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architettura

atlante dei corsi di progettazione architettonica

FIRENZE

Periodico semestrale Anno VII n.3 Euro 7 Spedizione in abbonamento postale 70% Firenze

3.2003


In copertina: Jean de Boulogne detto il Giambologna Allegoria dell’Architettura, Firenze Museo del Bargello foto Giorgio Verdiani

Periodico semestrale* del Dipartimento di Progettazione dell’Architettura viale Gramsci, 42 Firenze tel. 055/20007222 fax. 055/20007236 Anno VII n. 3 - 2° semestre 2003 Autorizzazione del Tribunale di Firenze n. 4725 del 25.09.1997 Prezzo di un numero Euro 7 numero doppio Euro 10 Direttore - Marco Bini Coordinamento comitato scientifico e redazione - Maria Grazia Eccheli Comitato scientifico - Maria Teresa Bartoli, Roberto Berardi, Giancarlo Cataldi, Loris Macci, Adolfo Natalini, Paolo Zermani Capo redattore - Fabrizio Rossi Prodi, Redazione - Fabrizio Arrigoni, Valerio Barberis, Fabio Capanni, Francesco Collotti, Fabio Fabbrizzi, Giorgio Verdiani, Andrea Volpe, Claudio Zanirato Info-grafica e Dtp - Massimo Battista Segretaria di redazione e amministrazione - Gioi Gonnella tel. 055/20007222 E-mail: progeditor@prog.arch.unifi.it. Questo numero è stato curato da Fabio Fabbrizzi e Claudio Zanirato con - Alberto Baratelli per la Sezione Architettura e Città - Gianni Cavallina per la Sezione Architettura e Contesto - Flaviano Maria Lorusso per la Sezione Architettura e Innovazione - Giacomo Pirazzoli per la Sezione I Luoghi dell’Architettura Proprietà Università degli Studi di Firenze Progetto Grafico e Realizzazione - Centro di Editoria Dipartimento di Progettazione dell’Architettura Fotolito Saffe, Calenzano (FI) Finito di stampare novembre 2003 da Arti Grafiche Giorgi & Gambi, viale Corsica, 41r Firenze *consultabile su Internet http://www.unifi.it/unifi/progarch/fa/fa-home.htm


architettura FIRENZE

3.2003

editoriale

Scuole Fabio Fabbrizzi - Claudio Zanirato

sezione Architettura e Città

Sulla città e sul progetto Alberto Baratelli Spazialità urbane Piero Paoli Gli elementi costitutivi dell’architettura Loris Macci Il laboratorio di progettazione 4 Andrea Del Bono Nuovi spazi per la città Alberto Baratelli Progetti nei luoghi del sistema delle ville medicee. Un passato che deve farsi presente Maria Gabriella Pinagli Contenuti del corso Bruno Gemignani Materiali per un’idea Paolo Galli La trama delle appartenenze Antonella Cortesi, Renzo Marzocchi Maieutica e didattica Andrea Ricci Tra ricerca e didattica Antonio Capestro L’insegnamento dell’Architettura Fabio Fabbrizzi

sezione Architettura e Contesto

sezione Architettura e Innovazione

sezione I Luoghi dell’Architettura

eventi e letture

L’insegnamento dei luoghi e della storia Gianni Cavallina Dalle tipologie edilizie dell’architettura tradizionale agli studi progettuali sulla forma della città: un percorso didattico Giancarlo Cataldi La villa come elemento fondativo del paesaggio: il caso senese Grazia Gobbi Sica Architettura e rinnovo urbano Benedetto Di Cristina Limiti e segni Gianni Cavallina Esercizi di progettazione: gli workshops Carlo Canepari Progetto di abitazioni e servizi Virginia Stefanelli Rompere schemi, togliere riferimenti Piero Degl’Innocenti Il metodo della memoria negli orbitali esterni: esperienze di progetto in un contesto periferico Alessandro Gioli Piano di recupero dell’area dell’Ospedale a Prato Adolfo Natalini Edificio ad uso pubblico in Volpaia - Chianti Fabrizio Arrigoni La tradizione dell’innovazione Flaviano Maria Lorusso Didattica e progetto Laura Andreini Sintesi Finale Alberto Breschi L’Arno è la piazza del 2000 della città Lorenzino Cremonini Nuove dimensioni del progetto Paolo Iannone Puzzles Flaviano Maria Lorusso Miniature Marino Moretti Metafore spaziali Vittorio Pannocchia Esplorando il mondo col progetto Giacomo Pirazzoli Oggetti ritrovati Paolo Zermani Progetto d’architettura in aree archeologiche Maria Grazia Eccheli Sulla didattica Fabrizio Rossi Prodi Lezioni di architettura Fabio Capanni Inseguendo l’espressione semplice di pensieri complessi Francesco Collotti Pensare/Classificare/Comporre Giacomo Pirazzoli

2 4 6 8 10 12 14 16 18 20 22 24 26 28 30 32 34 36 38 40 42 44 46 48 50 52 54 56 58 60 62 64 66 68 70 72 74 76 78 80


Scuole Fabio Fabbrizzi - Claudio Zanirato

Firenze Architettura ha iniziato il suo percorso editoriale nel 1997 con le prime due pubblicazioni dedicate ad illustrare i risultati dei Laboratori di Progettazione I e II. Erano, quelle raccontate, anche le prime inedite esperienze didattiche conseguenti alla riforma dell’ordinamento, e come tali furono attese come verifica dell’efficacia delle nuove modalità di svolgimento dell’insegnamento delle materie strutturanti il Corso di Laurea. L’interdisciplinarietà, attraverso le codocenze con materie diverse, e la pratica assistita in aula con le frequenze obbligatorie, rappresentavano le condizioni innovative rispetto alla tradizione accademica. Ora che il ciclo della riforma si è compiuto e maturato, con l’attivazione anche dei Laboratori di Sintesi Finale e con le conseguenti prime lauree, presentiamo uno spaccato significativo dei corsi progettuali attivati dal Dipartimento di Progettazione dell’Architettura, degli ultimi tre Anni Accademici, che ne delineano forse l’organicità di una “Scuola”. L’individuazione di un’idea di Scuola, fatto alquanto dibattuto e spesso contraddetto all’interno della gestione culturale della Facoltà, nasce a Firenze non tanto attorno alla condivisione linguistica delle varie espressioni progettuali, quanto grazie ad una via meno diretta. Questa via, in seguito alla quale si è più volte negata la stessa possibilità di esistenza di Scuola intesa come fattore culturale, si riconduce, ed è cosa nota, all’aderenza di generali principi strutturanti. All’esistenza cioè, di nuclei essenziali posti come

comuni denominatori alla base dei diversi percorsi progettuali, a sua volta espressioni di poetiche differenti, la cui interpretazione ha da sempre definito il perimetro di una latente ma condivisibile identità. E all’interno di essa, la presenza inevitabilmente doverosa della contaminazione, non solo di genere, ma con molte altre discipline, (la lezione di Michelucci si è evoluta in maniera più proficua proprio in questa direzione, cioè non tanto come trasmissione di esperienza, quanto proprio nell’inserimento di variabilità all’interno della certezza disciplinare), distinguendo nella progettualità di questa Scuola, una disarticolazione che ha fortificato il comporre in aspetti complessi. Certe volte in apparenza non conciliabili, forse non del tutto necessari, o più semplicemente legati alla dimensione “quotidiana” della storia, ma sempre incastonati attorno alla consapevolezza che a Firenze, il progetto, prima di essere un progetto di forme è sicuramente un progetto di relazioni. Su queste basi, aperte ai preziosi contributi di visioni formatesi altrove, portatrici non tanto di alterità quanto di sensibilità diverse, si è rilegittimata passo dopo passo, l’estensione di questa idea, nella proficua crescita di “voci”, diverse ma corali. È quindi un progetto che mira ad un’architettura che è ascoltatrice del luogo, nuova misura del paesaggio, delle sue vocazioni, delle sue latenze; un’architettura che traducendo un’identità, disvelando una memoria, mutando una tradizione, rivela inedite potenzialità di futuro, nei cui passaggi in termini didattici, appare come sem-

pre, essere più importante il percorso fatto che non il risultato raggiunto. Forse come non mai, nella registrazione di questi personali e necessariamente diversi itinerari didattici, c’è stata coerenza e comunanza. Comunanza che va ben oltre le dichiarazioni di intenti, le affermazioni programmatiche e l’immediata inconciliabilità dei linguaggi che continuano ad essere diversi. Fortunatamente diversi, a ricordarci ancora una volta, e vale la pena farlo, che la differenza, quando non è gratuita ma frutto coerente di filtri sensibili e trasmissibili di disciplinarietà e non di tendenze, di mode o di gesti, non costituisce una caratteristica da omologare, da smussare ne tantomeno da superare, quanto al contrario perché a sua volta valore di comunanza e tradizione - un pregiato tratto da custodire e preservare.

Carlo Chiappi Fiesole 2000, acquerello su lapis


Sulla città e sul progetto Alberto Baratelli

Nell’organizzare questo materiale, una testimonianza sintetica ma significativa del lavoro didattico svolto dai miei amici e colleghi della sezione “Architettura e città” negli ultimi anni ai quali rivolgo un sincero ringraziamento, mi sono accorto come, accanto alle inevitabili e direi quasi salutari differenti posizioni ideologiche e culturali che stanno a indicare la rinuncia a ingessature teoriche e a omologanti percorsi didattici e metodologici, si possono cogliere alcuni elementi che mi consentono di trarre qualche spunto per brevi riflessioni sul progettare. L’architettura fa parte del quotidiano, si mescola con esso, è come ha scritto Giuseppe Vaccaro “un’arte generica ma nasce da scopi inerenti la vita umana” e come tale non può essere il frutto di un pensiero pienamente teorico e astratto, ma scaturisce da quell’ambito di imponderabilità che è tipico di molte azioni umane. Quindi la città con tutta la sua varietà e complessità, le sue contraddizioni, il suo spessore storico, diviene l’ambito privilegiato, delle ricerche storiche, delle analisi e delle sintesi progettuali, condotte all’interno della sezione, dove ogni progetto prefigura una realtà diversa che si sovrappone a quella attuale, forse anche più ricca e vera in quanto è quella che ognuno sogna e immagina. Oggi che l’idea di una ritrascrizione complessiva della città non è più plausibile, svanita ormai con la fine delle grandi ideologie, c’è infatti assoluta necessità di prefigurare la trasformazione delle sue parti attraverso l’integrazione dell’esistente, puntando sulla qualità del progetto architettonico e affrontandola nella sua dimensione intermedia: quella della progettazione urbana.

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Gli scenari urbani mutano rapidamente in un’espansione quasi ingovernabile dove diviene più sfumato il limite tra città e territorio e dove le tracce e le testimonianze della nostra cultura vengono aggredite se non addirittura cancellate. Se quindi l’ambiente è il modo di essere fisico della sua storia, questa e il processo formativo del luogo acquistano la dimensione non tanto di materiali da sondare in funzione di una tipicità stilistica, quanto di processi strutturali fondativi dei principi di insediamento. Il progetto si costituisce come un’operazione selettiva, di sintesi di fronte all’emergere dei materiali e alla possibilità della soluzione che comunque è in grado di fornire. Da qui il senso dell’architettura che si persegue, fondata non sui concetti operanti meccanicamente e neppure sulla idea di una oggettualità rinchiusa in se stessa. Il sistema delle relazioni tra progetto e contesto recupera lo spessore culturale di questo, reinterpretandolo attraverso un processo di attualizzazione del suo portato storico per ricreare un nuovo “senso di luogo”. “In sintesi” come ha scritto Macci “la strada dell’interpretazione “finemente distillata” del luogo senza rinunciare nel progetto al nostro momento storico sembra rappresentare - oggi come ieri e come sempre – un originale contributo che la ricerca offre, teorico e di metodo operativo, anche nell’attuale crisi dei linguaggi dell’Architettura”. Ciò significa rifiuto del procedimento accademico nella verifica dei gradi di libertà del progetto e nei confronti dei vincoli contestuali e ambientali. Il progetto di architettura è un complesso di operazioni costantemente in oscillazione tra passato e futuro; in questa


maieutica conduzione del processo progettuale è compito del docente favorire la conoscenza del presente attraverso la conoscenza della storia passata e organizzare l’utopia per preparare il domani, un’utopia intesa non come astrazione dai problemi concreti, dalla realtà delle cose, ma come aspirazione al nuovo, una ricerca avanzata che il progetto deve sempre avere. Come scriveva Ernesto Nathan Rogers: l’utopia “non è fanatascienza è percepire e indicare una meta raggiungibile perfino in un tempo imprecisato e imprecisabile. Percepire il domani, creare le vie per il domani è proprio il compito dell’università”. Una ricerca avanzata che non può mai essere tuttavia percorso arbitrario, performance estemporanea, in quanto l’architettura è sempre trasformazione di uno spazio concreto, di un luogo, per costruirne uno nuovo che l’uomo fruisce e vive, è imprimere un segno su un paesaggio che resterà modificato per sempre. Il progetto e il suo concretizzarsi spostano gli equilibri dell’esistente e ne stabiliscono la distanza massima compatibile, ogni proposta interrogandosi sui destini dell’uomo e sui luoghi fissa i rapporti fondamentali tra luce acqua e terra e ogni volta sposta con la propria appartenenza al contesto tali rapporti obbligando ad una nuova lettura. Sta profondamente trasformandosi la città come effetto indotto dai repentini, incerti e contraddittori cambiamenti dell’architettura sempre più condizionata da un arbitrario processo di omologazione e semplificazione delle differenze col progressivo allontanamento e scadimento dei suoi valori fondamentali. In questa situazione di sviluppo sempre più accellerato e di consumo della città

si va perdendo la cognizione stessa di tempo, quello necessario al presente per predisporre il futuro ed al progetto per organizzare il proprio processo di riflessione e maturazione. Anche gli attuali mezzi che la tecnologia mette a disposizione, se da un lato accorciano notevolmente i tempi operativi consentendo livelli di precisione nella restituzione grafica impensabili prima di ora, dall’altro, se usati come mezzi progettuali, possono portare ad un’eccessiva semplificazione e riduzione di quelle fasi del processo operativo fondamentali per la genesi e la precisazione dell’idea compositiva più consone forse ad un approccio di tipo tradizionale, fasi che non possono essere considerate parti di un più generale e complesso processo progettuale ma semmai momenti fondamentali e integranti il processo stesso. Bisogna riattribuire un ruolo centrale alla diadattica del progetto come consapevole riappropriazione dell’esercizio della composizione rientrando in sintonia con i tempi lunghi del processo progettuale sempre più condizionato da procedure semplificate e da mode effimere e massificanti. Un work in progress incerto e faticoso caratterizzato anche da ripensamenti e dubbi, un iter che ognuno deve percorrere all’interno delle proprie ricerche personali, rifiutando regole o modelli precostituiti confortato in questo dall’esempio dei grandi maestri nella convinzione che, come sosteneva Gropius, “…non esiste un punto terminale in architettura, ma c’è solo un mutamento continuo”. A conclusione di queste brevi considerazioni, vorrei riportare un’esperienza personale che mi ha accompagnato negli anni durante la mia carriera profes-

sionale e di insegnamento. Quando ancora frequentavo la facoltà come studente ebbi l’occasione di assistere ad una conferenza che Louis Kahn tenne a Firenze. Sebbene i suoi progetti fossero stati all’epoca già quasi tutti realizzati, conoscevo poco di lui, per aver visto solo qualche opera pubblicata sulle riviste di architettura. Ho ancora chiaro nella mente quel giorno: Kahn elegante nel suo abito scuro, camicia bianca e papillon. Non ricordo esattamente le sue parole, ma ricordo che rimasi sorpreso e direi quasi deluso dalla brevità della sua esposizione, mi sarei forse aspettato una illustrazione più completa ed esaustiva. Niente di tutto questo; poche immagini e solo brevi affermazioni che non dettavano ricette precostituite, ma lasciavano spazio al possibile e al dubbio. Ciò mi parve quasi un controsenso considerando anche i caratteri della sua architettura così stereometricamente definita; ma uscito dalla sala, ripensando a quelle poche parole capii che ciò che avevo ascoltato non era tanto la descrizione delle opere ma la trasmissione della dimensione interiore del loro autore. Quelle parole in realtà trasmettevano una forte impressione e lasciavano intuire che altri fossero i pensieri intorno al progetto. Era proprio in quei dubbi che si manifestava l’importanza del porsi continue domande, domande che presupponevano una ricerca costante. Il messaggio che ci ha lasciato è quello di non affidarsi a tranquillizzanti certezze, ma lasciare che anche il dubbio o meglio il “tirocinio del dubbio” diventi il nostro compagno di strada. E questo è ciò che faticosamente cerco di trasmettere ai miei allievi.

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Piero Paoli

Spazialità urbane LABORATORIO DI SINTESI FINALE IN PROGETTAZIONE URBANA Collaboratrice: Cinzia Palumbo

1 MIMESI 62+CAPESTRO & PALUMBO “portali urbani tra permanenza e mutamento” Un sistema ricettivo, convegnistico e ricreativo tra centro e periferia. Concorso Internazionale di progettazione per il recupero dell’ex area fiat in viale Belfiore a Firenze 2 Valentina Nibbi un nuovo mercatale per Arezzo tesi di laurea a.a. 2001-2002 relatore prof. Arch. Piero Paoli, correlatori dott. Arch. Antonio Capestro, dott. Arch. Cinzia Palumbo

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L’individuazione e la proposta del luogo per la comunità, che riassume una metodologia progettuale indagata tra ricerca e didattica, ispira i progetti seguenti. Pensati come struttura urbana che si concretizza in architettura di relazione, spazio e immagine, nella loro articolazione cercano di coniugare la morfologia del luogo di intervento ai nuovi, complessi modi di vivere il proprio habitat tra risorse locali e network globali. Ne emerge una spazialità che, attraverso l’impianto, rilegge il tessuto fisico e relazionale del contesto e ne rienventa il ruolo, attraverso una intersezione di flussi tra città e territorio rispetto a cui riproporsi con un più alto livello di attrattività e di complementarietà. Questa metodologia di intervento è molto attenta alle prima fase di progetto dell’impianto architettonico e urbano che, studiato come impianto complesso con una forte carica relazionale, parte dal contesto e ne reinterpreta le potenzialità all’interno di un sistema, rendendolo permeabile da diverse fasce di utenza e sintetizzando le diverse scale

di relazione, dal settore urbano alla città, attraverso la progettazione di uno spazio fisico (materiale) e di interessi (immateriale). L’obiettivo è quello di progettare spazi desiderati dove la contaminazione delle attività supera la segmentazione funzionale e si offre come palinsesto dove ognuno, i residenti ed i city users, possano descrivere il proprio itinerario di esperienze tra edificio e città, tra spazio pubblico e privato. In questo senso i progetti sfuggono da una classificazione in una tipologia conclusiva. Nell’impianto recuperano e rileggono il senso delle categorie funzionali reinterpretando il binomio forma/funzione attraverso una nuova idea di fruizione dello spazio elaborata su nuove forme di scambio e di comunicazione e su uno sviluppo sostenibile applicato a città e ambiente. In questo tentativo l’impianto riflette una articolazione di spazi che già anticipano l’immagine che questo sistema urbano vuole trasmettere attraverso un linguaggio architettonico che modella l’impianto spaziale non assimilandolo ad un unico edificio-contenitore ma ad un sistema di spazi che, attraverso pieni e vuoti, materializzano e smaterializzano l’architettura. Non somma di architetture, quindi, l’impianto progettato si basa sul tessuto che ne costituisce il substrato. Da esso si astrae l’idea di luogo che, non univoco nella forma e nella funzione, si propone come relazione tra gli spazi e brano di città: l’immagine che ne deriva è quello di una architettura urbana inserita nel tessuto ma aperta a contaminazioni di interessi e di senso oltre il contesto. Cinzia Palumbo


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Loris Macci

Gli elementi costitutivi dell’architettura LABORATORI DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 3-4 MODULI DIDATTICI Teorie e Tecniche della Progettazione Architettonica: Claudio Zanirato A.A. 2001-2002 Teorie della Ricerca Architettonica Contemporanea: Claudio Zanirato A.A. 2002-2003 Collaboratori: Alessandra Abbondanza, Luca Ferrari, Nicolina Novelli, Caterina Pratesi, Alessandro Rosselli, Nicola Santini

Esercitazioni progettuali sull’area industriale dismessa fiorentina ex F.lli Franchi Ester Gardini, Irene Ghiandai, Silvia Innaco plastico di studio Ivan Shumkov, Ugo Dattilo ambientazione

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La “traduzione” dell’idea compositiva in progetto di architettura è l’articolata esperienza didattica proposta nel biennalizzato corso del Laboratorio di Progettazione dell’Architettura 3-4. La ricezione e l’individuazione delle potenzialità e delle vocazionalità di un luogo da trasformare, sono le premesse iniziali di tale percorso, che parte inevitabilmente dalla riconoscibilità delle qualità intrinseche all’esistente come promotrici di una qualità in divenire. L’architettura, quindi, è proposta come elemento costitutivo del paesaggio, naturale o urbano che sia, ed il progetto rappresenta il processo di definizione di uno “scenario” relazionale che deve scaturire dalla dialettica tra struttura funzionale ed immagine percettiva, costitutive del contesto di riferimento operativo proposto. Gli “elementi costitutivi” dell’architettura sono pertanto i capisaldi del percorso progettuale che si deve articolare liberamente alla ricerca di un possibile “scenario” trasformativo: le connessioni tra i diversi spazi relazionali, sia interni che esterni, costitutive dei luoghi, dotati sem-

pre di molteplici dinamicità; la spazialità delle funzioni e delle componenti strutturali, costruttive e materiche, costitutive dell’immagine concreta delle fruizioni. Il progetto diviene così l’approfondimento di un rapporto interdisciplinare tra la natura di un luogo (reale ed immaginato al contempo) e la costruzione di una sua possibile immagine evocativatrasformativa, coerentemente “costituita” per componenti elementari interalazionati tra loro col tramite della composizione architettonica. Le “conoscenze” dei luoghi come premessa di continuità dialettica nei contesti d’intervento, il “tematismo” dell’ideazione come soggetto di trasmissibilità di contenuti comunicativi del processo di stratificazione paesaggistica, il “lessico” disciplinare come necessaria scelta linguistica dell’espressività individuale e collettiva di un fare comune, diventano le tappe fondamentali di una eleborazione progettuale di esplorazione di una “latenza” a cui dare l’evidenza e la sostanza dell’architettura. Claudio Zanirato


Esercitazioni progettuali sull’area fiorentina dell’ex Fiat di viale Belfiore Mauro Palmucci, Kirsten Buchheim, Julia Pfretschner, Martin Brunner, Alessio Minunno, Leonardo Antonio Orfino, Matteo Calza, Agnese Pero, Silvia Sani

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Andrea Del Bono

Il laboratorio di progettazione 4 LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 4 MODULI DIDATTICI Teorie della Ricerca Architettonica Contemporanea: Massimo Fagioli A.A. 2000-2001 Antonio Capestro A.A. 2001-2002 Cinzia Palumbo A.A. 2002-2003 Progetto di Strutture: Silvia Briccoli Bati A.A. 2000-2002 Collaboratori: Nichola Chirdo Alessandro Fontani

1 M. Tanzini Isolato in via G. D’Annunzio, plastico di studio 2 Levini, Gabrielli Isolato in via G. D’Annunzio, studi preparatori 3 Cuoghi, Mantovani Isolato in Via della Scala, planivolumetria 4 Cuoghi, Mantovani Isolato in Via della Scala, pianta dei servizi di quartiere 5 M. Compagnoni Isolato in Via della Scala, studi di prospetti per la residenza 6 Levini, Gabrielli Isolato in via G. D’Annunzio, studi di prospetti per la residenza

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Il Laboratorio di Progettazione IV è destinato al completamento della formazione progettuale in preparazione dei laboratori di sintesi del quinto anno. A tale scopo si propone di ampliare la conoscenza teorica e pratica delle fasi operative di un progetto complesso che, partendo da una dimensione allargata, attraverso vari tipi di approfondimenti giunga alla definizione del disegno generale dell’insieme e dell’architettura dei singoli edifici che lo compongono. Affrontare i temi del processo progettuale che deve pervenire alla precisazione di un disegno che abbia validità semantica e tecnica implica il chiarimento del concetto di metodo e del suo valore di strumento nei confronti della disciplina progettuale. È questo il problema che la sperimentazione in laboratorio affronta costruendo una teoria che precisi i metodi logici di progettazione dello spazio analizzando e razionalizzando le sperimentazioni via via compiute per mettere a fuoco i meccanismi induttivi dai quali ciascun progettista potrà estrarre successivamente i fondamenti per un proprio metodo operativo tanto teorico quanto pratico. In questo procedere appare importante il metodo strutturale che cerca di evitare le ambiguità che nascono quando si confondano due piani: quello globale della lettura di un fenomeno e quello di metodo operativo appoggiato alla sperimentazione. Si tratta quindi di organizzare i dati del tema di progetto con rigore logico stabilendo in tale modo una legge di processo, ma nello stesso tempo introducendovi alcuni gradi di libertà orientati ad una concezione anche intuitiva della realtà. Le problematiche più significative affrontate nelle varie fasi del laboratorio interessano quindi la costituzione della struttura dello spazio, l’organizzazione dei sistemi che la caratterizzano ed il rapporto tra struttura dello spazio e

concepimento della sua forma. Con tali obiettivi esso intende preparare gli studenti ad operare all’interno di situazioni stabilizzate o in via di sviluppo sia nella dimensione degli insiemi che in quella dell’opera di architettura vista come sintesi tra funzione, forma spaziale ed immagine. Per questo le immagini presentate testimoniano solo alcune fasi del metodo di lavoro e di avvicinamento ai temi della progettazione al di fuori dei risultati inevitabilmente permeati del soggettivismo degli autori. I temi di progetto sviluppati nella sperimentazione riguardano due isolati di differenti dimensioni e caratteristiche, ambedue all’interno di tessuti consolidati, posti in Firenze, uno in prossimità della stazione di S. Maria Novella ai bordi dei viali di circonvallazione, l’altro nel quartiere di Campo di Marte lungo la via G. D’Annunzio, nei quali devono essere previsti sistemi residenziali, servizi di quartiere ed attrezzature commerciali di varia dimensione e tipo.

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Alberto Baratelli

Nuovi spazi per la città LABORATORIO DI SINTESI FINALE IN PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA E URBANA

La città, luogo dell’architettura per eccellenza, è diventata luogo della trasformazione, della sostituzione rapida, della perdita di precise identità e molto spesso di qualità. Nella possibilità dell’architettura di ridefinirne l’immagine, di ricucire una forma che non può essere più né compiuta né omogenea ma solo la sommatoria di singoli eventi architettonici, sta la sfida del nostro tempo per il progetto architettonico. Un progetto capace di recuperare il senso del rapporto col contesto, di ristabilire ambiti di relazione, di riattribuire un carattere all’architettura, riscattando luoghi che soffrono per l’inadeguatezza rispetto ai cambiamenti attuali. Su queste tematiche si è incentrata l’attività del corso di Progettazione urbana e più di recente nei due laboratori di cui sono responsabile: quello di Progettazione Architettonica 4 e quello di sintesi finale in Progettazione Architettonica e Urbana, nonché il workshop sperimentale sulla città di Beirut, dove progetti coordinati andranno a ridefinire parte dell’antico cuore religioso e culturale più volte distrutto e ricostruito. Le poche immagini riportate costituiscono una sintesi di alcuni risultati rag-

Collaboratori: Antonio Cantatore, Marco Cecchi, Leonardo Checcaglini, Nicoletta Novelli, Davide Olivieri, Maria Rita Primangeli, Alessandro Rizzo, Alessandro Rosselli, Tommaso Rossi, Claudio Zanirato

1-2 Patrick Priolo Kultur Forum Hafen a Düsseldorf tesi di laurea relatore Alberto Baratelli, A.A.1999-2000 3 Francesco Bargelli e Gianni Nencioli Ipocentro: riqualificazione di un’area portuale a Marsiglia tesi di laurea relatore Alberto Baratelli, correlatori Enrico Baroni, Alessandro Rosselli, A.A. 2000-2001 4 Barbara Bardani e Giulio Morra Moretti Università e territorio: un progetto per il quartiere S. Angelo a Perugia tesi di laurea relatori Alberto Baratelli, Loris Macci correlatore Paola Morandi, A.A. 1999-2000

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giunti; progetti diversi per ambiti di intervento e percorsi progettuali, ma tesi ad una sintesi estrema tra lettura e attenta decodificazione delle regole portate dal luogo e contemporaneamente sensibili al confronto con le tematiche della cultura architettonica contemporanea, ma senza atteggiamenti globalizzanti e univoci. Progetti flessibili in cui è possibile sperimentare approcci differenziati al variare del contesto e delle sue peculiarità, stabilendo legami aperti tra la parte e il tutto. Così nel Kultur Forum Hafen di Düsseldorf la composizione diviene lavoro di sintesi geometrica e visiva, indipendentemente dall’oggetto su cui si sta lavorando. Un corpo verticale sollevato dal terreno, avvolto da membrane traslucide e trasparenti e un altro orizzontale che segue l’argine ripido della banchina divengono preciso segnale nel complesso e caotico sky line del porto ridefinendo un nuovo water front. Anche il progetto per l’Ipocentro di Marsiglia tende a recuperare appieno il rapporto tra la città e il suo mare, per ristabilire un contatto logorato da anni di sviluppo indiscriminato. Il concetto base è quello di lasciare quanto più li-


bera possibile l’area dismessa dalle attività portuali, lavorando fondamentalmente sui vuoti; ampi spazi aperti su varie quote fin sotto il livello del mare, in una tensione continua tra ostacoli e desideri progettuali. Interrata la grande sala per proiezioni, ciò che emerge sono i volumi puri della serra e della stazione marittima, ricavata attraverso uno slittamento di piani nel ponderoso muro-banchina d’attracco alle navi da crociera. In questo senso la faccia della città rivolta al mare instaura un rapporto privilegiato tra il finito e l’infinito, tra il relativo e l’assoluto dove l’architettura diviene il tramite tra le due realtà. Infine nel progetto per il museo di scienze naturali a Perugia la nuova forma architettonica consolida l’immagine della città attraverso un organismo che fonde le tracce del contesto in un complesso dove volumi stereometrici divengono fondali neutri per l’intorno e percorsi e spazi pubblici all’aperto annullano la tradizionale nozione di edificio per assumere le connotazioni di un articolato sistema urbano.

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Maria Gabriella Pinagli

Progetti nei luoghi del sistema delle ville medicee Un passato che deve farsi presente LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 2 MODULI DIDATTICI Caratteri Tipologici e Morfologici dell’Architettura: Leone Podrini A.A. 2000-2003 Tecnologia dei Materiali da Costruzione: Giuseppe Lotti A.A. 2000-2001 Cultura Tecnologica della Progettazione: Angelo Butti A.A. 2002-2003

1 Lorenzo Breschi, Leonardo Betti, Elena Capalbo, Elena Balestri, Margherita Berni Il sistema delle ville a Nord e ad Ovest di Firenze Impianti di sostegno lungo i collegamenti 2 Giulio Brugoni, Alessandro Bertelloni, Carla Mesoraca, Rossana Giuliva Villa “La Petraia” Centro Enologico 3 Andrea Cantini, Francesco Brunacci, Cesare Campanini, Filippo Biagini Moretti, Davide Bertilone, Massimiliano Bertone Villa “L’Ambrogiana” Network di infrastrutture per il volo aerostatico libero e vincolato 4 L. Bergamini, A. Bernardini, S. Bonanni Villa “Serravezza” Il teatro nella cava dismessa “La Costaccia” 5 Maurizio Messa, Antonello Izzi, Rosa Maria Morano, Federica Di Lorenzo Il Montalbano “il Giardino dei Semplici” 6 Matteo Mantini, Stefano Mannelli, Filippo Martinelli, Federica Laudani, Roberto Romano, Elisabetta Serra, Emilia Manca di Villahermosa Villa di Pratolino Museo di Arte Contemporanea

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È indubbio che tra i più diversi patrimoni che i Medici e i Lorena hanno lasciato a Firenze e alla Toscana, quello che riguarda le ville e le fattorie risulta disperso, snaturato, aggredito a tal punto che sembra difficile poter ancora immaginare che quelle fossero il luogo privilegiato in cui il principe progettava la “manifestazione” di sé, del proprio potere attraverso la cultura e le arti. Come nella generalità dei casi, una definizione intelletualistica di “bene culturale” ha prodotto la museificazione anche delle ville medicee che, divise dal proprio territorio di appartenenza, considerate esclusivamente come presenza architettonica, appaiono monumenti incapaci di evocare tutta quella “gloria” per la quale erano state pensate e volute “gloria a tal punto durevole che quasi soltanto su di esse oggi si sostengono l’immagine e l’economia della città e della Regione.1 Agli studenti del laboratorio, è chiesto di confrontarsi con una di queste realtà attraverso una ricognizione storico architettonica e territoriale che ne rintracci le questioni di valore e di senso rispetto agli intenti del Principe che vive una determinata frazione della storia nell’arco che va dal basso medioevo al periodo lorenese. Questa fase di conoscenza, accompagnata dalla ricerca sul campo, va ad interconnettersi con l’esercitazione progettuale che si fonda sull’idea e la convinzione che solo un progetto di architettura contemporanea, cui si interfaccia, abbia la forza di far riemergere beni e patrimoni dall’oblio e dall’abbandono. Viviamo però un’epoca di passaggio, che stenta a decidere fra supremazie forti fatte circolare planetariamente e in tempo reale dalla potenza delle tecniche informatiche e riproposizione di itinerari già tracciati. Sembra perciò inevitabile la tendenza delle scuole di architettura che non fanno altro che imporre soluzioni progettuali che replicano la lezione dei contemporanei di maggiore “richiamo”

e concedere ancora spazio alle seduzioni espressionistiche, al rigore (razional-funzionalista), alla nostalgia della tradizione o al tecnicismo high-tech rivalutato dalla potenza digitale. Il laboratorio non ha privilegiato nessuno degli orientamenti in atto, no ha cioè imposto approcci “monolitici” per definire ambiti spaziali ed espressionismi formali. Ha invece cercato di favorire la messa a punto di ipotesi e metodi autonomi di lavoro e di ricerca che, attraverso fasi di un processo mentale e al contempo fisico, continuamente riconsidera l’ipotesi attraverso l’operatività progettuale nella convinzione che, più che la semplice rincorsa alla novità come espressione delle richieste più avanzate della società, sia efficace il confronto su un metodo che aiuti a trovare il modo di far fronte alle nuove sfide della post-modernità.

1 Antonio Paolucci, E il potere mostrò il suo volto, Il Sole 24 ore, 9/6/2002 n°155, pag. 41


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Bruno Gemignani

Contenuti del corso LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 3 MODULI DIDATTICI Teorie e Tecniche della Progettazione Architettonica: Andrea Noferi A.A. 2000-2002 Teorie dell’Urbanistica: Riccardo Foresi A.A. 2000-2001 Collaboratori: Patrizio Fracasso, Federico Babina, Gianni Fabbretti, Simone Pieroni, Carlo Pellegrini, Giancarlo Raddi

Il tema annuale era il progetto di un edificio multipiani di tipo condominiale da inserire in un’area libera in un quartiere residenziale della periferia di Firenze. Plastico e disegni estratti dal lavoro svolto nell’A.A. 2000/2001 dagli studenti: Emiliano Franchini e Simona Vergine

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Da anni il tema su cui viene impostato il Laboratorio di Progettazione Architettonica 3 di cui sono titolare, è la residenza. Per gli studenti che si affacciano al terzo anno il progetto di uno o più edifici pluripiani ad appartamenti risulta essere, a mio giudizio, uno dei temi più idonei all’esercizio della progettazione “reale”. L’edificio residenziale di tipo “condominiale” ha generalmente una maglia strutturale semplice e ripetitiva la cui conoscenza non richiede particolari nozioni di scienza delle costruzioni, inoltre le dimensioni planimetriche di massima sono date dalle due tipologie cui si fa quasi unicamente riferimento: la tipologia in linea e la tipologia a ballatoio. All’interno del Laboratorio gli studenti devono progettare modellando quello che è il rozzo volume parallelepipedo dell’edificio o degli edifici inizialmente prefigurabile, adattandolo al “lotto” di terreno scelto tra quelli da noi proposti

tenendo conto delle volumetrie esistenti nelle aree limitrofe, cercando di dare una forma urbana leggibile allo spazio che il volume di progetto va a delimitare insieme agli edifici esistenti. Devono anche definire/progettare la copertura e i prospetti dell’edificio, facendo riferimento alla composizione e ai materiali presenti nei progetti degli edifici residenziali ultimamente realizzati in Europa dagli architetti più conosciuti. Tutto questo richiede da parte degli studenti una ricerca/lettura sull’architettura residenziale contemporanea e una ricerca sulla forma dello spazio urbano, che li mette in condizioni di migliorare la propria proposta progettuale. In un certo senso - come emerge dalle immagini qui riprodotte - il lavoro progettuale sulla residenza porta gli studenti del terzo anno a risultati che possono dirsi abbastanza completi sul piano progettuale, in quanto possono


concentrarsi fin dall’inizio sullo studio della forma dell’edificio e dello spazio circostante proprio perché, come abbiamo detto, strutture e tipologie sono o dovrebbero essere - note in quanto oggetto di studio degli anni precedenti. In sostanza con il tema della residenza si può dire, anche se con una certa cautela, che gli studenti hanno più tempo disponibile per il lavoro progettuale vero e proprio. Dare agli studenti la possibilità di applicarsi alla progettazione entro poco tempo dall’inizio del Laboratorio, significa – o dovrebbe significare – dare loro la possibilità di predisporre soluzioni progettuali diverse per uno stesso tema prima di approfondire la definizione della proposta progettuale finale e quindi dare ad ogni singolo studente la possibilità di migliorare la qualità del proprio approccio alla progettazione.

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Paolo Galli

Materiali per un’idea ARCHITETTURA DEGLI INTERNI Collaboratore: Francesco Armato

La piramide prende chi l’osserva e reciprocamente, ogni opera prende dai suoi antecedenti e i suoi concomitanti e, progressivamente, prende un mondo in un’infinità di serie convergenti prolungabili le une nelle altre. Si può dire che gli echi, i riflessi, le tracce, le deformazioni prismatiche, le prospettive, le soglie, le pieghe, sono prensioni che anticipano in qualche modo l’atto progettuale. E questo si vede facilmente. Ma quando vogliamo sapere in virtù di cosa ci siamo decisi, e troviamo che ci siamo decisi senza ragione, può essere anche contro tutte le ragioni. Là precisamente, in certi casi, la migliore delle ragioni. Nell’atto di scegliere, l’anima, in luogo di subire l’effetto della somma in cui entrano tante sollecitazioni, si da tale o tale altra ampiezza. La forma è un principio strettamente personale, non è una questione di metodo, ma una questione di libertà. E questa, analizzata rigorosamente, si riduce a quella della disponibilità. In modo che la libertà sarà il cam-

po più o meno grande dato alla vis impressa e in questo senso la mia libertà non dipende da me e dalla mia volontà, ma al contrario permette la mia libertà. È assimilabile alla simultaneità. È la grandezza istantanea, l’elemento intimo o privato, che esprime l’immediatezza, la novità, l’individualità. È possibile una convergenza della mia singolarità con altre singolarità; che, quella zona di mondo che io esprimo chiaramente, il mio possesso speciale, ciò che per sua natura è intimo e privato diventi una generalità? Senza dubbio ci sono delle convergenze, perché ciascuno esprime il tutto del mondo e perché un corpo riceve l’impressioni di tutti gli altri, all’infinito. Ma questa convergenza passa per delle vie o dei regimi del tutto diverse, regime d’espressione e regime d’impressione. Il presente lavoro - parte della Tesi di Marco Galizi e Roberto Giordano, Correlatore Arch. Francesco Armato - va in questa direzione.


È un vasto gioco d’architettura o di pavimentazione: come riempire uno spazio lasciando il minimo possibile di vuoti, con il massimo delle figure possibili. A questo riguardo lo spazio tempo non è un ricettacolo o una tavola preesistente che sarà riempito (al meglio) nel modo scelto: al contrario, uno spazio tempo come ordine delle distanze indivisibili da una singolarità all’altra, da un individuo all’altro, e anche un’estensione, come prolungamento continuo delle distanze, appartenenti a ciascun mondo, ogni volta, e non l’inverso. Il gioco interiorizza non soltanto i giocatori che servono da pezzi, ma la tavola sulla quale si gioca e il materiale della tavola.


Antonella Cortesi - Renzo Marzocchi

La trama delle appartenenze LABORATORI DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 2-3

La didattica universitaria esprime il rapporto singolare tra i partecipanti ad un rituale di intuizioni: trasmettere ed accogliere pensieri formati, perché questi possano divenire fertili nella libera creatività di ciascuno. Ciò che a noi interessa comunicare nella didattica è l’esigenza del rispetto della libertà espressiva dell’uomo. Le intriganti malizie (formali, tecnologiche e altre) sono per noi secondarie rispetto ai temi della costruzione del “luogo dell’abitare”, nella quale risultano fondamentali le componenti naturali, antropico-sociali e la loro interpretazione. Le relazioni di complementarità tra le cose reali e il loro contemporaneo legame con scale e campi differenti costituiscono e definiscono quella che noi chiamiamo “trama delle appartenenze”. Una sorta di griglia che da una parte lega ed associa le cose all’uso che ne fa l’uomo, dall’altra lega l’appartenenza delle cose stesse alle categorie che il pensiero umano sa costruire. Una lampadina può essere il termine di una catena di eventi tesi a produrre luce in un punto; contemporaneamente può appartenere alla categoria delle trasparenze, dei colori... delle sofferenze umane rappresentate in “Guernica”. Indicati, molto sinteticamente, i limiti della didattica da noi praticata, riteniamo necessario definirne i confini attuativi. Le tematiche di indagine e di progettazione scelte negli ultimi anni possono essere definite “estreme” in quanto ten-

MODULI DIDATTICI Analisi della Morfologia Urbana e delle Tipologie Edilizie: Isotta Cortesi A.A. 2001-2002 Teorie e Tecniche della Progettazione Architettonica: Nicoletta Novelli A.A. 2002-2003 Caratteri Tipologici e Morfologici dell’Architettura: Cinzia Palumbo A.A. 2001-2002 Gabriele Orselli A.A. 2002-2003 Cultura Tecnologica della Progettazione: Biagio Furiozzi A.A. 2002-2003

1 Niccolò Galli “Prometeo” a.a. 2001-2002 2 Francesca Valitutto “La Dea e i Cavallucci” a.a. 2001-2002 3 Francesca Grillotti “Il cammino di Nettuno” a.a. 2001-2002 4 Giacomo Liviabella “Acqua fonte di vita” a.a. 2001-2002 5 Franco Pratesi “Alle origini” a.a. 2001-2002 6 Alessandra Fadda “Naiade” a.a. 2001-2002

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denti - in deroga a norme e a leggi - alla formazione di un “luogo dell’abitare” in ambienti difficili, quali costoni rocciosi a picco sul mare o su terra, oppure sulle rive dei fiumi. Parliamo di “luogo dell’abitare” e non di scontate tipologie residenziali, per evitare l’accettazione di codici precostituiti nonché di ciarpami figurativi spesso privi di contenuti anche se divulgati a caro prezzo. Progettare un “luogo dell’abitare” implica attenzione per ogni sua componente, dall’aria, alla terra, all’acqua; significa interpretarle e utilizzarle come ingredienti fondanti per la vita dell’uomo, secondo quello che abbiamo indicato come procedimento delle “trame delle appartenenze”. Gli interventi che come docenti proponiamo agli allievi non si limitano alla trattazione di un tema; spesso sono puntualmente riferiti agli elaborati degli allievi stessi (sono lontani i tempi in cui alcuni docenti raccomandavano ai loro assistenti di non mettere la matita sul foglio degli studenti). Questi interventi sono graditi e soprattutto stimolano l’inventiva e le capacità interpretative di ciascuno, facendo emergere aspetti solo intuiti ma non recepiti razionalmente da chi ha prodotto un certo elaborato. Gli esempi grafici che riportiamo conseguono a questo modo di porsi nei confronti della didattica; ogni elaborato è stratificazione di osservazioni espresse a “più mani” nel pieno rispetto della strategia progettuale e del linguaggio di ciascuno discente.


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Andrea Ricci

Maieutica e didattica LABORATORI DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 1-4 MODULI DIDATTICI Tecniche della Rappresentazione Architettonica: Ulisse Maestro A.A. 2000-2001 Analisi della Morfologia Urbana e delle Tipologie Edilizie: Giovanna Potestà A.A. 2000-2001 David Burrini A.A. 2001-2002 Teorie della Ricerca Architettonica Contemporanea: Mario Bruno Broccolo A.A. 2002-2003 Progetto di Strutture: Ugo Tonietti A.A. 2002-2003

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Il generale trionfo della banalità supportato e reclamizzato dalla pubblicistica, nelle sue opposte espressioni di velleitarismo pseudo-artistico e di apparente “normalità” edilizia, ha generato tra gli studenti di architettura un’acritica adesione a “clichès” preconfezionati ed in particolare un’oggettiva difficoltà a procedere oltre l’immagine nella comprensione dello spazio come entità costruibile. Se dunque “…la memoria è ricoperta da strati di frantumi d’immagini… (se) non è più possibile che una figura tra le tante possa riacquistare rilievo…” la scuola, in quanto tale, ha il dovere di recuperare il “mestiere” dell’architetto, la tradizione quasi obliata del comporre le forme dello spazio, la capacità di comprendere la virtuale omologia tra la “lettura compositiva” dei materiali figurativi di cui la storia ci ha lasciati eredi, soprattutto a Firenze, e la “riscrittura” entro nuovo orizzonti formali di quegli stessi temi spaziali. Obiettivo primario è quello di rivalutare il ruolo dell’insegnamento contro i “cattivi maestri” mediatici, attuando un’opera di rialfabetizzazione culturale dello studente disorientato e confuso nel “polipaio” della realtà contemporanea; ciò non può certo coincidere con una grossolana operazione di “imprinting” secondo il linguaggio dell’una o dell’altra scuola di pensiero, ma si configura come educazione a pensare in termini compositivi, come consapevole riappropriazione di concetti, tecniche e strumenti operativi ritenuti ormai obsoleti. La scelta di “costringere” al faticoso, ma salvifico, esercizio di inventare l’idea spaziale entro specifici vincoli figurativi e contestuali che limitano il campo d’azione, la volontà di rimanere all’interno di quei binari metodologici che disciplinano la dimensione concettuale del progetto oltre il confine di tante arbitrarie certezze, dei radicati luoghi comuni, dei falsi miti creati dalla pubblicistica, risultano anche

funzionali a staccare, senza possibilità di confusione, la cultura alta del comporre dalla contingente prassi professionale (indipendentemente dal livello qualitativo dell’opera). La pratica del progetto professionale, necessariamente finalizzato ad un esito produttivo (il confezionamento dell’oggetto edilizio) nulla può avere a che fare con il processo conoscitivo della “figurazione compositiva” volto, in quanto attività ermeneutica, all’esplicitazione in forma dell’idea: la prima mira ad avere risposte univoche e definitive, cioè specifiche soluzioni in termini di tecnologia, funzionalità e immagine, l’altro non cessa di generare nuove domande, di interrogare il proprio autocostruirsi, attraverso la continua manipolazione del materiale figurativo, circa la forma dello spazio quale soggetto del comporre. “Ciò che è definitivo ci inganna, ciò che è fatto per essere guardato cambia aspetto (…) proprio quando sono ancora mobili, irrisolte, ancora in balia di un istante, le operazioni dell’intelletto sono suscettibili di venir utilizzate, cioè (…) prima che si allontanino, nel loro compimento, dalla loro fisionomia originaria (P. Valéry). La mancanza del confezionamento “professionale” dell’oggetto, lungi dal costituire quella “frode verbosa” di gaddiana memoria, diventa allora occasione ulteriore di indagine e di ricerca sul progetto compositivo, strumento privilegiato per comprenderne i processi, chiaro segnale di una scuola che tenta di riscattare il suo progressivo scadere in una sorta di avviamento al praticantato. Quando l’idea spaziale naviga nell’indeterminatezza di una precognizione non ancora del tutto conscia di se, nel mutevole divenire di variazioni, citazioni, rimandi, cancellazioni e successive ritrascrizioni, il docente nel solco dell’antica maieutica veste metaforicamente i panni della socratica levatrice e guida il discente verso quel


parto/esplicitazione dell’idea che rappresenta l’assunzione di consapevolezza del proprio fare compositivo: talora egli coltiva e disciplina gli sviluppi del lavoro svolto, talora offre nuovi spunti, impone scelte e vincoli precisi come altrettanti banchi di prova, nuove possibilità per formare, educare e valutare l’attitudine al variare, in altre parole a comporre. L’astrazione di tale processo di costruzione dello spazio architettonico, la sua distanza dalla corrente pratica edilizia, non solo non inficiano, ma sottendono la necessità di parlare i termini di una “utilitas” e di una “firmitas” rilette entro un ordine superiore di bisogni, fuso inscindibilmente con la stessa forma dello spazio. Si evince che l’ideazione e l’arte del costruire devono, seppure in un’ottica consapevole delle condizioni del presente, poter ritrovare, soprattutto in sede didattica, quella feconda dualità dialettica che l’opera albertiana racchiude mirabilmente nel rapporto tra “lineamenta” e “ structura”, e che purtroppo la tragica pratica della realtà contemporanea ha scisso, relegando la prima a territorio dell’”artista creatore di immagini”, la seconda ad esclusiva pertinenza di tecnici entro gli spazi di volta in volta definiti dalle normative vigenti o dal mercato. L’elegante esercizio della “calligrafia” sembra ormai aver sostituito la faticosa pratica della “scrittura compositiva” architettonica e rovesciando la celebre affermazione di Frege, l’opera, cioè l’oggetto compiuto, ha neutralizzato il valore dell’atto stesso dello scrivere, la paziente ricerca, il mestiere stesso del compositore. Ricucire nell’ottica di una lunghissima tradizione compositiva la frattura tra l’edificio gestito in funzione dell’immagine e l’edificio pensato solo come “macchina” - frattura alla quale è tutt’altro che estranea la poetica distruttrice di tanta avanguardia - rappresenta forse l’ultima possibilità di ritro-

vare nell’architettura la capacità di “parlare”, anzi di “cantare” (Valéry), o almeno, visto che non è compito precipuo degli studi universitari quello di costruire talenti, di formare soggetti che sappiano mantenere una coscienza critica nel pur inevitabile rapporto con la pratica professionale: questo è il compito etico che può garantire la sopravvivenza della stessa scuola e dell’insegnamento.

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Antonio Capestro

Tra ricerca e didattica LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 3 MODULO DIDATTICO Teoria e Tecniche della Progettazione Architettonica: Paolo Puccetti A.A. 2002-2003 Collaboratori: Giuditta Niccoli Laura Roy

La sostenibilità e l’efficienza energetica: verso un nuovo approccio progettuale per un diverso ambiente costruito Ricerca Nazionale CNR – Ministero Ambiente Unità operativa Politecnico di Milano Responsabile scientifico: Prof. Arch. Cesare Blasi gruppo di lavoro dell’Unità Urbana 3 Direttore Unità Urbana 3: Prof. Arch. Piero Paoli Sostenibilità ed Efficienza Energetica: Prof. Ing. Giancarlo Chiesa Coordinamento: Dott. Arch. Antonio Capestro Collaboratori alla ricerca: Dott. Arch. Cinzia Palumbo Arch. Nicolò Aste Arch. Gianni Bellucci Arch. Paolo Posarelli Arch. Rossella Roversi Arch. Carla Zedda

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Le immagini che seguono sintetizzano una metodologia progettuale d’intervento che riassume il rapporto complesso tra architettura, città e territorio nel tentativo di ripensare settori urbani di margine non solo sul piano della quantità ma della qualità dei rapporti comunitari attraverso sistemi spaziali interpreti delle dinamiche dell’attualità e dei desideri dell’uomo di riformulare il rapporto con il suo habitat. A Milano, nell’area dismessa dell’ex rilevato ferroviario di Porta Vittoria, come a Firenze nel settore sudovest al confine con Scandicci, l’itinerario progettuale si svolge attraverso: - la ricerca della struttura dell’impianto spaziale che rilegge morfologicamente il tessuto; - la ricerca della struttura delle attività che ipotizza un ruolo per l’area tra riqualificazione e reinvenzione proponendo un nuovo modo di risiedere in un ambiente organizzato come habitat sostenibile. Nell’ambito di queste premesse, che focalizzano l’attenzione su settori urbani di margine e marginalizzati rispetto ad un contesto fisico e di interessi, il Laboratorio di Progettazione Architettonica III, corso H, si è posto come obiettivo

quello di immaginare nuovi luoghi per la comunità contemporanea elaborati attraverso un lavoro di gruppo con momenti di sintesi individuale. L’intento è quello di promuovere una crescita progettuale che permetta una continuo confronto di verifica tra scala architettonica, sintetizzata da gruppi di tre studenti, e scala urbana elaborata da più gruppi ognuno dei quali sviluppa un ambito tematico specifico, che insieme integrano le proprie proposte progettuali in un impianto spaziale complessivo, un masterplan, che relaziona il progetto d’architettura alla città con le implicazioni di linguaggio e di rapporto che le due scale introducono. In sintesi l’attività del laboratorio si concentra sull’elaborazione di un progetto d’architettura in rapporto alla città attraverso: - La formazione di strumenti progettuali in grado di sintetizzare vocazioni, dinamiche e morfologia del contesto in termini di strategia d’intervento dalla scala architettonica a quella urbano-territoriale; - Lo sviluppo delle capacità di relazione all’interno di un team di progettazione; - La capacità di sintesi individuale.


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Fabio Fabbrizzi

L’insegnamento dell’Architettura

CORSO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 1-2 CORSO DI PROGETTAZIONE URBANA

1-2 C. Andreini, A. Antonietti, M. Bernacchioni “Il cuneo, il fiume, la cultura e la città” Centro Culturale a Scandicci 3-4 Andrea Tremori, Chiara Valenti “Il cuneo, il fiume, lo sport e la città” Centro Sportivo Integrato a Scandicci 5-6-7 Stefania Agnellini, Teresa Barbara Bisceglia “Il tubo, l’autostrada e la città” Centro Integrato con Museo, Multisala e Spazi Commerciali a Scandicci Ridefinizione architettonica del manufatto scatolare a protezione del tratto autostradale di Scandicci - Casellina

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Sono sempre stato profondamente sorpreso dall’adagio ricorrente di un’architettura che non si può insegnare, convinto che dietro questa idea si celi la mistificazione di una forzata artisticità rincorsa a tutti i costi, artefatta e un po’ fine a se stessa. L’architettura è per sua natura un’insieme strutturato di regole e continua ancora ad esserlo anche dopo l’eventuale apparente negazione e superamento di esse. L’architettura è codice, prima di essere licenza, è obbligo prima di essere eccezione. È fatica, è morale, e costruzione, quindi sistema condiviso e riconoscibile. Dire che l’architettura non si può insegnare è un po’ come negare questa base di condivisione, affidarsi alla sola dimensione istintuale e gestuale della questione. È come ripartire in pratica ogni volta da capo, annullando il prezioso valore della continuità, l’apporto dell’esperienza, i lasciti della prassi, affidandosi al solo valore, sicuramente inebriante, della libertà. In altre parole, dimenticandosi che l’architettura, quindi la sua composizione, altro non è che uno straordinario esercizio di variazione. Variazione, che nel riconoscimento dei propri codici, deve riuscire a veicolare l’intelligibilità del sistema, i propri cardini fondativi e le diverse dinamiche che la costituiscono, ogni volta diverse, ma ogni volta fondate sulle stesse basi. Sono queste basi, discrete, isolabili, espresse e verificate in una loro comune sintassi, nucleo e matrice essenziale di ogni fare che assume caratteristiche di disciplinarità, quelle che ne permettono la trasmissibilità, quindi la possibilità di essere porte e apprese, quindi ampliate ed evolute. Le leve di queste basi, si possono ricondurre all’ascolto del luogo, all’interpretazione sensibile della sua identità, al lavorare sul tema, sul tipo, sulla figura e sul frammento, insieme alla riscrittura della materia, al ruolo della misura, a quello della regola, al senso

della costruzione insieme al valore dell’istituzione che la forma esprime, il tutto rapportato alle molte coniugazioni che nel progetto, il rapporto tra architettura e natura assume. Poi è chiaro che il tutto si declina a quel inesauribile patrimonio di vissuto che ci abita, alla nostra sensibilità, al nostro raziocinio, facendo diventare l’atto del progetto, variazione dopo variazione, un lungo itinerario di scelte. Scelte che formano senso, che aggiungono senso al senso, che divengono opzione critica del mondo, scelte che schiudono possibilità, che evolvono territori consolidati e che certe volte formano ricerca. Scelte che possono diventare metodo e quando appaiono come gesto o sensazione, in realtà sono solo licenza cosciente di un codice riconosciuto e intelligibile tenuto in filigrana. Credo che l’architettura non sia altro che questo, declinazione cioè tra insieme di regole condivise e sensibilità orientata e non ricerca mirata di diversità. Dalla trasmissione di questa condivisione e dalla cura della sensibilità individuale, nasce in sede didattica, la rincorsa di un “buon livello medio”, che è il parametro di verifica di ogni esercizio di scrittura architettonica, nei quali, forse più frequentemente di quanto non si possa credere, così senza cercarlo ossessivamente, appare certe volte un inatteso barlume di poesia. E questo avviene solo dopo che il codice è ampiamente cavalcato, acquisito, maturato, immettendo nel proprio spessore, una possibile e impercettibile modificazione che lo evolve, trasformando così la formatività finale da prova corrente a opera. Condizione labile e fugace, ma riprova essenziale che l’artisticità del fenomeno architettonico non rappresenta un sistema aggiunto, da ricercare e aggiungere, ma che al contrario, risieda negli stessi atti che regolano il processo compositivo, ovvero nella variazione delle stesse regole che formano la generale condivisione dell’intero sistema trasmissibile.


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L’insegnamento dei luoghi e della storia Gianni Cavallina

La sezione architettura e contesto, così come è accaduto per le altre sezioni del nostro Dipartimento, si è formata per “simpatie di interessi”, ovvero si è formata, spontaneamente, aggregando tutti quei diocenti che non si ritenevano soddisfatti di una sorta di “inviluppo mentale e programmatico” caratterizzante la storia della facoltà fiorentina negli anni della loro esperienza studentesca, situata cronologicamente tra la fine degli anni ’50 e la prima metà dei ’70. Questa sorta di “ordine mentale precostituito” risentiva in gran parte dei postulati del Movimento Moderno e del Funzionalismo, del resto codificati nelle acute speculazioni semiologiche del Koenig. D’altra parte, con una forse maggior forza di attrazione si imponeva, in campo didattico, quella Scuola Fiorentina, (della quale non si è mai saputo dare in realtà una definizione esatta, se non riferita al mondo dell’architettura organica, in senso zeviano) vicina al pensiero e all’opera di due personaggi carismatici come Leonardo Ricci e Leonardo Savioli, che, sulle orme del loro maestro, Michelucci, avevano improntato di loro tutto l’afflato di novità e di dibattito presente in facoltà, peraltro assai vivo del periodo centrale degli anni ’60. Del resto una discreta fortuna, anche in campo internazionale, dei loro progetti,realizzati e no, giustificava questo indirizzo, che non si è mai del tutto personificato in vera scuola, sia per la scarsa volontà dei maggiori referenti di crearla, strutturalmente, in ambito universitario, sia perché non ci si era resi conto che il “Vangelo”, quello del Movimento Moderno, cominciava ad essere contestato da più parti, e non

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solo dai Radicals, attivissimi a Firenze; la presa di distanza dal M. M. era soprattutto presente nel dibattito che, dal 1965-66, investì tutte le scuole di architettura in Italia ed in Europa. Molti studenti, che in seguito si sarebbero ritrovati a portare avanti l’onere della didattica e della ricerca per molti anni a venire, in pratica fino ad oggi, si sentivano più attratti dagli scritti del Rossi, del Grassi, del Robert Venturi, e dalla coraggiosa riscoperta della storia che in quegli anni veniva sperimentata da Louis Kahn. Per alcuni di essi, e per altri docenti arrivati in seguito da altre sedi, più attente ad una discussione critica sulle ragioni e l’opera del Movimento Moderno, veniva ad essere di primaria importanza l’opera di ricerca profonda che, a Roma, era stata portata avanti da Saverio Muratori e dalla sua scuola. Anche se per molti docenti fiorentini, giovani laureati della fine degli anni ’60, questa esperienza non faceva parte del proprio bagaglio, purtuttavia questi percorrevano una sorta di strada parallela, concentrando i propri interessi sui temi della memoria, del contesto, della storia, e del riuso. La sezione architettura e contesto è proprio nata dall’incontro di chi aveva già affrontato, a livello nazionale ed internazionale, il tema dello studio del tipo, estendendolo al campo urbano ed a quello territoriale e di chi ascoltava con sempre maggiore insoddisfazione l’assordante silenzio delle ultime correnti figlie del Movimento Moderno, e si ritrovava comunque in un ripensamento del modo storico di pensare e fare architettura; in altri termini ritrovare tipi e luoghi consolidati nella storia e nella memoria.


Gli scritti pubblicati su questo numero, anche se redatti solo da una rappresentanza dei componenti la sezione, possono agire come spettro generale delle tensioni ed intenzioni didattiche e di ricerca. Il “tipo”, la “memoria”, la morfologia urbana carica delle sue “cronie” e “diacronie”, il territorio consolidato, il riuso, l’analisi intesa sempre come “metodologia di progetto”, che non privilegi l’intenzione creativa personale dell’“individuo architetto”, ma si sottometta di buon grado all’osservazione rigorosa dell’esistente, costituiscono questo vario, complesso ma tutto sommato chiaro panorama di ricerca e didattica. Sarà così facile ritrovare nell’intervento di Giancarlo Cataldi, autorevole esponente oggi della scuola muratoriana, un chiaro percorso che parte (dato questo comune agli altri componenti la sezione), da una revisione fortemente critica dei “processi progressivi di revisione individualistica (dovuti in gran parte alla crisi dell’architettura moderna e alle incertezze genetiche insite nella sua presunta artisticità)”. È proprio quella “mancanza di riferimenti, di gerarchie autorevoli e di certezze critiche”, che spinge Cataldi ad insistere ancor più sul filone della metodologia progettuale, basata, da un lato, sulla analisi dei diversi “coefficienti di storicità”, per arrivare alla “gamma di quesiti tipologici” inerenti la ricostruzione delle aree urbane centrali, dall’altro sui “processi evolutivi” degli edifici specialistici. Ancora nel filone dello studio tipologico l’intervento di Maria Grazia Gobbi, che si propone di far leggere agli studenti il territorio rurale così altamente antropizzato della campagna senese. Spicca l’interesse, derivante dalla lettura del

Catasto Lorenese, per la chiara matrice progettuale costituita dalla “Villa”, irradiante intorno a sé un disegno geometrico di “luoghi”, “simboli” e “memorie”. Esemplare l’esempio della Villa di Cetinale, di Carlo Fontana, generatrice di uno spazio/parco/giardino “luogo di pura contemplazione estetica”. Non ci sembra ora di fare un salto troppo grande accennando ai tre interventi di Benedetto Di Cristina, Gianni Cavallina e Carlo Canepari, che, pur apparentemente lontani dal mondo delle analisi tipologiche, si riavvicinano a quel tipo di rigore attraverso l’attenzione per una “progettualità controllata”, che prenda le mosse dal contesto, dai segni, dal rinnovamento consapevole della città. Per Benedetto di Cristina è fondamentale l’acquisizione di un “contesto metodologico”, da raggiungersi, per gli studenti del primo anno, attraverso lo studio accurato di un’opera del Movimento moderno, a livello di Tesi con il riappropriarsi, pur nella sperimentazione di un linguaggio attuale, degli “aspetti fondamentali dell’architettura”; sempre in quest’ottica la preparazione dei neolaureati nel corso di perfezionamento sul tema della riqualificazione urbana. Legata al significato di luoghi e manufatti, ed alla loro “carica segnica”, l’esperienza didattica di Gianni Cavallina, che sviluppa, a diversi livelli di complessità, il tema degli spazi periferici privi di una attuale semantizzazione. L’arredo urbano per il 1° anno, e l’edificio specialistico semplice per il 2° si riferiscono comunque a segni presenti nel territorio, o, almeno, nella memoria, ed alla capacità degli studenti di ritrovare in questi segni una loro personale matrice di progetto.

Carlo Canepari preferisce focalizzare il tema della sua didattica sulle sue esperienze deii Workshops internazionali, condotti generalmente in collaborazione con facoltà dell’Est europeo. Di particolare interesse l’intenzione di non chiudersi in una ottica “restaurativa” degli interventi di riuso. La visione attuale del progetto dovrà sempre comunque (e qui ritroviamo la matrice comune alla sezione), “conservare e far evolvere la città senza compromettere la sua specificità, interrompere la sua coerenza ed alterare la sua immagine”. Nell’intervento di Virginia Stefanelli potremmo ritrovare lo stesso interesse per le trasformazioni urbane, ma preferiamo associare il suo scritto a quello di Piero Degl’Innocenti. Entrambi accentuano l’aspetto eminentemente “didattico” se non “pedagogico”. Per la Stefanelli si tratta di indirizzare gli studenti verso un continuo rimando, progressivamente più ampio, tra “lettura e progetto”, “astratto e concreto”, generale e particolare”, “passato e presente”. Nel titolo stesso dell’intervento del Degl’Innocenti “Rompere schemi, togliere riferimenti”, sta la volontà di formare uno studente che non si accontenti dei primi risultati, che non cerchi riferimenti editoriali, ma che trovi un suo punto di equilibrio (da mettere comunque sempre in discussione), in un duro lavoro di maturazione spaziale e professionale della costruzione dell’architettura. Interventi tutti, improntati al controllo della parte analitica e di quella progettuale, nella didattica. Al di sopra di tutto l’insegnamento che viene a tutti noi dalla Storia e dal Contesto.

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Giancarlo Cataldi

Dalle tipologie edilizie dell’architettura tradizionale agli studi progettuali sulla forma della città: un percorso didattico LABORATORIO DI SINTESI FINALE IN PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA E URBANA

1 Werner Tscholl, 1981, tesi di laurea “Strutture edilizie della Val Senales (Alto Adige)”, Disegno assonometrico di un tipico Maso della Val Senales 2 Gian Mario Aspesi, 1990, Composizione Architettonica 1° anno, “Seminario di rilievo dell’architettura tradizionale”, disegno assonometrico del complesso edilizio di Ammern nel Vallese svizzero 3-4 Alessandro Merlo e Roberta Simonini, 1996, tesi di laurea “Il teatro romano di Segobrica (Spagna): ricostruzione architettonico-funzionale. Metodologie d’intervento”, progetto ricostruttivo, vedute esterna ed interna 5 Patrizia Iacono, 1998, tesi di dottorato in Rilievo e Rappresentazione dell’Architettura e dell’Ambiente “Scarperia città di fondazione medioevale. Indagine sulle persistenze della pianificazione romana nel medioevo”, ipotesi dimensionale del progetto urbano originario sul rilievo dei tessuti murari attuali 6 Paolo Sardella, 2000, tesi di dottorato in Rilievo e Rappresentazione dell’Architettura e dell’Ambiente “Forma Aesis. Base di rappresentazione per la lettura della città”, estratto parziale della planimetria informatizzata di Iesi

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Grazia Gobbi Sica

La villa come elemento fondativo del paesaggio: il caso senese CARATTERI DISTRIBUTIVI DEGLI EDIFICI Collaboratori: Rosangela Finamore, Teresa Gobbò, Emanuele Mussoni, Elisa Palazzo, Bruno Pelucca

1 Foto aerea della villa di Cetinale e del contesto territoriale 2 Sara Santarelli Planimetria della villa di Cetinale 3 Sara Santarelli La proprietà di Cetinale ricostruita sulla base dei dati forniti dal Catasto Leopoldino 4 Schizzi di Carlo Fontana nel Codice Chigiano della Biblioteca Vaticana e vedute del fronte verso il giardino 5 Sara Santarelli La proprietà nei confini odierni

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L’esperienza didattica sviluppata nei corsi di Caratteri Distributivi iniziati nel 1999, si propone di leggere il sistema insediativo della villa in un territorio dato, cioè interpretare il fenomeno della villa suburbana come elemento di organizzazione del territorio. Si è inteso mettere in evidenza il ruolo territoriale della villa in quanto matrice del paesaggio e suo elemento fondativo. Il campo esaminato nella ricerca qui illustrata è, come anticipato dal titolo, il territorio senese nell’ambito dei suoi confini provinciali. L’obiettivo della ricerca è quello di formulare un inventario sistematico che anziché nelle sole emergenze qualitative esamini il fenomeno nella sua articolazione complessiva. Questo consente da un lato di costruire una casistica completa dei tipi e delle relative varianti per quanto attiene all’edificato, dall’altro di rilevare i rapporti della villa col territorio nel suo complesso e nelle variazioni succedutesi nel tempo. Il censimento svolto nell’ambito del Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Siena ha fornito l’elenco degli “oggetti” da esaminare.

La fonte primaria dell’analisi è il Catasto Lorenese. Sono stati presi in esame tutti quegli edifici presenti nel Catasto Lorenese denominati villa, villa/fattoria o comunque dotati di un toponimo che documenta una preesistenza rurale nel sito esaminato. Questa scelta definisce i limiti “temporali” posti all’indagine (per Siena il catasto lorenese risale agli anni ’20 dell’Ottocento); la presenza certificata dal documento catastale stabilisce il limite ante quem e restituisce una mappatura completa di una struttura territoriale consolidata, fondata sulla presenza della villa/fattoria e/o dell’appoderamento ad essa pertinente. Ciò non significa che gli elementi edificati successivi alla data d’impianto del Catasto Lorenese non presentino una loro rilevanza dal punto di vista sia strutturale che formale, ma essi sono pertinenti ad un tipo di trasformazione della struttura agricolo/ territoriale tradizionale più che di formazione della stessa. In altre parole, la villa tardo-ottocentesca o primo-novecentesca, nelle sue diverse articolazioni che giungono fino al villino suburbano, è fenomeno legato a una concezione del rapporto città/campagna assai diversa da quella che lega i destini della città e del territorio extra-urbano in epoca precedente, ed è in ogni caso espressione materiale della perdita del ruolo della villa nell’organizzazione territoriale della produzione agricola. L’analisi è stata condotta attraverso un lavoro di rilevamento sul campo e il reperimento e lo studio dei documenti grafici, cartografici, bibliografici esistenti all’Archivio di Stato, nelle Biblioteche, all’Ufficio Tecnico Erariale, all’I.G.M. Elemento centrale dell’analisi è la scheda, elemento contenitore dei dati. La scheda raccoglie innanzitutto una visualizzazione cartografica, cioè gli estratti di mappa del catasto lorenese, con la relativa individuazione della sezione, foglio e particella; del catasto attuale con l’individuazione del foglio, della particella e della partita; e della


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carta I.G.M. in scala 1:25000 con l’individuazione del foglio. Inoltre fornisce informazioni riguardanti l’oggetto architettonico della villa sia come elemento isolato che facente parte di un complesso o aggregato. L’evoluzione strutturale della villa viene esaminata nella articolazione delle diverse situazioni: 1 - come “villa/fattoria”, definita cioè nel suo carattere di centro di produzione agricola e presente come tale nel catasto lorenese; 2 - “villa /fattoria” otto-novecentesca come trasformazione di preesistenza indicata nel catasto lorenese (in genere casa rurale agli inizi dell’Ottocento poi trasformata in struttura più complessa); 3 - villa otto-novecentesca come trasformazione di preesistenza indicata nel catasto lorenese, priva tuttavia delle connotazioni di un centro produttivo. Inoltre sono stati considerati: - l’identità dei proprietari nelle varie epoche (secondo i dati forniti dai catasti); - i caratteri morfologici del sito della villa: la morfologia territoriale; la quota altimetrica, e di conseguenza la localizzazione del complesso (ciò che dà ragione del rapporto paesistico che la villa realizza

col suo intorno immediato e lontano). Elementi essenziali, ancorché sintetici, per definire le caratteristiche del complesso, sono: - i caratteri tipologici dell’edificio - la tipologia della scala - la presenza di androne passante o non passante - la presenza di salone a doppio volume - i caratteri architettonici (numero di piani, qualità dei paramenti esterni, presenza di portico, loggia, balconi, vani voltati). - gli elementi tipologici di corredo all’edificio principale che compongono lo spazio artificiale della villa, negli elementi architettonici, nella tipologia degli spazi aperti e nella presenza di elementi di arredo, fino alle condizioni d’uso (residenza privata unitaria permanente o saltuaria, frazionata, trasformata nell’uso). Oltre all’individuazione fisica dell’oggetto, il Catasto lorenese consente, mediante la lettura dei documenti scritti e disegnati, la ricostruzione dell’estensione della proprietà all’impianto del Catasto e, all’interno di questa, dell’uso del suolo. La lettura dei registri permette anche di esaminare i passaggi di proprietà dall’impianto alle fasi successive fino al Catasto attuale, e

consentendo così di derivare permanenze e mutazioni nell’assetto proprietario e nel tipo di produzione. Si è giunti così a determinare l’estensione della proprietà relativa ad ogni villa alla data d’impianto del Catasto Lorenese e l’uso del suolo relativo ad ogni proprietà distinto per ogni particella. Analoga ricognizione compiuta sui documenti del Catasto attuale alla data dell’impianto permette di confrontare le eventuali variazioni avvenute nell’estensione della proprietà di pertinenza di ogni villa e nell’uso del suolo. La villa di Cetinale, nel comune di Sovicille, analizzata nel lavoro dell’allieva Sara Santarelli, è uno dei più significativi insediamenti del senese, sia per l’architettura dell’edificio che per l’organizzazione territoriale basata su un impianto assiale di assoluta originalità, per la scala e per il disegno, dell’architettura di paesaggio.

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Benedetto Di Cristina

Architettura e rinnovo urbano PERFEZIONAMENTO IN ARCHITETTURA E CONTESTO LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 1 MODULI DIDATTICI Teorie della Ricerca Architettonica Contemporanea: Vincenzo Riso A.A. 1998-2000 Tecniche della Rappresentazione: Sylvie Duvernoy A.A. 2000-2001 Analisi della Morfologia Urbana e delle Tipologie Edilizie: Goffredo Serrini A.A. 2001-2003

1-2 Laboratorio di Progettazione Architettonica 1 lettura del municipio di Sàynàtsalo (A. Aalto 1948) modello e disegni interpretativi di Nicoletta Filardi 3-4 Area e stazione della Sagrera a Barcellona Laurea di Maria Formosi e Bruno Pilucca 5-6-7 Tre immagini dell’atlante del rinnovo urbano di Amsterdam presentato dal responsabile del progetto al corso di perfezionamento in Architettura e Contesto del 98-99

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I materiali esposti illustrano la didattica svolta in tre ambiti: 1 il Laboratorio di Progettazione Architettonica del primo anno; 2 le tesi di laurea; 3 il corso di perfezionamento in “Architettura e Contesto”. Il laboratorio del primo anno propone agli studenti un’applicazione annuale finalizzata a studiare, leggere e interpretare un’opera di architettura con disegni tematici e modelli. Vengono suggeriti come temi organismi architettonici non complessi, appropriati a far riconoscere, anche negli edifici realizzati con le tecniche costruttive attuali nell’ambiente urbano di oggi, aspetti fondamentali dell’architettura, come insediarsi in un luogo, definire e racchiudere gli spazi, costruire coi materiali appropriati. Gli esempi sono scelti e presentati in modo da far comprendere i nessi tra il lavoro dei progettisti e le teorie della ricerca architettonica (comprendendo i monumenti moderni, le opere della ricostruzione e le architetture contemporanee) e vengono studiati direttamente integrando il lavoro sul campo con l’analisi dei documenti. Le tesi laurea affrontano temi di recupero e riqualificazione urbana con

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l’obiettivo di indirizzare la formazione dei laureati verso la cultura del contesto territoriale e ambientale come premessa indispensabile alla definizione del progetto, a tutte le scale, e verso un’interpretazione creativa di ciò che la storia e la geografia dei luoghi esprimono in termini di paesaggio, insediamento e tecnologia. Il corso di perfezionamento, avviato nel 1997, intende contribuire alla diffusione di una cultura del recupero applicata all’ambiente costruito ed è finalizzato alla formazione di figure professionali operanti nel campo della riqualificazione e del riuso del patrimonio edilizio esistente. Prevede un ciclo di lezioni, integrate da seminari e conferenze, riguardanti questioni di metodo, letture dell’ambiente costruito, presentazione di casi di studio, aggiornamenti sulla normativa e sulle tecnologie del recupero; e include un’applicazione pratica che consiste nella lettura critica di piani di recupero studiati per diversi contesti edilizi.


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Gianni Cavallina

Limiti e segni LABORATORI DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 2-4 MODULI DIDATTICI Caratteri Tipologici e Morfologici dell’Architettura: Stefano Lambardi A.A. 2000-2002 Tecnologia dei Materiali da Costruzione: Giampiero Alfarano A.A. 2000-2001 Teorie della Ricerca Architettonica Contemporanea: Stefano Lambardi A.A. 2002-2003 Progetto di Strutture: Alberto Bove A.A. 2002-2003 Collaboratori: D. Ferroni, M. Manetti, A. Pastorini

1 L. Terrosi, risignificazione della Piazza di San Donnino, particolari dell’arredo urbano. (Progettazione 1, a.a. 1999-2000) 2 E. Spediacci, risignificazione della Piazza di San Donnino, planivolumetria dell’intervento. (Progettazione 1, a.a. 99-2000) 3 K. Takeda, risignificazione della Piazza di San Donnino, planivolumetria del centro espositivo. (Progettazione 1, a.a. 99-2000). 4 S. Milani, V. Soriani, il progetto del limite, planivolumetria del Palazzetto dello Sport di Campi. (Progettazione 2, a.a. 2000-2001). 5 De Angelis, Del Moretto, Dini, Stazione della micrometropolitana e zona commerciale a Piazza Fardella, a Firenze 6-7 I. Micali, G. Principale, Rabin Peace Forum a Tel Aviv, plastico ed idea concettuale di partenza. 8 Cosma, Fabbretti e Donettii, Stazione della micrometropolitana in Piazza della Libertà, a Firenze, tavola di sintesi a colori 9 Cosma, Fabbretti e Donettii, Stazione della micrometropolitana in Piazza della Libertà, a Firenze, sezioni 10 Massimo Gasperini, “Un’impronta d’acqua, il Canale dei Navicelli a Pisa”, prospetto della Chiusa del Sostegno, Tesi di Laurea a.a. 2002-2003.

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Nella didattica dei Laboratori di Progettazione, dal 1999 al 2002, si è teso all’insegnamento di un metodo progettuale basato sul significato e sul segno nell’architettura. Nel primo anno il campo operativo, di confronto, era una area aperta, un vuoto urbano, nella fascia periferica, sovente privo di valori figurali importanti, e comunque il limite si pone oggi come una sfida, come la virtuale possibilità di un recupero della perduta figura urbana. La pianura industriale ad ovest di Firenze, scarsa di connotazioni, sembra quasi richiedere dei nuovi segni, non, a nostro parere, esprimenti una singolarità oppressiva ed autonoma, ma, piuttosto, il richiamo a segni conosciuti, le mura, gli argini, il limite delle case avulso dal contesto storico. Compito degli studenti era proprio ritrovare nelle poche tracce esistenti, ma ancor più nella memoria, nella citazione, nella morfologia della città consolidata, i presupposti per una traccia compositiva dello spazio urbano. Questo tipo di esperienza, nel Laboratorio del 2° anno, si confrontava con due problematiche compositive, il “limite urbano ”, ed il “ manufatto segnino ”, che, pur l’esperienza dell’ultimo anno si differenzia su due versanti, uno quello di un limitato segno all’interno della conurbazione, come le stazioni della ipotizzata micrometropolitana fiorentina, l’altro è un versante filosofico, del “segno ideologico”, il concorso internazionale per il Rabin Peace Forum a Tel Aviv. Il tema del limite, del segno, del significato, crediamo, e lo abbiamo verificato nell’ambito delle evitando di accedere al progetto complesso, compito degli anni successivi, doveva comunque indirizzare lo studente alla comprensione della sua idea progettuale nel rispetto degli elementi distributivi, strutturali e formali. Ricerca questa che impegnava ai limiti della verifica strutturale e dei partico-

lari formali interni ed esterni del manufatto. Esperienze didattiche, giustifica, agli occhi dello studente, un percorso progettuale che, partendo dall’idea, trovi per la sua strada, nel contesto, nei segni esistenti, nella storia, la sua ragione di essere.

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Carlo Canepari

Esercizi di progettazione: gli workshops LABORATORI DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 2-3 MODULI DIDATTICI Caratteri Tipologici e Morfologici dell’Architettura: Andrea Nannini A.A. 2000-2001, 2002-2003 Tecnologia dei Materiali da Costruzione: Paolo Puccetti A.A. 2000-2001 Teoria e Tecnica della Progettazione Architettonica: Riccardo Guidi A.A. 2001-2002 Cultura Tecnologica della Progettazione: Biagio Furiozzi A.A. 2002-2003 Collaboratori: Lapo Galluzzi Alessio Palandri Si ringraziano gli studenti: Tommaso Rafanelli Simone Scortecci Tommaso Bazzecchi Peter Schwaer Michele Coluzzi Alessandro Cecchi

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Lo workshop è una esperienza che conduco ogni anno in collaborazione con la Fondazione Romualdo Del Bianco, coinvolgendo 6 studenti del corso e si sviluppa in due settimane distinte; la prima nel periodo autunnale all’estero, la seconda a Firenze nella primavera successiva per completare il lavoro. Vengono presentate in questa occasione le produzioni degli workshops svolti a Firenze nell’anno 1999 sul Riuso di una casa colonica nel quartiere 5, a Praga nell’anno 2000 sul Riuso di un mulino dismesso “Lowitt’s Mill”, a Banska Bistrica (Slovacchia) nel 2001 sul Riuso di un antico complesso edilizio, il “Barbacan”. A questa esperienza hanno partecipato oltre ai fiorentini, studenti provenienti dalle Facoltà di Architettura della Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Bielorussia. Queste esperienze, limitate ad un così ristretto numero di studenti, sono state poi presentate e discusse all’interno del Laboratorio facendole diventare esperienza comune. Questi esercizi sono propedeutici alla esperienza progettuale di Laboratorio, documentata quest’anno nella pubblicazione realizzata dal Comune di Firenze “Progetto & Realtà”. Nella dimensione culturale di una Europa in espansione queste esperienze mirano al coinvolgimento dei paesi dell’Est, che si aprono al dialogo dopo un lungo periodo di isolamento culturale. Tutte fanno riferimento al Riuso architettonico ed hanno come oggetto edifici in disuso su cui si prevede un rinnovamento funzionale ed architettonico per un nuovo ciclo di vita; esse rappresentano un momento importante della didattica di Laboratorio centrata sulle questioni del Riuso, a cui mi sono dedicato negli ultimi 10 anni di insegnamento. Il progetto di Riuso, senza chiudersi in una visione restaurativa o nella imitazione dell’antico, esprime tutte le complessità del mondo contemporaneo che vuole attivare una trasformazione qualitativa dello spazio. La nuova cultura del-

l’urbano sta portando sempre più in luce quei procedimenti progettuali che sanno, da un lato conservare e dall’altro far evolvere la città senza compromettere la sua specificità, interrompere la sua coerenza ed alterare la sua immagine. In questo senso il Riuso, conferma e stabilisce che il patrimonio architettonico è una risorsa e può innescare anche nella città contemporanea, quel processo ecologico di crescita che consentirà la sua storicizzazione.


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Virginia Stefanelli

Progetto di abitazioni e servizi LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 3 MODULI DIDATTICI Teorie e Tecniche della Progettazione Architettonica: Federico Bracaloni A.A. 2000-2001 Enrico Bascherini A.A. 2001-2003 Teorie dell’Urbanistica: Adriana Sgolastra A.A. 2000-2001

1 M. Buonamassa, B. Caiullo, D. Calderoni Letura critica e filosofia del progetto 2 F. Carloncelli Progetto alla scala del quartiere 3 A. D’Angelo Progetto alla scala dell’alloggio

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La realtà della città è tale e così complessa che i metodi tradizionali non sono adeguati alla sua interpretazione: il Laboratorio ipotizza una via d’uscita attraverso una visione organica che cerchi di dominare i molteplici aspetti attraverso un approccio sistemico unificante. Da tempo siamo di fronte a problemi nuovi e complessi per la soluzione dei quali servono soluzioni nuove: occorrono cioè prima di tutto idee adeguate, in secondo luogo metodi progettuali nuovi, che siano ad un tempo critici (per evidenziare e ridurre gli errori) e creativi per individuare soluzioni più idonee e soddisfacenti. La cultura tecnologica ci offre un approccio (sistemico) adeguato: essa si avvale di quell’“attitudine razionale” in base alla quale si progredisce a “piccoli passi”, correggendo via, via gli errori. Le linee programmatiche del Laboratorio enfatizzano l’intenzionalità della progettazione e le operazioni che (a piccoli passi) gli studenti sono chiamati a compiere, secondo un processo iterativo, munito di feedback. Il processo si sviluppa per fasi: da quella della “lettura critica” (fase investigativa), alla elaborazione della “filosofia del progetto” (fase in cui l’idea si struttura), fino alla sua stessa traduzione coerente nel progetto (fase in cui l’idea si fa progetto). Il lavoro si svolge (secondo un percorso orientato) sincronicamente in un continuo andirivieni tra lettura e progettazione, tra astratto e concreto, tra

generale e particolare, tra passato e presente. Questo modo di lavorare che rimanda continuamente all’intero e alle sue parti, all’oggetto studiato e alla sua struttura, questo approccio unitario in base al quale si può operare contemporaneamente a scale diverse e mettere in relazione situazioni semplici e complesse, è l’aspetto che caratterizza la nostra didattica. Il materiale esposto, che si riferise alla periferia fiorentina e a piccoli centri storici toscani, illustra alcune fasi del processo. La periferia Prevalente oggetto di studio è la periferia in generale (sottosistema della città) e la residenza in particolare (a sua volta sottosistema di sottosistema) che rappresentano spesso ancora problemi da risolvere. La trasformazione della realtà architettonica è sempre in atto, ma mentre nel passato è avvenuta con continuità, dopo la rivoluzione industriale è avvenuta in modo caotico. Ci sembra logico riprendere le mosse da questa soluzione di continuità per ricostruire il nostro passato e gettare le basi sulle quali edificare il futuro. La lettura critica comparata a scale dimensionali omogenee e congruenti, di due campioni urbani, la “città antica” (ad es. San Frediano, ma anche un piccolo Centro storico) e la “città contemporanea” (ad es. Sorgane), è una esercitazione che si articola gradualmente dalla scala della città a quella dell’alloggio: i risultati consentono di sceverare le mode dai valori persistenti e costituiscono, insieme alla personalità dell’“attore”, le coordinate di partenza per la costruzione in itinere della filosofia del progetto, e quindi del progetto stesso.


Centri storici minori Il tema “centri storici minori” si contrappone al tema della periferia come provocazione alla cultura architettonica ed urbanistica del secondo novecento che ha generato periferie e luoghi anonimi privi d’identità, i cui risultati urbanistici ed architettonici hanno prevaricato la storicità dei luoghi e del loro portato culturale. Proporre una prima selezione dimensionale, è stato necessario per recuperare quella cultura minore, a volte spontanea, capace d’originarietà, ricca di differenze, sempre misurata al luogo ed alle istituzioni, rappresentante del tempo e dell’uomo che l’ha generata. Misurarsi con una realtà fisica sociale ed economica ove l’Architettura coincide con l’Urbanistica, permette agli studenti di riflettere sulla complessità del progetto architettonico-urbanistico, la cui formulazione non può prescindere da un’attenta lettura della condizione storica, della crisi attuale, e della capacità futura di tali insediamenti. La proposta finale propone una ricerca tesa a salvaguardare il principio d’identità dai processi d’omologazione attraverso tre momenti fondamentali: la lettura, la sintesi, quindi il progetto di riappropriazione.

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4 Foto aerea del centro storico minore di Monteggiori 5 E. Bascherini Schizzi di lettura 6 M. Berti Progetto alla scala dell’alloggio

Enrico Bascherini

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Piero Degl’Innocenti

Rompere schemi, togliere riferimenti LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 1

Quella che, al I anno, si concretizza sui fogli di carta, tra ingenuità e scarabocchi, è solo la parte più banale dell’esperienza di avvio alla progettazione: l’altra, la più importante, si sviluppa in profondità dentro la personalità stessa dello studente. Inerzia e ristrettezza mentale sono i primi nemici: perciò bisogna subito spingere ad essere ricettivi e curiosi, a diventare sensibili ai linguaggi delle arti, togliendo riferimenti acritici e rompendo sistematicamente schemi preconcetti, per stimolare ad aprirsi e a produrre di continuo idee senza adagiarsi sui primi ingannevoli allori. A questo scopo è utile far uscire lo studente dalla comoda nicchia delle revisioni singole, e riversare tutte le discussioni in un ambito collettivo. Le varie esercitazioni saranno occasione

MODULI DIDATTICI Analisi della Morfologia Urbana e delle Tipologie Edilizie: Antonio Bertagnini A.A. 2000-2001 Guido Spezza A.A. 2001-2002 Tecniche della Rappresentazione: Massimiliano Masci A.A. 2000-2001

1 Chiara Rigoli 2 Francesca Nesi 3-9 Alessandra Laiso 4 Federica Fierro 5 Sara Varlani 6 Arianna Pagnini 7 Giacomo Lepri Berluti 8 Matilde Montalti

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sia per educare a pensare in tre dimensioni - maturando gradualmente un’idea di forma spaziale da affinare attraverso ripetute verifiche in pianta e sezione, - sia per capire la continuità dello spazio architettonico attraverso la fondamentale esperienza dei passaggi di scala, con i loro rimandi e le loro diversità di temi compositivi. A conclusione dell’esperienza lo studente non trova “il suo” progetto, esito di un percorso lineare e “privato”, ma brani di sviluppi possibili, indicativi di un processo continuo di confronto, non lineare e aperto: un sistema di potenzialità tra le quali la soluzione data rappresenta solo un momentaneo punto di equilibrio, che si può ridiscutere ogni volta.


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Alessandro Gioli

Il metodo della memoria negli orbitali esterni: esperienze di progetto in un contesto periferico LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 3 MODULI DIDATTICI Teorie e Tecniche della Progettazione Architettonica: Isotta Cortesi A.A. 2000-2001 Teorie dell’Urbanistica: Massimo Ceragioli A.A. 2000-2001 Collaboratori: Fabio Fabbrizzi Paolo Ramacciotti Adriana Toti

1-2-3 Riccardo Renzi Progetto di quartiere residenziale a Montelupo Fiorentino 4 Alessandro Nioi, Giorgia Puddu Progetto di quartiere residenziale a Montelupo Fiorentino 5-6-7 Myriam Algeri, David Bechi, Francesco Lombardi, Laura Monti Guarnieri Progetto di ampliamento del Museo della Ceramica a Montelupo Fiorentino

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L’esercizio degli strumenti conoscitivi, in realtà diverse dai sistemi urbani storici (con il tipico deposito di materia culturale recensibile dal progetto), richiede una pratica ragionevole della memoria architettonica, dove il richiamo diretto alle poche rilevanze monumentali non sia enfatizzato da una stilizzazione eccessiva, non congruente, in genere, con i caratteri dell’ambiente e con le finalità del programma. Nella circostanza in parola - un tema di sezione urbana a Montelupo Fiorentino - il complesso delle emergenze è limitato ad una prioria collinare ed una villa medicea, su progetto di Buontalenti; di tali oggetti cospicui si è inteso sfruttare il valore semanticamente strutturante, includendo però nella costituzione qualitativa del contesto, abitato da ridotti lasciti testimoniali, anche più tenui differenze di figurazione e di rango istituzionale, così da riconoscere le intensità relative e le proprietà intrinseche degli elementi di rappresentazione sociale, a prescindere dal contenuto morfologico annesso. In fase analitica si è chiesto agli studenti di enucleare un quadro preliminare del luogo, quanto ai suoi caratteri fisici, alla dinamica di accrescimento urbano, e alle trasformazioni che ne hanno modellato l’assetto e la fisionomia edilizia. Il requisito generale di ogni ipotesi progettuale è stato indicato nella soluzione di una dorsale di spazi pedonali qualitativamente distinti, riuniti in un sistema portante capace di accogliere eventuali connessioni trasversali. La progettazione doveva così organizzare una porzione urbana complessa, suddivisa in ambiti differenti di partecipazione comunitaria (pubblico, pubblico/privato e privato), con particolare cura per la separazione degli accessi e dei percorsi, per il disegno delle superfici aperte, per la loro sinergica espressività architettonica con i volumi in elevato (logica conseguenza di un disegno generale) e per il corretto impaginato dei prospetti urbani di mar-

gine, sia con piazze lineari verso le testate, sia con il recupero della continuità laterale, tramite aree verdi e funzioni di interfaccia. Sono stati considerati aspetti qualificanti dell’esercitazione didattica la scelta e l’impostazione dei tracciati regolatori, il rapporto di questi con il sedimento viario e topografico, l’elaborazione formale degli alzati adeguata alle funzioni, l’equilibrata distribuzione delle masse nel profilo planimetrico ed altimetrico degli edifici, la costruzione, infine, di una semantica urbana delle articolazioni fondamentali (varchi, spazi involucrati e dischiusi, elementi di testa e di cerniera, basamenti, bordi). Si è dato risalto alla necessità di produrre, nella concatenazione degli spazi progettuali, esiti percettivi variati di collettività ed intimità, con l’auspicio di dare al nuovo organismo una sequenza naturale del significato antropologico, essenziale alla lettura di un atto di fondazione come parte di una riconoscibile identità civile. Durante i corsi del laboratorio sono stati forniti schemi tipologici ed esempi e principi di assemblaggio compositivo, utili alla stesura del piano descrittivo; per la definizione delle figure architettoniche e dello stile si è preteso che i frequentanti dimostrassero capacità di assimilazione dei dati morfologici del contesto, filtrandoli in una grammatica dotata di universalità, ovvero riconoscibile nelle determinanti geografiche e nelle ascendenze culturali, ma non mimetica delle relative immagini. Circa i metodi di progetto, preminente rilievo è stato dato alla tipologia degli aggregati seriali, alla gestione architettonica di risorse tecniche della normale pratica edilizia, al corretto orientamento delle unità residenziali e funzionali, rispetto all’esposizione solare.


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Adolfo Natalini

Piano di recupero dell’area dell’Ospedale a Prato LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 4 MODULI DIDATTICI Teorie della Ricerca Architettonica Contemporanea: Angelo Castellana A.A. 2000-2003 Progetto di Strutture: Luisa Rovero A.A. 2000-2002 Collaboratori: Lapo Galluzzi, Marco Matteini, Enrico Nieri, Franco Puccetti

1 Jacopo Carli, Ugo Dattilo Progetto di riqualificazione della zona ospedaliera di Prato, planimetria generale che illustra l’inserimento del progetto all’interno del tessuto urbano, una serie di viste che illustrano la zona residenziale, progettata come stratificazione di interventi successivi, il teatro, che rappresenta la funzione dominante sulla nuova piazza, i laboratori, che si configurano come spazi flessibili alle varie attività 2 Luca Barontini, Valentina Pieri Progetto di riqualificazione della zona ospedaliera di Prato, planimetria generale dell’intervento e il fulcro della “chinatown” con pianta e prospetto del teatro 3 Baralli Matteo, Carfagnini Gianfelice Progetto di riqualificazione della zona ospedaliera di Prato, planivolumetrico generale dell’area, la pianta dei piani terra, la sezione del teatro con il relativo prospetto, la sezione e il prospetto della galleria espositiva/biblioteca

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Il laboratorio si propone di insegnare a progettare una città misurata e dignitosa con architetture appropriate. L’obbiettivo è quello di apprendere la lingua della città come antidoto alle diversità e personalismi. Il linguaggio urbano dell’architettura dichiara un desiderio di stare insieme (civitas), non tanto la costruzione di una nuova lingua (“Novelty is but oblivion” – la novità non è altro che dimenticanza, scriveva John Donne) ma l’apprendimento della lingua parlata della città in cui lavoriamo. Senza sforzo o intenzionalità sarà una lingua diversa (perché ognuno di noi è diverso) ma sempre basata su – e riconducibile a – una lingua comune, una koinè urbana. I libri e le riviste ci mostrano un altro panorama (poiché solo la mostruosità e la novità fanno notizia). I nostri progetti aspireranno alla normalità senza cercar di fondar metodologie o definir regolamenti. Il laboratorio si svolgerà attraverso un ciclo di lezioni teoriche sull’architettura tradizionale e su tradizione e/o

avanguardia e quattro esercitazioni progettuali. Ogni esercitazione occuperà due mesi e terminerà con la presentazione e valutazione di un gruppo di elaborati. L’esame coinciderà con la presentazione e valutazione dell’ultima esercitazione. Il voto deriverà dalla media delle quattro valutazioni. Temi delle esercitazioni: 1. Il Museo delle Ferrovie nella centrale termica della stazione di Firenze S.M.N.. 2. Centro di accoglienza nella Fortezza di Montealfonso a Castelnuovo Garfagnana. 3. Piano di recupero dell’area dello scalo merci a Lucca. 4. Piano di recupero dell’area dell’Ospedale a Prato. In queste pagine alcuni elaborati del piano di recupero nell’area dell’Ospedale a Prato degli studenti: Luca Barontini e Valentina Pieri Iacopo Carli e Ugo Dattilo Gianfelice Carfagnini e Matteo Baralli


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Fabrizio Arrigoni

Edificio ad uso pubblico in Volpaia - Chianti LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 1 MODULI DIDATTICI Analisi della Morfologia Urbana e delle Tipologie Edilizie: Elena Angelini A.A. 2000-2001 Alessandro Rosselli A.A. 2002-2003 Tecniche della Rappresentazione: Mauro Giannini A.A. 2000-2001 Caratteri Tipologici e Morfologici dell’Architettura: Tommaso Barni A.A. 2001-2002 Collaboratore: Alessio Palandri

1-3 Fabrizio Arrigoni, Volpaia in Chianti, appunti 4-9 Modelli delle proposte progettuali. Studenti: Felix E. Wirth, Plinio Vanni, Elton Shkreli, Gianfranco Stipo, Misako Tsujii, Paolo Zucconi

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Amo gli inizi. Per me sono sempre stati fonti di meraviglia. Ritengo l’inizio fondamento del continuare. Se così non fosse, niente potrebbe esistere, nulla esisterebbe. Louis I. Kahn, 1972

Obiettivi Il corso si presenta come un primo tentativo di avvicinamento al fare architettura. Il cammino è marcato dalla pratica costante e faticosa del progetto, all’incrocio tra necessità e desiderio. L’interrogazione di tradizioni costruttive e di memorie disciplinari sono d’ausilio a questo procedere. Mostrare, da subito, i molteplici orizzonti di senso contenuti anche in una singola e sovente marginale occasione di disegno e trasformazione, è principio prioritario dell’insegnamento. Quest’ultimo, poi, è “decisamente “operativo”: il maestro non “insegna” coll’impartire nozioni teoriche o principi speculativi o leggi generali o spiegazioni scientifiche, ma “facendo fare”, e l’alunno non “impara” nel senso di accrescere un patrimonio di cultura dottrinale, ma facendo e operando. In arte il magistero non si esercita nell’aula o sulla cattedra, ma nella bottega e nell’officina; la scuola non è accademia, ma tirocinio, e l’alunno non è studente, ma novizio e apprendista.” (Luigi Pareyson, Estetica, teoria della formatività, 1954). Programma In accordo con le finalità generali del corso, l’esercizio compositivo richiesto mostra caratteri di assoluto realismo. La stessa precisazione dei temi e dei programmi funzionali deriva, per quanto possibile, da concrete opportunità progettuali, facendosi così carico dei limiti e delle stesse contraddizioni implicite in ogni prassi di modificazione dell’esistente. Si ritiene infatti la condizione di vincolo fattore di incremento della qualità complessiva della proposta e non ostacolo al suo costituirsi. I temi affrontati variano dalla residenza individuale o collettiva, all’edificio specialistico di dimensioni contenute, somigliando in ciò ad una prima stazione di un più vasto Gradus ad Parnassum.

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Progetto per Volpaia in Chianti Volpaia è oggi una fattoria in forma di borgo, in una regione a cavallo tra le terre di Firenze e di Siena. Dello spazio urbano serba la complessità temporale e spaziale dei siti ed il loro non univoco intrecciarsi reciproco. Dal lavoro dei coltivi ne seguono le ragioni di possibili metamorfosi future. Su richiesta della proprietà lo studio concerne la rifunzionalizzazione di un antico fabbricato (ora adibito a tinaia) in centro di accoglienza e spazio per conferenze, nonché la costruzione di un annesso per esposizioni e mostre d’arte. In dettaglio il piano prevede: - relativamente al vecchio edificio è fatto obbligo di mantenere le pareti perimetrali e la morfologia delle aperture esterne. Queste ultime potranno essere parzialmente modificate in relazione alla definizione di eventuali rapporti visivi e spaziali con l’addizione. È consentito praticare nuove aperture solo in corrispondenza degli attacchi con la nuova fabbrica. La struttura interna (muri, pilastri, solai) può essere ripensata per intero in relazione ad una diversa distribuzione degli ambienti. La posizione della scala interna può variare, mentre l’ingresso principale affacciato sulla piazza non potrà essere dismesso; deve altresì essere mantenuto il collegamento aereo esistente tra l’ex tinaia e la vicina casa Capponi; - relativamente al nuovo fabbricato esso non potrà essere costruito in aderenza per l’intera facciata a nord. L’altezza massima è di m.15.50 in analogia alla quota del colmo massimo dell’edificio esistente. Si prevede uno sbancamento di m.4 al fine di raggiungere la quota della via a valle verso est. Completa l’intervento il ridisegno degli spazi aperti di pertinenza. I materiali previsti sono la pietra, l’intonaco ed il cemento facciavista. Programma funzionale: sala espositiva, sala conferenze (una sala da 100-110 posti - 130 mq. ed una sala da 50 posti - 60 mq.) spazio accoglienza: hall, informazioni, bookshop, amministrazione, servizi igienici, impianti, depositi, ascensore, montacarichi.


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La tradizione dell’innovazione Flaviano Maria Lorusso

Apparente tautologia per una disciplina che implica nella sua ragione originaria l’aspirazione ed il compito dell’evoluzione dei propri statuti di utilità, costruttività ed espressione, la sezione innovazione si è costituita sull’esigenza di alcuni docenti interessati all’accentuazione identitaria di una forte tradizione della ricerca architettonica della Facoltà fiorentina che storicamente ne ha segnato una finalità culturale, un carattere progettuale ed un ambiente formativo decisamente informati all’innovazione, appunto: ovvero, alle forme liminari del sapere disciplinare agenti sulla scena del mondo, sotto forma di nuovi orizzonti di possibilità teorica, tecnica e formale intravisti ed agiti. Tradizione del progetto nella facoltà plurale che da sempre connota la specificità ambientale della scuola di Firenze- incarnata dall’insegnamento di grandi personalità impegnate direttamente nella elaborazione culturale di quelle che Leonardo Ricci definiva “nuove nominazioni”: ovvero, indicazioni di spostamento del limite, saggi esplorativi di elaborazioni concettuali, di opportunità strumentali, di enunciazioni figurative nella fecondità tuttavia della tensione così radicatamente fiorentina, mai misconosciuta e surclassata, tra la lezione profonda dell’eredità storica ed i nuovi movimenti vitali che la stessa storia in atto contiene in nuce o già esplicita. Giovanni Michelucci, Leonardo Ricci e Leonardo Savioli sono i maestri che segnano, nel tempo compreso tra gli anni ’50 e fine ’70, questo percorso di ricerca interno alla Facoltà con lo sguardo convintamente rivolto alla relazione e alla comunicazione in presa diretta con l’attualità nei suoi più aggiornati ed universali fermenti cul-

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turali. Ed è proprio attorno a Ricci e Savioli che, sul finire degli anni sessanta, si forma a sua volta una nuova generazione di architetti sperimentatori che riversano, nella ricerca personale e nell’insegnamento universitario, tutto il portato inedito di una stagione creativa, nel suo significato più ampiamente comprensivo, di clamorosa dirompenza nell’aspirazione ad una riformulazione degli statuti tradizionali del pensare e rappresentare e fare architettura: il movimento dell’Architettura Radicale, non a caso, trova nella Facoltà fiorentina il suo baricentro fisico e ideativo, ponendosi come evento culturale il cui valore fu e continua ad essere riconosciuto dalla critica internazionale come uno dei più significativi apporti originali dell’architettura italiana degli ultimi decenni. Generazione seconda di architetti-didatti innovativi, in seguito coadiuvata a sua volta da giovani epigoni e rinforzata da nuovi docenti giunti a Firenze da altre sedi: tutti comunque accomunati dalla motivazione indagativa delle nuove frontiere di concezione e di insegnamento dell’architettura. Una tradizione dell’innovazione, dunque, secondo un ossimoro che però bene identifica una precisa interpretazione, nel panorama del nostro Dipartimento di Progettazione dell’Architettura, del ruolo di una scuola di architettura, dei suoi docenti, dei contenuti tematici del loro insegnamento, dell’orientamento del sistema di riferimenti teorici e pratici, delle modalità di trasmissione del sapere disciplinare. Interpretazione che, pur secondo l’articolazione di soggettive chiavi di campo, di scala e di figurazione, rilega gli afferenti alla sezione nel senso dello


sguardo primariamente, decisamente mirato sulla contemporaneità, sentita ed intesa come ambito topico e imprescindibile di referenza e di serrato confronto, nel suo valore di crinale fenomenologico a tutto campo sul quale solo, in quanto congrua espressione originale dell’epoca cui appartiene, un’architettura culturalmente autentica può accadere. Da cui una concezione dell’identità come forma progressiva di continua attualizzazione architettonica in termini di metodi, strumenti e linguaggi del progetto: ovvero, di un progetto conforme all’intera tavolozza di acquisizioni concettuali, tecnologiche ed espressive che il presente più avanzato e proiettato addirittura nel futuro imminente, aggiunge a quelle storicizzate, nel fine doverosamente legittimo di utilizzare tutta la sua potenzialità per ideare e costruire come non era possibile appena un decennio addietro. Così, il concetto di contesto si innova per superamento adattativo del cristallizzato e così spesso pretestuoso limite interpretativo della storicità e del genius localistico nella espansione del suo significato come tensione, così formidabilmente inerente alla civiltà della massima comunicazione-connessione relazionale, fisica e culturale, della istantaneità interattiva fra l’immediatamente prossimo e l’estremamente distante, tra circoscritta singolarità ed aperta alterità, tra specificità provinciale e universalità cosmopolita. Contesto come pienezza di appartenenza anche al territorio, ai paesaggi ipercontestuali della cultura dell’informazione, con i suoi soggettivi, liberi, multiformi, complessi e perfino contraddittori percorsi di identificazione. Contesto come libera

associazione di referenze, come sofisticato innesco di connessioni e di conseguenti scelte selettive, governate, senza ideologismi precostituiti, da quel pensiero critico che costituisce innanzi tutto il senso e l’obiettivo didattico per eccellenza dell’apprendimento e dell’esercizio di qualsiasi disciplina, ed in particolare di quella della modificazione consapevolmente sapiente ed evolutiva dell’ambiente. Criticità che presuppone l’accettazione ineludibile del confronto progressivo tra le identità tutte che insistono nei complessi contesti vitali contemporanei, equamente riconosciute in dignità di significato e di fenomenologia, come il più appropriato agente metodologico di quel chiarimento su cui si fonda, per sua natura, un compiuto ed efficace processo progettuale. Riconoscimento di autorevolezza trasversale che solo può conquistare e motivare la giusta azione selettiva, la scelta di campo, la nuova più adeguata misura, la più opportuna - e opportunisticamente vitale - relazione gerarchica interna della enunciazione architettonica innovativa così delineata, del suo incremento di essere, del suo necessario esito di rinominazione: di funzioni, spazi, tecniche, simboli, forme. Significato ulteriore di contesto, allora, come inusitata soglia gettata tra mondi, da cui l’esercizio dell’architettura inteso non come disciplina autonoma, ma quale campo topico di applicazione interdisciplinare e di contaminazione: dunque, azione metabolizzatrice per estrapolazione o trasposizione, per sovrapposizione o simultaneità, per tangenza o sconfinamento, che si nutre del substrato multiforme del mondo vitale e della conoscenza e, in particola-

re, della ricerca artistica, e permette di rispondere appropriatamente alle domande del tempo o di suggerirne addirittura di nuove. L’innovazione come cimento critico per il possibile consentito dalla stagione dell’apprendistato formativo- di ricreazione degli statuti disciplinari e dei sistemi di riferimento acquisiti, come sollecitazione di sforzo della personale attidudine al rimontaggio singolarizzato e propositivo degli elementi in gioco verso una estensione limite diviene allora, nell’esercizio didattico così suggerito, la cifra propulsiva più opportuna ed efficace dei tre segmenti operativi basilari che sovrintendono ad un compiuto processo progettuale: il suo fondamento concettuale, che attiene all’architettura come esperienza intellettuale; la sua ragione applicativa, che le attiene come esperienza inventiva di dispositivi ulteriori di congruenza modale, di regolazione, di strumentalità tecnica; la sua estensione formale e significante, dunque la sua artisticità, quale campo alto di espressione del linguaggio in quanto esperienza etico-estetica. L’innovazione naturalmente abita nel cuore dell’oggetto architettonico, e quindi nelle istanze del suo progetto, conferendogli la più intrinseca consistenza. Educare a quelle istanze vuol dire, semplicemente, guidare all’esercizio della paziente, laboriosa e fascinosamente, doverosamente rischiosa avventura dell’assunzione di responsabilità di una personale riformulazione degli elementi da comporre, secondo una operazione catalitica di innesco di sequenze reattive a catena in grado infine, secondo le parole di Guattari, di “aprirci ad inediti campi del possibile”.

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Laura Andreini

Didattica e progetto LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 1 MODULI DIDATTICI Analisi della Morfologia Urbana e delle Tipologie Edilizie: Jacopo Maria Giagnoni A.A. 2000-2001 Isotta Cortesi A.A. 2001-2002 Tecniche della Rappresentazione: Giorgio Verdiani A.A. 2000-2001 Collaboratori: Marcello Marchesini Donatello D’angelo Lara Tonnicchi Antonella Fantozzi

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L’architettura non si insegna, si pratica, si osserva, si visita, si percorre, si studia, si misura, e attraverso il disegno si rappresenta; è solo attraverso questa sequenza di esperienze che si apprende ciò che la memoria individua come conoscenza. Forse conoscere l’architettura significa educare il nostro occhio e i nostri pensieri all’architettura poiché, come ha scritto con condivisibile precisione Mies van der Rohe1 “… scopo dell’insegnamento dell’architettura (non consiste soltanto nel) … formare architetti mediante le nozioni necessarie; ma anche di formare l’uomo educandolo per renderlo capace di fare il giusto uso del sapere acquisito. Perciò l’insegnamento mira a uno scopo pratico, mentre l’educazione mira ai valori…”, valori che sostanziano l’azione didattica differenziando il nostro agire dal mero compito dell’insegnare. Inoltre non vi è dubbio che l’architettura sia, come sostiene Giorgio Grassi con acuta semplicità, “maestra di se stessa”, cioè non si possa imparare l’architettura se non attraverso l’architettura, e il progetto attraverso il progetto; “noi – sosteneva Ignazio Gardella nel corso di una sua celebre lezione al politecnico di Milano 2- riusciamo a conoscere profondamente solamente quello che concretamente sperimentiamo, la didattica dovrebbe attuarsi attraverso la trasmissione dell’esperienza che ognuno di noi attraversa nella professione, così come avveniva nella bottega artiginale. Non esistono leggi o interpretazioni totali o assolute della realtà su cui teorizzare un fare architettura trasmissibile a priori. Soltanto l’esercizio del fare ci permette di verificare il rapporto tra teoria e prassi, il rapporto tra conoscenza, interpretazione e progettazione; il continuo operare deve rendere chiaro ciò che è possibile, logico e necessario”. Questa sommatoria di azioni dal risultato mai scontato, mai certo, mai indi-

viduabile scientificamente è il progetto mentre il suo esito, totalmente ascrivibile nell’alveo delle discipline artistiche, è l’architettura: un’esperienza intellettuale fondata sulla tecnica, sulle regole del costruire e del comporre secondo una sintesi totalmente individuale. Il corso per l’anno accademico 19992000 aveva come tema l’introduzione ai procedimenti di lettura e organizzazione dei primi elementi del fenomeno architettonico e loro aggregazione con particolare riferimento al ruolo svolto dal concetto di luogo. La lettura attenta del contesto esercitata attraverso l’interpretazione del rilievo, la conoscenza storica del sito e l’artificio retorico rappresentano l’indicazione prima su cui tessere il proprio racconto di architettura.

1 Mies Van der Rohe, Principi di insegnamento dell’architettura. Leitgedanken zur Erziehung in der Baukunst, in Werner Blaser, Mies van der Rohe: die Kunst der Struktur, Zurich, Artemis, c1965 2 Marina Montuori (a cura di), L’insegnamento di Igazio Gardella, lezioni e dibattiti del corso di dottorato di ricerca per A.A. 1983-84, Istituto Universitario di Architettura di Venezia

Serena Paggetti “progettazione di una residenza unifamiliare nel centro storico di Firenze: via Tornabuoni, angolo via della Vigna nuova e via della Spada. Rilievo e sezione giugno 2000 (1 su 8 tavole accoppiate fino a raggiungere il formato desiderato per la rappresentazione)


Alberto Breschi

Sintesi Finale LABORATORIO DI SINTESI FINALE IN PROGETTAZIONE DEI MUSEI Collaboratori: Eva Parigi Francesco Stolzuoli Matteo Zetti

Luca Paparoni Concorso internazionale per un Museo di Arte Moderna a Bolzano

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La didattica del progetto di architettura è, oggi più che in passato, al centro di un dibattito che investe le facoltà di Architettura più disponibili ad un rinnovamento motivato principalmente dall’urgenza di una revisione imposta dai nuovi percorsi formativi della riforma universitaria “3+2” e dalla recente legge sul riordino della professione di architetto. La facoltà di Architettura di Firenze ha da tempo avviato, in particolare nei settori interessati alla progettazione, una riflessione sulla necessità di individuare modalità d’insegnamento, contenuti e campi di applicazione, più aderenti alla realtà operativa esterna per permettere alla ricerca teorica propria del mondo accademico una finalità diversa e un maggiore confronto con i vincoli propri della pratica professionale. L’organizzazione dell’attività di Laboratorio di Sintesi finale in “ Architettura dei musei”, a cui hanno aderito i colleghi Marino Moretti e Flaviano Maria Lorusso, si è fondata sull’accoglimento degli indirizzi evocati dalla legge istitutiva del nuovo ordinamento, finalizzati al doppio obiettivo di perseguire un’esperienza progettuale approfondita fino allo sviluppo esecutivo di un progetto di architettura complesso e di garantire tempi equi di elaborazione della successiva tesi di laurea. Il campo di applicazione riconosciuto come ottimale per tale esercitazione didattica è stato individuato nel bando di un concorso di architettura, in quanto in grado di offrire: - precisione del tema e del programma progettuale, radicati su concrete necessità di una reale committenza e impostati su organigrammi dimensionali, funzionali e tecnici, che offrono una griglia complessa di coordinate di inquadramento e di impostazione della proposta progettuale; - precisione quantitativa e qualitativa degli elaborati grafici richiesti, come strumenti circoscritti di espressione dei contenuti e delle forme dell’idea progettuale;

- precisione della scadenza improrogabile di consegna come esercizio alla gestione del limite temporale entro cui ottimizzare l’attività progettuale. La scelta, in particolare, di un concorso appena scaduto per la prima delle due fasi previste e con invito alla seconda fase di alcuni tra i protagonisti più prestigiosi dell’architettura internazionale, ha inteso assicurare l’attualità del tema prescelto e, successivamente, anche un utile e curioso raffronto degli esiti progettuali degli studenti con i risultati del concorso stesso, come ulteriore occasione didattica di maturazione formativa. Il bando assunto riguarda la progettazione di un nuovo Museo d’Arte Contemporanea a Bolzano inteso come spazio-struttura per l’esposizione e per la produzione di arte nonché come attrezzatura sociale plurifunzionale a funzione di attrattore-irradiatore di eventi e comunicazione culturale. La collocazione e il mixer funzionale garantiscono una complessità progettuale in grado di impegnare sia sul piano dell’inserimento urbanistico in un contesto di alto valore storico-ambientale, con elaborati e plastico in scala 1:500, sia su quello della puntuale soluzione architettonica in scala 1:200 e con schemi, schizzi e prospettive delle prescrizioni distributivo-funzionali, dimensionali, computo-estimative e normative, approfondite fino alla precisazione delle più significative connotazioni costruttive e di dettaglio prescelte nonché delle soluzioni eco-tecnologiche finalizzate alla riduzione in percentuale del fabbisogno energetico e allo sfruttamento di fonti energetiche alternative.


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Lorenzino Cremonini

L’Arno è la piazza del 2000 della città ARCHITETTURA DEGLI INTERNI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA PER IL RECUPERO URBANO LABORATORIO DI SINTESI FINALE SULLO SPAZIO DELLA LUCE Collaboratori: F. Bresciani, E. Casucci, C. Dini, A. Marino, E. Micci, P. Ruggeri, L. Vezzoni Gruppo di lavoro: Massimo Avanzini, Andrea Bartolucci

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La ricerca del rapporto tra città e l’acqua del suo fiume, dopo aver stimolato la rivisitazione del periodo in cui esso era fecondo e vitale, e che la conurbazione “meccanizzata” successiva ha nei secoli isolato dalla vita urbana impedendo ora di goderne l’antica e consueta familiarità (che un tempo artisti e umanisti in particolare vicini alla Corte Medicea, avevano contribuito assemblandola all’immagine colta di Firenze cinquecentesca), ci può dare oggi la possibilità di focalizzare una specie di riformulazione del linguaggio “storico-urbano” per i giorni nostri. Ciò essenzialmente perché nel rapporto odierno tra mente e percezione visiva, il processo retinico (attraverso cui un individuo “prende coscienza delle cose dell’ambiente esterno”) ha assunto nella nostra cultura occidentale un posto sicuramente privilegiato nel rapporto con il pensiero; e la nozione stessa di “idea” risulta intimamente legata al “vedere”. Infatti questa parola deriva dal greco “eidos” (cioè idein=vedere) e si riferisce a un sostantivo che significa sia una cosa vista come “forma” e un modo di vedere come “prospettiva”. Le idee quindi sono le forme che la nostra mente assume e al tempo stesso ciò che alla nostra mente consente di trasformare gli eventi in “esperienze dotate di forma” (e infatti Aristotele nella sua Metafisica scriveva: “La vista ci fa conoscere più di tutte le altre sensazioni e ci rende manifeste numerose differenze fra le cose”. Prosegue poi il filosofo: “... tutti gli uomini per natura tendono al sapere; segno ne è l’amore per le sensazioni che amano indipendentemente dalla loro utilità. Amano la sensazione della vista. ... E il motivo sta nel fatto che la vista ci fa conoscere più di tutte le altre sensazioni e ci rende manifeste numerose differenze fra le cose”). La crescente complessità poi e lo sviluppo esponenziale degli ultimi decenni nel XX secolo delle reti telematiche (divenute travolgente fenomeno di società dalle immagini

numeriche e virtuali, dall’iconografia medica computerizzata e dai giochi interattivi ai mondi paralleli “on-line”), sembrano aver messo definitivamente in crisi quelle “nozioni di separatezza, linearità e fissità” che abbiamo individuato alla base del paradigma retinico, e sicuro modello di riferimento nel nuovo universo digitale formalizzato “istantaneo” odierno e futuro. Come diceva lo studioso J. Hillman, siamo al punto in cui: “... l’idea ha le radici nel vedere ...; che significa non solo dare forma preesistente tramite ... i mondi virtuali di un universo formalizzato che riconfigura totalmente l’atto di vedere ..., imprigionando in una forma già data e codificata che probabilmente ridefinirebbe integralmente il nostro sentire ed il nostro sapere; ... ma rendere doveroso ... visionare gli stessi (mondi virtuali) con un’esame più critico ed equilibrato della realtà che si sta prefigurando e alla quale dobbiamo far fronte”. Ciò perché come già detto, forse con il XX secolo è entrato in crisi un modello sociale e culturale fondato sullo sguardo, dovuto secondo gli esperti, a modificazioni profonde manifestate in una sempre maggiore complessità, transitorietà e interdipendenza degli eventi nel rapporto indissolubile tra soggetto che percepisce e oggetto percepito, tratteggiato nel divenire esistenziale in determinazioni inscindibili (che Albert Mayr identifica per il suono, ma sono di significato esistenziale generalizzato) e che sono ora “... la temporalità in essere di ogni evento che si dispiega nel tempo, il principio d’attività ... (in quanto ogni evento è la manifestazione percettibile di una forza in atto, cioè attiva del soggetto) e ... la metamorfosi perpetua (in quanto in costante trasformazione essendo un fenomeno connaturato ad un dispiegamento energetico spaziotemporale)”. In sintesi gli spazi aperti della città invocano oggi una consapevole risistemazione evolutiva microambientale


volta ad introdurvi qualità prestazionali ed estetiche, necessarie alla collettività per la capacità rappresentativa dell’oggi per il domani, per il livello di applicazione e qualificazione dato dalle tecnologie informatiche circa le possibili valenze espressive e percettive; in particolare nei luoghi ad alta densità relazionale (nodi infrastrutturali, aree interessate alla cultura e alle attività direzionali, etc.) entrando così prepotentemente nella scena urbana e partecipando al più vasto e impellente dibattito sul ruolo dei “servizi” nella società contemporanea. A nostro parere va indagata nel progettare l’architettura odierna e futura, la continuità (fra spazio interno privato e spazio esterno pubblico) dimensionata anche da quel reticolo di emozioni e sensazioni (definite da Jung “immaginazione attiva”) che il tempo e le esperienze personali hanno fatto diventare ora tradizione, ora mito, ora simbolo; e che per esempio le nuove tecnologie multimediali possono rendere possibili, rivalutando nello spazio urbano la percezione architettonica dei propri valori, capaci di modificare le “risposte ambientali” necessarie: ciò secondo le esigenze ed i desideri di chi li fruisce, e forse atti a produrre uno sviluppo

estetico che porterà sì a forme spaziali fatte di elementi fissi, ma anche a una serie di variabili programmate e programmabili. Cosicché l’architettura non nascerà quindi solo da un gesto simultaneo al manufatto edilizio, ma avrà un’origine, una genesi, una storia che la precedono in un racconto reso tale dall’interferire incessante di idee, di forme, di pratiche diverse, che dalla simulazione al pensiero, al modello, alla tecnica, al simbolo si alternano e si sommano. E il simbolo da intendersi ora nel senso “del mettere insieme” e “ricomporre” frammenti di realtà diverse, non apparirà più come un segno; ma come una figura dell’essere e del reale. Bisogna cioè arrivare ad un significato dello spazio architettonico capace di consentire tutte le “chiavi di lettura”, dovendo avere in sé per natura, la chiave geometrica, quella umana e quella spirituale. Nuovo significa riscoprire in noi una fiducia nel tempo che viviamo, significa chiarire il passato per chiarire noi a noi stessi, per arricchire il nostro linguaggio espressivo; per acquistare coscienza e conoscenza dei modi (come diceva G. Michelucci), per raggiungere un connubio fra il pensiero

e lo spazio da formare, nuovo o antico che sia, per le esigenze dell’uomo d’oggi e la nuova dimensione che la città deve assumere. L’architettura odierna quindi quale “arte del visibile”, deve affrontare nelle sue componenti esistenziali materiche, tecnologiche, linguistiche e simboliche, l’apporto e l’adeguamento alle conquiste scientifiche ed artistiche in allineamento con le aspirazioni dell’uomo. Sono infatti le innovazioni tecnologiche che cambiano la vita, il lavoro (telelavoro), lo spazio urbano, i trasporti, le azioni quotidiane sempre più volte al tempo libero. E il progetto di architettura risulta quindi lo studio del luogo, dell’ambiente storicourbanistico, degli elementi che hanno dato e danno vita all’ambiente in cui l’uomo vive e vuole vivere; si tratta cioè di un campo visivo (e mentale) entro cui di deve compiere l’operazione progettuale, risalendo alle connessioni che vengono riconosciute attraverso l’esperienza e il pensiero, tra il sistema di sensibilità della retina (spazio virtuale) e quello delle sensazioni provocate dallo stimolo della partecipazione alla vita quotidiana; una quotidianeità in cui il “vedere” è diventato “azione”.

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Paolo Iannone

Nuove dimensioni del progetto LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 3 MODULI DIDATTICI Teorie e Tecniche della Progettazione Architettonica: Gianfranco Molino A.A. 2000-2001 Paolo Di Nardo A.A. 2002-2003 Teorie dell’Urbanistica: David Fanfano A.A. 2000-2001 Collaboratori: Filippo Fici Luciano Mazza

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La riflessione sul progetto di architettura, le sue complessità, la variegata gamma di imputs che caratterizzano la sua dimensione disciplinare, le scale di intervento, metodi e criteri di approccio ai temi progettuali, costituiscono il patrimonio concettuale a cui fa riferimento la didattica dei Corsi di Progettazione Architettonica da me condotti negli ultimi anni. All’interno di tele quadro di riferimento la didattica si articola su tematiche metodologiche, a mio parere, importanti nel processo progettuale: 1 - Il concetto e l’individuazione delle “idee matrici” del progetto come selezione ideologica delle componenti fondamentali dello spazio antropico (esistenziali, storiche, contestuali, tecnologiche, geometriche, tipologiche, simboliche) riferite alle dimensioni culturali ed etiche della società e tali da costituire un filtro connotativo dello spazio architettonico. 2 - Il concetto e l’individuazione di processi innovativi nello studio della forma, nei suoi rapporti con altre espressioni artistiche, con le dinamiche sociali e culturali in atto e, intrinsecamente, in modo dialettico, con le componenti tecnologiche, strutturali e materiche dello spazio progettato. Dal punto di vista della conduzione dei Corsi la didattica concreta (esercitazioni tipo ex-tempore, tema annuale) ha sperimentato negli ultimi anni un confronto diretto fra i singoli studenti o gruppi di lavoro. Alcune esercitazioni sono state condotte sotto forma di “gioiosa” composizione di parti, una forma di “happening” in cui giocano un ruolo paritetico i concetti di casualità e norma, di ordine e di trasgressione tipologica e linguistica. Il tema annuale (1999/2000: progetto di riqualificazione di un’area urbana a Montelupo Fiorentino; 2000/2001: progetto di un museo del fiume a San Niccolò Firenze, condotto con ampi margini di libertà nelle scelte d’uso e negli esiti linguistici, si è concluso con una grande sessione di esami, con mostra degli elaborati grafici e dei plastici. Gli ex-tempore, il tema annuale, prece-

duto da seminari di ricerca, coordinati dai docenti, i rapporti con i moduli del laboratorio condotti in modo interdisciplinare, hanno costituito un insieme didattico articolato e complesso, non privo di difficoltà, ma con risultati positivi, almeno sul piano della maturazione di un buon numero di studenti.

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1-2-3 Happening iniziale del corso 4-5-6-7 Esiti finali del corso

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Flaviano Maria Lorusso

Puzzles LABORATORI DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 2-4 MODULI DIDATTICI Caratteri Tipologici e Morfologici dell’Architettura: Gholamreza M. Ansari A.A. 2000-2001 Tecnologia dei Materiali da Costruzione: Fausto Barbolini A.A. 2000-2001 Teorie della Ricerca Architettonica Contemporanea: Marco Tamino A.A. 2001-2002 Progetto di Strutture: Marta Rapallini A.A. 2001-2002 Collaboratori: Oliviero Baldini David Fagioli Fabio Gammacurta Attilio Guerreschi Elena Incerti Teresa Nocentinini

Nicola Becagli “PT-S” Parcheggio scambiatore a Pistoia Tesi di Laurea A.A. 2001-2002

Bisogna connettere in modo razionale (e anche molto sofisticato) i vari elementi del puzzle..., perché lo studente sappia più ordinatamente più cose nel maggior numero di modi diversi. A. Asor Rosa

Progettare architettura vuol dire innanzitutto “radunare”: memoria, informazioni, nozioni, tecniche, strumenti, domande, desideri, concetti, immagini. Vuol dire un’assunzione progressiva della responsabilità critica di operare un sempre più sofisticato innesco di connessioni: ovvero, una selezione, una scelta di posizione, una interpretazione: personale ed appassionata. Che vuol dire definire, di quel raduno, un preciso recinto che rileghi infine un sistema matrice di riferimento, concettuale e compositivo, che ne sviluppi ed indirizzi la profonda natura innanzitutto processuale. Dove intuizione, lucidità analitico-tecnica ed espressione trovino l’esito internamente composto e coerente d’una compiuta fi-

gurazione. Progetto d’architettura come problema ed esperienza di soglia: tra storia e presente-futuro, ma evento comunque, di per sé, totalmente contemporaneo; tra discipline, ma sintesi attualizzata che le aduna; tra tecnica e forma, ma, inerentemente, espressione estetica. Costruire agito come definitivo campo alto del linguaggio: e dunque, pensiero, invenzione e sorpresa ancor prima che costruzione, secondo l’aforisma di Albero Sartoris. Elaborati sul limite tra presa di coscienza della specifica profondità culturale e fisica ereditata e piena gettatezza innovativa di sé verso l’autenticità ineludibile della propria originale conformità enunciativa, del proprio vitale “incremento di essere”: concettuale, tecnico-funzionale, estetico. Progetto come pienezza d’appartenenza. Dunque inerente, radicale contemporaneità. Esercitate, nel laboratorio o in tesi, per una casa, una unità di abitazione, un museo o un autoparcheggio. Nella città.


Marino Moretti

Miniature ARREDAMENTO E ARCHITETTURA DEGLI INTERNI ALLESTIMENTO E MUSEOGRAFIA LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 4 MODULI DIDATTICI Teorie della Ricerca Architettonica Contemporanea: Claudio De Filippi A.A. 2000-2001 Progetto di Strutture: Marta Rapallini A.A. 2000-2001 Collaboratori: Dario Biondo Roberto Frosali Filippo Innocenti Domenico Minguzzi

Marco Bartolini, Adriano Ferrara Illuminations Piombino I. U. 31+31

Chaque époque rêve la suivante Michelet

Oppure illuminations, apparizioni, intuizioni visive che potremmo considerare non dissimili come tecnica dalle celebri prose rimbaudiane: sia per il senso enumerativo, che per un procedere con tocchi successivi o accumulazioni di visioni simultanee. La formulazione icastica e l’associazione di figure affidano il progetto ad una pluralità di azioni con una trama trasparente ed incantatoria, soffermandosi sulle operazioni che le determinano. È come se l’esercizio progettuale dovesse sprofondare sempre e comunque alla ricerca dell’es e volesse giustizia cercando altri sentieri da esplorare e nuove limitazioni, a volte sensibili, a volte impercettibili. Ciò significa aprire o riaprire la strada, cercare un varco nella contemporaneità in una sorta d’autoanalisi perpetua, nel tentativo di svelare i rapporti che oppongono la realtà ai nostri sentimenti di forza o di debolezza. Illuminations nasce da un insieme di riflessioni legate ad un artificio “sapiente”.

Piombino è il luogo dove si plasma l’acciaio, “esso occupa tutti gli interstizi, è la linfa che permette tutti i processi d’interazione sociale, economica, politica”. Da quel momento tra gli atti innumerevoli del frammentare, scomporre, disseminare, decostruire, s’insinua lo scatto: fissare l’attimo grazie ad una traslitterazione, ad una trasposizione diretta. Le reazioni fisico-chimiche della materia - cambiamenti di stato, dilatazioni, deformazioni non lineari, relazioni tensionali - e le fasi del comporre iniziano ad alimentarsi metaforicamente e reciprocamente perché tutti i passaggi - carica, combustione, fusione, colata - entrano a far parte del vocabolario linguistico e sono puntualmente verificati alla luce di un diagramma di collisioni (trazione, snervamento) tra linee, superfici, volumi. “La forma si genera secondo assi disposti lungo gli aghi di ferrite presente nelle strutture di non equilibrio per le successive dislocazioni; aghi di ferrite (linee) e carbonio (superfici) innescano una continua trasformazione, un processo dinamico.”


Vittorio Pannocchia

Metafore spaziali SCENOGRAFIA ARCHITETTURA DEGLI INTERNI LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 2

“... è da sagaci vedere il simile in cose assai diverse” Aristotele

MODULI DIDATTICI Caratteri Tipologici e Morfologici dell’Architettura: Mario Di Laudo A.A. 2000-2003 Tecnologia dei Materiali da Costruzione: Simone Scardigli A.A. 2000-2002 Cultura Tecnologica della Progettazione: Simone Scardigli A.A. 2002-2003

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Il desiderio che, per i campi nei quali ciascuno è o sarà chiamato ad operare, diventi possibile avere condizioni (materiali e spirituali) capaci di dare vita a situazioni innovative, se paragonate con quelle sperimentate al momento, sollecita gli interessi ed anima, da sempre, gli studi e le proposte di chiunque intenda sperimentare nuovi percorsi progettuali. Così, pur considerando i valori propri a teorie del passato ed a metodi presenti, i cambiamenti invocati e perseguiti tendono ad incidere, in maniera forte, sullo stato di fatto attuale. Mirano, cioè, ad esaltare quelle potenzialità che, in tempi futuri, possono essere sviluppate. A ben vedere si devono oltrepassare i confini tradizionali dei territori dell’Architettura. Lo sconfinamento ambito, però, non reca necessariamente con sé, un completo sovvertimento dell’ordine, inteso così per come è stato con-

solidato durante il tempo, bensì induce la nostra mente ad andare oltre ciò che riusciamo ad apprezzare. Essa viene indirizzata ad analizzare altri possibili e, forse, instabili equilibri tra i fattori che originano le diverse parti componenti il progetto stesso. Le esplorazioni, dunque, permettono di individuare quali siano i fatti da valutare e le posizioni da prendere, quando assumiamo il ruolo di indagatori (prima) e progettisti (poi), se intendiamo, con l’aiuto della nostra immaginazione, formulare più ipotesi spaziali necessarie per rendere spettacolari gli spazi reali nei quali viviamo. Affinchè persone e cose trovino collocazioni specifiche, all’interno di spazi delimitati, con elementi di maggior o minor consistenza fisica, comunque evidenti e facilmente riconoscibili dall’uomo, deve esistere una scena. Solo allora tutto diventa comprensibile, perché nasce quel “piacere dell’esperienza” così importante per la nostra esistenza nel tempo presente ed indispensabile a prefigurare la vita futura.


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1 Luigi Rossi, Alberto Zecchini Gli Elfi di Ludwig Tieck. Progetto di spazio scenografico nell’area della ex manifattura tabacchi a Bologna Corso di Scenografia 1998 2 Cristian Rossi Da Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Progetto di spazio scenografico sulla spiaggia di Rimini-Riccione Corso di Scenografia 1999 3 Cino Marraghini Da Polline di Jeff Noon. Progetto di spazio scenografico ad Arezzo Corso di Scenografia 2000 4 Saverio Barsali Progetto di palcoscenico per concerti di musica Rock Corso di Scenografia 2001

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Esplorando il mondo col progetto Giacomo Pirazzoli

I lavori raccolti qui di seguito hanno il compito di documentare – nei limiti della rivista e dello spazio assegnato – l’attività didattica svolta negli ultimi tre anni nei Laboratori di progettazione architettonica tenuti dai docenti afferenti alla Sezione “I luoghi dell’architettura”; nel tempo abbiamo costituito un coordinamento verticale, con me (Giacomo Pirazzoli) e Francesco Collotti al primo anno, Fabrizio Rossi Prodi e Fabio Capanni al secondo, Maria Grazia Eccheli al terzo e Paolo Zermani al quarto. Un Laboratorio di sintesi – condiviso con Adolfo Natalini e Fabrizio Arrigoni – a gestione collegiale completa l’offerta didattica per il Corso di laurea in architettura “quinquennale 4/S”, l’unico Corso di laurea integralmente conforme alla direttiva comunitaria 384/85. Il tema principale di cui – con differenti angolazioni e compatibili metodologie – ci siamo occupati e continuiamo ad occuparci è quello del ruolo e della permanenza dei caratteri della cultura italiana ed europea nella progressiva dissoluzione delle identità linguistiche e strutturali nell’architettura del nuovo millennio. In particolare proprio la cultura architettonica italiana ha costituito nei secoli un luogo di elaborazione di caratteri originali, che si sono riprodotti e trasmessi secondo un percorso dello spazio e della forma mantenutosi piuttosto preciso e riconoscibile. “Natura naturata” e “Natura artificiata” hanno gradualmente costruito un frammentato unicum antropizzato, che ha espresso, attraverso l’architettura della città, un punto di equilibrio sempre avanzato e coerente della combinazione tra bellezza del paesaggio e opera dell’uomo.

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Il XX° secolo, con il passaggio dalla modulazione connaturata alla mano dell’uomo alla serialità del processo industriale, ha interrotto la rielaborazione dei caratteri dell’architettura e del paesaggio, sui quali, tuttavia, la consapevolezza critica della cultura architettonica italiana ha continuato a lavorare, producendo, in un autonomo itinerario della ricerca moderna, un significativo abaco di proposte teoriche e di realizzazioni di grande valore. In tale percorso anche l’innovazione tecnologica si è espressa in una cosciente e critica ricomposizione dei materiali della storia. Accanto a questa strada che affonda le proprie radici nella storia della disciplina e nel rapporto col paesaggio, oggi il dato prevalente è piuttosto una certa attitudine alla commercializzazione acritica dell’architettura, considerata come prodotto indifferenziato e universalmente vendibile, all’interno di un più generale processo di globalizzazione. Piuttosto che guardare con interesse p.e. alla prima grande globalizzazione ante litteram, la colonizzazione romana - la tendenza colonizzatrice oggi in atto appare frutto di modelli di pensiero seriale e acritico, legata com’è esclusivamente ai meccanismi di mercato e a un consumo sempre più rapido e infantile - in contrasto con il corretto e consapevole confronto tra le specificità delle diverse culture. Tutto ciò, disinvoltamente applicato alla preziosa e delicata matrice del paesaggio italiano, produce danni spesso irreversibili: non è più di migrazione dei codici o di fertile contaminazione che vale ragionare, quanto piuttosto di momentaneo invaghimento dettato dalle mode, dalle pagine delle riviste del momento,


dalla distratta connivenza di amministrazioni pubbliche spesso in cerca di patenti pseudo-culturali e facile notorietà da star-system. Di tutto questo cerchiamo di discutere nei Laboratori, e di farne progetto, sensatamente. Certo, forse la nostra didattica è complessivamente molto tradizionale, tuttavia stiamo nell’oggi, e lavoriamo sulle periferie come sulle aree archeologiche. Forse il nostro modo dentro la scuola non e’ così attento all’incombente avvento del digitale, ma nessuno di noi parla latino con gli studenti. Forse quando diciamo agli studenti che il nostro lavoro di architetti – per somma nostra fortuna – ha tre o quattromila anni di esperienze progettuali da spendere, siamo anche un po’ degli sporchi reazionari. Forse quando ci riferiamo a Vitruvio o all’Alberti o a Loos o a Le Corbusier o a Gardella o ad Albini, e particolarmente al loro modo di ragionare sul progetto di architettura, non diciamo niente di così “nuovo” o strabiliante. Forse quando andiamo con gli studenti a ridisegnare – copiando? - lo Spedale degli Innocenti, o gli Uffizi, o la Stazione di Santa Maria Novella, ripetiamo cose già fatte. Forse quando diciamo che, in fondo, per noi le riviste di architettura non sono indispensabili, perché spesso raccontano solo gli ultimi dieci minuti della storia lunga e bellissima di un lavoro straordinario, ripetiamo cose già dette. Forse quando parliamo della “felicità dell’architetto” – colui che trasforma pensieri immateriali in pietre durevoli e quasi-eterne – non ci riferiamo a niente che non si possa fare con mezzi “normali”. Forse quando paragoniamo il nostro lavoro a quello del chirurgo,

che deve anche lui saper dove mettere le mani, e conoscere i nomi e le caratteristiche degli organi sui quali opererà, rimandiamo ad un’idea di responsabilità un po’ fuori moda. Forse quando rimettiamo in gioco la centralità del progetto come elemento qualificante l’intero Corso di laurea, lo facciamo anche perché crediamo che di bravi architetti ci sia tuttora necessità, in una società civile evoluta – e prima o poi qualcuno se ne potrebbe anche accorgere. Del resto, forse, quando giochiamo a nasconderci con progetti silenziosi nella trama delicata delle nostre città o nel complicato dispiegarsi del nostro paesaggio, senza (falso) pudore né (indebito) timore, magari però facciamo poca audience. Dunque qui di seguito abbiamo cercato di documentare i frutti dell’intelligenza e dell’impegno di molti studenti – non necessariamente i migliori – e l’esercizio paziente e insostituibile dei responsabili dei moduli didattici come dei collaboratori che in questi anni hanno voluto fare squadra con noi; se ne evince, forse perfino con qualche naturalezza, soprattutto un percorso di formazione orientato alla plausibilità di una via italiana all’architettura, caratterizzata senza inibizioni dalla propria diversità concettuale e dal continuo rinnovamento della tradizione, sostanziata nella trasmissione critica dei caratteri e delle identità. Abbiamo deciso di mescolare qui lavori dei corsi e tesi di laurea, perché pensiamo che differenti modi, e diverse attitudini, possano solo far bene a questa molteplice e complessa esplorazione che stiamo portando avanti.

Il paesaggio italiano fatto di luoghi ora sospesi ora densi, ora rarefatti ora congestionati, ma sempre e comunque generosi di stimoli e di occasioni, diventa dunque, in forza della propria eccezionalità e ricchezza condivisa, uno straordinario laboratorio, rispetto al quale si può fissare temporaneamente la soglia della qualità, in un indispensabile colloquio tra l’ininterrotto flusso delle misure della storia e la frammentata condizione della nostra modernità. Come dire – anche – un modo di riflettere attivamente, cioè nel fare dentro l’Università, sul ruolo etico che il progetto di architettura non può rinunciare a svolgere a fronte della incessante trasformazione della città e del territorio. Se poi consideriamo che gli studenti di oggi sono una parte importante della società civile e che sempre più, crescendo, lo saranno in futuro, ecco forse anche un altro sostenibile perché dei lavori che seguono.

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Paolo Zermani

Oggetti ritrovati

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LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 4 MODULI DIDATTICI Teorie della Ricerca Architettonica Contemporanea: Fabio Capanni A.A. 2000-2001 Cristina Donati A.A. 2001-2002 Mauro Alpini A.A. 2002-2003 Progetto di Strutture: Tommaso Rotunno A.A. 2000-2002 Collaboratori: Elisabetta Agostini, Michela Bracardi, Riccardo Butini, Silvia Catarsi, Giovanna Maini, Francesca Mugnai, Andrea Volpe

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Guardo questi progetti mentre corre, parallelo al binario del mio treno, il lungo viadotto in costruzione dell’Alta Velocità che taglierà in due, per l’ennesima volta, l’Italia. Rispetto a queste nuove opere il paradosso evocato da Rudolf Borchardt, quasi un secolo fa, nel suo Città italiane: “L’Italia dei nostri avi, da quando le ferrovie l’hanno resa inaccessibile, è diventata, come tutti sanno, uno dei paesi più sconosciuti d’Europa”, induce oggi a un tenero ricordo. La crisi delle misure che ha investito il paesaggio italiano cresce secondo

una progressione inarrestabile impedendo di cogliere punti di riferimento fissi e rassicuranti. Rispetto all’ordine precedente l’ultimo orizzonte costituisce una sorta di scena mobile che viene continuamente sostituita, ove ogni tentativo di sensato proporzionamento o di lettura prospettica degli elementi architettonici risulta vano o, nella migliore delle ipotesi, temporaneo. A questi spostamenti di soglia, da cui osservare le città italiane, si riferiscono le poche immagini dei progetti di tesi qui riportate, riferite al nostro ten-


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tativo di preservare un principio di misura, di identità, di carattere all’interno dei processi di trasformazione in atto. Ci è parso che il flusso delle misure, se pure intermittente, consentisse di ragionare del progetto a partire da una geografia architettonica, quella italiana, troppo straordinaria per poter essere sbrigativamente bypassata e non rappresentare ancora un potenziale laboratorio in vitro. La manipolazione della scala di percezione degli elementi architettonici, dai monumenti ai paesi, alle città, lascia segnato tuttavia uno strato di

elementi matriciali, non soltanto fisico, di forte identità, rispetto a cui restano sul terreno, come oggetti ritrovati fuori posto, gli indicatori di un possibile nuovo ordine misurabile dall’architettura.

1-2 Michela Bracardi Centro culturale per la musica jazz, Perugia Tesi di Laurea A.A. 2000-2001 correlatore: Fabio Capanni 3-4 Riccardo Butini Riqualificazione del Margine di Follonica, Siena Tesi di Laurea A.A. 1997-1998 correlatore: Fabio Capanni 5-6 Francesca Mugnai Una moschea per Firenze Tesi di Laurea A.A. 1999-2000 correlatore: Fabio Capanni 7-8 Andrea Volpe Il nuovo Antiquarium di Massaciuccoli, Lucca Tesi di Laurea A.A. 1997-1998 correlatore: Giacomo Pirazzoli

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Maria Grazia Eccheli

Progetto d’architettura in aree archeologiche

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LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 3 MODULI DIDATTICI Teorie dell’Urbanistica: Roberto Budini Gattai A.A. 2000-2001 Teoria e Tecnica della Progettazione Architettonica: Francesco Collotti A.A. 2000-2001 Giovanna Potestà A.A. 2001-2003 Collaboratori: Tomaso Monestiroli, Franco Rebecchi, Alessandro Scarnato e Luigi Semerani Si ringrazia per la collaborazione la dottoressa Anna Durante e la dottoressa Francesca Nalli della Soprintendenza Archeologica di Genova e il dottore Jacopo Ortalli della Soprintendenza Archeologica di Bologna

1 Francesco Merli Rimini, A.A. 1999-2000 2 Gabriele Baldecchi, Ilaria Bandini, Gabriele Bartoletti, Luca Battaglini Luni, A.A. 2000-2001 3 Matrocecco, Rossi Luni, A.A. 2000-2001 4 G. Fidanza, D. Gaeta, A. Egidi Luni, A.A. 2000-2001 5 Alessandro Del Pero, Michele Funai, Fabio De Simoni, Andrea Destro Luni, A.A. 2000-2001

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Il tema affrontato nel laboratorio negli A.A. 1999-2001, si poneva l’obiettivo di sottoporre a verifica quanto passa solitamente sotto il nome di rapporto con la storia. Inutile negarlo: parecchie delle critiche, quantunque traggano origine da un’evidente quanto discutibile ideologia della tradizione del nuovo, sono condivisibili laddove negano il carattere di giustificazione con cui è solitamente usato. L’archeologia, per definizione una lingua morta la cui ancor comprensibile essenza s’accompagna all’impossibilità d’ogni sua disinvolta ripetizione, ha la capacità di dilatare le distanze e di rendere in qualche modo quasi impraticabile la fenomenologia del rapporto: essa, indifferente alla possibilità d’ogni nostra volontà di ripetizione progettuale, accampa esigenze con cui ogni volontà di continuità dell’esperienza dell’architettura deve fare i conti, qualora si voglia testimone anche del presente. La città di Luni, la romana portus lunae, a pianta rettangolare smussata a sud a seguire l’andamento dell’antica costa, era perimetrata da mura (560x440m) che

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s’identificavano con la scena del teatro sul lato nord/est e con il porto nel tratto sud/ovest. A segnare il cardo maximus, che diveniva molo sul mare, le architetture collettive (oggi le uniche individuabili): il grande tempio sulla parte più alta della città, il capitolum e il foro e l’area delle grandi domus (la casa dei mosaici, la casa degli affreschi etc). Ad esso perpendicolare (e coincidente con la via Aurelia), il decumano maximus univa la città con le necropoli e con l’anfiteatro, orientato sulla centuriazione augustea. A partire da questi segni, nella prima esercitazione era chiesto agli studenti di sovrapporre il disegno della centuriazione alla campagna e alla città contemporanea, nel territorio compreso tra Massa e Sarzana, dato che la centuriazione, oltre a coincidere con l’Aurelia odierna (che corre tra pianura e collina, su cui domina il borgo murato di Nicola) è all’origine anche di alcune strade ortogonali ad essa e con i tracciati dei campi segnati da “cascine”. Tale trama di un disegno più antico dei campi, era dialetticamente contrapposta alle quantità


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previste dal piano regolatore così che nuove gerarchie andavano a sottolineare le antiche tracce di fondazione e di misura della campagna prolungandole fino al mare, fino a coinvolgere anche il “tempo delle vacanze” (bagni, cabine, luoghi di ristoro, sport). Nei disegni finali, la stessa autostrada perdeva la sua natura di separazione e di violenza alla naturalità del nuovo-antico disegno geometrico con cui siamo soliti identificare quella bellezza di opera umana che, come scrive Berlage, è “di ordine superiore perché risultato dello studio delle leggi del bello, quali sono state rinvenute dall’uomo in una lunga incessante ricerca”. Il progetto del museo archeologico, oggetto della seconda esercitazione, diveniva occasione per la ri-costruzione di un frammento di mura ormai distrutte: una modalità di traduzione di rapporto con l’antico in cui il rimanere all’esterno, senza toccare l’oggetto vero e proprio della ricostruzione e lasciandone quindi integra la capacità di testimonianza, è forse l’unica possibilità di declinazione di una non più possibile appartenenza.

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Il progetto, dal punto di vista funzionale, avrebbe dovuto costituire l’accesso “attrezzato” all’area archeologica (agli studenti era lasciata libertà di scelta del luogo di una delle antiche porte), ma legittimando la propria forma in una misura continua con le ormai impercettibili tracce archeologiche: di fatto un Museo in cui un plastico di Luni collocato al primo piano avrebbe posto in immediata relazione visiva rovine e loro restituzione, stato di fatto e finzione, realtà e virtualità, presentando inoltre in compresenza i transeunti disegni di restituzione degli archeologi con le copie di tutte le statue ormai disseminate nei vari musei. Il Museo come luogo di conoscenza atto a commisurare, paradossalmente, vicinanza e distanza ad un tempo. Ignorato fino a pochi anni fa, il teatro romano di Rimini costituiva la seconda e, se possibile, ancora più ardua prova. Il luogo, avaro fino all’inverosimile di reperti archeologici in situ e tutto affidato alle labili tracce morfologiche della città attuale che ne ripetono appena l’inarcarsi della cavea, accampa la sua natu-

ra di monumentum quantunque quasi svuotata d’autorità dal più famoso exemplum di patto con gli antichi: lo “scandaloso” tempio Albertiano, posto ad appena un isolato di distanza. Il teatro, originariamente, era localizzato nell’insula delimitata dal decumano massimo (l’attuale via Tempio Maletestiano) e dal foro, su cui svolgeva il prospetto curvilineo della cavea. Agli studenti era richiesto, come primo compito, di seguire rabdomnanticamente le avare misure e tracce: quelle reali - delineate dalle intuizioni di Mario Zuffa e dai rilievi scientifici di Jacopo Ortalli - e quelle teoriche, altrettanto avare ed ermetiche, degli inevitabili tracciati vitruviani. Un compito disperato e impraticabile se non fosse per il filo d’Arianna costituito dalla presenza dei ruderi di Palazzo Lettimi. Anch’esso sorto nel sedime del Teatro, impone - per inestricabili lasciti testamentari - la sua ricostruzione come Liceo Musicale, capace di coinvolgere per affinità di destinazione, quella del Teatro.

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Fabrizio Rossi Prodi

Sulla didattica LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 2 MODULI DIDATTICI Caratteri Tipologici e Morfologici dell’Architettura: Pasquale Mastrullo A.A. 2000-2003 Tecnologia dei Materiali da Costruzione: Riccardo Barciulli A.A. 2000-2001 Collaboratori: Francesca Privitera Emiliano Romagnoli

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des visages, des figures dévisagent, défigurent des figurants à effacer des faces A, des faces B (Noir Désir, Des visages des figures)

Il panorama architettonico attuale, privo di riferimenti culturali certi e dal linguaggio frammentato, ha portato l’architettura a smarrire progressivamente la sua identità di “fatto” collettivo, per assumere sempre più quella di “avvenimento” individuale. Così affiora una moltitudine di possibili “modelli”, oggetti con la sola capacità di essere copiati o imitati, che si moltiplicano pericolosamente; progetti a-topici, “autistici” nella loro indifferenza al contesto e nella loro inerzia a trasmettere forze vitali, estranei a un principio di continuità, di evoluzione e di metamorfosi delle forme, essi provocano un’inevitabile spaesamento, forse di completo disorientamento, in quanti si affacciano al mestiere di architetto. La Scuola, all’interno di questo paesaggio caleidoscopico in frenetica evoluzione e precarietà, basato sull’individualismo piuttosto che sui valori del lavoro collettivo, assume un ruolo fondamentale come possibile erede spirituale della “Tessenowiana” bottega artigiana, luogo di trasmissione del mestiere, in cui razionalità e unitarietà di metodo, di linguaggio e di intenti, garantiscono la trasmissione della tradizione secondo un principio di continuità. Il compito primario della Scuola risulta allora quello di ritrovare un linguaggio che esprima una densità di significati, assumendo come riferimento l’Uomo e i suoi luoghi sostanziati dalla storia, dalla tradizione non come testimonianza del passato ma come “materiale” di lavoro concreto, durevole, vivo, presupposto per nuove evoluzioni. Consapevoli che il progetto d’architettura sia un’operazione conoscitiva e artistica e che analisi dell’esistente e progetto del nuovo si alimentino vicendevolmente, più che mai nel nostro

territorio, dove la densità del costruito recente e la qualità di quello antico spostano il concetto di progetto architettonico da “disegno del nuovo” a “completamento e ricomposizione dell’esistente”, troviamo, nella conoscenza delle “misure dello spazio” e degli “avvenimenti del passato”, il presupposto fondamentale per fondare una ritrovata consapevolezza del progetto, della tecnica, del perché di ogni scelta e la formazione di un giudizio critico sull’architettura, ovvero su cosa intendiamo per architettura e come intendiamo il nostro mestiere. Per questo gli studenti sono invitati a riflettere, quindi a progettare, all’interno di tessuti consolidati ma aventi una connotazione di luoghi in cui il progetto appare ancora incompiuto, in divenire, in una parola: aperto. “Le relazioni fra le misure dello spazio e gli avvenimenti del passato”, indagati, compresi e assimilati attraverso il rilievo e il plastico, strumenti non solo di rappresentazione ma di conoscenza del luogo e di verifica del progetto, permettono l’individuazione dei caratteri che sono propri di uno specifico contesto, al fine di formulare una proposta di progetto che nel suo incessante rapporto con il luogo, sia soprattutto necessario.

Esercitazioni: progetto di biblioteca in Piazza Poggi a Firenze Vincenzo Squadroni, Alice Arbi, Giulio Carli, Andrea Baraldi, Davide Bernardini, Elena Falorni, Veruska Arfelli, Nicoletta Romualdi, Carlo Battini


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Fabio Capanni

Lezioni di architettura LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 2 MODULI DIDATTICI Caratteri Tipologici e Morfologici dell’Architettura: Riccardo Butini A.A. 2001-2003 Collaboratori: Michela Bracardi Generoso Matteis Giovanni Voto

Federica Fierro, Ilaria Meffe Progetto per un centro di canottaggio nel parco dell’Albereta a Firenze foto del modello, planivolumetrico, prospetti, prospettiva

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Nel credere ad una circolarità piena che oscilla fra teoria e progetto, fra studio e verifica concreta, l’attività del laboratorio si svolge su un doppio binario che raccoglie gli stimoli offerti dal termine stesso di “laboratorio”. Muovendo dalla perdita del centro che sembra caratterizzare la nostra disciplina in questo primo scorcio di millennio, in una stagione in cui le fibrillazioni tecnologiche propongono la mescolanza e la frenetica variabilità dei linguaggi come tema costitutivo dell’architettura contemporanea, appare necessario riflettere se sotto questa crosta uniforme e indistinta di ibridazioni lessicali, sia tuttora operante e rintracciabile quello che Durand definiva “il meccanismo della composizione”, per offrire allo studente la possibilità di recuperare un contatto con le regole fondative del progetto d’architettura e di riappropriarsi della sintassi compositiva come patrimonio elementare per la formazione della figura dell’architetto. Ponendo al centro della riflessione le regole della composizione, lo studio degli strumenti disciplinari e la loro corretta applicazione alle varie scale del progetto, il corso interpreta il progetto di architettura come atto di conoscenza in grado di produrre una sintesi coerente degli stimoli derivanti dal luogo e dal programma di progetto operando un confronto serrato con le questioni costruttive e con l’eredità della tradizione mai intesa in

modo nostalgico e come possibile repertorio linguistico ma bensì come precipitato di un sapere stratificato che, piuttosto che essere avvertito come limitazione della libertà inventiva è vissuto come viatico per una straordinaria libertà inventiva fondata e mai gratuita. Privilegiando la pratica del disegno e lo studio dell’organismo architettonico nella sua consistenza tridimensionale tramite la costante elaborazione di plastici di studio, l’architettura viene intesa come atto semplice e poetico del trasformare le cose per rendere migliore la nostra vita, quasi un esercizio combinatorio elementare volto a stabilire un ordine compositivo sviluppato in una dimensione poetica che comprende il fantastico come trasfigurazione dei sogni dell’uomo. Una semplicità d’atto ancor più difficile nella nostra condizione di contemporaneità, nell’ambito della quale il carattere di necessità che informa tutti gli aspetti della nostra esperienza e che racchiude in sé l’essenza di un ordine naturale analogo all’ordine artificiale che si materializza nel progetto d’architettura, è un aspetto oramai disgiunto dalla nostra percezione. L’architettura quindi come riflesso della natura, come interpretazione di un ordine che regola e governa la realtà che ci circonda, una sorta di “still life” sviluppata nello spazio e messa a servizio della vita degli uomini.


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Francesco Collotti

Inseguendo l’espressione semplice di pensieri complessi LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 1 MODULI DIDATTICI Analisi della Morfologia Urbana e delle Tipologie Edilizie: Elisabetta Agostini A.A. 2001-2002 Lisa Ariani A.A. 2002-2003

Progetto per un padiglione espositivo in piazza Poggi, Anno accademico 2001-2002, lavori degli studenti: 1 Alessio Bonvini 2 Maria Giulia Caliri 3 Eleonora Cecconi 4 Carolina Bonini 5 Bianca M.Andreoli 6 Sara Cardilli 7 Giuditta Cartocci 8 Serena Acciai

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Chi abbia l’incarico di insegnare Composizione Architettonica agli allievi del primo anno di questa Facoltà ha il privilegio di conoscere da vicino l’energia, l’entusiasmo, i dubbi, le ingenuità e lo stupore di coloro che ancora non sono stati condizionati o piegati da quelle pratiche disdicevoli che in taluni ambiti della Scuola si esercitano. Il lavoro (senza termine) e la passione che portano i giovani allievi a rettificare e pulire la pietra grezza ancora non sanno di quella condizione malata e del tutto innaturale in cui si trova il mestiere dell’architetto, così distante rispetto alla sua vocazione a erigere muri, misurare il paesaggio con l’opera realizzata, creare spazi e suscitare emozioni. In tale condizione ha senso ricominciare da alcune osservazioni elementari, sempre le stesse. Ad alcuni studenti cresciuti al liceo nel mito corrente del real time e in un’epoca che fa l’elogio della complessità, potrà perfino sembrare paradossale che un corso di Composizione cerchi di mettere al centro la normalità e i modi semplici delle forme legate alla vita quotidiana, perseguendo con caparbia convinzione ideali di semplificazione formale e di economia espressiva. E tutto questo non per escamotage pedagogico, ma convinti come siamo che nel quotidiano mestiere dell’architetto questo momento obblighi a pochi segni abbastanza duri e netti, tutto sommato non eleganti, ma necessari. In ogni caso dotati di quel grado di astrazione che consente loro di sopravvivere prendendo criticamente le distanze da un contesto solo in rari casi condivisibile. Alla mia generazione, nelle aule di appena acquietati Politecnici, altri recenti Maestri avevano insegnato come nel continuo scambio tra la generalità del tipo e la specificità del contesto oscillasse l’esperienza dell’architettura. I caratteri del tipo e le ragioni del luogo dovrebbero restare inseparabili. Composti, ovvero ri-composti. Agli studenti dei primi anni delle Facoltà di Architettura tra le prime cose si dovrebbe infatti insegnare a manipolare i

migliori esempi dell’esperienza dell’architettura nel tempo, contaminandola e deformandola in ragione delle specificità di un sito particolare. Si cerca per questa via di contrastare una generalizzata tendenza alla atopia, secondo la quale oggetti avulsi dall’intorno (e perciò privi di memoria) stanno bene dappertutto. La quotidianità teledipendente inculca la facilità indifferente dell’anything goes. Noi insegniamo a resistere. Per tali ragioni le esercitazioni del primo semestre sono dedicate all’acquisizione degli strumenti tradizionali dell’architetto (disegno dal vero, misurazione e rilievo con restituzione in pianta sezione alzato) applicate a parti o elementi di architetture note dalle quali crediamo ancora oggi di poter imparare (a Firenze, tra gli altri, sono geni del luogo Alberti, Brunelleschi, Raffaello, Vasari, Michelucci). Il corso si pone l’obiettivo di indagare il significato di domande antiche alla luce dei nuovi problemi che l’architetto ha di fronte: concetti di base, fondativi, che sono andati in parte perduti oppure che non vengono più usati, altri che sono invece dichiaratamente accademici, ma su cui gioverà tornare. All’omissione degli Ordini si potrà giungere solo dopo averne esperito il senso, la stessa messa in discussione della regola presuppone di conoscerla a fondo (di quanti moduli è l’intecolumnio dell’ordine dorico? E come fu tracciata l’entasis?). Dialogando con antichi Maestri ancora come Alberti o Palladio, ritrovando poi il loro lavoro in altri più recenti Baumeister come K. F. Schinkel, Gottfried Semper, Adolf Loos, Le Corbusier, Tessenow, Mies, cerchiamo di mostrare ai giovani allievi come le ragioni del progetto possano scaturire più da una teoria antica che non da affannati esperimenti estemporanei (un’idea di costruzione non lontana dalla ricostruzione). Il tutto perseguendo quell’unità tecnica ed estetica della costruzione che sa andare oltre l’ingenuo funzionalismo. Per approssimazioni successive e in un continuo reciproco scambio tra genera-


lità di tipi e specificità di luoghi si giunge all’approfondimento di un tema semplice: un piccolo edificio da destinarsi a padiglione espositivo sull’argine dell’Arno in prossimità della porta di San Nicolò e del sistema di rampe che Giuseppe Poggi costruì a raccordare il piazzale Michelangelo allo spettacolo del fiume. Un piccolo edificio, ma comunque un esercizio di architettura, poiché sin da subito è opportuno che gli studenti si misurino con la possibilità di pensare, disegnare, prefigurare la forma costruita. Un luogo dove l’esposizione di opere d’arte diviene pretesto per un profondo legame con la città, ma anche motivo per meglio definire il programma edilizio e il programma culturale dell’oggetto. Quasi la sala all’aperto di uno dei tanti musei di questa città. Le installazioni o le opere prescelte per l’esposizione, in collaborazione con il Museo Pecci di Prato, aiuteranno a definire il carattere dell’edificio. Esso nasce dal luogo, ben legato e radicato, ma a sua volta sarà capace di controllare e risignificare il luogo stesso, misurandosi col tema del padiglione espositivo che, come una freccia nell’azzurro, attraversa tutto il Novecento con quel grado di libertà che è proprio degli esempi capaci di mostrare la strada (Mies, Gardella, Alvar Aalto, Max Bill, E. N. Rogers…). Per questa ragione accompagnano l’esercitazione progettuale alcune comunicazioni sul lavoro di questi Maestri del Movimento Moderno. L’esercizio di salda così con il costante ritorno al lavoro dei migliori che ci hanno preceduto. Nei loro confronti un atteggiamento di rispetto e al contempo di dimestichezza, quasi che il progetto ci consentisse di lavorare con questi Maestri e con i loro progetti: anzi i loro progetti sono il nostro materiale da costruzione. Tutto ciò nel tentativo di suscitare il dubbio su paradigmi talvolta presi per certezze, disabituando al culto dogmatico, addestrando magari non a copiare le opere dei Maestri, ma a coglierne la vera ragion d’essere, l’atteggiamento, a imitarne e saccheggiarne le parti.

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Per poi rifarle a modo proprio. Nella convinzione che un corso di Composizione, soprattutto ai primi anni, debba riflettere una comune unità di intenti fatta propria da una Scuola e non solo essere l’espressione di un modo di vede-

re individuale, la proposta didattica si è coordinata e continuamente intersecata con analoga esperienza offerta agli studenti dal Professor Giacomo Pirazzoli.

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Giacomo Pirazzoli

Pensare/Classificare/Comporre LABORATORIO DI PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA 1 MODULI DIDATTICI Analisi della Morfologia Urbana e delle Tipologie Edilizie: Andrea Volpe A.A. 2000-2003 Tecniche della Rappresentazione: Emilio Guazzone A.A. 2000-2001 Collaboratori: Lisa Ariani, Cristiano Balestri, Caterina Bini, Massimo Cionini, Andrea Dragoni, Valeria Putzu

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Il primo giorno iniziamo con la mano, ognuno la propria; in un foglio A4 pianta, prospetto e sezione secondo le “proiezioni ortogonali”(?); un altro foglio A4 serve per disegnare una certa idea di mano. Fotocopiata su trasparente e proiettata, diviene condivisa e plurale riflessione; ognuno scopre di avere anche tutte le mani degli altri. Poi il croissant anche quello in due fogli A4, sezionato stavolta davvero, col coltello, un sacco di briciole – e chi ha dentro la crema? E la geometria del croissant, si studia prima o dopo la cottura? Anche quello discusso e condiviso, il disegno è lingua nuova per tutti, chi parla male italiano può disegnare facendosi intendere. Parallelamente, le lezioni teoriche ma non troppo, anche lì si disegna abbastanza, sul diario di bordo, ognuno il proprio in formato A5. Il disegno diventerà un vizio, del resto meglio disegnare che fumare, di quaderni A5 a fine anno un po’ se ne consuma: essere a Firenze a studiare è una grande occasione, la città per l’architetto è come un libro aperto, e poi ripercorrere il viaggio di formazione del giovane Le Corbusier, vedere i suoi appunti, come quelli di Schinkel, coetanei in tempi diversi, ventenni impegnati nei rispettivi Tour fa capire che in fondo, si può fare. Prima esercitazione su un edificio, gli Uffizi in quattro puntate: una lezione sul progetto vasariano, una sortita per il disegno dal vero, una discussione in aula sui disegni proiettati al muro, l’ultima sessione, a memoria, disegnare ciò che resta dopo tanto parlare. Nel frattempo, i termini utili, le parole dell’architettura, il lavoro degli altri, architetti tipo Palladio, Alberti, Schinkel, Tessenow, Loos, Le Corbusier, Aalto, Mies, Kahn, Wright, Ridolfi, Michelucci, Gardella, Scarpa, Albini, Rossi: un paio di opere per ciascuno, a volte col cimento live di disegnarne la pianta mentre viene proiettata la sezione. INDUTTIVAMENTE. A volte la pianta o la sezione diventano ideogrammi. Da tre a due dimensioni. Per la Stazione di Santa Maria Novella,

stesso lavoro che per gli Uffizi: a Firenze non c’è solo Rinascimento. Intanto si riflette sul concetto di luogo, si individua l’area di progetto – piazza Poggi a Firenze, nel caso – e si comincia il corpo a corpo con questa, se ne studia la storia, se ne costruisce il modello 1:500 colle mani e il cartonlegno: servirà a capire le relazioni progetto-contesto o a esplorare il luogo col progetto? Tra la fine del primo semestre e l’inizio del secondo si lavora alla restituzione tridimensionale di un quadro di Le Corbusier, periodo purista: ipotesi di sviluppo pianta-prospetto-sezione con le proiezioni ortogonali, poi modello a strati, seguendo una congettura teorica di Colin Rowe:1 da due a tre dimensioni, tipico problema a soluzione pressoché infinitamente variabile; ognuno è gentilmente invitato a prendere la propria responsabilità, esprimendo nel fare il proprio pensiero. Quindi – dopo lo spolverone, lettura a più mani dell’intorno urbano relativo al progetto – la corsa verso il tema finale, un padiglione espositivo per cinque opere di arte contemporanea dalla collezione del Museo Pecci di Prato. Due passaggi-chiave, due esercitazioni preliminari: la lettura del luogo (IL LUOGO) e l’individuazione e lo studio di un progetto di padiglione d’Autore (I RIFERIMENTI). Ridisegnandolo, qualcuno per esempio si accorge che il Padiglione di Barcellona di Mies ha otto pilastri disposti in un certo modo rispetto alla parete, che un muro unisce i due tetti, che il basamento tiene assieme tutto; di nuovo, termini utili. I padiglioni progettati scoprono un rapporto col fiume – ma anche Vasari agli Uffizi l’aveva cercato – e con la piazza retrostante, col quarto edificio sapientemente lasciato nella penna dal Poggi, insomma emerge un’idea di principio insediativo che fa sì che anche un padiglione sia una architettura della città; mentre i gabinetti, forse persi nell’incanto per l’arte, alcuni allievi provano a dimenticarli… Ancora, dal modello al disegno, e vice-


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versa, avendo stavolta a che fare con la luce – fotografie ai plastici! – con la dimensione delle opere che varia, non è così certa: ci sono anche due istallazioni; sfugge, ogni tanto, la contemporaneità, ma è anche quella che, nel nostro mestiere di architetti, è forse importante imparare gioiosamente ad inseguire. Il Laboratorio è coordinato in orizzontale con quello tenuto da Francesco Collotti, mentre in verticale ci sono Fabrizio Rossi Prodi, Fabio Capanni, Maria Grazia Eccheli, Paolo Zermani e, per gradire, un Laboratorio di Sintesi a gestione collegiale.

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1 C. Rowe, R. Slutzki, Transparenz, in Le Corbusier Studien 1, Birkhäuser Verlag, Basel/Stuttgart 1968.

1 Andrea Agnoletti 2 Daniela Angeli 3 Fabrizio Arena 4 Andrea Attala 5 Georgios Kapourniotis 6 Moshe Katz 7 Piero Grezzi 8 Salvatore Guarnuccio 9 Alessio Belardi 10 Matteo Benvenuti 11 Dania Marzo 12 Maria Teresa Idone

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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FIRENZE

CORSO DI LAUREA IN ARCHITETTURA (classe 4S)

CONVEGNO SULLA DIDATTICA DEL I ANNO I LABORATORI DI PROGETTAZIONE E IL DISEGNO Relatori: Fabrizio Arrigoni Roberto Berardi Marco Bini Marco Cardini Francesco Collotti Benedetto Di Cristina Paolo Felli Elena Fossi Carlo Mocenni Giacomo Pirazzoli Enrico Puliti Fabrizio Rossi Prodi Venerdì 3 ottobre 2003 ore 10.00, aula 19 S. Verdiana - Piazza Ghiberti 27 - Firenze

MOSTRA SULLA DIDATTICA NEI LABORATORI DEL PRIMO ANNO Laboratori e corsi tenuti da Fabrizio Arrigoni, Roberto Berardi, Marco Cardini, Francesco Collotti, Benedetto Di Cristina, Elena Fossi, Carlo Mocenni, Giacomo Pirazzoli, Enrico Puliti

Inaugurazione della mostra: venerdi 3 ottobre 2003 ore 9.00 SESV – Spazio Espositivo di Santa Verdiana – piazza Ghiberti 27 - Firenze La mostra rimarrà aperta fino a venerdì 17 ottobre 2003 orario 9-18

eventi e letture

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Edilizia per la scuola nel territorio fiorentino SESV - Spazio Espositivo Santa Verdiana 23 - 30 giugno 2003

Corso di Laurea Specialistica 4S Mostra dei Laboratori di Progettazione e dei Corsi di Disegno del Primo Anno SESV - Spazio Espositivo Santa Verdiana 3 - 17 ottobre 2003

Mostra-convegno tenutasi a Firenze negli spazi espositivi di Santa Verdiana e nell’Aula Magna del Rettorato nel giugno scorso. Il tema svolto ha riguardato il progetto di architetture per la scuola e di alcune sue realizzazioni nel territorio fiorentino articolato nella mostra in tre sezioni: - La sezione A con ricerche di settore svolte nell’ambito della Facoltà di Architettura di Firenze; - La sezione B con verifiche progettuali nel territorio fiorentino ad opera di alcuni architetti; - La sezione C con verifiche progettuali svolte a cura dell’Amministrazione provinciale. La mostra-convegno ha rappresentato il secondo appuntamento di un comune impegno di collaborazione tra la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze e l’Assessorato all’Edilizia della Provincia di Firenze con l’obiettivo di stimolare e promuovere occasioni di scambio tra attività di ricerca e operatività progettuale, amministrativa ed economica sul contesto urbano e territoriale che richiede una sua reinterpretazione basata su uno sviluppo sostenibile ed equilibrato ispirato a nuove modalità di fruizione e gestione dell’ambiente a tutti i livelli. Questo confronto tra partners e la partecipazione di un ampio ventaglio di iniziative, ricerche, studi, verifiche sul territorio già nel dicembre 2002 si era concretizzato con la mostraconvegno “L’architettura dello sviluppo sostenibile”, sulle tematiche dell’edilizia sostenibile e della bioarchitettura. “Edilizia per la scuola nel territorio fiorentino” propone il tema della scuola, riletto come laboratorio di idee capace di stimolare una cultura dell’equilibrio nel proprio habitat attraverso la conoscenza ed il rispetto delle sue risorse e delle sue potenzialità, prosegue l’iter tematico della mostra precedente sulla importanza della sensibilizzazione verso il tema della sostenibilità e delle sue implicazioni su spazi, relazioni e nuovi linguaggi architettonici. Nei progetti presentati traspare anche la volontà di interpretare il tema della scuola come luogo di aggregazione, centralità urbana che attraverso l’esperienza della formazione e dell’apprendimento introduce nuovi temi per la riformulazione di valori e spazialità tra città, territorio, comunità e ambiente. La mostra-convegno è stata curata da Antonio Capestro e Alessandra Tombesi con il coordinamento di Rosario Vernuccio. Antonio Capestro

Una Scuola capace di riflettere su se stessa e di apportare – in corso d’opera – quelle modifiche e quegli avanzamenti che consentono di trarre vantaggio dall’esperienza. Ma anche una Scuola il cui corpo docente dialoga e si sforza di riconoscere e identificare i tratti comuni degli insegnamenti, aldilà delle indispensabili differenziazioni individuali. Questo - in sintesi – il contesto nell’ambito del quale il Corso di Laurea Specialistica quinquennale 4S ha promosso un momento di discussione e di presentazione dell’attività didattica dei Laboratori di Progettazione e dei Corsi di Disegno del primo anno. Per la cura dei Professori Collotti e Pirazzoli e dell’architetto Puliti si è svolta nelle prime due settimane dello scorso ottobre presso lo spazio espositivo di Santa Verdiana una mostra capace di fotografare lo stato dell’arte dei Laboratori di Progettazione e dei Corsi di Disegno del primo anno. Parallelamente alla mostra un convegno di apertura/presentazione ed uno di successiva più ponderata riflessione hanno preceduto e simbolicamente concluso l’iniziativa, consentendo un ragionamento ad alta voce svolto alla presenza di studenti e docenti. Un primo momento di dibattito finalizzato a migliorare l’offerta didattica e – nei limiti del possibile – teso ad arricchire gli statuti delle discipline del primo anno alla luce delle più recenti esperienze dei docenti della Facoltà e dei loro risultati. L’esposizione - finalizzata a dar conto pubblicamente dell’attività didattica della prima annualità svolta nel corso dei due semestri 2002-2003 – metteva al centro i lavori degli studenti, dando conto non dei migliori progetti o dei più bei disegni, bensì mostrando i risultati della attività didattica possibile alla luce delle condizioni non sempre agevoli in cui operano, in particolare, i laboratori di progettazione. Per questa via e secondo una modalità di responsabiltià individuale ogni docente ha selezionato quei lavori adeguatamente potessero dar conto dell’attività didattica e formativa svolta nel corso dell’anno. E tutto ciò nella convinzione che un Laboratorio di Progettazione e alcuni corsi di Disegno, soprattutto ai primi anni, possano riflettere una comune unità di intenti fatta propria da una Scuola e non solo essere l’espressione di un modo di vedere individuale. Laboratorio di Progettazione Architettonica I a.a. 2002/2003 Docenti: Arrigoni, Berardi, Collotti, Di Cristina, Pirazzoli Disegno a.a. 2002/2003 Docenti: Cardini, Fossi, Puliti


AA.VV. Progettare per la città a cura di: Marco Casamonti presentazione di: Loris Macci Alinea Editrice, Firenze 2000 A partire da alcune ricerche condotte negli anni ’90 sui nuovi linguaggi in architettura e sulle conseguenti rinnovate immagini delle città, è stato attivato, negli ultimi anni, un Laboratorio sperimentale di progettazione architettonica e urbana sugli stessi temi. Si è avuto, pertanto, modo di tradurre “operativamente” le implicazioni derivanti dalla proiezione dei nuovi linguaggi in diversi luoghi urbani, reinterpretati come spazi della contemporaneità. Le possibilità di esprimere inedite relazioni con il contesto di riferimento, con proposte architettoniche sensibili ai temi dei nuovi indirizzi di ricerca architettonica, sono state sondate con diverse applicazioni progettuali, cinque delle quali presentate nella pubblicazione. Le esperienze progettuali sono state tutte precedute da attente letture e conseguenti decifrazioni ambientali, per “distillare” gli elementi di una possibile continuità d’inserimento nello scenario urbano, come apporti trasformativi in positivo, nonché di sua attualizzazione: individuando in questo processo le fondamenta disciplinari della Progettazione Urbana. Il rapporto con la città storica, la città-monumento di Firenze, è affrontato forse con eccessiva soggezione, operando prevalentemente con sottrazioni che agiscono all’interno di perimetri e di scenari intesi come immutabili: l’ampliamento degli Uffizi, con il profondo scavo del cortile; la riorganizzazione del polo espositivo di Fortezza da Basso, con il rifacimento integrale del suo interno. Il lavoro su aree marginali delle città consolidate sembra tradirsi principalmente con un disegno di nuovo paesaggio, dove la nuova architettura si allea con la modellazione degli spazi aperti: nella stazione dell’alta velocità, sempre a Firenze, un’articolata sequenza di terrazzamenti dissimula il complesso meccanismo ipogeo; nel parco sportivo di Ascoli Piceno, prevalgono nettamente le superfici orizzontali delle coperture, come tracce sul suolo. Infine, la proiezione nella città moderna, apparentemente spaesata come nello scenario di Chicago, costringe ad esasperare i temi linguistici ed espressivi, venendo allo scoperto con un’evidenza propositiva marcata: accade così che nella proposta di Museo di scultura contemporanea la neo-plasticità del contenitore diventi il nuovo contesto esso stesso. Claudio Zanirato

Réflections sur la théorie du projet in La Revue Générale, Duculot Editeur, Bruxelles 1998 Le discontinuità sistemiche urbane in Metamorfosi Urbane, Alinea Editrice, Firenze 1999 Le nuove condizioni della Progettazione Urbana in Forma Urbis, Editorial de la Escuela de Arquitectura de la Universidad de Navarra, Ediciòn T6 Ediciones, Pamplona 2000 Nel momento attuale si può constatare una intrinseca debolezza dei modelli urbani in uso e la difficoltà di renderli operativi come strumenti concettuali piuttosto che quali semplici manifestazioni formali. Le tre pubblicazioni tentano di dare un ordinamento sistematico ad alcuni aspetti importanti della progettazione urbana, materia a ponte tra la dimensione della pianificazione e la disciplina architettonica, approfondendo il significato di alcuni tra i principali concetti che hanno come obiettivo l’organizzazione funzionale e formale della città. Indagandone le motivazioni teoriche e le implicazioni operative vengono messi in evidenza in ambito teorico i punti di contatto tra utopia pensata e realtà e, nel settore attuativo, tra disegno della città e creazione dello spazio architettonico. Vengono quindi affrontati i problemi inerenti la struttura urbana che riguardano la città come organizzazione di sistemi funzionali e spaziali, e tematiche di ordine compositivo che devono trovare nell’architettura il linguaggio unificante per fare fronte operativamente ai problemi posti dalla creazione dell’ambiente, dal disegno e dalla forma della città. Andrea Del Bono

Alberto Baratelli Attraverso l’architettura Alinea Editrice, Firenze 1997 Alberto Baratelli e Antonio Cantatore, Leonardo Checcaglini, Davide Olivieri, Tommaso Rossi Layers di architettura Polistampa, Firenze 2003 Due raccolte di modelli selezionati tra le esperienze condotte presso i corsi di Teoria e Tecniche della Progettazione Architettonica e Teorie

della Ricerca Architettonica Contemporanea. Racconti di architettura che muovendosi all’interno della disciplina della progettazione architettonica e strettamente ad essa finalizzati, ne indagano gli aspetti teorici e tecnici attraverso operazioni di “lettura” selettiva, di scomposizione sintattica e sezionature tematiche, di smontaggio e rimontaggio, in cui si privilegiano aspetti diversi. Il risultato di tale “lettura” è comunque una interpretazione soggettiva, un modo di vedere e restituire l’opera architettonica anche inconsueto, diverso e forse non peggiorativo rispetto a come ci appare nella realtà o attraverso le immagini patinate delle riviste. Il senso che questa raccolta di opere assume è quello di esplorare l’architettura, individuando gli elementi caratteristici della forma ed i problemi connessi alla sua struttura, alla tettonica, ad una tecnica di costruire dove è implicito, come nel termine greco di tekne, l’esistenza simultanea di arte e mestiere. Ma nello stesso tempo, tutte queste architetture che si susseguono, si sovrappongono e si confondono come layers trasparenti su un foglio individuano frammenti di percorsi diversi, emblematici di quella “Babele” di linguaggi e tendenze che caratterizza l’epoca che stiamo vivendo.

Antonio Capestro a cura di L’immagine del progetto urbano Alinea Editrice, Firenze 2001 “L’attuale divenire in accelerazione, che propone la discontinuità come valore da interpretare nell’ambito di un tessuto complesso, influenza il concetto di abitare lo spazio e rielabora le modalità di progettazione della città e del territorio. In sostanza si assiste all’avvio di nuove strategie di Progettazione Urbana che conciliano, in termini diversi, città e ambiente, spazio fisico e spazio di risorse e di interessi in continua fluttuazione in un quadro di trasformazioni velocissime. Superata, inoltre, la fase di impatto con le nuove tecnologie e di quanto hanno indotto e stanno inducendo in termini di organizzazione sociale, urbana e territoriale, le idee si raccolgono intorno a quelli che sono gli elementi di continuità da reinterpretare rispetto al ‘periodo industriale’ e quali gli elementi di discontinuità da focalizzare ed utilizzare nel periodo che si sta sempre più affermando di iperindustrializzazione o di industrializzazione avanzata. Ma attraverso quali valori si ricerca la forma urbis? E soprattutto di quali valori sarà

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costituita, quale capacità di orientamento saprà fornire ed in che cosa consisteranno le sue permanenze, quali saranno le sue metafore, i suoi linguaggi e attraverso quali forme e immagini una nuova spazialità saprà offrire stimoli per l’utente tanto da essere supporto indispensabile per l’abitare?” “L’immagine del Progetto Urbano” percorre questo iter tematico cercando di prendere appunti su un panorama di trasformazioni attraverso progetti e riflessioni teoriche. A cura di Antonio Capestro costituisce il secondo volume della Collana di Studi sul Disegno Urbano i cui contenuti sono espressi anche in “Metamorfosi urbana - Scenari e progetto” e nella “Città oltre - Il progetto delle trasformazioni” entrambe editi da Alinea Editrice nel 1997. Gli articoli pubblicati nel saggio sintetizzano una attività di ricerca e di didattica rivolta all’individuazione di una metodologia progettuale nel Progetto Urbano in grado di costruire concretamente un modello operativo nella valutazione/progettazione di architettura e città. Nella prima parte del volume, Antonio Capestro e Cinzia Palumbo esplorano i fenomeni di cambiamento nella città contemporanea per valutarne gli indotti su nuove spazialità architettoniche e urbano-territoriali. In particolare Antonio Capestro indaga sugli elementi di trasformazione che prospettano nuovi scenari urbani e territoriali, nuove forme di fruizione e di orientamento nello spazio che conducono all’elaborazione di un nuovo concetto di permanenza, di nuove strategie d’intervento e di gestione di una realtà complessa. Cinzia Palumbo affronta, invece, il tema delle innovazioni introdotte dalle nuove tecnologie di comunicazione che ristrutturando i contesti produttivi e sociali formalizzano una nuova domanda di città e avviano verso nuovi riti di fruizione dello spazio urbano. Questo Rinascimento urbano fa emergere nuovi temi di progettazione indagati attraverso l’immagine rinnovata nel suo valore fisico e semantico. La seconda parte del volume rappresenta una riflessione su una metodologia d’intervento sulla città contemporanea caratterizzata come campo complesso di relazioni interattive. I progetti redatti fanno riferimento a problematiche urbane molto diversificate che partendo da presupposti teorici comuni approdano a soluzioni spaziali, relazionali e semantiche differenziate nei singoli progettisti. La successione delle ipotesi progettuali e la loro articolazione è strutturata come ausilio per la didattica. Cinzia Palumbo

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Antonio Capestro a cura di Prato. I territori del progetto Alinea Editrice, Firenze 1997 Il volume, curato da Antonio Capestro, rappresenta la sintesi teorico-progettuale di cinque progettisti che hanno concluso la loro esperienza di dottorato di ricerca in Progettazione Architettonica e Urbana con l’elaborazione di una proposta progettuale su un’area significativa, compendio degli assunti teorici su cui ciascuno aveva condotto la propria ricerca. La riflessione progettuale denota, inoltre, attraverso le proposte fatte, i diversi approcci ed il clima particolarmente interessante di scambio e di laboratorio creatosi all’interno del primo ciclo di dottorato di ricerca in “progettazione architettonica e urbana” attivato dal Dipartimento di Progettazione dell’Architettura dell’università degli studi di Firenze. La localizzazione del progetto a Prato è il frutto di una convenzione tra il Dipartimento e Ammnistrazione comunale di Prato con lo scopo di evidenziare, nell’ambito delle indicazioni degli Schemi Direttori del Piano Secchi, tematiche rilevanti che riguardano le transizioni della città contemporanea reinterpretata da diversi punti di vista teorico-progettuali. La prima parte del saggio è dedicato alla focalizzazione del “Caso Prato” come spazio complesso raccontato attraverso le suggestioni più evidenti della sua organizzazione sociale, produttiva e urbana. In particolare sono state scelte quelle immagini di scenari e progetti di scenari (urbani, culturali, sociali, produttivi) che più si avvicinano ed anticipano le posizioni teoriche delle esperienze progettuali svolte a Prato sull’area ferroviaria dismessa in prossimità della Stazione Centrale. Partendo dalle suggestioni dell’immagine e dell’identità di Prato l’indagine prosegue nella descrizione della morfologia che caratterizza la città ed il territorio per focalizzare, infine, i principali sistemi con cui il nuovo P.R.G. ha pensato l’organizzazione della forma e delle risorse di Prato. Questa parte introduttiva ai quattro progetti e di interpretazione del campo si conclude con l’individuazione dell’area d’intervento, la sua localizzazione nel contesto urbano e territoriale, il suo ruolo nell’ambito dello schema direttore di riferimento indicato dal piano Secchi. Nel saggio si articolano, poi, gli interventi degli architetti che sull’area hanno espresso opinioni teoriche e posizione progettuale. Se ne elencano i titoli che, in maniera significativa, chiariscono le argomentazioni svolte: “La citta’ della nuova produzione_ architetture dell’immateriale” di Cinzia Palumbo e Antonio Capestro; “Intorno al

progetto urbano: ai margini della citta’” di Mario Ferrari; “Architetture di soglia e di evento: la citta’ dell’ammirazione” di Flaviano Maria Lorusso; “I luoghi della trasformazione la citta’ oltre i limiti” di Claudio Zanirato. Piero Paoli

Fabio Fabbrizzi La Natura del Moderno Alinea Editrice, Firenze 2003 Il rapporto tra architettura e ambiente, tra costruito e natura, non appartiene a quel gruppo di tematiche che presentano una fiorente bibliografia. Il testo qui presentato prende in analisi una delle fasi più recenti della storia dell’Architettura, indubbia latrice di fortissime influenze sulla produzione contemporanea. Le opere e gli autori presi in esame, già oggetto di innumerevoli saggi e trattati, trovano qui una lettura particolare, secondo un percorso obliquo – come viene felicemente definito dall’autore – teso a mettere in evidenza le problematiche e le tematiche del progetto in rapporto all’ambiente in cui si va ad insediare. Un percorso impostato secondo un interessante tentativo di individuare elementi di continuità in rapporto sia al contesto storico che alla produzione delle più note figure del Moderno. La struttura del libro è chiara e suddivisa in capitoli che separano l’inquadramento storico più generale del rapporto Architettura/Natura dai saggi dedicati ai singoli autori. Le parti introduttive del testo risultano quindi utili a inquadrare quanto in seguito esaminato rispetto allo sviluppo della civiltà occidentale, ponendo le basi, anche per un lettore al primo contatto con questa tematica, di acquisire quelle nozioni utili a meglio affrontare le parti successive del testo. Queste sono dedicate ad una serie di autori monumentali nella storia dell’Architettura: Frank Lloyd Wright, Le Corbusier, Walter Gropious, Ludwig Mies van der Rohe, Alvar Aalto, Richard Neutra, Louis Khan. La lettura viene qui condotta andando a documentare le diverse modalità con cui questi massimi esponenti della modernità si sono rapportati all’ambiente naturale, come hanno tratto ispirazione da questo, o come, ancora, hanno ampliato la propria progettualità integrando il contesto o integrandosi ad esso. Alla qualità complessiva del saggio nuoce forse un apparato grafico che probabilmente avrebbe meritato una cura maggiore, entrando a dare migliore supporto ai concetti esposti, e quindi con una maggiore profusione di schemi, estratti


significativi della produzione di tutti gli autori, in special modo, le parti dedicate all’inquadramento iniziale risultano illustrate modestamente e i saggi su Frank Lloyd Wright e Le Corbusier sono in pratica esclusivamente testuali, benché vada considerato che la richiesta di costosi copyright, spesso avanzata per la riproduzione di questi autori non incentiva certo l’impiego di immagini di repertorio. Questa mancanza toglie comunque solo una occasione di maggior completezza ad una pubblicazione ricca di spunti alla ricerca e all’approfondimento, che sviluppa in maniera colta e sensibile la presenza di questo particolare rapporto, mettendo in evidenza un aspetto che aggiunge maggior complessità e ricchezza - al di la della consuetudine del riconoscere al di sopra di tutto al Moderno caratteristiche di innovazione soverchianti del contesto – a figure ormai icone dell’Architettura. Giorgio Verdiani

Fabio Fabbrizzi Architettura verso Natura Natura verso Architettura Alinea Editrice, Firenze 2003 Di questo testo, che affronta il rapporto Natura/ Costruito attraverso un ricco saggio che ripercorre la più classica storia dell’Architettura – dagli Egizi al Settecento, dall’Ottocento all’età contemporanea – è bello notare, da principio, il riuscito titolo, con il termine VERSO – in corsivo nel titolo – inteso alla maniera del latino VERSUS, per sottolineare, da subito, una situazione di contrasto o di contrapposizione, ma che al tempo stesso, con il termine in lingua italiana, suggerisce un movimento, un muoversi nella direzione di un incontro tra le parti apparentemente contrapposte. Tutto il saggio è pervaso di questa condizione di incontro/contrapposizione, con la narrazione, periodo storico per periodo storico, delle vicissitudini del rapporto di preservazione, interrelazione, combinazione, sopraffazione, trasformazione, che continuamente intercorre tra costruito e ambiente naturale. Il libro, presentato in forma di saggio pienamente narrato, con pochissime illustrazioni, richiede uno sforzo evocativo significativo per richiamare le corrette immagini di quanto viene via via esposto, ma l’originalità e la complessità dell’argomento ben compensano lo sforzo. La presa in esame di un periodo storico corrispondente all’area di più tradizionale trattazione

scolastica, mantiene ben delimitato il campo dello studio senza rischiare di far perdere forma e sostanza al trattato, tuttavia, il contenere entro la struttura Egitto/Grecia/Roma/Europa/Stati Uniti la tematica analizzata (un paragrafo è comunque dedicato alla diversità del mondo arabo), può mettere un limite alla completezza del quadro delle problematiche e dei rapporti tra l’ambito della realtà antropizzata e di quella naturale. Questo espediente risolve il rischio di produrre un ampliamento eccessivo dell’ambito osservato con conseguente dissipazione della struttura principale della narrazione, che tende invece, in questa maniera, a focalizzarsi sugli eventi che maggiormente hanno portato alla definizione dello stato di fatto contemporaneo di questo alterno rapporto. Giorgio Verdiani

di operare in un settore che nasce e sopravvive grazie, anche, alla necessità di comunicare. Comunicare un qualcosa che, oltre alla mera funzione, tipica dell’architettura di “riparo”, sia esso una caverna o un albero sotto le cui fronde rifugiarsi, esprima anche dei significati concettuali, attraverso dei simboli. Inoltre, l’autore rende partecipi i lettori di molti di quelli che sono significati presenti in architetture emblematiche, trattandoli come esperienze di progettazione e, quindi, consentendo di entrare in contatto con l’intera gamma dei problemi che riguardano lo spazio, dimostrando che, con le dovute differenze, queste architetture si distinguono per la loro “ragionata” presenza sulla terra e, quindi, sotto il cielo, citando Heidegger. Angelo Ruocco

Gianni Cavallina Dal Significato al Progetto, 7 riflessioni sull’architettura Introduzione di Ulisse Tramonti, Print & Service Ed., Firenze 1995

Gianni Cavallina, Renzo Marzocchi, Paolo Iannone Simbolo funzione e scala nel progetto di architettura Alinea Editrice, Firenze 1991

Questo testo nasce come una serie di appunti che riguardano, non solo l’architettura ed il suo essere progettata, bensì tutto quello che rappresenta il mondo che vive dietro ed intorno all’architettura stessa. Per fare questo, Gianni Cavallina fa uso di un percorso che si snoda attraverso una serie di riflessioni, che partono dal rapporto tra segni e significati, per approdare ad alcune possibili mete sul modo di progettare, senza voler dare comunque uno sbocco (la presenza reale di un metodo) a quel labirintico viaggio che attende tutti i progettisti. Ecco quindi, che l’autore passa, attraverso approfondimenti di sicuro interesse sulla presenza, nella progettazione, della triade vitruviana, intesa come riferimento fondamentale, per giungere al tentativo di comprendere il rapporto tra le varie architetture e la città nelle loro diverse accezioni, architettura “monumento”, “emergenza”, “tipo”. Un occhio di riguardo l’autore rivolge alla identità urbana, elemento questo trascurato a più riprese dalla cultura internazionalista, ma assai caro alle scuole di pensiero italiane, ispirate dalla millenaria presenza di elementi contestuali. Di sicuro interesse queste pagine di studi storico-critici, ci fanno comprendere come sia necessario un approfondimento nel campo della semiotica e nelle scienze dei linguaggi, al fine

Tutti gli animali - compresi gli esseri umani hanno in comune una forma di intelligenza che si usa chiamare “psicomotoria”. Possiede però la caratteristica di organizzare l’immagine del reale solo in presenza degli stimoli che la sollecitano: potrebb’essere perciò definita l’intelligenza del presente”. Per costruire quell’immagine anche in loro assenza cioè come passato - come ricordo del reale, come storia - oppure come futuro - come anticipazione del reale, cioè come progetto, l’intelligenza umana ha dovuto rinunciare ad essere semplice coordinamento di risposte motorie agli stimoli immediati, e imparare a simularli mediante artifici sostitutivi: i simboli linguistici. Il linguaggio è dunque lo strumento necessario dell’intelligenza progettante. Tanto si riesce a progettare quanto si è capaci di simboleggiare È la riscoperta di questa semplice equazione che induce oggi molti giovani studiosi a riscoprire –parallelamente - il carattere simbolico dell’architettura, intesa precisamente come linguaggio figurativo. Ovviamente, qualsiasi forma di simbolizzazione linguistica - sia figurativa che non – consiste sempre nel fingere qualcosa di inesistente mediante qualcosa di esistente. Qualsiasi simbolo è fatto precisamente di questa finzione: è una “res (una “cosa” cioè un avvenimento sensibile). Aliquid aliud ex se faciens in cogitationem venire” (che fa venire in mente qualcosa di diverso da sé), come già avvertiva S. Agostino.

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Il merito che accomuna i saggi pubblicati in questo libro, per altro assai diversi fra loro, risiede invece nella ricerca e nell’analisi dei procedimenti attraverso i quali un linguaggio che si articola tutto sul piano estetico come quello architettonico perviene a costruire i propri simboli figurativi - differenziandoli da quelli di natura concettuale, che sono propri di altri linguaggi; e nella ricerca degli aspetti del reale che diventa possibile significare con quelli. Ogni linguaggio infatti possiede un proprio “dicibile”: è - cioè - organizzato per descrivere aspetti del reale che sono ineffabili con gli altri. Qual è, in definitiva, il “dicibile” architettonico? È una domanda che ha avuto fin’ora delle risposte abbastanza contraddittorie. L’analisi di Gianni Cavallina è comparativa quindi metodica e informata. Non tende a conclusioni certe quanto a proporre piuttosto un elenco di riflessioni, tutte piuttosto pregevoli per la loro finezza critica. Mi sembra che emergano con sufficiente chiarezza alcune indicazioni importanti: per es. quella di superare la credenza che vede nel compito edilizio (nella “funzione”) il significato del significante architettonico; e quella di superare anche l’altra - simmetrica - che vede in quel significante null’altro che l’emblema di un significato già stabilito o quanto meno già sancito dall’uso. In ambedue i casi si tratterebbe infatti della traduzione di semplici concetti in diagrammi figurativi, come avviene nei segnali stradali. Una simbolizzazione linguistica è molto di più, perché consiste nel dare un ordine alle cose che sia non soltanto prevedibile – quindi razionale – ma proprio perciò anche contraddicibile, quindi sviluppabile. Un’altra indicazione importante è quella del ruolo che gioca l’ambiguità nell’arricchire di significati qualsiasi simbolo linguistico: non solo perché è sempre la falsificazione del già codificato che genera la sorpresa significativa, ma perché è caratteristica propria del simbolo quella di falsificare anche sé stesso nel momento medesimo in cui si configura. La citazione d’obbligo è qui, naturalmente, R. Venturi. L’intervento di Renzo Marzocchi è invece assai diverso, non solo per la passionalità che lo anima, ma anche per l’estensione che vi assume nuovamente il concetto di simbolo, che non è più limitato mi sembra – alla sola sfera linguistica. L’architettura gli sembra infatti riproporre la creazione primordiale di Dio quando imprime nello spazio la capacità organizzativa della socialità umana: è quindi emblematica del loro legame (qualcosa di simile era stato osservato da Berlage: l’architettura è il riflesso in terra dell’ordine cosmico).

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Non solo, perciò, città e architettura gli appaiono termini inscindibili: ma gli appaiono inscindibili anche l’urbano e il sacro. La città è un’alleanza tra Dio e l’uomo, e l’architettura ne è il rituale perennemente ripetentesi. A quest’accesa rivendicazione del valore simbolico di qualsiasi organizzazione antropica dello spazio fa riscontro l’intervento pacato, quasi didattico, di Paolo Iannone, che ne analizza metodicamente un aspetto finora poco indagato da questo punto di vista. Partendo dalla “misura umana” quale invariante fondamentale di tutti i simbolismi architettonici, (anche Auguste Choisy aveva notato, nel secolo scorso, che ci sono certe misure, in architetture, che non possono variare se non di poco: l’altezza di uno scalino, quella di un parapetto, di una porta …) Iannone si chiede quali siano stati – lungo la storia – i criteri formali linguisticamente legati alla “scala”, intesa non soltanto come entità dimensionale (scala territoriale, scala urbana, dell’edificio, dell’oggetto d’uso), ma anche qualitativa (scala dell’interno rispetto a quella dell’esterno, scala degli organismi emergenti rispetto a quelli dell’edilizia di base ecc.) o alla compresenza di scale diverse (per es. nei cosiddetti “fuori scala”). Anche queste osservazioni – attente e condivisibili, certamente maturate attraverso un’esperienza di insegnamento che traspare, del resto, anche negli interventi di Cavallina e Marzocchi – non cercano di essere esaustive, ma stimolatrici – se mai – di una direzione di ricerca che resta ancora tutta da percorrere. Tre approcci diversi, dunque, e anche tre concezioni diverse dello stesso oggetto: il simbolo, unite però dalla comune convinzione che nessuna operazione architettonica può esaurirsi nel mero servizio che fornisce come voleva il vecchio razionalismo (solo i monumenti e i cimiteri possono essere architettura – aveva scritto Loos: tutto il resto no, perché al servizio di uno scopo), ma è innanzi tutto articolazione formale del pensiero: dunque messaggio, simbolo e persino retorica. Giuliano Maggiora

Gianni Cavallina Il margine inesistente Alinea Editrice, Firenze 1999 La necessità del “soggiornare” assume un’importanza fondamentale per la definizione di un ambito entro il quale questa esigenza possa essere soddisfatta; l’esigenza di definire un

confine entro il quale soggiornare porta inevitabilmente al confronto diretto con il tema del limite. La definizione di questo ambito vale per tutti; perché tutti portiamo un luogo, dentro di noi, dove soggiorniamo, edifichiamo, costruiamo e ci progettiamo; quindi il problema del “confine” non è eliminabile. La definizione di un confine è però un tema piuttosto complesso e invade la definizione stessa di luogo. Il confine può definirsi la “linea” lungo la quale due domini si toccano cum-finis. Il discorso può diventare ancora più interessante analizzando questa “linea”, cercando di comprenderne i significati, i rapporti che innesca tra i due domini che definisce e quindi provare a percorrerla per capire la forma che questa disegna. Una riflessione si può spendere per individuare il tipo di linea che determina questi domini. Una linea penetrabile, evidente ma attraversabile, una soglia, un limen che permette di entrare ed uscire verso “l’il-limitato”, ciò che non ha forma o misura dove quindi ci smarriremmo. Oppure una linea che definisca in maniera netta lo spazio, un cammino intorno al territorio, all’ambito di appartenenza, un limes che controbilancia le aperture della precedente definizione. “La linea (Lyra) che abbraccia in sé una città deve essere ben fissata, deve rappresentare un “finis” così forte, da condannare colui che venga “e-liminato” al “de-lirio”. Delira chi non riconosce il confine o che non può esservi accolto.” (Cacciari) Nel libro di Gianni Cavallina si ripercorre il tema del limite urbano attraverso la formazione della città nella sua storia, iniziando da quella definita classica, fino al movimento moderno. Il percorso sapientemente intrecciato al “progetto architettonico”, mostra l’evoluzione urbana e socio-culturale dell’organismo insediativo, attraverso la definizione dei suoi confini e quindi della forma del limite che subisce l’evoluzione di ciò di cui esso stesso è ragione, fino alla sua apparente disgregazione fisica. L’analisi della forma urbana come risposta alla funzione vivere; “abitare un luogo”. Il passaggio lieve, ma essenziale, tra l’insieme degli accadimenti e i fatti che compongono il contesto, porta l’autore a riflessioni che variano sui temi del “soggiornare” e che dimostrano come la città si componga di questa complessità e poi si identifichi a suo “bordo”, nella sua “soglia” nel limite metafisico che la definisce come forma, e quindi luogo. La visione del limite urbano seppur frantumato, appare, in lontananza, comunque omogenea nella sua frammentarietà e quindi una percezione euclidea dello spazio progettato porta ad una riflessione che impone una rilettura del


confine stesso nonché dell’immagine formale che esso ci mostra. Particolarmente interessante il capitolo dove l’autore tratta il “confine frattale” della città evidenziando un interessante rapporto geometrico-matematico nella definizione di limite urbano, ed ancor più nella definizione di “regioni” o “domini”. Il discorso ci porta immediatamente alla definizione di luogo aristotelico, dove luogo sta nel confine, nel limite, nell’orlo estremo dell’ente che lo risiede, come il punto di confine è il punto “vicino” al quale si trovano “sempre” elementi della prima e della seconda regione. L’autore conclude il libro con un’apertura verso la ricomposizione di un margine urbano, o meglio conclude attraverso una rilettura del margine che renda possibile una ricomposizione formale; una ricerca necessaria all’identificazione della città e ancor più alla individuazione dell’identità dei “luoghi“ cui essa appartiene. La lettura della contemporaneità nella sua totalità espressiva porta l’autore ad una riflessione sul non-luogo, e quindi sul tema dell’identità attuale dei luoghi stessi che compongono il contesto; paesaggi abbandonati che necessitano di una ridefinizione espressiva che ne individui le potenzialità formali e quindi i limiti. Stefano Lambardi

Alessandro Gioli a cura di Lezioni di architettura bioclimatica Alinea Editrice, Firenze 2000 Da molto tempo ormai la dimensione bioclimatica dell’architettura è uscita dal ristretto campo della sperimentazione per assestarsi su un più consolidato versante di applicazione. Superati anche i pregiudizi che hanno visto per molto tempo nella definizione di bioclimaticità, una sorta di tautologica perimetrazione all’interno di una progettazione intesa come atto globale e insieme di componenti nelle quali anche il rispetto delle condizioni climatiche appare dato essenziale, giunge il tempo di una sua generosa sistematizzazione attraverso le molte declinazioni che nella contemporaneità il rapporto tra architettura e l’ambiente assume. I Corsi di Perfezionamento post laurea in Progettazione Bioclimatica dell’Architettura, di cui Gioli è stato l’ideatore e il direttore dal 1993 al 1998, tenuti presso il Dipartimento di Progettazione della Facoltà di Architettura di Firenze, hanno costituito la preziosa leva di questa sistematizzazione curata da Adriana Toti, riunendo una ricca serie di contributi multidisciplinari.

Docenti provenienti dalla Facoltà di Agraria, Architettura, Giurisprudenza, Ingegneria, Medicina e Chirurgia, Scienze Naturali Fisiche e Matematiche dell’Università degli Studi di Firenze, insieme a relatori esterni, italiani ed europei, nel corso dei cinque anni di attività, hanno tracciato un irripetibile itinerario scientifico, le cui basi sono riunite nel volume Lezioni di Architettura Bioclimatica. La posizione culturale e progettuale di Gioli, affinata in più di trenta anni di esperienza progettuale orientata in questa direzione, filtra la dimensione bioclimatica verso una visione che appare molto più vicina a concetti come appartenenza, identità, tradizione, memoria e continuità, che non a quelli ben più visibili e sicuramente ben più veicolabili di tecnologia e innovazione, forte anche di un potere che nel disvelare logiche e principi sopiti, assume la valenza di una vera e propria operazione interpretativa. La dimensione bioclimatica dell’architettura, (e forse questo termine è solo un po’ stretto per la vastità e universalità delle questioni che il tema dischiude), conduce alla riappropriazione di valori che la sommarietà di molte espressioni progettuali ha azzerato, riportando l’interpretazione sensibile dell’identità del luogo letta anche attraverso la propria fisicità, nel nucleo germinale di ogni processo di compositivo. Composizione ormai troppo spesso svuotata dei propri contenuti, dei propri valori, delle proprie prospettive, assestata il più delle volte sulla vacuità di reiterazioni, frutto di una dilagante atopia che confonde. In una contemporaneità nella quale la contaminazione di genere e la straniante compresenza di codici diversi, conduce alla smarrimento di quello che può essere soggetto di attribuzione estetica e disciplinare, un sistema strutturato di principi evolvibili e trasmissibili come quello contenuto in questo approccio bioclimatico al progetto, può avere la forza di una lucida e reale rifondazione. Fabio Fabbrizzi

dei musei non statali del territorio provinciale con l’esclusione di quelli del capoluogo. Vengono presi in esame 60 musei operanti in sei aree geografiche distinte, che costituiscono un patrimonio di estremo interesse, quasi del tutto sconosciuto in quanto periferico rispetto ai percorsi culturali dominanti nel territorio toscano. Lo studio nasce nel tentativo di dare una risposta alla necessità di recuperare l’identità “profonda” del territorio antropizzato intesa come un processo complesso e stratificato nel tempo, denso di eventi […] che tangibilmente rappresentano la traccia sensibile della nostra storia. I musei, attraverso la testimonianza di una “cultura materiale” profondamente relazionata al territorio, forniscono spunti per una riflessione più ampia sulla tradizione culturale di un’intera area geografica, andando a comporre un sistema che diventa museo diffuso come una organizzazione ramificata e come sistema complesso di servizi preposti prioritariamente alla conservazione, ma profondamente radicato alle origini, alle fonti dei beni culturali e al sistema dell’istruzione che consente di partecipare ad una creazione collettiva. La ricerca ha l’obiettivo di sistematizzare l’offerta museale definendo precisi ambiti territoriali e sviluppando percorsi tematici multipli, partendo dal presupposto che, soltanto attraverso la formazione di una rete territoriale collocata concettualmente su di un livello “superiore” rispetto ai percorsi attualmente esistenti, si possa fornire all’utente la corretta percezione del rapporto tra i musei ed il loro ambiente. Così, accanto ad un criterio di classificazione geografico, seguito per costituire percorsi di approfondimento e la valorizzazione dei musei in relazione alle rispettive aree di appartenenza, è stato sviluppato anche un criterio tematico – il genio, la spiritualità, l’arte, il lavoro – che definisce connessioni concettuali “trasversali” alle diverse aree geografiche. Valerio Barberis

La Collana di Perle Genio, Spiritualità, Arte, Lavoro nei musei della Provincia di Firenze, Alinea Editrice, Firenze 2003

Marino Moretti Bruno Angelici, Dario Biondo, Claudio De Filippi, Roberto Frosali, Filippo Innocenti, Domenico Minguzzi, Gian Luigi Novello Firenze Expo MMX - Un progetto per la città Ed. Bergamaschibianchi, Forlì 2000

Il catalogo costituisce il risultato finale di una ricerca svolta dal Dipartimento di Progettazione dell’Architettura (coordinata dal Prof. Arch. A. Breschi) per l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Firenze, che ha come oggetto l’indagine conoscitiva e le ipotesi di valorizzazione

L’idea: trasformare un tratto del percorso urbano dell’Arno in parco fluviale multimediale. Il progetto: “Firenze Expo MMX. Un Progetto per la Città”. Si tratta di un grosso lavoro ideato e

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realizzato presso la Facoltà di Architettura di Firenze, dipartimento di Progettazione dell’Architettura, corso di Arredamento e Architettura degli Interni. Ciò che colpisce di questa ricerca, coordinata dal professor Marino Moretti, è il suo grado di approfondimento unito ad un alto livello di comunicazione espresso in un prodotto editoriale di elevata qualità. L’occasione di questa sperimentazione didattico-metodologica nasce dall’ipotesi della candidatura di Firenze ad accogliere un’esposizione internazionale nel 2010. Ipotesi culturalmente interessante perché il capoluogo toscano è città conosciuta in tutto il mondo come culla del Rinascimento. In effetti in tutto il progetto aleggiano tematiche e contenuti in qualche modo riconducibili a quello straordinario periodo che influenzò la cultura fra Quattrocento e Cinquecento. A cominciare dal carattere rifondativo implicito in alcune premesse di progetto. Per esempio: esplorare la modernità con curiosità e senza porsi limiti imposti da dogmi disciplinari. Insomma, ricercare con grande libertà intellettuale nuove direzioni di senso per la città che verrà. Una città dove gli interni non siano più solo luoghi domestici, ma una diversa dimensione dello spazio urbano dando così per scontata la condizione di frammentarietà della metropoli contemporanea. L’ipotesi di progetto prende in considerazione un tratto di lungofiume di circa tre chilometri, in prossimità delle grandi Cascine, dove allestire i padiglioni dedicati a 55 Paesi, cui affiancare altri padiglioni dedicati alle regioni italiane e a temi come la natura, le grandi scoperte, le telecomunicazioni, l’informatica e le arti. Obiettivi dichiarati: riflessioni sui valori di artisticità da diffondere nel quotidiano; ricerca di nuovi linguaggi nell’area creativa dell’exhibition design, puntando sull’analisi del rapporto con i luoghi reali degli spazi urbani e l’individuazione di temi forti relativi all’architettura della città, alla ricerca di nuove identità. Alcuni tratti del fiume presentano caratteristiche quasi amazzoniche tanto da suggerire una progettazione per punti strategici attraverso l’individuazione di nuove naturalità urbane da salvaguardare ma anche da reinterpretare attraverso nuove funzioni (…). “Firenze Expo MMX, Un progetto per la Città” conferma come il fiume non solo sia ancora origine fondativa della città, ma anche luogo di cultura e modernità. Carlo Paganelli da l’ARCA n.163 Progetto e Metodo, ottobre 2001

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Vittorio Pannocchia Scene d’architettura, dalla simulazione all’emulazione con Tre Notazioni a cura di Mario Di Laudo Alinea Editrice, Firenze 1996 Oggi, sempre più di frequente, i continui sviluppi dei mezzi comunicativi portano l’uomo contemporaneo ad interrogarsi su quali possano essere i valori da attribuire alla rappresentazione ed il grado di fiducia che meritano i mondi fittizi da queste mostrati. Partendo da una simile considerazione, avvalorata dalle pratiche quotidiane e dalle situazioni nelle quali siamo partecipi, mentre diventiamo spettatori, lo studio dopo aver rilevata la mancanza di unitarietà tra i pareri espressi dagli operatori (artisti, architetti, scenografi) peraltro condizionati dai limiti propri a ciascuno dei campi nei quali agiscono, propone alcune riflessioni sui rapporti esistenti tra la realtà e le finzioni, tese ad esibirla, ed in conseguenza a ciò ricerca le possibili comunioni tra spazio architettonico e spazio scenografico. Dopo il tramonto di alcune certezze, raggiunte nel tempo e sovvertite, fin dagli inizi della modernità, dai mutamenti avvenuti negli strumenti e nei modi di rappresentare, non può stupire se le indagini sviluppate, seguendo percorsi differenziati, hanno condotto a rintracciare anche nella contemporaneità la permanenza di alcuni desideri umani (fisici e spirituali) che le diverse forme di figurazione sono riuscite a soddisfare. La finalità perseguita con l’insieme di esplorazioni, descritte in questo studio è, dunque, quella di aiutare a comprendere, attraverso il confronto diretto tra alcune delle ragioni che spingono a rappresentare nelle Arti visive, in Scenografia ed Architettura, quali possono essere i fatti da considerare e le posizioni da assumere quando si intenda, per mezzo del progetto, rendere spettacolari gli spazi reali nei quali intendiamo condurre la nostra vita.

Vittorio Pannocchia Di scena in scena. Una problematica spaziale Catalogo della Mostra La scena del metallo. Nove progetti di spazi scenografici per nove luoghi reali Print & Service, Firenze 1997 I lettori, posti di fronte alle parole La scena del metallo, possono essere colti dal dubbio se esse indichino un concetto autonomo, oppure siano solo la risposta ad una problematica dell’arte di costruire più ampia e complessa. Lo stato di perplessità che sono invitati a superare,

dopo aver presa visione delle ipotesi spaziali (qui riunite per l’impiego del materiale di cui sono costruite queste architetture) nasce da una contrapposizione attendibile tra “la scena del metallo” e “la scena di metallo “. L’antinomia pone in evidenza un confronto diretto, risolto a favore della prima espressione ma, sia l’una che l’altra sono plausibili e dimostrate dai fatti. Mentre analizziamo le differenti conformazioni e le molteplici relazioni con i luoghi nei quali i progettisti prevedono di rendere reali le costruzioni immaginate, diviene possibile raggiungere una conclusione: “Attraverso il confronto diretto si compie un passaggio di grande interesse per il mondo delle rappresentazioni. Da una situazione nella quale un materiale di uso comune è messo in scena per le sue specifiche caratteristiche, atte a facilitare la soluzione di problemi statici e tecnici, si passa ad un’altra che vede il metallo stesso, le forme assunte dalle delimitazioni spaziali, diventare i principali protagonisti delle scene reali percepite, in modo diretto, dagli spettatori. Se, oggi, diventasse possibile, la forma dubitativa ci aiuta a sognare, intenderemmo conquistare il piccolo rettangolo lasciato vuoto da Le Corbusier nel 1925, in Urbanisme. Dopo averlo delimitato, egli ha indicato, ai suoi contemporanei, che quello che era place pour une oeuvre de sentimente moderne. Ebbene, vorremmo far svanire tutti i segni, ora qui tracciati in forma di scrittura, per ottenere una superficie (delle stesse proporzioni della figura circoscritta da L.C.) da occupare con la sovrapposizione di opere, in numero infinito, tutte capaci di mostrare, questa volta, lo spirito contemporaneo.

Vittorio Pannocchia Di scena in scena Alinea Editrice, Firenze 2002 Tracciare più percorsi, attraverso i diversi territori delle Arti visive e dell’Architettura, alla ricerca di permanenze e mutazioni avvenute nelle concezioni dello spazio in cui si svolge la vita dell’uomo, significa voler cogliere occasioni per considerare alcune consuetudini. Le riflessioni intorno ai principi che hanno contribuito a conferire sensi alle opere artistiche dal passato alla “modernità” fino al periodo contemporaneo, conducono osservatori, spettatori ed abitanti a valutare le occasioni, oggi, concesse dagli operatori (artisti, architetti, costruttori) per appropriarsi del mondo in cui viviamo. È molto difficile, d’altra parte, capire quale pos-


sa essere l’impiego dello spazio fisico a cui aspiriamo. Abbiamo, infatti, coscienza di oscillare continuamente tra il desiderio irrinunciabile di dominarlo per intero e le limitazioni, a noi imposte dalla realtà quotidiana, sempre più tese a farci sentire estranei nel nostro ambiente. Diviene, allora, spontaneo confrontare tra loro episodi per rievocarne le scene e ritrovarci, quasi all’improvviso, in quei luoghi del sentimento e della mente che hanno caratterizzato la nostra cultura.

approfondimenti nati attorno ad un percorso universitario, in cui la scuola, l’insegnamento, la teoria e il progetto procedono insieme, si intrecciano e si confondono, senza soluzione di continuità. Silvia Malcovati

Francesco Collotti Appunti per una teoria dell’architettura Lucerna, Quart Verlag 2002

Pensando allo “spazio sacro”, i confini geometrici e fisici che definiscono normalmente lo “spazio profano” si ampliano, fino a coincidere con quelli di Rilkiana memoria di uno “spazio smisurato”, confini che, superando la geometria e la geografia, definiscono una misura “altra”: quella divina. Lo spazio sacro, così come la Russia descritta dal poeta protagonista di un racconto di Rilke, ha due confini in più, uno segnato dai suoi punti più profondi ed uno da quelli più elevati; entrambi confinano con Dio. Lo spazio sacro non è più quindi, solamente il luogo circoscritto planimetricamente dal recinto ma, anche una proiezione verso l’alto, la cui distanza, da sempre, l’uomo cerca di colmare; come il vecchio Melchisedec che nel ghetto di Venezia si trasferisce di casa in casa alla ricerca di un piano sempre più alto, che lo allontani sempre più dal fragore del mondo per avvicinarlo a Dio, in un percorso ascensionale e asintotico, spirituale e fisico, “fra terra e cielo”, come suggerisce il titolo del saggio di Giacomo Pirazzoli. Il libro esce a quarant’anni dal Concilio Vaticano II, ad una distanza tale da permettere, forse, un primo bilancio su quelle che sono state le importanti innovazioni introdotte in materia di liturgia e di riorganizzazione degli spazi, e costituire, sicuramente, un punto sullo stato dell’arte, anche per la fortunata occasione che il recente anno giubilare è stata, per mettere a confronto liturgisti e architetti, impegnati in temi insieme religiosi e architettonici. È dell’architetto infatti, il compito di tradurre lo spazio sacro e i suoi fuggevoli confini, quindi lo spazio liturgico, in spazio costruito, da qui la necessaria collaborazione, sottolineata anche dal Concilio Vaticano II, di una “formata” committenza, la Chiesa, e di un “formato” progettista, entrambi al centro del delicato e cruciale rapporto fra architettura dell’edificio sacro e celebrazione liturgica. Il libro di Pirazzoli, suddiviso in due sezioni, raccoglie nella prima riflessioni teoriche in forma di

In un momento, come quello attuale, di crisi e di incertezza, di affannoso sperimentalismo e affermazione di individualità, lo spazio per un libro di teoria dell’architettura non c’è. L’unico modo per parlare di principi è guardare a quanto è già stato detto e ripercorrerlo, attraversarlo per confermarlo. L’unico modo per andare avanti è procedere per frammenti, per approssimazioni, per tentativi circoscritti e parziali, ma non per questo meno necessari. Come questo piccolo libro di F.C. che, nella forma dichiaratamente semplice e provvisoria degli ‘appunti’, cerca di prendere in esame e rimettere in discussione per il presente tutte le più importanti questioni di teoria dell’architettura, dal rinascimento alla contemporaneità. Temi come rivestimento, ornamento e decorazione, tipo e forma, memoria, tradizione e metamorfosi, costruzione e ricostruzione, faccia e facciata (in ordine di apparizione), sono affrontati a partire da cose già note, dalle formulazioni decisive della storia (da Raffaello a Boullée, da Sempre a Loos e Tessenow, da Perret a Le Corbusier, fino a Quadroni, Rossi, Grassi, Semerani…, i cui testi originali riportati in appendice ad ogni capitolo sono fondamentali), sovrapposti e intrecciati in forma inedita, associati ad esempi diversi, antichi e recenti, con l’occhio avido di chi cerca di svelare nuove connessioni e aprire nuove prospettive. Una lettura attenta e critica, filtrata attraverso lo sguardo di un architetto di oggi, che a fronte dello sperimentalismo scriteriato e del purismo rigorista che dettano legge sulle pagine delle riviste, preferisce “serenamente sostenere le ragioni di un laico eclettismo nella tendenza”. Un libro sincero, che testimonia anche del rapporto (ormai raro) tra didattica e ricerca in architettura, essendo il frutto delle riflessioni e degli

Giacomo Pirazzoli Fra terra e cielo Architettura e spazio sacro in Italia 1975-2000 Diabasis Editore, Reggio Emilia 2001

brevi saggi e, nella seconda, che costituisce una sorta di antologia, una completa selezione di progetti, il cui tema, il “sacro”, diventa anche l’occasione per ripercorrere le tracce dell’architettura italiana dalla metà degli anni ’70 a oggi. Il rigoroso ordine alfabetico, memore della struttura dei dizionari, che riunisce le opere classificate nella sezione antologica, lascia il lettore libero di trovare autonome e alternative chiavi di lettura e di riflessione; l’ornamento, la facciata, il tipo, la memoria, la storia, la periferia, gli strumenti della composizione e della costruzione. Il libro si configura quindi come un’opera che apre, piuttosto che chiudere, delle questioni, la cui lettura può avere livelli di approfondimento diversi. Francesca Privitera

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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FIRENZE - DIPARTIMENTO DI PROGETTAZIONE DELL’ARCHITETTURA

1 Piero Paoli 2 Loris Macci 3 Andrea Del Bono 4 Alberto Baratelli 5 Maria Gabriella Pinagli e Leone Podrini 6 Paolo Galli 7 Antonella Cortesi 8 Andrea Ricci 9 Antonio Capestro 10 Fabio Fabbrizzi 11 Giancarlo Cataldi 12 Grazia Gobbi Sica 13 Benedetto Di Cristina 14 Gianni Cavallina 15 Carlo Canepari 16 Virginia stefanelli 17 Piero Degl’Innocenti 18 Alessandro Gioli 19 Adolfo Natalini 20 Fabrizio Arrigoni 21 Laura Andreini 22 Alberto Breschi 23 Lorenzino Cremonini 24 Paolo Iannone 25 Flaviano Maria Lorusso 26 Marino Moretti 27 Vittorio Pannocchia 28 Paolo Zermani 29 Maria Grazia Eccheli 30 Fabrizio Rossi Prodi 31 Fabio Capanni 32 Giacomo Pirazzoli e Francesco Collotti

Direttore - Marco Bini - Sezione Architettura e Città - Gian Carlo Leoncilli Massi, Loris Macci, Piero Paoli, Ulisse Tramonti, Alberto Baratelli, Antonella Cortesi, Andrea Del Bono, Paolo Galli, Bruno Gemignani, Marco Jodice, Maria Gabriella Pinagli, Mario Preti, Antonio Capestro, Enzo Crestini, Renzo Marzocchi, Enrico Novelli, Valeria Orgera, Andrea Ricci - Sezione Architettura e Contesto - Adolfo Natalini, Giancarlo Cataldi, Pierfilippo Checchi, Stefano Chieffi, Benedetto Di Cristina, Gian Luigi Maffei, Guido Spezza, Virginia Stefanelli, Paolo Vaccaro, Fabrizio Arrigoni, Carlo Canepari, Gianni Cavallina, Piero Degl’Innocenti, Grazia Gobbi Sica, Carlo Mocenni, Paolo Puccetti - Sezione Architettura e Disegno Maria Teresa Bartoli, Marco Bini, Roberto Corazzi, Emma Mandelli, Stefano Bertocci, Marco Cardini, Marco Jaff, Barbara Aterini, Alessandro Bellini, Gilberto Campani, Giovanni Pratesi, Enrico Puliti, Paola Puma, Marcello Scalzo, Marco Vannucchi - Sezione Architettura e Innovazione Roberto Berardi, Alberto Breschi, Antonio D’Auria, Giulio Mezzetti, Marino Moretti, Mauro Mugnai, Laura Andreini, Lorenzino Cremonini, Flaviano Maria Lorusso, Vittorio Pannocchia, Marco Tamino - Sezione I luoghi dell’Architettura - Maria Grazia Eccheli, Fabrizio Rossi Prodi, Paolo Zermani, Fabio Capanni, Francesco Collotti, Giacomo Pirazzoli, Elisabetta Agostini - Laboratorio di rilievo - Mauro Giannini - Laboratorio fotografico Edmondo Lisi - Centro di editoria - Massimo Battista - Centro di documentazione - Laura Maria Velatta - Centro web - Roberto Corona Assistente Tecnico - Franco Bovo - Segretario Amministrativo - Manola Lucchesi - Amministrazione contabile - Carletta Scano, Debora Cambi - Segreteria - Gioi Gonnella - Segreteria studenti - Grazia Poli



Firenze Architettura 2003-3