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Giuseppe Lotti

PROGETTARE CON L’ALTRO necessità, opportunità

Edizioni ETS


A Nora e Maddalena che lo fanno, naturalmente Per Mohamed Bouazizi


Giuseppe Lotti

PROGETTARE CON L’ALTRO necessità, opportunità

Edizioni ETS


Alcuni dei progetti e delle ricerche presentati in questo libro nascono nell’ambito del Dipartimento di Tecnologie dell’Architettura e Design “P. Spadolini” e dei corsi di Disegno Industriale e Magistrale in Design della Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze.

Referenze Fotografiche: Flavia Veronesi e Stefano Visconti www.itacafreelance.it: pp. 8, 14, 18, 19, 42, 45, 47, 50, 64-65, 138 Maziar Boostandoost: pp. 22-23 Marco Marseglia: pp. 68, 69, 72.

© Copyright 2012 Progetto grafico Susanna Cerri www.edizioniets.com

Edizioni ETS Piazza Carrara 16-19, I-56126 Pisa info@edizioniets.com www.edizioniets.com Distribuzione: PDE ISBN 978-884673343-6


Giuseppe Lotti

PROGETTARE CON L’ALTRO necessità, opportunità


Al momento il viaggiatore abbia S’è fatta notte, e i barb Taluni sono han detto che di barbari E adesso, senza barb Era una


dell’imbarco fate che cura di non portare in viaggio se stesso. Seneca, 4 a.c.-65 d.c.

ari non sono più venuti. giunti dai confini, non ce ne sono più. ari, cosa sarà di noi? soluzione, quella gente. Kostantinos Kavafis, 1908


Design che prende posizione a lato: Ganesha al computer, Mahabalipuram, India

Il mondo del progetto e, in particolare, il design hanno sempre avuto la capacità di anticipare i fenomeni della società. Addirittura, in alcuni momenti, hanno avuto l’ambizione positiva di determinarli, di prefigurare un modello di sviluppo e sociale alternativo. Così è avvenuto con il Razionalismo. Già Eduardo Persico, nel suo ultimo articolo del 1935 rimasto incompiuto scriveva: tramite la produzione di serie, l’oggetto non è più privilegio di pochi ma acquista la possibilità di entrare in ogni casa, diviene protagonista della vita di ogni giorno; il movimento per un’architettura e una decorazione moderna non ha quindi solo un carattere estetico ma si carica di valenze politiche, economiche, morali1. Mentre nel Secondo Dopoguerra Giulio Carlo Argan vedeva nel disegno industriale il mezzo per una qualificazione della massa quantitativa2 e Rosario Assunto rilevava come la quantità degli oggetti fosse strettamente collegata alla qualità di quanti con tali oggetti avranno a che fare3. Successivamente, di fronte all’emergere in tutta la sua evidenza della società dei consumi, si avvertono i limiti della professione del designer, che appare uno, tra i tanti persuasori occulti: per Filiberto Menna siamo di fronte ad un vero e proprio ridimensionamento della figura del designer “soprattutto se si considerano i compiti ad essi assegnati dalla cultura artistica dell’altro dopoguerra… Restare al di fuori di questo sistema non è possibile né avrebbe senso: l’artista lo sa e accetta di operare dentro il sistema ma per trasformarlo, anche se non più attraverso un’opera di redenzione totale, in cui non crede più, quanto mediante interventi circoscritti nell’ambito di situazioni particolari e ben determinate”4. Siano essi la prefabbricazione

cfr. Edoardo Persico, “La casa nuova”, scritto incompiuto, 1935, in Edoardo Persico (a cura di G. Veronesi), Tutte le opere (1923-1935), Edizioni di Comunità, Milano, 1964. 2 cfr. Intervento di Giulio Carlo Argan in Testo stenografico del I° Congresso Internazionale dell’Industrial Design, 1954. in Giulio Carlo Argan (a cura di Claudio Gamba), Progetto e oggetto. Scritti sul design, Medusa, Milano, 2003. 3 cfr. Rosario Assunto, L’integrazione estetica. Studi e ricerche, Edizioni di Comunità, Milano, 1959. 4 Filiberto Menna, Design, comunicazione estetica e mass-media, in «Edilizia Moderna», n. 85, 1965. 1

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a lato: Yves Béhar, OLPC One Laptop Per Child, Fuse Project

(Argan)5, la personalizzazione dell’oggetto di uso comune (Menna)6, l’”apertura” dell’opera (Eco)7. Poi l’Architettura Radicale ed il Controdesign, in stretto rapporto con il Movimento Studentesco, si fanno fautori di azioni dissacranti di denuncia contro il sistema – “è tempo di guerriglia, è tempo che il design si esponga al vento freddo ed alle vertigini dell’ignoto, che sconfini dai limiti – stagnanti ma sicuri – dei problemi civetta, dei problemi di distrazione, inventati dai potenti… Bisogna rilanciare messaggi, pensieri ed eventi, ma anche oggetti espressivamente violenti, al di là della decenza, della coerenza… il designer nudo del Duemila… sparerà nelle foreste all’impazzata dal proprio bazooka segnali negativi che siano l’incubo delle nostre notti…”8. Mentre, con la creatività di massa, si assiste al ribaltamento del ruolo del progettista demiurgo proprio del Razionalismo: la Global Tools auspica così un mondo in cui scomparirà la distinzione tra coloro che fanno arte da un lato e gli utenti dall’altro, in cui, come scrive Ettore Sottsass, tutti saranno artisti, tutti costruiranno la propria casa e i propri oggetti e l’arte coinciderà con la vita stessa9. È solo negli anni ’80 che, nell’ambito di una generalizzata deregulation, anche nel mondo del design si perde ogni pulsione di intervento sociale. Così nel Manifesto del Bolidismo: “Il bolide verace teorizza alla rovescia, ovvero prima agisce, poi pensa… Il Bolide verace ritiene l’ideologia un freno inutile e dannoso… Il Bolide verace non muore per nessuna causa… Il Bolide verace coltiva la ‘contraddizione’ come l’unica possibilità di adeguamento a velocissimamente mutatesi condizioni… il Bolide verace è un Bolide verace ma se ne frega di esserlo”10. Negli anni ’90, di fronte all’urgenza delle problematiche sociali (la recessione economica, il senso di colpa nei confronti dei problemi dei Sud del mondo) e, soprattutto, ambientali (la crisi energetica, le conseguenze di un’economia basata sull’usa e getta), il design recupera parte della tensione sociale che, da sempre, gli è propria. Le implicazioni di carattere ambientale richiedono un ripensamento tra quanti, a vario titolo, si interessano al design. I motivi appaiono evidenti: come progettista degli oggetti che ci circondano e, sempre più spesso, ci cfr. Giulio Carlo Argan, Progetto e destino, il Saggiatore, Milano, 1965. cfr. Filiberto Menna, La linea analitica dell’arte moderna. Le figure e le icone, Einaudi, Torino, 1975. 7 cfr. Umberto Eco, Opera aperta. Forme e indeterminazione nelle poetiche contemporanee, Bompiani, Milano, 1962. 8 Alessandro Mendini, Oggetti a uso spirituale, «Domus» n.535, 1974. 9 cfr. Ettore Sottsass, Creatività pubblica, «Domus» n.368, 1973. 10 Maurizio Castelvetro, Bolide verace, 1986 (inedito). 5

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Progettare con l’altro Design che prende posizione

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assediano il designer appare corresponsabile del disastro ambientale e, parallelamente, con il proprio lavoro può contribuire a risolverlo. Una condizione, quella del designer che, dopo la fine dei grandi racconti, propria della Postmodernità, è necessariamente quella di “demiurgo debole”11. Rimane da capire in che cosa si concretizzi oggi l’impegno sociale del design. Sicuramente una sfida decisiva è ancora e sempre più rappresentata dalle problematiche ambientali. Negli ultimi anni, anche per effetto della crisi economica, l’attenzione verso l’ecologia è in crescita tra i progettisti e, in modo minore, tra le aziende. In Italia un contributo importante è venuto dalla scuola milanese e, in particolare, dal lavoro teorico e di ricerca di Ezio Manzini12. Parallelamente l’altra tematica importante sul piano sociale è rappresentata dal confronto interculturale. Le disparità tra Nord e Sud del mondo, i crescenti flussi migratori, l’affermarsi di una società inevitabilmente plurale sono sotto gli occhi di tutti. Ma ciò ha, solo in parte, avuto effetti nel mondo del design. Si assiste semmai ad una contaminazione strettamente linguistica – materiali, forme e colori – che, solo raramente, è legata ad una consapevole presa di posizione sul piano sociale. Eppure, come espressione materiale dei rapporti interpersonali, il design può farsi attore di mediazione verso la scelta interculturale – intesa nella sua accezione più contemporanea come confronto paritetico tra alterità a partire da fondamenti condivisi. E, in un tale contesto, l’Italia può giocare un ruolo importante. Per una vocazione naturale allo scambio: gli italiani sono per storia e tradizione popolo di migranti. Ma anche per lo spazio che il nostro paese occupa dal punto di vista geografico, come diaframma tra Nord e Sud del mondo. Così Stefano Boeri: “Eppure… il grande e profondo motore del design italiano può oggi ripartire. Può tornare a pompare forme e soluzioni, alimentandosi di esperienze pratiche e di nuove tecnologie, sfornando prodotti ad alto valore estetico e simbolico. Purché si abbandoni una volta per tutte una compiacente nostalgia (che favorisce solo coloro che sopravvivono grazie alla celebrazione di un mito) e si accetti di guardare in faccia la nuova realtà delle nostre città. 11

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cfr. Ezio Manzini, Artefatti. Verso una nuova ecologia dell’ambiente artificiale, Domus Academy, Milano, 1990. cfr. Carlo Vezzoli, Ezio Manzini, Design per la sostenibilità ambientale, Zanichelli, Bologna, 2007.


e gli stili di vita sono plurali, ma anche le tradizioni artigianali e i bisogni sono molto più articolati e complessi di tre decenni fa… è la sperimentazione, in una città mondo, dell’idea che il design possa tornare ad essere un fattore di coesione e integrazione sociale e culturale”13. Tutto ciò può avere ripercussioni importanti anche in ottica di mercato. Con Lidewij Edelkoort, una delle più importanti trends forecaster al mondo: “La gente è stufa di trovare gli stessi negozi, gli stessi marchi, lo stesso gusto ovunque… Il ‘global style’ non esiste, è stato creato dalle aziende ma non funziona più quando i consumatori viaggiano molto. La gente cerca sempre di più l’esperienza unica, personale e quindi il gusto e il cibo veramente locali, per riqualificare l’esperienza di viaggio… Come nel XVIII secolo ci fu una reazione alla serializzazio-

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Che sono oggi la culla di grandi società cosmopolite, dove non solo le pratiche del consumo

ne industriale in Inghilterra, e la nascita del movimento degli Arts & Crafts, così anche oggi la gente vuole soluzioni appositamente create per sé, coniate su misura del proprio desiderio”. E relativamente al ruolo dell’Italia, alla domanda se questa potrà occupare una posizione in primo piano: “…in teoria sì perché gli skills artigianali, per ora, in Italia ancora ci sono. Purtroppo però il livello dell’educazione nel settore del progetto e della moda, fatte poche eccezioni, non è alto, e i nuovi talenti non sono sostenuti come in altri Paesi. C’è una grande americanizzazione del Paese, anche sostenuta da una tv spazzatura che impera e ha effetti negativi sull’italianità intesa come senso innato del bello. Dall’altro lato, sostenere l’italianità non significa, come invece purtroppo accade, chiudersi allo straniero. È assolutamente necessario che, per crescere, l’Italia comprenda e accetti le migrazioni di massa e ne tragga tutti i possibili vantaggi a livello di interscambio culturale, estetico e di gusto. La capacità di aprirsi e accettare il nuovo sarà la chiave del futuro successo del made in Italy”14. Vittoria Franco, a proposito delle problematiche implicate dalla società multietnica, parla così di “Sfida creativa verso l’altro”15, un’espressione sicuramente efficace anche per il tema oggetto di questo testo.

Stefano Boeri, “Il design, la città e i desideri”, in Stefano Boeri, Lucia Tozzi, Stefano Mirti (a cura di), Geodesign. La mobilitazione dell’intelligenza collettiva. 48 progetti per Torino, Abitare Segesta, Milano, 2008, p. 8. 14 In Laura Traldi, Il design? Mai più ovvio e banale, «Interni» n.589, 2008. 15 cfr. Vittoria Franco, Etiche possibili. Il paradosso della morale dopo la morte di Dio, Donzelli, Roma, 1996. 13

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La sfida dell’interculturalità a lato: Titanic, negozio di parrucchiere, M’diq, Marocco

Le disparità crescenti tra Nord e Sud del mondo, le conseguenze dei cambiamenti climatici – innalzamento della temperatura, desertificazione, siccità, carestie – la diffusione di conflitti hanno portato ad un incremento dei flussi migratori. Immediata conseguenza di quanto sopra è l’affermarsi di società plurali in cui individui provenienti da diverse parti del mondo convivono, si confrontano, si mischiano. Numerosi sono i dati che potrebbero essere citati: per rimanere solo all’Italia all’inizio del 2011 si contava una presenza straniera pari a circa 5,4 milioni di unità (con predominanza di Romeni, Albanesi, Marocchini e cinesi in questo ordine)1, mentre le previsioni prevedono per il 2031 8,5 milioni di residenti (contro i 4,6 attuali)2. Tutto ciò non avviene senza conflitti. La diversità di pensiero, abitudini e comportamenti sono ora viste come motivo di crescita culturale ora come pericolo di perdita identitaria – non ricordando che da sempre la ricchezza delle civiltà sta nel confronto e nello scambio e che culture chiuse in se stesse sono tradizionalmente destinate ad indebolirsi e scomparire. Mentre il contributo in termini lavorativi degli immigrati è troppo spesso visto come pericolo in chiave occupazionale – senza pensare che quasi sempre questi svolgono funzioni che gli italiani non vogliono più ricoprire (si guardi all’interessante libro che racconta una giornata di lavoro senza extracomunitari)3. Con Kofi Annan: “I migranti sono una parte della soluzione e non una parte del problema…”. La convivenza non è semplice. Se è vero come scrive Thor Heyerdhal che: “Le frontiere? Esistono eccome. Nei miei viaggi ne ho incontrate molte e stanno tutte nella mente degli cfr. Fondazione ISMU, Diciassettesimo Rapporto sulle migrazioni 2011, Franco Angeli, Milano 2011. cfr. ivi i dati ISTAT e ISMU. 3 Vladimiro Polchi, Blacks out, Laterza, Roma-Bari, 2010. 1

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uomini”4 è altrettanto vero che la coesistenza non sempre è facile e tante sono le implicazioni della problematica. Un manifesto tedesco degli anni novanta sintetizzava efficacemente la complessità del tema. “Il tuo Cristo è ebreo. La tua macchina è giapponese. La tua pizza è italiana. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è uno straniero”5. In più troppo spesso, da alcuni parti, la problematica è stata eccessivamente banalizzata. Come scrive Samgati: “…anche dalla xenofilia acritica, da un atteggiamento a priori e indiscriminatamente favorevole all’immigrazione, possono derivare malintesi e ostacoli a una società più aperta ed equa”6. “Presi da eccessi di buonismo, si rischia poi di sconfinare in una sorta di ecumenismo che per allontanare i primi accenni di razzismo dei ragazzi porta a dire: ‘Siamo tutti uguali.’ In questo modo si legittima l’altro solo perché è uguale a noi, non perché è diverso e come tale va rispettato”7. Il fenomeno è stato, nel tempo, variamente interpretato dagli analisti sociali. Inizialmente si è parlato di integrazione intesa come necessità da parte dei nuovi venuti di adeguarsi alle regole culturali della società di arrivo. Un concetto, quello di integrazione, ancora oggi molto diffuso sia nel linguaggio comune che a livello di dibattito politico. Successivamente si è visto nel multiculturalismo e dunque nel mantenimento dei modelli di partenza e nella convivenza tra le diverse etnie la soluzione democratica dei conflitti. L’integrazione oggi non può voler dire assimilazione al nostro modello culturale, ammesso che ne esista uno, valido in assoluto. La richiesta di assimilazione è ingiusta perché implica che il costo dell’adattamento sia pagato esclusivamente dai migranti, in termini di libertà del loro stile di vita. Poiché la società democratica è profondamente pluralista e riconosce a ciascuno il diritto di libertà culturale, la richiesta di uniformarsi ai nostri usi e costumi di per sé uniformi è insieme contraddittoria e discriminatoria. Ciò ha portato però alla creazione di quartieri monoculturali che talvolta sono divenuti dei veri e propri ghetti. L’opzione attuale è quella della scelta interculturale in cui si afferma che è necessario che da entrambe le parti – quella di chi arriva ma anche quella del residente – ci sia un avvicinamento cit. in Marco Aime, Eccessi di culture, Einaudi, Torino, 2004, p. 6. ivi, p. 73. 6 Samgati, Il mondo in casa. Storie da una piazza italiana, Laterza, Roma-Bari, 2006. 7 Marco Aime, op. cit., p. 61. 4 5

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glianza tra i sessi, parità sul lavoro, tutela dell’infanzia. “Non a caso gli attentati che insanguinarono Londra nel 2005 furono progettati da giovanissimi cresciuti in Gran Bretagna, ma nel chiuso del loro cortile etnico e religioso. L’unica arma contro l’integralismo e il razzismo è l’integrazione fra i gruppi. Che è possibile solo se ciascuno rinuncia a una parte della propria identità per far posto a dei valori comuni. Fondati su quei diritti universali – come l’uguaglianza tra i sessi, le libertà politiche, giuridiche – che le democrazie occidentali riconoscono come patrimonio inalienabile degli individui. E non dei gruppi, delle famiglie o delle comunità”8. Così qualche anno fa Umberto Eco in un colloquio con il cardinale Carlo Maria Martini, soffermandosi sul concetto di “Altro in noi”: “dobbiamo innanzitutto rispettare i diritti della corporalità

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e che, al tempo stesso, devono esistere regole condivise basate sui principi universali – ugua-

altrui, tra i quali anche il diritto di parlare e pensare. Se i nostri simili avessero rispettato questi diritti del corpo non avremmo avuto la strage degli innocenti, i cristiani nel circo, la notte di San Bartolomeo, il rogo per gli eretici, i campi di sterminio, la censura, i bambini in miniera, gli stupri in Bosnia”9. Mentre Enzo Bianchi, la civiltà non comincia con un: ‘vienimi incontro’, ma con un ‘veniamoci incontro’. Il che vuol dire: facciamo un po’ di passi tutti e due, uno verso l’altro; stringiamo un patto, stabiliamo un terreno d’intesa, magari minimo, però comune10. Su posizioni analoghe anche Umberto Galimberti; “…oggi non c’è altra modalità di convivenza se non quella del reciproco riconoscimento, che non è l’assimilazione che dice: ‘Tu sei un uomo come noi, dunque non ti resta che elevarti al nostro modo di essere’, né l’integrazione che priva l’altro della sua alterità e quindi del costitutivo della sua identità, ma il sostegno dell’alterità che evita alle relazioni multiculturali di precipitare nella somma indifferente delle identità puramente accostate e rese esangui nel loro potenziale creativo”11. Perché ciò avvenga è necessario che ciascuno faccia un passo indietro ed abdichi alle proprie certezze. Ciò appare importante nei rapporti tra Nord e Sud del mondo da sempre caratterizzati da una predominanza politica e culturale da parte dei paesi economicamente più ricchi. La fine del grande racconto del Moderno implica anche la fine di quel monologo culturale che, proprio dell’uomo occidentale, ha impedito di percepire l’altro come tale e di creare con questo Marino NIola, Quando la tradizione è un abbraccio mortale, «il venerdì di Repubblica» 25 febbraio 2011. Umbero Eco, Carlo Maria Martini, In cosa crede chi non crede?, Liberal libri, Roma, 1996. 10 cfr. Enzo Bianchi, L’altro siamo noi, Einaudi, Torino, 2010. 11 Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli, Milano, 2009, p. 363. 8 9

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sotto e a lato: Tatuaggio con Henna, M’diq, Marocco

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vera reciprocità; “l’occasione è di capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con l’etica della coesistenza, che nessuno ha il monopolio di nulla, che l’idea di una civiltà superiore a un’altra è solo frutto di ignoranza, che l’armonia, come la bellezza, sta nell’equilibrio degli opposti e che l’idea di eliminare uno dei due è semplicemente sacrilega”12. Una volontà di predominio del Nord verso il Sud che, nel tempo, si è manifestata sotto diverse forme; e non è che quelle meno evidenti non si presentino come maggiormente pericolose. Così Vandana Shiva, da Sud: “Quando i saperi locali riemergono nel quadro della globalizzazione, li si fa scomparire negandone lo status di sapere sistematico e definendoli primitivi e non scientifici. Il sistema occidentale, invece, è considerato il solo scientifico e universale. La definizione di scientifico data dai sistemi moderni di conoscenza e quella di non scientifici riservata ai sistemi tradizionali, non ha tanto a che fare con il sapere, ma con il potere”. E Fatema Mernissi: “…Il nuovo imperialismo che domina noi non-occidentali non si manifesta più con l’occupazione fisica: il nuovo imperialismo non è neanche economico, è più insidioso… Il nemico è radicato… nelle nostre teste, è il nostro modo di contare, consumare, acquistare, calcolare…”13. Fondamentali in chiave interculturale risultano la simpatia intesa come sentire-con lui e l’empatia nel significato di capacità di metterci al posto dell’altro, di comprenderlo dal suo interno. Tutto ciò si esprime nel confronto tra identità e alterità. Il rapporto con l’altro è importante perché ci porta a riflettere sulla nostra identità e così facendo, necessariamente siamo portati a cambiare. Ryszard Kapuściński, che ‘di altri’ indubbiamente se ne intende. Gli altri… sono lo specchio in cui guardarsi e capire chi si è”14. Mentre per Serge Latouche non ha senso prefigurare una cultura universalmente valida, inesistente, ma di conservare un pensiero critico affinché l’altro e la sua cultura contribuiscano a dar senso alla nostra15. Con Barbara Spinelli: “Grazie allo straniero siamo portati a chiederci, forse per la prima volta, chi siamo, che cosa vogliamo, da Tiziano Terzani, “Lettera dall’Himalaya”, in Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, Longanesi, Milano, 2002, p. 176. Fatema Mernissi, Les sinbads Marocains. Voyage dans le Maroc civique, Editions Marsam; trad. it. a cura di E. Bartuli, Karawan. Dal deserto al web, Giunti, Firenze, p. 85. 14 cfr., tra l’altro, Ryszard Kapuściński, Ten Inny, 2006; trad. it. a cura di V. Verdiani, L’altro, Feltrinelli, Milano, 2007. 15 cfr. Serge Latouche, Entre mondialisation et décroissance. L’autre Afrique, 2007; trad. it. a cura di V. Carrassi, Mondializzazione e decrescita. L’alternativa africana, Dedalo, Bari, 2009. 12

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pagg. 22-23: Ayasofya, Istanbul

Galimberti: il rapporto con l’altro ci porta a ribadire la nostra identità che lo straniero con la sua alterità contribuisce a rafforzare, mentre invece deve portarci a metterci in questione, a sottoporre ad esame le nostre leggi, a discutere i nostri valori. Nel confronto con l’alterità capiamo meglio noi stessi. “…senza lo straniero, l’altro da noi per eccellenza, la nostra identità sarebbe sminuita”17. Un confronto, quello tra identità e alterità, che riserva non poche sorprese. L’accettazione dell’alterità è infatti legata ad una pluralità di fattori difficilmente descrivibili. In genere il livello culturale appare importante e strettamente legato alla capacità di comprensione, anche se “…sono gli ‘altri di qui’ a dover comprendere gli ‘altri di là’, più di quanto non sappiano fare

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dove veniamo. E per effetto di questa domanda siamo portati a trasformarci”16. Ancora con

gli studiosi, che, salvo rare eccezioni, hanno sostanzialmente taciuto – imbarazzati, con pochi strumenti conoscitivi, smarrita la bussola dell’oggettività della scienza, e il fascino del partire e dell’esotico – su questi arrivi degli altri tra noi”18. Un ruolo fondamentale, in tal senso, è sicuramente svolto dalla scuola. Numerosi sono gli studi che dimostrano come le classi in cui forte è la componente di bambini e ragazzi immigrati, superate le difficoltà iniziali, presentano capacità di apprendimento superiori alla media. Ma, al di là di ciò, è proprio nella scuola e nel ruolo centrale che questa svolge sul piano culturale che si gioca una partita decisiva per l’affermazione del modello interculturale. Così Umberto Eco, qualche anno fa, di fronte all’affermarsi della multietnicità: “Gli intellettuali non possono battersi contro l’intolleranza selvaggia, perché di fronte alla pura animalità senza pensiero il pensiero si trova disarmato. Ma è troppo tardi quando si battono contro l’intolleranza dottrinale, perché quando l’intolleranza si fa dottrina è troppo tardi per batterla, e coloro che dovrebbero farlo ne diventano le prime vittime. Eppure lì sta la sfida: educare alla tolleranza gli adulti che si sparano addosso per ragioni etniche e religiose è tempo perso. Troppo tardi. Dunque l’intolleranza selvaggia si batte alle radici, attraverso un’educazione costante che inizi dalla più tenera infanzia, prima che sia scritta in un libro, e prima che diventi crosta com-

Barbara Spinelli, Ricordati che eri straniero, Qiqajon, Magnago (BI), 2005, p. 14. Umberto Galimberti, op. cit., p. 56. 18 Vito Teti, “Geografie ed etnografie dell’interno”, in Marta Petrusewicz, Jane Schneider e Peter Schneider, I Sud. Conoscere, capire, cambiare, il Mulino, Bologna, 2009, p. 182. 16 17

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a lato: Topolino, Minnie e Rosalyn White, “Miss collegiate African American”, Magic Kingdom, Walt Disney World Resort, USA

portamentale troppo spessa e dura”19. Secondo Galimberti occorre stimolare la formazione di una “cultura ampia, critica e perciò tollerante”20 che può essere garantita da una educazione filosofico-umanista (non solo tecnico-scientifica dunque), una cultura che non è solo visione ma riflessione, che stimola “l’immaginazione narrativa che ci consente di metterci nei panni dell’altro”21. La scuola dunque come laboratorio, scuola pubblica che accoglie bambini di diversi paesi, ricchi e poveri, abili e disabili come laboratorio di cultura di confronto e condivisione. In quest’ottica centrale appare il tema delle seconde generazioni. “Spesso i primi immigrati cercano l’integrazione e per farlo, talvolta, occultano o rimuovono temporaneamente aspetti della loro cultura e della loro storia. Accade poi che i figli, per i quali l’integrazione non è più così difficile, tentino di recuperare il loro passato o, come spesso si sente dire, di ritrovare le loro radici”22. I disagi delle seconde generazioni sono raccontate da Igiaba Scego, nata in Italia da famiglia Somala: “Sono un crocevia, mi sa. Un ponte, un’equilibrista, una che è sempre in bilico e non lo è mai: alla fine sono la mia storia. Sono io e i miei piedi”23. E poi l’assurdità di chi non è nato in Italia, e magari ci è venuto a un mese di vita e, ancor più, di chi nasce in Italia da genitori stranieri che deve chiedere continuamente il permesso di soggiorno con la predominanza dello ius sanguini sullo ius soli – cosicché “…molti della cosiddetta seconda generazione vivono da stranieri nella loro nazione. Hanno vite bloccate perché non avere la cittadinanza, oltre a essere pesante a livello simbolico, ti impedisce di iscriverti agli albi professionali, di viaggiare, di dire la tua attraverso il voto nel paese che è tuo da tutta una vita”24. Si pensi, in tal senso, all’importante, recente, campagna L’Italia sono anch’io, per il diritto di cittadinanza e di voto. Numerose, dunque, le sfaccettature della tematica, per un dibattito crescente cui non contribuiscono solo studiosi di settore – dal sociologo all’antropologo, dall’esperto di fenomeni culturali al politico – ma, inevitabilmente, quanti, a più livelli e nei più diversi campi, operano sulla contemporaneità.

Umberto Garimberti, op, cit., p. 31. ivi, p. 376. 21 ivi, p. 378. 22 Marco Aime, op. cit., p. 68. 23 Igiaba Sciego, La mia casa è dove sono, Rizzoli, Milano, 2010, p. 31. 24 ivi, p. 107. 19

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Campi meticci a lato: Fang, maschera Constantin Brancusi, Musa addormentata, 1913

Scambio e creatività Le culture si sono da sempre confrontate, scambiate, meticciate. Anzi, tradizionalmente, le culture si sono indebolite e sono scomparse quando non sono state capaci di trasformarsi nel rapporto con l’esterno – “La grandezza delle culture è anche nella loro permeabilità”1. Con Massimo Canevacci che, addirittura, si spinge ad affermare: “Il soggetto diasporico come pluralità interna-esterna, è il soggetto dell’attraversamento e dell’incrociamento, perché l’attraversamento contiene al suo interno l’incrocio; allora la diaspora come disseminazione di pluralità di forme, di frammentazione di forme, la diaspora non più segnata, non più marcata dallo sradicamento diviene una delle forme più interessanti, più libere, più creative del contesto contemporaneo”2. Infiniti sono gli esempi che possono essere citati. Il caso di Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul, con il Bosforo che, tradizionalmente, rappresenta la linea di confine tra due continenti, due culture, due mondi – l’Oriente e l’Occidente. Santa Sofia o Ayasofya, prima chiesa, poi moschea, oggi museo in cui “Mosaici cristiani e versi del Corano sembrano inseguirsi…”3. “Vista da fuori, Istanbul può essere il ponte tra Oriente e Occidente, o la frontiera dell’Occidente, o tante altre cose ancora. Ma io miro a rappresentare Instanbul dall’interno: e, se ci vivi, non vedi questa o quella funzione. Certo, nella città ci sono molte cose che vengono dall’Europa, moltre altre che vengono dall’Asia. È nel mezzo: ma nessun abitante di Istanbul dirà mai: ‘Oh, oggi vado in Asia’, se deve attraversare il ponte per andare dal dentista… Io sono turco, non vivo di qua o di là, resto nel mezzo, a cavallo di due Tiziano Terzani, “Lettera da Quetta”, in Tiziano Terzani, op. cit., 2002, p. 95. Massimo Canevacci, cit. in Giuseppe Lotti, Saverio Mecca, “Introduzione” in Giuseppe Furlanis, Giuseppe Lotti, Saverio Mecca (a cura di), Abitare mediterraneo. Contributi per una definizione, Grafiche Martinelli, Bagno a Ripoli (FI), 2004, p. 14. 3 Marco Aime, op. cit., p. 6. 1

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a lato: La regina Vittoria, statua yoruba, Nigeria

culture. Tutta la mia vita è segnata dall’incontro di Occidente e mondo islamico. Non credo allo scontro di civiltà4. Ma anche la Sicilia dei normanni e, soprattutto, di Federico II, caratterizzata da una forte continuità con gli anni della dominazione araba che aveva già raggiunto livelli culturali altissimi – con Palermo capitale importante al pari di Cordoba o del Cairo, per le sue architetture, la formazione, gli studi scientifici e giuridici. Sono gli anni in cui nasce la Scuola Siciliana, crocevia culturale tra Oriente ed Occidente, Nord e Sud, latini, greci, ebrei e arabi, primo vero movimento unitario della letteratura poetica italiana, si sviluppa una superba architettura che dalla dominazione araba recupera forme e stilemi – si pensi alla Zisa alla Cuba ma anche ai mosaici della Cappella Palatina e di Monreale, realizzati insieme da maestranze bizantine ed islamiche. E, più vicino a noi, Londra che negli anni ’90 del ‘900 si afferma come una fra le città più multietniche al mondo, con numerose comunità provenienti da ogni dove (prima le vecchie colonie e poi tutto il pianeta – un londinese su tre è nato all’estero), sede delle più importanti aziende del pianeta, con mercatini in cui si vende di tutto, si mangia di tutto, si ascolta tutto…5, capace di fare tendenza sulla cultura, l’arte, la moda, che ha visto fiorire una importante schiera di creativi – si pensi, solo per restare al design, a Ron Arad, Marc Newson, Tom Dixon… Ovviamente ciò non avviene in maniera semplice e tranquilla. “…nella storia della creatività umana la maggior parte degli individui più innovatori sono ‘uomini ai margini’, gente che ha provato fino in fondo l’acuto contrasto fra diverse tradizioni culturali finendo per generare nuovi modi di vedere – facendo ponte tra culture, sintetizzandole o criticandole”6. Si pensi alle già citate rivolte scoppiate a Londra nell’estate 2011. Così, ad esempio, Tangeri, per la sua posizione invidiabile – porta del Mediterraneo e al tempo stesso dell’Africa, distante dall’Europa solo 14 chilometri – a lungo porto franco, zona internazionale, città di confine per eccellenza ma soprattutto rifugio di artisti ed intellettuali in cerca di un clima molto favorevole, amicizie, amori a buon mercato, da Henry Matisse nel suo passaggio dal fauvismo alle sue opere più conosciute, ad Allen Ginsberg e William Burroughs, Orhan Pamuk, Istanbul, porta fra Est e Ovest, intervista a Orhan Pamuk, http://www.atma-o-jibon.org cfr., tra l’altro, Marco Niada, La nuova Londra. Capitale del XXI secolo, Garzanti, Milano, 2008. 6 Ulf Hannerz, La diversità culturale, il Mulino, Bologna, p. 98. 4 5

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esponenti della Beat generation, dal pittore Francis Bacon a Tennessee Williams, a Jean Genet che hanno animato le feste della Tangeri degli anni ’50 – primi ’60 – “Mi ricordo tutto: Era un periodo di dolce euforia, Tangeri era così lontana dall’America che sembrava di essere su un altro pianeta”7. Una Tangeri che oggi vive appieno la sua posizione di città di confine, da cui guardare le luci dell’Europa, sogno vicino ma irraggiungibile “Era amata soprattutto da lontano, le venivano fatte promesse come a una fidanzata trascurata. È spesso il destino delle città aperte, città di confine, città che tendono le braccia al prossimo, finendo per diventare una sedia davanti allo specchio, una poltrona sbilenca di fronte al mare”8. … attorno alla tavola Tra i settori in cui il confronto, lo scambio, il meticciamento sono avvenuti più in modo più diretto sicuramente quello della cucina. “Nella realtà nessuna cucina al mondo è immune da contatti e influenze con altre tradizioni; gli scambi fanno parte della storia e i sapori si sono sempre incrociati ed evoluti. Anzi, si può senza dubbio sostenere che maggiori sono gli scambi di un popolo e più ricca e piacevole risulta la cucina”9. Tutto ciò nella storia è avvenuto su tempi lunghi a causa della difficoltà di trasporti e poi in seguito a guerre di conquista, proselitismo religioso, economia di sfruttamento coloniale; oggi tutto è cambiato con i ritmi sempre più rapidi della comunicazione. Basta frequentare una qualsiasi libreria per trovare un campionario di testi che, a più livelli – dall’esotismo a buon mercato alla scelta modaiola in versione fusion – dispensano consigli su come cucinare piatti di tutti i luoghi del mondo. Più interessanti sicuramente i contributi che guardano alla cucina come veicolo di intercultura; tra questi l’attenta pubblicazione curata da La Lucerna, Laboratorio interculturale su Il pane in festa. Tra i popoli e le culture – “In questo libro non si troverà una raccolta di ricette su come fare il pane, su quali ingredienti usare e in quali proporzioni. Si troveranno racconti di esperienze, che vengono da Paesi diversi o rispecchiano antiche tradizioni culturali tramandate di famiglia in famiglia, per secoli. Il pane diven-

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Allen Ginsberg, citato in Tahar Ben Jelloun, Marocco, romanzo; trad.it. a cura di C. Poli, Einaudi, Torino, 2010, p. 37. ivi, pp. 50-51. Andrea Perin, Ricette scorrette. Racconti e piatti di cucina meticcia, elèuthera, Milano, 2009, p. 11.


rapporti umani e la conoscenza di popoli che si incontrano… ‘Pane in festa’ esalta un cibo semplice e essenziale; vuole contribuire a diffondere la cultura della sobrietà, della condivisione e della pace, in un mondo in cui vorrebbero prevalere il consumismo, la legge di mercato tesa solo al profitto e alla competitività”10. Ricco di spunti anche il testo di Andrea Perin su le “ricette scorrette”. L’autore raccoglie ricette riviste da una serie di amici e conoscenti: “Alcuni meticciano con convinzione, si inventano

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ta elemento di interculturalità, che parla di tradizioni e simboli: invita allo scambio e favorisce i

ricette e a volte ne hanno proposte più di una; qualcuno lo fa quasi senza accorgersene e in qualche caso è stata una scoperta fatta insieme, chiacchierando. Non si trattava di una ritrosia ma molto più probabilmente di non consapevolezza, perché la pratica di adattarsi agli ingredienti disponibili e di sperimentarne qualcuno nuovo è una consuetudine che si ritrova in tutte le cucine casalinghe del mondo. Forse in qualche caso, è altrettanto inconsapevole una certa resistenza ad ammettere che si annacquano le proprie tradizioni o non si rispetta fedelmente la cucina ospite”11. Anche il fiorire di ristoranti etnici ci racconta il cambiamento – inizialmente i cinesi, poi i giapponesi, i messicani, i marocchini… Esperienza sicuramente particolare quella del ristorante multietnico Paladar, nato a Firenze 15 anni fa, in cui collaborano fianco a fianco, con successo, donne di diversa provenienza nell’organizzazione di catering e ristorazione. Parallelamente gli immigrati presentano una grande varietà / complessità delle situazioni – praticano sia la cucina di origine sia quella italiana (a seconda delle situazioni: per la famiglia, nei giorni di festa, per amici italiani) e al tempo stesso la meticciano fortemente a livello di alimenti, piatti, ingredienti. Interessante, a tal proposito, l’aneddoto raccontato da Don Piero Gallo, parroco di un quartiere torinese a forte presenza di immigrati: in una scuola materna un giorno le maestre decidono di preparare il couscous tradizionale: una volta mangiato le maestre chiedono ai bambini, soprattutto ai magrebini, di dare un giudizio, sentendosi rispondere che sì, era buono, ma preferivano quello di mamma che metteva uno strato di couscous e uno di tortellini, uno di couscous…12. Lucia Ondere, Premessa, in “La Lucerna” Laboratorio interculturale (a cura di), Il pane in festa. Tra i popoli e le culture, Sinnos, Roma, 2006, pp. 11-12. Andrea Perin, op. cit., pp. 23-24. 12 cit. in Marco Aime, op. cit., p. 136. 10

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a lato: Nick Cave, Soundsuit, 2011

re più difficoltosa – da una parte l’immigrazione è recente, dall’altra… la cucina della mamma è la cucina della mamma – così nel 2006 solo il 2% consumava regolarmente cibi etnici, in Francia il 10,8%, in Germania il 16,6%13. Ma il tema è ben presente ed oggetto di discussione (nel 2008 le liti di condominio sono state per il 27% attribuibili ai forti odori delle spezie usate dagli immigrati) soprattutto politica; si pensi alle

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In Italia l’affermazione della cucina etnica appa-

battaglie della Lega Nord per il sì alla polenta, no al couscous e, in tal senso, attenzione a non confondere tali estremismi con slow food… In realtà la cucina, prima di altri campi, dimostra in maniera incontrovertibile “la friabilità dei confini”14, costruzione artificiosa e, al tempo stesso, si presenta come un’alternativa alla semplificazione ed al livellamento in nome di scelte inevitabilmente personali, mediate, incrociate e sfumate. … tra le righe Tra i settori che con maggiore tempestività hanno registrato i cambiamenti della società va citata sicuramente anche la letteratura. Molteplici sono i testi che potrebbero essere ricordati così come gli autori associabili a singole situazioni, dall’inglese Zadie Smith, con il successo di Denti bianchi (2000)15, ritratto della Londra multiculturale – “Volevo solo mostrare che ci sono comunità che funzionano bene. C’è tristezza per il modo in cui le tradizioni svaniscono ma volevo mostrare persone che si sforzano di capirsi l’un l’altro, nonostante le differenze culturali”16, all’algerino Amara Lakhous, con il suo Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio17, in cui si intrecciano le storie degli abitanti del quartiere più multietnico di Roma – “il razzista non sorride! Il problema del razzi-

sta non è con gli altri ma con se stesso… Medici di tutto il mondo unitevi! Inventate un nuovo Immigrati, l’integrazione si ferma in cucina, comunicato stampa dell’associazione nazional-europea degli amministratori d’immobili, www.anammi.it 14 cfr. Andrea Perin, op. cit., p. 25. 15 Zadie Smith, White teeth, vintage International, London, 2000; trad. it. a cura di L. Grimaldi, Denti Bianchi, Mondadori, Milano, 2001. 16 Cultural forces, interview with amazon.co.uk. 17 Amara Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, E/O, Roma, 2006. 13

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rimedio per curare i razzisti dall’invidia e dall’odio”18. Restando al nostro paese, per sistematicità e quasi esaustività appare assai interessante lo studio condotto da M. Cristina Mauceri e M. Grazia Negro che, come esempio di letteratura comparata, analizzano criticamente il contributo sul tema di scrittori italiani e migranti nell’arco temporale dal 1990 al 200819. Le tematiche affrontate comprendono un’ampia casistica di situazioni e problematiche – dalle figure della clandestinità (in tutte le sue sfaccettature: sofferenza, delinquenza, prostituzione) a quelle dello straniero in via di integrazione (colf, badanti, altri lavoratori), fino agli integrati –, a definire un quadro in cui emerge “un percorso ancora tutto in salita, per la letteratura italiana contemporanea (e per la nostra società stessa) che ha cominciato a muovere solo i primi, esitanti passi, verso la rappresentazione di un fenomeno mondiale, quello della presenza in Europa dello straniero, in una società non più soltanto multiculturale, perché non basta più, ma in una prospettiva profondamente interculturale. Altrimenti la letteratura arretra e diventa cultura massificata, anzi, una fotocopia della comunicazione di massa e dei discorsi dei politici”20. Dallo studio delle due autrici emergono differenze tra i testi di autori italiani e scrittori migranti. Salvo rare eccezioni negli autori italiani continuano a dominare gli stereotipi – straniero-clandestino-delinquente -; mentre nei testi migranti la figura di riferimento è quella dell’integrato, occupato a vario titolo non solo nei lavori meno qualificati. I secondi sono più precisi a descrivere le fasi del processo migratorio (per esperienza diretta) e tutte le sofferenze ed i disturbi connessi; i più capaci tra i primi sono quelli che operano nel settore (mondo del sociale e dell’accoglienza) e del sud (che più da vicino vivono l’esperienza e che spesso hanno ricordi familiari di emigrazione). Le differenze tra scrittori italiani e stranieri emergono sul piano dell’uso linguistico –nei testi degli italiani i migranti parlano in maniera scorretta – e nella descrizione evasiva e generica del paese di provenienza. Tutto ciò porta le autrici ad affermare: “Sono ormai passati quasi quarant’anni dai primi arrivi migratori in Italia e possiamo concludere dicendo che in base ai testi analizzati siamo appena

ivi, pp. 51 e segg. M. Cristina Mauceri, M. Grazia Negro, Nuovo immaginario italiano. Italiani e stranieri a confronto nella letteratura italiana contemporanea, Sinnos, Roma, 2009. 20 ivi, p. 91. 18 19

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tuosi scambi reciproci e che comporti anche una trasformazione della società italiana in modo che nasca una nuova cultura basata sullo scambio e sulla valorizzazione reciproca”21. … nell’arte Come tutti i fenomeni culturali, pure l’arte è da sempre caratterizzata da frequenti scambi. La stessa arte tribale che apparentemente si presenta come espressione di un nucleo lega-

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all’alba di un’integrazione dinamica e dignitosa tra autoctoni e stranieri, che consista in frut-

to ad un particolare contesto è frutto di contaminazioni; seppur nella difficoltà maggiore di confronto legata alle distanze e all’assenza di mezzi di trasporto anche le popolazioni africane non hanno mai vissuto completamente isolate e, come in Europa, gli artisti adottavano stili diversi, mutavano le loro tecniche, utilizzavano oggetti diversi nel contatto con tribù più o meno vicine. In alcuni momenti lo scambio è divenuto vero e proprio elemento programmatico; ciò per motivazioni di carattere ideologico-politico, religioso, sociale e, in seconda istanza, culturale e formale. Con Mario Bussagli nel suo testo La via dell’arte tra Oriente e Occidente: “…il dialogo fra Oriente e Occidente è più fluente in particolari momenti, mentre in altri si affievolisce: di continuo si adatta alla trama complessa degli avvenimenti politici, che sono quasi sempre prodotti da spinte economiche e mercantilistiche… Va notato però che scambi o influssi di qualche consistenza si hanno solo quando esiste un sostegno ideologico/religioso o laico sufficientemente sentito”22. Così per le chinoiseries che sono figlie dell’impegno francese e, più in generale, europeo in Cina, o al contrario per il realismo maoista che ha utilizzato tecniche prettamente europee. In generale, comunque, quando l’Occidente ha guardato verso altre forme artistiche lo ha fatto mosso da un diffuso senso di superiorità. Così l’arte asiatica era considerata ‘minore’ perché non utilizzava la prospettiva ma una rappresentazione dello spazio maggiormente interiorizzata e profonda; non si capiva l’importanza paritetica attribuita dalla cultura cinese a tutte le arti; per molti anni sono state apprezzate le opere del Gandhara indiano, vero e pro-

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ivi, p. 315. Mario Bussagli, La via dell’arte tra Oriente e Occidente. Due millenni di storia, Giunti, Firenze, 1986, p. 60.

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a lato: Vestito Yao rosso, Vietnam

corrispondevano a canoni diffusi. Tale senso di superiorità si amplifica fino a sconfinare in una sorta di vero e proprio razzismo con l’intensificarsi dei rapporti e degli scambi nel XVI–XVIII secolo. Mentre già nell’’800 con l’Orientalismo – con il gran numero degli studiosi che ancora guarda all’alterità come ad una realtà fortemente sottosviluppata – e poi nei primi del ‘900, con le avanguardie storiche, l’atteggiamento comincia a cambiare, frutto prima dell’esotismo e poi della ricerca di semplicità e purezza (si pensi all’amore per l’arte giapponese di figure

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prio adeguamento al pensiero buddista dei mezzi figurativi elaborati dalla classicità greca che

come Van Gogh, Gauguin e poi Mondrian, Frank Lloyd Wright). È soprattutto con le avanguardie storiche nei primi del ‘900, attraverso il lavoro di importanti collezionisti, che l’attenzione verso esperienze artistiche ‘altre’ si fa più forte. Così i fauves e cubisti in Francia e gli espressionisti in Germania furono i primi ad attribuire la dignità d’arte alle opere africane, di quella che veniva definita come art nègre. Emil Nolde scrive: “Com’è possibile che noi artisti siamo così spesso attratti dai manufatti dei popoli primitivi? Nella nostra epoca qualsiasi recipiente di terracotta, qualsiasi gioiello, oggetto di uso comune o abito devono prima essere disegnati sulla carta: con il materiale tra le mani, sentendolo tra le dita: così nascono i lavori dei popoli primitivi: per manifestare il desiderio e l’amore per l’arte del modellare. L’assoluta naturalezza, espressione intensa e spesso anche grottesca della forza e della voglia di vivere nella loro forma più semplice – è questo che dà gioia”23. Con il Primitivismo in cui “la rappresentazione del mondo primitivo tendeva al recupero utopistico di un Eden perduto, a baluardo della corruzione della società moderna” e, parallelamente l’amore per l’arte tribale “riguardava l’elaborazione di nuove soluzioni a problemi formali ed espressivi. La maggior parte delle attestazioni degli artisti che si sono confrontati con le arti primitive insistono sulle qualità ‘innate’ di semplicità delle forme, elementarità degli schemi, espressione primigenia e incontaminata, di completa libertà plastica”24. È nell’esperienza dell’avanguardia che, praticamente, per la prima volta, si ha un ribaltamento del senso di superiorità proprio dell’arte e della cultura occidentale o del Nord del mondo. Rimane comunque una sguardo fortemente condizionato dai propri criteri di giudizio – ad

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Citato in Stefan Eisenhofer, Arte africana, Taschen, Koeln, 2010, p. 6. Alessandro Del Puppo, Primitivismo, Giunti, Art Dossier, Firenze, 2003, p. 10.

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a lato: Tessuto, Panama

esempio, nel caso dell’Arte africana: dalle maschere valutate con criteri assolutamente europacentrici, alla non contestualizzazione geografica e cronologica delle opere, alla mancata individuazione-segnalazione dell’autore, alla difficoltà nel considerare arte manufatti di natura artigianale nati con motivazioni funzionali (non art pour l’art), alla mancanza di rigore filologico e conoscenza scientifica dei significati dell’arte, alla difficoltà nel considerare la vera essenza delle cose, profonda e dunque invisibile all’osservatore. Solo successivamente si ha una sorta di ribaltamento ed il guardare ad esperienze ‘altre’ diventa un modo per attaccare il dominio occidentale – così con l’informale e figure come Jean Dubuffet, con gli artisti del gruppo CO.BR.A – e successivamente come critica al sistema borghese in nome di una libera azione assoluta della forma creativa (nonché agli ultimi retaggi di colonialismo) – nell’arte ambientale e nella Land Art – e di un ritorno ad un primigenio stato di natura, antitodo alla società alienata. Con Germano Celant: “animali, vegetali e minerali sono insorti nel mondo dell’arte. L’artista si sente attratto dalle loro possibilità fisiche, chimiche e biologiche… L’artista alchimista organizza le cose viventi e vegetali in fatti magici, lavora alla scoperta del nocciolo delle cose, per ritrovarle ed esaltarle”25. Fino alla contemporaneità in cui il confronto tra tradizioni occidentali ed orientali, tra nord e sud del mondo si è sviluppato in una sorta di reciprocità, si pensi ai riferimenti indiani di Keith Haring a quelli wodoo della cultura caraibica presenti nelle opere di Jean-Michel Basquiat ma, soprattutto, a mostre come le Magiciens de la terre (Parigi, 1989) o The short century (New York 2002) che hanno dato piena riconoscibilità e valore di contemporaneità ad artisti appartenenti a culture alle quali era stato finora negato. Così, correttamente, Eisenhofer nel presentare la selezione degli oggetti africani scrive: “in generale sono stati seguiti criteri, punti di vista e giudizi estetici che potrebbero essere totalmente diversi da quelli che hanno dettato le scelte degli autori, dei committenti e di coloro che hanno utilizzato i manufatti”26. … nel vestire Anche attraverso l’abito le culture si sono sempre confrontate, scambiate, meticciate. Più

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cit. in ivi, p. 44. Stefan Eisenhofer, op. cit., p. 24.


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a lato: Oscar de la Renta, abito, 2008

Yves Saint Laurent, per primo, nel 1967, ha recuperato motivi propri del continente nero per un amore per l’Africa che, tra l’altro, si concretizzerà nel Jardin Majorelle di Marrakesh. Oggi il confronto-scambio è molto frequente. E non può essere altrimenti se si pensa al contributo in termini estetico-formali e di savoir-faire che viene dai diversi territori che tra l’altro emerge chiaramente ne Textiles & vêtements du monde, carnet de voyage della stilista francese Catherine Legrand27, “Ce livre est un modeste témoin des richesses infinies d’un monde

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recentemente con l’affermazione della moda lo scambio è divenuto programmatico. Così

encore préservè, qui risque de disparaÎtre avec l’attrait de la modernisation, ou de se folkloriser avec le développement du tourisme”28. Una carrellata di sollecitazione formali e materiche – dal Vietnam, Laos e Tailandia all’India, dal Messico e Guatemala al Benin… – nella consapevolezza che “La première chose que l’on perçoit lorsqu’on voyage, c’est l’appartenence. Pour les plus grand plaisir des yeux, on regarde l’Autre, nostre semblable pourtant si différent. On l’admire et, faisant fi des prejudges, on essaye de le comprendre…”29. Come testimonianza delle molteplici contaminazioni appare interessante il libro curato da Kristin Knox30 in cui sono presentate esperienze contemporanee di fashion design riunite per stimoli culturali, continente per continente ed addirittura paese per paese – “Culture and fashion have always been inexolicably intrnetwined, the clash of East and West, the interplay of different textiles, colour palettes, beading, embroidery and other culturally specific crafts with Western sartorial treditions, pattern-cutting and tailoring: in the interaction of the two lies innovation in design”31. Propria della moda la figura specifica del cool hunter che ha il compito di individuare nei territori creativi ma anche nei luoghi più impensabili tendenze e novità riproducibili o interpretabili. Raramente la citazione di altri paesi va comunque al di là di motivazioni esclusivamente formali (forme, textures, materiali) e si carica di implicazioni di carattere sociale e politico – da citare Fashion freedom, promosso da Coop e International Trade Center, ma soprattutto l’iniziativa Handmade with love in Nairobi promossa da Vivienne Westwood.

Catherine Legrand, Textiles et vetements du monde. Carnet de voyage d’une styliste, Aubanel, Genève, 2007. ivi, s.p. ivi, s.p. 30 Kristin Knox, Culture to cateway. How world culture influence fashion, A&C Black, London, 2011. 31 ivi, p. 8. 27

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Design con i Sud del mondo a lato: Bollitura della seta, Thanjavur, India

Esperienze Anche nella produzione di oggetti d’uso quotidiano lo scambio tra culture è sempre avvenuto. Tra gli infiniti esempi che potrebbero essere citati appare interessante il caso degli influssi dell’Islam in Italia. Sul tema si è tenuta un’importante mostra a Venezia, città da sempre ponte fa culture in cui sono presentati esempi di prodotti – tessuti, ceramiche, vetri, oggetti in metallo… – di produzione islamica ma anche ispirati a questa civiltà. In particolare, relativamente agli influssi, “…è necessario distinguere nella produzione almeno tre differenti fasce cronologiche e in parte geografiche in base ai rapporti che dal medioevo ad oggi sono intercorsi fra la nostra penisola e l’Islam. In età medievale, almeno dall’XI secolo in poi, l’arte italiana può essere ‘influenzata’ da quella musulmana e ciò si verifica soprattutto in Sicilia e nell’Italia meridionale; successivamente fra il Quattrocento e il Seicento, essa è più consapevole di avere come modelli alcuni prototipi islamici e quindi ‘si ispira’ ad essi, in un’area che si sposta sempre più verso il centro-nord della penisola; dal Settecento in poi si verifica una vera e propria ‘imitazione’ o ‘copia ragionata’ degli originali musulmani e ciò accade un po’ ovunque in Italia sulla scia di una moda che proviene dall’Europa di Oltralpe. Il secondo punto riguarda l’eventuale trasposizione dei media. Prendiamo per esempio un tessuto: è possibile che una stoffa musulmana, una volta arrivata nel nostro territorio, influenzi o ispiri la produzione italiana di una stoffa (e dunque nell’identità dei media), oppure che essa venga riprodotta nel suo uso – e cioè come abito, mantello, tenda, copertura di trono – in una pittura o in una scultura (avremo allora una trasposizione funzionale di media) ovvero che ispiri, nel suo motivo ornamentale – soprattutto quello epigrafico -, l’ornato di un manoscritto, di una ceramica, di una decorazione architettonica (con una totale trasposizione di media)”1. 1 Maria Vittoria Fontana, “L’influsso dell’arte islamica in Italia”, in Giovanni Curatola, L’eredità dell’Islam. Arte islamica in Italia, Silvana editoriale, Milano, 1993, p. 455.

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a lato: Fusione del bronzo, Kanchipuram, India

La globalizzazione ha favorito gli scambi anche nel mondo della produzione degli oggetti che ci circondano. Si pensi a quello che è avvenuto negli ultimi anni nelle più importanti aziende italiane del settore del mobile che, da una parte, sempre più spesso, si sono affidate a designer stranieri – si pensi al caso Edra –, dall’altra hanno lavorato su prodotti che recuperano motivi e saperi propri di altre culture – Moroso e Driade su tutte. Così su «Domus» si è coniata l’espressione “Geodesign” – “La gran parte dei prodotti del furniture design (e non solo) ha infatti oggi una variegata articolazione territoriale che investe aree diverse del mondo. Capita sempre più spesso che lo stesso oggetto venga ideato, assemblato, prodotto in serie, reso comunicabile, impacchettato, commercializzato e venduto in parti diverse del pianeta. E tutti questi luoghi diversi, come caratteri genetici, in qualche modo lo condizionano, lo plasmano, gli restano attaccati”2. Qui ci interessano soprattutto i casi in cui il riferimento a culture ‘altre’, inteso da un punto di vista materico, formale, dei saperi tecnici, si fa atto programmatico con finalità competitive e, talvolta, sociali. Le forme attraverso le quali il design sta affrontando il tema dell’alterità sono molteplici. Innanzitutto progetti che guardano verso i Sud del mondo. Per una definizione di Nord e Sud che non contiene giudizi di valore. E nella consapevolezza che “Se la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta vivrà molto presto nelle grandi metropoli globali, e il trend non sembra essere destinato a diminuire, questi” (concentrazione demografica, disparità, conflitti) “saranno gli scenari dell’emergenza su cui la produzione e il progetto si dovranno misurare. Insomma, se è vero che il globale è ormai diventato il modo d’essere del locale, e sembra un processo irreversibile, la domanda è: ha ancora una qualche importanza parlare di Nord e Sud del mondo? O piuttosto non è vero che possiamo rintracciare tanti Sud nel Nord come tanti Nord nei vari Sud del mondo?”3. Il tema, all’interno di un più ampio dibattito tra locale e globale, è recente e manca di una sistematica teorizzazione. È alla metà degli anni ’60 che, nell’ottica di un più ampio interesse verso le implicazio-

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AA.VV., I Tre modi del geodesign. Sette opinioni a confronto, «Domus» n.891, 2006. Lorenzo Imbesi, “La questione etica del design”, in AA.VV., South out there, 2008, p. 32.


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a lato: Tessitrice al lavoro, Boujaad, Marocco

ni di carattere socio-politico, per la prima volta, ricerca e progetto si sono interrogati sul contributo che il design può dare allo sviluppo dei paesi del Sud del mondo. Esperienze come quelle della Esdi di Rio de Janeiro, prima scuola brasiliana di disegno industriale e di Sudhakar Nadkarni in India4 sono figlie della diaspora ulmiana e dell’idea di designer come professionista critico. Di questi anni anche i primi contributi di carattere teorico. Così Victor Papanek5, con una forte carica ideologica, muove dal presupposto che, subito dopo il disegno pubblicitario, anche la progettazione industriale, approntando le sgargianti idiozie propagandate dagli esperti pubblicitari per persuadere la gente ad acquistare cose di cui non ha bisogno, è forse quanto di più falso oggi possa esistere. Per uscire da tale impasse, secondo Papanek, occorre individuare nuovi settori d’intervento decidendo di bussare a porte che non sono mai state aperte prima.. l’UNESCO, l’UNICEF e molte altre organizzazioni non governative che nel mondo si interessano delle necessità di base di ampie fasce della popolazione mondiale. Su posizioni analoghe anche Gui Bonsiepe che, citando Marcuse, guarda alla possibilità che nei paesi del Sud si affermi un modello di sviluppo alternativo al nostro. Il quest’ottica la progettazione può presentarsi come decolonizzazione affidandosi alla produzione di oggetti con materiali locali ed a bassa tecnologia; all’intensità di lavoro e non di capitale; al preservare le identità culturali; al lavorare per le classi meno abbienti. Concretamente Bonsiepe applica questi principi nel Cile di Unidad Popular di Salvatore Allende nel quale realizza un gruppo di lavoro che si prefigge obiettivi quali diminuzione delle importazioni; risparmio nel pagamento di brevetti, modelli e marchi; soddisfacimento di veri bisogni; utilizzazione razionale delle capacità industriali locali; standardizzazione dei componenti, sottoinsiemi e prodotti, per semplificare la produzione, abbassare i costi ed ottenere miglioramenti tecnico-funzionali; riduzione e definizione della varietà dei prodotti; creazione di presupposti per una cultura materiale propria6. Sull’esperienza della Scuola di Ulm e sul lavoro dei suoi allievi si confronti Il contributo della scuola di Ulm, «Rassegna», settembre 1984. 5 cfr. Victor Papanek, Design for the real world, 1970; trad. it. a cura di G. Morbelli, Progettare per il mondo reale, Mondadori, Milano, 1973. 6 cfr. Gui Bonsiepe, Teoria e pratica del disegno industriale. Elementi per una manualistica critica, Feltrinelli, Milano, 1975. 4

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Tra le esperienze condotte nei paesi del Sud, con un approccio non progettuale ma principalmente analitico, il lavoro in Brasile di Lina Bo Bardi7, apertamente schierata contro l’industrializzazione selvaggia del paese, la proliferazione speculativa del design che, troppo spesso, porta alla produzione di oggetti-gadgEdizioni ETS, nella maggioranza dei casi superflui e conduce alla fine di una vera cultura autoctona. Di qui, per Bo Bardi, la necessità di fare un bilancio e allo stesso tempo di proteggere la cultura popolare; non è il folklore, ma una storia vista dall’altra parte, fortemente attiva e profondamente sentita. “È il nordestino di cuoio e delle latte vuote, è l’ambiente delle ‘vilas’, è il negro e l’indio. Una massa che inventa, che porta un contributo indigesto, secco, duro da digerire”. Siamo di fronte ad una radicale revisione delle utopie che erano alla base del Movimento Moderno: “Se il problema è fondamentalmente politico-economico, il lavoro dell’’agente’ nel campo del ‘disegno’ è, nonostante tutto, fondamentale. È quello che Brecht chiamava ‘la capacità di dire no’”. No alla società così concepita, no al modello di vita attuale. Con la cosciente, amara, consapevolezza – si pensi agli ostacoli frapposti al lavoro dalla dittatura brasiliana – che “tutto questo è destinato inevitabilmente a cadere nel vuoto”. Oggi, dopo anni di scarsa attenzione alle implicazioni sociali della professione, un design che ha avvertito nuovamente l’urgenza di un approccio più critico al progetto guarda con rinnovata attenzione ai paesi del Sud del mondo. Il tema è ampio; con un’attenzione principalmente dedicata alle grandi problematiche – fame, acqua, energia. In tal senso, l’esperienza più importante è sicuramente rappresentata dalla recente mostra del Cooper-Hewitt, National Design Museum, Design for the other 90%8. Come recita il catalogo: “The Design for the other 90% exhibition and book are intended to draw attention to a kind of design that is not particularly attractive, often limited in function, and extremely inexpensive. It also has the inherent ability to transform and, in some cases, actually save human lives. The works displayed and described have little relation to what we generally think of as design, and are rarely, if ever, illustrated in design magazines and journals, discussed at design conferences, or displayed in museum exhibitions. But cfr. Lina Bo Bardi, L’impasse del design. L’esperienza del Nordest del Brasile, Charta, Milano, 1995. cfr. AA.VV., Design for the other 90%, Cooper-Hewitt, National Design Museum Smithsonian Istitution, New York, 2007. 7

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help generate wider awareness and participation in this ‘other’ kind of design”9. Sulla questa scia anche I progetti presentati nella pubblicazione Design Revolution dedicata ai “prodotti che stanno cambiando la vita delle persone” con un occhio di riguardo ai Sud del mondo e non solo. Il libro presenta prodotti e progetti classificati in macrotematiche chiave in termini di sostenibilità: acqua, salute e benessere, energia, educazione, mobilità, alimentazione, gioco; attenzione è dedicata ad imprese particolarmente virtuose. Nel testo introduttivo si rivendica il ruolo del design as catalyst dei contributi che, a più livelli, vengono dalla società – “In chemistry a catalyst is a substance that increases the rate of a chemical reaction. In essence it makes things happen and makes them happen faster. Howe-

Progettare con l’altro Design con i Sud del mondo

we hope that exhibition and books such as this one will gradually change this reality and

ver, it is also a multiplier and a renewable resource. In the process of catalysis, the catalyst is not consumed; it can participate in multiple chemical transformations. This process, as an analogy, makes sense for design and brings a new perspective to its role as a catalyst. Design can be a catalyst for individual users, communities, even economies, and we, as designers, can serve as catalyst to bring additional value to that wich already exists. Design must not just inspire action and reaction; it must amplify impact. It must also be iterative for multiple scalable applications, so it can be used repeatedly as a resource for change”10. Un interesse crescente verso tali tematiche è testimoniato, tra l’altro, anche dal riconoscimento del Compasso d’oro 2011 al progetto di Cristian Cicchinè Tam, sistema portatile per la pastorizzazione dell’acqua ed il riscaldamento del cibo in situazioni di emergenza garantiti dal calore generato dall’energia umana (rotazione) che nasce anche da uno studio approfondito della postura di diverse culture. Su tematiche strategiche, quali quelle dell’energia, appare centrale il concetto di leapfrogging, “un percorso di sviluppo per questi paesi che ‘salti’ la fase caratterizzata del possesso individuale e di massa di prodotti (che ha caratterizzato i paesi industrializzati) per arrivare direttamente a sistemi di percezione della qualità ancorati all’idea dell’accesso e della frui-

Narbara Bloemink, Foreword, in ivi, p. 5. Emily Pilloton, Design revolution.100 products that are changing people’s lives, Thames & Hudson, London, 2009, p. 23.

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a lato: Lavorazione della ceramica, Ifrane Alì, Marocco

voli che la sfida dello sviluppo sostenibile è “quella di non considerare più solamente l’ecoefficienza dei singoli prodotti, ma di spostare l’attenzione sui sistemi più ampi di prodotti e servizi. E questo nella motivata convinzione che, ottimizzando in termini ambientali non solo i singoli prodotti, ma degli insiemi di prodotti, servizi e processi produttivi, fosse possibile ottenere gadi più elevati di eco-efficienza: l’eco-efficienza di sistema, appunto”12. In ciò il design con i Sud del mondo affronta appieno le sfide della sostenibilità intesa nella sua accezione più contemporanea come attenzione alle questioni di natura non solo ambientale ma anche sociale e culturale.

Progettare con l’altro Design con i Sud del mondo

zione (che iniziano a caratterizzare i paesi a industrializzazione matura)”11. Il tutto consape-

È la logica che sta anche alla base del Laboratorio Design for peace: ricerca pratiche e programmi per la cooperazione internazionale nato nell’ambito di un protocollo di intesa tra la Provincia di Napoli, Assessorato alla Pace e alla cooperazione Internazionale e la Seconda Università di Napoli, un luogo per confrontarsi sulle tematiche della cooperazione e della gestione delle emergenze umanitarie che ha operato sulle macrotematiche della sterilizzazione dell’acqua, dei flussi migratori, di clandestini, dei rifugiati (anche ambientali), della guerra e delle sue conseguenze (mutilazioni), della diffusione di tecnologie low impact. Il tutto dedicando particolare attenzione ai contesti di intervento ed alla condivisione delle scelte con le popolazioni locali. Lo scenario è descritto da Patrizia Ranzo: “La natura critica e etica del design ha posto al centro del suo agire il dibattito sui limiti dello sviluppo, sui cambiamenti epocali ed ambientali, proponendo visioni e scenari in cui l’agire progettuale possa avere senso. Il design, in questa prospettiva, attraverso la natura della sua azione progettuale, è possibilità di incidere sul futuro del mondo; progettare, creare, non necessariamente dentro il mondo delle merci, è affermazione del proprio essere nel mondo, affermazione di una umanità qui e ora”13. Mentre Rosanna Veneziano: “…le possibili risposte alle problematiche sono da ricercare nella cooperazione di tutti gli stati e nella attuazione di strategie per uno sviluppo Carlo Vezzoli, Ezio Manzini, Design per la sostenibilità ambientale, Zanichelli, Bologna, 2007, p. 251. ivi, p. 43. 13 Patrizia Ranzo, “World design. Ecosistemi di individui, culture e progetti”, in Patrizia Ranzo, Maria Antonietta Sbordone, Rosanna Veneziano, Doing for peace. Design e pratiche per la cooperazione internazionale, Franco Angeli, Milano, 2010, p. 11. 11

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Giuseppe Lotti Progettare con l’Altro

sostenibile, con lo scopo di ridurre le motivazioni che spingono alla migrazione e garantire l’esportazione di mezzi e strumenti utili allo sviluppo di paesi disagiati. Le uniche soluzioni efficaci per controllare e gestire il surplus di popolazione è trovare a livello globale risposte a problemi locali, problemi i cui effetti non si manifestano localmente ma sempre in modo più diffuso”14. Ma anche l’attenzione verso le problematiche più direttamente legate allo sviluppo produttivo è crescente. Nella consapevolezza di uno stretto legame tra macrotematiche socio-ambientali e necessità di sviluppo economico si guarda al contributo che può venire dal mondo del progetto alla crescita delle comunità locali; sono passati quasi quaranta anni dai lavori di Papanek, Bonsiepe e Bo Bardi ma la situazione dei paesi del Sud in troppi casi non è cambiata ed anzi il divario economico, se possibile, si è addirittura incrementato. Anche in questo caso nell’ottica di un modello di sostenibilità intesa nella sua eccezione più ampia, non solo ambientale, quindi, ma anche sociale e culturale. L’interesse nasce anche dal tentativo di recuperare la carica creativa di realtà ancora non contaminate dalla globalizzazione, per un mercato maggiormente sensibile a prodotti particolari, magari unici. Con questa logica di design come development tool si sviluppa, ad esempio, il lavoro di Giulio e Valerio Vinaccia con interventi, tra l’altro, in Brasile, Colombia, Egitto, Afghanistan su materiali diversi – dalla ceramica all’intreccio di fibre naturali, dal ricamo su tessuto al legno, dalla pelle ai metalli. La filosofia dello studio emerge chiaramente nella recente pubblicazione che racconta il lavoro: “We need to preserve the differences and individualities of each culture, without isolating them from the realities of the planet. The professional who provides advice in the process does not have to act directly, but rather has to propose himself as a visionary “translator” who interprEdizioni ETS and preserves the living cultural biodiversity. The thesis on which we should work is that in the enhancement of local cultural heritage in all its extension and of handicrafts in particular lies one of the keys for the

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Rosanna Veneziano, “Cooperation low-tech. Teorie e programmi”, in ivi, p. 70.


a lato: Design Academy di Eindhoven, pietre, progetto Made in India

advantages destinations. Making a commitment to revitalize, stimulate and innovate local culture is at the same time a positive social investment and an excellent business opportunity. In a global market that has reached an unprecedented level of oversupply and ultra-competition and will continue to go in this direction, offerings with high local cultural content is widely favoured due to its value of uniqueness and specificity”15. Su un diverso piano nasce l’esperienza di Mabeo, azienda del Botswana. Qui il titolare, Peter Mabeo, ha definito una collezioni di prodotti realizzati da artigiani locali su disegno di progettisti di livello internazionale – da Patty Johnson a Patricia Urquiola; oggetti semplici,

Progettare con l’altro Design con i Sud del mondo

success of the economic proposals of the future, as well as for the creation of competitive

talvolta quasi archetipici, come il Kika Stool o i Naledi Side Tables – “…è fondamentale che la coesistenza e lo scambio su cui costruiamo la nostra identità siano onesti e considerati. Siamo un’azienda del Botswana e i nostri obiettivi sono il buon design, l’alta qualità, la produzione artigianale, la sostenibilità, il rispetto per la gente e per la loro cultura”16. Sul piano della ricerca, tra gli attuali contributi del design per la cooperazione internazionale l’esperienza più strutturata appare sicuramente quella promossa dalla Design Academy di Eindhoven che, nell’ambito del Master in Man and Humanity, prevede tre aree tematiche Globale, Locale e Personale. È nella sezione Globale che si sono attuati i progetti più pertinenti alle considerazioni qui presentate con workshops realizzati in diverse realtà locali, da Design Solidàrio (2001) che si è sviluppato a Serrita, un villaggio dello stato del Pernambuco e a São Paulo, presso l’Associação Comunitaria Monte Azul al Kenya, con il progetto Enjoy the difference (2002); dal Perù attraverso la collaborazione con l’ONG Allpa con sede presso Lima ad Home in India (2004)17. Nelle pubblicazioni che descrivono i progetti emergono le difficoltà che inizialmente si presentano in interventi di questo tipo: il primo momento di smarrimento di fronte ad una realtà sconosciuta; la gravità dei problemi che affliggono le popolazioni con cui si entra in contatto; il conseguente coinvolgimento emotiGiulio & Valerio Vinaccia, Design as a development tool, Integral studio Vinaccia, 2011. Mia Pizzi, Mabeo: furniture collection, «Abitare», n. 510, 2011. 17 cfr, tra l’altro, AA.VV., Brasil > Holland. A design match, Design Academy Eindhoven, Eindhoven, 2002; AA.VV., Design+Crafts. Dutch Kutch, Design Academy Eindhoven, Eindhoven, 2004; AA.VV., Enjoy the difference. A design journey in Kenya, Design Academy Eindhoven, Eindhoven, 2004. 15

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a lato: Lavorazione della fibra itaratara, Rwanda

vo; il ruolo delle donne che, tra le molte difficoltà, possono rappresentare il vero motore di cambiamento; il progetto come stimolo al nuovo; i rischi di imporre (ancora una volta) una visione occidentalizzante. Al di là del lavoro della Design Academy, interessante anche il progetto di collaborazione tra la Biennale di Dakar e quella di Saint-Etienne che nel 2003 ha riunito per tre settimane di lavoro designers africani e francesi. Le regole del gioco, come evidenziato dalla pubblicazione che raccoglie i risultati del progetto, concernevano nella concezione e realizzazione di un oggetto con le risorse umane, naturali, materiali e tecniche della regione ed in reale partenariato con gli artigiani locali; per un design che, messo di fronte alle sue responsabilità etiche, sia in grado di esaltare ricchezze e potenzialità creative locali senza cadere nel pittoresco né nella diffusione omogeneizzante dei modelli18. A livello italiano da citare l’esperienza del Corso di Laurea in Disegno Industriale dello IUAV di Venezia, coordinata da Gaddo Morpurgo, che ha avviato un rapporto di collaborazione con il Consorzio Botteghe della Solidarietà che opera sul commercio equo e solidale concretizzatosi nel progetto SuDesign realizzato nel distretto Bac Nonh nel Vietnam del Nord. Mentre, più recentemente, sempre lo IUAV nella sua sede di San Marino, nell’ambito di una serie di iniziative sul tema del design per i Sud del mondo (creazione di un centro studi, partecipazione a mostre, attivazione di workshops), ha realizzato Atelier Ruanda, Laboratoire de recherche et des projEdizioni ETS d’innovation de design en Afrique, finalizzato, tra l’altro, a valorizzare produzioni locali come quella dei cestini-capanne tipo agaseks k’uruhindu che, come spesso avviene, in quanto lenta e poco remunerativa, rischia di perdersi di fronte a tecniche non autoctone sicuramente facili, veloci e, apparentemente, meglio pagate19. Muovendo da tali esperienze, recentemente, IUAV si è fatto promotore insieme alle Università di Firenze e Genova del Master in Design per la cooperazione internazionale e lo sviluppo sostenibile con workshop sul campo proprio in Rwanda e Marocco. Anche i Corsi di Laurea in Disegno Industriale e Magistrale in Design di Firenze hanno sviluppato nel tempo progetti sulle tematiche oggetto di questo scritto.

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AA.VV., Workshops à Dakar. Collectif de designers, Jean-Michel Place, Paris, 2004. cfr., AA.VV., South out there, op. cit.


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Così l’azione condotta in collaborazione con ADEDRA, Association pour le developpemnt de la Vallée du Drâa, ONG che opera nella Provincia di Zagora – Marocco nell’ambito del progetto Valorizzazione ed innovazione della Produzione Artigianale legata alla palma. Il progetto era finalizzato a favorire lo sviluppo economico attraverso la conoscenza, valorizzazione, sviluppo e innovazione del patrimonio artigianale della regione. In particolare l’attenzione è stata dedicata alla professionalizzazione degli artigiani – soprattutto associazioni di femmes rurales che lavorano con la palma e nei settori limitrofi. Il tutto in un contesto di intervento particolarmente suggestivo, quello delle oasi della Valle del Drâa, là dove la desertificazione avanza inesorabile20. Mentre, più recentemente, nell’ambito del progetto Sviluppo dei Saperi artigianali tradizionali e integrazione dei sistemi produttivi in Italia e Marocco, il Corso ha operato con l’Institut National de Beaux Arts de Tétouan e le associazioni ADEO – Association de developpement et protection de l’environment di Oued Laou et des son bassin versant di Ifrane Alì e Assaida Al Horra di M’diq. Due contesti produttivi differenti. Il primo con una produzione fortemente tradizionale e quasi arcaica, caratterizzata da prodotti estrememente funzionali; il secondo in cui sono prodotte ceramiche che non possiedono caratteristiche estetiche strettamente legate alla tradizione marocchina, con elementi decorativi che si discostano molto da quelli che possono essere individuati come elementi propri della cultura locale e forme spesso prive di funzionalità. Scopo del workshop è stato quello di aiutare le donne ceramiste a produrre oggetti che possano risultare interessanti per i mercati locali ed esteri attraverso la valorizzazione dei saperi e della tradizione. Al fine di rendere il progetto maggiormente operativo è stato coinvolto il laboratorio ARCO – Action Research for co-development – del PIN di Prato21. Nell’ambito del progetto Interreg IIIC Euromedsys è stato poi sviluppato un workshop

cfr. Giuseppe Lotti e Ilaria Bedeschi (a cura di), Elles peuvent. Progetti per gli artigiani della Valle del Drâa in Marocco, Edizioni Edizioni ETS, Pisa, 2007. 21 cfr. Giuseppe Lotti, Khadija Kabbaj, Ilaria Serpente (a cura di), A quatre mains et plus. Progetti per la ceramica di Tanger – Tétouan, Edizioni ETS, Pisa, 2011. 20

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a lato e sotto: Università degli Studi della Repubblica di San Marino, Università IUAV di Venezia, scolaposate, sgabello, porta coltelli, progetto SuDesign

so di Laurea in Disegno industriale, l’ISIA – Istituto Superiore Industrie Artistiche di Firenze, la Seconda Università di Napoli, l’Ecole des Beaux Arts de Marseille e l’Institut des Beaux Arts de Sousse. Il workshop ha visto la partecipazione degli artigiani del distretto di Moknine, circa 300 imprese, di piccola dimensione in stretta, antica competizione tra loro22. In altro contesto, ma muovendo dallo stesso principio, il progetto Design Possível sviluppato nelle favelas di São Paulo in collaborazione con la Universidade Presbiteriana Mackenzie – un territorio, quello della metropoli brasiliana, particolarmente adatto a verificare le logiche dell’incontro, dello scambio, della contaminazione – in rapporto con le ONG Aldeia do Futuro, Monte Azul, Ricicla Jeans che operano sul riutilizzo dei rifiuti di produzione (jeans,

Progettare con l’altro Design con i Sud del mondo

Ceramica / Mediterraneo / Agroalimentare a Sousse (Tunisia) che ha coinvolto oltre al Cor-

tessuti in genere, legno, pvc da banner pubblicitari) con l’obiettivo di ampliare il proprio mercato di riferimento attraverso il design. Dalla collaborazione sono scaturiti inizialmente 20 prototipi che sono stati esposti al Fuori Salone del Salone del Mobile di Milano del 2005 presso IBRIT, Istituto di Cultura Brasile Italia. I viaggi degli studenti hanno portato al perfezionamento dei prototipi e alla realizzazione di nuovi progetti. Alcuni di questi sono subito entrati in produzione e commercializzati da distributori del settore del mobile e del complemento. Design Possível è oggi divenuta una sigla che raccoglie esperienze diverse realizzate con la supervisione della Universidade Presbiteriana Mackenzie che ha promosso numerosi progetti finanziati da importanti realtà del paese – tra queste, VISA ha commissionato alle ONG 30.000 prodotti come regalo natalizio per i suoi clienti generando business per le comunità delle favelas23. Uno scambio – quello presentato nei progetti sopradescritti – che muove anche dall’intento di recuperare una dimensione più profonda dei prodotti, un rapporto più affettivo e duraturo con gli oggetti che ci circondano. Con Franco La Cecla: “Una società mista e di merci miste? Ci si augura piuttosto di avere a che fare nel futuro con una società dove i confini tra le identità linguistiche, così come tra le differenti cosmologie di

22 Sul progetto cfr. tra l’altro Giuseppe Lotti, Il letto di Ulisse. Mediterraneo cose progetti, Gangemi, Roma, 2008. 23 cfr., tra l’altro, Enzo Legnante, Giuseppe Lotti, Un tavolo a tre gambe. Design Impresa Territorio, Alinea, Firenze, 2005.

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Giuseppe Lotti Progettare con l’Altro

a lato: Whomade, Kumhara collection, vaso e lampada

oggetti, non scompaiano ma interagiscano… Molto dipenderà certamente da quanto il nostro sistema di oggetti ridurrà le pretese di essere universale, utile e il più civile di tutti. Al contrario la tribalizzazione dei nostri oggetti.. potrebbe solo arricchire la nostra vita quotidiana di un respiro che gli oggetti sembrano aver perso. Perché in fin dei conti, per noi, si tratta di compiere un viaggio all’inverso: dal feticcio all’oggetto usato e risignificato quotidianamente. È quanto, ovviamente, avviene nelle vite di ognuno di noi. Inevitabilmente le cose, oltre a essere toccate da noi, ci toccano; inevitabilmente finiamo per chiamarle con un nome proprio, inevitabilmente diventano presenze, amici, amori, parenti, nemici”24. Questioni aperte Numerose appaiono le questioni implicate dai lavori sopra presentati che riassumono solo alcune delle problematiche proprie del design per i Sud del mondo e delle implicazioni in termini di sostenibilità del modello di intervento. Nei primi momenti del progetto la sensazione è che il mettere al centro lo sviluppo economico risulta meno importante di altri problemi – fame, igiene, salute, istruzione. Ad un’analisi più approfondita emerge invece come i problemi siano tra loro fortemente interrelati e come agendo sull’uno si finisce per intervenire su tutti. Così, ad esempio, lavorare con le donne della valle del Drâa aiutandole a trovare mercato per i propri prodotti significa contribuire alla loro emancipazione in famiglia e nella società. Come scrive Nour-Eddine Saoudi, ex detenuto politico e attivista civico marocchino, a proposito della madre, casalinga e tessitrice di tappeti; “…Il successo dei suoi tappeti ne era la prova eclatante. Si traducevano in conseguenti entrate di denaro. Entrate che superavano in larga misura i guadagni che realizzava qualche anno prima come sarta, e avevano ricadute positive sulla situazione sociale della nostra famiglia. E in particolare su mio padre, che ormai posava su di lei uno sguardo pieno di considerazione e di stima”25. La complessità e le interrelazioni dei fattori in gioco emerge chiaramente nelle parole di Adriano Paolella: “Se si vuole operare per la riqualificazione ambientale, è necessario riqualificare contemporaneamente le comunità

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Franco La Cecla, Non è cosa. Vita affettiva degli oggetti, elèuthera, Milano, 2002, pp. 55-57. Fatema Mernissi, op. cit., p. 115.


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a lato: furniture collection, Mabeo

insediate, in quanto esse sono oggetto degli interessi di mercato e soggetto in condizione di organizzare un altro modello: ridare agli individui e alle comunità il diritto di gestire il proprio territorio, di garantire la propria esistenza attraverso la conduzione corretta delle risorse locali; riportare i processi produttivi a rispondere alle effettive necessità delle comunità locali; sgravare le comunità locali dalle merci inutili, ciascuna con il suo bagaglio di energia, materia prima ed effetti negativi nell’ambiente; ridurre la concentrazione della produzione e della commercializzazione eliminando i monopoli, riducendo la mobilità delle merci e delle persone”26. Conseguentemente appare importante una corretta individuazione dei referenti al fine di ottenere reali e durature ricadute sul territorio. Un ruolo importante è sicuramente esercitato dalle ONG locali – mentre più difficile appare il rapporto con quelle italiane talvolta autoreferenziali – che sole possono gestire la complessità dei rapporti e la correttezza degli stessi. Il limite è che, quasi sempre, le ONG locali hanno difficoltà a rapportarsi con il mercato che, per tradizione, non fa parte del proprio core business. Comunque le ONG da sole non possono risolvere tutti i problemi perché necessitano di donazioni costanti (che richiedono continue energie per procacciarle), devono confrontarsi con burocrazie lente e spesso, purtroppo anche corrotte (non solo nei paesi di intervento), rischiano di condizionare, deresponsabilizzandolo, chi fruisce degli aiuti frenandolo nell’elaborazione di un autonomo piano di sviluppo27. La soluzione che appare più interessante è sicuramente quella del business sociale tracciata da Muhammad Yunus, una strada che va ben oltre il tema della responsabilità sociale dell’impresa (che è comunque sempre condizionata dalla ricerca del massimo profitto possibile)28. Si tratta di un’azienda di tipo nuovo che “fornisce un prodotto o un servizio che genera un ricavo attraverso la vendita e contemporaneamente, migliora la condizione dei poveri e la società in generale”29. Nel business sociale gli utili ottenuti in una libera competizione su un mercato sempre più attento alle valenze etiche non sono

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26 Adriano Paolella, Attraverso la tecnica. Deindustrializzazione, cultura locale e architettura ecologica, elèuthera, Milano p. 11. 27 al di là del pragmatismo, forse eccessivo, si confronti in merito Dambisa Moyo, Dead aid; trad. it. a cura di L. Lanza e P. Vicentini, La carità che uccide. Come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo mondo, Rizzoli, Milano, 2010. 28 cfr. Muhammad Yunus, Vers un nouveau capitalisme, JC Lattès, Paris, 2008; trad. it. a cura di P. Anelli, Un mondo senza povertà, Feltrinelli, Milano, 2010. 29 ivi, p. 37.


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pagg. 64-65: Autour de la Méditerranée, mostra finale del progetto Sviluppo dei saperi artigianali tradizionali e integrazione dei sistemi produttivi in Italia e Marocco, Macef, Milano

spartiti tra i fondatori, il cui credito viene saldato in una prima fase, ma reinvestiti sull’impresa stessa e sulla società che intorno ad essa gravita. Una tipologia, quella dell’impresa sociale, ancora da definire appieno – per Yunius si oscilla tra due estremi: quello delle società per azioni costituite da investitori che hanno a cuore le sorti del mondo e quello di imprese costituite da persone povere o disagiate, con molte soluzioni intermedie, nella consapevolezza che il modello “può risultare particolarmente seducente per i giovani di tutto il mondo e per quelli dei paesi ricchi in particolare, perché costituisce un antidoto alle frustrazioni che molti provano di fronte alla modestia morale delle sfide che si trovano ad affrontare all’interno dell’attuale sistema capitalistico”30. Interessante, nell’ottica di ricadute durature, è anche il ruolo delle Scuole ed Università locali; nel rapporto tra gli studenti, nell’empatia che si crea si colgono i germi della costruzione di una nuova società, plurale, aperta al confronto ed allo scambio. Anche nei progetti promossi dai Corsi di Laurea in Disegno industriale e Magistrale in Design dell’Università di Firenze si riscontra la consapevolezza dell’importanza della collaborazione con scuole locali come nel progetto Sviluppo dei saperi artigianali tradizionali e integrazione dei sistemi produttivi in Italia e Marocco – workshop con l’Institut Superieur des Beaux Arts de Tétouan. Nella consapevolezza che la funzione dell’Università è realmente importante in quanto “può avere un ruolo centrale nei progetti di cooperazione tra Occidente e Paesi in via di sviluppo. Un’internazionalizzazione della didattica porta ad un cambiamento di mentalità degli studenti, dei ricercatori, dei professori e degli attori coinvolti all’interno di questi nuovi flussi culturali. L’Università e le istituzioni locali si trasformerebbero nel nodo centrale per la connessione di network internazionali”31. Si tratta poi di calibrare con attenzione l’innovazione. Spesso siamo di fronte a realtà fortemente tradizionali che presentano una continuità di produzione che si perde nel tempo e dunque occorre lavorare con particolare cura. Fondamentale, in tal senso, appare la creazione di gruppi misti di lavoro – economisti ma anche antropologi – in grado di rispondere adeguatamente alla complessità del tema. Importante poi far precedere al progetto una

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ivi, p. 53. Alice Cappelli, “Le mani e l’intelletto”, in Giuseppe Lotti, Khadija Kabbaj, Ilaria Serpente (a cura di), op. cit., p. 77.

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tipologie produttive, materiali, tecniche, forme e decorazioni, ma anche figure e ruoli del processo. Il lavoro degli artigiani che si trovano e reinterpretare i progetti proponendone di nuovi fa capire che il percorso di innovazione si è innescato e continuerà a dare i suoi frutti anche a progetto ultimato. Così, in occasione del workshop a Sousse, gli artigiani hanno portato i loro torni nella scuola per seguire da vicino i lavori, mentre a Ifrane Alì, al momento dell’apertura del forno, abbiano trovato nuovi oggetti realizzati da Fatema, la ceramista, a partire da quelli disegnati dagli studenti. Per un’innovazione che spesso si esprime in piccole cose. Ad esempio unire nello stesso prodotto materiali diversi presenti sul territorio – così a Tangroute è avvenuto per i gioielli

Progettare con l’altro Design con i Sud del mondo

fase attenta di analisi del contesto: soprattutto varianti e invarianti storiche a livello di

in ceramica e palma, mentre ad Oued Lau il legno di giunco è servito per costruire il manico di un contenitore… Con ogni intervento che rappresenta un caso a sé. Anche le tecniche di presentazione del progetto agli artigiani sono da definire. La comunicazione (a livello di forme, dimensioni, materiali) non avviene quasi mai in forma tradizionale. Le misure sono affidate a gesti delle mani; i disegni tecnici appaiono di impossibile lettura mentre spesso il 3D viene accolto come qualcosa che già esiste e dunque non occorre copiare. Fondamentale appare soprattutto il confronto tra oggetti che permette di lavorare per similitudine o differenza. Khadija Kabbaj, a proposito del suo lavoro con femmes artisanes, racconta: “C’est le même cas pour la couleur, ces femmes ne peuvent pas imaginer qu’il puisse y avoir une multitude de couleurs et un nombre infini de nuances. Pour elles les couleurs se limitent aux couleurs basiques. Pour elles, un bleu ou un violet est une même couleur, il est de même pour le orange et le rouge, etc. Nous sommes dans l’à peu près, dans l’aléatoire. Après ces quelques expériences riches où je me suis rendue compte qu’il y avait des manières différentes de penser, de réaliser ’objet, j’ai eu une grande envie de travailler en étroite collaboration avec ses femmes”32. Relativamente al mercato tradizionalmente si individuano più strade: 1. locale, diviso in: a. solo funzionale, b. locale evoluto (cittadino); 2. turismo; 3. export.

Intervento di Khadija Kabbaj in un incontro della serie Les vagues du désert. Aspetti del design magrebino, organizzata dal Centro Studi Giovanni Klaus Koenig dell’Università di Firenze (27 marzo 2007).

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64 Giuseppe Lotti Progettare con l’Altro


Progettare con l’altro Design con i Sud del mondo

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pagg. 68-69: ricamatrici al lavoro, Skoura, Marocco

Giuseppe Lotti Progettare con l’Altro

Master in Design per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo sostenibile, Giovanna Zanghellini, tessuto ricamato, ricamatrici di Skoura, Marocco

Difficile appare operare per il mercato locale di tipo a. che esprime bisogni semplici in cui il design non può dare un reale contributo in termini di valore aggiunto. Mentre più appropriati appaiono quelli del turismo e dell’esportazione, verso i quali i designers dimostrano maggiori competenze. Interessante per complessità e articolazione della trattazione il libro curato da Cosetta Pepe su prodotti dal Sud del mondo e mercati avanzati che raccoglie il contributo di un gruppo di docenti universitari italiani – dai miglioramenti delle condizioni sociali legati alla crescita delle attività produttive alla complessità delle filiere, dallo studio della ripartizione del valore tra i diversi soggetti della filiera e della sostenibilità complessiva al ruolo del commercio equo e solidale, fino al contributo importante ma controverso della grande distribuzione33. Ed ancora sul mercato, come è possibile avere delle ricadute e garantire i diritti degli artigiani? Le regole del commercio equo e solidale appaiono una sicura guida. Ma la complessità dei contesti di riferimento e la lontananza dal nostro richiedono una particolare attenzione. Si pensi al lavoro nella Valle del Drâa e ad ipotesi di sviluppo della lavorazione della palma che su grandi-medi numeri può minare un ecosistema estremamente fragile come quello dell’oasi. In più: relativamente al tema dei costi appaiono crescenti le opportunità offerte a livello di mercato alto. Il problema è capire qual è la giusta retribuzione per gli artigiani – un eccessivo incremento porterebbe infatti a squilibrare il mercato. Più opportuno appare impiegare il plus per finanziare l’attività delle associazioni a livello di interventi sociali sul territorio (educazione, salute, sviluppo). Così Enrico Testi di ARCO nella realtà di Ifrane Alì, circa 300 famiglie con donne ceramiste riunite nell’Associazione ADEO, prospetta per quest’ultima un ruolo di intermediario nei confronti degli acquirenti (al fine di bypassare i tradizionali intermediari privati), per ottenere condizioni più vantaggiose per le artigiane, fornendo al tempo stesso servizi di micro-finanza e micro-assicurazione34. Sempre in relazione al mercato devono essere considerati attentamente i costi di trasporto che, più di altri, incidono sull’importo complessivo, tenendo conto di soluzioni vantaggio-

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33 cfr. Cosetta Pepe (a cura di), Prodotti dal Sud del mondo e mercati avanzati. Potenzialità e contaminazioni tra commercio equo e solidale e commercio internazionale, Franco Angeli, Milano, 2007. 34 cfr. Enrico Testi, “Tra formale informale: sentieri di upgrading delle attività informali artigiane di Oued Laou”, in Giuseppe Lotti, Khadija Kabbaj, Ilaria Serpente (a cura di), op. cit., p. 61.


l’imballaggio, in genere troppo fragile e ‘globalizzato’ – definendo magari sinergie con altri settori produttivi: così magari la ceramica di Ifrane Alì potrebbe essere contenuta in contenitori intrecciati che, oltre ad essere maggiormente funzionali e coerenti, possono essere riutilizzati dopo il trasporto. Mentre altri problemi sono rappresentati dal controllo qualità, dalla sua costanza, dalla continuità della commessa che, generalmente, possono essere ridotti con l’individuazione di un partner affidabile in loco. In genere appare difficile comunicare il vero valore aggiunto dei prodotti degli artigiani che è rappresentato dalle storie che vi stanno dietro, dal lavoro, dalle difficoltà che questi

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se – ad esempio garantendo l’impilabilità. Un discorso a parte deve essere poi fatto per

incontrano, dalla vita che conducono… Interessante in tal senso la sensazione provata la prima volta nella sede dell’Associazione ADEO, quella di prodotti estremamente semplici, dal basso valore aggiunto, che è cambiata completamente in occasione della visita presso la prima ceramista incontrata. Ed allora il problema è anche di comunicazione: come raccontare il valore aggiunto di tutto ciò che sta dietro il prodotto. Da qui l’idea di ripensare alla sede di ADEO a livello di allestimento con l’inserimento di pannelli esplicativi, di un video, magari di un laboratorio in cui le donne operano direttamente e il collocamento di una segnaletica-pannello esplicativo nella piazza di Oued Laou che indirizzi verso la sede. Per progetti che si presentano inevitabilmente complessi. Molteplici appaiono infatti le variabili – i rapporti sociali, le conoscenze produttive, le capacità progettuali… –; così come gli attori in gioco – gli artigiani, gli intermediari, le associazioni, i diversi livelli di potere politico… Una complessità che richiede necessariamente una risposta strutturata garantita da un gruppo transdisciplinare: un antropologo, un’economista, un esperto di mercato e, di volta in volta, un tecnico appropriato – ceramista, falegname… Si pensi a come nel progetto a Ifrane Alì le donne prendono la terra da lontano e forse sarebbe possibile trovare materiale migliore più vicino o come per accendere il fuoco utilizzino il ginepro, arbusto protetto o, nel caso di Tamegroute (vicino a Zagora) i pneumatici, o a come il piccolo tavolo prodotto da Fatema si sia fratturato perché al momento della cottura aveva dell’aria all’interno.

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Sempre convinti che a contare è comunque anche la pratica – come scrive Muhammad Yunus a proposito della Grameen Bank: “Giravamo nei villaggi in cerca di una soluzione ai problemi che saltavano agli occhi; non c’erano soluzioni nei libri di testo, così decidemmo di chiudere i libri, che ci avevano dato occhiali che non ci permettevano di vedere la realtà così com’era. Osservandola con gli occhiali dei libri di testo, vedevamo immagini distorte”35. Ed infine: come è possibile operare progettualmente senza cadere nei rischi di un nuovo colonialismo? Se non esistono risposte valide in assoluto è certo che i progetti nascono fortemente condivisi, interpretati, trasformati, spesso in meglio con chi li costruisce; con gli studenti che magari, inizialmente, rimangono stupiti perché la realizzazione è diversa rispetto a ciò che avevano prefigurato nel progetto ma poi, pian piano, ne colgono il valore di condivisione, di contaminazione formale, di continuità con la tradizione, di concretezza materica, fino a preferirla. Così nel progetto sviluppato per la valle del Drâa è avvenuto con il lavoro di Alice Cappelli, un tavolino per mangiare a terra, che nasce con una forma a bicchiere, viene interpretato dall’artigiana di AFDES, in presenza di Cappelli, trasformandosi in doppio cono, doppio coperchio di tajine, e poi, dopo un anno, a cinquanta chilometri di distanza (un percorso non piccolo per la valle del Drâa), si presenta con una forma ancora diversa. Mentre il poufcontenitore di Barbara Puccini lo ritroviamo un anno dopo interpretato con un interessante cromatismo rosa-azzurro a raccontarci le differenze di genere e, a distanza, addirittura cambia funzione e, con un’applicazione del manico, diviene borsa. Ed ancora: a Ifrane Alì il processo progettuale si muove su strade particolari – con un tajine che nel design dello studente marocchino recupera una forma asimmetrica, assolutamente non frequente, che innesca un processo di progettualità spontanea a cui partecipa anche il figlio di Fatema, la ceramista, con un piccolo intervento sul manico con l’inserimento di contenitori per il sale ed il pepe. Per progetti che si sviluppano in maniera complessa, difficile da pianificare; come un

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35 Muhammed Yunus, Il credito come diritto umano, «CNS – Economia politica», nn. 1-2, gennaio-giugno 2004, anno XIV.


nella consapevolezza che comunque, qualcosa produrrà. Con una definizione di design (l’ennesima?) difficile da costruire. Forse design partecipato; ma con questa definizione si intende tradizionalmente “partecipato con l’utente”, in ottica interaction design o design urbano, mentre in questo caso la partecipazione è con chi realizza l’oggetto, al di là dell’egocentrismo proprio di tanto design contemporaneo. Così Adriano Paolella si sofferma sulle problematiche del lavoro di progettisti estranei alla comunità e sui suoi rischi: l’impiego di materiali e tecnologie che non sono proprie dei territori in cui si agisce36; una vera e propria colonizzazione del-

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seme lasciato cadere che non sappiamo se germoglierà, come crescerà, quanto e se vivrà,

le culture locali mettendo fuori norma le specificità, portando alla loro marginalizzazione evidenziandone i limiti tecnici, economici, igienici, formali; la diffusione di un indifferente modello, quello industriale, con conseguenti modifiche sull’assetto sociale e culturale. Di qui la necessità per il progettista di recuperare il valore sociale del proprio agire “ponendo come principale interlocutore la società locale e la qualità dell’ambiente”37 e la necessità di individuare soluzioni specifiche per i luoghi e le persone. “Il progetto ricerca soluzioni senza pregiudizi con la principale finalità di migliorare l’efficienza e di mantenere o recuperare una indispensabile qualità ambientale e sociale, al cui fine la soluzione del singolo, della comunità, del grande progettista assume il medesimo valore. Una perdita di ‘purezza’ che rende imprevedibile il prodotto formale, tranne che nella sua creativa capacità di assorbire al proprio interno le connessioni con i sistemi naturali e sociali con cui interagisce e le soluzioni maggiormente efficaci a ridurre il peso ambientale del progetto…38. La creatività è un gesto relazionato, compreso, condiviso”39. Il tutto a tracciare una particolare fenomenologia del design che, perduta ogni tentazione assertiva, si fa strumento di condivisione e partecipazione. Recuperando in ciò i principi del relativismo antropologico, inteso come metodo e non come dottrina – “…l’antropologo si posiziona… Nel corso della ricerca, anziché banale neutralismo, si colloca di lato alle

cfr. Adriano Paolella, op. cit. ivi, p. 53. ivi, p. 63. 39 ivi, p. 71. 36 37

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a lato: Sabina Vargas Luque, Master in Design per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo sostenibile, Tappeto, tessitrici di Skoura, Marocco

sa relazione dialogica. E così al tradizionale e per tanti versi glorioso relativismo succede l’inter-soggettività, una reciproca interpretazione tra due o più soggettività che insieme cercano di dare il senso dello stare al mondo, attraverso un profondo umanesimo vissuto e partecipato contro e, meglio, oltre ogni ricorrente tentativo di restaurare anti-relativismi tardo-coloniali”40. Proprio l’assunzione del relativismo come metodologia di lavoro contrasta chi vede in questo, ora il cavallo di Troia contro l’Occidente e la sua cultura (neoconservatori e teocon), ora una disciplina da superare in nome del primato della politica (post-colonialisti). “… del rela-

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persone insieme alle quali svolge la ricerca (e non sulle quali), per svolgere una comples-

tivismo come problema sollevato dallo studio della diversità, l’antropologia non si libererà tanto facilmente. Il relativismo come dottrina esiste invece quasi soltanto negli argomenti dei suoi oppositori, che lo agitano per cercare di sfuggire alla complessità di un’epistemologia che lascia ben poco spazio alle proprie certezze”41. Ancora alla Canevacci: “Il relativista prende posizione.. non è neutrale, in quanto si oppone all’offensiva di teorie totalizzanti.. il nuovo relativismo sposta l’interpretazione di una cultura dalla tradizione etnocentrica alla visione del mondo del soggetto portatore di quella stessa cultura: è un metodo non una dottrina: prende posizione, non è neutrale; valorizza le differenze culturali contro ogni universalismo”42. Progetto e relativismo, dunque, come termini assolutamente non antitetici che aprono il mondo del design a sviluppi non programmabili e, proprio per questo, particolarmente interessanti.

40 Massimo Canevacci, Tutta colpa di Lévi-Strauss. L’”Avvenire’ scomunica l’antropologia, «Liberazione» 26 luglio 2008. 41 Fabio Dei, Chi ha paura del relativismo?, www.fareantropologia.it 42 Massimo Canevacci Ribeiro, La linea di polvere. I miei tropici tra mutamento e autorappresentazione, Meltemi, Roma, 2007, p. 231.

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Progetti vicini a lato: Cinzia Forte e Vanessa Zarbano, Guerriero Cinese, Naba, Progetto Milano-Cina

Complessità, diversità, alterità Il confronto e lo scambio avvengono anche vicino a noi. Sono soprattutto le città cosmopolite in cui viviamo con le loro problematiche che stimolano il mondo del progetto. Rispetto alle sopracitate esperienze con i Sud del mondo, molto meno numerosi e significativi appaiono i progetti in cui il tema del rapporto tra culture diverse risulta affrontato in maniera programmatica nell’intento dichiarato di prendere posizione a favore di una scelta interculturale. È il design contemporaneo che, più in generale, accetta il molteplice, la complessità e la diversità come filosofia progettuale. Le forme in cui questa propensione, espressione del reale, si manifesta sono numerose. Dai lavori di riuso in cui ogni oggetto risulta inevitabilmente differente come avviene, solo per fare qualche esempio, con la conosciuta Chest of drawers di Tejo Remy per Droog design, contenitore ottenuto dalla composizione di cassetti usati, in Styrene di Paul Cocksedge, lampada a sospensione realizzata con tazze in polistirolo usate o nel sistema Fossili Moderni di Massimilano Adami in cui oggetti di uso quotidiano sono inseriti all’interno di schiuma poliuretanica e poi fatti a fette; alla esplicita esaltazione delle tracce di lavorazione di alcuni lavori di Hella Jongerius: Urn di in cui il PU ha in sé il segno della rotazione del tornio o Red/ White vase e Big White Pot per Royal Tichelaar Makkum in cui il processo produttivo viene raccontato dalla traccia dello stampo lasciata sulla ceramica. Dalla voluta “libertà progettuale” lasciata alla macchina propria di lavori quali Extrusion plates di Dick van Hoff in cui i colori sono miscelati in maniera casuale al momento dell’estrusione, Unlimited Edition di Pieke Bergmans con lunghi tubi di creta estrusi che assumono forme apparentemente casuali, Crystal virusin in cui grosse bolle di vetro incandescente sono poste

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su superfici di legno, bruciandole e assumendone la forma, alla irregolarità programmata del prodotto come nella sedia “zoppa”, con una gamba più corta, progettata da Jurgen Bay, o lasciata all’intervento animale come nel lavoro di Front Design, Insect table in cui la decorazione dell’oggetto nasce dalla traccia lasciata sul legno dall’insetto. Talvolta addirittura il difetto diventa stimolo progettuale come in Shock Proof di TJEP, su cui è applicato il principio Do break in cui i vasi rotti sono sostenuti da uno speciale rivestimento in gomma applicato all’interno e le spaccature diventano texture che si abbina a quella della ceramica – “Le crepe formano un nuovo motivo decorativo sovrapposto a quello originale, testimoni dei drammatici avvenimenti di cui i vasi possono essere stati protagonisti: eventi di ogni genere, da una lite fra innamorati a una scossa di terremoto”1; o nel lavori di Maddalena Vantaggi in cui il di(af)fetto nella ceramica prodotta diventa stimolo progettuale – attraverso il disegno figurativo (motivi floreali, animali, antropomorfi) che muove dalla rottura. In altri casi è l’errore nel fare che diviene motivo progettuale. Così in Renewable Clothing di Fernando Brizzo “Abiti bianchi che, una volta indossati, si coprono spontaneamente di macchie multicolori. Sono provvisti di piccole tasche in cui vengono inseriti dei pennarelli che, a contatto con l’abito, rilasciano una certa quantità di colore che viene assorbito dal tessuto. Sia i colori sia il modo in cui essi si distribuiscono vengono scelti da chi li indossa. Gli abiti sono intercambiabili e permettono una nuova configurazione a ogni nuovo uso: le macchie possono essere cancellate con un semplice lavaggio, così l’abito torna come nuovo e può essere riutilizzato insieme a nuovi colori. Tutto ciò si può fare anche in pubblico. La macchia impiega una media di due ore e mezzo per espandersi e può raggiungere un diametro variabile dai 13 ai 15 centimetri. La metamorfosi dell’abito durante un party, una cena o un’inaugurazione crea una sorta di happening: tutti possono assistere alla trasformazione di un oggetto dal bianco al colore. Oggetto happening farà apparire chi lo indossa come un uccello del paradiso”2. Oppure in Coffe and cigarettes di Julie Krakowski con le macchie e le bruciature, segni, piccoli incidenti della quotidianità (ma anche i licheni dalla biologia o la ruggine dalla chimica…) che diventano elementi decorativi per tovaglie e camice.

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1 Marco Rainò de Andrea Margaritelli, Over design over. Materia, tempo e natura nel design contemporaneo, SilvanaEditoriale, Milano, 2009, p. 97. 2 in ivi, p. 135.


in Do hit di Marijn van der Poll, prodotto da Droog Design in cui l’utente finale trasforma la forma della sedia, colpendola con un mazzuolo, oppure il prodotto nasce “già usato” come in Wash ere e Reference graffiti di Miller Studio, tavoli che recuperano in maniera programmatica incisioni e decorazioni di panchine, bar ripiani di tavoli di New York – tracce di altri sé3. Avvicinandosi più propriamente al tema, nel lavoro di alcuni designers contemporanei troviamo spunti interessanti; così nei progetti di NEXT architects in cui le controversie tra

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In altri casi infine è il fruitore che interviene nella trasformazione del prodotto, come avviene

vicini vengono risolte attraverso una parte della staccionata che, ribaltandosi, diventa tavolo da ping pong; in Lace Fence: How to plant a fence che nasce dall’idea che una recinzione non deve per forza avere un aspetto duro o sgradevole. Mentre in Thank You di La tête au cube lo sguardo si fa più politico – un vaso-carroarmato in cui nel cannone vengono posizionati i fiori e War bowl series di Dominic Wilcox nasce come fusione di soldatini nemici (l’artiglieria inglese e la fanteria francese a Waterloo) a raccontare l’orrore della guerra. Più in particolare il tema del confronto e dello scambio interculturale solo di rado è alla base di specifici progetti – oggetti – manifesto. Siamo all’interno del design concettuale che, come scrive Silvana Annichiarico, “prima che sugli oggetti lavora sulle idee”4. In Digestion Matali Crasset utilizza sacchetti in plastica a quadri normalmente impiegati nei viaggi per realizzare una serie di sedute componibili a raccontarci la precarietà della vita, in Reinvitting Rituals di Michelle Huang, la scodella per il riso presenta una tasca esterna come atto di rispetto per l’ospite; mentre Anima minima di Irene Manzella (tesi di laurea, Università di Palermo) è un kit di strumenti (sgabello e tappetino) integrati in un unico oggetto per la preghiera e la meditazione in modi diversi. Il progetto che appare più vicino alle tematiche dello scambio interculturale è sicuramente Tipically Dutchc di Nine Geertman, una rivisitazione in chiave contemporanea degli zoccoli in legno, prodotto olandese per eccellenza. Gli zoccoli presentano un disegno geometrico di chiara ispirazione araba sulla parte in legno e sulla suola dell’interno in feltro a raccontarci le trasformazioni della società olandese. Nel lavoro di alcuni designer il tema è affrontato in maniera programmatica. Così per Giulio cfr. Beppe Finessi (a cura di), Avverati. A dream come true, Skira, Milano, 2007. Silvana Annichiarico, in Francesca Picchi (a cura di), Giulio Iacchetti. Oggetti disobbedienti, La Triennale di Milano, Mondadori Electa, Milano, 2009, p. 8. 3

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a lato: Stefano Giovannoni, vetrina, Naba, Progetto Milano-Cina

Iacchetti che, a fianco di una produzione per il mercato, opera su progetti con valenza sociale, “disobbedienti” come recita il catalogo della mostra alla Triennale di Milano. Come scrive Enrico Morteo a proposito dei designers italiani di ultima generazione: “Oramai accettato il valore semantico dell’oggetto, non scelgono la via di un’estetica di effetti speciali, per forzare invece l’immagine stessa della ‘forma-prodotto’ sino al limite del ‘progettomanifesto’. Il tutto con ironia, leggerezza e consapevolezza. Qualcuno si è poi accontentato della dimensione giocosa, smarrendosi in piccoli calembour formali. Altri, forse i più capaci, hanno saputo innervare i loro lavori di valori etici, sociali e, perche no, politici. Giulio Iacchetti è fra questi… Un modo di lavorare che richiede il dialogo, che rifiuta le sicurezze apparenti, che istilla dubbi e solletica le mani e la mente”5. Il tema del rapporto tra Nord e Sud del mondo si ritrova nel mappamondo Odnom che riflette sui mappamondi tradizionali in cui il Sud si presenta come sottomesso e poco visibile; la base del globo è costituita da uno specchio inclinato con i termini geografici dell’emisfero sud che sono scritti al contrario e dunque leggibili nello specchio – “…Da una riflessione generata dallo specchio a una riflessione sullo stato del mondo, il passo è breve…”6. In altri casi l’attenzione è rivolta verso le macroproblematiche del pianeta. In Lingotto, vaschetta forma ghiaccio prodotta da F.lli Guzzini che, appunto, a forma di lingotto e con la scritta “gold” vorrebbe stimolare una maggiore consapevolezza sulla problematica dell’eccessivo consumo – l’acqua come oro blu. La filosofia è ben raccontata da Anna Barbara: “Lingotto è un oggetto di design che sa di non poter assolvere da solo all’urgenza di democratizzazione delle risorse idriche, ma che non rinuncia alla possibilità di sensibilizzare, di far pensare e magari di responsabilizzare il nostro rapporto con l’acqua”7. Mentre Pollicino, tagliere per il pane di 4 cm da tenere al collo per dividere le briciole, con ironia porta a riflettere sul tema delle risorse e della loro ingiusta distribuzione. In Pantheom game il messaggio ideologico o antiideologico – si fa esplicito: “…è la declinazione multi religiosa di un classico complemento d’arredo da parete. Variando la posizione dei cubi è possibile ottenere sette simboli religiosi o politici. Le dodici facce bianche corrispondono Enrico Morteo in ivi, pp. 28-29. Francesca Picchi, in ivi, p. 86. 7 Anna Barbara in ivi, p. 66. 5

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pagg. 84-85: Nine Geertman, Tipicaly Dutch, zoccoli

all’ateismo e la casualità della combinazione ad uno stato di confusione spirituale. Pantheon Game è nato quale reazione alla polemica sulla presenza del crocifisso nelle aule dei tribunali e delle scuole italiane. Alla negazione violenta di un simbolo, Pantheon Game offre la possibilità di contenerne molti in un solo oggetto, equiparandoli all’interno di un gioco di immagini in continuo mutamento”8. Laboratorio urbano Al di là delle esperienze singole, tra le iniziative più interessanti vanno ricordate quelle promosse da Opos, galleria di design fondata nella periferia di Milano da Alberto Zanone, imprenditore del mondo della moda, che, da sempre, ha operato su tematiche di forte sperimentazione – etica, ecologia, riciclo ma, dopo la sbornia postmoderna, anche ironia: “Giocare serve. Non per evadere, ma, al contrario, per imparare a osservare la stessa realtà e gli stessi problemi da punti di vista inediti. E incominciare a risolverli davvero”9 –, al di là di ogni compromesso di mercato, coinvolgendo giovani designers (under 35) non ancora famosi – da Paolo Ulian a Odoardo Fioravanti, da Massimo Varetto a Fabio Bortolani a Lorenzo Damiani. “Alla pari di alcune esperienze tedesche come Ginbande, Pentagon, Stiletto – o come la contemporanea storia olandese di Droog Design – Opos ha avuto un ruolo di stimolo nella costruzione di una nuova modalità di ricerca nel campo del design che mettesse a fuoco una visione concettuale e comunicativa complessiva della sperimentazione progettuale”10. Nell’attività di Opos la mostra che appare più pertinente con le tematiche oggetto di questo testo è sicuramente Made for China. L’esposizione muove dalla considerazione dell’importanza crescente della Cina da un punto di vista produttivo e dall’ipotesi che questa possa giocare un ruolo centrale anche su altri livelli. “Opos domanda ai suoi designer di ragionare sul fatto che la progressiva conquista di una leadership economica da parte della Cina possa trasformarsi anche in una conquista di una leadership culturale ed estetica, ovvero che questa volta invece di assistere a un processo di colonizzazione e imperialismo

Francesca Picchi (a cura di), op. cit., p. 83. Andrea Bassoli “Dalla discarica al firmamento: giocare serve”, in AA.VV., Opos 1991-2000, Abitare Segesta, Milano, 2001, p. 98. 10 Stefano Maffei “Leggerezza”, in ivi, p. 164.

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una tale trasformazione il design non può rimanere indifferente. “Opos sta proponendo ai suoi designer una domanda: cosa succederebbe se immaginassimo che il XXI° secolo sia il secolo cinese? Se immaginiamo infatti che mercati, produzione, risorse si stiano spostando ad est cosa succede a chi deve produrre nuove idee per il sistema delle merci? Il tema è dunque quello di fare progetti di design per la nuova situazione cinese, che siano pensati o siano in grado di adattarsi a questo contesto. Oltre che dalle merci cinesi noi saremo anche

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culturale che va da ovest a est il processo sia invertito e vada da est a ovest”11. Di fronte ad

invasi dallo stile, dalla cultura, dal pensiero cinese? Chiediamo quindi ai nostri designer di confrontarsi con l’idea che lo spostamento del baricentro geopolitico ed economico del mondo in maniera così rapida generi anche la necessità di un ripensamento della natura delle merci e quindi del loro immaginario di riferimento. Come si fa dunque a pensare cinese? Basta forse meticciare la nostra cultura o al contrario essa va difesa strenuamente pensando che questo è quello che loro vogliono, ovvero un’idea di lusso che coincide con uno stile di vita occidentale ormai globalizzato?”12 Anche in Made for China il tema è affrontato da diversi designers, più o meno conosciuti: da Odoardo Fioravanti, Carlo Franzato, Roberto Galisai che in Cloned in China realizzano oggetti classici della cultura e dell’immaginario cinese che si sdoppiano per mitosi in due esemplari identici, come accade per le cellule a rappresentare la moltiplicazione genetica di prodotti clonati che si verifica ogni giorno in Cina; a B-Side di Alessandro Busana, insieme forchetta e bacchette – “Attraverso la dichiarata gestualità d’utilizzo di questo oggetto viene data la possibilità di comunicare a tavola la propria cultura d’origine o inversamente, la predisposizione ad aprirsi a nuovi stili di vita”13; a Dragoste di Andrea Meregalli e Maddalena Merlo, marchio dichiaratamente cinese, come superamento del periodo in cui le aziende nascondevano l’etichetta Made in China, “Etichetta ‘cheap’ sovrapponibile a qualsiasi marca, è di per se stessa in grado di rendere fashion qualsiasi capo: basta acquistarla e applicarla. A pochi mesi dal suo lancio, non vi è più alcuna nostalgia di sbiaditi alligatori: il dragone è ormai un must”14. Su tematiche di interesse di questo testo anche la mostra Clan (destino). “Il titolo stesso della www.opos.it ivi. 13 ivi. 14 ivi. 11

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mostra, clan(destino), è legato all’idea di far confrontare i designer su un tema che ha come centro la condizione contemporanea, invitandoli ad osservare con particolare attenzione i cambiamenti dell’identità legati alla mobilità, la non appartenenza ad un luogo propria di molte persone e il ruolo che il design può avere nella costruzione di nuove idee, soluzioni e scenari di vita, più aderenti a questa realtà”15. Un tema sicuramente complesso affrontato da Paolo Ulian con Pagina, piastrella bianca per il rivestimento di bagni pubblici, invito all’opera clandestina dei molti wc writers; da Curro Claret Martì in Immigrant Chance, computer game che simula la situazione in cui si trova un immigrante quando arriva in una città occidentale con tutte le sue difficoltà (mancanza di soldi, assenza di rapporti, non conoscenza della lingua, pregiudizi della gente..); da Martin Ruiz De Azua con i cuscini Interaction, cuciti insieme per un vertice, in cui qualsiasi movimento su uno di essi si trasmette all’altro, “Per giocare, ballare, potenziare le relazioni personali”16. Più recentemente appaiono interessanti i progetti maturati all’interno di Geodesign17, promosso da Torino 2008 World Design Capital. Così il lavoro sui tappeti di Paolo Zani per la comunità rumena che rilegge in maniera contemporanea un importante elemento simbolico/affettivo (il tappeto, appunto, posto sul pavimento ma anche a parete) della cultura di questo popolo; la rivista «Albania 1 e 1000» del gruppo Motore di ricerca, spazio di mediazione e di dialogo interculturale; il contenitore termico trasformabile per alimenti che risponde al sistema di controllo internazionale in materia di igiene per le feste all’aperto della comunità peruviana di Giulio e Valerio Vinaccia; la trasmissione radio dedicata agli stranieri residenti a Torino ma non solo, promossa dall’Associazione M.I Africa che, nella definizione di alcuni prodotti grafici, ha visto il lavoro di Odoardo Fioravanti. Su tematiche analoghe troviamo le stufe progettate dal Laboratorio architettura nomade (che lavora in tutta l’Europa con i rom) e realizzate dalla comunità kalderasha, che in rumeno, variante dialettale, significa appunto “calderaio”; il progetto Chinatown a Milano di Map Office finalizzato a raccontare la vita e le attività della chinatown milanese da tempo al centro di un accanito dibattito.

ivi. ivi. 17 cfr. Stefano Boeri, Lucia Tozzi, Stefano Mirti (a cura di), op. cit. 15

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possono essere anche una grande occasione d’integrazione e riscatto per le minoranze culturali, religiose, linguistiche che abitano le nostre società urbane. Sono una sfida per ribaltare la loro rassegnazione in protagonismo sociale ed economico. Per trasformare il ruolo delle istituzioni locali da semplici erogatori di risorse in stimolatori di una domanda che può generare decine di nuove realtà imprenditoriali”18. Il design, dunque, come promozione dell’integrazione culturale, lavorando sulla città, luogo in

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Così Boeri sul catalogo: “..la scommessa che l’invenzione e la produzione di oggetti d’uso

cui il confronto avviene più da vicino. Su principi analoghi nasce anche il progetto Milano Cina. Un’esperienza di design, sviluppato da NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, sulla zona di via Paolo Sarpi, quartiere milanese ad alta concentrazione cinese (comunque non un quartiere monoetnico), in cui il confronto e talvolta lo scontro tra culture si manifesta in tutta la sua evidenza e, talvolta, urgenza. Un quartiere caratterizzato dalla presenza di importatori dalla Cina e da negozi con vetrine, caratterizzate da un eccesso di prodotti di bassa qualità. Il lavoro si è svolto partendo da un’analisi della cultura giovanile cinese (arte, moda, musica) raccogliendo i contributi in una fanzine; si è poi lavorato per trasformare elementi tipici della cultura cinese con motivi caratteristici della nostra cultura e viceversa; infine sono stati realizzati souvenir della zona per connotare positivamente una situazione complessa e talvolta difficile – “un mix fortissimo di oggetti policulturali”19. Tra le proposte: la scultura di guerriero cinese con bacchetta e forchetta-coltello al posto delle lance di Cinzia Forte e Vanessa Zarbano, il cappello tradizionale cinese che, nel lavoro di Aurora Delfino, Clara Busetti e Monica Candido, diviene zaino ma anche cestino e cuscino, fino ad operazioni tipicamente grafiche come in Enjoy white sharing di Francesco Mele con due cartoline-gioco che presentano una famiglia cinese ed una italiana. Al di là del lavoro degli studenti sono stati coinvolti designers nella progettazione di vetrine dei negozi in occasione del Salone del Mobile di Milano – “hanno… creato nuove forme espressive fino a generare un linguaggio ibrido, inserendo e contaminando i loro stessi progetti di Stefano Boeri, “Il design, la città, i desideri”, in ivi, p. 8. Ludovica Brigalli, Andrea Costa, “Non solo gadget”, in AA.VV., Milano Cina. Un’esperienza di design, Lupetti – Editori di comunicazione, Milano, 2009, p. 116.

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a lato: Liza Forester, MartÍ Guixé DIY, pallone da calcio

globalizzazione. Ci hanno mostrato ciò che una chinatown è: un laboratorio dell’immaginario contemporaneo”20. Per un risultato in cui importante appare la risemantizzazione di vetrine spesso anonime. Dall’insegna disegnata con dragoni ‘futuristi’ di Alessandro Guerriero all’inserimento di colorati pupazzi Alessi di Stefano Giovannoni in un negozio di colori, alla vetrina, vincitrice del concorso, in cui si mescolano animali (finti) e frattaglie (vere) di Cinzia Ruggeri.

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design con le peculiarità proprie della cultura cinese per trasportarla nel mondo della

In particolare l’esperienza didattica si è sviluppata in “modo rizomatico, intuitivo e liquido. Abbiamo deciso di destrutturare una metodologia del progetto partendo dall’assunto sulla staticità e sul fallimento di metodologie spesso inaridite da architetture troppo strutturate. Il corso, fin dall’inizio, è diventato quindi una sorta di laboratorio dove si sono testati, con l’approccio del work in progress, possibili direzioni sulle quali poi modellare la didattica stessa. La cosiddetta strutturazione teorica è stata infatti elaborata solo a posteriori”21. Il tutto con una logica di forte scambio – “questo è quello che abbiamo tentato di fare in Paolo Sarpi: accorgerci che esistono delle cose già sul territorio che, se attivate, sanno produrre contaminazioni assai interessanti”22 ed ancora “Più semplicemente abbiamo provato a produrre qualcosa insieme, mescolando le icone delle nostre culture, per far nascere linguaggi nuovi, misti, che nell’ibridazione trovano una nuova ricchezza”23. “Pensavo alla responsabilità del design e alla sua forza, che ci portavano a uscire dallo spazio protetto della formazione per intervenire in un quartiere in trasformazione, offrendoci la possibilità di interpretare i conflitti e le differenze come occasioni di incontro e nuove domande di senso”24. Alla base del progetto Milano Cina dunque, anche la volontà di guardare le cose degli altri in maniera diversa, come stimolo al fare creativo e, su tutto, il ruolo centrale della comunicazione ‘sociale’ come veicolo di integrazione. Con la stessa logica si è sviluppato il progetto Design with the other, promosso dal Corso di Laurea Magistrale in Design dell’Università di Firenze. E. Fiorani, “Paolo Sarpi. I love Paolo Sarpi”, in ivi, p. 86. Aldo Lanzini, “Sul metodo e sulla didattica”, in ivi, p. 64. 22 Aldo Lanzini, ivi, p. 64. 23 Nicoletta Morozzi, Introduzione in ivi, p. 6. 24 Elisabetta Galasso, “La vetrina più bella”, in ivi, p. 144. 20 21

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L’obiettivo era quello di proporre una campagna di sensibilizzazione all’interculturalità attraverso una serie di t-shirt progettate a quattro mani – un designer della scuola fiorentina e un giovane immigrato di seconda generazione. Tra le proposte traspaiono tematiche come quelle della duplice identità con Daniela Ciampoli che ha lavorato con Kaku Damoah, ragazzo di origine ghanese, su un volto sdoppiato con la bocca ese ne tekkema, amicizia ed interdipendenza; Linda Carlocchia che, con due ragazzi albanesi, Xhona Marko e Noel Preka, ha progettato sul tema della doppia maschera e sulle sue difficoltà; altri si sono soffermati sulle diversità linguistiche, come nel caso di Roberto Fermo che, con Tatyana Abigal Pesin, ha lavorato sui termini radice e fhoresh (israeliano), o sulla gestualità che ci aiuta ma può creare anche difficoltà – Danilo Galipò e Xia Yao e l’ambiguità del movimento della mano: “Che cosa?”, per l’Italia; “7”, per la Cina. Altri, infine, hanno operato sulla cucina come veicolo di intercultura – ancora Ciampoli con Misako Tsujii che denunciano il rischio “mattanza globale” in Giappone e Italia. I prodotti sono stati esposti in occasione di Terra futura (2011) nell’ambito di una sezione curata da Zoes, comunità virtuale che opera sulle tematiche della sostenibilità. Al di là delle esperienze di ricerca sopra ricordate, negli ultimi tempi si sono sviluppati progetti concreti di confronto culturale a partire da scambi di competenze produttive. In quest’ottica opera il laboratorio interculturale La Lucerna che muove dal presupposto che l’artigianato “ha un che di antico e di essenziale… che ritorna oggi di moda e si arricchisce talora di nuovi mestieri per l’apporto degli immigrati, depositari di culture e di tecniche sconosciute. Così… diviene terreno privilegiato di interculturalità, che consente di recuperare tradizione e simboli e di intrecciarli dando vita ad un processo di scambio e di reciprocità che arricchisce non solo la produzione, ma soprattutto i rapporti umani e la conoscenza di popoli e di razze che vengono da lontano e si incontrano”25. Questo è uno degli obiettivi della Lucerna, come luogo privilegiato di incontro dove italiani ed emigrati “apprendono reciprocamente e si comunicano storie di vita e tecniche di lavorazione riguardanti arti e mestieri originali…”26. La Lucerna, Laboratorio interculturale (a cura di), Intrecci di vite e di mestieri. Artigianato dal mondo, Sinnos, Roma, 2005, p. 14. 26 ivi, p. 14. 25

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italiane ed immigrate, che ha portato alla realizzazione di prodotti – complementi per la casa ed accessori per il corpo – commercializzati attraverso diverse forme. Così a La Lucerna partecipano artigiani siciliani che per tutta la vita hanno lavorato sull’intreccio che racconta il trasferimento di competenze da piccoli “dove gioco e lavoro a volte non hanno confini”27, ma anche Aregash Teclenariam Berhane che in Eritrea lavorava i cesti – un lavoro nel suo paese tradizionalmente svolto da donne –, scambiandosi conoscenze e saperi. Ma nel libro che

Progettare con l’altro Progetti vicini

La struttura opera sul laboratorio (cucito, macramè, legatoria) a cui partecipano donne

presenta l’attività della struttura sono descritte esperienze da parte di italiani ed emigrati di realizzazione di batik, lavorazione del vetro, del legno ed anche lavori sulle tematiche dello sviluppo locale particolarmente riuscite (ad esempio il progetto promosso da Manitese sulla tessitura nel campo di sfollati Makete, vicino alla cittadina di Afabet in Eritrea). Con Umberto Giovagnoli, artigiano del giunco e del midollino che conclude: “Perché non pensare a botteghe nelle quali inserire giovani immigrati e italiani per realizzare l’intercultura in modo pratico, lavorando insieme, prevenendo emarginazioni e offrendo idee e oggetti di culture diverse”28. Incroci interessanti, quelli promossi da La Lucerna, a cui, dal mondo del design potrebbe venire un importante contributo in termini di capacità di dialogo con il mercato, di concretezza produttiva, di innovazione formale.

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ivi, p. 17. ivi, p. 25.

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Il ruolo dell’Italia a lato: Andrea del Verrocchio, David, Museo del Bargello, Firenze

Design con i Sud del mondo e design dell’intercultura, quindi, come prospettive su cui negli anni a venire ci confronteremo sempre più spesso. “Credo che i migliori prodotti dei prossimi decenni saranno il risultato di una riconciliazione di ciò che prima era considerato ‘contrapposto’: specializzazione e generalizzazione, l’individuale e il collettivo, globalità e località, l’avanguardia e il popolare”1. In un tale contesto l’Italia, per le sue peculiari caratteristiche, può giocare un ruolo particolare. Innanzitutto perché abbiamo una tradizione di migranti che dovrebbe portarci più facilmente all’incontro con l’altro – c’è un italiano altrove, per ogni italiano qui da noi. Ancora, per propensione culturale – “L’ultimo elemento della costruzione di un paradigma moderno della nazione è il più inusuale ma anche potenzialmente il più efficace: la presenza nella storia italiana della mitezza come virtù sociale”2. Già Antonio Gramsci: “Il popolo italiano è quel popolo che ‘nazionalmente’ è più interessato a una moderna forma di cosmopolitismo”3. Mentre, più recentemente: “Continueremo ad esistere se armonizzeremo il consueto con l’esotico, se il presente affonderà nel passato per suscitare un futuro aperto ma integrato. Arricchito da chi ci raggiunge da fuori, soprattutto dai suoi figli e nipoti. Obiettivo arduo, che presuppone l’incrocio di due volontà, nostra e altrui. In sé l’immigrato non è né risorsa né minaccia. Diventa l’una o l’altra se funziona o fallisce la chimica dell’integrazione leggera, all’italiana. Scettica, ma consapevole. Non c’è terza via: il meticciato è il lievito dell’umanità, gli esperimenti di ‘purificazione’ razziale ne sono la tomba”4.

Patty Johnson, “Ricollocare la pratica del design contemporaneo”, in AA.VV., Per un design solidale e sostenibile, Edizioni La Marina, Firenze, 2009, p. 167. 2 Paul Ginsborg, Salviamo l’Italia, Einaudi, Torino, 2010, p. 46. 3 Antonio Gramsci (a cura di G. Vacca), Nel mondo grande e terribile. Antologia degli scritti 1914-1935, Torino, 2007, Einaudi, p. 182 4 Editoriale, in Il mondo in casa, «Limes. Rivista italiana di geopolitica», n. 4, 2007. 1

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E infine a causa della nostra posizione geografica – “Per la sua collocazione geografica al centro del Mediterraneo, L’Italia è stata fin dai tempi antichi un crocevia di migrazioni ed ‘invasioni’ di vari e tanti popoli. Ci auguriamo che nell’epoca della Grande Migrazione ci lasceremo tutti arricchire e rivitalizzare dall’incontro e dallo scambio con culture diverse degli stranieri giunti in Italia recentemente e che questo sia una nuova prospettiva di rinascita del paese, una prospettiva venuta da altrove e riconosciuta come tale”5. Un Mediterraneo che si presenta sicuramente come luogo particolare. “…alla proposta di vedere il Mediterraneo come un orizzonte teorico attuale si possono opporre… due obiezioni. Secondo la prima il Mediterraneo è un mare del passato… La seconda obiezione sottolinea… la presenza sulle rive, di una molteplicità di conflitti… Non si può certo negare che il Mediterraneo sia attraversato da conflitti drammatici e molto lontani dalla soluzione. La loro esistenza però non falsifica assolutamente il nostro discorso, ma al contrario ne costituisce la conferma. …Quei conflitti, infatti, non sono forme di litigiosità locale, piccole beghe di quartiere, ma derivano dalla circostanza che quel mare è il punto del pianeta su cui si incontrano e si scontrano civiltà diverse. Quei conflitti costituiscono la prova più certa della centralità del Mediterraneo che, lungi dall’essere diventato un lago marginale, costituisce ancor oggi una frontiera cruciale”6. Mediterraneo innanzitutto come mare di mezzo, non solo tra terre, ma tra due modelli di sviluppo – quello comunemente definito come occidentale che ha portato mediamente a benessere economico ma che pecca sul piano della sostenibilità ambientale, nella disparità nei confronti di realtà a più basso tasso di sviluppo e non appare generalizzabile perché porterebbe in breve al tracollo del pianeta; quello proprio della riva sud, sicuramente eccessivamente lento, soggetto alla minaccia di una occidentalizzazione incontrollata, ma che si esprime in continuità con il territorio, in rapporto con la tradizione, in legami ancora forti tra le persone. Il tutto a prefigurare una alternativa mediterranea. “In un mondo che sembra risucchiato nelM. Cristina Mauceri, M. Grazia Negro, op. cit., p. 315. Franco Cassano, “Il Mediterraneo contro tutti i fondamentalismi”, in Franco Cassano, Danilo Zolo (a cura di), L’alternativa mediterranea, Feltrinelli, Milano, 2007, pp. 56-57. 5

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forte… se gli europei vorranno pensare il proprio futuro dovranno cessare di considerarsi come fianco orientale dell’impero atlantico… Il Mediterraneo quindi come risposta comunitaria al capitalismo globalizzato…”7. Lungi dall’essere una zavorra, il ritardo del Mediterraneo si rivela una risorsa preziosa, perché, con le sue reti comunitarie, custodisce l’idea di una forma di umanità più ricca di legami e di senso, non stritolata dal demone della crescita, orgogliosa della sua diversità…”8.Ed ancora: “L’alternativa mediterranea… vorrebbe valorizzare, piuttosto, la cultura del limes, dei molti dei, delle molte lingue e delle molte civiltà, del ‘mare fra le terre’

Progettare con l’altro Il ruolo dell’Italia

la scontro tra MCWorld e Jahad, il Mediterraneo ha, infatti, il merito di indicare una prospettiva

estraneo alla dimensione monista, cosmopolitica e ‘umanitaria’ delle potenze oceaniche”9. Ma anche Mediterraneo come luogo di incontro con l’Altro. “Se il Mediterraneo è senza dubbio la culla dell’Occidente, esso è però anche il luogo di intersezione tra l’Occidente e il suo Altro, o almeno ciò che esso ha ritenuto essere il suo Altro, in particolar modo la cultura arabomusulmana”10. Con Scandurra: “Così è per il Mediterraneo, luogo dismesso e pure d’incontro di storie meticciate, di ibridismi e non di guerre, di ri-conoscimento conflittuale di alterità. Il Mediterraneo, che si oppone al fondamentalismo della visione unica, della cultura unica, della fede religiosa unica. Un luogo pluriverso, plurimo, plurale. Il luogo dove non è dato a nessuna cultura prevalere sulle altre”11. Il Mediterraneo, come punto di incontro tra due mondi, confronto tra tradizioni depositate e modernità, tra passione e ragione, tra cultura umanistica e tecnica, tra assolutismo e razionalismo, tra la forza e la libertà, tra la terra ed il mare, è culla del concetto stesso di métissage. Già Fernand Braudel: “Se alle civiltà delle sue sponde il mare ha dovuto le guerre che lo hanno sconvolto, è stato loro debitore anche della molteplicità degli scambi (tecniche, idee e anche credenze), nonché della variopinta eterogeneità di spettacoli che oggi offre ai nostri occhi. Il Mediterraneo è un mosaico di tutti i colori. Per questo, passati i secoli, possiamo vedere senza indignarcene (tutt’altro) tanti monumenti che un tempo rappresentarono dei sacrilegi, pietre ivi, p. 78-79. ivi, p. 95. 9 Danilo Zolo, “La questione mediterranea”, in ivi, p. 21. 10 Roberto Gritti, Patrizia Laurano, Marco Bruno, “Introduzione”, in Roberto Gritti, Patrizia Laurano, Marco Bruno (a cura di), Oltre l’Orientalismo e l’Occidentalismo. La rappresentazione dell’Altro nello spazio euro-mediterraneo, Guerini associati, Milano, 2009, p. 12. 11 Enzo Scandurra, Un paese ci vuole. Ripartire dai luoghi, Città Aperta Edizioni, Troina (En), 2007, p. 106. 7

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a lato: Paolo Ulian, Drinkable watercard Opos, 2003

di alti minareti; San Giovanni degli Eremiti a Palermo, il cui chiostro è racchiuso tra le cupole rosse o rossastre di un’antica moschea; a Cordoba, tra gli archi e i pilastri della più bella moschea del mondo, l’affascinante chiesetta gotica di Santa Cruz, costruita per ordine di Carlo V”12. Ed ancora: “viaggiare nel Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’islam turco in Iugoslavia… Tutto questo perché il Mediterraneo è un crocevia antichissimo: da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, mer-

Progettare con l’altro Il ruolo dell’Italia

miliari che indicano i progressi e le ritirate di epoche lontane: Santa Sofia, con il suo corteggio

ci, navi, idee, religioni, modi di vivere”13. “L’idea di cosmopolitismo è però ancora lontana dal rendere pienamente lo spirito del Mediterraneo. Tutti i grandi ‘porti di mare’ sono quasi per definizione cosmopoliti, in qualunque parte del mondo si trovino, ma ciò non è bastato, per esempio, a fare dell’oceano Indiano occidentale, fra Corno d’Africa, Yemen e India, oppure del Mare del sud, fra Malesia, Indonesia e Indocina, altrettanti mari mediterranei. Il cosmopolitismo volge alla mediterraneità se in più fra le diverse sponde del mare interno si stabilisce in maniera intensa e permanente l’incontro…14. Il Mediterraneo per vocazione assimila e fonde, non crea ‘muraglie’, ma si pone come ‘ponte’ e non frontiera, non conosce razze e caste ma fa del ‘meticciato’ una condizione comune e feconda. L’uomo mediterraneo è una disposizione alla mescolanza di culture. Questa visione del Mediterraneo come luogo di scambio di culture ha subito nel tempo battute d’arresto. “Il Mediterraneo ‘ponte’ e felicemente mescolatore ha funzionato bene fino a che ha ospitato essenzialmente religioni politeiste, non esclusiviste e portate entro certi limiti al sincretismo. Con l’avvento del cristianesimo e dell’impero cristiano le cose sono cambiate; da quel momento, al di fuori della chiesa universale, non considerando il caso specialissimo degli ebrei, c’è stato posto solo per i pagani da convertire e per gli eretici da repri-

12 Fernand Braudel, La Mediterranée, Flammarion, Parigi 1985; tra. it. a cura di G. Socci, Il Mediterraneo. Lo spazio la storia gli uomini le tradizioni, Tascabili Bompiani, Milano, 2007, p. 112. 13 citato in Scipione Guarracino, Mediterraneo. Immagini, storie e teorie da Omero a Braudel, Bruno Mondadori, Milano 2007, p. 95. 14 ivi, p. 96.

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a lato: Giulio Iacchetti, Odnom, mappamondo da tavolo, Palomar

mere. Peggio ancora sono andate le cose con la comparsa dell’Islam, replica concorrente dello stesso tipo di esclusivismo: da quel momento, sono in molti a pensarlo, il Mediterraneo ha subito una mutazione profonda e ha perso la sua vecchia natura, diventando il teatro di una convivenza impossibile, la frontiera fra due civiltà che non riescono a riconoscersi…15. Esistono oggi ventuno stati (ventidue contando, com’è d’uso, il Portogallo) propriamente mediterranei e altri cinque gravitanti sull’area mediterranea (Macedonia, Romania, Bulgaria, Giordania e lo stato incompiuto dell’Autorità Nazionale Palestinese), In un mare che ha già un ruolo minore come ponte degli scambi economici, molti di questi sono nati con l’esplicito programma di essere stati-nazione di una sola etnia lingua e religione (e non ci sono neppure riusciti), un programma che si presenta come negazione recisa della mediterraneità stessa”16. Si tratta invece di recuperare il senso del confronto, dell’incontro, dello scambio. Così Massimo Canevacci: “La consapevolezza che la perdita può essere generatrice di speranza. Che attraversare contesti stranieri non favorisce solo la nostalgia di modelli familiari o religiosi, ma anche la forzosa assimilazione al nuovo. Le nuove prospettive diasporiche possono rompere la trappola tra integrazione (come eliminazione delle differenze del soggetto diasporico) ed emarginazione, a favore della sfida decentrata e dislocante di nuovi irriducibili sincretismi culturali. Alterare la diaspora dalla sua matrice caratterizzata come lacerazione violenta dal proprio territorio. Favorire la liberazione diasporica dal peso dell’origine e sprigionare il senso disseminato di differenziazione. Vedere le diaspore mediterranee come produttrici di innovative esperienze. Diaspore non più legate a forzose migrazioni, a esili tragici, a deterritorializzazione come sottrazione, bensì per una nuova soggettività che sperimenta lo scorrere delle proprie pluralità…17. Una via di fuga a tutto questo è per l’appunto una nuova concezione del soggetto diasporico delle identità fluide e delle culture sincretiche che si possono affermare non contro, bensì oltre ogni fondamentalismo, in primis di matrice occidentale”18.

ivi. p. 142. ivi, p. 182. 17 Massimo Canevacci, “Mix-Med” in Raffaella Faglioni, Paola Gambaro, Carlo Vannicola (a cura di), Medesign Forme del Mediterraneo, Alinea, Firenze, 2004, pp. 16-17. 18 ivi, p. 18. 15

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Sistema Italia e sfida verso l’Altro a lato: Tord Boontje, Shadowy, Poltrona, Moroso

Territori e connessioni Al di là della propensione geografica, sociale e culturale allo scambio, anche il design italiano, per le specifiche caratteristiche, appare adatto a giocare un ruolo nello scenario dell’interculturalità. Come scrive Andrea Branzi. ”Il design italiano ha trasformato l’assenza di una propria metodologia unitaria di progetto, in una grande diversificazione interna di linguaggi e tendenze, favorendo il suo continuo rigenerarsi nel tempo; ha sfruttato l’assenza di una politica governativa di settore, elaborando una sorta di opposizione operativa da attivare dal basso, attraverso prodotti e idee. Così nel momento in cui la modernità classica è entrata in crisi, il design italiano si è trovato di fatto traghettato in una sorta di cultura post-industriale antelitteram, che molto ha favorito la sua leasdership, che proprio a partire dagli ultimi decenni si è affermata a livello internazionale”1. Assenza di modelli totalizzanti, varietà metodologica, mancanza di un sostegno da parte dello stato, cui si somma un sistema produttivo costituito da piccole e piccolissime imprese hanno prodotto una realtà complessa che, da sempre, ha tollerato le diversità di linguaggio formale. Una tradizione di apertura e sperimentazione così marcata da abbattere eventuali barriere di tipo strutturale (dimensioni delle imprese) o di matrice ideologica verso inevitabili sollecitazioni formali dell’altrove. In più: l’apertura culturale dell’Italia non ha solo motivazioni sociali, ma può rappresentare una fonte di competitività per imprese e territori del nostro paese. Proprio a partire dalla posizione che occupiamo a livello internazionale. Con Aldo Bonomi: “Io credo che il territorio vada pensato. Ci sono tre modi di pensarlo: pri-

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Andrea Branzi, Introduzione al design italiano. Una modernità incompleta, Baldini & Castoldi, Milano, 1999, p. 10.

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mo modo, pensare il territorio come luogo del rinserramento e della chiusura, della selezione dell’altro da sé; secondo modo, pensarlo come un flusso che atterra in maniera indiscriminata sul territorio, pensiamo a Bophal come rappresentazione drammatica di un flusso…; terzo modo, è considerare il territorio come spazio di rappresentazione dove precipitano le tecnologie, le nuove forme dei lavori, la nuova composizione sociale ma a cui stare ancorati, per andare nel mondo con una visione partire e tornare, il territorio come luogo dell’ancoraggio in una dimensione della globalizzazione che costringe a una dialettica ‘lonal’, dal locale al globale e ritorno, con tutto ciò che questo significa per le imprese, per i soggetti, per le culture, per un territorio aperto. …c’è una forte comunità del rancore, ossia l’assenza della comunità percepita… comunità … che si danno identità contro l’altro da sé…c’è una forte comunità di cura” in cui “non metterei solo l’esercito dei buoni, di coloro che per vocazione o professione fanno volontariato e professioni sociali” ma anche le professioni legate al welfare, le cooperative sociali. “Bisogna cominciare ad interrogarsi anche su quella che io chiamo la comunità operosa, la comunità che è dentro le dinamiche economiche e i grandi processi di cambiamento. E quando dico comunità operosa ho in mente l’evoluzione del capitalismo molecolare, il post fordismo, e poi il terzo ciclo, quello del capitalismo delle reti… Se il modello economico che verrà è quello degli operosi che chiedono dazi, mentre i rancorosi perimetrano il territorio c’è poco da stare allegri. Ma se riuscissimo a saldare i soggetti della cura con i soggetti dell’operosità forse le cose potrebbero cambiare. L’ambivalenza del territorio è esattamente ciò che con più radicalità ci interroga, rispetto a questi problemi”2. Ancora Bonomi, discutendo con altri gli scenari di una “sinistra dopo la sinistra” (post elezioni 2008): si tratta di “mettersi in mezzo, tra flussi e luoghi assumendo il territorio come nuovo spazio di azione intermedio e accompagnare le società locali nel ‘metabolizzare’ culturalmente i cambiamenti; per dirla con uno slogan, mediare i flussi per accompagnare i luoghi”3. Affermare la centralità del confronto, del contributo in termini di innovazione che può venire

Aldo Bonomi, Il territorio prima lo si pensa, «Communitas», n. 44, 2010. Aldo Bonomi, “Coscienza di classe, coscienza di luogo”, in AA.VV., Sinistra senza sinistra. Idee plurali per uscire dall’angolo, Feltrinelli, Milano, 2008, p. 132.

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rafforzamento delle produzioni. Anzi, proprio in un misurato incontro, in uno scambio calibrato, in un corretto mix tra particolarismi si gioca il futuro delle economie e, dunque, del progetto dei territori e, più in generale, la sfida di una nuova socialità. Così Enzo Rullani: “Riscoprendo il ruolo centrale della conoscenza tacita, anche nelle forme di apprendimento moderno, si fa dunque un doppio passaggio: da un lato si torna indietro, alle condizioni della produzione pre-moderna; dall’altro si guarda avanti, verso una diversa concezione di modernità in cui il sapere tacito e l’apprendimento evolutivo siano impiegati per gestire la complessità generata dalle forme artificiali di sapere.. Pure essendo vecchia e pre-moderna, la conoscenza tacita ha un grande vantaggio: non è facilmente riproducibile e

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dall’esterno non vuol dire negare l’importanza del territorio come strumento di conoscenza e

non è facilmente propagabile…”4. In chiave competitiva “il primo cambiamento che richiede un elevato sforzo di investimento.. riguarda il rapporto fra sapere informale e sapere formale.. Tutto ciò continuando a coltivare le proprie differenze originali, sviluppando idee e competenze innovative, diverse da quelle disponibili nel sapere globale.. Infine nei paesi dell’economia globale bisogna andarci a imparare a operare. Servono conoscenze inter-culturali e trans-nazionali.. serve un approccio dialogico – di interazione e interpretazione reciproca con altri uomini ed altre culture”5. Il mercato appare sempre più sensibile a prodotti espressione dello scambio culturale. Così Francesco Morace a proposito del mindstyle Crucial & Correct, tra le tendenze emergenti: “La nuova elaborazione e condivisione di valori e comportamenti corretti, di rispetto reciproco e di crescita nell’apprendimento del diverso, si affranca gradualmente dalla gabbia del politicamente corretto, per diventare una pratica di vita e di pensiero che permette di dfefinire i ‘punti cruciali’ di equilibrio nel vissuto della collettività…”6. Mentre da più parti si parla di marketing mediterraneo come prospettiva “forte” sui mercati – “il senso della misura, connaturato allo spirito mediterraneo, ricorda di non sottostimare le criticità che si creano sia nell’elaborazione

Enzo Rullani, Economia della conoscenza, Creatività e valore nel capitalismo delle reti, Carocci, Roma, 2004, p. 311 e segg. ivi, p. 92 e segg. 6 Francesco Morace, PreVisioni e PreSentimenti. Stili di pensiero per un futuro ormai presente, Sperling & Kupfer editori, Milano, 2000, p. 130. 4 5

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Fernando e Humberto Campana, Boa, divano, Edra

di identità culturali multiple, sia nella loro convivenza e conseguente espressione. Verremmo così a contrapporre all’anoressia identitaria modernista e alla bulimia identitaria postmoderna, una ‘dieta mediterranea’ per le identità alternanti contemporanee”7. … per la competitività Le forme in cui la presenza dell’altro già si manifesta nelle aziende italiane è molteplice. Talvolta l’impresa opera recuperando materiali e savoir-faire di altri territori, spesso il riferimento è di carattere formale, mentre, più recentemente, si attuano collaborazioni con designer di paesi di giovane tradizione progettuale.

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7 Luca Massimiliano Visconti, “Identità e mediterraneità: l’alternanza culturale come terza via tra anoressia e bulimia identitaria”, in Antonella Carù, Bernard Cova, Marketing Mediterraneo. Tra metafora e territorio, Egea, Milano, 2006, p. 149.


Progettare con l’altro Sistema Italia e sfida verso l’Altro

Nel caso dell’esperienza Hammam promossa da Milli Paglieri, le capacità produttive sono marocchine – dalla ceramica, ai tessuti, dal ferro battuto al tadellakt (antica tecnica di mescola di calce e pigmenti colorati) al recupero del pneumatico – con la progettualità di un gruppo di designers italiani – Paola Navone, Massimo Morozzi… – e marocchini – Karim El Achak, Farid Belkahaia.. Così Paglieri: “Viaggiando in Marocco avevo scoperto l’abilità degli artigiani, la capacità di riproporre antiche tradizioni ancora vive. Quello che avrei voluto portare via da quei luoghi era un po’ della loro luce, dei profumi e della poesia, ma anche un po’ il calore delle persone… È iniziata un’intensa ricerca sulle tecniche di lavorazione e sul recupero di saperi antichi; ma soprattutto, in questi dieci anni, sono state create continue occasioni di scambio e incontro tra culture differenti”8. Dunque il design è italiano e marocchino, la produzione marocchina, la commercializzazione italiana per oggetti inevitabilmente meticci, alla cui progettazione partecipa anche l’artigiano che li realizza. “…una ricerca interculturale… prodotti etnici ma già da subito meticci”… oggetti doppi, semplici e complessi, istintivi e colti perché non citato in Claudia de Giorgi, Claudio Germak (a cura di), MANUfatto. ArtigianatoComunitàDesign, Silvana Editoriale, Milano, 2008, p. 89. 8

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raccontano solo la storia e la cultura materiale di un popolo, ma anche quella progettuale di un altro… lontani dalla globalizzazione e dalla nostalgia del localismo…”9. Con l’interessante esperienza di Moroso della collezione M’Afrique si assiste al recupero di una tecnica tradizionale – l’intreccio a mano dei fili di plastica tipico delle reti dei pescatori del Senegal – con una progettualità a più mani – designers europei (Tord Boontje e Patricia Urquiola), artisti-designers africani (Bibi Seck, Ayse Birsel). Ogni pezzo è unico con diversi colori e varietà nell’intreccio, da non considerarsi come difetti ma come elemento di originalità e dunque vero valore aggiunto. Così Patrizia Moroso: “L’Africa delle ricchezze e delle modernità merita di essere conosciuta e sostenuta per l’originalità dei linguaggi creativi con cui partecipa all’arricchimento del patrimonio culturale mondiale. Il continente africano è straordinariamente ricco di espressività, di materie e di idee che sono fonte di ispirazione, nutrimento per noi, e che applicate al design sono capaci di dar vita a prodotti che esprimono tradizione e modernità, innovazione e storia, forma e bellezza”10. Con Michela Manservisi: il ritratto del continente africano è “costruito, eccetto rari casi, sull’emergenza umanitaria, sull’aneddoto dal taglio folkloristico, sulla tendenza tribal chic. Ho sempre creduto, al contrario, che l’Africa delle ricchezze e della modernità meritasse di essere conosciuta e sostenuta per l’originalità dei linguaggi creativi con cui partecipa all’arricchimento del patrimonio culturale globale”11. Ed ancora: “Luogo privilegiato in cui cultura e economia possono incontrarsi, la moda è, inoltre, un utile vaccino contro l’omologazione degli stili promossa da un’anonima globalizzazione del fashion system. Insieme ad altri settori aperti alla creatività (penso, per esempio, all’architettura, all’arredamento d’interni o alla produzione musicale) essa argina uno degli orientamenti del mercato globale: l’esclusivo consumo di idee, beni e servizi di provenienza straniera e inaccessibili per la maggioranza della produzione locale. Attraverso i loro vestiti gli africani rivendicano con orgoglio il diritto all’auto-rappresentazione, all’iniziativa, alla libertà creativa e di consumo compiendo una mediazione tra le tendenze imposte dall’Occidente e gli autoctoni valori estetici e culturali”12.

ivi, p. 91. M’Afrique, www.arredoeconvivio.com. 11 Michela Manservisi, African style. Stilisti, moda e design nel continente nero, Cooper&Castelvecchi, Roma, 2003, p. 13 12 ivi, pp. 14-15. 9

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dei fratelli Campana per Edra – dalla sedia Vermelha a Favela, fino al più recente contenitore Cabana in fili di rafia lasciati liberi – troviamo il Brasile, i molti Brasile – “Il sincretismo che ha attraversato diverse diaspore è un dono che i Bresil attuali possono offrire (nonostante i loro molti problemi) a quelle parti del mondo e dell’umanità che si muovono tra globalizzazione e localizzazione. Un sincretismo come proposta per una nuova antropologia ibrida, che ha la comunicazione come suo panorama fluido. La diaspora è la madre dei sincretismi”13. Così i Campana: “Il nostro design è basato tutto sull’accumulo, sull’eccesso e sulla mancanza di tecnologia. Utilizziamo questa low technology per produrre articoli di lusso, per cui ogni volta diamo spazio all’imperfezione, perché l’imperfezione si interessa al mondo, perché il Brasile è un luogo molto imperfetto, molto decostruito. Ma c’è una libertà, in questa decostruzione,

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In altri casi il riferimento non è solo formale ma anche di natura concettuale. Così nel lavoro

che porta allegria, gioia di vivere”14. Si lavora poi su capacità produttive italiane intervenendo con progettualità ‘altre’ fortemente connotate in senso territoriale – si pensi al lavoro di Yamo, designer algerino, per Ceccotti collezioni con la consolle Imrat in cui la varietà di materiali e la ricchezza decorativa araba si fondono con la perizia da ebanisti dell’azienda toscana, a prefigurare forme di collaborazione industriale tra le due Rive del Mediterraneo. “Questa geografia dell’abitare si rivela come una geofilia: la geofilia è un criss-crossing di ibridazioni culturali, identitarie comunicazionali che spazializzano il desiderio tra incroci e traversamenti. Neofilia è un immaginare grafismi abitativi e non determinati da un piacere denso e figurale. Che il soggetto può mobilitare a suo piacimento e che può ispirarsi tra i flussi disordinati e trasfiguranti del mix-med. Si osservi il design di Yamo… la sua Freccia lampada esprime proprio questo sincretismo culturale tra un classico strumento di matrice africana, una freccia più lunga di quelle di tradizione europea, che trasfigura le sue parti acuminate in sorgenti di luce; l’oggetto che ha ispirato questo lavoro… acquisisce una sorta di potere feticistico distaccato da una visione semplicemente magico-religiosa per diventare cosa-che-vive grazie alla luce emessa. Oppure Imrat, una consolle in cui due fusi per filare diventano parte costitutiva delle parti laterali su cui poggia il Massimo Canevacci, Sincretismi. Esplorazioni disporiche sulle ibridazioni culturali, Costa & Nolan, Milano, 2004, p. 13. Fernando e Humberto Campana, “L’apertura dell’imperfezione” in Lino Centi, Giuseppe Lotti (a cura di), Design ± Infinito. Percorsi del progetto critico, Edizioni Edizioni ETS, Pisa, 2009, p. 46.

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Giuseppe Lotti Progettare con l’Altro

a lato: Patricia Urquiola, Flo, sedia, Driade

manufatto. O infine il bellissimo Bielle-Lampade che riesce ad esprimere tutte le possibilità creative nell’innestare canne da pesca su codici formali di matrice africana come delineando filiformi maschere per un’illuminazione che non è solo tecnica, in quanto unisce una profonda padronanza estetica e artigianale dentro una visione poetica dalla luce ibrida”15. In altri casi sono designers italiani che si lasciano coinvolgere da emozioni, forme e colori espressamente derivati da altre culture – importante in tal senso il contributo di Paola Navone con la collezione Lace per Egizia in cui il riferimento formale e materico esplicito è quello dei vetri marocchini. Ed i progetti per Gervasoni – linea Black – in cui il lavoro sull’intreccio e l’utilizzo prezioso del bamboo richiamano tecniche e un immaginario più asiatico. Altre volte l’apertura si esprime nel recupero di tipologie di prodotti legate ad altre culture. Così nella couscoussiera progettata da Abdì, designer algerino, per Alessi in cui si riprende la cottura tradizionale magrebina – un contenitore per la carne e le verdure, un contenitore superiore per il couscous in cui la bucatura permette ai vapori, al profumo, al gusto di insaporire la cottura della semola. Anche la doppia versione in terracotta (con manico in bachelite) e inox riprende soluzioni tipicamente magrebine – la couscoussiera rurale e quella di città… Per un oggetto concluso dalla mezzaluna superiore che assume una valenza e dunque una importanza quasi architettonica. Con un design magrebino di per sé meticcio: Aziz Chouaki qualifica i creativi algerini come “artistes creoles” perché in Algeria “la souche de la culture première est berbère, royaumes, langue, mémoire orale. Sont venues s’y greffer des souches carthaginoises, latines (Rome restera plus de quattre siècles en Algérie, le latin était langue officielle), et enfin, arabes, ottomanes et surtout françaises”16. Oppure in Italian Kebab dei fratelli Adriano, progetto presentato alla Triennale di Milano 2008 – particolare mix tra la una tradizione culinaria straniera e design Made in Italy. L’idea alla base del progetto è la definizione di un format – noi che siamo bravi a farlo (dalla pizza alla pasta, al cappuccino) – partendo da un cibo non autoctono e, dunque, che il nostro paese può cogliere le occasioni che possono nascere dal confronto con culture altre anche in termini di accrescimento del proprio potenziale competitivo17. Il

Massimo Canevacci, “Mix-Med”, op. cit., pp. 15-16. citato in Gilles de Bure, “Designers créoles”, in Abdelkader Abdi (a cura di), Design Algérien. Nouvelle génération, SBS éditions, Paris 2003, p. 8. 17 Italian Kebab, www.youtube.com. 15

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a lato: Fernando e Humberto Campana, Vermelha, poltrona, Edra

tisti di Italian Kebab siano Davide e Gabriele Adriano che operano a Torino, città multiculturale ante litteram. Da ricordare come proprio intorno al Kebab negli ultimi tempi si sia sviluppato un forte dibattito a partire dall’approvazione del regolamento del Comune di Lucca che non ammette nel centro storico “l’attivazione di esercizi di somministrazione, la cui attività svolta sia riconducibile ad etnie diverse al fine di salvaguardare la tradizione culinaria e la tipicità architettonica, strutturale, culturale, storica e di arredo”, una posizione rafforzata anche dall’ex ministro dell’agricoltura Luca Zaia – “mai mangiato il kebab. Preferisco mangiare un panino con la soppressa che fanno così bene nel mio Veneto. A Natale mi sono rifiutato di mangiare l’ananas. Figuriamoci se mangio il kebab”18. In alcuni casi, infine, l’obiettivo si fa dichiaratamente politico, senza perdere di vista gli obiet-

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tutto con un occhio di riguardo alle norme igieniche internazionali. Non è casuale che i proget-

tivi di mercato. Così nel tavolo Baghdad ancora di Edra, disegnato da Ezri Tarazi che, assemblando centinaia di profili industriali in alluminio, senza alcuna struttura, riproduce una parte della pianta della città di Baghdad. Scelta coraggiosa quella di Tarazi, designer israeliano che progetta un tavolo – per tradizione oggetto dell’accoglienza e dello scambio – parlando di un paese, l’Iraq, politicamente lontano da Israele (siamo prima dell’ultima Guerra del Golfo). La varietà dei profili richiama una città in cui la complessità delle identità si ricompone in un insieme unitario inevitabilmente mutevole e, proprio per questo, affascinante. Per Baghdad si parla di “political furniture”19. Mentre per Vanni Pasca ed Ely Rozenberg: “Un altro sguardo sulla società postindustriale traspare dal lavoro di Ezri Tarazi Baghdad table. Il tavolo è assemblato mediante l’unione di centinaia di profili diversi di estruso di alluminio. Esso ci offre uno sguardo esterno sulla quantità e la varietà che il demone macchina produce nel mondo. Non a caso la geometria dei diversi profili è stata sfruttata per il montaggio della mappa della città di Baghdad. Come in un plastico militare, in questo lavoro ritroviamo la realtà politica e militare del Medio Oriente”20.

Fabio Poletti, Non mangio gli ananas, figuratevi quella roba, «la Stampa», 30 gennaio 2009. www.trenhunter.com 20 Vanni Pasca, Ely Rozenberg, Promisedesign, Designers israeliani a Milano, www.roma.mfa.gov.il 18 19

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Giuseppe Lotti Progettare con l’Altro Ezri Tarazi, Baghdad, tavolo, Edra

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Attorno al Mediterraneo a lato: Yamo, Imrat, consolle, Ceccotti Collezioni

Cose e simboli Con la logica di scambio Sud • Nord nasce anche una delle azioni previste dal già citato progetto Sviluppo dei saperi tradizionali artigianali e integrazione dei sistemi produttivi in Italia e Marocco. Già il workshop in Marocco aveva prodotto ricadute indirette in Italia con il lavoro di Elena Sallusti, progetto di “stickers” in ceramica ispirati per forme e colori ai mosaici della regione di Tétouan, realizzato da un artigiano marchigiano. Si è poi operato in Toscana, a Firenze, attraverso una collaborazione tra due studenti marocchini, due italiani e un giovane ceramista, Alfredo Quaranta. In questo caso le condizioni di contesto non esprimevano una connotazione produttiva legata al territorio – Quaranta è ceramista pugliese, di Grottaglie, trapiantato in Toscana dove ha condotto gli studi all’Accademia di Belle Arti. È dunque subito apparso che il lavoro non poteva svolgersi a partire da un’identità territoriale e produttiva specifica. La riflessione si è sviluppata quindi intorno all’idea di progetto condiviso tra gli studenti dei due paesi. Centrale è stata la scelta della tipologia di prodotto nella quale si è ricercata una innovazione funzionale per la produzione di Quaranta – tradizionalmente oggetti decorativi. L’attenzione si è soffermata su una tipologia di prodotto tipicamente marocchina – quella della couscoussiera – di cui si è recuperata la funzione tradizionale: una pentola inferiore in cui cuocere carne e verdure, un contenitore separato per il couscous con bucature nella parte inferiore per ricevere i vapori della pentola sottostante. Il pezzo è concluso da un grande piatto da posizionare al centro della tavola, per partager, dividere, il couscous. Il tutto con forma e dimensioni volutamente importanti, quasi archetipiche, totemiche, come se il pezzo fosse una scultura trovata su un’isola del Mediterraneo.

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Un tema, quello di una figurazione ancestrale tipico di tanta oggettualità del mare di mezzo. Così Franco La Cecla: “…che cosa vuol dire tutto ciò: che i manufatti moderni sono meno belli, colorati, vissuti, umani, di quelli delle culture indigene? Non si tratta qui di mettere a confronto estetiche diverse, ‘il gusto dei primitivi’ contro, ad esempio, lo stile funzionale; la questione è che agli oggetti industriali manca una buona parte di quella ‘oggettualità’ che consentirebbe loro di essere ‘animati’. Spieghiamoci: per ‘oggettualità’ intendo la qualità di presenza di un oggetto, la sua capacità efficace di interagire con chi lo usa, il suo essere capace di trasformare l’utente. Un esempio sono gli oggetti con cui si offre, sia nel caso dell’offerta all’ospite che nel caso, a monte di questo, dell’offerta al dio, ai demoni, alle forze del luogo… Questi oggetti richiedono tutti un certo modo e spesso uno solo di essere adoperati, condotti, sollevati, inclinati, porti. Si può dire che gli oggetti dell’offrire attivano la qualità di chi offre e sono attivati solo durante l’offerta… Un’altra qualità che spesso si accompagna alla presenza efficace e che si manifesta anch’essa in molti riti dell’offrire è l’’obsolescenza’, come a dire che ogni offrire è una forma di sacrificio ed il sacrificio va consumato nella contingenza e nell’immediatezza… Gli stessi oggetti sono vivi in certi momenti ed in altri no. Possono essere luogo di passaggio di ‘presenza’ in certi giorni e momenti. Statue, rappresentazioni, coppe, vassoi si animano o no di ‘presenza’ a seconda delle fasi dell’anno e del rito. Il fatto è che la nostra cultura, pur piena di ‘cose’ e di rappresentazioni efficaci che vogliono ricordare, deificare presenze, ‘fa finta’, invece, che gli oggetti siano morti, cioè professa una strada metafisica della neutralità e dell’inefficacia delle cose che si chiama ‘materialismo’. Il materialismo è la precauzione spaventata di fronte ai pericoli di un mondo in cui gli oggetti siano ‘singolari’ e quindi animati”1. I riferimenti, più o meno consapevoli, della couscoussiera appaiono le statue-stele, evoluzione di menhir e dolmen, con la loro più ampia concentrazione in Lunigiana ma presenti in numerosi siti del Mediterraneo, rappresentazioni spersonalizzate di divinità femminili – dea mater, simbolo di fertilità e vita – e maschili –, guerrieri con spade ed asce come

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Franco la Cecla, op. cit., pp. 41-48.


triangolo sormontato da un disco e, tra i due, da una linea orizzontale – il tutto ad evocare una figura umana soprattutto quando la linea si piega verso l’alto come a formare braccia oranti. Il design ha provato, a più riprese, a recuperare questa oggettualità ancestrale, indigena. Più di altri ci è riuscito Ettore Sottsass, soprattutto con i suoi primi lavori. Così a proposito delle sue Ceramiche delle tenebre e dei Piatti dedicati a Shiva: “Mi pareva allora che si potessero trovare delle specie di forme archetipe (non forme essenziali, perché l’essenziale presume uno stato ideale o un assoluto metafisico, ma forme archetipe), voglie dire forme

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presenze tutelari di campi e boschi; o i tophet fenici dedicati a Tanit, simbolizzato da un

trovate dagli uomini molto tempo fa e che appartengono profondamente alla loro storia, al punto che gli uomini non ne possono più fare a meno. È per questo che in quegli anni, quando facevo quelle piccole ceramiche, mi commuovevo molto a guardare libri della preistoria mediterranea o mesopotamica o anche della preistoria cinese o anche di quella giapponese, perché mi pareva che quelle forme e quei modi di fare continuassero a trasmetterci l’immagine di epoche nelle quali forse non si conosceva l’alienazione e nelle quali forse i rapporti tra i ritmi cosmici e quelli umani erano molto stretti, epoche nelle quali comunque i destini umani sembravano molto più determinati dalla legge del cosmo che non da quella artificiale degli uomini. Magari si può anche dire che non è vero, che quelle epoche non ci sono mai state e ad ogni modo, questo era quello che pensavo e un po’ anche quello che continuo a pensare e questa era la causa delle emozioni e il tema per il quale mi piaceva molto fare ceramiche e mi piaceva molto farle in quella maniera”2. I totem, come Odalisca, o Clair de lune, sono l’espressione più evidente del recupero archetipo-rituale, con l’oggetto che perde definitivamente la sua funzione utilitaria. Ed ancora, più recentemente: “Siamo in un’epoca di consumismo. Cosa vuol dire consumismo? Vuol dire pensare che l’oggetto abbia vita breve. Si producono tanti oggetti ma quasi sempre hanno una vita breve e la maggior parte dei prodotti viene pensata proprio per essere consumata, magari questo non è esplicitato ma comunque si sa. 2

Ettore Sottsass, Esperienza con la ceramica, «Domus», n. 489, 1970.

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a lato: Davide e Gabriele Adriano, Italian Kebab, Edilcuoghi

e che in qualche maniera costringessero a una forma di consapevolezza della loro presenza, tant’è vero che ho avuto l’idea di mettere un basamento a qualunque cosa. Se metti una base anche alla bottiglia dell’olio, la bottiglia sta lì, non scivola via, proprio una base per fermare l’oggetto… e poi non sono molto innamorato del peso delle cose. Vorrei che gli oggetti non tanto fossero silenziosi ma costringessero al silenzio chi li usa, chi li guarda. Silenzio nel senso di una awareness, di una consapevolezza che si stanno usando, che si stanno toccando.. Quando ero ragazzo leggevo i romanzi francesi, mi ricordo che ce n’era uno di De Musset

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Nella mia vita ho sempre cercato di fare il contrario, di disegnare oggetti che stessero fermi

che raccontava di una coppia appena sposata che andava in viaggio di nozze. La moglie non era innamorata, forse l’avevano costretta al matrimonio i genitori, adesso non ricordo bene, comunque durante il viaggio la donna ha sete e davanti ad una fontana lui raccoglie l’acqua con le sue mani e la fa bere: dà da bere alla ragazza e lei si innamora pazzamente”3. Intorno al pezzo prodotto da Quaranta si sono confrontate due scuole, due culture, diverse personalità. Un approccio maggiormente decorativo – quello marocchino – ed uno più minimale – quello italiano. Per una soluzione finale che è arrivata per progressivi aggiustamenti, ma senza sforzo. La couscoussiera assume inevitabilmente anche i tratti dell’oggetto meticcio. Il meticciamento è proprio di tanti oggetti del Mediterraneo. Con Maurice Aymard: “E le cose stanno così sin dall’inizio: la terracotta sarebbe apparsa nell’ottavo millennio sul medio Eufrate, e avrebbe impiegato circa un migliaio di anni per raggiungere il mare; appena arrivata a toccarne le sponde, però, si sarebbe diffusa con una rapidità prodigiosa dalla Siria al Sahara e dall’Anatolia ai Balcani, per invadere poi tutto il Mediterraneo Occidentale; ritroviamo così sin dal sesto millennio le prime ceramiche in Italia (nelle Puglie), in Francia (vicino a Marsiglia), in Spagna (nei dintorni di Cuenxca); gli stili, però, presentano una tale diversità da costringerci ad ammettere che in ciascun luogo la nuova tecnica sia stata liberamente adattata, per non dire quasi reinventata”4. 3 Deborah Duva, Miriam Invitti, Efrem Milia, Matteo Pirola (a cura di), Maestri del Design. Castiglioni, Magistretti, Magiarotti, Mendini, Sottsass, conversazione con Ettore Sottsass, Bruno Mondadori, Milano, 2005, pp. 170-171. 4 Maurice Aymard, “Spazi”, in Fernand Braudel, op. cit., p. 236.

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a lato: Yamo, C17, sedia, VIA

Identità plurali All’interno di un tale scenario – di scambio cognitivo Sud • Nord – si è mossa anche la filiera dell’Abitare Mediterraneo del Progetto Euromedsys Interreg IIIB Medoc5, con coordinatore la regione Toscana attraverso il suo braccio operativo del Consorzio Casa Toscana, referente per le politiche del settore del mobile, e partner le regioni Emilia Romagna, Campania, Andalusia, Paca, Regione di Algeri e i Governatorati di Sfax e Sousse in Tunisia. Inizialmente l’attenzione è stata dedicata al tema dell’identità attraverso l’organizzazione di due convegni di carattere internazionale dedicati rispettivamente al tentativo di definire le peculiarità sociali, culturali ed artistiche del Mediterraneo ed a verificare le opportunità di mercato di prodotti connotati attraverso tali caratteristiche identitarie6. La complessità del tema ha portato inevitabilmente i relatori del primo convegno ad una continua riproblematizzazione della tematica. Così dall’incontro è emerso chiaramente come l’identità mediterranea sia una realtà che esiste solo nella pluralità delle identità. “L’habitat mediterraneo non può essere che un habitat misto, ove il mare è ponte verso la terra e questa una soglia che apre su un orizzonte liquido. Ogni territorio mediterraneo è eterogeneo, posto su una linea di fuga che lo porta verso il largo… Il Mediterraneo è destinato ad essere uno spazio di dialogo tra le sue varie componenti, perché ognuna sente di far parte di un tutto che la trascende… Pensare ad un habitat mediterraneo, significa anche pensare all’ibrido, al misto, insomma ad un’apertura culturale totale”7. Dal secondo incontro sono emersi opportunità e rischi di azioni finalizzate a rafforzare l’identità mediterranea. Così Alessandro Cavalieri:“…la scommessa della riva nord e della riva sud attraverso la rete è molto più forte di quella di trovare una comune identità di immagine, che a mio avviso potrebbe essere anche più facile da trovare. A questa comunità di immagine si deve assicurare una identità produttiva e mantenere radici produttive… Questa è una sfida grossa, perché vuol dire di essere in grado o meno di gestire dall’interno del sistema lo stereotipo oppure di farlo creare e gestire dall’esterno”8. sul progetto cfr. AA.VV., Modelli di cooperazione tra sistemi economici locali del Mediterraneo. Analisi, esperienze e risultati, Grafiche Martinelli, Firenze 2004. 6 gli atti dei due convegni sono raccolti in Giuseppe Furlanis, Giuseppe Lotti, Saverio Mecca (a cura di), op. cit. 7 Bertrand Westphal, “Leggere il Mediterraneo”, in ivi, pp. 55 e segg. 8 Alessandro Cavalieri, “L’identità mediterranea nella prospettiva del mercato globale”, in ivi, pp. 35 e segg. 5

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a lato: Cherif, divano, Bardi

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a lato: Mehdi Dellagi, Jusur, chaise longue, Francesco del Re

alla definizione di un manifesto HabitatMed, per un prodotto di identità mediterranea, strutturato su quattro livelli di definizione: parole chiave, declinazioni, contenuti, linee guida. Ciò per creare piani di lettura articolati fino ad una sorta di vero e proprio brief da fornire ai progettisti impegnati nell’azione dimostrativa. In dettaglio, in relazione alle declinazioni sono state individuate 5 frasi: innovare sulla tradizione, sviluppare con la natura, incontrarsi nella diversità, produrre come identità, evocare significati. Da qui si è operato attraverso l’abbinamento-scambio tra progettisti ed imprese indivi-

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Muovendo dalle conclusioni dei due convegni, un comitato tecnico-scientifico ha lavorato

duati dai partner e finalizzato alla realizzazione di prototipi rispondenti alle linee guida del Manifesto. Tra gli abbinamenti che interessano più direttamente i contenuti di questo libro quello di Yamo con Poltronova che ha portato alla realizzazione di un elemento componibile seduta, ma anche libreria-contenitore che ha in sé l’essenzialità dell’archetipo, con una forma che, nella sue linearità e modularità pare mutuata da una tradizione millenaria – è geometria di ceramica villanoviana, trama di tappeto magrebino, scrittura cuneiforme fenicia.. – o più semplicemente espressione di una geometria più contemporanea – lamiera grecata, disegno di superficie in alluminio…? La panca è stata accompagnata da tappeti disegnati sempre da Yamo e realizzati da artigiani tunisini per conto di Poltronova – esempio di una delocalizzazione intelligente – e da lampade a corredo, una serie di cinque punti luce combinati su un’unica struttura in acciaio cromato. Dai riferimenti più dichiarati il tappeto-pouf di Abdì per Parentesi Quadra in cui forma (il piano e cilindro), cromatismo (un’alternanza di beige e ruggine) e materiali (un lungo pelo sintetico) ci parlano di sabbia, dune e deserti, ma anche di cammelli e the alla menta da sorseggiare lentamente seduti a terra davanti ad un fuoco. Un prodotto che è sì chiara espressione di un preciso immaginario culturale, ma è al tempo stesso un pezzo contemporaneo che recupera, nell’uso dei materiali, tanta della cultura new-pop che fa di Parentesi Quadra un’azienda perfettamente riconoscibile. Nel secondo progetto Euromedsys – che ha visto l’allargamento della rete dei partners alla

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Grecia e al Portogallo – il lavoro si è svolto a partire dai risultati raggiunti con una azione iniziale rappresentata da un convegno finalizzato a tracciare le possibilità di mercato di prodotti espressione della Mediterraneità. Dal convegno sono emerse anche le opportunità di collaborazioni produttive tra le due Rive del Mediterraneo. Collaborazioni che, per Nicola Bellini, possono avere conseguenze dirette sul “ciclo di vita dei sistemi locali e internazionalizzazione” che nel tempo sono passati attraverso tre fasi: - “fase di sviluppo – accesso ai mercati dell’export; - fase del consolidamento competitivo – delocalizzazione delle fasi manifatturiere come recupero di competitività (modello Timosoara); - fase della maturità – integrazione del sistema locale in catene del valore di rilevanza globale – la ‘politica Estera’ dei sistemi locali”. Con conseguenze a livello di elaborazione di strategie: - “dal trasferimento di tecnologia alla collaborazione tra produttori di conoscenza – l’ipotesi di uno spazio euro-mediterraneo dell’innovazione come sistema sostenibile di eccellenza competitiva – scommettere sulle capabilities della riva sud; - la costruzione di identità mediterranee nel segno della lettura innovativa delle tradizioni e delle competenze (vs. la concorrenza tra le vocazioni e le specializzazioni tradizionali)”9. Il tutto all’interno di uno scenario che, come suggerisce Bellini, vede “la marginalità come opportunità”, ridefinendo il concetto di “periferia” e proponendo quello di “periferie connesse” come nuovi poli di crescita e di innovazione. Successivamente si è operato attraverso uno studio, realizzato da Valdani – Vicari, finalizzato a comprendere le eventuali potenzialità di un marchio Mediterraneo basato sui contenuti del Manifesto. Il lavoro è stato condotto attraverso l’ascolto della domanda – target consumatori, influenzatori d’acquisto e degli opinion leaders, principalmente attraverso colloqui di gruppo esteso proiettivi. Per Valdani-Vicari gli elementi di successo di un eventuale marchio mediterraneo sono da individuare nella sua essenza strategica di elemento

Nicola Bellini, intervento al convegno, Méditerranée et identité: stratégies, projets, communication et marché, Firenze, 2006.

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nel far leva su coinvolgimenti di tipo emotivo, nella valorizzazione della tradizione, creatività, cura del dettaglio, finitura dei particolari per un target di riferimento socio-culturale elevato ed alto spendente. Per quanto riguarda l’abbinamento progettisti–imprese, questo nell’ambito di HabitatMed II si è articolato sulla base di alcuni principi: oggetti che nascono, per quanto possibile, come frutto di metissage tra tecniche, materiali e forme delle due rive; attivazione di sinergie produttive tra i diversi paesi; coinvolgimento di designers giovani, magari donne. Così le aziende toscane hanno lavorato tutte con designer magrebini.

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differenziante dell’offerta, nel rappresentare uno stimolo per mercati in fase di maturità,

Per Bardi Cherif ha progettato un divano da terra, con schienale in capitonné che prefigura un diverso modo di sedersi come mix tra le culture delle due rive del Mediterraneo – europea, forse, addirittura mitteleuropea, ed araba – con un prodotto che, per la particolare lavorazione, esalta le capacità produttive dell’azienda. Mehdi Dellagi ha realizzato una chaise longue da esterni costruita metà in terra cotta da Francesco del Re e metà in pisé – terra cruda – a definire un particolare mix tra tecniche costruttive delle due rive del Mediterraneo; un lavoro lento e complesso, realizzato per quanto riguarda la parte in pisé direttamente da Dellagi attraverso una sua lunga permanenza in azienda. Sul piano formale un oggetto estremamente minimale ad esaltare la combinazione materica e cromatica – toni caldi del cotto e sfumature beige-verdi per il pisé. Khadija Kabbaj, infine, ha realizzato una serie di lampade applique per House Garden interamente prodotte in Marocco nei componenti in pelle e ceramica; quest’ultima è stata direttamente realizzata dalla designer marocchina, per un prodotto che richiama vagamente atmosfere decò francesi. Tre prototipi che presentano un crescendo di sinergie tra le due rive: da quelle strettamente formali – Cherif –, alle contaminazioni di conoscenze e tecniche – Dellagi –, ad una delocalizzazione controllata – Kabbaj.

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I Sud hanno molto da insegnare a lato: Luba, Maestro dell’acconciatura a cascata, poggiatesta

Negli esempi sopracitati lo scambio Sud • Nord è affidato principalmente al trasferimento di tecniche di lavorazione, materiali, soluzioni linguistico-formali. Ma al di là di questo, da uno sguardo più attento dai Sud possiamo trarre altri preziosi suggerimenti utili al nostro operare. Il Sud, come afferma Franco Cassano, non ha “solo da imparare dal Nord”, ma ha “anche qualcosa da insegnare… una misura critica nei riguardi di un mondo che ha costruito sull’ossessione del profitto e della velocità i suoi parametri essenziali”1; nella consapevolezza che “…la modernizzazione del Sud è una modernizzazione imperfetta o insufficiente o non è piuttosto l’unica modernizzazione possibile, la modernizzazione reale?”2. Mentre Pino Aprile, esponente del fronte neomeridionalista, nel suo recente Giù al Sud3 racconta tante energie buone incontrate nei suoi viaggi – un “futuro sottotraccia”4 – evidenziandone le peculiarità: una gioventù al tempo stesso local e global, che opera sull’identità e nel recupero della memoria, attaccata al territorio ma in maniera critica con la voglia di comprenderlo e studiarlo, nella consapevolezza che questo rappresenta una risorsa individuale e collettiva e che occorre lavorare duro per migliorarlo. Al riconoscimento del contributo che può venire dai Sud ha contribuito sicuramente la consapevolezza dei limiti del modello occidentale e della improponibilità di una sua estensione a tutto il pianeta, pena la distruzione. Così Serge Latouche, con una certa durezza, evidenzia limiti e resistenze all’”occidentalizzazione del mondo” di cui svela l’identità – “Con la decolonizzazione, i missionari in stivaloni dell’Occidente hanno abbandonato la scena ma ‘il bianco è rimasto dietro le quinte e tira i fili’. Questa apoteosi dell’Occidente non è più quella di una presenza reale, di un potere umiliante per via della sua brutalità e arroganza. Essa si basa su forze Ragione occidentale, ragione mediterranea, intervista a Franco Cassano, www.ilportaledelsud.org Franco Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, Rima-Bari, 2003, p. 3. 3 Pino Aprile, Giù al sud. Perché i terroni salveranno l’Italia, Piemme, Milano, 2011. 4 ivi, p. 12. 1

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simboliche il cui dominio astratto è più insidioso, ma anche meno contestabile. Questi nuovi agenti di dominazione sono la scienza, la tecnica, l’economia e l’immaginario sul quale si basano… Questo effetto dell’Occidentalizzazione non è il risultato di un meccanismo economico in quanto tale ma di una deculturazione… l’Occidente, rendendo disincantato il mondo, fa della vita terrestre il valore per eccellenza”5. Guardare al Sud non vuol dire non riconoscerne le problematiche che rappresentano un freno allo sviluppo – conflitti tra nazioni, instabilità politica, corruzione, dipendenza… – ma significa rivendicare l’importanza in termini competitivi di reti di conoscenza aperte ai contributi che provengono dall’altrove, inteso non solo come paesi in cui più alto è il tasso di sviluppo e ad elevata capacità tecnologica. Molti sono gli insegnamenti che ci vengono da uno sguardo al Sud: - la ricchezza dei legami sociali e la presenza delle comunità solidali; - il rispetto della tradizione, matrice di innovazione; - il persistere di abilità, esperienze e culture del passato o premoderne; - l’importanza attribuita alla cultura contadina ed artigiana; - la sobrietà connaturata a tante tradizioni culturali; - la persistenza dello spirito e della logica del dono e dello scambio; - il rapporto armonico tra uomo ed ambiente; - il rispetto dei beni comuni; - un contributo alla “decolonizzazione” del nostro immaginario materialista, economicista e tecnicista6; - il recupero di una dimensione più profonda delle cose come argine al progressivo abbassamento della soglia simbolica degli oggetti. “Ciò che non si percepisce o si percepisce male, è che l’Africa è sicuramente il solo continente ancora in grado di produrre relazioni sociali o, più precisamente, di innovare in campo sociale… Il continente africano fabbrica l’’antidoto’ sotto i nostri occhi, ma noi non lo vediamo. Ciò che è stato ribattezzato ‘afro-pessimismo’ é senz’altro uno dei più grandi abbagli degli ultimi Serge Latouche, L’occidentalisation du monde. Essai sur le signification, la portée et les limites de l’uniformatisation planétaire, Editions La Découverte, Rais, 1989; trad. it. a cura di A. Salsano, L’occidentalizzazione del mondo. Saggio sul significato, la portata e i limiti dell’uniformazione planetaria, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, pp. 25 e segg. 6 cfr., ivi. 5

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africano. Non si tratta di una certezza, soltanto di una scommessa e di una speranza, fondate tuttavia su precise ragioni”7. Basta pensare al ruolo della famiglia che regge anche all’urto dell’immigrazione. Ancora Latouche: ”L’imperialismo del sociale si manifesta attraverso l’importanza attribuita alle relazioni parentali. La parentela, lungi dal raccogliere solo il gruppo familiare allargato, funge da modello su cui si forgiano le relazioni d’amicizia, di vicinato, di associazione sportiva, culturale, politica o religiosa, nonché i rapporti di lavoro e le forme del potere. Essa viene riattivata e rafforzata dalle cerimonie, dai culti degli antenati, dai legami con la terra, dalle relazioni con il mondo dell’invisibile. Da qui scaturisce la famosa solidarietà africana, che davvero non ha

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vent’anni. La vitalità proteiforme del continente nero, un giorno, potrebbe dar vita al miracolo

equivalenti altrove. Questa solidarietà multiforme regge anche all’urto dell’emigrazione, tanto che si può osservare fin nelle banlieues parigine, presso i Maliani o i Senegalesi, con l’obbligo di ospitalità verso i ‘piccoli fratelli’, con le rimesse che mantengono le famiglie rimaste in patria, con le collette per costruire la moschea o la scuola nel villaggio”8. Anche gli economisti che guardavano alla informalità dell’economia – e per settore informale, preponderante in Africa, si intende “quello composto dall’insieme di quelle attività non governate da istituzioni legali e leggi in vigore, e/o quelle organizzate in maniera differente rispetto alle attività che caratterizzano le attività economiche tipiche di una ‘moderna’ economia”9 –, propria dei Sud, in termini di sottosviluppo stanno almeno in parte rivedendo le proprie valutazioni. Sono gli stessi termini di giudizio a mutare: “L’altra dimensione introdotta nell’analisi è quella dello sviluppo sociale. In altre parole, se il fine dello sviluppo è di spostarsi ‘dal PIL pro capite al benessere locale’ o meglio allo sviluppo umano sostenibile locale, quelle caratteristiche che influiscono positivamente su tale aspetto, come la salute, l’istruzione e i servizi sociali di base in generale, la previdenza sociale, l’equità, la protezione dell’ambiente e le condizioni ambientali sociali o l’integrazione (che è contemporaneamente equità e coesione) de-

Philippe Engelhard, L’homme mondial: les societés humaines peuvent-elles survivre, Arcea, Paris, 1996, pp. 28-29. Serge Latouche, Entre mundialisation et décruissance. L’autre Afrique, op.cit., p. 98. 9 Mario Biggeri, “Attività informali e cluster come strategia di sviluppo umano e di lotta alla povertà in Africa subsahariana”, in Nicolò Bellanca, Mario Biggeri, Renato Libanora, Mariano Pavanello (a cura di Mariano Pavanello), Le forme dell’economia e l’economia informale, Editori riuniti University press, Roma, 2008, p. 169. 7

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Patricia Urquiola, Touti, sgabello, Moroso

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vono formare parte dell’analisi”10. In un qualsiasi mercato africano non si acquistano soltanto beni ma si ascolta ‘radio marciapiede’, si scambiano informazioni, si acquisiscono conoscenze, si partecipa ad una cerimonia collettiva, si creano e rafforzano legami e così il gioco della contrattazione, il prezzo pagato e strappato o lo scambio pattuito assumono un altro significato e nel totale è questa molteplicità di aspetti che deve essere considerata. “Contrariamente a quanto si riteneva inizialmente, il settore informale non è destinato a scomparire con la crescita economica. Al contrario, è probabile che cresca negli anni a venire, e con esso crescano i problemi legati alla povertà urbana e alla congestione”11. Nella consapevolezza che il confine tra formale ed informale, le contaminazione, creolizzazioni tra le due forme, “anziché un bordo tagliente, diventano un terreno vasto e ramificato nel quale si svolgono parecchi dei processi più innovativi dell’economia”12. Ma i Sud possono insegnarci anche un diverso atteggiamento nei confronti della natura. “Questo baratro tra l’Occidente e le altre culture produce un’ecatombe simbolica: le forme di sacralizzazione della natura, diffuse in molte culture non europee, vengono messe sul banco degli accusati come responsabili della povertà e dell’arretratezza. Per andare verso lo sviluppo è necessario ridurre la natura a muto e inerte fondale del dominio dell’uomo, omologare la propria cosmologia a quella dominante”13. Mentre gli scritti e l’operato di una figura come Vandana Shiva ci parlano di come esista ancora un modo diverso di porsi nei confronti della natura. “All’origine di tutto, c’è la trasformazione dell’idea di natura: da Terra Madre a Terra Nullius. Una terra vuota e una materia inerte sono il risultato dell’industrializzazione e dello ‘sviluppo’ come progetto economico. La dittatura della scienza meccanicistica e delle tecnologie industriali ha condotto al disprezzo della donna e della natura: finché l’umanità ha considerato la terra una madre – Dharitri, Vasundhara, Gaia, Madre è il nome con cui tante civiltà l’hanno chiamata – i fiumi erano puliti, le foreste sono state rigogliose, il suolo ha conservato la sua fertilità, mentre la biodiversità fioriva e i modelli climatici erano stabili e prevedibili.

ivi, p. 223. ILO, Dilemme du secteur non structuré. Rapport du Directeur General (Part I), Cinférence Internationale du Travail, 78 Session, International Labour Organisation, Genève, 1991, p. 63. 12 Nicolò Bellanca, “Le forme dell’economia informale. Percorsi di costruzione sociale dell’attività economica”, in Nicolò Bellanca, Mario Biggeri, Renato Libanora, Mariano Pavanello (a cura di Mariano Pavanello), op. cit, p. 113. 13 Franco Cassano, “Il Mediterraneo contro tutti i fondamentalismi”, in Pietro Barcellona, Fabio Ciaramelli (a cura di), La frontiera mediterranea. Tradizioni culturali e sviluppo locale, Dedalo, Bari, 2006, p. 52. 10 11

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nerazione e il rispetto ed ecosistemi e società sani. Al contrario, la distruzione della natura e delle culture forgiate da Terra Madre coincide con malattie dell’ambiente e di coloro che lo abitano”14. Esempio di questo atteggiamento verso la natura il modello dell’oasi che si presenta come ecosistema in delicato equilibrio garantendo la vita dove ne sembra addirittura impossibile la presenza – attraverso una cura attenta, l’utilizzo appropriato delle risorse, un perfetto sistema di colture (i tre livelli: le palme, gli alberi tra frutto, i cereali e gli ortaggi), il sistema di sbarramenti ed irrigazioni ed alla base una forte coesione sociale e mutua responsabilità. “Nelle oasi del Sahara, contrariamente a quanto avviene nel mondo occidentale, il valore culturale non è dato tanto dalla quantità di studi, scritti o documenti, quanto da un pa-

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Oggi un atlante di Gaia mostrerebbe la corrispondenza diretta tra culture fondate sulla ve-

trimonio di conoscenze e tradizioni tramandate nei secoli attraverso un sistema di comunicazione complesso, simbolico-allegorico, di cui lentamente vanno disperdendosi le tracce a causa, proprio, dell’introduzione, spesso devastante, di modelli culturali propagati come moderni e più civilizzati. Penetrare l’essenza di questi luoghi, caratterizzati da condizioni ambientali ‘limite’ e nei quali si sono sviluppati modi di vivere basati su un equilibrio perfetto ma fragilissimo, può significare dover ribaltare o quanto meno rivedere il sistema di valori al quale siamo abituati. Le società avanzate si sono progressivamente liberate dalla dipendenza ambientale dando luogo ad una cultura indifferente ai luoghi ed alle loro qualità…”15. I paesi a più basso tasso di sviluppo ci insegnano anche che problemi apparentemente di difficile soluzione possono essere risolti guardando a proposte a prima vista lontane, tradizionali, a bassa tecnologia. Così per i bagdir, torri o camini “acchiappa vento” che, attraverso un gioco di condotti verticali, sfruttando la pressione prodotta dalle correnti d’aria e, talvolta, con l’aiuto di bacini d’acqua, raffrescano parti dell’edificio. Un sistema di raffrescamento diffuso, tra l’altro, nel centro-est dell’Iran (Kashan e Yazd, su tutte), caratterizzato da un clima particolarmente torrido. “Un sistema generalizzato di torri o raccoglitori del vento i bagdir assicura un circuito di ventilazione incrociata. Esse sono tipiche tipologie bioclimatiche dell’architettura iraniana… hanno il ruolo di raccogliere, filtrare, espellere la ventilazione all’interno ed all’e-

Vandana Shiva, Dalla parte degli ultimi. Una vita per i diritti dei contadini, Slow Food editore, Bra (Cn), 2007, p. 19. Debora Giorgi, “Effetto oasi. Acqua, terra e palme, antichi paradigmi per un nuovo ciclo di sviluppo”, in Giuseppe Lotti, Ilaria Bedeschi (a cura di), op. cit., p. 36. 14 15

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a lato: Luba, poggiatesta

sterno dell’edificio e all’interno degli spazi aperti della città. Lo skyline della città diventa un paesaggio cinetico tridimensionale fatto di pieni e vuoti della struttura compatta del tessuto edilizio da cui svettano le snelle architetture delle torri del vento”16. E, per restare più vicini a noi, i muretti a secco pugliesi sono un importante esempio di aridocultura in grado di catturare la notte l’umidità dell’aria – “La porosa e scabra superficie dei sassi fa condensare l’umidità della notte e la lascia percolare nella terra: la condensazione notturna del vapore acqueo apporta sino a dieci volte più dell’umidità che scende con la rugiada e penetra nel terreno per una decina di centimetri, tanto da gareggiare per abbondanza… ‘con una lieve pioggia’ (Friedrich Vochting). Quei perimetri petrosi sono come un dito bagnato nella saliva che scorra sulla terra…”17. Mentre, per restare al mondo del design, la bottiglia Siesta di Héctor Serrano, Alberto Martinez, Ricky Martinez, recupera il tradizionale botijo dei contadini spagnoli; realizzata in terracotta bianca di Valencia, priva di vetrinatura e colori, con una piccola quantità di sale, riesce a mantenere fresca l’acqua anche con il caldo più torrido. Ed ancora, se la contemporaneità è caratterizzata dalla perdita del sacro in tutte le sue manifestazioni soppiantato da una falsa sacralità della merce dettata dai mass media, i Sud appaiono muoversi in controtendenza. Oggi la desacralizzazione si è, fuor di ogni dubbio, compiuta. “I luoghi parlano e ascoltano e raccontano, sono densi, pieni di memoria, simboli, significati; gli spazi sono muti e chiedono di essere riempiti, misurati: contemplare uno spazio non ha senso… La creazione dello spazio coincide con la desacralizzazione dei luoghi. Vi ha contribuito la religione, la fisica, la filosofia (la ricerca della verità), la geografia, l’urbanistica, la politica (la ricerca del giusto) e l’economia. Ciascuna di esse ricercando la Verità eliminava l’arcano, il superfluo, l’incommensurabile, il mistero, dunque, il sacro”18. Mentre per Paolella: “La percezione della sacralità della natura, che nelle sue infinite variazioni constatava l’esistenza di un mondo altro e non sottomesso all’uomo era un freno all’uso dell’ambiente.. L’azione combinata della cultura scientifica e del-

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16 Francesca Sartogo, L’Iran punta sull’architettura bioclimatica. Intervista a Vahid Ghobadian (Università di Teheran), www.eurosolariaitalia.org 17 Pino Aprile, op. cit., p. 63. 18 Enzo Scandurra, “Abitare e produrre nei luoghi del Mediterraneo”, in Pietro Barcellona e Fabio Ciaramelli (a cura di), op. cit., p. 162.


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Matteo Thun, Tam Tam, sgabello, Magis

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popoli, ha alienato il “sacro” dal territorio e ha così reso possibile il raggiungimento di un livello di produttività altrimenti non praticabile”19. Con conseguente alterazione dell’ecosistema delle comunità locali. La desacralizzazione dei luoghi è accompagnata da una progressiva deritualizzazione degli oggetti che accompagnano la nostra vita dovuta all’abbandono dell’artigianato che ti permetteva di sapere chi aveva fatto che cosa; alla serialità dei prodotti che si presentano come tutti uguali; all’interrotto rapporto con una continuità storica; alla perdita di contatto con il territorio di appartenenza che produceva con quei materiali e secondo quelle regole; all’eccessivo numero degli oggetti che ci circondano; alla loro sempre più breve durata e consumo velo-

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le religioni monoteiste, alleate sul tema del dominio sulla natura e dell’omogeneizzazione dei

ce. Le nostre case sono piene di oggetti, ma il nostro rapporto con questi è sempre più superficiale, paradossalmente talvolta del tutto assente; si pensi a come nella nostra cultura non esistano più oggetti che si tramandano di generazione in generazione: l’orologio che veniva lasciato in eredità dal padre al figlio, al nipote, i gioielli, le “gioie” di famiglia che, espressione di un raggiunto benessere sociale, non venivano mai venduti ma tramandati di generazione in generazione; la casa stessa che, una volta acquistata con tanti sacrifici, era bene di famiglia e difficilmente veniva abbandonata. Il fenomeno della desacralizzazione-deritualizzazione in alcuni casi (luoghi e cose) non si è completato. Al di là di contesti dove la modernità non è ancora arrivata, esistono territori di confine in cui la partita è ancora aperta: è il caso di molti Sud e del Mediterraneo in particolare – “patria dei miti”20. Così Scandurra: “È l’ipotesi di lavoro che azzardo: l’idea che il processo di desacralizzazione da cui nasce lo spazio moderno è incompiuto e che la forza dei luoghi è ancora viva come la brace che continua ad ardere sotto la coltre di foglie bagnate in autunno… Azzardo l’ipotesi che la forza persuasiva del Mediterraneo consista nell’incompiutezza del processo di desacralizzazione dei luoghi con la conseguente loro trasformazione in spazio. Forse qui la tecnica ha inciampato, prosegue a rilento, trova ostacoli al suo passaggio. È costretta a ibridarsi, ad accettare la materialità ostinata dei luoghi che ad essa si oppongono,

ivi, p. 21. Predrag Matvejevic, “Il mediterraneo alla soglie del nuovo millennio” in Raffaella Fagnoni, Paola Gambaro, Carlo Vannicola (a cura di), op. cit., p. 5.

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oppure i luoghi la costringono, a volte, a battere in ritirata, oppure essi la piegano alle proprie leggi”21. Mentre Andrea Branzi: “Dentro a ciò che si chiama Mediterraneo non c’è dunque una storia dell’arte, ma piuttosto molte fenomenologie diverse che ci hanno trasmesso quella particolarissima sensibilità verso le cose (siano esse antiche o moderne) e verso il luoghi (siano esse città o territori deserti)… Quella del Mediterraneo rimane quindi una realtà sfuggente, caratterizzata dall’esistenza di molti genius loci, costituiti dagli antichi mercati, dai siti archeologici, da luoghi e spiagge che richiedono di essere valorizzati, ma non sottoposti a una esposizione che ne svuoti il piacere della scoperta. Nella nostra epoca dove i non-luoghi di cui parla Marc Augé sono sempre più numerosi, i genius loci mediterranei costituiscono un prezioso sistema alternativo”22. Anche la centralità dell’artigiano presenta implicazioni importanti. “I criteri del produrre artigianalmente riguardano quindi non solo le modalità ma proprio gli individui. L’impostazione della loro esistenza operativa. L’artigianato, inoltre, è una produzione propria della scala locale: l’artigiano lavora in un luogo, con le risorse in esso presenti, per la comunità locale. Ha una dimensione produttiva con chiari limiti quantitativi; non può condizionare il mercato e quindi risponde alla domanda reale senza ingigantirla ed indirizzarla; non promuove il proprio prodotto in ambito globale e quindi non utilizza la comunicazione commerciale; ha una cultura tecnica specifica e quindi connessa ai luoghi; non può produrre merci al di fuori delle proprie capacità tecniche; gode di un’autonomia tecnica e culturale”23. Per tradizione, il fare artigiano non è solo capacità produttiva. Gli oggetti, come scrive Branzi, non sono mai stati soltanto oggetti; cioè strumenti per soddisfare semplici bisogni materiali ma dispositivi su cui gli uomini si sono esercitati per realizzare metafore e relazioni simboliche24. E, infine, di fronte ad un progressivo abbassamento della soglia simbolica degli oggetti, conseguenza della eccessiva moltiplicazione degli stessi, i Sud, certi Sud, si presentano come modello alternativo. Con Remo Bodei: “Le cose ci inducono, agonisticamente, a innalzarci al di sopra dell’inconsistenza e della mediocrità in cui cadremmo se non investissimo in loro –

Enzo Scandurra, “Abitare e produrre nei luoghi del Mediterraneo”, op. cit. pp. 164-165. Andrea Branzi, “Mediterraneo profondo”, in Raffaella Fagnoni, Paola Gambaro, Carlo Vannicola (a cura di), op. cit., p. 39. 23 Antonio Paolella, op. cit. p. 81. 24 cfr. Andrea Branzi (a cura di), Capire il design, Giunti, Firenze, 2007. 21

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ragioniamo, perché le conosciamo amandole nella loro singolarità, perché – a differenza degli oggetti – non pretendiamo di servircene soltanto come strumenti o di cancellarne l’alterità e perché, infine, come accade nell’arte, le sottraiamo alla loro precaria condizione nello spazio e nel tempo, trasformandole in ‘miniature d’eternità’ che racchiudono la pienezza possibile dell’esistenza”25. Così i poggiatesta della cultura africana nascono per proteggere le elaborate pettinature – nel caso dei Luba, per le acconciature mikanda, “a cascata” erano necessarie 50 ore per un risultato che indicava il rango, la posizione sociale, il lavoro, lo stato familiare – ma sono anche sede dei sogni. I poggiatesta “étaient destinés à préserver l’arrangement très élaboré des certines coiffures. Déjà connus dans l’Egypte Ancienne, ils permettent del mantenir la tête à l’hauteur des épaules pendant le repos, mais dépassent très largement ce rôle

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tacitamente ricambiati – pensieri, fantasie e affetti. Sono cose, appunto, perché su di esse

utilitaire. Associé aux sommeil, aux reves, l’appui-tête pourrait recever pour les Africains des forces occultes. C’est un objet éminemment personnel qui ne se prête jamais”26. Il tutto nella consapevolezza che “a dispetto delle nostre appariscenti cianfrusaglie, non disponiamo di un equivalente da offrir loro in termini di calore umano e di senso. Se potessimo, probabilmente baratteremmo tutta la nostra povertà in cambio della loro ricchezza. Per farlo, invece di esportare il nostro immaginario materialista, economicista e tecnicista, dovremmo cominciare a decolonizzarlo. A imparare che si può vivere (indubbiamente meglio) senza accumulare freneticamente oggetti e bisogni nuovi che compromettono l’avvenire del pianeta. A riscoprire che nessuna società è in grado di offrire all’uomo la completa soddisfazione della sua inquietudine esistenziale e della sua infinitezza sostanziale. Che emancipandosi dalla prigione del senso per smarrirsi nell’oceano dei bisogni fittizzi, l’uomo occidentale volta le spalle alla saggezza e alla parte di felicità a cui può accedere quaggiù”27. Come abbiamo visto spesso il riferirsi ai Sud è legato a motivazioni di carattere estetico-formale. Sugli altri aspetti c’è ancora molto da lavorare, con conseguenze importanti a livello di sostenibilità del modello di sviluppo Su questi, per posizione e vocazione, l’Italia può giocare un’importante partita.

Remo Bodei, La vita delle cose, Laterza, Bari, 2009, p. 116. Laure Meyer, ObjEdizioni ETS africains. Vie quotidienne, rites, arts de coeur, Terrail, Paris, 2001, p. 20. 27 Serge Latouche, Entre mondialisation et décroissance. L’autre Afrique, op. cit., p. 93. 25

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Indice

Design che prende posizione

9

La sfida dell’interculturalità

15

Campi meticci

27

Design con i Sud del mondo

43

Progetti vicini

75

Il ruolo dell’Italia

91

Sistema Italia e sfida verso l’Altro

99

Attorno al Mediterraneo

113

I Sud hanno molto da insegnare

125

Bibliografia

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Finito di stampare nel mese di ottobre 2012 in Pisa dalle Edizioni Edizioni ETS Piazza Carrara, 16-19, I-56126 Pisa info@edizioniEdizioni ETS.com www.edizioniEdizioni ETS.com


L’accrescimento del divario tra Nord e Sud del mondo, l’intensificarsi dei flussi migratori, l’affermarsi di società sempre più plurali pongono nuove sfide al design, per tradizione, strumento di intervento nel sociale. Se è vero che dal mondo del progetto, in un’ottica necessariamente interdisciplinare, può venire un contributo in termini di sviluppo sostenibile e come supporto all’affermazione di un modello realmente interculturale, è altrettanto vero che ciò può rappresentare un’opportunità a livello di scambio di conoscenze, savoir-faire e di crescita culturale e produttiva. In tale scenario l’Italia, per posizione geografica e per naturale propensione all’incontro, può svolgere un importante ruolo; senza perdere il legame con i territori e le capacità che esprimono ma aprendosi, con intelligenza e misura, al nuovo che proviene dall’altrove. Giuseppe Lotti, ricercatore, è docente di Disegno Industriale all’Università di Firenze e vicepresidente del Corso di Laurea in Disegno industriale. È autore di pubblicazioni sul design e curatore di mostre in Italia e all’estero. Dal 2010 è direttore del Centro Studi Giovanni Klaus Koenig.

ISBN 978-884673343-6

Progettare con l'altro  

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