendo la possibilità di dare risposta alla sempre più crescente domanda di alloggi causata dallo sviluppo demografico esponenziale. È stato essenziale vivere di persona la realtà delle Shikumen, parlare con la popolazione che ancora vive questa realtà, per capirne le esigenze e migliorare il modus operandi della fase progettuale. Grazie alle varie fasi di rilievo, in particolare della zona Dong Siwenli, e ai vari strumenti utilizzati (laser scanner, macchine fotografiche e droni) si è potuto comprendere a pieno la forma e lo sviluppo urbanistico del sito studiato, riuscendo a capire i reali rapporti tra i pieni e i vuoti dell’architettura e la distribuzione degli ambienti. Un’ulteriore risposta dello studio di rilievo dell’oggetto è la consapevolezza dello stato attuale del manufatto. Analizzandolo in profondità, è stato riscontrato un elevato stato di degrado dovuto soprattutto al completo abbandono della zona. Lo stato di deterioramento è maggiormente riscontrabile nelle superfici, nelle coperture e nelle tamponature, ma in minor modo nella struttura portante e nelle pareti principali. A seguito dello studio in prima persona della zona sono emerse precise esigenze che si rispecchiano nei vincoli urbanistici e nelle disposizioni amministrative, ossia nella riqualificazione del sito a scopo residenziale ed espositivo così da mantenere la propria identità originale ma anche alla sua conservazione del valore storico culturale. L’intento progettuale principale della tesi e del nostro lavoro vuole quindi identificarsi nella volontà di creare un nuovo volto per Dong Siwenli, creando al suo interno attività culturali e sociali che, consolidandosi nel tempo, possano diventare un punto di riferimento per una nuova concezione degli spazi da vivere e per amalgamarsi coerentemente con le residenze ristrutturate, secondo delle esigenze dettate dalla modernità, così da ottenere una soluzione sostenibile per un patrimonio architettonico proprio della città di Shanghai.

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Bibliografia Trasloco di una famiglia de quartieri Shikumen

Xu Yiubo, Weng Zuliang, Zheng Zu’an, 2010, Shanghai Shikumen Lifestyle, Shanghai Brilliant Publishing House, Shanghai. Feng Shaoting, 2010 Shikumen: Experiencing Civil Residence and Alleys of Shanghai Style, Shanghai People’s Publishing House, Shanghai. Jeremy Cheval, 2016, Lilong lives | vies d’un Lilong, Xerographes, Shanghai Marta Gallo, Shanghai one city nine towns. La città di fondazione nelle trasformazioni metropolitane della Cina contemporanea, Roma Peter Wong, 2015, Chinese Puzzle: the Shifting Patterns of Shanghai’s Shikumen Architecture, Beth Tauke, Korydon Smith, Charles Davis, Diversity and Design: Understanding Hidden, Routledge, 2015, New York, pp.79-101 Wan-Lin Tsai, 2008, The Redevelopment and Preservation of Historic Lilong Housing in Shanghai, University of Pennsylvania, <https://repository.upenn.edu/ cgi/viewcontent.cgi?article=1115&context=hp_theses> (10/17)

Bertocci S., Bini M., 2012, Manuale di rilievo architettonico e urbano, CittàStudi, Torino Maryia Sakharevich, 2010, Shikumen, <http://survivalkitred32010.blogspot. com/2010/11/shikumen-lilong-housing-shanghai.html> (10/17) Renee Y. Chow, 2014, In a Field of Party Walls Drawing Shanghai’s Lilong, <<Journal of the Society of Architectural Historians>>, Vol. 73 No. 1, pp. 16-27 Bracken, G., 2013. The Shanghai Alleyway House: A threatened Typology. Footprint, p.45.

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Manifesto esposto per la conferenza organizzata nel Campus della Jiao Tong University di Shanghai al termine dell’esperienza


Indice

Presentazione Stefano Bertocci

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Il caso Shanghai

7

All’interno delle Shikumen

11

La particolaritĂ di Dong Siwenli

31

Il rilievo integrato

41

La rinascita

49

Conclusioni

59

Bibliografia

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Finito di stampare per conto di didapress Dipartimento di Architettura UniversitĂ degli Studi di Firenze Aprile 2019



Il progetto nasce da una collaborazione internazionale tra il laboratorio di rilievo del professor Stefano Bertocci dell’università di Firenze e il laboratorio di restauro del professore Cao Younkang della facoltà di architettura della Jiao Tong University di Shanghai, con l’intenzione di rafforzare i rapporti internazionali e la cooperazione tra i due istituti e raggiungere l’intento comune di comprendere e studiare le Shikumen di Shanghai. Le Shikumen saranno analizzate da vari punti di vista: storico, essendo questa tipologia edilizia l’input dello sviluppo urbanistico della città; compositivo, identificandosi nell’unicità dell’unione stilistica occidentale e orientale; sociale, perché studiando le esigenze della popolazione nei vari periodi storici si comprende la trasformazione architettonica; culturale, avendo conferito un’identità propria e unica alla città. Mantenendo la direttrice deduttiva, dal generale al particolare, si andrà a rilevare in maniera dettagliata il quartiere di Dong Siwenli nel distretto di Jin’an, così da conoscere lo stato di degrado e la situazione attuale dell’area. Il motivo per il quale l’attenzione ricade su questa Shikumen risiede nella sua antichità e nella sua dimensione, da sempre il più grande complesso della città. Entrando nel vivo del progetto saranno esposte le proposte progettuali per una corretta e coerente riqualificazione del sito preso in esame, per conferire dignità e vitalità ad un quartiere attualmente disabitato e degradato. Infine, scopo implicito del progetto è quello di implementare ed allargare la rete di collaborazione, che il dipartimento di rilievo della facoltà di Architettura di Firenze ha stretto con la città di Shanghai, unendo forze e punti di vista differenti verso il comune scopo del progresso. Filippo Neri, nato il 10 Marzo 1994 a Massa (MS) e residente a Massa (MS), laureato il 13 Febbraio 2018 nel corso magistrale in architettura presso l’Università degli studi di Firenze, conseguendo il massimo dei voti, la lode e la dignità di pubblicazione. Giulio Petri, nato il 17 Gennaio 1994 a Montevarchi (AR) e residente a Terranuova Bracciolini (AR), laureato il 13 Febbraio 2018 nel corso magistrale in architettura presso l’Università degli studi di Firenze, conseguendo il massimo dei voti, la lode e la dignità di pubblicazione. Abilitato il 8 Febbraio 2019.

ISBN 978-88-3338-065-0

ISBN 978-88-3338-065-0

9 788833 380650