ReUSO 2020 | Giovanni Minutoli (a cura di)

Page 1

simposio internazionale

REUSO 2020 Restauro: temi contemporanei per un confronto dialettico

a cura di

Giovanni Minutoli


simposio internazionale REUSO 2020

Restauro: temi contemporanei per un confronto dialettico a cura di Giovanni Minutoli

Una rete di ricercatori, studiosi che operano nel campo della conservazione e della salvaguardia del patrimonio ha costituito l’associazione ReUSO ETS il cui scopo è l’organizzazione e la gestione di attività culturali, attività editoriali e l’organizzazione di convegni scientifici. Gli studiosi che condividono le finalità dell’associazione potranno quindi aderire e partecipare alle attività dell’associazione stessa. Tutti gli associati avranno diritto di eleggere gli organi associativi, di essere informati sull’attività dell’associazione e partecipare a tutte le iniziative e le manifestazioni promosse dall’associazione stessa. L’accento è posto sulle tematiche della documentazione, della catalogazione, del rilievo, delle conoscenze specifiche nell’ambito della storia del restauro e della valorizzazione, con la consapevolezza che il patrimonio stesso si evolve e necessita di un adeguamento costante alle esigenze della società della quale costituisce memoria e testimonianza fisica.

ReUSO è un acronimo nato dalla combinazione dei concetti di “restauro” e “uso” in chiave contemporanea e suggerisce quindi lo studio applicativo di diversi campi del sapere, un’applicazione teorica e pratica di tematiche che esprimano in maniera significativa ed emblematica le diverse e possibili modalità di declinazione della conoscenza del Patrimonio e dei relativi processi o progetti di conservazione e riqualificazione. La diffusione di queste conoscenze e del dibattito relativo a livello internazionale costituisce inoltre lo scopo fondante dell’associazione: questo è dimostrato dall’ampio spettro dei contributi presentati nelle varie edizioni dei nostri convegni, provenienti in sostanza da numerosi paesi europei ed extraeuropei, dove è sentita o inizia a sentirsi la problematica della conservazione del patrimonio come elemento fondante della cultura e della società.

Comitato scientifico Adell, José Maria - Arquitecto, Universidad Politecnica de Madrid

De Vita, Maurizio - Dipartimento di Muñoz Cosme, Alfonso - Arquitecto, Architettura, Università di Firenze Universidad Politecnica de Madrid

Bernardo, Graziella - Università degli Studi della Basilicata

Esposito Daniela - Università “Sapienza”, Roma

Sanchez Chiquito, Soledad Arqueologo Consorcio de Toledo

Nanetti, Andrea - Nanyang Technological University, Singapore

Santolaya, Manuel - Arquitecto Consorcio de Toledo

Bevilacqua, Mario - Dipartimento di Garces, Marco Antonio Architettura, Università di Firenze Arquitecto, Junta de Castilla Leon

Onat Hattap, Sibel - Mimar Sinan Fine Arts University, Estambul

Santopuoli, Nicola - Università “La Sapienza”, Roma

Caccia Gherardini, Susanna Dipartimento di Architettura, Università di Firenze

García Quesada, Rafael Universidad de Granada

Perez Arroyo, Salvador - Arquitecto, Hanoi Vietnam

Tiberi, Riziero - Università di Firenze

Cassinello, Pepa - Arquitecto, Universidad Politecnica de Madrid

Gonzalez Moreno-Navarro, Antoni - Arquitecto Diputacion de Barcelona

Picone, Renata - Università di Napoli “Federico II”

Tognon, Marcos - Universidade Estadual de Campinas

Chapapria, Julian Esteban Arquitecto, Universidad Politecnica de Valencia

Ieksarova, Nadia - Odessa State Academy of Civil Engineering and Architecture

Prescia, Renata - Università di Palermo

Segreteria scientifica

Pretelli, Marco - Università di Bologna

Dalla Negra, Riccardo - Università degli Studi di Ferrara

Jurina, Lorenzo - Politecnico di Milano

Monica Lusoli - Dipartimento di Architettura, Università di Firenze

The Author(s) 2020 ISBN 9788833381206

progetto grafico

•••

didacommunicationlab

DIDA Dipartimento di Architettura Università degli Studi di Firenze via della Mattonaia, 8 50121 Firenze, Italy

Romeo, Emanuele - Politecnico di Torino


Indice Presentazione Saverio Mecca

10

Contributi introduttivi Rifare a una le parti guaste. Il restauro tra indagine clinica e palinsesto cognitivo Susanna Caccia

12

Restauro. Concetti: orientamenti e tendenze attuali Renata Prescia

16

L’insegnamento del restauro tra criticità e innovazione Sandro Parrinello

20

La conoscenza del patrimonio come premessa indispensabile alla sua corretta conservazione Nicola Santopuoli

24

Uso e “vita” del Patrimonio: strumenti per la conservazione e la valorizzazione Antonella Guida

26

Contributi introduttivi alle tematiche ReUso 2020 Luis Palmero Iglesias

28

ReUso: Riciclare, riutilizzare, ripensare Giovanni Minutoli

36

Restauro. Concetti: orientamenti e tendenze attuali Protezione delle aree archeologiche: interventi di musealizzazione ‘effimera’ su aree fragili D’Aquino Riccardo, Cariglino Serafina, Lembo Fazio Francesca

16

Valorizzazione, turismo, identità e restauro. Alcune considerazioni sui beni culturali in Sicilia Genovese Carmen

26

Superposiciones históricas en edificios religiosos: el caso de Los Retablos Iniesta Muñoz Alejandro

36

La rilettura dello spazio architettonico e dei percorsi liturgici dopo il COVID-19: il caso di S. Gregorio Barbarigo a Roma Maria Dal Mas Roberta

46

Naci en 1168 y mi domicilio sigue siendo el mismo: monasterio de Santa Maria Gradefes Le0n, España Mora Alonso-Muñoyerro Susana, Bellanca Calogero

56

Nuove luci sul castello dei Conti di Biandrate a Foglizzo (TO): il restauro delle sale cinquecentesche tra conservazione e valorizzazione integrata Novelli Francesco

66

Il cantiere di restauro nelle zone di rischio sismico. Un caso di studio Rotilio Marianna

76

L’insegnamento del restauro, della conservazione e delle discipline afferenti L’insegnamento del Restauro dei giardini e dei parchi storici nella Scuola di specializzazione in beni architettonici e del paesaggio di Roma de Vico Fallani Massimo, Accorsi Maria Letizia Restoration and History of Architecture role in international courses: Master’s Degree in Architecture (Restoration) learning experience, at Sapienza University of Rome Santopuoli Nicola, Russo Antonio,Tetti Barbara

86

96


La conoscenza del patrimonio come premessa indispensabile alla sua corretta conservazione Levantamiento y documentacion digital para la conservacion. El area arqueologica de la ciudad de Cassino Cigola Michela, Gallozzi Arturo, Strollo Rodolfo M.

108

Le indagini archivistiche e la valorizzazione del paesaggio storico urbano: dalla sicurezza ambientale alle caratterizzazioni cromatiche Angelucci Federica, Pugliano Antonio, Fei Lorenzo

116

Cornicioni e sistemi di smaltimento delle acque meteoriche dell’architettura tradizionale mediterranea. Conoscenza, durabilita e recupero compatibile nella Sicilia occidentale Campisi Tiziana, Colajanni Simona Studi preliminari per la ricostruzione virtuale della chiesa tardo cinquecentesca della Certosa di Serra San Bruno Canonaco Brunella, Fortunato Giuseppe, Gerace Michele Pietro Pio L’importanza della ricerca d’archivio per un’analisi dello stato di fatto degli edifici storici e delle cause dei fenomeni di degrado: il caso dell’anfiteatro romano di Catania Cascone Santi Maria, Longhitano Lucrezia Castrum Petrae. El patrimonio herido de “San Valentino in Abruzzo Citeriore” Cecamore Stefano

126

136

146 156

“Restauro” del “Moderno”: un ossimoro concettuale divenuto procedurale. La Documentazione del modernismo a Messina fra 1930 e 1965 Cernaro Alessandra, Fiandaca Ornella

166

“Restauro” del “Moderno”: un ossimoro concettuale divenuto procedurale. La Conservazione del modernismo a Messina dal 1945 a oggi Cernaro Alessandra, Fiandaca Ornella

176

Il Parco archeologico di Porto (Fiumicino): conoscenza, conservazione e fruizione Chiavoni Emanuela, Esposito Daniela

186

Il ruolo delle fonti per la conoscenza, la storia e il restauro dell’ex chiesa di Santa Maria del Carmine a Piacenza Còccioli Mastroviti Anna

196

‘Realtà poetica o realtà oggettiva’: il recupero dei sassi di Matera Concas Daniela

206

Il sistema cava-concimaia nella Fossa della Garofala a Palermo Corrao Rossella, Vinci Calogero

216

Geomateriali e paesaggio nell’architettura spontanea del casertano D’Angelo Gigliola, Di Nardo Luisa, Forte Giovanni

226

Il giardino di Palazzo Barberini a Roma. Storia e ipotesi di restauro De Giusti Gilberto, Formosa Marta

234

Il complesso dell’ex Stazione Trastevere a Roma. Studio storico-critico per un possibile re-uso (restauro e uso) Frigieri Chiara, Muratore Oliva

242

Percorsi conoscitivi per una proposta di restauro e valorizzazione della basilica-propileo del Parco Archeologico di Tindari Ghelfi Giorgio

252

Diagnosis de humedades en el lado norte de la girola de la Catedral de Palencia. Afectación de las intervenciones antiguas y recientes Gil-Muñoz María Teresa, López-González Laura

262

Il rilievo per la conservazione degli elementi costruttivi e di finitura: il caso studio delle residenze di Torviscosa (NE Italia) Laiola Giovanna Saveria

272

Modi costruttivi comuni fra centro e periferia nell’architettura militare dell’Impero Romano nel III secolo: i casi di Roma e della Gallia nordoccidentale Mancini Rossana

282


El conocimiento astronómico en el urbanismo de los Austrias: la Puerta del Sol de Madrid y las Huertas de Picotajo de Aranjuez Merlos-Romero Magdalena, Argilés Josep Adell, Hernández-Ayllón Javier Alejo, Martínez García Arturo

290

Ricerca storica e analisi dell’edificato per la valorizzazione dei centri storici: l’esempio di palazzo Piccolo già di Macalda in Ficarra Lusoli Monica

298

The building stratigraphic analysis supporting the structural strengthening and conservation design: a case study in Lebanon Nicolini Laura

308

Da comune autonomo a fragile ‘ospite’ della periferia urbana di Milano: il caso di Cascina Sella Nuova. Studi e documentazione per la conservazione e il riuso Oreni Daniela, Pertot Gianfranco

318

Ricerca umanistica e diagnostica per il restauro. Bologna: Girolamo Curti e Lucio Massari in San Martino (1629) Pigozzi Marinella

328

La ricerca documentale per la conoscenza strutturale. Gli edifici popolari dell’isolato 14/A del rione Giostra di Messina Pisani Francesco

338

Metodologie HBIM e strumenti per l’analisi conoscitiva del patrimonio residenziale moderno nei borghi della r iforma agraria in Italia e Spagna. I villaggi rurali di La Martella e Cañada de Agra Pontrandolfi Raffaele, Castellano Román Manuel, Moya Muñoz Jorge Tecniche edilizie in area romana: il castello di Bracciano in una perizia del 1803 Santopuoli Nicola, Sodano Cecilia Rilievo digitale per la costruzione della memoria - Insediamenti rupestri. I Caforchi di S. Elia il Giovane a Seminara Stilo Francesco

346 356

366

I taccuini per il disegno del territorio e del paesaggio. Documenti grafici del XVIII secolo Tolla Enza, Damone Giuseppe

376

Il patrimonio costiero tra storia e paesaggio: ri-conoscere per valorizzare Turco Maria Grazia

384

Preservare la memoria di una comunità. Restauro e riuso del Monte di Prestiti di Piazza Armerina (Enna) Versaci Antonella, Fauzia Luca Renato, Scandaliato Angela, Cardaci Alessio

396

La conoscenza dei territori danneggiati dal sisma. Catalogazione e rappresentazione dell’interscalarità dei valori paesaggistici. Prime risultanze Vitiello Maria

406

Uso e “vita” del Patrimonio: strumenti per la conservazione e la valorizzazione. Il sito altomedievale di Svac in Montenegro. Recupero strutturale e conservativo Catalano Agostino Las vías verdes en Asturias. La reutilización de una infraestructura ferroviaria obsoleta como parques lineales urbanos y regionales Bargón-García Marina, Plasencia-Lozano Pedro Piani e progetti per la valorizzazione del tessuto urbano de la habana vieja a Cuba Bartolomei Cristiana, Gutiérrez Maidata René, Mazzoli Cecilia, Morganti Caterina, Predari Giorgia Il Tempio di Portuno a Fiumicino. Conoscenza per la fruizione e la salvaguardia del Patrimonio Archeologico Boscolo Anna

418

428 438

448

Chi fu Isaia? Una riflessione sul patrimonio culturale e identità Brasileiro Vanessa, Dangelo André, Pinto Mariana C. F.

458

Beni architettonici, storico-artistici e miglioramento sismico Cifani Giandomenico, Lemme Alberto, Mignemi Antonio, Miozzi Carmeno

466


L’acquedotto Claudio, disfacimento o manutenzione programmata De Cesaris Fabrizio, Ninarello Liliana

478

Gela e polo petrolchimico: tra antichità gloriosa, presente difficile e futuro… green Di Mari Giuliana, Garda Emilia, Renzulli Alessandra, Scicolone Omar

486

Valorizzazione e catalogazione del patrimonio culturale tramite l’utilizzo di immagini a 360° per un’esperienza turistica consapevole ed immersiva Ferrari Federico, Medici Marco, Becherini Pietro

496

Il sistema dei forti militari di tipo rocchi: il caso del forte Venini a Oga (SO). Una valorizzazione consapevole Galanto Carla, Nunziata Antonietta

504

La componente trasparente nel costruito storico: innovazione e sperimentazione Lione Raffaella, Minutoli Fabio, Palmero Iglesias Luis Tendenze e strategie nei progetti contemporanei di riuso museale: spazialità, identità urbana e narrazione negli interventi sulle preesistenze Matarazzo Elisabetta Lugares entre tierra y mar. Los faros y los lugares conspicuos costeros Montemurro Michele, La Vitola Nicola

514

526 536

Come il rischio idraulico ha influenzato la forma del centro storico di Cosenza. Il caso del quartiere di San Giovanni Gerosolimitano Palermo Giuseppe

546

Culture, tradition and innovation in the reuse of the monastic architecture of the city of Valencia Palmero Iglesias Luis, Bernardo Graziella

556

L’ausilio delle nuove tecnologie per la valorizzazione del patrimonio culturale Parisi Angela

564

L’architettura del tessuto urbano del centro Storico di Corleone, analisi e valutazione per un progetto di restauro urbano Marco Ricciarini

572

La dinamica conoscitiva del paesaggio storico e il ‘restauro per la valorizzazione’: l’Atlante Dinamico DynASK (Dynamic AtlaS of Knowledge) Pugliano Antonio, Angelucci Federica, Fei Lorenzo

580

Anfiteatri e contesti urbani: una riconciliazione necessaria. Il ‘Colosseo’ di Catania Sanfilippo Giulia, Ferlito Laura, Mondello Attilio, Salemi Angelo

590

Más que una lista: unas mesas de discusión para el proceso de acercamiento al nuevo catálogo del patrimonio arquitectónico y urbano de Barcelona Scarnato Alessandro

600

Dall’urbano all’edificio: strumenti per la riduzione e la mitigazione del rischio sismico. Il caso di Sestino. Dai piani di recupero alla CLE, una ricerca interdisciplinare Van Riel Silvio

610

Dall’urbano all’edificio: strumenti per la riduzione e la mitigazione del rischio sismico. Il caso di Sestino. L’analisi documentale per la storia urbana e sismica dell’insediamento urbano.

618

Farneti Fauzia Dall’urbano all’edificio: strumenti per la riduzione e la mitigazione del rischio sismico. Il caso di Sestino. Analisi multilivello per l’upgrade della Condizione Limite per l’Emergenza Tanganelli Marco, Paoletti Barbara Dall’urbano all’edificio: strumenti per la riduzione e mitigazione del rischio sismico. Il caso di Sestino. La schedatura per l’analisi della Condizione Limite per l’Emergenza (CLE) Mariano Ornella Dall’urbano all’edificio: strumenti per la riduzione e la mitigazione del rischio sismico. Il caso di Sestino. Valutazione della Condizione Limite per l’Emergenza (CLE): analisi e applicazione all’area amministrativa di Sestino Panella Valentina

626

636

644


Dall’urbano all’edificio: strumenti per la riduzione e la mitigazione del rischio sismico. Il caso di Sestino. La CLE di un aggregato ad alta vulnerabilità e l’analisi delle prestazioni strutturali del teatro “Pilade Cavallini” di Sestino (AR) Parmigiani Lisa Between abandonments and reuses. Recovery strategies of disused architectural heritage: from the analysis to the re-functionalization project of the former Santa Maria Asylum of Collemaggio Verazzo Clara, Nardis Martina Via São Bento nel centro storico di São Paulo-Brasile: linee guida per un piano di conservazione delle facciate dei edifici Vieira Santos Regina Helena

654

664

674

La gestione del territorio e il problema della conservazione dei centri storici e del paesaggio. Uso, vita, economia, rispetto della cultura locale e prospettive. Edilizia storica romana: Cartografia dei danni in scala MCS causati dai terremoti storici. Strumento critico per la valutazione della vulnerabilità sismica Fei Lorenzo, Angelucci Federica, Pugliano Antonio

688

Paesaggi Francescani: rilievo digitale e documentazione dell’Eremo delle Carceri ad Assisi, Umbria Bertocci Stefano, Cioli Federico, Cottini Anastasia

698

L’isola di Ventotene. Riflessioni sul paesaggio e i suoi valori De Giusti Gilberto, Formosa Marta

708

Bollenti spiriti: la via pugliese della rigenerazione urbana Di Mari Giuliana, Garda Emilia, Lococciolo Leonardo, Renzulli Alessandra

718

La torre di Montecatino: la conoscenza come valorizzazione del sistema difensivo territoriale della Repubblica di Lucca Fenili Gianluca

728

L’ulivo e i portali monumentali in Sardegna: tradizione locale e ‘innesti’ culturali esogeni. Restauro, tutela e valorizzazione Putzu Maria Giovanna

736

Valorizzazione dei frammenti e delle rovine classiche nella città contemporanea Romeo Emanuele, Rudiero Riccardo

746



simposio internazionale

REUSO 2020 Restauro: temi contemporanei per un confronto dialettico


Presentazione Saverio Mecca

Saverio Mecca

Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Firenze

Nel presentare il testo che raccoglie i contributi selezionati per la pubblicazione, non posso non segnalare le difficoltà che il comitato organizzatore del Simposio Internazionale Reuso 2020 Restauro: temi contemporanei per un confronto dialettico ha dovuto affrontare per gestire questa iniziativa durante l’emergenza prodotta dal Covid19. Il Simposio ha dato la possibilità agli studiosi di continuare a pubblicare i loro contributi, sintesi di ricerche scientifiche o di qualificate esperienze professionali, all’interno di una piattaforma qualitativa; ha garantito – come negli anni precedenti – la continuità scientifica dei temi trattati all’interno di un costante e vivo dibattito interdisciplinare che non ha confini né barriere nazionali; ha permesso inoltre di attivare ricerche interdisciplinari che hanno visto coinvolte le discipline fondanti della Conoscenza, della Valorizzazione e del Restauro, cioè la Storia dell’Architettura, il Disegno e Rilievo e il Restauro. Questo simposio, che trova i suoi precedenti nei convegni organizzati a partire dal 2013, rappresenta un punto di incontro importante a livello internazionale per confrontare le varie tendenze disciplinari legate al tema della conoscenza, tutela architettonica ed ambientale che collega il dibattito sul restauro nelle molteplici e variegate sfumature. «In Europa, e non solo, uno degli aspetti più emblematici della conservazione del patrimonio architettonico, paesaggistico, archeologico e storico artistico è quello dell’uso compatibile. Questo risulta uno dei nodi emblematici della cultura architettonica contemporanea. Il restauro non è il semplice ripristino, il risarcimento di una struttura, la riparazione funzionale e il rifacimento, non è il cosidetto riuso con i suoi derivati rivitalizzazione, rivalutazione, riabilitazione, rianimazione, recycling, recupero, rigenerazione, conversione o ammodernamento. Il restauro afferma che ogni intervento costituisce un caso a sé, non inquadrabile in categorie, non regole prefissate, ma da interpretare con originalità, caso per caso, nei suoi criteri e metodi. Sarà la preesistenza interrogata con sensibilità e preparazione storico-critica e con competenza tecnica e tecnologica a rispondere e illuminare l’uomo colto» (Bellanca, Mora). Reuso nasce nell’alveo delle Scuole di Architettura, ad opera del Comitato Fondatore con una precisa direttiva; diventare un momento di aggregazione e confronto fra studiosi sulle tematiche legate al mondo del restauro con cadenza annuale e alternanza fra Spagna e Italia, con la possibilità di svolgere il convegno in altri paesi. Da Madrid

10


2013 a Matera 2019 si è tenuto a Firenze (2014), a Valencia (2015), a Pavia (2016), a Granada (2017), a Messina (2018) e facendo una dovuta eccezione a Matera, capitale delle cultura europea nel 2019. Naturalmente parte integrante doveva essere, e lo è stato, la partecipazione degli architetti professionisti che con i loro contributi arricchiscono il confronto fra teoria e prassi operativa, confronto sempre stimolante. Quest’anno avrebbe dovuto ritornare in Spagna ed era tutto pronto per ospitare gli studiosi in una delle sedi più belle e storiche della penisola iberica: Toledo, città affascinante e ricca di significative stratificazioni culturali e avrebbe accolto gli studiosi nel migliore dei modi, seguendo la consolidata tradizione del convegno. Purtroppo l’attuale situazione ha costretto gli organizzatori a ripiegare sulla soluzione del Simposio sviluppato su sistema telematico, giungendo comunque a raccogliere numerosi contributi grazie all’opera del comitato organizzatore e all’entusiasmo con cui hanno risposto gli studiosi. Però l’appuntamento con Toledo è solo rimandato al prossimo anno, nell’augurio che, finalmente, l’emergenza sanitaria sia stata debellata. Nel testo sono raccolti i contributi, circa settanta, oltre ogni più rosea previsione, che hanno trattato i temi specifici che caratterizzano con sfumature sempre diverse i temi del restauro; in questa sessione di studio sono state previste le seguenti linee tematiche: 1. Restauro. Concetti: orientamenti e tendenze attuali.​ 2. L’insegnamento del restauro, della conservazione e delle discipline afferenti​. 3. La conoscenza del patrimonio come premessa indispensabile alla sua corretta conservazione​. 4. Uso e “vita” del Patrimonio: strumenti per la conservazione e la valorizzazione.​ 5. La gestione del territorio e il problema della conservazione dei centri storici e del paesaggio. Uso, vita, economia, rispetto della cultura locale e prospettive​. La lettura di questi contributi può quindi sollecitare nella memoria comune la profonda convinzione che il Patrimonio non sia solo memoria storica, ma uno stimolo ed una grande opportunità per la costruzione “condivisa” del nostro futuro.

11


Rifare a una le parti guaste. Il restauro tra indagine clinica e palinsesto cognitivo Susanna Caccia

Susanna Caccia

Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Firenze

S. Caccia Gherardini, L’eccezione come regola. Il paradosso teorico del restauro/ The Exception as the Rule: The Paradox of Restoration, Firenze 2019. 2 Sul tema tanto importante e complesso per il restauro del rapporto tra iconologia e anacronismo delle immagini, cfr. G. Didi-Huberman, Archeologia dell’anacronismo, in Id., Storia dell’arte e anacronismo delle immagini, Torino 2007, pp.59 e sgg. 3 S. Caccia Gherardini, Elogio della cura. Il progetto di restauro: orientamenti critici ed esperienze/ In praise of care. The restoration project: critical orientation and experience, Pisa, Ets 2012. 4 M. De Certeau, L’invention du quotidien, Paris 1990. 1

12

“Rifare a una cosa le parti guaste, e quelle che mancano, o per vecchiezza, o per altro accidente simile, il che diremmo anche, ma in modo basso RABBERCIARE, RINNOVARE”. (Lemma RESTAURARE, e RISTAURARE. Vocabolario degli Accademici della Crusca, 1612)

La contraddizione di cui vive ancora oggi la disciplina del restauro potrebbe trovare le sue radici storiche nell’impossibilità di ridurre una questione tanto complessa a un approccio manualistico, quasi a voler dimenticare che soprattutto per il restauro la codificazione di “regole” sul come procedere sarebbe un’impresa quasi impossibile1. In primo luogo per l’“unicità”, singolarità, individualità del manufatto, che talvolta rischia di farci dimenticare le archeologie dei saperi. In secondo luogo, per la complessità e le dinamiche d’approccio a ogni manufatto, suscettibili di continui revisionismi che comportano riposizionamenti critici nei confronti del tempo storico che l’opera fissa e del tempo in cui il progetto vive, ma anche del brusio, a volte assordante, che la loro differenza produce. Da qui l’esigenza di tenere in mente che l’anacronismo è la condizione quotidiana per chi opera sui manufatti storici, antichi o moderni che essi siano, ma anche e soprattutto che il restauro si configura come un intreccio di azioni2. Un intreccio che troppo spesso le Università sembrano voler dimenticare, separando e specializzando gli stessi insegnamenti. Ciò può comportare che il dipanarsi del pensiero critico, a fondamento del restauro, sia relegato a mero esercizio retorico, mentre gli aspetti progettuali rischiano di scivolare lentamente verso derive tecnicistiche o immaginifiche3. La necessità è quella di reimpostare il problema delle varie anime che confluiscono nel progetto di restauro, indicando strumenti che rispondano alla complessità dei fenomeni e delle culture, per rendere meno complicata quell’ invention du quotidien che caratterizza gli aspetti operativi4. Conservazione, permanenza, gestione del degrado, sono alcune tra le molte parole che la nostra disciplina ha, da tempo, chiarito e divulgato anche attraverso Carte e documenti internazionali. Tuttavia, si è radicata, soprattutto nel confronto tra cultura d’Oriente e d’Occidente, una diversa concezione del tempo (e di conseguenza di cambiamento, divenire, durata e quindi di permanenza) e dell’efficacia che si pretende dall’intervento.5 Concezioni che hanno portato per esempio a privilegiare la prevenzione o la manutenzione programmata rispetto al più traumatico intervento di restauro che, nella gran parte delle culture non europee, è ancora legato a un’immagine del patrimonio fissa e immutabile, fuori dal tempo. Posizione quest’ultima che legittima il rifacimento in stile di molti edifici “monumentali” e che si fonda sul mito di una possibile


origine cui rimandare gli attori della conservazione di un bene. Una origine che ha segnato scuole di pensiero, accademie, pubblicistiche di diverse nazioni e che non può essere staccata dal sempre più ideologico conflitto che è aperto da decenni sull’ossessione identitaria.6 Senza insistere sugli aspetti cognitivi del patrimonio, trattati in vari contesti e pubblicazioni, la necessità è ancora oggi quella di restituire il percorso del processo critico, cercando di esporre in maniera chiara e lineare le sue possibili fasi. Chi scrive ritiene importante insistere sulla natura processuale del progetto, con tutte le verifiche documentarie e diagnostiche che questo comporta, prima, durante e anche dopo, nella fase del cantiere, sempre anch’essa occasione di conoscenza. Una scelta desunta certo dalla cospicua letteratura sull’argomento, che ha contribuito a consolidare e a divulgare le fasi tecniche e scientifiche del processo, ma anche espressione di una concezione del progetto di restauro come sapere clinico, nel riferimento alla definizione di quel “metodo” che ne da Gilles Gaston Granger nell’ Enciclopedia Einaudi.7 C’è un’altra considerazione che motiva la volontà di fare chiarezza: il proliferare di una vasta produzione scientifica e manualistica nel settore del restauro8. A rendere ancora più difficile il maturare di un corretto atteggiamento “clinico” verso il restauro, contribuisce il ruolo sempre più pressante e invasivo di una pubblicistica commerciale, divulgata on-line, favorendo, certo non da sola, alla messa in crisi di uno dei pilastri fondativi della disciplina, ovvero la critica delle fonti che la natura cumulativa delle informazioni in rete certo non facilita9. Per ricondurre la complessità del progetto di restauro - tanto evocata quanto spesso poco resa esplicita teoricamente - a una strategia capace di elaborare un pensiero critico e a portare avanti scelte tra storicismi e temporalità che l’opera intreccia, bisogna partire dagli aspetti cognitivi del patrimonio e dalle relazioni tra cambiamento e permanenza. L’identità di un bene si riconosce anche attraverso le sue trasformazioni e la continuità o permanenza di “quel” bene, rispetto ai suoi possibili cambiamenti fisici e antropici, portano a privilegiare due parole, con tutte le epistemologie storiche che si portano dietro - stratificazione e palinsesto. Da qui il passo al riconoscimento del valore e alla comprensione dei linguaggi10, al rilevamento e alla diagnostica, come preludio ma anche materia dell’elaborazione progettuale, è breve, ma tutt’altro che consequenziale. Anche perché il restauro esige quella “mediazione di cultura e scienza”11 che ha la capacità di fornire strumenti per la comprensione e l’osservazione del patrimonio, recuperando due tradizioni: quella latina di observare, come atto di custodire e sorvegliare, e la conoscenza non ingenua delle Meditazioni di Edmund Husserl .12 L’obiettivo di queste riflessioni è duplice: acquisire un approccio critico al processo di restauro e strutturare un progetto “aperto” che lasci spazio per verifiche successive (estensibili ovviamente alla fase post cantiere), mostrando il carattere fortemente intrecciato dei saperi e delle pratiche che confluiscono nel processo stesso. Il contesto culturale in cui si realizza oggi questa messa in discussione è sempre più internazionale. Per questo oggi è quanto mai utile riflettere sul glossario, sui vocaboli del restauro, per poter procedere nell’esercizio che si crede fondamentale di ogni pratica scientifica: quello della comparazione, estesa anche alle parole che quel processo sono chiamate ad esprimere13. Una meditazione che appare ancor più irrinunciabile in un mondo dove la comprensione dei termini che si usano è fondamento dei mestieri e delle pratiche, delle opere e dei confronti, spesso aspri, tra valori certo, ma anche tra professioni-

F. Julien, Trattato dell’efficacia, Torino 1996. 6 F. Remotti, L’ossessione identitaria, Bari 2010. 7 G. G. Granger, Metodo, in Enciclopedia Einaudi, Torino 1982, 9, pp.160-188. 8 Tra i molti manuali esistenti un riferimento restano comunque i volumi editi dalla Utet tra cui il recente aggiornamento di S. Musso, cfr. S. F. Musso (a cura di), Tecniche di Restauro. Aggiornamento, Torino 2013. 9 M. Ferraris, Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Bari Roma 2012. 10 S. Caccia Gherardini, Connaissance et reconnaissance. Il restauro tra documento, interpretazione, techne, in S. Musso, M. Pretelli (eds.), Restauro Conoscenza Progetto Cantiere Gestione, Roma 2020, pp.79-84. 11 M. A. Giusti, Temi di restauro, Torino 2000. 12 E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale Torino 2002. 13 S. Caccia Gherardini, Le “Mots-Matière”. Alcune riflessioni tra glossario e linguaggio scientifico per il restauro, in M. Palma Crespo, M.L. Gutiérrez Carrillo, R. Garcia Quesada, Sobre una arquitectura hecha de tiempo, Granada 2017, pp. 115-122. 14 U. Eco, Dire quasi la stessa cosa: esperienze di traduzione, Torino 2003. 15 F.Hartog, Règimes d’historicité. Tresentisme et expérience du temps, Paris 5

2003.

13


Susanna Caccia

sti, imprese e poteri pubblici. Nella piena coscienza che anche lo strumento dei saperi empirici è oggetto non solo di conoscenza e di critica, ma anche di continua rifondazione, come la migrazione di significati che le traduzioni da sempre veicolano e mutano.14 Un glossario che dovrebbe essere insieme premessa e sintesi del nostro lavoro, perché nasce su basi epistemologiche e di verifica sui singoli casi. Con un’avvertenza. Il restauro appartiene, più di altri saperi a quello che oggi si chiama histoire du temps présent, le cui radici sono certamente in Marc Bloch, ma che ha conosciuto uno sviluppo straordinario come ricostruisce già nel 2003 François Hartog.15

Pagina successiva Firenze, vista aerea

14


15


Restauro. Concetti: orientamenti e tendenze attuali Renata Prescia

Renata Prescia

Dipartimento di Architettura, Università degli studi di Palermo

In Italia ratificata con legge 133 dell’1.10.20. 2 S. Caccia Gherardini, Connaissance et reconnaissance. Il restauro tra documento, interpretazione, techne, in S.F. Musso e M. Pretelli (coordinamento), Restauro Conoscenza Progetto Cantiere Gestione, atti del II Convegno SIRA, sez. 1.1. Conoscenza previa (preventiva) e puntuale (mirata). Metodologie, a cura di A. Boato, S. Caccia Gherardini ed. Quasar, Roma 2020, pp. 79-84. 1

16

Nel primo topic del più generale convegno Reuso, “restauro: temi contemporanei per un confronto dialettico” sono confluiti stimolanti interventi sulle dialettiche tra Conservazione e Accessibilità, sugli ambiti degli edifici religiosi e delle aree archeologiche, su Conservazione e sicurezza, ancora nell’ambito di edifici religiosi colpiti da sisma, su Conservazione e Riusi, sugli ambiti di chiese e monasteri e dei castelli, esemplificati su esperienze concrete, insieme ad una riflessione sull’impatto che il turismo può indurre sulla tutela dei monumenti, in specie archeologici, in nome della ‘valorizzazione’. Sono di fatto i temi centrali su cui si dibatte oggi, e non solo nel campo del restauro, ma più estensivamente nel territorio dell’architettura, alla luce del nuovo senso da dare al Patrimonio così come in Italia si va costruendo a partire dall’emanazione del Codice dei beni culturali (d.lgs 42/04) e, a livello internazionale, con la pubblicazione della Convenzione di Faro (2005) , divenuta anch’essa normativa in molti Paesi1. L’operazione di ri-conoscimento, così come teorizzato da Cesare Brandi, si amplia, dall’ambito ristretto degli specialisti, all’ambito ben più grande della collettività richiedendo nuovi spunti di riflessione 2 e, con essa, si ampliano i valori che, dal piano tradizionale ‘storico-artistico’ si spostano su diversi piani, primo fra tutti quello antropologico, innescando inevitabili ‘conflitti di valori’ . Questo termine richiama inevitabilmente la riflessione di Alois Riegl che, se avesse avuto più successo nel corso del Novecento, avrebbe potuto indirizzare in termini di tutela prassi diverse da quelle che si sono verificate appunto nel secolo scorso. Ma ora la questione diventa centrale anche per la nuova attenzione prestata al riuso3 e richiede, soprattutto per il patrimonio moderno, che è quello oggi a cui più si riguarda per ovvi motivi cronologici, nuove prassi e una profonda revisione degli statuti disciplinari, rivedendo anche i modi di fare formazione. Per la gestione dei conflitti e il loro auspicabile contemperamento possono tornare in scena quegli ‘specialisti’ che, alla luce dei nuovi contesti, hanno saputo coniugare le loro profonde competenze in tema di patrimonio a quelle di solving manager capace di assicurare la massima permanenza delle testimonianze, sia in termini di materia che di significato, con un raggiungimento di effetti benefici per le comunità tutte, identificando la cura del patrimonio culturale con la crescita del paese. Questo significa anche passare dal progetto al processo cercando di anticipare i già citati conflitti di valori nella fase di prevenzione o in una fase istruttoria, la cosiddetta ‘magistratura di cura’, ancora una volta sulla scia di Riegl, a cui sarebbero chiamati non solo i membri degli organi di tutela ma anche rappresentanti dei vari interessi4.


La ricerca multidisciplinare diviene condizione necessaria «perché i complessi meccanismi attraverso i quali il patrimonio culturale produce valore economico e sociale siano attivati proprio in una eterogenea ed estesa rete dei luoghi, dove ogni parte trovi il suo spazio specifico anche attraverso una cooperazione della ricerca tra scienze naturali, tecnologia, scienze sociali e scienze umane» 5. Conciliare queste nuove esigenze senza per questo tradire i valori dell’architettura, innanzitutto monumentali, per proporne un ruolo rinnovato all’interno del contesto urbano e sociale è uno dei compiti che ci attendono in questo prossimo futuro, così come quelli della gestione nel tempo della nuova utilizzazione adottata6. Di questo ci parla il contributo (Roberta Dal Mas) sulla chiesa di S. Gregorio Barbarigo a Roma, che può servire da riferimento in una prassi di casi analoghi, nell’ambito degli edifici religiosi. Adeguamenti indotti da normative che non vengono interpretati soltanto come atti di necessaria osservanza ma come occasioni per reinterpretare e valorizzare l’ architettura. Un tema che consente di riassorbire le soluzioni esclusivamente tecnologiche in un processo di scelte di più ampio orizzonte culturale, senza rinserrarsi nelle secche di una conservazione assoluta ma optando invece per proposte di restauro sostenibile. Come del resto viene verificato anche nel saggio illustrante l’intervento di protezione del sito archeologico di Acquarossa (VT) (gruppo di lavoro coordinato dall’arch. Riccardo D’Aquino) in cui l’obiettivo della protezione dagli agenti atmosferici viene reso all’interno di una proposta più complessiva che si configura come un vero e proprio atto critico di restauro che, senza limitarsi alla più tradizionale ricostruzione filologica di quanto perduto, si affida all’invenzione di forme nuove, effimere, da non leggere solo all’interno di una reversibilità, anche utopica, ma piuttosto come ricerca di un nuovo modo, più contemporaneo, di dialogare con le preesistenze. Esse peraltro consentono anche una migliore comunicazione di un sito complesso quale è sempre un sito archeologico, per un più ampio ambito di fruitori, anche di gente comune. La comunicazione diventa anch’essa un ingrediente centrale di un progetto di restauro contemporaneo che costringe il progettista a narrare in maniera piana, le sue scelte, come è stato fatto nel caso del progetto di valorizzazione integrata (saggio di Francesco Novelli), al termine di un canonico processo metodologico di conoscenza e conservazione, del Castello dei conti di Biandrate a Foglizzo che, quale soggetto portatore di un patrimonio di cultura materiale storicamente sedimentata, è diventato oggetto di condivisione delle comunità attraverso il coinvolgimento delle scuole, con la realizzazione di mapping museali, e la progettazione di minimi adeguamenti impiantistici per ampliarne l’accessibilità. Oggi, alla luce di situazioni sempre più complesse per quanto detto in premessa, ogni progetto di architettura e/o di restauro, perché sia rispondente al massimo grado alle esigenze della committenza da un lato e alla condivisione dei fruitori dall’altro, deve saper proporre un ventaglio di opzioni, al variare dei gradienti valoriali. Questo è il tema che è chiaramente delineato nel saggio di Muoz, esemplificato su una serie di chiese in Spagna a proposito di opere artistiche. I frequenti spostamenti di opere d’arte all’interno di edifici religiosi per la variabilità nel tempo di esigenze ecclesiastico-liturgiche, con i conseguenti diversi allestimenti, o i ritrovamenti di più antiche decorazioni nel corso di nuovi restauri, impongono delle scelte che, abbandonando le ideologiche dialettiche opposte demolire/mantenere, si muovono nella direzione del contemperamento, anche ricorrendo all’utilizzo di nuove tecnologie e nuovi materia-

Vedi, tra le varie iniziative due per tutti, D.Fiorani, L.Kealy, S.F.Musso ed., Conservation-adaptation. Keeping alive the spirit of the place adptive reuse of heritage with symbolic value, EAAE Transactions on Architectural Education n. 65, EAAE, Hasselt (Belgium), 2017 e gli atti del tradizionale convegno di Bressanone 2019 “Il patrimonio culturale in mutamento. Le sfide dell’uso” . 4 S. Scarrocchia, Metodologia per la progettazione del restauro, in E.Palazzotto (a cura di), Esperienze nel restauro del moderno, ed. F.Angeli, Milano 2013, pp. 61-66. 5 Cfr l’esperienza dei Contamination Lab, previsti dal PNR 2015-20 e realizzati in molte università italiane; e le nuove affermazioni in tal senso nel PNR 2021-7 che ci apprestiamo a seguire. 6 C. De Biase, Riuso, in Abbecedario minimo: parte VII, in “Ananke”, 78, maggio 2016, pp. 40-42. 3

17


Renata Prescia Pagina successiva Cappelle medicee, Firenze

F. Gurrieri, Prospettive per un rinnovato ruolo del restauro, in “Techne”, 12, 2016, pp. 27-32. 8 R. Prescia, Comunicare il restauro, in D.Fiorani (coordinamento), RICcerca/ REStauro, atti del I Convegno SIRA, sezione 4, Valorizzazione e gestione delle informazioni, a cura di R. Prescia, ed. Quasar, Roma 2017, pp. 867-877. 7

18

li per consentire la migliore coesistenza. Anche in questo, come nei saggi di D’Aquino e Novelli, è evidente il rapporto con le discipline museologiche e museografiche: un rapporto molto integrato con il restauro negli anni ’60 e poi perduto per la ricerca delle progressive specializzazioni. Oggi invece anche questo è tornato di grande attualità ed apre ad interessanti connessioni 7, che sostituiscono l’evocazione e la ricreazione ad aggiunte spesso invasive. Naturalmente sul tema dell’uso e della fruizione è entrato a gamba tesa il processo pandemico in atto per il Covid-19 che ha determinato agli occhi di tutti una battuta d’arresto ai modi di vita e di fruizione degli spazi avviando un processo di ripensamento dei tipi di fruizione fondati sulla riduzione della numerosità e degli assembramenti, il ricalcolo delle distanze di prossimità, il ripensamento di concetti quali l’equilibrio, la misura, la lentezza, la solidarietà. Ma anche la restituzione di valori a luoghi che erano sfuggiti dal nostro ambito d’interesse (campagne, aree interne, architetture dismesse) per la concentrazione su luoghi privilegiati di attrazione (metropoli e grandi opere). Tra le architetture dismesse in cui prevalentemente si pongono le grandi fabbriche industriali, le grosse infrastrutture demaniali e militari, rientrano anche i grandi complessi religiosi che, al pari delle prime hanno perso la loro originaria destinazione d’uso, non più rinnovabile. Ma anche in questi casi, soprattutto laddove una pur esigua presenza religiosa è sopravvissuta, se il progetto di restauro è capace di ripercorrere, attraverso la lettura delle tracce di un lungo processo temporale, come nel caso del monastero di S. Maria Grafedes a Léon, in Spagna (contributo di S. Mora Alonso-Munoyerro, C. Bellanca), è possibile rivitalizzare il senso di una comunità che decida di aprirsi alla condivisione di una comunità e di un luogo, prestando attenzione a gruppi fragili (anziani, senza-casa, tossico-dipendenti) e offrendo opportunità (di lavoro, di svago, di studio) a giovani. Tutto ciò riporta ad un ritorno ai valori fondanti della cultura del restauro che, lasciatisi indietro i cinquantennali dibattiti su antico e nuovo, recupera al suo interno anche i temi della valorizzazione, come misura per risignificare un monumento e per aumentare la crescita culturale, sociale ed economica delle comunità8. Anche in questa prospettiva il dibattito è stato riaperto dalla pandemia dopo anni in cui la valorizzazione, in tempi di forte crisi economica, è stata interpretata come un modo per fare cassa, quasi esclusivamente a fini turistici, come ci suggerisce il denso contributo sull’utopia siciliana (saggio di Genovese) .


19


L’insegnamento del restauro tra criticità e innovazione Sandro Parrinello

Sandro Parrinello

Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura, Università degli studi di Pavia.

20

L’insegnamento del restauro nei corsi di architettura ed ingegneria rappresenta oggi una sfida culturale ancor più importante rispetto a quanto già non lo fosse qualche anno fa. Il processo di globalizzazione maturato negli ultimi decenni ha interessato positivamente le realtà universitaria avendo, come uno dei tanti risultati, lo sviluppo di un panorama internazionale di allievi anche nelle piccole università italiane. Molti di questi studenti sono attratti da quelle competenze per cui l’Italia espone un primato indiscusso, come nel design, nella moda e nelle pratiche di gestione del patrimonio storico. In questa ultima disciplina rientrano materie come il disegno, il rilievo architettonico, il restauro e la conservazione e, in generale un’ampia gamma di atteggiamenti culturali, trasversali ai diversi insegnamenti, tesi a sviluppare un’attenzione verso la protezione dell’identità storica dei luoghi e della cultura in genere. Da questi atteggiamenti, che si possono declinare su molteplici attitudini della quotidianità, si genera una filosofia o coscienza etica comune, propria del nostro sistema paese. A questa importante attenzione che deve essere rivolta al costruito vengono però a scontrarsi i numerosi fattori che rendono tale insegnamento e tale presupposto culturale sempre più complesso e importante. Principalmente è possibile ravvisare due aspetti, da un lato modelli culturali profondamente diversi, per i quali il concetto stesso di restauro entra in contraddizione con principi storici, anche religiosi, di come i luoghi devono apparire, dall’altro la propensione a modelli economici che producono ricchezze effimere, che subentrano nei processi di gestione del territorio a discapito della qualità. Credo sia importante parlare di qualità perché il restaurare non si può riassumere con il mantenere una patina che esplicita una stabilitas loci su di una facciata di un fabbricato, come viene troppo semplicisticamente letto in molti paesi, ma coincide con una ricerca sulle tecniche costruttive, sui materiali e sulle vicende che hanno qualificato la vita di un luogo al fine di acquisire conoscenze che rischiano di venir dimenticate. I paesi in cui oggi è più complesso parlare di restauro sono proprio quei paesi in cui nell’ultimo secolo sono andate perdute le maestranze e le competenze tecniche per operare in un certo modo. In queste realtà il patrimonio storico è destinato a sparire, o per mancanza di interventi di conservazione, o per la messa in opera di interventi di conservazione che coincidono con pratiche di demolizione e ricostruzione. In questo complesso panorama dunque l’importanza del restauro, non tanto come disciplina tecnica ma come vera e propria filosofia culturale, assume un ruolo determinante a tutela e salvaguardia di una dimensione storica delle civiltà che ogni giorno perdiamo sempre di più.


Non si tratta quindi della capacità di proteggere un monumento o le tracce di una modalità costruttiva per mettere in opera significati propri di un momento passato, ma dell’attenzione ad un sistema paesaggio, inteso come il sedimentarsi di significati che originano un certo luogo, nella sua più ampia accezione. Del resto la base culturale, su cui si radicano le diverse civiltà, mostra i diversi approcci alla disciplina del restauro. Questa considerazione fa emergere come la disciplina del restauro sia tra le più ‘sensibili’ al contesto socio-culturale in cui viene trattata. Un elemento significativo di memoria classica è il paradosso della nave di Teseo in cui si narra che l’imbarcazione del mitico eroe greco si fosse conservata intatta nel corso degli anni grazie alla sostituzione sistematica degli elementi ammalorati, così che, a distanza di numerosi decenni, la nave si presentasse nella sua forma originaria e in perfetto stato di conservazione anche se nessuno degli elementi costitutivi era quello presente in origine. In questo paradosso l’interrogativo è se sia più importante conservare l’immagine degli oggetti iconici o se sia meglio conservarne la materia. Questo dualismo trova anche un concreto riscontro nelle diverse religioni professate principalmente in oriente e occidente: se per i Cristiani la reliquia, e quindi la materia, è essenza della divinità tanto che con il solo contatto si entra in ‘relazione’ con la divinità, nelle religioni orientali il corpo, e quindi la materia, non è rappresentazione del divino. a tal punto da prevederne la cremazione dopo la morte. La perpetuazione del culto avviene tramite l’immagine, dipinta o scolpita, della divinità. La conservazione degli antichi templi Buddisti o Scintoisti è garantita attraverso la sostituzione continua degli elementi ammalorati, assicurando la preservazione dell’immagine degli edifici. La conservazione delle chiese Cristiane è garantita attraverso interventi mirati al rallentamento dell’invecchiamento dei materiali e delle strutture, limitando le sostituzioni e le integrazioni esclusivamente agli elementi strutturali. Il paradosso della nave di Teseo, con il dualismo del conservare l’immagine o conservare la materia, sancisce la differenza tra visione orientale e occidentale della disciplina del restauro. Si tratta di uno degli aspetti e delle concezioni della cultura della conservazione (in questo caso ascrivibili al principio dell’autenticità) che rendono particolarmente complessa la trasmissione e la condivisione di criteri ed anche tecniche restaurative a livello internazionale. Lo stesso principio può essere esteso dunque non solo al manufatto in quanto oggetto, ma al paesaggio come risultato di eventi, ai giardini, ai sistemi naturalistici o a più complessi sistemi antropici. Ecco perché si parla di restauro urbano, restauro del verde, restauro archeologico ecc.. Restauro inteso come quella capacità di riabilitare certe funzionalità di un determinato contesto, senza alterare le proprietà significanti che lo determinano. Soffermandosi sugli aspetti specifici della formazione universitaria appare chiaro quanto, nel pieno e totale rispetto delle differenze culturali, degli approcci spesso lontani che le diverse culture riservano ai temi ed alle esperienze della conservazione — anzi proprio per questo motivo — le nostre aule ed insegnamenti possono contribuire alla crescita di un percorso conoscitivo internazionalmente condiviso dei manufatti e del territorio storicizzato, per la conservazione attiva e propositiva del patrimonio architettonico quale bene culturale internazionale. Se il restauro è una disciplina di sintesi, che determina scelte progettuali in funzione di una complessità e compresenza di saperi tecnici diversi e complementari, educare a questa prassi richiede l’integrazione di numerose conoscenze. Dalla capacità di

21


Sandro Parrinello Pagina successiva Il trionfo di San Tommaso d’Aquino, dettaglio, Andrea di Bonaiuto, 1343-1355, Cappellone degli Spagnoli, Chiesa di Santa Maria Novella, Firenze

22

gestire progetti di conoscenza che pongano a confronto indagini storiche, rilievi digitali, diagnostica invasiva e non, analisi fisico-chimiche ecc., la lettura critica dell’esistente si articola in un rapporto molto stretto e in un legame profondo con il disegno e la rappresentazione. Partendo da tali sinergie e da un impianto metodologico forte e condiviso si creeranno i presupposti per un confronto rispettoso delle specificità culturali e territoriali di operatori e luoghi. In questa sessione del convegno sono solo due gli interventi proposti: “L’insegnamento del restauro dei giardini e dei parchi storici nella Scuola di specializzazione in beni architettonici e del paesaggio di Roma” e “Restoration and History of Architecture role in international courses: Master’s Degree in Architecture (Restoration) learning experience, at Sapienza University of Rome”. Non solo due interventi romani, che esplicitano così la vivacità dell’ateneo in questo specifico ambito, ma due interventi che parlano dell’insegnamento del restauro in due direzioni trasversali a quanto già consolidato, ponendo al centro del dibattito la necessaria internazionalizzazione di questo insegnamento e la necessaria rivisitazione di alcuni paradigmi in funzione di una sua più esplicita applicazione di concerto con altre discipline.


23


La conoscenza del patrimonio come premessa indispensabile alla sua corretta conservazione Nicola Santopuoli

Nicola Santopuoli

Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

L. Floridi, La quarta rivoluzione - Come l’infosfera sta trasformando il mondo. Raffaello Cortina Editore, 2017. 2 F. Azzariti, P. Mazzon, Il valore della conoscenza – Teoria e pratica del Knowledge management prossimo e venturo, Etas Editore, Milano, 2005. 3 T. Montanari, Patrimonio e coscienza civile, Castelvecchi editore (Lit Edizioni), Roma, 2020. 4 Ricordiamo anche la Carta di Amsterdam (1975), nella quale viene sancito il principio della conservazione integrata, e la Carta di Washington (1987) per la salvaguardia delle città storiche. 5 Si pensi in questo ambito all’importanza fondamentale di un percorso conoscitivo di tipo critico sugli edifici esistenti: si veda, ad esempio: S. Van Riel, Consolidamento e prevenzione antisismica. Alcune riflessioni, Kermes, anno XXVIII n. 100, ottobre-dicembre 2015, pp. 37-39. 1

24

In questa introduzione al tema della sezione mi limiterò, per evidenti motivi di spazio, soltanto ad alcune sottolineature sul tema, anche in un senso più ampio rispetto all’ambito dei beni culturali, peraltro senza alcuna ambizione di completezza. La prima osservazione è che negli ultimi due decenni il tema della conoscenza è diventato sempre più di importanza cruciale, per la società nel suo complesso e per ciascuno di noi come singoli individui immersi nella cosiddetta infosfera1 (l’insieme delle informazioni e dei mezzi di comunicazione), a tal punto che ormai il termine knowledge society2 (società della conoscenza) è entrato a far parte del linguaggio comune. Se adesso volgiamo lo sguardo alla conoscenza nel campo specifico del patrimonio naturalistico, paesaggistico e culturale, è immediatamente evidente, ancor più in questo momento di pandemia globale, come essa rappresenti un valore di importanza fondamentale, da vari punti di vista. Intanto, questa conoscenza rappresenta un forte elemento identitario, capace di far sentire i singoli individui, costretti a pratiche di distanziamento sociale, parte di una stessa comunità, attenuando la paura di ciascuno ed il rischio di un ripiegamento su una visione individualistica esasperata. Inoltre, va anche sottolineato che ogni azione finalizzata alla conoscenza del territorio e delle sue risorse sociali, naturali e culturali favorisce inevitabilmente la crescita di processi economici, in particolare di un’economia legata ai vari aspetti della vita e delle culture locali. Infine, c’è un ultimo aspetto, che potremmo chiamare metodo o pensiero critico, sicuramente favorito dalla conoscenza di cui sopra, per spiegare il quale dobbiamo rifarci ad un testo fondamentale, vale a dire l’articolo 9 della nostra Costituzione: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura […]. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». A commento, Tomaso Montanari di recente, in un breve ma provocante dialogo, ha affermato3 che esso nasce dalla convinzione che <<la cultura funga da vaccino per la neonata Repubblica contro il ritorno di qualunque fascismo. Concetto Marchesi, grande latinista siciliano e professore all’Università di Padova, disse in Costituente: «Il presidio della Repubblica non sarà più l’esercito, ma la scuola>>. L’idea collettiva guarda a una Repubblica fondata sull’istruzione, sulla conoscenza e sulla cultura […]». A questo punto, anche solo con qualche breve citazione, non possiamo non ricordare la progressiva e complessa riflessione sul tema della conoscenza per il restauro che lega, come un fil rouge, le Carte del Restauro, da quella Italiana del 1932, che riprende sostanzialmente i principi della Carta di Atene del 1931 ma rivisti alla luce della posizione assunta da Gustavo Giovannoni (il cosiddetto restauro scientifico), e poi, passando per la Carta di Venezia (1964), alla Carta Italiana del Restauro del 1972, in cui si riconosce chiaramente l’ispirazione di Cesare Brandi (si pensi alla formulazione esplicita della dialettica fra storia ed estetica nel restauro), fino ad arrivare4 alla Carta di Cracovia del 2000, in cui lo sguardo si allarga dal singolo monumento all’intero patrimonio architettonico.


A titolo di esempio, di questa ultima Carta desidero citare il punto 3 della sezione Scopi e Metodi:«La conservazione del patrimonio costruito si attua attraverso il progetto di restauro, che comprende le strategie per la sua conservazione nel tempo. Questo progetto di restauro deve essere basato su una serie di appropriate scelte tecniche e preparato all’interno di un processo conoscitivo che implichi la raccolta di informazioni e l’approfondita conoscenza dell’edificio o del sito. Questo processo comprende le indagini strutturali5, le analisi grafiche e dimensionali e la identificazione del significato storico, artistico e socio-culturale; il progetto necessita del coinvolgimento di tutte le discipline pertinenti, ed è coordinato da una persona qualificata ed esperta nel campo della conservazione e restauro». In sintesi estrema, possiamo dire che nel processo di conoscenza e, quindi, di interpretazione di un monumento (o di un manufatto) nei suoi molteplici aspetti (statico, decorativo, materico, costruttivo relativo al degrado, ecc.), in primo luogo è necessaria una lettura storico-critica (non solo a distanza, ma anche autoptica6) e, successivamente, il rilievo scientifico ed una sistematica ispezione preliminare, al fine di controllare e mappare inizialmente lo stato di conservazione fisica, a cui dovranno far seguito indagini diagnostiche mirate, che sono di fondamentale importanza per la definizione del progetto di restauro7. Va sottolineata l’importanza strategica del rilievo8 del bene in esame, in quanto rappresenta un passo fondamentale del processo conoscitivo, che deve essere caratterizzato dalla accurata produzione di elaborati analitici, sintetici ed interpretativi aperto ai diversi settori operativi e scientifici della conservazione9. Da quanto appena detto si comprende facilmente come nel processo di conoscenza, accanto ad una figura che svolga un ruolo di sintesi e coordinamento, sia fortemente necessario che i diversi operatori coinvolti sviluppino la capacità di gestire in modo interdisciplinare e, quindi, realmente interattivo, il momento delle indagini, soprattutto nel campo della diagnostica finalizzata al restauro, salvaguardando il necessario equilibrio tra strumento e conoscenza, tra mezzo e fine, tra indiscriminata raccolta dei dati e valutazione critica dello stato di conservazione del bene mediante le diverse tecnologie. A questo proposito sono illuminanti le parole di Carbonara10: «L’atto tecnologico, quando è culturalmente consapevole, deve sottoporsi alla verifica della più generale riflessione critica e degli orientamenti culturali che sono posti oggi a guida del restauro. Può sembrare che così le scienze siano relegate in una posizione di servizio ma, in effetti, l’intento è solo di dare consapevolezza e formulazione teorica al problema tecnologico, il quale deve, in primo luogo, saper rispondere alla “domanda storica” ed “estetica” che il monumento, in quanto bene culturale, pone». Concludo con una osservazione sul titolo di queste brevi note che, in senso lato, mi sembra che si possa considerare un’affermazione palindroma, perché, se è vero, come abbiamo sottolineato, che la conoscenza è la premessa per la conservazione, è anche vero che la conservazione può diventare la premessa per un’ulteriore conoscenza. Infatti, se si riesce a conservare l’integrità del documento materiale giunto fino a noi, sorgente autentica e ricchissima di conoscenze, in futuro, anche con il supporto di nuove indagini tecnologicamente avanzate, potremmo forse raggiungere nuove interpretazioni storico-critiche e, quindi, una maggiore conoscenza.

Insigni studiosi come, ad esempio, Guglielmo De Angelis d’Ossat, Giuseppe Zander, Piero Sanpaolesi, Gino Chierici, hanno sempre raccomandato una ripetuta interrogazione diretta del bene in esame, indagato in primis a vista con sguardo attento ed esercitato. 7 Si veda, ad esempio, G. Carbonara, Restauro architettonico: principi e metodo, M.E. Architectural Book and Review S.r.l., Editore Carlo Mancuso, Roma, 2012. 8 Giovannoni sottolineava che il disegno ed il rilievo sono di fatto metodi e strumenti della conoscenza storica e del restauro. In altri termini, il rilievo è, in certo qual modo, una fase di avvicinamento e d’interrogazione del manufatto attraverso l’analisi della morfologia e dello stato conservativo e può essere svolto attualmente con metodi diretti ed indiretti, anche di tipo avanzato. 9 N. Santopuoli, L. Seccia, Sviluppi delle tecniche analitiche e diagnostiche per la conservazione. In: G. Carbonara. Trattato di restauro architettonico, II aggiornamento. vol. X, p. 165-191, UTET Scienze Tecniche, Torino 2008; S. F. Musso, Recupero e restauro degli edifici storici - Guida pratica al rilievo e alla diagnostica, II edizione, Casa Editrice EPC LIBRI, Pomezia 2006. 10 Op. cit. nella nota 7, pp. 94-95. 6

25


Uso e “vita” del Patrimonio: strumenti per la conservazione e la valorizzazione Antonella Guida

Antonella Guida

Dipartimento delle Culture Europee e Mediterranee - Architettura, Ambiente, Patrimoni Culturali Università degli Studi della Basilicata.

Nel panorama delle costruzioni, parlare di “ciclo di vita”, o “durata di vita”, significa riferirsi alla capacità dell’edificio di fornire prestazioni e quindi investigare possibilità e modalità d’uso. In una accezione molto più ampia, un edificio dovrebbe essere dismesso appunto quando termina il suo “ciclo di vita”, ovvero non si riconosce più un uso nuovo economicamente vantaggioso. La sua dismissione può derivare anche dalla impossibilità di identificare nuovi usi compatibili degli edifici. Edifici che oggi rappresentano una testimonianza da trasferire alle generazioni future. Per i Beni Culturali il concetto di “ciclo di vita” è dunque inapplicabile in considerazione del fatto che, l’utilità di un Bene Culturale non decade nel tempo neanche quando questo verrà dismesso. Il delicato Patrimonio Culturale, quindi, oggi deve risponde a specifiche prestazioni ed a determinati requisiti anche in relazione al contesto in cui è inserito. Infatti, ogni evento naturale catastrofico, come il sisma, ripropone inesorabilmente, il “problema” della vetustà e inadeguatezza del patrimonio edilizio nazionale riguardo il rischio. La metodologia da adottare per una concreta ed efficace mitigazione del rischio è certamente sintesi dell’imprescindibile trinomio composto da conoscenza, progetto ed intervento. In una considerazione generale, sia il monumento sia il suo contesto sono documento, espressione fisica della memoria collettiva, portatore di valori o messaggi di identità di una nazione o di un popolo, che quindi definiscono una visione unitaria di tutto l’ambiente costruito. La conservazione è l’unica possibilità che oggi ci permette di riscoprire e studiare il passato, per rileggere momenti ed eventi di un tempo ormai lontano. Così, il concetto del Conservare si manifesta come la ricerca di una “regolamentazione della trasformazione che, nella coscienza dell’unicità di ogni testimonianza e del suo molteplice carattere documentario, massimizza la permanenza, aggiunge il proprio segno, reinterpreta senza distruggere”. Partendo da tali considerazioni, il progetto di recupero si può definire come l’atto delicato di cambiamento compatibile, risultato di una conoscenza dell’edificio e

26


delle sue trasformazioni avvenute nel tempo, utile nella scoperta di un nuovo uso. In tale ottica, anche nel dibattito scientifico, oggi continua a persistere la posizione di adottare e promuovere un riuso consapevole del Patrimonio, inteso come “tutti i processi e i problemi afferenti alle modifiche, o alle attribuzioni, di destinazioni d’uso del costruito (concepiti quindi separatamente ma non indipendentemente dai procedimenti di conservazione, manutenzione, riqualificazione, restauro, sostituzione, distruzione che ne possano conseguire)”. Al termine “riuso” viene spesso abbinato quello di rigenerazione nell’accezione urbana del termine. L’ambito di riferimento della rigenerazione urbana è in realtà più immateriale e più orientato all’azione sociale. Le sfide e le azioni che con la rigenerazione urbana si vogliono attuare, mirano a progetti e programmi complessi, di lunga durata, considerando anche la sfera sociale e di relazione tra i cittadini, non solo le singole architetture. Che si parli di singole unità architettoniche o di intere città, la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale risultano oggi essere gli ambiti sperimentali più idonei per un altro trinomio imprescindibile sia nel dibattito scientifico che in quello professionale, rappresentato da materiali, energia e ICT (Information Comunication Tecnology). L’ICT acquista il ruolo di attore principale poiché si rileva come l’insieme delle classiche problematiche di una città possono trovare una risposa innovativa attraverso nuovi scenari come l’accessibilità e la fruizione innovativa, controllo e gestione remoto, ecc.. In tale scenario si ritrovano naturalmente le IoT che si occupano di “controllare in maniera continuativa ed immersiva l’ambiente in cui sono collocate, di trasferire i dati monitorati in un ambiente di raccolta e di elaborare tali informazioni al fine di svolgere azioni che facciano fronte o prevengano ad un ampio ventaglio di esigenze”. Tale “controllo” dev’essere considerato in relazione alla gestione del contesto di riferimento. Infatti, la gestione del patrimonio culturale nel nostro Paese è da tempo oggetto di dibattito, di proposte di modelli giuridici, di metodo, di processo e di valutazioni economiche. Il dibattito sull’innovazione della gestione dei beni vede una netta distinzione di “trattamento” tra i tipi di Beni. I Beni che, in conformità alle norme vigneti, hanno ottenuto il riconoscimento di un valore, oggi sono oggetto di grandi ed importanti progetti e programmi di investimenti economici. La sfida deve però oggi riguardare l’intero patrimonio, soprattutto quello cosiddetto “minore”, che rappresenta la specificità, in molti casi “silenziosa”, del nostro Paese. Gestione che non è da considerarsi solo economica, ma gestione di un processo/ progetto come quello del Recupero del Patrimonio. Si sottolinea come oggi, a fronte di una sempre più constante perdita di testimonianze materiali, le ricerche in atto affrontano il delicato ma oggi indispensabile tema della manutenzione, come necessario atto di recupero. Si può quindi concludere che l’intervento sul costruito si espleta essenzialmente sui paradigmi della manutenzione e della riqualificazione, essendo il tema del riuso prettamente inerente alle modalità di utilizzo e, il restauro, ancora relegato ai soli interventi destinati ad edifici soggetti a tutela. Conviene allora “anticipare” maggiormente le cure, massimizzare tutte le considerazioni riguardo il tema delle specificità delle attività di manutenzione, in particolare se “programmata”.

27


Contributi introduttivi alle tematiche ReUSO 2020 Luis Palmero Iglesias

Luis Palmero Iglesias

Departamento de Construcciones Arquitectónicas, Universitat Politecnica de Valencia.

L’isola di Ventotene. Riflessioni sul paesaggio e i suoi valori. (Gilberto De Giusti, Marta Formosa). Il saggio si propone di evidenziare le componenti paesaggistiche dell’isola di Ventotene, analizzando l’attuale assetto urbanistico, la storia e le caratteristiche naturalistiche del sito. L’isola è un’importante risorsa ambientale ed è una Riserva Naturale Statale (RNS) e Area Marina Protetta (AMP). Tuttavia, gli attuali strumenti legislativi non sono sufficienti per attivare un vero e proprio piano di conservazione del paesaggio, non considerando i rapporti con le attività antropiche né i problemi economici e di spopolamento che riguardano il piccolo territorio insulare. In particolare, emerge il problema dell’abbandono dei campi, che senza cura o manutenzione rischiano di perdere la loro identità, permettendo alla vegetazione alloctona di avanzare a scapito della natura del luogo. Una corretta pianificazione deve integrare i vari problemi in una visione futura dello sviluppo locale. Le isole di Ventotene e di S. Stefano affiorano dal mare su di un’alta costiera lavica, stratificata, frantumata alla base in numerosi scogli basaltici sparpagliati sotto il pelo dell’acqua. Lo studio della geologia e dell’orografia del territorio ha permesso di considerare le relazioni altimetriche instaurate tra le diverse parti dell’isola: si osserva che a nord-est l’accentuata depressione verso il mare ha favorito l’insediamento umano, con la realizzazione del porto e del borgo. Scendendo verso sud-ovest, invece, il terreno si fa più ripido, con aspre salite a cui seguono immediate discese, per poi raggiungere la parte più alta alla Punta dell’Arco. Il profilo ovest è caratterizzato da un’alta parete rocciosa, mentre quello est da una più dolce conformazione del terreno a terrazzamenti Le diverse componenti del paesaggio sono declinabili a partire dai tre macroambiti: fisico-naturale, agricolo e insediativo. Le componenti fisico-naturalistiche vedono in primo piano gli ambienti e le varietà vegetali da preservare, ma anche di quelli non prioritari di alto rilievo quali la macchia mediterranea che si estende lungo il perimetro dell’isola. Per quel che riguarda le componenti agricole, si evidenzia il rapporto conflittuale tra la vegetazione spontanea e quella dei campi. Le tradizionali coltivazioni a seminativo, vite e olivo sono ridotte al minimo, per cui i terreni sono spesso in stato di abbandono e consumati dall’incolto.

28


La componente insediativa, infine, tiene conto dei tempi e dei modi con cui l’abitato si è consolidato nel tessuto attuale, distinguendo il nucleo settecentesco d’origine dalle espansioni successive, ma si segnalano anche episodi di interessante architettura rurale al di fuori del centro. Da questa analisi emerge la problematica dell’abbandono dei campi, che investe molteplici tematiche, dalla conservazione del paesaggio agrario a quello del ripopolamento dell’isola. Infatti, mentre l’abitato si concentra nella zona portuale, dove si svolgono le attività turistico-ricettive, si perde la tradizione agricola, facendo sì che il paesaggio muti progressivamente perdendo quelli che sono i suoi caratteri identitari, e quindi impoverendosi dei suoi valori storici e figurativi. Il nuovo costruito, con forme eterogenee distanti dalla storia del luogo, si immerge in un contesto spesso disordinato e frammentario, per cui è bene mettere a punto delle strategie d’intervento e di tutela che restituiscano la corretta unità figurativa. Alla luce di questa analisi, è evidente la necessità di formulare una nuova e aggiornata pianificazione territoriale che non si limiti a settorializzare i vari ambiti comunali, ma che tenga soprattutto conto delle relazioni instaurate tra le diverse componenti di paesaggio e le attività umane, in una visione futura di crescita e di sviluppo del territorio. Studi recenti hanno messo in luce la realtà periferica di quest’isola, che vive esclusivamente di turismo nell’alta stagione svuotandosi per il resto dell’anno, nonché poi le criticità legate al protocollo per la pesca fissato dalla AMP. In considerazione delle limitazioni imposte a questo tipo di produzione, la conservazione e l’incentivazione dell’attività agricola sono allora da ritenersi strategie essenziali, non solo per non perdere l’identità del luogo, ma anche per la ripresa dell’economia in un’ottica di sostenibilità. Il ritorno ai campi, oltre a preservare la tessitura dei poderi, assicurerebbe una maggiore cura della fascia costiera. La ripresa dell’attività agricola garantirebbe cioè una forma manutentiva continua e, con opportuni aiuti da parte degli organi governativi, un certo argine allo spopolamento. Il saggio espone alcune riflessioni sulla salvaguardia dell’identità del luogo, facendo riferimento ai concetti di territorio, ambiente e paesaggio, da considerare come base della pianificazione del paesaggio. L’ulivo e i portali monumentali in Sardegna: tradizione locale e ‘innesti’ culturali esogeni. Restauro, tutela e valorizzazione (Maria Giovanna Putzu). La costruzione di portali monumentali nella campagna sarda rappresenta un fenomeno limitato ad un arco di tempo compreso tra il XVII e il XIX secolo e ad uno specifico contesto geografico che si estende alle campagne di Sassari, Alghero e soprattutto alla fertile pianura del Campidano di Oristano. Il fenomeno sembra essere strettamente legato all’impianto di oliveti, la cui coltivazione è una pratica antica, altamente specializzata e sapiente, proposta dal governo spagnolo prima e da quello sabaudo poi, come mezzo per rivitalizzare l’agricoltura sarda nel periodo di crisi successivo all’età dell’oro dei Giudicati (X-XV secolo). Partendo da una breve storia della coltivazione e della diffusione dell’olivo in Sardegna, lo studio delinea brevemente le principali caratteristiche architettoniche e le questioni più critiche di degrado e conservazione dei manufatti architettonici e del contesto paesaggistico. È nel Campidano di Oristano che si rilevano le testimonianze più significative dei portali monumentali di accesso ai poderi. Dal punto di vista tipologico si rilevano due principali varianti: il ‘portale diaframma’, con funzione essenzialmente di rappresentanza, e il ‘portale a loggia’, che talvolta ac-

29


Luis Palmero Iglesias

coglie anche un ambiente interno, con funzione sia di rappresentanza che utilitaristica. In entrambi i casi il fornice con terminazione ad arco, a tutto sesto o ribassato, è inquadrato da un ordine architettonico; la trabeazione nella maggior parte dei casi è sormontata da un fastigio barocco o da un timpano con conformazione triangolare, curvilinea o spezzata. Il fornice è chiuso da cancelli in ferro battuto o, più semplicemente, in legno. Dal punto di vista costruttivo si individuano tre principali tipologie murarie: 1) murature con paramenti in laterizi e finitura ad intonaco (le strutture annesse sono solitamente realizzate in mattoni crudi); 2) murature con paramenti in pietra (arenaria, o arenaria e trachite rossa in alternanza bicroma) e 3) murature in pietra e laterizi. Mentre dal punto di vista stilistico i portali sono caratterizzati da una grande varietà di forme e dettagli costruttivi che vengono attinti dal ricco repertorio barocco, neoclassico, neoromanico e neogotico e sono impiegati sia nell’architettura civile che religiosa. Le problematiche di degrado e la conseguente necessità della predisposizione di un programma di interventi di restauro, di manutenzione programmata e di provvedimenti per la tutela riguardano sia le singole emergenze architettoniche che il contesto paesaggistico. In riferimento al degrado materico e strutturale dei portali, nella maggior parte dei casi analizzati si rileva il dissesto delle coperture dal quale possono derivare danni strutturali e rischi di crollo dell’arco del fornice e l’indebolimento degli elementi verticali. I dissesti rilevati, infatti, non appaiono generati da problemi progettuali e strutturali (fondali ecc.) ma conseguenti al progressivo e incontrollato processo di degrado. Dal punto di vista del degrado materico superficiale, le strutture realizzate in laterizi con finitura ad intonaco presentano il distacco o la perdita quasi totale degli strati di intonaco con conseguente deterioramento delle murature in laterizi (cotti o crudi) o in opera mista. Mentre nelle strutture realizzate in pietra i problemi sono legati al degrado superficiale degli elementi lapidei (erosione, polverizzazione, alveolizzazione ecc.), al dilavamento dei giunti di malta e alla fratturazione dei conci, utilizzati per imperniare i cancelli di chiusura, a seguito dell’ossidazione dei ferri. Anche i portali monumentali, nonostante la secolare incuria che ne ha lasciato visibili segni e ha comportato anche il venir meno nella memoria collettiva della funzione che hanno svolto e del simbolo che hanno rappresentato nel territorio e nella cultura agraria, sono giunti fino a noi e si ergono a monito di una possibile e doverosa ‘rinascita’. L’attenzione è posta sulla necessità di effettuare interventi mirati di restauro, salvaguardia e valorizzazione, non solo degli elementi architettonici stessi, ma anche dei singoli siti e del paesaggio agricolo di cui fanno parte, individuando le basi di un progetto progettuale per la loro riscoperta e la conseguente conservazione nella stretta e fondamentale unione che li ha generati. Bollenti spiriti: la via pugliese della rigenerazione urbana (Giuliana Di Mari, Emilia Garda, Leonardo Lococciolo, Alessandra Renzulli). In questo lavoro viene presentato il distillato di un ragionamento realizzato da un’istituzione pubblica insieme a una comunità di persone, che è poi entrato a far parte del Programma delle Politiche Giovanili della Regione Puglia - Bollenti Spiriti, punto di partenza di una nuova esperienza di riqualificazione urbana partecipata. Il racconto esposto non è un caso teorico, ma va considerato alla luce dell’attuale contesto socioeconomico. Si è parlato del tipo di politiche pubbliche che si possono pro-

30


gettare per l’attivazione e l’interconnessione delle persone con i beni pubblici e le città. Gli esempi analizzati non sono dei modelli di intervento standardizzati e trasferibili, ma modelli di politiche pubbliche sperimentali da ricostruire con gli attori coinvolti, riportando aggiustamenti e adattamenti progressivi. Questi strumenti sono nati come risposta ai bisogni dei cittadini del territorio pugliese e devono essere interpretati alla luce dell’attuale contesto socioeconomico. Nello specifico quale è stata l’eredità culturale? Due sono le parole chiave: condivisione e partecipazione, binomio che può concretizzarsi solo attraverso un attore d’eccezione: la giovane generazione. È principalmente dai giovani che si può attingere l’energia per gestire la trasformazione. Le pubbliche amministrazioni possono fare da rete, condividendo le proprie risorse per favorire sperimentazioni e nascita di prototipi. Attraverso l’esame critico di alcune fasi di questa esperienza, si cerca di riflettere sull’importanza della capacità di progettare strumenti per attivare processi virtuosi, grazie ai quali possano emergere nuove interpretazioni dei grandi cambiamenti che caratterizzano questo millennio. In un mondo in continua evoluzione, un cambiamento di paradigma può aprire nuove opportunità che aprono la strada all’espressione di soggettività molto complesse e vitali, con capacità di azione inaspettate. Assumendo il ruolo di piattaforma, le amministrazioni pubbliche possono condividere le proprie risorse, favorendo la sperimentazione e l’emergere di processi di trasformazione delle città. Al di là della progettazione di strumenti, è necessario che una comunità abbia spazi in cui creare relazioni. Il passo successivo, dopo aver assunto la consapevolezza dell’enorme energia potenziale che viene dai cittadini in relazione ai problemi della città, è quindi quello di chiedersi quale e quanto valore può essere generato se i cittadini cominciano a sperimentare lo spazio pubblico. Tra le forme tradizionali di gestione pubblica e privata del patrimonio, possiamo riflettere su una terza via: quella di una gestione comune in grado di valorizzare la responsabilità reciproca, generare nuove risorse e miscelare quelle latenti, responsabilizzare le persone e le comunità, creare luoghi dove il capitale sociale si addensa e diventa elemento di sviluppo culturale ed economico. Valorizzazione dei frammenti e delle rovine classiche nella città contemporanea (Emanuele Romeo, Riccardo Rudiero). La città che cambia ha sempre conservato nelle sue aree urbane alcuni simboli del passato. Hanno avuto ruoli diversi e il loro valore (celebrativo, politico, artistico) è spesso cambiato nel corso degli anni. Questi simboli hanno un indubbio significato legato a particolari eventi storici. Tuttavia, spesso sono anche associati a un valore artistico che, nella città contemporanea, può accrescere le espressioni dell’arte moderna. Quindi le rovine e i frammenti classici possono essere considerati manifestazioni artistiche di “installazione permanente” accanto all’opera d’arte di “installazione temporanea”? Attraverso l’analisi di casi nazionali e internazionali lo studio propone strategie compatibili per la conservazione di frammenti e rovine antiche come espressione dell’arte nella città contemporanea. Questo per evitare che essi diventino oggetto di una valorizzazione inconsapevole che potrebbe portare ad aberrazioni (come frammenti o rovine trasformate in “feticci della storia”) o a fenomeni di contrasto e sostituzione (come nuove manifestazioni artistiche che, poste accanto a quelle del passato, ne riducono il valore).

31


Luis Palmero Iglesias

Affinché l’antico frammento all’interno della città contemporanea non perda il suo valore d’arte, deve essere considerato prima di tutto come un testimone della storia, e conservare il suo valore di memoria. Il rapporto tra le vestigia del passato e la nuova espansione urbana deve far sì che entrambe ne traggano beneficio, in un dialogo che porti alla conservazione dei reciproci valori. In questo modo si possono considerare monumenti antichi e rovine come opere classiche di “installazione permanente”, e questi elementi come opere d’arte in un contesto più allargato che comprenda l’intera città contemporanea. In ogni caso, è importante che le rovine siano contestualizzate correttamente e coesistano perfettamente con le nuove funzioni urbane e con la città contemporanea. Così, anche il frammento può assumere il ruolo di incremento culturale degli odierni ambienti urbani. Anche le opere d’arte contemporanea possono arricchire la città e, se opportunamente unite a quelle antiche, entrambe aumentano il loro valore. Inoltre, le opere d’arte contemporanea dovrebbero servire a valorizzare le periferie o i nuovi quartieri privi di elementi di attrattività. La torre di Montecatino: la conoscenza come valorizzazione del sistema difensivo territoriale della Repubblica di Lucca (Gianluca Fenili). Attraverso il concetto di paesaggio archeologico, viene proposto un meccanismo per la valorizzazione del sistema di segnalazione ottica, impiegato dalla Repubblica Lucchese nel XVII secolo, per la sorveglianza dei confini. La Repubblica di Lucca affidava la sua difesa militare a un complesso di elementi destinati a interagire tra loro in maniera sinergica e coordinata, che possono essere raggruppati in tre categorie principali: alla prima appartenevano le strutture atta alla difesa passiva, ovvero le fortificazioni cittadine, sia nelle loro parti murarie, costituite dai baluardi e dalle cortine, sia nella sistemazione esterna con spalti e fossati. Facevano parte di questa categoria anche i castelli e le varie opere minori come le rocche e torri poste a guardia dei punti strategici del territorio dello Stato. Gli elementi atti alla difesa attiva, appartenenti alla seconda tipologia, si componevano invece delle milizie e dei corpi armati nelle loro specializzazioni ma anche delle aree di reclutamento e delle artiglierie, includendo tutto quel che potesse servire per la loro produzione e manutenzione. Tutto ciò che assicurava efficienza gestionale e di coordinamento apparteneva invece alla terza categoria, quella cioè che includeva oltre gli organi di governo della città, gli Offizi preposti alle questioni difensive, i commissari (delle porte, dei baluardi, delle milizie, ecc.), gli ufficiali, i sistemi di allarme e i piani attuativi per il dispiegamento delle forze. A queste analisi si è affiancato uno spoglio archivistico ampio, focalizzato sul sistema di comunicazione ottica di cui faceva uso la Repubblica per proteggere i propri territori. Il primo passo è stato scegliere l’intervallo temporale da prendere in considerazione, identificato con l’inizio del XVI secolo e la fine del XVIII, periodo che ha visto trasformate le Mura della città dalla conformazione medievale alla struttura attuale e la massima espansione del sistema difensivo lucchese. La ricerca si è basata sul confronto di pergamene, mappe e documenti inerenti alle fortezze che, abbandonate, distrutte o ricostruite nel corso del tempo, sorgevano originariamente in punti strategici, dominanti le principali vie di transito, in posizione tale da consentire un’ampia visibilità sul territorio. Queste erano otticamente collegate tra loro, talvolta direttamente, più

32


spesso attraverso torri e campanili, che consentivano la “trasmissione” del segnale. Tutti questi dati sono stati introdotti all’interno di una piattaforma GIS (utilizzando il software opensource QGIS), attraverso il quale sono stati tracciati (con un margine di approssimazione) quelli che dovevano essere i confini della Repubblica nel lasso temporale di riferimento. All’interno di questi sono state posizionatele rocche, i centri incastellati e le torri di segnalazione ritrovati. In seguito, posizionate le torri (esistenti o meno, ma con un’ubicazione certa), si è passati a quelle torri di cui, nonostante la presenza segnalata nelle carte, non se ne è potuto stabilire una posizione inconfutabile. Per ognuno di questi elementi, che appaiono sulla mappa digitale come punti di colore diverso, è stata compilata una scheda inerente alle diverse caratteristiche: la già citata collocazione, l’attuale proprietà (Comune, Provincia, Regione), lo stato di conservazione e la possibilità di fruizione. Fruibilità attuabile anche da remoto, attraverso l’impiego del GIS per la gestione e conservazione del database e di una versione web più intuitiva per la diffusione della conoscenza. È opportuno anche ricordare che per un’efficace tutela dei Beni culturali, nell’ambito della conoscenza, il processo conservativo è da svolgere di pari passo con quello volto alla valorizzazione, essendo queste due azioni inevitabilmente sinergiche. Tramite l’analisi del contesto storico e geopolitico del piccolo stato toscano e l’impiego delle tecnologie web-GIS diviene possibile attuare un processo di diffusione della conoscenza che ha come cardine principale la pubblicizzazione dei beni, intesa con l’accezione di ‘dominio pubblico’. Il caso studio del rudere di Montecatino si presta ad essere la base per la proposta di tale valorizzazione in una prospettiva futura di conservazione del patrimonio che comprenda l’intero paesaggio archeologico della città di Lucca. Edilizia storica romana: Cartografia dei danni in scala MCS causati dai terremoti storici. Strumento critico per la valutazione della vulnerabilità sismica (Lorenzo Fei, Federica Angelucci, Antonio Pugliano). Si documenta lo stato di avanzamento di un progetto recentemente finanziato dall’Università Roma Tre, nell’ambito del Piano straordinario di sviluppo della ricerca dell’Università: CALL4IDEAS, che il Dipartimento di Architettura sta conducendo al fine di produrre un Atlante Dinamico ICT: un sistema informativo geografico (GIS) su Roma utile per la documentazione, la valorizzazione del ‘paesaggio urbano storico’ e la caratterizzazione del costruito, dei substrati archeologici e geologici, contribuendo alla fruizione e alla sicurezza della città, ponendo le premesse conoscitive utili alla prevenzione del rischio idrogeologico e sismico. Il presente lavoro presenta una mappatura dei guasti causati alla città dai terremoti storici: uno strumento preliminare per valutare la vulnerabilità sismica di interi settori urbani. Rappresentando i terremoti come motore dell’evoluzione scientifica e dell’affinamento delle tecniche costruttive, particolare attenzione è rivolta alle strutture di copertura: il loro studio permette di riconoscere, valorizzandole, il carattere strutturale e l’incidenza in termini di prestazioni delle peculiarità formali e costruttive con l’obiettivo di utilizzare queste tecniche, seppur ottimizzate, negli interventi di restauro a matrice filologica. Tra le sue finalità, l’Atlante Dinamico DynASK vuole contribuire alla fruizione in sicurezza della città storica, associando alla diffusione di informazioni culturali gli aspetti

33


Luis Palmero Iglesias

34

conoscitivi propedeutici alla prevenzione del rischio sismico e idrogeologico; si pone quindi come un modello di comportamento metodologico esportabile, conforme allo scenario normativo vigente circa la valorizzazione dei Beni Culturali. L’argomento descritto è organizzato in un archivio digitale frutto dello studio di un esteso repertorio di fonti cartografiche e documentarie archivistiche. La banca dati è associata a una base grafica vettoriale, open source, la Carta Tecnica Regionale Numerica del Lazio (CTRN 2014), che garantisce durabilità del sistema e libera accessibilità dei dati. In riferimento alla CTRN si è sviluppato il processo di riconoscimento e definizione dei risentimenti documentati a Roma, tanto delle unità edilizie esistenti quanto dei brani di città scomparsi, questi ultimi considerati per individuare una eventuale vocazione al danneggiamento sismico di parti di città. Per quanto attiene la conoscenza delle problematiche legate alla conservazione e fruizione sostenibile del Patrimonio, sono stati prodotti approfondimenti circa la consistenza dell’edilizia storica, a partire dalle componenti materiali che svolgono un ruolo fondamentale nel comportamento meccanico degli edifici storici esposti alle azioni sismiche, prime tra tutte le strutture di copertura lignea. In particolare, i paesi più soggetti agli eventi sismici hanno risposto con soluzioni tecnologiche diverse, da intendersi come prodotto materiale dell’osservazione dei fenomeni sismici e dell’esperienza empirica che ne risultava, più o meno razionali rispetto all’uso e al grado massimo della violenza sismica locale attesa, alle esigenze del clima e alla durata richiesta dagli edifici stessi. La conoscenza delle tecniche costruttive tradizionali e della cultura materiale che le ha generate è necessaria per la comprensione degli effetti causati dei terremoti sulle costruzioni, consentendo di descriverne, quantificarne e prevederne i risentimenti. Questo programma intende evolvere dalla trattazione della ‘regola dell’arte’ degli elementi strutturali più eloquenti tipologicamente, affiancando a questa linea di ricerca un processo di documentazione sistematica basato su un censimento il più esteso possibile; qui troverà spazio l’osservazione dello stato di conservazione dei manufatti e si farà ricorso al contributo della dendrocronologia per interpretare i segni di possibili mutazioni storiche che, caso per caso, hanno introdotto varianti fondamentali nelle fisionomie architettoniche consuete e residenti. Si produrrà quindi una interpretazione processuale, su basi scientifiche, delle fisionomie architettoniche oggi osservabili, a vantaggio della ricostruzione della storia delle metodiche di restauro, riparazione-reintegrazione, sostituzione e della storia del pensiero scientifico e tecnologico del quale i processi di mutazione descritti costituiscono l’espressione durevole. In tale programma, la questione sismica svolge un ruolo centrale in quanto motore dell’evoluzione storica e tecnica del lessico costruttivo locale verso il raggiungimento di requisiti prestazionali adeguati alle condizioni di esercizio; la scelta di rivolgere l’attenzione alle coperture a tetto ligneo è dunque obbligata, per la cogenza delle problematiche insorte, allo stato attuale, dall’assenza di pratiche manutentive condotte negli ultimi decenni e per la spendibilità delle conoscenze da applicare nell’ambito della pratica attuale del restauro filologico nell’evidenza del rischio sismico. L’analisi da condursi per la sicurezza di una struttura o di un intero edificio ha lo scopo di individuare i punti deboli e di prefigurare il meccanismo che l’azione sismica può innescare. Il detto meccanismo coinvolge componenti lignee e murarie, chiamate a collaborare nei termini della manifestazione di efficienti relazioni reciproche, utili a garantire un comportamento di massima coesione tra le componenti del sistema.


L’efficienza di queste strutture di orizzontamento e copertura gioca un ruolo fondamentale per la stabilità complessiva degli edifici. Approfondimenti utili al restauro in quanto comunicano la gerarchia funzionale degli elementi materiali che compongono tali strutture, la loro fisionomia architettonica e la configurazione ottimale in termini di efficienza. E’ di tutta evidenza il carattere innovativo di questa visione: il contributo degli approfondimenti va a vantaggio dell’implemento della ‘cultura della progettazione’ del dettaglio esecutivo, da attuarsi attraverso tecniche dialoganti con la tradizione locale che siano, oltre che meccanicamente efficaci, anche filologicamente compatibili ed economicamente sostenibili, in quanto manutenibili e idonee all’esercizio di pratiche labour intensive destinate al rilancio di ambiti di imprenditoria site specific. Il prodotto manualistico digitale, applicativo dell’Atlante Dinamico DynASK, inoltre, contribuisce alla pratica del restauro anche attraverso la forma della comunicazione dei dati conoscitivi. Esso raccoglie elaborazioni grafiche concepite per dar vita a un repertorio di ‘librerie’ composte secondo espressioni semantiche affini a quelle in uso in ambiente HiBIM: al fine di agevolare la comprensione tecnologica degli elementi strutturali, essi sono rappresentati come l’aggregazione razionale di componenti elementari compiute, isolabili e caratterizzate da schede attributo descrittive dei caratteri storici, tipologici, materici, tecnologici e critici, in relazione all’efficienza in esercizio e, viceversa, alla loro vocazione al danneggiamento sismico.

35


ReUso: Riciclare, riutilizzare, ripensare Giovanni Minutoli

Giovanni Minutoli

Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Firenze

Pagina successiva Capitello, Chiesa di San Miniato al Monte, Firenze

36

Cosa significa oggi ReUso? Se da una parte viene interpretato come Restauro e Uso compatibile in alcuni contesti è declinato come riutilizzo e riciclo, solo per utilizzare due dei termini più alla “moda”. Il problema dell’uso compatibile del nostro patrimonio storico artistico è un tema molto attuale, e nasce soprattutto dall’esigenza di saturare di “nuove funzioni” i grandi complessi architettonici presenti nei nostri centri storici (edifici monastici e conventuali e nobiliari principalmente) o posti in zone che era periferiche fino a qualche decennio fa (edifici industriali), ma che oggi invece risultano parte integrante del tessuto cittadino. Quando si affrontano queste importanti tematiche le dinamiche politico-sociali non valutano che ogni edificio o complesso ha una sua peculiarità e non sono “adatti” a tutte le funzioni. Il contenitore perde la sua identità e diventa un non luogo che spesso e volentieri non tiene conto dell’edificio nella scelta dell’uso da assegnare agli spazi interni che si vanno a realizzare o per meglio dire a saturare. Non sarebbe più importante, prima di intervenire e progettare nuove funzioni ripensare i nostri edifici storici? Partendo dalla domanda che quotidianamente viene posta ai tecnici: ma conviene “restaurare” (sarebbe più corretto dire ristrutturare nella maggior parte dei casi) o sarebbe meno oneroso demolire e ricostruire? La risposta è immediata: “sicuramente conviene demolire e ricostruire, costa meno!” Quindi, per come viene inteso da molti il concetto di Restaurare (valutato come atto costoso e traumatico che poco ha a che fare con la conservazione), gli interventi da farsi su un edificio comportano così tanto impegno da renderli anti-convenienti. Ma, questa osservazione nasce dalle scelte tecniche o dall’incapacità di leggere le potenzialità dell’edificio. Assistiamo troppo spesso ad interventi di rifunzionalizzazione che, sì, hanno il grande pregio di salvare un monumento dall’oblìo e dall’abbandono ma spesso – complice talvolta il quadro normativo - si limitano a valutare l’involucro architettonico come un contenitore da riciclare e riutilizzare senza ricorrere ad analisi organiche che ne comprendano e dunque lo preservino. Allora forse non è pleonastico ripensare al perché continuare a insistere con l’idea che così tanti edifici debbano essere conservati e tramandati alle generazioni future,


37


38

Giovanni Minutoli


quando secondo molti gli antichi non avevano tutte queste attenzioni per il patrimonio storico antecedente alla loro epoca! Secondo questa visione storica l’architettura quando la funzionalità di un edificio era messa in discussione si demoliva e si costruiva qualcos’altro oppure si trasformava l’edificio seguendo il gusto e le esigente (a volte anche i capricci) del mecenate di turno. Può sembrare ovvio ma ciò che ci “obbliga”, oggi, a conservare il nostro estesissimo patrimonio, è semplicemente il suo “riconoscimento”. Proprio quel brandiano “riconoscimento dell’opera d’arte nel suo valore storico ed estetico” per cui noi riversiamo in quelle opere una parte irrinunciabile della nostra cultura e della nostra identità storica. E non dobbiamo dimenticare come tale “riconoscimento”, seppur ratificato nel Novecento, sia molto più antico. Si pensi alla diffusa prassi dell’uso di materiali di spoglio, riutilizzati non tanto per motivazioni economiche quanto per il significato fondativo e simbolico che gli si riconosceva. D’altronde, come è noto, la storia è costellata di ripetute riscoperte di un passato riconsiderato, in forme diverse, in modo da essere funzionale al disegno dell’avvenire: il Rinascimento, la Restaurazione, i nazionalismi. Oggi sorattutto, le democrazie occidentali vivono una grande crisi che non nasce dalla pandemia ma, piuttosto, dalla mercificazione dell’essere umano che da cittadino è divenuto consumatore e conseguentemente il patrimonio edilizio non è più da usare ma da sfruttare. Le grandi crisi portano sempre a nuovi “rinascimenti”; si spera che approcciandosi al tema del ReUso si parta dal concetto di ripensare, valutare il nostro passato, riscoprirlo e valorizzarlo secondo nuove istanze, certamente in maniera sostenibile dal punto di vista della conservazione, culturale, ambientale ed anche economico, sempre nel rispetto dell’autenticità del patrimonio che ci è stato tramandato. Ed è forse questa la sfida più grande del REUSO, oggi.

Pagina precedente Firenze, vista aerea.

39



Restauro

Concetti: orientamenti e tendenze attuali


Protezione delle aree archeologiche: interventi di musealizzazione ‘effimera’ su aree fragili Serafina Cariglino

Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Riccardo d’Aquino

University of Arkansas Rome Program, Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, Sapienza Università di Roma. Serafina Cariglino Riccardo d’Aquino Francesca Lembo Fazio

Francesca Lembo Fazio

Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Abstract The urgency for conservation and presentation of the archaeologic remains on the site is a problematic challenge. Not only it is necessary to face the need for shelter the areas from weather: ruins must be accessible, perceivable, understandable especially because most of the time the excavations are isolated and devalued by the surroundings. After the digging, the pledge of caring lead often to projects of sheltering with no architectural quality, that can’t establish a relationship between the remains and the spatial context in which they are. The aim of the paper is to analyse conservation projects on sites that can be considered ‘frail’, as more exposed to decay, neglected and lacking in communication. As a potential project strategy, the case of some ephemeral structures is presented with a detailed analysis on Acquarossa, considering these proposals as a way to help reading ancient ruins through evoking signs. Keywords archaeological sites, ephemeral architecture, context, aesthetic of abstraction, fragments.

Archeologia e architettura effimera: possibili scenari interpretativi (F.L.F) La realizzazione di uno spazio che possa conservare in situ dei rinvenimenti e concorrere a formare un coerente mezzo espressivo a servizio delle aree di scavo deve essere letta non come mera protezione dagli agenti atmosferici, bensì come vero e proprio atto critico di restauro. È vero che la fragilità insita nelle aree archeologiche impone una programmazione di manutenzioni e di verifiche della validità dei dispositivi di protezione (Sposito, 20152016, p. 128), tuttavia scopo ultimo della progettazione deve essere quello di realizzare “un luogo architettonico per fare godere in pieno, ma in se stesse, le opere d’arte che vi si allogano” (Brandi, [1977] 2000, p.128), rendendo possibile una fruizione ed una lettura di resti altrimenti incoerenti. In tale atto critico-creativo di ‘raccordo’ tra la spazialità delle opere e lo spazio che le contiene “non esiste soluzione prefabbricata

16


dall’autore” (Brandi, [1977] 2000, p. 128). Nel caso degli scavi archeologici urge realizzare un progetto che rifugga la riproposizione inderogabile di volumi e di architetture, ciò non solo per rispondere alla necessità di non realizzare una falsificazione dell’immagine dell’opera, quanto anche per l’esiguità dei dati a disposizione: sovente si tratta di architetture di cui spesso si conserva esclusivamente lo spiccato e che possono essere solo astrattamente ‘ricreate’. Le informazioni derivanti dall’analisi del sito, a conclusione di uno studio approfondito e ragionato, rimangono pur sempre delle ipotesi ‘mute’ che necessitano di una comunicazione chiara ed efficace, frutto di un attento lavoro progettuale, senza sovrastare l’immagine dell’opera attraverso un forte segno progettuale. L’apparente limite rappresentato dalla mancanza di comunicazione e dall’esiguità dei resti materiali di queste aree fragili può invece dare slancio a realizzazioni “più morbide, sostenibili e delicate” (Carbonara, 2015, p. 2) che, qualora attentamente ragionate, possono valorizzare i resti grazie ad un insito carattere di reversibilità. Ecco che l’utilizzo di materiali effimeri viene a costituire una nuova prospettiva negli interventi di musealizzazione a protezione e valorizzazione delle aree archeologiche: l’effimero può a pieno titolo assumere il ruolo di una sostanza reale ma, al contempo, virtuale. A tale riguardo, riveste una fondamentale importanza l’elaborazione di Christine Buci-Glucksmann circa la “poetica dell’effimero”, incentrata su considerazioni relative alla percezione del passaggio del tempo: si avrà, così, da un lato un “effimero melanconico”, che registra in modo negativo i cambiamenti dovuti al passaggio del tempo; mentre all’opposto un “effimero positivo”, che registra lo scorrere del tempo come una trasformazione favorevole alla determinazione di una cultura “della fluidità e della trasparenza”, alla quale ispirarsi per la realizzazione di “un’esperienza coinvolgente ed immersiva, capace di trasmettere valori e significati in modo chiaro” (Santopuoli, in stampa).

Fig.1 Vista dell’edificio A dallo spazio all’interno dell’edificio C.

17


Serafina Cariglino Riccardo d’Aquino Francesca Lembo Fazio

18

Sullo stesso filone d’indagine, anche Gillo Dorfles si è più volte espresso a favore di una ‘coscienza dell’effimero’, ossia della convinzione del progettista di non realizzare un’opera duratura, consentendogli la possibilità di abbandonarsi alla concezione di “forme difficilmente ipotizzabili sul versante dell’architettura permanente” (Unali, 2010). Ulteriori considerazioni possono scaturire dagli studi di musealizzazione di espressioni artistiche, come performance ed installazioni temporanee, che per sopravvivere hanno necessità di una continua partecipazione del pubblico e che mostrano la necessità di “riflettere su forme di esposizione innovative e adeguati modi di proporre e rendere fruibili” opere d’arte altrimenti afasiche (Gallo, 2016, p. 29). In questi casi, la possibilità dell’architettura espositiva di raccontare uno spazio tramite l’impiego di strutture effimere richiede talvolta un dialogo con l’osservatore e la ridefinizione dello spazio stesso in modo interattivo. La comunicazione e l’intermediazione con il pubblico si realizza all’interno del sito attraverso livelli di lettura, velocità di attraversamento del luogo e disegno del ‘vuoto’ rispetto al ‘pieno’. Nel caso della ‘reintegrazione’ dell’immagine è utile pensare alla possibilità di collaborazione tra vari specialisti, non più limitata alle figure dell’architetto, dell’archeologo e dei tecnici, ma arrivando a coinvolgere professionalità artistiche, sempre sotto la guida dei principî della teoria del restauro. È questo un punto al quale è bene prestare particolare attenzione: l’aspetto della performance deve essere controllato dalla teoria a causa degli aspetti negativi che ne potrebbero derivare, in particolar modo se legati alla spettacolarizzazione dell’architettura, ricadendo nell’idea ‘creazione’ avulsa da ogni contesto e messa in atto solo per soddisfare un bisogno di visibilità e di fama. La possibilità che la performance scada nell’entertainment mediatico e consumistico comporta degli “allestimenti ‘senza qualità’”, che si piegano al solo criterio del profitto (Unali, 2010). Se è necessaria una particolare attenzione per non esaurire l’intervento in una performance vuota di significato, è tuttavia rilevante il ruolo comunicativo e di informazione dell’effimero: in tal modo si verrebbero a definire strutture temporanee con il merito di essere un “medium polisemico, in grado di comunicare non solo il valore specifico del bene architettonico che si cerca di preservare, ma anche la peculiarità dell’intervento stesso” (Santopuoli, in stampa). Si noti l’accezione più profonda di medium come mezzo per veicolare simboli e idee, diversa da quella più semplicistica genericamente usata che vede nel medium solo un’espressione di contemporaneità, di interattività e quasi di performance assoggettata alla cultura digitale. La percezione spazio-temporale sembra contraddistinguere le realizzazioni effimere, spesso descritte come esperienze tipiche della modernità per il loro carattere di “modificazione temporanea dello spazio, al di là di ogni ‘matericità’ e tassonomia stilistica” (Unali, 2010). Tuttavia, invece di mirare a possibilità aperte dall’effimero verso una “libera reinvenzione”, si dovrebbe puntare ad una ‘interpretazione guidata’ che si svolge in un contesto spazio-temporale “pluridimensionale disegnato dalla nostra mente” (Unali, 2010); il che, considerando una condizione di rudere, potrebbe essere un’azione positiva se inquadrata in uno stabile contesto teorico ed in un progetto attentamente ragionato. Sarebbe tuttavia errato guardare all’effimero come nettamente contrapposto al permanente, né come ad un elemento che “non anela all’eternità di un sogno di pietra, ma a un presente ‘sostituibile’ all’infinito” (Augè, 2004, p. 92). Ad una materia effimera identificata esclusivamente come sensibile, ipermediale, mutevole e pur sempre presente, il restauro può ben contrapporre un effimero inteso come rap-


porto tra gesto, tempo e memoria, dalla natura segnica legata all’interpretazione ed alla valorizzazione del sito e come nuova rappresentazione artistica in rapporto alla percezione di forma e tempo. Restauro archeologico ed estetica dell’astrazione: ipotesi e opportunità di un nuovo linguaggio (S.C) Il patrimonio archeologico si compone di testimonianze fra loro molto diverse che richiedono, per la loro conservazione e lettura, differenti tipologie d’intervento restaurativo. Se il museo rappresenta per eccellenza il luogo deputato alla conservazione e al racconto di quanto rinvenuto nei siti archeologici, questi ultimi si configurano spesso come spazi di difficile lettura, protetti da coperture provvisorie e soggetti, se le risorse lo permettono, a manutenzione ordinaria, opere di pulizia e diserbo (Minissi, Ranellucci, 1992). Il compito più complesso a cui gli architetti del patrimonio sono chiamati a rispondere è sicuramente quello del restauro di quei ‘fragili resti archeologici’ che, abbandonati dopo lo scavo, ‘restano’, appunto, in superficie, incapaci da soli di ‘raccontarsi’, rendersi riconoscibili e comprensibili. Il valore storico e culturale di cui essi sono portatori necessita, dunque, di un atto interpretativo-progettuale di restauro che sia in grado di connettere testimonianze materiali, messaggio culturale e “gente comune” (Ricci, 2006). Risiede proprio in un atto interpretativo, di traduzione e trasmissione culturale, l’etica del restauro: facilitare la lettura di un contesto archeologico dovrebbe configurarsi come un imperativo morale non secondario, ma complementare al dovere di conservazione e trasmissione al futuro delle testimonianze materiali. La complessità del progetto di restauro in siffatti contesti riguarda soprattutto le modalità con cui materialmente esso tenta di riconfigurare architettura e spazialità perdute. L’opera di ‘traduzione’ dei resti che il progetto persegue è necessariamente legata alla scelta di materiali, tecnologie costruttive ed espedienti compositivi che incidono fortemente su ambienti archeologici spesso caratterizzati dalla presenza di una dominante componente naturalistica. L’ipotesi di perseguire, attraverso il progetto, una comunicabilità del messaggio culturale ed un rapporto visivo con il contesto ha portato in alcuni casi alla realizzazione di allestimenti temporanei, poi divenuti permanenti, in cui attraverso un procedimento di ricostruzione ideale e smaterializzazione è stato possibile dare una nuova configurazione identitaria a luoghi di straordinaria importanza culturale, ma poco leggibili. Ci si riferisce ad alcuni casi specifici in cui il tentativo di rievocazione dell’architettura perduta è avvenuto attraverso l’uso di nuove strutture in materiale metallico, di consistenza ‘filiforme’: la riconfigurazione del tempio di Apollo a Veio, realizzata nel 1992 da Franco Ceschi e l’installazione artistica, realizzata nel 2015, da Edoardo Tresoldi che rievoca la chiesa paleocristiana accanto a S. Maria di Siponto. Qui si inserisce il progetto (2014) di copertura e restauro dell’area etrusca di Acquarossa (Viterbo), dell’architetto Riccardo d’Aquino (ancora non realizzato). Le variazioni sul tema comune della riconfigurazione astratta, qui proposte, inducono a riflettere sulle differenti opportunità che una simile tecnica compositivo-costruttiva offre. L’intervento di Ceschi ricostruisce ‘a fil di ferro’ frontone e lato di un tempio tuscanico di cui restano in situ tracce materiali ai livelli di fondazione.

19


Serafina Cariglino Riccardo d’Aquino Francesca Lembo Fazio

20

Più precisamente, a Veio una struttura di tondini di ferro ripropone astrattamente lo schema volumetrico del tempio, mentre la decorazione architettonica della trabeazione viene riconfigurata attraverso pannelli sagomati su cui sono impressi disegni a colori desunti dallo studio dei resti originali. La semplicità della configurazione, la negazione di una riproposizione realistica, la capacità della struttura, così ‘rarefatta’, di permettere relazioni visive con le testimonianze materiali sul luogo stesso dello scavo, hanno reso la nuova immagine del tempio iconica e identitaria di un sito, tanto da tradurre l’intervento da effimero a permanente. L’uso di elementi metallici filiformi a Veio ricorda sicuramente alcune elaborazioni progettuali degli anni Trenta-Quaranta di architetti quali Figini, Pollini, Frette, Libera o del gruppo BBPR: si pensi alla trama metallica del monumento ai caduti di guerra nel cimitero monumentale di Milano (Gizzi, 2003, pp. 395-405). L’opera di Ceschi, inoltre, offre molti spunti di riflessione soprattutto in merito all’espediente compositivo della configurazione geometrica che, utilizzato da quest’ultimo con sapienza architettonica e intenzione restaurativa, rimanda ad immagini di allestimenti effimeri realizzati e progettati da Costantino Dardi negli anni Ottanta, attraverso la scrittura geometrica di griglie metalliche nel paesaggio. Risulta subito evidente quale campo di sperimentazione si possa aprire tentando di assumere la tecnica dell’astrazione-configurazione geometrica per mezzo di telai metallici quale ipotesi operativa nel restauro archeologico in situ. Con effetti percettivi piuttosto differenti dall’esempio di Veio, ma pur sempre con l’utilizzo di strutture metalliche leggere, Tresoldi riconfigura parte della volumetria della basilica paleocristiana di Siponto presso Manfredonia. Strutture scatolari resistenti per forma, costituite da reti elettrosaldate opportunamente giuntate a ridisegnare nello spazio le partiture architettoniche, restituiscono un’immagine evanescente e smaterializzata della basilica. L’esempio di Siponto dimostra come le strutture in metallo possano essere impiegate in modo alternativo rispetto al sistema usato a Veio ed incoraggia sicuramente la sperimentazione, considerando la varietà delle soluzioni possibili che un materiale come il metallo permette. Con una logica costruttiva ed estetica ancora differente, il progetto di Riccardo d’Aquino per il sito archeologico di Acquarossa sembra coniugare esigenze di restauro e di conservazione materiale dei resti. La reintegrazione delle volumetrie perdute dell’abitato etrusco e la protezione delle esigue tracce materiali a terra sono perseguite attraverso la realizzazione di vere e proprie coperture a falda, così come in antico. Un sistema di griglie metalliche, con tondini di diametro sufficiente a rendere la struttura resistente e portante, restituisce il volume delle colonne. Al di sopra di queste, travi e diaframmi triangolari metallici realizzano il sistema di copertura. La qualità estetica dell’intervento, illustrato nel dettaglio al paragrafo successivo, attraverso l’uso di griglie strutturali restituisce non solo volumetrie e spazialità dell’abitato etrusco, ma allude anche alla logica costruttiva delle sue parti. Tale aspetto, nel progetto di Acquarossa sembra essere la cifra compositiva caratterizzante che distingue quest’ultimo dagli esempi precedenti in cui non si presentava l’esigenza di realizzare una vera e propria copertura. I casi menzionati di evocazione formale e riconfigurazione spaziale rappresentano tre differenti declinazioni di una comune estetica, che si potrebbe definire dell’astrazione e che si traduce nell’uso espressivo di strutture metalliche, leggere, aperte e permeabili, particolarmente funzionali alle esigenze di restauro e musealizzazione in situ.


Esse offrono interessanti opportunità d’indagine non solo nell’ambito di allestimenti temporanei ma, come l’esempio progettuale di Acquarossa dimostra, anche di strutture pensate per configurazioni “permanenti”. Sito archeologico di Acquarossa. Restauro e nuova copertura dei resti etruschi (G. d’A) Il sito archeologico di Acquarossa si trova a circa 6 km a nord di Viterbo (fig. 1). La città etrusca prende il nome da una sorgente nelle vicinanze da cui sgorga un’acqua rossa per la sospensione di ferro. La città arcaica era costruita su un vasto pianoro, che discende dolcemente dai Monti Cimini, delimitato dai fossi di Acquarossa e Francalancia, secondo uno schema geologico tipico delle forre viterbesi. Nel 1960, a seguito della scoperta accidentale di parte delle rovine durante lavori agricoli, il re di Svezia Gustaf VI Adolf ordinò un primo lavoro di scavo sul luogo dell’antica città (Santillo Frizell, 2010); gli studi svedesi allora avviati sono tuttora di riferimento per le informazioni sul sito (Pallottino et al., 1986). I resti archeologici sono ormai pietre che completano un paesaggio punteggiato da antiche querce e noci che delimitano i pascoli. A causa della loro inconsistenza formale non sono più in grado di evocare alcuna immagine degli edifici di cui erano parte né, tantomeno, della città etrusca. Sul terreno, perfettamente allineate, gli archeologi trovarono formelle di decorazioni fittili e tegole dei tetti. Tuttavia, nel corso degli anni, i blocchi di tufo esposti all’aria si sono deteriorati a motivo della loro scarsa resistenza agli agenti atmosferici; inoltre, molti degli elementi fondali erano stati rimossi, spostati o distrutti a causa dell’uso agricolo del suolo, specialmente per via dell’impiego moderno degli aratri meccanici. Dopo lo scavo e l’indagine scientifica, si rese necessaria la realizzazione di un sistema indiretto di protezione delle murature originali, sovrapponendo ai resti un filare di moderni blocchetti di tufo, semplicemente appoggiati: era un sistema poco costoso, completamente reversibile ma, sfortunatamente, poco efficace, al quale fu aggiunta una tettoia metallica attorno al 1980. Queste strutture prefabbricate, oggi fatiscenti, fungevano da mera difesa delle rovine dagli agenti atmosferici. Nel 2014 l’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma ha promosso una competizione ad inviti a carattere internazionale per il restauro e il progetto della nuova copertura di Acquarossa, con l’approvazione ed il supporto della competente Soprintendenza italiana. Il concorso richiamava l’attenzione sul restauro dei quattro edifici etruschi all’entrata della città e sulla ristrutturazione delle tettoie che coprono i resti arcaici (fig. 2). Premessa al progetto era la comprensione del carattere della copertura: intento didattico e di trasmissione visiva di informazioni, oppure allusione ad una forma architettonica coerente con le ipotesi degli studi, senza fornire alcuna certezza riguardo alla riproduzione di forme originali per lo più sconosciute. Due principi architettonici necessari hanno orientato le prime proposte: offrire ai visitatori la percezione dello spazio urbano, sia per quanto atteneva la pavimentazione del cortile sia per ciò che riguardava i volumi, visto che le murature residue non sono in grado di fornire alcuna informazione in tale senso; nonché mantenere la forte relazione con il paesaggio mediante strutture moderne trasparenti per consentire la vista del bosco. Si è avviato il processo progettuale accettando la dominante presenza della Natura e la necessità dell’Archeologia di svelare le costruzioni arcaiche di Acquarossa (fig. 2).

Fig. 2 foto aerea del sito da google maps; in basso: foto del contesto e delle tettoie protettive

21


Serafina Cariglino Riccardo d’Aquino Francesca Lembo Fazio Fig.3 A sinistra: primi schizzi della nuova struttura; a destra: rilievo da laser scanner (Foto di: D. Palumbo, 2016)

22

La Commissione giudicatrice era diretta dal dott. Kristian Göransson, direttore dell’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma, dalla direttrice della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale dott.ssa Alfonsina Russo e dalla dott.ssa Margareta Strandberg Olofsson, archeologa responsabile di Acquarossa e direttore scientifico del Museo Nazionale Etrusco di Viterbo. Il gruppo di progettazione risultato vincitore era composto dal prof. arch. Giovanni Carbonara, dagli arch. Gioia Barchiesi Ghenzi, Serafina Cariglino, Teresa Cuccarese, Natalie Lazzaro, dall’ing. Paolo Uliana e coordinato dall’arch. Riccardo d’Aquino. La nuova copertura e le strutture di supporto sono state disegnate focalizzando l’attenzione sui principi della Carta di Venezia e sulle posizioni culturali di Renato Bonelli (Bonelli, 1963), da cui sono stati estratti quattro principi fondamentali: 1. il nuovo tetto avrebbe dovuto promuovere la comprensione delle tracce archeologiche. Sarebbe stata più una ‘ricostruzione’ che una ‘nuova costruzione’, o meglio un restauro dell’immagine archeologica (non di quella originale); 2. ‘frammento’ sarebbe stata la parola conduttrice e capace di descrivere tutti gli elementi che compongono la nuova copertura, anche a livello didattico. Un grande gesto scenografico per il tetto sarebbe apparso come un’imposizione arbitraria di elementi architettonici sul Luogo, il quale rimane il documento più significativo dal punto di vista fisico e l’unica memoria della relazione Natura – Architettura; 3. copie delle decorazioni fittili e dei capitelli tufacei originali, oggi conservati a Viterbo, avrebbero potuto essere esposte nella loro posizione originale sul nuovo costruito in una sorta di museo a cielo aperto; 4. inoltre, la nuova pavimentazione avrebbe dovuto connotare le diverse qualità degli spazi originali evidenziando il loro diverso carattere con colori, grana e disegno differente del terreno. La nuova struttura (fig. 3) è concepita come una sorta di rete metallica tridimensionale, resistente agli sforzi anche sismici, all’azione del vento e trasparente. Le nuove strutture mirano a sottolineare gli elementi costruttivi archeologici. Sono fondate sul suolo archeologico evitando fondamenta profonde o continue e seguono le tracce degli edifici arcaici A e C. I pilastri esterni sono realizzati in legno e delicatamente rastremati per trovare un collegamento ideale con gli alberi che circondano l’area. Le lastre di copertura in acciaio corten sono piegate per generare aperture utili a


Fig. 3 Assonometria dell’intervento.

ridurre l’effetto di sollevamento dovuto alla forza del vento. Sono quindi superfici discontinue che mantengono la loro funzione ‘protettiva’ o l’idea di un tetto a due falde, la probabile forma originale, senza alcuna imposizione arbitraria su forme sconosciute e altezze. L’acciaio è il materiale da costruzione per questo progetto per la possibilità che offre di ridurre la sua massa aumentando la trasparenza, fornendo inoltre un’eccellente resistenza. È anche uno dei materiali da costruzione più coerenti per i siti archeologici; assemblato a secco evita dannose dispersioni d’acqua. Le strutture per i nuovi tetti di Acquarossa sono progettate utilizzando prodotti industriali bidimensionali e semitrasparenti (reti e fili di acciaio). Il numero e la geometria degli elementi strutturali li hanno resi più leggeri e hanno permesso di evitare fondamenta profonde. Inoltre, le strutture mirano ad evocare la memoria volumetrica degli edifici attraverso la loro trasparenza e consistenza immateriale. In realtà, il nuovo sistema strutturale disegna una tettonica che ricorda la muratura piuttosto che l’acciaio: la nuova struttura sembra chiedere che i resti delle costruzioni arcaiche partecipino alla realizzazione, senza imporre un qualche linguaggio contemporaneo alla loro antica presenza. Il progetto strutturale utilizza reti e fili, avvolgendoli per formare colonne o piegandoli per costruire capriate triangolari, un’idea di resistenza strutturale per forma, un concetto quasi perso nell’architettura contemporanea in cui i linguaggi architettonici non influenzano le relazioni tra forma e struttura: il calcolo diventa qui necessario per giustificare fisicamente la forma del progetto, architettura e ingegneria sono una cosa sola. I dettagli del nuovo sistema di copertura per Acquarossa (fig. 4) hanno lo scopo di suggerire l’orizzonte del sito archeologico, mostrando copie degli elementi fittili originali, oggi realizzabili con scansioni laser e stampanti 3D. Inoltre, la ricostruzione delle colonne, la piegatura di reti in acciaio e l’avvolgimento di fili per sostenere i nuovi tetti seguono lo stesso principio di ridotta materialità e intendono valorizzare la presenza della struttura al di là delle sue specifiche esigenze tecniche. Il nuovo sistema di coperture mira a favorire la comprensione delle tracce archeologiche, il progetto di una ‘ricostruzione’ piuttosto che un ‘nuovo intervento’ di costruzione. Nell’incrocio fra le colonne e la struttura in acciaio del tetto, è possibile inserire copie dei capitelli originali in resina sintetica al fine di suggerire scorci e prospettive dei volumi delle antiche costruzioni. Allo stesso modo, a seguito di ulteriori ritrovamenti dell’apparato decorativo e di capitelli, sono state inserite nella nuova struttura riproduzioni in resina sintetica delle decorazioni originali per ottenere ombre e sugge-

23


Serafina Cariglino Riccardo d’Aquino Francesca Lembo Fazio Fig. 4 Dettagli architettonici e strutturali che mostrano la composizione della struttura in acciaio, il tetto in acciaio corten e le copie in resina delle decorazioni fittili originali (in basso).

stioni antiche. Oltre a seguire protocolli fisico-chimici precisi, necessari per la migliore tutela dei resti arcaici, ad Acquarossa il restauro doveva coinvolgere l’immagine del Luogo, la memoria della città etrusca, il suggerimento della presenza volumetrica degli edifici. A proposito delle protezioni delle murature etrusche, si è scelto di seguire e re-interpretare il sistema svedese: sono stati semplicemente ruotati i mattoni di tufo verticalmente sulle murature arcaiche, inserendo uno strato sacrificale tra i blocchi di pietra originali e l’aggiunta contemporanea (fig. 5). In questo modo, si sono protette le creste delle murature; inoltre, alzando la quota degli elementi di tufo originale per effetto dei nuovi inserimenti, si è aumentata la visibilità delle file di pietra arcaica a beneficio dei visitatori. Riguardo alle superfici orizzontali, non sapendo se e quali fossero le pavimentazioni, sono state progettate superfici di terra stabilizzata (tipo Levostab) per evitare la crescita spontanea della vegetazione, assicurare un buon drenaggio delle superfici orizzontali e proteggere la base delle murature etrusche dal ruscellamento dell’acqua piovana. Si sono anche utilizzati diversi colori, venature e grane delle terre per evidenziare le differenze tra gli spazi archeologici: l’interno dell’edificio, il cortile e le fasce in terra sciolta (pozzolana) lungo le pareti di tufo, creano un distacco protettivo dalle murature etrusche (fig. 5). In conclusione, il progetto architettonico offre una lettura più chiara e immediata del sito archeologico. Le strutture a griglia e il tetto restituiscono la percezione volumetrica di alcuni edifici della città arcaica. L’inserimento delle copie in resina degli elementi decorativi conferisce alle ricostruzioni un tocco di realtà. Le pavimentazioni colorate e le murature etrusche protette offrono una lettura più chiara e immediata del sito archeologico. L’architettura può servire l’archeologia offrendo immagini moderne del passato. Bibliografia Augè M. 2004, Rovine e macerie. Il senso del tempo, Bollati Boringheri, Torino. Bonelli R. 1963, Restauro Architettonico, in Enciclopedia Universale dell’Arte, vol. XI, Roma, pp. 344-352. Brandi C. 2000, Teoria del restauro, Einaudi, Torino [ed. orig. 1977]. Carbonara G. 2015, Archeologia, architettura e restauro: problemi di conservazione e presentazione, in L’archeologia in Italia: la sfida con la realtà. Ricerca, tutela, valorizzazione,

24


Fig.5 A sinistra: schizzi e disegni di dettaglio che mostrano la conservazione delle pareti arcaiche; a destra: pianta di restauro che mostra le pavimentazioni.

gestione, Atti del Convegno, «Aedon», <http://www.aedon.mulino.it/atti/2017/archeologia_in_ italia/carbonara.pdf>. Gallo F. 2016, Lo studio delle mostre d’arte contemporanea: approcci e problemi, dall’effimero al permanente, in F. Gallo, A. Simonicca (a cura di), Effimero. Il dispositivo espositivo tra arte e antropologia, CISU, Roma, pp. 29-44. Gizzi S. 2003, Al confine tra ricostruzioni archeologiche e architettura moderna fino agli anni Ottanta, in V. Franchetti Pardo (a cura di), L’architettura nelle città italiane del XX secolo. Dagli anni Venti agli anni Ottanta, Jaca Book, Milano 2003, pp. 395-405. Minissi F., Ranellucci S. 1992, Museografia, Scuola di specializzazione per lo studio ed il restauro dei monumenti, Gangemi Editore, Roma. Ostenberg C. E. 1975, Case Etrusche di Acquarossa, Multigrafica Editrice, Roma. Pallottino M. et al. 1986, Architettura etrusca nel viterbese: ricerche svedesi a San Giovenale e Acquarossa 1956-1986, De Luca, Roma. Pane A. 2017, Per un’etica del restauro, in S. F. Musso (a cura di), RICerca/REStauro, Questioni teoriche: inquadramento generale, Edizioni Quasar, Roma Rystedt E., Wikander O. 2017, Acquarossa, «Forma Urbis», n.12, pp. 22-25. Ricci A. 2006, Attorno alla nuda pietra. Archeologia e città tra identità e progetto, Donzelli Editore, Roma. Santillo Frizell B. 2010, Il Re archeologo Gustavo VI Adolfo nel Viterbese, «Biblioteca e Società», vol. LXV, n. 1-2, pp. 20-23, <http://www.bibliotecaviterbo.it/biblioteca-e-societa/2010_1-2/cap6_ frizell.pdf >. Santopuoli N. (in stampa), Opere provvisionali di messa in sicurezza: architetture effimere per il restauro e la valorizzazione del patrimonio monumentale. Sposito C. 2015-2016, Coprire l’antico: sistemi e tipi per conservare, in A. Sposito, A. Mangiarotti (a cura di), Project Soluntum. Tradition and Innovation in ancient Contexts, erMes, Palermo, pp. 127136. Unali M. 2010, Architettura effimera, in Enciclopedia Treccani Lessico del XXI secolo, <http://www. treccani.it/enciclopedia/architettura-effimera_%28XXI-Secolo%29/>.

25


Valorizzazione, turismo, identità e restauro. Alcune considerazioni sui beni culturali in Sicilia Carmen Genovese

Carmen Genovese

Soprintendenza Archivistica della Sicilia –Archivio di Stato di Palermo, MiBACT.

Abstract The link between the enhancement of cultural heritage and tourism generates debates and reflections, reviving from time to time in the geographical areas in which the flow of travelers increases. Particular perplexity is raised by the possible “profitability” or economic sustainability of the cultural heritage, which is obtained essentially with the desirable incentive for the use and therefore of tourist flows and which, if not properly pursued, can hinder the fundamental instances of protection. The essay deals with this theme in Sicily, a region with historical, cultural peculiarities and, since 1975, also by regional legislation that governs the protection of the island’s cultural heritage, where tourism-related issues have influenced the strategies for the protection and restoration of monuments. Starting from some emblematic episodes, it is part of the lively and current debate on the “management” of the island’s cultural heritage. Keywords Sicilia, turismo, valorizzazione, identità, autonomia

Il nascente turismo, inteso come asservimento “al forestiero troppo amato”, fu criticato ad esempio dal Futurismo, che criticò il “passatismo italiano sotto tutte le sue forme ripugnanti: archeologia, accademismo, […] industria del forestiero” (Marinetti, 1914).

1

26

Il legame tra la valorizzazione dei beni culturali ed il turismo suscita dibattiti e riflessioni rinnovate di volta in volta dal crescente flusso turistico in varie regioni del mondo. A suscitare particolari perplessità è la possibile redditività o, che dir si voglia, sostenibilità economica del patrimonio, che si ottiene essenzialmente con l’auspicabile incentivazione della fruizione e dunque dei flussi turistici e che, se non opportunamente perseguita, può portare ad un allontanamento dalle fondamentali istanze della tutela. Il saggio affronta questo tema in Sicilia, regione unica nel quadro nazionale per l’assetto legislativo che governa, dal 1975, la tutela dei suoi beni culturali. Qui le istanze legate al turismo hanno talvolta influito sulle strategie di tutela e restauro dei monumenti: partendo da alcuni episodi emblematici, le riflessioni che seguono si innestano nel dibattito vivo ed attuale sulla gestione dei beni culturali dell’isola e sul loro possibile destino.


Fig. 1 Graffiti stencil apparso nel centro storico di Palermo, sul prospetto del Teatro Garibaldi: “Tourism is colonialism”

L’“industria del forestiero” in Sicilia Nel solco della tradizione del Grand Tour, nei primissimi anni del Novecento si afferma anche in Sicilia una nuova figura di viaggiatore colto che intende visitare i luoghi ormai noti del patrimonio monumentale archeologico e medievale con le comodità e le facilitazioni dell’epoca moderna, aprendo la strada a quello che sarà, via via, il cosiddetto, famigerato turismo di massa. Infatti, nonostante alcune isolate critiche1, la cosiddetta “industria del forestiero”2 si sviluppa velocemente, intervenendo in modo sempre più incisivo nell’economia ed orientando talvolta anche la scelta dei monumenti da restaurare e le modalità con cui renderli più “attraenti” agli occhi dei turisti. Si va consolidando l’iconografia dei luoghi emblematici della “sicilianità”, resa attraverso paesaggi, scorci e monumenti che hanno lo scopo di pubblicizzare i luoghi di fronte ad una vasta platea di potenziali visitatori; al contempo la nuova “industria” si svincola dal viaggio di studio per accogliere valenze legate al divertimento ed allo svago. Tali istanze si tramutano anche nella nascita di riviste tematiche, come “La Sicile illustrée”3 e specifici movimenti associazionistici.

Questa espressione compare all’inizio del Novecento e denota già, in maniera esplicita, la possibile ricaduta economica, “industriale” di quello che poi sarebbe stato il turismo. 3 La rivista, ricalcando a scala regionale le orme de “Le vie d’Italia”, promosse in Sicilia luoghi e “cose d’arte” con un taglio regionalistico ed identitario. Dal 1911 la rivista pubblicò anche gli atti dell’Associazione pel movimento dei forestieri in Sicilia (Bajamonte, 2017). 2

27


Carmen Genovese Fig. 2 Selinunte, il Tempio C dopo l’anastilosi. Cartolina (Stab. D. Anderson, 1929). Fig. 3 Castelvetrano-Selinunte. Il Tempio C ricostruito idealmente in una cartolina del primo Novecento. 4 Il tema delle infrastrutture è spesso tirato in causa sin dai primi anni del Novecento, sull’eco dei racconti spesso rocamboleschi dei viaggiatori del Grand Tour in Sicilia. “Non vi è lembo di mondo che meriti maggiormente di essere conosciuto ed esplorato in ogni suo punto. […] La Sicilia dovrebbe essere considerata il paradiso dei turisti […]. Quello che alla Sicilia occorre non è una serie di monumentali opere o di grandiose costruzioni, ma ferrovie […] allo scopo di portare l’ultimo lume di civiltà ove ancora ne esiste il bisogno, di svelare e rendere accessibili tutti i tesori di una regione privilegiata, che gli italiani hanno il torto di non conoscere per sé e di non saper far conoscere agli altri” (Tajani, 1917, p. 247). 5 L’Associazione propose che il palazzo, allora sede dei Tribunali, fosse destinato a Museo Archeologico, e sollecitò i restauri che effettivamente di lì a poco sarebbero stati eseguiti. 6 La segnalazione in effetti contribuisce a decretare, lo stesso anno, il restauro della chiesa (Genovese, 2010, p. 68).

28

Prima tra tutte l’Associazione pel movimento dei forestieri in Sicilia, antesignana come in altre regioni delle “Pro-loco”, dal primo Novecento non solo promuove lo sviluppo delle condizioni a contorno favorevoli al turismo, come la realizzazione di infrastrutture viarie e ferroviarie4, ma interviene anche a favore della tutela dei monumenti, giustamente intesi come il primo volano del turismo. Troviamo l’Associazione attiva a Palermo nella difesa del palazzo Chiaramonte5; inoltre nel 1920 i suoi membri segnalano al Consiglio di AA.BB.AA la costruzione abusiva di alcune costruzioni intorno alla chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi a Palermo, auspicando il restauro della chiesa e giudicando quello stato di cose “atto offensivo al sentimento artistico della popolazione […] specie se si rifletta che il monumento è visitato dai forestieri, epperò espone il paese ad aspre critiche”6. Nel 1913 prendono avvio le rappresentazioni nei teatri greci siciliani, grazie anche all’interazione tra vari enti regionali e nazionali, con “una vera e propria campagna pubblicitaria sulle principali testate nazionali e internazionali per puntare l’attenzione sull’evento e far confluire quante più carovane di turisti” (Sirena, 2017, pp. 2740-2741). A Taormina, già meta privilegiata dei viaggiatori del Grand Tour, dalla seconda metà dell’Ottocento sorgono nuovi alberghi per un crescente numero di visitatori non più disposti a soggiorni disagevoli pur di studiare i monumenti. A ciò si accompagnano già allora gli effetti collaterali a discapito del patrimonio, come l’incremento della vendita illegale di reperti archeologici, anche di falsi7. Tra gli effetti più evidenti dell’ampliamento della platea dei visitatori vi sono quei restauri volti a facilitare la comprensione dei monumenti ai “non conoscitori” e di certo l’anastilosi è tra gli strumenti più efficaci di “valorizzazione” del patrimonio archeologico, da sempre meta privilegiata dei turisti. La riscoperta e il restauro dei resti archeologici come volano per lo sviluppo delle potenzialità turistiche dell’isola diventa presto una causa molto sentita dalle Istituzioni pubbliche e talvolta anche dai singoli privati, con la conseguente messa a disposizione di finanziamenti non solo per scavi ma anche per costose ricomposizioni: ad esempio nel 1921 il capitano Hardcastle8, allo “scopo di rendersi utile all’incremento degli studi archeologici e rendersi benemerito all’industria dei forestieri”, finanzia l’anastilosi parziale del tempio di Eracle ad Agrigento “a somiglianza di quanto si è fatto a suo tempo per il tempio di Castore e Polluce” (Genovese, 2017, p. 208), già diventato monumento iconico nel nascente turismo in Sicilia. Nel 1924 Mussolini, allora Ministro degli affari esteri, destina parte di una donazione di un italiano residente all’estero “a uno scopo di alto interesse nazionale, qual è quello di far rivivere, sotto la luce dell’arte, uno dei templi di Selinunte, avanzi mae-


stosi del glorioso periodo della civiltà greco-sicula”9. Dopo l’anastilosi, come è noto, le immagini del Tempio C (fig. 2) sarebbero state uno dei più efficaci biglietti da visita della Sicilia turistica. Un nuovo tipo di restauro: il restauro turistico In questo nuovo quadro il patrimonio archeologico costituisce sempre, in Sicilia, l’oggetto privilegiato di interesse. Selinunte resta un campo particolarmente significativo nell’ambito del tema restauro-turismo anche nella seconda metà del Novecento con l’anastilosi del Tempio E, significativamente promosso dall’Assessorato del Turismo siciliano e dalla Cassa per il Mezzogiorno (Bovio Marconi, 1967). Carlo Ceschi, che fornisce una consulenza tecnica all’archeologa Iole Bovio Marconi, nel 1970, a pochi anni dall’intervento, così si esprime: “È possibile che una ricostruzione come quella del Tempio E di Selinunte possa anche ritenersi eccessiva, non necessaria e persino antistorica”. Tuttavia prevarrà la “necessità di fruizione da parte di una società di massa di queste vestigia fino a mezzo secolo fa riservate ad una élite di studiosi e poeti”. Infatti “il verificarsi di condizioni umane diverse e la crescente mobilità delle masse, l’accentuarsi dell’interesse culturale come promotore del cosiddetto turismo […] ha mutato ancora una volta il rapporto tra l’opera d’arte e gli uomini stessi. […] Abbiamo forse inventato un nuovo tipo di restauro: il restauro turistico?” (Ceschi, 1970, pp. 131-132). In effetti l’anastilosi del Tempio E porrà a lungo non pochi interrogativi sulla legittimità dell’operazione e sui limiti possibili di ricomposizione dei resti, volti secondo Ranuccio Bianchi Bandinelli, a “favorire una cultura di moda del turismo rozzo, spettacolare, diseducativo”. Lo studioso offre nel 1958 anche una più ampia testimonianza - frutto di un viaggio in Sicilia affrontato dopo un lungo periodo di assenza dall’isola - sui cambiamenti e sui rischi legati al “turismo rozzo”, constatando che “la storia antichissima dell’isola sta mutando volto”. Egli, a lungo impegnato nella “promozione di un turismo di qualità” (Russo Krauss, 2017), critica alcuni degli ingenti finanziamenti regionali per i restauri e gli scavi: “i problemi archeologici sono visti dalle autorità regionali come problemi di incremento turistico: e sta bene. Ma c’è un’iniziativa turistica bene intesa, che, oltre ad essere fonte di incremento economico, è anche strumento educativo, culturale; e c’è iniziativa turistica male intesa, che violenta monumenti e paesaggi che intendeva valorizzare e che finisce per essere anticulturale, diseducativa, invito alla rozzezza mentale”. Gli effetti di tale politica sono ad esempio la “strada turistica […] che ha tolto il tempio della Concordia dal suo ambiente naturale per porlo sull’asse di un’arteria asfaltata” e quella che “recentemente, ha distrutto […] il paesaggio della necropoli di Pantalica” (Bianchi Bandinelli, 1959, p. 3). Tornando a Selinunte, in concomitanza con l’anastilosi del tempio E alcuni studiosi propongono la ricostruzione del vicino Tempio G. Ciò lascia adito a molte critiche; come quella di Cesare Brandi, che oltre alle perplessità sulla legittimità dell’intervento sul piano scientifico, ribadisce che l’enorme cumulo di rovine “atterrisce quasi ed è uno spettacolo unico al mondo” più che il tempio ricomposto (Brandi, 1978, p. 179). Intorno al 2010 l’idea dell’anastilosi viene riproposta da una parte della comunità scientifica e da alcune componenti politiche, non celando troppo le lusinghe offerte dall’eventuale incremento turistico legato alla ampia “godibilità” di uno dei templi più imponenti della Sicilia, seppure ormai nell’epoca dei mezzi comunicativi resi disponibili dalla realtà multimediale. Il convegno “Selinus 2011”, organizzato dall’allora Soprin-

7 A Taormina con il nascente turismo, “si sviluppa un fiorente commercio antiquario e […] sono numerosi i privati e i musei che acquistano sul mercato antiquario taorminese, a volte anche con notevoli raggiri” (Muscolino, 2014, p. 116). 8 Alexander Hardcastle, ricco londinese, stabilitosi nella villa Aurea all’interno della Valle dei Templi, finanzia numerose campagne di scavo. 9 La comunicazione è tratta da una lettera inviata nel 1924 dal Ministro degli affari esteri Mussolini alla Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia (Genovese, 2010).

29


Carmen Genovese Fig. 4 Piazza Armerina. Villa del Casale. Le nuove coperture in legno e, in secondo piano, quelle in ferro e plexiglass.

10 Con i D.P.R. 635 e 637 del 1975 recanti le norme per l’attuazione dello Statuto della Regione Siciliana in materia di beni culturali, si istituisce l’Assessorato per i beni culturali ed ambientali (Valbruzzi, 2019).

30

tendente del Parco Caterina Greco, è stata una proficua occasione di confronto sulle premesse scientifiche e, più in generale, sull’opportunità dell’anastilosi del Tempio G ed ha visto confrontarsi studiosi con diverse provenienze: Università, Amministrazione regionale, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, in una prospettiva di dialogo e confronto extra regionale. Molti furono i pareri contrari e l’anastilosi, come è noto, non fu intrapresa. “Come si può oggi, pensare di rialzare un ammasso di rovine e sollecitare il peggiore gusto dei visitatori con un falso storico farcito di vistosi rappezzi e di sostanziose reintegrazioni, quali sarebbero indubbiamente richiesti dalle condizioni dei resti?” (Vlad Borrelli, 2016, p. 482). Intanto non è completamente scongiurato il periodico ritorno degli intenti ricompositivi, tanto più che, come chiarisce Clemente Marconi prendendo in prestito le teorie del sociologo John Urry, la storia di Selinunte rappresenta “l’evoluzione di un sito archeologico in età moderna e le sue trasformazioni nell’epoca del crescente turismo di massa, e di un mercato sempre più competitivo, anzitutto a livello regionale (basti ovviamente pensare alla vicina Agrigento)” (Marconi, 2016, p. 76). Restauro, valorizzazione e turismo tra opportunità e pericoli È difficile parlare di turismo e valorizzazione in Sicilia senza parlare di tutela e restauro; è quasi impossibile, infine, non ricordare l’eccezionale condizione, nel quadro nazionale, dei beni culturali in questa regione che, a statuto diremmo “specialissimo”, dal 1975 vede lo Stato delegarne alla Regione Sicilia la tutela10. Senza voler ripercorrere la storia istituzionale della tutela dei beni culturali di una regione in cui il turismo - quello di massa ma per fortuna anche quello culturale - è una fonte importantissima di reddito, in questa sede è interessante però rilevare che in materia di valorizzazione e gestione dei beni culturali, anche in relazione alle politiche del turismo, l’autonomia dal sistema statale ha favorito, nel bene e nel male, iniziative autonome che spesso si sono rivelate precorritrici degli orientamenti poi recepiti anche sul piano nazionale. Da una parte dunque vi è una certa autonomia nell’intraprende vie innovative di tutela e valorizzazione, in qualche modo svincolate non solo dalle istituzioni ma anche dal dibattito critico nazionale. Come si è detto, tale condizione ha determinato pro e contro: alcuni casi significativi, seppur nella loro specificità, possono fornire un’idea. Si pensi ad esempio alla proposta di sostituzione della degradata copertura della Villa


del Casale di Piazza Armerina, realizzata da Franco Minissi nel 1963. L’intervento, presentato ufficialmente nel 2006 e realizzato su progetto del Centro del Restauro Regionale stravolgendo di fatto l’immagine ormai consolidata di uno dei più siti conosciuti e visitati dell’isola (fig. 4), patrimonio UNESCO, avrebbe potuto (o dovuto?) riscuotere maggiore partecipazione a livello nazionale. A nulla sono valsi gli appelli di personalità della cultura, come il compianto Sebastiano Tusa, allora Soprintendente del mare, e del mondo universitario, come i professori Franco Tomaselli e Marco Dezzi Bardeschi, rivolti anche al Ministero per i beni e le attività culturali e inascoltati (Dezzi Bardeschi, 2004; Alagna, Tomaselli, 2007). È significativo peraltro che questi studiosi chiedessero, oltre alla conservazione dell’opera di Minissi emblema del restauro critico, che il cospicuo finanziamento disponibile fosse impiegato non solo per la conservazione ma anche nel miglioramento dei servizi per la fruizione turistica11. Nella vicenda, nel suo complesso, è ravvisabile una certa lontananza, non solo istituzionale, della Sicilia dal sistema di tutela e, probabilmente, dal dibattito nazionale; certo è che, trattandosi di interventi sul patrimonio culturale, dunque patrimonio di tutti, questo tipo di autonomia non è un vantaggio per la collettività. Di contro sono interessanti alcune specificità del sistema di tutela siciliano e le reali ripercussioni sul patrimonio: si pensi all’istituzione della Soprintendenza del mare, che grazie al suo ideatore e Soprintendente, l’archeologo Sebastiano Tusa, dal 2004 non solo ha sviluppato plurime azioni di tutela diretta del patrimonio costiero e sommerso, ma ha attivato azioni trasversali tra tutela, valorizzazione, restauro, turismo, economia, ecologia portando a fruttuosi risultati. Si pensi, solo per citare un esempio, al complesso della Tonnara di Favignana, salvata dall’abbandono, restaurata e rifunzionalizzata; inaugurata nel 2009, è oggi centro propulsore e luogo di sintesi di un’offerta culturale ampia per temi (il mare, la storia, l’architettura, l’archeologia, l’ecologia) ed approcci multimediali, in una dimensione mediterranea, in linea appunto con la politica culturale più volte chiarita dal Soprintendente e poi Assessore Tusa. Sul tema della comunicazione, l’autonomia amministrativa siciliana fa sì che il patrimonio, non solo monumentale ma anche museale, non sia incluso nei canali di comunicazione del MiBACT, con evidenti ripercussioni sulla notorietà e dunque sulla frequentazione dei luoghi12. La comunicazione delle istituzioni culturali siciliane dunque può incontrare, più che altrove, difficoltà nel superare la dimensione regionale ed arrivare a più ampi bacini di utenza. In tal senso il museo archeologico Salinas di Palermo costituisce un esempio virtuoso e, per quanto detto, controcorrente. Infatti, grazie ad un’efficace campagna estesa oltre ai canali istituzionali di comunicazione, è riuscito ancor prima della sua riapertura post restauro a diventare “social museum… a porte chiuse” (Bonacini, 2016, p. 225) e ad intensificare, poi, il flusso di visitatori (fig. 5). Istanze attuali e problemi di identità L’istituzione, nel 2008, dell’Assessorato regionale dei beni culturali e dell’identità siciliana13 rimarca la volontà di autonomia dei beni culturali siciliani rispetto al quadro nazionale: l’identità sembrerebbe caratterizzare le logiche di tutela e valorizzazione, per un’offerta culturale identitaria da offrire anche al visitatore esterno. Tuttavia le critiche a questo approccio, che rischia di trasformare “il concetto di «identità culturale» in una rappresentazione folcloristica della Sicilia, ad uso e consumo del turismo di massa” (Valbruzzi, 2019, p. 214), non sono mancate e anzi si sono intensificate negli ultimi tempi.

Fig. 5 Palermo, Museo Archeologico Salinas. Un’immagine tratta dalla pagina Facebook.

11 “Un’importante opera d’architettura contemporanea, la copertura della Villa del casale progettata da Franco Minissi negli anni ‘60 e ‘70 per proteggere i ruderi e soprattutto i pavimenti a mosaico della villa d’ epoca romana tardo-imperiale, sta per essere distrutta […]. Con quei 24 milioni di euro, a loro dire, alla Villa del Casale si potrebbe fare ben altro: «Migliorare il sistema di fruizione del sito costruendo adeguati servizi d’ accoglienza per le migliaia di visitatori, risolvere il problema della vendita di gadget e souvenir che affoga l’ingresso alla villa, continuare la ricerca archeologica»” (Ziniti, 2006). 12 “La competenza esclusiva in materia di beni culturali ha fatto sì, per esempio, che si sia pagata a caro prezzo l’autonomia in termini di comunicazione e valorizzazione digitale dei beni culturali: non si contano, negli ultimi anni, i progetti, i portali web e le app ministeriali da cui sono stati esclusi i beni ricadenti in questa regione a statuto autonomo, non ultimo il progetto MuD” (Bonacini, 2016, p. 227).

31


Carmen Genovese Figg. 6-7 Santa Croce Camerina, Torre Scalambri prima e dopo il recente restauro per il riuso a fini turistici. 13 Con L.r. 19/2008, Norme per la riorganizzazione dei dipartimenti regionali. Ordinamento del Governo e dell’amministrazione della Regione, si istituisce questo Assessorato competenza su “patrimonio archeologico, architettonico, archivistico, bibliotecario, etnoantropologico e storico-artistico. Tutela dei beni paesaggistici, naturali e naturalistici. Attività di promozione e valorizzazione delle tradizioni e dell’identità siciliana”. 14 “L’identità Sicilia è, perciò, un brand naturale nel quale a parlare è la nostra “specialità” in quanto, al contempo, isola (con tutto ciò che questo comporta) e più grande regione italiana” (Samonà, 2018). Si noti che queste dichiarazioni sono di chi è stato recentemente nominato Assessore ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana!

32

Il rischio è quello di unificare, appiattire, inglobare il patrimonio architettonico, archeologico e paesaggistico in un unico slogan, o addirittura in un brand14, che rischia di banalizzarne il significato, privilegiandone, anche nelle azioni di restauro, le declinazioni più rispondenti alla “sicilianità” nell’immaginario collettivo. Naturalmente chi critica questo approccio non vuole demonizzare lo sviluppo turistico che, in crescita in tutta la Sicilia negli ultimi anni, oltre che una risorsa economica costituisce una straordinaria opportunità per il riconoscimento, finalmente, anche da parte dei siciliani, dell’immenso valore del patrimonio culturale, materiale ed immateriale, della regione. Si pensi a tal proposito alla città di Palermo, in cui l’incremento del flusso turistico è coinciso, in un alterno rapporto di causa ed effetto, con la nascita di nuove risorse economiche ma anche con il miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Certamente il processo di cambiamento dei luoghi inevitabilmente associato allo sviluppo turistico deve essere ben monitorato e governato. Riferibile in qualche modo a queste considerazioni, oltre che particolarmente attuale, è il dibattito sull’impatto che il riconoscimento UNESCO, nel 2015, del percorso arabo-normanno di Palermo, Monreale e Cefalù - di per sé avvenimento oggettivamente positivo - potrà avere sui monumenti e, più in generale, sulla crescita turistica del territorio. In particolare il flusso considerevole di turisti nel centro storico di Palermo rischia infatti, se non ben colto come straordinaria occasione di sviluppo culturale ancor prima che economico, di portare a fenomeni di gentrification e perdita di “identità” – ora è il caso di dirlo – di una città molto caratterizzata, nonché ad una errata o strumentale percezione, e dunque fruizione, dei monumenti coinvolti (fig. 1).


Tra i tanti siti UNESCO siciliani che hanno percorso la giusta strada vi è un altro importante centro storico, Ragusa Ibla, che ha sviluppato un turismo tendenzialmente orientato alla conservazione dei luoghi e dei monumenti, senza limitarsi alle mete “emergenti” ma valorizzando anche il contesto paesaggistico e il grande patrimonio immateriale delle tradizioni che, anche nel caso delle città barocche del sud est della Sicilia, costituiscono un grande patrimonio da tutelare. Sempre nel ragusano, d’altro canto, si registra negli ultimi anni un singolare tipo di turismo che si potrebbe definire “televisivo”, riferito agli scenari delle fiction di grande successo tratte dai racconti di Andrea Camilleri. Il rischio è che i flussi turistici importanti privilegino l’osservazione di singoli monumenti o addirittura scorci e punti di vista, alla ricerca dei “luoghi di Montalbano” con la banalizzazione della percezione di quel territorio e dei suoi plurimi valori. Fortunatamente si innescano anche tendenze positive, come nel caso della cinquecentesca torre Scalambri: nel generale abbandono delle torri di avvistamento costiere della Sicilia e dopo decenni di incongrue trasformazioni tanto da essere irriconoscibile (Genovese 2018), la torre è stata restaurata per ospitare un bar sul mare con vista sulla vicina “casa di Montalbano”! (Figg. 6-7) Infine un tema di grande attualità a livello nazionale è la legittimità di concedere l’uso dei siti culturali a sponsor e finanziatori e, se sì, quali sia la tipologia di eventi ammissibili. Come è noto alcune polemiche sono nate dopo la concessione a privati del Castello Sforzesco di Milano, il Palazzo Pitti di Firenze, la Reggia di Caserta e si connettono col dibattito su come debba essere intesa la valorizzazione, ravvivato alla luce della Riforma del MiBAC Franceschini del 2014. In Sicilia, ricca di siti di grande impatto visivo e scenografico, le richieste di organizzare eventi di spettacolo e intrattenimento, addirittura concerti, non sono mancate e, quasi sempre, sono state accolte (Mazza, 2019). Così facendo, secondo alcune interpretazioni, oltre ad acquisire proventi economici dagli utilizzatori, normalmente brand di grande notorietà, si è cercato di promuovere il patrimonio culturale nel mondo, e dunque in qualche modo il turismo. Purtroppo tale comunicazione non è stata sempre filtrata o calibrata in funzione della “sacralità” del bene culturale che faceva da quinta, trasmettendo così un messaggio superficiale di quei monumenti, talvolta mistificante, oltre che a privare il bene alla comunità per il tempo necessario all’allestimento di palchi e strutture che “usano” i monumenti come quinta scenica. Nonostante possa apparire un gioco di parole, il brand Sicilia citato prima sembra aver preso pienamente forma ed essersi consolidato quando a farne uso sono i brand internazionali. Insomma il brand, o l’etichetta, sembra essere lo strumento di comunicazione privilegiato. Per fare solo due tra gli esempi più noti, le case di moda Gucci e Dolce e Gabbana hanno scelto, lo scorso anno, due luoghi di grande impatto per sfilate e campagne pubblicitarie: i parchi archeologici di Selinunte e Agrigento (fig. 9) con il conseguente e prevedibile clamore e ritorno mediatico. In realtà non si deve demonizzare questo fenomeno, specialmente in un’epoca in cui gli introiti derivanti potrebbero finanziare la cura e la puntuale manutenzione dei beni, dunque la loro conservazione. D’altronde la scelta di luoghi d’arte come set per campagne pubblicitarie di vario tipo conta su una lunga tradizione e, se opportunamente gestito, può veramente costituire un canale di comunicazione ammissibile (fig. 8).

Fig. 8 Una pagina tratta dalla rivista «Bellezza» degli anni 1950-60 (Castiglione 2017, p. 2100). La modella, posa sui mosaici della Villa del Casale a Piazza Armerina. Fig. 9 Selinunte, Parco archeologico. Un’immagine della campagna pubblicitaria Gucci del 2019.

33


Carmen Genovese Fig. 10 Palermo, Chiesa di Santa Caterina. Un’immagine dell’edizione 2018 del festival “La macchina dei sogni”.

Certo è, tuttavia, che non si può sorvolare sulla funzione imprescindibile che, istituzionalmente, ha il patrimonio culturale – dunque anche quello siciliano - cioè quella educativa rivolta all’intera comunità; fortunatamente non mancano le iniziative di utilizzo dei monumenti siciliani in tal senso, si pensi alle consolidate stagioni teatrali in molti teatri greci siciliani o ai tanti festival organizzati grazie alla sinergia tra privati, MiBACT e Assessorato regionale, come “La macchina dei sogni” (fig. 10), un evento che da diversi anni promuove, ambientandovi spettacoli dell’opera dei pupi, diversi luoghi della cultura in un fruttuoso connubio tra monumenti materiali ed immateriali siciliani. Con tali esempi virtuosi si chiude questo sguardo allo sfaccettato ambito della valorizzazione dei beni culturali siciliani: è questa la via da seguire, senza cedere alle lusinghe (essenzialmente politiche ed economiche) di una “iniziativa turistica male intesa, che violenta monumenti e paesaggi che intendeva valorizzare e che finisce per essere anticulturale, diseducativa, invito alla rozzezza mentale” (Bianchi Bandinelli, 1959, p. 3). Bibliografia Marinetti F. T. 1914, In quest’anno futurista, Stab. Tip. Taveggia, Milano. Tajani F. 2017, Le ferrovie della Sicilia, «Le vie d’Italia», anno I, n. 4, pp. 247-255. Bianchi Bandinelli R. 1958, La Sicilia Archeologica, «L’Unità», 12 settembre 1958, p. 3. Bovio Marconi J. 1967, Problemi di restauro e difficoltà dell’anastylosis del «Tempio E» di Selinunte, «Palladio», anno XVI, fasc. I-IV, pp. 85-96. Ceschi C. 1970, Teoria e storia del restauro, Bulzoni editore, Roma. Brandi C. 1978, È sempre giusto ricostruire un tempio?, «Corriere della Sera», 22 agosto 1978, ripubblicato come L’ipotesi di ricostruzione del tempio di Giove a Selinunte in Cordaro M. (a cura di), 2005, Il restauro. Teoria e pratica, Editori Riuniti, Roma, pp. 178-179. Dezzi Bardeschi M. 2004, Cupolone, no grazie!, «Ananke», n. 44, pp. 78-81. Ziniti A. 2006, Lavori alla Villa del Casale archeologi contro Sgarbi, «La Repubblica», 24 ottobre 2006,

34


https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/10/24/lavori-alla-villa-del-casale-archeologi-contro.html. Alagna A., Tomaselli F. 2007, Contro l’oblio del restauro critico. Rapporto sull’opera di Franco Minissi nell’ambito del restauro archeologico in Sicilia… per salvare la Villa del Casale, Catalogo della Mostra nel centesimo anniversario della nascita di Cesare Brandi a Roma, Edizioni Compostampa, Palermo. Genovese C. 2010, Francesco Valenti. Restauro dei monumenti nella Sicilia del primo Novecento, ESI, Napoli. Muscolino F. 2014, Scoperte e restauri a Taormina e l’Instituto di Corrispondenza Archeologica, in C. Capaldi, T. Fröhlich, C. Gasparri (a cura di), Archeologia italiana e tedesca in Italia durante la costituzione dello Stato Unitario, Naus editoria, Napoli, pp. 107-118. Bonacini E. 2016, Il Museo Salinas: un case study di social museum… a porte chiuse, «Il capitale culturale. Studies on the Value of Cultural Heritage», vol. 13, pp. 225-266. Marconi C. 2016, Anastilosi a Selinunte: i primi 200 anni (1779-1977), in Selinunte. Restauri dell’antico, De Luca Editori d’Arte, Roma, pp. 71-78. Vlad Borrelli L. 2016, Le intemperanze degli architetti e le renitenze degli archeologi, in Selinunte. Restauri dell’antico, De Luca Editori d’Arte, Roma, pp. 482-483. Bajamonte C. 2017, Intorno a “La Sicile illustrée”. Una rivista a Palermo agli albori del Novecento, «Tecla», nn. 15-16, http://www1.unipa.it/tecla/rivista/15-16_rivista_bajamonte.php. Genovese C. 2017, L’anastilosi nel restauro contemporaneo, in D. Fiorani (a cura di), RICerca/REStauro. Questioni teoriche: tematiche specifiche, Quasar, Roma, pp. 205-214. Castiglione F. 2017, Il viaggio a Ischia attraverso l’occhio del fotografo, in G. Belli, F. Capano, M.I. Pascariello (a cura di), La città, il viaggio, il turismo. Percezione, produzione e trasformazione, Cirice, Napoli, pp. 2083-2101. Sirena C. 2017, Le rappresentazioni classiche en plein air tra il XIX e il XX secolo, in G. Belli, F. Capano, M.I. Pascariello (a cura di), La città, il viaggio, il turismo. Percezione, produzione e trasformazione, Cirice, Napoli, pp. 2737-2743. Russo Krauss G. 2017, Il ruolo dell’industria turistica nella prima fase della ricostruzione postbellica italiana: la riflessione di Carlo Ludovico Ragghianti e Ranuccio Bianchi Bandinelli, in G. Belli, F. Capano, M.I. Pascariello (a cura di), La città, il viaggio, il turismo. Percezione, produzione e trasformazione, Cirice, Napoli, pp. 2687-2693 Genovese C. 2018, Le torri difensive della costa siciliana. Storie di degrado, restauro e riuso, in A. Marotta, R. Spallone (a cura di), Defensive Architecture of the Mediterranean, Vol VIII, Politecnico di Torino, Torino, pp. 651-658. Samonà A. 2018, Il futuro della Sicilia si chiama identità, 26.08.2018, https://www.nuoveverrine.it/ il-futuro-della-sicilia-si-chiama-identita/. Mazza S. 2019, Patrimonio in affitto. Sicilia, templi antichi per mega dj set e pubblicità: l’arte è sempre meno un bene di tutti, 18.09.2019, «Finestre sull’Arte. Rivista on line d’arte antica e contemporanea», https://www.finestresullarte.info/1139n_patrimonio-in-affitto-sicilia-templi-dj-set-pubblicita.php. Valbruzzi F. 2019, L’Utopia: la riforma siciliana delle istituzioni di tutela, in F. Valbruzzi, P .Russo, Utopia e impostura. Tutela e uso sociale dei beni culturali in Sicilia al tempo dell’Autonomia, Scienze e Lettere, Roma, p. 165-230.

35


Superposiciones históricas en edificios religiosos: el caso de los retablos Alejandro Iniesta Muñoz

Alejandro Iniesta Muñoz

Escuela Técnica Superior de Arquitectura de Madrid, Universidad Politécnica de Madrid.

Abstract In the architectonical restoration of historical buildings, it is common to find elements hidden through the centuries by the addition of new items above them. This historical overlay contains important historical, cultural, documental and artistic values, so an appropriate solution must be taken in each case. A special situation between those overlaps is found in the altarpieces of churches and chapels, where the changes on Church doctrine and the artistic representation, forced a redesign of the interiors. Nowadays, during an architectural or artistic restoration, previous artwork may appear and they must be documented and preserved creating a discussion on how to act. Should we hide the findings, transfer the historical addendum or try to find a solution that can maintain both? This article tries to show some recent solutions used by architects in Spanish churches when facing this issue. Keywords Restoration, Conservation, Altarpiece, Mural Painting, Arquitectual Trompe l’œil

Los hallazgos en obras sobre edificios históricos no son algo nuevo, ya que durante la vida de un edificio los estratos históricos se suman dando forma al conjunto. Es habitual encontrar ejemplos de restos arqueológicos romanos o visigodos bajo iglesias románicas o góticas que han sido musealizados, retirando partes del suelo, que permiten la convivencia del culto con el estudio de los restos, o habilitando criptas donde se intenta mostrar a los visitantes el origen del edificio. En los últimos años en España, un nuevo tipo de hallazgo ha llenado noticias en periódicos llamando la atención de nuevos visitantes. Distintos trabajos de restauración en edificios religiosos han descubierto detalles arquitectónicos y artísticos que habían permanecido ocultos tras elementos mobiliarios añadidos con el paso de los siglos. Ante estos descubrimientos, surge la dificultad de conciliar los nuevos hallazgos con las

36


Fig. 1 Retablos mayores de la iglesia de San Martín de Bachicabo en la posición actual, tras la intervención. (Los dos retablos de la iglesia de San Martín de Bachicabo (Álava)).

obras de arte que los ocultaban, tendiéndose en muchos casos, a retirar o poner en un segundo plano los añadidos posteriores y primando lo novedoso o lo más llamativo. En el siglo XIII, el culto latino empieza a sustituir las pinturas murales tras el altar por retablos, de madera o piedra sobre la que se colocaban piezas escultóricas y pictóricas. Estos retablos suponen una obra arquitectónica en sí misma, al representar las ideas del arquitecto que por la dificultad o el alto coste no podían realizarse en el propio edificio creando una fachada interior confeccionada con elementos constructivos, columnas, arquitrabes, pináculos o dinteles. Esta sustitución supuso en muchos casos la eliminación de las pinturas y detalles arquitectónicos de los muros, como capiteles, cornisas, relieves y huecos profusamente decorados, pero en otras, simplemente se colocaba el nuevo retablo sobre ellas, o se realizaba un encalado, enfosca-

37


Alejandro Iniesta Muñoz

do o una capa de yeso que cubriese la superficie pintada y permitiese apoyar el nuevo elemento. Gracias a esas decisiones menos dañinas hoy podemos redescubrirlos, estudiarlos y visitarlos. La toma de decisiones sobre qué hacer ante estos hallazgos debe ser consensuada entre los distintos actores que trabajan sobre la restauración, arquitectos, propietarios, autoridades y restauradores, y debe basarse en un estudio de los valores de cada obra para no caer en la sobrevaloración de unos elementos sobre otros. Y siendo siempre, al igual que en toda obra de restauración, compatibles y reversibles. El segundo axioma de la Teoría de la Restauración expresaba “La restauración debe dirigirse al restablecimiento de la unidad potencial de la obra de arte siempre que esto sea posible sin cometer una falsificación artística o histórica, y sin borrar huella alguna del transcurso de la obra de arte a través del tiempo” (Brandi, 1963). Entendiendo en este caso como obra de arte el edificio y los elementos muebles añadidos las huellas del paso del tiempo. El trabajo de restauración debe ser un trabajo meticuloso, basado en un estudio pormenorizado en el que los técnicos de las diferentes partes de la obra pongan en común sus conocimientos y valoren las opciones para conseguir el mejor tratamiento para cada parte, sin realizar modificaciones que puedan suponer pérdidas irreversibles. Respuestas ante los hallazgos Ante los hallazgos de este tipo existen tres opciones. La primera supone descubrir los hallazgos y desmontar o trasladar el retablo que los ocultaba, lo que en muchos casos provoca la destrucción del mismo y la transformación del espacio. La mayoría de estos retablos se diseñaron para ocupar un lugar en concreto de la iglesia con las medidas ajustadas a esa posición, por lo que su traslado es complicado. Las dificultades en el movimiento unido al valor artístico, histórico y devocional de la obra hacen que se opte por una segunda opción, decidiendo mantener el retablo en su posición identificando todo lo que se encuentra tras él, pero sin permitir su visión. La tercera opción consiste en, utilizando las nuevas tecnologías y los nuevos materiales permitir la convivencia de los dos elementos para su contemplación y estudio.

Fig. 2 Retablo de San Francisco en su ubicación original (“La escultura romanista en la Diócesis de Osma-Soria” de D. José Arranz (1986)).

38

Priorización de los hallazgos sobre el elemento mobiliario. Esta opción es la más destructiva, ya que provoca un cambio en el espacio y en algunos casos la modificación del retablo con el objetivo de dejar únicamente los hallazgos o restos tras el altar. El traslado del retablo puede hacer que huecos en otros puntos de la iglesia sean cegados o provocar la pérdida de visión de otros elementos considerados de menor valor. En situaciones en las que el recinto no cuenta con un espacio donde se pueda colocar, debido a la altura o tamaño del retablo, o a la presencia de otros retablos en el resto de muros, este se traslada a almacenes, donde la obra no puede ser contemplada y donde peligra su conservación si el espacio no está adecuado para el mantenimiento de la misma, u a otras ubicaciones, provocando la desconexión entre obra y entorno. Un ejemplo de priorización del hallazgo sobre el retablo existente lo encontramos en el Retablo Mayor del convento de San Francisco en San Esteban de Gormaz, Soria (fig. 2), en el año 1985 se descubrieron tras el retablo unas pinturas murales que representan al patrón fundador de la Orden del convento formando un retablo pictórico poco común en España. Debido a la importancia del hallazgo se decidió trasladar el retablo de la primera mitad del siglo XVII a la ermita de San Roque de la misma localidad.


El retablo de gran tamaño presidía el altar mayor de la iglesia y, debido a su gran altura, no fue posible su reubicación completa en la pequeña ermita donde se encuentra. Por ello, tuvo que ser desmontado y dividido en varias partes para ser colocado en las distintas paredes, perdiéndose por completo la imagen de conjunto que tenía (fig. 3). Prioridad del elemento mueble sobre el hallazgo. En este tipo de intervenciones la importancia artística, histórica y el valor cultural del elemento superpuesto prevalecen sobre el del nuevo hallazgo. En estos casos es importante la documentación del hallazgo para facilitar futuros trabajos en el edificio y la investigación, a la vez que se debe trabajar en su conservación frenando el deterioro que pueda tener en el momento del descubrimiento y el que pueda sufrir en el futuro una vez vuelva a cubrirse. El retablo mayor de la iglesia de Santiago Apóstol de Peraleda de la Mata (Cáceres), ocultó en el siglo XVIII un retablo anterior de mediados del siglo XVI esgrafiado, una técnica pictórica que consiste en dibujar sobre una superficie de cal y arena teñida de gris con paja quemada y cubierto por una capa de cal sobre la que se dibuja con una punta de hierro (fig. 4). El muro esgrafiado fue descubierto tras el retablo, su presencia fue documentada y se ha realizado un estudio fotográfico y documental su existencia. Los resultados del estudio se presentaron en el Congreso del Comité Español de Historiadores del Arte (CEHA). El retablo esgrafiado es un ejemplo único de esgrafiado figurativo de gran tamaño, ya que el resto de ejemplos españoles del uso de esta técnica son de esgrafiado geométrico o figurativo de pequeño tamaño. Actualmente se encuentra únicamente visible el retablo barroco de madera de 1703 (fig. 5).

Fig. 3 Disposición de los cuerpos del retablo en la ermita de San Roque. San Esteban de Gormaz, Soria (“Propuesta de reubicación mediante reconstrucción virtual. caso de estudio: Retablo Mayor de San Francisco de San Esteban de Gormaz (Soria), Mónica Sánchez). Fig. 4 Imagen generada por la unión de distintas fotografías parciales del retablo esgrafiado oculto. (Foto de: Ángel Castaño, 2019).

Convivencia de los hallazgos con los elementos posteriores. Cuando los valores artísticos, históricos y culturales de los hallazgos son valorados igual que las superposiciones históricas se tiende a la búsqueda de una convivencia entre los distintos estratos que permita la contemplación y estudio del edificio en sus distintas fases junto con el mantenimiento del uso y la imagen social y cultural. Esta solución es la más respetuosa con el paso del tiempo, al asumirse que las superposiciones en los edificios históricos son algo natural y que no debe priorizarse ni eliminarse un elemento por la búsqueda de una autenticidad histórica o cultural que posiblemente nunca existió. A continuación, se desarrollan tres ejemplos españoles en los que mediante soluciones distintas se da respuesta al problema de hacer convivir elementos históricos superpuestos en un mismo lugar.

39


Alejandro Iniesta Muñoz Fig. 5 Estado actual de la iglesia de Santiago Apóstol de Peraleda de la Mata hacia el altar mayor (Raíces de Peraleda).

Ejemplos Capilla de Santa Bárbara de la Catedral Vieja de Salamanca El 26 de febrero de 2020 se presentó la intervención integral de la capilla de Santa Bárbara de la Catedral Vieja de Salamanca, obra llevada a cabo por el arquitecto responsable del plan director del conjunto catedralicio de Salamanca, Valentín Berrocha. En la intervención se restauró el conjunto de la capilla, empezando por las bóvedas, cubiertas y fachadas para continuar por los elementos del interior, los conjuntos escultóricos y pictóricos de la capilla (fig. 6). Durante las obras se desmontó el retablo principal de la capilla, un retablo del siglo XVI encastrado en un arcosolio gótico con muestras de color. Tras él se descubrió la presencia de un retablo anterior pintado, datado entre 1339 y 1365. El retablo gótico se encontraba en sorprendente estado de conservación gracias a que al colocarse el retablo de madera a medida en el siglo XVI se creó una cámara de aire de entre 15 y 20cm entre ambos. La importancia de la capilla en la catedral y de ambos retablos obligaba a buscar una solución para su conservación. El retablo del siglo XVI se realizó a medida y sus dimensiones y diseño fueron realizados para colocarse en ese punto ocultando lo anterior por completo. El criterio general de la intervención, expresado por el técnico de restauración de la Junta de Castilla y León, Carlos Tejedor, debía ser mantener todos los bienes presentes en la capilla en su mismo lugar compatibilizando la visión de los elementos en momentos puntuales. Por ello se decidió crear una estructura móvil que permita la visión de ambos retablos (fig. 7). La solución elegida fue realizada por el carpintero especializado en restauración, Jesús Javier Aragón, y consiste en una subestructura metálica anclada en el interior del arcosolio en los puntos donde la policromía del arco había sufrido mayores pérdidas. La estructura funciona como un soporte de televisión móvil, mediante dos ejes, uno colocado en el interior del arco y el otro en la trasera del retablo. Estos ejes permiten el deslizamiento en paralelo al muro y con un ángulo de 45º. Además, la estructura posibilita la elevación del retablo para evitar rozaduras contra los restos pictóricos (fig. 8). Era importante crear una gran estructura portante ya que el peso del retablo de entorno a 350kg unido al peso de la estructura obligan a mover media tonelada de peso cada vez que se abre el retablo. Se trata en definitiva de una solución móvil, que facilita en momentos concretos la visión de ambos retablos, aunque en condiciones normales la visión principal de la capilla será la del retablo del siglo XVI. Este tipo de soluciones móviles es válido en obras de pequeño formato, donde el peso y tamaño de la obra permite su movimiento, y en entornos musealizados donde se pueda controlar adecuadamente el uso del elemento abatible. En cambio, cuando esta opción va a tomarse en entornos donde se obligue a un estado fijo, esta opción puede ser innecesaria y debería tenderse a un estado más permanente. Iglesia de San Martín de Bachicabo, Álava En 2006, el Servicio Foral de Restauración del País Vasco y el obispado de Álava decide restaurar el lienzo principal del Retablo Mayor de la Iglesia de San Martín en Bachicabo (fig. 9). Al retirar el lienzo se descubre parte de un retablo pintado sobre el ábside de la Iglesia. Ante este descubrimiento, considerando también el mal estado del resto del retablo, se tomó la decisión de retirarlo por completo para su restauración. Al retirar-

40


lo se descubrió que el ábside se encontraba cubierto por una pintura de 35m2 firmada por el pintor del siglo XVI Juan de Armona. Las primeras propuestas consistían en trasladar el retablo a otro punto de la iglesia, pero estas se desecharon al constatarse que su movimiento a una posición distinta de la iglesia obligaría, debido a su gran tamaño, a tapar huecos y elementos arquitectónicos de la iglesia (como sucedía en el muro sur con uno de los arcos góticos del templo) o incluso a modificar la estructura del edificio si se trasladaba junto al coro, donde debía eliminarse parte del forjado y de la escalera de acceso. Los problemas arquitectónicos, el coste de estas obras y la descontextualización que provocaría obligaron a pensar en otras opciones. La decisión final, en la que participaron todas las partes implicadas, arquitecto, obispado, restaurador artístico, historiadores y gobierno regional, consistió en adelantar el retablo de madera y colocarlo sobre un nuevo soporte creando una girola tras el retablo que permitiese la visión del retablo pintado, a la vez que se conservaba el retablo barroco en una situación lo más parecida posible a la que tenía en diseño. Esta solución se basaba en la realizada años antes en la iglesia de San Esteban de Larraul, donde el retablo había sido adelantado unos metros mediante una gran estructura de acero. La intervención de Larraul fue llevada a cabo en 1996 por Lorenzo Goikoetxea y Ana Mª Sanz Ruiz de Onraita. Así pues, la solución escogida permitía la contemplación de los dos elementos de manera permanente, respetaba la historia del edificio al mantener los añadidos históricos, era reversible ya que la nueva estructura se iba a realizar en madera sin realizar grandes obras en la iglesia y permitía el mantenimiento del uso de la iglesia tal y como se realizaba desde el siglo XVIII. La intervención consistía, por tanto, en la realización de una subestructura de madera sobre la que se colocaría el retablo barroco. Para apoyar esa subestructura se construyó una base de obra de 25 cm alargando el altar para evitar apoyar el retablo directamente sobre el suelo de la iglesia, solucionando los problemas que había ido acumulando a lo largo de los años, colocando entre el suelo y la nueva base una lámina de polietileno, mortero de cal y una lámina de neopreno para frenar el paso de la humedad. La estructura de soporte es de madera laminada de abeto de 25cm de espesor con los herrajes ocultos hacia el exterior (fig. 10). La elección de la madera de un color más claro que la del retablo permite diferenciar la intervención del retablo original y sirve para enmarcar la obra. La estructura crea huecos a través de los cuales es posible ver la trasera del retablo, una situación anómala en este tipo de conjuntos. En la parte trase-

Fig. 6 Estado de la Capilla de Santa Bárbara en la Catedral Vieja de Salamanca antes de la restauración (Junta de Castilla y León). Fig. 7 Estructura de sujeción del retablo de la Capilla de Santa Bárbara en la Catedral Vieja de Salamanca (Junta de Castilla y León). Fig. 8 Estado tras la restauración de la Capilla de Santa Bárbara en la Catedral Vieja de Salamanca con el retablo abierto (Diócesis de Salamanca).

41


Alejandro Iniesta Muñoz Fig. 9 Estado del retablo al retirar el lienzo barroco del altar Mayor de la iglesia de San Martín de Bachicabo (Los dos retablos de la iglesia de San Martín de Bachicabo (Álava)). Fig. 10 Colocación de la estructura portante del retablo del altar Mayor de la iglesia de San Martín de Bachicabo (Los dos retablos de la iglesia de San Martín de Bachicabo (Álava)).

42

ra, pensando en los visitantes se incluye una zona elevada adosada a la subestructura, que permite una mejor contemplación del retablo descubierto (fig. 11). Iglesia de San Sebastián de Turégano, Segovia La historia de la iglesia de San Sebastián de Turégano ha sufrido numerosos cambios y modificaciones. En origen, se trataba de una iglesia románica, que recibió añadidos góticos y renacentistas para finalmente en el siglo XVII ampliar su nave sustituyendo la románica por una barroca a la que posteriormente se le adosaría una sacristía. En los años 80 unos trabajos en el interior del templo descubren unos relieves en la cara interna del ábside (fig. 12). Estos habían quedado ocultos por el retablo neoclásico que preside el altar mayor. En ese primer encuentro no se realiza ninguna intervención, por lo que permanecerán ocultos hasta que en 2009 unas obras encargadas por la junta de Castilla y León y llevadas a cabo por la arquitecto María Suárez Inclán tratarán de estudiarlas y permitir su visita. Frente a la oposición del Obispado, que pretendía trasladar el retablo neoclásico a otro punto de la iglesia, se decide realizar una intervención que permita visitar el ábside románico sin modificar la iglesia barroca. La solución del traslado ya había sido utilizada años antes en la iglesia-catedral de Santo Domingo de la Calzada. La decisión de no trasladar se tomó en base al importante valor cultural del retablo, ya que la iglesia se encuentra dedicada a Santiago Apóstol y se quiere mantener la imagen presidiendo la iglesia, y por el valor artístico e histórico del retablo neoclásico. La solución consiste, por tanto, en adelantar el retablo neoclásico hasta la embocadura del arco de acceso al ábside románico y permitir el acceso al ábside desde los espacios laterales del mismo, constituyendo así una unidad museística distinta a la de la iglesia. Además, al adelantar el retablo se reabren los huecos que se cerraron con la construcción de la sacristía y que la eliminación de esta en los 90 no había vuelto a abrir. Al retirarse el retablo neoclásico y eliminar la capa de yeso que cubría tanto los muros del ábside como los de las figuras de los relieves descubiertos en los 80, se aprecian restos de policromía en toda su superficie. También se visibiliza la estructura com-


positiva del ábside que responde a la del exterior, con tres niveles y en la que los relieves absidiales románicos se encontraban también policromados y que tanto la colocación del retablo como la capa de yeso que lo cubría habían protegido (fig. 13). Para adelantar el retablo se construye en primer lugar una base cerámica sobre la que apoyar el retablo y una estructura sustentante de madera con la misma dimensión del ábside. El trasdós del retablo se forra mediante una celosía también de madera, al considerarse que no tenía interés. Esta solución difiere de la de la iglesia de Bachicabo donde la intervención si permite su visión. Finalmente, la intervención crea dos espacios distintos y separados por el retablo neoclásico y que permite apreciar la historia conjunta de la iglesia sin modificar su funcionamiento y facilitando la visita y el conocimiento del origen románico (fig. 14).

Fig. 11 Estado actual del altar Mayor de la iglesia de San Martín de Bachicabo (Los dos retablos de la iglesia de San Martín de Bachicabo (Álava)). Fig. 12 Iglesia de Santiago de Turégano antes de la restauración (Junta de Castilla y León).

En conclusión, estos ejemplos demuestran que es posible compatibilizar la visión y el mantenimiento de dos superposiciones históricas sin modificar de manera permanente el recinto histórico y sin dañar ni descontextualizar las obras. Siguiendo las últimas ideas de restauración arquitectónica, aplicando los avances tecnológicos y las apreciaciones artísticas actuales. Permitiendo mostrar en un mismo recinto las distintas fases históricas y los cambios sucedidos durante la vida del edificio.

43


Alejandro Iniesta Muñoz Fig. 13 Estado interior del ábside después de la restauración (Junta de Castilla y León). Fig. 14 Planta de la intervención (Junta de Castilla y León).

44


Bibliografía Aransay Saura C. et al. 2014, Los dos retablos de la iglesia de San Martín de Bachicabo (Álava), Diputación Foral de Álava, Departamento de Euskera, Cultura y Deporte, Álava. Brandi C. 2002, Teoría de la Restauración, Alianza Forma, Madrid. Sánchez M. 2016, Propuesta de reubicación mediante reconstrucción virtual. Caso de estudio: Retablo Mayor de San Francisco de San Esteban de Gormaz (Soria), 8th International Congress on Archaeology, Computer Graphics, Cultural Heritage and Innovation, Valencia. Sánchez Inclán M. 2010, Memoria Final reubicación y restauración del retablo mayor y restauración del ábside de la iglesia de Santiago en Turégano. Segovia, Junta de Castilla y León. Bellanca C. (edited by) 2011, Methodical approach to the restoration of historic architecture, Alinea editore, Firenze.

Webgrafía Artículo diario ABC Un retablo esgrafiado único en España se ocultaba en Peraleda de la Mata, https://www.abc.es/cultura/arte/abci-unico-retablo-esgrafiado-espana-ocultaba-peraledamata-201908271151_noticia.html (10/06/2020) Raíces de Peraleda, https://raicesdeperaleda.com/turismo-en-peraleda/iglesia-de-santiagoapostol-39 (10/06/2020) Junta de Castilla y León, Conserjería de Cultura y Turismo, Anuncio finalización obras de restauración de la Capilla de Santa Bárbara en la Catedral Vieja de Salamanca https:// comunicacion.jcyl.es/web/jcyl/Comunicacion/es/Plantilla100Detalle/1281372051501/ NotaPrensa/1284934932191/Comunicacion (12/06/2020) Catedral de Salamanca, nota de prensa tras la finalización de la restauración de la Capilla de Santa Bárbara https://catedralsalamanca.org/presentacion-de-la-restauracion-de-santabarbara/ (12/06/2020) Diócesis de Salamanca, Presentación oficial de la restauración de la https://www. diocesisdesalamanca.com/noticias/un-sistema-innovador-permite-mostrar-las-pinturasocultas-tras-el-retablo-de-santa-barbara/ (10/06/2020) Junta de Castilla y León, Conserjería de Cultura y Turismo, Ficha de la restauración del ábside de la iglesia de Santiago en Turégano, Segovia. http://patrimoniocultural.jcyl.es/web/jcyl/ PatrimonioCultural/es/Plantilla100DetalleFeed/1284180255460/Intervencion/1284214629941/ Arte (17/06/2020)

45


La rilettura dello spazio architettonico e dei percorsi liturgici dopo il COVID-19: il caso di S. Maria Dal Mas Gregorio Barbarigo Roberta a Roma Roberta Maria Dal Mas

Roberta Maria Dal Mas

Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Abstract After the lockdown due to the COVID-19 virus and the resulting lockdown of all public places, the D.P.C.M. of 17 May 2020 reopened the buildings of worship to the churchgoers who need to follow specific rules to avoid gatherings of people. This essay analyzes the adaptation works carried out in the complex of S. Gregorio Barbarigo in the Eur district in Rome, designed by Giuseppe Vaccaro (1968; 1971-1972). The solutions that were used for the safe access and fruition of the church and its appurtenances have shown that understanding the historical, figurative and symbolic values of the architectural work guarantees compliance with current legislation and does not alter the planimetric layout and hierarchy of the internal and the external routes. Therefore, the right application of the legislative provisions constitutes an opportunity to redefine liturgical spaces that are not settled today and do not comply with the dictates of the Second Vatican Ecumenical Council (1959-1965). Keywords S. Gregorio Barbarigo, chiesa, percorsi liturgici, adeguamento liturgico, COVID-19

D.P.C.M., Ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, applicabili sull’intero territorio nazionale, Art. 1, comma 2, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie generale, n. 62, 9 marzo 2020, p. 7.

1

46

Introduzione Dopo il lockdown e la chiusura delle chiese in tutta Italia per limitare la diffusione del virus COVID-191, il D.P.C.M. del 17 maggio 2020, all’Art.1, Misure urgenti di contenimento del contagio sull’intero territorio nazionale, al comma 1, specifica che, per la riapertura ai fedeli: “l’accesso ai luoghi di culto avviene con misure organizzative tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro” (lettera n) e che “le funzioni religiose” con la partecipazione della comunità religiosa “si svolgono nel rispetto dei protocolli sottoscritti dal Governo e dalle rispettive confessioni” (lettera o)2. Nel Protocollo con la Conferenza Episcopale Italiana circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo (Allegato1), sono definite le procedure da adottare per la graduale riattivazione delle liturgie con l’assemblea, per l’accesso agli ambienti sacri e alle pertinenze come sagrato e sacrestia, anche per gli individui diversamente abili,


nell’osservanza della legge e garantendo il distanziamento sociale in base alla “capienza massima dell’edificio di culto”. Pertanto, devono essere predisposti dei percorsi dedicati per favorire l’ordinato flusso dei credenti, utilizzando “ove presenti, più ingressi, eventualmente distinguendo quelli riservati all’entrata da quelli riservati all’uscita”, mantenendo le porte aperte. Inoltre, se “il luogo […] non è idoneo al rispetto delle indicazioni del […] Protocollo”, l’Ordinario della chiesa “può valutare la possibilità di celebrazioni all’aperto, assicurandone la dignità e il rispetto della normativa sanitaria” e promuovendo “le trasmissioni […] in modalità streaming”3. Questi provvedimenti, che nell’attuale situazione sanitaria hanno un carattere di provvisorietà restando in vigore dal 18 maggio al 31 luglio 20204, con proroga al 15 ottobre 20205, in ogni caso hanno comportato la necessità di ridefinire l’organizzazione degli accessi, la percorrenza esterna e interna e il modo di fruizione dell’architettura sacra, anche contemporanea, con le sue specificità tipologiche per la presenza della collettività dei fedeli. In una chiesa “per natura e tradizione lo spazio interno […] è […] studiato per esprimere e favorire in tutto la comunione dell’assemblea, che è il soggetto celebrante” ed è sempre “orientato verso il centro dell’azione liturgica e scandito secondo una dinamica che parte dall’atrio, si sviluppa nell’aula e si conclude nel “presbiterio”, quali spazi articolati ma non separati” e con “una centralità non tanto geometrica, quanto focale dell’area presbiteriale” (CEI, 18 febbraio 1993, pp. 4-5). Infatti, l’impianto planimetrico, per rendere possibile l’organico svolgimento della messa e degli altri Sacramenti e sacramentali, con un margine di adattabilità che la prassi pastorale esige, è in stretta relazione con “i sistemi fissi di accesso e i percorsi per la circolazione interna”, che indirizzano “i vari movimenti processionali e gli spostamenti previsti dalle celebrazioni liturgiche” (anche con il superamento delle barriere architettoniche), a cui si unisce la disposizione dell’arredo mobile (banchi, sedie) della zona assembleale (CEI, 18 febbraio 1993, p. 5). Va ricordato, inoltre, il collegamento con il sagrato, area esterna di notevole importanza in quanto “soglia dell’accoglienza e del rinvio”, ma che “può essere anche luogo di celebrazione”, mantenendo allo stesso tempo “la sua funzione di tramite e di filtro […] nel rapporto con il contesto urbano” (CEI, 18 febbraio 1993, p. 8). In un edificio sacro, come in ogni opera architettonica, lo schema in pianta e in alzato, la sequenza degli ambienti, la gerarchia delle percorrenze, i caratteri costruttivi-strutturali e le scelte formali che ne conseguono diverse per ogni epoca, costituiscono gli elementi nei quali è possibile riconoscere i suoi valori storici, figurativi e simbolici che devono essere conservati e valorizzati per le generazioni future. In questo particolare periodo, una riconfigurazione di queste architetture, sia pure temporanea, richiede un atto progettuale consapevole, per prospettare soluzioni in grado di conciliare l’adempimento normativo con la tutela dei loro significati memorativi e della loro ‘fisionomia’ liturgica e artistica, anche moderna, come nella chiesa di S. Gregorio Barbarigo a Roma. La rilettura dello spazio e dei percorsi liturgici della chiesa di S. Gregorio Barbarigo La progettazione degli spazi e l’assetto distributivo della chiesa di S. Gregorio Barbarigo e delle sue pertinenze è eseguita da Giuseppe Vaccaro (1968; 1971-1972), in stretto rapporto con il tessuto urbano preesistente del quartiere Eur a Roma (Dal Mas, 2018, pp. 1421-1432; Ead., 2020, pp. 599-605)6.

D.P.C.M., Disposizioni attuative del decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, recante misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19, e del decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33, recante ulteriori misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie generale, n. 126, 17 maggio 2020, p. 2. 3 D.P.C.M., Disposizioni attuative del decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, recante misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19, e del decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33, recante ulteriori misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19, Allegato 1, pp. 12-15. Il documento, sottoscritto dal Presidente della CEI, dal Presidente del Consiglio e dal Ministro dell’Interno, stabilisce in aggiunta le modalità per l’amministrazione dei Sacramenti diversi da quelli eucaristici (matrimoni, battesimi, unzione degli infermi ed esequie), per la gestione delle operazioni previste durante le messe (la consegna della Comunione al banco con l’ostia offerta sulle mani; l’omissione dello scambio della pace; il ridotto numero di concelebranti e ministri; la presenza di un organista, ma non del coro; la racconta delle offerte) e per la collocazione all’ingresso di manifesti informativi delle norme vigenti. 4 D.L. n. 33, Ulteriori misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19, Art. 1. Misure di contenimento della diffusione del COVID-19, Art. 3. Disposizioni finali, comma 1, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie generale, n. 125, 16 maggio 2020, p. 2. 5 D.L. n. 83, Misure urgenti connesse con la scadenza della dichiarazione di emergenza epidemiologica da COVID-19 deliberata il 31 gennaio 2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie generale, n. 190, 30 luglio 2020. 2

47


Roberta Maria Dal Mas Il progetto di Vaccaro è dell’aprile del 1968, ma il complesso è completato tra il 1971 e il 1972, con i calcoli strutturali di Sergio Musmeci, i dettagli costruttivi di Gualtiero Gualtieri e sotto la direzione di Ignazio Breccia Fratadocchi per la Pontificia Opera per la Preservazione della Fede e la Provvista di Nuove Chiese in Roma. Si consulti la bibliografia indicata anche per le specificità costruttive, le soluzioni strutturali, le problematiche esecutive in cantiere e gli interventi di restauro realizzati nel tempo.

6

48

Il lotto disponibile a una quota più alta rispetto a quella della via Laurentina, ha guidato la scelta del progettista di rendere raggiungibile il complesso architettonico tramite un doppio sistema di salita: la cordonata adiacente al giardino e la scala verso la cripta, convergenti al livello del percorso coperto a portico. Questo, isolato dal traffico veicolare sottostante, disimpegna a sinistra il sagrato e le sale parrocchiali; a destra la chiesa, gli uffici e la canonica. Lungo questo asse si articolano planimetricamente i diversi corpi di fabbrica che identificano le differenti funzioni. Tra questi assume particolare rilevanza il volume cilindrico della chiesa, con pronao e scalinata antistante e con le superfici modulate dalle sfaccettature dei pannelli prefabbricati di calcestruzzo (a spigolo vivo all’esterno e rettilinee all’interno). Il sagrato, sul lato opposto, leggermente disassato dall’aula e separato da tre gradini dal piano più alto del porticato, è delimitato dal fronte curvilineo dell’edificio parrocchiale che ne definisce la forma irregolare della pianta, riproposta nel dettagliato disegno dei blocchetti di cemento del pavimento del 1995-1996, per l’inserimento delle bocchette di raccolta delle acque meteoriche. L’impianto di S. Gregorio Barbarigo, uno dei primi esempi di applicazione dei dettami del Concilio Ecumenico Vaticano II (1959-1965), è determinato dall’intersezione di quattro circonferenze, connesse ai cinque portali dal vano longitudinale. Questo, con le due cappelle scalari a destra e l’emiciclo dei confessionali a sinistra, sottolinea la direttrice verso l’area presbiteriale e la sala dell’assemblea che la circonda, secondo le disposizioni post-conciliari, con sedute a circumstantes e a battaglione coerentemente inserite nell’articolata planimetria, per permettere i movimenti richiesi dall’adempimento dei diversi Sacramenti. In continuità con la zona destinata ai fedeli, inoltre, rispettivamente a sinistra e a destra, si dispongono il sacello del SS. Sacramento e l’esedra con la Via Crucis, con i rispettivi percorsi. Il presbiterio, sopraelevato di due scalini, ospita i ‘fuochi’ liturgici (la mensa versus populum, l’ambone, la sede del celebrante, il fonte battesimale) ed è coperto dall’orditura circolare di travi reticolari su pilastri metallici a vista, ma staccata dalle pareti per lasciar filtrare la luce naturale dall’asola vetrata e dal grande lucernario sull’altare, con suggestivi effetti cromatici sulle scanalature delle pannellature perimetrali (fig. 1). Il significato artistico di S. Gregorio Barbarigo di Vaccaro può essere individuato nella interdipendenza tra le pure geometrie della pianta, la correttezza della struttura in elevato, l’impiego delle moderne tecniche costruttive e l’uso sapiente dell’illuminazione, come chiarisce lo stesso architetto: “il valore mistico di una chiesa non chiede particolari elementi figurativi o simbolici; tutt’al più, valori spaziali e psicologici” (Libera, 1955, p. 369), e trae origine “da una norma di generazione rigorosa delle forme dalle funzioni cui adempiono” (Vaccaro, 1943, p. 1). Come conferma l’efficace organizzazione delle aree liturgiche, in relazione ai vari riti e in stretto collegamento con gli itinerari spirituali, sacramentali e processionali. Su questo ultimo aspetto in particolare, va sottolineato che nelle chiese, più che negli altri monumenti, è molto importante “il rapporto spazio-tempo espresso nel sistema degli accessi e dei percorsi”, dal momento che esiste una corrispondenza dinamica “che lega lo spazio esterno a quello interno, [...] il sagrato all’entrata” e questa “all’aula e [...] al presbiterio con l’altare al centro” (Concas, 2019, 2413). Da questa assialità prevalente, che deve essere garantita durante le messe, si diramano gli assi direzionali minori verso gli altri luoghi di preghiera (Adorazione, Penitenza, Via Crucis ecc.) e con i quali si determinano delle “relazioni che si rafforzano grazie all’impianto


planimetrico dell’edificio-chiesa che ha […] una direzione longitudinale centrale, indipendentemente dalla tipologia della pianta” e che sono accentuate dalla luce naturale e artificiale e dall’iconografia sacra (Concas, 2019, 2413). Nel rispetto di questa complessa impostazione è stato realizzato il progetto della nuova pavimentazione completata nel 1994. L’orientamento dei campi pavimentali separati da fasce di marmo bianco e la disposizione degli elementi al loro interno in marmo rosso, facilita il riconoscimento delle parti dell’edificio sacro adibite ai diversi usi stabiliti da Vaccaro: dagli ingressi le lastre lapidee presentano nel vano longitudinale una trama ortogonale e parallela al pronao esterno, variamente inclinata nella porzione sinistra dei confessionali, a raggiera e per settori concentrici verso il presbiterio. In questo schema, le bande marmoree di delimitazione, senza salti di quota, dividono l’area antistante l’entrata dallo spazio dei fedeli e delineano la gerarchia delle percorrenze: un doppio tratto rettilineo perimetra l’avvicinamento all’altare, che si conclude nel disegno semicircolare che definisce idealmente la posizione del sacerdote al momento della Comunione; un solo segno, invece, identifica i tracciati minori in direzione della cappella del Santissimo e della sagrestia a sinistra e della Via Crucis sulla parete curva di destra (fig. 2). L’approccio metodologico adottato in questo intervento, di comprensione prima e di valorizzazione poi della realtà architettonica esistente, deve indirizzare qualsiasi modifica nella chiesa di S. Gregorio Barbarigo, anche in applicazione delle recenti procedure per la sicura frequentazione delle funzioni le quali, soprattutto in questo caso, devono prospettare ‘soluzioni temporanee e reversibili’. Nel complesso di S. Gregorio Barbarigo, la duplice modalità di salita ideata per superare il salto di quota dal piano stradale a quello del portico, ha consentito con operazioni minimali di risolvere efficacemente la differenziazione dei flussi delle persone: in entrata dalla rampa sinistra che costeggia il giardino con il campanile e in uscita dalla scala destra verso la cripta (figg. 3-4). Per i disabili, e per assicurare un’accessibilità ‘ampliata’, è stato mantenuto attivo l’ascensore da via Laurentina, sapientemente collocato già dal 2012 a ridosso del parapetto della gradinata destra, che permette di arrivare in maniera autonoma all’aula e il cui utilizzo è facilmente contingentabile. Inoltre, la larghezza del porticato di distribuzione, ha garantito con

Fig. 1 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo, interno. Vista verso l’area presbiteriale durante le celebrazioni delle messe all’aperto. Foto: Roberta Maria Dal Mas, 2020. Fig. 2 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo. Disegno del nuovo pavimento interno al piano della chiesa, scala 1:100. Foto: Mario Dal Mas, 1994.

49


Roberta Maria Dal Mas Fig. 3 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo, esterno. La rampa sinistra d’ingresso che costeggia il giardino con il campanile . Foto: Roberta Maria Dal Mas, 2020. Fig. 4 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo, esterno. La scala destra di uscita verso la cripta. Foto: Roberta Maria Dal Mas, 2020. Fig. 5 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo, esterno. Il porticato di distribuzione con in evidenza i segni a terra per gestire il flussi dei fedeli, in entrata e in uscita. Foto: Roberta Maria Dal Mas, 2020. Fig. 6 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo, esterno. La nuova cancellata sull’attacco della scalinata della chiesa come ‘barriera’ per i controlli prima dell’accesso all’aula. Foto: Roberta Maria Dal Mas, 2020.

50

facilità il distanziamento dei parrocchiani in transito con semplici, ma ben visibili, segni paralleli a terra: verdi per l’accesso alla chiesa, rossi per l’uscita e segnalati chiaramente da appositi cartelli (fig. 5). La nuova cancellata, ultimata all’inizio del 2020 sull’attacco della scalinata della chiesa per risolvere urgenti problemi di sicurezza, nelle circostanze straordinarie imposte dal COVID-19 si è rilevata particolarmente utile per costituire una sorta di ‘barriera’ prima della quale effettuare il controllo della temperatura e l’igienizzazione delle mani e posizionare i pannelli informativi sulle regole da rispettare (fig. 6). Sempre dal percorso coperto è raggiungibile senza rischi anche il sagrato, nel quale è stato previsto, in un secondo momento, l’allestimento delle messe all’aperto, limitando ulteriormente l’eventualità di contatto ravvicinato fra i fedeli. In definitiva, in S. Gregorio Barbarigo il portico concepito da Vaccaro come direttrice per disimpegnare gli ambiti funzionali dell’organismo chiesastico, è stato convenientemente riproposto allo stesso scopo, in ottemperanza alle disposizioni anti-COVID-19 e senza elaborare azioni di contenimento più invasive e meno rispettose dei valori dell’edificio. Anche all’interno della chiesa, gli adeguamenti sono stati effettuati senza stravolgere l’impianto e le originarie percorrenze, salvaguardando anche i successivi lavori che si sono susseguiti nel tempo (Dal Mas, 2018, pp. 1423-1425). Per rispondere alle prescrizioni di legge, durante lo svolgimento delle celebrazioni, dei cinque portali d’ingresso presenti sono stati lasciati aperti in entrata solo i due accoppiati (utilizzati per le festività solenni), sull’asse del presbiterio, rimarcato dalle due fasce laterali di marmo bianco. Su quella destra sono state posizionate a terra le due linee colorate, come quelle esterne, per indicare l’andamento obbligato


Fig. 7 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo, interno. Il percorso di avvicinamento all’altare con le linee colorate sul pavimento per indicare i percorsi obbligati e il nastro su piantane per la separazione dei fedeli. Foto: Roberta Maria Dal Mas, 2020 Fig. 8 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo, interno. La via di uscita sul lato opposto con i contenitori per le offerte. Foto: Roberta Maria Dal Mas, 2020 Fig. 9 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo, interno. L’asse direzionale sulla fascia pavimentale dalla cappella del SS. Sacramento verso l’altare Foto: Roberta Maria Dal Mas, 2020

dei tracciati e il nastro su piantane per separare la circolazione dei credenti. Sul lato opposto di questo ‘simbolico sbarramento’, infatti, si snoda la via di uscita, con i contenitori per le offerte, in direzione del terzo portale aperto solamente alla fine della liturgia (figg. 7-8). Con questi pochi accorgimenti, sono stati lasciati inalterati il percorso principale verso l’altare e quelli secondari verso la cappellina del SS. Sacramento e l’emiciclo della Via Crucis, come precedentemente specificato. Ciò è stato possibile anche per la preesistente posizione dei banchi che è rimasta invariata e che era stata progettata appositamente per rendere percepibili, e praticabili, le differenti direttrici della chiesa (figg. 9-10). Inoltre, subito sotto lo scalino dell’area presbiteriale davanti alla mensa, centro della scena eucaristica, nello spazio destinato alla distribuzione della Comunione (per il momento non praticabile), sono state sistemate le apparecchiature per le riprese in streaming delle funzioni per assicurare la partecipazione di tutti i fedeli, senza interferire con le attività dal vivo, secondo quanto raccomandato dalla legislazione COVID-19 (fig. 11). Ritornando alle sedute per la comunità parrocchiale, la distanza necessaria è stata ottenuta unicamente applicando dei cerchi verdi adesivi, messi anche sul pavimento per segnalare i posti disponibili in piedi fino al numero massimo consentito dalle dimensioni dell’edificio (fissato a 200) (fig. 12). Questi ultimi contrassegni sono stati situati, opportunatamente distaccati, al di fuori degli itinerari sacramentali, processionali e di disimpegno (fig. 13). Con il procedere della stagione calda, ulteriori opere, sempre nell’ottica del minimo intervento e della reversibilità, sono state realizzate per organizzare le messe all’aperto nel sagrato. Nel piazzale, esposto al sole e solo parzialmente ombreggiato da

Fig. 10 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo, interno. L’asse di percorrenza sulla fascia pavimentale dall’emiciclo della Via Crucis verso l’area presbiteriale. Foto: Roberta Maria Dal Mas, 2020.

51


Roberta Maria Dal Mas Fig. 11 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo, interno. La zona antistante il presbiterio con le apparecchiature per la trasmissione in streaming. Foto: Roberta Maria Dal Mas, 2020. Fig. 12 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo, interno. La simbologia sulle sedute dei banchi per il distanziamento dei parrocchiani, verso l’altare. Foto: Roberta Maria Dal Mas, 2020. Fig. 13 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo, interno. I simboli collocati a pavimento per garantire la distanza tra le persone, in prossimità della parete destra con la Via Crucis. Foto: Roberta Maria Dal Mas, 2020.

52

alcuni ulivi dalla parte del giardino con il campanile, è stata installata una copertura provvisoria. Questa è formata da larghe porzioni di tessuto sostenute da sottili cavi di acciaio, fissati al di sopra delle finestre dell’edificio parrocchiale da una parte e sull’attacco del tetto del portico dall’altra, dove è posta l’entrata. I teli, in numero necessario per coprire la superficie, costituiscono una sorta di velario e sono collegati a cadenza regolare da cavetti metallici distanti 20 cm circa, per limitare l’oscillazione del vento e per permettere la circolazione dell’aria nel sagrato (fig. 14). Questo, pensato in fase progettuale anche come un anfiteatro per manifestazioni all’aria aperta, presenta una forma mistilinea convergente in una piccola zona rialzata a uso di palco, nell’intersezione tra il corpo parrocchiale curvo e il porticato. La configurazione della pianta derivante dalla primitiva destinazione ha consentito, anche in questo caso, di realizzare una corretta sistemazione dell’impianto-chiesa. Infatti, disponendo l’altare sul piccolo podio, l’aula comunitaria è stata definita ordinando le sedute a raggiera verso l’area eucaristica, con appositi corridoi di separazione per gestire in sicurezza i movimenti dei fedeli durante il rito e con il richiesto distanziamento sociale. Naturalmente, la scelta delle sedie con schienale (ma non bloccate a pavimento), senza particolari qualità formali e cromatiche è stata dettata dall’urgenza dei tempi, ma risponde comunque al criterio di transitorietà dell’intervento (fig. 15). Le soluzioni compositive di grande funzionalità e di alta espressività ideate da Giuseppe Vaccaro in S. Gregorio Barbarigo, quindi, hanno permesso di accogliere adeguatamente e con rapidità le prescrizioni imposte dall’emergenza epidemiologica da COVID-19, conservando l’equilibrio formale esistente del complesso chiesastico e coniugando “le istanze della fruizione, […] con quelle della valorizzazione, in quanto spazio architettonico e artistico […] da preservare” (Concas, 2019, 2412).


Fig. 14 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo. Il sagrato allestito per le celebrazioni all’aperto. Visione dal portico verso l’edificio parrocchiale curvilineo. Foto: Roberta Maria Dal Mas, 2020. Fig. 15 Roma, Italia. Chiesa di S. Gregorio Barbarigo. Il sagrato per le celebrazioni all’aperto. Visione verso l’altare; a destra l’entrata dal porticato. Foto: Roberta Maria Dal Mas, 2020.

Conclusioni Le riflessioni sopra riportate sono solo apparentemente ovvie. L’esempio della chiesa romana di S. Gregorio Barbarigo pone l’attenzione sul fatto che, se lo spazio congregazionale è il risultato di una attenta progettazione delle sue componenti funzionali, costruttive e figurative, è sempre possibile operare con un certo grado di libertà per una sua, meditata, ridefinizione distributiva. Questi concetti si applicano, in particolare, agli edifici sacri contemporanei, già conformi ai criteri liturgici del Concilio Ecumenico Vaticano II e realizzati con l’apporto creativo di architetti di consolidata professionalità, nell’ambito dei lavori promossi nelle periferie dal Comune capitolino e la Pontificia Opera per la Preservazione della Fede e la Provvista di Nuove Chiese in Roma, tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento. Come i SS. Martiri dell’Uganda di Poggio Ameno (1970-1982) di Giuseppe Vaccaro ed Ennio Canino, la chiesa di Nostra Signora de La Salette (1957-65) e quella di S. Marco Evangelista in Agro Laurentino (1970-72) di Ennio Canino e Viviana Rizzi, per citare i casi più significativi (Dal Mas, 2019a, pp. 499-510; Ead., 2019b, pp. 177-183).

53


Roberta Maria Dal Mas

54

In presenza di chiese di epoche più lontane e stratificate nel tempo, la questione dell’adeguamento a norme anche transitorie, è molto più complessa perché correlata alla rispondenza dei canoni conciliari. In queste costruzioni, infatti, qualsiasi azione progettuale richiede il propedeutico riconoscimento dei valori storici, artistici e simbolici del testo architettonico, tramite gli strumenti della ricerca storica e del rilievo. Sulla base di questi significati è possibile fare scelte ‘culturali’ e formali consapevoli per soddisfare le esigenze temporanee della vita umana e per garantire, oggi, la fruibilità liturgica in sicurezza, senza alterazioni tipologiche e strutturali e salvaguardando l’autenticità dell’organismo chiesastico. Nelle difficoltà sanitarie che ci si è trovati ad affrontare a partire dai primi mesi del 2020, come è stato notato in generale nelle tante trasformazioni riferibili alla riforma del Concilio Vaticano II (Concas, 2018) e in particolare per le problematiche dell’accessibilità delle chiese, le leggi vigenti possono costituire un’occasione per ripensare alcune architetture sacre ancora oggi non risolte dal punto di vista dell’organizzazione distributiva e, quindi, “andranno accolte come dei requisiti da tener presente per realizzare un intervento in cui gli aspetti funzionali si affianchino a quelli estetico-formali [...] in rapporto con la realtà ‘materica’ e quella ‘simbolica’ propria dell’edificio-chiesa in esame” (Concas, 2019, 2420).


Bibliografia CEI 18 febbraio 1993, La progettazione di nuove chiese. Nota Pastorale, Commissione Episcopale per la Liturgia, Roma, pp. 1-30. Concas D. 2018, Vademecum per l’adeguamento liturgico dell’edificio-chiesa di culto cattolico romano, Il prato, Saonara (PD). Concas D. 2019, Accessibilità degli edifici-chiesa: semplice fruizione o sensibile valorizzazione?, in A. Conte, A. Guida (a cura di), ReUso Matera. Patrimonio in divenire. Conoscere, Valorizzare, Abitare, Gangemi Editore International, Roma, pp. 2411-2422. Dal Mas R.M. 2018, La chiesa di S. Gregorio Barbarigo nel quartiere Eur a Roma, dal progetto di G. Vaccaro alle recenti trasformazioni: interventi progettuali e problematiche conservative, in F. Minutoli (a cura di), ReUso 2018. L’intreccio dei saperi per rispettare il passato interpretare il presente salvaguardare il futuro, Gangemi Editore International, Roma, pp. 1421-1432. Dal Mas R.M. 2019a, Il complesso dei SS. Martiri dell’Uganda a Roma: dal progetto di G. Vaccaro alla chiesa attuale, in A. Conte, A. Guida (a cura di), ReUso Matera. Patrimonio in divenire. Conoscere, Valorizzare, Abitare, Gangemi Editore International, Roma, pp. 499-510. Dal Mas R.M. 2019b, The Churches of San Gregorio Barbarigo and Santi Martiri dell’Uganda in Rome, «Resourceedings. Proceedings of Science and Technology», vol 2, C. Gambardella, M.L. Germanà, M.F. Shahidan, H. Bougdah (by), International Conference Proceedings on: Utopian & Sacred Architecture Studies (USAS), IEREK press, pp. 177-183. Dal Mas R.M. 2020, La chiesa di S. Gregorio Barbarigo nel quartiere Eur a Roma di G. Vaccaro e la conservazione dell’architettura moderna, in Restauro: Conoscenza, Progetto, Cantiere, Gestione, Sezione 4.2, A. Grimoldi, M. Zampilli (a cura di), Realizzazione degli interventi. Casi Studio, Edizioni Quasar di S. Tognon srl, Roma, pp. 599-505. Libera A. 1955, Chiesa parrocchiale a Bologna, «L’Architettura, cronache e storia», n. 3, pp. 368-371, in M. Mulazzani (a cura di) 2002, Giuseppe Vaccaro, Electa, Milano, p. 245. Vaccaro G. 1943, Convincimenti, «Stile», n. 27, p. 1.

55


Naci en 1168 y mi domicilio sigue siendo el mismo: monasterio de santa maria gradefes le0n, españa. (Un Monasterio siempre habitado. Un mismo uso/distinta forma de vivirlo) Susana Mora Alonso-Muñoyerro Susana Mora Alonso-Muñoyerro Calogero Bellanca

Departamento de Construcción y Tecnología Arquitectónicas, Universidad Politécnica de Madrid.

Calogero Bellanca

Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Abstract On those difficult days that we are living we think about places where we can live in peace with ourselves and with nature. And we think about autosufficient places as cistercian monasteries, and specially about a feminile cistercian one, where we have worked for restoration. A special monastery that have being alive since 1168, never abandoned; although cistercian rules were changed, the monastery has always been used Keywords Restoration, use, autosufficient, cistercian monastery

Premisas Hace muy poco, al iniciar el año, parecía imposible pensar en que pudiera pasar lo que está pasando. Todos encerrados, en casa, con lo que podíamos haber recopilado para un encierro, que no pensamos que iba a durar tanto. Debíamos ser autosuficientes, primero para poder comer, beber…para asearnos, cuidarnos. Y también para trabajar, para comunicarnos, leer. Pasado el primer shock, hablamos con los nuestros más cercanos, que el confinamiento les había sorprendido en el campo, o en algún pequeño pueblo. A pesar del confinamiento, de las difíciles circunstancias, ellos se encontraban en mejores condiciones, se podían mover más, tenían productos naturales. Y todo ello nos hace pensar en un cambio de vida, o de simplemente vivir con ilusión. La ilusión que también ponemos en el trabajo, en la Restauración, el “Restauro dei monumenti”.

56


Fig. 1 Vuelo de la Confederación Hidrográfica del Duero. El monasterio y su primer recinto.

Ello te hace conocer, si quieres hacerlo con rigor, con método, además de bibliotecas, archivos, organismos y profesionales distintos. Si; conocer el país, sus pequeñas ciudades, sus pueblos. Gente muy distinta. muy variada. En este trabajo de Restauración arquitectónica se pasa del esfuerzo físico y la vida muy austera y simple, a lo intelectual. También conocemos las instituciones, la Iglesia, las parroquias y los monasterios. Pero desde la vida, no solo desde los archivos y/o con la tecnología. Y ahora recluidos y en estas circunstancias, nos acordamos de algunos lugares que mantienen una serie de condiciones, muy valoradas en estos momentos. Y nos preguntamos como es posible que alguno haya permanecido siempre en USO. Y entre ellos, uno especialmente, al que conocimos por realizar sus restauraciones, su RESTAURO. Un monasterio cisterciense, femenino, que ha permanecido habitado desde 1168; siempre habitado, en uso, aunque la vida monacal haya ido cambiando. Y tal vez comenzamos a entender esa vida sencilla, la relación con el lugar, con el agua, los riachuelos, los pequeños diques. Sus varios recintos, los muros, las eras, las huertas, la agricultura, los pastos, la ganadería. Lo que ha llegado a nosotros y nos hace pensar en un futuro, en un monasterio que se abra a la comunidad, a la gente. Espacios abiertos de Fe, Historia, Arte. A visitantes, a estudiosos. Introducción El Monasterio cisterciense de Santa Maria de Gradefes, en la provincia de León se presenta como una sorpresa, al llegar por la pequeña carretera bordeada de chopos (de las pocas que aún quedan) en medio del pequeño pueblo, al cruzar el puentecillo sobre el rio. Es un lugar plácido, en llanura junto al rio Esla, a unos 30 km. de León. El núcleo central del monasterio está rodeado por una muralla, que la carretera de acceso actual al pueblo bordea. Un vuelo aéreo de la Confederación del Duero permite ver la planta tipo de un monasterio cister. (fig. 1)

57


Susana Mora Alonso-Muñoyerro Calogero Bellanca Fig. 2 El claustro reglar del Monasterio.

La traducción es “En la era 1215, calendas de marzo, fue fundada esta iglesia de Santa Maria de Gradefes por la abadesa Teresa” 2 Juan Lopez Castrillón. Monasteriorum Cisterciensium feminei sexos de Gradefes et Otero de las Dueñas historica Sinopsis. León 1893 1

58

La Iglesia al norte, y en torno al claustro reglar, el ala oriental cubierta con teja curva se supone que cubre las huellas del antiguo “armarium”, la “sacristía”, la “sala capitular”, el “locutorio”, el “pasaje”, las escaleras de subida al “dormitorio”, la “sala de monjes”. El ala sur, que posiblemente ocupara el “refectorio”, paralelo a la panda del claustro, y el “calefactorio”, el “scriptorium”. El ala oeste se observa englobada en torno a un segundo claustro, que delimitan otras tres alas. Esta ala occidental debiera corresponderse con el ala de conversos, desaparecida en muchos monasterios cisterciense a partir del siglo XIV. Este segundo claustro está bordeado por otras tres alas de volumen similar. El núcleo arquitectónico del monasterio de Gradefes se presenta como un conjunto compacto y claro, que puede aparecer descuidado, pero nunca ruinoso. ¿Porque queremos hablar de esto en Re Uso cuando siempre tememos que las contribuciones no se atengan al tema propuesto, nacido en Madrid 2013? Pues porque este monasterio siempre habitado desde el 1168 no ha cambiado de uso, ni de orden, siempre perteneciente al cister femenino; pero si lo ha hecho en la forma de vivirlo, si en la vida monacal. Y por tanto con los problemas de adaptación, incluso de supervivencia, para seguir siempre en uso, Restauro y Uso. Sus orígenes El monasterio femenino de Santa Maria de Gradefes comienza su vida monástica el año 1168, proviniendo la comunidad inicial del monasterio navarro de Tulebras, primer monasterio cisterciense femenino en España. La iglesia de Gradefes, según se lee en la lápida colocada en el muro interior de la misma, se inauguró en 11771. Alfonso VII, realiza la donación del realengo de Gradefes al matrimonio formado por don Garcia y doña Teresa Petri, en 1151, según documento que valora el servicio prestado por don Garcia en “tierras de sarracenos y de cristianos”, así como “el servicio que me haces en Baeza”2. En Gradefes el matrimonio va adquiriendo otras propiedades además del patrimonio otorgado por el rey, antes de la fundación del monasterio. Habitaban en la villa de Cea, donde del 1159 al 1164, don Garcia y don Fernando Braoliz figuran como titulares de la tenencia señorial de Cea, y en documento de 1164, fallecido don Garcia, su viuda figura compartiendo el Señorío de Cea. La familia de don Garcia descendía del conde Martín Alfonso relacionado con Alfonso VI, con propiedades en la zona de Tierra de Campos, entre el rio Cea al norte, y Villavicencio, al sur3.Cuando enviuda Teresa Petri, en 1164, da sus bienes al cenobio de Gradefes, del que será la primera abadesa. Todo ello explicaría, junto con su situación geográfica el porqué del lugar. La vida en el Monasterio transcurre sin grandes problemas, hasta 1629, en que debido a disposiciones superiores, por las que las comunidades de monjas se debían unir en número suficiente y en un lugar con cierto número de habitantes, la Comunidad de Gradefes se trasladó a Medina de Rioseco. Pero el 31 de diciembre de 1632, regresan al Monasterio de Gradefes, incrementado en número con monjas de Tulebras4. Un monasterio autosuficiente Así debía ser el Monasterio cisterciense; debía autoabastecerse. El núcleo central edificatorio se rodeaba de diversos recintos destinados a huertas, cuadras, cría de animales, palomares, colmenas. En aquellas huertas más alejadas se situaban pequeñas capillas donde se daban las horas y se rezaba el Angelus.


Una de las primeras preocupaciones de los cistercienses fue acotar el término en que estaba emplazado el monasterio y sus alrededores. Directamente explotado por la comunidad conventual, con el fin de obtener los productos necesarios, y para permitir a los monjes cumplir con el trabajo asignado por las normas del Cister en el tiempo asignado para el trabajo manual. La organización y explotación del coto monástico se sigue a través de la casa o edificio monacal, de las huertas, las construcciones hidráulicas de acotamiento fluvial y del bosque , la riqueza maderera y la explotación ganadera. Y por su importancia para la vida monástica, son importantes las manufacturas relacionadas con los tejidos y los telares. A la casa, edificio o monasterio, se accede a través de un patio o “compás”, en cuyo extremo se encuentra la “portería”. De allí se pasa al actual acceso, de un monasterio muy transformado, que ahora también presenta otro desde el exterior al templo. (fig.3 y fig. 4) El claustro reglar era, y continúa siendo centro de la vida monacal. El ala oriental guarda aún los restos de los elementos arquitectónicos más importantes. Se conserva el “armarium”, el hueco o pequeña hornacina en el muro del claustro, donde se depositan los libros del monasterio cister en una primera época, antes de que se construyera la “librería”. La “Sacristía”, espacio rectangular, ahora sobrio y desnudo, con la única permanencia de dos fustes de columna en dos de sus ángulos, probablemente apoyos de unas posibles bóvedas. Aún se conserva una antigua cajonería de madera. A continuación, la “Sala Capitular”, con una magnífica portada desde el claustro. Consta de siete arcos, el central mayor y otros tres a cada lado, todos ellos ligeramente apuntados, de arista y con las dovelas recorridas por un zigzag. Todo ello enmarcado por una especie de alfiz, que separa la cantería de la portada, del resto del muro revocado. Los arcos apoyan sobre tres órdenes de “repisas” que van disminuyendo, hasta los capiteles campaniformes, con alguna sutil decoración de papiros, que rematan tres líneas de columnillas. en el espesor del muro, y que reposan en sencillas basas y antepecho, dejando libre el arco central. En el interior, dos lucillos o arcosolios, uno en cada muro lateral, ligeramente apuntados, y uno de ellos decorado con dientes de sierra, donde se conserva un sepulcro. Y donde una apertura comunica con la antigua cajonería de madera en la “sacristía”. (fig. 5) Según la planta tipo cisterciense, a continuación, deberíamos encontrar el locutorio, el pasaje y la escalera de acceso al dormitorio de monjas. De ello no queda nada, encontrándonos un espacio que comunica al exterior, al espacio que rodea los ábsides. No está cubierto, y en uno de sus ángulos se situó un pequeño horno. Más adelante un espacio, posible sala de monjas, ahora almacén de todo tipo de aperos. Al fondo, unas escaleras de madera suben al piso superior, que conserva en parte una galería de madera o “solana”, que rodeaba tres de las alas del claustro reglar, hasta que una parte desapareció en una restauración de los años 70 del siglo XX. El “Refectorio” debió ocupar la panda sur del claustro, pero ahora solo se conserva el cerramiento de su perímetro Al parecer, en un primer momento, el refectorio se desarrollaba en paralelo a la panda del claustro, como debió ser el de Gradefes. Alguna de las monjas más ancianas conoció la decoración de esa sala longitudinal, que tenía sus paredes, con pinturas que según esta religiosa eran similares a las del monasterio de Carrizo. (De ello no se ha encontrado información). Al norte, la iglesia, coro y algunos elementos residuales que quedaron sin terminar, a sus pies.

En el Archivo del Monasterio de Gradefes encontramos un documento de 1136, en el que se citan las propiedades en esta zona de doña Maria Gomez, madre de don Garcia, y de sus 5 hermanos. 4 En ese mismo Archivo, encontramos documentos al respecto. Leg 12-135 3

59


Susana Mora Alonso-Muñoyerro Calogero Bellanca Fig. 3 Planta Baja. Proyecto de Susana Mora. Fig. 4 Planta Primera. Proyecto de Susana Mora.

Al parecer el único femenino que se conserva en España, es el del monasterio de Tulebras (Navarra)(Antes de aparecer el del Monasterio de Gradefes) 6 Aurelio Calvo. “El monasterio de Gradefes. Apuntes para su historia y la de algunos otros cenobios y pueblos del concejo”. León. Imprenta Provincial. Facsimil, 1984 5

60

El ala oeste quedó embebida en la nueva construcción de la ampliación del siglo XVII. Pero aunque no se percibe fácilmente, el “levantamiento de los planos” de planta, puso en evidencia el “Pasaje de conversos”, muy difícil de encontrar en un monasterio femenino5. (fig.6) En el claustro reglar por 3 de sus lados, en primera planta, se levantó una galería o “solana” de madera, que se eliminó parcialmente en una “intervención” de los años 70, conservándose en uno de sus lados y la mitad de otro. Uno de los lados eliminados fué el adosado al templo. En la planta alta del ala oeste, común a ambos claustros, y sobre el “Pasaje de conversos” se conservan varios de los antiguos dormitorios, con sus estancias para la “doña” con su criada y su pequeña cocina con horno. La Iglesia tiene un acceso independiente, separado por un muro de su entorno. Lo que ha llegado a nosotros es la cabecera con girola de un templo inacabado. A ella se accede desde el exterior, por una puerta situada a los pies de la nave lateral del Evangelio (izquierda). La portada es de arco ligeramente apuntado, con decoración en zigzag, y enmarcada por dos boceles. Sobre la puerta, un escudo; y a los lados dos ménsulas con modillones y volutas, muy desgastadas, sobre las que se dice había leones6. (fig. 7 y fig. 8) La iglesia parece debería ser de tres naves y girola, con 5 ábsides, 3 circulares y 2 poligonales. Dos tramos constituyen lo que podíamos considerar el crucero, y allí quedó interrumpida. Seguramente más tarde se continuó con un coro, que ocuparía en planta el tramo central y una parte de la lateral de la epístola, lo que produciría una gran confusión en esa zona del templo. La girola consta de cinco tramos divididos por arcos apuntados en aristas. Bóvedas de crucería y sus nervios presentan motivos abocelados o rosetas de ocho puntas. Recuerda mucho al Monasterio de Moreruela en Zamora.


La capilla mayor (presbiterio) presenta dos ordenes: el inferior con arcos abiertos hacia la girola, apuntados. En el orden superior hay cinco huecos de medio punto. La bóveda descansa sobre cinco nervios sobre dos columnas y entre ellas se abren los vanos. Los temas decorativos son de tipo geométrico y vegetal simplificado, en las cornisas. Los capiteles son muy variados. Algunos con la simplicidad del cister, y otros presentan flores de lis, papiros, palmas, o de repertorio local, cabezas, cabezas de animales, pájaros, frutos, arpías, hojas de acanto y cogollos que recuerdan esquemas mozárabes. Las claves de la zona de la capilla mayor y del crucero presentan motivos florales, y las de las otras naves a San Miguel matando un dragón, el Agnus Dei, un hombre con arco, o un escudo con barras. En el interior del templo hay una serie de sepulcros. Cerca de la puerta de acceso desde el exterior, y a ambos lados, hay dos muy parecidos, ambos bajo sendos arquisolios, uno trilobulado; cobijan sendas arquetas de piedra con cubierta a dos aguas. A continuación, un sarcófago que descansa sobre leones, con escudo que se repite, y un calvario en su cabecera. Otro arquisolio, acoge el enterramiento de un clérigo capellán del monasterio, el año 1345; es una escultura de bulto y está presidido por una imagen de Nuestra Señora con el Niño y una manzana en la mano. Una lápida a la derecha del arquisolio, recuerda la fecha de fundación de la iglesia el año 1177. (fig. 9) Junto a la puerta de la sacristía se sitúan dos laudas de piedra. Una de ellas con la incisión de una mujer con tocado; la otra con escudo del apellido Cabeza de Vaca. Existen también dos sarcófagos, con tapas con esculturas de bulto de una dama y un caballero, con indumentaria cuidada, y que conservan restos de policromía, que podrían corresponder al siglo XIII. La iglesia, construida en fábrica de piedra, quedó inacabada poco después del crucero, donde se iniciaban las naves laterales. No sabemos exactamente cuando se continuó la construcción con un coro en fábrica de ladrillo. Este coro no ocupó todo el espacio correspondiente a la nave central, quedando un espacio residual entre su límite lateral y el perímetro del claustro. El coro actual, parece obra de albañilería del s.XVII, cubierto por bóveda con lunetos, de cinco tramos separados por arcos. Con decoración de yesería y recuadros centrales, hojarasca y angelotes. Una buena reja, separa la iglesia del coro, fechada en 1628 por un cerrajero de León7. En este coro hay una sobria sillería de madera, posiblemente del s.XVIII.

Fig. 5 La Portada de la Sala Capitular. Fig. 6 El claustro reglar del Monasterio. Después del Restauro de Susana Mora.

61


Susana Mora Alonso-Muñoyerro Calogero Bellanca Fig. 7 Sección de la Iglesia y Coro. Proyecto. Susana Mora.

7 La realizó el cerrajero Bartolomé Carcase, según consta en el Libro de Cuentas del Monasterio 8 En el Museo Arqueologico se conservan tres sillas del antiguo coro. Espaldares con restos de pintura, y labores de entrelazos y rosetas. El Museo lo adquirió en 1874.

62

No queda nada de un posible coro anterior, donde estaría situada la sillería de la que se conservan elementos en el Museo Arqueológico Nacional de Madrid8. Desde el ala oriental del claustro, a través del espacio descubierto junto a la sala capitular, se sale al exterior del templo. Se observan los tres ábsides semicirculares, el central con columnas y con contrafuertes entre las ventanas en su parte alta. Los canecillos de estos ábsides, además de los motivos geométricos, de lacería y vegetales, representan cabezas de animales, atlantes, arpías, castillos, una escena de lucha leonesa etc. La iglesia, declarada Monumento Nacional fué restaurada por D. Luis Menendez Pidal en los años 60. Realizó una limpieza de sus paramentos y pavimentó el templo, dejando solo algún espacio testigo. Estado actual. Al acercarnos al núcleo del monasterio, se observa el desarrollo horizontal de la edificación dominante, construida en su mayor parte en el conocido como “aparejo toledano”, un “opus mixtum” de mampostería y ladrillo, con cubierta de teja árabe. En un extremo se destaca la cabecera inacabada en sillería del templo, que se eleva sobre la nave del coro con un gran arco ojival que se cierra con fábrica revocada. Al otro extremo del coro, la espadaña con los huecos para sus dos campanas, tímpano y remates de bolas. Si entramos al monasterio, dejando a la derecha la casa de “la demandadera”, accedemos a través de la portería, en una de las alas del segundo claustro, donde encontramos el torno, una sala de visitas con la reja de la clausura etc., escaleras sencillas para subir a la planta superior y también un acceso al centro del claustro, que presenta esgrafiados en su zona superior, bajo el alero. Una pequeña puerta da acceso a la Hospedería, actualmente reformada, pero que seguramente ocupa el espacio de la del siglo XVII. A este segundo claustro da también un ala de edificación, que al exterior sigue el volumen y el color del resto del monasterio, pero que fué construida en los años 60, por un benefactor de la Comunidad cister. Enlaza con la zona correspondiente al antiguo Refectorio en torno al claustro reglar, habiéndose destruido algún elemen-


Fig. 8 Planta de la Iglesia y Coro. Proyecto. Susana Mora. Fig. 9 Interior de la Iglesia; cabecera y girola. Después del Restauro de Susana Mora.

63


Susana Mora Alonso-Muñoyerro Calogero Bellanca

64

to anterior. En la planta baja, se sitúan zonas de trabajo, donde las monjas hacían diversas labores textiles para obtener beneficios económicos, cocinas, así como el actual Capítulo; y en la planta alta los nuevos dormitorios, los aseos. Así como algunos espacios como archivo y despachos. Este claustro corresponde a la ampliación del s. XVII, y esta ala occidental conservó en su interior, en planta baja, el “pasaje o paso de conversos” del monasterio medieval, y en la superior celdas antiguas, alguna todavía habitada por alguna de las monjas más ancianas, que no quisieron trasladarse a las nuevas de los años 60. Esta ampliación se correspondía con el retorno de las monjas desde Medina de Rioseco. Los espacios en torno al claustro reglar, salvo la Sala Capitular, conservan solamente el aspecto de su muro al claustro, utilizándose como almacenes. La galería de madera que se conserva, se abre al claustro reglar, sirviendo como lugar de asueto de la comunidad. Restauración Acercarse a un monumento, para procurar entenderlo, descubrir sus valores, ver sus problemas y sus necesidades, necesita un tiempo, un proceso. Hace mucho que nos acercamos a Gradefes, con un primer encargo de restauración por parte del Ministerio de Cultura/Junta de Castilla León. Preparados con lo que habíamos estudiado del Cister, en bibliotecas y archivos, pero, ahora nos encontramos con la realidad. Las monjas tenían miedo para enseñar todo el monasterio. Poco a poco hubo que ganar su confianza. ¿Que se iba a hacer allí? ¿No sería para Hacienda? Preguntaban. Y se empezaron a “levantar planos”, en forma manual, poco a poco, para poder pensar, conocer, captar. Y también las monjas veían el esfuerzo; cuando se terminaba de trabajar allí, se pasaba a limpio y se señalaban las dudas para el día siguiente. Empezaron a dejar estar en la Hospedería; a través de la reja y el torno pasaban el desayuno, la comida y hablaban. Y nos decían ¿si está declarada monumento solo la iglesia, porque se quiere dibujar todo? Pero habría que levantar, dibujar, para conocer y entender. Y así fue. Así apareció uno de los escasos “pasajes o pasos de conversos” femeninos en España, difícil de percibir si no es a través de su dibujo. El monasterio ha estado siempre habitado, salvo el corto paso por Medina de Rioseco. Sin embargo, la falta de valoración de algunos de sus elementos, llevó a su desaparición, para dotar de confort la vida monacal, con algunas transformaciones. Había necesidad de dar a conocer, de explicar los valores del edificio a las monjas. Y también de explicar todo lo que se iba haciendo, intentando unir criterios y soluciones. En la línea del “Restauro critico-conservativo”. Así se consolidaron las fábricas, dejando las deformaciones, las faltas, evidenciando el paso del tiempo, que le daba un nuevo valor; especialmente en el claustro reglar. Se respetó lo que permanecía de la “solana” de madera, lo que no se había eliminado con anterioridad, también con sus deformaciones y faltas. Se ordenaron las cubiertas, completando la parte del ala oriental del claustro reglar, que había desaparecido. Se optó por una estructura de cerchas de madera, de cuchillo español, simples, mínimas, en la “Sala Capitular”. Y se completó con cubierta de teja curva, pues la proporción de lo que faltaba con lo conservado no aconsejaba otra solución buscando la distinguibilidad, sino más bien respetar el ambiente. También en el ala oeste, en la zona de las antiguas habitaciones, en el pasillo, se conservó el pavimento, los óculos, las carpinterías, el ambiente, el aire. (fig. 10)


En la Iglesia, se siguió el criterio de consolidar lo mínimo, respetando lo hecho por D. Luis Menendez Pidal, y dejando las huellas existentes de pavimento irregular. Se cambió de lugar la verja del coro, hasta situarla ante su primer tramo, justo en la separación templo/coro con la idea de clarificar el espacio. Se realizó la iluminación del templo, mediante la colocación de bañadores de techo, como muebles exentos, cuidando la instalación, siempre al exterior, sin hacer rozas. Futuro Sigue siendo un lugar donde se respira paz, donde desde el claustro reglar se oyen los cantos y las clases de canto gregoriano que, de vez en cuando alguna monja de otro monasterio viene a impartir. Las monjas cultivan la huerta, recogen tomates, frutas, fresas. Tienen tractor, pero solo saben conducirlo en una dirección. También cuidan de sus vacas y de las gallinas. Recogen la miel de los panales. Y cangrejos en sus riachuelos. También cosen, en algunos de los espacios de la planta baja del ala nueva. Y hacen prendas para vender. Y hacen jabones Y preparan pastas. La iglesia tiene su acceso propio desde la actual calle, desde donde también puede accederse a los ábsides. La Iglesia puede acoger actos religiosos y culturales, conciertos como ya se ha hecho. Y de allí salir al claustro reglar, disfrutar de la sala capitular, donde se podría obtener algún libro sobre el lugar, la orden. Y subir a la “solana” donde disfrutar de un té con pastas, que podrán comprar también al salir. La Hospedería tiene un acceso independiente, no muchas habitaciones, pero, aunque austeras, con lo necesario para estudiar y escribir. Se comunica con la primera planta del ala nueva y el ala occidental, hoy todavía habitada por las escasas vocaciones, pero y ¿cuándo no haya más? Es el lugar perfecto para facilitar la vida a personas mayores, del entorno. Pero en mezcla con personas jóvenes que puedan continuar las oportunidades que el lugar ofrece. Es un ejemplo de Restauro y USO, sin cambiar, continuando desde el 1170.

Fig. 10 Pasillo de la planta primera del ala oeste. A la derecha puertas a las celdas.

Bibliografía Bellanca C. (edited by) 2011, Methodical approach to the restoration of historic architecture, Alinea editore, Firenze. Bonelli R. 1959, Architettura e Restauro, Neri Pozzi editore, Venezia. Carbonara G. 1976, La reintegrazione dell´immagine. Problemi di restauro dei monumenti, Bulzoni editore, Roma. Carbonara G. 1987, Avvicinamento al restauro,teoría,storia,monumento, Liguori editore, Napoli. De Angelis d´Ossat G. 1982, Realtá dell Árchitettura apporti allá sua storia 1933-78, a cura di Laura Marcucci, Daniele Imperi, Carucci editore, Roma. Dezzi Bardeschi M. 1991, Restauro:punto e a capo, Franco Angeli editore, Milano. Pérez Embid J. 1986, El cister en Castilla y León, Junta de Castilla y León editor.

65


Nuove luci sul castello dei Conti di Biandrate a Foglizzo (TO): il restauro delle sale cinquecentesche tra conservazione e valorizzazione integrata Francesco Novelli Francesco Novelli

Dipartimento Architettura e Design, Politecnico di Torino.

Abstract The conservation and enhancement processes that the administration of the municipality of Foglizzo has carried out in recent years, to start the restoration of the castle, represent an example of best practices in the field of management of the publicly-owned fortified architectural heritage in Piedmont. The castle, institutional seat of the municipality, is a significant example of an architectural palimpsest that preserves evidence of the 14th century, and an important 16th century cycle of decorated surfaces and painted coffered wooden ceilings. The start of integrated projects directed towards carrying out system actions aimed at cultural activities and the identification of sustainable restoration intervention lots, from the municipality, has represented a first objective achieved. The involvement of the local community, in the activities recommended by the initiative, has allowed to consolidate a historically strong connection with the castle itself. The project also has encouraged the development of new professionalism in the field of found raising for the conservation and enhancement of cultural heritage. Keywords Foglizzo castle, painted wooden ceiling, plastered painted surfaces, conservation, integrated enhancement

Premessa I processi di conservazione e valorizzazione che l’amministrazione del comune di Foglizzo ha messo in atto in questi ultimi anni, per avviare i restauri del castello, rappresentano un esempio di best practices nel campo della gestione del patrimonio di architettura fortificata di proprietà pubblica in Piemonte. Il castello, sede istituzionale del comune, è un esempio significativo di palinsesto architettonico che conserva testimonianze del XIV secolo, e un importante ciclo cinquecentesco di superfici decorate e soffitti lignei a cassettoni dipinti. L’avvio di progettualità integrate volte alla realizzazione di azioni di sistema finalizzate ad attività culturali e l’individuazione di lotti di intervento di restauro sostenibili dall’ente proprietario

66


ha rappresentato un primo obiettivo raggiunto. Il coinvolgimento della comunità locale nelle attività proposte dall’iniziativa, ha permesso quindi di consolidare, un rapporto storicamente già molto forte, con il castello stesso e stimolare la formazione di nuove professionalità nel campo del fundraising per la conservazione e valorizzazione di beni culturali. Folgicium Castrum Il castello di Foglizzo è citato per la prima volta a partire dal 1329 nella relazione seguita alla visita pastorale compiuta in diocesi dal vescovo di Ivrea Palejino Avogadro (Maffioli 2002; Faruggia 2007, pp. 140-141). I Biandrate, dopo aver ricevuto l’investitura sul territorio di Foglizzo, costruirono o riadattarono una struttura fortificata già esistente in cui risiedere stabilmente, situata nel cuore del nucleo abitato ed in posizione dominante, favorevole alla sua difesa. Nel giro di pochi anni alte mura in ciottoli di fiume vennero costruite intorno all’edificio principale e prese forma il ricetto, risultato dell’alleanza tra i Biandrate e la comunità foglizzese. La struttura del castello, così come la possiamo osservare oggi, è frutto di una lenta e sistematica azione di trasformazione e integrazione di un palinsesto particolarmente significativo e che documenta nella sua consistenza architettonica i passaggi fondamentali e lo stratificarsi delle strutture. Tra le testimonianze più evidenti della fortificazione trecentesca sono la decorazione in cotto (beccatelli) visibile all’altezza dell’imposta del tetto, quindi la merlatura testimoniata e parzialmente distinguibile dal solaio di sottotetto, e la tessitura muraria di fondazione visibile negli scantinati, realizzata da un conglomerato misto con ciottoli di fiume. Questo impianto originario era completato da due torri in posizione dominante e simmetrica rispetto alla torre di accesso alla corte interna del castello. Le prime modifiche significative all’impianto trecentesco risalgono al XV secolo con la costruzione di una nuova manica di collegamento tra la torre di ingresso e la torre, più antica, a nord-ovest: traccia di questo impianto è oggi documentato da un’ampia finestra a crociera con cornici in cotto visibile nel sottotetto. Sarà però a partire dalla fine del XV secolo che si avviano interventi di adeguamento e integrazione del complesso con un’interessante campagna decorativa delle sale più antiche del primo piano del castello realizzata in occasione del matrimonio di Guido Biandrate con Giustina Crivelli, nel 1586. Il ‘gran Salone’, con gli ambienti adiacenti, la ‘stanza dei Trionfi’, quella delle ‘Grottesche’ e delle ‘Eroine’ furono sottoposti ad un’ampia revisione decorativa: ambienti caratterizzati da soffitti lignei a cassettoni dipinti, e specchiature paesaggistiche ornavano il perimetro superiore delle pareti delle diverse sale, oltre ad imponenti camini decorati in stucco di cui ne permane oggi la testimonianza nella ‘stanza dei Trionfi’. Durante il XVII secolo il complesso raggiunse la configurazione planimetrica ancora oggi apprezzabile con la costruzione della manica ovest, collegamento tra le due torri, inglobate nella nuova costruzione. Il XVIII secolo è testimone di un’ampia campagna decorativa realizzata dal quadraturista Pietro Camaschella (Maffioli, 2002, p. 60) che interessò tutti i prospetti esterni, e le sale del piano terreno, con il compito di trasformare l’antico complesso fortificato in una blasonata residenza di rappresentanza dei Biandrate. Con l’avvio del XIX secolo i Biandrate scelsero quale residenza permanente il castello di San Giorgio (TO) e nel 1811 il castello di Foglizzo viene venduto a privati, e successivamente, nel 1855 acquistato dal Comune che ne occupa tutt’oggi gli spazi come sede municipale, biblioteca civica e uffici pubblici.

67


Francesco Novelli Progetto e direzione lavori: F. Novelli (Tetrastudio architetti associati); Impresa esecutrice: Ducale Restauri, Venezia; anno di realizzazione 2016-2018.

1

68

Le sale auliche: trasformazioni e stato di fatto Il piano nobile del castello di Foglizzo costituisce ad oggi un palinsesto di grande interesse in cui si evidenziano campagne decorative, tecniche costruttive la cui conservazione rappresenta uno degli obiettivi primari nel percorso di valorizzazione del complesso stesso. Le sale più antiche e ricche di spunti decorativi e architettonici si trovano nell’ala est di primo impianto dell’edificio (XIV secolo) e conservano, nei locali compresi tra lo scalone aulico a sud e la scala di servizio in prossimità della torre di accesso alla corte, testimonianza dei cantieri condotti lungo tutto il XVI secolo durante la signoria di Guido Biandrate detto Seniore e di suo nipote Guido. Il ‘gran Salone’, la ‘stanza delle Grottesche’, la ‘stanza dei Trionfi’ sono caratterizzate da soffitti lignei a cassettoni realizzati appunto tra la fine del XV secolo e il primo quarto del XVI, decorati da travi dipinte, tavolette figurate o da elementi decorativi dorati realizzati a carta pesta. La ‘stanza delle Eroine’, conserva un soffitto ligneo più tardo (fine XVI secolo) sempre dipinto però con motivi geometrici. Le pareti di tutti questi locali non presentano apparati decorativi, salvo uno zoccolo basamentale ed una importante fascia dipinta con motivi allegorici e paesaggistici. Le principali trasformazioni che hanno inciso sulla conservazione del complesso foglizzese causando alcune perdite significative sono da ascriversi al passaggio (1855) dai Biandrate alla proprietà comunale: le nuove destinazioni d’uso ad uffici pubblici e a scuola del paese hanno soprattutto inciso in una frammentazione dei grandi spazi, al piano nobile, con l’inserimento di tramezzi e controsoffitti. Se da un lato si sono quindi registrate trasformazioni improprie non si può non riconoscere alla proprietà pubblica il merito di una manutenzione costante dell’intero complesso governando e contenendo i fenomeni di degrado e dissesto che quasi sempre interessano complessi architettonici in abbandono. All’inizio degli anni Settanta del Novecento lo spostamento delle scuole nella sede attutale e una riorganizzazione degli uffici comunali ha consentito la demolizione dei divisori interni, interventi di consolidamento delle strutture portanti dei soffitti lignei e una campagna di restauri particolarmente significativa del ‘gran Salone’ (1979) avviando così quel processo di conservazione e studio delle fasi storiche sedimentate sulla parte più antica del castello che ancora oggi offre nuovi spunti nel processo di conoscenza per il suo restauro. Dalla campagna diagnostica per la redazione del progetto di restauro al cantiere A circa 40 anni dagli ultimi restauri, nel 2017, l’Amministrazione comunale ha avviato un processo di conservazione e restauro che ha interessato proprio i locali al piano primo della manica più antica compresa appunto tra i due vani scala. Il progetto di restauro1 è stato sviluppato secondo un approccio metodologico alla conoscenza del costruito storico (sul tema si vedano i contributi in Fiorani et al. 2017) ormai consolidato e pienamente condiviso con gli Uffici di tutela, individuando nella fase preliminare l’ambito di intervento sostanzialmente connesso con le ‘stanze delle Grottesche’, ‘dei Trionfi’ e ‘delle Eroine’ e i due vani scala principali, tralasciando il ‘gran Salone’ già restaurato nel 1979. Lo stato di fatto degli ambienti oggetto di intervento evidenzia una pluralità di tematiche il cui approfondimento è necessariamente demandato ad una campagna diagnostica di analisi e studi preliminari rivolti ad acquisire sufficienti elementi utili al progetto di restauro che ha interessato le superfici intonacate e decorate, e il complesso sistema dei soffitti lignei a cassettoni, indagandone fenomeni di degrado e dissesto statico.


Lo studio e la conoscenza delle superfici intonacate attraverso indagini stratigrafiche, materiche volte ad una maggiore comprensione delle relazioni tra il sedimentarsi delle diverse fasi decorative e i legami mantenuti con lo strato di superfice più antica, verosimilmente ascrivibile all’impianto trecentesco, costituiscono un contributo fondamentale alle successive scelte operative. Il risultato di queste analisi condotte sui materiali attraverso indagini petrografiche al microscopio ottico polarizzatore sulla sezione sottile stratigrafica, per determinare la composizione mineralogica e la sequenza stratigrafica dei vari componenti ha permesso di apprezzare l’alta qualità dei materiali utilizzati nella campagna decorativa cinquecentesca e confermare la presenza di maestranze specializzate nelle lavorazioni delle decorazioni a stucco (Cattaneo, Ostorero, 2006). La ‘stanza delle Grottesche’ presenta una fascia con decorazioni a grottesche intervallate da vedute paesaggistiche: dai primi sondaggi eseguiti sulle pareti si rileva una stratificazione di intonaci che confermano l’esistenza, e la parziale conservazione, di una fase preesistente. Si deduce che il dipinto cinquecentesco sia stato realizzato usando come supporto l’intonaco medievale. Questo opportunamente picchiettato è stato utilizzato come arriccio su cui si è steso un sottile strato di intonachino di preparazione alla nuova stesura pittorica. La tecnica esecutiva del dipinto rinascimentale non può essere definita “a fresco”: solo la stesura pittorica dei fondi risulta ben carbonatata, mentre candelabre, figure e paesaggi rivelano una pellicola pittorica materica tipica di una tecnica a secco (presunta tempera, fig.1). Anche la Stanza dei Trionfi presenta analogie sulla metodologia esecutiva, in questo caso però l’apparato decorativo è costituito da scene rappresentanti le divinità greche di Diana, il Tempo, Giove, Marte, il Sole e Saturno. Le decorazioni sono realizzate con una tecnica mista, i fondi delle scene sono ben carbonatati realizzati su intonaco ancora bagnato, le raffigurazioni allegoriche sono dipinte a secco con colori opachi e pennellate materiche. In generale si rilevano interventi di manutenzione e restauro sempre consapevoli del valore artistico delle superfici, con una campagna di interventi collocabile cronologicamente tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, quindi successivamente gli interventi di restauro realizzati nel ‘gran

Fig.1 Foglizzo, Italia. Castello. ‘Stanza delle Grottesche’, dettaglio fascia decorata prima del restauro (2017).

69


Francesco Novelli Fig.2 Foglizzo, Italia. Castello. ‘Stanza dei Trionfi’, dettaglio soffitto ligneo a cassettoni, prima del restauro (2017).

I restauri sono stati condotti da Nicola Restauri s.r.l., Aramengo (AT), 1979. 3 In merito ai risultati delle Analisi petrografiche sui dipinti murali si rimanda alle relazioni redatte da M. Spampinato, Lucca 2017; per l’Analisi statica delle travi in legno stanza dei Trionfi e delle Grottesche, si rimanda ai documenti ed elaborati grafici redatti da F. Comba, Torino 2017; per le Indagini diagnostiche sulle strutture lignee di solaio si rimanda agli elaborati redatti da M. Moschi, Firenze 2015. Gli esiti delle indagini effettuate sono parte integrante della documentazione del progetto esecutivo Intervento di recupero e restauro conservativo della scala laterale, delle stanze delle Grottesche, dei Trionfi e delle Eroine, piano nobile del Castello, 2016-2018, Archivio corrente pratiche edilizie, Comune di Foglizzo. 2

70

Salone’ hanno molto probabilmente compreso anche le altre sale con interventi minori ma di uguale approccio metodologico2. I soffitti a cassettoni lignei costituiscono, per il castello di Foglizzo, una tecnologia prevalente conservata in circa il 50% del complesso, in particolare quelli delle sale auliche al piano nobile sono stati costruiti tra la fine del XIV secolo e l’inizio del XVI con importanti trasformazioni dovute alla campagna decorativa avviata per il matrimonio di Guido Biandrate e Giustina Crivelli nel 1586 (Maffioli, 2002, pp.35-49). In occasione dei recenti restauri delle ‘stanze dei Trionfi’ e ‘delle Grottesche’ si è reso necessario approfondire stato di conservazione e verifica statica dei soffitti lignei, precedentemente esclusi dagli interventi di restauro e consolidamento della fine degli anni Settanta al ‘gran Salone’. E’ stata quindi avviata una preventiva indagine diagnostica volta alla valutazione dello stato di conservazione, delle caratteristiche meccaniche degli elementi e delle carenze strutturali delle strutture lignee indagate oltre a prove strumentali di tipo resistografico. Dalle analisi effettuate si rileva una struttura portante costituita da grosse travi squadrate e correnti in quercia, sormontati da un tavolato ligneo provvisto di cornici, tavole parapolvere, elementi coprifilo, con fregi e decori in legno e cartapesta (fig.2). Significativi fenomeni di infiltrazione e percolazione provengono dal piano di sottotetto superiore, non sono presenti sintomi di degrado biologico alle strutture portanti mentre problemi maggiori si rilevano a livello di ‘difettosità’, grossi nodi, deviazione della fibratura associata in alcuni casi a rotture che provocano inflessioni della struttura portante e secondaria. E’ stata quindi redatta una verifica strutturale dell’intero sistema, che ne ha successivamente confermato la capacità di sostenere in sicurezza i carichi attualmente presenti (sottotetto visitabile) rimandando ad eventuali correttivi in caso di modifica d’uso dei locali stessi3. Ampliata quindi la fase della conoscenza, anche grazie ai risultati ottenuti dalle campagne di approfondimento materico e strutturale, la redazione del progetto di re-


stauro è indirizzata alla conservazione degli intonaci decorati e dei soffitti lignei dipinti (Torsello, Musso, 2003; Musso, 2010). Gli elaborati grafici parte integrante della documentazione costituente il progetto esecutivo, acquisiscono particolare rilevanza nella individuazione e sintesi delle fasi conoscitive e delle procedure di intervento e devono essere sufficientemente esaustivi e chiari nella descrizione della struttura architettonica, attraverso un rilievo di dettaglio, nella individuazione dei materiali e dei fenomeni di degrado e dissesti presenti. Il rilievo architettonico degli spazi interessati dal restauro, nella restituzione di tutte le sue parti, costituisce supporto adeguato alla individuazione dei materiali attraverso una mappatura cromatica coadiuvata da legende tematiche per la lettura incrociata dei dati (fig.3). Questo primo passaggio individua le informazioni necessarie alla successiva fase di riconoscimento dei fenomeni di degrado e dissesto presente, sintetizzati con l’uso di simboli connessi, e la proposta di metodologie di intervento per la conservazione e il restauro. Il necessario raggruppamento in categorie, superfici intonacate per esempio, della descrizione dei fenomeni di degrado e loro individuazione simbolica, associata ad una documentazione fotografica significativa, permette quindi di estendere il processo di analisi alla individuazione dei relativi metodi di intervento (fig.4). La redazione di elaborati grafici che raccolgano un alto grado di informazioni e che siano facilmente fruibili nella fase di cantiere da parte degli operatori incaricati

Fig.3 Progetto esecutivo, Stato di fatto, piante, prospettisezione della stanza dei Trionfi, individuazione materiali (in originale scala 1:50, ottobre 2016). Fig.4 Progetto esecutivo, Stato di fatto, Soffitto ligneo cassettonato e superfici murarie della stanza dei Trionfi, individuazione dei difetti e interventi di restauro (in originale scala 1:50, ottobre 2016).

71


Francesco Novelli Fig.5 Foglizzo, Italia. Castello. ‘Stanza dei Trionfi’, dopo il restauro (2018).

72

dell’intervento di restauro costituisce, insieme agli altri documenti parte integrante del progetto complessivo, una maggiore garanzia di controllo delle singole operazioni oltre ad una necessaria verifica sulla compatibilità dell’intervento stesso. La fase di conoscenza e indagine dello stato di fatto oggetto di intervento è stato sviluppata secondo un processo metodologico ormai ampiamente consolidato nel suo approccio di base alla conservazione dei beni culturali: le indagini sulla materia, i saggi stratigrafici e le analisi diagnostiche hanno costituito una banca dati di informazioni fondamentali per la progettazione dell’intervento ma, come spesso succede, solo durante il cantiere si possono definitivamente sciogliere dubbi o presentare imprevisti la cui definizione è difficilmente preventivabile nella fase di redazione del progetto. Le opere di restauro delle sale auliche del castello di Foglizzo non hanno presentato difficoltà operative particolari, le tecniche di conservazione delle superfici intonacate decorate sono state condotte secondo protocolli operativi noti e i risultati ottenuti finalizzati alla pulitura delle superfici, alla rimozione di stuccature e aggiunte improprie, al consolidamento di intonaci originali in fase di distacco, ad integrazioni pittoriche ed equilibratura cromatica (fig.5). I soffitti a cassettoni lignei sono stati interessati da una preventiva pulitura e da una successiva protezione dell’estradosso dei solai (a livello del sottotetto) per poter quindi avviare opere di consolidamento dei pigmenti originali dei soffitti lignei, piccole reintegrazioni o sostituzioni di tasselli lignei ammalorati, restauro e fissaggio di elementi decorativi in carta pesta e relative integrazioni cromatiche (fig.6). Infine l’attività di descialbo e restauro operata sulle decorazioni a stucco del camino della ‘stanza dei Trionfi’ ha restituito superfici la cui decorazione era precedentemente completamente obliterata e appesantita dal sovrapporsi dalle diverse tinteggiature di manutenzione che hanno nel tempo interessato il locale, confermando l’alta qualità delle tecniche esecutive dei mastri luganesi.


Il progetto di valorizzazione integrata. Nuove luci su Foglizzo. Le mura del castello raccontano una storia L’attività di conservazione e valorizzazione avviata dall’Amministrazione del comune di Foglizzo è testimonianza della capacità dell’ente stesso a sviluppare progettualità di ampio respiro che rispondano alle linee di indirizzo delineate dai principali enti erogatori di contributi per opere di restauro. Complice l’attuale crisi economica e l’ampio bacino di riferimento sul territorio, le fondazioni bancarie, tra i soggetti erogatori più importanti in Piemonte, hanno fortemente orientato il proprio interesse in materia di sostegno alla conservazione e valorizzazione dei beni culturali attraverso l’emanazione di bandi per attività di progettazione integrata4. Intendendo i processi e le attività di restauro quali proattive alla rivitalizzazione economica e sociale del territorio e delle comunità in cui vengono sviluppate, l’attività progettuale coinvolge nuovi interlocutori e stimola lo sviluppo di nuove professionalità che attraverso iniziative e azioni di sistema mirate concorrono al recupero di un patrimonio di cultura materiale e immateriale parte di un più ampio sistema di relazioni tra il bene da recuperare e il suo contesto (Novelli, 2016). Secondo questa logica è stato avviato il progetto Nuove luci su Foglizzo. Le mura del castello raccontano una storia5: dal restauro delle sale auliche, alla loro valorizzazione nell’ambito di un più ampio bacino di iniziative e attività che coinvolgano direttamente il castello quale soggetto portatore di un patrimonio di cultura materiale storicamente sedimentata. Un’occasione per la comunità attraverso il coinvolgimento delle scolaresche, delle associazioni locali di individuare nel castello non solo le radici e le

Fig.6 Foglizzo, Italia. Castello. ‘Stanza delle Grottesche’, dettaglio fascia decorata e soffitto ligneo dopo il restauro (2018).

4 Sui bandi di progettazione integrata si rimanda ai siti web istituzionali delle fondazioni bancarie, https://www. fondazionibancariepiemonte. it. 5 Il progetto è stato finanziato nell’ambito del bando, Luoghi della cultura 2016, https:// www.compagniadisanpaolo. it/ita/Bandi-e-scadenze/ Bando-Luoghi-dellaCultura-2020.

73


Francesco Novelli

74

origini dei luoghi ma anche una proposta di uso sostenibile che possa conciliare l’alto valore storico artistico e architettonico del bene con attività che ne possano promuovere nel tempo la fruizione, la conservazione, la valorizzazione. La volontà di mantenere forte la vocazione pubblica del castello si è concretizzata anche attraverso interventi volti a garantire l’accessibilità agli uffici pubblici e alle sale auliche del primo piano: è stato infatti installato un ascensore che ne permette una piena fruizione senza barriere architettoniche. I locali restaurati e accessibili del castello costituiscono, negli obiettivi del progetto di valorizzazione, anche una quinta scenica per l’azione di sistema denominata Mapping Foglizzo: un percorso di ricostruzione storico-letteraria, di documentazione scientifica e allo stesso tempo di narrazione creativa, grazie al quale gli studenti delle scuole secondarie di primo grado di Foglizzo, durante l’anno scolastico, partendo dal locale Museo della scopa e della saggina, andranno a ritroso nel tempo riscoprendo la storia del loro Comune e le sue tradizioni. Questa attività, in corso di realizzazione sotto la guida di uno storico, è finalizzata alla raccolta di dati, documenti, testimonianze, coinvolgendo la comunità locale, destinatario finale del progetto proposto. Con la documentazione raccolta gli studenti insieme ad uno sceneggiatore imbastiranno un racconto per video e immagini, la cui narrazione avverrà matericamente sulle pareti del Museo della Saggina, della vittoniana Chiesa di S. Maria Maddalena, e nelle sale auliche e pareti esterne del Castello dei Biandrate, utilizzando la tecnica del mapping museale e con l’aiuto di un team di tecnici esperti di mapping, produrranno le foto, i video, le luci e le tracce sonore necessarie alla realizzazione di questa rappresentazione storica in movimento, parte integrante di un evento per la presentazione generale del progetto. L’attuale svolgimento delle iniziative descritte rappresenta una strada possibile nello sviluppo di buone pratiche nel processo di valorizzazione dei beni culturali attraverso una progettazione integrata che preveda investimenti medio piccoli la cui sostenibilità nel tempo sia garantita da parte degli enti promotori, e sia riconosciuta dalla comunità locale coinvolta, quale occasione di rivitalizzazione del territorio e sviluppo di nuove professionalità.


Bibliografia Cattaneo M. V., Ostorero N., 2006, L’Archivio della Compagnia di Sant’Anna dei Luganesi a Torino, Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo, Torino. Faruggia A., 2007, Castello di Foglizzo, in M. Viglino Davico, A. Bruno jr., E. Lusso, G. G. Massara, F. Novelli (a cura di), Strutture fortificate della Provincia di Torino. Atlante castellano, Celid, Torino, pp. 140-141. Fiorani D., Musso S. F., Giusti M. A., Grimoldi A., De Vita M., Della Torre S., Aveta A., Prescia R., Di Biase C., Sette M. P., Mariano F., Vassallo E. (a cura di), RICerca / REStauro / coordinamento di D. Fiorani, Quasar, Roma 2017. Maffioli N., 2002, Il castello di Foglizzo, Torino. Musso S. F. (a cura di), Recupero e restauro degli edifici storici: guida pratica al rilievo e alla diagnostica, EPC, Roma 2010. Novelli F., 2016, Buone pratiche di conservazione e valorizzazione a rete del patrimonio architettonico religioso alpino: il territorio tra Valle Elvo (BI) e Canavese Montano (TO) / Good net-like conservation and development practices of Alpine religious architectural heritage, the territory between Elvo Valley (Bi) and Montano Canavese (To), In IN BO, vol. 10, Bologna, pp. 183-196. Torsello B. P., Musso S. F. (a cura di), Tecniche di restauro architettonico, Utet, Torino 2003. <https://www.compagniadisanpaolo.it/ita/Bandi-e-scadenze/Bando-Luoghi-della-Cultura-2020> (04/20) <https://www.fondazionibancariepiemonte.it> (04/20)

75


Il cantiere di restauro nelle zone di rischio sismico. Un caso di studio Marianna Rotilio

Marianna Rotilio

Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile-Architettura e Ambientale, Università degli Studi di L’Aquila.

Abstract The study of the state of the art has highlighted the need to overcome the current regulatory and authorization apparatus in the case of cultural assets restoration. And this because, in this type of intervention, the construction site becomes a place of continuous discoveries and changes, in constant evolution, rich in stratifications, a place in which knowledge does not stop at the metaproject phase but continues throughout the executive process. This need appears even more evident when the cultural assets are in fragile, risky contexts, where nature could lead to sudden changes of scenario. In these contexts, lean and simplified procedures must be adopted, abandoning the long and complex traditional administrative processes. In light of such premises, in this article the events that characterized the restoration site of the church of San Benedetto Abate in Arischia (Aq), Italy, will be illustrated. In fact, during the execution of the 2009 earthquake works, the church was further damaged by the one that hit central Italy in 2016. Keywords Beni culturali, Il cantiere di restauro, Zone di rischio sismico, Variante progettuale

Introduzione Il compimento di un’opera di restauro si articola in un processo complesso, dinamico, sempre in divenire (Vitiello, Castelluccio, 2019). Infatti la classica scomposizione per step in cui si ha la fase metaprogettuale conoscitiva (Capone, 2006), quella progettuale vera e propria, la cantierizzazione ed il collaudo, consegna dell’opera, molto raramente segue uno sviluppo lineare. Soventemente la fase della conoscen-

76


za continua e si approfondisce anche durante quella del cantiere, sia in termini di materiali che di tecniche costruttive, ma anche alla luce di ritrovamenti più o meno eccezionali. Oltre ciò, anche lo stesso cantiere di restauro è di per se stesso complesso con caratteristiche di programmazione e organizzazione peculiari mirate all’ottenimento di una struttura flessibile ed articolata in base alla natura dell’esistente. Pertanto non potrà avvalersi di metodi classici definendo a priori le modalità di esecuzione ma piuttosto sviluppandole caso per caso con l’aiuto di metodi statistico-matematici per il controllo della qualità. Risulta evidente che nel cantiere di restauro possa trovarsi una relazione diretta con la classica edilizia industrializzata dove il modello stesso richiede caratteristiche completamente diverse. Infatti l’adattabilità al cantiere di restauro deve prevedere un modello di organizzazione produttiva industrializzata legata alla piccola serie e alla necessità di cambiamento della fabbricazione per adattarsi alle necessità dell’esistente, capace di inserire nella procedura momenti di ulteriore definizione progettuale e cambiamenti che non alterino la linea di produzione mantenendo un’organizzazione flessibile. In tema di flessibilità e di “modelli”, l’HBim, ovvero Heritage Building Information Modeling, presenta enormi potenzialità, tenuto conto della ricchezza del patrimonio artistico italiano. E’ un ambito di studio di notevole interesse a cui molti autori hanno dedicato le loro ricerche (Lopez et al., 2018; Brusaporci et. al, 2018; Simeone, 2018; Fiorani et al., 2017). In particolare Lucarelli et al. (2018) hanno evidenziato l’utilità di tale approccio in ambito cantieristico soprattutto in termini di digitalizzazione per fini preventivi e di ottimizzazione dei tempi in presenza di varianti (Rotilio et al., 2019). Questo crescente interesse nei confronti dei processi di digitalizzazione anche per la gestione delle varianti si accompagna con un notevole avanzamento normativo su tale tematica, sia a livello europeo con la European Union Public Procurement Directive (EUPPD 2014/24), sia nazionale con il cosiddetto “Decreto BIM” (D.M. n. 560.2017). Allo stesso tempo però, lo studio dello stato dell’arte ha evidenziato una notevole arrestratezza in termini di iter autorizzativi e di finanziamento. Tale situazione determina ritardi e slittamenti temporali soprattutto nei cantieri di restauro poiché questi, molto più di altri, sono luogo di continui “imprevisti”, scenario di sperimentazione permanente, dove dovrebbe vigere la regola del modus operandi “caso per caso”. Di conseguenza dunque l’attività progettuale non potrà mai essere interpretata in maniera definitiva o “chiusa” poichè essa dovrà costantemente “plasmarsi” alle vicende che attimo dopo attimo si avvicendano nel cantiere stesso. Una concezione dell’iter progettuale così definita non dovrebbe causare problematiche al processo realizzativo, in quanto la variante in corso d’opera dovrebbe essere considerata come strumento necessario per il conseguimento della qualità esecutiva non come “elemento di disturbo”, pretesto per contestazioni e riserve. Tale riflessione appare ancor più significativa in riferimento a quei beni culturali che sono siti in contesti di rischio, quali ad esempio le zone sismiche, e sono pertanto spesso oggetto di “offese” da parte degli eventi naturali. In tali contesti è evidente la necessità di adottare procedure snelle e semplificate abbandonando i lunghi e complessi processi amministrativi tradizionali. Alla luce di tali premesse, nel presente articolo si intende illustrare le vicende che hanno caratterizzato il cantiere di restauro della chiesa di San Benedetto Abate in Arischia (Aq), Italia, che, durante l’esecuzione delle opere resesi necessarie a seguito del sisma del 2009, è stata ulteriormente danneggiata dall’evento tellurico che nel 2016 ha colpito il centro Italia.

77


Marianna Rotilio Fig. 1 Planovolumetrico della Chiesa di San Benedetto in Arischia. Fig.2 Diifferenti fasi del rilievo realizzato con laser scan.

78

Il caso di studio Inquadramento e notizie storiche La chiesa di San Benedetto in Arischia (Antonini, 2012) è collocata all’interno dell’omonima frazione, tra le più isolate appartenenti al Comune di L’Aquila. Essa è collocata in corrispondenza della piazza principale dalla quale si accede al monumento mediante breve scalinata (fig. 1). La fabbrica presenta una pianta rettangolare a sviluppo longitudinale di dimensioni pari a circa 43 metri per 25 metri. L’altezza massima della struttura si ha in corrispondenza della cupola centrale ed è pari ad oltre 19 metri, mentre le quote relative alle coperture sono pari a circa 15 metri in relazione al colmo del tetto della navata centrale ed a circa 10 metri in corrispondenza delle navate laterali. La zona del transetto è caratterizzata da murature con un’altezza superiore rispetto a quella delle navate mentre l’elemento svettante oltre la copertura della fabbrica è la cella campanaria, di altezza pari a circa 22 metri. Da un punto di vista strutturale l’edificio è costituito da una struttura mista in muratura e pilastri in pietra a conci sbozzati. Tale sistema è connesso ad una copertura a telaio composto da travi e setti in calcestruzzo armato. In particolar modo, in corrispondenza delle colonne in muratura sono presenti dei setti triangolari trasversali in c.a. di spessore pari a circa venti centimetri, che si ripetono lungo tutta la navata, collegati da travi longitudinali. Le strutture verticali delle navate sono costituite da quattro file di pilastri in muratura di cui quelle perimetrali tamponate con muratura in pietrame. La facciata principale è stata realizzata con conci di pietra squadrata, i prospetti laterali con tessitura incoerente in laterizio e pietra. Da un punto di vista architettonico e stilistico la chiesa ha subìto nel corso dei secoli numerosi processi di trasformazione, addizioni e sostituzioni ma non ha mai perso la sua identità rendendo riconoscibile il suo impianto compositivo e prospettico. Il principale elemento di distinzione è la maestosa facciata cuspidata, realizzata in blocchi isodomi in pietra squadrata e dotata di tre fornici lunettati di cui il centrale piuttosto ricco impreziosito da due capitelli, quelli laterali più semplici con stipiti rettangolari. Tale facciata riprende quella di Santa Maria Assunta in Bominaco e di altre abbazie benedettine abruzzesi realizzate nei secoli XI-XII. Altri elementi distintivi sono il tiburio chiuso in sommità dalla lanterna e la torre campanaria a pianta quadrata dotata di pareti di spessore oltre 1.5 metri. All’interno la chiesa è suddivisa in tre navate mediante i già citati pilastri a cui sono addossate


lesene in stile corinzio, ricollegate mediante un cornicione continuo che corre lungo tutto il perimetro dell’edificio. La documentazione storica inerente il monumento è piuttosto esigua ma si ritiene che la sua edificazione risalga al XII secolo in quanto in un documento del 1303 essa veniva già citata tra i monasteri dei cistercensi (Archivio diocesano (a)) oltreché nel Catalogus Baronum in riferimento all’anno 1157. La chiesa originaria era molto più piccola dell’attuale, probabilmente di ingombro pari alla navata centrale e fu in seguito ingrandita. Tale ipotesi spiegherebbe la presenza della data iscritta sulla porta sinistra della facciata “1786”. Dalla fine del secolo XVI Arischia conobbe un periodo di crescita economica e demografica, e ciò determinò la costruzione di molte abitazioni in pietra lavorata, l’edificazione del palazzo baronale e la fornitura alla chiesa di tele, altari ed arredi sacri. Nel 1703 il devastante terremoto che interessò l’aquilano distrusse gran parte del paese e della chiesa di San Benedetto causando numerose vittime. La ricostruzione avvenne nel 1715, come da iscrizione nello spigolo della torre campanaria (Archivio diocesano (a)) . Ma la natura sismica del territorio nel quale la chiesa è stata edificata ne ha determinato nuovamente danni molto gravi nel 1915, a seguito del noto e devastante evento tellurico. In particolare si annovera il crollo parziale della volta della navata centrale e di parte di quella laterale destra, gli ingenti danni subiti dalla cupola, da due arconi laterali, dalla muratura esterna e dalla sagrestia (Archivio diocesano (b)). I lavori di riparazione iniziarono negli anni Venti con la ricostruzione della volta della navata centrale ed il ripristino e il rafforzamento di tutto il complesso dell’edificio. In quella occasione la chiesa fu arricchita da dodici altari (Archivio diocesano (c)). Tra gli ultimi lavori di ripristino e consolidamento rilevanti documentati prima del sisma 2009, ci sono quelli di ripristino per i danni provocati dai bombardamenti del 2 novembre 1945. Unitamente a detti interventi si manifestò la necessità di consolidare le strutture interne che apparivano fortemente danneggiate dai sismi succedutisi negli anni precedenti al bombardamento (Archivio diocesano (d)). In particolare l’intervento riguardò la copertura, gli orizzontamenti piani e voltati ed il campanile (fig. 2). Invece non si ha traccia degli interventi eseguiti in facciata, anche se dall’analisi degli elaborati si è rilevato un innalzamento della quota finale che ha determinato la costruzione di fasce di ricorsi in pietra sia nella citata facciata che nella navate laterali.

Fig. 3 Immagini del progetto di restauro della Chiesa di San Benedetto in Arischia del 1959. A sinistra lo stato pre-bellico, a destra lo stato futuro.

79


Marianna Rotilio Fig. 4 In evidenza la gravità del quadro fessurativo rilevato all’interno della fabbrica.

Il sisma del 2009 A seguito del sisma che dal 6 aprile 2009 e giorni seguenti si è verificato nella Regione Abruzzo, in particolare nel territorio in Provincia di L’Aquila, la chiesa di San Benedetto Abate ha subito notevoli danni (fig. 3). In particolare, il rilievo geometrico, strutturale e materico e la lettura del quadro fessurativo, hanno consentito di rilevare l’attivazione dei seguenti meccanismi di collasso: • cinematismo della facciata con ribaltamento fuori dal piano nel suo complesso e in particolare delle due vele triangolari laterali; • quadro fessurativo diffuso su tutte le murature perimetrali con piccoli crolli localizzati per azione di taglio nel piano; • fessure passanti per azione di taglio nel piano localizzate in prossimità dei pannelli murari del transetto e dell’abside; • lesioni di taglio sulla maggior parte dei pilastri, localizzate in particolare nel lato perimetrale sud alla stessa quota rispetto all’andamento del profilo del terreno esterno; • lesioni sugli archi trionfali dovuta alla rotazione dei piedritti; • lesioni sul tamburo della cupola di taglio amplificate dalla presenza della struttura di copertura pesante superiore; • lesioni angolari per azione sismica fuori dal piano delle murature della sagrestia. Il progetto di restauro L’elaborazione progettuale si fonda su un approccio metodologico che ha alla base una importante campagna conoscitiva. Entrando nel merito, si è proceduto alla analisi delle forme di degrado presenti, delle apparecchiature murarie e degli orizzontamenti nonché all’individuazione dei macro elementi strutturali componenti l’organismo architettonico oltreché alla definizione dei meccanismi di collasso in atto precedentemente citati. Tale percorso ha consentito di individuare le criticità in funzione delle quali è stato elaborato il progetto, calibrando al meglio le operazioni di consolidamento, restauro e di miglioramento sismico. Tra le principali criticità strutturali è possibile annoverare: • interazione torre campanaria volumi sotttostanti, così come tra le differenti murature di contatto chiesa/casa canonica e chiesa/altra proprietà; • struttura disposta su livelli diversi a causa del naturale declivio del terreno; • telaio di copertura pesante in c.a. posto al di sopra delle antiche strutture in muratura; • presenza di cavità al di sotto del piano di posa della pavimentazione della navata; • rilievo di superfetazioni e rimaneggiamenti della geometria originale della fabbrica.

80


E’ stata inoltre rilevata la presenza di numerose forme di degrado superficiale (fig. 5). Definite le criticità, la fabbrica è stata suddivisa in macroelementi per i quali sono stati previsti specifici interventi di consolidamento e restauro tendenti a ripristinare la continuità strutturale e ad incrementare la risposta scatolare dell’edificio. In particolare, gli interventi strutturali si sono concentrati sulla facciata e sulle navate centrale e laterali. In facciata sono state previste limitate opere di scuci-cuci, smontaggio e rimontaggio localizzato al fine di recuperare la verticalità, ricostruzione delle due vele laterali mediante l’inserimento di fasce in tessuto unidirezionale in fibra di acciaio, verifica delle catene esistenti ed inserimento di nuove, stuccatura e risarcitura di lesioni, anche a mezzo di iniezioni localizzate. Analoghe operazioni di riparazione sono state progettate anche in corrispondenza delle navate (fig. 5), nelle quali è stato contemplato il consolidamento dei pilastri mediante fasciatura, rinforzo degli archi ed eliminazione dei solai piani in laterocemento posti in corrispondenza delle navate laterali. Le opere progettate sono state di tipo di riparazione e miglioramento sismico, nel rispetto del comportamento strutturale della fabbrica, della normativa vigente e nei limiti del finanziamento concesso. Contestualmente è stata prevista la riparazione del manto di copertura nonché definiti gli interventi maggiormente idonei per l’eliminazione delle principali forme di degrado. Le opere progettate hanno interessato l’avancorpo della fabbrica, ovvero le tre navate ed il sagrato, in quanto la zona absidale del transetto oltreché la casa canonica saranno demandate alla realizzazione di un secondo lotto di intervento con un differente canale di finanziamento.

Fig. 5 Rilievo critico del degrado materico in corrispondenza delle superfici della facciata.

81


Marianna Rotilio Fig. 6 Mappatura di alcuni dei principali interventi strutturali progettati.

Il sisma del 2016 Concluso l’iter autorizzativo del progetto, approfondito in ogni aspetto, sono state espletate le procedure di gara per l’individuazione dell’esecutore dell’opera nonché dei tecnici per la fase esecutiva. Così i lavori di restauro sono iniziati nel febbraio del 2016 e sono proceduti speditamente fino alla fine di agosto dello stesso anno. Purtroppo il 24 di quel mese un altro terremoto devastante ha interessato il centro Italia, causando nuovamente danni e problematiche anche in Arischia. Per questo motivo, con il coinvolgimento di tutti gli attori portatori di interessi nel processo di restauro della chiesa di San Benedetto Abate, sono stati compiuti numerosi sopralluoghi e verifiche, tali da portare alla definizione di un primo assestamento progettuale, formalizzato nel mese di febbraio 2017 che prevedeva una contenuta rivisitazione progettuale senza alcun aumento di spesa. Con tale assestamento sono state progettate delle opere inerenti i semitimpani in c.a., alcuni elementi strutturali in c.a. di collegamento ed una porzione di solaio di copertura parzialmente crollato. Nonostante la riprogrammazione delle lavorazioni, la modifica del diagramma di Gantt, dell’istogramma addetti e diagramma di flusso dei materiali, la necessità della redazione dell’assestamento progettuale ed il completamento dell’iter autorizzativo ha comportato un primo slittamento del tempo contrattuale pari a tre mesi. Durante la ripresa dei lavori, a causa del perdurare dello sciame sismico in atto dall’agosto del 2016, è emersa la necessità di redigere una perizia suppletiva e di variante al fine di eseguire alcune opere non previste in progetto e non prevedibili, ad esso complementari.

82


Fig. 7 Dettagli costruttivi dei principali interventi strutturali integrativi progettati.

83


Marianna Rotilio Fig. 8-9 Intervento di messa in sicurezza degli arconi. Fig. 10-11 La facciata restaurata e la scalinata recuperata. La navata centrale restaurata e sullo sfondo la messa in sicurezza degli arconi che saranno oggetto del secondo lotto di intervento.

84

Infatti la continua attività tellurica aveva fortemente aggravato la condizione di danno della zona absidale e della navata laterale sinistra in corrispondenza del transetto, ovvero proprio due porzioni della fabbrica non oggetto dell’attuale appalto poiché, come detto, demandate alla realizzazione di un secondo lotto di intervento. Quella determinata dal sisma era quindi una condizione di elevata pericolosità data l’impossibilità di definire con certezza quando sarebbero stati eseguiti i lavori del secondo lotto. Pertanto nel dicembre 2016 è stata inoltrata formale richiesta all’ente finanziatore, al fine di utilizzare il ribasso d’asta per la redazione della perizia di variante e l’esecuzione delle opere integrative, rimanendo all’interno del cosiddetto “quinto” contrattuale. La citata autorizzazione all’utilizzo delle economie di spesa è stata concessa formalmente nel gennaio del 2018. Entrando nel merito, le opere previste nella perizia consistono nell’aumento delle opere provvisionali, nell’integrazione ed adeguamento degli interventi di consolidamento strutturale, nella previsione di opere di miglioramento della funzionalità e della manutenibilità, protezione e salvaguardia mediante la fornitura e posa in opera di opere provvisionali a perdere (struttura a tubo giunto) (figg. 8, 9). Per la redazione della perizia di variante sono stati concessi centodieci giorni ed anche tale condizione ha determinato un aumento del tempo contrattuale. In conclusione, le opere di restauro di cui al primo lotto dei lavori sono state concluse nel mese di giugno del 2018 (fig. 10,11) ed attualmente è in corso di svolgimento l’iter amministrativo necessario per dar seguito al secondo lotto. Conclusioni Lo studio dello stato dell’arte ha evidenziato la necessità del superamento dell’attuale apparato normativo ed autorizzativo nel caso in cui sia necessario eseguire un intervento di restauro su un bene culturale. Ciò in quanto in questa tipologia di interventi il cantiere diviene luogo di continue scoperte e mutamenti, in costante divenire, ricco di stratificazioni in cui la conoscenza non si ferma alla fase metaprogettuale ma prosegue nel corso di tutto l’iter esecutivo. Tale necessità appare ancor più evidente quando i beni culturali oggetto di interesse sono siti in contesti fragili, di rischio, in cui la natura potrebbe determinare improvvisi cambi di scenario. E’ ciò che è accaduto nella chiesa di San Benedetto di Arischia (Aq) che, durante l’esecuzione dei lavori di restauro post sisma 2009, è stata ulteriormente danneggiata dallo sciame sismico che dall’agosto del 2016 ha colpito il centro Italia. Tale evento ha determinato la necessità di sviluppare un primo assestamento progettuale seguito poi dalla redazione di una variante vera e propria. L’iter burocratico che ne è seguito per l’ottenimento delle autorizzazioni sia in termini progettuali che di finanziamento ha causato un notevole slittamento dei tempi contrattuali con successivo ritardo nella riconsegna del bene. La descrizione di questo caso di studio avvalora l’ipotesi di una revisione dell’apparato normativo in relazione agli interventi di restauro sui beni culturali.


Bibliografia Antonini O. 2012, Le Chiese extra moenia del Comune dell’Aquila prima e dopo il sisma, Verdone Editore, Castelli (Te). Archivio di Stato di L’Aquila, Antinoriana (a). Archivio diocesano, L’Aquila – busta 814, fasc. 3.3 (b). Archivio diocesano, L’Aquila – busta 1056, fasc. 7.5 (c). Archivio diocesano, L’Aquila – busta 652 (d). Brusaporci S. Trizio I. Ruggieri G. Maiezza P. Tata A. Giannangeli A. 2018, AHBIM per l’analisi stratigrafica dell’architettura storica, “Restauro Archeologico”, vol. 26, n. 1, pp. 112-131. Capone P. 2006, Il Cantiere Di Restauro Negli Edifici Storici, “OPD Restauro”, n. 18, pp. 227–234. Fiorani D. Acierno M. Cursi S. Simeone D. 2017, Architectural Heritage Knowledge Modelling. An ontology-based framework for conservation process, “Journal of cultural heritage”, vol. 24, pp. 124-133. López F. J. Lerones P. M. Llamas J. Gómez García Bermejo J. Zalama E. 2018, A Review of Heritage Building Information Modeling (H-BIM) “Multimodal Technologies and Interaction” vol. 2. Lucarelli M. Laurini E. Rotilio M. De Berardinis P. 2018, Metodo BIM: gestione dei cantieri edilizi nei centri colpiti da calamità naturali, in F. Minutoli, ReUSO 2018, L’intreccio dei saperi per rispettare il passato interpretare il presente salvaguardare il futuro, Gangemi Editore Spa International, Roma, pp. 2531-2542. Rotilio M. Laurini E. Lucarelli M. De Berardinis P. 2019 The maximization of the 4th dimension of the building site, “International Archives of the Photogrammetry, Remote Sensing and Spatial Information Sciences”, Vol. XLII-4/W17, pp. 15-20. Simeone D. 2018, BIM and Behavioural Simulation for existing buildings re-use design “Tema”, vol. 4, pp. 59-69. Vitiello V. Castelluccio R. 2019, Dal dettaglio costruttivo alla ricostruzione storica: la conoscenza attraverso il cantiere di restauro, in A. Conte, A. Guida, ReUSO Matera, Patrimonio in divenire, conoscere, valorizzare, abitare, Gangemi Editore S.p.a. International, Roma, pp. 1271-1284.

Credits Committente: Ente Parrocchia San Benedetto Abate, Arischia (Aq) Responsabile Unico del Procedimento: Ing. Marianna Rotilio Supporto al RUP: Arch. Christian Rubino Progettisti: Ing. Giorgio Olori, Arch. Fabio Marcelli Impresa Affidataria: “Il Cenacolo S.r.l.” con sede in Roma Direttore dei Lavori: Arch. Simona Turilli Coordinatore della sicurezza in fase di esecuzione: Ing. Francesco Sarcina Funzionario della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città dell’Aquila e i Comuni del Cratere di competenza della chiesa: Arch. Gianfranco D’Alò Ente finanziatore: L’opera è stata finanziata mediante i fondi dell’otto per mille dell’Irpef devoluti alla diretta gestione statale di cui al D.P.R. 10.03.1998, n. 76 - d. P.C.M. 10.12.2010 - “Recupero statico e restauro conservativo del complesso - Chiesa parrocchiale monumentale San Benedetto in Arischia (Aq)”. Rif. n. 334/2010

Fonte delle illustrazioni Le figure n. ri 1, 2, 4 e 5 sono state rielaborate dall’autore a partire dal materiale fornito dai progettisti Ing. Giorgio Olori e Arch. Fabio Marcelli; analogo discorso anche per la fig. 6, fornita dal Direttore dei Lavori Simona Turilli; le foto di cui alle fig. n. ri 3, 7 e 8 sono state scattate dall’autore. L’immagine di apertura è stata elaborata dall’autore sulla base del materiale precedentemente citato.

85


84


L’insegnamento del restauro, della conservazione e delle discipline afferenti

85


L’insegnamento del restauro dei giardini e dei parchi storici nella Scuola di specializzazione in beni architettonici e del paesaggio di Roma Maria Letizia Accorsi

Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Massimo de Vico Fallani Maria Letizia Accorsi Massimo de Vico Fallani

Scuola di specializzazione in beni architettonici e del paesaggio, Sapienza Università di Roma.

Abstract Teaching restoration of old gardens and parks at the School of specialisation in architectural heritage and the landscape in Rome The contribution will illustrate the training course in ‘Restoration of old parks and gardens’ which has been held at the School of Specialisation in Architectural Heritage and the Landscape, Sapienza University of Rome, since the Academic Year 2013-2014. The course objective is to provide students the tools required to develop excellent professional expertise in a field in which Italy lags behind other European countries. The course is considered as the core of a cultural system which includes the gradual development of a specialised library, research activities, the translation of specialist texts, and the creation of an international network. The theoretical and practical training focuses on fifteen fundamental subjects: these disciplinary fields help students gain the knowledge required by a designer to develop a sustainable product, in other words a product that does not loose its characteristics when verified during specialist collaborations. As part of a carefully planned and structured didactic course, the goal of each educational field is to always safeguard the freedom of the student who, after learning the necessary skills, knowledge and techniques, is able to make his own choices regarding a restoration project. Keywords Giardini storico-artistici, parchi storici, restauro

Ragioni e storia del corso (M.d.V.F.) Fin dal 2006 la Scuola di specializzazione in beni architettonici e del paesaggio per lo studio e il restauro dei monumenti (Sapienza Università di Roma) aveva dato avvio ad una serie di traduzioni di testi riguardanti il tema della conservazione dei parchi e giardini storico-artistici (Gothein 2006, Rohde 2012). Le ragioni che motivarono tale scelta sono le stesse dell’idea proposta e a lungo sostenuta dal professore Giovanni Carbonara che hanno infine portato, sette anni or sono, a costituire, all’interno della Scuola, un percorso biennale dedicato al restauro dei parchi e giardini storico-artistici. È apparso infatti necessario e utile fornire gli strumenti per una rigorosa preparazione professionale su un tema nel quale l’Italia si è mostrata in parte attardata rispetto ad altre nazioni europee.

86


La cultura dei giardini, che fu così rimarchevole in Italia almeno dal Rinascimento e sino alla fine del Settecento, perse infine la sua fase vitale nel corso del XIX secolo. Successivamente inoltre né lo stile inglese, né le Società di orticoltura, nate dall’esperienza di quelle inglesi e francesi, ebbero la forza di trasformare il giardinaggio in cultura diffusa. L’arte dei giardini, che la si voglia intendere come progetto o come coltivazione, come architettura o come giardinaggio, fu tenuta in vita più da singole personalità che da una cultura condivisa. Si pensi alla dinastia dei Roda a Torino, a quella dei Pucci a Firenze, a quella dei Formilli a Roma. Dopo questi protagonisti, solo pochi personaggi interpretarono ad alti livelli l’arte dei giardini, e tra questi alcuni, in tempi moderni, come Pietro Porcinai, che proveniva da una tradizione famigliare vivaistica, e Raffele de Vico, che si era inizialmente formato ad una scuola di perito agrario, avevano seguito una formazione non scolastica. Maria Teresa Parpagliolo si era formata in Inghilterra. Al contempo, alcune fra le più prestigiose e preziose sedi di conoscenza e d’istruzione, fra le quali si distinguevano per eccellenza la Scuola di Pomologia di Firenze e quella Comunale di Roma, furono trasformate in istituti tecnici o in scuole materne. Per quanto attiene alla Scuola, l’osservazione dello stato dell’arte relativo al tema è stato il luogo concettuale ed empirico dal quale sono germogliate l’idea del corso di restauro di parchi e giardini storico-artistici attivo da sette anni presso l’Università di Roma “Sapienza” e la regola che ne armonizza le parti. In sostanza, ormai quasi un luogo comune, si sono notate da un lato la progressiva perdita di una disciplina tecnica, chiamata ‘giardinaggio’, e della sua forma artistica, chiamata ‘arte dei giardini’, e dall’altro la mai nata – in Italia – professione dell’architetto dei giardini, quale esiste nella maggior parte delle altre nazioni. Vedremo in seguito quale possa essere la sua identità. In tale vuoto si generano diversi equivoci. Uno è quello tra paesaggista e architetto di giardini, soprattutto a causa di quest’ultimo, per la sua latitanza. Le sempre più pressanti problematiche ambientali e conservative dei nostri giorni indirizzano giustamente sul paesaggio un’attenzione prevalente, e da tempo le università hanno istituito corsi di laurea per la formazione del paesaggista, della quale non vi è qui spazio per trattare; però paesaggio e giardini, seppur condividendo molti aspetti, sono due cose diverse, e non vi è ragione che lo spazio e l’interesse egemonizzato dal primo rubi posto al secondo, come è da rifiutare che attualità e tecnica escludano storia e arte. Allora – anche questo è stato detto più volte – accade che nel progetto dei giardini travasino varie professionalità, ognuna delle quali, per qualche sua specificità, gravita attorno al tema senza che nessuna di esse centri in pieno l’obbiettivo. In pratica, a parte la citata professione del paesaggista, la progettazione del nuovo viene svolta da architetti civili, i quali poi per le piante sono costretti a rivolgersi alle professionalità tecniche mettendo a rischio in tale trasferimento l’unità compositiva e la chiarezza delle idee estetiche; oppure agiscono le imprese, o agronomi, o botanici, o artisti di arte contemporanea, questi ultimi tanto incisivamente che spesso li vediamo comparire indifferentemente come artisti o come paesaggisti. Nel progetto di restauro agiscono anche storici dell’arte o archeologi, paleobotanici, fitopatologi. I prodotti finali possono essere validi e anche validissimi, ma solo aleatoriamente si avranno prodotti di qualità che invece debbono diventare prassi professionale. In particolare, per il progetto del nuovo appare evidente quella diluizione delle

87


Maria Letizia Accorsi Massimo de Vico Fallani

88

identità che oggi caratterizza un po’ tutte le discipline artistiche classiche. Il termine ‘artista’ può significare paesaggista, architetto, scultore, pittore ecc. con un meccanismo di plurima reciprocità. Se questo sia un bene o un male per la progettazione del nuovo, è cosa che verrà compresa con il tempo, ma non sembra idoneo per i giardini storico-artistici, quando li si debbano restaurare o manutenere. Lì il giardino deve conservare l’identità che ci è stata consegnata da millenni di storia. Sono innumerevoli e colte le interpretazioni con le quali dai diversi punti di vista intellettuali viene interpretato il giardino. Ognuna di esse è preziosa, però quando si progetta esistono delle priorità inderogabili. Una definizione minimalista ma abbastanza scevra da eccezioni è considerare giardino una qualsiasi area in pien’aria artisticamente coltivata a piante, permeabile per almeno l’ottanta per cento della sua superficie e ubertosa per almeno il sessanta per cento. Una tale definizione può sembrare generica e forse banale, al contrario, è specifica e significativa. Salvo speciali eccezioni l’espressione ‘artisticamente coltivata’ di cui sopra non ha valore esclusivo, in quanto, soprattutto se pubblico, un giardino partecipa di svariate funzioni. Però significa due cose: la prima è che in essa l’arte prevale sulla natura. Se la fisiologia di un determinato albero chiede che il sesto d’impianto fra due individui della stessa specie sia di dodici metri, l’arte può esigere invece che i due alberi siano posti uno accosto all’altro nella medesima buca. Dopo tutto piantagioni che contrastano con la fisiologia degli organismi vegetali sono consuete nelle coltivazioni utili: dai boschi – si pensi alle fustaie o ai cedui – ai frutteti – si pensi alle moderne coltivazioni a spalliera – ecc. In passato perfino lo stile inglese, che intese la natura come espressione della perfezione divina, perseguiva una naturalità obbligata dal progetto che non potrebbe essere più opposta alla crescita spontanea degli alberi. Per avere un’idea abbastanza fedele di un architetto di giardini e di un restauratore di parchi e giardini storico-artistici si pensi al giardinaggio o all’arte dei giardini come aspetto distintivo rispetto al quale riferire le altre conoscenze, artistiche, scientifiche e tecniche, come l’edilizia o l’idraulica. Come accade per altre professionalità, il grado di conoscenza delle diverse discipline deve essere tale da permettere al progettista un prodotto definitivo sostenibile che non perda le proprie caratteristiche nelle successive verifiche di collaborazione specialistica. In particolare, il progetto di un giardino o il progetto di restauro di un parco o di un giardino storico-artistico è un prodotto multidisciplinare che risulta dalla collaborazione di diverse professionalità specializzate. Un esempio molto interessante di come far funzionare efficacemente il gruppo di lavoro è dato da Jellicoe (1969). In tutto questo il giardinaggio o l’arte dei giardini forniscono al progettista la padronanza delle qualità fenomeniche delle piante: vita, dimensioni, forma, colori, mutamenti stagionali, accrescimento e permanenza delle foglie, ecc. La Scuola di specializzazione in beni architettonici e del paesaggio (Sapienza Università di Roma) è stata fondata nel 1957 da Vincenzo Fasolo e Guglielmo De Angelis d’Ossat come Corso di perfezionamento per lo studio ed il restauro dei monumenti. Fin dalla sua istituzione ha divulgato nel mondo la cultura italiana del restauro architettonico. Con la riforma del 2006 (Riassetto delle Scuole di Specializzazione nel settore della tutela, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale) è stata aggiunta nell’ordinamento degli studi la componente del restauro del paesaggio. Infine, a partire dal 2013, è stato istituito un nuovo percorso destinato alla formazione


professionale di laureati magistrali specializzati nel restauro dei parchi e dei giardini storici. In ragione di questo ampliamento del campo disciplinare sin dal 2016 si è ritenuto opportuno chiedere la modifica del Decreto MIUR n.147 del 31 gennaio 2006 per consentire l’accesso alla Scuola anche ai laureati in Architettura del paesaggio (classe LM3); l’istanza è stata accolta dal Decreto 1° agosto 2019 (Modifica al decreto 31 gennaio 2006, concernente il riassetto delle Scuole di specializzazione nel settore della tutela, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale, Gazzetta ufficiale-Serie generale, anno 160°, n° 236, pp. 45-46). Struttura didattica del corso (M.L.A.) Per gli allievi interessati al tema del restauro dei giardini storici la Scuola si pone come il referente naturale e privilegiato a livello nazionale ed internazionale. Il corso è concepito come il cuore di un sistema culturale cui si collegano la progressiva costituzione di una biblioteca specializzata, l’attività di ricerca, la traduzione di testi specialistici e l’istituzione di rapporti internazionali. Un sistema così concepito garantisce il miglioramento e l’attualità dell’insegnamento, ma getta anche le basi del recupero di una tradizione culturale in parte trascurata rispetto all’Europa e al mondo. Il corso ha un carattere teorico-pratico. La formazione parte dall’acquisizione della grammatica del giardino e del paesaggio, operando con un’attività di supporto agli studi sostanziata anche da traduzioni di testi classici – soprattutto francesi, inglesi e tedeschi – un’operazione fondamentale per la conoscenza delle grandi culture orticole europee e che viene valutata con la massima attenzione. Il carattere internazionale del corso va considerato sotto due opposti punti di vista, come immediatamente utile al corso stesso e come futuro ritorno culturale. Si prevede infatti di acquisire, da subito, le conoscenze derivanti da altre culture per utilizzarle operativamente, nella convinzione che l’innovativa coniugazione tra la specifica cultura italiana e quella estera sul restauro dei giardini storici porterà una fruttifera sintesi. Anche per tale ragione nel mese di aprile 2016 la Scuola – in collaborazione con il Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura e con la partecipazione del Polo Museale del Lazio – ha organizzato il Convegno internazionale di studi La conservazione del giardino storico. Teoria e Prassi. Il progetto, realizzato con il contributo della fondazione Nando ed Elsa Peretti, ha inteso porre a confronto le esperienze italiane e straniere (Italia, Germania, Francia, Spagna, Cina, Turchia, Grecia) in merito alla teoria e alla prassi del restauro, per offrire un’occasione di riflessione sulla rapida evoluzione del significato della conservazione dei parchi e dei giardini storico-artistici che si è registrata negli ultimi anni, anche rispetto all’ambito culturale nel quale si è formata, nel 1980, la Carta del Restauro di Firenze, mentre il tema della valorizzazione, oggi molto attuale non solo in Italia, è stato l’argomento della tavola rotonda che ha concluso i lavori. Il percorso formativo si articola in 15 insegnamenti fondamentali e rivolge particolare attenzione all’organismo vegetale in quanto materiale costruttivo distintivo dei giardini, uniformando la materia ai criteri e ai metodi condivisi dell’architettura e del restauro architettonico di cui è una specificazione. All’interno di una struttura didattica accuratamente programmata, ciascun insegnamento mira a salvaguardare costantemente il libero esercizio della facoltà criti-

89


Maria Letizia Accorsi Massimo de Vico Fallani Fig. 1 Roma, giardino di palazzo Barberini: a) masterplan del progetto, base cartografica O.S.M. 2019; b) progetto di restauro, particolare (tesi di specializzazione in Restauro dei giardini e dei parchi storici, Scuola di specializzazione in beni architettonici e del paesaggio, specializzando Bruno Di Gesù, relatore Maria Grazia Turco).

90

ca degli allievi nel rapporto fra le conoscenze acquisite e le scelte per il progetto di restauro (fig. 1). Il corso contempla due gradi di apprendimento storico: generale e specifico. Per il generale si utilizza come libro di testo la Storia dell’arte dei giardini di Marie Luise Gothein (2006). L’opera pubblicata una prima volta nel 1916 e una seconda volta nel 1926 è stata tradotta in Inghilterra e in America attorno agli anni Cinquanta del secolo scorso, e in Italia nel 2006 a cura di Massimo de Vico Fallani e di Mario Bencivenni, entrambi docenti del percorso Restauro dei giardini e dei parchi storici. L’impostazione critica, ispirata alle teorie della scuola viennese di Alois Riegl, è ancora oggi la più moderna. Il periodo preso in considerazione va dall’antichità mediorientale ed egiziana fino ai tempi vissuti dall’autrice. Nell’edizione del 2006 è stato aggiunto un aggiornamento relativo alle vicende italiane del Novecento. Il secondo grado di apprendimento concerne l’analisi storico critica del giardino o parco assegnato come tema della tesi di diploma. Lo studio analitico del monumento ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale nella disciplina del restauro. Conoscere il manufatto è indispensabile per comprendere i valori da salvaguardare e trasmettere al futuro. Nel caso di piazza re di Roma – una delle poche piazze a stella realizzate rispetto alle molte che furono progettate dal Piano Regolatore del 1909 – l’acquisizione delle fonti bibliografiche e della documentazione archivistica e il rilievo geometrico e botanico hanno permesso di ripercorrere l’intera vicenda storica della piazza (Accorsi 2017). La pianta a stella è definita dalla penetrazione delle arterie circostanti che si attestano sul rettifilo centrale ritagliando sei spicchi sistemati a verde (fig. 2a). Questo impianto che contraddistingue la piazza dal processo formativo alla formulazione prima (1909-1922) viene arbitrariamente sostituito, negli anni Settanta del Novecento, da una nuova configurazione a giardino che occupa l’intero sedime circolare reso libero dalla rimozione della rete tramviaria. Le aiuole vengono ridisegnate ad andamento reniforme e ricomprendono in parte i filari preesistenti assorbiti entro gruppi arborei di nuova piantumazione, disposti in associazioni naturali. Le nuove geometrie smaterializzano i cunei verdi pertanto si perde quel senso di continuità tra costruito, infrastrutture e architetture vegetali (fig. 2b). Oggi le quinte urbane fanno da sfondo ad uno spazio in sé concluso governato da altri criteri compositivi come avviene nella vicina piazza di villa Fiorelli, realizzata


Fig. 2 Roma, piazza Re di Roma: a) veduta prospettica, 1928 (ICCD Aerofototeca, volo AM). Le aiuole, delimitate da siepi, sono concepite come spazi chiusi alla fruizione. La funzione di sosta e di riposo è suggerita dalle panchine collocate lungo i viali; b) aerofoto, 2007 (S.A.R.A. NISTRI).

da Raffaele de Vico in ottemperanza alle direttive del piano del 1931 che intende conservare entro un perimetro ellittico il nucleo centrale dell’antica villa, convertito in piazza-giardino, tuttavia, in questo caso, l’estraneità rispetto al contesto urbano ha una precisa ragion d’essere. Dal punto di vista della fruizione, poi, l’area, prima destinata all’attraversamento e alla sosta, è stata convertita in giardino ed ospita attività ricreative non compatibili con la qualità dello spazio considerato. Parallelamente allo studio indiretto dell’opera, sul piano della conoscenza, viene affrontato il tema del rilievo e della rappresentazione del verde. Gli studenti approfondiscono l’utilizzo di tecniche di rilievo digitale integrato (Paris 2016) (fig. 3a) e applicano un sistema rappresentativo di tipo logico concettuale (fig. 3b) proposto da Peter Jordan (1985) e rielaborato da Massimo de Vico Fallani nel corso delle ricerche ed esperienze condotte, presso la Soprintendenza ai monumenti di Firenze e Pistoia (1980-1986) e di Roma (1986-2008), come direttore dei parchi e giardini storici (de Vico Fallani 1984, Id. 2012). Questo tipo di rappresentazione avvalendosi di simboli e riferimenti numerici serve a comunicare le informazioni tecniche quantitative e qualitative riguardanti la posizione e l’identità dei singoli esemplari o delle associazioni vegetali identificati con un numero individuale e progressivo (classe giardiniera, genere e specie), nonché a mappare le condizioni dello stato storico architettonico (pertinenza, forma e appartenenza) e dello stato fitofisiologico (stato fitosanitario, vigore e posizione) (fig. 4, a, b, c) (Negro, in stampa). Il sistema logico concettuale viene adottato anche negli elaborati di progetto. Certamente poi la descrizione grafica di un giardino si avvale anche di altre tecniche, non meno importanti, come il disegno dal vero e la raffigurazione imitativa. In riferimento all’analisi degli elementi costitutivi i giardini sono una composizione mista di materiali minerali o inerti di origine organica e di materia viva. Non è

91


Maria Letizia Accorsi Massimo de Vico Fallani Fig. 3 Roma, giardino di palazzo Barberini, particolare della sistemazione ad aiuole con broderie realizzata, nel 2002, sulla base dell’iconografia sette-ottocentesca all’interno di uno spazio ridotto rispetto alle dimensioni originarie: a) la nuvola di punti (rilievo eseguito con scanner laser 3D); b) restituzione grafica del rilievo secondo il modello logico concettuale (tesi di specializzazione in Restauro dei giardini e dei parchi storici, Scuola di specializzazione in beni architettonici e del paesaggio, specializzando Bruno Di Gesù, relatore Maria Grazia Turco).

92


specifico della disciplina di restauro di parchi e giardini storico-artistici il primo aspetto, mentre è specifico il secondo e quello della relazione tra i due. Questo ultimo argomento è sviluppato nel corso Componenti artificiali dei giardini e parchi storici, che analizza in particolare il comportamento e la conservazione di materiali minerali o inerti costantemente a contatto con umidità e organismi vegetali, quindi il tema delle muffe, dei licheni, ecc. L’aspetto dei materiali vegetali è importante nella misura in cui è distintivo dei giardini, e responsabile principale della sua forma, nel giardino cosiddetto ‘formale’ ma in alcuni casi, sebbene possa apparire un paradosso, ancor di più in quello ‘informale’ o giardino paesaggistico di stile inglese. Si tratta di capire in quale misura e con quale modalità un determinato organismo vegetale, specialmente legnoso, può sopportare tagli e modellazioni per conseguire una determinata forma voluta dal progetto. Tale aspetto è abbastanza noto ai contadini e ai giardinieri in base alla loro pratica, ma nel caso del restauro, senza trascurare tali preziose conoscenze non può rinunciare all’apporto scientifico e tecnico. Le materie specifiche per l’aspetto scientifico sono la botanica e la fitofisiologia. La fonte utile per l’aspetto tecnico è la trattatistica storica. I trattati di orticoltura hanno origini molto antiche, però è possibile restringere il lasso temporale tra il XIV e il XIX secolo1. Esistono poi trattati moderni dedicati al restauro dei giardini storico-artistici. Alcune di tali pubblicazioni particolarmente approfondite di argomentazioni teoriche e di esempi pratici non sono di produzione italiana. Tutto questo introduce il tema delle traduzioni. Oltre al testo, già citato, di Marie Luise Gothein (2006), nel 2012 è stata pubblicata l’edizione italiana a cura di Massimo de Vico Fallani del manuale di Michael Rohde, Pflege historischer Gärten, Theorie und Praxis, edito in Germania nel 2008. Si tratta di un’ampia illustrazione, senza precedenti, di esperienze esemplari di restauro e di manutenzione di trenta parchi e giardini tedeschi, descritti secondo quattro categorie genuine: piante legnose, piante erbacee, idraulica e percorsi pedonali e carrabili. Inoltre, sono in preparazione le traduzioni del trattato di Antoine Joseph Dézallier d’Argenville (1747), e del manuale di Dieter Hennebo (1985). Una volta concluse le indagini individue i dati andranno ricomposti entro un quadro unitario dal quale possano scaturire le linee guida degli interventi: strategie volte a declinare in modo armonico azioni conservative e azioni innovative che tengano nel debito conto anche le problematiche relative alla gestione e alla fruizione degli orgasmi presi in esame. I valori da salvaguardare saranno posti in relazione con le esigenze di sviluppo di realtà complesse e strettamente legate al divenire del contesto di riferimento. Pertanto, nella redazione delle proiezioni operative, finalizzate alla conservazione valorizzazione, si terranno presenti due obiettivi fondamentali: rivelare i dati storici e ‘governare le modificazioni’, per conservare i caratteri identitari dei luoghi. Il giardino di Donna Olimpia Pamphili a Trastevere (fig. 5) così come il giardino di palazzo Barberini (fig. 1) hanno subito delle pesanti mutilazioni, alla fine del XIX secolo, in seguito alla realizzazione del Lungotevere, in un caso, e all’espansione edilizia e urbana del quartiere nell’altro. All’interno di questi nuovi spazi le preesistenze vivono come casuali disseminazioni che il progetto di restauro cerca di ricomporre entro un nuovo assetto compositivo incardinato sui segni del passato.

1

Fino al XVIII secolo i trattati riguardano il giardino formale, dal Medioevo, al Rinascimento al Barocco, dapprima con autori italiani quali Pietro de’ Crescenzi (1233-1320) e Giovanvittorio Soderini (1527-1596), poi con i francesi quali Jacques Boyceau (15601633), Jean De La Quintinie (1624-1688), Antoine Joseph Dézailler d’Argenville (16801765); successivamente, in conseguenza della nascita del giardino informale, o naturalistico, intervengono autori diversi, quali il tedesco Christian Hirschfeld (17421792), l’inglese Humprhry Repton (1752-1818) e il francese Edouard André (1840-1911). In tempi più recenti, in Italia, il fiorire di una colta manualistica ad opera di eccellenti giardinieri e disegnatori di giardini quali furono tra gli altri i Roda a Torino e i Pucci a Firenze, permette un avvicinamento alla realtà italiana del XIX e primi anni del XX secolo che è tanto più preziosa per la gamma delle specie utilizzate e per le tecniche di coltivazione in quanto è piuttosto difficile che un giardino da restaurare oggi, magari di epoca rinascimentale o seicentesca, conservi ancora il patrimonio arboreo ed arbustivo originale, mentre più probabilmente le piante che vi si trovano oggi, ripiantate più volte, non superano i due o tre secoli.

93


Maria Letizia Accorsi Massimo de Vico Fallani Fig. 4a) Ideogrammi con l’individuazione dello stato architettonico (compositivo), del grado e della qualità delle fitopatologie (Negro, in stampa). Fig. 4b) Esempio dimostrativo dello stato architettonico di una pianta legnosa: a partire dall’esterno verso l’interno si rappresenta una pertinenza corretta, una forma corretta, e il cinquanta per cento delle possibilità di appartenenza alla redazione originale del giardino; c) esempio dimostrativo dello stato fitofisiologico di una pianta legnosa: a partire dall’esterno verso l’interno si rappresenta una pianta sana di medio vigore e una posizione corretta (Negro, in stampa). Fig. 5 Roma, rione Trastevere, giardino di donna Olimpia Pamphili: a) restituzione grafica del rilievo; b) progetto di restauro. “Il progetto ricompone, a livello percettivo, l’equilibrio compositivo alterato dal taglio per il Lungotevere ‘governando’ le visuali di percorrenza” (tesi di specializzazione in Restauro dei giardini e dei parchi storici, Scuola di specializzazione in beni architettonici e del paesaggio, specializzanda arch. Marta Pileri, relatore prof.ssa Maria Letizia Accorsi).

94


Bibliografia Accorsi M. L. 2017, Piazza Re di Roma. Il ruolo del verde nella definizione dello spazio urbano, in La città, il viaggio, il turismo. Percezione, produzione e trasformazione, Atti del Convegno internazionale (Napoli, 7-9 settembre 2017), a cura di G. Belli, F. Capano, M. I. Pascariello, Cirice Edizioni, Napoli, pp. 1899-1903. de Vico Fallani M. 1984, Osservazione sulla manutenzione dei giardini storici, in «Bollettino ingegneri», febbraio, pp. 12-19 de Vico Fallani M. 2012, La raffigurazione delle piante legnose nei progetti di manutenzione e restauro dei giardini e parchi di interesse storico-artistico, in «Bollettino d’Arte», fasc. 13. gennaio– marzo, pp. 59-80. Dézallier d’Argenville A. J. 1747, La théorie et la pratique du jardinage et un traité d’hydraulique, Minkoff, Ginevra 1972 (Ristampa dell’edizione di Parigi del1747). Gothein M. L. 2009, Storia dell’arte dei giardini, edizione italiana a cura di M. de Vico Fallani e M. Bencivenni, Leo S. Olschki, Firenze. Hennebo D. (a cura di) 1985, Garten-denkmalplege. Grundlagen der Erhaltung historischer Gärten und Grünanlagen, Eugen Ulmer, Stoccarda. Jellicoe G. A. 1969, L’architettura del paesaggio, Edizioni di Comunità, Milano. Jordan P. 1985, Zur Behandlung von Gehölzbeständen in historischen Freiräumen, in Hennebo D. (a cura di), Garten-denkmalplege. Grundlagen der Erhaltung historischer Gärten und Grünanlagen, Eugen Ulmer, Stoccarda, pp. 254-281. Negro G. (in stampa), Note illustrative di una procedura relativa ad alcuni aspetti della rappresentazione grafica per il restauro, in Giardini e parchi storici, elementi ‘portanti’ del paesaggio culturale. Pluralità di aspetti e connotazioni, a cura di M. L. Accorsi, G. Lepri, M. de Vico Fallani, Strumenti 4, «L’Erma» di Bretschneider, Roma. Paris L., Metodologie di rilievo digitale integrato applicate al verde storico, in Il verde nel paesaggio storico di Roma. Significati di memoria, tutela e valorizzazione, a cura di M. P. Sette con la collaborazione di M. L. Accorsi, Edizioni Quasar, Roma, pp. 109-118. Rohde M. 2012, La cura dei giardini storici. Teoria e prassi, edizione italiana a cura di M. de Vico Fallani, Leo S. Olschki, Firenze.

95


Restoration and History of Architecture role in international courses: Master’s Degree in Architecture (Restoration) learning experience, at Sapienza University of Rome. Nicola Santopuoli Nicola Santopuoli Antonio Russo Barbara Tetti

Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Antonio Russo Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Barbara Tetti

Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Abstract The paper shortly illustrates the Master’s Degree in Architecture (Restoration), managed by Sapienza University of Rome, whose main purpose is imparting to students a general and unitary method in approaching architectural heritage. Developing the “critical sense” is firmly based on specific knowledge such as history, survey, conservation, restoration and construction techniques, technology, physics, and management of regeneration and urban recovery, in order to manage the whole environment transformation process. Teaching is addressed to students coming from the five continents, from the most diverse regions, so that each student, already partially trained in country of origin, can develop a common basic method in approaching architectural heritage. In this frame, international courses offered by Master’s Degree in Architecture (Restoration), in addition to the main education goal, generate important opportunities in meeting and integrating students from very different backgrounds. Keywords restoration, history of architecture, university education, international courses

Introduction The Master’s Degree in Architecture (Restoration), managed by Sapienza University of Rome an LM4 class degree (Italian regulation for Faculties: Architettura e Ingegneria Edile Architettura as in Ministro dell’Istruzione, dell’Universita e della Ricerca -decreto ministeriale n.47 del 30 gennaio 2013) over time has increasingly emphasized its international vocation -through an ad hoc path, notably rich in educational possibilities-, welcoming and accompanying students coming from five continents and, therefore, characterized by different backgrounds. Basing on this consideration, Master’s Degree in Architecture (Restoration) main purpose is imparting to students a general and unitary method in approaching built heritage, valid in any context, at least initially. Starting from this principle, supported by a strong theoretical and technical-practical groundwork, each student is progressively encouraged to acquire those skills to independently de-

96


veloping projects and works. Including in-depth critical analysis of a wide range of significant and representative architectures, the Programme aims at training professionals able to competently coordinate specialists and operators in many fields, such as architectural restoration, building renovation, reuse, re-development, urban regeneration and protection of environmental assets. On these premises, Master’s Degree course constitutes the second stage of the “3 plus 2” educational path in Architecture, offered by the Faculty of Architecture- Sapienza University; the English language Programme provides the same training of the course traditionally carried out in Italian language, integrating humanistic, technical and artistic knowledge. As mentioned above, the Course primarily aims at preparing professional figures in dealing with complex cognitive, creative and hands-on processes peculiar to Architecture, with a distinctive reference to new building construction, as to conservation, restoration and requalification of historic buildings, including the so-called widespread building pattern. For instance, students are called to reach the professional maturity in integrating, in a balanced way, historical, critical, compositional morphological, constructive, technical, issue, as urban planning, regulatory, and economic-managerial, respecting historical -architectural and environmental- values. Brief historical outline The main bottom lines distinguishing the Master’s Degree Course are a natural fulfillment -with regulatory adjustment- of the two Courses activated during the academic year 2002-2003 by Sapienza University of Rome: a) Specializing Degree Course in Architecture and Restoration, managed by Faculty of Architecture Valle Giulia; b)Specializing Degree Course in Architecture - Restoration of Architecture, managed by Faculty of Architecture Ludovico Quaroni. After the teaching system modification (Ministerial Decree 509), during the academic year 2004/2005, the current Master’s Degree in Architecture (Restoration) was established. The new Programme was the result of an intense meditation on Restoration as a discipline, lively debated in Italy, and especially in Rome. Over the years, a continue effort has been carried out in making the course even more qualified to meet the professional world, also including agreements with firms and companies, and collaboration with field stakeholders. Moreover, during the academic year 2016-2017 with all the courses imparted in English, the international course was opened; it is constantly growing in the number of candidates. After the running-in period, on 2017-18, 267 applications were submitted, on 2018-19 the applications were 526, and on 2019-20 the conspicuous number of 1092 has been reached. Candidates applications are submitted from five continents; most of them are originate from Asia (85%), then by Africa, Europe, North and South America and, Australia and New Zealand. Since the year 2019-2020 the educational is managed by Sapienza on an international pre-selection platform, hosting both English and Italian language course -promoted by Embassies and Cultural Institutes, receiving requests from foreign candidates also interested in the Italian language course. Currently, teaching staff commitment is promoting the interaction between the two courses -Italian and English-, both to facilitate the insertion of off-site students in Rome, and to promote and spread Italian architectural culture, and, in particular, that of Restoration, in its autochthonous language.

97


Nicola Santopuoli Antonio Russo Barbara Tetti Fig. 1 Graduation thesis; Syria From Dusk till Dawn Reconstruction after War; student R. Saade, supervisor N. Santopuoli.

98

Closing this brief excursus, it is worth mention that, among many, three significant figures of teachers, who strongly contributed in improving the Master’s Degree Course, step by step, from its institution, until today. First names are Profs. Paolo Fancelli and Giovanni Carbonara, Monuments Restoration full professors and Restoration Roman School reference figures; they hold the chairs of Restoration Studio, now passed to the full Professor Daniela Esposito, lively training and updating the School, maintaining a close contact with the professional field, constantly changing. At the same time, “Strumenti e metodi della ricerca storica” courses held by Profs. Paola Zampa, and Alessandro Viscogliosi and Guglielmo Villa, are to be mentioned; for three years now, it corresponds to the English language course “Tools and Methods for Historical Research”. Actually, in the live debate, more intense in the last years, about the usefulness of History, and specifically of History of Architecture, the need to conclude the teaching action towards a methodology aimed at achieving an interdisciplinary approach emerges; History teaching is not imparted as a self-referential subject, dissociated from the process of disciplines inter-connection [Bollettino, 2018; Bruschi 2009.]. Therefore, the course aims at providing students with a strong training base in the field of History, namely addressed to establish a dialogue with the architectural design field. Moreover, teaching historical awareness contributes in preserving the material heritage of the past, to be safeguarded by specialized figures trained to play this specific role, in the more general context of the architect’s profession. Providing students, future architects, with the tools of historical processes recognition, allows them to act in the conservative and restorative field with consciousness, according to the significative indication expressed by Prof. Augusto Roca De Amicis,


Fig. 2 Graduation thesis; The Future of the Past: Towards Conservation of Archaeological Sites and Buildings: The church of San Primitivo in Gabii (Rome); student S. S. Chamarti, A. Maduri, supervisor R. Mancini.

that is looking at the intentio operis [Roca De Amicis, 2015] of architecture, having understood its language, its shape, as structure, construction, function, and its role in the space; therefore, historical sensibility can guide the action projected towards the future, with firm awareness, looking innovative and respectful solutions in conservative and restorative terms. Teaching a method The two-year Master’s Degr ee course aims at deepening the skills acquired in the previous three-year degree course, not only in quantitative but -above all- qualitative terms, supporting the development of a strong critical skill in the architectural field, both historical and technical. The training course programme has been carefully designed, aiming at ensuring that future specialist architects can gradually acquire the right cognitive and methodological tools, namely regarding the conservative and restorative field, in order to:

99


Nicola Santopuoli Antonio Russo Barbara Tetti Fig. 3 Graduation thesis; Lo Sgraffito a Viterbo. Analisi murature Ex Scuderie di Palazzo Nini a Viterbo: studio storico e proposta per la conservazione e il restauro; student D. Ricciardello, supervisor D. Esposito.

100

a) deeply understand architecture by critical conscience (Prof. Carbonara would speak of “autoptic historical-critical reading”) -for example, being able to recognize historical phases and stratifications of material, both the individual artifact and the whole building, historical and modern, up to the urban, and landscape scale; b) design and carry out cutting-edge projects, keeping in mind awareness and respect for Heritage. Achieving a “critical conscience” means to get a conscious look at the city and at architecture composing it, as the result of the increasing adoption of appropriate cognitive and methodological tools that allow architects to express an opinion regarding architecture. The described goals are obtained by an analytical method, in order to understand the historical phases and the linguistic and material stratifications of which architecture is made, up to achieving the ability to know how to recognize the components of an architecture and its context -that is to manage the tools to understand different constitutive levels of which a building is composedand to operate on it, and on the context with the awareness and knowledge that the theme requires, in its convolution. The skills to develop the “critical sense” are firmly based on History of Architecture specific knowledge such as survey, conservation, restoration and construction techniques, technology, physics, and management of regeneration and urban recovery -including in historical centers-, necessary to manage the whole environment transformation processes. Besides, integrated subjects concerned the acquisition of further competences namely in the following sectors: diagnostics, traditional and new materials, and construction science. Regarding Restoration, special lessons are included, such as Structural Performance in Seismic Area, Atelier of Structural Masonry, and Technological Design for Architectural Requalification. The considerable effort to offer students an increasingly multi and inter-disciplinary methodological approach, also through the planning of appropriate synergies between the different subjects, has to be underlined.


Fig. 4 Graduation thesis; Architectural Design of conference/tourist facilities in a remote archaeological and landscape area of Iran; student S. Fotovat, supervisor A. I. Del Monaco.

101


Nicola Santopuoli Antonio Russo Barbara Tetti

Observing in a wider view, the disciplines imparted include both characterizing teachings, and integrative ones: the characterizing are particularly focused on the ability to read and interpret architecture, and urban plans, primarily about Heritage conservation and restoration. In order to provide students with specialized tools, the following disciplines are given: Architectural Design (first and second year), Methods of Architectural History, Survey, Technical Physics, Construction Technique, Building Technology Architecture (first year), Restoration Project (second year) and Management of Regeneration, Building and Urban Recovery in Historic Centers (second year). Over the years, diversified origins of the students have been increased: not a few of them belong to countries where dramatic conflicts have severely damaged significant parts of the cultural heritage, especially architectural; some come from regions where many historical structures are traditionally maintained through continuous substitution of parts or complete replacement; others originate from territories where many problems arise from the material consistency of the built heritage, perishable for its own nature. Therefore, considering such a varied cultural audience, each student has the opportunity to customize the educational path, by choosing optional credits and degree dissertation theme, supported by tutors, figures playing a crucial assistance and orientation role, all long the duration of the academic path. Excellency path, and professional work. The students enrolled in a LM4 Degree Course in Architecture (Restoration), notably worthy and interested in a specific study path, can accede the Excellency Path established by the Council of the Didactic Area of Architectural Sciences and Landscape. The Excellency Path training activities -consisting of disciplinary and interdisciplinary insights, seminars and traineeships- are shared in advance with each student, supported by a teacher or tutor, also regarding the organization and practical information. Furthermore, to encourage professional establishment of all students, all long the course, and more in the last phase, apprenticeships and internship outside the university are frequently organized. Students can come directly in contact with a wide range of professionals, from institutional bodies, public and private companies, and design studios, operating in the fields of construction, transformation, restoration and conservation, from the scale of the individual building to urban space. So that, completing the path, at the same time students have acquired knowledge and experience, and touched many of the professional tasks they are going to face: from theoretical to practical issues or economic-managerial, social and cultural. Didactic experiences: some examples. Some particularly significant didactic experiences, among the many, can be briefly mentioned. Master’s Degree Course help students in developing the autonomous capacity of critical consideration, together with an interdisciplinary approach, facing questions characterizing real situations -such as conservation and restoration projects, redevelopment management, building recovery in historical centers, planning and monitoring urban and local transformations. A first experience can be represented by the numerous training courses, including international univer-

102


Fig. 5 Graduation thesis; La casa delle culture e la riqualificazione di piazza dei Cinquecento di Roma; student G. Pinci, supervisor M. Raitano.

sity stays; exemplifying the experience carried out at the University of Edinburgh offering, among others, History and Theory of Conservation, Building Analysis, Culture and Performance in the History of Construction, Urban Conservation, Building Description, Conservation Technology. A second one includes the project proposals related to Design studio 1 and Design Studio 2, concerning new architecture design and monuments restoration, elaborated in Conservation Design Studio course through a careful critical analysis and the drafting of multiple plates, with a special attention to an efficient communication. In addition to the study of significant buildings, from a historical and artistic point of view, in many cases, architectures related to the geographical and cultural context of the candidate were deliberately chosen. So was for the dissertation dedicated to the Syrian heritage, damaged by recent war events. Looking at this, the project can help student to face his future professional activity.

103


Nicola Santopuoli Antonio Russo Barbara Tetti

104

Actually, History of Architecture teaching is increasingly directed towards students coming from the most diverse regions. To develop a ‘critical’ awareness of each student, already partially trained in the country of origin -where he obtained the title of junior architect, as in the case of the course of Sapienza aimed at students of the specialist degree- is a main goal. By means of critical conscience, is to obtain the ability to know how to recognize the components of an architecture and its context, which can be summarized in the always valid utilitas, firmitas and venustas expressed by Vitruvio. These conceptual categories represent the valid basis of the historical knowledge for a building: knowing how to interpret the plan according to its functions; the structure according to the construction systems, and the architectural expression according to the forms, allows the simple observer to be transformed into an architectural technician, and into an expert analyzer of the historical processes that led to the creation of a specific constructed object. The teaching aims at equipping students, characterized by strongly differentiated backgrounds, primarily with common tools, and consequently with a general method. To achieve the first intent, to choose a common thread joining the architectural experience almost uninterruptedly is necessary, as to equip students with a specialized vocabulary allowing them to use an appropriate lexicon, both constructive (firmitas ) and expressive (venustas), also understand the usefulness of the building, its functions, and consequently to gain the necessary mastery for a subsequent hands-oh approach, and on the state of conservation addressed at the restorative work. Conclusion The present contribution aimed at describing, even if briefly, the evolution over time of the Master’s Degree in Architecture (Restoration) managed by Sapienza University of Rome, above all in order to stimulate a constructive consideration regarding the current educational path quality, improving the educational system in architects, specialists and restorers training. In this frame, new choices are emerging in a short term, both because in recent decades, considering the constant cultural and social growth, the problem of the architectural heritage protection in Italy and in the world, has become increasingly felt and actual, and of current world crisis due to the ongoing pandemic. Certainly, looking at the road taken, not only at Sapienza but in Italian academic institutions, despite having a clear awareness of various critical issues, we are conscious the education has been moving in the right direction for some time. Considering the foundation of the first Italian School of Architecture (Rome, 1919-20), disciplines as Restoration and the historical-technical Stylistic and Constructive Features of the Monuments have been promptly introduced. In this regard, the training system based on a dual level, strictly academic within each Faculties or Departments (especially Letters and Architecture), and post-degree within the Specialization Schools, has also proved to be positive. Further investigating these general reflections in not possible in a brief paper but , as a summary, Christoph L. Frommel, authoritative art and architecture historian (various other authors could be remembered) can be quoted, regarding the Italian education: “has, in the context of Cultural Heritage, the structure by far better […]


Already starting from Adolfo Venturi, the study has been increasingly completed by the School of Specialization […] Compared to Germany, the chairs and lessons of architectural restoration are anchored more permanently and frequently in the program of the Faculty of Architecture” [Vaccaro, 2001]. Furthermore, Master’s Degree in Architecture (Restoration) institution allowed an inter-exchange environment, in which disciplines related to the field of Restoration, closely interacting with all the others mentioned above (in particular, Design and History), contributes in training young architects, teaching students a mature relationship with existing buildings, imbued with knowledge, understanding skills and respect for Heritage. At least, as mentioned, peculiar historical moment we are living, characterized by epochal changes, also between our old Europe and the countries of the Middle and Far East and South America, is to be taken in account. In any case, we believe that Europe plays a crucial role in supporting other countries, especially in developing country, to achieve an effective awareness of the value of their cultural heritage, that can become an opportunity for social growth, as well as an economic resource. In this consideration, we are sure that the opening of international courses generates, in addition to the main issue of training, important opportunities in meeting and integrating students from very different countries and, unfortunately, sometimes in war between them.

Bibliografia «Bollettino del centro di studi per la storia dell’architettura», 2, 2018. Bruschi A. 2009, Introduzione alla storia dell’architettura: considerazioni sul metodo e sulla storia degli studi, Mondadori Università, Milano-Roma. Roca De Amicis A. 2015, Intentio operis: studi di storia nell’architettura, Campisano editore, Roma. Frommel C. L. 2001, L’esperienza italiana in un’ottica internazionale, in W. Vaccaro (editor), La formazione per la tutela dei Beni Culturali, Conference proceedings, 2000 May 25-26, Graffiti editore, pp. 141-146. Di Biase C., Albani F. (a cura di), The Teaching of Architectural Conservation in Europe, Santarcangelo di Romagna (RN), Maggioli Editore, 2019.

105



La conoscenza del patrimonio come premessa indispensabile alla sua corretta conservazione


Levantamiento y documentacion digital para la conservacion. El area arqueologica de la ciudad de Cassino Michela Cigola

Dipartimento di Ingegneria Civile e Meccanica, Università degli Studi di Cassino e del Lazio Maeridionale.

Arturo Gallozzi Michela Cigola Arturo Gallozzi Rodolfo Maria Strollo

Dipartimento di Ingegneria Civile e Meccanica, Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale

Rodolfo Maria Strollo

Dipartimento di Ingegneria Industriale, Università degli Studi di Roma Tor Vergata

Abstract Focus of this article is the documentation, interpretation, valorisation and communication of Roman city of Casinum, particularly thriving near the end of the republic and later in the imperial era of Rome. This archaeological area, despite the interest and the importance of its monuments, was studied from a primarily archaeological point of view and is still without a structured survey, in order to exploit the site in its entirety. We will start from the description of the various moments from a historical point of view with the support of drawings and surveing of some great architect of the Renaissance. Then we will move on to the analysis and documentation phase with an integrated digital survey that brings together three distinct methodologies: topographic, laser scanning, photogrammetric: since each of these techniques has distinct characteristics in terms of costs, methods of acquisition, processing and management of the data. Infact this archaelogical area is strongly integrated with the existing urban center of Cassino, and also has archaeological emergencies of different type, size, state of conservation and construction features. Keywords Survey, Digital documentation, Built Cultural Heritage, Casinum

Introducción El argumento de este artículo es la documentación, interpretación, valorización y comunicación de la ciudad romana de Casinum, particularmente próspera cerca del final de la república y más tarde en la era imperial de Roma. Esta área arqueológica, a pesar del interés y la importancia de sus monumentos, fue estudiada desde un punto de vista principalmente arqueológico, y sigue sin un estudio estructurado mediante un levantamiento total de su monumentos y de su área. Del antiguo plan urbano emergen los restos de un importante camino romano (probablemente la Vía Latina), el anfiteatro, el teatro y el mausoleo atribuido a la matrona romana Ummidia Quadratilla (Coarelli, 2007). Recientemente ha habido algunos descubrimientos muy interesantes relacionados con una villa romana del período imperial, que necesitan un análisis más profunda. (fig.1).

108


Fig. 1 Zona arqueológica de la ciudad romana de Casinum. 1. Teatro (27 a.C.-14 a.C.). 2. Anfiteatro (I siglo a.C.). 3. Tumba de Ummidia Quadratilla (I siglo a.C.-I siglo d.C.). 4. Àrea del Foro. 5. Nymphaeum (I siglo a.C. - I siglo d.C.). 6. Camino romano.

Nuestra investigación incluye varias metodologías integradas; la parte principal consiste en un levantamiento escáner láser de toda la zona. Hay muchos otros pasos que incluyen el procesamiento digital sobre documentación, interpretación y comunicación de la Zona Arqueológica de Casinum. Otro objetivo de nuestro trabajo es integrar los datos analíticos procedentes del láser con todo los otros datos. La ciudad romana de Casinum. La ciudad de Casinum, después de convertirse en una ciudad romana alrededor del siglo I a. C., comenzó un proceso de consolidación de su estructura urbana que necesariamente tuvo en cuenta la topografía particular del sitio y las condiciones existentes, así como un circuito de murallas prerromanas. Una primera e importante transformación urbanística tuvo lugar en el período republicano y tuvo como eje principal el camino de Latina Nova, que conectaba directamente Casinum y Aquinum hacia la ciudad de Roma. La organización de la ciudad se dividió principalmente en tres terrazas situadas en la orografía montañosa del sitio expandiendo la ciudad hacia el este, fuera de las murallas, en el área más empinada. En el período del emperador Augusto (a fines del siglo I), la ciudad alcanzó un área de aproximadamente 10 hectáreas, y los restos arqueológicos muestran una conformación de la red urbana establecida en un módulo cuadrado de dos actùs (un actus es un quadratus 120 × 120 pies o 35.5 × 35.5 metros). Ciudadanos importantes contribuyeron a las monumentales intervenciones y manifestaciones arquitectónicas de Casinum, incluido el político y soldado Cayo Ummidius Durmius Quadratus (12 a. C. - 60 d. C.), gobernador de Siria, y especialmente su hi-

109


Michela Cigola Arturo Gallozzi Rodolfo Maria Strollo Fig. 2 Dibujos de levantamiento del Anfiteatro por Emanuela Chiavoni.

110

ja Ummidia Quadratilla (27-28 d. C. - 107 d. C.). Ummidia fue una figura importante en su tiempo, y fue mencionada por Plinio el Joven en sus Epístolas (Epist. VII, 24). La estructura monumental de la zona arqueológica actual, conserva rastros del período descrito en algunos hallazgos importantes que fueron objeto de un levantamiento que fue una de las fases mas importantes de nuestro proyecto de investigación. El anfiteatro (fig. 2) data de la segunda mitad del siglo I d. C., tiene una forma elíptica de pequeñas dimensiones. Creado en los suburbios cercanos de la ciudad, se construye solo parcialmente sobre el suelo, utilizando la pendiente del sitio para limitar el trabajo de construcción de las terrazas. La ubicación, aunque fuera de la ciudad, tiene el eje transversal alineado con la cuadrícula del plan Augustano. El anfiteatro tiene cinco arcos, dos alineados con el eje principal y tres mirando hacia abajo, rodeados de entradas arqueadas redondas, algunas sin revestimiento de piedra caliza, retiradas para ser utilizadas en la puerta de los leones de la Abadía (Carettoni, 1940). Entre sus diversas representaciones, también se conservan algunos dibujos de Francesco di Giorgio Martini, quien en 1494/95 viajó a Cassino y también incluyó el anfiteatro entre sus bocetos, acompañado de algunas notas en los márgenes que aclaran funciones y características constructivas y tipológicas (fig. 3) La llamada tumba de Ummidia (siglo I a.C. - siglo I d.C.), es un edificio de cruz griega, con la parte central cubierta por una cúpula hemisférica intersectada por cuatro brazos. A finales del siglo XI, la estructura se convirtió en una iglesia, luego se abandonó y luego se restauró y se dedicó al Crucifijo, dando también el nombre (Crucifijo) al área arqueológica. Después del bombardeo de la Segunda Guerra Mundial, la restauración eliminó casi por completo las últimas etapas de la iglesia, restaurando la connotación romana original del edificio. La estructura, parcialmente sótano, está hecha en su totalidad con grandes bloques de piedra caliza seca acabada en su interior, pero rugosa hacia el exterior con estructuras de terminación de ladrillo (fig. 4). El ninfeo llamado Ponari por el nombre de la familia propietaria del sitio en el momento del descubrimiento, también data del siglo I d. C., eso tiene un plan rectangu-


lar con techo en forma de barril, cerrado por tres lados y completamente abierto en el frente. El edificio está conectado a la planta bien estructurada de un rico domus que presenta mosaicos de piso valiosos, así como fragmentos de las paredes de las habitaciones, conservadas por más de 2 m de altura, con decoraciones de paredes articuladas en esquemas arquitectónicos con pequeños pinturas de temas mitológicos simbólicos o temas idílico-naturalistas (fig. 5). El teatro es el núcleo del plan de la ciudad del epoca de Augusto, fue descubierto por los excavaciones del arqueólogo Gianfilippo Carettoni en los años 1935-36 (Carettoni, 1939). Al igual que otros monumentos del Casinum romana, el teatro estuvo marcado por un fuerte despojo, con la eliminación de los escalones del auditorio y las canicas de la escena alrededor del siglo XI durante la construcción de la nueva basílica de Montecassino (Maiuri, 1938). Este monumento fue dañado por los bombardeos de 1944, y fue restaurado alrededor de la década de 1950, mientras que solo en el último cuarto del siglo pasado fue liberado de varias granjas que ocupaban sus alrededores, particularmente en la parte detrás de la escena, invadidas por gallineros y varias superfetaciones. Una campaña de excavaciones y una restauración adicional en 2001 permitieron encontrar en los tres lados de la plaza post scaenam el área de las arcadas, con tramos dobles e individuales con pilares y columnas, y un tramo adyacente de camino pavimentado. El edificio, típicamente de diseño romano, tiene una cueva semicircular parcialmente apoyada contra la pendiente natural de la colina con la escena de planta rectangular (fig. 6). Al igual que Francesco di Giorgio Martini, Antonio da Sangallo también nos dejó testimonios de la zona arqueológica de Cassino. De hecho, los hermanos Antonio y Battista da Sangallo fueron varias veces a Montecassino para el proyecto de la tumba de Piero de ‘Medici, hermano de Leo X y tío del Papa Clemente VII. Piero murió en 1503 en la batalla de Cassino y fue enterrado provisionalmente en el basílica de la abadía (Cigola, 1999). De la estancia de los hermanos Sangallo tenemos algunos dibujos del proyecto para Montecassino y un dibujo del teatro romano de Cassino datable entre 1507 y 1512 (fig. 7). El dibujo presenta el teatro en un bosquejo rápido en dobles proyecciones ortogonales. Que se trata del teatro de Cassino queda claro por la escritura que aparece en el dibujo que indica que son los “pasos de un teatro en Montecassino al lado de un anfiteatro”. El plan es muy sintético y debe haberse insertado solo para aclarar la forma gene-

Fig. 3 1490-1495. F. di Giorgio Martini. Firenze, Uffizi. Fig. 4 Sección de la tumba de Ummidia Quadratilla en Giovannoni 1928.

111


Michela Cigola Arturo Gallozzi Rodolfo Maria Strollo Fig. 5 Dibujos de levantamiento del Ninfeo por Emanuela Chiavoni.

ral de la curva del edificio. En cambio, la elevación está mucho más definida, probablemente se refiere a la perspectiva de la galería en la summa cavea, que en el momento que Sangallo lo dibujó aún no estaba parcialmente intacta. La atención al detalle nos hace pensar en un dibujo de levantamiento realizado en frente al monumento, tanto más valioso como muy pocos son los testimonios de esta parte del teatro. Levantamiento digital y modelos de representación del área arqueológica El uso de técnicas de levantamiento y representación digital hoy representa una herramienta válida para la preservación y mejora de los sitios arqueológicos (Ippolito, 2015) La tecnología digital ha producido, en los últimos años, una convergencia sustancial e una integración de varios métodos instrumentales; en el campo de 3D shape acquisition, el levantamiento digital integrado se configura como una interacción e integración entre: topografía, escaneo láser y fotogrametría, ya que cada una de estas técnicas tiene características distintas en términos de costos, métodos de adquisición, procesamiento y gestión de datos (Ottati, Bertacchi & Adembri, 2018). La experiencia iniciada por nuestro team en Cassino es significativa precisamente por la particularidad del sitio, fuertemente integrada con el tejido urbano existente y con una orografía de piedemonte que hace que el estudio estratigráfico de las diferentes fases arqueológicas sea más complejo, pero que también presenta emergencias arqueológicas de diferentes tipos, tamaños, estado de conservación, características constructivas. Por lo tanto, es esencial poder adoptar las mejores estrategias de adquisición y procesamiento de datos también de acuerdo con las especificidades de los elementos arqueológicos individuales. Los datos digitales iniciales son una nube de puntos, que es un conjunto más o menos denso de puntos discretos, cada uno marcado por valores posicionales (coordenadas X, Y, Z) y valores relacionados con la característica del material detectado (como el valor del reflectancia en el caso del láser o valor de color RGB en el caso de la fotogrametría). La característica principal de una nube de puntos es su resolución, es decir, la cantidad de puntos en la unidad de volumen. En el estudio arqueológico, estos datos son particularmente importantes porque existe la necesidad de documentar no solo la mor-

112


Fig. 6 Teatro romano de Casinum, nube de puntos. (Elaboración por R. Di Maccio). Fig. 7 1512/31. Antonio da Sangallo, Planta y elevación del teatro romano de Casinum, Firenze, Uffizi.

fología, sino también las texturas de las paredes, las secciones estratigráficas, el estado de conservación de los materiales, etc. Por lo tanto, en primer lugar, es necesario diseñar campañas de adquisición de datos con el objetivo de procesar nubes de puntos con una alta resolución, cuyos files son de grandes dimensiones y pueden ser difíciles de administrar, por lo que puede ser necesario desarrollar modelos interpretativos. Una fase importante de elaboración que ha comenzado en el sitio arqueológico de Cassino es definir modelos de representación adecuados para la documentación desde la escala territorial hasta la de detalle de todo el complejo, agregando la información que se procesa gradualmente en concierto con arqueológicos e históricos. Las actividades de adquisición llevadas a cabo hasta ahora se han referido a puntos de la red topográfica global, escaneos láser y tomas fotográficas con sistemas APR (drones). En algunos casos, se ha adoptado una metodología integrada de adquisición de escáner láser / fotogrametría en aquellos casos en los que ha habido la posibilidad concreta de realizar vuelos con drones, y la necesidad de realizar estudios precisos desde posiciones terrestres fijas, hasta la integración de datos. Fotogramétrica. En otros casos, solo se realizaron exploraciones con láser, ya que no había condiciones practicables para vuelos de drones. En cuanto a la fase de elaboración de los modelos, se obtuvieron planos generales (fig. 8) y secciones a diferentes escalas, desde la general que incluye toda el área descubierta del foro (fig. 9), hasta los detalles de los monumentos individuales. Conclusiones El estudio del área arqueológica de Cassino ha estado entre los principales de nuestro grupo de investigación (Cigola, D’Auria, Gallozzi, Paris y Strollo, 2016; Cigola, Gallozzi, Paris y Chiavoni, 2018; Gargaro, Gallozzi, Zordan y Cigola, 2019). Lo estudiamos desde varios puntos de vista y con un grupo multidisciplinario que reúne diversas habilidades: levantamiento, mecánica, informática, etc. Este equipo ha llevado a aplicaciones de levantamiento tradicional, levantamiento de escáner láser, levantamiento rápidas y también robótica aplicada al conocimiento de Bienes Culturales. La actividad más amplia es ciertamente la detección, digitalización y modelado de Bienes Culturales (Attenni, Bartolomei, Hess e Ippolito, 2017). En los últimos tiempos, la tendencia que más estamos desarrollando es la de la gamificación para el análisis de Bienes Culturales a través de aplicaciones de levantamiento expedito (Fontanella, 2019).

113


Michela Cigola Arturo Gallozzi Rodolfo Maria Strollo Fig. 8 Vista en perspectiva desde el modelo digital del complejo de la zona arqueológica. (Elaboración por R. Di Maccio).

114

Todas estas actividades tienen un objetivo común: el análisis, el conocimiento y la mejora de la ciudad romana de Casinum en su integridad y en detalle en sus emergencias, contextualizada en un paisaje complejo entre el área urbana y arqueológica. Para hacer esto, hemos elegido ilustrar nuestra investigación utilizando principalmente dibujos, ya sean levantamientos de grandes arquitectos del Renacimiento o dibujos de estudio por Gustavo Giovannoni de principios de la década de 1920, hasta acuarelas realizadas en el sitio durante una campaña de levantamiento que dio lugar a otros dibujos ejecutados digitalmente.


Bibliografía Attenni M., Bartolomei C., Hess M. and Ippolito A. 2017. Survey and modeling: from the process to a methodology, «SCIRES-IT - SCIentific RESearch and Information Technology», vol. 7, n. 1, pp. 57-72.

Fig. 9 Sección transversal de la zona arqueológica. (Elaboración por R. Di Maccio).

Cigola M., D’Auria S., Gallozzi A., Paris L. and Strollo R.M. 2016. The archaeological site of Casinum in Roman era, in S. Bertocci, M. Bini (a cura di), Le ragioni del Disegno, Gangemi, Roma, pp. 201-208. Cigola M., Gallozzi A., Paris, L. and Chiavoni E. 2018. Integrated methodologies for knowledge and valorization of the Roman Casinum city, in M. Matsumoto, E. Uleberg (a cura di), CAA 2016: Oceans of Data. Proceedings, 44th Annual Conference on Computer application & Quantitative Methods in Archaeology, Archaeopress, Oxford, pp. 121-134. Cigola M. 1999. La Capilla Medici en Montecassino: dibujos y diseños de una obra nunca construida, «EGA. Revista de Expreción Gráfica Arquitectónica», vol. 5, n. 5, pp. 51-55. Carettoni G.F. 1939. Il teatro romano di Cassino, in Notizie degli Scavi di Antichità. Serie 6, fascicoli 4, 5 e 6, vol. 15, Giovanni Bardi, Tipografo Regia Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, pp. 99-141. Caretton G. 1940. Casinum (presso Cassino). Regio I, Latium et Campania, Istituto di Studi Romani, Roma. Coarelli F. 2007. Casinum. Appunti per una storia istituzionale, in E. Polito (a cura di), Casinum Oppidum. Atti della giornata di studi su Cassino preromana e romana, Cassino 8 ottobre 2004, University Press, Cassino, pp. 37–41. Fontanella F., Molinara M., Gallozzi A., Cigola M., Senatore L.J., Florio R., Clini P., and Celis D’Amico F. 2019. HeritageGO (HeGO): A Social Media Based Project for Cultural Heritage Valorization, in Adjunct Publication of the 27th Conference on User Modeling, Adaptation and Personalization, NY ACM, New York, pp. 377-382. Gargaro S., Gallozzi A., Zordan M. and Cigola M. 2019. Un approccio metodologico per la conoscenza e la gestione di un’area archeologica, in A. Conte, A. Guida (a cura di), ReUso 2019. Patrimonio in divenire. Conoscere, valorizzare, abitare, Gangemi, Roma, pp. 1663-1674. Giovannoni G. 1928. La tecnica della costruzione presso i romani, Soc. Editrice di Arte Illustrata, Roma. Ippolito A. 2015. Digital documentation for archaeology. Case studies on etruscan and roman heritage. «SCIRES-IT - SCIentific RESearch and Information Technology», vol. 5, n. 2, pp. 71-90. Maiuri A. 1938. Passeggiate Campane-Cassino romana e Ummidia Quadratilla, Hoepli, Milano. Ottati A., Bertacchi S. and Adembri B. 2018. Integrated methods for documentation and analysis of archaeological heritage: the residential building along the western side of the Canopus at Hadrian’s Villa. Initial results and research perspectives, «SCIRES-IT - SCIentific RESearch and Information Technology», vol. 8, n. 2, pp. 85-106.

115


Le indagini archivistiche e la valorizzazione del paesaggio storico urbano: dalla sicurezza ambientale alle caratterizzazioni cromatiche Federica Angelucci

Dipartimento di Architettura, Università degli Studi Roma Tre.

Lorenzo Fei Federica Angelucci Lorenzo Fei Antonio Pugliano

Dipartimento di Architettura, Università degli Studi Roma Tre.

Antonio Pugliano

Dipartimento di Architettura, Università degli Studi Roma Tre.

Abstract Archive studies and enhancement of the city’s urban landscape: from environmental safety to chromatic characterization Documents are fundamental cultural resources for the study of changes in the fabric of a city. In particular the building applications of the Fondo Titolo 54 and the Ispettorato Edilizio (Building Inspectorate) contained in the Archivio Storico Capitolino (Capitoline Historical Archive) provide unique evidence of the processes which gave Rome’s historical architecture a new face over just a few decades. Building extensions, elevations and restorations provide precious information about building types and technology, and about the use of materials. Collection, critical analysis and mapping of the applications aims to develop knowledge of the buildings or of entire areas whose durability may be at a greater risk. If added to other factors, the modifications made to buildings, whether slight modifications or substantial changes to the entire fabric, may increase the fragility of the structures and their potential for suffering damage. These documents prompted an interesting study concerning the colour of façades which is precisely shown in these drawings and constitutes an essential source for knowledge about the colour of the city within a specific time frame. Keywords Historical roman building, City color, Environmental safety, Earthquakes, Enhancement of heritage

Premessa (A.P., F.A., L.F.) La tutela e la valorizzazione del paesaggio storico urbano trovano nella conoscenza puntuale degli elementi che lo compongono una base scientifica indispensabile al fine di compiere le scelte più appropriate e intraprendere azioni di vigilanza e potenziamento del patrimonio edilizio. L’indagine condotta su alcuni fondi contenuti nell’Archivio Storico Capitolino e nell’Archivio di Stato di Roma ha permesso di conoscere approfonditamente le sensibili trasformazioni subite dal tessuto storico urbano in uno specifico arco temporale. I fenomeni ricorrenti di mutazione tipologica e costruttiva e di caratterizzazione ‘stilistica’ architettonica e cromatica dell’edilizia seriale sono d’interesse per la sicurezza am-

116


bientale in ambito di prevenzione sismica alla scala dell’edificio ed estesamente della città, e per il restauro nel quale la qualificazione architettonica del tessuto connettivo di edilizia storica di base gioca un ruolo fondamentale nell’apprezzamento estetico dell’ambiente di vita. Entrambi questi scenari di ricerca sono trattati nella presente memoria che descrive l’interazione sinergica tra un sistema di produzione e comunicazione di dati storico-archivistici come il Webgis Descriptio Romae e un sistema di produzione e ri-generazione critica a carattere processuale di informazioni storiche finalizzate. Con questa ricerca il Web Gis Descriptio Romae è stato ampliato nella documentazione d’archivio e sono state poste le premesse affinché questa preziosa banca dati si saldi con l’Atlante Dinamico DynASK1 generando un sistema integrato di elevata versatilità, utile per molteplici fini, che si estendono dalla ricerca storica archivistica alla sintesi critica processuale finalizzata alla fruibilità turistica in sicurezza, al restauro, alla governance della città e del territorio. Le fonti d’archivio come strumento indispensabile alla conoscenza della città storica (F.A.) L’imponente repertorio archivistico romano costituisce un riferimento imprescindibile per lo studio delle trasformazioni dell’edilizia storica; a tal fine sono ineludibili i fondi legati a quello che oggi chiamiamo ‘permesso di costruire’, ossia tutti quei documenti da cui si comprendono, analizzandole criticamente, le alterazioni perpetrate sugli edifici; attraverso tali modifiche è possibile conoscere approfonditamente molteplici aspetti del tessuto storico urbano. L’apertura di nuovi vani, il restauro della facciata, le sensibili manomissioni alla struttura per ampliare o accorpare un edificio, la totale ricostruzione del fabbricato o la trasformazione di un solaio di copertura a falde in una terrazza, costituiscono solo alcuni esempi delle possibili mutazioni. L’indagine documentaria si è avvalsa dei seguenti fondi: ‘Titolo 54’, ‘Notai del tribunale delle acque e delle strade’, ‘Chirografi Pontifici’ e ‘Lettere Patenti’, analizzati e confrontati insieme alla cartografia di G.B. Nolli e all’utilizzo del Catasto Pio-Gregoriano di Roma (Catasto urbano) digitalizzato e georeferenziato. Tra i fondi esaminati indispensabili alla conoscenza dell’edilizia storica romana, il più antico è quello dei ‘Chirografi Pontifici’, risultato delle decisioni del Pontefice di trasformazioni di parti molto consistenti della città, quindi interventi che possono essere definiti pubblici. Questo fondo si trova presso l’Archivio di Stato di Roma (ASR) e riguarda le piazze principali della città. Il fondo ‘Lettere Patenti’ (‘permessi di costruire’) comprende i documenti composti da uno o più fascicoli contenenti l’istanza del proprietario e l’approvazione o il diniego dell’approvazione del progetto e, quindi, l’intera descrizione dell’intervento. Particolarmente interessanti per la ricerca sono le istanze presenti nell’Archivio Storico Capitolino (ASCR) raccolte nelle serie archivistiche Titolo 54 (1848 – 1922) e Ispettorato Edilizio (1887-1930); esse danno luogo alla più coerente e copiosa fonte di documenti, disegni, immagini e foto per lo studio delle vicende edilizie e dello sviluppo urbanistico di Roma per oltre un ottantennio: 1848-1930. Questa epoca di grandi trasformazioni inizia con il motu proprio di Pio IX del 2 ottobre 1847 con il quale si delega il Municipio Romano ad attuare un certo controllo sull’iniziativa edilizia privata e di tutela dell’‘ornato e comodo’ cittadino. Oltre alla supervisione delle trasformazioni sull’edilizia romana ottocentesca al Comune moderno competeva la modernizzazione amministrativa divenuta più pressante dopo il 1870 con le nuove leggi dello sta-

Piano Straordinario di Sviluppo della Ricerca di Ateneo. Azione sperimentale di finanziamento a progetti di ricerca innovativi e di natura interdisciplinare. CALL4IDEAS. Il WebGis Descriptio Romae ampliato. Un Atlante dinamico per la conoscenza, la prevenzione del rischio sismico e idrogeologico, la fruizione della città storica. Responsabile Antonio Pugliano, Dipartimento di Architettura UniRoma3. Gruppo di ricerca: Maria Grazia Cianci, Corrado Falcolini, Francesca Geremia, Massimo Mattei, Anna Laura Palazzo, con Federica Angelucci, Asia Barnocchi, Luca Menegatti (assegnisti), Lorenzo Fei (dottorando), Giorgia Cecconi, Claudio Impiglia, Giulia Lopes Ferreira, Stefano Merola (borsisti). Con il contributo di Paolo Micalizzi, Giorgio Ortolani, Elisabetta Pallottino, Francesca Romana Stabile.

1

117


Federica Angelucci Lorenzo Fei Antonio Pugliano

to sabaudo e gli interessanti accadimenti fino al 1930 quando il regime mussoliniano al potere decide, con il Governatorato di Roma, di ratificare il nuovo piano regolatore della città del 1931. Peraltro, il fondo ‘Titolo 54’ dell’Archivio Storico Capitolino (ASCR), si basava su una legge che consentiva ai proprietari che volessero trasformare il proprio edificio di sottoporre il progetto all’approvazione del Tribunale delle strade, in tal caso potevano usufruire di benefici economici, come l’esenzione fiscale dalla tassa della ‘dativa Reale’. Questo fondo contiene l’istanza del proprietario con relazione tecnica sugli interventi, il rilievo dello stato attuale e il progetto di trasformazione, il tutto, nella maggioranza dei casi, acquerellato e ciò offre un’importante informazione sul colore degli edifici romani in un intervallo temporale ben definito; in ultimo il fondo ‘Notai del tribunale delle acque e delle strade’ (contenuto nell’ASCR fino all’anno 1870 e poi nell’ASR) è quasi sempre legato alle istanze del ‘Titolo 54’: una volta conclusa la pratica, consentiva la stipula di un atto notarile tra il proprietario e l’ente pubblico. Questo fondo è importante perché non tutte le richieste presenti nel ‘Titolo 54’ venivano approvate, mentre il fondo Notai accerta l’approvazione del progetto e, inoltre, riporta magnifici documenti grafici. I documenti scelti per lo studio critico sono stati precedentemente censiti tra le migliaia presenti per il loro interesse storico-architettonico-urbano. Il WebGis Descriptio Romae e l’aggiornamento dei dati archivistici ai fini dell’Atlante Dinamico DynASK Per sua natura un sistema GIS, lungi dal potersi considerare concluso una volta per tutte, si presta invece a continue forme di aggiornamento di dati e funzionalità. Nell’ambito della produzione dell’Atlante Dinamico DynASK si è proceduto all’implementazione del WegGIS Descriptio Romae la cui documentazione conta ad oggi circa 4000 documenti. Si è proceduto all’aggiornamento dei documenti presenti nel ‘Titolo 54’, in particolare del periodo successivo all’avvento di Roma come capitale, documenti finora inseriti solo per gli anni 1871-1872 e dei relativi brogliardi. Sono state realizzate n. 452 schede partendo dall’anno 1873. Avendo dovuto acquisire le istanze relative ai 14 rioni presenti a Roma relativi al Gregoriano (estendentisi a n. 22 ossia con istanze relative ad esempio a particelle appartenenti a Castro Pretorio, Stazione Termini, Rione Prati ecc.) si è operato per mezzo della delimitazione delle aree iniziando a schedare le istanze relative al rione Parione per poi proseguire con i rioni limitrofi e coprire tutto l’anno 1873. Del rione Parione, area altamente stratificata, sono state schedate tutte le istanze fino all’anno 1930, ossia l’anno in cui termina l’acquisizione, da parte dell’ASCR, delle pratiche edilizie nel fondo ‘Ispettorato Edilizio’. Con l’intento di implementare il repertorio di dati storico-critici per l’uso nell’ambiente DynASK, si è posta in atto una lettura inedita del repertorio archivistico ampliato ponendo finalmente attenzione al censimento, catalogazione e vettorializzazione dei dati relativi alla tipologia di richiesta amministrativa e, di conseguenza, ai tipi di azioni delle quali si richiedeva la legittimazione. Sono stati catalogati quindi i progetti di Accorpamento, Ampliamento, Costruzione; Demolizione; Fusione di più edifici in un unico fabbricato; Modifica; Restauro, Ricostruzione; Riedificazione; Sopraelevazione; Sopraelevazione interna; Sostituzione di tetto in terrazza, concentrando l’attenzione sulla individuazione dei caratteri ricorrenti di mutazione degli organismi architettonici. Chi scrive si augura che tale tipologia di informazione, presente nell’implemento prodotto dal DynASK, possa essere resa standard anche in occasione delle future manutenzioni

118


culturali del WebGis Descriptio Romae. Gli elaborati progettuali schedati e vettorializzati costituiscono un database di carattere scientifico che un fruitore del DynASK potrà analizzare criticamente. Lo studioso potrà osservare lo stato dei luoghi in un determinato periodo storico di riferimento, avendo contezza delle stratificazioni urbane definite dall’insieme delle cartografie storiche vettorializzate e rese comparabili, e con i disegni perlopiù acquerellati e di buona fattezza e con lo stato ante e post operam, percepirà un quadro esauriente dell’edificio e dunque spesso del prospetto di un tracciato viario e del suo profilo (Angelucci, 2017). Nell’implemento del DynASK sono stati sono stati inclusi gli ‘aggiornamenti’ del Catasto Gregoriano attinenti agli anni di poco precedenti al passaggio di Roma dall’amministrazione pontificia a quella del Regno d’Italia. Nelle tavole di aggiornamento, oltre alle demolizioni e ricostruzioni sopra citate, sono sempre indicati i numeri civici degli edifici (adeguati alle relative trasformazioni), mancanti invece nelle tavole del Gregoriano, cosa questa che le rende di grande interesse. Avendo voluto delineare un’area specifica con caratteristiche omogenee, il rione Parione, e approfondire il più possibile la sua conoscenza si sono schedati i disegni non solo del ‘Titolo 54’ ma si è effettuata una cernita di istanze del fondo ‘Ispettorato Edilizio’ (sempre contenuto nell’ASCR). Inoltre, è stato coinvolto l’ASR per il fondo ‘Disegni e Piante’. L’intera documentazione censita ed acquisita è stata ad oggi in buona parte collegata agli oggetti grafici che compongono la cartografia vettoriale e ai grafici di progetto allegati al singolo documento. Particolarmente rilevante concettualmente la metodica di predisposizione dei documenti all’inserimento nel ‘Web Gis Descriptio Romae’, provenienti dall’elaborazione e vettorializzazione del DynASK, che ha previsto la trattazione di tutti i dati relativi ai progetti selezionati: con questi dati, anche iconografici, si possono conoscere di ogni particella e di ogni ‘subalterno’ il numero dei piani di ogni edificio, la superficie, la destinazione d’uso, la rendita catastale. I documenti archivistici, in particolare inerenti ai

Fig. 1 Atlante Dinamico DynASK. Mappa della vettorializzazione dei dati relativi alle tipologie di intervento architettonico associabili alle istanze del fondo ‘Titolo 54’, ASCR. Il Filtro raccoglie in numerosi layers caratteristici i dati tipologici, associandoli alle rispettive particelle del Catasto urbano PioGregoriano digitalizzato e georiferito sulla base grafica CTR 2014 (Federica Angelucci, 2020).

119


Federica Angelucci Lorenzo Fei Antonio Pugliano

cosiddetti ‘aggiornamenti’ preunitari, sono collegati ad ogni singola particella oggetto di interventi di trasformazione, per l’ampliamento dell’iconografia storica acquisita.

120

La conoscenza delle manomissioni e delle sensibili trasformazioni subite dagli edifici del centro storico di Roma al fine della tutela dai rischi sismico e idrogeologico (L.F.) L’acquisizione degli accadimenti edilizi avvenuti in un delimitato arco temporale ha come obiettivo la conoscenza di edifici o di intere aree metropolitane che possano essere oggetto di una maggiore percentuale di rischio per la loro durabilità. Da questo punto di vista la vettorializzazione delle fonti storiche proposta dalla metodologia del DynASK rappresenta una importante evoluzione concettuale e culturale a fondamento di importanti sintesi critiche di ampio respiro. L’iter processuale adottato per la vettorializzazione del repertorio archivistico ha previsto il Censimento delle pratiche riguardanti i rioni romani, la schedatura delle istanze scelte e l’acquisizione delle domande edilizie nella loro interezza; ciò ha significato acquisire la domanda di permesso, la relazione tecnica e le preziose immagini relative allo stato di fatto del fabbricato (ante operam) e di progetto (post operam). Il medesimo procedimento è stato adottato per le pratiche relative ai danni causati agli edifici storici dai terremoti. Ogni istanza edilizia richiesta da parte dei proprietari immobiliari prevede una o più tipologie di intervento sull’edificio. Queste tipologie, in genere in numero di due, sono state scisse per essere cartografate sul Catasto Urbano Pio-Gregoriano. Ogni mutazione tipologica e costruttiva (Accorpamento, Restauro, Sopraelevazione, ecc.) è stata cartografata agganciando l’istanza alla relativa particella della mappa del Catasto Gregoriano. Ad ogni tipologia di intervento corrisponde un layer. Se l’istanza prevede due o più azioni da eseguire contemporaneamente la relativa particella vedrà più layers sovrapposti; la medesima cosa avverrà nel momento in cui una stessa particella è stata oggetto di più interventi in anni differenti. Questo lavoro pone le basi per lo studio e l’analisi critica del tessuto urbano potendo ad esempio evidenziare con estrema facilità ‘tutti gli edifici oggetto di Sopraelevazione’ in tutti i rioni di Roma (per ora relativamente all’anno 1873) e più specificatamente nel rione Parione, dal 1873 al 1930, ossia tutti i documenti di interesse architettonico-urbano del fondo ‘Titolo 54’ postunitario contenuti nell’ASCR. Le mutazioni subite dagli edifici, siano esse lievi manomissioni o sensibili trasformazioni dell’intero organismo, se sommate ad altri fattori possono incrementarne la potenziale danneggiabilità. La conoscenza della casistica delle mutazioni pone le basi per il confronto degli interventi edilizi con problematiche pregresse, ad esempio di natura idrogeologica, orografica, ecc., che possano meglio far comprendere il rischio sismico di particolari edifici, rischio, come detto, aumentato dalle manomissioni introdotte agli immobili. Ad esempio, con questo metodo, si possono palesare le criticità di alcuni edifici nel rione Parione dove la sopraelevazione dei fabbricati (anche di tre piani su medesime fondamenta) si somma allo stato del terreno poco coerente e con elevata presenza di acqua. Nei fatti, nel corso dell’Ottocento e dei primi del Novecento la quasi totalità degli edifici della città storica sono stati sopraelevati di uno o più piani (anche di quattro) in assenza delle necessarie opere di consolidamento delle murature dei piani inferiori. Si tratta di una criticità diffusa, già di per sé problematica, destinata ad aggravarsi ulteriormente nei casi in cui agli edifici interessati da dette sopraelevazioni corrisponda-


no nel sottosuolo criticità aggiuntive, per la presenza di cavità/discontinuità naturali o artificiali, dovute, in un caso, alle preesistenze archeologiche, nell’altro, alla struttura geologica del sottosuolo. A esempio si potranno osservare particolari ambiti del territorio urbano nei quali la sovrapposizione di più criticità come, a titolo di esempio, una cavità naturale, alla quale nel tempo si sia sovrapposta una cisterna romana e una sopraelevazione edilizia sia tale da delineare in quello stesso sito significative condizioni di rischio di danneggiamento sotto azione sismica. Sono state quindi condotte indagini documentarie presso l’Archivio Storico Capitolino al fine di raccogliere dati ed informazioni necessari a definire l’effettivo risentimento degli edifici di alcuni terremoti a Roma. In particolar modo si sono svolte ricerche sulla documentazione presente nel ‘Titolo 54’, nel ‘Titolo 62’ e nell’’Ispettorato Edilizio’, ricerca in itinere che già dimostra di poter svolgere un ruolo di spiccato interesse nella definizione dei danni puntuali; in questo caso l’utilizzo del patrimonio archivistico diviene un originale strumento di valutazione dei rischi sismico e idrogeologico in relazione alla interazione fra le caratteristiche degli edifici realizzati o trasformati nei secoli precedenti, prima e in assenza di qualsivoglia normativa antisismica, con le caratteristiche delle stratificazioni archeologiche e geologiche del sottosuolo. Le manomissioni tardo Ottocentesche, in particolare subito successive all’Unità d’Italia, prevedevano delle sensibili trasformazioni degli edifici. Questo accadeva nel momento in cui la mancanza di abitazioni nel centro della città, cresciuta in modo esponenziale dopo che Roma diviene Capitale, vede i proprietari immobiliari, spinti dalla allettante possibilità di ottenere un copioso guadagno dagli affitti, desiderare il massimo profitto possibile dai loro immobili. I proprietari decidono di sopraelevare gli immobili per costruire più appartamenti. Tra le molteplici operazioni che i proprietari immobiliari intraprendono sugli edifici quelle che riguardano più dettagliatamente lo studio circa la danneggiabilità di un fabbricato nei confronti di un ipotetico sisma concerne in particolar modo tutte quelle operazioni che vanno a modificare gli elementi strutturali dell’edificio. Non da meno devono essere considerate l’abbattimento di tramezzature o l’apertura di vani in determinate posizioni che con la loro attuazione possono avere indebolito l’intero organismo. Le tipologie di intervento più pericolose riguardano le seguenti diciture: Accorpamento, Ampliamento, Modifica, Restauro, Ricostruzione-Riedificazione, Sopraelevazione (interna e/o esterna). Ognuno di questi interventi implica delle mutazioni radicali dell’organismo originario. Con alcune di queste diciture si operavano pesanti e diversificate modifiche all’assetto originario della proprietà immobiliare. Valga l’esempio della tipologia di intervento ‘Restauro’ si potevano trasformare facciate, si mutava il tetto in terrazza, si ampliavano i vani di porte e finestre, si regolarizzavano le bucature per una composizione ordinata del prospetto (con grande attenzione per la simmetria e l’assialità cielo-terra); si spostavano i tramezzi, per la diversa distribuzione interna dei vani, ed i solai per aumentare l’altezza degli ambienti per una maggior salubrità delle stanze (luce ed aria). Gravosi interventi si nascondono anche sotto la dicitura ‘Accorpamento’. In questo caso una serie di case di tipologia a schiera, (le case della tradizione dell’edilizia minore medievale) anche in numero di 10, ad un piano, sono unite insieme sopraelevando di 4 piani l’organismo su medesime fondamenta. Si demoliscono i corpi scala divenuti in numero eccessivo per posizionarne un unico in area centrale. Si modificano i solai

121


Federica Angelucci Lorenzo Fei Antonio Pugliano

122

interpiano per ottenere una medesima quota, si abbattono e ricostruiscono i tramezzi, si spostano i vani delle aperture, si ampliano i vani delle porte di ingresso per renderli adatti all’uso di bottega e lasciare un unico portone di accesso ai piani superiori. Queste descritte sono solo alcune delle operazioni eseguite sull’edilizia storica romana in circa un ottantennio (1848-1930). Insieme all’incremento spregiudicato dell’altezza degli edifici, come se non bastasse, si assiste al mutamento delle tecniche costruttive che vede l’impiego di altri materiali rispetto al legno, ad esempio il ferro che per i solai viene utilizzato insieme al mattone. È ormai dunque ovvio che la conoscenza di tutti questi accadimenti sia un elemento fondante per analizzare le eventuali criticità di un edificio o di un’intera area del tessuto urbano. La scientificità del metodo adottato che vede l’utilizzo di specifica documentazione storica censita, studiata e cartografata pone le basi per una corretta metodologia di indagine. Il colore delle facciate e la ricerca documentaria archivistica. L’analisi critica delle istanze edilizie del fondo ‘Titolo 54’ negli anni 1848-1930 (A.P.) L’acquisizione dell’iconografia a corredo delle istanze edilizie del fondo ‘Titolo 54’ ed in particolare l’ottenimento dei disegni delle pratiche stesse, ha permesso di osservare il colore degli edifici oggetto di trasformazioni. Ciò è stato possibile solo per quei disegni che, acquerellati, presentano una colorazione sul prospetto del fabbricato. Si ricorda che nelle istanze edilizie l’edificio oggetto della pratica veniva rappresentato sia nel suo stato ante operam che di progetto. Sebbene alcuni di questi disegni siano a china e non presentino dunque alcun dato circa la tinteggiatura, molti sono invece gli episodi in cui il progettista definisce il colore ed i materiali costruttivi utilizzati. I disegni hanno perlopiù una buona qualità grafica e proprio questa puntuale definizione dei prospetti permette di trarre delle ipotesi sia circa il colore che circa il gusto ottocentesco che si andava diffondendo in una Capitale appena creata. Il gusto rifletteva non solo l’esigenza di adeguare i prospetti dei fabbricati mutati dalla tipologia a schiera (di una secolare edilizia minore) all’imitazione del palazzetto nobiliare, ma anche quella propensione, quella tendenza della classe borghese (che proprio in questi anni si affacciava e si inseriva nella società romana), a fare propri i colori dei materiali della tradizione costruttiva gentilizia. C’è da dire che i disegni del fondo ‘Titolo 54’ non necessariamente documentano lo stato finale dell’opera; questo è possibile se si ricorda che non tutte le istanze furono approvate dal Comune moderno e non tutte le richieste ebbero un seguito positivo da parte del proprietario immobiliare. Nei casi di disegni ben dettagliati sarà consigliabile acquisire il colore delle tinteggiature degli edifici come testimonianze iconografiche che abbiano un valore indiziario. Le tonalità di colore utilizzate nei disegni delle istanze variano dal grigio, al bruno, al rossiccio, al color pozzolana, al giallo e all’arancio e restituiscono l’idea di un tessuto edilizio policromo. In particolare nella tipologia di intervento che comprendeva il totale rifacimento della facciata (passando dal prospetto di un’abitazione ad uno o due piani ad uno a quattro o a cinque) ad imitazione dei palazzetti nobiliari, prevedeva la possibilità di imitare l’uso di materiali lapidei (travertino o peperino) nella fascia basamentale o nei cantonali con stucco, colori e velature evitando l’utilizzo dei dispendiosi materiali lapidei. Anche il mattone a faccia vista, costoso per la sua prerogativa di elemento regolare e per l’attenta posa in opera con filari precisi, veniva imitato mediante l’utilizzo di un colore rossiccio o giallo come nel colore del sottile mattone di tradizione romana. Le istanze scelte a rappresen-


tare le differenti colorazioni utilizzate per definire le facciate denotano un’ampia qualità dei disegni presenti nel fondo sopracitato permettendo di osservare nei progetti più ambiziosi i materiali utilizzati ed i dettagli del bugnato basamentale, dei cantonali, delle fasce marcapiano e marcadavanzale, dei timpani per finire con le decorazioni e le balaustre del terrazzo di copertura (Angelucci, 2017). Questa ricerca che si è soffermata sull’aspetto cromatico della città Ottocentesca e dei primi tre decenni del Novecento, pone le basi per catalogare i molteplici casi di coloritura di edifici presenti nelle istanze e consente di sperimentare il reale permanere della composizione linguistica tradizionale di ascendenza antica nel processo di mutazione tipologica dell’edilizia urbana. Un aspetto di preminente interesse nelle attività di documentazione e, conseguentemente, di analisi critica delle fonti della cultura edilizia di ambiente romano messo in luce dall’Atlante Dinamico DynASK, ha riguardato la mutazione tipologica cui è stato esposto nel tempo il patrimonio architettonico storico; detta mutazione ha riguardato la compagine materiale, con implicazioni come si è detto al riguardo della vocazione acquisita al danneggiamento sismico, ma si è anche tradotta nel veicolo di espressioni di composizione linguistica a valere sulla qualificazione cromatica dei fronti urbani. L’osservazione del repertorio di soluzioni compositive proposte al riguardo dei colori di progetto presenti nei disegni delle istanze edilizie consente di evidenziare il sussistere della propensione per una semantica del colore della città Ottocentesca che si faccia carico di antichi indirizzi consolidati. Questi ultimi sono basati sull’intenzione di assumere come strutturazione linguistica della qualificazione cromatica, rappresentazioni artisticamente evolute, a vocazione imitativa dei materiali costitutivi dell’architettura tradizionale. Il repertorio documentario indagato mostra come a componenti architettoniche costruttivamente omogenee per uso di materiali, si associava la qualificazione coloristica allusiva del repertorio congruo di materiali nobili che si sarebbero posti in opera se non si fosse fatto ricorso al palliativo dell’imitazione. Proprio per il ruolo imitativo, l’esercizio della semantica del colore, attenta ad alludere al materiale ‘altro’ rispetto al supporto, guadagna un forte connotato di autonomia, ‘per artisticità’, nell’economia della composizione architettonica complessiva e finisce per svolgere un ruolo condizionante nella stessa formulazione dell’impianto materico che connota le facciate. Questa è una condizione storicamente costante nell’ambiente romano: per brevità si indicano i capisaldi storiografici estremi nell’antica architettura residenziale ostiense e nell’edilizia vernacolare ICP. Ove, nel primo caso, capita di osservare in edifici di epoca imperiale, redatti sul sedime di artefatti apparentemente precedenti all’edificazione del castrum, intonaci su supporto laterizio lavorati in superficie per imitare blocchi di pietra tufacea. Per il secondo caposaldo storiografico, valga l’esempio di alcune architetture residenziali redatte nei primi venti anni del Novecento, con l’esempio ‘recente’ delle architetture ‘vernacolari’ dell’architetto Camillo Palmerini, segnatamente nei casi dei blocchi residenziali della Via La Spezia in Roma (Intervento ICP Appio II 1923). Detti edifici sono composti con intonaci modanati, stesi e segnati, a formare partiti architettonici di bugnati, di ordini, di cornici, di marcapiani, di tabelle e campi di riquadri. Gli elementi compositivi mostrano una lavorazione superficiale che allude alle caratteristiche di lavorabilità dei materiali imitati: le ordinanze architettoniche e le incorniciature alludono a superfici ‘polite’ come possono essere quelle ottenute dalla posa in opera di una pietra nobile lucidabile a grana finissima, come il marmo di Carrara, i bugnati di diversa ‘rusticità’ superfi-

123


Federica Angelucci Lorenzo Fei Antonio Pugliano

ciale alludono al travertino e al peperino, il connettivo tra le partiture architettoniche appare destinato alla cortina laterizia fine di pianelle, che circonda campi di arriccio di intonaco ‘a gretoncino’. Chi scrive lascia il Lettore riflettere sull’esito cromatico straordinariamente attrattivo di una siffatta composizione: il bianco abbacinante del marmo di ordini e cornici sommitali, compone la struttura verticale e orizzontale dell’impaginato del fronte nel quale si associano i toni pallidi color carne dei ‘bugnati lisci’ di travertino e i toni cupi del grigio a radice ocra del peperino nei ‘bugnati rustici’ che digradando compongono, peraltro utilmente, l’attacco a terra dell’edificio; le superfici di intonaco del color del mattone, rosato, compongono il connettivo nel quale spiccano sia le cornici delle aperture e i parapetti murari dei balconi color del travertino nei toni chiaro e scuro per modanature e intavolati, sia i campi violacei, vibranti luministicamente, degli arricci color della pozzolana. Tra i due capisaldi storiografici citati si svolge l’intera narrazione della dinamica evolutiva della tipologia edilizia e della corrispondente espressione linguistica della cultura costruttiva, oggetto di rievocazione attraverso la composizione cromatica; di tale rapporto si occupa l’Atlante Dinamico DynASK ponendo a sistema, per l’edilizia residenziale minuta, i segni permanenti nelle mutazioni tipologiche rappresentati cromaticamente attraverso l’attribuzione leggibile di forme e funzioni alle componenti introdotte dalle nuove fisionomie. L’intento è ricomporre, con la razionalità filologica che deriva da pratiche restaurative autenticamente consapevoli, la leggibilità del sistema linguistico dell’architettura tradizionale oggi sovente malinteso e compromesso. Conclusioni (A.P., F.A., L.F.) È possibile delineare un primo bilancio del lavoro sin qui svolto. Il nostro gruppo di ricerca ha sviluppato un metodo di analisi che getta le basi per la comprensione e la conoscenza necessarie alla conservazione e alla valorizzazione del paesaggio storico urbano. L’analisi storico-documentaria del patrimonio archivistico costituisce un primo indispensabile tassello di quella fitta trama di informazioni che possono interessare particolari ambiti tematici. Le fonti documentarie censite, schedate, cartografate ed analizzate costituiscono nei fatti un fondamentale giacimento culturale per lo studio delle trasformazioni del tessuto della città. In rapporto ai fenomeni di drastico cambiamento culturale della società civile, al mutamento dei contesti normativi e di progetto politico per il governo del territorio, alle mutate destinazioni d’uso del patrimonio immobiliare, è possibile intrecciare i dati nelle differenti tematiche ma tutte di elevata potenzialità: dalla sicurezza degli edifici, alla vulnerabilità sismica, al rischio idrogeologico per concludere con la valorizzazione della ricchezza linguistica espressa dalla cromia dell’edilizia storica romana, oggi purtroppo drammaticamente malintesa. La perdita di alcuni brani di tessuto abitativo o di specifiche emergenze architettoniche pone le basi per un futuro studio che potrebbe essere intrapreso con la modellazione tridimensionale di parti significative della città storica non più in esistenza, da offrire in forma virtuale per farle assurgere al ruolo di testimonianza culturale e di espressione attrattiva ed eloquente dei valori e significati del linguaggio dell’architettura tradizionale e del gusto estetico a essa attribuibile.

124


Bibliografia Angelucci F. 2017, La Spina dei Borghi (1848-1930). Trasformazioni e restauri attraverso i fondi dell’Archivio Storico Capitolino, Steinhäuser Verlag, Wuppertal. Buonora P., Le Pera S., Micalizzi P. 2014, Descriptio Romae, un Web Gis sul centro storico di Roma, in M. Pompeiana Iarossi (a cura di), Ritratti di città in un interno, Bononia University Press, Bologna, pp. 3746. Pugliano A. 2009, Elementi di un costituendo Thesaurus utile alla conoscenza, alla tutela, alla conservazione dell’architettura, il riconoscimento, la documentazione, il catalogo dei beni, Prospettive Edilizie, Roma. Micalizzi P. 2003 (a cura di), Roma nel XVIII secolo, Atlante Storico delle Città italiane, Roma 3, vol. I-II, Kappa, Roma. Pugliano A. 1998, Sulla qualità nel recupero dell’edilizia storica. La Guida ai Colori di Roma, «Roma Moderna e Contemporanea», n. 3, Roma, pp. 551-560.

125


Cornicioni e sistemi di smaltimento delle acque meteoriche nell’architettura tradizionale mediterranea. Conoscenza, durabilità e recupero compatibile nella Sicilia Occidentale Tiziana Campisi Tiziana Campisi Simona Colajanni

Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Palermo.

Simona Colajanni

Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Palermo.

Abstract The essay explores the construction aspects of cornices that, from elements of protection, they can also become elements of degradation and instability due to their shape. We would analyse formal and material values of a cornice: it presents complex characters and summarizes problems deriving from construction requirements of building envelope, due to the double value of ornamentation (crowning of building) and functional component (removal system of meteoric water from façade). This study suggests a repertoire of “rules of art”: deriving from treatises and manuals and constituting points of reference for historical construction. We would indicate the main degradations that the shape of cornice can produce on façade, supported by an experimental study conducted at the University, through an experimental model, according to the most recurrent forms of cornices founded in the historical centre of Palermo, comparing the obtained data with the pathologies identified by the rule UNI11182/2006. This study wants to provide specific indications that allow the technical element to be brought back to a configuration compatible with its pre-existent characteristics. Keywords Sicilia, cornicioni, caratteri costruttivi, durabilità, recupero compatibile

Pillole di Architettura e Tecnica per un repertorio dei sistemi di smaltimento delle acque meteoriche Trattati e manuali descrivono le ‘regole dell’arte’ relative ai sistemi costruttivi più diffusi, in contesti sovranazionali e negli esempi di maggiore livello; per quelle soluzioni tecniche tipiche, invece, di archi temporali e aree limitate nella estensione e nel confinamento geografico, definite ‘minori’ ma non per questo meno importanti nella formazione dell’identità di un luogo, l’occhio attento del tecnico deve applicare un giudizio di valore più restrittivo, pena la perdita definitiva di questi labili componenti. (Campisi, Fatta, 2013) (Breymann, 1885; Donghi, 1905) Per avvicinarci al tema dei cornicioni andrà prima precisato che i sistemi di raccolta dell’acqua nella porzione altimetricamente più depressa della falda erano considerati – in passato così come oggi – opere costose e di una certa complessità: raramente l’architettura monumentale ne faceva a meno (fig. 1), mentre l’edilizia rurale e corrente

126


Fig. 1 Smaltimento delle acque meteoriche, con canale di gronda interno al muretto d’attico. (da Formenti C., Cortelletti R., 1893); vista dall’alto nella chiesa di Santa Caterina dell’asola interna contenente il canale di gronda, del muretto d’attico e dello sporto esterno del cornicione lapideo. (Foto: Tiziana Campisi, 2020).

usava i cosiddetti ‘tetti a stillicidio libero’, che però di frequente provocavano evidenti forme di degrado sulle superfici murarie. Diffusamente, l’acqua veniva convogliata in un più ragionato sistema di gronde e pluviali; la maniera più semplice per realizzare un canale di gronda era quella di giustapporlo all’esterno, lungo il bordo della falda e ben visibile in facciata. Si usavano prima coppi laterizi, posti in sequenza e in leggera sovrapposizione per raccogliere l’acqua di falda e convogliarla ai discendenti pluviali e poi si preferì la lamiera sagomata in ferro, sostenuta da supporti metallici così come lo zinco e il rame, con saldature a stagno (fig. 2) (Fatta et al., 2007). In area mediterranea le coperture a tetto concorrono in modesta misura alla caratterizzazione dell’ambiente urbano e dunque i cornicioni con soprastanti muretti d’attico rappresentano la terminazione superiore più evidente e di qualità delle architetture: una gronda interna era sovente nascosta alla vista, con conseguente difficoltà tecnica ma anche statica dovuta alla formazione di un’asola continua e profonda nel cornicione, proprio nel nodo tecnologico-strutturale dove l’orditura lignea della copertura poggiava sui muri d’ambito: la quota della gronda non doveva interferire col cornicione stesso, formato da grossi blocchi lapidei incastrati profondamente per tutto lo spessore del muro. Per i tetti non spingenti, se si era in presenza di un sottotetto, si optava per scelte tecniche con gronde poste all’interno, sospese su chiodi metallici, mensoline lapidee o laterizie, mentre per i tetti spingenti o in presenza di capriate a sostegno degli arcarecci o ancora allorché la gronda, correndo parallelamente al muro di facciata intercettava i muri trasversali, si costruiva un canale meno profondo, alloggiato in uno scasso praticato all’interno dello spessore murario (fig. 1). La gronda, a leggera pendenza, convogliava l’acqua piovana verso un punto di scarico a terra, diretto o indiretto e talvolta si optava per i doccioni, ma tale sistema di scarico si poteva proporre per gli edifici bassi e con notevoli sporti, perché l’acqua in caduta sarebbe precipitata al suolo con notevole impatto, disturbo per i passanti e possibili danni in corrispondenza del basamento degli edifici, ovvero si utilizzavano discendenti pluviali. In Sicilia, il sistema più diffuso per condurre a terra l’acqua raccolta dalla gronda utilizzava degli elementi tronco conici in laterizio impilabili, detti ‘catusi’ (fig. 3), poi via via sostituiti nei primi decenni dell’Ottocento con discendenti in lamiera o in ghisa, connessi stabilmente con ganci e staffe alla muratura e particolare attenzione al raccordo tra la gronda e il discendente. Per le gronde poste all’interno dei muretti d’attico, al di sopra dei grossi cornicioni di coronamento, il collegamento col di-

Fig. 2 Smaltimento delle acque meteoriche con canale di gronda sul prolungamento della copertura (G. A Breymann, 1885).

127


Tiziana Campisi Simona Colajanni

scendente esterno necessitava di una vera e propria canalizzazione nascosta entro la struttura muraria con relativo imbuto, raccordato con la testa del discendente verticale (Campisi, Fatta, 2013).

128

La costruzione del cornicione nell’architettura tradizionale siciliana La definizione ‘materiale’ del cornicione è riconducibile – per la maggior parte dei casi – ai lapidei impiegati e per la Sicilia occidentale alla biocalcarenite conchiliare, messa in opera con malta di calce idraulica con specifici additivi. Si conformavano i ‘pezzi’, conci fuori misura utili a configurare il cosiddetto ‘sporto esteriore’, a vista, e si sbozzava, lasciandolo aggettante sul filo interno del setto murario di imposta, lo ‘sporto interiore’, che controbilanciava il primo, entrambi sormontati da un muretto d’attico che stabilizzava ulteriormente il sistema (fig. 4). La sbozzatura iniziale dell’elemento lapideo richiedeva la realizzazione di un ‘quartobuono’, prima immagine geometrico-dimensionale dell’elemento tecnico, da rifinire o lasciare grezzo poiché occultato da intonaco. Si ricordano accorgimenti tecnici quali l’interposizione di piombo in lamine per l’appoggio dei pesanti pezzi del cornicione che, se imponente, veniva supportato da grandi mensole destinate a sorreggere i massicci lastroni di pietra, intagliati e modanati in opera, difficili peraltro da sollevare e collocare in quota, soprattutto per i cosiddetti ‘pezzi di angolata’, unici, resi stabili a mezzo di retrostanti contrappesi lapidei, utili a bilanciare lo sporto (Formenti, Cortelletti, 1893) (fig. 5). Il discriminante che consente al cornicione di materializzarsi è quello che supera l’idea di una copertura a stillicidio libero, per consentire – altresì – al canale di gronda di essere occultato alla vista, attraverso la creazione del cornicione stesso e del muretto d’attico; ma anche questa affermazione, seppur vera, risulta riduttiva o quantomeno poco perentoria, in quanto innumerevoli sono gli esempi, in letteratura e nella pratica esecutiva, di cornicioni realizzati ad hoc proprio per proiettare la copertura ben oltre il paramento murario e consentire, così, al tegumento di smaltire l’acqua a stillicidio libero o raccolta da grondaie non attestate sul filo della facciata, parimenti a puntelli e travicelli ‘passafuori’ lignei, ‘mensoline’ laterizie e tanti altri espedienti, quali ‘embriciati’ aggettanti, lunghi doccioni, ecc. (fig. 6) (Campisi, Fatta, 2013). Nelle aree interne montane a forte piovosità, cornici e cornicioni proteggono i paramenti, spesso in pietra a faccia vista in accordo a numerose varianti, tra cui in area siciliana la più frequente è quella definita ‘alla cappuccina’ o con ‘coppata’, che impiega mattoni di esiguo spessore detti ‘pianelle’ o mattoni di cotto e coppi siciliani, progressivamente aggettanti dal filo della fronte, con possibilità di messa in opera da due a ben sette/nove filari sovrapposti di elementi laterizi, diversamente orientati, con aggiunte di piccole mensole sottili poste ad intervalli utili a sorreggere il ‘pianellato’ orizzontale o lastre lapidee di esiguo spessore, o ancora queste semplici lastre infisse nella muratura, da sole, costituiscono utile sporto e protezione su cui si imposta la parte di falda aggettante o il canale di gronda, ora a soddisfare la statica e ora l’estetica (Fatta et al., 2007). Laddove presente, accorgimento tecnologico non indifferente all’efficace smaltimento delle acque meteoriche è la realizzazione della adeguata ‘acquatura’ da conferire alla porzione estradossale del cornicione, ottenibile sagomando stereotomicamente in pendenza i conci di pietra compatta, ovvero riportando un nucleo debitamente inclinato di malta in cocciopesto o altrimenti idraulicizzata (con pozzolana, cenere di combustione, ecc.), eventualmente rifinita con mattoni di semplice fattura o maiolicati, lastre di ardesia, al pari della porzione di facciata prossima all’attacco a muro del cornicione (Campisi, 2018).


Di successo e forte impatto visivo le riuscite dei cornicioni, impietosi i crolli, dovuti a imperizia tecnica, alla scelta erronea dei materiali costitutivi, a scarse conoscenze statico-strutturali, ancora a eventi calamitosi, soprattutto i terremoti, parimenti alla caduta di altri sporti, fra i quali quelli di mensole e suoli lapidei di balconi, che innescarono nei secoli una forte riflessione nella cultura tecnica di ogni tempo, suggerendo alle istituzioni locali di prevedere provvedimenti per cautelare l’incolumità pubblica, influenzando le modalità costruttive che dovettero adeguarsi alla sicurezza statica in primis e antisismica in seconda battuta, per abbattere l’incidenza dei crolli di ‘vasi ornamentali, statue, cornicioni e alte cimase di case e palazzi’. I cornicioni lapidei, in tal senso, subirono una vera e propria ‘rivisitazione strutturale’, con diffusa introduzione di tiranti e staffature di sostegno, occultate se possibile alla vista, utili a implementare la stabilità statica dell’elemento costruttivo ritenuto maggiormente a rischio di parzializzazione e crollo. In tante situazioni non era più il caso di definire l’ambito compositivo, ma di chiarire – invece – quello più propriamente ingegneristico-strutturale, fruttuoso di sperimentazioni e tecnicismi legati alla padronanza delle leggi della statica di chi operava o a mezzi di fortuna improntati per adeguarsi all’immediatezza di una inderogabile esigenza di sicurezza: la tecnica si rinnovava e migliorava, imponendosi una auto-verifica continua rispetto alle condizioni iniziali (Campisi, Mutolo, 2003). Degradi e dissesti, prove sperimentali, durabilità e manutenzione per i cornicioni di Palermo Il cornicione esplica nella commistione fra l’istanza ornamentale e quella tecnologica le sue problematiche legate al degrado e al dissesto; è proprio questa porzione apicale del sistema ‘involucro esteriore’ che costituisce una potenziale causa di danno per la facciata, poiché se l’allontanamento dell’acqua battente non è ben realizzato o ancora se risulta inefficace la pendenza realizzata nella parte apicale del cornicione stesso, si possono verificare ristagni, infiltrazioni, imbibizioni e fenomeni di umidità, nonché il ruscellamento di acqua e agenti patogeni (polveri, guano, sali solubili, ecc.) lungo l’articolazione delle modanature della sagoma piana/concavo-convessa dell’aggetto, con conseguente dilavamento della porzione di facciata sottostante (fig. 7) (Colajanni, 2018). Oltre a ciò, la rottura delle lastre della copertina, soluzioni di continuità nei giunti di malta o, ancora peggio, fessurazioni e lesioni gravi dei conci costituenti lo sporto esterno del cornicione e distacco dal filo murario per ribaltamenti, accelerano ulteriormente il processo di degrado e dissesto, in aggiunta alla presenza di sostanze inquinanti, l’azione eolica o l’esposizione ai raggi solari che concorrono ad aumentare i cicli evaporativi dell’acqua (Carbonara, 1996; Zevi, 2007). Ogni patologia rilevata è stata riconosciuta per il tramite delle raccomandazioni UNI11182/06, distinguendo due categorie: l’alterazione e la degradazione, in relazione alla presenza o meno di un peggioramento delle caratteristiche del materiale, sotto il profilo conservativo. L’intervento di recupero può avvalersi di due diversi percorsi di conoscenza: quella analitica tramite ricerca d’archivio, consultazione dei trattati e manuali che hanno codificato i dettami della regola dell’arte oppure un approccio sintetico-scientifico che parta da dati reali come il rilievo geometrico-dimensionale, materico-costruttivo, delle forme di patologia e anche attraverso analisi/prove di laboratorio volte alla riproduzione e simulazione delle cause per la verifica degli effetti.

Fig. 3 Discendenti pluviali in elementi tronco conici in laterizio impilabili nell’edilizia elencale palermitana (Foto: Tiziana Campisi, 2019). Fig. 4 Conci aggettanti di un cornicione (sporto interiore), vista dall’interno di un sottotetto (Foto: Tiziana Campisi, 2018). Fig. 5 Intradosso di cornicione a forte aggetto e sistema di ancoraggio dei conci in pietra alla muratura di facciata (Formenti C., Cortelletti R., 1893).

129


Tiziana Campisi Simona Colajanni

130

Questo saggio intende perseguire entrambe le strade, analizzando il caso di studio dei cornicioni del centro storico di Palermo; nei primi due paragrafi si è esposto il primo percorso, in questo paragrafo si vuole esplicitare quello invece più sperimentale. Si è effettuato un preliminare rilievo conoscitivo, condotto su una vasta casistica di cornicioni tipici dell’architettura palermitana tra il XV e il XIX secolo, identificando la sagoma e il modellato plastico delle modanature degli stessi, maggiormente soggette a degrado. Nel centro storico di Palermo (Marconi, 1997), infatti, l’uso dei cornicioni, e in particolar modo quelli realizzati con grondaia interna al muretto d’attico, trova larga diffusione sia per le notevoli possibilità decorative della tradizione costruttiva isolana che per il clima poco piovoso e la scarsa resistenza dei materiali lapidei disponibili, che non permettevano aggetti pronunciati. Solo raramente, troviamo edifici con sistemi di smaltimento con grondaia esterna, supportata da una struttura lignea fortemente aggettante e che simulavano modelli di riferimento nazionali o sovranazionali (Blondel, 1777; Musso, Copperi, 1884). La sintesi grafica del rilievo geometrico-dimensionale è stata ottenuta tenendo conto sia delle forme più ricorrenti, sia delle diverse patologie di degrado rilevate in situ tramite osservazioni dirette o cantieri di restauro e recupero avviati. La iterazione delle sagome più diffuse e significative ha permesso di rintracciare un profilo ideale di sintesi, da cui poter ricavare forme di modellato più semplici da rappresentare e più utili ai fini della modellazione con programmi di calcolo usati nella simulazione di fenomeni idraulici. Questi modelli, in numero di sei, non sono la riproduzione di modanature reali, ma rappresentano la sintesi e l’esemplificazione di un repertorio abbastanza ripetitivo, fornito dall’architettura storica palermitana e ricalcano le forme in scala dell’andamento verticale, orizzontale o sub-orizzontale, di parti con curvatura concava e convessa (fig. 8). Questa schematizzazione ha costituito la base di partenza per la verifica nei laboratori di ingegneria idraulica e strutturale dell’Università di Palermo dell’adesione del flusso idrico alle diverse forme plastiche del modellato. La forma, infatti, riveste un aspetto molto importante in relazione alla velocità di scorrimento del fluido, poiché al variare della giacitura dei piani e delle curvature, varia il rapporto fra le forze in gioco (gravità, adesione, coesione, attrito, tensione superficiale) e, di conseguenza, il distacco e l’adesione del fluido alla superficie. Si può, pertanto, istituire un confronto tra la forma della modanatura, la complessità dell’apparto morfologico-decorativo e la ricorrenza dei degradi presenti, in relazione all’adesione e allo scorrimento dell’acqua piovana (Colajanni, Termini 2002). Nella fase iniziale della sperimentazione non è stato riprodotto l’effetto della porosità (aperta o chiusa), e quindi del conseguente fenomeno di capillarità: questo perché, a meno di una prima fase iniziale di maggiore adesione, dovuta alla forza di attrazione della superficie asciutta dei cunicoli dei pori, il fenomeno di tensione superficiale risulta analogo a quello che si verifica con un materiale dove la porosità è quasi nulla. Pertanto, le modanature dei modelli sono state costruite con una lamiera zincata liscia, che potesse simulare uno stato di adesione dell’acqua piovana più avanzato. Diversa è invece la situazione per l’effetto prodotto dalla scabrezza, poiché un materiale scabro presenta una superficie maggiore su cui si sviluppa la tensione superficiale che è uno dei fattori più importanti ai fini del fenomeno dell’adesione. Per tenere conto dell’effetto del materiale, in tal senso, le sperimentazioni sono state svolte in due modi: con superficie in lamiera liscia e con sabbiatura a granulometria media.


Nella prima è stato possibile valutare l’azione delle forze esterne che agiscono sull’importanza della forma della modanatura, a prescindere dalle caratteristiche intrinseche del materiale; nella seconda si è simulato l’effetto che la scabrezza esercitava sul fenomeno di adesione (Van Krevelen, 1990). Ciò è stato ottenuto incollando uno strato molto sottile di sabbia a granulometria piccola e media in modo da simulare la superficie esterna del materiale lapideo che costituisce i cornicioni. Il primo ciclo di prove è stato realizzato ipotizzando solamente l’azione delle tensioni prodotte dallo scorrimento dell’acqua e dalla forma della modanatura dei modelli a superficie liscia, il secondo ciclo è stato effettuato confrontando la scabrezza del materiale dei modelli con superficie sabbiata. Per ciascuno dei cicli sono state eseguite quattro diverse prove al variare della portata stimata fra 0,2 l/s e 1,5 l/s (Colajanni, Termini, 2002). La portata che definisce la quantità d’acqua che defluisce nell’unità di tempo, è stata fatta variare per simulare la diversa consistenza delle precipitazioni meteoriche che danno origine allo scorrimento dell’acqua sui cornicioni. Per ogni singola prova è stato portato il modello a regime, avendo cura che lo sfioro del tirante avvenisse in modo uniforme e contemporaneo per tutti i sei modelli. Il valore della portata in entrata, per ogni singola prova, è stato stimato mediante un misuratore di portata elettronico, mentre in uscita le misure di portata sono state eseguite con metodo volumetrico. Le misure di velocità, non disponendo di mezzi adeguati ai piccoli tiranti idrici, sono state condotte con dei traccianti. Il percorso dell’acqua è stato segnato da un tracciante costituito di materiale galleggiante, che ha permesso di rintracciare l’andamento del fluido e il momento in cui la goccia marcata si distaccava dalla superficie della modanatura. Pertanto, la velocità della particella fluida è stata stimata come il rapporto tra lo spazio percorso, valutato sulla modanatura con un l’uso di un riferimento graduato, e l’intervallo di tempo stimato. Dall’analisi dei risultati delle esperienze condotte sui modelli, si sono effettuate alcune considerazioni di carattere qualitativo, relative al modo in cui l’adesione del fluido alla superficie del modello varia in relazione alla forma e all’orientamento delle superfici interessate e in base all’azione delle diverse forze presenti. Nel corso delle diverse prove svolte sono stati eseguiti dei rilievi riguardanti le modalità con cui si sviluppa il deflusso dell’acqua (adesione, distacco, gocciolamento, ristagno, ecc.) (Cigni et al., 1987). Il ciclo di prove a cui sono stati sottoposti i modelli di laboratorio in metallo, hanno permesso di valutare una forte corrispondenza tra i fenomeni osservati nei casi reali e le simulazioni effettuate in laboratorio (fig. 9). È chiaramente emerso come, nel caso di degradi dipesi dell’acqua piovana, è possibile agire su alcuni fattori come la velocità di scorrimento del film idrico, l’altezza del tirante idrico e la forma della modanatura. Nel caso del fenomeno di adesione (Sienko, Plane, 1980), sono stati individuati due comportamenti al variare della forma dei profili: in presenza di superfici orizzontali e concave, il flusso idrico aderisce solo nella parte iniziale superiore del modello permanendo sulla superficie per il tempo necessario alla formazione di degradi che necessitano dell’assorbimento dell’acqua, con il conseguente rilascio di sali solubili e formazione di cripto efflorescenze ed efflorescenze. Se, invece, la superficie è convessa, il flusso idrico tende ad aderirvi uniformemente, distaccandosi solo nel tratto finale inferiore; a questo fenomeno si accompagna un aumento della velocità di scorrimento e quindi un minor tempo di permanenza del fluido sulla superficie stessa. Tra gli effetti riscontrati,

Fig. 6 Gronda a filo esterno dell’edificio con ‘embrici’ sostenuti da lunghi chiodi in ferro battuto (Foto: Tiziana Campisi, 2019.

Fig. 7 Cornicione con sagoma a forte modellato plastico (Donghi D., 1925); cornicione barocco di Ortigia, a Siracusa, con elementi a forte rischio sismico svettanti sul muretto d’attico (Foto: Tiziana Campisi, 2020).

131


Tiziana Campisi Simona Colajanni Fig. 8 Profilo “tipo” di cornicione nel centro storico di Palermo, ottenuto dalla sovrapposizione dei rilievi dei profili più ricorrenti (Simona Colajanni, 2018). Fig. 9 Confronto tra i tipi di degrado più diffusi nei cornicioni lapidei e il comportamento dei nn.6 modelli ipotizzati e sottoposti ad una portata idrica di 1,5 l/s, rappresentativa di una forte pioggia battente (Simona Colajanni,2018).

132

si rileva il fenomeno del dilavamento, che può trasformarsi da un effetto positivo di pulitura a uno negativo di erosione delle parti superficiali della superficie più esterna della modanatura. Si è inoltre riscontrato che la presenza di una maggiore articolazione in modellato della modanatura, produce un rallentamento dello scorrimento del flusso idrico; se il risalto è netto, esso interrompe le linee di flusso della corrente e si verifica un distacco dalla superficie; se, viceversa, la forma della modanatura accompagna le linee di flusso della corrente, questa vi aderisce ristagnando nei punti in cui l’unione di più modanature formano un compluvio (fig. 10) (Colajanni, Termini, 2002; Colajanni, 2018). Si rileva come l’apertura dei giunti di dilatazione delle lastre della copertina producono un fenomeno di adesione localizzato, perché in corrispondenza della sconnessione si genera un’infiltrazione del flusso idrico che aumenta di velocità ed in alcuni casi produce dei moti vorticosi, che agevolano l’infiltrazione dell’acqua anche al di sotto della copertina stessa. Questa situazione è particolarmente diffusa perché le alte temperature che si raggiungono soprattutto nel periodo estivo a Palermo concorrono alla dilatazione termica dei diversi materiali (Lazzarini, Tabasso, 1986) (lastre di pietra, fogli di rame o piombo, maioliche) che, essendo sigillati con malta, avrebbero bisogno di un continuo controllo e manutenzione. La rottura delle lastre della copertina produce una concentrazione del flusso idrico nei punti di rottura, con il conseguente aumento della velocità di scorrimento dell’acqua (la portata idrica rimane costante ma passa in un tratto più stretto) che, in alcuni punti, raggiunge anche la parte inferiore della modanatura. Questa condizione non è legata alla mancanza di manutenzione, ma al tipo di materiale utilizzato per la realizzazione della parte, infatti, materiali come il laterizio o le maioliche non hanno particolari caratteristiche di resistenza ed è facile che si scheggino e si fratturino. Il gocciolatoio costituisce la parte più importante per l’allontanamento del flusso idrico, perché la scanalatura operata nella lastra della copertina serve per interrompere la continuità del flusso, che così gocciola distaccandosi dalla superficie del materiale. La sua assenza pertanto fa sì che il flusso idrico, pur non raggiungendo velocità di scorrimento molto elevate, produca un’adesione costante


e uniforme, che facilita l’assorbimento lento sul materiale lapideo e quindi la formazione di degradi anche interni alla pietra. L’evento si manifesta, in genere, in concomitanza con il lento scorrimento del fluido che, però, non è sempre legato al non corretto funzionamento del sistema di allontanamento delle acque meteoriche ma che, nella maggior parte dei casi, è determinato dalla forma della modanatura (Colajanni, 2018). Salvaguardia e valorizzazione, per un recupero compatibile Come spesso accade nelle fasi di conoscenza tecnologica, l’acquisizione di informazioni dirette o sperimentali deve essere ritenuta ‘intervento’ tanto quanto i processi ideativo-operativi che permettono – nel recupero edilizio o nel restauro – di progettare ed intervenire sul patrimonio architettonico esistente. ‘Conoscere per intervenire’ diventa un motto, un precetto, una istanza inderogabile. Rispetto alle fasi costruttive originarie e alla stratificazione di interventi sedimentati, la riabilitazione funzionale o statica costituiscono un passaggio di testimone all’interno dell’iter progettuale e per il progetto. Questo è il virtuoso processo da intraprendere e quando si può disporre di linee guida o strumenti bibliografici, quali i numerosi ‘codici di pratica’ di centri storici di città italiane pubblicati negli ultimi decenni (Addleson, 1992; Giuffrè et al., 1993; Marconi, 1997), utili ad avanzare senza dubbi o incertezze, nella capacità e versatilità di essi di mettere a sistema le conoscenze, dal sapere più antico alle conoscenze sperimentali più avanzate, con uno sguardo sia allargato che puntuale al problema, sicuramente la strada da percorrere per studiosi e progettisti risulta ben tracciata e più facile. A partire dalle cause individuate, è possibile prevedere differenti livelli di intervento (Rocchi, 1991; Zevi, 2007), in relazione all’adesione dell’acqua alla modanatura e alla presenza o meno del sistema di allontanamento delle acque meteoriche. Si possono ipotizzare le seguenti azioni di intervento su un cornicione, per un recupero compatibile, utili al miglioramento del sistema di smaltimento delle acque meteoriche e dunque alla salvaguardia dell’elemento tecnico: - realizzare un efficace sistema di smaltimento, per quei casi che non ne sono stati dotati sin dall’origine; - intervenire, modificando in tutto o in parte il sistema di smaltimento, e quindi la configurazione funzionale dell’elemento, in modo tale che sia la sua forma stessa a preservarlo da possibili manifestazioni patologiche, agendo, quando presente, sull’inclinazione dell’acquatura sotto la copertina, per evitare ristagni e colature da dilavamento; - eseguire modesti interventi su alcuni elementi del cornicione per migliorarne le prestazioni, secondo soluzioni più adatte all’allontanamento dell’acqua, quali la realizzazione di un rompigoccia qualora non sia presente, l’aumento della sporgenza della copertina, inserimento di uno strato di tenuta all’acqua, il rivestimento parietale all’attacco del cornicione al muretto d’attico (se presente) ecc.; - agire periodicamente con azioni manutentive che lascino immutate le condizioni morfologiche, riparando o sostituendo solamente quelle parti, in particolar modo copertina e giunti, che si sono deteriorati per effetto del tempo, lasciando, quindi, invariato l’apparato decorativo. Queste indicazioni generali di intervento possono fornire possibili soluzioni in relazione alle differenti situazioni, spaziando dalla semplice manutenzione fino al caso della totale trasformazione del sistema di convogliamento/allontanamento delle acque meteoriche.

133


Tiziana Campisi Simona Colajanni Fig. 10 Tavola sinottica di valutazione delle cause che producono efflorescenze, croste e soluzioni di continuità, disconnessioni, fratture, ecc., rispetto alla modanatura delle cornici (Simona Colajanni, 2018).

Ciò permette di stabilire l’incidenza dei fenomeni di degrado per poter proporre soluzioni di intervento possibili, per l’intero sistema tecnologico che per parti di esso, o ancora per quegli elementi non direttamente interessati da manifestazioni di degrado ma che producono effetti indotti. Acknowledgment This research supports the Smart Rehabilitation 3.0- Innovating Professional Skills for Existing Building Sector project, co-funded by the EU Erasmus+ Program, Key Action 2: Strategic Partnership for Higher Education (2019-1-ES01-KA203-065657), T. Campisi (contact person and scientific supervisor) and S. Colajanni are part of the staff for University of Palermo. (www.smart-rehabilitation.eu; Instagram profile: @ smart_rehabilitation)

134


Bibliografia Addleson L. 1992, Building failures: a guide to diagnosis, remedy and prevention, 3nd edition, the architectural press, RIBA, London. Blondel J. F., Patte M. 1777, Cours d’Architecture, Paris. Breymann G. A. 1885, Trattato Generale di Costruzioni Civili, Milano. Campisi T., Fatta G. 2013, Rainwater draining in historical buildings: local specificities and techniques, in 39tth IAHS. Changing needs, adaptive buildings, smart cities, PoliScript Milano, pp.93-100. Campisi T., Mutolo S. 2003, Palermo pietra su pietra. Apparecchi murari dell’edilizia settecentesca, Ila Palma, Palermo, Saõ Paulo. Campisi T. 2018, Costruire l’azzardo. il cornicione nell’architettura storica, fra regola e sperimentazione, in S. Colajanni, Sistemi di coronamento e smaltimento delle acque meteoriche. La regola dell’arte dai trattati ai manuali, in Trame di Architettura e Tecnica - vol. sesto, 40due Edizioni Palermo, pp. 9-14. Carbonara G. 1996, Trattato di restauro architettonico, 2° vol., UTET, Torino. Cigni G., Codacci-Pisanelli B., 1987, Umidità e degrado negli edifici: diagnosi e rimedi, Edizioni Kappa, Roma. Colajanni S. 2018, Sistemi di coronamento e smaltimento delle acque meteoriche. La regola dell’arte dai trattati ai manuali, in Trame di Architettura e Tecnica, vol. sesto, 40due Edizioni Palermo. Colajanni S., Termini D. 2002, Analysis of the effect produced by the water flowing on the jutting out elements of historical buildings involucre, in 5th International Symposium on the Conservation of Monuments in the Mediterranean Basin, Balkema. Donghi D. 1905, Manuale dell’Architetto, UTET, Torino. Donghi D. 1925, Manuale dell’architetto, Ed. Utet, Torino. Fatta G., Campisi T., Li Castri M., Lo Piccolo S., Vinci C. 2007, La tradizione costruttiva nell’area delle Madonie, in C. Aymerich, A.C. Dell’acqua, G. Fatta, P. Pastore, G. Tagliaventi & L. A Zordan (a cura di), Architettura di base, ALINEA, Firenze, pp. 431-472. Fatta G., Campisi T., Vinci C. 2007, Gli elementi di facciata nell’architettura aulica palermitana: modelli e criticità, in L. Mollo (a cura di) L’involucro edilizio. Una progettazione complessa, ALINEA, Firenze, pp. 81-88. Fatta G., Campisi T., Vinci C., Saeli M. 2016, Modica: la fabbrica della città, in G. Trombino (a cura di) Modica: contributi per il recupero e la riqualificazione del centro storico, 40due Edizioni, Palermo, pp. 140-199. Formenti C., Cortelletti R. 1893, La pratica del Fabbricare, Hoepli, Milano. Giuffrè A., Carocci C., Baggio C. 1993, Sicurezza e conservazione dei centri storici: il caso Ortigia: codice di pratica per gli interventi antisismici nel centro storico, Gruppo Nazionale Difesa dai terremoti (Italy), Syracuse (Italy), Assessorato alla Cultura, Editori Laterza, Roma. Lazzarini L., Tabasso M. 1986 Il restauro della pietra, CEDAM, Padova. Marconi P. 1997, Manuale del recupero del centro storico di Palermo, Flaccovio Editore, Palermo. Musso G., Copperi G. 1884, Particolari di costruzioni murali e finimenti di fabbricati, Ed. Zanoni Paravia, Torino. Rocchi G. 1991, Istituzioni di restauro dei beni architettonici ed ambientali, HOEPLI, Milano. Sienko M.J., Plane R.A. 1980, Chimica, principi e proprietà, Piccin, Padova. Van Krevelen D. W. 1990, Properties of polymers, Elsevier. Zevi L. 2007, Il Manuale del Restauro Architettonico, Mancosu Editore, Roma.

135


Studi preliminari per la ricostruzione virtuale della chiesa tardo cinquecentesca della Certosa di Serra San Bruno Brunella Canonaco

Dipartimento di ingegneria Civile, Università della Calabria.

Giuseppe Fortunato Brunella Canonaco Giuseppe Fortunato Michele Pietro Pio Gerace

Dipartimento di ingegneria Civile, Università della Calabria.

La prodigalità di Ruggiero aveva, anche, un significato politico. Era finalizzata da una parte a incentivare un razionale sfruttamento dei suoi possedimenti e dall’altra a rivolgere attenzione al ruolo svolto sul territorio dai centri abbaziali e ai consolidati rapporti tra Bruno e la Santa Sede, utili a superare gli iniziali conflitti tra i normanni e il papato. 2 La parte più orientale dei territori donati a S. Bruno corrispondeva all’attuale piano della Lacina, dove sono situati “i ruderi di quel castellum erroneamente identificato con il castello posto sulla sommità del monte Consolino che sovrasta l’abitato di Stilo denominato Castello della Baronessa, (dove la Baronessa non è altro che la Certosa)” (Principe, 1990, p. 233). 1

136

Michele Pietro Pio Gerace

Dipartimento di ingegneria Civile, Università della Calabria.

Abstract The essay explores the construction aspects of cornices that, from elements of protection, they can also become elements of degradation and instability due to their shape. We would analyse formal and material values of a cornice: it presents complex characters and summarizes problems deriving from construction requirements of building envelope, due to the double value of ornamentation (crowning of building) and functional component (removal system of meteoric water from façade). This study suggests a repertoire of “rules of art”: deriving from treatises and manuals and constituting points of reference for historical construction. We would indicate the main degradations that the shape of cornice can produce on façade, supported by an experimental study conducted at the University, through an experimental model, according to the most recurrent forms of cornices founded in the historical center of Palermo, comparing the obtained data with the pathologies identified by the rule UNI11182/2006. This study wants to provide specific indications that allow the technical element to be brought back to a configuration compatible with its pre-existent characteristics. Keywords Certosa, Serra S. Bruno, architectural survey, 3D modeling, photogrammetry

Cenni storici sul complesso certosino La storia della Certosa di Serra San Bruno è ben nota, nasce a opera di Bruno di Colonia, che già nel 1084 aveva fondato l’istituzione, con la costruzione di un monastero in un’area montuosa di Chartreuse sulle Alpi Francesi in Val d’Isére a nord di Grenoble, simbolo di una vita povera, anacoretica e cenobitica. In seguito, per altrettante vicende conosciute, Bruno riceve in dono da Ruggiero d’Altavilla1 alcuni territori boschivi, in Santa Maria della Torre, tra Arena e Stilo2, ricadenti nelle Serre calabresi dove nel 1091 realizza l’Eremo di Santa Maria e successivamente, nei pressi, sorgerà l’insediamento religioso di S. Stefano del Bosco, che diventerà il primo monastero certosino in Italia. L’identità dell’Ordine trova corrispondenza nell’architettura delle certose, nei caratteri insediativi, tipologici, compositivi, esse sono intese come centri spirituali in cui si pratica la contemplazione in solitudine, la povertà, la vita eremitica.


Fig. 1 Immagine di ciò che resta della chiesa tardocinquecentesca all’interno del complesso certosino.

Il monastero è inteso nella sua composizione formale e funzionale come una città spirituale autosufficiente dove si persegue la preghiera, il lavoro manuale, esso rappresenta perciò il luogo della “contemplazione e dell’azione” (Sisinni, 1988, p. 19), il rifugio dell’anima e nel contempo si carica di un significato di uguaglianza sociale. Mumford, afferma che è “l’attuazione dell’ideale di Aristotele: una società di eguali che aspiravano a vivere nel miglior modo possibile […] Qualunque fosse la confusione del mondo esterno, il monastero era un’isola di serenità e ordine” (Mumford, 2002, p. 319). L’eremo è dunque un modello insediativo complesso, retto da una forma di governo essenziale e severa a cui i religiosi si attestano, regole e Ordine sono rintracciabili nella sua stessa struttura architettonica. Le fabbriche dell’Ordine sono diffusamente costituite da un insieme di edifici aggregati in differenti modi, dovuti essenzialmente alla conformità con il territorio su cui sorgono e influenzati dalle caratteristiche morfologiche e orografiche del luogo.

137


Brunella Canonaco Giuseppe Fortunato Michele Pietro Pio Gerace Il primo ambiente è detto Ave Maria, un’anticamera intesa come stanza di lavoro, il secondo è il cubicolo destinato alla preghiera, al riposo e al pranzo.

3

138

La composizione della Certosa a Chatreuse, infatti, derivò dall’aderenza al sito montuoso che condizionò la struttura formale e funzionale dell’organismo, diviso per questo in due parti altimetricamente separate, la domus superior che costituiva il nucleo principale della Certosa e la domus inferior o correria dove dimoravano i conversi, distanziata dal monastero vero e proprio. L’impianto tipologico della fabbrica religiosa è più o meno costante, con alcune mutazioni relative al luogo ma che manifestano comunque i caratteri di identità dell’Ordine, presenta alcuni elementi costitutivi ripetibili: il grande chiostro, fulcro del sistema su cui si affacciano le celle dei religiosi, le cui porte, a intervalli regolari, sono prospicienti i lunghi corridoi dello spazio scoperto, nel chiostro può trovare collocazione il cimitero; uno spazio a cielo aperto di dimensioni minori con differenti edifici destinati alla vita associata, la chiesa ad un’unica navata in muratura. La corte segna il momento di raccordo tra le celle e gli spazi dedicati alla vita comunitaria. Questo tipo di impianto permette ai religiosi di condurre una vita eremitica nei propri ambienti, intervallata da episodi di cenobitismo. Le celle rimandano alla tradizione camaldolese e rappresentano il fondamento della Certosa, sia nella concezione ideale e simbolica sia nella composizione architettonica. Sono pensate per garantire la preghiera in solitudine e si presentano come unità indipendenti le une dalle altre. La cella è costituita da più ambienti3 ed è dotata di orto. I sistemi complessi in origine si presentavano cintati con una palizzata in legno che con il tempo divenne una protezione in muratura, spesso dotata di torri di avvistamento. Nella struttura bruniana si ritrovano molti di questi caratteri invarianti. Con molta probabilità il primitivo insediamento era costituito da strutture lignee, a Serra San Bruno come a Chatreuse. Esigue sono le notizie circa l’impianto originario, gli scavi condotti tra il 1968 e il 1973, voluti dal Priore del tempo Willibrord Pijnemburg non hanno prodotto grandi esiti anche se hanno attestato la presenza di fondazioni di epoca normanna (Puntieri, 2009, p. 593). Certo è che la Certosa diventò un feudo ecclesiastico, basato sul lavoro e sullo sfruttamento laborioso del territorio, e i certosini fautori di una nuova politica agraria con attività varie, non a caso l’archeologo F. Cuteri evidenzia come il territorio della Certosa sia il più antico riferimento all’attività mineraria (ferro, rame e altri metalli), svolta in ambito monastico in Calabria (Cuteri, 2012, p. 403). La Certosa assunse sul territorio anche un carattere di slancio urbano, l’abitato di Serra infatti ebbe origine, come spesso accade per monasteri e conventi, intorno alla fabbrica ecclesiale e la popolazione traeva sostentamento dal lavoro dell’Eremo. Dalle ipotesi di ricostruzione effettuate la domus superior doveva essere costituita dalla chiesetta della torre dedicata a Santa Maria, realizzata in pietra e consacrata nell’agosto del 1094 in occasione della festività dell’Assunta. Le celle dei padri trovavano collocazione nel luogo denominato Giardino di Santa Maria o prato di Squillace, mentre a ridosso del fiume Ancinale era sito presumibilmente il cimitero. La domus inferior era posta ad un livello più in basso rispetto all’Eremo di Santa Maria, a circa 2 km di distanza, oltre il ponte di Santo Stefano, nei pressi dell’odierna Certosa. Nella domus inferior, si evidenzia dal manoscritto del certosino Benedetto Tromby vi erano: la chiesa dedicata a Santo Stefano, il chiostro dei padri, la foresteria, i laboratori, il reparto dei conversi e probabilmente il palazzo del conte Ruggero (Tromby,1983, p. 209), infatti nel documento si legge: “un picciolo palazzotto attaccato al medesimo monistero”. Relativamente al palazzo del Normanno, lo studioso Onda


propone una ricostruzione immaginaria della Certosa con lateralmente la casa nobiliare (Onda, 2015 p. 97). Dopo quasi un secolo dalla sua fondazione Celestino III affidò il monastero ai cistercensi di Fossanova, che vi rimasero fino circa a metà del XV secolo. Il ritorno dei certosini, per intercessione presso la Santa Sede di Luigi e Giacomo d’Aragona, avvenne con bolla di Leone X in un periodo compreso tra il 1513-1514 (Bianchini, 2002, p. 730). Successivamente nel 1530 Carlo V confermerà i privilegi ottenuti dal monastero nel tempo, richiedendo la stesura di una Platea (ultimata nel 1534) che quantificasse le proprietà certosine eventualmente sottratte4. Le più significative modificazioni dell’impianto religioso risaliranno all’arco temporale compreso tra il XVI e il XVII secolo ad iniziare dalla riorganizzazione del sistema di protezione con una cinta muraria quadrangolare dotata di quattro torri angolari, successivamente la difesa fu ampliata nel lato sud con un andamento trapezoidale, delimitato da tre torri circolari, al quale fece seguito una ulteriore addizione in età barocca. Alcune di queste torri dovettero essere costruite presumibilmente tra il 1534 e il 1535 mentre quella posta lungo il lato nord-est sembra essere preesistente, di derivazione normanna. Il monastero, dunque, si presentava come un luogo protetto, una città fortificata, nota che si evince da più testimonianze tra cui quella dell’abate Pacichelli che nel 1693 soggiornò nella Certosa descrivendone alcune parti con entusiasmo e dovizia di particolari. Prima del sisma del 1783 che devastò il complesso monastico rendendolo inabitabile, la fabbrica probabilmente, dalle poche fonti iconografiche rinvenute, doveva presentarsi costituita da più parti con il claustrum maior quadrato (circa 80 metri per lato) con annesso il cimitero, circondato dalle venticinque celle dei padri claustrali e altre tre corti di dimensioni minori: il chiostro della foresteria maggiore, il chiostro piccolo, e quello dei padri Procuratori. Il complesso ancora una volta autosufficiente era dotato, oltre alle funzioni religiose, di spazi di servizio e di lavoro per il sostentamento dei padri con la presenza di mulini e forni, cucine, pozzo, granai, depositi per cereali, concerie, stalle, pollai, farmacia5. Sul chiostro dei padri Procuratori, dotato di fontana centrale con figure ermafrodite e terminante con pigna augurale, era prospiciente la chiesa, posta lateralmente a questo ma perpendicolare al muro di cinta e posizionata al centro delle due torri d’avvistamento (Puntieri, 2009, p. 597). L’acquaforte settecentesca a opera di Schiantarelli mostra i tre lati del grande chiostro con la fontana centrale e parte della sommità della fabbrica religiosa di cui si intravedono le gugliette terminali della facciata. Gli studi condotti da Puntieri, evidenziano l’aderenza del portico della Certosa al lessico serliano. Si legge, infatti, nella composizione dell’ordine inferiore, la successione ritmica di archi inframmezzati da colonne binate che accolgono nicchie con al disopra riquadrature, mentre al secondo ordine si raffigurano tra le paraste le aperture rettangolari. Della chiesa tardo cinquecentesca, luogo simbolico della fusione tra vita anacoretica e cenobitica, si evincono notizie dalla visita apostolica del 1629. La chiesa, rappresentava e rappresenta oggi con i suoi superstiti ruderi, una fabbrica architettonicamente significativa con la facciata in granito rinviabile presumibilmente al lessico Michelangiolesco attraverso l’operato dell’allievo Jacopo Del Duca da Cefalù, operante nella città di Messina alla fine del XVI secolo. Nel documento del 1629 relativamente al fronte della chiesa si legge: “…costruita da grandi artisti in modo splendido”. Attualmente del prospetto della chiesa resta la porzione inferiore, scandita in cinque campate da sei paraste che danno vita ad altrettanti cinque parti modulari in cui sono inserite bucature riquadrate ed edicole con timpano (che accoglievano le statue di S. Bruno e S.

4 Nella Platea si evidenzia l’estensione dei possedimenti dei certosini e l’organizzazione di questi in grange, in più, sottolinea Bianchini, dal documento si evincono note su parte del territorio della Calabria Ultra al XVI secolo. 5 La ricostruzione è data dallo studio in sovrapposizione della planimetria dell’ACSSB di autore anonimo, da quella a opera dell’arch. Gritella e dall’analisi della facciata della chiesa di D. Puntieri.

139


Brunella Canonaco Giuseppe Fortunato Michele Pietro Pio Gerace Fig. 2 Raffigurazioni del complesso certosino: a) Anonimo, particolare della “Carta topografica della Lega dov’è situata la Real Certosa di S. Stefano del Bosco”,1772-73; b) Anonimo, particolare de “La Certosa di S. Stefano del Bosco e il territorio circostante”, c.1770; c) Anonimo, “Prospetto della Real Certosa di S. Stefano del Bosco, XVII sec.; d) Anonimo, “Chartreuse de Saint-Etienne et Saint Bruno”, XIX sec.; A. Zaballi su disegno di P. Schiantarelli, particolare de “Rouine della Certosa di S. Bruno”, 1784.

140

Stefano) alternate tra loro. La fascia centrale accoglie il portale d’ingresso anch’esso sormontato da timpano. In accordo con D. Puntieri si evidenziano anche sulla facciata della chiesa le regole serliane sulla riduzione degli ordini superiori, e a questo proposito lo stesso studioso redige una significativa ricostruzione grafica dell’intera facciata. Nella stratificata storia della Certosa il terremoto del 1783, causò sul monastero ingenti danni, mentre i consistenti beni del feudo furono espropriati. Lo stato in cui versava la Certosa dopo il sisma si evince da alcune descrizioni tra cui quella dettagliata di Sarconi il quale nel 1784 documenta i danni subiti dal perimetro di clausura, dalle torri d’avvistamento, dalla cupola, dal campanile, dal chiostro dei Procuratori, dei conversi, dalla chiesa e ancora dalla foresteria, dalla spezieria, dalle officine, e da tutte le fabbriche costruite nel XVI secolo “…ove affatto ruinate, oltre altamente magagnate e ove discretamente lese”. Dalle ipotesi avanzate sulle permanenze dopo l’evento tellurico, si possono presupporre, oltre alla presenza dei ruderi della chiesa e della navata centrale, tracce del chiostro dei Procuratori, del capitolo, parti del Priorato e del relativo giardino, parti del refettorio, tracce del corridoio del chiostro maggiore e resti del tracciato difensivo. L’opera di ricostruzione fu portata avanti con estrema lentezza, iniziò tra il 1888 e il 1899, su progetto preliminare dell’architetto certosino F. Pichat. Il progetto prevedeva la costruzione di nuovo chiostro inserito nel perimetro originario ma di dimensioni minori, la demolizione e ricostruzione della chiesa costruita nel 1856 da Nabantino, il restauro del refettorio, della sala del capitolo e del quarto Priorale, la costruzione di una torre campanaria. Nel 1894 l’impianto religioso è quasi ultimato. Il chiostro dei Procuratori viene liberato dalle macerie e si demoliscono i muri a rudere delle celle posteriori e del corridoio perimetrale. Le più significative modificazioni interessarono la ricostruzione del grande chiostro e delle celle claustrali conferendo alla Certosa l’aspetto monumentale tuttora visibile. A partire dal 1993 verrà realizzato il museo che rappresenta, per la comunità laica, una porta sulla vita della Certosa.


Le principali fonti scritte ed iconografiche sulla chiesa tardo cinquecentesca Le fonti documentarie sulla architettura della Certosa si presentano frammentarie e lacunose ed ancor più rare sono le raffigurazioni che descrivono lo stato dei luoghi e le sue evoluzioni negli anni. Nonostante il progetto di ricostruzione della Certosa ricominci, con il reinsediamento della comunità certosina nei primi del ‘500, bisogna arrivare al XVII secolo per avere la prima raffigurazione del complesso religioso; altre apparterranno soprattutto alla fine del ‘700, anni in cui aveva raggiunto il suo apogeo prima del suo brusco arresto a seguito del terremoto del 1783. Ci riferiamo ad alcune incisioni raccolte nell’opera, redatta in più volumi, del certosino B. Tromby. La carta topografica della Lega che il Conte Ruggiero dona a S. Bruno, è arricchita da una rappresentazione ‘assonometrica’ (fig. 2, a) più attenta ad illustrare gli assetti distributivi del complesso piuttosto che alla cura dei caratteri architettonici che la compongono. Stesse considerazioni nel disegno anonimo presente nel volume IV dell’opera (fig. 2, b, particolare) in cui le attenzioni sono riservate al territorio attorno alla Certosa ed alle sue dipendenze, piuttosto che alla descrizione fedele delle fabbriche presenti. Le architetture illustrate nella ‘prospettiva’6 dall’alto dell’incisione seicentesca di un anonimo (fig. 2, c), anch’essa avente poca attinenza con la situazione reale, verranno riproposte molto similmente nella veduta assonometrica (fig. 2, d) il cui autore si è limitato a riprodurre la stessa descrizione cambiandone solamente il tipo di proiezione. Un riferimento più attendibile è la veduta (fig. 2, e) del 1784 che mostra il complesso ormai diroccato, con parte del tamburo ancora in piedi, dove possiamo leggerne il profilo poligonale e l’altezza della cornice d’imposta della cupola. Purtroppo non si conoscono vedute interne della chiesa. Per avere una sua descrizione bisogna far riferimento alla relazione della Visita Apostolica curata da mons. A. Perbenedetti il quale, su mandato del 1629 da parte della Sacra Congregazione (De Leo, 2017) che operava sotto il pontificato di Urbano VIII, si reca alla Certosa per documentare lo stato del complesso e delle sue dipendenze, (Calabretta, 2017, pp 13-14). Il documento, è l’unico pervenutoci in cui si riporta, tra le altre cose, una descrizione puntuale della chiesa e dei locali annessi. Descrive un impianto a croce latina, a navata unica e con coperture voltate. Una serie di possenti pilastri cruciformi sormontati da archi a tutto sesto, quattro per lato, dividono l’aula dalle cappelle laterali. Su di un lato accolgono gli altari dedicati all’Immacolata Concezione, a S. Francesco di Paola, a S. Bruno e a S. Marco mentre, sul lato opposto, troviamo gli altari dedicati a Sant’Anna, S. Maria Maddalena, alla B. V. Maria e a S. Francesco di Assisi. Delle transenne lignee delimitano il loro accesso diretto dalla navata, consentito invece da aperture comunicanti tra cappelle adiacenti ed infine con i bracci del transetto, che accolgono, opposti tra loro, l’altare di S. Bruno e quello di S. Stefano. La fabbrica era dotata di una imponente cupola che svettava all’incrocio tra la navata principale e il transetto, affrescata internamente e rivestita all’esterno con lastre di piombo. I possenti piloni che ne sorreggevano il tamburo, presentavano quattro nicchie dove trovavano posto le pregevoli statue marmoree delle B. V. Maria, di S. Giovanni Battista, di S. Stefano e di S. Bruno, oggi custodite presso la Chiesa Madre di Serra S. Bruno. Le figure di quattro evangelisti decoravano, infine, i pennacchi sferici. Perbenedetti descrive brevemente l’altare maggiore, collocato al margine della campata, che consentiva anche la celebrazione delle funzioni nel coro retrostante dal quale si aveva accesso tramite due portali marmorei collocati ai lati dell’altare stesso e sopra di essi, le statue della B. V. Maria e di S. Gabriele Arcangelo. La macchina dell’altare, mira-

Tali rappresentazioni prospettiche, così come quelle assonometriche, non rispondono ancora a regole codificate ma piuttosto a rappresentazioni intuitive.

6

141


Brunella Canonaco Giuseppe Fortunato Michele Pietro Pio Gerace Fig. 3 In alto i ruderi della navata centrale prima dello smantellamento (1893) ed in fondo, oltre la zona presbiteriale, la chiesa dei Fratelli in fase di ultimazione. In basso, vista del lato meridionale dei ruderi durante le fasi di demolizione (1898). Fig. 4 Anonimo, pianta ricostruttiva del complesso religioso raffigurante lo stato dei luoghi anteriori al 1893, alcuni realizzati e altri di progetto non eseguiti.

142

colosamente risparmiato dal crollo della fabbrica, è stata smontata dalla sua sede a fine ‘800 e rimontata nella chiesa della Confraternita dell’Addolorata a Serra S. Bruno (Gritella,1991, p. 79), ancora presente. La struttura e la composizione dell’altare, commissionate a Fanzago, è tipica dei cibori certosini, segno di riconoscibilità dell’Ordine (Spiriti, 2009 p. 392). Nella stessa chiesa sono stati rimontati i due altari, originariamente collocati nelle testate del transetto della chiesa della Certosa. Oltre questi, per la sua realizzazione, sono stati adoperati numerosi elementi provenienti dai ruderi del monastero e tra questi ricordiamo il pavimento, riadattato con le tessere marmoree rosse, bianche e nere. Lo stato precario del monastero conseguente ai danni del terremoto del 1783 e il suo abbandono nel 1807, con la soppressione degli ordini religiosi, hanno purtroppo portato alla disgregazione e alla dispersione del materiale librario e documentario, solo in minima parte rientrato in Certosa. Da lì in poi il monastero sarà utilizzato come cava per l’edilizia privata e cultuale del territorio serrese; alcuni pezzi erratici sono riconoscibili e documentati. Dopo un lungo periodo di espoliazione ai danni della chiesa, arriva, nel 1897 (Gritella,1991, p. 121), la decisione del priore di Grenoble di demolire completamente quel che rimane dell’antica chiesa (fig. 3) ad eccezione della facciata e delle sole arcate interne ad essa collegate per non comprometterne la stabilità. La grave decisione fu assunta per consentire il proseguimento dei lavori di ricostruzione della Certosa avviati nel 1888, su progetto dell’architetto dell’Ordine F. Pichat, forte promotore di questa scelta. Quel che restava della Certosa è documentato dalle preziose lastre fotografiche conservate nell’archivio certosino, scattate in più fasi durante lavori di demolizione condotti tra marzo e aprile del 1898. La chiesa aveva già perso le sue cappelle laterali, i bracci del transetto ed il coro a seguito dei lavori di ricostruzione ripresi a partire dal 1856 da D. V. Nabatino, Vicario della Certosa di S. Martino a Napoli e poi Priore della Certosa di Serra S. Bruno. Per avere un’idea degli ambienti già demoliti allora, bisogna far riferimento ad uno schema planimetrico del 1904 che mostra l’organizzazione degli spazi della chiesa e degli ambienti adiacenti. Lo schema è completato da una legenda che comprende tre elenchi numerati che identificano lo stato dei luoghi prima del 1893; le opere realizzate su progetto di Nabatino riprendono gli ambienti elencati nell’incisione del Tromby (fig. 2, c). Lo schema verrà successivamente messo


in pulito in una nuova pianta ricostruttiva del monastero (fig. 4) che metterà assieme le fabbriche esistenti, quelle dedotte dalle descrizioni del Tromby e quelle del primo progetto di Pichat, successivamente modificato. La campagna di rilevamento dei ruderi della chiesa cinquecentesca e prime riflessioni per una ricostruzione virtuale della fabbrica prima del suo crollo Come noto, se la conoscenza di un’opera architettonica non può prescindere dalla esplorazione e dalla lettura critica delle sue fonti documentarie non può nemmeno fondarsi su rilievi imprecisi o lacunosi. Ogni attività di rilevamento è legata ad una serie di operazioni soggettive tramite le quali il rilevatore risponde, con operazioni grafiche mirate (allineamenti, sintesi/enfatizzazione dei segni grafici, parzializzazione dei temi, …), alle sollecitazioni promosse dall’opera e alle finalità per cui sono state condotte. Col disegno il rilevatore prende posizione rispetto alla realtà dell’opera, la interroga e la discretizza. Col rilievo si cercano le logiche formali, materiali e funzionali di un’opera architettonica e mentre si disegna si sperimenta e si crea un contesto di stimoli e di attenzioni capaci di evocare interrogativi e soluzioni non prefigurati all’inizio del processo di conoscenza. Il risultato di un rilievo è sempre una interpretazione del suo autore, condizionata dal suo bagaglio culturale, dagli strumenti a sua disposizione, dai condizionamenti indotti dalla tecnica. Per tali ragioni si è ritenuto indispensabile condurre una nuova campagna di rilevamento finalizzata ad ottenere un modello tridimensionale molto accurato da cui trarre informazioni utili per la comprensione dell’opera e per pianificare le azioni future (fig. 5). Il rilievo è stato condotto cercando di sfruttare al meglio le offerte dalla fotogrammetria digitale ed ha consentito di fare esplorazioni tridimensionali dell’opera e di analizzarne meglio la forma e le sue logiche compositive (fig. 6). Il passo successivo è stato quello di costruire un modello 3D di alcune parti della fabbrica non più esistenti, il più possibile coerente con le fonti fin qui studiate. La costruzione del modello tridimensionale, si sottolinea, è stata un importante strumento cognitivo per le continue questioni che ha stimolato nella ricerca delle sue generatrici, delle logiche compositive e della sua coerenza formale e strutturale. Per la sua realizzazione ci si è avvalsi soprattutto dello studio meticoloso delle lastre di fine ‘800. Con l’applicazione delle regole della prospettiva inversa, tenute conto di alcune deformazioni delle foto, e col continuo confronto con le parti rilevate, si sono potute ricostruire alcune parti crollate ed avanzare nuove ipotesi sulle parti non ancora documentate. La tipologia della copertura dell’aula, ad esempio, è stata proposta analizzando alcuni suoi attacchi che hanno portato alcuni studiosi precedenti a considerarla come voltata a crociera. Seppur non supportate da documenti del periodo7, l’analisi della curvatura dell’elemento di attacco della volta con la controfacciata, che effettivamente può indurre a pensare ad una crociera (indicata in rosso nella sezione longitudinale in fig. 7), porta invece a supporre ad un’altra tipologia di copertura. L’attendibilità delle misure 3D ha consentito di risalire alle geometrie di progetto e ad ipotizzare una copertura con volta a botte e lunette sferoidiche. La pianta e la sezione ottenute presentano un progetto molto simile a quello che si stava edificando a Roma nello stesso periodo per la chiesa di S. Andrea della Valle. Quest’ultima ha in comune con la chiesa della Certosa alcune soluzioni progettuali riconducibili al progetto della chiesa del Gesù a Roma, commissionato nel 1554. Per la ricostruzione della parte crollata della facciata si è fatto riferimento alla soluzione proposta da D. Puntieri che ravvisa, proprio in quest’ultima, diversi punti di tangenza con

Fig. 5 Il flusso di lavoro eseguito per la ricostruzione del modello virtuale.

143


Brunella Canonaco Giuseppe Fortunato Michele Pietro Pio Gerace Fig. 6 Alcuni elaborati eseguiti per il rilievo dello stato di fatto dei ruderi della chiesa cinquecentesca dedotte da nuvole di punti ottenute con tecnica fotogrammetrica. L’attendibilità delle misure ha fornito un importante contributo alle ipotesi di ricostruzione. Gli elaborati sono stati realizzati da M. P. P. Gerace e coordinati da G. Fortunato. Fig. 7 Ipotesi ricostruttiva, in fase di completamento, della chiesa cinquecentesca basata principalmente sull’analisi delle lastre di fine ‘800 e sui risultati del rilievo digitale; la facciata è stata ricostruita seguendo le ipotesi di D. Puntieri. Le soluzioni architettoniche che ne derivano presentano forti analogie con la chiesa di S. Andrea della Valle realizzata a Roma negli stessi periodi. Gli elaborati sono stati realizzati da G. Fortunato e da M. P. P. Gerace.

7 Perbenedetti, nella Visita Apostolica si limita a dire che era tutta voltata, “fornax tota contegitur” (De Leo, 2017, p. 9).

144

la chiesa certosina. Il rilievo ha visto anche la modellazione della statua di S. Bruno, oggi custodita nel museo, per ricollocarla virtualmente nella nicchia originaria della facciata. I risultati finora ottenuti sono riassunti in fig. 7. Gli studi proseguono con il rilievo delle parti dislocate per una loro ricomposizione all’interno del modello tridimensionale, per arrivare a restituire l’immagine della chiesa prima del suo crollo. Conclusioni Il rilievo dei ruderi della chiesa cinquecentesca ottenuto con tecnica fotogrammetrica ha restituito un modello attendibile sia dal punto di vista metrico che morfologico ed ha consentito una lettura più fedele delle parti che la compongono suggerendo, al contempo, alcune soluzioni per la ricostruzione delle parti non più esistenti. Il contributo pone le basi per la ricostruzione virtuale del monumento il cui modello viene impiegato, oltre che per la sua valenza comunicativa, anche per la sua valenza significativa nella formazione delle strategie per la ricostruzione del progetto architettonico originario. Tale modello, ancora in via di definizione, offre inoltre la possibilità di operare una anastilosi virtuale, tramite la quale è possibile individuare e/o verificare l’appartenenza al monumento delle parti smembrate per ricollocarle virtualmente nella loro posizione originaria. *Si ringrazia la Comunità Certosina e il Priore don Ignazio Iannizzotto per la disponibilità offerta nella ricerca delle fonti e per il consenso ad effettuare le riprese sul campo.


Bibliografia Battaglia A.M.1991, San Bruno e la Certosa di Calabria. in P. De Leo (a cura di), Atti del convegno internazionale di studi per il IX centenario della certosa di Serra San Bruno 15-18 settembre 1991, Soveria Mannelli, Rubbettino. Bertocci S., Parrinello S. (a cura di) 2012, Architettura eremitica. Sistemi progettuali e paesaggi culturali, atti del terzo Convegno Internazionale di studi Camaldoli, 21-23 settembre 2012, Edifir edizioni, Firenze. Bevilacqua F. 2002, Il parco delle Serre, Rubbettino editore, Soveria Mannelli. Bianchini R. 2002, I certosini a Serra S. Bruno, in S. Valtieri (a cura di), Storia della Calabria nel Rinascimento. Le arti nella storia, Gangemi, Roma. Calabretta L. 2017, La visita di Mons. Perbenedetti alla Certosa di Serra San Bruno, cittàcalabriaedizioni, Soveria Mannelli. Cuteri F. 2012, Paesaggi minerari In Calabria: l’argetera di Longobucco, in F. Redi, A. Forgione (a cura di), VI congresso nazionale di Archeologia medioevale, L’aquila 12- 13 settembre 2012, All’insegna del Giglio, Firenze. De Leo P. 1983, Medioevo distrutto: il terremoto calabrese del 1783, in Miscellanea di studi storici, III, Università della Calabria, Dip. Storia, Rende (CS). De Leo P. (a cura di) 2017, La visita Apostolica alla Certosa di Serra S. Bruno di Mons. Andrea Perbenedetti – 1629, FB Anglistik und Amerikanistik, Universität Salzburg. Gritella G. 1991, La Certosa di S. Stefano del Bosco a Serra S. Bruno. Documenti per la storia di un eremo di origine normanna, L’artistica Savigliano, Savigliano (Cuneo). [10] Leoncini G. 1990, La Certosa di Firenze: considerazioni sulla Genesi e sulla struttura del primo impianto architettonico, in Ministero per i beni culturali ed Ambientali Soprintendenza B.A.A.A.S. di Salerno e Avellino (a cura di), Certose e certosini in Europa, Atti del Convegno alla Certosa di S. Lorenzo, Padula 22-24 settembre 1988, Sergio Civita Editore, Napoli. [11] Mumford L. 2002, La città nella storia, Bompiani, Milano. [12] Onda G. 2015, L’Angelo della Sibilla. I Templari, re Guglielmo III e il suo tesoro nella certosa di Serra San Bruno, youconprint, Stampato in Italia. Picchio F., Cioli F., Volzone R. 2018, Il rilievo della Certosa di Firenze. Catalogazione e analisi delle celle del Chiostro Grande per la gestione e la valorizzazione del complesso certosino, in Minutolo F. (a cura di), Reuso 2018, L’intreccio di saperi per rispettare il passato, interpretare il presente salvaguardando il futuro, VI Convegno internazionale sulla documentazione e recupero del patrimonio architettonico e sulla tutela paesaggistica, 11-12-13- ottobre Messina, Gangemi, Roma. Principe I. 1990, La Certosa di Serra San Bruno, in Ministero per i beni culturali ed Ambientali Soprintendenza B.A.A.A.S. di Salerno e Avellino (a cura di), Certose e certosini in Europa, Atti del Convegno alla Certosa di San Lorenzo, Padula 22-24 settembre 1988, Sergio Civita Editore, Napoli. Puntieri D. 2003, Certosa di Serra San Bruno. La chiesa cinquecentesca nell’opera di Jacopo Del Duca, Edizioni Mapograf, Vibo Valentia. Puntieri D. 2009, La chiesa cinquecentesca della certosa di Serra San Bruno in A. Anselmi (a cura di) La Calabria nel viceregno spagnolo, storia, arte, architettura, urbanistica, Gangemi, Roma. Sarconi M. 1784, Istoria dé fenomeni del tremuoto avvenuto nelle Calabrie, e nel Valdemone nell’anno 1783, posta in luce dalla Reale Accademia delle Scienze e delle Belle Lettere di Napoli, presso Campo, Napoli. Sisinni F. 1990, I certosini e il monachesimo occidentale, in Ministero per i beni culturali ed Ambientali Soprintendenza B.A.A.A.S. di Salerno e Avellino (a cura di), Certose e certosini in Europa, Atti del Convegno alla Certosa di S. Lorenzo, Padula 22-24 settembre 1988, Sergio Civita Editore, Napoli. Tromby B., Storia critica-cronologica diplomatica del patriarca S. Brunone e del suo ordine Cartusiano, Vincenzo Orsino, Napoli, ristampa anastatica in “analecta Cartusiana”, editor James Hogg, Istitut for Anglistik und Americanistik, Universitat Salzburg, 1983, tomo II.

145


L’importanza della ricerca d’archivio per un’analisi dello stato di fatto degli edifici storici e delle cause dei fenomeni di degrado: il caso dell’anfiteatro romano di Catania Santi Maria Cascone Santi Maria Cascone Lucrezia Longhitano

Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura, Università degli Studi di Catania.

Lucrezia Longhitano

Dottoressa in archeologia, Università degli Studi di Catania.

Abstract The imperial roman amphitheatre of Catania nowadays located in the Square Stesicoro, for the most part of its extension is incorporated by buildings constructed during medieval times and after the earthquake of 1693, that destroyed the city. This particular stratification has created a lot of problems related to the static character and the conservation of the monuments needed for a broad multidisciplinary survey overview which includes different fronts of analysis: historical, archaeological, diagnostic, plant engineering, urban planning and static. Among the various areas of investigation, with this contribution is presented the study of the archival documentation. This is an important means of study that allows us to expand our knowledge and to add informations about the conditions of the amphitheatre the relationship between the amphitheatre and the urban and the history of problems that today we must tackle. This study is a piece to add to the research to ensure a solid knowledge base on which any restoration project must be based. Keywords Archeology- archives- urban stratification- diagnostics

Introduzione al caso studio L’anfiteatro romano di Catania giace inglobato dalla stratificazione urbana postuma al sisma del 1693 nell’area dell’attuale piazza Stesicoro. Di 56 settori ne restano oggi 22 divisi tra un’area aperta allestita nel 1906 presso la piazza ed un’altra ipogea, inglobata da strutture di varie epoche. Quest’ultima area accusa i problemi dati dall’anomala posizione e che sono sia strutturali, essendo i ruderi usati come sostruzioni, che conservativi dati i degradi da infiltrazione. La godibilità dell’area è da anni compromessa e per ovviare all’aggravio e disporre azioni manutentive, si rende d’obbligo un rilievo della struttura e dell’urbano che vi grava con approcci multidisciplinari. Bisognerebbe indagare le condizioni e le cause dei degradi con mirate analisi ambientali e materiche, monitoraggi e studi di tipo storico- archeologico per capire le fasi di vita, le trasformazioni, i possibili restauri senza eludere lo studio del rapporto nel tempo tra

146


Fig.1 Inquadramento (da Google Earth).

l’anfiteatro e l’urbano che vi grava, cogliendo di quest’ultimo l’evoluzione e i sistemi impiantistici, oggi cause concorrenti ai problemi. Qualsiasi intervento è inerte se non retto da questa base di studi ed è importante andare a ritroso e capire come le cause si siano evolute nei secoli senza astrarre, oltre allo studio diretto dell’edificio, lo studio della documentazione. Inquadramento scoperta e scavi Quel che rimane dell’anfiteatro di Catania, datato al I e II secolo, giace sotto della settecentesca piazza Stesicoro, un’area ai piedi della collina di Montevergine, che costituiva, in epoca romana, il limite settentrionale della città lambito dalle mura. Sebbene, a partire dall’XI secolo, il fulcro religioso-politico della città si spostò a Sud con la costruzione della Cattedrale, l’area rimase d’interesse data la presenza della chiesa di S. Agata la Vetere. L’attuale impianto che inglobò i resti dell’anfiteatro e delle mura si deve alla ricostruzione diretta dal duca di Camastra G. Lanza all’indomani del sisma del 1693 e si inquadra tra la via dei Cappuccini a Nord, le vie Penninello e Cerami a Sud, la via Alessandro Manzoni ad Est e la via Gallo ad Ovest (fig.1). Non è chiaro se la zona fu pianificata, è più probabile che quanto oggi vediamo si costituì naturalmente come risulta della crescita urbana (Dato, 1983, pp. 37-44). Di certo, però, rimase un punto nodale tra intra moenia ed extra moenia. Agli inizi del XVIII secolo, la città si espanse oltre i limiti murari ormai abbattuti dal sisma e l’interesse all’area crebbe. Il ceto nobiliare per primo incentivò la costruzione di palazzi (palazzi della Borsa, Tezzano, del Toscano e la villa Cerami1) ma agì anche l’ordine dei Benedettini facendo ricostruire la chiesa di S. Agata la Vetere ed ex novo le chiese di S. Agata al Carcere e di S. Biagio (o S. Agata la Fornace) sfruttando i bastioni delle mura cinquecentesche e le volte dell’anfiteatro (Cantone, 1964, pp. 79-120). La liberazione delle parti superstiti di quest’ultimo fu graduale ed iniziò dall’area ad Ovest sino a quella visibile dalla piazza (fig.2). Durante le prime liberazioni fatte da Ignazio Pa-

La villa, inizialmente era semplici “casaleni” costruiti sfruttando parti dell’anfiteatro e delle mura, venne acquistata dai principi di Cerami intorno al 1720 (cfr. Cosentini 1993); dal 1957 divenne sede del Dipartimento Seminario Giuridico dell’Università di Catania ex facoltà di Giurisprudenza.

1

147


Santi Maria Cascone Lucrezia Longhitano Fig.2 Mappatura, sulla base dei dati storici, delle parti liberate dell’anfiteatro nel corso del tempo (rielaborazione grafica a cura di L. Longhitano tratta da Beste, Becker, Spigo 2007, p. 600)

Negli anni 70 e 80 si documentano restauri e consolidamenti nell’area sotto la villa Cerami, costruita sulle arcate dell’anfiteatro; nel 1996 si svolse una campagna di studi interdisciplinari, con scavi, sondaggi geognostici e puntellamenti; nel 1997 in via Penninello, a seguito di lavori, affiorarono parti che indussero nuove indagini favorendo l’apposizione del vincolo di tutela; al 2006 risalgono gli ultimi interventi e studi.

2

148

ternò Castello V principe di Biscari (1748 e 1768); si scoprirono parti del corridoio esterno e del fronte verso la collina di Montevergine. Nel 1841 sotto la direzione di F. Saverio Cavallari e D. Lo Faso Pietrasanta, si fecero saggi per collegare gli ambulacri, raggiungendo gli ingressi all’arena. Seguirono, nel 1875, ritrovamenti fortuiti sotto le case in via Penninello. Agli inizi del XX secolo si ebbe la quarta fase di scavi ad opera di Filadelfo Fichera che riguardò la cavea ed il podio (Fichera 1904, pp. 119-121; Fichera 1905, pp. 66-72). Per tutto il XX secolo fino al 2006 l’edificio subì interventi2 e scavi ma non si aggiunsero nuove parti (Sciuto Patti, 1913; Gentili, 1950; Branciforti, 1987, Giordano 2002; Sposito, 2003; Beste, et al., 2007). La ricerca archivistica La condizione che si mostra oggi risulta ardua da indagare essendo l’anfiteatro ormai un sistema di parti in condizioni eterogenee e soggette ad articolate stratificazioni. Data tale situazione, da anni si sono avviati progetti per valorizzare e assicurare la parte ipogea (Sposito, 2003; Amara, 2016; Malfitana, et al., 2018; Malfitana, Mazzaglia, 2018). Con il presente contributo si mira ad esporre una fase di indagine che riguardante le fonti archivistiche relative ai beni storico artistici della città di Catania ed in specie all’anfiteatro. La ricerca si è svolta nell’intento di ampliare il quadro delle condizioni e delle vicende nei secoli, dimostrando come i problemi che oggi dobbiamo affrontare hanno una lunga storia. I documenti presi in esame fanno capo soprattutto alla sezione dell’Intendenza Borbonica e della Prefettura di Catania, presso l’Archivio di Stato di Catania, e si datano dagli inizi del XIX secolo, momento in cui la città, ma in generale la Sicilia, oltre ad essere oggetto di riorganizzazione amministrativa, vede disporre nuovi sistemi di control-


Fig.3 Ipotesi di identificazione delle aree dell’anfiteatro oggetto di scarichi e infiltrazioni citate nelle fonti d’archivio (rielaborazione grafica a cura di L. Longhitano tratta da Beste, Becker e Spigo 2007, p. 607).

lo delle antichità. A partire dal 1827 si istituì una Commissione di Antichità e Belle arti di Sicilia, per centralizzare un sistema di tutela gestito dal 1778 in modo slegato da Regi Custodi che in autonomia facevano scavi e restauri; dal 1830 ca. si aggiunsero delle Commissioni locali, nonché organi collegiali. Per Catania, in specie, dal 1829 si istituì una Deputazione delle antichità che accertasse lo stato dei monumenti Catanesi ritenuti molto deturpati (Oteri 2002, pp.49-55). Dal XIX secolo, dunque, si ebbe più interesse al controllo ed alla cura dei beni a cui seguirono scambi tra i poteri centrali e gli organi locali. Maggiori informazioni sui monumenti catanesi, infatti, si colgono da lettere tra vari organi quali: l’Intendenza del Vallo di Catania, il Patrizio di Catania, il Commissariato di Polizia e la Deputazione delle Antichità di Catania, oltreché dagli atti delle sedute di tale Deputazione. Informazioni e dati ricavati attraverso la ricerca d’archivio Il tema dei danni che l’anfiteatro di Catania subisce a causa dell’urbano soprastante è un tema che caratterizza la vita dell’edificio già da molti secoli. I problemi si palesano già nel XIX secolo3 e sono imputabili alle infiltrazioni, all’uso come discarica ed alla mancanza di una rete fognaria che smaltisca le acque piovane che scorrendo dal livello stradale settecentesco ristagnano negli ambulacri sottostanti. La più antica notifica si data al 1832, quando il custode sollecita l’intervento delle autorità contro una serie di problemi dati dall’uso dell’anfiteatro come immondezzaio dagli edifici costruiti sopra e attorno. In particolare, si denuncia che i sacrestani della chiesa di S. Agata al Carcere (costruita nei pressi dell’area occidentale dell’anfiteatro) disfacevano di continuo immondizie4 nei “luoghi delle antichità”, così come usavano fare le botteghe. Si cita quella del mastro C. Pulvirenti, dalla quale si gettavano acque presso l’ambulacro interno (Intendenza, Busta 643, cc. 695-696). Non è chiaro però, ad oggi, dove si collocasse tale attività, dato questo utile per capire quale punto specifico dell’ambula-

Dagli atti del 1830 apprendiamo che i resti dell’anfiteatro a quel tempo erano “ruderi, corridoi, cavee e parte di portico” (Intendenza, busta 643, cc. 587).

3

149


Santi Maria Cascone Lucrezia Longhitano 4 La stessa situazione si documenta, in una lettera del 1878 dell’Ispettore degli scavi e monumenti, anche nel teatro, segnalando in una volta la presenza di aperture usate come scarichi (Catania 5 dicembre 1878, Archivio della Prefettura elenco 14, busta 258, fascicolo 8). 5 Si ricordano: La parrocchia di S. Agata al Carcere, la settecentesca villa Cerami, le case del professore Ardizzone, etc. 6 Dal 1875 si avviò la riforma accentratrice del Ministro R. Bonghi. La Sicilia viene divisa in tre aree archeologiche, la Commissione di Antichità e Belle Arti esistente viene soppiantata da un Regio Commissariato Speciale per gli Scavi e Musei del Regno con sede sempre a Palermo, le Commissioni locali si sciolsero e sostituiscono con nuove Commissioni consultive conservatrici; solo l’organo centrale, però, aveva competenze sui monumenti archeologici più antichi e sugli scavi, comportando un forte accentramento e problemi operativi (Regio decreto del 1876).

150

cro risentisse degli scarichi; se ne indicano, comunque, in pianta le aree forse coinvolte in quanto sopra si trovavano casupole o botteghe (fig. 3). Pochi anni dopo, sempre il custode scrisse all’Intendente per denunciare come nell’anfiteatro vi fossero inconvenienti dati da caduta di acqua ed altre sporcizie stavolta dal giardino di proprietà del Sig. Cappellano Cosentino. Si sollecita ad agire visto che la situazione danneggiava non solo all’anfiteatro ma anche ai visitatori (Intendenza, busta 643). Il 13 febbraio 1844 l’architetto Mario Musumeci, chiamato a fare lavori d’urgenza negli antichi edifici, informò in una relazione che la più astrusa questione da gestire per l’anfiteatro continuava ad essere il legame con il piano stradale sovrastante. Per fronteggiarla, l’architetto suggerì di costruire muri di ostruzione (Intendenza, busta 643, cc. 678-683) ma i problemi non si arrestarono. Si segnano, infatti, nella stima dei lavori per i restauri datata al 1854 (Intendenza, busta 643, cc. 554) si documenta come sulla volta lesionata dell’ambulacro esterno si hanno continui trapelamenti di acqua dal giardino appartenente al principe di Cerami. Stessi guai compaiono anche nella volta dell’ambulacro interno sita sotto le case del signor Carlo Ardizzone a causa dell’acqua corrente di uso delle stesse. Come interventi, si consiglia di deviare l’acqua sistemando l’acquedotto e di spostare il materiale caduto in un altro vano murandolo con pietrame a secco. Purtroppo, dall’analisi diretta dell’edificio, non è individuabile il vano in affare essendo molti i settori dell’anfiteatro così occlusi. Tra le soluzioni si avanza anche quella dell’espropriazione e demolizione delle abitazioni che provocano danni. Questo tema, di non poco conto, viene trattato sia per l’anfiteatro che per il teatro romano come dimostrano alcune lettere della metà del XIX secolo con le quali il Real Governo sollecita la Commissione di Antichità e Belle arti locale a demolire le case che ingombravano il teatro e danneggiavano l’anfiteatro. La Commissione, in seguito a ciò, iniziò una stima delle case e degli indennizzi da corrispondere, ma si limitò ai fabbricati sopra il teatro. I lavori, comunque, dovettero tardare, più volte, infatti, si sollecita l’Intendente ad agire. Sembra che sul tema dell’espropriazione la situazione era d’interesse più per il teatro piuttosto che per l’anfiteatro. Diversi sono i rimandi alle cause intentate verso i proprietari delle abitazioni sopra il primo monumento effettivamente poi abbattute, cosa che non avvenne per l’anfiteatro. Tra i motivi che spiegano questa distinzione potrebbe includersi il valore dell’edificato sopra i siti archeologici. L’anfiteatro, infatti, rispetto al teatro, sottostà a residenze nobiliari ed ecclesiastiche5 di grande qualità architettonica non inferiore al peso politico degli abitanti. I problemi, però, proseguirono anche dopo l’unità ampliati da cambi degli organi amministrativi e da una maggiore centralizzazione a discapito della vigenza locale6. I riceventi delle lettere cambiano ma i contenuti restano uguali, lo mostra la minuta del prefetto destinata al Ministero della Pubblica Istruzione, in cui si marca come l’anfiteatro presenti ancora gravi impaludamenti per le acque che vi accorrono. Nel 1875, scrivendo dei ritrovamenti nella parte dell’anfiteatro sotto le abitazioni nella salita Penninello, si notifica come in un corridoio (probabilmente quello sotto le proprietà Ardizzone) si siano aperti pozzi di scarico a perdere (Prefettura, elenco 14, busta 258), pratica usuale sino a tempi recenti; si ricordano come esempi simili i fori nelle volte del teatro e delle romane terme Achilliane di Catania sottostanti la piazza Duomo. Si è molto discusso sulla funzione di tali fori spiegandoli come scarichi, accessi scavati durante le esplorazioni dei secoli XVI e XVIII o ponti di luce e aria che magari sono divenuti naturali canali per le acque sotterranee.


Più utili risultano poi gli scritti dell’Ispettore Carmelo Sciuto Patti molto attento alla tutela dei beni catanesi e che in varie occasioni documenta la situazione. Nel 1881, edotto dei danni presenti nell’anfiteatro scrisse al Prefetto onde sollecitasse l’amministrazione ad agire con urgenza per delle infiltrazioni presso l’ambulacro interno a causa di una chiavica nella salita dei Cappuccini sotto il campanile della chiesa di S. Agata la Fornace, nella quale defluivano anche le acque piovane da vari acquedotti. Va considerato che la parte della città in esame, essendo ai piedi della collina di Montevergine, è per morfologia in declivio proprio verso la piazza Stesicoro, favorendo un flusso naturale verso l’anfiteatro. I problemi, poi, vi erano anche nell’ambulacro esterno, sotto le case del professore Ardizzone, in cui confluivano le “acque immonde dei lavatoi” delle case stesse e nella porzione sottostante la villa del principe Cerami. Si denuncia che quest’ultimo aveva costruito di sua iniziativa, un canale che raccoglieva le acque dei vari tetti per riversarle proprio sull’anfiteatro (Prefettura, busta 258, serie I, elenco 14). D’interesse è, poi, la lettera sempre dello Sciuto Patti, del 1885, nella quale localizza e dettaglia i danni presenti ragionando sulle cause e sugli interventi. Si parla di due inconvenienti ben distinti, quello più grave era l’infiltrazione di acqua, durante l’inverno presso le volte dell’ambulacro esterno, tanto da ostacolare il transito. L’altro inconveniente era l’inondazione perenne del corridoio interno. Le cause nel primo caso, sono attribuite dalle piogge che battendo sulle varie case affluendo poi sull’anfiteatro e alla casa degli eredi di Giovanni Ardizzone (parente di Carlo) dalla quale continuano a scolare acque sporche che vengono assorbite dal suolo e tramandate alle volte del corridoio superiore e ai vomitoria. Con tale nota non solo si indica l’area delle perdite, ma si conferma che, in tale sezione, l’anfiteatro si conservava per più livelli. Come intervento risolutivo l’Ingegnere propone di condurre le acque in appositi canali per smaltirle in un largo attiguo all’anfiteatro. Le infiltrazioni nell’ambulacro interno vengono, invece, ricondotte alla cattiva costruzione o “mal curata manutenzione” degli acquedotti municipali, sotto il lastricato della via dei Cappuccini, a Nord di piazza Stesicoro. Bisogna considerare che l’area oggi visibile dalla piazza, ai tempi in cui scrive l’Ispettore, non era ancora stata scavata, la scoperta dell’anfiteatro arrivava all’entrata dell’arena sull’asse maggiore ed è, dunque, in quest’area che vanno posti gli inconvenienti. A riguardo gli amministratori furono più volte sollecitati ad un intervento che però mai avvenne. L’Ispettore, anche per questo caso, suggerì di aprire un pozzo nella parte più depressa del corridoio al fine di liberarlo (Prefettura, sezione I, elenco 14, busta 257). Nonostante il grande interesse, non si venne mai ad un’effettiva soluzione e ciò si mostra quando nel 1899 ancora si denunciano continui usi dell’anfiteatro come discarica. Tali scarichi si conducono sempre ai fabbricati soprastanti e di preciso alla villa Cerami ed alla cappellania della chiesa di S. Agata la Fornace (Prefettura, Sezione I, elenco 33, busta 59). Nel 1913, dopo la liberazione della porzione visibile dalla piazza, lo Sciuto Patti torna a informare come si stesse ancora “studiando la maniera più opportuna per liberare radicalmente il grandioso monumento dalle infiltrazioni che vi si avverano in diversi punti” (Sciuto Patti 1913, p. 313), ma il problema continua a essere arduo. Giunti a tal punto, un tema d’interesse è l’attribuzione delle case ai proprietari citati dai documenti e capire con quali fabbricati attuali coincidono. Nei rilievi del 20157, con più chiarezza, rispetto alle carte precedenti8, si distinguono i lotti e gli immobili gravanti sull’area critica (fig.4).

7 Fonte: sito webgis del Comune di Catania, Layer degli edifici catastali e lotti. 8 Carte del: 1876, 1884, del 1897, 1916, 1925, 1978, aggiornata al 1990.

151


Santi Maria Cascone Lucrezia Longhitano Fig.4 a: Cartografia catastale del 2015, in grigio i lotti; b: Cartografia catastale del 2015, in arancione i fabbricati.

Invariati rispetto alle cartografie ottocentesche ed indicati con la medesima numerazione.

9

152

È ravvisabile l’edificio (n.4112) affacciato su via Manzoni ad angolo con la via Penninello, in quanto noto palazzo settecentesco della famiglia Ardizzoni più volte citata nelle carte. Proprio la porzione dell’anfiteatro posta al di sotto è, ancor oggi, quella che ha maggiori problemi. Con stessa facilità si conosce l’area dell’ex villa Cerami (n.32639), della quale la terrazza è interamente sorretta dai settori Sud-occidentali e dall’ambulacro oggi oggetto di perenni infiltrazioni e conseguenti fenomeni di degrado. Resta più dubbia l’identificazione delle altre abitazioni. Indizi possono trarsi dalle fonti che segnano nel 1875, il rinvenimento di parti del rudere presso la casa del signor Puglisi e presso l’adiacente casa Nicosia, entrambe costruite dopo il 1693 in via Penninello, sopra l’anfiteatro (Prefettura, serie I, elenco 14, busta 258). È possibile ritenere, per logica di sovrapposizione, che tali proprietà rientrino nei lotti n.4115 e 41139. Non eludibile, poi, la citata presenza di altri giardini oltre a quelli dei Cerami, accanto l’anfiteatro. In particolare quello del Signor Cappellano Cosentino (Intendenza, busta 643) dal quale si denuncia, nel 1838, la caduta di acqua e rifiuti e la citazione, nel 1885, tra le case concorrenti ai danni, di quella del cavaliere Nigo (Prefettura, sezione I, elenco 14, busta 257). Resta più dubbia l’attribuzione dei lotti per quest’ultimi casi. Non si esclude, però, che la casa possa locarsi nei restanti isolati sopra l’anfiteatro (lotti 4014, 4106, 4108), mentre il giardino potrebbe coincidere con il lotto oggi n. 4107, nonché unica area verde nella zona, dalla quale è possibile immettersi nei settori XXXVII-XXXIX dell’anfiteatro. Si riassumono nella fig.5 tutte le notizie in merito ai danni, restauri subiti dall’anfiteatro e connessi all’edificato soprastante. Conclusioni Dal vaglio dei documenti è osservabile come le vicende dell’anfiteatro illustrino bene il cambio di ruolo dei monumenti dalla ricostruzione dopo il terremoto del 1693 ai primi del Novecento. Dopo la catastrofe, la cultura del tempo attribuiva ai resti, specie se frammentari come quelli dell’anfiteatro, alcuno specifico valore, li si poteva, anzi, coprire o usare come fondazione perché riedificare era prioritario. Gli studi archeologici sviluppatisi progressivamente nel corso del Settecento, condivisi dall’élites siciliane e dal Governo, restituirono all’anfiteatro la sua identità nel quadro cittadino, come riflesso di un più vasto movimento che coinvolgeva l’intera Europa. In concreto le azioni restavano sporadiche, affidate al buon volere di illustri mecenati o a iniziative estemporanee del potere regio.


Fig.5 Principali notizie sull’anfiteatro (danni, denunce, interventi) in connessione all’edificato soprastante.

Durante la Restaurazione, una burocrazia competente si affiancò all’élites cittadine e con il nuovo stato, si sviluppò la tutela su doppio registro: nazionale (la Direzione Generale di Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione) e locale (Commissione Conservatrice) coinvolgendo i poteri locali e il Comune (Iozzia 1998, pp. 138140; Oteri 2002, pp. 49-64). Nel secondo Ottocento, nonostante la vecchia aristocrazia giocava ancora un ruolo importante, se ne poté superare l’influenza o negoziarne con discrezione il consenso10. Questo gioco delle parti spiega come azioni poco visibili ma necessarie in termini di interventi come quelle descritte di fatto non si concretassero. Nonostante l’interesse all’intervento dimostrato dai responsabili istituzionali, si nota una prevalenza dell’azione privata abusiva visti gli interventi fatti eseguire sulle volte dell’anfiteatro dal principe di Cerami, la libera realizzazione di canali o l’uso dei vani antichi come luoghi di scarico. Pratiche queste usuali anche in altri siti archeologici catanesi come dimostra la realizzazione di una latrina in un’abitazione costruita sopra un corridoio del teatro romano (Prefettura, elenco 33, busta 59). Ciò che la ricerca d’archivio dimostra è che i problemi che oggi si devono fronteggiare già da secoli connotano la vita dell’anfiteatro e vanno ricondotti all’articolato sistema di stratificazione che unisce un edificio nato per essere sopra terra ad un contesto urbano e impiantistico che in modo spontaneo vi si stratifica sopra. Oltre ad uno studio, dunque, che unisca l’archeologia all’analisi dell’evoluzione urbana, un ambito da indagare riguarda gli impianti degli abitati e dell’urbano soprastanti l’anfiteatro. Su questo tema dalle fonti, non si deduce una precisa disposizione, tuttalpiù si nota un uso provato illecito del sottostante anfiteatro con scarichi ad esso diretti. Gli scarichi, come quelli della casa Ardizzone o delle sa-

10 Non mancarono contenziosi tra le parti, come ad esempio quello sfociato in un processo e nell’espropriazione dell’area del teatro ai principi Paternò Castello di Biscari e di Valsavoia quegli stessi Paternò Castello cui si doveva in gran parte la riscoperta delle antichità catanesi (Archivio Paternò castello, busta 632).

153


Santi Maria Cascone Lucrezia Longhitano Il centro storico è attraversato dai 488 km di tubi che da Ognina-Picanello arrivano al depuratore di Panta d’Arci, di questi ne usufruisce è meno del 30% dell’utenza; si ultimarono nel 2005 i lavori per una nuova rete fognaria, nel 2016, però, a seguito di diatribe tra Comune e Regione, i lavori risultavano ancora sospesi 11

154

crestie, sfruttavano spesso vuoti del terreno secondo un sistema a perdere molto diffuso nella città e visto in più monumenti. Intorno al 1870 si annota la costruzione di una fognatura municipale presso l’area dell’anfiteatro (Iozzia 2015, p. 36) rientrante forse tra quelle poste sotto via Cappuccini e piazza Stesicoro e che nel 1875 causarono altrettanti problemi di infiltrazione alla struttura che vi sottostava. È credibile che ad oggi le cose non siano cambiate, così come è difficile credere che tutti gli impianti siano stati deviati rispetto all’area archeologica. Al presente le condizioni del sistema impiantistico della città risultano assai complesse anzitutto date le varie vicende dell’ultimo ventennio e che ancora nel 2016 frenavano i lavori per l’avvio di un nuovo sistema che servisse interamente la città e la periferia (Murabito 2016)11. Senza scendere nei dettagli, risulta arduo capire come i singoli complessi edilizi che toccano l’area dell’anfiteatro si siano impostati; è assiomatico però, che tale situazione così come in generale lo sviluppo nel tempo di un sistema urbano che ingloba uno più antico, porti condizioni di difficile indagine. Oltre, poi, alle perdite a causa dei condotti (o della loro assenza) non vanno sottovalutati i sistemi di deflusso delle acque piovane e gli interri addossati all’anfiteatro, ancor più difficili da gestire rispetto all’impiantistica. Qualsiasi intervento di restauro dunque mirato a bloccare il processo in corso non può escludere un’analisi attenta di tutte queste situazioni. Prescindendo i risultati ottenuti e il caso studio in esame, ciò che la presente ricerca ha voluto mostrare è come l’analisi delle fonti d’archivio sia uno dei mezzi di analisi storica, nonché diagnostica, che aiuta ad ampliare la conoscenza dello stato di fatto attuale, proiettandolo indietro nel tempo, tracciando una sorta di “storia delle cause e delle problematiche” che può essere d’aiuto oggi nell’indirizzo della ricerca e degli interventi da fare.


Bibliografia Oteri A. M. 2002, Riparo, conservazione, restauro nella Sicilia orientale: o del “diffinitivo assetto” 18601902, Gangemi, Roma. Beste H., Becker F., Spigo U. 2007, Studio e rilievo sull’anfiteatro romano di Catania. Rapporto preliminare sul rilievo archeologico - Recente campagna di indagini, «Bullettino dell’Istituto Archeologico Germanico» (Volume 113), pp.595-613. Buscemi F. 2012, Architettura e romanizzazione della Sicilia di Età imperiale: gli edifici per spettacoli, Officina di Studi Medievali, Palermo 2012. Cantone U. 1964, La Chiesa di S. Agata al Carcere a Catania, «Quaderni dell’Istituto di disegno 2- 196465», pp. 215-240. Cosentini C. 1993, Villa Cerami- La Facoltà di Giurisprudenza, Tip. Università, Catania. Dato G. 1983, La città di Catania, Officina edizioni, Catania. Fichera F. 1904, Miscellanea. Scavi dello anfiteatro di Catania, «Archivio storico per la Sicilia Orientale», I, pp. 119-121. Fichera F. 1905, Miscellanea. Per lo Anfiteatro di Catania, «Archivio storico per la Sicilia Orientale» Anno II, pp. 66- 72. Gentili G.V. 1950 n. 4204 «Fasti Archaeologici», V, 1950, pp. 355-356. Giordano F. 2002, L’anfiteatro romano di Catania, Boemi, Catania. Amara G. 2016, Catania ritorna nell’arena. Guida all’anfiteatro romano di Catania, st. Beni Archeologici, Catania. Iozzia A.M. 1998, Tutela archeologica in Sicilia tra ‘700 e ‘800, in E. Iachello (a cura di), I Borbone in Sicilia (1734-1860), Giuseppe Maimone editore, pp. 137-140. Iozzia A.M. 2015, Documenti dell’Archivio di Stato di Catania per la storia dell’archeologia catanese. 1743-1932 in F. Nicoletti (a cura di), Catania antica nuove prospettive di ricerca, Lapis, pp. 673-720. Malfitana D., Mazzaglia A. 2018, Archeologia globale a Catania. Nuove prospettive dall’integrazione di ricerca archeologica e tecnologie ICT. Nuovi dati sull’anfiteatro romano in Belvedere O., Bergemann J. (a cura di) Studi e materiali, 1, Dipartimento culture e società – sezione beni culturali area archeologia Università di Palermo, Palermo, pp. 327-353. Murabito L. 2016, Lo scandalo della Rete Fognaria di Catania: emergenza per gli scarichi a mare, in SUD PRESS giornalismo d’inchiesta, <http://www.sudpress.it/>, (03/2020). Sposito D. 2003, L’Anfiteatro romano di Catania. Conoscenza, recupero e valorizzazione, Flaccovio Dario editore, Palermo. Sciuto Patti S. 1913, I recenti restauri dei Monumenti antichi di Catania, l’Odeon, l’Anfiteatro romano, il Teatro greco, il Foro sotto l’ispettorato dell’Ing. S. Sciuto- Patti, «Archivio Storico per la Sicilia orientale», X, pp. 312-315.

155


Castrum Petrae. El patrimonio herido de “San Valentino in Abruzzo Citeriore”. Stefano Cecamore

Stefano Cecamore

Dipartimento di Architettura dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara.

Abstract The architectural heritage in most of the historic centres in Abruzzo is characterized by traditional building techniques related to the use of stone. A building style culture dating back to the classical era up to the most recent times with very few significant disruptions. San Valentino in Abruzzo Citeriore has a number of buildings where the use of the traditional stone building method is found in both the constructions of monuments and in the other buildings in general. Churches, palaces, suburban villas and ‘minor’ buildings are made with local material through consolidated building systems, reworked and improved during an incredibly long time-span. The castrum, originating in San Valentino, preserves traces of changes and adaptations consequent to the local and foreign dominations which have affected the historic centre and its surrounding territory. Each period has been able to conveniently reduce the use of local stones, and in particular the compact limestone of the Maiella mountain, and allowing to admire important architectural remains such as the Castle-Palace of the Farnese, the church of Regia dei Borbone, and the Palace and Villa Baiocco, which are today burdened by communal dynamics of neglect and abandonment. The limited number of consolidations and restorations arranged for after the earthquake in 2009 are emergency actions which result to be inadequate to prevent the loss of a significantly important heritage. The preliminary study of the most common and typical buildings and of their state of preservation opens a path of knowledge and awareness of the community towards a much wider framework of the safeguarding of the buildings and dynamic efficiency of protection. Keywords Traditional construction, earthquake, state of neglect, historic centres

Introduccion El territorio Abruzzese se caracteriza por una naturaleza morfologicamente accidentada y por una marcada vocación rural además de una red de asentamientos estructurados mediante un equilibrio frágil entre hombre y naturaleza. La voluntad de ocupar valles y laderas montañosas y de superar los reiterados traumas ocasionados por eventos de calamidad, que desde siempre padecen los cascos antiguos

156


Fig. 1 Los primeros cercos castrenses; torre amuralladas aún visible en la parte sur (Foto: Stefano Cecamore).

de la franja apeninica, definen la sucesión de las construcciones regionales, en los cuales el repertorio tradicional enlazado a fenómenos edilicios “de larga duración” (Varagnoli, 2008a), ofrece una alianza entre técnicas constructivas y recursos naturales. En particular modo la “civilización de la piedra” determina las características urbanas del sector de Abruzzo Citeriore con una preponderancia de elaboración de la piedra calcarea compacta conocida como piedra “gentile” de la Maiella” utilizada sin solución de continuidad desde la época clásica hasta principios del siglo XX. El patrimonio arquitectónico del municipio de “San Valentino in Abruzzo Citeriore” confirma a pleno estas costumbres constructivas; el panorama edilicio del casco histórico y de su territorio son, en efecto, determinados por construcciones civiles y religiosas –ampliamente estratificadas- y por situaciones aisladas que se asemejan debido a la utilización casi exclusiva de los litotipos locales empleados en una amplia ga-

157


Stefano Cecamore

ma de soluciones constructivas: desde paredes almohadilladas en bloques y lastras, en agulares y perforaciones, hasta las elaboraciones más finas en vista o detalles decorativos de puertas y ventanas.

Archivio di Stato di Pescara (ASPe), Affari ecclesiastici, 1852-1860, lettera del Vicario all’Intendente di Chieti, 28 novembre 1852

1

158

Castrum Petrae, desde el castillo hasta la ciudad. Una aglomeración urbana, constituida por emergencias arquitectónicas, construcciones globales y rurales tipológicamente diferenciadas, con una percepción de conjunto urbano entrelazado con los mismos materiales y encerradas físicamente dentro una muralla. Esta es la imagen del Castrum de piedra citado en los documentos históricos, entendido en su complejidad de perímetro habitado y luego fortificado; el mismo que podemos ver en la pintura de S. Giannini (1848) que se conserva en la iglesia de los Santos Valentìno y Damiano y que al final del siglo XIX nos brinda una visión idealizada pero sustancialmente fiel en las distintas estratificaciones sucedidas en los siglos en el diseño de una ciudad-castillo. A pesar de las numerosas variaciones sufridas en un tiempo relativamente reciente por las fortalezas y el diagrama urbano, es posible, sobreponiendo la cartografía actual a la documentación iconográfica disponible (Chiarizia, Latini, 2002), distinguir el diseño de los antiguos aparatos defensivos que daban al pueblo una dirección de desarrollo caracterizado por ampliaciones concéntricas a lo largo de la ladera oriental del núcleo primitivo fortificado. El resultado es el burgo torreado rodeado de murallas que alude a la descripción del Giustiniani del 1797 y en algunos documentos y mapas de final del siglo XVI en adelante como la extraída del “Summario dell’Intrate che’l Serenissimo Signor Duca di Parma e Piacenza tiene nella provincia d’Abruzzo. Aquila ultimo gennaro 1593” (resúmen de las llegadas que el serenisimo Señor Duca de Parma y Piacenza hace en la provincia de Abruzzo. L’Aquila fines de enero 1593), muy difícil de localizar en los diferentes tratados arquitectónicos de la construcción, pero comprensibles a nivel urbano en los lugares aislados que ocupan las áreas de los cimientos señalados por los trazados de carretera longitudinales y que dibujan un tejido urbano fusiforme interrumpido por una viabilidad secundaria formada por rampas y recorridos de remonte. Las operaciones de demolición relativamente recientes logran transformar, en algunos casos, los trazados transversales de la estructura de base en anchos recorridos y escaleras monumentales; capítulos escenográficos de los años mil ochocientos o mil novecientos vinculados a la modernización funcional y formal de los cascos históricos concentrados cerca de la iglesia Matrice y de algunos edificios urbanisticamente importantes como el edificio Bottari. En general, la actualización tipológica de la construcción, sigue el camino de la refundición de los núcleos edilicios originarios del tejido compacto de los edificios en bloque, (principalmente sin patio) con cuerpos de fabricación más amplia (con estructura de dos o tres niveles), proponiendo como nuevo las fachadas ya más coherentes en léxico arquitectónico, a través de la búsqueda de simetrías y la homologación de los elementos decorativos. En cambio el circuito fortificado resulta mayormente comprometido ya que las murallas casi no se conservan, y modificado en su trazado original por la expansión más allá del limite perimetral de los bloques de construcción de la iglesia Matrice y del edificio de Pietro Troiano1 en el oeste, como también del edificio Baiocco situado en el lugar opuesto.


Fig. 2 Edificio Baiocco, fachada externa y detalle con dintel y “radiciamenti lignei “(Foto: Stefano Cecamore).

El edificio Baiocco, ubicado al final del centro habitado y cerca del Lago San Nicola, posiblemente sea el resultado de la unión, hacia el final del siglo XIX, de más núcleos edilicios elementales fundidos en un organismo único que responde a las reiteradas exigencias de representancia de la nueva clase dirigente. El edificio, estructurado en dos cuerpos de fabricación conectados por una ala transversal en la parte posterior, ennoblece su estructura volumétrica con la preferencia del acercamiento del basamento, terraza y bloque compacto con patio central, siguiendo la natural pendencia del lugar entre la calle Umberto I y calle Duca degli Abruzzi. También la estructura externa introduce elementos nuevos con respecto a las características urbanas que lo circunda: la fachada principal, organizada en dos registros, aparece definida en su linea por pilastras salientes, fajas decorativas que marcan pisos y cornisas, y permite el acceso directo al nivel residencial mediante un portal almohadillado con balcones en la parte superior En la parte frontal opuesta presenta una larga fila de arcadas con dinteles en piedra, alternadas por pilastras salientes almohadilladas que definen el cuerpo de fabricado cubierto con una terraza que, colmando el desnivel del terreno, eleva el edificio con respecto al eje vial anterior. El arco con terminación superior a frontón y la amplia verja de acceso definen el perímetro de la construcción original, alterado por la introducción de locales comerciales, fabricados menores de servicio y un distribuidor de gasolina. La construcción con patio central resulta ser una excepción en el panorama de la construcción tradicional local y contradistingue también al palacete suburbano familiar (Varagnoli, 2008b) construido alrededor de la segunda mitad del siglo XIX en la localidad de Cannafischia; la fábrica, que se encuentra en un estado total de abandono, está ubicada en correspondencia de una amplia área hidrográfica, utilizada muy probablemente para le distribución hídrica y para los trabajos agrícolas o tal vez en función de “villa di delizie” (palacete de las delicias) al cual el edificio podría haber sido destinado en base a la definición “casino di villeggiatura” o sea “circulo de veraneo”, según la denominación en la Revisión General del Catastro de 1890. Los ambientes son rigurosamente especulares entre ellos y se articulan en catorce espacios cubiertos en cada nivel, en el primero con arcadas a bóveda con aristas de encuentro, arcadas a vela y de crucero, en el segundo nivel con bóvedas realizadas con cobertura de ladrillos. El muro estructural, ya sin revoque original, muestra la superficie lateral de la estructura a almohadilla colocada con ritmo de avanzamiento horizontal con cunas de refuerzo y la amplia utilización de dinteles y “radiciamenti” lignei (Fig. 2). La decoración, en gran

159


Stefano Cecamore

parte perdida a raíz de los derrumbes de coberturas y entarimados, resulta fácil de interpretar en los frentes externos, encuadrados geometricamente por pilastras salientes adosadas en toda su altura que terminan en capiteles y festones con inspiración del Renacimiento, además de la presencia de franjas marca niveles que delimitan zonas de pared sobre las cuales se abren ventanas con perfilado peraltado rebajado y definido por bloques de piedra cuadrados y bordes delimitantes.

160

La “civilización de la piedra”. De castrum a castillo, de castillo a edificio. Los edificios públicos y de edilicia menor están acomunados por una característica: las técnicas constructivas y los materiales utilizados pertenecen a la tradición y se atienen a la tipologia del lugar. La piedra de cava, presente en zonas en las laderas rocosas de la Maiella, es utilizada sea en las superficies externas de las paredes, para los cuales se utilizan fragmentos más grandes que se colocan con la parte más plana a la vista, como en el núcleo de la cumbrera con esquirlas de rocas y trozos residuos de la elaboración de la piedra. Encontramos un mayor cuidado en las tramas de los cantonales, para los que, los bloques calcáreos se preparan con forma paralelepipeda; el material utilizado, ya de distintos tamaños y unido con malta en forma abundante en secuencia discontinua, se coloca generalmente con ritmo horizontal. El uso de las técnicas tradicionales y de materiales locales se afirman también con la utilización de elementos de descarte, en gran parte recuperados sucesivamente a la caída debida a eventos sísmicos e incorporados al interno de la construcción y en las superficies laterales externas; una gran cantidad de fragmentos perfilados y decorados aparecen en las fachadas principales de los edificios, completando y ennobleciendo paredes, repisas y arquitrabes. Los elementos constructivos de mayor interés pueden ser encontrados en la zona más elevada del extremo sudoeste del poblado, actualmente ocupado por el edificio Farnese, por la iglesia de los Santos Valentino y Damiano y por el edificio Troiani. El área se identifica como el núcleo que genera el antiguo burgo fortificado; la base primitiva atribuible a la época normanda de la comarca de Manoppello, sucesivamente se ha evolucionado hasta el actual San Valentino cuyo origen puede unirse a los hechos narrados en el Chronicon Casauriense y al hallazgo de los restos mortales de los santos Valentino y Damiano en el siglo XI (Di Luzio, 1990); (Varrasso, 1992). La compleja cuestión inherente la fundación del castillo de San Valentino podría llevarnos a la incorporación de edificios de diversas naturalezas (eclesiastica y feudal) circundados por una muralla, de este modo puede explicarse la heterogeneidad que todavía diferencia el conjunto, resultado de numerosas estratificaciones que se sucedieron a través de los siglos y de las cuales no podemos saber el periodo. Uno de los primeros cercos castrenses podría ser individuado por un corte inclinado en los intervalos norte y oeste del actual complejo Farnese, dotado en la parte sur, de una torre amuralladas aún visible (Fig. 1). El perímetro ha debido ser interrumpido y modificado con la construcción de otra torre en la parte oeste, posiblemente agregada para resolver una zona derrumbada de la muralla primitiva o para sustituir una estructura ya existente de flanqueamiento a la puerta principal del burgo. La posteridad de la torre oeste respecto a las partes amuralladas adyacentes se confirman con diversos espesores y en la continuación de edilicias organizadas en forma horizontal evidenciadas por los huecos creados para sostener el andamiaje, co-


Fig. 3 Castillo-palacio “Farnese”; elevación norte dañado por el terremoto de 2009 y elevación sud (Stefano Cecamore).

munes a los aparatos de edilicia “de obra” conocidos en el área de la región de Campania, mientras que la geométrica regularidad de la estructura y la configuración a forma de “telescopio” nos lleva a una fase en pleno periodo del siglo XII y época angevina (Romalli, 2008), momento en el cual la voluntad de inspección y modernización de los puestos de defensa se concentran en las tierras de frontera en el oeste y norte del reinado. La torre oeste del castillo de San Valentino puede ser considerada un primer núcleo de feudalismo permanente, un bloque compacto, agregado a un circuito amurallado dotado de corte inclinado y guardia defensiva en los lados más expuestos, y que posiblemente tenían función de defensa y residencial. Lo acompañan la capilla de los Santos Valentino y Damiano y algunas estructuras de servicio, conectadas a la parte poblada y a los sucesivos recintos amurallados por medio de la apertura a arco agudo todavía presente en la parte este. Sea en los casos de Popoli y Pacentro, ambos inicialmente dependientes a la comarca de Manoppello, como San Valentino, el pasaje de castrum a residencia noble se manifiesta paralelamente al fervor del poder central a favor del feudo local. En los primeros dos casos resulta fácil, debido a la estabilidad politica identificar a los Cantelmo y a los Caldora como promotores respectivamente, de tal transformación, San Valentino en cambio pasa por las cambiantes situaciones de los Acquaviva, de los Orsini y de los Della Tolfa y solamente a estos últimos es posible atribuirles en forma cierta una propuesta sustancial de modernización del producto, gracias a la dedicatoria del 1507 presente en la entrada norte. En el volumen situado a este, encontramos las propuestas arquitectónicas más interesantes: el portal y la amplia sala en la planta baja evidenciada por arcos diafragma y el biforo amurallado en la pared externa del correspondiente volumen superior. La puerta de entrada, evidenciada por cepos que adentellan con la edificación alternando trozos de piedra de distintos anchos, se muestra como una versión simplificada de

161


Stefano Cecamore Archivio Comunale di Penne, Acta super pertinentia iuris Patronatus Ecclesie Archipresbiterialis et aliorum beneficio rum et Cappellarum. Bacucco 1617. Nota di tutte l’intrate che sono in lo contado de San Valentino delle pruinzie di Apruzzo Citra et Ultra lo quale se fa per memoria dell’Illustrissimo S.or Carlo Moderno, cavato da li cunti visti per me Fabio de li Frangi de Palma nel mese di aprile 1562 in San Valentino 3 Archivio di Stato di Napoli, Farnesiano, b. 1284,” Catasto de beni gentileschi fatto l’anno MDCXXXIX che si possede in territorio di san Valentino e Abbategia”. 4 Archivio Diocesano di Chieti, Visite pastorali, 1932, busta 561; ASPescara (ASPe), Governatorato, Affari comunali 1851-1861, fasc. I, busta 8 5 Archivio Diocesano di Chieti, Visite pastorali, 1846, busta 542. 6 Archivio Diocesano di Chieti, Atti parrocchiali di s. Valentino, fasc. I, “Carte riguardanti il desiderio di stabilirvi una chiesa ricettizia”, 17 ottobre 1831. 2

162

las tipologías “durazzesche” experimentadas en numerosos trabajos de edilicia civil en la ciudad de Sulmona del siglo XIV y XV (Madonna, 2008). El biforo, recientemente dañado por el sisma del 2009 (Fig. 3 -Fig. 6), se propone como un probable trabajo de reutilizo: los trabajos de edilicia externa del volumen superior, en el cual se insertaron con el fin de caracterizar la fachada principal del edificio en prospectiva de la plaza urbana, ha revelado una estructura inadecuada en el momento del sismo del 2009: la superficie lateral de la estructura con piedras cuadradas no sujetadas en modo correcto con elementos colocados a perpiano y con el núcleo interno, ha sido parcialmente expulsada, causando el derrumbe del biforo y la columna salomónica. La calidad de la edilicia de las paredes denuncia claramente la debilidad intrínseca de las estructuras de base que la obra en construcción ha tratado de remediar con la introducción de guarniciones anti sísmicas como la “catena lignea” halladas durante los trabajos de consolidación de la bóveda realizados después del sismo del 2009 (Fig. 3). Es probable que haya sido agregada durante los intervenciones de refuerzo anteriores a los numerosos episodios sísmicos del pasado, la “catena lignea” cadena de madera ha contribuido a la contención de la rotación fuera de la base de la pared externa ya profundamente dañada y que afecta la entera bóveda de entrada (Fig. 4). La precariedad de algunos cuerpos de los edificios van aparejados a las continuas adaptaciones padecidas por las estructuras originarias en respuesta a la progresiva transformación de fortaleza a edificio de nobleza y completada en el 1562 cuando el complejo se describe como “castillo compuesto por distintos y más miembros, torre principal, lugar cómodo de fortificación”2. Una estructura heterogénea donde ni siquiera Margherita podrá conferir la vestidura de palacio porque morirá tres años después de la adquisición del feudo, y que, en primer lugar bajo el gobierno de los Duques de Parma (1583-1732) y de los Borbones luego, acogerá como “Roca en el Palacio”, los Gobernadores y los funcionarios enviados desde Nápoles3. La iglesia de los Santos Valentino y Damiano El actual edificio de la Matrice surge en el sitio donde precedentemente había una iglesia, de la cual quedaban las bases de piedra cuadradas, probablemente del siglo XIII. Resulta difícil establecer si se trata del edificio sacro citado en las donaciones del siglo XI o de una construcción nueva. Es probable que los sismos del 1703 y 1706 hayan dañado profundamente la iglesia, y que no haya sido posible ocuparse de la reconstrucción durante el periodo farnesiano4, hasta llegar a una nueva edificación patrocinada por los Borbones después de haber heredado de Elisabetta Farnese la comarca de San Valentino. No se ha tratado de una normal adecuación al lenguaje barroco. La voluntad de dotar al feudo, quienes formaban parte de los estados Allodiales, de una


Fig. 4 “Catena lignea” encontrada durante los trabajos de restauración en la bóveda (Stefano Cecamore.). Fig. 5 Profunda lesión que afecta la bóveda de entrada. (Stefano Cecamore).

Matrice digna de ser considerada entre los bienes personales de la Corona y de cual culto los reyes parecerían estar fuertemente atados (Natarelli, 1990) se sitúa al origen de una estructura cuyas dimensiones y el relativo compromiso técnico-constructivo acaban en un lento proceso de reconstrucción y ajuste que se arrastra desde la mitad del siglo XVIII hasta casi la mitad del siglo XX: la única fecha referenciada de inicios de los trabajos, es el año 17905, durante una visita pastoral, pero es significativa para evaluar la persistencia del lenguaje barroco tardío en el área de Abruzzo y para clasificar la obra en construcción en una óptica de larga duración. No poseemos ni un nombre ni una fecha cierta que podamos dar al proyecto y a los comienzos de los trabajos. La asignación a Vanvitelli, a quien la tradición refiere la estructura original en común con la SS Annunziata de Nápoles (1760-1782), se afirma sobre una información de Raffaele Colucci en su diario de viaje (1861) (Colucci, 1861), válido para estudios y publicaciones sucesivos que confirman la presencia o al menos el interés de Vanvitelli por el Abruzzo (Magni, 1901); (Lehmann-Brockhaus, 1983). Textos contemporáneos o sucesivos a la publicación de Colucci recurren al nombre de Vanvitelli para valorizar pedidos de subsidios y contributos para la manutención de la iglesia, pero estudios recientes demuestran que esta asignación es carente de fundamento e individúan la homonimia de San Valentino con un centro presente en el Salernitano como fundamento de tal equivocación (Battistella, 1989). Construida en base a un proyecto solo con proveniencia partenopea6 o sobre la experimentación de matriz regional, la documentación de la Matrice respeta la posición de la iglesia precedente, pero sigue un desarrollo longitudinal que pasa el límite amurallado proyectando el ábside y la sacristía realizada entre el 1844 y el 18517, superando el perímetro del burgo antiguo fortificado. Quedaba en cambio inconclusa la fachada situada de lado a la casa del arciprete y bien visible desde el valle de Pescara: solamente el portal era consecuencia de la restructuración barroca, debido a que era visible la base medieval preexistente. La falta de documentos reales sobre la obra en construcción de la Matrice, hace que se busquen afinidades y analogías con otras fabricaciones proyectadas o reconstruidas seguidamente a numerosos sismos que caracterizaron el Abruzzo del siglo XVIII. La estructura resuelta con el acercamiento de núcleos edilicios espaciales diferentes, nave, crucero a cúpula y ábside profundo, refuerza el eje longitudinal y la secuencia espacial encuentra en la introducción de una pausa en la arcada transversal que anticipa un empalme del crucero y permite la abertura de los ingresos laterales. La presencia de espacios transversales puestos para remarcar la lectura de la estructura se refleja en muchos ejemplos del barroco de Abruzzo, desde San Filippo en L’Aquila, a San Fran-

7 Archivio Diocesano di Chieti, Visite pastorali, 1846, busta 542. 8 Archivio di Stato di Napoli, Farnesiano, b. 1299, fasc. 9.

163


Stefano Cecamore Fig. 6 Daňos causados por el sisma de 2009. Expulsión de la estructura externa y del ajimez (Foto: Stefano Cecamore).

cesco de Città Sant’Angelo y, en la alternancia entre capillas laterales y espacios menores a la Santa Maria de Paganica en L’Aquila, o en la cercana iglesia parroquial de Caporciano que muestra una solución de la parte oriental de la planta que se acerca a la de los Santos Valentino e Damiano. Muy distantes ya sea por dimensiones y tipologia resultan en vez los otros edificios religiosos del pueblo. El aula de San Nicola de Tolentino representa, con sus caracteristicas de los años setescientos, la fase final de la evolución del más antiguo Monasterio de los Agostinianos (Sigismondi, 2012) englobados en el organismo constructivo de los Olivieri de Cambacérès. Resultan en cambio, objeto de un tentativo de integración entre un esquema central y longitudinal la iglesia de S. Donato, como testigos los diseños conservados en el Archivo de Estado de Nápoles en referencia a un arquitecto “Giani” probablemente Giovan Battista Gianni8 La serie de intervenciones sustanciales de modernización y revisión formal del casco antiguo se concluye con la nueva fachada de la Matrice, construida entre el 1916 y 1931. La primera versión de la nueva fachada aparece como una evolución de temas ya experimentados por el diseñador Antonino Liberi entre el 1897 y el 1899 en la Torre Civica de Casalbordino: tres tipos de columnas subdividen la fachada en una secuencia de nichos, estatuas, balaustres y marcos a multilineas. Redactado por Liberi probablemente luego de su estadía en Roma (1915) (Di Tizio, 2009), el proyecto definitivo reemplaza la solución anterior con un cuerpo rectangular con coronamiento horizontal que concluye con dos campanarios gemelos. En los cuatro registros de fachada, la sucesión de superficies laterales almohadilladas de tipo manierista, entablamento dórico con metopas y triglifos, arcadas sobre columnas jónicas y ventana crea un episodio que, más allá de las ya conocidas referencias clásicas, trata por un lado de unirse al medido lenguaje vanvitelliano; por otro lado constituye una sólida referencia visual en el paisaje que sube hacia el macizo de la Maiella. Conclusiones La dificultad de trazar lineas de guía operativas universalmente válidas en el ámbito de la conservación y recuperación de los cascos históricos de la ladera apeninica, confirmada nuevamente por las contingencias de la reconstrucción sucesiva al terremoto de L’Aquila de 2009 y de los episodios sísmicos recientes en el centro de Italia – terremotos constatados calculados por el INGV con un número de 23.180 entre el pasado año y el año corriente- evidencia la importancia de conocer y tutelar los valores identificativos que nos conducen a contextos específicos territoriales y a la cultura material que se une a ella.

164


En San Valentino como también en otros centros de la Maiella la forma y la estructura fortificada y de los grupos poblados más antiguos, cuyas recintos amurallados constituyen organismos arquitectónicos continuos y colaborativos diseñados para resistir a los eventos sísmicos también a traves de expedientes constructivos puntuales, indican el caminos a seguir y privilegiar respecto a otros a fin de efectuar una correcta recuperación de la edilicia histórica. Estudiar y considerar un patrimonio constructivo profundamente radicado en el territotrio pedemontano a nivel de experimentación y praxis operativas a seguir como el de la piedra angular o los presidios antisísmicos tradicionales, representa la posibilidad de moderar la necesidad del mejoramiento sísmico de las construcciones unidas al riesgo de reiterados terremotos continuos seguidos de demoliciones o intervenciones invasivas e incompatibles con las construcciones históricas que comprometen en modo inevitable el natural equilibrio de los cascos históricos junto al contexto de su paisaje y ambiental al cual participan. Bibliografia (Battistella, 1989) - Battistella F. 1989, Note su alcune fabbriche attribuite a Francesco Di Sio architetto napoletano attivo in Abruzzo tra il settimo e il nono decennio del XVIII secolo, «Rivista Abruzzese» 1989, p. 98, nota 13. (Chiarizia, Latini, 2002) - Chiarizia G., Latini M. 2002, Atlante dei castelli d’Abruzzo. Repertorio sistematico delle fortificazioni, Carsa, Pescara, pp. 45-228, fig. 387. (Colucci, 1861) - Colucci R. 1861, Abruzzi e Terra di Lavoro, Stamperia dei classici italiani, Napoli, p.173. (Di Luzio, 1990) - Di Luzio C. 1990, Atti della vita e del martirio dei Santi Valentino e Damiano. Cenni storici sulla fondazione della città di San Valentino tradotti dal latino in lingua volgare. Chieti, 1865 (edizione 1990). (Di Tizio, 2009) - Di Tizio F. 2009, D’Annunzio e Antonino Liberi, carteggio 1879-1933, Pescara, p. 155. (Lehmann-Brockhaus, 1983) - Lehmann-Brockhaus O. 1983, Abruzzen und Molise. Kunst und Geschichte, München, p. 307. (Madonna, 2008) - Madonna A. 2008, Edilizia civile a Sulmona nel quattrocento: la fortuna del portale durazzesco, in F.P. Pistilli (a cura di), Universitates e Baronie, Zip, Pescara, pp. 140-150. (Magni, 1901) - Magni B. 1901, Storia dell’arte italiana dalle origini al secolo XX. Roma, p. 221. (Natarelli, 1990) - Natarelli A. 1990, San Valentino, in G. Chiarizia (a cura di), Centri Storici della Val Pescara, dall’Evo Medio ai nostri giorni, Carsa, Pescara, pp. 245-246. (Romalli, 2008) - Romalli G. 2008, Da Guardigrele a Pacentro, dagli Orsini ai Caldora: castelli o residenze baronali?, in F.P. Pistilli (a cura di), Universitates e Baronie, Zip, Pescara, pp.11-52. (Sigismondi, 2012) - Sigismondi M.E. 2012, Eremi urbani: per una storia dell’architettura agostiniana in Abruzzo, Centro Culturale Agostiniano, Roma. (Varagnoli, 2008a) - Varagnoli C. (a cura di) 2008, La Costruzione tradizionale in Abruzzo. Fonti materiali e tecniche costruttive dalla fine del Medioevo all’Ottocento, Gangemi, Roma. (Varagnoli, 2008b) – Varagnoli C. (a cura di) 2008, Abruzzo da salvare/1, Tinari, Villamagna (CH). (Varrasso, 1992) - Varrasso A. 1992, Il territorio di San Valentino nell’alto medioevo, Vecchio Faggio, Chieti, p. 25, nota 14; p. 31, nota 20.

165


“Restauro” del “Moderno”: un ossimoro concettuale divenuto procedurale. La DOcumentazione del modernismo a Messina fra 1930 e 1965 Alessandra Cernaro Alessandra Cernaro Ornella Fiandaca

Dipartimento di Ingegneria, Università di Messina.

Ornella Fiandaca

Dipartimento di Ingegneria, Università di Messina.

Abstract The research about the expression of Modernism in Messina has been undertaken retracing the criteria widely adopted by the association DOCOMOMO (DOcumentation and COnservation of buildings, sites and neighborhoods of the MOdern MOvement), which recognises the unavoidable need to document and preserve the 20th century architecture, from the Modern Movement to the subsequent stylistic tendencies, however starting from a “revolution” of lexicon paradigms in relation to the tradition. This has to be highlighted for Messina, fully re-built after the earthquake of 1908 since the 1920s and then completed/repaired after the mid-1940s. The first phase concerned the critical DOcumentation to identify the features that made the buildings of Mazzoni, Libera, Autore, Rovigo, Pantano, Samonà, Calandra from the coeval works of Piacentini, Bazzani, Puglisi Allegra, Zanca, Peressutti distinguishable. In a related paper, a theoretical and operative study on the topic of COnservation was undertaken, verifying all legislative methods about protective restrictions for Modern architecture, the attitudes adopted in Messina and the consequent approaches to protection interventions1. Keywords Cultural Heritage, Register of Modern Architecture, Conservative Restoration, Messina

Vedi Cernaro A., Fiandaca O., “Restauro” del “Moderno”: un ossimoro concettuale divenuto procedurale. La COnservazione del modernismo a Messina dal 1945 a oggi

1

166

La DOcumentazione dell’Architettura Moderna La relazione fra DOcumentazione e COnservazione è da sempre ritenuta imprescindibile. L’illusione che il patrimonio a noi più vicino sia proprio per questo noto e meno sfuggente deve essere immediatamente smentita dalla carenza di dati verificati e comunque da una presunzione di consapevolezza che può ingannare. La prima significativa incertezza riguarda proprio l’individuazione di un ambito cronologico e geografico dell’accezione moderna da attribuire all’architettura: occorre chiarire se vi sono compresi unicamente gli esempi riconducibili al Movimento Moderno, o si deve estendere a quanto consente un “distacco storico” definendo una data oltre la quale si entra nel contemporaneo, o ancora se si può estendere a tutto il Novecento con discriminanti stilistiche; e ancora se queste assunzioni sono da ritenersi


Immagine introduttiva 1930-65. Il repertorio del Moderno a Messina nei quartieri interni al Piano Borzì

sincroniche quando ci si sposta geograficamente dal territorio regionale al nazionale o a quello internazionale o bisognerebbe introdurre opportuni distinguo. L’indagine condotta su Messina, interamente ricostruita nel Novecento con declinazioni stilistiche dal Neoclassico al Razionalismo, compresenti certamente nel periodo 1930-45 ma anche oltre, ha mostrato l’urgenza di queste istanze che hanno costretto a riflettere, sulla base di uno scenario internazionale, intorno a limiti e specificità da adottare per perimetrare un dominio assai insidioso e dispersivo, con confini non sempre nitidi. Una prima fase dello studio ha quindi riguardato la focalizzazione del tema in questo spaccato territoriale contraddittorio, individuando il patrimonio di architettura moderna che a Messina, per la comparazione con parallele scelte espressive tradizionali di riconosciuto valore storico-architettonico, è stato sottostimato e sottoposto a trasformazioni spesso irreversibili. La testimonianza delle tappe più significative è stata

167


Alessandra Cernaro Ornella Fiandaca Fig. 1 Messina, Stazione Centrale, Repertorio fotografico del Moderno 1930-65. Per la COnservazione confronta con Fig. 2 del paper correlato [Cfr. CO-Fig. 2]. (foto: Antica Messina; FS Compartimento di Palermo-Sezione Lavori, 1947; Collezione A. Lanzafame)

168

ricostruita nell’ambito della DOcumentazione e successivamente illustrata attraverso una rassegna fotografica, quale indispensabile supporto per poter riflettere a partire da un approdo raggiunto, diverso dall’originario, su quali potrebbero essere i paradigmi della COnservazione. La modernità a Messina declinata dalla ricostruzione Riflettere sulle azioni di tutela del patrimonio architettonico compreso in una ampia accezione “moderna”, che può essere cronologicamente individuata nello spazio temporale 1930-65, è un’operazione che con alterne fortune è stata oggetto di dibattito a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso (Salvo, 2016). Ci si è accorti che bisognava ancora ampliare il “territorio” culturale del restauro aprendosi a edifici e complessi urbani realizzati con espressione architettonica declinata come Movimento Moderno, cronologicamente riconducibile al Novecento, geograficamente distinta per estensione temporale ed espressioni stilistiche. Un primo atto importante in tal senso deve riconoscersi all’organizzazione internazionale no-profit DOCOMOMO (DOcumentation and COnservation of buildings, sites and neighbourhoods of the MOdern MOvement) e, per quel che riguarda il panorama nazionale, alla formazione di un gruppo italiano costituitosi in associazione culturale nel 1995 per promuovere conoscenza e documentazione, conservazione e valorizzazione del patrimonio architettonico realizzato in quel frangente cronologico. Si affermava con questa assunzione di responsabilità, già a partire dalla sua denominazione, che la confidenza con l’opera è indubbiamente una fase fondamentale e propedeutica per qualsiasi azione di intervento che voglia salvaguardarne la memoria. In tale direzione la redazione di un registro internazionale delle architetture più rilevanti è stata promossa dal 1992. E qui si possono rilevare i primi ostacoli all’ideale ricognizione del patrimonio architettonico moderno che hanno riguardato l’individuazione di criteri uniformi per il riconoscimento del valore emblematico e che proprio per non escludere, in un campionamen-


Fig. 2 Messina, Stazione Centrale, Repertorio fotografico del Moderno 1930-65. Per la COnservazione confronta con Fig. 2 del paper correlato [Cfr. CO-Fig. 2]. (foto: Antica Messina; FS Compartimento di PalermoSezione Lavori, 1947; Collezione A. Lanzafame)

to iniziale, nessun bene è stato articolato in tre livelli: locale e inclusivo; internazionale e selettivo; globale e correlato al WORLD Heritage dell’Unesco (Docomomo, 2020). Quindi un’ulteriore difficoltà si è manifestata nel confronto con ambiti cronologici ampi e distinti per linguaggi espressivi con conseguenti incidenze sui parametri di giudizio per l’accoglienza o meno entro tale registro. Una risposta prevalente anche se non omogenea ha individuato per l’Italia almeno due intervalli temporali, contraddistinti da caratteri prioritari riconoscibili: dal 1930 al 1945, con qualche strascico fino agli anni ’50, e da questo lustro alla metà degli anni ’60. Per il primo periodo i caratteri delineati per l’omologazione, influenzati in modo non sempre evidente - con qualche reticenza e grande desiderio di libertà e di difficile presa di distanza - da un’“Arte di Stato” richiesta/imposta quale propaganda dal Regime Fascista, possono essere sintetizzati, in un costante equilibrio fra tradizionalismo e modernità, nei seguenti: • volumi imponenti distribuiti con irregolarità e asimmetria; • ricorso al rigore e alla chiarezza di un classicismo semplificato per conferire un aspetto aulico e retorico; • prospetti modulati dalla ripetizione di aperture rettangolari; • rappresentatività dei “portali”, caratterizzati da colonnati, bassorilievi, fregi; • adozione di rivestimenti lapidei, e comunque di materiali di tradizione, con finalità autarchiche, come espressione identitaria dell’attività politica. Una diversa individuazione ha riguardato le opere del secondo dopoguerra (anni 1950-65) più esplicitamente rivolte al Razionalismo nazionale ed europeo, con un rap-

169


Alessandra Cernaro Ornella Fiandaca

170

porto stringente fra costruzione e architettura, in cui emerge il ruolo preponderante delle strutture in calcestruzzo armato a faccia vista e alla ricerca di nuovi materiali sperimentali di finitura, e che si distinguono per: • impianti planimetrici definiti con rigore funzionalista; • telai stereometrici e volumi puri; • materiali costruttivi portati ad assoluta evidenza espressiva; • spazio interno gestito con continui rimandi visivi e di trasparenze. In Italia nel 2014 si è avviato un lavoro di selezione e schedatura di 100 esemplari, a cui sono stati riconosciuti caratteri di unicità e innovazione sotto il profilo urbanistico, architettonico e tecnico-costruttivo. A oggi sono consultabili sul sito del DOCOMOMO solo 38 schede che coprono un arco temporale dal 1930 al secondo dopoguerra, illustrando emblematicamente le espressioni moderne lungo il territorio nazionale e con riferimento a differenti tipologie edilizie, non solo legate ad attività governative ma anche residenziali, industriali, ospedaliere, religiose e cimiteriali. Rivolgendo uno sguardo analitico a Messina, con la volontà di documentare il patrimonio moderno, si comprende che cronologicamente ci si dovrebbe confrontare con l’intera città, ricostruita a seguito del terremoto del 1908, in prevalenza dopo il primo dopoguerra ed estesamente negli anni del Regime Fascista. Se pure per cronologia avrebbe potuto adottare le sperimentazioni legate al Movimento Moderno nazionale ed europeo, la scelta ricadde sui linguaggi architettonici “accademici” che attraversarono tutte le rivisitazioni stilistiche - neoclassiche, neomedievali, neorinascimentali, eclettiche e nelle punte più “avanzate” liberty - fino ad attestarsi solo negli anni ’30 a un’accezione più tangibilmente “moderna”, se pure ancora in coesistenza con il completamento di innumerevoli edifici in “stile” (Palazzo di Giustizia di Marcello Piacentini neogreco, Palazzo Municipio di Antonio Zanca eclettico, le chiese di Cesare Bazzani neobarocche, quelle di Carmelo U. Angiolini neogotiche, ecc.). Un approccio esperito fra tradizionalismo e modernità, quello del decennio ’30-’40, al quale si allineano Camillo Puglisi Allegra, Enrico Calandra, Camillo Autore, Giuseppe Samonà, operanti a Messina come progettisti, e qualcuno nella formazione accademica, con linguaggi di sintesi fra la reinterpretazione della storia e il richiamo dell’innovazione stilistica. “Guardiamo all’antico ma corriamo audacissimi verso il futuro” (Di Natale, 2006, 1° vol., pp. 96-97) Un’evoluzione stilistica verso un razionalismo più consapevole e libero da retaggi stilistici tradizionali si registra muovendosi verso gli anni ’50, alimentata dall’influenza di ispirazioni internazionali in Samonà o da una intrinseca capacità di comprensione e rielaborazione originale del respiro stilistico contemporaneo in Rovigo o ancora da una formazione coeva e libera in Pantano. Premettendo che l’intera eredità culturale è ovviamente meritevole di essere salvaguardata, ci si è rivolti al patrimonio più prossimo alle declinazioni riscontrate nel registro del DOCOMOMO Italia e che affonda le sue radici a partire “da una fervida stagione di concorsi a cui partecipano architetti messinesi, siciliani, e provenienti da altre parti d’Italia e d’Europa” (Farina, 2010). Assumendo quali capisaldi i progetti presentati - non soltanto quelli vincitori - ai concorsi per la Palazzata, del 1929, e per le chiese della Diocesi, del 1931, il linguaggio moderno fa il suo debutto in città, mettendo in mostra stilemi immediatamente allineati a quanto proposto contestualmente nel panorama italiano. Si confrontano accanto a Camillo Autore e Giuseppe Samonà altri giovani architetti – Mario Paniconi e Giulio Pediconi, Giuseppe Marletta ed Ernesto La Padula – che propongono, in risposta ai due bandi tematici, progetti


Fig. 3 Messina, Cittadella Fieristica, Repertorio fotografico del Moderno 1930-65 [Cfr. COImmagine introduttiva]. (foto: Antica Messina; Cardullo, 1996; planimetrie elaborate dalle autrici)

in equilibrio tra novecentismo e modernità. Solo verso la fine degli anni ‘30, un linguaggio originale via via più libero da riferimenti tradizionali, spesso divenuto audace solo in fase esecutiva, si afferma a Messina con il complesso della Stazione Centrale e Marittima ad opera di Angiolo Mazzoni (1934-40), con la prima espressione della cittadella fieristica di Libera e De Renzi (1938-39), con la produzione tipologicamente variegata di Filippo Rovigo (1945-1960), con le residenze di Mario Ridolfi e Michele Raffo (1949-52) per citare gli esempi più noti. Questo repertorio di architettura moderna è stato selezionato mediante un’indagine diretta accompagnata da riscontri su fonti bibliografiche, archivistiche, sitografiche per produrre intanto sintetiche schede identitarie per un’Anagrafe del Moderno. La ricognizione intrapresa, ancora non esaustiva, ha già individuato un sistema “organico” per futuri propositi di approfondimento analitico, nell’ottica di un Registro/Atlante del Moderno, che è divenuto da subito per questo studio il campo di indagine per riscontrare quali azioni di conservazione sono state adottate. Pur accogliendo una ripartizione temporale nei periodi 1930-45 e 1945-60, si è proposta un’esplicita correlazione laddove gli stessi complessi architettonici, progettati nel primo periodo, sono stati oggetto di rielaborazioni e ampliamenti cogliendo “l’occasione” dei danni bellici o quando, realizzati per lotti, si sono inoltrati nel secondo periodo rispettando il progetto originario. Una prima osservazione, che si è sottoposta a verifica, denuncia quanto distanti dai principi ortodossi del “restauro” siano gli interventi di manutenzione, riuso, consolidamento per non dire delle demolizioni che hanno interessato le architetture in elenco (Tab. 1).

171


Alessandra Cernaro Ornella Fiandaca Tab. 1 Il repertorio del Moderno a Messina nei quartieri interni al Piano Borzì

La panoramica sul patrimonio moderno a Messina non ha trascurato un capitolo sicuramente importante per le ricadute progettuali su modelli funzionali e standard minimi, linguaggio espressivo e riferimenti europei, innovazione tecnologica e sincerità costruttiva: l’edilizia sia economica che popolare, chiamata a soddisfare esigenze abitative nel periodo a cavallo della seconda guerra mondiale, realizzata dal Genio Civile (anni 1936-43) e da INA CASA, INCIS, UNRRA, CEP (anni 1949-63). Si è ritenuto tuttavia di includere nel Registro/Atlante unicamente i “quartieri” interni al Piano Borzì, tralasciando temporaneamente i complessi edilizi localizzati nelle periferie nord (Giostra e Annunziata) e sud (da Gazzi a San Filippo) in prossimità dei fondi rurali, già occupati per questa esigenza residenziale negli anni ’20, o in sostituzione degli insediamenti baraccati post terremoto (AGI-IACP-Me). Denominazione

Destinazione d’uso

Stazione Centrale Edilizia infrastrutturale e Marittima

Data

Progettista

PO_1934-37 Es_ 1938-40 RDB_1943-47

Angiolo Mazzoni Ufficio Tecnico Ferrovie dello Stato

RI1 <1982 Ufficio Lavori Compartimento di Palermo Ferrovie dello Stato RI2/Ma_2001 Zona territoriale insulare Direzione Comp.le Infrastruttura, Palermo S. O. Tecnico, Ferrovie dello Stato Palazzata Isole I-II ACSLP_1935 Guido Viola Concorso nazionale INA (Istituto Nazionale delle Assicurazioni) Es_1937-41 per il progetto della [Edilizia residenziale e commerciale] RDB_1944-50 facciata Vincenzo Vinci Isola III PO1_1925-26 28.08.1930 Es1_1927-29 Banco di Sicilia Vincitori PO2_1931 Camillo Autore Es2_1934-36 Camillo Autore Raffaele Leone RDB>1943 Vincenzo Vinci Giuseppe Samonà Isola VII ACSLP_1936 Giuseppe Samonà Guido Viola Casa del Fascio Es_1939-40 Guido Viola RDB_1944-51 RI_sd Ufficio del Catasto Ma_’70 Isola VIII PO_1940 Giuseppe Samonà INFAIL (Istituto Nazionale Fascista per l’Assicurazione ACSLP_1940 Guido Viola contro gli Infortuni sul Lavoro)/Edilizia residenziale Es_>1940 RDB_1947-48 Ri_sd Uffici INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro) Isola IV-V-VI-XI Edilizia residenziale e commerciale

PO_>1952

Isola IX INPS (Istituto Nazionale Previdenza Sociale)

PO_>1952

Isola X Jolly Hotel

Es_1955-57 PO_1952 Es_>1953 Vr1_1957 Vr2_1963

Giuseppe Samonà Collaboratori: Giuseppe De Cola (IV, V, XI); Vincenzo Cacopardo (VI) Giuseppe Samonà Giuseppe De Cola Giuseppe Samonà

RI2_2017 Edilizia residenziale e commerciale Cittadella fieristica

172

Adalberto Libera e Portale di ingresso: Libera-De Renzi, >1938; Rovigo, 1946; PO1_1938-39 Mario De Renzi Pantano, >1947, 1951; Calandra >1956. Padiglione centrale: Libera-De Renzi, >1938; Rovigo, 1946; RDB/PO2_1946 Filippo Rovigo PO3_1947-49 Vincenzo Pantano Pantano, >1950; Calandra, >1956. Vincenzo Pantano Uffici e Padiglione di ingresso: Rovigo, 1946; Pantano PO4_1950-56 Roberto Calandra >1947, >1950 (Padiglione di ingresso); Calandra, >1956 (Uf- PO5_1956-63 fici). Padiglione dell’Ente Provinciale del Turismo (delle Mostre d’Arte e del Turismo dopo il 1950): Libera-De Renzi, 1938; Rovigo, 1946; Pantano, >1950; Calandra >1956. Bar-Ristorante Irrera a Mare: Libera-De Renzi, >1938; Rovigo, 1946; Pantano, >1950; Calandra >1956. RI/Ma_1970-2020: Giuseppe Arena, 1970-74; Vittorio Podestà, 1975-83; Salvatore Geraci, 1985-90; Franco Purini-Laura Thermes-Massimo Lo Curzio, 2017-(in corso)


Case economiche Isolato 11 bis zona Provinciale Edilizia residenziale Isolato 12 bis Edilizia residenziale Isolato 14 bis Edilizia residenziale e commerciale Case economiche Isolati 107a-107b-107c su via Santa Ceci- Edilizia residenziale e commerciale lia e Piazza Trombetta Case INCIS (Istitu- Isolato 276 to Nazionale per le Edilizia residenziale e commerciale Case degli Impiegati Statali) Case IACP (Istitu- Isolati 494-495-505b-506 to Autonomo Case Edilizia residenziale e commerciale Popolari) su Piazza Castronovo Casa Ballo Isolato 453 Edilizia specialistica/residenziale Vr_1968 [Edilizia residenziale e commerciale] RI parziale_2001[Edilizia sanitaria] Palazzo Rotino Isolato 154 comparto IV Edilizia residenziale e commerciale Civile abitazione Isolato 136 comparto non identificato Edilizia residenziale e commerciale Cinema Apollo Isolato 295 comparto I Edilizia per lo spettacolo RI >1996 [Edilizia per lo spettacolo/turistico-ricettiva]

1936-39*

Genio Civile

1942*

Genio Civile

PO_1949 Es_1949-52

Mario Ridolfi Michele Raffo

PO_<1950

Filippo Rovigo (consulente IACP)

Cinema Odeon

Es_1952-56 PO_1955 Es_1956

Filippo Rovigo

1955*

Filippo Rovigo

1965*

Filippo Rovigo

PO_1950 Es_1951-53

Filippo Rovigo

Isolato 136 comparto non identificato Edilizia per lo spettacolo RI>2007 [Edilizia commerciale]

Es_1951

---

Cinema Olimpia

Isolato 242 comparto II Edilizia per lo spettacolo RI1_2013; R2_2017 [Edilizia per la ristorazione]

PO_sd Es_1951-55

Filippo Rovigo

Casa Donato

Isolato 270 comparto II Edilizia residenziale e commerciale RI1_sd [Banca] RI2_>2000 [Banca] Isolato 168 comparto non identificato Edilizia per lo spettacolo [Edilizia per lo spettacolo /commerciale] Isolato 458 comparto non identificato Edilizia per lo spettacolo [Edilizia commerciale] RI_’80

Es_1953

Filippo Rovigo

Es_1954

---

PO_ 1956 Es_1957-58

Aldo Indelicato (MAC siciliano)

Cinema Lux Cinema Metropol

Note alla tabella La destinazione d’uso degli edifici, quando mutata, è stata riportata tra parentesi quadre; La storia della costruzione è stata dettagliata nelle diverse fasi laddove le fonti consultate ne hanno consentito una critica ricognizione; *Date non supportate da prove documentarie. Acronimi ACSLP (Approvazione Consiglio Superiore Lavori Pubblici); Es (Progetto Esecutivo); Ma (Manutenzione); PO (Progettazione Originaria); RDB (Riparazioni Danni Bellici del 1943); RI (Rifunzionalizzazione/Integrazione); sd (senza data); Vr (Variante). Fonti bibliografiche (Ojetti et al., 1931); (Tentori, 1959); (Cardullo, 1996); (Indelicato, 1999); (Cortese et al., 2003); (Farina, 2010); (Cucinotta, 2011); (Fera, 2011); (Palazzotto, 2011, 2013); (Messina, 2015); (Di Benedetto, 2018); (Cernaro, Fiandaca, 2019). Fonti archivistiche: Fondo Ricostruzione edilizia (AGC-Me); Fondo Genio Civile-Danni Bellici (ASMe); Fondo Ridolfi-Frankl-Malagricci (ANSL); Fondo Storico Immobiliare (AS-INA). Fonti sitografiche artefascista.it; lescalinatedellarte.com.

Le ragioni di questa scelta derivano sia dall’esigenza di rimanere in ambito urbano “storicizzato”, delineato per la realtà messinese dal Piano Borzì, sia perché, se pure espressione di una ricerca stilistica coltivata da architetti di rilievo - da Giuseppe Samonà a Filippo Rovigo, da Calandra con un gruppo di professionisti locali (I. Giordano, N. Cutrufelli, G. De Cola, A. Barone, A. D’Amore) a Michele Valori - i quartieri periferici, più di quelli centrali, sono stati interessati da un inedito processo di “autocostruzione”. Con interventi minuti e diretti gli abitanti hanno occupato spazi di pertinenza, modificato finiture e colori per unità edilizia autonoma, sostituito infissi, balaustre e ringhiere, affastellato verande e superfetazioni, collocato antenne, climatizzatori, tende parasole. Per non dire del degrado mai risolto che ha contribuito a rendere difficilmente riconoscibile il loro disegno originario, rintracciabile unicamente negli elaborati di progetto. A supporto dell’Anagrafe del Moderno è stato concepito un repertorio fotografico (rielaborato dalle autrici) che, distinto per complessi edilizi o per analogie tipologiche,

173


Alessandra Cernaro Ornella Fiandaca

consente di testimoniare iconograficamente le mutazioni subite dagli edifici tra il 1930 e il 1965, nel periodo “di esercizio” del lessico moderno, ripercorrendo le tappe più significative dalla progettazione originaria, alle riparazioni postbelliche, alle prime esigenze di rifunzionalizzazione o integrazione (figg. 1-5). Le problematiche aperte per la COnservazione Affrontata la tematica principale riferita alla mancanza di una documentazione organizzata in inventari, schedari, database che accolgano e consentano agevole consultazione dei progetti originari e di tutte le trasformazioni subite a causa di varianti in fase esecutiva, danni bellici e riparazioni, manutenzioni e restauri recenti, sono state analizzate le problematiche più direttamente correlate alla COnservazione. Due in particolare: una procedurale, l’altra progettuale. La prima riguarda l’assenza di un testo unico per la tutela dell’architettura moderna, non necessariamente dedicato e distinto dal più generale patrimonio dei Beni Culturali e Ambientali, ma con principi chiari e riuniti in un solo codice. Per il riconoscimento dell’interesse culturale con conseguente apposizione di un vincolo, attualmente occorre fare difficile e confuso riferimento a Diritti d’Autore (L.N. 633/1941, art. 20), al Codice dei Beni Culturali e Ambientali (D.Lgs. 42/2004) con varianti contraddittorie dal 2004 al 2017, nonché all’appellativo di un non meglio specificato “eccezionale interesse identitario”. La seconda ne consegue poiché nelle more di una politica normativa di salvaguardia ha fatto difetto anche la sensibilità di chi avrebbe dovuto gestire, pubblico o privato, questo patrimonio culturale, che in nome di esigenze funzionali, di revisionismo storico, di mancato giudizio di valore, ha consentito trasformazioni irrimediabili impedendo a ritroso la possibilità di un intervento conservativo. Le istanze originatesi a livello nazionale hanno trovato anche a Messina una necessità di trovare risposte condivise, sia pure con le sfumature determinate dalle specificità locali. Per l’approfondimento dell’approccio metodologico adottato in una seconda fase di questo studio, strettamente correlata a quella qui descritta, si rinvia al contributo correlato “Restauro” del “Moderno”: un ossimoro concettuale divenuto procedurale. La COnservazione del modernismo a Messina dal 1945 a oggi. Bibliografia Accademia Nazionale di San Luca (ANSL), Fondo Ridolfi-Frankl-Malagricci, Case INCIS a Messina 1949-1952, <https://www.fondoridolfi.org/FondoRidolfi/92_5/periodo/case-incis-a-messina.htm> (06/20). Antica Messina (Stazione, Palazzata, Cittadella Fieristica, Case INCIS, Piazza Castronovo, Cinema) <https://www.facebook.com/AnticaMessina.it> (06/20). Fig. 4 Messina, Edilizia residenziale, Repertorio fotografico del Moderno 1930-65 [Cfr. COFig. 4]. (foto: Antica Messina; Farina, 2010)

Archivio di Stato di Messina (AS-Me), Fondo Genio Civile-Danni Bellici, Banco di Sicilia (Busta 68, Posizione 4082); Casa del Fascio (Busta 12, Fascicolo 30; Busta 13, Fascicolo 32); Palazzo INAIL (Busta 14, Posizione 140). Archivio Genio Civile di Messina (AGC-Me), Fondo Ricostruzione edilizia, Palazzata-Isola X, Jolly Hotel Archivio Gestione Immobiliare Istituto Autonomo Case Popolari (AGI-IACP-Me), Edilizia economica e popolare nei quartieri Gazzi e Annunziata, a nord, e da Gazzi a San Filippo, a sud. Archivio Storico INA Assitalia (AS-INA), Fondo Storico Immobiliare, Sottoserie Complesso di via I Settembre n. 54-84 (Cortina Del Porto) Messina. Architettura & Arte in Italia durante il Fascismo, <http://www.artefascista.it/> (06/20).

174


Cardullo F. 1996, La fiera di Messina: un esempio di architettura razionalista, Officina Edizioni, Roma. Cucinotta F. 2011, Suggestioni sintetiste a Messina negli anni ’50 e ’60, «Città e territorio», n. 20 (5), pp. 36-41. Cernaro A., Fiandaca O. 2019, I rivestimenti lapidei autarchici a Messina. Dall’analisi critica dei restauri condotti alla previsione di un “corretto” Piano di Manutenzione, in Conte A., Guida A. (a cura di), Patrimonio in divenire. Conoscere, valorizzare, abitare, VII Convegno ReUSO, Gangemi Editore, Roma, pp. 14391450. Cortese G., Corvino T., Ilhyun K. (a cura di) 2003, Giuseppe e Alberto Samonà 1923-1993. Inventario analitico dei fondi documentari conservati presso l’archivio progetti, IUAV (Istituto universitario di architettura Venezia) Archivio progetti, Il Poligrafo, Padova. Collezione Andrea Lanzafame, <https://a-f-s.forumattivo.com/t319-stazioni-di-messina-notizie-curiosita-ed-immagini-d-attualita> (06/20). Collezione Michelangelo Vizzini, disponibilità privata. Di Benedetto G. 2018, Antologia dell’architettura moderna in Sicilia, 40due edizioni, Palermo. Di Natale M.C. (a cura di) 2006, Maria Accascina e il Giornale di Sicilia 1934-1937 (1° vol.); 1938-1942 (2° vol.), Cultura tra critica e cronache, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta <http://www.oadi.it/maria-accascina-e-il-giornale-di-sicilia/> (06/20). Docomomo Italia, Catalogo <https://www.docomomoitalia.it/catalogo/> (06/20). Farina G. 2010, Il sistema di Piazza Castronovo a Messina (Tesi PhD - UNIPA), <https://iris.unipa. it/-handle/10447/97686#.XqQah2gzZPY> (06/20). Fera I. 2011, Filippo Rovigo, in Giuffré M., Barbera P. (a cura di), Archivi di architetti e ingegneri in Sicilia 1915-1945, Caracol, Palermo, pp. 146-147. FS Compartimento di Palermo 1947, Messina 1943-1947, la ricostruzione ferroviaria. Pezzino & F, Palermo. Indelicato A. 1999, Architettura e dintorni a Messina, «Città e territorio», n. 8 (1), pp. 46-50. Le Scalinate dell’arte, Percorso Architettura Moderna: <http://www.lescalinatedellarte.com/it/?q=circui ti/percorso-architettura-moderna> (06/20). La Casa Littoria di Messina, «Architettura: rivista del Sindacato Nazionale Fascista Architetti», XIX, fasc. VII, luglio 1940-XVIII, pp. 357-362. Palazzotto E. (a cura di) 2011, Il restauro del moderno in Italia e in Europa, FrancoAngeli, Milano. Palazzotto E. (a cura di) 2013, Esperienze nel restauro del moderno, FrancoAngeli, Milano. Messina E. 2015, Architetti e ingegneri del Banco di Sicilia tra Ottocento e Novecento (Tesi PhD - UNIPA), <https://docplayer.it/68935763-Architetti-e-ingegneri-del-banco-di-sicilia-tra-ottocento-e-novecento.html> (06/20). Ojetti U., Del Bufalo E., Fichera F., Salvadore V., Papini R. 1931, L’esito del concorso nazionale per la nuova palizzata di Messina, «L’Ingegnere. Rivista tecnica», vol. V (n. 7), pp. 462-465. Tentori F. 1959, Giuseppe Samonà e la Palazzata di Messina. Dal concorso alla realizzazione (19291958), «Casabella-Continuità», n. 227, pp. 29-41. Verzera E. (a cura di) 1979, Bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale, Edizioni G.B.M., Messina.

Fig. 5 Messina, Cinema, Repertorio fotografico del Moderno 1930-65 [Cfr. CO-Fig. 5]. (foto: Antica Messina; Collezione Michelangelo Vizzini)

175


“Restauro” del “Moderno”: un ossimoro concettuale divenuto procedurale La COnservazione del modernismo a Messina dal 1945 a oggi Alessandra Cernaro Alessandra Cernaro Ornella Fiandaca

Dipartimento di Ingegneria, Università di Messina.

Ornella Fiandaca

Dipartimento di Ingegneria, Università di Messina.

Abstract

The research about the expression of Modernism in Messina has been undertaken retracing the criteria widely adopted by the association DOCOMOMO (DOcumentation and COnservation of buildings, sites and neighborhoods of the MOdern MOvement), which recognises the unavoidable need to document and preserve the 20th century architecture, from the Modern Movement to the subsequent stylistic tendencies, however starting from a “revolution” of lexicon paradigms in relation to the tradition. This has to be highlighted for Messina, fully re-built after the earthquake of 1908 since the 1920s, then completed/repaired after the mid-1940s, and “restored” from the 1980s. After a critical DOcumention phase1, to identify the features that made distinguishable the buildings of the “modern” designers from the coeval works of the traditionalist ones, we faced a theoretical and operative study on the topic of COnservation, verifying legislative modalities about protective restrictions for Modern architecture, attitudes adopted in Messina and consequent approaches to protection interventions with the aim of determining the state of cultural progress on this theme and what should be done for the lacks. Keywords

Modernism, Unified information system (Vincoli in Rete), Conservative Restoration, Messina

La COnservazione dell’Architettura Moderna

Vedi Cernaro A., Fiandaca O., “Restauro” del “Moderno”: un ossimoro concettuale divenuto procedurale. La DOcumentazione del modernismo a Messina fra 1930 e 1965

1

176

La relazione fra COnservazione e DOcumentazione è da sempre ritenuta imprescindibile. Conoscere le vicissitudini che hanno contraddistinto la storia della costruzione nel caso dell’architettura moderna permette di focalizzare le mutazioni resesi necessarie a seguito di danni, obsolescenza o degrado dalle quali ripartire per una riflessione che debba orientare ulteriori interventi di restauro. Una valutazione che, per la recente e immatura consapevolezza della problematica, avviene quasi sempre in assenza di una verifica/dichiarazione di sussistenza dell’interesse culturale, formulata da organi competenti, che abbia concluso il suo procedimento con esito definito al quale assoggettare le scelte di tutela.


Fig. 1 Messina. Cittadella Fieristica – Declinazione degli interventi di “COnservazione” in itinere “Restauro conservativo” del Portale d’ingresso e del Padiglione centrale “Demolizione/ricostruzione” del Teatro in Fiera (foto: Antica Messina; Cardullo, 1996; Gazzetta del Sud, 2019; Normanno, 2020; Strettoweb, 2020).

Nei riguardi di questo “nuovo” scenario si sono colti, a livello nazionale e internazionale, e riportati in sintesi, alcuni atteggiamenti ormai consolidati per poterli comparare con quanto avvenuto a Messina. • per le architetture più rappresentative, ritenute “iconiche”, la tendenza è stata quella di una riproduzione “all’identico”, assecondando la prassi del ripristino per mantenerne viva l’immagine originaria, rifiutandone la storicizzazione quale valore; • per altre meno rappresentative, ma comunque ritenute “funzionali”, alla conservazione si è fatta perlopiù prevalere la rilettura secondo le contemporanee conoscenze ed esigenze, con poca o nessuna attenzione alla salvaguardia di valori storici, formali, tecnici e materiali; • per tante, appartenenti a qualsiasi categoria valoriale, ma non coinvolte dal vaglio della considerazione storica, si è assistito al disinteresse generale che ha assunto le forme dell’abbandono o del riuso, fino a giungere nei casi più estremi alla demolizione. Nel dibattito, anche questo di antica memoria, fra ripristino, recupero o diniego, solo alcuni casi si sono distinti per l’equilibrio intravisto fra i possibili antagonismi, attraverso una complessa operazione di restauro, atto di reinterpretazione storico-critica dei molteplici valori attribuiti all’opera da preservare, dall’esordio compositivo all’innovazione costruttiva, dalle competenze professionali alle specificità produttive, dalla contestualizzazione politica al contributo socio-economico (Carbonara, 2018; Salvo, 2016). A valle della DOcumentazione del patrimonio architettonico messinese (cfr. nota 1) incluso in un Registro del Moderno, una seconda fase di studio ha preso origine dalla considerazione che gli assunti teorici sul cosa e come restaurare sembra debbano ripercorrere, in chiave contemporanea, le complesse riflessioni attraversate per l’approdo al restauro critico del patrimonio storico-architettonico pre-moderno, individuando tuttavia le differenze in virtù delle quali giungere a integrazioni o modifiche di metodo. Pertanto sono stati individuati gli approcci adottati in presenza o meno di un regime vin-

177


Alessandra Cernaro Ornella Fiandaca

colistico, di qualsiasi natura, su un campione emblematico di opere del Moderno, per costituire una trama culturale possibile sulla quale ordire i principi guida per gli interventi di conservazione futuri.

178

Gli strumenti di tutela e la salvaguardia possibile La principale valutazione di culturalità di un bene è regolamentata dal Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.Lgs. 42/2004 e ss.mm.ii.) secondo cui la procedura di apposizione del vincolo può attuarsi se coesistono per i beni immobili - a valle di una verifica di sussistenza, se appartenenti al pubblico demanio, oppure di una dichiarazione d’interesse culturale, se a soggetti privati - due requisiti: opera di autore non più vivente eseguita da almeno settant’anni (cinquanta per le LL.NN. 364/1909, 1089/1939, 490/1999). Questa esplorazione è stata condotta attraverso “Vincoli in Rete”, piattaforma digitale realizzata dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (interno al MiBACT), che consente di verificare le azioni di tutela intraprese, incrociando i dati presenti nelle Soprintendenze, dai Segretariati Regionali e inserite, a livello centrale, in quattro sistemi informativi con obiettivi diversi ma complementari: • Beni Tutelati (BT) - Direzione Generale Belle Arti e Paesaggio, per instradare e registrare (D.Lgs. 42/2004) le procedure di interesse culturale dei beni mobili e immobili (MIBACT-DGABAP, 2020); • Carta del Rischio (CdR) - Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, per stimare la vulnerabilità del patrimonio architettonico e comprendere i decreti di vincolo derivanti da regolamentazioni normative precedenti al 2004 (MiBACT-ICR, 2020); • SITAP, sistema WEB-GIS - Direzione Generale Belle Arti e Paesaggio, per la localizzazione delle aree vincolate (MiBACT-DGABAP, 2020); • SIGEC Web - Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, per uniformare e riunire le descrizioni dei beni culturali (MiBACT-ICCD, 2020). Con riferimento all’intero patrimonio architettonico del Comune di Messina, dagli esiti dell’interrogazione di “Vincoli in Rete” emerge l’attuale livello di sussistenza dell’interesse culturale per i beni immobili, con un consistente numero di edifici ancora da sottoporre a verifica (155 su 409); la vulnerabilità di questi ultimi, denunciata dalla presenza nella Carta del Rischio, potrebbe compromettere la salvaguardia dei connotati storico-artistici che ne decretano l’appartenenza ai beni culturali (fig. 2). I dati acquisiti sono stati analizzati e selezionati con l’obiettivo di valutare l’impegno sinora profuso nella tutela dell’architettura moderna “registrata” per Messina. In realtà, solo una parte del repertorio analizzato soddisfa il requisito di anzianità imposto dalla normativa ed è dunque esclusa la possibilità di ritrovare iter procedurali di verifica/dichiarazione di interesse culturale per gli immobili costruiti dopo il 1950. Tuttavia, il numero dei beni per i quali avremmo dovuto rilevarli, conclusi o ancora in corso, poteva essere superiore a quello riscontrato. Dalla piattaforma digitale emerge che il vincolo è stato apposto solo sulla Stazione Marittima; due edifici, Casa del Fascio (oggi Ufficio del Catasto) e Palazzo dell’INFAIL (oggi INAIL), sono stati inseriti nella Carta del Rischio con l’etichetta beni immobili “di interesse culturale non verificato”. Per ciò che concerne l’edilizia residenziale si è riscontrato un maggior numero di istanze: una presentata per le Case INCIS di Mario Ridolfi con iter in corso e altre relative all’edilizia economica degli isolati 11bis, 12bis e 14bis, progettate dal Genio Civile, esitate in una dichiarazione di non interesse culturale (tab.1).


Fig. 2 Dati desunti dal Sistema Informativo Unificato (SIU) “Vincoli in Rete” in data 06/20.

Edifici

Ente schedatore Verifica/Dichiarazione di sussistenza

Data

Misure

Is. VII Casa del Fascio Palazzata (FL 1940) Is. VIII INFAIL (INAIL) Palazzata (FL 1948) Stazione Marittima (FL 1940) Case INCIS is. 276 (FL 1952) Case economiche is. 11bis (FL 1939) Case economiche is. 12bis (FL 1939) Case economiche is. 14bis (FL 1939)

SBCA-ME

Di interesse culturale non verificato

---

CdR:ID/101636

SBCA-ME

Di interesse culturale non verificato

---

CdR: ID/75564

SBCA-ME

Di interesse culturale dichiarato

SBCA-ME

Verifica di interesse culturale in corso

SBCA-ME

Di non interesse culturale

SBCA-ME

Di non interesse culturale

SBCA-ME

Di non interesse culturale

19.06.2002 CdR: ID/211817 (D. Lgs. 490/1999) --CdR: ID/53153 BT: ID/38278 --CdR: ID/62613 BT: ID/37168 --CdR: ID/173841 BT: ID/47873 --CdR: ID/173852 BT: ID/49833

Tab.1 Verifiche/Dichiarazioni di sussistenza presenti per Messina nel SIU “Vincoli in Rete” Per segnalare l’epoca di realizzazione si è scelta la data di ultimazione lavori (FL)

Una più assidua attività vincolistica sarebbe stata doverosa almeno per gli edifici pubblici. Il Codice dei beni culturali e del paesaggio prevede infatti all’art. 10 comma 1 per i beni mobili e immobili “appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private senza fine di lucro, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico” un iter procedurale di verifica della sussistenza dell’interesse culturale che, secondo l’art. 12 comma 2, è avviato su esplicita richiesta degli organi ministeriali competenti o dei soggetti proprietari. È quindi abbastanza allarmante verificare quanto deficitaria sia l’attenzione rivolta al repertorio del Moderno, problema non solo locale, e quanto, in assenza di un controllo delle azioni d’intervento consentite, l’intero patrimonio abbia subito prevaricazioni che vanno dalla trasfigurazione alla demolizione, indifferenti alla memoria storica rappresentata. D’altronde la valutazione della culturalità non può essere ratificata da un periodo di costruzione così anteriore, ma più arditamente potrebbe interessare anche beni molto più “giovani” la cui tutela è necessaria forse più della storicizzazione. Anche perché il rischio è di non trovare più alcun “interesse culturale” per sopraggiunta estrema demolizione.

179


Alessandra Cernaro Ornella Fiandaca

180

Nella prima formulazione, la scelta del D.Lgs. 42/2004 è stata quella di recepire da testi normativi precedenti i due requisiti ritenuti imprescindibili per procedere all’apposizione del vincolo, accettando per l’anzianità dell’opera la soglia dei cinquant’anni, fissata sin dalla L.N. 185/1902, “Tutela del patrimonio monumentale”, ricordata come la prima disposizione in materia di beni culturali dell’Italia Unita. L’innalzamento a settant’anni, avvenuto con disposizioni abrogative introdotte dal 2011 al 2017 interessando in modo discriminatorio prima l’edilizia pubblica e poi anche quella privata, ha in realtà ritardato l’applicazione delle politiche di tutela sulle architetture del secondo dopoguerra, nelle quali si è espressa una modernità libera dai condizionamenti ideologici avuti nella fase immediatamente precedente. Dal momento che concettualmente non si può prescindere da un distacco storico e che normativamente questo si traduce definendo una soglia, per architetture di particolare rilevanza culturale che hanno manifestato esigenze di salvaguardia prima del raggiungimento del requisito di anzianità è consentito il ricorso a due espedienti: • l’articolo 11 del D.Lgs. 42/2004 (ss.mm.ii.), dedicato a “Cose oggetto di specifiche disposizioni di tutela”, al comma “e” prevede che misure eccezionali possano essere intraprese per “le opere dell’architettura contemporanea di particolare valore artistico”; • l’articolo 20 della L.N. 633/1941, intitolata “Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”, garantisce all’autore il diritto di decidere come condurre eventuali modifiche che dovessero rendersi necessarie per l’opera, alle quali però non può opporsi. Provvedimenti straordinari da adottare per un numero limitato di casi di comprovata eccezionalità. Esiste ancora una categoria di interesse “per l’integrità e la completezza del patrimonio culturale della Nazione”, tutelata dall’articolo 10 comma 5 del D.Lgs. 42/2004 (ss.mm.ii.), alla lettera d-bis introdotta con L.N. 124/2017, per cui continua a valere la soglia dei cinquant’anni. Alla luce del panorama normativo, le strategie di tutela percorribili non contemplano la produzione architettonica successiva, oggi, al 1950, anche quando si è in grado di apprezzarne la qualità stilistica oltre che distributivo-funzionale, tecnico-costruttiva, socio-economica, con caratteri di innovazione su più profili. È quindi necessario capire come preservare un’eredità culturale che si candida a incrementare quella storico-culturale “convenzionale” e ad affiancare quella “moderna” già ufficialmente riconosciuta. Circoscrivendo le riflessioni al contesto messinese, i pochi risultati di riconoscimento della sussistenza dell’interesse culturale, congiunti a non sempre adeguate scelte di riparazione/manutenzione/restauro, manifestano una limitata consapevolezza della portata del patrimonio edilizio inscrivibile nel Moderno e non è detto che la sua acquisizione avverrà a breve. Entro un decennio tutte le testimonianze architettoniche individuate e inserite nel “registro” raggiungeranno i requisiti normativi e quindi saranno beni di cui poter confermare la presunzione legale di culturalità. Occorre comprendere cosa è accaduto o accadrà in questo periodo di oblio. L’esercizio della tutela sarà demandato alla sensibilità del proprietario o del progettista che dovranno accompagnare l’edificio verso l’anzianità legislativa richiesta; se da un lato ciò consente quel distacco temporale ritenuto necessario per maturare la consapevolezza sul presunto valore culturale, dall’altro aumenta il rischio di impoverimento o, negli scenari più critici, di perdita delle esemplificazioni stilistiche e tecnico-costruttive moderniste, come già purtroppo verificatosi in diversi casi.


La “conservazione” in assenza di vincolo Prima di intraprendere una riflessione su quel che sia possibile fare per i beni architettonici appartenenti a questo spaccato temporale, diversi fra loro e dagli antecedenti (per i quali le carte del restauro hanno segnato un percorso evolutivo giunto a correlare i principi teorici al giudizio storico-critico), si è analizzata la “conservazione” in assenza di vincolo per il campione messinese interrogato, al fine di scoprire se gli approcci adottati seguissero o meno linee condivise o se per ciascun caso l’azione fosse determinata dalla contingenza. Occorre fare una distinzione di approccio fra gli edifici realizzati nel periodo 1930-45 e quelli eretti dopo la seconda guerra mondiale, in quanto i primi hanno richiesto interventi di riparazione “prematuri”, se rapportati alle età delle costruzioni, e di inevitabile distanziamento culturale per ragioni di revisionismo storico, che non ha invece interessato i secondi semmai coinvolti dalle trasformazioni urbane degli anni ‘70. Per gli esordi architettonici del linguaggio Moderno, ancora intrisi di un’eco tradizionalista, può dirsi che la realizzazione si è inoltrata spesso fino alle soglie della guerra e che per sanare i danni prodotti dai bombardamenti del 1943 sono stati condotti interventi di ripristino di tipo “conservativo”, a meno della necessaria elusione dei richiami testuali, simbolici o allegorici all’ideologia fascista. La consultazione di fonti archivistiche, di testimonianze bibliografiche coeve e il riscontro nella documentazione fotografica dell’epoca hanno evidenziato la volontà di riparare i casi repertoriati mantenendone immodificata l’essenza costruttiva quanto l’immagine stilistica, certamente in assenza di vincolo e in continuità naturale con quanto era stato realizzato non oltre un decennio prima. Atteggiamento riscontrato per la Casa del Fascio (AS-Me Fondo Genio Civile-Danni Bellici), la Stazione Centrale e Marittima (FS Compartimento di Palermo-Sezione Lavori, 1947), e il Palazzo dell’INA (AS INA). Sempre più blanda è apparsa la cura emersa via via che ci si allontana dagli anni ‘50. L’assenza di un riconoscimento culturale (giunto solo per la Stazione Marittima nel 2002) ha consentito alle proprietà, pubbliche e private, di adeguare gli edifici alle esigenze funzionali maturate nel tempo o a sanarne il degrado con azioni prive del doveroso rispetto al valore storico-architettonico di ciascuno. Dall’analisi svolta, ancora in corso, è emerso che i diversi interventi di manutenzione (ordinaria o straordinaria), ristrutturazione e restauro che hanno interessato la Casa del Fascio (anni 1960-70), la Stazione Centrale e Marittima (anni 1970-2001), sembra siano stati improntati a uno stato di emergenza con documentazione progettuale sommaria, quando non assente, e scelte governate dalla massima economia. In apparenza differente il caso della Cittadella Fieristica, laddove agli interventi degli anni ‘30 se ne sono affiancati, previo concorso, altri di sostituzione o integrazione ad opera di progettisti autorevoli e con l’intento di rispondere alla flessibilità richiesta da un complesso sistema espositivo che esigeva una nuova immagine a ogni edizione, stratificando così architetture d’autore: dopo Libera e De Renzi, Rovigo nel decennio 1940-50 e Pantano dopo gli anni ‘50, chiamati, anche ma non solo, a sanare i danni prodotti dalla guerra. A partire poi dagli anni ‘80 è stata oggetto di piani di restauro, ipotesi di riqualificazione e da ultimo si sta conducendo un intervento di riqualificazione con approcci differenti: demolizione/ricostruzione per il padiglione d’ingresso (Teatro in Fiera); consolidamento, integrazione e rifunzionalizzazione per il padiglione delle mostre d’arte e del turismo e per il bar-ristorante Irrera a mare, mentre per il portale d’ingresso e per il padiglione centrale realizzato da Libera-De Renzi negli anni ‘40, ristruttu-

181


Alessandra Cernaro Ornella Fiandaca Fig. 3 Messina. Stazione Centrale e Marittima - Demolizione del Fabbricato G.V.A. (Grande Velocità Accelerata) e cessione dell’area alle Poste e Telegrafi per la realizzazione di una sede negli anni Settanta. (foto: Antica Messina; scatti delle autrici).

rato da Rovigo negli anni ‘50 e integrato da Pantano negli anni ‘60, “di riconosciuto interesse culturale” è stato dichiarato si tratti di un “restauro conservativo” che appare tale solo con riferimento a un ripristino della fisionomia raggiunta a valle delle progressive mutazioni “d’autore”. Osservando le loro strutture in calcestruzzo armato d’altronde si attesta una condizione di degrado talmente avanzato da non consentire un’accezione semantica del termine. La restante parte del repertorio del Moderno della città, rappresentata dai cinema e dalle residenze costruite in ambito urbano dal secondo dopoguerra, sollecita ulteriori riflessioni che, se da un lato evidenziano una migliore gestione del bene quando la proprietà è privata, dall’altro ripropongono la problematica della diversa, quasi carente, cura prestata allo spazio interno rispetto a quella riservata alla fisionomia esterna: infatti, se per questa si è riscontrato uno stato di conservazione pressoché “immutato”, le specificità compositive e distributive degli ambienti sono state variate per assecondare destinazioni d’uso differenti da quelle native: i cinema, a parte qualche rara eccezione sono diventati centri commerciali o supermercati, le residenze sono state adeguate a modelli funzionali contemporanei. Ancora diverso è il caso dell’edilizia economica e popolare insediata nella prima periferia urbana per cui l’assenza di manutenzioni di qualsiasi natura e le frequenti superfetazioni hanno reso irriconoscibili i caratteri del progetto originario. Le prassi osservate nel contesto messinese potrebbero essere una distorta interpretazione della Carta Europea dei Monumenti Moderni del 1991 secondo la quale: L’unico strumento di tutela pienamente efficace è il progetto, che può anche prevedere la parziale modificazione della permanenza trattata quando la modificazione stessa sia condizione per mantenere, o recuperare, significati di centralità culturale e sociale altrimenti minacciati di dispersione (Carbonara, 1991).

Occorre domandarsi se questa consapevolezza, volta alla tutela estrema che può giustificare un compromesso, non abbia, in assenza di vincoli e tutele, legittimato la trasformazione parziale o totale dell’architettura moderna, rendendola da manipolata a trasfigurata, ingenerando interferenze anche profonde coi livelli di riconoscibilità del suo valore storico. Dai casi esaminati emerge chiaramente che la conservazione in assenza di vincolo per gli immobili candidati a divenire beni culturali non è una strada percorribile, perché non si ha alcuna garanzia di salvaguardia delle specificità sulle quali dovrebbe basarsi la valutazione di culturalità. Per gli edifici già compromessi bisognerà capire quali interventi di de-restauro andrebbero eventualmente condotti per riportare ciascuna opera nelle condizioni congruenti ai principi del restauro che si intendono applicare e per ricercare le ragioni della con-

182


servazione, più che nel progetto originario, nella storia della costruzione per documentarne, se opportuno, lo stato in cui ci è pervenuta. Il repertorio fotografico (rielaborato dalle autrici) è teso a evidenziare gli approcci riscontrati con maggiore assiduità (figg. 3-5): Le conseguenze sul “restauro” del Moderno depurate da alcuni fraintendimenti Se è pur vero che bisogna cogliere l’anima dell’architettura moderna nel legame biunivoco istituito fra cifra stilistica e sperimentazione tecnologica, quasi a riconoscere nelle soluzioni costruttive della cultura architettonica quel valore aggiunto da preservare, una riflessione va fatta con riferimento alle declinazioni che questo stile assume in Italia, prima e dopo la seconda guerra mondiale, e ancor più a Messina. Osservando le costruzioni qui realizzate dal 1930 alla fine del Regime, non ci si può sottrarre dalla valutazione del costante ricorso a materiali autarchici e tradizionali: rivestimenti marmorei per interni ed esterni; serramenti lignei; arredi “artigianali” di design, per sottolineare almeno quelli che ne caratterizzarono l’estetica. La preferenza accordata a una monumentalità “classica” dovrebbe influenzare l’accezione stessa del termine restauro: la pelle dell’edificio, tra tradizione e minimalismo, è un valore da preservare poiché i rivestimenti lapidei, rappresentativi di una costante costruttiva nazionale di quel periodo, qui dissimulano tipi antisismici molto particolari, e indiscutibilmente “sperimentali”. Vocazione che non è stata presa in considerazione in nessuno degli interventi condotti nel decennio 1990-2000, interpretati come mera manutenzione ordinaria di sostituzione/manomissione che ha privilegiato costi e funzionalità. Sorte non migliore è capitata ad alcune opere realizzate a partire degli anni ‘50, quando il cemento armato, che altrove vive la sua stagione più felice connotata da capolavori di Morandi, Nervi, Musmeci, Zorzi, a Messina incontra Rovigo, Pantano, Samonà, Calandra, nella cittadella fieristica, nei cinema o in esempi di edilizia residenziale in ambito urbano e in quartieri periferici, con soluzioni tecniche “moderne” di diversa gerarchia economica, sottratte a specifiche politiche di salvaguardia. Sul campo si sono stratificati, in assenza di un riconosciuto regime di vincolo, approcci diversi riferibili alla sensibilità del progettista, alle esigenze della committenza, a un riconoscimento di valore talvolta strumentale. Manca una consapevole cultura della tutela; sono inadeguati i paradigmi per riconoscerne un valore differente dall’antico; difetta l’approfondimento tecnico poiché si ritengono le varianti costruttive assimilabili alle attuali; si dà per scontata la conoscenza del progetto e delle sue peculiarità linguistiche e tecnologiche. Il tema del restauro dovrebbe piuttosto essere affrontato con atteggiamento libero e aperto alla sperimentazione di procedure operative in grado di garantire l’organicità dei rapporti tra scelte figurative e soluzioni tecnologiche reinterpretate in chiave di “soluzioni tecniche congruenti” (Carbonara, 2018). Non è quanto fatto nella Stazione Centrale di Messina laddove per intervenire su elementi degradati, sanare guasti funzionali, prevedere ampliamenti, la scelta delle lastre di rivestimento è stata condotta nel più completo disinteresse di ciò che era stato previsto con dovizia di particolari quasi maniacale nel progetto originario. Non può annoverarsi come adeguato il rifacimento del rivestimento della Casa del Fascio, dove il travertino è stato sostituito da un intonaco segnato a finta cortina, senza che le dimensioni delle lastre e le giunzioni corrispondessero in alcun modo alle lastre originarie. Nessuna soluzione congruente con l’immagine originaria sta

Fig. 4 Messina. Casa del Fascio Riproduzione “all’identico” per ripristini danni bellici contigui al bassorilievo e sostituzione degli anni ‘60‘70 del rivestimento lapideo della torre con intonaco a fasce orizzontali. (foto: Antica Messina; scatti delle autrici).

183


Alessandra Cernaro Ornella Fiandaca Fig. 5 Messina. Casa Donato Ristrutturazione per la riconversione dell’edilizia residenziale in sede del Monte dei Paschi di Siena agli inizi degli anni ‘80 e manutenzione straordinaria alla fine degli anni ’90. (foto: Antica Messina; Indelicato, 1999; scatti delle autrici)

184

supportando il consolidamento del padiglione principale della cittadella fieristica ma un placcaggio ordinario da occultare con coltri di intonaco. Non possono essere annoverate con tale accezione gli sventramenti di alcuni cinema resi illegibili da adeguamenti funzionali e impiantistici. A valle di questa indagine si è compreso che le conseguenze di un approccio metodologico, che ponga al centro le opere del Moderno, non si possono confinare al concetto di tutela e valorizzazione del singolo bene. Occorre scongiurare l’asetticità di simili atteggiamenti promuovendo azioni con le quali si possa: restituire autorevolezza e dimensione storiografica agli autori: Mazzoni da funzionario ministeriale osservante delle disposizioni del Regime a visionario futurista e grande conoscitore di raffinate soluzioni tecnologiche; Samonà per cui la Palazzata, dal concorso del 1930 passando per il progetto della Casa del Fascio della fine degli anni ‘30 e per i palazzi degli anni ’50, è occasione di sperimentazione stilistica, con una modernità inizialmente sottaciuta, successivamente vincolata ma poi liberamente espressa; Rovigo e Pantano non ancora affrontati con studi sistematici da cui emerga lo spessore professionale e il contributo alla storia della città; comprendere quali specificità tecnico-costruttive hanno caratterizzato la grammatica compositiva e costruttiva del Moderno messinese e le loro interferenze: il sistema dei rivestimenti lapidei (1930-40); i telai strutturali in vista (1950-60); le specchiature colorate in litoceramica, l’uso del vetrocemento, fra le maglie strutturali a facciavista; delineare per ciascun edificio il contesto socio-economico, politico-strategico, tecnologico-produttivo in cui è stato concepito per evitare che le scelte di conservazione siano legate unicamente al loro valore di “icone”, se riconosciuto, o altrimenti, come sta già capitando, siano rinnegate da decisioni orientate ad abbandono e demolizione: attraversare le vicende che hanno coinvolto/influenzato/determinato la storia della Stazione Centrale e Marittima, della Casa del Fascio e dell’intera Palazzata, della Cittadella Fieristica, dell’edilizia urbana e dei quartieri INA Casa, INCIS, GESCAL; supportare la ricerca tecnologica relativa alla produzione di materiali e componenti, la storia economica che ha caratterizzato la formazione di maestranze specializzate, le ragioni di una peculiarità stilistica influenzata dalla ricostruzione post-terremoto o derivata dalla migrazione di architetti nazionali dal continente a Messina: l’influenza delle sanzioni autarchiche del cemento armato in una città che doveva essere “inevitabilmente” antisismica; il riscatto nel dopoguerra, la sperimentazione di prodotti intermedi e di materiali nuovi; valutare se non sia la stessa deperibilità contenuta nella ragion d’essere di queste architetture a rendere difficilmente praticabile la tradizionale nozione di “restauro” quale intervento rigorosamente conservativo: l’uso del cemento armato, a facciavista o placcato e la scelta di materiali non più in produzione o rivisitati anche quando tradizionali, posti all’origine del rinnovamento linguistico, non consentono la riproducibilità dell’immagine ma richiedono la sperimentazione di “soluzioni tecniche congruenti”(Dal Falco, 2002). Invece ci troviamo davanti a una realtà ben diversa. L’attenzione nei riguardi del Moderno è deficitaria e non può addursi tale carenza all’assenza di un “distacco storico” individuato nei settant’anni dalle attuali prescrizioni di salvaguardia perché dopo gli anni ’50 sono comunque riconoscibili opere che meriterebbero di non essere demolite o snaturate come è capitato per quelle di Samonà, Rovigo, Pantano, Ridolfi. Oggi, sarebbe possibile tutelare soltanto la Stazione Marittima di Angiolo Mazzoni, vincolata dal


Fig. 6 Messina. Cinema Metropol e Cinema Olimpia - “Restauri conservativi” condotti dalla fine del Novecento a oggi con ripristini figurativi e ristrutturazioni d’interno per destinazioni commerciali. (foto: Antica Messina; Collezione Michelangelo Vizzini; Farina, 2010; Indelicato, 1999; scatti delle autrici).

2002 perché ha maturato i requisiti normativi ma, ironia della sorte, dopo che sono state travisate molte delle valenze funzionali, compositive e tecnologiche che avrebbero meritato ben altro approccio conservativo. Riferimenti Antica Messina (Stazione, Casa del Fascio, Cittadella Fieristica, Casa Donato, Cinema Olimpia) <https://-www.facebook.com/AnticaMessina.it> (06/20). Ranaldi A., Novecento da tutelare, in «Abitare», <http:www.abitare.it/it/ricerca/pubblicazioni-/2019/12/12/antonella-ranaldi-novecento-da-tutelare/>, (06/20). Carbonara G. 1996, Trattato di restauro architettonico, IV vol., UTET, Torino, pp. 450-452, punto 7. Carbonara G. 2018, Perché restaurare il “moderno”?, A. Morelli, S. Moretti (a cura di), Il cantiere di restauro dell’architettura Moderna. Teoria e prassi, Nardini Editore, Firenze, pp. 13-17. Collezione Michelangelo Vizzini, disponibilità privata. Dal Falco F. 2002, Stili del razionalismo: Anatomia di quattordici opere di architettura, Gangemi, Roma. FS Compartimento di Palermo 1947, Messina 1943-1947, la ricostruzione ferroviaria. Pezzino & F, Palermo. Indelicato A. 1999, Architettura e dintorni a Messina, «Città e territorio», n. 8 (1), pp. 46-50. Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro - MiBACT, Sistema informativo «Vincoli in Rete», Messina <http://vincoliinrete.beniculturali.it/VincoliInRete/vir/bene/listabeni>, (06/20). MiBACT, Direzione Generale Archeologia Belle Arti e Paesaggio (DGABAP), <http://www.iccd.benicultu-rali.it/it/sigec-web>, <http://www.sitap.beniculturali.it/>, (06/20); MiBACT, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD), <http://www.iccd.beniculturali.it/-it/sigec-web>, (06/20); MiBACT, Istituto Centrale per il Restauro (ICR), <http://www.cartadelrischio.it/>, (06/20). Salvo S. 2007, Grattacielo Pirelli, cronaca di un restauro, Estratto da: Quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura, fascicoli 44-50, Bonsignori Editore, Roma, pp. 571-580. Gazzetta del Sud 2019, Fiera di Messina, pronto il portale, <https://rtp.gazzettadelsud.it/programmi/telegior-nale/2019/04/26/fiera-di-messina-pronto-il-portale-3dd84b67-40ad-4359-b02e-971ef8413ebd/>, (06/20). Normanno 2020, Addio al Teatro in Fiera, aggiudicati i lavori di demolizione, <https://normanno. com/at-tualita/addio-teatro-fiera-messina-lavori-demolizione/>, (06/20). Strettoweb 2020, Restyling della Fiera di Messina, <http://www.strettoweb.com/2020/02/fiera-messina-autorita-portuale-stretto-lavori-ex-teatro-demolito-ricostruito-dettagli-progetto/972078/>, (06/20).

185


Il Parco archeologico di Porto (Fiumicino): conoscenza, conservazione e fruizione Emanuela Chiavoni

Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Daniela Esposito

Emanuela Chiavoni Daniela Esposito

Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Abstract The archaeological park of Porto is a particularly rich area from a naturalistic point of view. The site is entrusted to the direction of the Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma and Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia. After the construction of the Port of Claudio, in 64 d.C, a new port basin was built wanted by the Emperor connected with a new canal to the Tiber river to facilitate the transfer of goods to Rome.Currently the coast, which is located in a strategic position with respect to Fiumicino Airport, is about three kilometers from the ancient plant. Most of the eastern sector is occupied by a large space that reproduces the dimensions of the large entrance canal to the exagonal port and the remains of the Trajan’s department stores. This archaeological area is a heritage of singular value to be explored in an interdisciplinary way with new and more sophisticated tools and technologies of analysis and relevant for knowledge, conservation and use, together with the construction of models that allow you to store a large amount useful information to understand the complexity of these places. Keywords Porto, parco archeologico, conoscenza, valorizzazione, fruizione

Uno studio visivo e nuovi strumenti per la conoscenza Ostia e Porto ebbero grande sviluppo in età imperiale per poi subire una decadenza irreversibile dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente. Singolare in ambedue i casi sono state le rifondazioni, in posizione tangente gli antichi resti degli insediamenti romani di Ostia e di Porto, di piccoli borghi altomedievali (Gregoriopoli e un tentativo di riportare a Porto abitanti che ne ripopolassero una parte dell’abitato abbandonato dopo la chiusura del canale di Fiumicino nel IX secolo) e quindi, nel pieno medioevo e nel rinascimento, la creazione del castello di Traiano in una zona periferica dell’abitato di Porto, dove aveva posto la dogana romana nei pressi del canale e lungo la via Portuense, e del borgo di Ostia, sugli edifici di Gregoriopoli e con l’integrazione di due fabbriche rinascimentali: la chiesa di S. Aurea e il castello di Giulio II. L’area di Porto rimase spopolata fino all’epoca moderna; nel primo decennio del XIX secolo, in prossimità della Torre Clementina, fu costruito un borgo su progetto di Giuseppe Valadier – il c.d. Borgo Valadier – dal quale si sviluppò poi la città di Fiumicino. Passata in proprietà nel 1856 ad Alessandro Torlonia, che avviò la bonifica dell’intero territorio, alla fine del secolo, la tenuta passò in proprietà alla famiglia Sforza Cesarini che, nel 1933, fondò l’Oasi faunistica di Porto (fig. 1). Nella seconda metà del Novecento, le politiche di sviluppo territoriale e insediativo non ebbero un controllo programmato e, scontando anche i danni di guerra, non

186


furono capaci di contrastare iniziative di integrale sostituzione edilizia, abbandono, degrado, distruzione di testimonianze significative del territorio portuense e ostiense (Impiglia, 2017a; Borsato, 2003) Nell’Oasi faunistica di Porto è stata svolta una lettura critica attraverso il disegno dal vero; una campagna grafica che si è posta l’obiettivo di riconoscere e registrare l’identità dell’area archeologica interpretandone gli aspetti che più la caratterizzano. La complessità del reale distinta da molteplici linguaggi diversi può essere colta attraverso il disegno, strumento critico per eccellenza con forte capacità espressiva e grandi potenzialità di comunicazione. La rappresentazione dal vero consente di ripercorrere la storia esaltando le diverse valenze archeologiche, naturalistiche ed ambientali del parco. La consapevolezza del luogo che ne risulta influisce favorevolmente sulle proposte dei progetti di manutenzione e conservazione stimolando il processo di reinterpretazione della storia e consente di sostenere il dibattito, sempre aperto, legato alla gestione e alla valorizzazione del patrimonio. Dopo il primo avvicinamento percettivo al parco archeologico vi è stata una fase di studio svolta attraverso il rilievo speditivo, con l’obiettivo di acquisire dati con i quali rappresentare la realtà complessa. Il progetto di rilievo prevede l’integrazione di metodologie tradizionali per il rilevamento diretto insieme alle metodologie low cost per il rilevamento non a contatto (fotomodellazione). Vengono analizzati i caratteri formali e strutturali del sito partendo dal rilevamento metrico dell’esistente. La principale finalità è il raggiungimento di elevati livelli di precisione metrica e di restituzione fotorealistica dei modelli analizzati, sfruttando le capacità offerte dalle attuali tecnologie in termini di rapidità di acquisizione ed elaborazione dei dati. L’integrazione delle informazioni derivate dalle operazioni di rilevamento, dalle documentazioni storiche e dall’indagine fotografica produce significative rappresentazioni del luogo sia nell’aspetto più generale che nelle singole parti. L’indagine, iniziata dall’analisi attraverso i fondamentali strumenti e metodi di lettura documentaria e diretta nella prospettiva teorica e operativa, ha consentito di attuare un processo sistematico adoperando metodi integrati per la lettura del territorio. I confronti tra i materiali documentari storici e i dati attuali, la campagna fotografica, il rilevamento alle diverse scale; tutto ha contribuito alla definizione di rappresentazioni critiche. È stato importante identificare le tracce e le persistenze delle modificazioni della percezione del contesto storico architettonico-urbano e il rapporto tra le varie componenti: il costruito, la vegetazione e l’acqua. Quest’ultima è uno degli elementi che contraddistingue l’Oasi di Porto in quanto la sua presenza condiziona il paesaggio anche dal punto di vista percettivo, appare infatti, con i suoi riflessi e le sue trasparenze in ogni parte del sito. Anche se il paesaggio è in continuo cambiamento, i suoi aspetti originari con le successive trasformazioni subite appaiono, quasi sempre, ben impresse nel terreno ed il loro riconoscimento avviene, spesso, a grande scala attraverso le immagini satellitari. Lo stato di fatto della realtà territoriale, contraddistinta sempre da espressioni il più delle volte eterogenee, viene scoperta anche attraverso un’indagine grafica diretta. Queste rappresentazioni possiedono grandi potenzialità di comunicazione che risultano efficaci anche per la loro divulgazione. Il disegno interpreta sia ciò che è visibile sia le parti invisibili, ad esempio è possibile trarre spunti che rimandano ai mutamenti avvenuti nel luogo nel corso del tempo dalle testimonianze esistenti. Il procedimento grafico avviato consente di ritrovare e riconoscere l’identità culturale del paesaggio e di conseguire consapevolezza sulle difformità leggibili. I disegni più efficaci per anno-

187


Emanuela Chiavoni Daniela Esposito

188

tare le relazioni tra le diverse parti sono schizzi prospettici, cannocchiali visivi, scorci prospettici del contesto, profili che consentono di relazionare più parti del territorio e i rilevamenti a vista per ciò che riguarda le emergenze architettoniche e archeologiche. Importanti anche tutte le raffigurazioni cromatiche che comunicano con rigore questa straordinaria realtà. Lo studio proposto analizza il luogo con metodologie integrate speditive al fine di definire una rappresentazione coerente per esprimerne la complessità. Sono state previste integrazioni tra le metodologie tradizionali usate per il rilevamento diretto e le operazioni con tecnologie avanzate per il rilevamento non a contatto1. Il progetto di ricerca Il contributo che si presenta riporta parte del lavoro che si sta sviluppando dal 2016 nell’ambito di uno studio proposto dalla Fondazione Portus inerente a “La Manutenzione di un parco Archeologico e Ambientale, analisi delle criticità e aspetti legati alla conservazione e fruizione “. Il sito di Portus, paesaggio fra archeologia e natura, si presta come progetto pilota privilegiato per tale scopo. Il progetto mira alla realizzazione di un libretto di manutenzione per il mantenimento del parco archeologico. Lo studio indaga aspetti che partono dalla conoscenza dell’area e puntano alla valorizzazione tentando di riconoscere le molteplici valenze che la caratterizzano ed è proprio tramite le capacità delle diverse competenze coinvolte che questa analisi viene affrontata in modo particolarmente ampio e differenziato. Infatti, nello studio, sono coinvolti; ricercatori, archeologi, economisti, architetti, geologi, architetti del paesaggio, restauratori. Tra le finalità vi è quella di individuare una metodologia condivisa con un programma di lavoro definito e quella di creare un sistema vivo di archiviazione e diffusione interattiva delle notizie raccolte. Uno degli obiettivi, che occupa gran parte del lavoro, è anche quello di cercare di comprendere come si rapportano su siti come l’area archeologica di Portus e come operano gli enti coinvolti alla loro salvaguardia tra cui, in questo caso specifico, la Riserva del Litorale e il Comune di Fiumicino e Maccarese. A tal fine sono state svolte specifiche analisi tematiche, elaborate sintesi interpretative e proposte azioni di intervento. Nell’analisi rientrano; raccolta e catalogazione dei rilievi delle presenze faunistiche, rilievo botanico e vegetazionale, studio paleobotanico del sito, l’evoluzione storica dell’architettura dei luoghi e il rilievo dei dati della consistenza, l’evoluzione del paesaggio, l’analisi economica della sostenibilità e della manutenzione, l’analisi degli aspetti normativi e autorizzativi. L’obiettivo è quello di riuscire a comprendere le trasformazioni che il territorio ha avuto nei diversi ambiti naturalistico, storico-architettonico, ambientale e come possa la tutela del bene archeologico relazionarsi con l’aspetto naturale. Un’importante riflessione affronta la problematica relativa alla mappatura dei beni culturali; quali si considerano beni paesaggistici e quali beni diffusi, quali beni monumentali archeologici e architettonici e su come venga realizzata la descrizione dei dati raccolti, infatti il paesaggio è un sistema vivo e sempre mutevole e questo rende molto complessa la sua rappresentazione. Tra i temi di sintesi si segnalano i confronti tra i diversi aspetti della metodologia con le analisi tematiche; l’individuazione delle criticità, la realizzazione delle matrici di interazione e l’attribuzione dei valori di specificità per i livelli di tutela. Con i temi e le azioni di intervento si propongono invece le azioni più idonee da svolgere, tra cui la manutenzione ordinaria del sito, la manutenzione straordinaria program-


mata o la manutenzione per cause accidentali e di forza maggiore, i progetti di miglioramento, il programma per la fruizione e la programmazione economica della gestione del parco. La fase operativa Nella fase della conoscenza è stata prevista la ricerca materiale con la costituzione di una banca dati dedicata a raccogliere informazioni e materiale esistente relativo al parco tra cui una base cartografica condivisa comune aggiornata. Di grande importanza un’analisi conoscitiva sui progetti svolti nel sito negli anni; questi, riportati anch’essi nella banca dati, costituiscono un prezioso patrimonio di suggerimenti e idee legate al parco. Presupponendo che il progetto sia condiviso d’intesa con gli enti preposti alla tutela del bene, alla banca dati dovrebbero poter accedere tutti le istituzioni coinvolte nel territorio per poter avere un dialogo diretto e condiviso. Dopo la raccolta dei dati si è proceduto con la loro messa a sistema con una preliminare registrazione del luogo al sistema GIS (Geographic Information System), sistema progettato per ricevere, conservare, elaborare, analizzare, gestire e rappresentare dati di tipo geografico. Il procedimento consente di unire cartografie, eseguire analisi statistiche e gestire i molteplici dati attraverso tecnologie database. Previa una preliminare selezione delle principali e più significative emergenze storiche che si ritrovano nel parco, vengono poi predisposte le operazioni di rilievo architettonico, viene programmato il rilievo botanico e pianificato l’intervento finalizzato all’integrazione dei dati in ambito faunistico. La difficoltà di raccogliere e gestire i molteplici dati relativi al sito con differenti caratteristiche materiali e immateriali è uno degli aspetti più problematici della ricerca dato che la sovrapposizione delle informazioni non è solo riferita allo stato di fatto attuale, ma è anche basata sulle diverse condizioni storiche. Molti sono i materiali che partecipano a delineare la situazione odierna del parco; tra questi i piani di gestione dal punto di vista naturalistico e le varie schedature realizzate nel tempo (tipo quelle della Scuola di Specializzazione in restauro dei Monumenti di Roma, il data base dell’ICCD con le schede di catalogo del Ministero…), i piani paesaggistici, gli atlanti del paesaggio. Particolarmente importante è risultata l’analisi delle emergenze architettoniche e archeologiche, la lettura delle unità stratigrafiche murarie (realizzata dagli archeologi), le unità stratigrafiche orizzontali e, da non sottovalutare, la conoscenza ecologica, la scienza della vegetazione e la fito-sociologia. Non si possono omettere le criticità e le conflittualità che ogni singolo aspetto scatena ed anche le soggettive richieste che vengono individuate da ogni area. Tra le aspirazioni del parco archeologico di Porto, ad esempio, c’è quella di mantenere la darsena, viene segnalato che sul bordo del lago ci sono gli Eucalipti (zone a protezione speciale ZPS) che vanno attentamente salvaguardati, si avverte che sarebbe opportuno realizzare un collegamento tra i diversi luoghi e la zona umida e di coinvolgere la riserva del litorale per farlo diventare una forza attiva e non passiva del territorio. Inoltre, si segnala di concentrare l’attenzione sul laghetto per i trampolieri, di monitorare il brano della palude, le bordure e i lecci, si indica che la vegetazione ha coperto anche grandi alberature con vegetazione cespugliosa ed anche di porre particolare attenzione alla visibilità delle mura di Porto. Riguardo alle emergenze architettoniche si segnalano i resti, tuttora visibili, di grandi magazzini severiani probabilmente utilizzati come sistemi di stoccaggio.

Per favorire una collaborazione tra istituzioni pubbliche e private e un approccio multidisciplinare a temi così complessi il 22 giugno 2015 tra la Fondazione Portus e il Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Università la Sapienza di Roma è stato firmato un accordo di collaborazione scientifica per l’avvio di ricerche storiche, rilievi grafici e progetti di restauro architettonico riguardanti tutti quei manufatti di elevate qualità paesaggistiche, archeologiche, architettoniche e tecnologiche all’interno delle aree di proprietà Sforza Cesarini. I referenti per il Dipartimento sono le prof. Annarosa Cerutti Fusco, Daniela Esposito, Emanuela Chiavoni, per la fondazione sono l’arch. Paolo Zucconi e l’arch. Claudio Impiglia. Nell’ambito di tale collaborazione la codifica di una metodologia finalizzata alla formulazione di un piano di gestione per il parco archeologico rappresenta attualmente uno degli impegni più importanti. Sull’argomento si segnala anche un Progetto di Ricerca Sapienza 2015 dal titolo: “Metodologie integrate per la conoscenza, la valorizzazione e la riqualificazione dell’immagine urbana. L’area dell’Isola Sacra a Fiumicino”, a cura di Emanuela Chiavoni (Responsabile), Luca Ribichini, Marina Docci, Alfonso Ippolito, Paolo Di Pietro Martinelli, Francesca Pola, Nausicaa Della Corte, Silvia Garrone, Monica Filippa.

1

189


Emanuela Chiavoni Daniela Esposito

Studiando il sito, si nota che l’immagine della porzione del territorio dell’isola sacra adiacente al parco archeologico è stata profondamente modificata dopo la bonifica, passando un aspetto agreste ad uno fortemente costruito con strutture massive. Tra gli aspetti significativi della ricerca vi è stato quello di organizzare uno schema concettuale aperto e duttile accompagnato da una proposta di metodologie di interazione delle diverse valenze, suggerimenti operativi che tenessero conto dei fattori determinanti che caratterizzano nei secoli il parco, permettendone la conservazione e la valorizzazione.

190

Come è vissuto il parco oggi: le funzioni Si parte sempre dal presupposto che è la fruizione che sostiene il parco e che bisogna tutelare i paesaggi culturali, valorizzare i vari tipi di colture tenendo sotto controllo i diversi aspetti urbanistico, ecologico, archeologico, architettonico e altro, puntando ad una pianificazione sostenibile, eticamente responsabile e consapevole. Molte sono le idee che, da tempo, vengono proposte per questo parco; una è quella mirata alla riqualificazione dell’ingresso dalla città e il suo collegamento. Molte sono state già le iniziative proposte, ancora però non attuate, tra le quali un intervento artistico finalizzato alla caratterizzazione di alcuni degli elementi strutturali presenti all’ingresso del parco (piloni in cemento armato). Per questo motivo, un gruppo di ‘artisti di strada’ ha presentato un progetto per dipingere questi piloni di cemento che risultano estranei ed anche invasivi alla vista di chi frequenta il parco, durante passeggiate nel verde e nella natura lacustre, fra strutture archeologiche e architetture vissute e abbandonate. Nell’area di Porto il godimento di un paesaggio così fascinoso con una forte mutevolezza anche cromatica, soprattutto al cambiare delle stagioni e durante le diverse ore del giorno, potrebbe essere una diversa proposta per farlo conoscere. Articolato è anche il ventaglio di possibilità e occasioni didattiche che offre il luogo insieme anche ad una particolare fruizione per un pubblico adulto con un interessante laboratorio didattico organizzato in maniera modulare che spiega il sistema del parco stesso. Inoltre, sempre per far vivere l’area e per sensibilizzare i più giovani alle bellezze della zona sono stati organizzati alcuni centri estivi. L’obiettivo, oltre ai laboratori didattici è anche quello di sponsorizzare differenti visite naturalistiche secondo percorsi che consentano di acquisire consapevolezza di tutti gli aspetti del parco aiutati da una struttura organizzata con pannellatura specifica, una serie dei quali dedicata alla flora e alla fauna, oppure con punti di avvistamento naturalistici. Il Progetto Portus, diretto da Simon Keay avviato nel 2015 si è posto due obiettivi principali: il primo è stato volto a creare una conoscenza approfondita del luogo e della sua relazione con Ostia, con la città di Roma e con il resto del Mediterraneo. Il secondo obiettivo è stato quello di sperimentare diverse tecniche per migliorare le metodologie in cui le aree complesse di epoca classica, come quella di Porto, possono essere indagate e studiate, valutandone anche l’impatto delle stesse tecnologie applicate. Il progetto ha favorito scambi di conoscenze derivanti dal coinvolgimento di organizzazioni, enti pubblici e privati, università e singoli studiosi che hanno un interesse specifico per il sito e per il suo contesto territoriale. La collaborazione infatti si è svolta tra i colleghi del mondo accademico dell’Università di Southampton, la British School di Roma, la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma (Ostia Antica), la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma (Roma), e il Duca Sforza Cesarini e con studiosi degli Atenei romani.


Fig. 1 Porto, Fiumicino, Il Lago di Traiano nel suo stato attuale. Fig. 2 Fotografie del parco Disegno del sito archeologico del Porto di Traiano (Foto: Chiavoni E.) Fig. 3 Acquarello, studio dei Magazzini del sito del Porto di Traiano (Foto: Chiavoni E.) Fig. 4 Acquarello, studio del Lago di Traiano (Foto: Chiavoni E.)

191


Emanuela Chiavoni Daniela Esposito È possibile scoprire l’area archeologica del Porto di Traiano, l’unico bacino portuale romano giunto intatto al nostro tempo. A disposizione di bambini e ragazzi, un intenso programma di laboratori didattici e naturalistici per viaggiare, giocando e divertendosi, nell’Antica Roma. I materiali e le indicazioni dell’iniziativa sono reperibili sul sito www. navigareilterritorio.it

2

192

Attualmente vi è un altro progetto in atto sul territorio; Il progetto navigare il territorio, nato per indagare la complessa relazione che esiste tra il territorio e l’aeroporto di Fiumicino, sponsorizzato dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche, di Aeroporti di Roma e del Parco archeologico di Ostia Antica del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo in collaborazione con la Città di Fiumicino e la Rete scolastica “Progetto Tirreno – Eco-Schools” di Fiumicino. Tra gli obiettivi del progetto vi è la promozione di esperienze condivise con la cittadinanza, la promozione della cultura e la valorizzazione e tutela per il territorio (nello spirito dell’articolo 9 della Costituzione). Navigare il territorio ha lo scopo di interessare la comunità locale, partendo dalle istituzioni scolastiche in un processo di riformazione dei legami tra le persone, la comunità e il patrimonio culturale, che elogia le grandi possibilità della collaborazione tra il pubblico e il privato, tra il mondo dei servizi pubblici e quello del settore archeologico2. Il progetto Navigare il territorio si pone in maniera sperimentale per la conoscenza e la fruizione del territorio e, come la Rete scolastica “Progetto Tirreno – Eco-Schools” di Fiumicino, si pone anche l’obiettivo di incrementare e trasmettere ai più giovani l’importanza della salvaguardia del bene comune. Tutto ciò implica la sensibilizzazione al luogo sia per sviluppare un senso di responsabilità utile per il futuro del bene comune, attivando attività ecosostenibili per lo sviluppo del territorio attraverso la sua conoscenza storica, archeologica e naturalistica. Conservazione, Valorizzazione e Fruizione Il territorio è costituto da segni materiali naturali e indotti dall’opera dell’uomo, come nel caso dei monumenti. Esso è caratterizzato dalla sua immagine che, per essere trasmessa e percepita, ha comunque bisogno di un tramite fisico che è la materia in ogni sua manifestazione, naturale o elaborata per mano dell’uomo. L’immagine del territorio corrisponde a quello che per molti studiosi è il ‘paesaggio’, ossia la sintesi degli ‘aspetti visivi del territorio’, secondo un’appropriata definizione di Gaetano Miarelli Mariani, basata sul concetto di ‘immagine’ dell’opera d’arte compresa nella Teoria del Restauro di Cesare Brandi e ripresa da Giovanni Carbonara nelle sue riflessioni sul rapporto fra il restauro e il paesaggio alcuni anni dopo. Il paesaggio è dunque manifestazione del territorio con connotazioni di cultura in quanto manifestazione figurale del territorio e come tale deve essere considerato e tutelato; ne deriva comunque che, se la tutela del territorio deve necessariamente articolarsi con azioni diverse ma tutte ascrivibili all’ambito della conservazione (e prima ancora della salvaguardia) e del restauro, non deve però dimenticare il confronto diretto con le esigenze e le logiche dello sviluppo e della trasformazione che coinvolgono territorio, infrastrutture, i fattori ambientali. Un’opportuna strategia di tutela di un territorio deve così essere guidata dalla consapevolezza della presenza di valori caratteristici (si potrebbe anche dire in questo caso ‘identitari’ di un determinato ambito territoriale) che possono, attraverso la loro permanenza, qualificare lo spazio e convivere con eventuali trasformazioni quando queste ultime siano inserite e siano guidate da strategie destinate a controllare le modifiche e volgerle verso obiettivi culturalmente positivi. Lo strumento più efficace e attinente al fine di rendere operativa una strategia attenta alla coesistenza fra conservazione e innovazione riguarda comunque l’ambito della pianificazione, nel quale il tema della tutela territorio sia presente e affermato con fermezza nelle disposizioni del piano territoriale, secondo quanto già affermato nella Dichiarazione di Amsterdam del 1975 (“Dichiarazione della Conservazione integrata”


allegata alla “Carta europea del Patrimonio architettonico”, Congresso di Amsterdam, adottata dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa il 26 settembre 1975) nella definizione del concetto di “Conservazione integrata”. Secondo queste indicazioni, lo studio del territorio dell’Oasi di Porto e dell’area archeologica di Claudio e Traiano deve comprendere, nella lettura complessiva il sistema territoriale anche Ostia, i due porti di Fiumicino e di Ostia nonché l’area dell’aeroporto di Fiumicino. La valorizzazione del territorio portuense richiede ogni tipo di intervento sulle e per le preesistenze: dalla riqualificazione, alla valorizzazione, dal recupero al restauro. Il programma deve dunque tenere conto delle vocazioni che ne sostanziano la realtà architettonica, ambientale, territoriale, per indurre un cambiamento di tendenza e risolvere l’attuale degrado e abbandono dell’area. Gli insediamenti esistenti non hanno qui avuto uno sviluppo nel tempo ma sono stati piuttosto abbandonati e affiancati da trasformazioni edilizie e rifondazioni urbane (come Pomezia). Appare dunque evidente quanto sia importante conoscere le caratteristiche e i valori che rendono unico il territorio ostiense e portuense nelle sue qualificazioni storico-artistiche, archeologica, economica, naturalistica e ogni altro aspetto rappresenti un fattore identitario. Una conoscenza che si attua attraverso la rilettura del territorio in generale e delle sue emergenze come l’ampia area archeologica costituita dal sistema delle aree ostiense e portuense. Le aree archeologiche coincidono anche con i principali settori di interesse ecologico e naturalistico dell’ambito territoriale: Ostia antica e Porto, Castel Fusano e Castel Porziano. La rilettura ha dunque ricadute sulla comprensione interdisciplinare del territorio nella sua interezza e soprattutto comporta ricadute importanti ed essenziali in campi come il settore turistico-terziario, dell’artigianato, del recupero e in genere dell’edilizia e della tutela ambientale e della valorizzazione. Porto e l’area archeologica di Claudio e Traiano hanno una particolare relazione col fiume Tevere, il canale di Fiumicino e lo sbocco nel mar Tirreno e rappresentano a pieno titolo un esempio molto significativo del paesaggio culturale del litorale laziale fra storia, arte, paesaggio e natura. La valorizzazione è un processo connesso con la conservazione del Litorale Romano, da intendersi come parte di un processo di tutela attiva e dinamica del paesaggio che presenta molte componenti articolate fra loro, come quella storico-artistica, architettonica, archeologica, urbanistica, in cui gli aspetti economici e di gestione rappresentano una conseguenza e una ricaduta nella realtà operativa, ma mai un fine della conservazione e tutela. Altro aspetto di grande importanza avrà inoltre la manutenzione nel tempo di tutte le componenti naturalistiche, paesaggistiche, architettoniche e archeologiche. Tutela e valorizzazione potranno avere effetti sulla possibilità di una rigenerazione urbana e del territorio intorno alle strutture emergenti, favorendo così anche la partecipazione della cittadinanza alle azioni conservative e di tutela del paesaggio e del Patrimonio culturale del comune di Fiumicino e dei centri abitati limitrofi. La tutela e la conservazione infine dovranno occuparsi anche e soprattutto di un’attenta campagna di manutenzione programmata che andrebbe prevista coinvolgendo tutte le parti coinvolte istituzionalmente nella tutela.

193


Bibliografia Lugli G., Filibeck G. 1935, Il porto di Roma imperiale e l’agro portuense, Officine dell’Istituto italiano e delle arti grafiche, Bergamo. Francovich R., Parenti R. (a cura di) 1988, Archeologia e restauro dei monumenti, Firenze, All’Insegna del Giglio. Pane R. 1987, Attualità e dialettica del restauro: educazione all’arte, teoria della conservazione e del restauro dei monumenti, Edizioni Solfanelli, Chieti.

Emanuela Chiavoni Daniela Esposito

Picone R. 1991, Il contributo di Roberto Pane alla moderna tutela ambientale, in Ricordo di Roberto Pane, Arte Tipografica, Napoli. Mannucci V. 1992, Il parco archeologico naturalistico del porto di Traiano, Gangemi Editore, Roma. Miarelli Mariani G. 1995, Sviluppo, salvaguardia e tutela del paesaggio, in G. Muscarà (a cura di), Piani, Parchi, Paesaggi, Laterza, Bari, pp. 239-256. Carbonara G. 1998, Restauro e Paesaggio: alcune riflessioni, in: Il Paesaggio culturale nelle strategie europee. Colloquio internazionale, Torino 16-17 May 1996. Napoli: Electa Napoli, pp. 34-40. Cancellieri S. 2002, L’Episcopio di Porto. Un’esperienza innovativa di restauro, Gangemi Editore, Roma. Borsato F. 2003, Villa Torlonia al lago di Traiano. Solo la proprietà storica ha salvato la foce del Tevere, «Bollettino ADSI», n. 3, A. XVIII. Cerutti Fusco A., Cancellieri S. 2011, Metodi e temi di indagine per una riqualificazione del territorio. Progettare Paesaggio. Landscape and infrasctructure, Gangemi, Roma. Ercolino M.G. 2013, Riflessione sui margini delle aree archeologiche urbane, in G. Biscontin, G. Driussi (a cura di), Conservazione e valorizzazione dei siti archeologici. Approcci scientifici e problemi di metodo, Arcadia Ricerche, Venezia. Impiglia. C 2013, Il principe Giovanni Torlonia e il culto del pittoresco. Architetture e paesaggi d’acque nella tenuta di Porto a Fiumicino. Unpublished PhD dissertation, Sapienza Università di Roma. Chiavoni E. 2014, Drawings on paper. Digital historical archives of the former Radaar Department at the University Sapienza School of Architecture in Rome. «SCIRES-IT (SCIentific RESearch and Information Technology)», 4 (2), pp. 117-126. Esposito D. 2014, Architettura, ruderi e paesaggio. Protezione: forme e significati. Alcune riflessioni, in La villa restaurata e i nuovi studi sull’edilizia residenziale tardoantica, Atti del Convegno internazionale del Centro Interuniversitario di Studi sull’Edilizia abitativa tardoantica nel Mediterraneo (CISEM), Piazza Armerina 7-10 novembre 2012, Bari, Edipuglia, 2014, pp. 628-632. Chiavoni E., Ippolito A., Ribichini L., Garrone S. 2015, Surveying to understanding and valorizing the urban image: the Isola Sacra Area in Fiumicino, in VII Congreso de Agrimensura, Editorial Obras, La Habana Cuba, pp. 1-12. Ercolino M.G. 2016, “Sulle rovine”, aspetti estetici e questioni conservative, in M. Bellotti, P.F. Caliari (a cura di), Progettare archeologia. Teorie, Questioni, Prospettive, Accademia Adrianea Edizioni, Roma. Chiavoni E. 2017, Drawing as a guide. Observing the Roman seashore, in G. Amoruso (a cura di), Putting Tradition into Practice: Heritage, Place and Design. Proceedings of 5th INTBAU International, Springer International Publishing AG, Svizzera, pp. 342-349. Impiglia C. 2017a, La tenuta di Porto a Fiumicino dai Torlonia agli Sforza Cesarini: archeologia, trasformazioni agro-industriali e valorizzazione del paesaggio, in G. Caneva, C.M. Travaglini, C. Virlouvet (a cura di), Roma, Tevere, litorale. Ricerche tra passato e presente, CROMA – Università Roma Tre – Ècole française de Rome, Roma, pp. 85-92. Impiglia. C 2017b, Il principe Giovanni Torlonia (1873-1938) e la rinascita dell’Agro Romano. Architetture e paesaggi d’acque nella tenuta di Porto a Fiumicino, Ginevra Bentivoglio Editore, Roma. Pola F. 2017, The Trajan’s Harbor Area and the Casale del Marchigiano: Knowledge, Conservation and Valorization. Unpublished Specialization Diploma Dissertation, Sapienza University of Rome. Russo A. 2017, Portus nel parco Archeologico di Ostia Antica, «Portus. Archeologia alle porte di Roma,

194


Forma Urbis», Anno XXI (12). Sebastiani R. 2017, Portus. Un paesaggio per il futuro, «Portus. Archeologia alle porte di Roma, Forma Urbis», Anno XXI (12). Strano G. 2017, Il paesaggio di Portus, «Portus. Archeologia alle porte di Roma, Forma Urbis», Anno XXI (12). Cerutti Fusco A., Chiavoni E., Esposito D., Impiglia C. 2018, Un singolare paesaggio marino come palinsesto storico tra il delta del Tevere e il mar Tirreno: dall’antico Portus Augusti et Traiani all’Oasi di Porto, in A. Aveta, B.G. Marino, R. Amore (a cura di), La Baia di Napoli. Strategie integrate per la conservazione e la fruizione del paesaggio culturale, ArtstudioPaparo, Napoli, pp. 171-176. Chiavoni E. 2018, Metodo integrato di lettura critica del paesaggio fluviale dell’Isola Sacra tra villa Guglielmi e il S. Crocifisso a Fiumicino, in S. Cancellieri (a cura di), La chiesa del S. Crocifisso nell’Isola Sacra a Fiumicino. Restauro del monumento e contesto paesaggistico tiberino, Gangemi Editore, Roma, pp. 145-148. Ercolino M.G. 2018, Roma, archeologia e città, in L. Carlevaris (a cura di), Ricerche | 2013-2018 Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Gangemi Editore, Roma. Esposito D., Pancaldi C. 2018, Nell’abbraccio dei recinti: scavi e configurazione dei margini dell’area archeologica centrale di Roma fra Ottocento e primo Novecento, “Materiali e Strutture”, n.s., VII, 3, pp. 41-62. Picone R., Archeologia e contesto. Il ruolo del restauro, “Materiali e strutture”, 13 (2018). Strano G. 2018, Il parco archeologico naturalistico del Porto di Traiano. Interazioni con gli elementi del paesaggio, «Suplemento de RIPARIA», 1 (2018). Fondazione Portus <https://www.fondazioneportus.it>

195


Il ruolo delle fonti per la conoscenza, la storia e il restauro dell’ex chiesa di Santa Maria del Carmine a Piacenza Anna Còccioli Mastroviti

Anna Còccioli Mastroviti

Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza, Parma.

Abstract The recent restoration of the Gothic church of S. Maria del Carmine in Piacenza, which was promoted by the Municipality of Piacenza and carried out under the oversight of the Archaeology, Fine Arts, and Landscape Superintendence of Parma and Piacenza (arch. Patrizia Baravelli, Cristian Prati), was an opportunity to study and deepen the researches. It allowed the reconstruction of the multiple phases of the construction site, and it completely restored the illusionistic decoration of the apse wall. The stages of the realisation of fresco and sculptural decoration had developed over four centuries and this research issue needs a professional profile that deepens the role of individual artistic personalities, which are also cited in archival documents and payment notes, times and methods of circulation of the models, and the role of client. This paper focuses on the important role of sources for knowledge, on history, protection and restoration of a long-abandoned cultural asset, that proves to be identity heritage of the history of Piacenza. Keywords Piacenza, storia, tutela, architettura, restauro.

Fonti per la storia della chiesa di santa Maria del Carmine Le fonti ci informano infatti che i Carmelitani, documentati in Piacenza dal 1270 circa, avviarono la costruzione dell’attuale chiesa e dell’annesso convento nel 1334 (Fillia, Binello, 1995), su un impianto a tre navate, di cui quella centrale composta da sei campate quadrate, larga il doppio di quelle laterali, tutte voltate a crociera. Questa cronologia non è però condivisa dalla storiografia locale di inizio Novecento, che fissa l’inizio dei lavori al 1305 (Cerri, 1924; Dodi,1935). Il cantiere subì una notevole accelerazione all’epoca del vescovo Pietro da Cocconate, a Piacenza nel 1354, grazie al quale i Carmelitani ottennero cospicui finanziamenti per il completamento della chiesa, avvenuto nel 1371 (Dal Verme, 1828-1829). Pietro Ricorda, vicario generale di Piacenza, vescovo di Sebaste, la consacra il 27 agosto 1525.

196


197


Anna Còccioli Mastroviti Fig. 1 Piacenza, ex chiesa di santa Maria del Carmine, planimetria con le fasi trasformative. Fig. 2 Ex chiesa di santa Maria del Carmine, retrofacciata.

198

Sulla base della ricca documentazione d’archivio – mi riferisco al fondo Conventi e Confraternite soppressi, conservato all’Archivio di Stato di Parma e al manoscritto del carmelitano padre Angelo Maria Vantini, del 1722 – è possibile ricostruire sia la cronologia del cantiere dell’edificio sia le vicende della dedicazione degli altari e dell’arredo plastico e pittorico, promosso dalle principali casate nobiliari della città: Paveri Fontana, Radini Tedeschi, Arcelli, Fontana da Nibbiano. Gli stemmi di queste casate ancora ornano le cappelle della chiesa. I documenti ci informano che inizialmente la chiesa era dotata del solo altare maggiore e di due altari laterali: uno dedicato a S. Apollonia, a ovest dell’abside, l’altro a S. Elena, e che nei secoli successivi furono aggiunti altri sette altari lungo il lato est che costeggia il chiostro: il primo, entrando in chiesa, era dedicato a S. Lucia, il secondo era l’altare della nobile famiglia Bilegni (estinta nella seconda metà del Seicento), il terzo, nella cappella Scotti, era dedicato a S. Francesco, il quarto, presso la cappella della famiglia Arcelli, era l’altare dei SS. Pietro e Paolo apostoli; gli ultimi tre rispettivamente dedicati a S. Daniele, S. Luca, S. Orsola, quest’ultimo “lo fece fare” la nobildonna Orsolina Malaspina Malvicini. L’antico casato dei da Fontana, cui appartenevano i rami dei Paveri e dei Malvicini, investì parecchi denari nell’arredo plastico della chiesa che sorgeva proprio nel quartiere a nord ovest della città, quello dei Fontana, ove questo potente casato possedeva case e torri. Il padre Vantini però non è particolarmente eloquente sulle cappelle del lato ovest della chiesa. Dai documenti d’archivio, sappiamo che nel 1579, il paratico dei falegnami, fabbri e muratori fece erigere sul lato ovest della chiesa, la cappella di San Giuseppe, ove fu collocato l’altare dedicato all’omonimo santo. La cappella, tuttora esistente, adiacente a quella di S. Alberto dei conti Radini Tedeschi, ha impianto poligonale. In quello stesso anno, la visita pastorale di mons. Giovan Battista Castelli (19 luglio 1579), registra lo stato di conservazione della chiesa e delle cappelle. Relazione di grande interesse, dalla quale si evincono non solo lo stato conservativo del monumento, i materiali, la qualità dei singoli altari e dei rispettivi arredi: siano essi pittorici o plastici, ma anche le raccomandazioni impartite, fra le quali l’obbligo di demolire, perché in cattivo stato conservativo, gli altari in legno, fra questi l’altare di S. Caterina, di S. Margherita, di S. Apollonia, di S. Giovanni, di S. Martino. Gli interventi di restauro delle cappelle sarebbero stati a carico delle famiglie che vi avevano eretto l’altare. Il Seicento fu un secolo di importanti lavori nella chiesa, nonostante l’epidemia di peste del 1630 che colpì duramente anche il convento del Carmine, riducendone il numero dei religiosi da 39 a soli 8. Risalgono ai primi anni del Seicento i lavori per l’altare maggiore con l’incarico conferito (1607) ai mastri Giovanni e Francesco Chiodi, cui seguì l’accor-


Fig. 3 Ex chiesa di santa Maria del Carmine, la “volta delle done”, affresco sulla navata centrale, seconda metà secolo XIV. Fig. 4 Ex chiesa di santa Maria del Carmine, decorazione a quadratura della parete absidale, inizio secolo XVIII.

199


Anna Còccioli Mastroviti Fig. 5 Ex chiesa di santa Maria del Carmine, facciata

do (1608) con i mastri Francesco e Lodovico Chiodi per la realizzazione dell’ancora con 24 figure, quindi, nella seconda metà del secolo, ha avvio un nuovo cantiere. Su ordine del priore Leodoro Bassiano, la chiesa fu interamente imbiancata dai Andrea, Carlo e Pietro Patroni, “cominciando dal suolo andando fino alle volte…” con esclusione delle cappelle “dove sono e stucco e pitture”, mentre “cornisoni…colonne e piedestalli non dovranno esser imbiancati, ma bensì, dovranno dargli un colore di pietra”. Sul volgere del Seicento la chiesa del Carmine fu interessata da importanti lavori di ristruttu-

200


Fig. 6 Ex chiesa di santa Maria del Carmine, part. decorazione a stucco prima del restauro. Fig. 7 Ex chiesa di santa Maria del Carmine, una delle statue della navata centrale, dopo il restauro.

razione, registrati nel secondo decennio del Settecento da Carmelitano padre Vantini, ma ricordati anche dalla grande lastra incisa, in marmo nera, posta sulla retrofacciata in asse alla porta principale (le due laterali sono state tamponate) sormontata dagli stemmi in stucco della città di Piacenza, dell’ordine Carmelitano, dei Farnese (figg.1,2). Le varie fasi del cantiere della decorazione, sviluppatasi nel corso di quattro secoli, attendono tuttora un profilo circostanziato che approfondisca il ruolo delle singole personalità artistiche, peraltro registrate nei documenti e nelle note di pagamento, i tempi e i modi della circolazione dei modelli e il ruolo della committenza. Nell’economia di queste pagine e nell’impossibilità di affrontare tutti questi aspetti, mi limito a segnalare il rinvenimento di alcuni straordinarie testimonianze della civiltà figurativa quattrocentesca recuperate nel corso dei lavori: l’affresco tardo trecentesco della “Volta delle done”, come recita la scritta sulla quarta campata della navata centrale, il profilo di un giovane uomo biondo lungo la navata destra, riferibile ad un artista di cultura lombarda del XVI secolo, l’apparato illusionistico (figg.3,4) che orna la parete absidale della chiesa, molto verosimilmente realizzato nell’ambito degli importanti lavori di ristrutturazione che interessarono l’edificio sul volgere del Seicento e nei primi decenni del secolo successivo, registrati dal già citato padre Carmelitano Angelo M. Vantini. Mi riferisco all’erezione della facciata, avvenuta nel 1699 su progetto dell’architetto Giacomo degli Agostini (1642-1720 c.) (Cattadori 1979) (fig.5) già progettista (16891691) della facciata della chiesa dei SS. Nazaro e Celso, su commissione del cardinale Giulio Alberoni. Nel contratto si specificano i materiali (“miarolo e buona calcina di Lodi”) oltre naturalmente i tempi di consegna dei lavori. Materiali solo in parte utilizzati come ci confermale relazioni di sopralluogo del 1709 e 1713 di due periti, Antonio Bazzini e Francesco Seramele, dalle quali apprendiamo che erano stati realizzati in laterizio tutti quegli elementi che da contratto dovevano essere in pietra viva: in particolare i cornicioni, le basi e i capitelli delle colonne ioniche, le cantonate e i piedistalli dei vasi ornamentali e della croce che svettavano sulla sommità del fron-

201


Anna Còccioli Mastroviti Fig. 8 Ex chiesa di santa Maria del Carmine, cappella di san Giuseppe durante i lavori

202

tone. Le relazioni dell’epoca segnalano patologie di degrado in atto che, dalla lettura attuale del palinsesto murario della facciata si evince che non fu in seguito messa a punto alcuna miglioria. Alla decorazione della facciata concorsero stuccatori e plasticatori pavesi e ticinesi. In un primo momento (1704-1705) erano stati incaricati dell’esecuzione delle tre statue della Madonna del Carmine, di S. Alberto e di S. Angelo gli scultori pavesi Siro e Gaetano Zanelli (Parma, Archivio di Stato, Conventi e confraternite, b. Monistero di S. Maria del Carmine +, vol. X, n. 37, “Accordo fatto tra li Rev. Padre Eleodoro Bassiani Carmelitano ed il Sig. Siro Zanelli e suo Sig. figlio Gaetano Zanelli scultori, per la fattura


di tre statue di Maro Cieppo gentile da condursi, e mettersi in opera in Piacenza sulla facciata della chiesa de Padri del Carmine di Piacenza”, 19 set. 1704), incarico però revocato e conferito qualche anno dopo, nel 1709, al più celebre stuccatore di Arosio Francesco Cremona (1675-1712), già noto a Piacenza ove è documentato nei cantieri di S. Savino (1695), di S. Agostino (1706), delle Carmelitane Scalze sullo stradone Farnese (1708) (Longeri, Pighi, 2003). A lui si devono le statue della Vergine, del profeta Elia e di S. Simone Stock patrono dell’Ordine, nel cui contratto, ancora una volta, si dettagliano tempi di esecuzione, materiali e costi. Da questa data si registra un vuoto nella documentazione, fino al 1774 anno in cui il priore Pietro Antonio Ponti commissiona all’imbianchino cremonese Giovanni Genestrini la tinteggiatura della chiesa e di alcuni ambienti conventuali. L’accordo, sottoscritto il 18 marzo 1774, ci informa che erano escluse dall’intervento di imbiancatura tutte quelle parti ove “vi sono pitture o sia in coro o sia per tutta la chiesa” verso le quali si sarebbe dovuta “usare ogni maggior diligenza per ben conservarle”. Questo documento ci conferma la presenza, a quella data, della decorazione della zona absidale della chiesa. Auspicando di potere diffusamente argomentare sul ricco apparato plastico e pittorico della gotica chiesa del Carmine emerso dal restauro, si indicano di seguito le principali fasi dell’intervento. L’intervento di recupero dell’ex chiesa di Santa Maria del Carmine Il lungo stato di abbandono della chiesa aveva favorito l’ingresso di volatili che hanno contribuito al degrado con l’accumulo di guano e depositi organici; a ciò si aggiungano incrostazioni e biodeterioramenti, disgregazione e perdita di materiale in più punti dell’apparato pittorico e plastico che ha provocato, in alcune parti del ricco apparato decorativo, l’interruzione del modellato plastico (fig.6,7). Pertanto, vista la complessità di lettura dell’opera, dovuta all’articolata situazione stratigrafica e alla criticità dello stato di conservazione, è stata eseguita una campagna diagnostica che ha affrontato tutte le problematiche presenti e analizzato i vari materiali e tecniche pittoriche utilizzati nella chiesa. Gli accertamenti analitici e diagnostici hanno infatti evidenziato i meccanismi che hanno innescato il degrado consentendo d’intervenire su di essi con soluzioni più mirate, nel rispetto delle procedure previste. Le analisi, inoltre, non si sono limitate alla fase d’indagine preliminare, ma sono state parte integrante del progetto di restauro. Nell’impossibilità di dettagliare in questa sede le complesse e articolate fasi del cantiere, all’interno del quale hanno operato contemporaneamente più squadre dedicate a interventi edili e strutturali, nonché le maestranze dedicate agli interventi di pulitura e eliminazione dei depositi superficiali, al preconsolidamento di quelle parti di materiale disgregato, al ristabilimento della coesione della pellicola pittorica e degli intonaci, al consolidamento degli stucchi, alle integrazioni cromatiche minime che hanno ridotto il disturbo visivo causato dalla perdita del colore. Il cantiere del Carmine conferma che una approfondita conoscenza dello stato di fatto e delle fasi storiche dell’opera su cui si interviene, costituisce la base dalla quale trarre gli elementi necessari ad una programmazione corretta e adeguata della strategia di manutenzione e/o di restauro. È ormai sempre più condivisa l’opinione che una conoscenza storica e scientifica delle opere si possa raggiungere solo con l’interazione fra più figure professionali che, lavorando in sinergia, come nel caso del cantiere piacentino, apportano conoscenze diverse per la realizzazione di uno studio realmente utile e completo. L’organic collective, il progetto che nasce dal lavoro di un gruppo, è sempre

203


Anna Còccioli Mastroviti

più frequentemente la strategia seguita nel campo della tutela e della valorizzazione, e non solo dell’architettura. La conoscenza delle fonti e le indagine archeologiche propedeutiche allo studio del progetto si sono rivelate indispensabili e, per molti aspetti, determinanti, per un corretto intervento di recupero e restauro dell’ex chiesa di Santa Maria del Carmine, a cominciare dalla documentazione relativa alla costruzione delle cappelle laterali, quella del paratico dei muratori e “maestri da legname”, lungo la navata ovest, eretta nel 1579, e intitolata a san Giuseppe (fig. 8). Nell’atto di commissione si forniscono numerose indicazioni sui materiali e i tempi della costruzione, argomento che potrò affrontare in seguito. Documenti successivi informano del rinnovamento dell’altare e dell’apparato decorativo in stucco realizzato nel 1690-1691. La cospicua documentazione dell’archivio del Carmine ci fornisce inoltre notizie molto importanti sui numerosi interventi intrapresi nel corso del XVII secolo sia sulla chiesa, sia sul convento (quest’ultimo poi parzialmente distrutto). Un materiale documentario di indubbio interesse per quanto attiene all’apparato decorativo mobile, ma anche e soprattutto relativo alla decorazione in stucco nell’ambito della campagna di lavori realizzati dal 1695: a cominciare dalle colonne fasciate in modo da assumere un assetto a pilastro con lesene addossate, alla posa in opera di capitelli e trabeazione in stucco, al ricco apparato plastico affidato a festoni, stemmi e cartigli che tuttora arricchisce le pareti della navata e delle cappelle laterali, elementi decorativi sui quali sono state messe a punto strategie d’intervento dedicate (fig. 9). In questo contesto, determinante è stata l’interdisciplinarietà, che sempre più va configurandosi come una metodologia operativa indispensabile al buon esito del progetto. Ogni azione di tutela richiede infatti un complesso lavoro di lettura del bene, fondata su campagne conoscitive, su ricerche archivistiche e documentarie, sulle necessarie operazioni di rilievo, di studio, di analisi ecc. (Pigozzi, 2010; Doglioni, 1997). Sulla base di questi elementi, a fronte della ricca documentazione d’archivio e bibliografica relativa al monumento sul quale si interviene, la gotica ex chiesa del Carmine, sono state effettuate scelte di metodo e di lavoro, tenendo conto della specificità del cantiere e del bene culturale, del suo stato conservativo e dei dati risultanti dalle stratificazioni storiche. Il recupero dell’edificio, che in età napoleonica con la soppressione dell’ordine dei Carmelitani e del loro stesso convento fu destinato ad usi impropri con la conseguente dispersione di tutti gli arredi e del ricco patrimonio mobile, abbandonato da decenni pur essendo in proprietà al Comune di Piacenza, è stato uno degli obiettivi dell’Amministrazione comunale nell’ambito della valorizzazione di un’area strategica della città, compresa fra la storica piazza Cittadella, sulla quale prospetta il cinquecentesco palazzo Farnese, e la piazza Sandro Casali, delimitata su un lato da una parte del cinquecentesco convento di san Sisto, attuale sede della caserma Nicolai. Fonti Archivio di Stato, Parma Conventi e confraternite, LXXXI, buste varie Monistero di S. Maria del Carmine.

204


Bibliografia Campi P.M. 1651-1652, Dell’historia ecclesiastica di Piacenza, Giuseppe Bazachi, Piacenza Poggiali C. 1757-1766, Memorie storiche della città di Piacenza, Piacenza, per Filippo Giacopazzi, tomo sesto 1758 Dal Verme G. 1828-1829, Compendio della storia di Piacenza, Piacenza, pp. 162-163. Cerri L. 1924, Chiese trecentesche. S.Maria del Carmine, in “Strenna Piacentina”, p. 37. Dodi L. 1935, La Chiesa del Carmine, in “La Strenna dell’anno XIII”, pp. 5-13. Cattadori S. 1979, Degli Agostini Giacomo in Società e cultura nella Piacenza del Settecento, catalogo della mostra, Piacenza, p. 100. Di Giovanni Madruzza M. 1991, La scultura a Milano, a Pavia, e nel Lodigiano, in R. Bossaglia, V. Terraroli (a cura di), Settecento lombardo, catalogo della mostra, Electa, Milano, p. 322. Fillia M., Binello C. 1995, Pietro da Ripalta: Chronica Placentina nella trascrizione di Jacopo Mori, Piacenza Doglioni F. 1997, Stratigrafia e restauro: tra conoscenza e conservazione dell’architettura, Trieste Fiori G. 1998, I Chiodi e la scultura lignea a Piacenza tra ‘500 e ‘600, in “Strenna Piacentina”, pp. 69-73. Longeri C. 1999, La scultura a Piacenza tra Maniera e Barocco, in Storia di Piacenza. Dai Farnese ai Borbone, vol. IV, tomo I, Tipleco, Piacenza, pp. 523-592. Longeri C. 2000, La scultura a Piacenza dal tardobarocco al neoclassico, in Storia di Piacenza dai Farnese ai Borbone 1545-1802, vol. IV, tomo II, Tipleco, Piacenza, pp. 1147-1226. Longeri C., Pighi S. 2005, La chiesa e il convento delle Teresiane a Piacenza, in V. Anelli (a cura di), Cose piacentine d’arte offerte a Ferdinando Arisi,Tipleco, Piacenza, pp. 119-166. Pigozzi M. 2010, Ricerca umanistica e diagnostica per il restauro, Tipelco, Piacenza. Gardi E., Rossi G. 2015, Santa Maria del Carmine. Il tempio delle memorie dimenticate, TEP, Piacenza. Cantiere Carmine. La storia, il restauro, il futuro, Piacenza, 2019 Còccioli Mastroviti A. 2019, Una “decorazione bibienesca” riscoperta nella chiesa di S. Maria del Carmine: con qualche osservazione sul quadraturismo a Piacenza nel primo Settecento, in Cantiere Carmine. La storia, il restauro, il futuro, Piacenza.


‘Realtà poetica o realtà oggettiva’: il recupero dei sassi di Matera Daniela Concas

Daniela Concas

Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Abstract Since its origins, Photography has been an important aid for the study, the documentation and the knowledge of cultural heritage as a premise for its correct conservation. The photographs by Augusto Viggiano (1938-2020) took in the first half of the Seventies in the Twentieth century at the end of the ‘emptying’ that took place from the Fifties of the same century and kept in the ICCD archives will highlight what has changed in the rocky landscape of the Sassi of Matera due to the works of the last few years. The theme ‘poetic reality or objective reality’ in the recovery of the Sassi of Matera shouldn’t make us forget that the works (often due to the functional adjustments required by the legislation) should still preserve the historical, artistic and architectural values of the cultural heritage and guarantee respect of the inherited landscape features, to answer to the needs of contemporary living as only use safeguards historic building. Keywords Sassi, Matera, architettura, paesaggio, fotografia

Introduzione L’invenzione dell’immagine fotografica sintetizza meglio di ogni altra cosa il senso e il cammino della cultura occidentale in quanto noi fondiamo una parte fondamentale del nostro sapere sulle immagini; è qualcosa da cui non possiamo separarci, tanto che, se improvvisamente dovessimo fare a meno del mezzo fotografico e delle fotografie che abbiamo accumulato nella nostra vita, vivremmo una sorta di perdita della memoria (Mormorio, 1997). Infatti fin dalle sue origini la Fotografia nell’ambito della conservazione ha rappresentato un utile ausilio per lo studio, la conoscenza e la documentazione degli interventi all’inizio dei singoli monumenti e con il passare degli anni dell’architettura storica in genere. In molti casi, inoltre, le immagini fotografiche sono le uniche testimonianze pervenuteci degli edifici andati distrutti, totalmente o parzialmente, a causa di eventi catastrofici naturali o antropici. La Fotografia è ritenuta uno strumento in grado di documentare non solo in modo obiettivo e oggettivo sia avvenimenti sia beni, ma anche il mezzo per riuscire a preservare almeno l’aspetto del patrimonio culturale dalle problematiche di degrado del tempo o dalla mano distruttrice dell’uomo (Nadalin, 2017). Già Charles Baudelaire affermava nel 1859 che la Fotografia doveva salvare “dall’oblio le rovine pericolanti, i libri, le stampe e i manoscritti

206


Fig. 1 Sasso Caveoso (foto Augusto Viggiano 1970-75 su autorizzazione dell’ICCD del MiBACT – Gabinetto Fotografico Nazionale, Fondo Viggiano, M011039).

che il tempo divora, le cose preziose la cui forma va scomparendo e che esigono un posto negli archivi della memoria” (Baudelaire, 1859 citato in Cavanna, 1991, p. 45). Nel campo del restauro modernamente inteso E.E. Viollet-le-Duc nella voce Restauro del suo Dizionario ragionato dell’Architettura francese dall’XI al XVI secolo, scritto tra il 1854 e il 1868, considera la Fotografia una valida tecnica per individuare sul monumento gli elementi che non si percepiscono a occhio nudo, grazie alla quale l’architetto potrà intervenire successivamente in modo più scrupoloso per ottenere l’unità stilistica (1854-1868, p. 33). Parimenti John Ruskin si avvale della Fotografia nei suoi studi sull’architettura storica per il valore di strumento e di dimostrazione nel processo visuale e ottico d’indagine ed esaltazione del vero (Harvey, 1985). Mentre Pietro Selvatico Estense asserisce che il beneficio maggiore che la fotografia porterà all’arte, quello sarà (e già comincia) di rendere inutili i tanti riproduttori materiali della natura, vale a dire i fabbricatori di vedutine e di ritrattini. Così essa verrà risparmiando alla società una miriade di mediocri che l’assediavano; e rialzerà nel concetto di questa, l’arte propriamente tale, l’arte cioè che si giova della verità per manifestare un’idea grande, e s’innalza a quella poesia di concetti ch’è seggio del vero artista, non del servile imitatore della natura […] La fotografia potrà fornire le esatte apparenze della forma, ma non sprigionare dall’intelletto l’idea; deve ogni paura esser quieta, che non verrà danno nessuno all’arte vera e grande per tale mirabile invenzione, anzi invece soccorso grandissimo (1859 citato in Canali, 1999, pp. 267-268).

Ma sarà Camillo Boito che per primo le darà un ruolo centrale nel testimoniare le diverse fasi degli interventi di restauro sui monumenti: ante operam, stati di avanza-

207


Daniela Concas

mento e post operam, raccolta d’immagini da depositare con relativa documentazione tecnica presso il monumento stesso e presso l’organo di tutela competente (Documento III Congresso degli ingegneri e architetti, 1883). Da qui poi si svilupperà l’idea degli archivi fotografici per “conservare una memoria sicura dei tesori che una sventura improvvisa ci può per sempre rapire” (Toesca, 1904 citato in Costantini, 1990, p. 59). Infatti a Milano alla fine degli anni Novanta dell’Ottocento, Camillo Boito, presidente dell’Accademia di Belle Arti, insieme a Corrado Ricci, direttore della Pinacoteca di Brera, e Giuseppe Fumagalli, direttore della Biblioteca Nazionale, si attiverà per la costituzione dell’Archivio Fotografico Lombardo, che nel 1892 confluirà nel Gabinetto Fotografico della Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti nell’ambito del Ministero della Pubblica Istruzione (Nadalin, 2018, p. 81; Nadalin, 2019, p. 886). Da questo momento in poi la documentazione fotografica si afferma come mezzo indispensabile per la tutela del patrimonio italiano riallacciandosi alle esigenze d’inventario e di catalogazione. Il recupero dei Sassi di Matera I Sassi di Matera sono stati da sempre i protagonisti di tanti artisti (letterati, fotografi, registi, ecc.) in quanto qui il genius loci (insieme delle caratteristiche naturali, architettoniche, sociali e culturali) trova una sua espressione aulica di grande empatia (Norberg-Schulz, 1979). Infatti, molti fotografi hanno ripreso questo paesaggio straordinario per esaltarne l’identità e celebrarla. In particolare per esporre le seguenti brevi riflessioni sul recupero dei Sassi, avvenuto in questi ultimi anni a seguito della nomina di Matera a Capitale Europea della Cultura, si propone il confronto tra le fotografie di Augusto Viggiano (1938-2020) conservate negli archivi dell’ICCD e l’esito degli interventi effettuati (Nadalin, 2019; Nadalin, in stampa). Le immagini di Viggiano permettono di evidenziare cosa è cambiato in questo paesaggio rupestre, rispetto a quelle degli altri fotografi, perché sono state scattate nella prima metà degli anni Settanta del Novecento a conclusione dello ‘svuotamento’, iniziato dal 1950, e perché rappresentano un corpus unico spazio-temporale (Concas, in stampa). Il costruito nei Sassi è stato raramente un’operazione unitaria, essendo composto da aggiunte, rimaneggiamenti e ampliamenti nel tempo che vanno a influire su questo straordinario contesto paesaggistico (figg. 1-2). Esso è il risultato di una sommatoria di fasi di trasformazione dovuta a fattori funzionali che ne hanno determinato il paesaggio rupestre che osserviamo nelle fotografie di Viggiano. Per esempio la copertura dei Grabiglioni (i torrenti dei due Rioni che fungevano da canali di scolo delle acque piovane e reflue e che confluivano nel torrente Gravina), realizzata nel 1934 per ottenere dei nuovi percorsi pedonali e carrabili, oggi appare sostanzialmente uguale. Oppure le costruzioni addizionali poste su ballatoi, tetti o terrazze per ottenere nuovi ambienti di servizio e ovviare al sovraffollamento d’inizio Novecento sono evidenti negli scatti di Viaggiano, mentre oggi non sono più presenti e l’edificio appare nel suo stato originario. Viggiano riprende i Sassi subito dopo la conclusione del loro ‘svuotamento’ e in un periodo in cui non esisteva una logica di conservazione per questo patrimonio considerato all’epoca solo edilizio, ossia privo di alcun valore (né storico, artistico, architettonico, paesaggistico né culturale). Bisognerà passare dalla fase di abbandono a quella di sensibilizzazione che ci ha aiutato a percepire questi luoghi diversamente facendoci riscoprire il senso d’identità e di appartenenza prima di vedere gli interventi di recu-

208


Fig. 2 Sasso Caveoso (Foto: Roberto Nadalin 2019).

pero nei Rioni Barisano e Caveoso favoriti dalla Legge n. 771 Conservazione e recupero dei rioni Sassi di Matera dell’11.11.1986. Il riconoscimento del valore culturale dei Sassi ha portato a operare su questo ‘patrimonio culturale, edilizio storico ed estraniato’ secondo due modalità differenti: la prima, valutandolo patrimonio edilizio storico ma alla stregua di quello esistente, mediante interventi consistenti (manutenzione, trasformazione, sostituzione, rinnovamento, ripristino e raramente recupero) per renderlo idoneo alle necessità del nostro tempo per ragioni economiche e d’uso; la seconda, considerandolo patrimonio estraniato, attraverso operazioni di vero e proprio restauro congiunte all’attribuzione di nuove funzioni compatibili per motivi culturali e scientifici, ossia la cosiddetta conservazione integrata (Carta Europea del Patrimonio Architettonico, Amsterdam 1975, p.to 7; Convenzione per la salvaguardia del patrimonio architettonico dell’Europa, Granada 1985, p.to 11). Così oltre al ritorno di alcuni abitanti nelle loro case sono prevalse nella rifunzionalizzazione le destinazioni d’uso turistico-ricettive e culturali quindi sia Bed&Breakfast, bar, ristoranti, ecc. sia sale espositive, sedi di fondazioni, di circoli e di associazioni, ecc. Tutto ciò sicuramente ha contribuito a conservare gli ambienti rupestri e rivitalizzare la scena culturale materana e la vita diurna e soprattutto notturna. Inoltre molti edifici religiosi, come per esempio Santa Maria dell’Idris e San Pietro Barisano, sono stati restaurati permettendone la riapertura al culto e la loro fruibilità per i turisti. Le fotografie di Viggiano testimoniano l’unitarietà dell’ambito urbano dei due Rioni Barisano e Caveoso, oltre la cultura costruttiva trasmessa nel corso dei secoli dalle maestranze locali, spesso gli stessi abitanti. In queste immagini ritroviamo un’ampia catalogazione del costruito e i minimi dettagli di un’architettura rupestre che doveva risultare prima di tutto funzionale: le abitazioni a corte e a ballatoio, le chiese, ecc., le aperture per il passaggio della luce agli ambienti interni e per il ricambio dell’aria naturale, i sistemi dei canali di scolo delle acque piovane e le vasche di raccolta, gli abbeveratoi per gli animali, ecc. Grazie agli scorci del fotografo materano si comprendono anche l’organizzazione urbana dei Sassi con gli spazi privati (vicinati) e quelli pubblici (piazze) e con i collegamenti orizzontali e verticali, che nelle tracce della loro usura

209


Daniela Concas Fig. 3 Sasso Caveoso (Foto: Roberto Nadalin 2019).

210

permettono di seguire gli itinerari della vita quotidiana dei contadini. Pertanto rappresentano una documentazione fondamentale per comprendere lo stato di questi luoghi in un preciso momento storico, del loro degrado e del loro nuovo connubio con la natura che in breve si è riappropriata dei suoi spazi. Entrando nel dettaglio dei contesti edilizi si nota subito che oggi è avvenuta un’alterazione macroscopica di alcuni caratteri costruttivi. Per esempio molte bucature sono state allargate per rispondere ai requisiti igienico-sanitari richiesti dalla normativa (dimensionamenti in base ai rapporti aero-illuminanti); alcune porte sono state trasformate in finestre e viceversa; molti sopraluce sono stati chiusi e sono state realizzate tante nuove aperture a causa della variazione della distribuzione interna nel riuso degli ambienti. Inoltre spesso sono stati aggiunti degli abbaini che contribuiscono ad alterare in modo significativo lo skyline dei tetti e la percezione dell’insieme del paesaggio dei Sassi. Anche i davanzali modanati, gli stipiti e gli architravi sono stati modificati o sostituiti con elementi in contrasto con quelli tipici della tradizione locale e sono stati inseriti infissi dalle più variate fogge, materiali e colori. In alcuni edifici si riscontra la radicale modificazione della tradizionale tipologia a padiglione o a due falde inclinate delle coperture che sono state sostituite dalle terrazze ‘preferite’ per la destinazione d’uso ricettiva. Questa funzione ha naturalmente comportato di conseguenza un largo uso e abuso di gazebo, ombrelloni e tende che, pur essendo strutture rimovibili, hanno sicuramente un impatto invasivo e inadeguato per un paesaggio rupestre (fig. 3). In altri edifici l’orditura del tetto è stata riproposta ruotata di 90° con il manto di copertura nel migliore dei casi con i coppi di recupero e nel peggiore dei casi con tegole nuove oppure la terminazione a timpano scalettato della facciata è stata rialzata o regolarizzata in piana. Invece le nuove murature a sacco sono state realizzate con paramenti in conci squadrati di calcarenite e riempimento in calcestruzzo, tecnica costruttiva solo in apparenza simile a quella tradizionale, e parimenti le lacune murarie reintegrate con conci squadrati che pur mantenendone il profilo entrano in contrasto con la morbidezza dell’alveolizzazione, degrado tipico di questo materiale. Inoltre spesso le murature


Fig. 4 Palazzo del Casale nel Sasso Barisano (Foto: Roberto Nadalin 2019).

sono state protette da intonaci con tinteggiature che vanno dalle tonalità del bianco, al giallo e fino al rosa denotando più una scelta di gusto personale che una valutazione basata sulla lettura del contesto urbano. Infine generalmente i piccoli portali d’ingresso al piano superiore posti all’inizio del ballatoio sono stati spesso demoliti, i parapetti delle scale ricostruiti e inseriti nuovi cancelli per delimitare gli spazi privati, in qualche caso però avanzati rispetto alla posizione originaria. Al contrario però bisogna sottolineare alcuni interventi di pregio come quelli al Palazzo del Casale, ora sede della Fondazione Matera Basilicata 2019, dove tra l’altro sono state riaperte tutte le logge e le finestre in accordo con la tipologia dell’edificio (fig. 4). Oppure in molti edifici le cornici e gli elementi decorativi, realizzati con materiali più resistenti, sono stati conservati nella compagine dei prospetti e i balconi reintegrati nelle parti mancanti come al Palazzo Pomarici, che oggi ospita il Museo della Scultura Contemporanea Matera (MuSMa, fig. 5). Naturalmente alcuni edifici, non ancora oggetto d’interventi, risultano in uno lo stato di degrado più avanzato rispetto a quello che si rileva nelle fotografie di Viggiano. Il confronto tra la situazione attuale e le immagini di Viggiano evidenzia che il recupero dei Sassi è soprattutto una questione paesaggistica. Purtroppo bisogna rimarcare che spesso non è stata considerata la relazione con il contesto urbano limitrofo, il corso principale del Piano di Matera, la Gravina, la visione d’insieme dall’altopiano delle Murge, ecc. Infatti il rialzamento di volumetrie non più esistenti a causa di crolli a volte sono state effettuate come scelte importanti per le relazioni urbane e paesaggistiche, altre volte come risoluzioni puntuali superflue senza valutazioni globali. Il paesaggio ereditato è appunto formato anche da grandi assenze come qui il Palazzo Dubla in piazza San Pietro Caveoso abbattuto per agevolare il traffico automobilistico. Al contrario si notano anche l’abbassamento di un piano di alcuni edifici o addirittura la demolizione completa, dettata da una futura ricostruzione, che genera momentaneamente nuovi ‘vuoti’ che saranno ricolmati con imitazioni per ridare congruità al contesto urbano. Inoltre i percorsi pedonali (in origine formatisi seguendo il sistema dei canali di scorrimento delle acque) sono stati potenziati tramite l’inserimento

211


Daniela Concas Fig. 5 Palazzo Pomarici nel Sasso Caveoso (Foto: Roberto Nadalin 2019).

212

di nuove scale. Per di più non sono più percepibili le tracce dei varchi dei ponticelli e delle passerelle che superavano i Grabiglioni. Infine la messa in sicurezza dei camminamenti con nuove pavimentazioni, raccordi, parapetti e ringhiere da semplice problema normativo diventa rilevante questione al contempo tecnica ed estetica. Innanzitutto i selciati tradizionali in scapoli di calcaree sbozzato incassati nel terreno, che facilitavano l’assorbimento della pioggia e grazie alla naturale accidentalità evitavano le cadute delle persone, sono stati sostituiti da lastricati in scapoli o in lastre in calcarenite dalla lavorazione superficiale liscia collocati su alti massetti in calcestruzzo che favoriscono lo scivolamento, l’accelerazione del decorso dell’acqua e la formazione di torrentelli. Poi alcune scale sono state ‘migliorate’ con raccordi curvilinei rispetto alle tradizionali terminazioni lineari e per adeguamenti normativi sono state inserite ringhiere metalliche e rialzati i parapetti esistenti in muratura conformandoli a coronamento lineare o scalettato piuttosto della tradizionale ‘schiena d’asino’ (fig. 6). Invece la ricostituzione di alcuni giardini pensili risulta sicuramente una nota interessante in quanto ripristina una caratteristica per realizzare il verde urbano tipica del paesaggio dei Sassi. Dal parallelo passato-presente si constatano evidenti inserimenti tecnologici negli edifici destinati oggi ad attività turistico-ricettive, mentre piccoli aggiustamenti in quelli residenziali. Il pluviale è l’elemento modificato che maggiormente emerge; infatti oltre alla sua trasformazione nella conformazione e nel materiale risulta spesso cambiato di posizione e soprattutto cresciuto nel numero con il risultato di ottenere un prospetto pieno di discendenti esteticamente preminenti rispetto al fondo (fig. 7). Inoltre si nota un incremento delle canne fumarie dovuto alle nuove destinazioni ricettive mentre in quelle abitative sono state integrate in facciata in piccoli vani tecnici esterni, oltre delle parabole satellitari la cui presenza ha però diminuito quella delle antenne per la ricezione tv. Al contrario le nuove linee delle reti tecnologiche sono state razionalizzate a differenza delle precedenti collocate per singoli aggiustamenti. Infine le necessità legate allo sviluppo turistico-ricettivo hanno portato alla proliferazione, prevalentemente di grande impatto visivo, di nuovi arredi urbani dalla conformazione contemporanea in acciaio oppure viceversa in arte povera


Fig. 6 Sasso Caveoso (Foto: Daniela Concas 2019).

lignea. In particolare le delimitazioni con fioriere o recinzioni in muratura, che a loro volta si trasformano in sedute per i turisti spossati, hanno alterato gli ambiti privati a uso semipubblico (vicinati) e quelli propriamente pubblici andando a snaturarli nel loro utilizzo tradizionale e a limitarli nella fruibilità e nella godibilità del bene stesso. Infatti a volte sono stati fusi non facendone più comprendere i limiti urbani, altre volte separati a scapito però della fruibilità pubblica e altre volte ancora interi vicinati sono stati chiusi modificandoli in ambiti di pertinenza esclusiva di un servizio privato (locali o B&B). Conclusioni La fotografia quale “specchio fedele delle cose” (Mormorio, 1996, p. 27) si rivela mezzo di riproduzione oggettivo e imparziale adoperabile nella ripresa dei monumenti, delle architetture e delle opere d’arte in genere e strumento indispensabile per la loro conoscenza come premessa indispensabile per una corretta conservazione. Così la singola immagine, non più solo ricordo di un tempo concluso, diventa documento storico e fonte d’archivio per lo studioso perché il passato ci dimostra qualcosa del nostro presente attraverso la Fotografia che diventa custode della nostra memoria. Essa conserva il passato e nello stesso tempo lo ricrea. Inoltre le fotografie storiche ci aiutano a comprendere che la dimensione temporale di una immagine è variabile nel tempo e si discosta, a volte, anche dalle intenzione stesse del suo autore. A distanza di anni ogni osservatore può scoprire in una foto nuovi dettagli, significati e valori a causa di una diversa cultura del vedere e a causa di una propensione dell’uomo, evolutasi nel tempo, ad analizzare sempre più i beni secondo i propri interessi. Così alcuni aspetti non ci colpiranno perché in alcuni casi non li sapremo più riconoscere, altri invece richiameranno la nostra attenzione, anche involontariamente, perché siamo attratti da qualcosa nello specifico. Infatti, anche le immagini di Viggiano, effettuate all’epoca con la volontà di documentare lo stato di abbandono dei Sassi, esaminate accuratamente con un altro sguardo hanno portato a una nuova interpretazione diventando un importante documento di un tempo passato e un fondamentale mezzo di confronto per effettuare le analisi sopra esposte.

213


Daniela Concas Fig. 7 Sasso Barisano (Foto: Roberto Nadalin 2019).

214

Il tema ‘realtà poetica o realtà oggettiva’ nel recupero dei Sassi di Matera non dovrebbe farci dimenticare che gli interventi (spesso dovuti agli adeguamenti funzionali richiesti dalla normativa) dovrebbero comunque preservare i valori storici, artistici e architettonici propri del patrimonio culturale e garantire il rispetto dei caratteri paesaggistici ereditati, pur nella costante necessità di rispondere alle esigenze del vivere contemporaneo in quanto solo l’utilizzo salvaguardia il bene. I Sassi di Matera rientrano nella definizione specifica di ‘patrimonio culturale, edilizio storico ed estraniato’ che comprende al suo interno più significati: ‘culturale’ in quanto espressione dell’identità di una popolazione e sua memoria materiale avente valore di civiltà (D. LGS. 42/2004, art. 2, c. 1 e 2 e artt. 10 e 11); ‘edilizio storico’ in quanto edifici testimonianza dell’attività umana e formatisi nel corso dei secolari processi di trasformazione di un tessuto urbano nei quali s’indentificano particolari valori storici, artistici, architettonici e paesaggistici; e infine ‘estraniato’ in quanto oggi avulso dalla realtà storica in cui è stato concepito. Questo riconoscimento dovrebbe pertanto sempre portare a un approccio metodologico di tipo conservativo negli interventi di conservazione integrata affinché i Sassi possano essere tramandati alle generazioni future (Carta Europea del Patrimonio Architettonico, Amsterdam 1975, p.to 7; Convenzione per la salvaguardia del patrimonio architettonico dell’Europa, Granada 1985, p.to 11). Inoltre le operazioni tecniche dovrebbero consentire una loro lettura diacritica volta comunque a ricomporre l’immagine dei Sassi senza snaturarli (Carta italiana del restauro, 1972, art. 4). Pertanto un po’ più di attenzione nella qualità degli interventi (rispetto dei caratteri costruttivi, scelta dei materiali, inserimento degli impianti tecnologici, ecc.) porterà a una conservazione più sensibile e consapevole della preziosa povertà dei Sassi in quanto rappresentano una unità di componenti che concorrono insieme a formare la loro immagine iconica che tutti amiamo (Concas, 2014; Concas, 2016; Concas, 2018). Grazie alle fotografie di Augusto Viggiano abbiamo avuto informazioni importanti e testimonianze uniche anche in relazione al senso dell’identità culturale e alla comprensione dei luoghi. Ci auguriamo che per gli interventi futuri saranno tenute presenti dai tecnici che si cimenteranno negli interventi in questi due Rioni nei prossimi anni.


Bibliografia Baudelaire C. 1859, Invettiva pronunciata al Salon parigino del 1859, in Cavanna P. 1991, Per l’archivio fotografico e audiovisivo, «L’impegno», n. 3, pp. 41-48. Concas D. 2014, Good practices for the improvement of the historic buildings technological equipment, in Atti del Convegno Internazionale “Historical buildings: designing the retrofit. An overview from energy performances to indooor air quality”, (Roma, 26-28.02.2014), AICARR, Milano, pp. 925938. Concas D. 2016, Tra tempo passato e tempo presente. Il progetto di conservazione, in P. Posocco, M. Raitano (a cura di), La seconda vita degli edifici. Riflessioni e progetti, Quodlibet “DiAP Print/Teorie”, Macerata, pp. 97-106. Concas D. 2018, L’inserimento di elementi tecnologici in contesti storici, in Id. (a cura di), Conservazione vs innovazione. L’inserimento di elementi tecnologici in contesti storici, il Prato, Padova, pp. 15-20. Concas D. (in stampa), Il paesaggio ritrovato. Riflessioni sugli interventi nei Sassi, in R. Nadalin, I Sassi di Matera ieri e oggi: le fotografie del Fondo Viggiano a confronto con quelle attuali, Edifrafema, Matera, pp. 47-63. Harvey M. 1985, Ruskin and Photography, «The Oxford Art Journal», n. 2, pp. 25-33. Mormorio D. 1996, Storia della fotografia, TEN, Roma. Mormorio D. 1997, Un’altra lontananza. L’Occidente e il rifugio della fotografia, Sellerio, Palermo. Nadalin R. 2017, Riflessioni sul ruolo della fotografia per la documentazione e catalogazione del patrimonio culturale e del paesaggio, in M. Palma Crespo, M.L. Gutiérrez Carrillo, R. Garcia Quesada (a cura di), ReUSO Granada 2017. Sobre una arquitectura hecha de tiempo, voll. 3, Editorial Universidad de Granada, Granada, vol. 1, pp. 205-212. Nadalin R. 2018, L’archivio fotografico della Pontificia Commissione di Archeologia sacra, in O. Niglio, M. De Donà (a cura di), Arte, Diritto e Storia. La valorizzazione del patrimonio culturale, Aracne, Canterano (RM), pp. 76-98. Nadalin R. 2019, La fotografia documento delle trasformazioni del paesaggio dei Sassi di Matera: il Fondo Viggiano dell’ICCD, in A. Conte, A. Guida (a cura di), Patrimonio in divenire. Conoscere, valorizzare, abitare, Gangemi Editore International, Roma, pp. 885-896. Nadalin R. (in stampa), I Sassi di Matera ieri e oggi: le fotografie del Fondo Viggiano a confronto con quelle attuali, Edifrafema, Matera. Norberg-Schulz C. 1979, Genius Loci. Paesaggio, ambiente, architettura, Electa, Milano. Selvatico Estense P. 1859, Sui vantaggi che la fotografia può portare all’arte, in Canali F. 1999, Fotografia d’arte e fotografia artistica nei giudizi di Corrado Ricci e dei contemporanei, in N. Bombardini, P. Novara, S. Tramonti (a cura di), Corrado Ricci. Nuovi studi e documenti, Società di Studi Ravennati, Ravenna, pp. 267-268. Toesca P. 1904, L’ Ufficio fotografico del Ministero della pubblica istruzione, in Costantini P. 1990, «La Fotografia Artistica» 1904-1917, Bollati Boringhieri, Torino. Voce Restauration 1866, in Viollet-le-Duc 1854-1868, Dictionnaire raisonné de l’Architecture francaise du XI° au XVI° siecle, voll. 10, Réédition à l’identique de l’édition Bance-Morel 1997, Aubin Imprimeur, Poitiers, vol. 8, pp. 14-34.

215


Il sistema cava-concimaia nella Fossa della Garofala a Palermo Rossella Corrao

Dipartimento di Architettura, Università di Palermo.

Calogero Vinci

Rossella Corrao Calogero Vinci

Dipartimento di Architettura, Università di Palermo.

Abstract During the 60s and 70s of the 20th century, the widespread construction of new buildings in the agricultural areas around the city centre of Palermo have changed the original landscape. A rare exception is represented by an area called Fossa della Garofala; in this place the topic of “stratification” creates a connection between the geological history and the most recent anthropogenic interventions. Here, one of the places of greatest interest where the signs of a very distant past and a very recent past gather and the epigeal and hypogeal dimensions are put in an immediate relationship is certainly the original system consisting of a quarry and a so called concimaia. If on one hand, the complex of the concimaia in particular of its underground parts has been preserved thanks to the difficulties to access that prevented its vandalization, on the other hand, this partial inaccessibility limited the possibility of maintenance and verification of its static conditions, functional to the use. The study of the underground cavity-concimaia system presented in this paper has been aimed at identifying potential risks for its safety, also with a view to its possible use by citizens. Keywords Underground heritage, iron construction, Palermo

La Fossa della Garofala: un’incisione fossile Se ancora in un passato recente il riconoscimento di caratteri di monumentalità in opere di grande pregio, sia da parte del sentire comune che delle Istituzioni, non sempre è riuscito a preservarle dal degrado o dalla distruzione, a maggior ragione sono stati spesso trascurati, dimenticati e perduti edifici, architetture e in alcuni casi interi centri storici o brani di territorio periurbani che - per le dimensioni modeste, la localizzazione, per il venir meno delle funzioni e dei presupposti per i quali erano stati pensati, realizzati e tramandati fino ai nostri giorni - non sono stati considerati un patrimonio da tutelare. In questo panorama, che ha visto nel corso degli anni ’60 e ’70 del XX secolo la sistematica saturazione delle aree agricole prossime alla città, una rara eccezione è rappresentata dall’incisione costituita dall’alveo del torrente Kemonia, la cosiddetta Fossa

216


Fig. 1 Il sistema spazi ipogeiconcimaia nella Fossa della Garofala a Palermo.

della Garofala, a sud ovest delle antiche mura di Palermo ed attualmente delimitata a Nord-Ovest da Corso Pisani, l’antica strada per Monreale, a Sud-Est dalla cittadella universitaria, a Sud-Ovest da viale Regione Siciliana. In questo luogo privilegiato, il tema della stratificazione assume una concretezza tangibile, richiamando sia la dimensione più remota della storia geologica della Piana di Palermo, sia quella più recente degli interventi antropici che hanno, più intensamente a partire dai primi anni del XIX secolo, sapientemente trasformato il paesaggio naturale. La storia di Palermo, Πανoρμος, la città “tutta porto”, come quasi sempre accade per gli insediamenti urbani, è strettamente correlata alla presenza dell’acqua ed alla disponibilità di materiali adatti per la costruzione. Spesso, infatti, l’attività estrattiva, sia a cie-

217


Rossella Corrao Calogero Vinci

218

lo aperto che ipogea, ha trasformato, soprattutto nei momenti di maggiore espansione urbana, vaste aree che in passato si trovavano all’esterno delle mura. D’altra parte, le acque, affioranti sotto forma di sorgenti o che scorrevano in superficie in piccoli fiumi e torrenti, hanno determinato l’orografia del suolo, prima attraverso la loro azione diretta e poi in relazione all’operato dell’uomo che, a partire dal X secolo, ha profondamente trasformato il territorio sia con interventi di protezione idraulica che hanno deviato i corsi dei torrenti, sia per ottimizzare la captazione ed il trasporto di questa fondamentale risorsa anche attraverso opere ipogee ed epigee di ingegneria di notevole interesse. Il primo nucleo della Palermo murata si trovava infatti fisicamente limitato tra due corsi d’acqua, il Kemonia ad ovest ed il Papireto ad est, che con i loro alvei e le sorgenti hanno profondamente influito sullo sviluppo della città. La memoria di questi torrenti, il cui percorso, soprattutto in ambito urbano, è stato più volte deviato nel corso dei secoli, è stata cancellata definitivamente dalle opere eseguite per il livellamento stradale degli assi viari principali e dall’incauta prassi della tombatura degli alvei che li ha sottratti alla vista e alla memoria. In tal senso, l’area della Fossa della Garofala, parte superstite del tratto intermedio del torrente Kemonia, può essere considerata quasi una testimonianza fossile: è infatti uno dei rari casi in cui risulta ancora leggibile la storia geologica del luogo attraverso i segni della rete idrografica che ha modellato in superficie la copertura calcarenitica della Piana di Palermo. Una storia che, a partire dalle vicende tettoniche e climatiche del Pleistocene Medio, è scritta attraverso i segni dell’ultima glaciazione, durante la quale si è verificato il massimo abbassamento del livello del mare; ciò ha provocato importanti processi di erosione ed il conseguente l’approfondimento dell’alveo del Kemonia. Questo luogo racconta anche delle trasformazioni antropiche intervenute in tempi più o meno recenti: già nel X sec. d.C., durante la dominazione islamica, il geografo Ibn Hawqal riporta che il Kemonia, ovvero Torrente d’inverno o del Maltempo, attraverso la Fossa della Garofala, entrava in città dalla attuale Via Porta di Castro, causando in occasione delle piene frequenti distruzioni e numerose vittime. Solo a partire dalla metà del XVI secolo furono avviati diversi interventi di protezione della città che portarono alla deviazione del Kemonia attraverso un sistema canali e di fossati. A seguito di questi interventi l’alveo del Kemonia, prosciugatosi, venne ricolmato nella parte corrispondente all’attuale Fossa della Garofala con detriti e terreno vegetale al fine di consentire la coltivazione degli agrumi. Da questo momento, oltre alle trasformazioni derivanti dall’attività agricola, il banco calcarenitico della Fossa è stato intensamente scavato e coltivato per estrarre materiali da costruzione e per la captazione delle risorse idriche; nel corso del tempo, come spesso accade, le cavità sono state adattate a funzioni diverse: semplici ripari, stalle, cisterne, fino ad arrivare a trasformazioni più complesse – spesso non del tutto decodificabili, che vanno oltre l’aspetto puramente funzionale. In quest’area sono presenti numerose cave in galleria ed a cielo aperto ed un complesso sistema di gestione e distribuzione delle acque che, come permanenza delle antiche opere idrauliche per l’irrigazione, in parte ancora in esercizio, comprendono oltre alla rete superficiale, un qanat. I qanat, a differenza degli acquedotti, possono essere considerate sia opere di captazione che di trasporto delle acque. Negli ultimi anni, un rinnovato interesse nei confronti della costruzione ipogea ha consentito di individua-


re assonanze ed elementi di originalità di molti manufatti conosciuti, o scoperti solo di recente, e di inquadrarli in un ambito geografico, culturale e temporale più vasto. Un contributo di fondamentale importanza è stato certamente fornito da alcune recenti traduzioni ed edizioni di antichi testi e trattati arabi e persiani finora inaccessibili a causa delle barriere linguistiche; si cita per tutte l’edizione di Ferriello (2006) del trattato tecnico-scientifico di Karaji “L’estrazione delle acque nascoste” che ha permesso la diffusione e la conoscenza del testo del matematico-ingegnere persiano vissuto intorno all’anno mille. Come sottolineato dall’autrice, il trattato dimostra come, già intorno al Mille, la cultura del tecnico fosse il risultato di un’ibridazione tra tradizione mediorientale e occidentale, prova di ciò sono i riferimenti nel testo, anche se indiretti, alla cultura greca e romana. La presenza all’interno di un unico contesto, inglobato all’interno della città, di un’ampia porzione del paleoalveo del torrente Kemonia, di cave ed altre cavità artificiali, di un qanat - che ribadisce i legami tra la cultura locale e quella mediorientale - rendono la Fossa della Garofala un luogo privilegiato; qui sembra ancora possibile cogliere in modo immediato la continuità tra la dimensione epigea e quella ipogea, tra il passato geologico ed il tempo estremamente limitato che ha visto l’operare umano, parte quest’ultimo di un processo di trasformazione che, come accade raramente, appare coerente con i luoghi. Le trasformazioni antropiche nella Fossa della Garofala Se l’attestazione più antica riguardante l’area della Fossa della Garofala è riportata in un diploma di Guglielmo II del 1166, notizie più precise possono riscontrarsi solo a partire dalla fine del XV secolo, quando il mercante Onorio Garofalo acquista i terreni della valle del Kemonia che da questo momento saranno denominati “Valle di Onorio” e successivamente, fino ai nostri giorni, “Fossa della Garofala”. Nel 1801, il principe d’Aci Giuseppe Reggio impianta in queste fertili terre, che prende in enfiteusi, una moderna stazione agricola sperimentale. Nel 1810 Luigi Filippo, duca d’Orléans, acquista il palazzo Oliveri, gli edifici adiacenti nel piano di Santa Teresa ed i terreni retrostanti; in questi verrà realizzato il grande Parco, nel quale verrà attuata una radicale trasformazione dell’originaria configurazione orografica attraverso l’eliminazione delle parti più depresse e di quelle maggiormente emergenti. Nel 1857 anche il fondo nel quale Giuseppe Reggio aveva impiantato all’inizio dell’Ottocento la stazione agricola sperimentale, viene preso in enfiteusi dall’erede di Luigi Filippo, Enrico Eugenio Borbone d’Orléans duca d’Aumale, per attuare il progetto di ampliamento del parco del Palazzo d’Orléans. In seguito il duca d’Aumale amplia ulteriormente la proprietà verso ponente fino al “Fondo Forno”. Gli Orléans mantengono la proprietà fino al 1940, momento in cui viene requisita come bene straniero. Nel 1950 Enrico Roberto, conte di Parigi, vende quaranta ettari del fondo all’Università per la costruzione della cittadella universitaria e, nel 1954, il palazzo e una parte del parco vengono acquistati dall’Amministrazione Regionale. Il sistema cava-concimaia All’interno della Fossa della Garofala, uno dei luoghi di maggiore interesse - in cui si addensano i segni di un passato lontanissimo e di uno molto recente e si confrontano in un rapporto immediato la dimensione epigea e quella ipogea - è certamente l’originale sistema costituito dalla cava e dalla cosiddetta concimaia (fig. 1). Certamente uno

219


Rossella Corrao Calogero Vinci Fig. 2 Planimetria del parco d’Orléans e della Fossa della Garofala (Documento conservato presso la Facoltà di Agraria di Palermo).

220

dei luoghi più emblematici che informano il paesaggio della Fossa della Garofala, questo sistema si trova in corrispondenza del rialzo di perriera che, con un dislivello di circa sei metri, definisce attualmente il confine fisico tra la cittadella universitaria e l’area libera sulla quale si attesta a nord-ovest l’alto sbarramento edificato di Corso Pisani. Quest’area è ciò che ancora oggi permane del vasto fondo dei Padri conventuali di San Francesco di Paola in Sant’Oliva. La definizione compiuta di questa parte della Fossa della Garofala si può fare probabilmente risalire a dopo il 1857, anno in cui Enrico Eugenio Borbone d’Orléans prende in enfiteusi il fondo del principe d’Aci (fig. 2). Nello stesso anno si avvia la trasformazione del vasto comprensorio, sulla base del capitolato delle opere per la sistemazione agricola redatto dall’architetto Carlo Giachery. È probabilmente ascrivibile proprio a questa fase e all’opera dell’architetto la riconfigurazione del complesso sistema spaziale, artificialmente naturale, costituito dalla cava/grotta con corridoi a pettine, dallo spazio concluso circolare e a cielo aperto, dalle stanze che si affacciano su quest’ultimo e dalla tettoia circolare in ferro. La perizia dell’architetto riguardo alla costruzione in ferro è testimoniata dal fatto che proprio Giachery - subentrato nella cattedra di architettura ad Antonino Gentile, che per primo aveva introdotto nel suo corso lo studio delle strutture in ferro traendo spunto dagli articoli comparsi sul Journal du Génie Civil - nel 1824 era riuscito ad assemblare la stufa di ferro per le piante esotiche costruita in Inghilterra per il giardino inglese di Caserta e donata da Maria Carolina, consorte del Duca d’Aumale, al Real Orto Botanico di Palermo. Questa serra è la prima struttura in ferro e vetro conosciuta a Palermo ed il riferimento, certamente, anche per altri esempi palermitani di stufe, di padiglioni da giardino e, probabilmente, anche della copertura in ferro della concimaia. Se nella Fossa della Garofala la vocazione agricola si ibrida con quella di giardino di-


lettevole ed il linguaggio neoclassico di alcuni elementi (l’urna della torre dell’acqua, la gebbia, le archeggiature del passaggio sopraelevato) si compone con le forme libere di un impianto informale, nel sistema della concimaia si ritrovano in più altri temi del giardino romantico: simbolismo, ruinismo, ma anche il gusto per l’orrido (la dimensione ipogea e dell’oltretomba). In tal senso la cava con pianta a pettine può considerarsi, più che un richiamo ad una grotta naturale - come spesso accade nei giardini progettati in quel periodo, nei quali si riproducevano anche stalattiti e stalagmiti - una citazione dell’impianto catacombale; le catacombe di Porta d’Ossuna, scoperte nel 1739, erano già piuttosto note ai viaggiatori e radicate nell’immaginario comune tanto da essere valorizzate nel 1785 dall’intervento di realizzazione di un vestibolo di ingresso voluto da Ferdinando I di Borbone. I fronti di scavo lasciati a vista nella cava, nelle stanze, ma anche nel recinto della concimaia rimandano al tema delle rovine. I segni dell’erosione delle pareti di calcarenite, esasperando e segnando con l’orizzontalità delle stratificazioni il trascorre del tempo geologico, rimandano all’idea della consunzione delle opere dell’uomo e diventano costante riferimento per tutte le parti di questo sistema. Pur trattandosi di elementi esclusivamente funzionali (depositi, stalle, concimaia), questi sono inseriti in un evocativo spazio architettonico e naturale (fig. 3), con richiami espliciti o sottintesi del giardino romantico: vengono infatti reinterpretati alcuni temi ricorrenti - oltre alla grotta, il tempietto e la rupe artificiale - che si ritrovano in molti parchi pubblici e privati della Palermo del tempo (Casina cinese, Villa Belmonte all’Acquasanta, Villa Tasca, Parco Florio all’Olivuzza) come riflesso di una cultura europea citata con qualche anno di ritardo. Il tema del tempietto circolare monoptero coperto con calotta sferica, ricorrente a partire dalla fine del ‘700 nei giardini pubblici e privati - anche nella versione meno aulica dei padiglioni colonnati effimeri, viene reinterpretato nel colonnato e nella copertura della concimaia. La raffinata struttura in ferro è costituita da dodici colonne rastremate alte 2,70 metri, con basi e capitelli in ghisa (fig. 4). La calotta, con una monta pari all’altezza delle colonne, è realizzata con membrature costituite da dodici semiarchi collegati da nove paralleli poligonali. I semiarchi convergono su un anello sommitale di 1,20 metri di diametro che consente una connessione agevole in un punto distante dal colmo. L’azione cerchiante, in corrispondenza della parti superiori delle colonne è garantita da travi tralicciate realizzate con ferri piatti. L’attuale stato di degrado, che ha quasi totalmente privato la calotta della lamiera che la ricopriva, evidenzia paradossalmente la leggerezza della struttura e, in particolare, della copertura (fig. 5). L’effetto è ancora più accentuato dall’assenza dell’apparato ornamentale, spesso in ghisa, che ancora in quegli anni appesantiva molte costruzioni metalliche, volendo dissimulare quella snellezza da alcuni considerata eccessiva e poco rassicurante. L’esecuzione artigianale delle parti in ferro, probabilmente di fonderie locali, è testimoniata dall’uso di ferri non specializzati: le sezioni più articolate (archi, travi tralicciate, paralleli poligonali) sono ottenute connettendo con chiodatura ferri piatti di diverse dimensioni; le parti strutturalmente più complesse - il collegamento tra pilastro, trave tralicciata e semiarco sono in ghisa – sono risolte con nodi in ghisa. La forma circolare che richiama i tempietti peripteri, definita attraverso la leggerezza e l’esilità delle strutture metalliche, viene riconfermata dal possente scavo circolare che racchiude la concimaia e che richiama le camere dello scirocco di alcune ville palermitane.

Fig. 3 Il sistema cava-concimaia (disegno C. Vinci).

Fig. 4 Struttura in ferro della concimaia (disegno C. Vinci).

221


Rossella Corrao Calogero Vinci Fig. 5 Stato attuale della copertura della concimaia. Fig. 6 Sezione del sistema cavaconcimaia (disegno C. Vinci).

Richiamando quasi l’idea dei calchi di fossili, quest’architettura diventa anch’essa l’impronta di qualcosa non più esistente, rafforzando l’idea di rovina ricorrente nella cultura del giardino romantico. Il “tempietto” in ferro non si trova su una collina, ma all’interno di un “cratere”. La rupe si riflette, come volume in negativo, in questo “cratere”. Seguendo lo stesso principio di positivo-negativo, lo stilobate circolare sprofonda ulteriormente e viene scavato per diventare una vasca quadripartita profonda 1.90 metri, negando l’accesso allo spazio sotto la vela metallica e la visione privilegiata dal centro (fig. 6). La copertura metallica, che traspone un’architettura classica come il tempietto circolare con l’uso del materiale simbolo del nuovo, il ferro (fig. 7), diventa un’espressione efficace di questa contaminazione tra l’interpretazione romantica del giardino e le istanze utilitaristiche del tempo. Conservazione e valorizzazione degli ambienti ipogei. Sicurezza primaria e secondaria Se da una parte il complesso della concimaia, in particolare delle parti ipogee (fig. 8), sono stati preservati dalla difficoltà di accesso che ne ha impedito la vandalizazione, dall’altra, proprio questa parziale inaccessibilità ha reso più difficoltosa la possibilità di una manutenzione o anche della verifica delle condizioni statiche nel momento in cui questi spazi non sono più stati utilizzati.

222


Se infatti la tutela del patrimonio architettonico “visibile” è spesso promossa da un’opinione pubblica che percepisce nell’evidenza del degrado materiale dei manufatti il rischio di una perdita irrimediabile, al contrario, la salvaguardia di tutto ciò che è occultato alla vista risulta spesso di più difficile attuazione. Lo studio del sistema cavità ipogee-concimaia è stato finalizzato inoltre all’individuazione di potenziali rischi in relazione alla sicurezza primaria e secondaria, anche nell’ottica di una eventuale possibilità di fruizione. Nel corso degli ultimi anni, infatti, la maggiore frequenza di dissesti antropogenici dovuti alla presenza di cavità in ambito urbano e la complessità d’interpretazione di questi fenomeni dimostrano quanto siano spesso inadeguate le competenze di tecnici ed operatori riguardo le forme ed i modi della costruzione ipogea. Il diffuso disinteresse per il “patrimonio cavo” è certamente riferibile, oltre alle oggettive difficoltà di accesso, anche ad una insufficiente conoscenza che non consente di riconoscere ed inquadrare le frequenti e quasi sempre fortuite scoperte di opere ipogee all’interno di un più vasto contesto tipologico. La questione della sicurezza dei siti ipogei risulta tuttavia estremamente attuale: la riproposizione e l’attualizzazione del mito di una Palermo multiculturale, ribadito con l’inserimento nel 2015 del “percorso arabo-normanno” nella World Heritage List UNESCO, ha anche portato un notevole incremento dei visitatori nei siti sotterranei (catacombe, qanat, camere dello scirocco) che risultano ancora accessibili. Per la tutela di questo patrimonio millenario, quasi sempre sconosciuto perché invisibile, si pone pertanto con maggiore evidenza l’improrogabilità di un’azione che riesca a conciliare valorizzazione, fruizione e messa in sicurezza. In quest’ottica, oltre a garantire la sicurezza secondaria, finalizzata alla salvaguardia e conservazione materiale delle opere ipogee (riferibile fondamentalmente alla stabilità strutturale delle stesse), è necessario tener conto delle questioni ben più complesse riguardanti la sicurezza primaria. In merito alla questione della sicurezza secondaria, a scala urbana, sempre più numerosi risultano i dissesti dovuti alla presenza di cavità antropiche ed opere ipogee sconosciute o delle quali non è stato valutato opportunamente lo stato di conservazione. Nel corso dell’ultimo secolo, la frequenza di dissesti antropogenici può certamente essere correlata alla maggiore intensità delle precipitazioni e, paradossalmente, alle

Fig. 7 Particolare della colonna in ferro e ghisa. Fig. 8 Galleria principale della cava di calcarenite.

223


Rossella Corrao Calogero Vinci

opere di risanamento urbano ed agli interventi prescritti in modo sistematico a partire dalla fine del XVIII secolo dai “Regolamenti di igiene e polizia urbana” che portarono alla progressiva tombatura dei torrenti e delle acque superficiali, riducendo la possibilità di controllo su eventuali dispersioni. Se i numerosi studi sui manufatti ipogei palermitani restituiscono un quadro piuttosto esaustivo delle tipologie ricorrenti in ambito urbano – che in relazione alla valutazione della stabilità strutturale possono essere classificate in opere che prevedono scavi con ampio sviluppo planimetrico come le cave, ed opere ad andamento lineare (verticale o orizzontale) come pozzi, canali e cisterne - rispetto alla definizione costruttiva ed alle modalità di dissesto ricorrenti, la ricerca presenta ampi margini di approfondimento. Alcune considerazioni preliminari rispetto ai dissesti ed alla sicurezza secondaria di questi manufatti possono essere fatte già in relazione alla tipologia di appartenenza; per tale ragione il riconoscimento delle finalità di realizzazione o della funzione d’uso prevalente forniscono indirettamente indicazioni sulla stabilità e sui conseguenti livelli sicurezza, informazioni indispensabili sia in fase di esplorazione delle cavità antropiche che nelle successive fasi di intervento ed eventuale fruizione. Infatti, anche per le opere ipogee, come per qualsiasi manufatto, i modi della costruzione ed i materiali utilizzati sono ottimizzati in funzione della vita utile prevista e delle modalità d’uso: per tale ragione cave coltivate per brevi periodi e finalizzate esclusivamente all’estrazione dei materiali presentano in genere livelli di sicurezza inferiori rispetto ad opere che potremmo definire infrastrutturali come cisterne ed acquedotti, progettati e realizzati per durare “in eterno”. A conferma di ciò basti pensare come già la morfologia dello scavo e le modalità di esecuzione possano essere differenti. Nelle cave, in genere, la tendenza ad ampliare lo scavo fino a dimensioni appena compatibili con i limiti di resistenza della roccia presente imponeva spesso l’uso di opere provvisionali in legno anche molto complesse che, se non manutenute, si deterioravano in breve tempo. Ovviamente, conclusosi lo sfruttamento delle cave si interrompeva anche la manutenzione delle opere provvisionali, anche per tale ragione le cave sono in genere tra gli ambienti ipogei a più alto rischio. Inoltre, le cave abbandonate continuavano spesso ad essere depredate cavando materiale e riducendo progressivamente anche le sezioni degli elementi portanti come i piloni di sostegno. Un’ulteriore considerazione riguardo la minore sicurezza delle cave riguarda l’ubicazione: cave nell’ambito della città storica presentano quasi sempre accorgimenti strutturali finalizzati a rendere più solida la cavità (dimensione minore delle gallerie e delle stanze, numero e sezioni maggiori degli elementi di sostegno, configurazione del cielo, ecc); al contrario, nelle antiche cave in aree extraurbane, oggi spesso densamente urbanizzate, si riscontra una minore attenzione nell’attuazione di strategie e nella realizzazione di elementi atti a garantire una duratura stabilità. Conclusioni La scarsa conoscenza ed il limitato interesse per le forme ed i modi della costruzione ipogea, certamente ascrivibili anche alle oggettive difficoltà di accesso, sono in primo luogo riferibili alla carenza di studi organici che consentirebbero di riconoscere ed inquadrare ogni singolo caso in un più vasto contesto tipologico e di valorizzare di conseguenza anche manufatti “minori”. Oltre alla necessità di tutela e conservazione, l’ur-

224


genza di uno studio approfondito è imposta da problematiche correlate alla sicurezza; sempre più numerosi risultano infatti i casi di dissesti statici dovuti alla presenza di cavità antropiche ed opere ipogee delle quali non si è valutato opportunamente lo stato di conservazione. In tal senso, lo studio avviato, ed attualmente in corso, sul sistema della concimaia della Fossa della Garofala, ed in particolare sulle parti ipogee, rappresenta un caso emblematico rispetto alla possibilità di attuare una valorizzazione dei manufatti attraverso una fruizione compatibile degli stessi. Bibliografia Ferriello G. 2006, L’ estrazione delle acque nascoste. Trattato tecnico-scientifico di Karaji. Kim Williams Books, Torino. Mortillaro V. 1854, Intorno alla misura delle acque correnti in Palermo, Palermo. AA.VV. 2002, Qanat – Arte e cultura. Antiche tecniche di approvvigionamento idrico, Istituto Statale d’Arte di Palermo, Palermo. La Duca R. 1964, Sviluppo urbanistico dei quartieri esterni di Palermo, Istituto di Elementi di Architettura e Rilievo dei Monumenti, Palermo. Longo C., Tortorici M. 2003, Il Parco d’Orleans. La cultura del giardino siciliano d’età contemporanea, Officine grafiche riunite, Palermo. Todaro P. 1988, Il sottosuolo di Palermo, Dario Flaccovio Editore, Palermo. Todaro P. 2002, Palermo. Guida di Palermo sotterranea, L’Epos, Palermo. Cristiano M. 2017, La conoscenza del sottosuolo di Napoli per la mitigazione del rischio di crolli e dissesti, in Proceedings of Colloqui.AT.e 2017. Demolition or reconstruction, EdicomEdizioni, Monfalcone.

225


Geomateriali e paesaggio nell’architettura spontanea del casertano Gigliola D’Angelo

Dipartimento di Ingegneria Civile Edile ed Ambientale, Scuola Politecnica delle Scienze di Base, Università degli Studi di Napoli “Federico II”

Luisa Di Nardo

Gigliola D’Angelo Luisa Di Nardo Giovanni Forte

Dipartimento di Ingegneria Civile Edile ed Ambientale, Scuola Politecnica delle Scienze di Base, Università degli Studi di Napoli “Federico II”

Giovanni Forte

Dipartimento di Ingegneria Civile Edile ed Ambientale, Scuola Politecnica delle Scienze di Base, Università degli Studi di Napoli “Federico II”

Abstract The approach to the traditional building techniques together with the definition of local raw materials is an indispensable tool to understand, qualify and distinguish a civilization or a historical period. Using the materials present in the area, is a construction strategy that today could be seen as an innovative practice for km0 construction, instead it is the starting point; the real zero-km of the development of a technique in a particular area. Therefore, starting from geological considerations, we can affirm that the high Caserta area sees in the limestone and ignimbrite campana, grey tuff, yellow Caserta tuff and piperno, the materials most used in local constructions. Furthermore, by careful analysis and in-depth studies, it appears that the province of Caserta is also distinguished by having provided precious natural stone materials used for the construction of the building elements of the Royal Palace of Caserta and important monumental buildings in Naples, such as the Pietra di Bellona, a marble in shades of grey-green, still easily identified in the facade elements of the architectural works mentioned. Keywords Geomateriali, Architettura rurale, Tecnologie Costruttive, Tradizione, Innovazione.

Il contesto Chiara, logica, lineare e funzionale, l’architettura rurale costituisce da sempre la vera tradizione autoctona dell’architettura italiana. Sono diversi decenni ormai che l’architettura rurale rivive un fiorente momento di recupero e valorizzazione dello stile e delle tecnologie costruttive che l’ha riportata alle vette delle ricerche e degli studi scientifici. Non più storia dell’architettura basata quasi senza eccezioni su un’architettura stilistica e pragmatica ritenuta meritevole di attenzione per il suo valore intenzionalmente estetico ma storia dell’architettura basata sulle ragioni pratiche del costruito funzionale, di un’architettura nata da necessità vere, pratiche, di pura risposta alle esigenze produttive e domestiche in diretto rapporto con il territorio ed il paesaggio in cui esse si inseriscono in totale armonia. La provincia di Caserta, area dal carattere geologico e geomorfologico di rilevante importanza, noto per aver fornito in passato materiali lapidei di preziosa natura per la realizzazione di elementi costruttivi della Reggia di Caserta e di importanti edifici monu-

226


Fig.1 Muro di contenimento in loc. Triflisco, Bellona (CE)

mentali di Napoli, come la Pietra di Bellona, marmo dalle tonalità grigio-verde, costituisce una interessantissima area di studio e ricerca per la ricchezza dei giacimenti minerari di cui è costellata e la abbondanza di costruzioni a secco quali muri di contenimento, bastioni, case rurali, masserie, tutte costruzioni realizzate con materiali reperiti o direttamente estratti in loco con sapiente conoscenza tramandata di generazione in generazione fin dai tempi dei Romani (Carfora P., Guandalini F., Mataluna S., Quilici Gigli S., Renda G., Salerno M., 2014). Inquadramento geologico dell’area di Caserta L’area del Casertano può essere suddivisa in quattro zone da un punto di vista geologico – geomorfologico: versanti calcarei, colline terrigene, piane alluvionali ed il vulcano del Roccamonfina. 1. I versanti calcareo – dolomitici del Mesozoico, che comprendono i Monti del Matese, i Monti di Caserta, di Durazzano, Maddaloni, Castelmorrone ed il Monte Tifata. Essi sono costituiti da blocchi monoclinalici separati da faglie con direzione appenninica (NW-SE), che quasi sempre si raccorda alla piana senza una falda detritica alla base dei versanti. Il fenomeno carsico non risulta molto vistoso, ma si segnalano alcune doline nei pressi dell’abitato di Monte Morrone e Valle di Maddaloni, localmente note come “commole”. 2. I versanti collinari sono costituiti da depositi terrigeni del Miocene e bordano i massicci carbonatici; dove prevalgono i termini marnoso – argillosi i pendii si presentano più dolci, mentre risultano più acclivi se affiorano arenarie, in particolare nella zona di Caiazzo e Limatola. 3. Le pianure alluvionali sono rappresentate della media e bassa valle del Volturno e la piana di Alife. Esse sono costituite da depositi alluvionali di varia granulometria e terreni piroclastici, depositatisi dal Pleistocene inferiore. Inoltre, intercalato ai depositi di piana si rinviene un continuo livello di tufo grigio campano, quest’ultimo lo si ritrova anche addossato ai versanti calcarei. In particolare, la media e bassa valle del Volturno è costituita da sedimenti limoso sabbiosi e terreni umificati e delle colmate di bonifica del Clanio e del Volturno stesso. Invece, la piana di Alife rappresenta il relitto di un vecchio lago di sbarramento prodotto nella piana del Volturno dai prodotti eruttivi del vulcano Roccamonfina. 4. Nel settore più a Nord, si ritrova l’edificio vulcanico del Roccamonfina.

227


Gigliola D’Angelo Luisa Di Nardo Giovanni Forte Fig. 2 Reggia di Caserta

228

L’area della Provincia di Caserta risulta fortemente interessata da attività estrattiva di cava sia nei fondovalle, con cave a fossa che al bordo dei rilievi carbonatici, con cave a fronte unico o a gradonate. Gran parte sono ubicate ai piedi dei versanti dove la vicinanza con la rete stradale rendono più conveniente lo sfruttamento. Le tipologie di materiali estratti riguardano sia i calcari che i prodotti piroclastici sciolti e litoidi. Le cave di calcare si aprono prevalentemente nelle litologie del Cretacico inferiore e superiore. Nell’intorno di Sant’Angelo in Formis e Bellona si estrae la “Pietra o Marmo di Bellona”, ovvero un calcare dolomitico grigio-verdognolo utilizzato sia come materiale da costruzione che come pietra ornamentale, impiegata anche nella Reggia di Caserta e in alcuni edifici monumentali di Napoli. L’ignimbrite campana è sicuramente tra i materiali da costruzione più caratteristici della Campania, esso viene estratto ed impiegato in tutte le sue facies, ovvero tufo grigio, tufo giallo casertano e piperno. La facies sciolta viene impiegata come pozzolana. Queste cave sono particolarmente concentrate a ridosso dei versanti dove si ispessisce lo spessore di materiale, si rinvengono nei pressi di Maddaloni e San Nicola La Strada. Tecniche costruttive nel casertano L’approccio alle caratteristiche delle tecniche costruttive tradizionali insieme con la definizione delle materie prime locali, costituisce uno strumento indispensabile per comprendere, qualificare e distinguere una civiltà piuttosto che un periodo storico. L’utilizzo dei materiali presenti nel territorio, che oggi potrebbe essere vista come una pratica innovativa per le costruzioni a km0, è invece il punto di partenza; il vero chilometro zero dello sviluppo della tecnica in una particolare area. Partendo quindi dalle considerazioni di carattere geologico, presentate nel presente contributo, possiamo affermare che l’area del casertano vede nei calcari e nell’ignimbrite campana, tufo grigio, tufo giallo casertano e piperno, i materiali più usati nelle costruzioni locali, spesso combinati con i prodotti dell’attività vulcanica del Roccamonfina. Dall’analisi della letteratura emergono le preferenze di impiego dei vari materiali, talvolta dovute alle caratteristiche fisiche intrinseche degli stessi, talvolta alla destinazione d’uso dell’opera da realizzare. L’utilizzo dei calcari, ad esempio, è particolarmente frequente in tutta l’area regionale, sia sotto forma di grandi blocchi, sia in pezzature più piccole; quest’ultime meno diffuse e comunque limitatamente alle zone sommitali. Frammenti, scarti e granulometrie minori, come vedremo, vengono principalmente utilizzate come riempimento e orizzontamento. Il tufo, invece, presente in larga parte nella zona di Roccamonfina, (Guerriero, Miraglia, 2010) viene adoperato nelle costruzioni fortificate e in particolare per la realizzazione dei cantonali. Relativamente alle costruzioni fortificate, un tipico allestimento murario di età federiciana è quello in pietre rustiche di tufo giallo casertano associato al calcare locale, il quale si trova in misura sempre minore all’aumentare dell’alzato, con orizzontamenti che seguono l’altezza dei filari del cantonale di circa 20 cm di spessore (D’Aprile M., 2008a). È infatti diffuso l’uso degli elementi calcarei in grossi blocchi nelle zona inferiori del corpo di fabbrica, seguendo la cosiddetta apparecchiatura “a cantieri”. Il nucleo del paramento murario ha una tipologia a sacco con materiali provenienti dalle lavorazioni, scarti di cava e pietrame di granulometria e forma varia. Questa tipologia costruttiva “a cantieri”, abbastanza diffusa, è costituita da elementi di pietra calcarea locale grezza, costipata in modo irregolare con orizzontamenti periodici di due o tre filari di pietre, caratterizzante le costruzioni già dal XIII secolo e senza so-


Fig. 3 Vista aerea, Reggia di Caserta

stanziali variazioni fino al XIX. Questo tipo di conformazione apparentemente grossolana e casuale, realizzata senza attenzione per gli sfalsamenti, in realtà necessità di attente valutazioni sia relativamente alla pezzatura delle pietre irregolari, sia alla loro disposizione che deve tenere conto delle necessità statiche e dei vari elementi di fabbrica costituenti la costruzione. Nel corso dei secoli, ed in particolare fino al finire del XVIII, l’altezza dei cantieri aumenta progressivamente per poi diminuire attestandosi sui due palmi napoletani, di circa 50 cm, oltre a regolarizzare le pezzature che iniziano a risultare quasi standardizzate, seguendo le necessità operative delle maestranze. Non si sono poi registrati notevoli cambiamenti nella tecnica costruttiva. Il motivo è principalmente di carattere organizzativo: le difficoltà nel recepimento di nuovi materiali hanno portato al consolidamento delle tecniche costruttive locali utilizzando i materiali reperibili nelle aree di costruzione (D’Orta, 2008). Il tipo di muratura realizzato vede un largo uso di elementi sbozzati o squadrati, direttamente scelti e messi in opera dalle maestranze, senza attenzione alla levigazione a “mano di scalpellino”. Questo tipo di realizzazione consentiva, tra l’altro un notevole risparmio in termini di costi e tempi di esecuzione. Il ricorso a materiali di rapido approvvigionamento si vede non solo in quelli di grossa pezzatura per gli elementi murari “tagliati” direttamente dalla cava, ma anche nella produzione dei leganti nei quali venivano utilizzati oltre agli scarti di cava, anche scorie e ceneri vulcaniche tipiche dell’area Nord dov’è presente il Roccamonfina. Come anche negli elementi in tufo delle volte, completati da massetti in battuto di lapillo. Inoltre l’accostamento del tufo giallo o del calcare con il tufo grigio o il materiale vulcanico, conferisce la tipica bicromia delle costruzioni dell’area. Le stesse motivazioni sono alla base della tecnologia costruttiva che riguarda gli ambienti interni, come nel caso degli orizzontamenti realizzati in legno con una semplice orditura di travi di castagno lasciate allo stato grezzo (D’Aprile, 2008b).

229


Gigliola D’Angelo Luisa Di Nardo Giovanni Forte

Il reimpiego dei materiali provenienti da crolli, lavorazioni, demolizioni etc. non è in questa zona sviluppato quanto nelle aree Laziali, ciò nonostante l’evidente tendenza all’uso di materiali locali ci fa riscontrare l’utilizzo di queste risorse, soprattutto nella fase di orizzontamento dell’apparato nelle zone di discontinuità dovute alla conformazione dei blocchi; si riscontra infatti il reimpiego di elementi in cocciopesto e scaglie di laterizi. C’è da dire che le caratteristiche meccaniche dei materiali locali, ben si prestano all’utilizzo degli stessi in ogni forma e conformazione, dal grande blocco fino a scapoli e scaglie. Da quanto analizzato, la tipicità non risulta tanto nel carattere dimensionale o geometrico degli elementi messi in opera, ma piuttosto nella tecnica, da un punto di vista assolutamente operativo, nella sua conformazione a cantieri. Risultano particolarmente interessanti le motivazioni che hanno tenuto in vita questa tecnica costruttiva che nel corso dei secoli, nonostante i naturali cambiamenti socioeconomici e politici, non ha subito rilevanti variazioni; motivazioni che ancora oggi risultano essere elemento determinante nelle scelte progettuali e operative: il binomio costo-tempo. In effetti, l’assoluta praticità data dall’utilizzo delle pietre non sbozzate, o delle travi in legno al grezzo, sta sicuramente nel risparmio di tempo, nella messa in opera delle lavorazioni, e di costo, potendosi avvalere di manodopera non specializzata; inoltre, come già specificato, le grandi e varie dimensioni di questi elementi, costringevano all’utilizzo di tutto il materiale disponibile in loco, spesso riutilizzando quello risultante da demolizioni e crolli, naturali e non. Questa linea di azione, per quanto mossa da scopi prettamente pratici, risulta essere perfettamente in linea con i criteri che oggi si cerca di riportare nell’industria delle costruzioni. La Pietra di Bellona, dalle architetture rurali alla Reggia di Caserta e Monumenti di Napoli Gli aggregati rurali costituiscono la struttura portante del paesaggio in quanto centro di sviluppo ed organizzazione della vita agricola. I materiali utilizzati nelle architetture spontanee e le forme dettate dalle necessità d’uso e dalla morfologia del terreno, testimoniano le caratteristiche identitarie di un luogo. Le architetture realizzate con tecniche tradizionali e geomateriali reperiti in loco, dunque, dal momento che fanno parte del paesaggio, rappresentano elementi di riconoscimento di un territorio in maniera a dir poco inequivocabile fino ad essere parte integrante della memoria storica del luogo. In questo modo, un fabbricato rurale, diventa segno di appartenenza collettiva, il suo rapporto con il paesaggio, i materiali e le tecniche costruttive assumono valore patrimoniale sociale (Branduini, 2014). Al patrimonio materiale dei fabbricati rurali e della loro dimensione di memoria e identità, si associa il patrimonio immateriale delle tecniche che hanno permesso la costruzione dei fabbricati e nel contempo la creazione dei paesaggi rurali e non. Come per le architetture realizzate con materiali lapidei reperiti in loco, infatti, gli stessi effetti delle tecniche di reperimento ed estrazione di materiali sono elemento identificativo di un territorio, si pensi ad esempio alle cave di estrazione sui versanti calcareo – dolomitici che comprendono i Monti di Maddaloni, in provincia di Caserta, sui quali è stata effettuata una fitta campagna di estrazione durata quasi un secolo a partire dalla fine del XIX sec. Più dolce e meglio armonizzato è invece il rapporto materie prime – costruito – paesaggio che caratterizza il territorio casertano a Nord del Volturno in particolare lungo la

230


dorsale di Monte Maggiore, nelle aree comprese tra il Monte Rageto e la collina di S. Iorio appartenenti ai Comuni di Bellona, Capua e Sant’Angelo in Formis. Sviluppati come centri rurali a ridosso di aree già abitate ai tempi dei Romani come Sicopoli, Cales, Janus, oggi rispettivamente Triflisco, Calvi Risorta, e Giano Vetusto i piccoli aggregati funzionali erano inizialmente caratterizzati prevalentemente da manufatti realizzati in pietra sbozzata direttamente reperita in loco con tecniche di estrazione così poco invasive che, ad oggi, la localizzazione de visu delle cave risulta molto difficile. Muretti a secco, masserie, stalle, portali e persino interi palazzi della nuova Capua, inizi del XVIIIsec, sono stati realizzati o rifiniti con la pietra estratta a Km 0 e denominata La Pietra di Bellona. I siti estrattivi della Pietra di Bellona ricadono nel Foglio 172 “Caserta” della Carta Geologica d’Italia (Allocca, 2004). Utilizzata come pietra da taglio e da costruzione in architettura per le sue caratteristiche estetiche e fisico-meccaniche, la Pietra di Bellona ha visto sempre un uso limitato ad un impiego pressoché locale in un’edilizia ai tempi ritenuta di scarsa valenza architettonica. (de Gennaro, Calcaterra, Langella, 2013) Si trattava inizialmente di una edilizia semplice, locale, realizzata da artigiani e contadini del posto il più delle volte per autocostruzione di nuovi ambienti abitabili o produttivi a basso costo e facili da realizzare e manutenere nel tempo. È con l’arrivo di Carlo III di Borbone a Napoli, nella prima metà del ‘700, che si avvia una fase completamente diversa per gli artigiani e imprenditori locali che vedono una rivitalizzazione delle proprie attività estrattive e costruttive nel forte interesse del Re a realizzare importanti opere architettoniche. In un’ottica definibile avanguardistica si pensò al reperimento di materie prime provenienti da zone prossime ai cantieri o comunque da aree facenti parte del Regno in modo da ridurre i tempi di approvvigionamento e i costi (Aveta, 1987). Era in programma il grande progetto del Vanvitelli, La Reggia di Caserta, che vede nella sua facciata la massima espressione della Pietra di Bellona. È notevole ancora oggi il contrasto cromatico del rosso dei mattoni in facciata con gli elementi decorativi in Pietra di Bellona dai colori variabili tra il bianco ed il grigio con venature verdastri. Negli anni successivi la Pietra di Bellona diventa uno dei materiali lapidei ad uso ornamentale più utilizzato in Campania. Molti i siti e gli edifici di interesse storico ed architettonico in cui è possibile apprezzarne ancora oggi la presenza, in particolare: a Napoli, nella Basilica di S. Francesco di Paola, utilizzata per i tamburi delle cupole e per la pavimentazione in contrasto con i Marmi di Mondragone; la facciata del Duomo di Napoli e la facciata del Santuario di Pompei (Penta, 1935), nonché architetture dell’epoca fascista come parte della pavimentazione della sala della Corte di Appello (Fed. Naz. Es. Ind. Est., 1939) ed in diverse scalinate monumentali del nuovo Palazzo delle Poste a Napoli (Penta, Ippolito, 1937). La Pietra di Bellona è esposta al Real Museo Mineralogico di Napoli ed è citata in molti cataloghi di materiali da costruzione come pietra di gran pregio per la sua elevata resistenza e per il peso specifico non elevato (Ferrero, 1879). È interessante vedere come la sensibilità all’utilizzo di materie prime reperibili in loco e la ottimizzazione dell’uso delle risorse a propria disposizione avuta da Carlo III di Borbone abbia notevolmente influenzato lo sviluppo economico e sociale di una intera area territoriale. Tuttavia, dal momento in cui le attività estrattive della Pietra di Bellona si sono intensificate è cambiato l’assetto socio-economico del territorio in cui si trovavano le cave ma

Fig. 4 Crollo muro di contenimento in blocchi di cls; Rifacimento di muro di contenimento con tecnica a secco; Reperimento materiali in loc. monticello, Bellona, proprietà Di Nardo; Fase di realizzazione di muretto a secco con materiali reperiti in loco.

231


Gigliola D’Angelo Luisa Di Nardo Giovanni Forte

non il paesaggio, il costruito, l’identità territoriale che ha visto nelle proprie risorse naturali un momento di forte identità collettiva tutelata con fierezza e forte senso di appartenenza ancora oggi molto sentito. Le cave riportate nel Foglio 172 “Caserta” della Carta Geologica citata, non sono più attive in maniera produttiva come fino a qualche ventennio fa ma ci sono testimonianze del continuo uso che i locali fanno delle proprie materie prime e dove possibile ancora basandosi sul principio dell’autocostruito sul luogo nel pieno rispetto del luogo. I muretti a secco del casertano, nel gergo dialettale sono chiamate “murecene” e sono realizzati, ancora oggi, con forma trapezoidale, a scarpa spingente verso il terrazzamento da contenere, o a forma troncoconica se fanno da muro di divisone dei confini. La disposizione delle pietre in filari prevede la collocazione di quelle più grandi alla base, sufficientemente infossate nel terreno, per poi digradare verso l’alto con blocchi più piccoli con interposti degli elementi a cuneo indispensabili per migliorare l’aggrappo al terreno e/o tra i blocchi stessi. La sensibilità al patrimonio rurale collettivo è oggigiorno la salvezza della stessa identità nazionale, l’attività agricola infatti è in continuo fermento, continua evoluzione e con essa gli edifici e le strutture annesse. La riscoperta del costruito tradizionale, il preservare la leggibilità della evoluzione di una struttura, ha trovato proprio nel concetto di patrimonio rurale collettivo un ottimo punto di incontro con la necessità di diversificare la destinazione d’uso dei manufatti preesistenti riportandoli a nuova vita e a più apprezzato valore architettonico e sociale. Cenni sui caratteri fisici e meccanici de La Pietra di Bellona Relativamente la caratterizzazione fisico chimica e meccanica effettuata per La Pietra di Bellona, il lavoro più imponente risulta essere quello svolto da Penta e Ippolito in cui si tratta in modo esaustivo la mineralogia, la petrografia e l’indice di usura del materiale. I valori medi del peso specifico oscillano tra 28,6 e 27,3 KN/mc. La porosità è molto bassa con valori compresi tra 1,43 e 3,74 %. La compattezza presenta valori variabili tra 0,962 e 0,986 (Penta, Ippolito, 1935). I valori riportati, in combinazione con i valori di assorbimento dell’acqua, di risalita capillare e delle prove UCS registrate indicano nel complesso una buona resistenza a compressione uniassiale della pietra con valori variabili tra 112 MPa e 144 MPa a seconda della cava di estrazione (Primavori, 1999) La Pietra di Bellona risulta nel complesso un calcare di buona qualità con scadimento trascurabile delle proprietà indice del materiale anche in condizioni ambientali molto aggressive. Le patologie di degrado più diffuse sono: patine e macchie superficiali dovute agli agenti atmosferici e all’inquinamento, fratturazione dovuta ad atti vandalici, fessurazione superficiale ed esfoliazione (de Gennaro, 2000). Conclusioni L’osservazione delle relazioni che intercorrono tra le tecniche, i materiali e il contesto geomorfologico, ci racconta la storia di questi luoghi, delinea il quadro socioeconomico e ne costituisce l’identità. Oggi, immersi in città sempre più industrializzate e nuovi quartieri che si conformano come dei luoghi “non luoghi”, si sente il bisogno di recuperare e ritrovare quel senso di appartenenza e di legame con lo spazio che ci circonda. L’articolo 1 della Carta di Venezia (1964), in tal senso ci ricorda che quando parliamo di monumento storico ci stiamo riferendo tanto alla “creazione architettonica isolata

232


quanto l’ambiente urbano o paesistico” come “testimonianza di una civiltà particolare, di un’evoluzione significativa o di un avvenimento storico”, ma soprattutto tenendo in considerazione anche “le opere modeste che, con il tempo, abbiano acquistato un significato culturale”; la nozione di monumento quindi si amplia e comprende sia l’opera architettonica sia il paesaggio urbano, naturale, rurale di cui per la prima volta si apprezza il valore storico culturale da tutelare. Ancora della Carta di Venezia è considerevole anche l’art. 10: “Quando le tecniche tradizionali si rivelano inadeguate, il consolidamento di un monumento può essere assicurato mediante l’ausilio di tutti i più moderni mezzi di struttura e di conservazione, la cui efficienza sia stata dimostrata da dati scientifici e sia garantita dall’esperienza”. Risulta, quindi, chiaro e determinante l’invito ad assumersi responsabilità nella tutela delle varie strutture storiche sopravvissute a distanza di centinaia di anni in quanto memoria storica dei luoghi. Bibliografia AA.VV., 1971 Carta geologica d’Italia 1:100.000, Foglio 172 Caserta. APAT, Roma, 2004 Abbolito E. 1935, Il calcare di Bellona in provincia di Napoli. Boll. Soc. Geol. It., 54, pp 272-276. Branduini P. 2014, Il ruolo dell’architettura rurale nella valorizzazione del paesaggio agricolo periurbano, Maggioli Editore, Milano. Carfora P., Guandalini F., Mataluna S., Quilici Gigli S., Renda G., Salerno M. 2014, Carta archeologica e ricerche in Campania, Fascicolo: Comuni di Bellona, Marcianise e Sturno, L’Erma di Bretschneider, Roma. Chouquer G., Clavel M., Favory F., Vallat J.P. 1987, Structures agraires en Italie centro-meridionale. Cadastres et paysage ruraux, CollEFR, Roma. D’Aprile M. 2008a, Murature tardomedievali in calcare di Terra di Lavoro, in G. Fiengo, L. Guerriero (a cura di), Atlante delle tecniche costruttive tradizionali. Napoli, Terra di Lavoro (XVI-XIX), Tomo I, Murature, solai, coperture, Arte Tipografica Editrice, Napoli, pp 55-84. D’Aprile M. 2008b, Solai e coperture in legno a Napoli e in Terra di Lavoro, in G. Fiengo, L. Guerriero (a cura di), Atlante delle tecniche costruttive tradizionali. Napoli, Terra di Lavoro (XVI-XIX), Tomo I, Murature, solai, coperture, Arte Tipografica Editrice, Napoli, pp 297-298. D’Orta L. 2008, Strutture in calcare di età moderna in Terra di Lavoro, in G. Fiengo, L. Guerriero (a cura di), Atlante delle tecniche costruttive tradizionali. Napoli, Terra di Lavoro (XVI-XIX), Tomo I, Murature, solai, coperture, Arte Tipografica Editrice, Napoli, pp 92-100. de Gennaro M., Calcaterra D., Langella A. 2013, Le pietre storiche della Campania, Luciano Editore, Napoli. de Gennaro M., Calcaterra D., Cappelletti P., Langella A., Morra V. 2000, Building stone and related weathering in the architecture of the ancient city of Naples. Journal of Cultural Heritage, pp 334-414. Ferrero L.O. 1879, Contribuzione allo studio del materiale litologico della provincia di terra di Lavoro. Esposizione regionale di Caserta. 2 vol in 8°, Caserta, pp 296. Guerriero L., Miraglia F. 2010, Materiali del Roccamonfina nell’architettura medievale di Terra di Lavoro: Pontelatone, Formicola, Castel Volturno, in A. Panarello (a cura di), Conoscere il Roccamonfina. 2. L’architettura, Atti del Convegno e catalogo della Mostra, Roccamonfina, pp.107-124. Pagano G., Guarniero D., 1936, Architettura rurale italiana, Quaderni della triennale, Hoepli Editore, Milano. Penta F., Ippolito F. 1937a, La Pietra di Bellona. Marmi, Pietre e Graniti. a.XV n.2, Carrara, pp 3-30. Penta F., Ippolito F. 1937b, Marmi ornamentali adoperati nel nuovo palazzo delle poste di Napoli. Marmi, pietre e Graniti. a.XV n.1, Carrara. Primavori P. 1999, Planet Stone, Zusi Editore, Verona.

233


Il giardino di Palazzo Barberini a Roma. Storia e ipotesi di restauro Gilberto De Giusti

Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Marta Formosa

Gilberto De Giusti Marta Formosa

Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Abstract The essay examines some restoration proposals for the garden of Palazzo Barberini in Rome. This historic garden was in origin a big park hierarchically linked to the building and constituted by two terracings adorned by sculptures and fountains. The garden was used in early XVII century by the cardinal Francesco Barberini for his botanical interests and afterwards the obelisk, called ‘guglia’, was to be erected there on a project by Carlo Fontana. In recent times, the garden has been gradually reduced because of the urbanistic renovation of the city between the XIX and the beginning of the XX century. Although much of the ancient layout has been lost, some archival documents, books and drawings are precious to read in the correct way this space. To date, there is a need to develop a new and unitary figurative image, recovering the suggestions of the first garden from historical representations and documents, respecting the value of the monument. Two design solutions are presented which are based on the re-enactment of the past events of the site and the figures that animated it, using contemporary and current ways. Il presente saggio trae origine dalle tesi degli autori discusse presso la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio dell’Università di Roma “Sapienza” nell’A.A. 2018/2019. Relatore: prof. arch. Massimo De Vico Fallani; Correlatori: prof.ssa arch. Maria Letizia Accorsi, arch. Dario Aureli, prof. ssa arch. Roberta Maria Dal Mas. Si esprime un sincero ringraziamento al relatore e ai correlatori per il supporto nell’esecuzione della ricerca storica e degli elaborati grafici. I disegni qui pubblicati sono stati svolti sulla base del rilievo laser scan eseguito con il prof. arch. Leonardo Paris nel mese di dicembre 2018. Le note storiche, nella fase iniziale di studio, sono state redatte insieme all’arch. Bruno Di Gesù.

1

234

Keywords Palazzo Barberini, restauro, giardino storico, progettazione, Giovanni Battista Ferrari

Il giardino di palazzo Barberini allo stato attuale Il giardino di palazzo Barberini è un interessante tema di studio per le trasformazioni strutturali subite dall’impianto architettonico e vegetale1. Questo spazio verde, molto ridotto rispetto all’assetto originario, costituisce un’importante traccia della storia del complesso, testimoniando l’unione solidale che legava l’edificio al suo parco. Attualmente, il giardino si sviluppa su due livelli: il primo è sito alla quota d’ingresso da via delle Quattro Fontane, con l’ampio cortile a esedra di fronte alla facciata; il secondo è alla quota più alta, a cui si accede dalla rampa in asse con l’atrio che ha per sfondo il villino Savorgnan di Brazzà con la statua dell’Apollo citaredo (Figg. 1-2). Alla fine della cordonata, a destra si estende il secondo giardino con il padiglione ligneo e la serra, mentre a sinistra sono presenti delle aree recintate private, tra cui il verde dei Barberini. L’area sul lato destro, di pertinenza del palazzo, è distinguibile in due ambiti tra loro non comunicanti ed entrambi lambiti dal muraglione. Il primo ambito, ap-


prossimabile a un quadrato, è delimitato a monte dal muro controterra del terrazzamento superiore e dalla recinzione degli edifici circostanti; il verde è quadripartito e nell’incrocio è posta la vasca circolare; a ridosso del muraglione verso il palazzo, corre il viale fiancheggiato da due filari di Quercus ilex. Il prospetto del salto di quota superiore è ritmato da paraste rustiche che inquadrano due finestroni; a metà del prospetto è collocata la scala a due rampe ortogonali, aggettivata centralmente dall’esedra con la fontana rustica. La seconda area, invece, è accessibile dal viale che partendo dal fianco sinistro della serra circonda il primo giardino e confluisce nella strada condominiale verso la via XX Settembre. Questa zona, di forma irregolare, è delimitata dall’inferriata e vi si entra dal cancello in asse con il Ponte Ruinante; sulla destra del percorso che congiunge il ponte al cancello, in parte definito da edifici, è presente il piazzale rettangolare con erme, mentre sulla sinistra l’area presenta uno spartito di aiuole a quote leggermente diverse, con alberature ad alto fusto e statue. Note di studio storico del giardino Lo stato del giardino negli anni 1625-1630 Realizzato sul sito della vigna e del giardino di statue di Rodolfo Pio da Carpi (1500-64), il complesso è comprato nel 1578 dagli Sforza, che realizzano l’ala di sinistra, e, dopo successivi passaggi di proprietà, nel 1625 dal cardinale Francesco Barberini (Magnanimi, 1983, p. 51; Eiche, 1987). La campagna di lavori che porta alla definizione a scala urbana del complesso coinvolge ampiamente il lotto e le strade limitrofe, innestandosi sulla piazza Grimana (piazza del Tritone) e sulla via delle Quattro Fontane culminante nel quadrivio2. Da questa via si accede alla proprietà mediante i passaggi ricavati in due muri consecutivi e dall’ingresso dalla piazza Grimana (Waddy, 1990, p. 207). Il palazzo, con impianto ad ‘H’, presenta nella parte centrale al piano terra il portico che, in profondità, si riduce da sette a cinque e tre campate ed è concluso dalla fontana a esedra; il giardino si sviluppa sul retro su due gradoni ed è raggiungibile dal salone ovale del primo piano e dall’ala sinistra degli Sforza (Fig. 4). L’impianto dell’edificio, progettato da Carlo Maderno, riprende in pianta e in alzato le soluzioni architettoniche adottate in area suburbana, accentuando la valenza agreste del luogo (Wittkower, 1993, p. 95). In questa fase, la sistemazione del lotto è raffigurata nella planimetria della Biblioteca Apostolica Vaticana, datata al 1628 da Waddy, in cui si distinguono i tre giardini segreti, allineati lungo il muro di cinta verso l’odierna via Barberini, e il giardino grande in direzione delle Quattro Fontane (Waddy, 1990, p. 178). Questo assetto richiama le soluzioni progettuali suggerite per il giardino nel documento Barberiniano latino

Fig. 1 Palazzo Barberini, Roma. Architettonico della planimetria del palazzo e del giardino, scala rapporto 1:200 (elaborazione grafica: Gilberto De Giusti, Marta Formosa, 2019). Fig. 2 Palazzo Barberini, Roma. Architettonico delle sezioni sul giardino longitudinale (in alto) e trasversale sul giardino (in basso), scala rapporto 1:200 (elaborazione grafica: Gilberto De Giusti, Marta Formosa, 2019).

Nel crocevia delle Quattro Fontane, il muro di confine del giardino Barberini è sottolineato dal prospetto attribuito a Pietro da Cortona, caratterizzato dalla statua della ninfa dormiente al di sotto della finestra che in origine consentiva la vista verso l’interno della proprietà (Blunt, 1958).

2

235


Gilberto De Giusti Marta Formosa Fig. 3 Palazzo Barberini, Roma. Rilievo architettonico del muro del terrazzamento superiore (in alto) e del prospetto della cordonata (in basso), scala rapporto 1:50 (elaborazione grafica: Gilberto De Giusti, Marta Formosa, 2019).

Sull’identità dell’autore del manoscritto, nel corso degli anni sono stati ipotizzati diversi nomi, da Cassiano del Pozzo (Magnanimi, 1983, pp. 60-61), a Carlo Maderno, a Giovanni Battista Ferrari (Campitelli, 2004, p. 574), senza però essere giunti a una identificazione certa.

3

236

4360, in cui l’anonimo autore prevede la realizzazione di un “giardin segreto de’ fiori”, la cui esposizione ottimale è sulla sinistra del lotto per via del “sole à tutte l’hore”, e di un “giardin grande”, di cui è “assai più alto il piano […] dal piano nobile, e del pian del giardin segreto”. Di questo spazio più ampio, si legge che “dunque converrà, che una parte ne sia aprica, et una parte ombrosa; una amenissima, et una alquanto rustica”, destinando la zona più soleggiata alla messa a dimora di melangoli e quella più ombrosa alla piantagione di olmi o platani, secondo uno schema geometrico di riquadri (senza data citato in Magnanimi, 1983, pp. 230-262)3. Alcune note descrittive redatte tra il 1626 e il 1630 registrano la presenza di statue, epigrafi e rocchi di colonne antiche, mentre le essenze vegetali consistono in gelsomini e melangoli (Lavin, 1975). Dal confronto con le fonti documentarie, che seppur approssimativamente consentono di estrapolare un’idea dell’originario impianto, si osserva che a oggi i giardini segreti si conservano parzialmente in pianta a sinistra della cordonata, coincidendo con il verde privato della famiglia Barberini, mentre dell’area grande si è serbato il livello inferiore, seppur fortemente ridotto. Per quel che riguarda l’uso del giardino nei primi anni del Seicento, è bene ricordare il vivo interesse per la floricoltura del cardinale Francesco, alimentato presso la corte barberiniana dallo studioso Giovanni Battista Ferrari, autore di importanti trattati botanici (Ferrari, 1638, 1646). Tale passione per gli argomenti naturalistici è largamente trattata nelle Aedes Barberinae di Teti, dove un’illustrazione raffigura dei recinti rettangolari di fiori bordati di bosso (Teti, 1647, p. 41), coerentemente con la partitura a scacchiera rappresentata nella Pianta di Roma di Falda del 1676. Trasformazioni degli anni 1630-1700 Alla morte di Carlo Maderno nel 1629, Gian Lorenzo Bernini subentra alla direzione del cantiere. Dal 1673 al 1678 è intrapresa la costruzione del Ponte Ruinante per volontà del cardinale Francesco Barberini. Negli stessi anni è realizzata la cordonata alla cui estremità, nel 1677, è collocata la statua dell’Apollo Citaredo, restaurato da Giuseppe Giorgetti e Lorenzo Ottoni, su di una vasca circolare in travertino con un supporto di finti scogli (Montagu, 1970). Dal punto di vista funzionale, cambia la connessione al giardino con la rimozione della fontana dall’atrio d’ingresso e con l’apertura del passaggio che introduce alla nuova cordonata in asse con il palazzo (Fig. 4). Al terrazzamento superiore si accede con il viale in prosecuzione della rampa. Il piano nobile comunica con il giardino mediante il Ponte Ruinante, che unisce la sala del trono al viale alberato verso l’ingresso dalla via Pia (oggi via XX Settembre).


Fig. 4 Palazzo Barberini, Roma. Restituzione delle fasi di trasformazione sul rilievo dello stato attuale, scala rapporto 1:250. A sinistra anni 1625-1630; a destra anni 1630-1700 (elaborazione grafica: Gilberto De Giusti, Marta Formosa, 2019).

Questa sistemazione è descritta nella pianta di Nolli del 1748, che riporta anche lo schema ad aiuole rettangolari del terrazzamento superiore culminante in una parte più boschiva con una fontana ovale e l’esedra nel muro di contenimento del dislivello. Alcune illustrazioni del XVII e XVIII secolo restituiscono il carattere prevalentemente naturalistico del sito: poche statue sono immerse in una rigogliosa vegetazione, confermando la predilezione per gli scorci paesistici (Fig. 5). Rispetto alla fase precedente, sembra qui sviluppato in maniera più ampia il tema del giardino inteso quale scenografia, atta a ospitare statue di figure mitologiche e allegoriche, colte citazioni del mondo classico (Tagliolini, 2006). In questi anni si progetta di innalzare in asse con il ponte l’obelisco, ossia la ‘guglia’, rinvenuto presso il ‘circo di Eliogabalo’, per cui sono avanzate proposte da parte di Bernini, di Giuseppe Giorgetti e Lorenzo Ottoni, e infine nel 1700, di Carlo Fontana, senza però giungere all’effettiva esecuzione dell’opera (Del Bufalo, 1982; Spila, 2013)4. La configurazione del piazzale avrebbe così assunto una potente valenza simbolica che lascia tuttora aperte svariate ipotesi interpretative, preannunciando inoltre il gusto per le finte rovine come espressione del senso di incertezza dell’epoca (Magnanimi, 1983, p. 88). Perdita dei caratteri identitari e riduzione del giardino dal XIX secolo Nel 1814, a opera dell’architetto Prospero Mallerini, è realizzato lo sferisterio dal lato della via XX Settembre, in corrispondenza del terrazzamento inferiore, riducendo significativamente lo spazio, come si evince dalla mappa catastale del 1818 (Negro, 1980). Le successive planimetrie di Roma concordano tutte sulla presenza della fontana nel muro controterra, mentre non è mai presente la scala attuale né la casina di sughero; scompaiono anche le aiuole rettangolari alla quota più bassa, che appare priva di caratterizzazione. Diversamente, la pianta di Létarouilly del 1851 (Létarouilly, 1851, p. 141) raffigura delle aiuole con quattro viali perpendicolari e fontana nell’incrocio, che non trova conferma in nessun’altra planimetria dell’epoca o precedente, a esclusione della raffigurazione di Specchi del “giardino della Guglia” (Specchi, 1699, tav. 20).

4 L’obelisco fu innalzato sul Pincio durante il pontificato di Pio VII (Spila, 2013).

237


Gilberto De Giusti Marta Formosa Fig. 5 Viste del giardino di palazzo Barberini da Baltard L.P. 1806, Lettres ou voyage pittoresque dans les Alpes et vues de Rome, Imprimerie de Crapelet, Parigi.

Nel 1883, è inserita la serra in vetro e ghisa e nel 1886 sono demoliti lo sferisterio e il viale dei lecci; l’anno seguente, il piazzale antistante il palazzo è modificato con la realizzazione della corte a emiciclo a cui si accede dalla cancellata progettata dall’architetto Francesco Azzurri (De Guttry, 2006). Con la ridefinizione urbanistica del quartiere, il lotto di palazzo Barberini subisce una forte riduzione con l’aggregarsi lungo i suoi bordi di nuovi edifici (Cherubini, 2013). Ormai del giardino non resta che la parte più interna, destinata comunque a perdersi con la costruzione nel 1937 della villa Savorgnan di Brazzà, che reca memoria del sito con la statua dell’Apollo in facciata. Lettura morfologica e problemi di restauro Alla luce dell’analisi delle vicende storiche del giardino Barberini, è evidente la necessità di rendere leggibili quei valori storico-artistici attualmente compromessi. Sebbene non sia possibile, allo stato attuale degli studi, ricavare dai documenti un’immagine precisa del giardino antico, le testimonianze pervenuteci e il loro riscontro con un accurato rilievo sono degli strumenti significativi per l’individuazione dei caratteri identitari. Mentre la parte antistante il palazzo, frutto della sistemazione ottocentesca, trova nel giardino paesaggistico inglese il suo riferimento principale, diversamente, la zona superiore è fortemente disomogenea ed è da leggersi come il lacerto del giardino seicentesco, di cui conserva pochi elementi puntuali e segni degli assi principali. L’area quadrangolare di fronte alla serra, a seguito del restauro del 2008, si ispira alla rappresentazione di Létarouilly, replicando lo schema quadripartito con fontana al centro (Cherubini, 2010, p. 76). Questo impianto però, oltre a non sopperire alle esigenze funzionali del palazzo, appare slegato rispetto all’intorno, facendo emergere la possibilità di un rinnovamento, anche in funzione della recente acquisizione da parte del palazzo del piazzale in asse con il ponte, precedentemente gestito dal Ministero della Difesa. Si pone così la problematica di definire spazialmente questo sito poco organico, stabilendone un’immagine coerente e funzionalmente organizzata. Sulla base di quanto espresso da Belli Barsali (Belli Barsali, 1983) sull’analogia di metodo tra il restauro architettonico e quello dei giardini storici, occorre pensare criticamente a un allestimento contemporaneo che, però, citi e mantenga la memoria del vissuto del luogo, senza interferire con i suoi valori. Secondo questa logica, sono stati elaborati due pos-

238


sibili interventi progettuali che, reinterpretando le conoscenze documentarie e iconografiche mediante un approfondito confronto con le permanenze storiche, danno come risultato diverse letture dello spazio verde. Il giardino della Guglia Il primo progetto consiste in precise operazioni definite in base ai valori del luogo, percepibili dalla sua fruizione, dallo studio storico e dalle ‘linee guida interne’ che emergono dal rilievo (Fig. 6). Si vuole ottenere la ricomposizione figurativa ideale di tutti i livelli che danno conto del giardino nella sua interezza, senza voler replicare fasi non più esistenti, ma intervenendo in maniera critica e progettuale per mezzo di suggestioni, generando un insieme armonico di parti distinte che dialoghino fluidamente tra loro. L’obiettivo del progetto, di matrice dichiaratamente contemporanea, è la riconfigurazione dei diversi lacerti presenti nel giardino ricucendoli spazialmente sia dal punto di vista distributivo che visivo, anche in relazione alle possibili viste dall’interno del palazzo. Si interviene inizialmente con opere di manutenzione straordinaria per risolvere i problemi statici riguardanti il muraglione che circonda il palazzo, dovuti all’interramento degli originari sistemi di deflusso delle acque, che ora si accumulano nel paramento. Gli alterati rapporti geometrico-proporzionali causano una contrazione spaziale che genera un’immagine ancora più opprimente degli edifici confinanti con il giardino: infatti, il punto focale individuato nella fontana è decentrato e posizionato arbitrariamente distogliendo l’attenzione dal piano orizzontale verso quello verticale. Si propone tramite l’individuazione di nuovi assi, la proiezione del modulo generato tra la scalinata e la serra, e la ricostituzione dei diversi filari sagomati di lecci, di correggere tali questioni scenografiche, frammentando le immagini non pertinenti e focalizzando l’attenzione sulla spazialità interna al giardino anziché sulle moli che lo circondano. Queste nuove direttrici di progetto metteranno in luce gli allineamenti prospettici, così da ricostituire l’unità figurativa tra l’ambito principale e quello prospiciente il Ponte Ruinante. In corrispondenza del ponte si suggerisce di inserire un elemento che reinterpreti in chiave attuale la ‘guglia’ descritta nella rappresentazione di Specchi: essa costituirebbe nella sequenza visiva, oltre che il punto di fuga tra il viale d’ingresso da via XX Settembre e il Ponte Ruinante, una meta e riferimento spaziale per l’insieme del giardino. Il giardino dei fiori La seconda idea progettuale si ispira alle disposizioni contenute nel Barberiniano latino 4360 e negli scritti di Ferrari, evidenziando cioè il legame del luogo con la coltivazione di fiori da bulbo e accentuando l’organizzazione dell’area per settori verdi differenziati (giardino dei fiori, zona soleggiata con agrumi, zona d’ombra con alberi ad alto fusto), ma tra loro fluidamente connessi con decisi assi di percorrenza (Fig. 7). La proposta ha per obiettivo quello di restituire unità figurativa e funzionale al giardino superiore, considerando la stretta relazione con il palazzo, grazie anche allo studio delle visuali e alla separazione dei percorsi veicolari e pedonali. Si ipotizza la riunificazione dei due diversi ambiti del giardino mediante una bassa recinzione che delimiti lo spazio di pertinenza del palazzo da quello condominiale, riutilizzando anche il cancello in ferro battuto attualmente presente. L’area antistante la serra, suddivisa in direzione longitudinale dal prolungamento

239


Gilberto De Giusti Marta Formosa Fig. 6 Palazzo Barberini, Roma. Progetto del giardino della Guglia: planimetria generale post operam, scala rapporto 1:200 (in alto); prospetto e sezione dell’installazione della Guglia (a sinistra); sezione della fioriera e dei viali (al centro); dettaglio ante e post operam dell’antico sistema di smaltimento delle acque (elaborazione grafica: Gilberto De Giusti, 2019). Fig. 7 Palazzo Barberini, Roma. Progetto del giardino dei fiori: planimetria generale post operam (in alto), scala rapporto 1:200; dettaglio della lastra in travertino (a sinistra); dettaglio dell’aiuola circolare con schema della disposizione dei bulbi (a destra); dettaglio delle bande fiorite con schema della disposizione dei bulbi (in basso) (elaborazione grafica: Marta Formosa, 2019).

240

dell’asse che va dalla fontana rustica al Ponte Ruinante, ospita da un lato la zona coltivata a bande di prato e fioriere di bulbi e dall’altro quella con agrumi, atti a schermare in parte gli edifici insistenti sul giardino. Secondo un’ottica di sostenibilità, la coltivazione e la vendita dei bulbi è affidata alla serra. Il giardino d’ombra è da ubicarsi nella parte in asse con il Ponte Ruinante, valorizzando così le alberature presenti e aggiungendone delle nuove, insieme a rosai di rose antiche e a un gazebo. Dall’analisi dei percorsi, si nota che questo piazzale è strettamente legato alle sale dell’ala destra del palazzo, attualmente sede delle collezioni d’arte contemporanea: pertanto si prevede l’inserimento di una lastra marmorea nella pavimentazione che conservi memoria del progetto dell’obelisco e sulla quale possano essere esposte a rotazione delle installazioni artistiche. Conclusioni Il restauro di un giardino, inteso quale bene effimero e facilmente soggetto ad alterazioni, è spesso occasione di confronto con spazi che hanno perso il loro originario assetto. È pertanto doveroso basarsi su una ricerca storica approfondita, dettagliata, che analizzi documenti e fonti iconografiche note, per poi effettuare un confronto con la realtà attuale del bene oggetto di studio. Il rilievo circonstanziato e le vicende del luogo, oltre a definirne i valori spirituali e identitari, determinano le linee d’indirizzo per i percorsi, gli accessi, la scelta delle essenze da conservare o da rimuovere, nonché per la destinazione d’uso. In definitiva, il progetto è il risultato di una lettura tesa a rendere manifesti quei valori che le superfetazioni e gli interventi incongrui eseguiti nel tempo avevano precedentemente nascosto, mettendo in luce mediante un’equilibrata valutazione critica la specificità e l’unicità dell’opera d’arte.


Bibliografia Ferrari G.B. 1633, De Florum cultura Libri IV, Stephanus Paulinus, Roma. Teti G. 1642, Aedes Barberinae ad Quirinalem, Mascardus, Roma. Ferrari G.B. 1646, Hesperides, sive, De malorum aureorum cultura et usu libri quatuor, Sumptibus H. Scheus, Roma. Specchi A. 1699, Il Quarto libro del Nuovo teatro delli palazzi in prospettiva di Roma moderna, vol. 4, Rossi, Roma, tav. 20. Létarouilly P.M. 1851, Édifices de Rome moderne, vol. 2, Firmin Didot Fréres, Parigi. Blunt A. 1958, The palazzo Barberini: the contributions of Maderno, Bernini, and Pietro da Cortona, «Journal of the Warburg and the Courtald Institutes», n. 21, pp. 256-287. Montagu J. 1970, Antonio and Giuseppe Giorgetti: sculptors to Cardinal Francesco Barberini, «The Art Bulletin», n. 52, pp. 278-298. Lavin M.A. 1975, Seventeenth-Century Barberini Documents and Inventories of Art, New York University Press, New York. Negro A. (a cura di) 1980, Guide Rionali di Roma, Rione II - Trevi, Palombi, Roma. Del Bufalo A. 1982, G.B. Contini e la tradizione del tardomanierismo nell’architettura tra ‘600 e ‘700, Edizioni Kappa, Roma. Belli Barsali I. 1983, I giardini non si sbucciano, «Italia Nostra», vol. 27, n. 221, pp. 31-37. Magnanimi G. 1983, Palazzo Barberini, Editalia, Roma. Eiche S. 1987, Cardinal Giulio della Rovere and the Vigna Carpi, «Roma nel Rinascimento», n. 3, pp. 104-105. Waddy P. 1990, Palazzo Barberini alle Quattro Fontane, in Id., Seventeenth Century Roman Palaces, MIT Press, New York. Wittkower R. 1993, Arte e architettura in Italia 1600-1750, Einaudi, Torino [ed. orig. 1958]. De Guttry I. 2001, Guida di Roma moderna dal 1870 ad oggi, De Luca, Roma. Campitelli A. 2004, Gli Horti di Flora nell’età dei Barberini, in L. Mochi Onori et al. (a cura di), I Barberini e la cultura europea del Seicento, De Luca, Roma, pp. 571-666. Tagliolini A. 2006, I giardini di Roma, Newton Compton, Ariccia. Cherubini L.C. 2010, Palazzo Barberini. L’architettura ritrovata, Adda, Roma. Dal Mas R.M. 2010, Il palazzo dei Convertendi, 1937: criteri per la restituzione grafica e analisi descrittiva dell’organismo architettonico, «Quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura», n. 53, pp. 5-24. Cherubini L.C. 2013, La riduzione del giardino Barberini nei secoli XIX e XX, in E. Cajani (a cura di), Tra tutela e valorizzazione, Palombi, Roma, pp. 139-151. Spila A. 2013, Il Ponte Ruinante di Palazzo Barberini, in M. Fagiolo (a cura di), Atlante del barocco in Italia, Roma Barocca, i protagonisti, gli spazi urbani, i grandi temi, De Luca, Roma, pp. 663-665. De Vico Fallani M., Negro G. 2016, Rilievo di villa Celimontana effettuato nel 1926. Brevi osservazioni sulle caratterizzazioni grafiche e sulle tecniche di rappresentazione, in M.P. Sette (a cura di), Il verde nel paesaggio storico di Roma. Significati di memoria, tutela e valorizzazione, Edizioni Quasar, Roma. Rohde M. (ed. italiana a cura di De Vico Fallani M.) 2012, La cura dei giardini storici. Teoria e prassi, Leo S. Olschki, Firenze. Dal Mas R.M. (in stampa), La tutela del paesaggio in Italia: la ricostruzione dell’iter legislativo per l’intervento di restauro, in M.L. Accorsi et. al. (a cura di), Giardini e parchi storici elementi ‘portanti’ del paesaggio culturale. Pluralità di aspetti e connotazioni, L’Erma di Bretschneider, Roma.

241


Il complesso dell’ex Stazione Trastevere a Roma. Studio storico-critico per un possibile re-uso (restauro e uso) Chiara Frigieri Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Oliva Muratore Chiara Frigieri Oliva Muratore

Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma

Abstract The complex of the first Trastevere railway station today represents an episode of industrial archeology. The ‘passenger building’ is considered a representative example of great urban ambitions for the city of Rome which, starting from the second half of the nineteenth century, decided to invest in a system of public, urban and interurban transport, converging on the city, in order to determine a growing economic and social development. The resulting architecture throughout Europe takes on distinctive constructive and stylistic caracters, recognizable by the diffused use of modern materials such as iron and glass, used in vaults, cantilever roof and construction details through semi-industrial engineering productions. The reality of architecture, after changes of the building use, conserve its late nineteenth century aspect. This has been studied through archival documents, historical iconography and direct analysis, with the aim of planning its restoration and, above all, a new public use that is also compatible with the renewed needs of the community. Keywords Conoscenza; Studio storico-critico; Restauro; Uso compatibile; Architettura

Premessa L’ex stazione ferroviaria di Roma Trastevere, nell’attuale piazza Ippolito Nievo, è stata inaugurata il primo luglio 1890. Tuttavia, già nel primo decennio del Novecento, questa perde la funzione di cerniera strategica del settore urbano occidentale della città. Nel 1905 infatti, a seguito della nazionalizzazione della rete ferroviaria si decide di impiegare il fabbricato viaggiatori della stazione Trastevere come sede dell’Istituto di Dinamica Sperimentale delle Ferrovie dello Stato, avviando così un processo di delocalizzazione della funzione ferroviaria. A conferma di un diverso orientamento dello sviluppo urbanistico, economico e sociale della città di Roma e in particolare della riva destra del Tevere, fra il 1907 e il 1910 si realizza una nuova stazione nel quartiere Trastevere, in una posizione più strategica per i collegamenti con le altre tratte esistenti sul territorio.

242


Immagine introduttiva Stazione Trastevere, divenuta sede dell’Istituto Sperimentale del Ministero delle Comunicazioni Sezione Ferroviaria, in esercizio solo per le merci, 1935 (Il Regio Istituto Sperimentale, 1938, p. 9).

L’originaria sede ferroviaria conserva per alcuni anni il servizio merci, fino a quando l’Amministrazione Pubblica decide di collocare nell’area del complesso ferroviario le ‘Officine di Roma’, originariamente inserite all’interno della stazione Termini. Il complesso è definitivamente dismesso nel 1950. Dai primi anni Novanta del secolo scorso, e ancora oggi, il grande edificio e l’antistante giardino, un tempo distinto dalla presenza di aiuole e arbusti di media altezza, appaiono abbandonati e privati di un’adeguata funzione, in attesa di un progetto di restauro e di nuova destinazione d’uso, che sia compatibile con i caratteri stilistici e costruttivi dell’organismo edilizio. Infatti solo attraverso un uso ‘consapevole’ del patrimonio architettonico diffuso è possibile assicurare la trasmissione di questo alle generazioni future, valutando, caso per caso, una funzione rispettosa dei valori storico-artistici e di autenticità della preesistenza storica. I beni culturali non necessitano di essere ‘valorizzati’ o ‘rivitalizzati’, termini questi diffusi negli ultimi decenni e non sempre interpretati correttamente da coloro i quali investono nel patrimonio storico-artistico; piuttosto deve essere loro concessa la possibilità di essere impiegati in modo ‘compatibile’, facilitando attraverso l’uso la lettura della loro storia e manutenuti attraverso una programmazione continua nel tempo (art. 4 della Carta Italiana del Restauro, 1972). Allo stato attuale la fabbrica di fine Ottocento, modificata in parte nei primi decenni del Novecento, si mostra agli occhi dei cittadini romani privata della sua dignità architettonica, con le grandi arcate al piano terra tamponate e la variegata vegetazione del giardino antistante circondata da cumuli di immondizia. È dunque aperto il dibattito relativo ad una più appropriata destinazione d’uso; una nuova funzione compatibile non solo con il carattere architettonico distintivo del grande lotto urbano, ma anche con le rinnovate esigenze culturali e sociali degli abitanti del quartiere. In questo scritto si intende delineare una sintesi storico-critica delle vicende costruttive vissute dalla fabbrica nel tempo, resa possibile attraverso lo studio dei documenti d’archivio, dell’iconografia storica, delle fonti edite e l’analisi della realtà dell’architettura allo stato attuale.

243


Chiara Frigieri Oliva Muratore

Questo al fine di acquisire le conoscenze necessarie per un progetto di restauro e nuovo uso di un episodio di architettura tardo ottocentesca, progettato per la risoluzione di problematiche connesse alle principali infrastrutture della città e allo sviluppo economico, sociale e urbano nella seconda metà del XIX secolo. Tale architettura oggi meriterebbe, a parere di chi scrive, di essere restaurata e resa fruibile dalla collettività, a memoria di una parte della storia di Roma che non deve essere dimenticata, anche se troppo spesso è trascurata dalla storiografia diffusa.

244

Inquadramento storico-urbanistico La realizzazione della stazione Trastevere è legata allo sviluppo dei servizi ferroviari di Roma e alle problematiche connesse con la sua espansione urbanistica nell’ultimo quarantennio del XIX secolo. Questo periodo è distinto da una sensibilità crescente rispetto al tema del trasporto pubblico in tutta Europa e da un rapido incremento delle linee ferroviarie convergenti sulla città. Papa Pio IX nel 1846, a pochi mesi dall’inizio del suo pontificato, sollecita la progettazione di nuove strade ferrate tra lo Stato Pontificio e l’estero, e il 7 novembre dello stesso anno delibera la costruzione di due linee ferroviarie: la Roma-Frascati e Roma-Velletri-Ceprano, sino al confine col Regno di Napoli, detta ‘Pio Latina’ e la Roma-Civitavecchia e Roma-Ancona, detta ‘Pio Centrale’ (Londei, Glielmi, 2009). Il Governo Italiano si dimostra favorevole, fin dal 1878, alla realizzazione di una stazione ferroviaria nella zona di Trastevere e nel 1880 ne commissiona il progetto all’Amministrazione delle Ferrovie Romane, proponendo un nuovo polo ferroviario nell’area di San Cosimato (Società italiana per le strade ferrate del Mediterraneo, Servizio delle Costruzioni, 1897, p. 5). Si intende “eseguire una stazione in Trastevere con un braccio di strada ferrata che staccandosi dall’attuale stazione di San Paolo […] raggiunga i prati di San Cosimato” (ASC, Titolo post unitario; Titolo 51 Strade ferrate, busta 3, fasc. 6, 1880 prot. 21853). Il nuovo impianto aveva anche l’obiettivo di decongestionare il nodo di Termini, sovrautilizzato. Si voleva realizzare uno scalo viaggiatori e merci per la parte occidentale della città, un punto di arrivo e partenza delle linee per il nord e per il sud lungo il litorale tirrenico. La collocazione del nuovo polo ferroviario all’interno delle mura seicentesche realizzate da Papa Urbano VIII, in un terreno della famiglia Sciarra, nei pressi del complesso conventuale di San Cosimato (Betti Carboncini, 1998, p. 95), aveva tuttavia creato incertezze circa la fattibilità della sua realizzazione (ASC, Atti del Consiglio Comunale del 1883). Nel progetto originario la stazione avrebbe dovuto essere l’elemento di testa per la linea verso Civitavecchia e sarebbe stata collegata, con un nuovo ponte metallico, a quella di Testaccio. Il Piano Regolatore di Roma del 1883 descrive questa prima ipotesi: tuttavia nei grafici non risulta l’asse di viale del Re, il collegamento fra il Rione Trastevere e l’area a sud delle mura, fuori Porta Portese. Nel settembre del 1883, a causa dei rallentamenti dovuti ai difficili accordi tra il Comune e i proprietari dei terreni, il primo progetto viene superato e si propone una soluzione alternativa. Si prevede di posizionare la stazione lungo il prolungamento di via di Porta Portese, fuori dalle mura, in un’area non edificata, da connettere con la città consolidata (Pianta topografica di Roma, pubblicata dalla Direzione Generale del Censo e aggiornata a tutto il corrente anno MDCCCLXVI, 1866, ASC, zona di Trastevere).


Questo progetto prevede anche la possibilità di sostituire con un tratto di nuova costruzione la linea tra San Paolo e Termini (Betti Carboncini, 1998, p. 95) e, soprattutto, di realizzare un ponte che permettesse di attraversare il Tevere all’altezza di Porta Portese (ASR, Collezioni di disegni e mappe, 21492, Progetto di sistemazione ferroviaria della città di Roma, arch. F. Mazzanti, 1888). Dalla disamina delle fonti d’archivio è possibile comprendere la processualità con la quale si giunge, nel 1889 alla realizzazione della stazione, oggetto di un vivace dibattito (ASC, Ufficio V, Piano Regolatore, posizione 8, fasc. 9a; Semenza, 1879; Frontini, 1883). La pianta del Genio Militare del 1900 descrive l’assetto urbano dell’area di Trastevere dopo la realizzazione del complesso ferroviario (Frutaz, 1962). La costruzione del nodo di scambio, con i binari nella parte retrostante verso il Tevere, conferisce una nuova connotazione a questa porzione di territorio, destinato a divenire un importante polo ferroviario per l’intera città di Roma. L’architettura delle stazioni nella seconda metà del XIX secolo in Europa L’episodio progettuale del complesso ferroviario a Trastevere deve essere inserito all’interno di un più ampio fenomeno socio-economico sviluppatosi in Europa alla metà del XIX secolo. Fra il 1839 e il 1859 sono realizzati un grande numero di poli ferroviari, simili nei caratteri costruttivi, stilistici e nella scelta dei materiali costitutivi all’architettura dell’edificio di Trastevere. Prende forma in questi anni un nuovo tipo architettonico, progettato sulla base di specifiche esigenze funzionali. Le stazioni di testa diventano alternative porte di accesso alla città e sono oggetto di una progettazione attenta e raffinata, diversamente dalle stazioni secondarie e di transito. Nella maggior parte dei casi i fabbricati viaggiatori sono costruiti in legno, con un’unica sala d’aspetto, distinti dalla presenza di una pensilina a protezione del marciapiede adiacente ai binari. Si assiste nei decessi ad una maggiore articolazione degli spazi interni, dovuta alla specializzazione delle funzioni e alla differenziazione delle classi di viaggiatori. Fra il 1869 e il 1874 a Roma si avvia un ambizioso progetto per la nuova Stazione Termini. L’architetto Salvatore Bianchi, professore e accademico di San Luca, in accordo con gli orientamenti culturali del periodo, prevede di collegare i due corpi di fabbrica, dal carattere neorinascimentale, distinti da un linguaggio eclettico, attraverso una grande pensilina in ferro e vetro a copertura dello spazio centrale. L’uso diffuso di materiali moderni e di tecniche e tecnologie innovative per la progettazione delle stazioni ferroviarie trova riferimenti nelle realizzazioni dei grandi edifici pubblici nei paesi oltre confine. In Europa, dalla seconda metà dell’Ottocento, si diffonde l’impiego di ampie superfici vetrate con sostegni metallici, a partire dall’inaugurazione del 1850 della biblioteca di Sainte-Geneviève progettata a Parigi dall’architetto Henri Labrouste. Anche l’esposizione di Londra del 1851, con la struttura in ferro e vetro del Crystal Palace, opera di Joseph Paxton, conferma la diffusione della tecnologia del ferro, protagonista delle avanguardie del periodo. Grandi tettoie metalliche vengono impiegate nelle principali realizzazioni di stazioni ferroviarie europee: l’edificio della stazione di Budapest, progettata dall’ingegnere Gustave Eiffel; la Gare de l’Ouest del 1874-77; la ricostruzione a Madrid del grande atrio della stazione di Atocha, realizzata nel 1888 dall’ingegnere Alberto del Palacio Elissagne, con la collaborazione di Gustave Eiffel (Barucci, 2004; Mignot, 1983).

245


Chiara Frigieri Oliva Muratore

La fabbrica di Trastevere s’inserisce a pieno titolo in questo clima culturale. L’elegante volta in ferro e vetro a copertura dei primi binari sul prospetto interno è tra i principali episodi di architettura del ferro della capitale, risultato di una integrazione fra tecniche innovative e sperimentali e tradizione costruttiva della Roma di fine Ottocento. La fabbrica, distintiva dell’eclettismo ottocentesco europeo, assume nei suoi caratteri architettonici e stilistici un respiro internazionale. Fig. 1 Planimetria della stazione Trastevere. Si nota la volontà progettuale di proseguire la linea verso Termini attraversando il Tevere con un nuovo ponte (Società Italiana per le Strade Ferrate 1898, Album, tav. LXI).

La tavola LXI illustra la stazione di Roma-Trastevere. Nella successiva edizione, del 1900, ampliata fino a 134 tavole, sono riportati anche i dettagli costruttivi della ‘Tettoia metallica della Stazione di Roma Trastevere’ (tav. 116) e i ‘Magazzini sotterranei della stazione Roma-Trastevere’ (tav. 117).

1

246

Il ‘fabbricato viaggiatori’ su viale del Re (1889-1940) Nel 1898 la Società Italiana per le Strade Ferrate del Mediterraneo pubblica una ‘Relazione sugli studi e sui lavori svolti dal 1885 al 1897 con una raccolta di 71 tavole grafiche che illustrano i dettagli tecnici della realizzazione’. L’album contiene le planimetrie d’insieme, le piante, i prospetti e le sezioni, oltre che i particolari costruttivi, delle fabbriche realizzate dall’Istituto per le Ferrovie nei dodici anni di attività1. I grafici del progetto a Trastevere sono raccolti in due tavole: nella prima ci sono la planimetria generale con l’inserzione del complesso ferroviario nello spazio urbano compreso tra il fiume Tevere e viale del Re; la pianta del piano terreno; il prospetto del fabbricato viaggiatori ‘verso il Piazzale esterno’; una sezione trasversale in corrispondenza dei binari coperti dalla tettoia in metallo, della quale si rappresenta anche la ‘pianta generale dell’ossatura’. La seconda tavola è dedicata ai particolari costruttivi degli elementi metallici della volta sui binari e delle pensiline, disegnati alle opportune scale di dettaglio. L’osservazione critica di questi documenti fornisce informazioni utili ai fini della comprensione del progetto originario e dei caratteri architettonici e costruttivi distintivi dell’architettura di fine Ottocento, alcuni dei quali rimossi nel tempo. L’impianto planimetrico del fabbricato viaggiatori, ai vari livelli, è rimasto sostanzialmente invariato, a meno dell’inserzione di alcune tramezzature e di nuove scale realizzate nei primi decenni del Novecento. Anche il prospetto principale si mostra oggi simile ai disegni del progetto originario, caratterizzato da una partizione architettonica di tipo seriale, generata sulla base di un asse di simmetria centrale sottolineato dalla presenza, sul corpo aggettante, di un orologio sormontato da un timpano curvilineo. Diversamente sono andati perduti alcuni degli elementi architettonico-decorativi in ferro degli spazi esterni, come la grande volta sui binari destinati al trasporto dei passeggeri e la pensilina sul prospetto principale, rimossa dopo il 1920.


Le tavole, pubblicate nel 1898 e nel 1990 con preziosi disegni di dettaglio, rappresentano dunque un documento storico di grande valore, testimonianza di un’espressione di arte, architettura e ingegneria oggi non più esistente, riconducibile ad un periodo storico del quale l’organismo edilizio oggetto di questo studio ne è episodio rappresentativo. L’area destinata ai servizi ferroviari era composta da undici binari; i primi quattro erano riservati al traffico dei viaggiatori di linea (fig. 1), coperti dalla tettoia metallica sul fronte verso via Portuense (fig. 2). Il fabbricato viaggiatori presenta uno sviluppo longitudinale prevalente. È caratterizzato da un corpo centrale avanzato e due ali laterali più piccole e di minore altezza, leggermente arretrate. Gli spazi interni sono organizzati intorno ad un ampio atrio che accoglieva, in posizione centrale, il bancone della biglietteria, inserita all’interno di una boiserie in legno. Attraverso questa grande sala a doppia altezza, con soffitto a cassettoni, finemente decorata da partiti architettonici classici con lesene e cornici modanate che si alternano alle grandi porte vetrate a tutta altezza, è possibile accedere ai diversi ambienti dei corpi laterali, distribuiti lungo due corridoi simmetrici. Le sale di aspetto di seconda e terza classe sono sul lato destro, sulla sinistra invece gli uffici del capostazione e l’ufficio telegrafico. Alle estremità dell’atrio di ingresso sono collocate due scale simmetriche di collegamento con i piani superiori, rimosse in occasione della modifica d’uso da stazione ferroviaria a Istituto Sperimentale. Il piano primo della stazione è adibito a uffici e abitazioni per il personale di servizio. L’edificio è realizzato in muratura continua, con fondazioni ‘a pozzo’, profonde circa quattro metri; ai livelli superiori lo spessore dei setti murari si riduce. Gli orizzontamenti sono realizzati con strutture lignee e metalliche. La copertura del corpo centrale, allo stato attuale in discrete condizioni di conservazione, è realizzata a falde, sostenuta da incavallature lignee. Le capriate presentano un passo non regolare, in accordo con la sottostante struttura portante. Il prospetto principale del fabbricato viaggiatori mostra, negli elaborati di progetto di fine Ottocento e ancora in alcune immagini fotografiche degli anni Trenta del Novecento, un’articolazione dei caratteri linguistici e costruttivi fondata sulla riproposizione di elementi uguali secondo un ritmo prestabilito, governato da una forte simmetria centrale, resa meno evidente dallo sviluppo longitudinale della fabbrica, che raggiunge circa 175 m di lunghezza.

Fig. 2 Prospetto laterale, fianco verso la città (Op. cit., Album, tav. LXI). Fig. 3 Sezione della tettoia metallica (Op. cit., Album, tav. LXI).

247


Chiara Frigieri Oliva Muratore Figg. 4-5 Particolari costruttivi della tettoia metallica Op. cit., Album, tav. 116).

La porzione centrale dell’edificio, aggettante rispetto alle altre, coincide con la funzione principale e più rappresentativa della stazione: l’accoglienza dei passeggeri e la biglietteria. Due sono i livelli dichiarati in facciata: il piano basamentale continuo, che corrisponde alla doppia altezza del grande atrio, e un livello superiore, articolato da una serie di bucature rettangolari, di cui quelle corrispondenti alle cinque campate centrali sono sormontate da timpani neocinquecenteschi, curvilinei e triangolari. Sul piano stradale si ripetono, con ritmo regolare, una serie di aperture ad arco con cornice modanata a partire da un basamento liscio in stucco. Il trattamento superficiale del piano terra e della porzione centrale del piano primo è a bugnato liscio, anch›esso in stucco. Una serie di risalti e lesene bugnate scandiscono il disegno architettonico del prospetto principale, creando diversi piani e interessanti vibrazioni di luci e ombre. Dall’iconografia storica si nota come le finestre quadrangolari corrispondenti al mezzanino siano state modificate in tradizionali bucature rettangolari, in occasione del successivo’adeguamento funzionale degli ambienti interni. Una preziosa pensilina in ferro, anch’essa continua sino alle estremità dei corpi di fabbrica più bassi, conferiva al complesso architettonico un carattere distintivo e al contempo identificativo rispetto ai numerosi altri esempi di stazioni ferroviarie e grandi complessi pubblici costruiti in quegli anni in Europa. La volta di copertura dei primi quattro binari rappresenta un raffinato episodio di progettazione ingegneristica, distinto dall’uso di materiali moderni come il ferro e il vetro (fig. 3). La ‘tettoia’ si poggiava da un lato sulla muratura del prospetto interno del fabbricato, in corrispondenza del marcapiano, e sul lato opposto su esili colonnine in ghisa. Queste presentavano le tipiche caratteristiche dell’epoca: basamenti solidi sostenevano snelle colonnine che terminavano con piccoli capitelli corinzi, su cui poggiava la copertura, caratterizzata da nervature in ferro e chiodature ben visibili (figg. 4-5). La struttura della tettoia metallica è realizzata delle Officine Cottrau di Napoli (Betti Carboncini 1998, p. 101), una tra le principali imprese italiane specializzate in strutture metalliche per grandi opere, ponti e stazioni ferroviarie, spesso decorate con pensiline. Il trasferimento della stazione e il suo adattamento a sede dell’Istituto Sperimentale (1911-1940) Nel 1885 il Governo italiano incarica la Società per le Strade Ferrate del Mediterraneo di progettare il collegamento fra la stazione Trastevere e la fermata presso San Paolo e, qualche anno dopo, fra la prima e San Pietro, in direzione di Viterbo (Londei, Pompero, 2009, pp. 135-137). La realizzazione di questi due nuovi tratti ferroviari rappresentava

248


il completamento dell’originario progetto di trasporto ferroviario, urbano e interurbano, del quadrante nord ovest della città, del quale il nodo di Trastevere era la cerniera strategica per la riva destra del fiume. Tuttavia nel 1887, a progetto quasi ultimato, è approvata la legge, ‘Passeggiata Archeologica’, a tutela delle aree comprese fra il Colle Aventino, il Circo Massimo, l’asse di collegamento con la Piramide Cestia e Porta San Paolo, che, attraverso una serie di vincoli, rende inattuabile la proposta originaria di connessione tra Trastevere e Termini. Dallo studio delle vicende connesse con lo sviluppo urbanistico della Roma di quegli anni, emerge come la stazione Trastevere, pensata quale principale nodo di scambio ferroviario della città e quindi progettata con grande perizia e attenzione ai particolari costruttivi e linguistici, fosse in realtà, a pochi anni dalla sua inaugurazione, già fuori dalle principali direttrici dello sviluppo urbano. Nel 1905 è fondato l’Istituto Ferrovie dello Stato e l’Istituto Sperimentale per la ricerca e lo sviluppo tecnologico delle attività del ramo ferroviario. Si individua nel fabbricato viaggiatori di Trastevere la sede più opportuna per l’Istituto di ricerca, programmando, pochi anni più tardi, la progettazione di una stazione alternativa a quella ormai in dismissione, inaugurata nel 1911 e ancora oggi in funzione. Fra il 1922 e il 1923 l’Istituto di Ricerca entra a far parte del ‘Regio Istituto Sperimentale delle Comunicazioni’ e si procede, sino al 1931, ad un generale adeguamento degli ambienti e degli spazi architettonici della sede romana. Nel 1938 è pubblicato il volume “Il Regio Istituto Sperimentale del Ministero delle Comunicazioni Sezione Ferroviaria”, attraverso il quale si intende sottolineare l’importanza dell’ente di ricerca nazionale di tipo sperimentale. Vi si trovano utili informazioni circa le modifiche distributive della fabbrica attuate in quegli anni, con l’inserzione di tramezzature per la definizione di nuovi ambienti di rappresentanza e di nuove scale. In questa revisione generale sono coinvolti anche i prospetti; in particolare sulla facciata principale sono ampliate le bucature quadrangolari del mezzanino, rispettando la partizione architettonica delle campate esistenti; anche il giardino antistante continua a conservare la sua naturale funzione di filtro vegetale tra l’edificio e la strada (fig. 6). Il grande atrio di accesso dell’originaria stazione è conservato nella sua articolazione spaziale e decorativa, impiegato per ospitare le strumentazioni tecniche. Le attività dell’Istituto proseguono fino alla metà degli anni Quaranta del Novecento. Durante il secondo conflitto mondiale una parte del complesso è adibita a ricovero per gli sfollati di guerra. Negli anni della ricostruzione post-bellica le attività di ricerca riprendono fino alla definitiva ricollocazione della sede dell’Istituto all’interno di un edificio di nuova costruzione ad Anguillara Sabazia.Per decenni quindi, e sino ad oggi, l’ex complesso ferroviario attende la possibilità di una sua riconversione, compatibile con i valori storico-artistici dell’organismo architettonico. Linee guida per il progetto di restauro e nuovo uso La sintesi della processualità storica della fabbrica nel tempo sin qui proposta trova riscontro anche nell’analisi della realtà dell’architettura allo stato attuale. Infatti all’interno del lotto originariamente occupato dalla stazione Trastevere, con il giardino sul fronte principale e i binari sul retro verso il Tevere, sono oggi riconoscibili gli elementi architettonici distintivi delle diverse fasi storiche vissute dal complesso in un periodo relativamente breve d’uso, tra la fine dell’Ottocento e la seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso.

249


Chiara Frigieri Oliva Muratore

250

Oggi il fabbricato viaggiatori, in buona parte nascosto da grandi alberi, si mostra in uno stato di conservazione critico, soprattutto perché privo di un uso compatibile, quindi inevitabilmente destinato a continuare a subire un lento processo di degrado delle superfici esterne e dei materiali costitutivi. Le modifiche apportate negli anni non hanno compromesso la leggibilità della composizione architettonica ottocentesca, soprattutto nel disegno della facciata principale su piazza Ippolito Nievo, all’interno della quale si conservano alcuni dei caratteri costruttivi distintivi del progetto originario, a meno delle notevoli inserzioni degli elementi in ferro, andate perdute già nei primi decenni del Novecento. In tempi a noi più vicini sono stati realizzati interventi sul colore delle superfici esterne del fabbricato della stazione, non del tutto convincenti sia per le scelte cromatiche, che per i materiali impiegati. Tuttavia, come per qualsiasi preesistenza storica inserita all’interno di un tessuto urbano consolidatosi nei secoli, la mancanza d’uso si può rivelare il maggior pericolo per la trasmissione alle generazioni future dell’opera del fare umano. La scelta di un uso coerente con l’architettura e con la sua storia, oltre che con le esigenze provenienti dal contesto culturale, sociale ed economico nel quale questa vive, risulta essere, al pari di un intervento di restauro critico-conservativo, di primaria importanza. Utili riflessioni in questo senso devono essere condotte a partire dallo studio storico, che si pone quale imprescindibile fondamento per il progetto di restauro e nuovo uso, al fine di restituire dignità e utilità ad un episodio di architettura di fine Ottocento, dal respiro internazionale, unico nel suo genere. Di sostanziale importanza il percorso di conoscenza metodologica: è stata quindi condotta un’indagine indiretta, basata sullo studio bibliografico e delle fonti edite, una ricerca delle fonti inedite, attraverso la consultazione della documentazione d’archivio e dell’iconografia storica. Nello stesso tempo, attraverso il rilievo, è stato possibile acquisire la conoscenza diretta della preesistenza, della sua consistenza geometrica, architettonica e materica. Questo al fine di giungere alla definizione delle fasi costruttive principali vissute dall’organismo architettonico nel tempo, anche attraverso lo studio dei materiali costitutivi, del loro stato di conservazione, delle tecniche esecutive, delle aggiunte e delle trasformazioni dell’impianto originario. La sintesi critica delle informazioni derivanti dall’analisi diretta e dallo studio della realtà dell’architettura diviene il fondamento per un corretto intervento di restauro, orientato al rispetto degli elementi autentici della fabbrica nella sua interezza, quindi della sua identità architettonica. Si dovranno prevedere sulla base della mappatura dello stato di conservazione delle superfici esterne e interne, una serie di operazioni di consolidamento preventivo, pulitura, rimozione delle aggiunte improprie, consolidamento, protezione e aggiunte tecniche, con particolare riguardo agli elementi architettonici del primo impianto e in relazione ai materiali impiegati. Di fondamentale importanza sarà la capacità di progettare, con garbo ed equilibrio, eventuali inserzioni, necessarie alla progettazione di un nuovo uso compatibile, in continuità con la storia del manufatto, senza lederne i caratteri ‘tipologici’. Sempre attraverso un processo metodologico di tipo scientifico. Si potrebbe valutare la possibilità di proporre nuovamente una funzione pubblica, che ben si adatta all’impianto planimetrico modulare originario della fabbrica e degli ambiti spaziali esterni.


Il grande patrimonio costituito dai disegni delle inserzioni in ferro e vetro che hanno reso il complesso dell’ex stazione Trastevere un episodio unico a Roma, assimilabile alla prima stazione Termini di fine Ottocento, meritano di diventare testimonianza della peculiarità del progetto originario, attraverso un’esposizione che potrebbe essere realizzata nella grande sala della biglietteria. Si ritiene utile ripensare l’area del giardino antistante il fabbricato, che oggi rappresenta quasi un impedimento al godimento della composizione architettonica della facciata. Un accurato progetto del verde potrebbe rendere più convincente la riappropriazione da parte della collettività di uno spazio pubblico, nella direzione di una generale riqualificazione del paesaggio urbano. Mai come in questo periodo storico di grandi stravolgimenti sociali, culturali ed economici determinati da una crisi sanitaria a livello mondiale, è necessario compiere importanti ragionamenti sull’uso di beni culturali in stato di abbandono, che rappresentano la memoria di episodi di architettura da conservare e che offrono altresì spazi da impiegare diligentemente per offrire nuove opportunità alla collettività. Un ingente patrimonio di edifici monumentali, caserme e spazi demaniali sparsi sul territorio italiano può diventare una risorsa per il futuro, che potrebbe e dovrebbe in molti casi essere reimpiegata al fine di rispondere ad emergenze sanitarie come quella dell’attuale pandemia. Bibliografia Semenza G. 1879, Roma e il mare: il caro dei viveri, difesa militare, urgenza della stazione in Trastevere, Roma. Frontini G. 1883, Stazione di Trastevere. Di capolinea oppure di transito?, Roma. Strade Ferrate Romane 1885, Capitolato per l’appalto della prima serie di lavori occorrenti all’impresa della nuova stazione di Trastevere con binari di transito, Civelli, Firenze. Gatti G. 1889, Regione XVI, nei prati detti di S. Cosimato, per i lavori per il grande collettore sulla destra del Tevere, in Notizie degli scavi di antichità comunicate alla R. dell’Accademia dei Lincei per ordine di S.E. il Ministro della Pubb. Istruzione, Roma, pp. 242-243. Società italiana per le Strade Ferrate del Mediterraneo, Servizio delle Costruzioni 1897, Relazione sugli studi e lavori eseguiti dal 1885 al 1897, Roma. Businari F. 1931, L’Architettura delle Ferrovie dello Stato, Società anonima poligrafica italiana, Roma. 1938, Il Regio Istituto Sperimentale del Ministero delle Comunicazioni Sezione Ferroviaria, tipo-litografia Ferrovie dello Stato, Roma. Collenza E. 1996, Stazione Trastevere, in Le stazioni ferroviarie a Roma. La tipologia del fabbricato viaggiatori, Roma, pp. 49-55. Betti Carboncini A. 1998, La Maremma. Storia della ferrovia Roma-Pisa dalle origini ai giorni nostri, Cortona, pp. 95-102. Barucci C. 2004, Architetture ferroviarie romane tra Stato pontificio e Stato unitario, in Godoli E., Cozzi M. (a cura di), Architettura ferroviaria in Italia. Ottocento, Palermo, p. 284. Goitom L., Pino F. 2011, Ferrovie per l’Italia Unita. Origini e sviluppo delle Rete Mediterranea nell’Archivio Storico Mittel, 1885-1905, Milano.

251


Percorsi conoscitivi per una proposta di restauro e valorizzazione della basilica-propileo del Parco Archeologico di Tindari Giorgio Ghelfi

Giorgio Ghelfi

Dipartimento di Architettura, Università egli Studi di Firenze.

Abstract Tindari is a city of Greek origin, located in northern Sicily, in the province of Messina. It has been founded in 396 a. C. on a promontory 200 meters above sea level. The city goes through many vicissitudes to reach its maximum splendor as Colonia Augusta, under Roman rule. After two earthquakes in the 1st and 5th centuries AD the city began a period of decline, and then regained value at the end of the 18th century with the myth of the Grand Tour. The greatest interest is reached after World War II with an important intervention by the Superintendency of Syracuse, which carried out excavations and restorations on various artifacts, including the basilica-propylaum. The research conducted had as its central theme the study of this building and was largely carried out in the archives of the Superintendency of Syracuse. The extensive documentation found allowed us to investigate the three anastyloses that the basilica underwent between the fifties and seventies and discover the intervention, unknown to date, of some figures such as: Guglielmo De Angelis d’Ossat, Riccardo Morandi and Ferdinando Forlati. The knowledge path also made use of the most modern survey technologies, in order to formulate a possible restoration proposal. Keywords Tindari, anastilosi, consolidamento, cemento, fili pre-tesi.

Introduzione La città di Tindari, dopo la sua fondazione nel 396 a. C. attraversa molte vicissitudini per raggiungere il suo massimo splendore come Colonia Augusta, sotto il dominio romano. La decadenza della città fu causata prima da una rovinosa frana, testimoniata da Plinio Il Vecchio sulla fine del I secolo a.C., poi da un importante terremoto nel 365 d.C. Come è avvenuto per città simili, anche per Tindari l’impianto urbano ed alcuni monumenti hanno subito diverse modifiche durante i domini di popolazioni diverse, il cui risultato odierno è una lettura stratigrafica non sempre chiara. L’interesse verso Tindari come sito archeologico di studio è andato crescendo dalla fine del settecento, toccando il punto più alto nel secondo dopoguerra con le figure emblematiche del Soprintendente di Siracusa Luigi Bernabò Brea e l’ingegnere veneto Ferdinando Forlati. Il percorso di ricerca si è occupata di studiare il significativo edificio monumentale

252


con funzione di propileo al foro romano, definito basilica durante gli attenti studi della seconda metà del novecento. È inserito nel suggestivo Parco Archeologico di Tindari, il quale raccoglie altri manufatti emergenti, come il teatro greco-romano e l’insula IV oltre a innumerevoli zone ancora in fase di scavo. La basilica rappresenta un unicum nel suo genere, sia come edificio antico, infatti non ci sono altri casi simili se non pochissimi in Africa o in Asia, un esempio è l’arco di Palmira, sia per le tecniche di restauro utilizzate nel secondo dopoguerra. La basilica tra gli anni cinquanta e settanta è stata oggetto, da un lato di avanguardistiche operazioni di scavo condotte dall’archeologo Nino Lamboglia, dall’altro di tre attente anastilosi che hanno portato a conferire l’aspetto con cui si presenta oggi. Se le prime due anastilosi hanno utilizzato un metodo più tradizionale, la terza è stata realizzata con un particolare sistema di cavi in acciaio pre-tesi. Questa tecnica è stata progettata dalle brillanti menti degli ingg. Riccardo Morandi e Ferdinando Forlati per il consolidamento dell’ala dell’Arena di Verona e poi utilizzata qualche anno dopo anche a Tindari, con l’importante supporto di Guglielmo De Angelis d’Ossat che al tempo era membro e poi presidente del Consiglio Superiore delle Antichità e Bella Arti. È interessante osservare come l’Arena di Verona e la Basilica di Tindari non abbiano avuto bisogno, ad oggi, di un ulteriore restauro, a differenza di quanto è successo con moltissimi manufatti, anche siciliani, che hanno subito anastilosi o consolidamento strutturale durante il novecento che sono poi risultati incongrui.

Fig. 1 Vista del prospetto principale della basilicapropileo del Parco Archeologico di Tindari (ME)

253


Giorgio Ghelfi Soprisr, Archivio storico, Div_ II Fal_5 Tindari Basilica consolidamento Ginnasio_009. 2 Soprisr, Archivio storico, Div_ II Fal_5 Tindari Basilica consolidamento Ginnasio_009. 1

254

Anastilosi 1956 Come riporta la relazione1 di Bernabò Brea relativa alla prima anastilosi, tra il 1949 e il 1956 erano stati fatti degli importanti scavi con i finanziamenti della Regione Siciliana e della Cassa per il Mezzogiorno. Si era scavato e riportato alla luce gran parte dell’Insula V e sebbene nel gennaio-marzo del 1956 la situazione non fosse diversa da quella documentata nel 1951, costituita da blocchi crollati e posizionati in ordine sparso sul terreno, di lì a pochi mesi si sarebbe fatta un’importante anastilosi. Le motivazioni di tale operazione le spiega chiaramente il Soprintendente di Siracusa nella relazione tecnica già citata2. Il tratto della parete sud che formava il piedritto di tale arco, aveva però subito una rotazione, lo strapiombo raggiunto era di circa m. 0.40 e il movimento era evidentemente progressivo. Infatti pochi anni addietro verso il 1950 la chiave di volta di questo arco sollecitata da pressioni ineguali incominciò a sgretolarsi. La Soprintendenza pertanto con le previdenze della Cassa del Mezzogiorno nel 1956 provvide allo smontaggio di tutta questa parte sconnessa e alla sua ricostruzione a piombo in solide fondazioni cementizie spinte fino alla roccia. In tale occasione si provvide anche a risollevare la rimanente parte della parete nord, che nel crollo dei secoli VI e VIII si era adagiata sul sottostante pendio conservando una notevole regolarità nell’allineamento dei singoli filari. Tutti i blocchi caduti fino alla prima cornice poterono ritrovare il loro posto originario. D’altronde le porzioni ancora in piedi della parte a monte davano il preciso modello della struttura – L’anastilosi eseguita nel 1956 si limitò dunque a questo limite costituito dalla prima cornice per il quale non esistevano dubbi. A scopo statico fu necessario allora ricostruire anche l’arco frontale, di facciata della Basilica onde legare il tratto di muro ricostruito della parete a valle; con quella ancora in piedi della parete a monte. Restava allora oscurissimo che cosa vi fosse originariamente al di sopra della volta di questa galleria e della prima cornice ad essa corrispondente. Di questo elevato infatti nulla si conservava in situ neppure sul lato a monte e d’altronde mentre il crollo della parte inferiore era avvenuto in modo che i filari di blocchi avevano conservato nella caduta un certo ordine, il crollo della parte superiore era stato, com’è logico, assai più disordinato.

Relazionando la descrizione di Bernabò Brea con lo stato finito della basilica dopo i lavori della prima anastilosi nel novembre del 1956 è possibile constatare che la relazione si concentri molto sui problemi e sui conseguenti restauri della parete longitudinale a nord e dell’arcone trasversale a suddetta parete, giustificando la ricostruzione del prospetto nord come un’operazione con sola finalità statica. È interessante vedere come un’operazione col solo fine funzionale abbia fatto recuperare all’edificio quella che doveva essere anticamente la sua immagine, andando a ricostruire i tre arconi attraverso i blocchi squadrati trovati sul luogo. Guardando il prospetto, e procedendo con ordine da destra verso sinistra si nota che: il primo arco da destra, come si evidenzia dalle fotografie del 1950, non presentava i conci superiori ed era completamente sommerso dal terreno, sia nella porzione esterna, sia in quella interna. Durante gli scavi dello stesso anno, riportando alla luce la cisterna, di cui abbiamo già parlato, è possibile vedere come l’arco presentasse un tamponamento tra i piedritti. Inoltre, dalle fotografie dello stesso periodo è possibile, dal lato della cisterna, vedere dei blocchi antistanti l’arco, che sembrano assomigliare a dei possibili conci crollati. Dalle immagini del 1956 è evidente che sia l’arco che gli spazi limitrofi siano stati ricostruiti e puliti. L’arco successivo, il secondo da destra, è rimasto il medesimo dallo stato del 1950; è uno dei pochi archi non crollati ed è presente in molte vedute storiche. Il terzo arco da destra, quello della navata centrale, è possibile vedere come sia stato ricostruito quasi nella sua


Fig. 2 Fotografia storica della basilica risalente al 1950. Il prospetto e la parete laterale risultano crollati. (Soprisr, Archivio storico, 136, n°020). Fig. 3 Fotografia della basilica risalente al 1956. I lavori della prima anastilosi si erano conclusi. (Soprisr, Archivio storico, 136, n°028).

Fig. 4 Tavola di studio dell’anastilosi del 1956. (Soprisr, Archivio storico, Div_ II Fal_5 Tindari Basilica consolidamento Ginnasio_063).

interezza: nella parte di destra, viene ricomposto fino alla prima cornice, nella parte di sinistra, poco sopra l’estradosso delle reni. Dalle fotografie d’insieme trovate in archivio si percepisce bene quale sia la parte ricostruita e quella invece trovata al momento del restauro. La prima, preservandosi sotto al suolo e avendo subito un’azione di pulitura durante lo scavo, si presenta di colore più chiaro, invece la seconda, rimanendo all’intemperie per secoli, presenta uno strato di degrado superficiale che gli conferisce un colore decisamente più scuro. Questa differenza è maggiormente visibile tra il secondo e il terzo arco, in prossimità dell’ammorsamento dei blocchi riposizionati e quelli già presenti. Il quarto arco, quello più a sinistra guardando il prospetto, è stato ricostituito dei conci originali, attraverso la ricostruzione del piedritto di sinistra. Il piedritto, prima del restauro, sembra essere integro fino alla terza fila di blocchi. Riallacciandosi alla dettagliata descrizione fornita della parete nord della navata centrale, a novembre del 1956 troviamo il completamento dell’anastilosi, avvenuta utilizzando in gran parte blocchi originali, fino al raggiungimento della prima cornice. Attraverso la tavola3 di progetto è possibile vedere come il paramento sia stato risollevato in gran parte con blocchi originali crollati, e in piccola par-

Soprisr, Archivio storico, Div_ II Fal_5 Tindari Basilica consolidamento Ginnasio_061.

3

255


Giorgio Ghelfi

te con blocchi di calcestruzzo e blocchi raccogliticci. Sebbene sia stata ricostruita quasi tutta la parete, comprendendo paraste e capitelli, tuttavia rimase una lacuna nella parte sommitale sinistra. Le motivazioni di questa scelta le spiega Bernabò Brea nell’articolo del bollettino d’arte di Sicilia “si era lasciata al centro della parete una ampia lacuna comprendente la parte superiore e il capitello di una parasta dato che gli elementi di essa non erano ancora stati messi in luce dallo scavo” (Bernabò Brea l. 1966). Come vedremo, la lacuna rimasta venne completata nel 1965. Un altro elemento menzionato nella relazione tecnica è l’arco presente nella navata centrale, unico rimasto in piedi, ma con gravi dissesti in atto. Già nelle vedute dell’800 sono evidenti: un’inflessione verso il basso, maggiormente accentuata nella parte centrale, e la mancanza, soprattutto nella parte sommitale, della malta tra i giunti. Nel 1956 si eseguì lo smontaggio e il rimontaggio dell’arco, inserendo dei blocchi in calcestruzzo dove quelli lapidei non erano ritenuti più idonei. Gli elementi sostitutivi venivano realizzati a terra per poi essere messi su paramento. Furono sostituiti il concio in chiave dell’arco e altri blocchi vicini all’ammorsamento della parete nord. Anastilosi 1965 Gli studi condotti dal 1956 portarono nell’estate del 1965, come riporta la relazione, a completare la lacuna corrispondente alla seconda parasta, lasciata appunto nel 1956. Questo gli permise di ricostruire “almeno un campione del piano ammezzato fino alla seconda cornice, in corrispondenza dell’arco trasversale superstite, che forniva un appoggio statico della parete” (Bernabò Brea l. 1966). Il dato fotografico storico ha permesso di ricostruire con buona certezza le operazioni che portarono alla realizzazione della seconda anastilosi. Le fotografie mostrano come nel mese di luglio del 1965, sul lato nord-est, venissero rimossi e spostati i blocchi emersi durante una gli scavi del 1957, al fine di iniziare una nuova campagna di scavo finalizzata a mettere in luce il resto dei blocchi crollati presenti ancora nel terreno. Nel mese di Ottobre del 1965 si ha, in contemporanea con gli scavi della porzione a Nord-Est, l’anastilosi della porzione fino ad ora citata. Sempre nello stesso periodo furono fatti dei sondaggi nelle fondazioni con lo scopo di consolidarle. Per accedere alla struttura di fondazione furono rimossi i blocchi di pietra a ridosso del paramento murario e furono fatti degli scavi attraverso l’asportazione di materiale. Dalle fotografie sembrerebbe che la fondazione fosse composta da uno strato di pietre di taglio medio, legate insieme forse da malta. L’operazione veniva realizzata con cura, infatti i blocchi rimossi venivano segnati prima di effettuare i saggi, per poi essere reinseriti nella posizione corretta. Nel mese di novembre iniziano gli interventi sul paramento murario. Per prima cosa vengono rimossi i tre blocchi posizionati erroneamente nel 1956 sopra la cornice nella parte a nord della parete. Successivamente si ricompose filare per filare il paramento fino al raggiungimento della prima cornice. Sopra di essa fu costruito con fine didattico un accenno dei filari superiori che viene definito da Bernabò Brea “un campione del piano ammezzato fino alla seconda cornice” (Bernabò Brea l. 1966). È bene tener presente che durante gli scavi degli anni precedenti, come riporta il Bollettino d’arte di Sicilia del 1966, erano stati ritrovati “parecchie centinaia di blocchi crollati, i quali erano stati riposizionati in opera solo in minima parte” (Bernabò Brea l. 1966).

256


Fig. 5 Fotografia della basilica risalente al 1965. I lavori della seconda anastilosi si erano conclusi. (Soprisr, Archivio storico, 136-1, n°028).

Fig. 6 Progetto definitivo per la terza anastilosi. Il progetto prevedeva l’inserimento di 16 trefoli verticali. (Soprisr, Archivio storico, Div_ II Fal_37 Tindari Ginnasio_018).

La motivazione di tale scelta risiede nell’impossibilità statica di alzare il livello della parete di altri sette metri. Si scelse così di realizzare ugualmente la ricostruzione dei blocchi rinvenuti, non sulla parete, ma su di un cordolo in calcestruzzo costruito ad hoc. Sulla fine del 1965 la lacuna e il cordolo ex novo erano stati completati, ma le centinaia di blocchi ritrovati non erano ancora stati ricomposti. Corrispondenza 1966-68 La ricerca in archivio ha permesso di reperire numerose lettere scambiate tra: Luigi Bernabò Brea, Guglielmo De Angelis d’Ossat, Ferdinando Forlati, la ditta Zerbo-Francalancia e la ditta ELSE, di cui Riccardo Morandi era consulente. Lo studio di queste corrispondenze ha permesso di scoprire le motivazioni che portarono la Soprintendenza di Siracusa a realizzare l’anastilosi sul paramento originale e non sul basamento a valle appena realizzato. L’inizio di questo cambiamento di tendenza si ebbe con un incontro tra Luigi Bernabò Brea, Guglielmo De Angelis d’Ossat e Ferdinando Forlati, durante il quale le ultime due figure proposero alla prima la possibilità di compiere l’anastilosi sul paramento originale e non sul basamento, attraverso la tecnica dei fili-pretesi. Questa tecnica era già stata utilizzata da Forlati e Morandi per il consolidamento dell’Ala dell’Arena nel 1955 (Sorteni, 2017) e consisteva nel far lavorare a compressione la muratura. Questo era possibile attraverso l’utilizzo di cavi di acciaio collegati a due cordoli, uno sommitale e l’altro fon-

257


Giorgio Ghelfi

dale, messi in tensione attraverso martinetti idraulici. Questa soluzione, attraverso un iter che vide la partecipazione anche delle due ditte sopra menzionate, venne presentata al Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti ed accettata.

258

Anastilosi 1970-72 I lavori della terza anastilosi iniziarono nell’aprile del 1970 con l’arrivo di Ferdinando Forlati a Catania in data lunedì 27 aprile. Sul cantiere di restauro della basilica come prima cosa vennero fatti dei saggi sulle fondazioni attraverso la rimozione in più punti delle lastre di pietra originale poste alla base della parete, le quali contenevano le canaline di scolo per l’acqua meteorica. Gli elementi prima di essere rimossi furono accuratamente numerati con lo scopo di riposizionarli esattamente dove erano. Dopo i primi saggi nel mese di maggio, i quali furono numerati con delle lettere, nell’agosto si rimosse tutta la fila di lastre di pietra alla base della parete. Inoltre in prossimità di ogni saggio si era scavato da entrambe le parti della parete in modo da creare un vero passaggio da parte a parte. È ben evidente che l’incolumità della parete fosse garantita dalla presenza di cavi in acciaio in tensione, i quali avvolgevano verticalmente la parete passandovi sotto. Successivamente fu realizzato un cordolo cementizio continuo sul lato esterno del paramento. Su questo elemento è possibile vedere come fossero stati lasciati dei punti di accesso alla parte sottostante la parete. Questi accessi avevano interasse costante, lo stesso dei trefoli di acciaio che sarebbero stati inseriti successivamente; servivano infatti per collegare i fili verticali con i ferri orizzontali, una volta che i primi sarebbero stati fatti passare all’interno del paramento. Con il restauro del 1965 si era provveduto a colmare la lacuna rimanente al centro della parete orientale, ma rimaneva ancora quella presente nello spigolo nord. Il completamento della lacuna avvenne nel 1970, dove si ricostruì il paramento attraverso il solo utilizzo di calcestruzzo. Le fotografie mostrano la presenza di una cassaforma costruita sopra al paramento lapideo, contenente un’armatura in ferro. È ben evidente che la gabbia costruita avesse una forma simile a quella utilizzata oggi per i pilastri in cls armato e fosse inserita alla base, nei blocchi lapidei sottostanti, attraverso perforazioni. La gettata si fermò, nel prospetto nord, poco prima della chiave dell’arco e in quello est, subito dopo l’angolo. Una volta completato il paramento fino alla prima cornice si creò, come da progetto, un cordolo doppiamente armato alto trenta centimetri che percorreva tutta la parete orientale e parte di quella settentrionale. Il cordolo, primo dei quatto previsti da progetto, aveva la funzione da un alto di intercettare i trefoli di acciaio verticali, dall’altro di distribuire il carico in modo uniforme sulla struttura sottostante. Molto importante fu l’idea di far continuare il cordolo sul prospetto nord e in minima parte sull’arcone trasversale, poiché permise di creare un solido controventamento della parete. Successivo fu il consolidamento dei blocchi lapidei con miscele cementizie nel mese di dicembre. Come prima lavorazione si eseguì una pulitura generale dei giunti tra i blocchi lapidei, poi servendosi di tubetti in gomma posizionati tra di essi, si iniettò della malta cementizia attraverso una pompa a bassa pressione. Nei mesi di dicembre e gennaio si continuarono i lavori fino ad arrivare ai primi di febbraio del 1971, dove si trovano i primi sei filari già costruiti. Come è evidente dalle fotografie, non essendo stati ritrovati tutti i blocchi necessari per avere una continuità muraria, si fece un largo uso del cemento, che in molti casi fu modellato in modo da ricreare le principali linee geometriche degli


Fig. 7 Tavola di studio della anastilosi del 1956 e 1965. (Soprisr, Archivio storico, Div_ II Fal_5 Tindari Basilica consolidamento Ginnasio_061).

elementi originali mancanti. L’operazione successiva, datata 23 marzo, fu il perforamento verticale delle murature. Per questa lavorazione si rese necessario il sollevamento di un’ulteriore piano i ponteggi, affinché la perforatrice potesse agire nel modo piú corretto possibile. Dopo le prime perforazioni, si proseguì con l’inserimento dei trefoli, e al loro tensionamento. Il progetto prevedeva che poco prima di tensionare ogni trefolo, si colasse nei cavedi creati del latte di cemento. Nei mesi successivi si continuò la ricostruzione dei filari superiori alla seconda cornice. Le operazioni venivano ripetute per ognuno dei tre cordoli che prevedevano l’inserimento dei trefoli. L’aspetto interessante è che sopra ogni cordolo armato si scelse di posizionare altri filari di modestissime dimensioni con lo scopo di proteggere dalle intemperie i coni superiori di ancoraggio. La tecnica per collocare gli ultimi filari consiste in barre in acciaio inserite all’interno dei blocchi fermate nella parte sommitale con agganci meccanici. Nell’ultimo periodo furono eseguite, come riportano le fotografie, ulteriori iniezioni di cemento liquido tra i giunti attraverso tubetti, al fine di garantire ulteriormente che la parete lavorasse come un unico blocco monolitico, evitando che si innescassero reazioni dall’imperfetta adesione dei blocchi lapidei una volta che si fossero messi in tensione anche gli ultimi trefoli. Nel mese di agosto i lavori riguardanti la parate orientale si erano conclusi e si iniziò a consolidare gli archi del prospetto nord attraverso dell’inserimento di barre di acciaio. L’operazione consisteva in perforazioni a sezione ridotta, eseguite in modo che la zona interessata fosse condivisa da due conci; successivamente si inseriva della resina all’interno della sezione, seguita da barre d’acciaio ad aderenza migliorata; si concludeva risigillando la foratura. Questo intervento migliora notevolmente il comportamento della struttura sottoposta ad azioni di sisma, evitando possibili slittamenti di conci, che avrebbero potuto far venire meno l’importante controventamento svolto dagli arconi del prospetto nord.

259


Giorgio Ghelfi Fig. 8 Dettaglio del tensionamento dei trefoli di acciaio. (Soprisr, Archivio storico, 136-1, n°144). Fig. 9 Fotografia della basilica risalente al 1972. I lavori della terza anastilosi si erano conclusi. (Soprisr, Archivio storico, 136-1, n°173).

Conclusione Dopo l’anastilosi degli anni settanta la basilica non ha subito ulteriori restauri. Ad oggi presenta alcuni degradi superficiali, ma nessun sintomo di possibili problemi strutturali. La prima operazione da compiere risulterebbe la medesima che è già stata adottata per l’Ala dell’Arena di Verona; un sistema di monitoraggio dinamico che permetterebbe di conoscere possibili spostamenti o accelerazioni della struttura. L’applicazione di un sistema tecnologicamente avanzato come quello appena citato deve essere attuato con la consapevolezza che potrebbe non essere risolutivo. La parete, infatti, potrebbe avere delle rotture di tipo fragile che si attivereb-

260


bero senza preavviso e che risulterebbero molto pericolose per l’incolumità dei visitatori e della struttura. In tal senso, sarebbe utile procedere con la verifica diretta dello stato di degrado degli elementi strutturali attraverso lo smontaggio graduale degli elementi ricomposti nell’ultima anastilosi. Forti del percorso di conoscenza intrapreso, non si andrebbe a danneggiare del materiale antico, ma semplicemente a smontare e ricollocare della materia costituita negli anni settanta. Bibliografia Arlotta G. 1996, Patti prima di Patti, Ass. B. Joppolo, Patti. Barreca F. 1957, Tindari colonia dionigiana in XII. Bernabò Brea l. 1966, Restauro della Basilica, Sicilia, Bollettino d’arte, V serie fascicolo I-II, Gennaio-Giugno. Carbonara G. 1982, Restauro e cemento in architettura 1, AITEC, Roma Carbonara G. 1984, Restauro e cemento in architettura 2, AITEC, Roma. Carbonara G. 1996, Trattato di restauro architettonico, vol. I, Torino. Fasolo M. 2013, Tyndaris e il suo territorio.v. 1. Introduzione alla carta archeologica di Tindari, Roma. Ferrara F. 1814, Memorie sopra l’antica distrutta città di Tindari. Lamboglia N. 1953, Gli scavi di Tindari, La Giara, II, 1. La Torre G.F. 2004, ll processo di romanizzazione della Sicilia. Il caso di Tindari in «Sicilia Antiqua, International Journal of Archaeology». Sorteni S. 2017, Le stagioni dell’ingegnere Ferdinando Forlati, Il Pilografo, Padova. Spigo U. 2005, Tindari. L’area archeologica e l’antiquarium, Milazzo, Rebus edizioni.

Note L’estratto riportato fa parte di un percorso di ricerca più ampio condotto dal professore Giovanni Minutoli e supportato dal Direttore del Parco Archeologico di Tindari Salvatore Gueli.

261


María Teresa Gil-Muñoz Laura López-González

Diagnosis de humedades en el lado norte de la girola de la Catedral de Palencia. Afectación de las intervenciones antiguas y recientes

Massari G., Massari, I. 1993, Damp buildings, old and new, International Centre for the Study of the Preservation and the Restoration of Cultural Property, Rome. 2 García Morales S. 1995, Metodología para el diagnóstico de humedades de capilaridad y condensación higroscópica en edificios históricos. Tesis Doctoral, Universidad Politécnica de Madrid, Madrid. 3 Aznar Mollá J.B. 2016, El diagnóstico de las humedades de capilaridad en muros y suelos. Determinación de sus causas y origen mediante una metodología basada en la representación y análisis de curvas isohídricas. Tesis doctoral, Universidad Politécnica de Valencia. 4 BRE Digest 245: 2007, Rising damp in walls. Diagnosis and treatment. 1

262

Moisture diagnosis on the north side of Palencia Cathedral ambulatory. Impact of old and recent interventions María Teresa Gil-Muñoz

Departamento de Pintura y Conservación-Restauración, Universidad Complutense de Madrid.

Laura López-González ARTfabrick, Madrid.

Abstract In this communication a simple and economic working method, applied to a real case, is exposed to achieve a first diagnosis of capillary humidity in historical buildings, which serves as a guide for its rehabilitation and maintenance over time. Special emphasis is placed on the procedure, data collection and analysis, analyzing how important is the justification and evaluation of each one of the interventions made in the building and its environment, the functionality of the construction elements, as well as the building maintenance and its context. A one-year methodology is described in which data has been compiled in order to understand changes and fluctuations of the building as a constantly changing system, and not as an isolated and static element. This method allows to get specific results for each building in particular, being of special interest, to obtain humidity diagnoses and specific and concrete studies of each building, which depends on various factors. Keywords Cathedral of Palencia Diagnosis, Capillary humidity, Old interventions, Maintenance, Heritage.

Introducción Sobre el diagnóstico de la patología de humedad en muros se tienen distintas referencias, como los métodos ensayados en casos reales por Massari y Massari1, García-Morales2, y Aznar Mollá3. La norma BRE Digest 245 de 1981, revisada en 20074 [4], propone un método de toma de muestras para determinar la distribución del contenido de humedad en el muro, en contraste con la humedad de equilibrio del material. Por ejemplo, Massari y Massari (1993) aplican el método representando estos valores en alzados y secciones.


Fig. 1 Capilla de San Isidro, vista interior (fuente: Florentino Díez Sacristán, arquitecto).

García Morales S., López González L., Collado Gómez A. 2012, Metodología de inspección higrotérmica para la determinación de un factor intensidad de evaporación en edificios históricos, «Informes de la Construcción», vol.64, pp.69-78, <https:// doi.org/10.3989/ic.11.073> (09/04)

5

Basada en la norma BRE Digest 245, García Morales (1995) propone una herramienta de diagnóstico para la “humedad de capilaridad en edificios con materiales higroscópicos”, Consiste en ábacos que describen el comportamiento hídrico de los materiales. También desarrolla un método de inspección higrotérmica5 para detallar la posición e intensidad de evaporación de los muros.

263


María Teresa Gil-Muñoz Laura López-González Fig. 2 Capilla de San Isidro, vista exterior.

García Morales S., Dini D. 2004, Estudio de humedades. Catedral de Palencia. No publicado, Unidad de Archivo de la Consejería de Cultura y Turismo, Junta de Castilla y León, Valladolid.

6

264

Aznar Mollá (2016) expone “una metodología basada en la representación y análisis de curvas isohídricas” para diagnóstico de la humedad de capilaridad. Define una malla virtual sobre el paramento objeto de estudio, mide la humedad en cada punto de la malla con un humidímetro (Protimeter, en modo capacitivo), extrae varias muestras de una selección de puntos, las ensaya en laboratorio para obtener el contenido de humedad y la humedad higroscópica, y extrapola los datos medidos a los datos calculados. En la Catedral de Palencia, la profesora García Morales ensayó el método descrito en 2004, en la capilla de los Reyes6. En ese trabajo también recoge los aspectos históricos


relevantes en cuanto a las lesiones de humedad del edificio y analiza los resultados de un estudio geotécnico y de los niveles de agua del terreno que afectan al conjunto del edificio. En aquel momento, recomienda varios tipos de intervención para resolver los problemas de filtraciones de los que adolece la Catedral, especialmente en la girola: sobre el zócalo de piedra por el que se filtra agua de lluvia; en el encuentro de la acera y el muro; en la cubierta solventando el vertido de agua y filtraciones; y sobre la plaza en las acometidas de las redes. En esta comunicación se parte de los estudios de García Morales. La finalidad es mostrar cómo conseguir un diagnóstico objetivo sobre la patología de humedad de los muros, aplicado a las capillas de San Isidro y La Virgen Blanca en el lado norte de la girola de la Catedral de Palencia, observando cómo las intervenciones antiguas y recientes han afectado a la conservación de la envolvente de las capillas por acción de la humedad capilar.

Fig. 3 Capilla de San Isidro, lesiones en el revestimiento y arcosolio.

Metodología La metodología seguida busca determinar el régimen de evaporación de la base de los muros de las capillas de San Isidro y La Virgen Blanca y su relación con otros espacios de referencia de la Catedral; realizar una lectura cualitativa de sales solubles en la base de los muros de las dos capillas; tomar pequeñas muestras de material en las dos capillas para su ensayo en laboratorio; y medir la posición del freático en el perímetro de los muros. Antes que nada se parte de una documentación y observación en campo exhaustivas. Caso de estudio El presente estudio7 está enmarcado en el proyecto Actuaciones de restauración en bóvedas de nave y capillas, y en cuerpo central de la fachada occidental de la Catedral de Palencia, promovido por la Diócesis de Palencia, cofinanciado por la Junta de Castilla y León, dentro del programa de Conservación del Patrimonio Histórico Español (1,5% Cultural del Ministerio de Fomento, Gobierno de España), redactado por los arquitectos Florentino Díez Sacristán e Ignacio Vela Cidad, y ejecutado por la U.T.E. Catedral de Palencia (Cabero Edificaciones, S.A. y Sabbia, Conservación y Restauración, SL.), entre marzo de 2019 y marzo de 2020. El análisis de humedades se ciñe a las capillas contiguas de San Isidro (Figs. 1 y 2) y La Virgen Blanca en el lado norte de la girola de la Catedral de Palencia, en cuyos paramentos interiores se aprecian deterioros presuntamente vinculados a la humedad capilar, sin certeza clara de su grado de afectación. Los paramentos interiores son de mortero de cemento gris en la capilla de San Isidro o de piedra vista en la capilla de La Virgen Blanca. La cota del suelo de las capillas está 90cm más baja que la cota del pavimento de calle. Las lesiones de ambas capillas son similares, más acentuadas en los morteros de la capilla de San Isidro. Los enfoscados de la capilla de San Isidro están muy alterados, especialmente en los tres paños que dan al exterior, donde se distinguen innumerables capas y grandes desconchones. En su parte inferior están completamente desprendidos y arenizados. En el lado oeste hay un arcosolio, con una profundidad de 43cm que alberga un sarcófago, y muestra una gran mancha de humedad, que ha afectado en alto grado a las columnas del arco y al sarcófago (Fig. 3).

7 Gil-Muñoz M.T., López-González L. 2020, Estudio de humedades de las capillas de San Isidro y la Virgen Blanca en la girola de la catedral de Palencia. No publicado, Unidad de Archivo de la Consejería de Cultura y Turismo, Junta de Castilla y León, Valladolid.

265


María Teresa Gil-Muñoz Laura López-González Fig. 4 Capilla de La Virgen Blanca, cubierta con sumideros obstruidos.

En la capilla de La Virgen Blanca no se observa tanto deterioro en los paramentos, a excepción del lado derecho del sarcófago que se sitúa en el arcosolio del paño oeste. Los zócalos no están disgregados, y en las basas de las columnas aún se aprecia el tallado, aunque en algunos tramos existe mortero de cemento gris que los recubre. Los zócalos parece que han sido rejuntados en diversas épocas y algunos sillares han sido restituidos al menos parcialmente. En la capilla de San Isidro el suelo es de madera y en su encuentro con las paredes está podrido y roto, mientras que en la capilla de La Virgen Blanca es de losas de piedra. En ambas capillas las bóvedas están recubiertas de varias capas de mortero, con manchas de humedad que recorrían los arcos y tracerías de las vidrieras así como diversas grietas en la capilla de San Isidro. Al exterior los muros de las capillas tienen un zócalo de piedra adosado, con rellenos antrópicos y cubierta inclinada de losas de piedra, que regulariza el perímetro de la planta, con una altura que varía entre los 1,4m y los 4,2m por encima de la cota de calle. Bajo las losas inclinadas quedan incluidas las bajantes de pluviales de la cubierta de las dos capillas (obra realizada a comienzos de 2019 con relleno de cal), que van pegadas a ambas esquinas del paño central de cada capilla con los contrafuertes. Este tramo oculto es de PVC, y sale al exterior de la cara vertical del zócalo, en dónde queda encajado un tramo de bajante de cobre, con vertido del agua a ras de la acera. En días de lluvia, este zócalo recibe además el agua de las gárgolas de cubierta y de los rebosaderos de las bajantes de cubierta. En este zócalo se aprecian sillares nuevos de restauraciones recientes. El acerado contiguo a estas capillas presenta ligera pendiente hacia la Catedral. El pavimento de piedra muere en el zócalo con la junta abierta. El bajocubierta de la girola es un espacio transitable en el que se observan el trasdós de las bóvedas de las diferentes capillas de sillares de piedra y tierra. La cubrición de este ámbito está realizada con una estructura de madera laminada que se apoya en pilares intermedios y en los muros perimetrales, sobre la que se dispone una cubierta de planchas zinc engatilladas, atravesada en distintos puntos por las bajantes de PVC (cada capilla evacua aproximadamente 125m2 con dos bajantes) provenientes de la recogida de aguas de la cubierta (mediante una rejilla perimetral sin mantenimiento, que produce acumulación de palomina que atora la rejilla y crea balsas de agua, Fig. 4). Estas bajantes, tras uno o varios codos, dependiendo de su posición, atraviesan el tramo superior del muro para aparecer en las fachadas, por donde bajan y de ahí verter directamente a la calle. Se ven lesiones por humedad en la madera en su encuentro con los muros y especialmente alrededor de las bajantes. El régimen de mantenimiento del edificio queda sujeto a intervenciones puntuales en respuesta a situaciones sobrevenidas de carácter urgente. Ensayos Y Resultados Durante un año completo, a fin de analizar el comportamiento del agua en las diferentes estaciones, se procede a realizar los siguientes estudios: a. Sobre el contexto hidrogeológico y urbano se recaba información en fuentes como el Instituto Geográfico Nacional y se realizan mediciones en campo. Se evalúa in situ la incidencia del agua en las capillas: evacuación de pluviales, zócalo entre contrafuertes, acerado del entorno urbano y recubrimientos en la cara interior de los muros. También se analiza el régimen de mantenimiento de la capilla y de su envolven-

266


te. Todos estos aspectos quedan descritos en el apartado anterior. b. La auscultación higrotérmica se lleva a cabo con un termohigrómetro (Testo 625), tomando lecturas en tiempo real de la lámina de aire de la superficie del muro, del ambiente de las capillas y del tiempo local (valor de referencia), para identificar los “focos” de evaporación del muro [5]. Se realiza en distintas estaciones meteorológicas para distinguir los valores estacionales de las fuentes continuas. Un mallado de los datos permite observar la distribución e intensidad de la evaporación en los muros en distintos momentos del año. Las mediciones siempre se toman en los mismos puntos. Gracias a este procedimiento, se elaboran planos de focos de humedad a lo largo del tiempo, que facilitan el estudio de su evolución y permiten llegar a conclusiones más certeras. Los datos de mayor interés se corresponden con la época más seca y calurosa del año, momento en que se aprecia claramente cómo el enfoscado de la capilla de San Isidro impide la evaporación del muro. En las zonas en que se ha perdido este revestimiento existe cierto flujo de humedad, como es el caso de los desconchones, pero si se mide en alguna oquedad la evaporación aumenta, lo que indica que el muro está reteniendo humedad tras este recubrimiento, que no permite una correcta transpiración. En la capilla de La Virgen Blanca, al no existir este revestimiento, se miden mucho más fácilmente los focos de evaporación, que se distribuyen de forma más homogénea. Aun así, en esta capilla también aumenta el valor de las mediciones en oquedades, lo que demuestra que, al igual que en la capilla de San Isidro, el muro contiene una cantidad de humedad que intenta evaporar. En las dos capillas se localizan los mayores focos de evaporación en los dos paños laterales a ambos lados del paño central (que no ha sido posible medir en ninguna de las dos capillas por tener un retablo adosado) que linda con el exterior. Igualmente, en ambas capillas los focos de evaporación alcanzan una cota máxima de 3,30m, manteniéndose en un rango medio de entre 1,5m y 2m. Esta altura, en sección, coincide con los tramos de relleno del añadido perimetral existente en toda la cabecera, que alcanza unas cotas de hasta 4,2m en su punto más elevado y de 1,4m en su punto inferior, respecto de la cota de calle (equivalentes a 5,1m y 2,3m desde la cota del suelo interior). Para interpretar los datos, se realizan planos de focos de humedad de los paramentos de ambas capillas de cada día de medición (Fig. 5) Y a posteriori se elabora un plano global de cada capilla, en donde se representa el valor de evaporación que prevalece, y si este cambia el valor promedio de los focos de humedad a lo largo del tiempo, con el fin de discernir con mayor exactitud su evolución (Fig. 6). c. La presencia de sales higroscópicas o estudio cualitativo de eflorescencias (nitratos, nitritos y cloruros) se efectúa mediante varillas reactivas (MN Quantofix). Estas se aplican sobre el mortero o revestimiento, siendo coincidentes los puntos de

Fig. 5 Cartografía de foco de evaporación de las capillas de San Isidro y La Virgen Blanca. Primera medición abril 2019. Grado de humedad medido en g/kg. Leyenda: de rojo a verde de mayor a menor grado de humedad, la trama indica la presencia de bienes muebles que impiden la auscultación de muro. Fig. 6 Cartografía de foco de evaporación de las capillas de San Isidro y La Virgen Blanca. Compendio anual. Grado de humedad medido en g/ kg. Leyenda: de rojo a verde de mayor a menor grado de humedad, la trama indica la presencia de bienes muebles que impiden la auscultación de muro.

267


María Teresa Gil-Muñoz Laura López-González Fig. 7 Cartografía de sales en el arcosolio de la capilla de San Isidro. Leyenda: nitratos en verde, nitritos en rosa y cloruros en marrón; el color más intenso indica mayor concentración de sales.

268

medición con los puntos de auscultación higrotérmica. A través de un mallado se evalúa su distribución en la superficie del muro y se superponen sobre los datos del ensayo anterior. Se observa una correspondencia clara entre la alteración de los materiales de revestimiento y la presencia de sales. Se percibe la existencia generalizada de nitratos en ambas capillas, aunque nitritos y cloruros se encuentran de manera puntual. La aparición de cloruros en determinados puntos, nos indica una vinculación con la entrada de agua desde el exterior, especialmente en encuentros de acera, paño central y base del sepulcro de la capilla de San Isidro (Fig. 7). d. La extracción de 7 muestras tiene lugar en los morteros de rejuntado o en los enfoscados, para su ensayo en laboratorio. Se sacan mediante raspado con espátula o a través de un escoplo percutido con martillo, previa limpieza de la superficie. Se acomete de manera disimulada, aprovechando desconchones ya existentes. El peso de cada muestra es inferior a 50g. Al retirar la muestra se introduce en una bolsa, convenientemente sellada para minimizar su pérdida de humedad. Se trata de ensayos consecutivos, de peso seco en estufa a 40ºC e higroscopicidad al 100%HR, con el objeto de determinar si la cantidad de humedad existente en los materiales del muro es normal y cuál es la capacidad de adsorción de humedad de estos en condiciones ambientales de humedad extrema. En el ensayo de peso seco, primero se pesa la muestra húmeda, después se introduce en un horno a 40ºC y se hacen pesadas sucesivas a intervalos de 1h hasta que estas no difirieren entre sí más del 0,1%. En el ensayo de higroscopicidad se parte de la muestra en estado seco y se somete a una humedad del 100% en recipiente estanco (con una temperatura promedio de 20ºC). Primero se pesa la muestra en seco y después se realizan pesadas sucesivas a intervalos de 7-9 días, hasta que las pesadas no difirieren entre sí más del 0,1%. Respecto del ensayo de peso seco, la muestra con mayor contenido de humedad se corresponde con el lado derecho del zócalo del paramento frontal de la capilla de San Isidro (M2, bajo enfoscado). El revestimiento impide la transpiración del muro. Además el zócalo se sitúa bajo la cota del suelo de calle, y en la cara exterior del muro acomete un pavimento duro que frena la transpiración del terreno y del muro bajo rasante, aunque el encuentro del acerado con el muro es de junta abierta, que por el contrario posibilita la entrada de escorrentías de no estar bien estudiadas las pendientes del acerado. Los aportes de humedad también pueden proceder de las bajantes de cubierta o del vertido directo de la bajante sobre el zócalo recrecido (hasta ene-


Fig. 8 Contenido de humedad cedida (ensayo A de peso seco) y adsorbida (ensayo B de higroscopicidad) por cada muestra. Los valores se asocian a una escala de grises, según se indica debajo de la tabla.

ro de 2019, momento en que se alarga el recorrido de estas bajantes para verter al suelo de la acera; en julio de 2019 quedan hidrofugadas las losas inclinadas del zócalo). La muestra extraída bajo el arcosolio de la capilla de San Isidro (M1, mortero bajo enfoscado) no está en equilibrio con el ambiente de la capilla, y justo debajo hay una mancha de humedad focalizada, probablemente estacional y vinculada a pluviales o escorrentías superficiales, aunque parece que no está activa. En cuanto al ensayo de higroscopicidad al 100%, en comparación con el ensayo de peso seco, las muestras de los morteros de junta del paño este de la capilla de San Isidro (M3) y de la diagonal izquierda de la capilla de La Virgen Blanca (M6) son las más ávidas de humedad; y en menor medida las muestras del mortero bajo enfoscado del frontal de la capilla de San Isidro (M2) y del mortero de junta del paño derecho de la capilla de La Virgen Blanca (M7). Esto corrobora la situación de equilibrio de las muestras M3, M6 y M7, y los aportes de humedad a que está expuesto la muestra M2 del zócalo frontal de la capilla de San Isidro, probablemente vinculados a las pluviales de cubierta o de escorrentía del entorno (Fig. 8). e. La lectura de los niveles piezométricos se efectúa en los sondeos 1 y 6, situados al norte y sur del perímetro exterior de la girola ejecutados en 2004 con motivo de un estudio hidrogeológico del suelo de la Catedral [5], que se tienen como valores de referencia. En comparación con el año 2004, se advierte que con respecto de la cota 0 (cota del suelo interior de la Catedral) los niveles apenas han variado (0-0,10m más) en el sondeo 1 norte, y han bajado 0,20-0,27m en el sondeo 6 sur. Pero esta variación no se considera significativa. Diagnóstico El análisis e interpretación de toda la información y los datos referidos en conjunto, gracias a la toma de datos a lo largo de un año y siempre sobre los mismos puntos, representados todos ellos mediante esquemas de aportes de humedad, mapas de lesiones en paramentos, isolíneas de evaporación en muros, mapas de distribución de sales, tablas de valores de contenido de humedad, higroscopicidad de los morteros y fluctuación del freático, permiten alcanzar un diagnóstico global de la problemática de humedades en las capillas. Se observan focos de evaporación activos y continuos a lo largo del año en la capilla de San Isidro en el zócalo del sepulcro, en el banco de apoyo del retablo central, en el paramento central y en el paño derecho contiguo al central.

269


María Teresa Gil-Muñoz Laura López-González

270

Los muros de la capilla de La Virgen Blanca parecen estar en equilibrio con las condiciones ambientales de la capilla, existiendo un foco de evaporación en el paño derecho exterior. La mayor evaporación se produce alrededor de la pila, a una altura de 1,5m del suelo. En ambas capillas, los focos de humedad se localizan en los muros de los tres paños que dan al exterior, y siempre a una altura que no rebasa el zócalo adosado al exterior. Se mide mayor cantidad de humedad en oquedades, en morteros tras revestimientos, o en el contacto del suelo con la pared. La humedad se relaciona respectivamente o con el hecho de situarse el muro bajo la cota de calle o/y con un foco de humedad con origen probable en las bajantes de cubierta hasta el zócalo. En el primer caso el suelo impermeable de la calle no deja transpirar el terreno, tampoco el muro en la parte que tiene adosado un recrecido a modo de zócalo, y es factible que se produzca la entrada de agua en el encuentro del suelo con el zócalo o contrafuertes. En el segundo caso el foco de humedad se supone estacional, probablemente vinculado con la filtración de agua de pluviales a través del encuentro del recrecido del zócalo con el muro, por vertido directo de las bajantes (aspecto corregido en enero de 2019) o por caída del agua desde el rebosadero de las mismas o las gárgolas de metal. Los enfoscados del zócalo de la capilla de San Isidro, de naturaleza impermeable, impiden la transpiración del muro, y favorecen un deterioro acelerado de la piedra. Parece que hay una correlación entre la existencia de sales y la alteración de los materiales. En la capilla de San Isidro es más clara, pues los revestimientos, mayormente de cemento gris, están muy deteriorados. En la superficie de los muros de ambas capillas la presencia de nitratos en concentración elevada es generalizada, probablemente vinculada a antiguos enterramientos. Sin embargo, la existencia de nitritos es más puntual. Del mismo modo, los cloruros también se encuentran de manera muy localizada, y aunque su origen puede estar en el uso de la sal como fundente en las vías urbanas circundantes, en ocasiones la relación física de acerado exterior y paramentos interiores afectados no es tan directa (por ejemplo en el zócalo del sepulcro oeste de la capilla de La Virgen Blanca). De las muestras de mortero analizadas, las que tienen un mayor contenido de humedad se sitúan en la capilla de San Isidro, tanto en el paramento frontal como en el zócalo del sepulcro. Son morteros bajo el enfoscado gris bufado y desprendido (el segundo con menor grado de humedad). Por tanto, está claro que este revestimiento es impermeable y no deja transpirar el muro de manera natural. El resto de las muestras son de enfoscado, piedra o mortero de junta y estos materiales parece que se encuentran en equilibrio con las condiciones del ambiente de las capillas respectivas. De los tres morteros de junta analizados, dos son muy propensos de adsorber la humedad del ambiente, pero tras la extracción de muestras los tres tenían un contenido de humedad bajo, acorde a las condiciones del medio. En cuanto al revestimiento del arcosolio o al material pétreo del recercado del arcosolio no son ávidos de humedad. Respecto de los morteros bajo el revestimiento, en el caso del zócalo del sepulcro apenas adsorbe humedad, lo que corrobora la impermeabilidad del enfoscado y el contenido de humedad alto del mortero cuando se extrajo la muestra, y en el caso del zócalo del paramento frontal es medianamente ávido a adsorber humedad, lo que explica el elevado contenido de humedad de la muestra si el mortero está expuesto a aportes de agua.


Las variaciones de los niveles piezométricos en 2004 y en 2019 no son especialmente significativas en el sondeo 1 norte y sí más relevantes en el sondeo 6 sur. Pero en ningún caso, la presencia de agua en el subsuelo es la causante de la humedad en la base de los muros, que a su vez quedan bajo rasante. Conclusión La relevancia de la presente investigación radica en la importancia de realizar un diagnóstico preciso para dirigir la intervención hacia unas recomendaciones de actuación concretas y fundadas que permitan la resolución del problema. Este diagnóstico ha de entender el edificio como un sistema en constante cambio, interrelacionando todos los ensayos mediante elementos gráficos que posibiliten su estudio de manera global. Se demuestra que el uso de ensayos, ya utilizados con anterioridad, unidos a nuevos enfoques de representación gráfica es un método fiable y concreto para el estudio de humedades. También se pone de manifiesto la trascendencia de las distintas actuaciones a las que queda expuesto el edificio y su contexto a lo largo del tiempo (revestimientos interiores impermeables, zócalo exterior adosado, evacuación de pluviales, encuentro del acerado con el edificio), así como la ausencia de mantenimiento. Agradecimientos A Soledad García Morales (arquitecta especialista en diagnóstico de humedades). A la dirección facultativa de la obra, Florentino Díez Sacristán (arquitecto) y Juan Carlos Sánchez Rodríguez (arquitecto técnico). Y a la U.T.E. Catedral de Palencia, Indalecio Martín Gavilán (jefe de obra).

271


Il rilievo per la conservazione degli elementi costruttivi e di finitura: il caso studio delle residenze di Torviscosa (NE Italia). Giovanna Saveria Laiola

Giovanna Saveria Laiola

Dipartimento Politecnico di Ingegneria e Architettura, Università degli Studi di Udine.

Abstract In 1937, the Snia company built a factory town in Torre di Zuino, then Torviscosa, a swampy area located in the south of Friuli-Venezia Giulia for the exploitation of cellulose. The industrial settlement and the activity in the countryside will employ, in the following years, up to 5000 people. The need to accommodate workers and families led to the construction of a residential fabric that today needs articulated works of conservation in respect of its specificity. The following work shows the relief activity of the construction and finishing elements for the correct conservation of the original ones, mitigating the incompatible works of transformation interventions that have compromised the identity of a strongly connoted place. The survey activity has involved four types of buildings: le case degli impiegati, le case operaie 4-4 bis, le case operaie 01M e le case dei funzionari. The archive documentation and the direct carried out surveys made it possible to highlight original components, such as windows and doors, front doors, flooring and colouring of facades preserved over time and elements replaced without quality as a result of inconsistent transformation processes. Keywords Torviscosa, Movimento Moderno, Rilievo, Conoscenza, Conservazione.

Introduzione Dagli inizi del ‘900 fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’architettura moderna sperimenta idee innovative nella concezione formale, nello studio e nella realizzazione degli elementi costruttivi, nella scelta dei materiali, che oggi necessitano di un articolato piano di intervento di conservazione. La conoscenza del manufatto rappresenta la fase essenziale e imprescindibile per avviare interventi di conservazione dell’opera. Rappresenta quel delicato processo che parte dall’osservazione preliminare e diretta dell’edificio, si concretizza con la ricerca della documentazione storica e termina con il rilievo. Il rilievo non è solo un’operazione di conoscenza passiva ma una interpretazione profonda dell’opera stessa, che pur avvalendosi di tecniche di misurazione diretta, mira a una conoscenza critica dell’opera frutto di un legame profondo che si crea tra rilevatore e opera da rilevare. (Docci, 1986).

272


Fig. 1 13 Tipologie di case residenziali.

Parte integrante del restauro è l’analisi dei dettagli, che solitamente è affrontata in maniera frettolosa e superficiale, ma che rappresenta l’elemento essenziale per immedesimarsi e per “penetrare l’architettura” (Dal Falco, 2002, p. 2). L’azione del restauratore mira a creare uno stretto legame con l’anima dell’opera d’arte anche se a volte, nel corso del tempo, i vari interventi hanno determinato un nuovo soggetto poco attinente con l’immagine iniziale. (Carbonara, 1976). Quindi, è essenziale lo studio dei componenti originali che devono consentire al restauratore di mantenere e cogliere l’essenza dell’opera. Inoltre, risulta opportuno, calibrare gli interventi di conservazione e di restauro per evitare una standardizzazione degli interventi come nel caso del Manuale del recupero della Città di Castello (Giovanetti, 1998) e i successivi testi importanti allo stesso modo, come il Manuale del recupero del Comune di Roma (Giovanetti, 1997) e il Manuale del recupero della regione Abruzzo (Ranellucci, 2004), che se da un lato offrono uno strumento di conoscenza del patrimonio originario dall’altro rischiano, con gli interventi di conservazione proposti, di uniformare un territorio ricco di varianti originarie. Nello stesso tempo, qualora non sia possibile ripristinare l’opera originale è auspicabile conservare anche piccoli frammenti della stessa purché gli elementi siano in armonia con la nuova struttura, rispondendo alla funzionalità del momento e che possano essere fruiti dall’osservatore come elementi del passato. (Carbonara,1976)

273


Giovanna Saveria Laiola

La città-fabbrica di Torviscosa Torviscosa, inserita nel vasto programma di bonifica integrale sia come città di fondazione (Peghin, Sanna, 2009) sia come città fabbrica (Gasparoli, 2015), rappresenta un caso particolare di insediamento industriale realizzato a partire dagli anni ’30 per la produzione di fibre tessili artificiali all’interno del programma di autonomia del Fascismo legata all’autarchia. (Bortolotti, 1988; Baldassi, 2004; Biasin, 2003; Frangipane, Santi, 2019; Frangipane, Santi, 2020; Kargon, Molella, 2008; pag. 47-66). Negli anni ’30, la società SNIA-Viscosa (Società Nazionale Industria Applicazioni-Viscosa), impiegata nella realizzazione delle fibre tessili, per ottenere l’indipendenza economica dai paesi nordici, avvia un programma di espansione per la produzione della cellulosa e individua, in diverse zone italiane, terreni fertili per la coltivazione della canna gentile ‘‘arundo donax’’ (Ufficio Propaganda SNIA Viscosa, 1941). Franco Marinotti, imprenditore di prestigio e amministratore delegato della SNIA, nel 1937, con l’acquisto delle più grandi aziende agricole situate nella località di Torre di Zuino, propone un ambizioso progetto agricolo-industriale di grande valenza a livello nazionale. La progettazione del primo nucleo della città, iniziata a novembre del 1937, viene affidata a Giuseppe de Min (1890-1962), importante architetto milanese (Frangipane, 2019). Il 21 settembre 1938, dopo il completamento della bonifica agraria, nella Bassa Friulana, a Torre di Zuino, in soli 10 mesi di ininterrotti lavori di costruzione viene inaugurato il nuovo stabilimento industriale per la produzione della cellulosa. In particolare, nel Piazzale antistante gli edifici della produzione vengono costruiti il Teatro e il Ristoro per attività ricreative, a ovest gli Uffici Municipali e a sud la Mensa Operaia (Bortolotti, 1988). Successivamente, a partire dagli anni ’40 il territorio viene suddiviso in sette aziende agricole, denominate “Agenzie”, le quali sono in grado di provvedere alla coltivazione industriale del proprio terreno di pertinenza, ma anche di soddisfare le esigenze primarie degli uomini e del bestiame. Le residenze a servizio della fabbrica di Torviscosa L’architetto De Min progetta, a partire dagli anni ’40, la parte residenziale a servizio della fabbrica che accoglie gli operai dello stabilimento e le rispettive famiglie (Bertagnin, 1985; Bortolotti, 1988; Baldassi,2004). Una prima ricognizione dettagliata è stata svolta grazie al lavoro di rilievo architettonico realizzato dagli studenti del modulo “Conservazione e Recupero degli Edifici” /della LM in Ingegneria civile negli anni accademici 2014-2015, 2015-2016 e 2016-2017 (docente prof. ing. Anna Frangipane) all’interno di una convenzione di sperimentazione didattica realizzata in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Friuli-Venezia Giulia. Il lavoro degli studenti, che comprende la rielaborazione di piante, sezioni, prospetti, fotoprospetti, rilevamento del degrado superficiale, descrizione tipologica e materica, è stato presentato nel 2019 presso il CID (Centro Informazione e Documentazione) del comune di Torviscosa all’interno di una mostra espositiva (Santi, 2019). La consultazione delle fonti provenienti dall’archivio virtuale del Comune di Torviscosa, dall’Inventario Patrimoniale Fabbricati e l’attività di rilievo svolta attraverso sopralluoghi ripetuti hanno consentito di individuare 13 tipologie abitative (fig. 1).

274


Fig. 2 “Case degli impiegati” _ Blocco fronte nord prospetto sud _ foto: archivio CID, FFSC_A33-03, 1942 (sinistra); foto: G.S.L, 2018 (destra).

Fig. 3 “Case degli impiegati” _ Abaco degli elementi originali.

Le abitazioni vengono concepite sulla base della gerarchia degli incarichi della fabbrica: ad esempio, la tipologia a “schiera” e in “linea” è destinata agli operai, la tipologia del “villino” ai funzionari, la tipologia “palazzina” agli impiegati. Nell’ambito della ricerca sono state selezionate 4 tipologie di interesse: “case degli impiegati”, “case operaie 4-4bis”, “case operaie 01M” e “case dei funzionari”. Rilievo degli elementi costruttivi e di finitura Il lavoro effettuato per ogni tipologia costruttiva si divide in due fasi di analisi. La prima si focalizza sull’individuazione e sulla mappatura degli elementi originali esistenti che sono stati preservati nel tempo. La consultazione di riviste e testi relativi al periodo del Movimento moderno hanno consentito di risalire ai materiali utilizzati nelle abitazioni delle case operaie (Griffini, 1932; Diotallevi, Marescotti, 1944; Grassi 1975), mentre la raccolta fotografica, conservata presso il CID di Torviscosa, ha fornito la documentazione necessaria per l’individuazione di infissi, elementi oscuranti, intonaci esterni, pavimentazione e soglie d’ingresso originali. La seconda, invece, mira a identificare i componenti che sono stati sostituiti nel tempo in maniera incontrollata in mancanza della conoscenza del valore storico del luogo.

275


Giovanna Saveria Laiola Fig. 4 “Case operaie 4-4bis” _ Blocchi fronte est _ foto: archivio CID, FFSCN_TV0643, 1948 (sinistra); foto: G.S.L, 2019 (destra). Fig. 5 “Case operaie 4-4 bis” _ Abaco degli elementi originali.

276

Le “case degli impiegati” Disposte simmetricamente a delimitare la parte nord e sud di Piazza del Popolo, con il Municipio a ovest e la scuola a est, le “case degli impiegati” definiscono il nucleo centrale di Torviscosa (fig. 2). Costruite nel 1941, sono realizzate su due piani con sottotetto, al piano terra sono collocate le attività commerciali a cui si accede tramite due porticati, mentre attraverso tre vani scala indipendenti si accede al primo piano, dove sono disposti gli alloggi per gli impiegati e al secondo piano, dove si collocano i ripostigli. Nel 1954, gli edifici hanno subito ampliamenti lungo i fronti est e ovest da cui sono stati ricavati ulteriori locali: garage al piano terra e terrazzi al primo piano. Per le “case degli impiegati” si evidenziano: al primo piano quattro tipologie di finestre rettangolari a due ante, che differiscono solo per dimensioni, e una porta finestra, mentre al piano terra una tipologia di porta d’ingresso ai vani scala e due tipologie per le attività commerciali. Gli infissi e le porte finestre originali presentano un telaio in legno tinteggiato bianco e vetro singolo, la porta d’ingresso in legno presenta un telaio chiaro e pannelli scuri con sopraluce in vetro e intelaiato bianco, le vetrine delle attività commerciali sono realizzate con listelli in legno nella parte inferiore mentre nella parte superiore è presente un sopraluce in vetro e intelaiato bianco (fig. 3). Le facciate esterne si presentano in parte intonacate in parte rivestite in mattone faccia a vista. L’uso del mattone, a scopo decorativo, è riservato al rivestimento delle colon-


Fig. 6 “Case operaie 4-4 bis” _ Varietà infissi ed elementi oscuranti.

ne e del portico al piano terra, ai pilastri che delimitano le balconate di testa, agli stipiti e ai timpani delle finestre al piano superiore. Le balaustre e le colonne situate al piano inferiore vicino ai pilastri poste alle estremità sono realizzate in pietra artificiale. La pavimentazione del portico risulta in cotto a spina di pesce mentre le soglie delle porte d’ingresso sono in cemento. Negli anni, la maggior parte degli infissi e delle porte di accesso alle attività commerciali sono stati sostituiti con infissi performanti in parte in alluminio e in parte in pvc. Le porte d’ingresso così come le facciate esterne presentano un buono stato di conservazione ad eccezione di alcune sostituzioni dei blocchi in mattoni faccia a vista al piano terra. Dai sopralluoghi effettuati, emerge che la pavimentazione situata sotto il portico risulta quella originale, ma al momento presenta sconnessioni e deterioramenti. Pertanto, è necessario attivare interventi di ripristino per consentire l’accesso in sicurezza ai luoghi pubblici. Gli elementi oscuranti, originariamente realizzati in legno, sono stati parzialmente sostituiti con avvolgibili in pvc. Inoltre, i proprietari delle attività commerciali hanno aggiunto elementi oscuranti, tipo tendaggi, che se pur mobili e facilmente rimovibili, deturpano l’assetto originale delle facciate sulla piazza principale. Le “case operaie 4-4bis” Note come “case gialle” per la particolare coloritura dell’intonaco delle facciate, situate a sud-est del Municipio, consistono in 12 blocchi di edifici in linea, disposti parallelamente su tre file, ciascuna di quattro blocchi, orientate est-ovest. Costruite a partire dal 1941 fino al 1944 e gravemente danneggiate in seguito ai bombardamenti e ricostruite dal 1945, gli edifici di testa sono realizzati da un corpo centrale che si eleva su due piani, con otto alloggi a cui si accede attraverso due vani scala, mentre le parti laterali sono sviluppate su un piano unico, con quattro appartamenti con accessi indipendenti. I blocchi centrali si elevano su due piani per un totale di dodici appartamenti a cui si accede attraverso tre vani scala indipendenti (Canciani, 2007) (fig.4). Il rilievo ha consentito di identificare due tipologie di finestre, a una e a due ante, in legno tinteggiate di bianco con elementi oscuranti sempre in legno, una finestra di ridotte dimensioni per le cantine ubicate al piano interrato, una portafinestra situata sui fronti strada e due tipologie di porte d’ingresso, a un’anta per gli appartamenti indipendenti e a due ante per gli accessi ai vani scala condominiali (fig. 5).

Fig. 7: “Case operaie 4-4 bis” _ Coloritura e degrado dei prospetti _ foto: G.S.L., (2019).

277


Giovanna Saveria Laiola Fig. 8 “Case operaie 01M” _ Abaco degli elementi originali. Fig. 9 “Case operaie 01M” _ Blocchi fronte nord _ foto: archivio CID, FFSCN_TV-0611, 1948 (sinistra); foto: G.S.L., 2019. (destra).

278

Gli elementi oscuranti e le porte d’ingresso presentavano originariamente il telaio in legno tinteggiato scuro e i pannelli di colore chiaro. Le soglie di ingresso agli appartamenti e le scale collocate in corrispondenza delle porte finestre sono realizzate in cemento granulato mentre i muretti laterali delle scale sono in mattoni faccia a vista. Infine, i prospetti sono in parte intonacate e in parte rivestite con mattone faccia a vista, mentre la zoccolatura è interamente rivestita in mattoni faccia a vista. Le “case gialle”, in seguito, hanno subito diversi interventi che hanno interessato in particolar modo gli infissi, sostituiti con altri di materiale differente, tipo alluminio bianco, pvc, pvc finto legno, alluminio anodizzato ecc.., e gli elementi oscuranti rimpiazzati con persiane in alluminio verde, alluminio anodizzato (fig. 6). Anche le soglie d’ingresso e le scale di accesso secondarie sono state rivestite con materiali diversi tipo piastrelle. Sui prospetti si riscontrano una variazione della coloritura originale, dove il bianco in alcuni casi ha sostituito il giallo originale, e deterioramento della superficie dovuto ad alterazione cromatica, macchie, umidità (fig. 7). Le “case operaie 01M” Conosciute anche come “case colombaie” per la particolare conformazione dei prospetti, contigue alle “case gialle”, le “case operaie 01M” consistono in 10 blocchi di case a schiera su due piani disposti a coppie secondo l’asse est-ovest, ciascuno composto di 5-6 alloggi ad eccezione dei due blocchi di testa con 7-6 alloggi collegati da un arco. Realizzate tra il 1943 e il 1946 e tra il 1951 e il 1963, le “case colombaie” presentano a nord archi a tutto sesto, attraverso cui si accede all’ingresso principale, sovrastati originariamente da terrazzini, che creavano una gradevole successione di pieni e vuoti. Questi, in seguito a interventi di ristrutturazione, vennero chiusi per consentire la creazione di nuovi vani (fig. 9). Il prospetto sud presenta archi a tutt’altezza, attraverso cui si accede nella zona privata retrostante realizzata con piccoli appezzamenti di terreno adibiti a orti privati, recintati con graticci in muratura. I prospetti risultano intonacati ad eccezione del mattone faccia a vista utilizzato con funzione decorativa per gli stipiti dell’arco d’ingresso e per le cornici dei vani finestra.


Fig. 10 “Case Operaie 01M”: confronto tra l’unità centrale frontale rivolta a nord con terrazzino (sinistra) e quella con chiusura terrazzino (destra) _ foto: G.S.L., 2018.

Gli infissi originali sono in legno tinteggiati di bianco e con vetro singolo. Sul prospetto orientato a nord, a piano terra è presente una finestra a forma quadrata, mentre sotto l’arco a tutto sesto, sono inserite la porta d’ingresso e una finestra ad oblò, tipologia che si ritrova nel periodo del razionalismo. Le uniche due abitazioni con il terrazzino presentano al piano superiore un’altra finestra ad oblò, una porta finestra in corrispondenza di quella al piano terra e una finestra rettangolare con arco superiore presente anche in facciata. Sul lato esposto a sud, sono presenti due tipologie di serramento entrambe rettangolari a croce che differiscono solo per la larghezza. (fig. 8). Lo spazio esterno, esposto a sud, presenta delle recinzioni costituite da graticci in muratura laterizia e mattoni faccia a vista sui quali si sviluppano quinte arboree che chiudono le corti interne, dove trovano posto giardini od orti. Il mattone faccia a vista viene utilizzata anche con funzione decorativa limitato alle cornici delle finestre ed agli stipiti dell’arco di ingresso. A partire dagli anni ’80, quando gli inquilini diventano proprietari, i blocchi delle “case colombaie” subiscono un processo di trasformazione che modifica l’assetto originario. Per aumentare gli spazi funzionali, il piano superiore subisce un ampliamento con la rimozione dell’infisso a oblò, della porta finestra e della finestra rettangolare ad arco, sostituendo il terrazzino con due finestre di piccole dimensioni in alluminio (fig. 10). Per quanto riguarda le rifiniture esterne, l’intonaco originario è stato conservato solo sui prospetti sud delle arcate costituito da intonaco rustico con rifinitura ruvida, mentre a nord negli anni è stato sostituito e tinteggiato. Con lo sviluppo di nuove tecnologie per la realizzazione dei nuovi serramenti, gli infissi originali vengono sostituiti con altri a elevate prestazioni energetiche. Gli elementi di finitura esterni situati sotto l’arco a tutto sesto antistante l’ingresso assumono un aspetto personalizzato e rispondono solo alle nuove proposte del mercato dell’edilizia. Inoltre, si evince una varietà di materiali e tinteggiature sia per le porte d’ingresso che per la pavimentazione esterna rivestiti con materiali diversi, tipo piastrelle, marmo-cemento, cotto, pietra naturale a mosaico (fig. 11). La documentazione fotografica acquisita mostra l’assenza sia di recinzioni sul lato nord in corrispondenza dell’ingresso aggiunti successivamente sia di elementi oscuranti sul lato sud. Le “case dei funzionari” Sono due ville bifamiliari, che ripropongono il tipo del “villino” di inizio ‘900, situate nella zona nord-ovest del Municipio, realizzate dopo la Seconda Guerra Mondiale nel 1948 (fig. 12). Ciascun edificio ospita due alloggi e si eleva su tre piani fuori terra con scantinato, intonacate su tutti i fronti e dispongono di ingressi laterali. Il loro particolare orientamento le dispone in maniera che la congiunzione dei loro assi formi un angolo di 90° (Canciani, 2007).

Fig. 11 “Case Operaie 01M” _ Varietà pavimentazioni d’ingresso _ foto: G.S.L., 2019.

279


Giovanna Saveria Laiola Fig. 12 “Case dei funzionari” _ Blocco nord-est _ foto: 1950, archivio CID, FFSC_A22-065 (sinistra); Blocco nord-ovest _ foto: 2018, G.S.L. (destra). Fig. 13 “Case dei funzionari” _ Abaco degli elementi originali.

Le “case dei funzionari” presentano, per i due livelli fuori terra, un’unica tipologia di infisso a due ante battenti. Il serramento è costituito da un telaio in legno bianco così realizzato: una divisione orizzontale crea una parte rettangolare inferiore di dimensioni maggiori rispetto alla parte superiore suddivisa ulteriormente da tre traverso verticale crea quattro parti rettangolari di dimensioni minori. Gli elementi oscuranti esterni, come per le “case gialle”, sono costituite da un telaio in legno scuro mentre i pannelli che chiudono la persiana sono in legno chiaro. Il terzo livello presenta due porte finestre sempre in legno tinteggiato bianco con due ante battenti suddivise in tre quadranti vetrati e con parapetto in ferro (fig. 13). Inoltre, anche nelle “case dei funzionari” è presente l’uso a scopo decorativo dei mattoni faccia a vista, in maniera limitato rispetto alle altre, riservato esclusivamente alle zoccolature. Le “case dei funzionari” sono tutt’ora abitate e rispetto alle abitazioni descritte precedentemente preservano un buono stato di conservazione. Tuttavia, negli anni, i proprietari hanno apportato alcune modifiche come la ritinteggiatura degli elementi oscuranti di colore verde smeraldo e l’inserimento di tendaggi parasole. L’intervento più evidente è l’ampliamento del vano al piano terra ottenuto con il tamponamento dei portici e degli archi per aumentare il vano soggiorno. Infine, per quando riguarda la coloritura delle superficie esterne, una delle due abitazioni ha preservato il colore bianco originale, mentre l’altra è stata tinteggiata con colore giallo (fig.14). Conclusioni L’insediamento di Torviscosa rappresenta un esempio di città-fabbrica rilevante nel quadro storico del ‘900. L’analisi delle abitazioni descritte si è basata su ricerche d’archivio e consultazione della documentazione del periodo, essenziali per ricostruire la storia del luogo. L’osservazione diretta, attraverso sopralluoghi effettuati sul campo, e la comparazione tra la documentazione fotografica originale e attuale hanno consentito di analizzare in dettaglio gli elementi che compongono i manufatti, distinguendo gli elementi originali da quelli che, negli anni, sono stati sostituiti. Inoltre, l’approfondimento dello stato dell’arte, parte integrante del lavoro svolto, ha portato alla luce i prin-

280


cipali materiali che caratterizzano le tipologie abitative analizzate. L’analisi ha messo in evidenza come il rilievo è strumento imprescindibile per conoscere l’opera che si vuole esaminare. Dal rilievo, eseguito non in maniera passiva ma attento allo studio dei dettagli, è possibile definire azioni di interventi coerenti per indirizzare azioni di conservazioni appropriati e impedire in futuro che la scarsa conoscenza degli edifici causi ulteriori interventi impropri che rischierebbero di deturpare l’immagine dei manufatti. Credits L’analisi descritta è parte del lavoro di dottorato di ricerca con la supervisione della prof. Anna Frangipane, docente dell’Università degli Studi di Udine, in collaborazione con il Comune di Torviscosa e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Friuli-Venezia Giulia. Bibliografia Baldassi E., Bazzoffia A., Regattin P. 2004, Torviscosa: architettura e immagine fotografica della nuova città industriale del Novecento, Guarniero, Udine. Bertagnin M., Burelli A., Dolcetti G., Grandinetti R. 1985, Progetto integrato Torviscosa. Elaborati del Comitato tecnico-scientifico, Amministrazione Provinciale di Udine, Udine. Biasin E., Canci R., Perulli S. 2003, Torviscosa: esemplarità di un progetto, Forum, Udine. Bortolotti M. 1988, Torviscosa: nascita di una città, Casamassima, Udine. Carbonara G. 1976, La reintegrazione dell’immagine: problemi di restauro dei monumenti, Bulzoni, Roma.

Fig. 14 “Case dei funzionari” _ Tinteggiatura elementi oscuranti (sinistra); ritinteggiatura superficie esterna (centro); chiusura portico al piano terra (destra) _ foto: G.S.L., 2019.

Canciani S. 2007, Torviscosa e la questione della casa popolare, in L. Rustico (a cura di), Malisana Zuino Fornelli: Torviscosa, Comune, Torviscosa, pp. 303-316. Dal Falco F. 2002, Stili del razionalismo: Anatomia di quattordici opere di architettura, Gangemi, Roma. Diotallevi I., Marescotti F. 1944, Particolari costruttivi d’architettura, Domus, Milano. Docci M. 1986, Manuale di disegno architettonico, Laterza, Roma, Bari. Frangipane A., Santi M.V. 2019. Industrial heritage of the Modern Movement: Torviscosa factory-town, «TICCIH Bulletin», n. 83: pp. 13-15. Frangipane A., Santi M.V. 2020. Research and Dissemination for the Torviscosa Company Town, «TICCIH Bulletin», n. 88: pp. 15-17. Frangipane A. 2019, Torviscosa, percorsi di conoscenza, in M.V. Santi (a cura di), Torviscosa 1938-1968. Percorsi di conoscenza - Le abitazioni, catalogo della mostra, EdicomEdizioni, Monfalcone, pp. 17-22. Gasparoli P., Ronchi A.T. 2015, Crespi d’Adda, sito Unesco: governare l’evoluzione del sistema edificato tra conservazione e trasformazione. Altralinea, Florence. Giovanetti F. (a cura di) 1997, Manuale del recupero del Comune di Roma, DEI, Roma. Giovanetti F. (a cura di) 1998, Manuale del recupero del Comune di Città di Castello, DEI, Roma. Grassi G. 1975, Das neue Frankfurt, 1926-1931, Dedali libri, Bari. Griffini E.A. 1932, Costruzione razionale della casa: i nuovi materiali. Orientamenti attuali nella costruzione, la distribuzione, la organizzazione della casa, U. Hoepli, Milano. Kargon R. H., Molella A. P. 2008, Invented edens: techno-cities of the Twentieth Century, The MIT Press, Londra. Peghin G., Sanna A. 2009, Carbonia: città del Novecento: guida all’architettura moderna della città di fondazione, Skira, Milano. Ranellucci S. 2004, Manuale del recupero della regione Abruzzo, DEI, Roma. Santi M.V. (a cura di), 2019, Torviscosa 1938-1968. Percorsi di conoscenza - Le abitazioni, catalogo della mostra, EdicomEdizioni, Monfalcone. Ufficio Propaganda Snia Viscosa 1941. Torviscosa, la Città della cellulosa. Alfieri e Lacroix, Milano.

281


Modi costruttivi comuni fra centro e periferia nell’architettura militare dell’Impero Romano nel III secolo: i casi di Roma e della Gallia nordoccidentale Rossana Mancini Rossana Mancini

Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura, Sapienza Università di Roma.

Abstract From a constructive point of view, the walls of North-western Gaul, built at the end of the third century, have common characteristics that can be compared with the contemporary city wall of Aureliano in Rome (271-279 AD). The result of this comparison is that despite the fortifications of Gaul and the walls of Rome have a very different aspect (the decoration of the walls of Le Mans represents the most spectacular example of this difference), from the construction point of view, some common features can be observed. First of all, the propensity to reuse the materials, widespread in the foundations, in the cores in opus caementicium and in the external layers of all the city walls investigated. The reused material comes from pre-existing buildings which can be traced back to the Roman world. The reuse of structures, which presents many cases along the walls of Rome, seems more limited in Gaul, although the example of Tours, with the incorporation of the large amphitheatre, has significant common features, still in part to be investigated, with that of the Castrense Amphitheater in Rome. Keywords Cinte murarie, tecniche costruttive romane, Mura Aureliane.

Introduzione La seconda metà del III secolo ha rappresentato un periodo insolitamente difficile e tumultuoso in molte aree dell’Impero Romano. Il rapido susseguirsi dei diversi imperatori fu affiancato da un ancor più rapido avvicendamento dei ‘pretendenti’ e la pressione dei popoli all’esterno dell’impero crebbe causando alcuni ‘sconfinamenti’. Questa situazione si accompagnò, in misura molto diversa nelle varie aree dell’impero, a una serie di problemi sociali quali la povertà, anche dovuta a un’inflazione dilagante, e il degrado urbano. In questo clima difficile va inquadrata la costruzione di numerose cinte murarie, in diverse città dell’impero sul finire del III secolo, fra cui Roma. Le mura urbiche, per loro stessa natura, sono il risultato di una scelta politica, che ha un grande impatto sulle collettività. Si tratta di una cesura sul territorio, che divide un esterno da un interno, che difende i cittadini ma che, allo stesso tempo, permette di controllarne gli spostamenti, modifica il valore delle aree edificabili, stravolgendo situazioni politiche ed economiche preesistenti.

282


Fig. 1 Le Mans, Francia. La cinta muraria.

Molti aspetti della rapida accelerazione nella fortificazione urbana tardo imperiale sono ancora da approfondire, fra questi le modalità costruttive, l’organizzazione dei cantieri e di tutto ciò che ruota intorno ad essi cogliendo le differenze rinvenibili nelle diverse regioni dell’impero e fra queste e il suo centro, Roma. Sono ancora necessari approfondimenti e nuove ricerche sull’influenza dell’ambiente fisico, sulla disponibilità di risorse naturali, sull’ibridazione fra tecniche costruttive locali e tecniche costruttive importate, tenendo presente l’esistenza di fenomeni confinati a livello regionale, in parte studiati, e il loro rapporto con la grande cinta muraria di Roma. Specificità regionali Un’accresciuta sensibilità verso le variazioni regionali, per ciò che riguarda le caratteristiche architettoniche, nella vasta estensione dell’Impero, è condivisa dagli studiosi delle varie discipline, che, però, si sono prevalentemente concentrati sinora su singoli casi di studio, su piccoli gruppi di cinte fortificate o su particolari regioni, mentre una comparazione più ampia e articolata può avere ulteriori sviluppi. Una vera difformità fra l’oriente e l’occidente dell’impero, ad esempio, non è comunemente riconosciuta, anche perché la paternità di queste architetture può farsi risalire, almeno in parte e probabilmente in percentuali differenti nei diversi casi e nelle diverse regioni, a maestranze militari, che si spostavano all’interno dell’impero. Quanto la costruzione delle cinte murarie fosse di competenza dell’esercito, d’altronde, è ancora una questione aperta, che non può prescindere dall’analisi dei diversi casi locali. In questo senso, non bisogna ignorare che in epoca tarda divennero sempre più accentuate le differenze tra i diversi exercitus regionali che componevano l’apparato militare romano nel suo insieme. La scelta della Gallia nordoccidentale, con particolare attenzione a quella Lugdunense, si deve alla presenza, nell’area, di diverse cinte murarie riconducibili alla fine del III secolo, ossia coeve alla costruzione della grande cinta muraria di Aureliano, realizzata a Roma dal 271 d.C. Le circostanze che condussero all’edificazione di queste fortificazio-

283


Rossana Mancini La datazione della cinta muraria di Tours varia, a secondo degli autori, fra la fine del III e l’inizio del IV secolo d.C.

1

284

ni vanno ricollegate al tema più vasto della difesa dell’Impero e delle sue Province in quell’epoca. L’argomento è stato affrontato, sotto diversi aspetti, prevalentemente da storici e da archeologi (Johnson, 1983; Lander, 1984; Gregory, 1995-1997). Lo studio delle strutture fortificate tardoromane, suddiviso per aree geografiche, ha avuto un’accelerazione in Europa negli anni Ottanta del Novecento, producendo alcuni lavori di ampio respiro come quelli di Johnson (1983) e di Lander (1984), il primo incentrato su fortificazioni urbane nel settore occidentale dell’Impero, il secondo in quello orientale. Anticipatore di questi approfondimenti e autore di un quadro generale di riferimento è il testo di Blanchet Les enceintes romaines de la Gaule pubblicato a Parigi nel 1907, che a sua volta ricorda come gli studi sulle fortificazioni ‘romane’ in Gallia presero l’avvio dal lavoro di Arcisse de Caumont, che aveva intenzione di scriverne ma, alla sua morte, nel 1893, lasciò solo alcuni appunti. Come Blanchet numerosi altri studiosi, sulle orme di Arcisse de Caumont intrapresero ricerche monografiche sull’argomento. Taillefer si occupò delle mura di Périgueux, Lallier di quelle di Sens, Daniel scrisse su Beauvais, Ledain su Poitiers, Boyer e Buhot de Kersers su Bourges, Hucher e Charles su Le Mans, Pelet e Germer-Durand su Nimes, Roidot su Autun (Blanchet, 1907, p. 2). Avanzamenti recenti nella conoscenza sui singoli casi di studio si devono anche ai convegni tenutisi ad Atene, nel 2012, sull’area mediterranea e sul Vicino Oriente (Frederiksen et al. 2012), e a Roma nel 2018, quest’ultimo organizzato da The British School at Rome e dallo Swedish Institute of Classical Studies, dal titolo Constructing City Walls
in Late Antiquity:
an empire-wide perspective, i cui atti sono in corso di stampa, concentrato sulle mura tardoantiche di alcune città in Oriente (Resafa, Afrodisia, Antiochia, Palmira) e in Occidente (Treviri, Londra, Sens). Le mura della Gallia nordoccidentale Il quadro storico all’interno del quale le città si fortificarono, nel settore occidentale dell’Impero, si delineò bruscamente a partire dal 260 d.C., con il collasso del limes fra il Reno e il Danubio, a seguito di una serie d’incursioni di popolazioni germaniche all’interno della Gallia, che portò al saccheggio di quasi 60, città inclusa Parigi. È in questo periodo che alcune città galliche si fortificarono, tra queste Grenoble (285-305), Bordeaux (ultima decade del III secolo), Marsiglia (ultima decade del III secolo) e, nella Gallia nordoccidentale, tutte negli ultimi decenni del III secolo, Nantes, Rennes, Sens, Senlis, Le Mans, Tours1. Proprio in questa fase di fervore fortificatorio, fra il 260 e il 274, la Gallia, insieme alla Spagna e alla Britannia, aderirono alla sollevazione di Postumo e si governarono autonomamente, fronteggiando, solo con i propri eserciti provinciali, la minaccia esterna. L’analisi archeologica sembra suggerire che la dispersione dei presidi lungo le strade interne delle province e nelle città nuovamente fortificate, e non più solo in corrispondenza delle arterie militari e degli accampamenti del limes, sia iniziata in Gallia proprio negli ultimi decenni del III secolo (Cleary 2020). Da un punto di vista costruttivo, le cinte murarie della Gallia nordoccidentale condividono, oltre alla relativa vicinanza nello spazio e soprattutto nell’epoca di costruzione, alcune caratteristiche tali da suggerire la presenza di un’area ‘omogenea’ e fanno pensare che alcuni dei costruttori possano aver lavorato su diversi circuiti. L’esempio più conservato in questo gruppo di mura è quello di Le Mans, su cui sono attualmente


in corso indagini da parte di archeologi e storici dell’antichità, anche finalizzate al loro inserimento nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO. La bibliografia sulla cinta è ancora scarsa, se si eccettua la monografia di Guilleux (1998). Un confronto con le Mura Aureliane di Roma Il termine di paragone con cui s’intende confrontare le cinte della Gallia è il circuito di Aureliano di Roma (271-279 d.C.), su cui la letteratura, dopo i volumi di Nibby (1820) e di Richmond (1930), si è ampliata a partire dagli anni Ottanta del Novecento, soprattutto grazie ai fondamentali articoli di Lucos Cozza, pubblicati su «Analecta Romana Instituti Danici» e sui «Papers of the British School at Rome» fra il 1987 e il 2008. Due monografie hanno trattato il tema da punti di vista diversi, nel 2001 (Mancini) e nel 2011 (Dey) e due convegni, recentemente, si sono tenuti sul tema presso l’Università di Roma tre, nel 2015 (Le Mura Aureliane 2017), e nel 2017, offrendo un panorama delle ricerche in corso sul tema. Analogamente a quanto avvenuto lungo il limes fra Reno e Danubio, nel 271 d.C. gruppi di guerrieri germanici, Alemanni e Marcomanni, superarono l’arco alpino discendendo la penisola. Sconfissero l’esercito di Aureliano a Piacenza, che a sua volta li sconfisse a Fano. Per la prima volta la capitale dell’Impero temette per la propria incolumità. A Roma come in Gallia, dunque, alla base della decisione di costruire una cinta muraria, vi furono ben delineate motivazioni di sicurezza, ma non mancarono motivi politici, in parte riconducibili a programmi regionali più vasti ma talvolta legati all’influenza delle singole personalità che governarono le diverse provincie dell’Impero. Oltre alle ragioni più evidenti, infatti, esistevano contesti più complessi, in cui fattori economici, politici e sociali si affiancarono a quelli più strettamente militari, a Roma come a Le Mans e nelle altre città della Gallia nordoccidentale, che comprendevano la volontà di controllare e militarizzare la città, secondo un modello tipicamente tardoantico. In questo senso le mura di Le Mans rappresentano il caso più eclatante, per la presenza di paramenti decorati difficilmente giustificabili in un ambito strettamente funzionale e militare (Dey, 2010) (fig. 1). Anche a Roma la minaccia immediata da parte delle truppe straniere era già stata sventata definitivamente prima dell’avvio del nuovo cantiere, per cui risulta difficile sostenere che le Mura venissero costruite con fini strettamente difensivi, per far fronte ad un pericolo incombente (Dey 2017, p. 30), o almeno questo non fu il solo motivo. Il circuito di Roma rappresentò, di fatto, il segno visibile del potere di Aureliano sulla città, necessario anche in vista della partenza di gran parte delle truppe d’Occidente per la riconquista di Palmira. Il riuso dei materiali e delle strutture Nella gran parte dei casi, i cantieri di costruzione delle cinte murarie di III secolo crearono cesure urbane e demolizioni di edifici esistenti, producendo grandi quantità di materiali di risulta che rappresentarono, per i costruttori, un’importante fonte di approvvigionamento. Molte di queste fortificazioni tagliarono fuori dalla città ampie aree di tessuto urbano, provocando espropri e demolizioni lungo una striscia di terreno che raggiunse anche i 100 metri di larghezza intorno alle cinte. Le demolizioni legate alle costruzioni di mura urbane sono documentate nelle città della Gallia ma anche a Roma, dove grandi edifici, come il Circo Variano, furono tagliati dalla cinta muraria e demoliti, almeno per quel che riguarda la parte rimasta all’esterno del circuito.

285


Rossana Mancini Fig. 2 Tours, Francia. Le fondazioni della cinta muraria. Fig. 3 Tours, Francia. La cinta muraria.

Anche la buona qualità delle malte di III secolo può essere una diretta conseguenza dell’ampio utilizzo di materiali lapidei pregiati per realizzare le calci.

2

286

Il risultato di queste opere di demolizione è la presenza, nei nuclei e nei paramenti delle mura urbane di questo periodo, di numerosi frammenti di epigrafi onorarie e funebri, di pezzi di statue e di elementi architettonici, di pietre miliari o semplicemente di pietre e mattoni reimpiegati. Molto materiale di fattura gallo-romana precedente al III secolo è stato rinvenuto nel corso delle demolizioni delle mura di Sens, tanto da fornire 500 reperti per una collezione conservata presso il Museo gallo-romano della città. A Roma un crollo lungo le Mura Aureliane, avvenuto durante il pontificato di Innocenzo XI (1676-1689), fra Porta Asinaria e Porta Latina, portò al ritrovamento, fra le rovine, di numerosi frammenti di statue provenienti dal nucleo del muro2. Da edifici ‘smontati’ provengono le fondazioni delle mura di Le Mans, Tours, Senlis, Rennes e Nantes, costruite con grossi conci di recupero, alcuni posti in opera senza alcuna lavorazione. A Tour si possono riconoscere, nelle fondazioni, pezzi appartenenti a basi, a cornici e a capitelli (fig. 2) (Wood, 1983). Le strutture fortificate della Gallia nordoccidentale furono costruite con un nucleo in opera cementizia, secondo la tradizione costruttiva romana, con paramenti esterni in petit appareil, segnati orizzontalmente dalla presenza di corsi di laterizi. Alla base dei muri in elevato, due o più filari di blocchi lapidei reimpiegati, messi in opera nell’intero spessore del muro, costituiscono lo spiccato (due filari a Le Mans, cinque a Tours) (fig. 3). I conci sono talvolta uniti con cura, anche rilavorati superficialmente, per formare un opus quadratum. Il materiale che compone il petit appareil deriva dalla rilavorazione di blocchi più grandi, com’è evidente dalla diversità di colore e dimensione dei singoli elementi. A Tours si tratta prevalentemente di calcare marnoso grigio, di tuffeau, proveniente dalla valle della Loira, e di pietra silicea. I singoli elementi hanno dimensioni assai variabili (lunghezza 9-13 cm, altezza 5,5-9 e profondità 7-15; Wood 1983, p. 30). Nelle mura di Nantes, Le Mans e Senlis il petit appareil è attraversato da tre corsi di mattoni rossi, posti a intervalli regolari (fig. 4). A Tours i filari sono due. I laterizi (tegualae e lateres), sono quasi sempre di reimpiego. I corsi di laterizi hanno la funzione di collegare i paramenti esterni con il nucleo e, solo in piccola parte, di migliorare la distribuzione dei carichi nella sezione, perché non attraversano completamente il muro ma penetrano nel nucleo di conglomerato per circa 70-120 cm, talvolta anche meno. Le mura di Roma hanno anch’esse un nucleo in opera cementizia, ma hanno paramenti esterni in laterizio. Come negli esempi della Gallia i mattoni sono di riuso. Non si hanno notizie, infatti, di fornaci aureliane; secondo Lanciani gli unici bolli che possono essere attribuiti all’epoca di Aureliano sarebbero quelli di Pomponia Bassilla, ma


non se ne è trovata traccia lungo le mura. Da uno studio condotto sulle macerie del crollo del 1902, che aveva interessato le cortine fra le torri 5 e 6 del tratto compreso fra porta Prenestina e porta Asinaria (numerazione elaborata da Richmond) Pfeiffer, Van Buren e Armstrong ottennero una interessante sintesi dalla raccolta di 464 bolli laterizi. La maggioranza di essi è risultata appartenere ad epoca adrianea, ma il diagramma completo testimonia anche percentuali, minori, risalenti alla prima metà del I secolo d.C., del tempo dei Flavi, di Traiano di Antonino Pio, di Marco Aurelio, di Commodo, dei Severi e di Teodorico (Mancini, 2008). Mentre questi ultimi documentano un restauro teodoriciano, gli altri, tutti precedenti ad Aureliano, provengono probabilmente da edifici demoliti per la costruzione delle mura o per liberare lo spazio immediatamente esterno ad esse. I paramenti delle Mura Aureliane non presentano corsi di orizzontamento così evidenti e regolari come quelle galliche, ma lungo il circuito, nelle murature appartenenti alla fase di III secolo, è possibile riconoscere corsi orizzontali di laterizi di grandi dimensioni con funzione di collegamento fra cortine e nuclei e di ripartizione dei carichi (fig. 5). Oltre al materiale, alcune cinte murarie di III secolo reimpiegarono interi edifici o porzioni di questi, inglobandoli interamente o parzialmente. Nell’economia generale di un’operazione edilizia, l’inglobamento di strutture esistenti comportava minor quantità di murature da costruire, riduzione del materiale da approvvigionare e del tempo destinato alla demolizione di costruzioni che si trovavano lungo il tracciato. Per quanto concerne il circuito di Roma, va tenuto presente che nel III secolo la città possedeva un apparato monumentale così imponente da condizionare tutte le iniziative edilizie, rendendo pressoché impossibile prescindere dagli edifici esistenti. Lo spazio attraversato dal cantiere delle nuove mura era densamente urbanizzato, soprattutto in alcuni settori. Interi quartieri residenziali e commerciali, alcuni dei quali fittamente costruiti, furono tagliati dalla cinta. All’esterno del muro le costruzioni, o le porzioni di queste che fuoriuscivano dal tracciato, furono smantellate, come avvenne per il Circo di Variano, che restò all’interno della fortificazione per solo un quinto della sua estensione, mentre la parte rimanente fu demolita. Nei pressi della congiunzione fra la cinta muraria e i Castra Praetoria, la fortificazione ha attraversato un’elegante residenza, risalente al I secolo d.C., reimpiegandone i mattoni e sotterrando ogni cosa che non fosse utile al cantiere, compresi pavimenti lastricati e preziose colonne di marmo (Dey, 2011, pp. 164-165). Alcune sepolture, lungo le vie consolari, furono incorporate nelle torri delle porte urbiche (Porta Salaria, Porta Nomentana) e tombe di vario genere furono inglobate nei tratti di cinta che attraversarono aree destinate a sepolcreti. Alcuni edifici, immediatamente all’interno del circuito, furono parzialmente sotterrati dai terrapieni realizzati con il terreno rimosso per lo scavo delle fondazioni. Alcune costruzioni furono inglobate quasi senza modifiche, se non nell’immediato intorno, come nel caso del sepolcro di Caio Cestio. Solo demoliti in modo molto limitato, per essere inclusi nelle mura, furono, fra gli altri, i sepolcri di Cornelia Vatiena e di Quinto Sulplicio Massimo nelle torri di Porta Salaria, quello di Eurisace nella torre di Porta Prenestina e quello di Quintus Haterius nella torre meridionale di Porta Nomentana. Alcune strutture furono modificate per divenire parte del fronte del muro, come il castellum aquae, nelle vicinanze di Porta Tiburtina, i Castra Praetoria e l’Anfiteatro Castrense. Quest’ultimo, probabilmente costruito da Elagabalo, si trovava nel

Fig. 4 Nantes, Francia. La cinta muraria, particolare del paramento. Fig. 5 Roma, Italia. Le Mura di Aureliano, particolare.

287


Rossana Mancini Fig. 6 Roma, Italia. L’Anfiteatro Castrense inglobato nelle Mura Aureliane. Fig. 7 Giacomo Lauro, Vestigia Amphitheatri Statilii Tauri, Anfiteatro Castrense, XII sec., particolare.

Le sue dimensioni sono abbastanza ridotte: 75,80 metri l’asse minore e 88 metri il maggiore.

3

288

punto più alto della grande e lussuosa residenza dei Severi, di cui faceva parte (figg. 6, 7)3. Il paramento esterno presenta una cortina laterizia molto regolare, a formare un prospetto costituito da fornici inquadrati dall’ordine corinzio. Quando fu inglobato nel circuito, a partire dal 271 d.C., i fornici furono tamponati con una muratura assai diversa da quella originaria, con caratteristiche comuni ad altre strutture coeve, fra cui l’uso di mattoni di reimpiego e gli alti giunti di malta. L’Anfiteatro Castrense, inglobato nelle mura di Roma, ha un omologo nell’anfiteatro di Tours, anch’esso divenuto, in parte, fronte dalla cinta urbana (fig. 8). Quest’ultimo risale alla seconda metà del I secolo d.C. La sua ampiezza, e la posizione dominante su un ampio spazio, in quanto costruito su una piccola altura, sembrano essere state le ragioni per la scelta di racchiuderlo nel circuito. L’anfiteatro è molto vasto, i suoi assi misurano 143 e 124 metri mentre l’altezza originale stimata è di circa 20 metri o più (Grenier, 1958, p. 683; Dubois, Sazerat, 1974, p. 72). Per includerlo nella fortificazione fu in parte modificato, chiudendo tre vomitori. Fu rafforzata la porzione meridionale, inglobata nella fortificazione, raddoppiando la parete esterna. La porzione superiore, forse troppo alta e troppo fragile per servire efficacemente come difesa, potrebbe essere stata demolita (Wood, 1983, p. 12). È stato calcolato che il risparmio di tempo, di materiale e di manodopera che queste operazioni d’incorporamento hanno generato, sia stato, nel caso di Roma, intorno a circa il 10% del totale (Lanciani, 1892; Richmond, 1931; Mancini, 2008), mentre a Tours l’anfiteatro inglobato rappresenta circa il 20% dell’intera fortificazione (Wood, 1983, p. 12). Conclusioni Le fortificazioni di III secolo in Gallia e a Roma hanno un aspetto assai diverso. I paramenti decorati di Le Mans, in particolare, rappresentano l’esempio più spettacolare e anche più lontano dall’immagine ‘sommessa’ della cinta di Aureliano. Al di là dell’aspetto esteriore, però, si possono osservare alcune caratteristiche comuni. Prima fra tutte la propensione al reimpiego dei materiali, operato diffusamente nelle fondazioni, nei nuclei e nei paramenti di tutti gli esempi indagati. Il materiale reimpiegato provenne da edifici preesistenti e riconducibili essi stessi al mondo romano. Il reimpiego di intere strutture o parti di esse, invece, abbastanza frequente lungo le Mura di Roma, sembra più limitato nella Gallia, anche se l’esempio di Tours, con l’inglobamento del grande anfiteatro, ha notevoli punti in comune, ancora in parte da indagare, con quello che interessò l’Anfiteatro Castrense di Roma.


Fig. 8 Tours, Francia. Pianta dell’anfiteatro inglobato nella cinta muraria (Blanchet 1907, p. 40).

Bibliografia Blanchet A. 1907, Les enceintes romaines de la Gaule, Ernest Ledoux Èditeur, Paris. Cleary S.E. 2020, Urban defence in Late Roman Gaul: civic monuments or state installations, in E. Intagliata, S.J. Barker, C. Courault (a cura di), City Walls in Late Antiquity: An Empire-wide Perspective, Oxbow Books, United Kingdom, saggio 5. Dey H.W. 2010, Art, Ceremony, and City Walls: The Aesthetics of Imperial Resurgence in the Late Roman West, in «Journal of Late Antiquity», vol. 3, n. 1, 2010, pp. 3-37. Dubois J., Sazerat J.P. 1974, L’amphithéâtre de Tours, «Mémoire de la Société Archéologique de Touraine», s. 4, 8, pp. 41-74. Frederiksen R., Muth S., Schneider P., Schnelle M. (a cura di), Focus on Fortifications: New research on fortifications in the Ancient Mediterranean and the Near East, Papers of the conference on the Research of Ancient Fortifications (Athens 6-9 December 2012), Oxbow Books, Oxford. Gregory S. 1995-1997, Roman Military Architecture on the Eastern Frontier, Adolf M. Hakkert, Amsterdam. Grenier A. 1958, Manuel d’archéologie gallo-romaine, 3, Picard, Paris. Guilleux J. 2000, L’enceinte romaine du Mans, Bordessoules, Saint-Jean-d’Angély. Johnson S. 1983, Late Roman Fortifications, Batsford, London. Lander L.J. 1984, Roman Stone Fortifications, BAR International Series, Oxford. Le Mura Aureliane nella storia di Roma 1. Da Aureliano a Onorio, Studi e materiali dei musei e monumenti comunali di Roma, Roma3-Press, Roma 2017. Mancini R. 2001, Le Mura Aureliane di Roma, Atlante di un palinsesto murario, Quasar di Severino Tognon, Roma. Mancini R. 2008, Il recupero dei materiali nella costruzione e nella riparazione delle mura aureliane di Roma, in J.-F. Bernard, Ph. Bernardi, D. Esposito (a cura di), Il reimpiego in architettura. Recupero, trasformazione, uso, École Française de Rome, Dipartimento di Storia dell’Architettura, Restauro e Conservazione dei Beni Architettonici, École Française de Rome, Roma, pp. 303-313. Nibby A., Le mura di Roma disegnate da Sir William Gell, Vincenzo Poggioli Stampatore Camerale, Roma. Richmond I.A. 1930, The City Walls of Imperial Rome. An account of its Architectural Development from Aurelian to Narses, The Clarendon Press, Oxford. Romeo E. 2015, Alcune riflessioni sulla conservazione e valorizzazione degli antichi edifici ludici e teatrali gallo-romani, in «Restauro Archeologico», 23, 1, pp. 14-37. Wood J. 1983, Le castrum de Tours. Etude architecturale du rempart du Bas-Empire, Supplément à la «Revue archéologique du centre de la France», 2, pp. 11-60.

289


El conocimiento astronómico en el urbanismo de los Austrias: la Puerta del Sol de Madrid y las Huertas de Picotajo de Aranjuez. Josep Adell Argilés

Escuela Técnica Superior de Arquitectura. Universidad Politécnica de Madrid.

Josep Adell Argilés Magdalena Merlos-Romero Javier Alejo Hernández-Ayllón Arturo Martínez García

Magdalena Merlos-Romero

Patrimonio Histórico, Ayuntamiento de Aranjuez. Centro Asociado Madrid, Universidad Nacional de Educación a Distancia.

Javier Alejo Hernández-Ayllón

Escuela Técnica Superior de Arquitectura. Universidad Politécnica de Madrid.

Arturo Martínez García

Escuela Técnica Superior de Arquitectura. Universidad Politécnica de Madrid.

Abstract Determining astronomical aspects of urban planning, such as solar cycles, are today fully revealed in the light of science. Since the Neolithic, man set the annual cycles for agricultural development; for some cultures the sun was a God or a symbol of the creative force of the universe. This awareness opens a new reflection on the incidence of astronomical knowledge in the history of urban planning. Specifically, actions from the Spanish Renaissance such as the Plaza de la Puerta del Sol in Madrid -the new capital since 1561- and the configuration of the Royal Site of Aranjuez can be understood, suggest possible connections and enroll them in a programmatic project of the Spanish monarchy that it connects the observation of nature with the representation and symbolism of power, and chooses the sun as the image of the world hegemony of the Habsburgs. Finally, the meaning and the early chronology of these Spanish innovations forces us to propose a new evolutionary thread and recreate the influence and survival in the urban design of later cities, centers of power of the Modern Age. Keywords Renaissance urbanism. Garden History. Cultural Landscapes. Puerta del Sol (Madrid, España). Aranjuez (España).

Introducción Carlos V y Felipe II replantearon el modelo político y cortesano urbano heredado de la Corona de Castilla para adaptarlo al nuevo modelo monárquico. El hecho más destacado fue la declaración de Madrid como capital del Reino en 1561 y la organización de un sistema de reales sitios alrededor de la urbs regia, un proyecto de repercusión política, económica, social, cultural y representativa. En Madrid la plaza denominada Puerta del Sol adquirió su protagonismo iconográfico en la imagen de la ciudad; en Aranjuez, el más complejo de los reales sitios, el espacio se ordenó como forma de re-

290


Fig. 1 Solsticios y equinoccios sobre la Plaza de la Puerta del Sol (Madrid) y la Plaza de las Doce Calles (Aranjuez) (Adell, Merlos, 2020).

presentación de un microcosmos. Ambos escenarios se descubren hoy como complementarios, mientras que el Madrid renacentista hubo de asimilar su legado medieval en su adaptación a la nueva condición cortesana en 1561, en Aranjuez se pudo desarrollar un proceso de ordenación territorial modélico, en un espacio no edificado y por tanto abierto a la experimentación sobre las premisas de la ciudad ideal. Del mismo modo la investigación permite identificar coincidencias temporales, conceptuales y simbólicas: en ambos casos el sol y concretamente los solsticios de verano e invierno dejaron la impronta de la urbs en la traza y el sentido de la civitas en la vida cotidiana: en la Villa y Corte en la entrada y salida a la urbe; en Aranjuez, en el control de las plantaciones y los cultivos de los jardines y huertas (fig.1). La Plaza de la Puerta del Sol La Plaza de la Puerta del Sol mantiene el nombre de dos sucesivas puertas que abrían la ciudad al Este y que se ubicaban en el actual espacio urbano, investigadas recientemente por Adell (2017; 2020). Su nombre, aunque pudo provenir del relieve de un sol en la segunda de ellas (López de Hoyos, cit. Mesonero, 1861, pp. 265-266), sencillamente se debe a su orientación hacia Oriente y el impacto de la luz estelar sobre ella y sobre quien la atravesaba al salir de la ciudad (fig. 2). La cronología de estas puertas puede sintetizarse en dos respectivas fechas, 1438 y 1539, a partir de diversos estudios fundamentados principalmente en los libros de Acuerdos de la Villa de Madrid (Navascués, 1968; López Carcelén, 2004; Malalana, 2011). La puerta más antigua, probablemente sobre un portillo anterior, se levantó durante el reinado de Juan II por una epidemia de peste que obligó, además, extramuros y frente a ella, a la construcción de un hospital. De esta puerta ya hay noticias precisas a partir de 1452 (Malalana, 2011, p. 138). En 1497 el tramo de calle, llamada Calle de la Puerta del Sol (desde la antigua puerta de Guadalajara) fue adecentado en 1497 a fin de que “se ennobleciera” con “portales huecos”. Este sentido representativo se acentúa en 1502, cuando se reforma con un paso más amplio (Malalana, 2011, p. 138), con motivo de la entrada ceremonial de Juana y Felipe el Hermoso; e incluso cuando se derriba en 1520, según Pinelo, para ampliar el acceso a la villa (cit. Goitia, 2007, p. 472) o, como señaló López de Hoyos en 1572 “para ensanchar y desenfadar una tan principal salida” lo que hace pensar que debió convertirse en la más grande y principal de los accesos a la villa, “un lugar harto espacioso” (cit. Mesonero, 1861, p 362). La segunda puerta, que tuvo que emplazarse unos 15 metros más al Este por el crecimiento urbano y el nuevo cierre amurallado, fue levantada en 1539, por decisión de Carlos V. Debió ser destruida antes de 1570; López de Hoyos (cit. Mesonero, 1861, p. 229)

291


Josep Adell Argilés Magdalena Merlos-Romero Javier Alejo Hernández-Ayllón Arturo Martínez García Fig. 2 Las Puertas del Sol (Adell, 2020). Emplazamiento sobre la Topographia de la villa de Madrid de Pedro Teixeira (1656). Instituto Geográfico Nacional (IGN).

292

afirmaba que ya no existía en esa fecha, lo que ha sido interpretado por ciertos autores como la data del derribo (Íñiguez Almech, cit. Goitia, 2007, p. 472). El derribo permitió conformar una auténtica plaza de forma rectangular y mayor tamaño, un único espacio que integraba zona interior y exterior de la ciudad. Esta fecha es significativa, pues la plaza de la Puerta del Sol fue el lugar donde se erigió un arco triunfal efímero para el recibimiento de Ana de Austria, la cuarta esposa de Felipe II (López de Hoyos cfr. Mesonero, 1861, pp. 361-362). Todo el proceso de reformas de las puertas para dignificar el principal acceso a la ciudad tomó su pleno significado en el espacio de la plaza sin puerta, de la que heredó su nombre “Puerta del Sol”, intensificando de ese modo la presencia del astro rey. Lo que fuera el ámbito limítrofe de la ciudad pasó a ser una plaza de mayores dimensiones y el nuevo núcleo representativo de la capital, la carta de presentación al llegar por el camino de Alcalá. En esta plaza rectangular, alargada de Oeste a Este, confluían calles de la trama urbana con caminos extramuros como el citado de Alcalá y el del monasterio Jerónimo. Es en esta encrucijada donde se identifican dos ejes y una disposición radial en la zona norte (Adell, 2017; 2020). De alguna manera la tradicional iconografía del sol semiesférico y rayos iba asimilándose en la forma de la plaza, que se consolidó definitivamente con la reforma de 1858 (Adell, 2017), que mantuvo las dos ‘V’ formadas al Este (Alcalá-Jerónimos) y al Oeste (Mayor-Arenal). Ahora bien, la apertura del espacio y la orientación de las calles trae por otra parte el recuerdo de las más antiguas construcciones solares. De hecho, la referencia que con mayor fidelidad permite la comparación es Stonehenge (Reino Unido) (Adell,2017; 2020). La sintetizada geometría y orientación del monumento británico ha sido trasladada virtualmente en su tamaño real sobre la superficie rectangular de la antigua plaza de la Puerta del Sol, según la Topographia de la villa de Madrid de Pedro Teixeira (1656), en el punto donde las puertas daban paso a la originaria plaza rectangular intramuros. Lógicamente, la trasposición contempla en esta nueva ubicación un pequeño giro, disminuyendo el ángulo respecto a la horizontal este-oeste, debido a que la latitud de Madrid varía 10º con respecto a la de Stonehenge, lo que no impide comprobar cómo en la antigua Puerta del Sol (aun no siendo un monumento astronómico exacto) se reproducían y marcaban los dos efectos de la orientación del monumento británi-


Fig. 3 El Ojo del Sol (Adell, 2020). Solsticios de verano (rojo) e invierno (amarillo). Puerta del Sol, 2 de mayo de 2020, 10:00 horas (Montaje sobre fotografía El Mundo, EFE).

co: el amanecer del solsticio de invierno por la Carrera de San Jerónimo y su atardecer por la calle Mayor, y el amanecer del solsticio de verano por la calle Alcalá y su atardecer por la calle Arenal. En otras palabras, en cualquier época del año el sol era en la propia Puerta del Sol, cuyo trazado desconocemos, aunque de su ubicación precisa no hay ninguna duda y de ahí, precisamente, su nombre tan popular mantenido a lo largo de los siglos por el impacto de la luz solar, inclusive cuando desde hace siglos no existe la mencionada puerta física. Todo ello confluye en el ojo de la plaza de la Puerta del Sol, de la que se decía con razón que en ella se veía el sol (estuviese o no esculpido en su clave), sin una exactitud astronómica, pero con enorme realismo ciudadano. La importancia del recorrido solar sobre el entorno fue tal que creó una denominación específica en relación con el astro y en correspondencia con la geometría urbana en (fig. 3). Las huertas de Picotajo de Aranjuez La conformación de Aranjuez, 50 km. al Sur de Madrid no tuvo los determinantes medievales de la capital, la urbs regia. El ámbito de la naturaleza no edificada fue idóneo para plasmar las teorías renacentistas urbanas y las novedades en la representación del cosmos (Merlos, 1998), proceso que coincidió con la elección de Madrid como capital del reino y respondió a un idéntico ideario de exaltación del poder de Felipe II, pues como Madrid, estaba en el epicentro del territorio peninsular y de un imperio expandido por todo el globo terrestre-. (Merlos, 1998). La traza de Picotajo, la zona al norte del palacio y del jardín de la Isla, supuso una ordenación a gran escala de los espacios naturales, determinada por la junta de los cauces de los ríos (Merlos, Soto, 2020) y el movimiento solar y solucionada con el hábil empleo de la perspectiva, la geometría y la ciencia astronómica (Fig. 4). La primera de las calles, la de Entrepuentes (1553), se trazó perfectamente orientada Este-Oeste, con los pasos sobre el Jarama y el Tajo en sus extremos. En 1560 fue remodelada por Juan Bautista de Toledo, mediante la incorporación de una plaza cuadrada en medio y dos plazas semicirculares frente a los puentes (Merlos, 1998). Estas dos plazas determinaron el desarrollo geométrico de la zona, como puntos de partida de cinco calles radiales,

293


Josep Adell Argilés Magdalena Merlos-Romero Javier Alejo Hernández-Ayllón Arturo Martínez García La división en 12 horas de los relojes no era frecuente (los astronómicos tenían 24), pero sí conocida por Felipe II, quien poseía varios relojes de candil (alguno conservado por Patrimonio Nacional) pautados con la división que más tarde caracterizaría los relojes mecánicos.

1

294

nódulos para la geometrización del territorio mediante triángulos equiláteros, subdivididos en seis partes por sus bisectrices. La primera de estas calles se abrió en 1561 “a squadria de la puente [] del Tajo”, es decir, perpendicular a Entrecalles, con exacta orientación Norte-Sur (cit. Merlos, 1998). Destaca el gran eje a 30º de SO a NE, desde el puente sobre el Jarama hacia la plaza radial de las Doce Calles, la cual atraviesa hasta llegar al punto denominado el Caracol. Su orientación marca en el SO la puesta del sol en el solsticio de invierno, y al NE la salida del sol en el solsticio de verano. Pero lo más novedoso de estas avenidas arboladas es que no conducían a ningún sitio. Por una parte, tuvieron función estructural, de parcelación de huertas y cultivos y, por otra, fueron una expresión conceptual de la consideración del triángulo equilátero como la forma más perfecta, origen de la creación del mundo. Esto llega a su máximo exponente en las Doce Calles, traza de Juan Bautista de Toledo, posiblemente ejecutada y plantada tras su muerte. Es una plaza con forma de circunferencia completa (a diferencia de las semicirculares de los los puentes) situada al oriente de Picotajo de la que parten, como subraya su nombre, doce avenidas separadas por ángulos de 30º (la división de los 360º), siguiendo el patrón de los triángulos equiláteros. Doce Calles no es el punto generador del trazado, ni es el centro distribuidor del territorio, es un símbolo en sí misma, la plasmación terrestre de la ciudad celestial y la síntesis de la ciudad ideal a imagen del Paraíso (Merlos, 1998), un sistema radial perfecto soportado en la orientación geográfica (cuatro calles orientadas a los puntos cardinales) pero también cosmográfica: los doce sectores establecerían un calendario astronómico mediante los vínculos entre los astros, los ciclos agrícolas y la medida del tiempo. La perfecta orientación de las Doce Calles y la horizontal que la atraviesa derivan de la traza de aquella calle seminal este-oeste de Entrepuentes. La ordenación cosmográfíca y la orientación solar de Picotajo y Doce Calles sobre el aparente movimiento del astro E-O y sobre el trazado coincidente con los equinoccios son potenciadas por la orientación geográfica y por la geometría, a partir del vértice de un triángulo equilátero. La línea que atraviesa Picotajo desde la plaza del puente sobre el Jarama hasta las Doce Calles y el Caracol, encuentra en las Doce Calles su inversa: una diagonal a 30º de SE a NO marca la salida del sol en el solsticio de invierno y la puesta de sol en el solsticio de verano. Llegado a ese punto, parece que la referencia de Stonehenge de Adell (2017; 2020) para la Plaza de la Puerta del Sol es evocable en Aranjuez: círculo, orientación, líneas del sol, hitos centrales. Por ello nos parece muy significativa la descripción de Picotajo del pintor Zuccaro durante su estancia en España y su asombro ante Doce Calles “en cuyo centro se alza un árbol muy alto y bello. Con no poca dificultad lo van protegiendo, por ser todavía nuevo, para mantener su fuste enhiesto y dirigido hacia las estrellas” (Checa, Santos, 1992, pp. 273-278), dato que por ser del final del siglo XVI habría de relacionarse con Juan de Herrera. Resulta tentador conectar las doce divisiones de la plaza con esta perpendicular y evocar un gigantesco reloj solar, con el árbol como gnomon, perfectamente visible el avance de la proyección de su sombra desde cualquiera de las vías que convergen en el círculo y especialmente desde el punto del dominio visual del territorio, los altos de Mira el Rey a donde conduce la calle que apunta al norte y marca las doce del mediodía. En este supuesto reloj de la gran plaza, las calles más cortas del sur coincidirían con las horas no medidas, las nocturnas1.


Fig. 4 Huertas de Picotajo. Aranjuez (Merlos, 2020). Restitución del trazado sobre fotografía aérea actual. IGN.

Contextualización histórica de las trazas renacentistas de Madrid y Aranjuez La traza de la plaza de la Puerta del Sol formó parte de la adecuación de la Villa a Corte. La capital aprovechó y reinterpretó la herencia medieval para conformar un espacio abierto de entrada con una clara intencionalidad representativa y emblemática, usando el sol como símbolo de poder. Si bien la capital de Carlos V, Toledo, había sido ennoblecida con la nueva puerta de Bisagra (del mismo modo que la Puerta del Sol de Sevilla, erigida por Felipe II en 1591), el caso madrileño procedió de modo inverso, terminando por derribar la puerta y ensalzar la entrada a la capital mediante una plaza, con calles radiales, en la que el reclamo fue y hoy es la inundación solar que pervive en la herencia del nombre de la puerta. La incorporación urbana del sol en Madrid parece desarrollarse plenamente en Aranjuez (a partir de 1560), y desde Aranjuez inspirar en sentido inverso, el derribo de la puerta, y la apertura de la plaza en cuya toponimia pervive su origen geográfico y semántico: la Puerta del Sol. Este sol madrileño de la urbs regia, que hubo de amoldarse a un núcleo rectangular en cuyo centro convergían las calles radiales Norte y las diagonales Este-Oeste, tuvo su desarrollo pleno espacial y simbólico en la traza de la urbs rustica de Aranjuez, en una escala territorial sin precedente histórico. La historiografía más reciente admite el valor simbólico que Felipe II confirió a Aranjuez (Wilkinson, 1998; Merlos, 1998; Luengo, 2008). De modo concreto, las Doce Calles, “la gran estrella de doce puntas” fue la “alegoría figurativa del poder” en un paisaje transformado “a la escala de un dominio señorial” (Wilkinson, 1998, p. 150). Esta afirmación puede extrapolarse al caso de la plaza de la Puerta del Sol de Madrid, donde la presencia solar se identifica iconográficamente con el nuevo status de la ciudad. Ahora bien, Aranjuez (a partir de 1560) no se puede comprender sin su relación con la capital (desde 1561): el mismo símbolo preside dos lugares bajo el control real, con una coincidencia temporal que no parece casual. Y aquí es donde la monarquía tiene su importante papel director, la formación cultural e intereses científicos de Felipe II

295


Josep Adell Argilés Magdalena Merlos-Romero Javier Alejo Hernández-Ayllón Arturo Martínez García La reconvertida torre medieval, llamada Herrerías, cambió su nombre en el siglo XVIII debido a la pintura de un sol y una luna, confirmando la cotidiana realidad vecinal. 3 El rey Sol casó una hija de Felipe IV, pudo tener acceso al plan de Aranjuez a través de sus embajadores en la corte española. Pero anteriormente hubo otras muestras de un posible viaje del modelo a Francia, como el ejemplo del bosque de Saint Germain, lugar en el que nació y creció Luis XIV. El patrón formal además fue transportado a Flandes por la misma hija de Felipe II. 2

296

y sus aficiones personales algunas heredadas de su padre Carlos V, como la cartografía y la cosmografía; pero al servicio de la emblemática y la iconografía (Mínguez, 2001). Hércules, el héroe de la Península, asimilado por los Austrias, tiene por arquetipo el Sol. Felipe, en cuyo imperio “nunca se puso el sol”, se hacía representar con una orla estrellada, voluntad programática que pervivió en el tiempo: su nieto Felipe IV, además de Rey Planeta se hizo llamar Rey Sol, sobrenombre que significativamente le tomaría prestado su yerno Luis XIV. Los antecedentes han de buscarse en el medievo peninsular. La referencia al sol quedó manifiesta en las mismas ciudades, ajenas a planificaciones previas, regidas por la orografía y la luz. En la misma capital una calle Mira el Sol, orientada hacia el sol naciente del solsticio de verano, se ubica en el recinto medieval (Adell, 2017). Distintas puertas del sol se abrieron en murallas y castillos musulmanes y cristianos, como la mencionada de Sevilla, las de Valencia y Salamanca y la más famosa de Toledo2. Todo este sustrato peninsular conduce a los ejemplos renacentistas de Madrid y de su versión modélica e innovadora, Aranjuez. Para Wilkinson (1996) Aranjuez fue el mayor paisaje intervenido antes de Versalles y su diseño original y único, opinión compartida por Geoffrey Parker (2014, p. 108). Otros ejemplos de geometrización a escala urbana, como La Vecinet (el bosque junto a Saint Germain en Laye, Francia) o la Roma de Domenico Fontana fueron trazados décadas después (Merlos, 1998). Llegados a este punto lo que cabe es revisar la impronta de los modelos españoles en el urbanismo de la Edad Moderna y trazar posibles vías de expansión a partir de los ejemplos españoles. Duarte (2018) ha insistido en nuestra interpretación de Aranjuez como el espejo del imperio español en el siglo XVI (Merlos, 1998), y además en su posible función como modelo y fuente de inspiración de Versalles3. Versalles parece dibujarse como un intercambiador de las ideas recibidas del urbanismo áulico español. Por eso resulta convincente y esclarecedor el reciente vínculo de la planta de la ciudad de Washington con Aranjuez (San-Antonio et al., 2019) y no con Versalles, pese a la autoría francesa (L’Enfant). Un nuevo ejemplo a ubicar en este hilo es la parisina Place de l’Etoile, cuyo origen se remonta a 1777 de la mano del arquitecto real de Luis XV, Marigny, doce calles que Napoleón decidió estuviesen presididas por un arco triunfal y conmemorativo. Conclusiones Se hace evidente la necesidad de estudiar bajo un mismo foco Madrid y Aranjuez para comprender el urbanismo áulico renacentista español y su carácter innovador, considerando en primer lugar la simultaneidad temporal durante el reinado de Felipe II; en segundo lugar, la relación territorial, la jerarquía establecida entre Madrid y los reales sitios, ubicados alrededor de la Villa y Corte, significativamente en el centro geográfico peninsular; en tercer lugar, la relevancia de los factores astronómicos y en concreto solares en la conformación urbanística desde un punto de vista formal y también simbólico. Un primer aspecto a constatar es la persistencia, a lo largo de la historia, de la luz solar como factor determinante de la arquitectura y el urbanismo. En el Renacimiento español la Puerta del Sol muestra la asimilación del trazado medieval y Aranjuez el modelo experimental sobre las teorías de la ciudad ideal. Un segundo aspecto es la complementariedad de ambos enclaves, ubicados en el centro del territorio peninsular: Madrid, como urbs y civitas regia, representa la primera utilización de la simbología


universal del sol como marca del punto neurálgico de la capital de un estado, en este caso el Imperio hegemónico español del siglo XVI; Aranjuez reproduce un microcosmos, símbolo de la creación y del paraíso, presidido por Helios. Estamos ante una intervención urbana conceptual y formal sin precedentes al servicio del poder, concebida no de modo cortoplacista, sino con la proyección necesaria para sostener la pervivencia y perpetuidad de la monarquía española, capaz de acometer grandes empresas. Estas innovaciones culturales, formales y simbólicas de Madrid y Aranjuez trascendieron y se transmitieron, vía directa o indirecta, hacia Europa y el Nuevo Mundo. Todo parece indicar que este hilo tuvo una sobresaliente primera escala, casi cien años después, en el Versalles del segundo Rey Sol de la Edad Moderna. Bibliografía Adell, J. M. 2017, En busca del arco perdido, Universidad de Mayores de Experiencia Recíproca, Madrid. <https://madridarcosolar.wordpress.com> (05/20) Adell, J. M. 2000, MADRID-Stonehenge: de la Puerta del Sol al Arco Solar, Madrid. (en prensa) Checa, J. L., Santos, J. A. (eds). 1992, Madrid en la prosa de viaje: Siglos XV, XVI, XVII, Comunidad Autónoma de Madrid, Madrid. Duarte, A. 2018, Book Reviews. Aranjuez y Felipe II. Idea y forma de un Real Sitio, «Gardens and landscapes» (De Gruyter), vol. 5, pp. 71-72. Goitia, A. 2007, Efímero y perdurable. Entradas triunfales en el Madrid cortesano: las puertas de Alcalá y de Atocha, «Anales del Instituto de Estudios Madrileños», vol. 47, pp. 465-493. López Carcelén, Pedro. 2004, Atlas ilustrado de la historia de Madrid, La Librería, Madrid. Luengo, A. 2008, Aranjuez. Utopía y realidad. La construcción de un paisaje, CSIC-IEM-Doce Calles, Madrid. Malalana, A. 2011, Génesis y evolución de la muralla del siglo XII, La Librería, Madrid. Merlos, M. 1998, Aranjuez y Felipe II.Idea y forma de un Real Sitio, Comunidad de Madrid, Madrid. Merlos, M., Soto, V. 2020, Aranjuez and Hydraulic Engineering: Public Utility, Leisure Utility, in Duarte, A. and Toribio C. (eds.), The History of Water Management in the Iberian Peninsula Between the 16th and 19th Centuries, Springer Nature Switzerland, Cham, pp. 281-308. Mesonero Romanos, R. 1861, El antiguo Madrid: paseos histórico-anecdóticos por las calles y casas de esta villa, F. de P. Mellado, Madrid. Mínguez, V. L. 2001, Los reyes solares: iconografía astral de la monarquía hispánica, Universitat Jaume I, Castellón. Navascués, P. 1968, Proyectos del siglo XIX para la reforma urbana de la Puerta del Sol, «Villa de Madrid. Revista del Excmo. Ayuntamiento», vol. 25, pp. 64-68. Parker, G. 2014, Imprudent King: a New LiIfe of Philip II, University Press, Yale. San-Antonio, C., Velilla, C., Manzano, F. 2019, Similarities between L’Enfant’s Urban Plan for Washington, DC, and the Royal Site of Aranjuez, Spain, «Journal of Urban Planning and Development», vol. 145(2), 05019001 (1-11). Wilkinson, C. 1996, Juan de Herrera, arquitecto de Felipe II, Akal, Madrid, 1996. Wilkinson, C. 1998, Construcción de una imagen de la Monarquía Española, in Navascués P. (ed.), Philippus II Rex, Lunwerg, Barcelona, pp. 325-353.

297


Ricerca storica e analisi dell’edificato per la valorizzazione dei centri storici: l’esempio di palazzo Piccolo detto ‘di Macalda’ in Ficarra Monica Lusoli

Monica Lusoli

Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Firenze.

Abstract Palazzo Piccolo, known as ‘di Macalda’, located in Ficarra in the Messina area, is one of those buildings that, belonging to minor urban centers’ heritage, probably will never be presented in History of Architecture texts although it represents an important part of the local cultural identity. The original building is not documented, even though regarding structural aspects it might differ little from the current one which is instead characterized by vertical increases and changes in the organization of the interior spaces. Changes in ownership and some interventions of the last century, when the building was one of the properties of the influential Piccolo family, are instead well testified. The building, following the contour line, is distributed in three floors, among which the lower one is partially below grade and retains some artistic and architectural features that make its protection and enhancement particularly important; the conservation of the rooms and some machinery that belonged to the historic “oil mill” located in the “large warehouse” justify the Municipal Administration will to redevelop the building, favouring its touristic use and promoting its educational value. Keywords Ficarra, research, knowledge, enhancement, material culture.

Introduzione Ficarra è un paese dei Nebrodi che è stato oggetto di studi, rilievi e analisi da parte di un gruppo di ricerca del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze e i cui risultati editoriali (Van Riel (a cura di), 2011; Farneti, Van Riel (a cura di), 2020) trovano completamento nel presente contributo. L’edificio analizzato, palazzo Piccolo o ‘di Macalda’, collocato nel centro storico, si sviluppa lungo una delle vie più importanti del reticolo urbano, via Casalotto, si affaccia su piazza Umberto I già piazza del Rosario quando su di essa prospettava la chiesa omonima demolita dopo il 1909, e fronteggiando via San Marco, costeggia vicolo Zinzolo, uno stretto asse che nel lessico rimanda alla vocazione agricola del paese in cui giuggioli, aranci e olivi si collocano negli ‘orti’ delle case, andando ad occupare parte dei terrazzi che le curve di livello determinano.

298


Fig. 1 Vista aerea del centro storico di Ficarra, particolare di piazza Umberto I (Google Earth). Planimetria del centro urbano, 1920, particolare con indicazione di palazzo Piccolo detto ‘di Macalda’ (Archivio Busacca, Ficarra).

I diversi rami della famiglia Piccolo risiedono in Ficarra ma anche nella vicina Naso. “In Naso la famiglia si propaga in varie diramazioni, imparentandosi con altre nobili famiglie del luogo e più volte contraendo matrimoni con persone appartenenti ai collaterali rami [dimoranti?] in Ficarra”. Capo d’Orlando, Archivio Fondazione Piccolo di Calanovella (=AFPC), fasc. 62, Appunti vari, foglio 1. 2 AFPC, fasc. 59, Foglio contenente registrazioni spese varie sostenute nel periodo, 28-5-1883. 1

Nato dall’aggregazione, l’integrazione e l’accrescimento di edifici preesistenti, il palazzo è documentato almeno dal 1919 tra le “case” della famiglia Piccolo, i diversi rami genealogici della quale possedevano numerose proprietà in paese1 (Van Riel (a cura di), 2011; Farneti, Van Riel (a cura di), 2020; Farneti, 2012); queste erano distribuite lungo gli assi viari principali e si collocavano in prossimità dei centri religiosi più importanti in cui i Piccolo mantenevano “soggiogazioni” e “pegni”2. Al momento non è stata rinvenuta nessuna documentazione che leghi il palazzo alla figura di Macalda, sposa di Guglielmo d’Amico e insignita della baronia di Ficarra per volere di Carlo d’Angiò. Donna “vana e superba” (Di Blasi Gambacorta, 1816, p.40), venne accusata di “fellonia” e imprigionata. Alla sua morte re Giacomo d’Aragona concedette Ficarra a Ruggiero di Lauria nipote di Guglielmo d’Amico e sposo di Margherita Lanza. Per successione, la baronia rimase ai Lanza fino al 1757 quando passò a Pie-

299


Monica Lusoli

tro di Napoli principe di Resuttano che nel 1758 la cedette ad Ignazio Vincenzo Abbate marchese di Lungarini per 28000 onze (Castelli di Torremuzza, 1820, p.349; Sacco, 1799, p.299).

Fig. 2 Le due volticciole a crociera in laterizio che sostengono il pianerottolo e la prima rampa della scala esterna.

AFPC, fasc. 106 (?) Rivendizione del R. D. Francesco Piccolo Grasso contro D. Basilio Milio. La casa era di proprietà di Francesco Vitali che l’aveva acquistata da D. Andrea Ricciardo per dodici onze. 4 S. Angelo di Brolo, Archivio Gaetano Piccolo del ramo Piccolo Lipari (=AGP), Successione Piccolo Giovanni del dottor Salvatore, 7 febbraio 1919 3

300

Il palazzo dei Piccolo Come accade per la maggior parte dei palazzi di Ficarra, originatisi dall’accorpamento di più edifici elementari acquisiti nel tempo e poi trasformati con operazioni successive tese a dare omogeneità ai prospetti esterni e continuità ai percorsi interni, il palazzo di piazza Umberto I nasce dall’aggregazione di più “case” sviluppatesi su tre curve di livello contigue, ben visibili da una mappa del 1920 e percepibili dallo sviluppo in verticale dell’edificio (fig. 1). Interventi successivi, distribuiti nel tempo, hanno incrementato il volume edificato con accrescimenti localizzati ben riconoscibili nel quarto piano che caratterizza porzione del prospetto posteriore, su via Zinzolo. Ciò che contraddistingue questo palazzo rispetto agli edifici tipologicamente affini è la divisione degli ambienti in più appartamenti con accessi separati ma distribuiti sulla chiostrina interna, al piano della piazza o su via Casalotto, attraverso una scala a due rampe. I vani interni sono stati trasformati per rispondere alle esigenze dei fruitori che si sono susseguiti nei diversi periodi di utilizzo; nonostante ciò, si leggono delle permanenze che ne fanno intuire le caratteristiche originarie: le pareti esterne, realizzate con la tradizionale tecnica costruttiva ficarrese in muratura mista a pietrame e laterizio, mostrano per lo più uno spessore notevole in cui si collocano aperture con davanzali in conci lapidei lavorati a subbia e architrave ligneo. Nell’appartamento del piano inferiore, lacerti di un solaio con struttura e tavolato in legno fanno intuire la natura degli orizzontamenti originari e degli elementi portanti che si celano sopra alcune volte a ‘cannizze’ che si sono mantenute; due volticciole a crociera in laterizio (fig. 2) vanno a coprire un piccolo vano di servizio e costituiscono il sistema portante per la rampa e il pianerottolo della scala esterna che immette all’appartamento del piano superiore, con una soluzione tecnica che si ritrova anche nell’ex monastero delle benedettine di Ficarra (Farneti, Van Riel, 2020, pp. 44-65). Osservando le piante ai vari piani, dal seminterrato al secondo, si leggono le probabili unità edilizie che sono state aggregate per formare il nucleo originario del palazzo e che si distinguono per lo spessore murario che al seminterrato raggiunge i 100cm sia nelle pareti perimetrali che in quelle divisorie (fig. 3). È difficile accertare con sicurezza se la “casa solerata” sita nel quartiere del SS. Rosario, confinante con una casa degli eredi di Pietro Manzano, con due vie pubbliche e con la casa degli eredi di Francesco Vitali, acquistata dall’arciprete D. Francesco Piccolo Grasso nel 1807, sia uno di questi edifici preesistenti; comprata dal barone Don Rosario Felice Milio, per 12 onze si compone anche di un magazzino con “porta in legname” e “incantina dell’olio”, “rotta in varie parti”3. Si deve considerare che anche attualmente uno dei cinque ambienti seminterrati conserva le attrezzature di un frantoio e storicamente, nelle mappe catastali, viene definito “oleificio” (fig. 4); inoltre gli spazi limitrofi presentano partizioni e finiture tipiche dei magazzini destinati alla conservazione delle olive e dell’olio prodotto. Più facile, nonostante i cambiamenti della toponomastica, è riconoscere la proprietà tra i beni elencati nel febbraio del 1919 nella successione di Giovanni del dottor Salvatore Piccolo in cui vengono elencate due case confinanti: la prima, proveniente dall’eredità paterna, è una “casa in Ficarra, quartiere Piazza”4 posta in via Garibaldi e consistente in due piani e 5 vani, catastata all’art. 249 con


Fig. 3 Planimetria del piano terra del palazzo con il rilievo dei locali seminterrati. Fig. 4 Planimetria dei locali seminterrati con l’indicazione del frantoio o “oleificio” (Archivio Storico Ufficio Tecnico, Ficarra), anni ’70 del XX secolo.

un valore imponibile di £.30, confinante anche con la strada e una proprietà di Pietro Piccolo, comprendente due magazzini nel vicolo Zinzolo; l’altra è una casa in via Umberto o Garibaldi, consistente in due piani e 8 vani, coll’imponibile di £.72, proveniente dalla successione del fratello Gaetano. Sempre attraverso lo studio dei documenti della famiglia Piccolo è possibile seguire le trasformazioni subite dall’immobile nel corso degli anni. Al figlio Pietrino, Salvatore Piccolo, nel maggio 1926, lascia una casa sita in via Casalotto con i magazzini sottostanti, ad eccezione “di quello con la cisterna”5 che sarà destinato invece al figlio Giovannino con la clausola che quest’ultimo debba murare la “porta interna di comunicazione con i magazzini assegnati a Pietrino” e con la condizione di non “occupare l’area soprastante alla di lui cucina”. Nel confronto con la situazione attuale, si nota che uno dei locali presenta un’apertura con architrave in legno tamponata con elementi in laterizio, anche se la muratura di chiusura sembra essere molto recente. Secondo le disposizioni testamentarie, Pietrino e il nipote Salvatore di Giovanni si divideranno in parti uguali l’orto adiacente alla casa: la metà inferiore al secondo, quella superiore al primo. Ancora, nel 1930 nel “prospetto di valutazione”6 della successione vengono ulteriormente specificati i beni posseduti e il loro valore, così apprendiamo che l’orto di 12,57 are in via Casalotto è coltivato ad “alberi fruttiferi”, che il testatore possedeva un magazzino in via Casalotto individuato catastalmente con l’articolo 422, uno in via La Marmora con all’articolo 264, di valore maggiore, e un altro sempre accatastato allo stesso articolo, 264. Con uguale riferimento numerico sono individuate due case in via Casalotto, la prima con imponibile di £. 1687, la seconda, con un piano e 5 vani, di imponibile £.180; in via Rosario e Teatro, Salvatore possedeva una casa con 3 piani e tre vani. Entrambe le case su via Casalotto, contrassegnate dallo stesso articolo, 264, sono destinate a Pietro. Quest’ultimo muore il 28 aprile 1966 a Sant’Angelo di Brolo lasciando i suoi beni in eredità al nipote, l’architetto Gaetano Piccolo che possedeva già una parte del palazzo, quella che nel 1965, con una scrittura privata, aveva concesso in affitto a Carmelo Bucale e che era “al di sopra del Frantoio, limitatamente alle tre camere prospicienti, 2 sulla via Zinzolo e 1 sul Frantoio”7. L’ingresso era in comune con il retrostante appartamento e il signor Bucale veniva autorizzato a entrare, da quello che era definito “atrio grande”. Successivamente, dopo la realizzazione della porta sul prospetto laterale, lungo vicolo Zinzolo, avrebbe avuto accesso da quella. L’”atrio grande” corrisponde all’attuale volume terrazzato su piazza Umberto I, caratterizzato da un portale in conci lapidei scolpiti che, in origine, era probabilmente lo spazio di collegamento e distribuzione degli ambienti abitativi: la corte, in cui, generalmente, negli altri palazzi di Ficarra, trovano collocazione la scala che immette al piano superiore e un pozzo (Farneti, Van Riel, 2020, pp. 126-157). L’ambiente nel tem-

AGP, Testamento pubblico 12 maggio 1926 del dott. Salvatore Piccolo fu Giovanni Possidente. La maggior parte dei palazzi di Ficarra possiede una cisterna o un pozzo collocati generalmente nel baglio poiché è documentato che fino agli inizi degli anni ’60 del Novecento i privati non potevano usufruire della rete idrica cittadina. 6 AGP, Prospetto di valutazione. Successione di Piccolo Salvatore den. N. 59 Vol. 127. 7 AGP, Scrittura privata: Gaetano Piccolo e Carmelo Bucale, 14.6.1965 5

301


Monica Lusoli 8 AGP, Atto datato 15 settembre 1965. 9 I Gullà sono strettamente legati ai vari esponenti della famiglia Piccolo, in particolare Pietro è campiere della baronessa Teresa e in varie lettere, negli anni Venti del Novecento, espone la situazione delle proprietà che la stessa deteneva anche in Ficarra. AFPC, fasc. 68, Lettere alla Baronessa Teresa Piccolo da parte di Pietro Gullà (1924 – 1928) 10 AGP, Atto datato 8 agosto 1965. 11 AGP, Atto datato 2 dicembre 1965. 12 AGP, Atto datato 10.7.1966. 13 AGP, Atto datato 19.12.1966.

302

po ha subito molte modifiche cambiando anche destinazione d’uso: da corte d’accesso, atrio principale all’edificio, viene destinato a magazzino e bottega, soppalcato e distinto dalla restante parte dell’edificio. Nel 1965, proprio come bottega lo spazio viene concesso in affitto da Gaetano a Giuseppe Gullà8; si trattava in quel momento di un unico vano da destinare alla vendita di generi alimentari e vini. Il Gullà9, fu Pietro, era residente in Ficarra, in piazza Vittorio Veneto e il 15 settembre del 1965 aveva anche affittato dallo stesso locatario un quartiere sito in via Zinzolo, al primo piano con “4 vani, 2 retrostanze, accessori, per uso abitazione”10. L’architetto aveva agito da procuratore dello zio, quando, nel 1965, aveva concesso in locazione a Giuseppe Marchese e Tredicino Pizzino l’appartamento sito in via Casalotto e composto di due piani, di cui Pietro Piccolo era usufruttuario, quale Ufficio della Camera del Lavoro per il Partito Comunista11. Dal 10 luglio 1966 anche la parte dell’edificio appartenente allo zio Pietro Piccolo, viene affittata; in ottimo stato, situata al secondo piano e composta da “5 vani ed accessori”, è utilizzata dal dottor Pietro Ferraloro di Giuseppe quale studio medico12. Nello stesso periodo anche i locali posti al piano terreno su via Zinzolo e destinati a magazzini vengono locati a Pietro Calabrese: qui, l’architetto Piccolo si impegna a sostituire parte del solaio realizzato a terzere di legno con uno nuovo in travi di ferro e tavelloni. Il 19 dicembre 196613 il notaio Pericle Giuffrè stipula l’atto di vendita con cui l’architetto Piccolo vende ai fratelli Gullà, Giuseppe e Laura, una parte del palazzo, con una rendita di £.400, consistente nell’appartamento con ingresso da via Vittorio Veneto e sito al primo piano, dal lato valle, e seminterrato, dal lato monte; composto di otto vani oltre accessori, include il “vano terraneo con relativo gabinetto, in atto adibito a bottega, ed un tempo ad androne di ingresso al suddetto fabbricato”, con accesso dalla piazza Umberto I. La porzione confina con la piazza suddetta, con via Vittorio Veneto, con via Zinzolo, con una stradella privata, con la proprietà di Pietro Tumeo, con i sottostanti magazzini in parte di Pietro Calabrese e in parte del venditore e con il soprastante fabbricato ancora appartenente all’architetto. Nell’atto “si conviene che tutta l’area soprastante il suddetto fabbricato resti di piena ed assoluta proprietà di Gaetano Piccolo che potrà disporne a suo piacimento, con facoltà di procedere ad ulteriori sopraelevazioni”. Gli acquirenti ottengono il permesso di coprire la chiostrina di accesso al portone interno dell’appartamento, con “ondulato di plastica oppure con soletta” anche se non possono arrivare oltre la quota del primo pianerottolo della rampa della scala che immette all’appartamento superiore, al quale si accede da via Casalotto e che resta di proprietà di Gaetano Piccolo. Quest’ultimo era tenuto invece a non sopraelevare il piccolo fabbricato adibito a deposito delle olive prospiciente la “stradella privata”, limitrofa al palazzo, e originatesi da via Zinzolo, a meno di mantenersi al di sotto di “metri lineari quattro e centimetri novantadue” altezza corrispondente al piano dei balconi dell’appartamento acquistato dai Gullà. Il prospetto posteriore, affacciato sugli oliveti e gli agrumeti della vallata a nord-est, nel secolo scorso contiguo al “vicolo padronale” o “stradella privata”, è caratterizzato da cinque balconi posti al primo piano, di cui quattro con piano in marmo sorretto da sei mensole metalliche e uno, quasi in angolo con via Zinzolo, realizzato in elementi lapidei, con quattro mensole in conci sagomati a volute che sorreggono il piano. Nonostante le condizioni di degrado in cui versa, causate soprattutto dall’azione degli agenti atmosferici, la monumentalità della struttura portante, le dimensioni e la sua plasticità, rendono questo balcone un unicum nel panorama architettonico ficarrese (fig. 5).


Fig. 5 Particolare del balcone con mensoloni e piano di calpestio in pietra locale.

Come accade nella maggior parte dei palazzi del paese, nei prospetti lungostrada, riorganizzati per dare uniformità alle unità elementari accorpate, in asse con i balconi si collocano le aperture d’accesso; archivoltate e contraddistinte da semplici stipiti lapidei lisci, qui immettono ai magazzini seminterrati. Cornici in laterizio, solo parzialmente intonacate, completano quattro delle cinque portefinestre, richiamando la preesistenza di una trabeazione modanata, soluzione decorativa che ricorre spesso sulle aperture dei prospetti degli edifici più importanti del luogo, arricchita da mensole lapidee scolpite o da una finitura in piastrelle ceramiche (Farneti, Van Riel, 2020, pp. 126-157). L’assenza della cornice terminale sull’apertura più orientale si giustifica nel confronto con un’immagine storica che documenta il palazzo all’inizio del XX secolo quando solamente le prime quattro campate erano uniformate in un prospetto intonacato e concluso da un cornicione in aggetto, mentre l’ultima, ad est, così come accade anche attualmente, era, in parte, appartenente alla proprietà limitrofa e presentava un ulteriore piano residenziale che all’inizio del Novecento non era presente su questo lato del palazzo (fig. 6). Da notare che, nonostante le modifiche apportate negli interventi più recenti e la mancanza di manutenzione adeguata e costante, il prospetto tergale, con un cantonale in conci squadrati di medie-grosse dimensioni che caratterizza l’angolata su vicolo Zinzolo, è quello che conferisce maggiore unitarietà e omogeneità formale all’edificio; gli altri fronti stradali presentano l’eterogeneità morfologica tipica del susseguirsi dei cambiamenti di proprietà e d’uso degli spazi. Nell’atto del 1966 Gaetano Piccolo si riservava il diritto di “asportare il portale in pietra da taglio” che connotava il portone di accesso all’ex atrio, effettuando i lavori a sue spese, quando e se lo avesse ritenuto necessario. In realtà l’elemento architettonico, una vera e propria emergenza scultorea, è ancora collocato a decorare l’apertura dell’ambiente che si apre su piazza Umberto I, al limitare di vicolo Zinzolo. Dall’iconografia storica (fig. 1) si nota che, fino a quando non venne demolita, modificando la topografia urbana, il palazzo fronteggiava la chiesa del Rosario continuandone idealmente il prospetto e aprendosi sulla piazza omonima, proprio con quel portale che l’architetto Piccolo avrebbe voluto togliere e reimpiegare in altro spazio (fig. 7).

303


Monica Lusoli Fig. 6 Veduta storica (Archivio privato).

304

Frutto probabilmente di una bottega di intagliatori e lapicidi piuttosto che di scultori, il portale in pietra da taglio presenta conci scolpiti in pessimo stato di conservazione a causa dell’elevato degrado materico: fessurazioni e lacune caratterizzano i conci in cui esfoliazione e erosione hanno portato alla perdita di frammenti dei motivi decorativi originari. I conci in bugnato a cuscino, scolpiti con figure zoomorfe, volatili, nei sette della ghiera dell’arco, pesci, nei quattro ancora leggibili tra quelli dei piedritti, sono decorati a bassorilievo e presentano una modanatura perimetrale in aggetto decorata a foglie lisce o a ghirlanda in quelli della ghiera e a squame in quelli degli stipiti. Visivamente i conci che compongono l’arco appaiono meno degradati di quelli inferiori e il materiale che li compone sembra appartenere ad un litotipo diverso; anche le forme di degrado li differenziano dagli inferiori, predominando il dilavamento. Il concio in chiave con stemma decorato a cartocci, inserito a forza tra i due laterali, di cui uno risulta leggermente adattato, sembra non appartenere alla composizione generale ed essere stato impiegato a completamento. L’erosione dello scudo non ne lascia interpretare con sicurezza la decorazione che mostra lacerti di un doppio cerchio o di una ruota. Il primo concio di sinistra, l’unico con decorazione fitomorfa, presenta due foglie di acanto che racchiudono un elemento verticale, frammento di qualcosa non più leggibile. La sua unicità fa ipotizzare che potesse essere il concio in chiave di una preesistente composizione, quasi a richiamare l’iconografia dell’albero della vita, collocato centrale rispetto alle colombe, qui rappresentate secondo il repertorio della scultura medievale con calice o ramoscello d’olivo. Anche il grifone è scolpito su uno dei conci del portale; costretto dalla modanatura perimetrale, ha la testa piegata all’indietro ed è mancante della porzione posteriore caduta a seguito del degrado della pietra. All’inizio del XX secolo, la quota di calpestio dell’intorno urbano era diversa e ciò è testimoniato, nel confronto con le immagini storiche, dai due conci basamentali che risultano aggiunti, uno a destra, l’altro a sinistra del portale (fig. 7). All’interno della chiostrina, realizzata probabilmente per agevolare la distribuzione negli ambienti nello spazio di risulta tra le unità elementari originarie aggregate, un


Fig. 7 Portale su piazza Umberto I. Fig. 8 Portale interno alla chiostrina.

altro portale, di accesso all’appartamento del primo piano, costituisce ulteriore elemento di pregio del palazzo (fig. 8). Il portone in legno trova alloggio in una doppia cornice lapidea di cui quella interna, leggermente aggettante, ha conci perimetrati da nastrino e lavorati a gradina mentre l’esterna, maggiormente interessata da fenomeni di erosione ed esfoliazione degli stipiti, è completata da una trabeazione con fregio scanalato e rudentato in evidente similitudine a quello che caratterizza il finestrone centrale della chiesa della SS. Annunziata e il portale rimontato della chiesa di S. Maria del Gesù. Alcuni frammenti di elementi architettonici scanalati sono inseriti nelle pareti della restaurata chiesa di San Biagio, allettati nella muratura mista a lasciare intuire un riuso dei lacerti lapidei non estraneo alla cultura materiale ficarrese in cui questo utilizzo non sempre tiene conto del valore storico-artistico del frammento reimpiegato. L’architrave è sostenuto da due mensole laterali che costituiscono i conci terminali della cornice più esterna e che presentano volute con balteo e balaustro profondamente scanalati; foglie di acanto con fogliette e bocciolo completano le due mensole. In corrispondenza degli appoggi la cornice presenta dei risalti richiamando la soluzione architettonica che caratterizza le aperture dei prospetti dei palazzi ficarresi. Il portale fronteggia l’ingresso principale del palazzo anche se non è immediatamente visibile dall’accesso su piazza Umberto I a causa dell’andamento delle pareti laterali della chiostrina che, dopo aver assecondato via Casalotto, si incurvano andando a perimetrare lo spazio aperto su cui insiste la scala che immette al secondo piano. Questa è in parte sostenuta da una profonda arcata in laterizio impostata, verso via Casalotto, sulla muratura perimetrale esterna in conci lapidei di media-grossa pezzatura murati a corsi sub-orizzontali, verso vicolo Zinzolo, su un pilastro in pietra, concluso da un semplice capitello, con toro, più listelli e un abaco, e allettato in una muratura in laterizio. Le pareti della chiostrina si differenziano per essere in muratura mista, conci lapidei e rinzeppatura in laterizio, quelle perimetrali esterne o quelle interne appartenenti al nucleo originario del palazzo e in mattoni quelle di tamponamento dei volumi aggiunti nel corso del tempo.

305


Monica Lusoli 14 Archivio Storico Comune Ficarra, Ficarra, Atto con planimetrie datato 12 maggio 1979. 15 Archivio Storico Ufficio Tecnico, Ficarra, Concessione edilizia n. 28 del 29/08/1980, I unità, particella n.391 - Ferraloro Cappotto.

306

Nell’atto del 1966 gli acquirenti assumono l’obbligo di rifare un solaio soprastante il “vano magazzino grande”, di proprietà del sig. Pietro Calabrese e sottostante all’appartamento venduto, con tavelloni e travi in ferro, ciò in conformità all’impegno assunto dall’architetto Gaetano Piccolo nell’atto di vendita del giugno 1965 intercorso con il signor Calabrese; quest’ultimo sarà costretto a ricorrere contro il Piccolo poiché i fratelli Gullà non adempieranno all’obbligo preso. L’immobile venduto, pervenuto a Gaetano Piccolo in virtù del testamento olografo del 3 maggio 1951 dallo zio Giuseppe fu Salvatore, versa in un pessimo stato di conservazione e perciò il prezzo pattuito per la cessione è fissato in £.1000000. A distanza di tredici anni, il 12 maggio 1979, i fratelli Gullà dividono la proprietà in due parti, in due appartamenti le cui porte di comunicazione verranno chiuse (fig. 9)14. La porzione di Giuseppe corrisponde all’appartamento al primo piano con accesso da piazza Umberto I, composto da sei vani oltre il gabinetto e il corridoio e confinante con il fabbricato di Giuseppe Spiccia, con il terreno di Nunzio Ricciardo, con via Casalotto e con la restante porzione attribuita alla sorella. A lui è assegnato anche il vano terreno con soprastante piccolo ammezzato adibito a sgombro e destinato in precedenza ad atrio e bottega. Laura Gullà diventa proprietaria del rimanente appartamento: con medesimo ingresso, è composto da cinque vani, oltre due piccoli ripostigli e un “giardinetto” ed è confinante con via Zinzolo, con il terreno di Nunzio Ricciardo, con la parte di fabbricato e l’ammezzato di Giuseppe. Il corridoio di ingresso alla chiostrina e la stessa rimangono in comune. La parte di Giuseppe presenta una maggiore estensione rispetto quella della sorella ma, nel documento viene spiegato che i due appartamenti hanno lo stesso valore poiché gli ambienti del fratello sono stati gravemente danneggiati a seguito del sisma del 1978, tanto da essere in parte inagibili (Farneti, Van Riel, 2020, pp. 194-285); inoltre patiscono delle infiltrazioni di acqua che provengono dal terreno di Ricciardo e da via Casalotto. Molto danneggiato dal sisma è anche l’appartamento superiore per cui nell’agosto del 1980 viene ottenuta una concessione edilizia che permette alcuni rifacimenti e delle modifiche strutturali15. Conclusioni Nonostante i rifacimenti e le integrazioni, che raramente hanno tenuto conto del valore del fabbricato e delle sue caratteristiche, il palazzo mantiene alcuni dei suoi caratteri identitari; in particolare conserva, al piano terra, i vasti ambienti definiti nei documenti “magazzini” e destinati alla conservazione delle olive, alla loro lavorazione e al temporaneo deposito dell’olio, come è testimoniato dalla dizione “oleificio” in una delle mappe catastali del palazzo. Questi spazi che si aprono su ciò che rimane del “vicolo padronale”, un percorso a terrazzo sul sottostante parcheggio, sono contraddistinti da un’elevata altezza e da un microclima particolare dovuto senz’altro anche all’essere seminterrati, scavati nella roccia. Questa caratteristica che accomuna molti degli edifici di Ficarra, costruiti direttamente sul substrato roccioso, ben si confaceva alle esigenze ambientali delle lavorazioni che vi venivano effettuate: in uno spazio naturalmente fresco si preservano maggiormente le caratteristiche qualitative e organolettiche delle olive e dell’olio. Le spesse murature in conci sbozzati di pietra locale con poche e limitate riprese in laterizio, in cui si aprono grandi arcate di collegamento tra gli ambienti o quelle leggermente strombate che preesistevano agli attuali accessi esterni e che sono state in parte tamponate per il loro inserimento, caratterizzano


questi spazi intonacati con la stessa malta che riempie i giunti, stesa abbondantemente sulle pareti senza riuscire a livellarle. Nel 1929 in paese erano attestati solamente due trappeti, uno di Rosario Milio, l’altro di Giuseppe Piccolo, il primo con un reddito di 1500 il secondo di 104 come risulta dall’Elenco dei contribuenti possessori di redditi delle categorie B e C della Provincia di Messina redatto dal Ministero delle Finanze e pubblicato a Roma nel 1930. Il trappeto o frantoio era il locale adibito alla produzione dell’olio; posto abitualmente a qualche metro sotto il livello stradale, manteneva una temperatura costante, maggiore di 6°C ma comunque bassa. Si trattava in generale di un grande vano dove era collocata la macina con base in pietra per frantumare le olive. In genere i frantoi si trovavano all’interno dei centri abitati perché potevano essere ben raggiunti da chi li doveva utilizzare, al momento del deposito delle olive o della consegna dell’olio. In Sicilia, fino al 1785, quando il Viceré marchese Caracciolo emanò una serie di lettere circolari, gli abitanti delle baronìe come Ficarra potevano macinare le olive solamente nei trappeti dei baroni. (Franchetti, 1877). Attualmente il territorio ficarrese riveste particolare importanza nella produzione dell’olio in Sicilia e numerosi sono i piccoli imprenditori che si dedicano alle lavorazioni e alla promozione; in questo contesto trova spazio la volontà di aprire alla fruizione e alla conoscenza del turismo e delle scuole, l’oleificio di palazzo Piccolo che ben rappresenta la commistione che nelle città storiche esisteva tra vita privata, sociale e lavoro, tra residenza e commercio o produzione, tra abitazione, botteghe, magazzini e stalle. I palazzi di Ficarra sono testimonianze di questa pluralità di destinazioni racchiuse in un unico fabbricato ma pochi sono gli edifici che ancora la mantengono e che possono documentarne la presenza. Nell’insieme di un vasto progetto di studio, conoscenza, valorizzazione e tutela che l’amministrazione comunale sta da tempo cercando di attuare in questo territorio, altrimenti soggetto allo spopolamento e all’abbandono, la prevista riqualificazione di questo opificio nel suo contesto storico, architettonico e urbano e il suo utilizzo a fini didattico-educativi, è un’operazione legata alla conoscenza del patrimonio culturale, materiale e immateriale, ma anche e soprattutto, alla sua conservazione e valorizzazione al fine di stimolare la frequentazione e la vita del paese.

Fig. 9 Planimetria dei locali seminterrati con indicazione dei diversi appartamenti: in azzurro quello di Giuseppe Gullà, in rosso quello di Laura (Archivio Storico Ufficio Tecnico, Ficarra), anni ’70 del XX secolo.

Bibliografia Castelli di Torremuzza V. 1820, Fasti di Sicilia, volume 2, presso Giuseppe Pappalardo, Messina. Di Blasi Gambacorta G.E., 1816, Storia civile del regno di Sicilia scritta per ordine di SRM (D.G.) Ferdinando III re delle Due Sicilie, Tomo VII, dalla Reale Stamperia, Palermo. Farneti F. (a cura di) 2012, «Naso, terra grande, ricca e antica». Tessuto urbano e architettura dal Cinquecento al Novecento, Alinea Editrice, Firenze. Farneti F., Van Riel S. (a cura di) 2020, Ficarra. Studi e analisi per la riqualificazione e la valorizzazione del centro storico, Altralinea Edizioni, Firenze. Franchetti L. 1877, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, Tipografia di G. Barbèra, Firenze. Sacco abate F. 1799, Dizionario geografico del Regno di Sicilia composto dall’abate Francesco Sacco della provincia di Salerno dedicato alle principesse reali D. Maria Cristina, D. Maria Amalia e D. Maria Antonia Borbone, Tomo I, dalla Reale Stamperia, Palermo. Van Riel S. (a cura di) 2011, Ficarra, identità urbana e architettonica. Ricerche e materiali per la valorizzazione e il restauro, Alinea Editrice, Firenze.

307


The Building Stratigraphic Analysis supporting the structural strengthening and conservation design: a case study in Lebanon Laura Nicolini

Laura Nicolini

Dipartimento di Architettura,Università degli Studi di Firenze.

Abstract The case study is an amazing trip to understand an Ottonian Lebanese Caravanserai to outline a holistic conservation proposal including the structural strengthening design. The paper delaines the historical contest when the khan was built and the intense relations established by the old city with an extended territory. The study explains how the khan is the result of a particular intent to develop the trading of the old city of Sidone during its period of reborn under the Ottonian empire. The construction of the Waqfi block which includes the khan, was used by his promotor as a parallel opportunity to show his power. The study of the Khan’s construction revealed several modifications on the building structures to the point of showing that the Khan is a completely different building compared to the assumption based on the information contained in the Arabic inscription located on the arched portal. The inscription, in fact, states that the Khan had been built in 1721 by a member of the Hammud family, but the study of the building components revealed that the building is the result of a progressive constru Keywords stratigraphic analysis, archaeological architecture, conservation, caravanserai, heritage

Introduction The effective conservation of built heritage is linked to a deep knowledge of the building, both of in terms of significance of the monument and its structural, architectural, and decorative features. The first aspect, which includes the relation with the urban and external context, influences the choices of the design for future uses. The second aspect influences the structural and architectural restoration design. This paper has two key objectives. The first is to encourage historical research for conservation projects in order to reconstruct all the roles and significances the building has acquired over the centuries. The second is to serve as a recommendation to be used in a systematic manner the building stratigraphic analysis for as a scientific method able to unify and verify all information and data as resulting from the historical researches and from the on-site investigations. The paper examines the historical-constructive analysis of a khan in the territory of Lebanon, linking the considerations on the development of the architectural complex to the socio- geographical

308


events that characterize the cultural heritage of the region. The study has been conducted through the Stratigraphic Masonry Units and illustrates a particularly complex application case for the interpretation of the evolutionary phases in relation to the structural stratification of the masonry. The ancient city of Sidon and its glorious past The old city of Sidon, currently known as Sayda or Saida, the third largest city in Lebanon, is located on the Mediterranean coast in the South Governorate. With its historical urban center on the hill overlooking the sea, Sidon has been a key city in the past for its role in the trade relation on the Mediterranean countries. The origins of Saida date back to the Canaanite-Phoenician civilization and span the Persian (550-332 BC), Hellenistic (332-64 BC), Roman - Byzantine (64 AD - 638) periods, medieval including the Mameluke period (638-1516 AD) and Ottoman (1516-1918). At the beginning of the XVII century during the Ottoman period, Saida acquired considerable importance under the princedom of Emir Fakhr Eddine II, and it became an important merchant city and center for silk trade due to a strong relationship with Europe. The overly autonomous attitude and the growing power of Prince Eddine worried the Ottomans, who decided to attack Saida, and following a series of battles, they succeeded in deposing Prince Eddine. The Ottomans made Saida a Wilayat political center to control the emirs of Mount Lebanon until the end of the 19th century. In 1920 Saida was detached from Syria and annexed to Lebanon.

Fig 1 a) Internal Eastern Elevation, May 2010 b) Internal court, May 2010 (the figures are licensed under http:// creativecommons.org/ licenses/by/3.0/it/); c) Localization on a Google map of the Ottoman khans built in different periods as per the urban study on the 1864 Renan’s Map by David Rodier; d) Elaboration based on the urban documentation as in Weber 2010.

Saida and its role in the Mediterranean region After a robust and long period of commercial relations on the Mediterranean Sea and the hinterland of near East, during which Saida was one of the most important centers for the diffusion of a common culture, the old city experienced a period of severe decline. This was due to the defense strategy carried out by the Mameluke who decided to abandon the coasts due to their high exposure to attacks by Crusaders, and to create and consolidate an internal network of streets and buildings to protect their kingdom and activities. During this period, from 1291 to 1516 (when the Mamelukes were defeated by the Ottoman Turks), the population of Saida decreased and the inhabited coastal areas abandoned. The main building built in this period was the Mountain Castle. Sidon, together with Tripoli, was the most important port city of the Ottoman caliphate of Bilad al-Sham. Its decline began in the late eighteenth century, when the center of the province shift from Sidon to Acre.

309


Laura Nicolini

Sidon’s commercial fortune through the Ottoman period Only with the conquest by the Ottoman did Saida begin again to play a central role in the trade routes and maritime trades. During this period Sidon became the main maritime outlet of Damascus (the capital of the empire). The evident signal of this economy revival was reflected in several new caravanserais built in the first and second Ottoman periods. These impressed the urban character of the city, which remains intact today. Particular importance was assigned to the role played by three individuals or families at three levels of actions, respectively trans-regional, regional and local levels, which had particular impact on Sidon’s urban form (Weber, 2010). I. At the trans-regional level, a Waqf of the Grand Vezir Sokollu Mehmed Pasha (married to Ismihan Sultan, the daughter of Sultan Selim II) has been a key investment in Saida. In fact, Khan al-Franj deemed it to be the most important motive for the development of Sidon in the late sixteenth century. This caravanserai connected to the waqf in Aleppo, including its famous complex of Khan al-Jumruk. The economic revival of Sidon as the harbour for southern Syria seems to have been an outcome of conscious planning on a grander scale. Mehmed Pasha was, in fact, an extensive promoter of such utilitarian structures as caravanserais and bridges which would facilitate traffic and communications. His main contribution to the architectural culture is the Sokollu Mehmed Pasha Mosque, which he wanted as his wife’s main mosque in Istanbul (dated 979/1571–72), a masterpiece created by the architect Mimar Sinan. II. At the regional level, but not limited to it, Fakhr al-Din consolidated his commercial and political relations with many states of the Mediterranean basin in the extensive estates. The waqfiyya in Saida of the Damascene governor Küçük Ahmed Pasha, dated from the seventeenth century, has been the expropriation result of extensive estates which were previously properties of Fakhr al-Din. During the period of Faḫr al-Dīn II of the Maʿan family (1590-1634), who held the office of mültezim (tax collector and Ottoman feudal lord), Sidon’s commercial fortunes increased alongside his power. Ruling from Sidon, Fakhr al-Din established an open regime for French and Tuscan merchants, founding a profitable commercial enterprise for trade between France and Syria. He gradually extended his territory at the expense of the chiefs of other regions to the point that the governor of Damascus resolved to send a punitive campaign from Istanbul against him. Fakhr al-Din sought refuge in Tuscany in 1611 AD, where he established strong and amicable contacts with the Medici, in particular Cosimo II. III. At the local level, the focus is on the history of the Hammud family, the most important family in the city during the first half of the eighteenth century, and donated several estates, of which only the waqfiya of Mustafa Agha al-Hammud is known. As better explained further on, our case study Khan el-Echle, is a caravanserai built by Alī Āghā, an ambitious member of this family. The role of the Khans in defining the urban layout of the city: perimeter walls and gates From what has been said, it is no surprise that all Sidon’s khans date back to the Ottoman period (1516-1918). They are located near the port and underline its importance for the commercial life of the city. They are configured as head buildings towards the

310


port of the main medieval streets of the city which is developed in a north-south direction. The most important khans built in this period include: Khan al-Franj (around 1560), Khan al-Ruzz (around 1600), Qaysariyya / Khan al Shakrieh (around 1600), Khan Dabbagha (around 1640/50, which no longer exists) and finally our case study Khan al-Hummus or even al-Qishle (1721-1722). After the seventeenth century, namely during the hegemonic period by the Hammond’s family, the construction and localization of a new Khan played a completely new role in the transformation and completion of the urban layout of the city. For this phase, as we will see, we would prefer to talk about the redefinition in architectural and functional terms of previous passages of the urban fabric: this materializes into the creation of our Khan el-Echle and other buildings, all strategically positioned close to the defensive walls of the western sector. The analysis of the existing cartography and in particular of the map of 1864 by E. Renan (Latif 2007) shows how a profound change was made in the western sector of the city (fig. 1 c. and d.), that delimited by the walls interspersed with the three gates which, succeeding one another from the sea towards the mountain, constituted respectively the access door for those coming from Beirut, (Beirut Gate) then the Sakerieh Gate and then the Akka Gate very close to the Mountain Castle. The Khan al Quishle building as part of the Hammoud family’s economic strategy To understand the value of the khan, it is also important to consider the main buildings operated by the Hammud family in Saida and in particular its waqf. The rise of the Hammud family was closely connected to the commercial life of the city with its khans and souks. A family member, Mustafa Katkhuda, had already held an important position as a tax collector during the early decades of the seventeenth century. The tax reform of 1695 granted them a long-term right to collect taxes (malikane) which was then passed to a number of descendant families. The wealth that the family had acquired was invested in large houses, schools and commercial buildings which denoted the role of the owners in the local social context. According to current knowledge (Al-Harithy 2016), the most active patron of the Ḥammūd family was Alī Āghā. According to Weber reports (Weber 2010), he built his first house (Dār Debbané) and the Khān al Hummuṣ (namely Khan al-Ishle or Khan el-Echle, the current name) at the beginning of his career as a tax collector, and we believe that the sūq under his first house up to Khān al-Ḥummus must have been at least partially owned by him. The complex of the new buildings built prevalently near to the Beirut Gate, constitutes more properly a “redefinition in architectural and functional terms of previous passages of the urban fabric”. All of them are strategically positioned close to the access doors of the western sector and the defensive moat still remaining along the walls was transformed into beautiful gardens. The analysis of these two main buildings built by Alī Āghā drives us to consider them as a part of his strategy to consolidate his economic power and, at the same time, promote his own leadership. The buildings of Alī Āghā were highly prestigious works of architecture, concepted as visual confirmation of his important role in the city. With their full spatial and architectural configuration, the patron of the works, Alī Āghā, achieved the aim of strategically strengthening a sensitive and main access point. The caravanserai, in fact, conceived as a reception place for merchants in need of protection, was a fortified place to protect people and merchandise contained there-

311


Laura Nicolini Fig. 2 Partial of the Eastern Internal Elevation and relevant PP2 Matrix showing the stratigraphic relationships of the Eastern Internal Elevation

in and therefore also the city itself. The access, placed next to the Beirut Gate, made it an obligatory path of passage and preferential parking and, at the same time, its structures strengthened the function of the walls, becoming an integral part of it. The wall circuit had to be articulated in alternately recessed and protruding towers and it would seem that the plan of the Khan was born from one of these perimeter joints of the wall circuit. The southern side of the building appears to be particularly relevant, largely altered over time, which does not seem to show signs of openings on the rear. This part of the building should be investigated with greater attention to clarify the reason for a widening between the back of the Khan and the wall circuit. On the other hand, Dar Debanné is the exceptional result of the intent to show the refined architectural sensitivity of its founder and his considerable economic power, i.e. the two elements able to spread his reputation (Weber 2002-2003). The construction of Khan el-Echle and its transformations As attested by the Arabic inscription upon the entrance, at the beginning of the XVIII century (1721), the Hammoud family built the Khan named el Hommos, as it was dedicated to the trading of chickpeas. The inscription is engraved in a decorative frame and states: The heirs of Alī Āghā Hammoud built this Khan in the center of Saida. It was made to ask the satisfaction of God because it has become a place where foreigners find refuge. A Khan was built in 1721.

From the inscription the building seems to be part of a Waqf, but Weber’s opinion (Weber 2000) is that a part of the building was a property of its promoter. According to this historical documentation, the construction of the khan would appear as a construction from one only concept and built in 1721. The study of the main architectural features of the monument and the results of the building stratigraphic analysis, carried out according to methodology for the architectural archaeology (Brogiolo 2012), revealed that the Khan is the result of the progressive addition of construction parts to the previous ones, often without mutual connection (fig. 2). During the subsequent history from this date, the building hosted the Ottoman, French and Lebanese troops and served a Prison; in fact, the current name used to identify the Khan, el-Eshli or el-Echle, means Caravanserai of the Prison. Unlike other Khans, normally composed by two floors, Khan El-Eshli is a building composed by three floors, where the top floor was a later addition. Internally, the Khan El-Echle mostly preserves the traditional structure of the Caravanserai: the rooms at the ground floor which originally was all leading to the central courtyard; the second floor, characterized by a covered gallery, all along the entire perimeter of the court-

312


yard, connecting the rooms all around. During the subsequent use phases, the original accesses of the rooms at the ground floor of the eastern side were closed and new doors have opened along the road so that part of the Khan’s rooms would been used as shops along the road. These and other changes were carried out during the first half of the XIX century, under the on Chehab’s emirate, when the Kahn was extensively reshaped. Finally, a third floor was added to the building during the Ottoman Empire. Khan al-Qishla is one of the most important Ottoman Khans left in the city of Saida. The Khan is owned by the Lebanese government and the building is an important monument, listed as a national heritage of Lebanon for its national historical value as enshrined in two ministerial decisions: No. 29 of 3 July 1996, and No. 24 of 8 May 1997. Currently, the Khan is under rehabilitation thanks to a grant from the Italian Government to support the Lebanese Government CHUD program following the 2006 conflict. The stratigraphic analysis and the present study benefited from the in-depth observations of the building’s structures during the ongoing works. As well known, the caravanserais were traveler inns diffused in the Muslim world as part of the ancient overland trade route system, connecting the Middle East and Central Asia, Europe, North-Africa, Indian Continent and China. Two types of caravanserai can be distinguished. The first is the “road caravanserai” type, which is a building or set of buildings intended to accommodate travelers and merchandise on the commercial roads of caravans that crossed the desert. This type has a single access large enough to allow the entry of pack animals, a defense wall circuit and generally includes a drinking pool for the livestock. The animal stables were located in the four corners of the building. The other type is the “urban caravanserai” which could be either the point of arrival or storage of goods near or within cities. This building has no stables, as the animals remained outside the city. In general, the caravanserai is a building consisting of a wall that encloses a large courtyard and an arcade. It could also include rooms for wayfarers used freely by travelers. Other special rooms like rooms for prayer, libraries and the ḥammām allowed for deep cultural exchanges between people of different latitudes. Khan el-Echle seems to mix the two mentioned types since it is unequivocally within the perimeter walls of the Saida as an urban caravanserai, but some rooms seem to have been used as stables. In particular, a very high concentration of soluble salts only in some rooms could be an effect of the presence of animal excrement.

Fig. 3 a) Analysis of the building components and relevant BCs Matrix; b) Table of the Masonry Typologies of the Southern External Elevation

Stratigraphic survey methodology applied to the architecture The method derives from the principles of stratigraphic relationships (Harris, 1979); it takes into account the different problems existing in the buildings, and pays attention

313


Laura Nicolini

314

to building materials and construction techniques which are considered as change indicators. Like the archaeological stratigraphy, the building stratigraphy must be based upon a series of fundamental axioms or laws so that a stratigraphic sequence is created by the interpretation of the stratification of a site according to the Laws of Superposition, Original Horizontality and Original Continuity. The stratigraphic relationships thereby discovered are translated according to the Law of Stratigraphic Succession. The first step to apply the stratigraphic methodology to the architecture is to define the architectural complex which is constituted by an aggregation of several buildings (body of the building). They can be alone or within an urban context, but in either case, they must be well identifiable and distinguishable from the others. Moreover, they have to be a result of several buildings together. At the end of this phase of investigation, the exact number of the “body of the building” has been defined including information and documentation about relevant localization and limits of their development, state of conservation, original and current use, etc. Finally, a matrix of the all building bodies (here named CF Matrix) has been outlined. The second step is to concentrate the study on any single part of the body of building and subsequently, step by step, extend the stratigraphic survey to the remaining ones. The focus for the study is to individuate the Stratigraphic Masonry Units, aimed at outlining the complexity of the spatial relations. The identification of an SMU is based on two types of actions that can cause a deformation: the events causing build-up and the events causing take-out. The practical way to describe the quality of the SMU’s relationships is to map them and connect one to the other using a symbology corresponding to the following possible conditions: a) an SMU covers or leans against another SMU; b) an SMU is cut by another SMU; and c) an SMU is related to another SMU. Additional symbology distinguishes the SMUs adding materials to one which resulted from a removal action. The study of the direct relationships between the various units implies the selection of the stratigraphic units according to the law of the stratigraphic sequence, that is, combining the oldest among the most recent ones and the most recent among the oldest ones, in addition to the contemporary SMUs. Based on these relationships, the stratigraphic diagram of the prospect and / or of the analyzed building is subsequently processed. On the ground floor, the openings are particularly significant: there is a sequence of four visible external passages arched with carefully finished ashlars; two passages side by side and two other lateral passages positioned respectively on the right and left. There are interposed windows clearly obtained by cutting and carefully inserting the stone segments in continuity. All these openings were then filled. On the first floor there are the typical triads of windows by typical pointed arches with three centers forming the characteristic counter-curves as is typical of Ottoman architecture. The observation of the Eastern Internal Elevation PP2, with a sequence of openings which have been modified many times, reveals several structural and functional changes that have been carried out in the building. We can appreciate the Ground Floor and its clear composition for archivolted openings that originally had to be six in number, with single openings to the opposite ends of the wall and with binary openings in the middle part of the elevation. Today, the reinforced concrete stairwell located on the left limit conceals part of the openings and prevents an immediate overview of it.


The closure of the three windows placed in the portions of the original wall is very interesting. The squared stones have been inserted taking care to realize a good balance with elements of the same size and types of finishes. The windows have a lowered arch and the lintels are formed by three ashlars which are rectilinear in the upper surface; they reveal the insertion forcing at their ends. The accuracy of the technique used to build the masonry seems to confirm our hypothesis that the wall had been designed to be seen. The upper floor, however, with the access staircase located next to the entrance to the courtyard, reveals a new intention, although in continuity: the sequence of the pointed arches does not follow