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quaderni

PROGETTO CITTÀ METODI, STRUMENTI, LINGUAGGI

Università degli Studi di Firenze - Dipartimento di Progettazione dell'Architettura

Firenze ARCHITETTURA

Lire 12.000 rivista semestrale anno V n. 1

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PROGETTO CITTÀ

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25-09-2013 11:15:41


Dipartimento di Progettazione dell’Architettura

Direttore Marco Bini

Sezione Architettura e Città Professori Ordinari Gian Carlo Leoncilli Massi Loris Macci Piero Paoli Professori Associati Alberto Baratelli Giancarlo Bertolozzi Andrea Del Bono Paolo Galli Bruno Gemignani Alessandro Gioli Marco Jodice Maria Gabriella Pinagli Mario Preti Ulisse Tramonti Ricercatori Antonella Cortesi Renzo Marzocchi Enrico Novelli Valeria Orgera Andrea Ricci

Sezione Architettura e Contesto Professori Ordinari Roberto Maestro Adolfo Natalini Professori Associati Giancarlo Cataldi Stefano Chieffi Benedetto Di Cristina Gian Luigi Maffei Guido Spezza Virginia Stefanelli Paolo Vaccaro Ricercatori Fabrizio Arrigoni Carlo Canepari Gianni Cavallina Pierfilippo Checchi Piero Degl’Innocenti Grazia Gobbi Sica Carlo Mocenni

Sezione Architettura e Disegno Professori Ordinari Marco Bini Emma Mandelli Professori Associati Maria Teresa Bartoli Roberto Corazzi Domenico Taddei Ricercatori Alessandro Bellini Stefano Bertocci Gilberto Campani Marco Cardini Marco Jaff Enrico Puliti Paola Puma Michela Rossi Marcello Scalzo Marco Vannucchi

Sezione Architettura e Innovazione Professori Ordinari Antonio D’Auria Professori Associati Roberto Berardi Alberto Breschi Remo Buti Giulio Mezzetti Mauro Mugnai Ricercatori Lorenzino Cremonini Paolo Iannone Flaviano Maria Lorusso Pierluigi Marcaccini Marino Moretti Vittorio Pannocchia Marco Tamino

Sezione I luoghi dell’Architettura Professori Ordinari Maria Grazia Eccheli Paolo Zermani Professori Associati Giacomo Pirazzoli Fabrizio Rossi Prodi

Altri Docenti Professori Ordinari Aurelio Cortesi Ricercatori Laura Andreini

Personale Tecnico Coordinatore Tecnico Giovanni Pratesi Funzionari Tecnici Massimo Battista Enzo Crestini Mauro Giannini Paolo Puccetti Assistente Tecnico Edmondo Lisi Operatori Tecnici Franco Bovo Laura Maria Velatta

Personale Amministrativo Funzionario Amministrativo Manola Lucchesi Assistente Contabile Carletta Scano Assistente Amministrativo Debora Cambi Gioi Gonnella Operatore Amministrativo Grazia Poli


1.01 quaderni Periodico semestrale* del Dipartimento di Progettazione dell’Architettura viale Gramsci, 42 Firenze tel. 055/20007222 fax. 055/20007236 Anno V n.1 Autorizzazione del Tribunale di Firenze n. 4725 del 25.09.1997 Prezzo di un numero Lire 12.000

DIRETTORE

Sommario

Marco Bini

DIRETTORE RESPONSABILE Marino Moretti

COMITATO SCIENTIFICO Maria Teresa Bartoli, Roberto Berardi, Marco Casamonti, Marino Moretti, Paolo Vaccaro

REDAZIONE Antonio Capestro, Flaviano Maria Lorusso, Claudio Zanirato

INFO-GRAFICA E DTP

Piero PAOLI - Presentazione

3

Mario FERRARI La disciplina del progetto urbano in Italia

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Massimo Battista

COORDINATORE TECNICO Gianni Pratesi

COLLABORATORI Massimo Bianchini, Enzo Crestini, Roberto Corona, Laura Maria Velatta

Antonio CAPESTRO Interpretare i territori della complessità

18

E-mail: progeditor@prog.arch.unifi.it.

Cinzia PALUMBO Dalla città dell’utilità alla città del desiderio

30

Questo numero è stato curato da Flaviano Maria Lorusso

Claudio ZANIRATO Architettura al limite Il limite dell’architettura, l’architettura del limite

42

Flaviano Maria LORUSSO L’architettura del progetto La trasformazione contemporanea dei contesti

54

Dragana PAVLOVIC Contributo alla definizione del concetto di qualità urbana L’azione dei mezzi per comunicare sull’architettura della città

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L’enunciazione progettuale

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Appendice bibliografica

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SEGRETERIA DI REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE TEL. 055/20007227

PROPRIETÀ UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FIRENZE PROGETTO GRAFICO E REALIZZAZIONE Centro di Editoria Dipartimento di Progettazione dell’Architettura Fotolito Saffe, Calenzano (FI) Finito di stampare nel giugno 2001 da Arti Grafiche Giorgi & Gambi, viale Corsica, 41r Firenze *consultabile su Internet http://www.unifi.it/unifi/progarch/fa/fa-home.htm


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Sarà probabilmente il titolo a suggerire al lettore una prima domanda. A “progetto città” si aggiunge infatti un’eccedenza, un complemento che preannuncia layers di verifiche laterali, di letture ed interpretazioni non deduttive, anticipando la non totale contenibilità di queste tesi all’interno di un unico schema. Lungi dall’essere un limite, qui il pronunciarsi fuori dagli schemi sui metodi, strumenti, linguaggi apre e sviluppa, scuotendo il senso primo, originario ed incorporandolo in una complessa operazione a distanza (forse per difendersi dal suo irresistibile fascino), un’interessante ipotesi di de-costruzione dei campi d’analisi sul progetto città. Anche l’antagonismo tradizionale che deriva da questa tripartizione in termini può così giocare su di una cooperazione attiva e permette di estendere legittimamente i passaggi evolutivi delle ricerche da un campo all’altro. Per cogliere i simboli e le ragioni d’una realtà che si muove oggi all’interno di un’estrema sofisticazione degli strumenti tecnici e concettuali, gli autori seguono sei percorsi privilegiati. Le loro esplorazioni indagano il sommovimento in atto, individuano i segni “perturbanti” degli spostamenti verso gli attuali modi di sentire, di vedere, d’abitare la città post-postmoderna. I loro segmenti teorici lavorano “sopra” e “sotto” la linea dell’orizzonte urbano; là dove, cioè, risulta già ipotizzabile confrontarsi con le situazioni emergenti, con nuovi eventi accomunati dall’ibridazione e dalla contaminazione. E se da un lato quest’esigenza offre all’analisi strade non tutte sovrapponibili, dall’altro aiuta a scoprire il senso plurimo dei progetti e delle idee che stanno cambiando l’immagine dei luoghi in cui vivremo. Non sottomessi ad una regola che ne inviluppi gli esiti teorici ed operativi, metodi, strumenti e linguaggi si dispiegano, trovano ascisse ed ordinate, rivendicando una magia della duplice appartenenza che si rovescia in-between, il più ambiguo paradigma della modernità. Non entreremo nello specifico dei temi e degli itinerari di A. Capestro, M. Ferrari, F. M. Lorusso, C. Palumbo, D. Pavlovic, C. Zanirato, ben chiaramente tracciati da Piero Paoli nella presentazione. Ma è indubbio che la linearità della trattazione, chiusa in quest’universo non lineare, si traduce positivamente in una frammentazione continua del discorso scientifico e può persino prefigurare costruzioni teoriche “altre”. In effetti, quando lo smontaggio iniziale, raggiunto il massimo grado di tensione, tocca il nucleo più interno della ricerca agisce come un grilletto e va a colpire interazioni più estese, solidificando fatti reali, dimensioni fisiche, tecniche d’uso. Così ciascun contributo costituisce terreno di confronto, di riferimento. Ogni tesi può diventare “strato” ed essere, al tempo stesso, substrato per la successiva, pur senza obbedire ad un ordine prestabilito o irrigidirsi in una delimitazione precisa. E il progetto città può finalmente tradursi in strategia, sintesi, manifesto; può confluire in una sperimentazione concreta, in un’esperienza diretta dello spazio: soglia, verifica, reale frontiera dei significati di qualsivoglia teoria.

(Marino Moretti)


È questo il primo numero che vede la luce dopo la scomparsa di Carlo Chiappi, Direttore del Dipartimento e sostenitore entusiasta della rivista. Vorrei ricordarlo ai lettori da amico, oltre che da successore, soprattutto per la sua affezione alla Facoltà e all’insegnamento a cui ha dedicato tanti anni della sua vita. Nata nel 1997, sotto la sua direzione, la rivista riflette le varie “anime” del Dipartimento, ripercorrendo i molteplici percorsi del progetto, ora procedendo dallo studio delle cose del passato, della loro organizzazione funzionale e formale, ora interpretando i luoghi quali matrici del progetto architettonico ed urbano, ora immaginando scenari più strettamente legati ad avanguardie artistiche e modi di concepire spazi desueti e innovativi. Pur posizionandosi fra coloro che credono fermamente nel “contesto” e nel valore dell’ambiente, Carlo non ha dimenticato queste diversità e trascurato gli altri approcci disciplinari, dimostrando grande rispetto per le opinioni di amici e colleghi; non solo nell’impostazione del progetto ma anche nella gestione del quotidiano. Nei tre anni trascorsi insieme nella giunta del Dipartimento ho imparato a conoscerlo meglio di quanto non fosse accaduto negli anni precedenti e posso dire di aver condiviso la quasi totalità delle scelte che ci portava a fare con la fermezza del ragionamento ma anche con la ragionevolezza del buon senso. Il Dipartimento è lieto di dedicargli questo numero della “sua” rivista, i cui contenuti riportano esperienze di giovani architetti impegnati in studi e ricerche per il conseguimento del titolo di Dottore di ricerca in “Progettazione architettonica e urbana”; giovani la cui preparazione stava particolarmente a cuore a Carlo. Marco Bini

P R E S E N T A Z I O N E

PIERO PAOLI Nell’anno accademico 1994-95 il Dipartimento di Progettazione dell’Architettura decise di attivare il Dottorato di Ricerca in “Progettazione Architettonica e Urbana” che si affiancava a quello in “Composizione Architettonica – Le figure del comporre” attivato da alcuni anni e del quale era coordinatore il Prof. Gian Carlo Leoncilli Massi. Il Collegio dei Docenti del nuovo Dottorato era costituito dai Professori: Giancarlo Bertolozzi, Alberto Breschi, Andrea Del Bono, Alessandro Gioli, Loris Macci, Piero Paoli, Mario Preti, Ulisse Tramonti, Rosario Vernuccio e da Giuliano Maggiora nominato coordinatore. Successivamente, a seguito delle dimissioni del Prof. Maggiora, fu nominato coordinatore il sottoscritto. Il nuovo Dottorato si riprometteva di approfondire le tematiche della progettazione di organizzazioni spaziali capaci di stimolare e rafforzare i rapporti sociali per porre le basi ricostitutive di una comunità urbana complessa ed integrata, sottolineando in particolare la corrispondenza tra sistemi di relazione interpersonali e sistemi morfologico-figurativi dello spazio della città. Allo scopo di indirizzare l’attività di ricerca dei Dottorandi il Collegio dei Docenti organizzò un ciclo di seminari di approfondimento su temi specifici. Particolarmente significativi quelli relativi a: -

Città e comunità urbana – La componente antropologica e sociologica;

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Livelli di complessità e ambiti di relazione;

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Rapporto fra l’organizzazione formale dello spazio urbano e l’evoluzione dei mezzi di comunicazione;

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Rapporto fra piano e progetto nella costruzione della città;

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Teorie strutturali della concezione della forma dello spazio nella progettazione architettonica e urbana.

Il Collegio dei Docenti, in accordo con il Dipartimento, stabilì che il Dottorato si sarebbe dovuto articolare in due sezioni: Progettazione Architettonica e Progettazione Urbana, raccomandando però nell’ambito della prima sezione una specifica attenzione alla “dimensione urbana” del progetto di architettura e nell’ambito della seconda una

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particolare attenzione alla “dimensione architettonica” del progetto urbano. Gli obiettivi delle ricerche per la sezione Progettazione Architettonica furono in particolare rivolti all’individuazione di linee di metodo per il progetto di architettura. In questa ottica il denominatore comune dell’attività di ricerca fu rivolto alla tematica del linguaggio del progetto architettonico: scuole, metodi, strumenti. Per la Sezione Progettazione Urbana i temi di ricerca furono rivolti prevalentemente all’approfondimento dei metodi, strumenti, linguaggi del progetto urbano. I dottorandi ammessi al Corso risultarono: -

Antonio Capestro, che individuò come tema di ricerca “Interpretare i territori della complessità” – Relatore Prof. P. Paoli;

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Mario Ferrari, con il tema “La disciplina del Progetto Urbano in Italia” – Relatore Prof. U. Tramonti;

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Flaviano Maria Lorusso, con il tema “L’architettura del progetto – La trasformazione contemporanea dei contesti” – Relatore Prof. A. Breschi;

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Cinzia Palumbo, con il tema “Dalla città dell’utilità alla città del desiderio” – Relatore Prof. A. Del Bono;

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Dragana Pavlovic, con il tema “Contributo alla definizione del concetto di qualità urbana – L’azione dei mezzi di comunicazione sull’architettura della città” – Relatore Prof. G. Maggiora;

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Claudio Zanirato, con il tema “Architettura al limite – Il limite dell’Architettura, l’architettura del limite” – Relatore Prof. L. Macci.

Il Collegio dei Docenti ritenne che sarebbe stato importante che le singole ricerche si concludessero con una verifica progettuale su di un ambito territoriale comune. Nel 1997 il Dipartimento concordò, pertanto, con l’Amministrazione Comunale di Prato di avviare questo esperimento stipulando una apposita convenzione pluriennale che prevedeva di effettuare la progettazione su aree che il P.R.G. aveva individuato come strategiche e per le quali il redattore del Piano, Prof. Bernardo Secchi, aveva predisposto degli “Schemi Direttori”. L’area scelta per questo primo esperimento fu quella dello Schema Direttore n° 10 – Ferrovia ed in particolare quello del Progetto Norma 10.2 – Stazione Centrale che prevede: -

la sistemazione della Piazza della Stazione con il ridisegno del piazzale antistante la stazione ferroviaria con la localizzazione della fermata degli autobus: sul lato nord-est della piazza un nuovo edificio per uffici;

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sulle aree dello scalo ferroviario, del quale si prevede il trasferimento nell’interporto, si ipotizza il mantenimento di parte degli edifici di deposito esistenti e la nuova edificazione di strutture sportive. Tra i nuovi edifici ed i binari una fascia verde con funzione di filtro;

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demolizione e ricostruzione di edifici residenziali nell’area dei Magazzini Generali dei quali si ipotizza il trasferimento in prossimità dell’interporto.

Il Progetto Norma indica inoltre i parametri urbanistici di riferimento. La Convenzione prevedeva che tutta l’attività di progettazione fosse svolta in stretto

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accordo con le strutture tecniche del Settore X – Pianificazione ed Assetto del Territorio, programmando incontri periodici nei quali discutere e dibattere le varie tematiche inerenti il processo di elaborazione delle ipotesi progettuali e nelle quali potesse essere favorito un efficace apporto da parte degli stessi tecnici del Settore, finalizzato ad un arricchimento delle loro competenze disciplinari ed allo sviluppo di sempre più stretti rapporti di collaborazione operativa e d’interscambio culturale fra gli operatori universitari e le strutture degli enti locali. La convenzione avrebbe consentito inoltre all’Amministrazione Comunale di evidenziare che le indicazioni degli Schemi Direttori erano prevalentemente di indirizzo e che pertanto sarebbe stato possibile individuare approcci progettuali diversi. L’accordo prevedeva infatti che i risultati conclusivi di ogni ciclo triennale sarebbero stati pubblicati ed esposti in una sede messa a disposizione dall’A.C. Nelle pagine seguenti gli autori danno sintetica testimonianza delle loro ricerche sviluppate con la più ampia autonomia scientifica e culturale. La verifica progettuale ha sottolineato i diversi approcci metodologici degli autori, alcuni dei quali con una attenzione prevalentemente rivolta ai temi della Progettazione Urbana con riferimento alla concatenazione dalla scala territoriale a quella del settore urbano, altri con prevalente attenzione alla dimensione architettonica. A distanza di alcuni anni dalla conclusione di quest’esperienza desidero sottolineare due aspetti: il primo è legato al comportamento dei dottorandi che operarono negli anni in stretta armonia, costituendosi spontaneamente in seminario permanente; l’altro è legato al ruolo del Collegio dei Docenti che seppe coordinare la propria attività, garantendo il massimo rispetto delle diverse posizioni culturali stimolando, però, un continuo proficuo confronto. Sono certo che questo Quaderno illustra un’esperienza complessivamente molto positiva che costituisce un buon viatico per il lavoro dei prossimi anni. Come coordinatore del Collegio dei Docenti ritengo doveroso rivolgere un sentito ringraziamento ai Colleghi ed ai Dottori di Ricerca per la partecipazione, davvero entusiastica, con la quale aderirono alle diverse fasi dell’attività e complimentarmi con loro per l’alta qualità dei risultati raggiunti.

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DOTTORATO DI RICERCA IN PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA E URBANA (X ciclo)

dottore

Mario Ferrari coordinatore

Prof. Piero Paoli relatore

Prof. Ulisse Tramonti

LA DISCIPLINA DEL PROGETTO URBANO IN ITALIA

PREMESSA In uno dei suoi film più forti Gianni Amelio1 conduce lo spettatore in un viaggio che da Roma, attraverso la Calabria, porta a mete la cui importanza è legata alle sole esigenze funzionali del racconto. Il viaggio, visto attraverso i finestrini un po’ opachi di un treno mai abbastanza veloce, offre agli occhi dello spettatore immagini ad alto contenuto poetico ed affatto consolatorie del paesaggio natural-urbano che caratterizza il corridoio ionico (ma anche quello tirrenico). La sequenza dei campi coltivati, dei territori abbandonati, delle case semicostruite con facciate non intonacate ma già del tutto abitate, delle grandi fabbriche abbandonate, delle baracche dei venditori di fragole in fregio alle statali e di paesi privati dei traffici del commercio, vittime delle nuove circonvallazioni e della conseguente accelerazione del traffico, produce una tale complessità percettiva che riporta alla dignità di “viaggio” il più banale spostamento. Questo oceano di percezioni, odori e suggestioni pur rappresentando ciò che di più importante il sud ha ancora da offrire all’osservazione dei sociologi e dei poeti, manifesta la disfatta del disegno delle città italiane che non può essere nascosta da corridoi autostradali, varianti di valico o linee ferroviarie iper veloci. È tutto lì, davanti agli occhi del viaggiatore delle direttrici est-ovest sconfitte della politica di aiuti per il mezzogiorno che, enfatizzando i pur utili collegamenti nord-sud, hanno prodotto risultati che, lusinghieri, hanno determinato uno stato di “arretramento da assistenzialismo” tipico dello sviluppo.2 Questa disfatta dell’architettura può indurre a maledire la disattenzione con la quale una categoria professionale ha affrontato temi delicati come quelli legati alla crescita delle città ed alla preservazione del paesaggio o, meglio, dell’identità; ma, visto da distanza maggiore, appare chiaro che la scala alla quale osservare il fenomeno è altra, così come la sola responsabilità dell’accaduto non può essere addebitata ai “professionisti” colpevoli -al massimo- di aver poco studiato in una scuola permissiva e disattenta. È chiaro che il problema è altrove: nella errata valutazione di una realtà fisica complessa Schizzo sulla struttura urbana della città di Bari. C. Aymonino 1965, da C. Aymonino, Lo studio dei fenomeni urbani, Officina 1965.

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e troppo debole per poter assorbire con leggerezza il sistema industriale e infrastrutturale che un trentennio di sviluppo le ha regalato; ma anche nelle sconfitte ideologiche della


scuola italiana della pianificazione da un lato, del disegno urbano dall’altra. Da studioso di politica o da sociologo, sarebbe interessante compiere una ricognizione sulle “ceneri dello sviluppo” che porterebbe -forse- ad una riflessione sulla potenziale pericolosità dell’assuefazione indotta dalla “droga” di illusori programmi di sviluppo comunitari;3 da architetto studioso della disciplina si è ritenuto opportuno svolgere una analisi sui motivi di questo scollamento tra realtà e teoria, considerando l’accademia il luogo di provenienza delle teorie sulla città e degli architetti “di provincia” artefici e vittime dei “paesaggi meridiani”. Ciò che ne risulta è uno studio sulla disciplina del progetto urbano in Italia nell’arco temporale che va dal dopoguerra ai giorni nostri indagando, decennio per decennio, lo stato di una materia nuova e gli strumenti ai quali gli architetti-urbanisti potevano appellarsi per sperimentare le loro teorie sulla città. “Ursnabi, sali sulla muraglia di Uruk, ispeziona il terrapieno delle fondamenta, esamina bene la muratura: guarda, non è forse di mattone cotto? E non furono forse i sette saggi a posarne le fondamenta? Di tutto, un terzo è città, un terzo è giardino e un terzo è campo, con il recinto della dea Istar. Tutte queste parti e il recinto sono Uruk”. L’epopea di Gilgamesh.4

Il disegno delle città esiste da sempre. L’uomo ha sempre costruito e pensato alle sue città e non si può pretendere di affermare che il progetto urbano coincida con la capacità dell’architetto di, finalmente, disegnare la città. Ma c’è un momento in cui l’uomo le sue città non riesce più a controllarle. Più che di un momento si tratta di diverse epoche e diversi luoghi. Il tema della perdita del controllo della “forma urbis” è connaturato alla storia della città: le stratificazioni tra i tessuti delle diverse epoche così come la reinterpretazione o, se vogliamo, l’esproprio morale di una città da parte dei “nuovi padroni” è presente in molte delle realtà a noi note. Non bisogna confondere però la storia con la cronaca; se nelle trame di un tessuto medievale si percepisce la presenza di forme romane fagocitate dalla parcellizzazione catastale allora siamo di fronte al riuso di un modello urbano letto sull’asse della storia; se, chiaramente, il confine tra città consolidata e periferia mostra i segni di una indifferenza tra le due realtà siamo nel campo che ci interessa indagare: la perdita della forma urbana. Il confine tra la città che andava assumendo la accezione di “storica” e la “nuova” città inizia con i paesaggi romani che registi come Pier Paolo Pasolini hanno reso con la chiarezza dei trattatisti. Quei paesaggi di “non-campagna” pur essendo luoghi a-critici, avevano la capacità di illustrare le mura della città periferica ed i luoghi “in-between” negli squarci tra le borgate romane, a vocazione centripeta, e la periferia che con grande velocità, avanzava dal centro città. Si sono colmati oggi quei territori, ma di cosa, in qual maniera? L’accademia, la scuola, ha fatto qualcosa per le città italiane ? Qual è stato, insomma, il contributo teorico degli architetti? Dalla lettura dei testi italiani sul tema5 appare chiara una posizione marginale della scuola italiana del progetto urbano. Gli eventi che tali autori ritengono fondamentali

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sono noti e, talvolta, non di grande interesse. La realtà dagli anni cinquanta agli ottanta pare essere troppo prossima per gli storici che, stanchi dell’inerzia dell’architettura nazionale, non la considerano degna di nota.6 Il risultato è la posizione di provincialità che la ricerca italiana occupa nel panorama internazionale degli ultimi cinquant’anni. La realtà non è questa. Dagli anni cinquanta ad oggi è possibile ricostruire una situazione che vede la presenza in scena di un gruppo di architetti il cui lavoro fondamentale si svolge attorno a ricerche, progetti, redazioni di periodici, seminari nell’intento di costruire il corpo teorico di una vera scuola del disegno urbano. Le diverse epoche storiche offrono a questo nucleo di personalità strumenti differenti per il raggiungimento dello scopo ma, sostanzialmente, i cinque decenni che ci separano dalla fine del conflitto mondiale presentano lo stesso gruppo di architetti che, pur lavorando su temi diversi, costruiscono una scuola italiana del disegno urbano. Visto più da vicino il tema del disegno urbano è connesso al controllo della crescita della nuova città; in Italia questo problema, presente già dalla seconda metà dell’Ottocento Roma Capitale d’Italia con la sua “crescita indotta”, sancisce il fenomeno della speculazione edilizia- si aggrava con la fine della seconda guerra mondiale quando la distruzione sistematica di parte delle città italiane, apre varchi di sperimentazione e speculazione. Di

1954. Intento della “Mostra della Ricostruzione” tenutasi a Roma, era dimostrare alla nazione il lavoro in atto nelle città italiane per restituire loro una identità. Il pannello illustrante i luoghi di edificazione dei nuovi quartieri, offrendo un’immagine quantitativa più che qualitativa degli interventi, mostrava con chiarezza quale fosse il primo vero strumento nelle mani degli “architetti-urbanisti” italiani: il quartiere, da Urbanistica n. 7, 1951.

fronte ad una nazione da ricostruire e, soprattutto, ad una assenza di programmazione,7 gli architetti iniziano ad interrogarsi sull’urbanistica e sull’architettura. Se da un lato la voglia di illustrare alla nazione gli sviluppi della politica sulla casa porta a casi come quello della “mostra della ricostruzione” voluta dal governo e fortemente contestata da Astengo dalle pagine di “Urbanistica”,8 dall’altro si comprende come il quartiere –inteso come settore urbano- fosse il primo, importante strumento nelle mani degli architetti-urbanisti italiani. Su questo tema si dipana, lungo il decennio degli anni cinquanta, il dibattito sulla forma urbana. Il primo settennio del piano INA-Casa consente a molti l’accesso ad una dimensione della progettazione a scala vasta che, pur confrontandosi con luoghi esterni alle città9 e con un eccesso di “prescrizioni” sociologiche,10 produce una serie di esperimenti che illustrano il divario tra l’urbanistica e l’architettura, altro fattore importante per la formazione della scuola del disegno urbano.

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La ricerca dimostrerà come l’assonanza dei piani governativi CEP –in vigore dal 1959alle linee di ricerca sulla città, consentiranno risultati di prim’ordine. Ed in effetti il momento di svolta nella ricerca degli architetti-urbanisti sta tutto nel concorso per il quartiere residenziale CEP a Mestre che, rispetto ai concorsi degli anni immediatamente precedenti sui temi analoghi (concorso per le Spine Bianche a Matera 1959), offre dei risultati e delle opinioni del tutto diverse. Siamo di fronte a Venezia, una città che come singolo centro urbano può considerarsi un tutto omogeneo e inarticolato, mentre nell’ambito lagunare, includendo la costellazione dei centri satelliti, è al contrario un organismo altamente articolato e differenziato e ci si confronta direttamente (visivamente) sia con il tessuto articolato, complesso e molteplice della Venezia “storica”, che con l’unicum del panorama lagunare. Al di là degli esiti e del dibattito sul concorso (tema oramai esaurito), quello che interessa è segnalare un aspetto particolare: siamo di fronte a quello che Benevolo chiama “un consuntivo di molti discorsi ed esperienze urbanistiche di questi anni”,11 di fronte cioè alla esposizione di veri e propri programmi di ricerca che, a partire da 1959 ed anche grazie all’evoluzione consentita dalla politica CEP, saranno elementi di ricorrenza nei tre decenni successivi. Proprio nel concorso per le Barene si assiste allo scontro tra le due principali linee di ricerca sul disegno urbano in Italia: quella quaroniana del “tessuto”, del “piano direttore” e quella muratoriana della “tipo-morfologia”. Queste due posizioni, qui sintetizzate ma note a dismisura, rappresentano per l’appunto le linee di ricerca all’origine dello studio italiano sulla città ma, nel contempo, segnano l’inizio di un versante decisamente teorico sul controllo della forma urbana. Da qui in poi, nuovi saranno gli strumenti a disposizione degli architetti-urbanisti e nuova anche le considerazioni: se il centro direzionale12 sarà la nuova cavia da laboratorio per i principali concorsi degli anni sessanta e, soprattutto, la base rappresentativa della teoria sulla “città regione”13 la “periferia” sarà il nemico, la consapevolezza della sua nascita –come dato e come concetto- sarà il male da fronteggiare. Particola-

1964. Il concorso per la sacca del Tronchetto a Venezia mostra, dopo il precedente delle Barene di S.Giuliano a Mestre, il programma di ricerca sul disegno urbano che il gruppo Samonà-Tentori sta approfondendo, da Casabella n. 293.

re rilevo su questo tema assumono le ricerche dei giovani architetti riuniti intorno al neonato Centro Studi di “Casabella”, periodico diretto da Ernesto Nathan Rogers trait d’union con il venerabile CIAM.14 Aldo Rossi riesce a restituire una immagine chiara dello stato delle discipline in Italia: “La polemica più fervida è oggi spostata dal terreno dell’architettura a quello dell’urbanistica; non perché la prima sia qualcosa di trascurabile, e in effetti non lo è affatto, ma perché -alla luce degli elementi che si possiedono- poco si potrebbe dire su quest’argomento che non fosse generico. Al contrario, nel campo della pratica e dello studio dell’urbanistica più facciamo dei progressi -e questi progressi anche se è difficile valutarli sono indubbi negli ultimi tempi- più aumentano le contraddizioni che questa disciplina ha in sé”.15 I grandi eventi relativi ai concorsi per il centro direzionale di Torino, e per la Sacca del Tronchetto a Venezia tracciano nettamente lo scenario dove il progetto della città si esplicita attraverso “segni” chiari;16 il disegno urbano ricorre a categorie e gesti della composizione, reclamando così un propria autonomia disciplinare. Sono del resto della

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seconda metà degli anni sessanta i primi disegni su “strutture urbane” del giovane Franco Purini che spostano il limite della teoria sulla città ancora oltre.17 Non va dimenticato il grande contributo trattatistico che in un quinquennio confronta le ricerche di Quaroni, Gregotti, Rossi ed Aymonino.18 Questa enorme produzione editoriale nazionale coincide con la fine del centro studi di Casabella e prende il movimento dal testo del ’59 di Giuseppe Samonà: “L’urbanistica e l’avvenire delle città”, “il primo libro italiano di urbanistica”.19 Quando negli anni settanta il gruppo di architetti-urbanisti, divenuto familiare, affronta il tema della città attraverso una ulteriore tipologia aggregativa –le strutture universitarie- si assiste ad un ulteriore episodio di incontro-scontro tra il gruppo veneziano, erede delle teorie muratoriane tenute da Samonà ed un gruppo composito costituito da architetti romani e milanesi. I concorsi per le università della Calabria e di Firenze vengono vinti da questo secondo gruppo, dimostrando il vantaggio che costoro avevano assunto sulle posizioni “tipologiche” della scuola di Venezia. A tale scopo appaiono fondamentali gli apporti delle ricerche di Vittorio Gregotti sugli insediamenti e quelle di Franco Purini sulle categorie della composizione urbana. Ma l’episodio che vede netto il confronto è quello relativo al concorso per il centro direzionale di Firenze nel 1976 laddove la copertina del periodico “Controspazio” affiancando in copertina il progetto Rossi-Aymonino –vincitore ex-aequo con il gruppo Samonà- e quello Purini-Battisti-Porta dimostra e mostra all’opinione pubblica la consapevolezza dello scontro in atto. L’uso delle categorie dell’effimero caratterizzerà le ricerche dei primi anni ottanta il cui principale merito pare essere espresso dal successo del “teatro del mondo” grazie al quale un capace Aldo Rossi riesce a dimostrare la fondatezza della valenza tipologica del teatro galleggiante, capace di 1969. Nella sequenza delle tre immagini relative al progetto urbano per la costa a sud-est di Bari, appare chiara la linea della ricerca quaroniana sulla città. Dal “piano direttore” all’edificio e, viceversa, dalla cellula al tessuto, dall’archivio personale dell’autore.

adattare la propria “forma” sia al panorama rinascimental-bizantino di Venezia, sia allo skyline post-moderno di New York e dell’estate romana, vero e proprio “tormentone nicoliniano” che ha avuto il merito di consentire ai migliori architetti romani di lanciare sperimentazioni nel tessuto della città.20 Con l’inoltrarsi degli anni ottanta l’interesse, prima centrale, della questione della abitazione e della politica della casa si marginalizza sempre più. Parallelamente crescono in Europa la coscienza dei valori della città e del paesaggio storico e quindi le preoccupazioni di fronte alle distruzioni operate nel ventennio precedente. Ciò significa anche la crescita di una cultura della conservazione nei suoi diversi aspetti: in quello del restauro monumentale urbano, in quello della difesa del patrimonio ambientale e infine in quello dell’abbandono della modernità per un ritorno ai modelli insediativi e monumentali della città settecentesca e ottocentesca. Insomma il progetto urbano inizia ad incarnare le

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esigenze della classe politica e dei poteri economici che sanno usare questo strumento come promotore della loro immagine corporativa. Non più dunque “imageability” ma “corporate image”. È questo che manca all’Italia: le forze economiche e politiche non sono in grado di impiegare il progetto urbano come uno strumento per rappresentarsi. Ed è infine in questi primi anni ’80 che questa differenza inizia, per l’Italia, a farsi piuttosto pesante. Elencare le iniziative pubbliche europee legate alla valorizzazione dei principali nodi urbani sarebbe superfluo e, nonostante molte di queste siano afflitte da insuccessi o fallimenti resta in sé la bontà delle operazioni e, soprattutto, il riconoscimento pieno della disciplina del progetto urbano con un suo autonomo campo di azione dalle notevoli potenzialità. Nel corso della trattazione è sempre stato posto l’accento sul rapporto tra architettura ed urbanistica col riconoscere, nel distacco progressivo ed irrevocabile tra di esse, uno spazio per la nuova disciplina del progetto urbano, venutosi - con i decenni osservati e gli eventi raccontati - a definire sempre più nella sua essenza disciplinare autonoma. Ma adesso che il progetto urbano è uno strumento reale e concreto di potenziale trasformazione delle nostre città, quale è la distanza fra l’architettura e l’urbanistica? È ancora misurabile ma è proprio il progetto urbano che ha fatto da “cuneo” fra le due, non solo allontanandone ma anche cogliendone alcuni aspetti e facendoli propri. La

1974/79. L’attenzione degli “architetti-urbanisti” si è spostata dalla costruzione dei tessuti al recupero della forma urbana perduta. In queste due immagini (in basso, una tesi di laurea seguita nel ’74 da Franco Purini; in alto gli interventi per l’estate romana del ’79) è evidente la necessità di individuare figure critiche nei confronti della città consolidata. La presenza dei “recinti” consente di far reagire la porzione di città interessata all’intervento, attribuendole nuove figuratività, da Lotus n. 25.

nuova disciplina usa mezzi dell’architettura e dell’urbanistica nel ritagliarsi uno spazio sempre più consistente nel disegno delle città. Da questa “specificazione disciplinare” l’architettura -con la propria autonomia sperimentata negli anni ’70- non ne esce impoverita, tutt’altro; l’urbanistica invece “cede” i suoi strumenti più efficaci al progetto urbano: strumenti come l’analisi urbana, l’identificazione dei tracciati, le regole dell’organizzazione spaziale, le gerarchie monumentali ed, infine, il disegno - che erano dell’urbanistica - a questa non appartengono più essendo parti della nuova disciplina. Questo processo è stato voluto nel corso degli anni ed il prezzo lo paga proprio la disciplina dalla quale tutto partiva.

CONCLUSIONI Sono le contraddizioni interne alla disciplina dell’urbanistica che innescano quella azione che, lentamente, porta alla consapevolezza della disciplina del progetto urbano. È un fenomeno impercettibile, lento, complesso ma, soprattutto nasce e si sviluppa dalle contraddizioni intorno all’urbanistica ed alla voglia di una “nuova dimensione”: il progetto urbano nasce, in questo decennio, da una crisi dell’urbanistica e, negli anni, sarà “tra” architettura e urbanistica. La personale ipotesi, che poi è anche lo scopo della ricerca, è comprendere questo allontanamento, questo distacco con la convinzione che sia l’urbanistica che, allontanandosi dall’architettura, “rivendichi” la sua indipendenza nella disciplina del progetto urbano. Era necessario comprendere, anche sulla scorta degli intenti del Collegio dei docenti il momento della nascita del termine “progetto urbano”, un termine che tutte le ricerche afferenti a questa materia, danno per scontato ma non lo è affatto. In cosa differisce dall’urbanistica, quali erano le sue premesse teoriche, quali i suoi migliori “strumenti” nei diversi periodi fino ad

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1992. Nuove teorie sul progetto urbano: I “Progetti di distruzione” sono una serie di nove tavole trattatistiche di Franco Purini che, coniugando azioni elementari su un tessuto consolidato come quello di Roma, codifica un capitolo della ricerca sul disegno urbano ancora oggi in fase di scrittura. Dice Purini: “Solo l’idea della distruzione in quanto artificio logico capace di rigenerare dal suo interno la nozione di progetto come “inchiesta letteraria” sembra in grado, dopo la caduta del muro di Berlino, la più importante creazione urbanistica del ventesimo secolo, di corrispondere alle nuove necessità di quella “rappresentazione” postmetropolitana che deve prendere il posto della funzionalizzazione infrastrutturle degli insediamenti. Alternativa estremistica all’ipotesi riformistica del museo... la “distruzione” dovrebbe consistere in un processo di simulazione di scenari liberatori dell’esistente nei quali il “vuoto” risultante dalla eliminazione di tracciati e di tessuti, di luoghi e di monumenti sia il simbolo steso di configurazioni future.” Archivio studio Purini-Thermes. A sinistra: “distruzione della centralità”. A fronte: “distruzione della regola”.

oggi? Una ricerca scientifica insomma, nella quale nulla è dato per scontato e tutto è letto attraverso un unico filtro: quello del progetto urbano. Non è stato facile rinunciare al fascino di una ricerca intorno ad un argomento così definito da argini che consentisse di sentirsi “sicuro” di essere l’unico a conoscenza di tutto quello che su quell’argomento esistesse. Di fronte alle indicazioni del Collegio dei docenti, tre anni fa, prendeva le mosse, prudente la ricerca di un tema “efficace”, di forte presa sui miei docenti e colleghi ma, soprattutto, affine alla formazione di chi scrive. Si è intrapresa allora, una ricerca sui concorsi di architettura in Europa come “strumento per la ricerca intorno al progetto urbano”. Ben presto però ci si è accorti della difficoltà di un ambito di ricerca a livello europeo e, tornati sull’argomento si è inteso compiere uno studio su di un fenomeno provvisoriamente definito “perturbazioni urbane”. Questa definizione, del tutto personale, intendeva porsi come corollario di uno studio sui fenomeni indotti dai grandi interventi urbani sullo sviluppo delle aree di frangia. Si è molto creduto a questo tema ma, nel ricercare veniva a mancare una base solida sulla quale posare l’apparato scientifico della stessa. L’equivoco era proprio all’origine del lavoro: non si era in grado di definire il campo della ricerca perché non se ne conosceva l’estensione. Dunque si è deciso di fare quello che inizialmente era ritenuto un errore: allargare il più possibile il campo dell’analisi ricercandovi l’impalcatura conoscitiva sulla quale basare una ricerca non tanto sugli elementi di margine ma sul soggetto centrale: il progetto urbano. Aggredire al cuore, questa la strategia. Su tutto la consapevolezza di una difficoltà durante lo svolgimento della ricerca: l’arco temporale. Una ricerca che dal 1950 giunge agli anni Novanta presta il fianco a critiche

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che, seppur lecite, non distolgono dalla convinzione della necessità del “ricercatore” di essere a conoscenza di tutti i fatti legati alla disciplina della quale da adesso ci si interesserà. Un’ultima obiezione non si intende ricevere supinamente: quella in merito alla presunta appartenenza di questa ricerca ad un campo eminentemente storico. A questa preoccupazione rispondono direttamente le ricerche degli architetti che della storia fanno il punto di partenza per i loro “trattati”. Comunque rispetto a quest’ordine di problemi sono necessarie alcune considerazioni finali. Si è sempre partecipato al Collegio dei docenti il timore di stare calpestando un terreno non proprio e la sensazione di faticare parecchio nello scoprire elementi nuovi nel dibattito rendeva i progressi faticosi; ma, alla resa dei conti va anche detto che tutto questo era necessario; si presuppone che con il dottorato inizi la carriera nel campo della ricerca e si crede anche che tale percorso si confermerà nella direzione che si è intrapresa con esso. Si è dunque creduto necessario condurre questa ricerca sì lungo “l’ascissa” tempo ma non dimenticando mai “l’ordinata” progetto urbano così che l’incursione negli anni Cinquanta e Sessanta non apparisse un resoconto storico bensì una ricerca continua ed ansiosa delle tracce prima, degli strumenti poi, del progetto urbano in Italia. Il presupposto stesso del ricercare, ovvero il rivendicare da parte degli “architetti-urbanisti” una loro competenza sulla città, è una prerogativa degli anni cinquanta quindi la “frequenza” di quegli ambiti era obbligatoria. Ne risulta un quadro che potrà apparire ovvio ai più -pochi invero- ma che individua al suo interno quei (per dirla con Barthes) frammenti di un discorso che, letti in una certa chiave, danno la misura dei progressi nella disciplina

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del progetto urbano. Proprio questa lettura consente di percepire il passaggio dall’urbanistica, al disegno delle città, al disegno urbano, al progetto urbano fino alla disciplina accademica: la progettazione urbana. Tutto ovvio, ma quante cose che riteniamo ovvie poi conosciamo davvero? Si è appreso in questi tre anni, dall’esperienza ma anche per la fortuna di aver potuto frequentare amici afferenti ad altri Collegi di Ricerca, quanto sia importante l’apparato scientifico, forse più della ricerca stessa. La qualità di una ricerca si giudica anche in base a quanto questa possa però esserne indipendente: se il testo “sopravvive” anche senza il suo apparato l’esame è superato. Dunque si considera l’apparato scientifico il vero strumento della ricerca. Questo è costituito da tre sezioni: la prima documentaria, ospita quattro elementi quali il comunicato con gli intenti del Collegio dei docenti che mostra le linee tracciate per la ricerca; il programma del corso di urbanistica tenuto da Quaroni a Firenze nel 1958/59 che testimonia come in quegli anni la ricerca nel campo dell’urbanistica, fosse affidata proprio, come vedremo nel testo, allo strumento del quartiere portando l’urbanistica stessa verso le sue valenze di disegno della città; vi è poi il testo inedito di una conferenza che lo stesso Quaroni tenne a Bari nel 1967, densa di riferimenti ad una disciplina che era prossima alla sua codificazione; il quarto elemento della prima sezione è la relazione che S. Dierna e F. Karrer presentano al convegno Ises sull’università a Roma nel 1970, testimoniando il ruolo che le strutture universitarie andavano assumendo nel controllo delle città. La seconda sezione, così come la terza, è bibliografica; questa è composta dalla bibliografia dove i testi sono presentati in ordine alfabetico e, poi, cronologico: la classificazione per data di pubblicazione è utile a comprendere il succedersi dei testi e (talvolta) il loro influsso sugli architetti-urbanisti. La terza sezione è forse la più importante: più di un anno della ricerca è stato dedicato, oltre che alla formazione di una bibliografia, alla ricerca sulla maggior parte dei periodici italiani di settore dei contributi al dibattito sul progetto urbano. Questo materiale è stato raccolto, classificato, rilegato per annate e riversato in un archivio che costituisce, appunto, la terza sezione dell’apparato. La ricerca si è dunque svolta su materiale inedito, testi editi ed il corpo delle riviste di

1972. “Premonizioni della parosia urbanistica”. Una delle “dodici città ideali” che il Superstudio teorizza sulle pagine di Casabella, da Casabella n. 378.

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settore. Si è deliberatamente rinunciato allo strumento dell’intervista poiché oltre che in certi casi impossibile (a meno di non simulare le più note “interviste impossibili”) il numero di queste sarebbe stato troppo elevato. Si intende fare uso di questo strumento in una fase successiva della ricerca. È opinione di chi scrive che, nonostante tutto, questa ricerca debba essere completata. La necessità del suo completamento sta nel fatto che, conoscendo esattamente ciò che ad essa manca, si è sicuri del punto di arrivo in momenti successivi. Questa consapevolezza però non indica incompletezza, tutt’altro: si è deliberatamente scelto di non approfondire delle sezioni che, altrimenti avrebbero reso questo testo troppo “strumentale” ad esse, sminuendolo. Si è rinunciato, come già detto, alle interviste che avrebbero dovuto essere troppe per racchiuderle nei tre anni di ricerca; si è rinunciato all’indagine sul progetto urbano negli anni più recenti, poiché questo oltre a costituire una ricerca a sé è stato indagato meglio di quanto si sarebbe potuto fare da molte angolazioni da altre ricerche di dottorato che si è avuto occasione di consultare; si è rinunciato, infine, ad un tema che era stato suggerito e si ritiene importante: la didattica del progetto urbano che credo sia il migliore e più inedito ambito di ricerca che si potesse intraprendere. Questi elementi spero potranno costituire la logica prosecuzione della ricerca all’interno delle strutture universitarie. Se il dottorato serve a fornire solamente una ricerca allora non sta a me giudicare questa mia; se invece il dottorato serve a formare un ricercatore negli strumenti che gli serviranno a muoversi in quel campo, allora credo che il dottorato sia stato per me fondamentale.

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Si fa riferimento a “Ladro di bambini” che, insieme a “Lamerica”, offre un resoconto “neorealista” di un certo sud che, dopo il grande interesse suscitato negli anni sessanta e settanta grazie anche all’intervento di grandi meridionalisti, è diventato il luogo geometrico dei buoni sentimenti nazionali grazie anche ai racconti filmici di registi come Gabriele Salvatores che del sud hanno colto invece solo il lato “affettuoso” e pittoresco (si veda “sud”). 2 Si allude al rapporto tra i termini “sviluppo” e “progresso” nella definizione data da Pier Paolo Pasolini ne “Le ceneri di Gramsci”. Lo “sviluppo” ha una valenza negativa, contrariamente a quella positiva data al termine “progresso”. 3 Le regioni meridionali dell’Italia sono per la Comunità Europea ad “obiettivo 1”. Questo privilegio consente sostanziosi finanziamenti a fronte di progetti di sviluppo e crescita di attività economiche. Questo canale di finanziamento, destinato a diminuire con l’ingresso nella comunità di paesi più bisognosi, è attivo da diversi anni e solo nell’ultimo triennio il mondo professionale ha iniziato ad adeguarsi a quest’offerta. Su questo strumento le amministrazioni stanno facendo un affidamento tale da indurre a prevedere una crisi dovuta alla temporaneità dell’iniziativa. 4 Citazione tratta da: L’epopea di Gilgamesh, Ed. Sellerio. 5 I testi dai quali è partita la ricerca che qui illustro sono quelli scritti da architetti o studiosi italiani che possono essere attinenti al “progetto urbano” e che abbiano una giusta distanza dagli eventi. Questi sono, in ordine di consultazione: B. Gravagnuolo, Il progetto urbano in Europa, Laterza 1999; A. Acocella, L’edilizia residenziale pubblica in Italia dal 1945 ad oggi, Cedam, Padova 1980; Giovanni Durbiano, I nuovi maestri, Marsilio 2000; F. Tentori, l’Architettura contempora-

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nea, Gangemi 1999; A. Lanzani, Immagini del territorio e idee di piano 1943-1963, Franco Angeli, Milano 1996. 6 Negli ultimi tre anni, grazie a posizioni personali che si vanno aprendo al pubblico ed all’influenza delle ricerche di dottorato sul tema, il panorama editoriale offre testi che esaminano la posizione degli architetti italiani impegnati sul tema del disegno urbano, con chiarezza e dovizia di notizie. Un esempio per tutti è offerto dal testo di Giovanni Durbiano dal titolo I nuovi maestri che rende possibile comprendere con chiarezza i rapporti che, negli anni sessanta, si intessono intorno alle figure di Aldo Rossi e Carlo Aymonino grazie alle riunioni di Roma e Milano dell’Unione Internazionale Studenti. 7 Sulla politica dello stato in materia di ricostruzione, la ricerca di Alfonso Acocella sull’edilizia residenziale pubblica fornisce un quadro al quale nulla deve essere aggiunto. Cfr. A. Acocella, op.cit. 8 L’editoriale di Giovanni Astengo “Nuovi quartieri in Italia” del 1951, in un numero monografico di Urbanistica esamina, con un’enfasi giustificata gli interventi pubblici residenziali che fino ad allora (in pratica una parte del 1° settennio Ina-casa ed il Piano Fanfani) si erano realizzati; inoltre questo saggio commenta la “mostra della ricostruzione” tenuta a Roma nel 1950. “la mostra della “Ricostruzione” allestita a Roma nel 1950 dal Ministro dei LL. PP. e della quale preferiamo ancora tacere, fu la più esplicita dimostrazione di qual grado di dispersione si potesse raggiungere con iniziative non coordinate e la più chiara denuncia della mancanza di un’ossatura nelle opere e nell’edilizia di stato. Migliaia di bandierine segnavano sulla pianta di un centinaio di città l’ubicazione delle case per i senzatetto. Ma le bandierine non segnavano in questo caso vittorie: bastava un’occhiata a questa disseminazione di case piovute dall’alto per rendersi conto della completa casualità ed assurdità di tali ubicazioni… (in Urbanistica n.7/1951). 9 Luigi Piccinato rivendica l’innocenza degli enti nella sfortunata scelta delle aree destinate ai quartieri, vera piaga del decennio: “…e molte volte la colpa non è affatto dell’ente che realizza: l’Ina casa per esempio solo raramente ha avutola fortuna di cogliere aree urbanisticamente adatte. Il più delle volte ha dovuto accettare invece le proposte dei Comuni. E i Comuni sono ben lieti di offrire le uniche aree disponibili, un relitto lungo la zona ferroviaria, un pezzo del magro giardino pubblico, un’area qualunque purché facilmente collegabile alle fognature e all’acquedotto, il campo della fiera in disuso, un po’ di campagna in fregio alla statale”. In Urbanistica n. 14/1954 p.67. Questa polemica che puntualmente ritorna quando si parla di quartieri è comprensibile: come è possibile condurre una ricerca seria sulla città, sul quartiere come parte di questa, sull’uomo, se i terreni offerti agli Istituti dalle Amministrazioni (o dagli stessi istituti) con la città non hanno nulla a che vedere? 10 A proposito dei valori “sociali” dell’architettura di quegli anni e forse anche degli eccessi ai quali in qualche caso questi hanno portato è utile citare una frase di Renato De Fusco a proposito dell’“orientamento realistico degli anni ’50 e ’60, quando prima di progettare un pollaio si richiedevano indagini economiche e inchieste sociologiche”. Nel periodico op. cit. n° 65, p. 6. 11 L. Benevolo in Casabella 242/1960, p. 34. 12 In merito al rapporto tra centro direzionale e città regione Aldo Rossi dice: “A ben guardare, questa necessità o volontà di fissare alcune infrastrutture capaci di offrire la garanzia di sviluppo della città per punti - offrendo nel contempo la massima libertà compatibile con un vincolo determinato - è diventata il maggiore momento di applicazione dell’urbanistica italiana di questi ultimi anni …Però rispetto alle prime formulazioni di queste teorie… il dibattito si è arricchito di un elemento nuovo. Si tratta della nuova dimensione dell’area metropolitana, della esistenza della città-regione come di un fatto obiettivo di cui bisogna tener conto se non si vuole operare in astratto su di una città, più o meno tradizionale, più o meno capace di rinnovarsi.” A. Rossi, Casabella 264, p. 3. 13 La “città regione” è un concetto che consente agli architetti-urbanisti di trovare un campo di applicazione delle loro ricerche che non fosse più la scala limitata del quartiere, bensì quella “vera” della città, del territorio; questa formalizzazione avviene in occasione del Seminario sulla “Nuova dimensione della città - La città regione” tenuto a Stresa il 16-21 gennaio 1962. In quest’occasione è percepibile l’inizio di un periodo di nuove sperimentazioni dalle parole che Ludovico Quaroni usa in occasione di quel seminario: “Fino a qualche anno fa una struttura edilizia era immaginata, progettata e costruita per una pratica eternità: superava cioè con la sua vita lo spazio e il tempo che ragionevolmente può interessare le previsioni umane Attualmente, viceversa, il consumo delle strutture urbane va facendosi ogni giorno più rapido, sia per effetto dei rapidi mutamenti delle richieste sia per gli effetti, non trascurabili, della massa sempre maggiore di capitale a disposizione per il rinnovo della città. È possibile dunque, o sembra possibile, in una città regione ottenere, attraverso una pianificazione articolata… la realizzazione di quella pianificazione fluida, continua… Siamo lontani dalla forma nel senso geometrico… Tutti i tentativi di visualizzazione, da parte degli architetti, della città moderna, sono validi solo se presi come town design, cioè come proposte da realizzare ben limitate nel tempo e nello spazio … Sulla ‘forma’ della città queste sono le mie parole: generiche, oscure, vaghe, non impegnative. Potrei essere più chiaro, più esplicito e più persuasivo, se qualcuno si decidesse, una città, a farmela disegnare”. Appunto per l’intervento di L. Quaroni al Seminario sulla “Nuova dimensione della città - La città regione. Il testo completo è contenuto nel testo La città Fisica op.cit. p. 137. Da questa chiosa si comprende anche l’ansia di disegnare nuove città che pervade il Quaroni autore sei anni dopo del piano regolatore di Bari, esempio unico in Italia di piano direttore fisico, infrastrutturato e, soprattutto vigente ed in via di realizzazione. 14 Fu proprio lo stretto contatto con questa associazione che consentì a Rogers di assumere il ruolo di leader carismatico nella considerazione degli studenti della Facoltà di Architettura di Milano che, direttore di Casabella, furono solerti a costituire il Centro studi Casabella, importante luogo di verifica delle teoria sulla città. 15 Aldo Rossi, Casabella 264, p. 3. 16 Invito a leggere, a tale proposito il commento di Aldo Rossi sugli esiti del concorso per la ridefinizione urbanistica della “sacca del Tronchetto” a Venezia. Perché tanto interesse per delle note critiche ad un concorso come questo? Per due motivi: innanzitutto perché è il secondo concorso importante su Venezia nel giro di cinque anni, poi perché siamo nel 1964, a due anni dall’uscita del libro di Rossi sulla città. È dunque interessante ascoltare quello che il nostro ha da dire soprattutto perché ha da ridire sui risultati “Lo scopo di queste considerazioni è quello di cercare di affrontare alla luce di una esperienza concreta –il concorso per la sacca del tronchetto a Venezia- alcune posizioni che vanno prendendo sempre più consistenza” Sono proprio le “posizioni che vanno prendendo sempre più consistenza” che interessano. Queste posizioni Rossi le trova solamente in un progetto fra quelli presentati al concorso: si tratta del progetto “Novissime”

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del gruppo Samonà, Dardi, Mattioni, Pastor, Polesello, Samonà, Tamaro, Semerani, Trincanato. Per due motivi Rossi trova questo progetto interessante: il primo è che offre una chiara idea di Venezia, di “venezianità” verrebbe da aggiungere; il secondo è che si occupa della trasformazione della città riferendosi alla sua forma urbana. Rossi giudica i progetti dunque in base a valenza urbane; quella sua si trasforma da una semplice critica in un vero e proprio saggio tanto è vero che ad un certo punto egli ci parla della “struttura urbana” addirittura usando questo termine come titolo di un paragrafo che inizia dicendo “Non è ancora certamente del tutto chiaro cosa intendiamo quando parliamo di struttura urbana come campo di studio specifico; siamo però in grado di offrire delle esplicitazioni di questa ricerca a cui da molte parti si va lavorando”. Anche Rossi riconosce che la disciplina che studia la struttura urbana, il progetto urbano, non è formata e nel contempo però riconosce un lavorìo diffuso in più luoghi. È chiaro che Rossi allude alle conclusioni del seminario di Arezzo del 1964 ovvero al lavoro svolto dalla scuola accademica romana, così come dai giovani architetti-urbanisti italiani. 17 Con gli studi di strutture urbane del 1966 Purini mette in scena già tutto il suo patrimonio formale, il suo metodo di lavoro… intasando di segni le immagini, di cui però ricerca una solida compattezza, se non una fisica “finitio”… La sua ‘costruzione’ tende a farsi babelica in quell’associare forzatamente… tante indicazioni progettuali e tante espressioni tecnologiche. Tuttavia non scivola mai in illusoria visione perché ogni elemento è descritto, sino a farsi proponibile, senza fughe utopiche. Dalla prefazione di F. Moschini, Luogo e Progetto, Magma ed., Roma 1976 18 Credo non sia azzardato dire che il vero lavoro legato alla ricerca degli strumenti reali per il controllo “formale” della città è, nel quadriennio dal 1964 al 1967, su di un altro livello e, come una bolla d’aria vive un periodo di lavoro “sommerso”. Dopo la fine del centro studi Casabella le ricerche dei principali protagonisti scompaiono dai tavoli da disegno per “immergersi” in una apnea che avrà fine solo con la pubblicazione quasi simultanea dei testi di Vittorio Gregotti, Il territorio dell’Architettura, 1964, di Carlo Aymonino, Origine e sviluppo della città moderna, 1965, di Aldo Rossi, L’architettura della città, 1966, di Ludovico Quaroni, La torre di Babele, 1967. Tale produzione editoriale porterà le basi delle direzioni “accademiche” della disciplina e, soprattutto, non avrà mai più riscontro in Italia. 19 Come lo definisce Quaroni recensendolo sulle pagine di Casabella n° 236 1960, pp.19/20. 20 La descrizione della situazione che dipinge Laura Thermes appare chiara: “Gli anni ottanta sono alle porte, gli architetti si contano e si confrontano in varie mostre tutte contraddistinte, pur nella loro diversità, da un programmato distacco da questioni concrete. Così “Assenza e presenza a Bologna, così come “Roma interrotta”, così come la rassegna organizzata dalla biennale di Venezia. Sembra che gli architetti coinvolti in queste iniziative tendano a prendere le distanze dalla loro opera precedente per ricostruirsi una intatta disponibilità alle avventure del post-modernismo. Alcuni ironizzano più o meno sottilmente; altri si concedono spazi creativi per recuperare, avvilendo precedenti vicende professionali, l’ondata fantastica; altri ancora prolungano nelle mostre la loro fede nelle provocazioni figurative… pochissimi infine sanno usare responsabilmente queste occasioni per arrivare al centro di “qualche” problema di architettura”. L. Thermes, Il Nolli: dodici architetti e una città, in Controspazio, 4/1978, p.2.

2000. M. Ferrari. Progetto di riconversione dell’ex scalo merci della Stazione Centrale di Prato. Immagine del modello a scala urbana.

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DOTTORATO DI RICERCA IN PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA E URBANA (X ciclo)

dottore

Antonio Capestro coordinatore

Prof. Piero Paoli relatore

Prof. Piero Paoli

INTERPRETARE I TERRITORI DELLA COMPLESSITÀ

L’obiettivo che la ricerca si è proposto consiste nella individuazione di una strategia di intervento su città e territorio basata su una rinnovata domanda di città indagata attraverso un percorso si lettura del fenomeno urbano coinvolto dalla discontinuità ed accelerazione degli eventi attuali. In un momento di mutazioni rapidissime città e territorio si trovano ad affrontare fasi di sviluppo o di crisi a seconda che riescano ad elaborare un know-how di risposta alla evoluzione esponenziale dell’attuale divenire in accelerazione. La città e la società contemporanea sono, sostanzialmente, diverse dalle epoche precedenti perché costrette ad assimilare il cambiamento esponenziale come un valore in cui sapere elaborare capacità di orientamento esistenziale e modelli strategici che, valutando ogni aspetto di una realtà dinamica e fluttuante, siano in grado di indirizzare la trasformazione verso risposte urbano-territoriali adeguate ed alternative. Tra continuità e innovazione la Progettazione Urbana e Architettonica deve essere in grado di maturare valori di riferimento e habitus mentali per navigare nel cambiamento. In questo senso lo stesso concetto di crisi può assumere un significato positivo se ne viene recuperato il significato etimologico: crisi deriva dal greco “krìno” che vuol dire “interpretare”. Quindi la crisi della fase di passaggio all’era di industrializzazione avanzata può essere ripensata nell’accezione di positività L’assunzione di un knowhow di interpretazione complesso dell’attualità in divenire non può prescindere dalla valutazione critica di un tessuto di strutture, di culture e di assetti ereditati: il progetto della città attuale, basato su una metodologia di intervento complessa, si pone, così, tra continuità e innovazione. -

Continuità rispetto alla struttura fisica, ereditata, prima, dalla città preindustriale e, poi, dalla città industriale modificata dalle rivoluzioni dei processi produttivi;

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innovazione introdotta dalla doppia rivoluzione in atto: quella informatica, che agisce sull’organizzazione della struttura urbana e territoriale, e quella terziaria che riguarda la ristrutturazione integrale dei processi produttivi.

All’interno di queste tematiche la Progettazione Urbana si trova a dover vagliare ed elaborare strategie possibili di intervento non basate sulla programmazione ma su progetti

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di indirizzi flessibili e dinamici in grado di ridefinire i rapporti fisico-relazionali integrando: -

matrici culturali, che esprimono valori inusitati derivanti dalle implicazioni introdotte dalla ristrutturazione della produzione e dalla multidimensionalità degli scambi;

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esigenze funzionali e assetti spaziali considerando i diversi sistemi fisici e funzionali generati, o comunque condizionati dalle due rivoluzioni in atto (produttiva e tecnologica). Questo in un sistema di relazioni che non facciano più riferimento ad un modello gerarchico ma piuttosto ad un modello a rete interattivo e complesso.

Premesso che, si sta verificando una sfasatura fra struttura (di città e territorio) e cultu-

Prima fase: urbanizzazione.

ra (della comunità e della società) che, nel passato, divenivano l’una espressione dell’altra in forma integrata, la città inserita in un sistema di relazioni globali sta lentamente reagendo al “disagio della modernità”. Nella reinterpretazione e nella ricomposizione dei caratteri della città, delle valenze e delle influenze del territorio, infatti, la “città-elenco”, industriale, espressione di una organizzazione funzionale e concettuale sovraimposta alla morfologia fisica e sociale del sistema urbano, sta cedendo il passo ad una città-ipertesto dove le variabili di innovazione in continuo progredire, da fenomeno di destabilizzazione possono tradursi in opportunità di scelte, di rimandi, di connessioni che modellano la città come palinsesto. Una parte della ricerca si sofferma nell’ambito di questi ragionamenti per indagare sulle modificazioni strutturali dall’era industriale a quella postindustriale.

Seconda fase: suburbanizzazione

La lettura della struttura urbana viene svolta attraverso quattro fasi: l’urbanizzazione, la suburbanizzazione, la disurbanizzazione e la riurbanizzazione. Fasi lette come momento di passaggio attraverso tre forme di città: città-testo, città-elenco, città ipertesto.

Dalla città-testo alla città-elenco In generale la rivoluzione industriale produce una struttura urbana monocentrica dove convivono produzione e gestione politica, economica e culturale. Essa è luogo di relazioni gerarchizzate. Poiché incentrata sulla teoria della localizzazione, essa produce una geografia di attività organizzate per poli e luoghi inseriti nel modello di gerarchia urbana dove lo spazio, non compreso tra le polarità, viene inteso come distanza tra poli e non come campo di forze e di relazione. In particolare la città industriale è il risultato dell’applicazione di due modelli: il modello fisicista, che riduce

Terza fase: disurbanizzazione.

la pianificazione urbana a manipolazione dell’ambiente fisico che, solo in seconda battuta, interferisce sulle modificazioni del comportamento sociale ed economico; il modello funzionalista che riconcettualizza il territorio in termini di uso. Entrambi i modelli collaborano a definire l’assetto strutturale, funzionale e morfologico della città, ma riassumono in chiara forma urbana quegli aspetti del cambiamento che precedentemente sono state individuate nella fase di urbanizzazione e suburbanizzazione. Nonostante il fenomeno dell’urbanizzazione avesse richiesto concentrazione ed una centralizzazione delle funzioni di controllo e di produzione in conseguenza delle logiche di una economia di scala, non si vennero a creare quasi mai fattori di coesione e di interazione fra le varie parti, anzi la sovrapposizione della componente industriale ad una struttura prevalentemente artigianale e statica provocò fenomeni di congestiona-

Quarta fase: riurbanizzazione.

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mento del contesto urbano, soprattutto dei luoghi centrali. Il passo successivo alla urbanizzazione fu quello della suburbanizzazione, cioè la razionalizzazione della espansione della città ormai insufficiente a contenere le spinte delle masse operaie inurbate. Le aree al margine della città originaria furono occupate ed organizzate in funzione della classe emergente, almeno in un primo periodo, laddove vi erano luoghi non ancora edificati e particolarmente significativi dal punto di vista ambientale. In sostanza, dopo la prima fase centripeta, la città industriale si aprì ad una seconda fase, centrifuga, caratterizzata da due aspetti importanti che infrastrutturarono la città ed il territorio su più scale: -

da un lato, furono costruite strade e ferrovie, al di là delle mura nel territorio extraurbano e regionale, per sostenere la commercializzazione della produzione industriale;

Dinamiche di un’organizzazione monocentrica.

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dall’altro la gestione centralizzata del potere costituì l’occasione per l’infrastrutturazione del territorio urbano e metropolitano sia per scopi funzionali, (cioè permettere il collegamento tra i vari poli urbani e di questi con le frange periferiche), e sia per adeguare la forma urbis, perlopiù di impronta medioevale, ai criteri di grandiosità ispirati dal progresso economico inaugurato dalla rivoluzione industriale.

Alla base di questi fermenti di riorganizzazione urbana l’esigenza di programmare e razionalizzare l’assetto delle masse inurbate in maniera esponenziale, nonché la localizzazione degli insediamenti produttivi e dei sistemi ad essi connessi. Ma fu appunto questo andamento razionalizzante della urbanizzazione che costituì il trauma della città ottocentesca e la rottura di un equilibrio urbano stabilizzato nella città preindustriale favorendo un modello di organizzazione monocentrica.

Dalla città-elenco alla città-ipertesto Se il passaggio strutturale dalla città preindustriale (città-testo) alla città industriale Dinamiche di un’organizzazione policentrica.

(città-elenco) si avverte principalmente attraverso le due fasi, finora descritte, della urbanizzazione e della suburbanizzazione, con tutti i sistemi indotti, l’avvento del periodo postindustriale sottolinea la transizione dalla città industriale (città-elenco) alla città iperindustriale (città-ipertesto) attraverso le altre due fasi: quella della disurbanizzazione e della riurbanizzazione. Queste fasi furono avviate, in nuce, dal modello di città-giardino, inaugurato a Letchworth da Howard ed applicato altre volte in altre città. Volendo rappresentare una controtendenza nella fase di metropolizzazione, che interessò soprattutto le capitali come Londra e Parigi, tale modello non riuscì a dare una svolta ai processi di riorganizzazione urbano-territoriale. Tuttavia influenzò, in parte, la fase della deurbanizzazione (o disurbanizzazione): cioè la fase in cui ci fu un movimento centrifugo nel territorio, oltre la periferia metropolitana, nei centri minori della regione e sottolineò i primi aspetti della crisi organizzativa industriale. Questa tendenza introduce, così, modelli di organizzazione policentrica e la riconsiderazione del territorio e delle potenzialità delle infrastrutture appare come il primo sintomo di riscoperta delle opportunità di un equilibrio tra nuclei urbani di varie dimensioni e territorio.

Dinamiche di un’organizzazione fluida.

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L’ultima fase, quella della riurbanizzazione, fino a qualche anno fa era reputata una


tendenza più che una realtà nei processi strutturali urbani. Considerata come un fenomeno di ricambio qualitativo della popolazione, si verifica per effetto di due andamenti opposti: al continuo flusso verso la periferia della popolazione, economicamente più debole, si oppone il controflusso del movimento del ceto medio desideroso di ritornare nel centro della città, da rigenerare nell’aspetto fisico e da rendere espressione di uno status. È la cosiddetta “gentryfication” che sta interessando il nucleo centrale delle aree metropolitane. L’equilibrio tra i fenomeni di riurbanizzazione e disurbanizzazione che, in alcuni casi almeno fino agli anni Ottanta, sono stati ancora considerati degli epiloghi della configurazione della città prodotta dall’industrializzazione, può costituire occasione per il progetto della città sia rispetto al suo ruolo e sia rispetto ad un hinterland che si ridefinisce su più scale di riferimento, da quella fisica a quella relazionale, dal locale al globale. Resa vana la reciprocità tra industria ed urbanesimo, infatti, ad un assetto polarizzato, specializzato e gerarchico si sostituisce, in tendenza, uno spazio di reti e di flussi (di persone, di beni, di servizi ed informazioni), che sovvertono l’ordine statico indotto dall’urbanizzazione industriale aprendo a dinamiche relazionali amplificate nello spazio e nel tempo. In sostanza dalla città-testo, dove come in un testo, il percorso di lettura è predefinito, ci si avvia

A. Capestro, Paesaggio a fruizione complessa. Schizzi di studio, 1988.

verso una città-ipertesto. Nell’attuale, il testo città si fa sempre più complesso e la sua fruizione, dunque, si avvicina più alle logiche dell’ipertesto che presuppone molteplicità delle scelte e delle opzioni. Non solo. I complessi fenomeni di cambiamento richiedono una diversa reinterpretazione delle fasi di disurbanizzazione e di riurbanizzazione che hanno interessato, seppure separatamente, la città e le aree metropolitane in genere.

Un cambiamento senza crescita Fino agli anni ’70 si è ritenuto che crescita urbana fosse sinonimo di crescita fisica della città rispetto ad un ambito territoriale e che l’organizzazione della sua struttura fosse fondamentalmente razionalizzabile per parti omogenee e distinte. Dagli anni ’80, il termine crescita confrontandosi con il termine crisi ha cominciato ad assumere valenze particolari imboccando la strada del “cambiamento senza crescita” riferibile a diversi tipi di territorio, spaziali e non. Ciò ha comportato la trasformazione dell’esistente, del riuso, del recupero ma anche la considerazione di assetti extra moenia che contemplavano, oltre che sistemi strutturali fisici, anche la messa in valore di risorse e di interessi da inventare. L’arresto della espansione, la riqualificazione urbana e le nuove formule di significatività per città e territorio, il marketing urbano, la globalizzazione delle risorse e la localizzazio-

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ne degli eventi, diventano termini di coniugazione del paradigma della complessità attuale e segnano definitivamente il passaggio, in questo senso, dall’Urban Planning all’Urban Design. Il Disegno Urbano mira alla trasformazione della città costruendo una trama di sistemi definiti su varie scale di rapporto degli assetti sia relazionali e culturali che fisici. La città, in questa logica, appartiene a più reti di relazioni e la centralità non è più un attributo della località ma diviene dimensione da modellare in un sistema strutturato a rete e basato su forze di partenariato che richiedono, nella politica urbana, una pianificazione strategica degli interventi ed una attenzione alle regole di cooperazione Modello relazionale fluido.

tra le città. Compromessa, infatti, la gradualità delle scale (urbana-territoriale, di settore, privata), peraltro già gravemente modificata dagli indotti sociali ed urbani della rivoluzione industriale, emerge come valore la capacità di rapportarsi ad un unicum sociale che non è più necessariamente la propria comunità urbana. Vengono introdotte nuove forme di rapporto in divenire, nuovi modi di pensarsi come collettività in una dimensione fluttuante e mondiale. Localizzazione e globalizzazione degli interessi costituiscono, così, i nuovi ingredienti dell’orientamento esistenziale; le nuove tecnologie di comunicazione, infatti, introducendo il concetto di rete permettono di passare dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, nelle scala dei rapporti, inserendo nuovi termini di valutazione della realtà basata sulla discontinuità, sulla diversità e sulla pluralità degli eventi. Se prima questi fenomeni erano avvertiti come il sintomo della crisi, ora diventano elementi strutturanti dei temi della progettazione urbana, figure del rinnovo urbano, appunto: temi che non seguono la via della continuità, della successione, della razionalizzazione lenta degli eventi dal momento che questi si presentano discontinui e cangianti. Anzi l’accelerazione del loro cambiamento assurge ormai a valore da assimilare, da gestire e codificare. Superato, dunque, il modello gerarchico industriale, che ha prodotto la città-elenco

Sistema fluido: tra organizzazione e relazione.

(dove i sistemi e le loro interazioni erano chiare) si creano le premesse per un modello più flessibile che, nella ricerca sarà indicato come modello fluido (basato sulla complessità delle interazioni dei sistemi) per ricercare nuove valenze di continuità interpretando la discontinuità, il dissenso, la differenza, il decentramento e la dispersione e formulando strategie, ma anche know-how di progettazione per la città proiettata in un territorio di complessità. Saper sentire per valutare ogni aspetto della quotidianità, che si sviluppa su più livelli dimensionali (dalla rete globale alla rete locale) e saper negoziare con i fatti, interagendo con essi in maniera propositiva per estrapolare da essi i dati necessari ad inventarsi, portano, infatti, ad una amplificazione del concetto di processo: non solo la realtà attuale è contraddistinta da un divenire in accelerazione e leggibile sottoforma di processo, ma, all’interno di esso, una molteplicità di soggetti mettono in atto il proprio personale processo di appropriazione dello spazio fisico ed esistenziale. Nei modi e negli usi la città si sta già trasformando in un ipertesto, quindi, in cui ognu-

Nodalità complessa di vocazioni locali ed interessi globali. Schemi tratti da A. Capestro, “La cittàprocesso”, in AA. VV., “Metamorfosi urbane. Scenari e progetto”, Alinea 1997, pp. 123-136.

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no può sviluppare un proprio itinerario conoscitivo ed esperenziale. La fruizione della città diventa ipertestuale perché permette, “un uso allargato” del contesto urbanoterritoriale, e questo implica una complessità delle scale relazionali


In sostanza è cambiato il modo di leggere, di interpretare e di esperire la città ed il territorio: mobilità d’interessi, tendenza alla soggettività, desideri che incrementano la scala dei bisogni, capacità di valorizzare risorse e vocazioni, rendono la fruizione della città interattiva e la modellano come caleidoscopio di possibilità.

Complessità: le nuove forme della continuità Uno degli aspetti di innovazione più evidenti che segnano il passaggio al Terzo Millennio fa riferimento al concetto di complessità: la complessità è un evidente fattore caratterizzante e destabilizzante dell’attuale momento di transizione verso l’industrializzazione avanzata. Non la si interpreta, né la si organizza attraverso modelli prestabiliti e rigidamente strutturati, ma la si orienta e la si progetta nel tempo attraverso valutazioni che modellano interventi strategici. I principi fondamentali che caratterizzano la complessità hanno contaminato l’ambito della produzione scientifica ed industriale; hanno suggestionato la natura degli scambi, delle merci e delle interazioni dei soggetti sociali, ma soprattutto da fenomeno destabilizzante dell’assetto strutturale dei contesti urbano-territoriali si sta convertendo in motivo ispiratore degli interventi di riqualificazione, rielaborazione e reinvenzione della città, dei sistemi che la compongono e delle interazioni possibili con tutte le dinamiche che avvengono nell’immediato intorno metropolitano ed oltre. La complessità si struttura sul concetto di sistema aperto che supera l’alternativa del finito, dell’equilibrio stabile per introdurre due concetti fondamentali, a mio avviso, per la progettazione urbana. -

Il primo è il concetto di “dinamismo stabilizzato”; questo implica che nella valutazione del cambiamento, non si può accettare il contemporaneismo, la trasformazione continua pensando che, certa o incerta che sia, si protrarrà indefinitamente senza ordine né regole. La valutazione del cambiamento coincide con la considerazione di un processo che innesca processi, del processo cioè che consiste in tensione tra un assetto urbano chiaro e leggibile ed una apertura verso altri assetti più congrui alla disponibilità di risorse e di interessi presenti, in quel momento, in un territorio strutturato su più reti. E la ‘tensione a’ sebbene basata su una accelerazione costante contiene in sé delle regole organizzative. Le caratteristiche dei sistemi che la compongono sono insieme dinamici e stabilizzati, perché si basano sul processo che, inteso come sistema aperto, si configura a sua volta come processo che innesca processi. Basandosi sulla ricorsività, in questo senso, il mondo fenomenico (interessi, relazioni, risorse materiali ed immateriali) influenza città e società; quest’ultima si modifica e reimmette nuovi valori che ricondizionano di nuovo tutto l’equilibrio che è in questo senso dinamico e stabilizzato. Esiste,

“Il diagramma dell’anello di Mobius rappresenta l’organizzazione di due percorsi che si intrecciano e dimostra come due persone possano vivere insieme ma separate e incontrarsi in determinati spazi comuni. L’idea di due entità che percorrano le proprie traiettorie, condividendo alcuni momenti e invertendo a volte i ruoli è spinta a tal punto da coinvolgere la costruzione dell’edificio”, in Lotus 107, pag. 54.


cioè, una tensione dinamica che fa tendere all’ordine organizzando il disordine ed a questo ritorna in quanto l’ordine raggiunto è comunque aperto ad una molteplicità di fatti che destabilizzano perché differenti ed innovativi. La ricorsività, in questo processo, introduce differenti, più alti, livelli di complessità; d’altra parte, da sempre, questa si è riconosciuta in una figura simbolica ed in una forma urbis per poi accettare il rinnovamento e riconfigurarsi attraverso nuove forme e valenze con un andamento, in questo senso, ricorsivo. Asymptote Architecture, Guggenheim virtual museum, in Domus n° 822.

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Il secondo punto riguarda le interazioni del sistema complesso basato su un processo che genera processi insieme agli ecosistemi esterni. Questo concetto, indagato anche da Edgar Morin, sottolinea che l’intelligibilità del sistema fondato su un divenire stabilizzato, deve essere rintracciato non soltanto nel sistema stesso., ma anche nella sua relazione con l’ambiente circostante. Un sistema complesso è, dunque, un sistema aperto fondato “su un divenire fisico ambiguo che tende contemporaneamente al disordine (entropia) e all’organizzazione (costituzione di sistemi sempre più complessi) (...): la nozione di sistema aperto fa appello alla nozione di ambiente (...), di ecosistema che, ampliamento dopo ampliamento, si estende in tutte le direzioni, su tutti gli orizzonti”. In un processo di apertura ad un pluralità di dimensioni e di scale di rapporto, di relazioni e di interessi, il sistema complesso si auto-organizza, acquista autonomia ed individualità, si distingue dal territorio di formazione ma ad esso ritorna perché lo scambio e l’apertura ad altri ecosistemi lo particolarizzano ulteriormente. In sostanza, la città diventa ecosistema urbano aperto ad un ecosistema naturale individuato nel territorio ed insieme sono suggestionati ed influenzati da un sistema di relazioni e di interessi.


In quest’ottica cambia l’atteggiamento razionalizzante che ha voluto concepire la realtà all’interno di un sistema coerente. E questo accade in tutti i campi da quello scientifico e filosofico a quello sociale ed urbano. La forzatura, della scienza fino al XIX secolo e dell’urbanistica fino agli anni ’50, è stata appunto quella di aver voluto dimostrare estrapolando a volte il modello dal contesto. Se da un lato questo ha favorito il progredire di alcune scoperte, dall’altro questo atteggiamento ne ha inibito delle altre.

Verso un modello fluido: lo spazio non finito L’atteggiamento su cui si fonda il pensiero complesso è quello “di un bisogno del dialogo permanente con la scoperta”. Questo significa “l’invenzione continua di quesiti”, la convivenza con il dato inquietante, per alcuni versi destabilizzante (in questo senso ho scelto un percorso di lettura del fenomeno urbano attraverso ciò che lo contraddistingue di più, l’accelerazione del cambiamento e la discontinuità degli eventi), ma che in realtà, se opportunamente interpretate, introducono un processo verso un ulteriore livello di complessità. Un processo che inneschi altri processi, dunque; attraverso una ipotesi di modello fluido che contenga la capacità di dinamiche multiple di evoluzione strutturata, contemporaneamente, su più scale di relazione. Questo implica uno spazio processuale ed una nuova estetica del senso e dunque presuppone nuove tematiche spaziali e relazionali. La ricerca ne esplora due che ritiene significative nell’ambito di una progettazione fluida: la definizione delle polarità come sistemi aperti (spazio non finito) e delle connessioni tra esse (interpretazione e nuove valenze del vuoto). Inoltre una nuova estetica del senso va ricercata nella convergenza tra spazio materiale (con tutte le sue analogie formali) e spazio immateriale (con tutte le sue tensioni, le sue relazioni e connessioni). Il punto in cui dovrebbero convergere i due spazi origina nuove morfologie fisiche e mentali, nuove dinamiche complesse in cui la geometria non risolve la tensione ma la ricrea: nel finito spaziale avvia un non finito processuale. Accanto alla considerazione dell’aspetto processuale che la Progettazione Urbana e

Progetto dell’ex passante ferroviario, periferia sud-est di Milano, svolto nell’ambito della ricerca “La sostenibilità e l’efficienza energetica: verso un nuovo approccio progettuale per un diverso ambiente costruito”. Accordo di programma tra Ministero dell’ambiente e C.N.R. Gruppo di ricerca, unità di Firenze: Prof. P. Paoli (coordinatore); dott.ri arch.tti A. Capestro, C. Palumbo; arch.tti G. Bellucci, P. Posarelli, R. Roversi, C. Zedda.


Architettonica vanno assumendo nella valutazione degli spazi e degli assetti urbanoterritoriali, la ricerca si sofferma su un’altra tematica, quella dei vuoti: vuoti fisici e vuoti di contenuto su cui si possono ragionevolmente dilatare i temi della progettazione. Il concetto di spazio non finito, legato al tema della centralità diffusa e quello del vuoto come progetto delle connessioni, sottolineano la necessità di una riconfigurazione dello scenario ambientale inteso come interazione di più ecosistemi. In questa logica sia i sistemi spaziali che quelli relazionali si ristrutturano nella loro valenza. Una metodologia d’intervento che si basa sui flussi relazionali come strumento per captare una realtà complessa mette a fuoco due tematiche fondamentali: -

da un lato una definizione locale degli interventi comunque ridefiniti in un sistema di interessi globali;

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dall’altro l’importanza di mettere a fuoco la scala dei bisogni e dei desideri dei cittadini per raggiungere una riqualificazione urbana e, più in generale per perseguire una rinnovata qualità della vita. Questo richiede interazione tra progettisti urbani, esperti in campo economico, sociale e scientifico e cittadini.

La cooperatività tra le città, tra i territori fisici e relazionali e gli attori urbani sottolinea, dunque, la valenza del Progetto Urbano come laboratorio per interpretare una realtà complessa ed accelerata. I temi della riqualificazione della qualità urbana, articolata secondo più scale di relazione, dal locale al globale, si svolgono con obiettivi e strumenti che riassumono le peculiarità di una Progettazione Urbana. Essa si articola su più versanti integrati e che, soprattutto, considerano la domanda di città dei cittadini e la loro volontà di partecipazione alla definizione della prassi urbana. Le considerazioni della ricerca sono maturate insieme a due verifiche progettuali applicate a città, come Glasgow e Prato, che risultano emblematiche nel quadro delle trasformazioni postindustriali. In particolare, nel primo caso, è stato valutato il progetto di un sistema di indirizzi e di ridisegno territoriale per la gestione strategica di una città problematica, interessata da una forte ristrutturazione economica e strutturale (ipotesi di un modello fluido applicato attraverso nuove tematiche di spazialità: concetto di spazio non finito, concetto di vuoto).

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Nel secondo caso, il progetto per Prato, studia la possibilità di recupero di un parco ferroviario dismesso, un vuoto urbano, come laboratorio urbano, stimolatore di processi in scala locale e territoriale. Inoltre si tenta di sintetizzare le elaborazioni teoriche della ricerca attraverso elementi di linguaggio per visualizzare una riflessione sull’immagine mediante la Progettazione Urbana. La proposta progettuale cerca inoltre di elaborare elementi di linguaggio per visualizzare una riflessione sull’immagine mediante la Progettazione Urbana. I materiali a cui si è fatto ricorso sono propri del contesto di riferimento e diventano strutturanti per esso: il tessuto,

il sistema del verde, le infrastrutture. Sono stati reinterpretati sia attraverso un circuito di attività, che fanno riferimento all’area d’intervento e al territorio, sia fisicamente. -

Il tessuto è stato reinterpretato in un sistema di connessioni più ampio con lo sco-

Glasgow, sistema naturalistico e schizzi di studio, in A. Blanco, A. Capestro, C. Palumbo, Un laboratorio urbano, da AA.VV., “La città oltre. Il progetto delle trasformazioni”, Alinea 1997, pp. 141-171.

po di rimuoverlo dalla sua monofunzionalità;

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L’infrastruttura ferroviaria, cesura fisica nella città, è stata ripensata come luogo di produzione e di relazione, sistema lineare di connessione tra la dimensione territoriale e quella locale. In particolare, accogliendo le indicazioni del P.R.G. che ne prevede la riconversione in sistema di collegamento metropolitano e regionale, viene ripresa una linea da dedicare ad eventi itineranti nel sistema lineare della piana FirenzePrato-Pistoia con elementi nodali articolati lungo il suo percorso. In questo modo il sistema ferrovia, esaltando la dimensione del viaggio e l’appartenenza a più ambiti spaziali esperibili, sottolinea la possibilità di una mobilità desiderata all’interno del territorio. Il treno, la ferrovia non perdono la loro funzione di collegamento fisico ma questa si amplifica in una dimensionalità fatta di interessi, di risorse.

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La riprogettazione dell’area dell’ex scalo merci, inoltre, ha suggestionato, con alcuni suoi materiali costitutivi (container, pali, colori, serialità dei suoi elementi) l’immagine dello spazio progettato come nel caso della struttura dei laboratori che ridefinisce il margine a sud della fascia ferroviaria.

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Le aree verdi esistenti si amplificano e si strutturano attraverso un sistema connettivo articolato in più scale e con diverse valenze: diventa parco tematico urbano attrezzato con spazi ricreativi e culturali, si caratterizza come testata di ingresso al sistema ambientale della Calvana organizzandosi con percorsi, spazi verdi ed attrezzature di servizio (parcheggi e spazi informativi) diventa filtro e collegamento, in sostanza diventa spazio progettato. Come tale rimodella il terreno rendendolo ora verde naturale ora natura da plasmare per ospitare attrezzature, ora sistema di percorsi tracciati in tessuti consolidati o all’interno di spazi vuoti, ora ponte pedonale fino a diventare ecosistema fluviale con i margini ridisegnati da percorsi e

A. Capestro, Progetto di riconversione dell’ex scalo merci della Stazione Centrale di Prato. Montaggio dei diversi sistemi di studio, sezione prospettica e veduta d’insieme.

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piste ciclabili che, riorganizzato, rimanda di nuovo ad una dimensione complessa e territoriale di fruizione dello spazio.


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DOTTORATO DI RICERCA IN PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA E URBANA (X ciclo)

dottore

Cinzia Palumbo coordinatore

Prof. Piero Paoli relatore

Prof. Andrea Del Bono

DALLA CITTÀ DELL’UTILITÀ ALLA CITTÀ DEL DESIDERIO

La ricerca di dottorato di cui qui si propone uno stralcio costituisce uno studio delle implicazioni che le nuove tecnologie di comunicazione comportano sulle norme culturali e comportamentali che si riflettono nel bisogno, nel desiderio e nel progetto della struttura urbana come organismo complesso ed aperto. Sia il dibattito sulle ipotesi delle possibili conformazioni della struttura urbana nel prossimo futuro e sia quello sulle nuove tecnologie convergono, infatti, sulla focalizzazione di un nuovo bisogno di spazialità e di nuove modalità di rapporto e di comunicazione. La domanda di città si è notevolmente trasformata nel passaggio dal periodo industriale a quello di industrializzazione avanzata. Quando la produzione di beni materiali avveniva in città, la macchina che la alimentava si basava sui principi dell’utilità. Di conseguenza i bisogni erano prevedibili e la loro applicazione in campo urbano era razionalizzabile e programmabile. Ciò ha condotto al grande racconto urbanistico, alla pianificazione a lungo termine. Ma se ieri la città era il luogo della produzione industriale dove convivevano, in maniera introversa, attività, popolazione e potere, oggi simboli, informazioni, conoscenza, ricerca, capacità di gestione rendono la città setting di fertilizzazione delle idee e pongono nuovi temi di progettazione. La differenza fondamentale tra le due epoche consiste nel fatto che se la società industriale produceva mezzi di produzione, beni consumabili, la società postindustriale produce soprattutto conoscenza, capacità di programmare il cambiamento e di creare l’insieme dei suoi orientamenti. Essa è più che mai estroversa, proiettata all’esterno, alle interconnessioni, concilia invenzione, progetto e gestione del cityscape tessendolo insieme alle domande ed alle esigenze che gli innumerevoli mindscapes di residenti, lavoratori, turisti e visitatori pongono. Si sta delineando, così, un nuovo rapporto tra cultura urbana e qualità dello spazio. Il cityscape maturato attraverso forme e valori materiali, spazializzati in assetti architettonici e urbani, è sempre più legato ad un progetto di un mindscape che scaturisce da forme e valori immateriali legati ad interessi, ad eventi, ad invenzione e valorizzazione di risorse in continuo movimento: ci si avvia cioè verso una progettazione dello spazio che acquisisce una qualità in fieri che si completa relazionandosi. Essa è progettabile

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ma non più programmabile secondo le regole che l’urbanistica moderna ha valutato fino ai primi anni sessanta. In questo clima il paesaggio urbano metropolitano si mo-

Tokyo, immagini di città, in L. Prestinenza Puglisi, Hyperarchitettura. Spazi nell’età elettronica, Testo and immagine, Torino 1998

della sempre più come struttura di indirizzi in continua gestazione capace di interpretare il dinamico quadro delle trasformazioni. Dunque l’interrogativo si pone non su come le nuove tecnologie di comunicazione stanno modificando la realtà ma su come esse modificano la nostra invenzione della realtà e di conseguenza il progetto della città e dell’architettura nella loro fisicità e nella loro raffigurabilità. In particolare emergono due aspetti fondamentali. -

Il primo si riferisce alla mutazione della città che si àncora ad un cambiamento culturale prima che strutturale: essa, quindi, prende forma non solo attraverso gli spazi ma anche attraverso nuove ritualità sociali, produttive e comunicative;

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Il secondo fa riemergere la convinzione che, nonostante le visioni apocalittiche o rinunciatarie, la città nel momento di crisi più intensa sia in grado di reinventarsi e di rinascere. Se da un lato, infatti, le nuove tecnologie, con la ristrutturazione dei processi produttivi, hanno rilocato i luoghi canonici della produzione in ambiti geografici più ampi lasciando enormi vuoti fisici e di contenuto all’interno della città; dall’altro la rivoluzione nelle modalità di scambio e di interazione tra gli individui, offrendo la possibilità di annullare, abbreviare, manipolare spazio e tempo, introduce nuovi valori, nuovi bisogni, nuove regole di rapporto in un mondo che, influenzato da possibilità di scambio on-line, anela sempre più un mondo fisico per l’esperienza delle proprie risorse e delle proprie conoscenze. La città, dunque, ritorna ad essere una piattaforma perfetta per l’espressione di nuove forme di comunicazione e di scambio sociale. E non solo. Essa ritrova i motivi per singolarizzarsi, a più scale e con diverse valenze, in un tessuto di territori fisici e di interessi.

In questo senso l’evoluzione della struttura urbana si lega sempre più alle vicende della esperienza urbana in cui confluiscono, culture di gruppi sociali, evoluzione e trasformazione del concetto di produzione, caratterizzazione locale degli interventi spaziali ed urbani ed esigenze di pubblicizzazione di questi, come risorse e come immagine su rete globale. Il progetto del cityscape si abbina ad un mindscape che è eteroge-

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neo e complesso in esso evento e permanenza si fondono per costruire un racconto urbano personalizzato che al principio di utilità affianca quello del desiderio per diventare paesaggio spaziale ma anche paesaggio esistenziale.

ITINERARIO DI RICERCA Capitolo primo. Nuove tecnologie di comunicazione Il nuovo bisogno di città e le nuove tendenze della Progettazione Urbana ed Architetto-

nica riflettono, dunque, il fermento di innovazioni introdotte dalle nuove tecnologie sia rispetto alla ristrutturazione dei processi produttivi e sia in riferimento alla rivoluzione delle modalità di scambio e di interazione sociale. Partendo dalle premessa che le nuove tecnologie introducono una radicale trasformazione delle coordinate spazio-temporali dei sistemi e delle modalità di diffusione delle informazioni nella società e nella produzione, la ricerca puntualizza alcuni aspetti importanti. In primo luogo, attraverso una breve panoramica con lo scopo di captare le suggestioni che i sistemi di comunicazione producono in uno spazio peculiare virtuale, il cyberspazio. Informazione spazializzata, esso assume una figurazione ed un’antropologia propria che lo rendono indipendente, per alcuni versi, dai presupposti della città reale e che richiedono, in tal senso, una progettazione ed una spazialità particolare, autonoma dalle regole dello spazio fisico; in secondo luogo la ricerca tenta di estrapolare due concetti ritenuti fondamentali poi per lo sviluppo di alcune considerazioni: -

il concetto di rete e di connessione, che sottolinea la predominanza di un sistema di relazioni locali e globali;

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il concetto di interattività che, basandosi su nuove forme di comunicazione e di scambio di informazioni avvia, in tendenza, un recupero della soggettività e della individualizzazione delle azioni dopo il periodo di standardizzazione industriale. Questo accade in tutti i campi, dalla società alla produzione, dalla ricerca scientifica e filosofica alla progettazione e gestione degli assetti urbano territoriali.

È sembrato importante, nell’ambito della dissertazione, puntare l’attenzione su questi due argomenti che, ponendosi come motivi per nuove forme di interazione/aggregazione e di soggettività nella società introducono nuovi modi di progettare e vivere lo spazio urbano-territoriale ed avviano verso quella che spesso viene indicata come una nuova fase di Rinascimento urbano e sociale.

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Entrambi gli aspetti evidenziati hanno come riferimento il concetto di informazione. Personalizzata e spazializzata in un sistema virtuale sempre più dirompente, essa può, tuttavia, assumere particolari implicazioni su spazio e società. Queste vengono lette come i motivi della trasformazione culturale della società e della città nel passaggio dal periodo industriale a quello di industrializzazione avanzata attraverso il concetto di rete, come sistema di relazioni, ed il concetto di interattività come premessa alla soggettività e quindi alla demassificazione dell’operare in tutti i campi.

Capitolo secondo. Il nuovo bisogno di città Come rilevato, uno degli aspetti più evidenti indotti dalle nuove tecnologie negli assetti urbani e territoriali è quello della ristrutturazione dei processi produttivi e della esponenziale capacità di coordinamento e di connessione delle reti telematiche che ha permesso la delocalizzazione dei luoghi della produzione industriale. Tuttavia tale delocalizzazione è solo il primo effetto fisico di questo cambiamento che interrompe l’organizzazione per funzioni compartimentate della città industriale. Ciò che emerge, con evidenza sempre maggiore, infatti, riguarda i caratteri che una nuova materia immateriale, basata sull’informazione, va assumendo; di come il suo trattamento, generando nuove forme di capitale e di produzione, influenzi non solo il modello produttivo ma investa, in maniera originale, i campi del vivere sociale e dell’abitare a tutti i livelli tanto da far supporre che la città verso cui ci stiamo avventurando non sarà una città di bits ma una città di persone che si relazionano face to face e dove il bit viene coinvolto in un processo di costruzione di una nuova forma di cultura urbana.

Capitolo terzo. Nuovi riti per un nuovo sistema di relazione Le nuove forme di lavoro, i knowledge works, trattando la materia-informazione produrranno capitali, capacità di gestione ma anche orientamenti ed entertainments: ciò influirà in maniera dirompente sui riti sociali e produttivi e sulle caratteristiche degli spazi e degli ambienti urbani. I luoghi della città e del territorio da un lato risentono, nella loro organizzazione spaziale, di questi nuovi modi di vivere e di produrre, dall’altro necessitano di una interrelazione, di un ruolo da alimentare ed esaltare in un sistema di interessi globali, di una cooperazione tra le parti che la città industriale non richiedeva e che anzi ha interrotto agevolando la periferizzazione dei vari sistemi urbani. Questo avvia verso tematiche urbane che pro-

F. L. Wright, Guggenheim Museum, New York. A sinistra: Studio Asymptote, Museo virtuale per il Guggenheim Museum, in Domus n° 822.

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gettano la reinvenzione della città oltre che la sua riqualificazione e sottolinea: -

l’importanza di una localizzazione degli interventi (progetto della singolarità degli spazi e delle attività in grado di produrre affezione al luogo e stanzialità);

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la necessità di una globalizzazione delle risorse (progetto degli interessi in spazi di relazioni, di cooperazione e di rapporti partenariali).

Localizzazione e globalizzazione riportano la ricerca sulle implicazioni che il concetto di rete, come possibilità di connessione, ed il concetto d’interattività, come recupero della singolarità e della soggettività, fanno emergere rispetto a città e territorio. -

La prima è individuabile nella continuità relazionale. Non ci sarà più il luogo della residenza, del lavoro, del tempo libero o il centro contrapposto alla periferia; il superamento della compartimentazione della funzione introdurrà una cultura urbana basata su un’integrazione tra attività introducendo tematiche di progettazione di spazi urbano-territoriali intesi come laboratorio.

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Il secondo aspetto introduce nuove valenze degli spazi attraverso una ibridazione delle attività. Se il diverso modo di diffondere e gestire le informazioni porterà una radicale trasformazione dei processi produttivi, dei beni prodotti e del tempo impiegato da parte della società nella produzione e nel lavoro, allora i confini tra tempo occupato e tempo libero saranno sempre più labili e questo permetterà una riconsiderazione della ontologia delle attività sempre più ibridate tra produzione, creatività e tempo libero. Ciò indurrà nuove ritualità sociali ed un nuovo concetto di esperienza da rendere possibile attraverso lo spazio. Esperire l’esperienza viene intesa, nella ricerca, come progettare la propria esperienza: lo spazio diventa riconoscibile non solo per la sua caratterizzazione spaziale e formale ma anche e soprattutto per l’esperienza che esso è in grado di produrre.

Capitolo quarto. Dall’utente al prosumer dello spazio: la città oggetto di desiderio Nella misura in cui gli spazi sono esperibili in forma di itinerari personali essi diventano luoghi oggetto di desiderio, espressione di una soggettività nella fruizione e dunque articolati ed identificabili non più solo nell’edificio-simbolo tipologicamente definito. Tendenzialmente, cioè, il concetto di luogo non si identifica più con il singolo spazio ma si riassume nelle relazioni tra gli spazi che, decostruiti come edificio-contenitore si restituiscono come brani di città disponibili alla interpretazione del singolo attraverso la pratica urbana. In sostanza alla città ed ai suoi spazi si richiede non solo più la capacità di avvolgere, proteggere, ma anche la capacità di orientare, far navigare in un contesto di relazioni che si arricchisce di altri valori dimensionali. Personalizzando la fruizione della città, l’individuo si modifica da utente a “prosumer” dello spazio, cioè produttore e consumatore delle proprie esperienze. Diventa un nuovo Ulisse urbano, dunque ed il suo itinerare tra luoghi ed interessi acquisisce valore di spazio. In quest’ottica la città diventa porosa, oggetto di desiderio: luogo dove ognuno, tendenzialmente, possa esperire la propria esperienza urbana conciliando bisogni ed incantamento. E gli spazi assumono nuove caratterizzazioni che non sono solo formali ma riferibili anche ad una singolarità dell’esperienza che rendono possibile attraverso

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un sistema di attività rinnovate ed ibridate. I luoghi della formazione e della conoscenza (le scuole, le Università, i laboratori scientifici), i luoghi dell’arte e della memoria (i musei), i luoghi dell’archiviazione delle informazioni (le biblioteche), infatti, si stanno configurando in questi ultimi anni come sistemi complessi che sfuggono da una classificazione in una categoria. Si prospettano come nuove istituzioni sociali ed urbane, come singolarità riconoscibili ma disponibili alle contaminazioni derivanti da un sistema di relazioni. Scuole, biblioteche, musei, teatri, laboratori di ricerca, spazi di consumo, diventano il nuovo luogo della produzione di beni immateriali, legati alla lavorazione della materia-informazione a tutti i livelli. E questo costituisce a mio avviso, uno degli aspetti più interessanti da esplorare tra i fenomeni di cambiamento introdotti dalle nuove tecnologie. Mi sembra, infatti, abbastanza indicativo che la maggiore disposizione di tempo non occupato dal lavoro di tipo tradizionale-industriale stia producendo non una città cablata ma una città di relazioni, tra gli spazi, tra gli individui e tra le comunità sociali. La ricerca si conclude con due esperienze progettuali su campi urbani significativi nel quadro delle considerazioni articolate durante l’elaborazione teorica.

Capitolo quinto. L’ibridazione dello spazio: i caratteri della singolarità nel relazionale L’ibridazione delle attività in questo nuovo modus vivendi concorre a formare nuove immagini spaziali che rappresentano uno starter importante per la definizione dei caratteri della singolarità dei luoghi nel contesto urbano inserito in un sistema di relazioni complesse e definite su più scale, dal locale al globale. In questo senso sono individuabili due aspetti o scale di espressione di questa caratterizzazione. -

La localizzazione degli interventi che riguarda la singolarità degli spazi e delle attività ed i modi attraverso cui il recupero della vocazione di un luogo scateni affezione ad esso e stanzialità;

-

la globalizzazione degli interventi che tocca i temi della complessità degli spazi e delle relazioni in territori muldimensionali, della curiosità che scatta oltre il proprio contesto, della mobilità desiderata di interessi e della pubblicizzazione delle proprie risorse.

La singolarità viene, cioè, formulata per la capacità di un luogo di completarsi in un sistema più ampio di luoghi, quindi di spazi, di risorse e di opportunità: la sua singolarità si costruisce nel relazionale cioè in un sistema di interessi che travalicano la scala del locale. Se si sostiene l’ipotesi che il ruolo della città non si avvia alla necrosi ma piuttosto si ridefinisce in un territorio a più dimensioni nel senso che gli interessi e le possibilità di rapporto si amplificano, allora, la città può diventare ecosistema urbano riconciliato con quello naturale. L’ambiente da progettare diventa complesso e non genericamente compartimentato ma ecosistema che collabora nella pratica urbana e che ha come fine la produzione della qualità a tutte le scale. Ciò implica una estensione del concetto di paesaggio da una visione naturalistica a visione territoriale nel suo complesso, ivi compresi gli interventi che antropizzano la natura e quelli che naturalizzano la città. Risalendo alla etimologia del termine di ecologia, eco in greco vuol dire ambiente, si potrà parlare di ecologia urbana in relazione ad una ecologia naturale, cioè di territorio urbanizzato e di territorio

Itinerari urbani tra informazione e cultura: “Napoli e i suoi Musei. Risalire la città dall’Archeologico a Capodimonte”. Concorso nazionale , Premio Schindler 1997. Gruppo: Prof. Arch. P. Paoli, Prof. Arch. E. Baroni, Dott. Arch. A. Capestro, Dott. Arch. C. Palumbo. A sinistra: Alvar Aalto, Padiglione finlandese all’Esposizione universale di New York, 1939, in K. Fleig, A. Aalto, Zanichelli. Toyo Ito, Mediateca, Sendai 1997, in L. Prestinenza Puglisi, Hyperarchitettura. Spazi nell’età elettronica. J. Nouvel, Paradise hotel, Lucerna, in Domus n.831. Museo della scienza, Londra, in Domus n.830.

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naturale che, insieme, costituiranno gli elementi della progettazione urbana: rappresentano “differenti ecologie” e sanciscono l’abbandono della progettazione delle opposizioni e l’avvio della progettazione della relazione tra ecosistemi. Il superamento della compartimentazione della funzione introdurrà una cultura urbana basata su un’integrazione tra attività introducendo tematiche di progettazione di spazi urbano-territoriali intesi come laboratorio, come ecosistemi urbani naturalizzati ed ecosistemi naturali urbanizzati. La tensione di interessi di polarità singolari verso altre polarità a loro volta riconoscibili, avvia verso una progettazione dello spazio che acquisisce una qualità in fieri che si completa relazionandosi. In questo modo il concetto di connessione introdotto dalle nuove tecnologie succede alla distanza, implica la cooperazione e l’integrazione, avvia verso un concetto di spazio che contiene “un disegno di trasformazione che acquisisce il suo significato nel suo stesso divenire” (C. Blasi); mentre il concetto di nodo, diventa concetto dinamico, si sostanzia di caratteri di permanenza ma si riveste anche di effimero di desideri fluttuanti, rimanda ad altri punti di un tessuto complesso, decostruito fisicamente perché distribuito su più punti del territorio ma che, permettendo una mobilità di interessi, ricostituisce in maniera continua le relazioni. In un mondo dove la produzione dei beni si lega più che alla quantità alla qualità, in un mondo dove il prodotto della produzione si sdoppia, cambia la sua ontologia in produzione di beni materiali legati all’industria (ristrutturata ma non scomparsa) e produzione di beni immateriali che immette sul mercato simboli e informazioni, produce immagini e cultura l’immagine di un luogo diventa importante quanto e più della realtà. Da qui l’attenzione sempre crescente alle possibili variabili che costruiscono sistemi di risorse in grado di amplificare le valenze del Progetto Urbano che, come si è sostenuto, è costantemente teso tra riqualificazione e invenzione. Nell’ambito della riqualificazione dell’assetto urbanoterritoriale intervengono metodologie d’intervento che, interpretando la complessità dei fenomeni di cambiamento, propongono strategie di progettazione flessibili; nell’ambito della reinvenzione la valutazione delle risorse urbane e delle vocazioni non può che interpretare continuamente le dinamiche che le trasformazioni immettono su un campo di relazioni e di interessi locali e globali. Completare il locale nel globale, dunque, dovrebbe significare stimolazione continua a proiettarsi in sistemi di interessi che si definiscono a varie scale e livelli oltre i limiti del condizionamento geografico competendo, in maniera positiva per la qualità. In questo senso la progettazione della città riguarderà anche le strategie dell’immateriale. In particolare si sta delineando un nuovo rapporto tra cultura urbana e qualità dello spazio. Il cityscape maturato attraverso forme e valori materiali, spazializzati in assetti architettonici e urbani, è sempre più legato ad un progetto di un mindscape che scaturisce da forme e valori immateriali legate ad interessi, ad eventi, ad invenzione e valorizzazione di risorse in continuo movimento. Il cityscape che si prospetta, in questo senso, non può che progettarsi insieme ad un mindscape che è eterogeneo e complesso e sempre più basato sulla esperienza che il luogo può offrire. In esso evento e permanenza si fondono per costruire un racconto urbano personalizzato che al principio di utilità affianca quello del desiderio per diventare paesaggio spaziale ma anche paesaggio esistenziale. Le forme ed i valori immateriali sono quelli che riguardano la progettazione di

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attività di tipo particolare basate sulla domanda di una nuova spazialità che soddisfi il desiderio di una ritualità produttiva, culturale ed esistenziale rinnovata. Da qui il titolo della ricerca “Dalla città dell’utilità alla città del desiderio”. Le esperienze progettuali che seguono costituiscono una applicazione sul campo ed una esemplificazione, in senso metodologico e progettuale, delle tematiche che la ricerca ha esplorato. Entrambe le città esaminate sono state città industriali e stanno vivendo il momento di passaggio verso la fase di industrializzazione avanzata seppure con risvolti e con caratteristiche diverse. Il caso Glasgow tra riqualificazione e reinvenzione Glasgow rappresenta in maniera paradigmatica la crisi di trasformazione da città industriale a città del terziario avanzato. La recessione industriale ha comportato una crisi strutturale e di ruolo tanto da avviare, dagli anno ’80, una serie di politiche culturali e promozionali per rilanciarne lo sviluppo economico ed una riqualificazione urbana e territoriale. Poiché questa crisi epocale, da cui sono interessate molte realtà urbane e metropolitane, sposta l’orizzonte della Progettazione Urbana ed Architettonica sul fronte della reinvenzione della qualità oltre che del recupero e della riqualificazione per città e territorio, la metodologia progettuale adottata propone una riorganizzazione di Glasgow e del suo hinterland secondo un sistema di relazioni in grado di individuare per questo contesto un “Piano strutturale” di indirizzi che, in maniera flessibile, guidi le linee di gestione operativa della trasformazione. In particolare sono stati presi in considerazione due obiettivi: -

la reinvenzione di un ruolo per la città attraverso un possibile nuovo sistema di produzione che funga da starter di avvio per la riqualificazione e la singolarizzazione del tessuto urbano locale e metropolitano;

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la gestione di questa nuova singolarità per Glasgow all’interno di un sistema di alleanze e di partnerships nazionali ed internazionali.

Capitolo sesto. Dentro l’informazione: Spazi per una nuova forma di produzione a Prato Nell’esperienza progettuale svolta a Prato nell’area della Stazione Centrale e dell’ex scalo merci, partendo da una scala territoriale di definizione degli interessi la ricerca tenta di mettere in evidenza i caratteri del linguaggio nel Progetto Urbano ed Architettonico, sperimentati alla luce delle suggestioni e delle tematiche svolte nella presente dissertazione. Prato è stata definita città delle differenze e della produzione. Le linee generali di interpretazione e di progettazione del Nuovo Piano Regolatore Generale muovono appunto dalla considerazione delle differenze che contraddistinguono questa città e che in passato erano programmate dalle politiche urbane più che progettate attraverso un sistema di indirizzi flessibili al cambiamento. La città di Prato ha sviluppato il suo assetto insediativo insieme alla trasformazione del modello produttivo industriale che rappresenta, tradizionalmente la sua attività prevalente, specie nel settore dell’industria tessile. È possibile distinguere quattro fasi di evoluzione della produzione industriale. In ognuna di esse la città ha modificato profondamente gli assetti della struttura sociale, urbana e territoriale ed ognuna di queste fasi si è tradotta in

J. Nouvel, Complesso Andel, in Domus n. 800. A sinistra: Toyo Ito, Torre dei venti, Yokohama, 1986, in L. Prestinenza Puglisi, Hyperarchitettura. Spazi nell’età elettronica, Testo and immagine, Torino 1998

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forma urbana con la quale la città ed il suo territorio sono stati pensati ed organizzati. Oggi la prossimità spaziale tra residenza e luoghi di lavoro, che tanta parte ha avuto nella conformazione urbana, simbolica e produttiva di Prato tende ad essere allentata: l’esigenza di nuove forme di organizzazione della produzione, per effetto delle innovazioni tecnologiche, che si riflettono in rinnovate esigenze di articolazione sociale fanno presagire nuovi scenari urbani e territoriali e nuove aspettative. I nuovi scenari propongono il tema del recupero, della riqualificazione, della rivalutazione dei luoghi urbani all’interno di un tessuto di relazioni che completino e valorizzino le potenzialità di ogni singola parte in un sistema integrato, definito nella identità urbana, e nel contempo proiettato all’esterno in un rapporto di collaborazione con

l’ambiente e con il contesto metropolitano. Ciò riporta l’attenzione su due argomenti di progettazione: -

da un lato, quello riferito al problema della riqualificazione del tessuto urbano, con le sue polarità, il rapporto tra il centro antico e le frazioni ed i paesi intorno, la sua interazione con un contesto ambientale di pregio in senso nord-sud e l’espansione lineare della piana Firenze-Prato-Pistoia in senso est-ovest;

-

dall’altro, il secondo argomento riguarda la progettazione, la previsione e l’invenzione di un ruolo, la valorizzazione delle potenzialità e delle vocazioni del contesto urbano e produttivo pratese sia rispetto ad un ambito territoriale e regionale e sia a livello globale.

Da queste premesse l’ipotesi progettuale si articola intorno alla considerazione della Stazione Centrale che attualmente è uno scambiatore solo dal punto di vista dei trasporti e dei collegamenti. Essa viene ripensata come luogo centrale, singolarità urbana connessa ad un sistema territoriale e luogo di esperienza diversificata. Spazialmente questi concetti si traducono in un sistema di scambiatori materiali ed immateriali, luogo di accoglienza e di rimando ad un sistema di altri spazi permettendo una fruizione allargata del territorio. Lo spazio proposto non si caratterizza, dunque, per la funzione che contiene, ma per la suggestione che dal contesto ricava e per la ibridazione delle attività che permette (collegamenti e trasporti, trattamento dell’informazione a vari livelli da quello promozionale e di servizio a quello produttivo, ricreativo e culturale). In quest’ottica le tipologie funzionali costituiscono un pretesto per proporre uno spazio dove le attività non corrispondono più ad una categoria predeterminata,

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ma si lasciano definire ed interpretare attraverso la fruizione. Il doppio tema della riqualificazione e della reinvenzione di un ruolo in un sistema di connessioni è stato svolto attraverso sistemi che spiegano in maniera più dettagliata i motivi della proposta progettuale. Qui se ne riportano due: -

Il sistema relazionale che valuta la scala, la qualità e la quantità delle relazioni presenti nel contesto e da riprogettare;

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Il sistema delle attività che propone l’area dimessa come centro di servizio al sistema metropolitano e contemporaneamente catalizzatore di interessi per l’immediato contesto.

Sono, quindi, presenti nell’area sia attività di rango territoriale, come per esempio tutti i temi

legati alla produzione di beni immateriali e di eventi per la città e per il territorio e sia sistemi di attività di servizio e di nuova vocazione del tessuto urbano e di settore, per esempio le residenze-laboratorio, il sistema commerciale, il sistema di formazione/partecipazione. Negli altri sistemi si indaga su altri aspetti: il ruolo delle infrastrutture, dell’ambiente, dei circuiti spaziali. Tutti vengono sintetizzati in una struttura spaziale che sottolinea, in primo luogo, le due dimensioni più caratterizzanti dell’area: quella “lineare”, che la rende centralità all’interno di un sistema sviluppato in scala metropolitana, e quella conformata “a griglia” che organizza il tessuto esistente. Se un tempo la stazione era il luogo di arrivo e di fermata, nodalità di una rete infrastrutturale ora la sua funzionalità si ibrida con le risorse dei sistemi insediativi in cui si inserisce: diventa luogo di esperienza diversificata, scambiatore relazionale punto di un itinerario esperenziale amplificato oltre che nodo di una infrastruttura di collegamento e di trasporto. La traduzione spaziale di questi concetti articola la proposta progettuale intorno ad un sistema di scambiatori materiali ed immateriali che costituiscono un luogo di accoglienza e di rimando ad un sistema di spazi che, da un lato ricerca l’integrazione con il contesto fisico urbano e dall’altro stimola la curiosità per una fruizione allargata del territorio. In tal senso il flusso di persone veicolato dalla linea ferroviaria e dai sistemi di trasporto su gomma viene reinserito in un circuito dove poter personalizzare e diversificare l’esperienza della mobilità. Lo spazio proposto non si caratterizza, dunque, per la funzione che contiene, ma per la suggestione che dal contesto ricava, per la ibridazione delle attività che permette e che si articolano intorno al secondo tema a cui si fa riferimento, quello

Sistema delle attività e, a sinistra, sistema delle relazioni, in A. Blanco, A. Capestro, C. Palumbo, Glasgow. Un laboratorio urbano, da AA.VV., La città oltre. Il progetto delle trasfromazioni, Alinea 1997.

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dell’informazione. La spazializzazione dell’informazione nell’area di progetto si articola come sistema attraverso elementi informativi puntiformi che consentono di tracciare itinerari possibili tra città e territorio. Formalmente tradotti in emergenza visiva, essi ritmano la testata d’ingresso all’area ed, assumendo la metafora delle mura urbane, definiscono il margine della piazza della stazione; presentandosi come elementi chiusi ma semitrasparenti stimolano la curiosità e questo sottolinea il loro carattere di permeabilità. Bastioni informativi ed elemento di collegamento verticale si integrano, nella parte iniziale, agli spazi verdi della piazza della stazione e, attraverso una modellazione del terreno, diventano stazione degli autobus con strutture di servizio annesse. Elementi di penetrazione e di accesso, dunque, essi introducono nell’area dove trasversalmente una piazza-percorso, il Mall, articolata su tre livelli di verde e di acqua in senso nordsud, diventa supporto per spazi dove il sistema informativo assume i toni del creativo e del ricreativo, si specializza, diventa starter per la produzione industriale, oppure viene pubblicizzata e promossa attraverso un sistema di totem e facciate-display che, ritmando la piazza, immettono nel sistema di informazione/formazione di rango territoriale. Il doppio scambiatore di autobus urbani ed extraurbani, gli spazi per i servizi avanzati, l’articolazione del sistema naturalistico e del parco tematico, marginato da spazi per attività di tipo culturale e ricreativo, diventano l’occasione per la proposta di una immagine che ricerca un carattere di singolarità strutturata come circuito di spazi disponibili per una esperienza diversificata. Lo spazio proposto non si caratterizza, dunque, per la funzione che contiene, ma per la suggestione che dal contesto ricava e per la ibridazione delle attività che permette. C. Palumbo, Progetto di riconversione dell’ex scalo merci della Stazione Centrale di Prato. Sistema delle attività, sistema delle relazioni, sezione. Pagina a fianco: sezione prospettica e modello.

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In quest’ottica le tipologie funzionali costituiscono un pretesto per proporre uno spazio dove le attività non corrispondono più ad una categoria predeterminata, ma si lasciano definire ed interpretare attraverso la fruizione.


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DOTTORATO DI RICERCA IN PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA E URBANA (X ciclo)

dottore

Claudio Zanirato coordinatore

Prof. Piero Paoli relatore

Prof. Loris Macci

ARCHITETTURA AL LIMITE. IL LIMITE DELL’ARCHITETTURA, L’ARCHITETTURA DEL LIMITE L’architettura è per eccellenza forma di pensiero della delimitazione, e nel costruire limiti tangibili gli edifici definiscono anche i limiti di ogni forma insediativa, non solo ai bordi della città, ma anche all’interno delle sue partizioni. L’architettura come forma simbolica è la sola in grado di significare i luoghi: erigendo pareti, disegnando “limina” artificiali che discriminano, dove chiudendo i luoghi si aprono gli spazi. Il progetto d’architettura da sempre assume la soglia come luogo privilegiato dell’evento trasformativo. E l’architettura è marginale per sua natura e preesiste come forma di limite alla città: l’autonomia formale dell’edificio nasce dall’interpretazione dell’idea del limite, tant’è che non esiste possibilità di linguaggio senza separazione, né linguaggio senza trasgressione, cioè superamento delle proprie regole, sfondamento dei confini. Se in passato il fare architettonico era strettamente connaturato alla conformazione urbana, raramente la città contemporanea si è posta il problema di definire il suo esterno percettivo, da contrapporre a qualcosa di altro da sé, tranne che in particolari conLa pubblicazione estesa di questa ricerca è stata edita con lo stesso titolo da Alinea Editrice, Firenze, 1999.

dizioni geomorfologiche e per limiti interni infrastrutturali. Ancora in questi casi precisi limiti fisici obbligano la città di oggi a darsi confini evidenti. Ogni qualvolta una costruzione interfaccia due realtà spaziali opposte, la città edificata ed il suo vuoto ambientale, siamo di fronte ad un limite che prende corpo in architettura. E se il contesto pone ancora dei limiti non detta per questo delle forme, per cui l’ambiente è senza forma e l’architettura è chiamata ad interpretarlo: ciò significa che esiste ancora un paesaggio, naturale o artificiale che sia, come sfondo dell’architettura, in grado di farsi riconoscere come l’altro spazio in cui l’architettura ha bisogno di essere allo stesso tempo un interno ed un esterno. Separando ed unendo, l’uomo determina l’esistenza della forma, e la forma può tramutarsi in figura solo se riesce a distinguersi da uno sfondo col tramite di un contorno, il suo limite. Per questo, ogni città come ogni architettura prende forma da un intorno cui si contrappone. Il confronto dell’architettura

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con i limiti di queste eccezioni è il tema conduttore della ricerca. A partire dalle origini storiche della concezione del limite urbano proprio della città murata di fondazione, e dei conseguenti riflessi sul fare architettonico così condizionato, si passa a considerare gli impulsi vitali degli organismi urbani, nelle frequenti e molteplici fasi evolutive che ne hanno spostato in avanti i limiti fisici. Le strategie di superamento dei confini della città, in un primo momento solo prospettici-percettivi e poi anche, di fatto, interessano molto da vicino l’evolversi della tematica verso un’apertura spaziale degli insediamenti abitativi ed una nuova concezione architettonica, che nel Modernismo trova l’ideale terreno di proposizione ed attuazione. L’approdo ad un’apparente eliminazione delle tradizionali forme di limitazione urbana ed architettonica chiude l’escursione storica d’apertura e d’inquadramento teorico. Una rassegna sulle attuali condizioni dell’abitare e delle forme di utilizzo del territorio interessa la trattazione conseguente. L’affermarsi del modello della città

Peter Alexander, “Van Nuys”, 1987, da: Abitare n. 329

diffusa sembra essere una condizione spaziale in netta controtendenza con la logica del limite; le recenti considerazioni sui dati dimensionali delle città, ridefiniti alla luce dei nuovi criteri di accessibilità; i rapporti dialettici tra centro e periferia, con le relative logiche esclusivistiche e di emarginazione, da cui le possibilità strategiche di decentramento; le rivoluzionarie tecnologie di comunicazione che scardinano i tradizionali valori spaziali, a favore di quelli temporali ed istantanei, favoriscono ed incentivano oltremodo l’affermazione di modelli diffusivi che estendono pariteticamente a tutto il territorio le potenzialità insediative di valore urbano; il dilagare delle costruzioni svincolate dalle centralità induce ad intensificare i movimenti pendolari ed in generale il degrado dei valori ambientali, un tempo equilibrati rispetto i centri ivi insediati; da cui le nuove forme di rinaturalizzazione delle aree urbane ed agricole trascurate, ma anche l’aumento della domanda di spazi verdi all’interno ed attorno alla città; la confusione e lo spaesamento di questa esplosione insediativa spinge gli individui alla ricerca di nuove forme di identificazione sociale, che trova risposta in nuovi modelli comportamentali e nuove tipologie edilizie; la dissoluzione del tessuto urbano allarga la presenza di vuoti nell’edificato, non formalizzati e spesso associati al proliferare di recinzioni introverse, nonché innesca fenomeni di spontaneismo edificatorio incontrollato, frammentarietà ed episodicità negli interventi costruttivi, sempre più caratterizzati da banalità o incontrollato arbitrio propositivo.

C. Zanirato: progetto di completamento urbano per Colognola di Bergamo, “Frangi(a)linea”: un insediamento residenziale lineare argina il dilagare di una periferia con il disegno di un parco di campagna che si insinua tra i primi edifici come una barriera permeabile, 1996.

Da queste analisi sulle condizioni contemporanee della città e con essa dell’architettura, emerge il bisogno di un possibile recupero del potenziale progettuale del limite, anche in funzione di una ridefinizione della morfologia urbana, in una fase di momentaneo arresto espansivo come l’attuale. Nella seconda parte della ricerca si passano in rassegna i confronti architettonici con quelli che possono costituire a tutt’oggi dei limiti evidenti contestuali, a partire dalle proposte progettuali sui contorni urbani, il nuovo immaginario della città e dei suoi margini, ma anche il rapporto inevitabile con la morfologia orografica. La novità del confronto con i limiti infrastrut-

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C. G. Argan, Storia dell’arte come storia della città, Ed. Riuniti, Roma, 1984. 2 P. Virilio, Lo spazio critico, Dedalo, Roma, 1988. 3 R. Koolhaas, La città generica, in Domus n.791, 1997. 4 A. Breschi, in Nuove figurazioni urbane, Alinea, Firenze, 1987. 5 F. Purini, Sette paesaggi, Electa, Milano, 1989. 6 M. Cacciari, Metropolis, Roma, 1973. 7 P. Virillio, Lo spazio critico, Dedalo, Roma, 1988. 8 È stato Rem Koolhaas in Delirius New York nel 1978 a fare assurgere a categoria positiva la congestione della metropoli, quasi in contemporanea all’uscita di Collage city di Calvin Rowe che descrive la città come assemblaggio eterogeneo, concetti ribaditi l’anno seguente da Fumihiko Maki nella proposta di città come nuvola, interpretando l’instabilità ed il caos come categorie costruttive della città.

turali impone un diverso atteggiamento dell’architettura con la viabilità, diventata spesso un limite interno alla città ma anche una sua nuova perimetrazione, in cui individuare i nuovi accessi come pure i nuovi ostacoli. Il rapporto paesaggistico con il bordo d’acqua vede ancora oggi l’architettura confrontarsi con le suggestioni ambientali, con quello che è una sua antitesi costitutiva ed un limite per eccellenza. La trattazione di questi confronti avviene anche proponendo analiticamente una serie di architetture, per lo più realizzate negli ultimi venti anni, e solo alcuni progetti ritenuti particolarmente emblematici per lo spirito con cui hanno saputo trattare il tema: questa selezione del panorama internazionale è suddivisa per parti che evidenziano l’esistenza di un preciso limite. S’accompagna al repertorio di esempi architettonici una serie di proposte progettuali, svolte di recente dall’autore e che trattano in modo personale gli stessi temi del limite. Infine, la ricerca si conclude con una rapida trattazione su alcuni dei limiti odierni dell’architettura, individuabili nelle alterazioni tipologiche spinte verso l’ibridazione, l’esasperazione linguistica di molte tendenze di ricerca, l’indefinizione oggettuale e tempo-

C. Zanirato, La città mutevole. Le trasformazioni urbane dei margini della città: letture fotografiche delle periferie in transizione.

rale di certe costruzioni. Quest’ultima parte non intende essere né una conclusione dell’opera tanto meno un’analisi critica sulla condizione disciplinare attuale, bensì cerca di proporre una possibile indagine su come anche una singola architettura sia in grado di confrontarsi con dei limiti, non dettati dal contesto ma interni al suo fare.

Oltre la città ETEROTOPIE. La destituzione delle strutture urbane delimitate del XIX secolo coincide con l’infrazione del concetto di soglia, per divenire di seguito una dissoluzione ad opera del progetto moderno e finire con la dissipazione nell’attuale abitato disperso: ed in questa escalation la città subisce lo stesso identico destino del suo bordo. E come si è visto, varcare il limite vuol dire uscire da uno spazio familiare, controllato, rassicurante ed entrare in quello dell’incertezza, e la città si è lanciata in questa avventura sprovvista di un programma adeguato all’incognita, smarrendosi ben presto. La concezione dell’inevitabilità del luogo recintato per essere luogo, espressa da Noberg-Schulz e Kelvin Lynch, oggi non è più valida se riferita alla città, anche se rimane il carattere di raduno proprio dell’insediamento urbano. Ma la comunità a cui fare riferimento oramai non è più stabile, e senza una stanzialità si ha la crisi del luogo urbano come luogo privilegiato di riconoscimento ed indirizzo esistenziale per i suoi individui. Non sopportando una rigida definizione dei suoi confini, la città moderna non si propone però neanche linearmente aperta, ma indefinita, in balìa della libera iniziativa imprenditoriale, in cui le dimensioni, prima ancora delle forme, sono stabilite soprattutto dallo sviluppo produttivo e dalle logiche di rendita. Da tempo le manipolazioni sulla città esulano dall’intenzionalità dell’architettura, non più orientata in un disegno urbano complessivo, per cui viene a mancare la concezione di una città ideale dei nostri giorni. Tant’è che in questi tempi è l’eccezione, continuamente confermata, a diventare la norma, la consuetudine, la regola compositiva, disgregazione del disegno urba-

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no. In questo secolo si è rotta la compattezza della città introducendo forme edilizie aperte intervallate da indefiniti vuoti, per cui diventa difficile cogliere l’appartenenza dei suoi cittadini alla civitas, conseguente alla disgregazione morale e riflesso della corrosione della compattezza materiale. Così la città contemporanea appare indecifrabile e magmatica, senza ordine di spazi, oggetti e relazioni, assomiglia sempre più con distacco ad un prodotto industriale, che

C. Zanirato, La città del lavoro. Lettura fotografica del paesaggio industriale degli insedimenti produttivi emiliano romagnoli, come luoghi di frontiera.

prende inesorabilmente il posto di quello che è stato per lungo tempo un prodotto artistico: “la città favorisce l’arte, l’arte stessa”, sosteneva Lewis Mumford. Si sancisce pertanto il passaggio dalla città recintata, utopica, alla città labirintica, eterotopica, “dove solo il cambiamento continuo è rappresentativo”1, e la cui “rappresentazione si estende al di là del reale, al di là delle apparenze percettive e dei quadri concettuali tradizionali”2. E “quando la sfera di influenza della città si espande, l’area caratterizzata dalla centralità si fa sempre più grande, diluendo senza speranza la forza e l’autorità del nucleo: inevitabilmente la distanza tra il centro e la circonferenza aumenta fino al punto di rottura”3. ROTTURE. “Perduto il controllo unitario dello sviluppo della città, questa è divenuta pura necessità, esclusivo bisogno di quantità edilizia...regredita, nel suo valore, allo stadio primitivo”4. Così la città “è un cimitero di frammenti infelici nel quale l’unità dell’immagine si realizza attraverso un’estremistica esplorazione delle varianti in un caos primigenio ove l’informalità e l’individualità dei manufatti non si smentiscono ma si rafforzano mutuamente, ove l’impossibilità di fare la città rivela questa come la più forte delle necessità”5. Emerge pertanto il bisogno, oltre all’architettura della città, di pensare la città dell’architettura. E si assiste così al superamento del concetto di città unitamente alla sua antitesi. La città da tempo ha cessato di esistere come corpo coeso, derivato dall’accumulazione progressiva della storia, per apparire al contrario come il prodotto della sua disarticolazione temporale, composta di continue discontinuità. Così la città di oggi non è più città, non essendo più stratificazione ma sommatoria, non è fatta più di luoghi ma semplicemente di spazi, non è più luogo della comunità ma promiscuità di abitanti. “La metropoli non è più città, ma un sistema di circuiti di informazione e di comunicazione, all’oggetto si sostituisce l’immagine, la scritta luminosa all’arte, che produce oggettiaventi-valore, si sostituisce un’esperienza estetica”6. E nella città così fatta per parti il ruolo ordinatore incontrastato viene affidato alle reti stradali di connessione e non più di comunicazione urbana. Con il “cessare lo scarto tra vicino e lontano” e con esso “la differenza tra città e campagna, tra artificiale e naturale... la città è diventata una totalità con funzioni complesse”7. Inoltre, la mancanza di costanti nei caratteri della formazione urbana, che costringe ad intervenire tramite episodi isolati e distanti, non permette più di concepire un progetto urbano nella città moderna, e con questo viene meno la necessità di una sua configurazione, anche simbolica, limitata. I modelli urbani prevalenti di questi tempi dichiarano apertamente i limiti del pensiero modernista, con la rinuncia ad un progetto di città architettonica, nel tentativo di inventare una possibile evoluzione di città “nebulosa”8. E con quest’ultima indetermina-

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zione, che sembra protendere a dissolversi in un’immagine naturalistica incomprensibile ai più, traspare anche lo stesso destino della forma simbolica della città, almeno per come era stata configurata attraverso la prospettiva.9 OPACITÀ. La crisi della forma urbana, individuabile in fenomeni quali la città diffusa e la campagna urbanizzata, si riflette nella crisi delle tradizionali coppie oppositive sulle quali si è fondata la città in quanto insieme ordinato di relazioni, ossia urbano-naturale, città-campagna, centro-periferia: la natura non esiste più da tempo, anche la campagna si è dissolta attorno alle città, e la periferia sta scomparendo. “Nel XIX secolo, l’attrazione città-campagna ha svuotato di sostanza culturale lo spaC. Zanirato, progetto di riqualificazione urbana di un quartiere torinese, “A piedi nudi nel parco”: completamento di un brano di periferia improvvisato lungo una strada di collegamento, come una inedita porta lineare cittadina, 1993.

zio agrario, alla fine del XX secolo è lo spazio urbano a perdere, a sua volta, la propria realtà geopolitica”10. Ancora all’inizio del XX secolo il rapporto d’uso dello spazio tra città e campagna poteva definirsi equilibrato: superate le costrizioni imposte dalle mura urbane e dalla interessata sorveglianza dei mercati chiusi ai margini della città, questa aveva guadagnato i suoi immediati dintorni facendone in primo luogo uno spazio di servizio, occupandone i bordi con le nuove realtà produttive e le relative esigenze abitative rinserrate. Finché la base alimentare urbana è rimasta dipendente dal lavoro della campagna posta intorno alla città, in ambiti proporzionati alla sua dimensione e nella diversificazione produttiva, la città si è semplicemente dissolta lungo i suoi margini. Ma le dimensioni metropolitane hanno imposto altre proporzioni, mercati più ampi, e l’industria ha finito per espropriare la campagna di importanza economica tanto da farne la compensazione della stessa città, non più intelligibile è diventata l’”intorno” stesso della città. Come nell’illuminismo la “città come foresta” riferita ai grandi parchi, dove lo sguardo rincorreva l’infinito lungo assi ben tracciati, la metropoli contemporanea appare ugualmente paragonabile alla foresta, con la differenza che è una foresta impenetrabile, opaca e labirintica, all’interno della quale ci si muove senza orientamenti visivi, perché è solo ripetitiva. Pertanto, oggi vi è solo un continuo attraversamento di confini, dati dalla selva urbana, senza mai trovare una soglia su cui fermarsi. Così “al di là della città è ancora la città, la città delle autostrade e dei distributori, delle campagne coltivate industrialmente”11 e molti hanno smesso da tempo di chiedersi “dove vanno”, perché sanno sempre meno dove si trovano. Porre confini induce a riflettere sugli ambiti culturali di riferimento che determinano le scelte progettuali, oramai pervase da una cul-

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L’avvio di un tale cambiamento mentale nella concezione ambientale è forse da fare risalire alla progressiva adozione del sistema metrico decimale all’inizio dell’800, che “dettato da una grandezza astronomica, sostituisce quelle tradizionali legate alla statura umana (braccio, piede, pollice) e abitua a pensare a spazi astratti...la progettazione perde i suoi riferimenti antropomorfici, e le varie scale confluiscono in una dimensione mentale illimitata”. L. Benevolo, La cattura dell’infinito, Laterza, Bari, 1990. 10 P. Virilio, op.cit. 11 M. Augè, Non luoghi: introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano, 1993. 12 R. Gambino, in F. Boscacci-R. Camigni, a cura di, Tra città e campagna, il Mulino, Bologna, 1994. 13 A. Anselmi, in Area n.26.

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tura senza limiti, globalizzata, ma ancora contaminate da specifiche culture locali, delimitate, frutto di confini vecchi e nuovi.

Nuovi limiti QUESTIONI. L’agglomerato urbano possiede ancora una facciata? E quando la città ci sta di fronte? Cosa significa “andare in città” o forse ci stiamo oramai sempre dentro? Ma allora dove si sono spostati i limiti della città contemporanea? Di certo, il perimetro non è più il limite ideale, né esistono elementi architettonici che lo denotino: perimetrare implica la presenza di una compattezza, e quest’ultima la capacità di evidenziare emergenze; venendo a mancare un tessuto urbano compatto è anche venuta meno la


possibilità di avere perimetri. Sta venendo a mancare anche il concetto di “centro” urbano: la città oltre i limiti ha più centri, costretta com’è ad inventarsi di continuo alternative di attrazione, per non colassare dimensionalmente. Se manca un centro forte viene forse meno anche un intorno debole da cui distinguersi, non solo idealmente, con pregnanza architettonica e con manufatti singolari. L’impossibilità di distinzione tra costruito e non costruito, comporta anche l’incertezza nella definizione dei contorni della città, in sostanza del tradizionale rapporto tra spazio urbano e suo intorno. “La perdita dei confini, la deligittimazione dell’idea del limite, implica il rifiuto dell’idea di centralità”, e la perdita della centralità, che aveva originato la demarcazione dei confini urbani, sembra sovvertire l’antico dualismo: “la periferia non è più necessariamente il luogo della tekne mentre il centro non è più il solo luogo della polis”12. Gli elementi di antichi limiti che si confrontano con la situazione dei nuovi limiti caratterizza la contemporaneità. Abbattute le mura, demolite le fortificazioni, abbandonate le industrie, dismesse ferrovie, stazioni e porti, quindi oltrepassati questi limiti, il vuoto che rimane del vecchio margine ritorna disponibile per la progettazione. Molto più che in passato, la città oggi è tracciata da margini interni, quali aree industriali dismesse, aree carcerarie e militari obsolete, aree ferroviarie... sono questi margini statici e non dinamici, superabili con sistemi dotati di notevole articolazione con l’intorno cittadino. Più che di vuoti fisici si tratta spesso anche di vuoti di contenuto e vuoti relazionali della città. Ma dove si riconoscono i nuovi limiti della città? Forse nelle zone più compatte interne a certi elementi infrastrutturali (raccordi autostradali, passanti ferroviari), per cui sono i

C. Zanirato, progetto per un edificio su un canale “Una casa per Mantova”: un monolite in bilico sull’acqua interpreta la condizione di pracarietà dei bordi, 1994. Progetto di riqualificazione urbana dell’affaccio a mare di Chiavari “La piazza di sabbia”: il ridisegno dell’arenile come proiezione cittadina sull’acqua, 1995. Progetto di riqualificazione urbana di una baia a Greenport-New York “Approdi/Intersezioni”: il disegno di un parco e di una darsena come fusione tra domini spaziali contrapposti, 1997.

livelli di densità insediativa a fare la differenza ed i territori di confine diventano quelli da cui riemergono leggibili le tracce del sistema di uso dello spazio agricolo. PERCEZIONI. I margini urbani sono fatti di interstizi di campi ancora intensamente coltivati, di bordi di infrastrutture inselvatichiti o riabilitati dagli orti metropolitani, di lottizzazioni avulse... in una parola, luoghi di un’urbanità minore. Sono questi luoghi senza nome, dei quali i grandi progetti se ne disinteressano e dove la pianificazione è fatta a tavolino, d’ufficio, con scarso trasporto. Sono anche luoghi in continua e rapida trasformazione, in cui la forza prescrittiva di regole esplicite (norme e regolamenti) e implicite (repertori e linguaggi) che caratterizzano una città e la sua edilizia, giungono smorzate ai margini dell’ingombro urbano. L’indeterminatezza della forma fisica non deve indurre a pensare che si tratti di situazioni insediative provvisorie: questi luoghi non diverranno mai parte della città compatta della storia, e neanche la disarticolata periferia del moderno, né ritorneranno mai campagna rurale; anzi, questa città disfatta potrebbe diventare una condizione generalizzata del territorio. Bisogna desistere nella ricerca di una centralità dominante e di una forma definita per sempre e a priori dei luoghi, “accettare l’indeterminatezza dello spazio urbano come valore, come categoria costitutiva della condizione contemporanea e, se accolte, potrebbero aprire la via verso nuove morfologie significanti”13.

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L’architettura della periferia dovrebbe essere come dei “personaggi che dialogano con la campagna”, F. Semerani, Il luogo dei limiti, Dedalo, Bari, 1993. 15 P. Virilio, op.cit. 16 R. Guiducci, Città e territorio, in Costruire n.153. 17 L. Macci, Nuove stagioni della città, Electa, Milano, 1993. 18 P. Zanini, I significati del confine, Bruno Mondadori, Milano, 1997. 19 A. Breschi, op.cit. 20 A. Breschi, op.cit.

Ricercare i margini degli insediamenti urbani è occasione per ripristinare un ordine interno, con l’individuazione di precisi confini: da qui si può avviare l’attenuazione della condizione di perifericità delle situazioni di bordo, ristabilendo connessioni tra un reale interno urbano ed un reale esterno urbano, ridando intelligibilità ad un territorio altrimenti solo virtuale.14 DELIMITAZIONI. Ha quindi senso recuperare la logica del limite: contro la smisuratezza, per riaffermare il progetto urbano, per continuare a dare un senso ai manufatti, attraverso il disegno netto del passaggio tra spazi edificati e no. Un limite che non può essere più visto come un ostacolo, ma piuttosto un tramite su cui coagulare le varie significazioni del mutamento di condizione interna al territorio, in luogo del precedente rapporto inter-esterno. I nuovi limiti urbani devono essere individuabili come delimitazioni e non più come limiti assoluti, devono indicare e non più separare. Dal momento che oggi l’approdo urbano ha perduto l’antico valore di luogo di transito, varco riconoscibile tra parti differenziate, ma continua a sopravvivere in latenza un senso della distinzione. Così gli aeroporti e le stazioni funzionano come porte d’ingresso alla città, riproducendo le antiche condizioni dei riti di passaggio, e gli shopping malls prendono il posto delle piazze. Il margine non può più essere continuo né tanto meno concluso, per cui è importante che gli estremi della sua articolata segmentazione posseggano punti terminali ben definiti. Per Paul Virillio “la crisi è sempre la separazione dei limiti che genera la confusione”15, e la perdita dei confini è ritenuta come l’origine della disintegrazione dell’ambiente urbano. RIPENSAMENTI. La città occidentale di fine millennio si trova di fronte ad un momento di arresto del suo ciclico processo di crescita, quello che ha rappresentato lo sviluppo

C. Zanirato, progetto di riqualificazione urbana di un tratto di costa di Genova Voltri “Paesaggio non finito”: la proposta di una scogliera artificiale come bordo costruito plasticamente, 1997.

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più frenetico ed incontrollato. La nozione di sviluppo non coincide più con l’espansione fisica: le città storiche, più che muovere alla conquista di nuovi territori, trasformano e riqualificano il loro ambiente costruito. È uno degli effetti dell’involuzione di ruolo e


contrazione spaziale di molte città per effetto della deindustrializzazione. Con l’arresto della propulsione demografica, la città può ridefinire i suoi margini orientando le spinte costruttive soprattutto verso la trasformazione dell’esistente, oramai sempre più un patrimonio da valorizzare. La presa di coscienza che la città non può crescere all’infinito porta a prendere coscienza sul valore del presente. In pratica, la periferia cerca un’identità tramite la trasformazione. E la città può essere vista come matrice delle trasformazioni future, e “passare da una cultura delle trasformazioni... da una cultura della segregazione ad una della aggregazione e della solidarietà... (in cui) la megalopoli non dovrebbe più crescere, né accentrare le funzioni... ma ristrutturarsi partendo dalle sue periferie in multicittà”16. Rioccupare la città ritrovando i suoi “centri” è anche la strada che rende possibile ridisegnarne i margini. Alla tradizionale centralità è forse più opportuno sostituire una nuova struttura urbana, definita da una trama di centri, di punti integrati e poco gerarchizzati, insomma “un policentrismo dinamico capace di disegnare nuovi confini”, il recupero e potenziamento delle aree esterne per il corretto funzionamento dell’insieme urbano.17 INDIVIDUAZIONI. La crescente condizione di stallo espansivo degli organismi urbani induce a riflettere sulle possibilità di ridefinirne i punti di passaggio nel territorio, di marcare il segno cittadino con manufatti specifici: denotare i confini tra sistemi archi-

C. Zanirato, La città di sabbia. Lungomare: lo spazio balneare delle coste italiane, letture fotografiche della città lineare adriatica.

tettonici e territoriali. Ed in risposta allo sviluppo indifferenziato e informe nel territorio, una possibilità per recuperare alla città unità e qualità può essere un’azione d’individuazione che la definisca nuovamente come una distinta parte del territorio, riunificandone la dispersione. Da notare come di recente “l’esplosione dei particolarismi, il violento riappropriarsi delle differenze dichiarano il bisogno di un corrispettivo spaziale, di un territorio proprio, sia a scala urbana che regionale”18. L’assunzione di un significato e forma nuovi per la città odierna “può passare attraverso il gesto originario che la fondò: la traccia di un solco quadrato, il gesto della definizione inequivocabile che mutava il significato di un luogo naturale”19. Il disegno urbano assume allora un significato simile a quello di un “contenitore che, definendo l’insieme, lasci le definizioni parziali che contiene per articolarsi secondo le esigenze contingenti, insomma, precisa e definitiva verso l’esterno, libera di trovare le sue composizioni interne”20. Fisicizzare i limiti della città contemporanea significa anche sanzionare il punto di passaggio tra una concezione quantitativa ed un approccio qualitativo al fatto urbano ed architettonico. A partire dalla considerazione dei propri confini la città può avviare un processo di implosione progettuale volto alla riqualificazione della sua immagine complessiva. Arrestare l’espansione della periferia significa ottenere le stesse condizioni che hanno consentito di elaborare il valore della città consolidata preindustriale, attenuarne la periferizzazione e rovesciarla in valore urbano, con una propria dimensione e specificità funzionale.

Bordature e contorni. L’architettura dei limiti DIFFERENZIALITÀ. L’ispessimento dei bordi edificati frammisti a grandi spazi aperti,

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la densificazione dei margini, consentirebbe di ristabilire reciproche relazioni tra pieno e vuoto. In fondo, la città è anche luogo dei contrasti, delle attrazioni, che pertanto devono essere stimolate come momenti riqualificativi: il contrasto tra vuoto e pieno è tra i più immediati, come la riconquista dell’esperienza dell’arrivo. E riuscire a definire i limiti della città diffusa significa riuscirne anche a valutare e capire le varie parti, passando attraverso la riconfigurazione dei luoghi architettonici d’identificazione. E solo facendo riacquistare un’identità alla periferia si può ridare anche valore al centro storico, ristabilendo un rapporto dialettico interrotto. La confusione che troviamo nei luoghi di margine è allo stesso tempo un rischio e un’opportunità progettuale: poiché la modificazione è continua e genera instabilità, il destino oscilla tra l’omologazione di un suburbano indefinito ed il rafforzamento problematico di identità locali esigue, con amplificazione delle differenze. Oggi, l’urgenza non è tanto dar forma al processo espansivo, ma riordinare il territorio esteso: segnare la forma della città con segnali e percorsi di orientamento, attraverso la riconfigurazione di ciò che non è ancora città: il vuoto. Estendendo il carattere diffusivo alle emergenze architettoniche, trasformandole in segni dotati di differenziata riconoscibilità, si ottiene una interpolarità territoriale ad C. Zanirato, progetto di riqualificazione urbana del centro di Zola Predosa “Tra città e campagna”: il disegno del centro civico di una cittadina lungo i suoi bordi, 1998.

intensità variabile, esaltando l’indipendenza dei valori della griglia relazionale ed equilibrandone, per quanto possibile, i flussi. Una rete, fatta di nodi e relazioni, può anche essere un sistema che isola e frammenta tanti spazi, invece di un tessuto che li collega intrecciandoli, fatto di continuità e sovrapposizioni, come nella città storica, con un diritto ed un rovescio, un disegno che lega insomma: comunque sia, entrambi i sistemi possono avere bisogno di un telaio-cornice per avere un senso. DENSIFICAZIONI E MARGINATURE. L’idea-forma del progetto urbanistico dev’essere la saldatura tra periferia e centro ed anche le saldature tra periferie. Si possono ascrivere a questa linea di pensiero una certa tendenza verso una riconfigurazione centrata degli insediamenti, come nelle edge cities americane o nelle proposte nord-europee sulla città compatta, o nelle valorizzazioni dei lieux magiques delle periferie francesi o nei grandi cunei verdi di Berlino. Molti dei maggiori progetti urbani nelle città europee sono da tempo localizzati spesso in periferia.21 Lungo le linee di contorno possono essere risolti molti dei problemi della città, aggredendoli al limite, anche se è difficile lavorare sui bordi, per le difficoltà implicite alla loro definizione. Ma se si pensa al limite

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La Dichiarazione di Bruxelles del 1979 evidenziava come “bisogna procedere alla riduzione del perimetro costruito delle città e definire con precisione le zone rurali al fine di stabilire chiaramente cos’è la città e cos’è la campagna”. Mentre il CER raccomanda modifiche urbanistiche per aumentare la densità nelle zone periferiche, e quindi costruire anche verso la città. E la conferenza mondiale Habitat II si Istanbul 1996 ha suggerito, tra le principali raccomandazioni per risolvere i problemi dei grandi complessi urbani, di concentrare gli aiuti economici e gli interventi progettuali proprio negli ultimi quartieri delle metropoli, per rafforzare la corona e passare alla riqualificazione interna così de-finita. 22 P. Zanini, I significati del confine, Bruno Mondadori, Milano, 1997.

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come ad uno spazio e non solo come una linea, si stimola la progettualità a ricercare le forme ed i modi per superarlo, con fantasia, e “la fantasia è legata alla capacità continua di modificare quegli elementi che appaiono immutabili”22. Non si può pensare di recuperare la periferia senza arrestare l’espansione: si recupera attraverso densificazione e marginature, ma anche diradazioni dove necessario, con concentrazioni di capitali ed attenzioni. Di certo, le fasce continue di degrado marginale alla città, reinventate, possono tramutarsi in inediti profili di paesaggi lineari, dove le esistenti linee di rottura si possono tramutare in supporti per un’architettura d’impianto urbano. E la concezione di recinti (isolati urbani, piazze, composizioni architettoniche chiuse) è sovente ritenuto un rimedio alla dispersione e al disorientamento del contesto.


Lavorare sui margini non significa solo consolidare la città, ma apportare anche azioni perturbatrici: la successione di margini ha segnato le formazioni urbane, e definire nuovi limiti può indurre a strategie di superamento attraverso nuove forme, così come si sposta in avanti il limite del sapere. Per i bordi della città è sempre passato il disegno complessivo della stessa, rivitalizzandone il ruolo architettonico, per dare forma nuova alla città ampliata. Così, la ricerca e costruzione dei bordi dovrebbe essere un lavoro necessario per la città. I nuovi limiti dei sistemi urbani non sono oggi più riferibili alle consuete conformazioni (concentriche, radiocentriche, reticolari, lineari) bensì alle loro residualità resistenti, che possono essere reinterpretate in maniera quasi archeologica. In ogni città c’è sempre una sorta di “fronte del porto”, un confine sul quale si incontra una dimensione altra. Sono questi spesso limiti fisico-morfologici, come spiccati ca-

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I. Calvino, Le città invisibili, Einaudi, Torino, 1972. 24 “Nella Grecia antica la concezione del Cosmo come insieme finito ed ordinato di elementi porta a concepire ogni edificio come una sua parte: non c’è bisogno di racchiudere, ma piuttosto rimarcare la soglia in quanto congiunzione... come avviene nel tempio con il colonnato”. G. Consonni, in P. Pucci, I nodi infrastrutturali: luoghi e non luoghi metropolitani, Franco Angeli, Milano, 1996. 25 La concezione dell’architettura cambia decisamente con la costruzione di interni a cielo aperto che diviene invece “una regola per la città cristiana: la piazza è uno dei modi per circoscrivere gli spazi pubblici che consentono di rapportarli all’infinità del creato”. G. Consonni, op.cit. 26 così come i salti di quota ed i terrazzamenti fanno sul panorama 27 A. Sichenze, Il limite e la città, Franco Angeli, Milano, 1995.

ratteri geomorfologici, argini naturali o artificiali, bruschi salti di quota, zone verdi tutelate, infrastrutture... Alla definizione di nuovi limiti si dovrebbe accompagnare, d’altro canto, l’abbattimento di altri: i confini interni alla città, il superamento delle isole funzionali, il ribaltamento della desocializzazione nella direzione della continuità urbana. E la dimensione lineare del fronte urbano di molte città è di gran lunga maggiore di quello chilometrico delle coste italiane, a causa delle molteplici sfrangiature. IMMAGINI. “Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”23: campagna e metropoli sono gli estremi della città. Pensare per immagini fa parte dell’essenza progettuale, la loro selezione ne è elemento indispensabile. Il senso del margine induce a considerare fondativo per la progettazione anche il senso di transitorietà e continua mutazione, assieme alla permanenza: “aggiungere segni alla città come segni di rifondazione, sempre”. Il bordo non è un luogo di tutto riposo, non forma mai una linea indivisibile. I caratteri di transito, sospensione, molteplicità, indeterminazione, oltre che riferibili ai bordi, sono anche attribuibili a molte situazioni della città contemporanea. Pensare la città rimanda inevitabilmente al cercarne i limiti, ma non necessaria-

C. Zanirato, progetto di riqualificazione urbana di un quartiere di Siviglia “La casa sulla collina”: la saturazione di un interstizio inedificato diventa la cucitura di un tratto di margine interno lungo un’infrastruttura di solo attraversamento, 1995.

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mente la cultura dei limiti ha luogo sui margini della città. L’architettura è per eccellenza forma di pensiero della delimitazione, e nel costruire limiti tangibili gli edifici definiscono anche i limiti di ogni forma insediativa, non solo ai bordi della citt��, ma anche fuori o dentro di essa. Non si dimentichi il doppio significato della parola margine, in quanto forma di recipiente per il contenuto urbano e anche forma del contenuto urbano.24 La costruzione architettonica è stata quindi storicamente un tramite con altre dimensioni, un luogo privilegiato di collegamento attraverso la relazione opportuna tra spazi interni ed esterni, cosa che accade ancora oggi, seppur con altre forme ed altre intenzioni.25 Solo l’architettura ha la forza e la possibilità di significare i luoghi: mentre la città si dissolve, l’architettura come forma simbolica resta, semmai cambiando aspetto. L’architettura determina luoghi erigendo pareti, disegnando “limina” artificiali che discriminano. Portici, torri, loggiati, sono ancora elementi architettonici principali nella dialettica tra le parti limitate, dove, chiudendo i luoghi, si aprono gli spazi.26 Il progetto assume la soglia come luogo privilegiato dell’evento trasformativo. È un confine a far risaltare le cose invisibili e sono gli artisti a lavorare sui confini, sulle fertili frontiere del paradosso. Le linee di margine possono rappresentare la sintesi della contestualizzazione progettuale, per la loro irripetibilità e singolarità che ne escludono la tipicizzazione. L’architettura è marginale per natura e preesiste come forma del limite alla città: l’autoC. Zanirato, La città del lavoro. Lettura fotografica del paesaggio industriale degli insedimenti produttivi emiliano-romagnoli come luoghi di frontiera. Alla pagina a fianco: C. Zanirato, Progetto di riconversione dell’ex scalo merci della Stazione Centrale di Prato. Modello e planimetria generale.

nomia formale dell’edificio nasce dall’interpretazione dell’idea del limite, spesso in una visione prospettica, tant’è che non esiste possibilità di linguaggio senza separazione, né linguaggio senza trasgressione, cioè superamento delle proprie regole, sfondamento dei confini. D’altronde, l’architettura consiste più di vuoti che di pieni, cioè di relazioni, e la poetica che sottende è la forma di linguaggio più chiara, così come ogni linguaggio ha il suo “dicibile”, da cui l’esistenza di limiti espressivi. Le cose che l’architettura esprime all’esterno non sono altro che i simboli di un mondo interno, che vengono drammatizzati creando scene urbane. D’altronde anche il paesaggio non può essere apprezzato se non da un interno, da una finestra, che lo identifichi come esterno, da cui la diversità dell’architettura. PROFILI. Dall’architettura del limite è possibile passare ad analizzare i limiti dell’architettura contemporanea, entrando nel merito disciplinare specifico. “Un edificio non risolve tutti i problemi di una città, ma è la città in un punto risolta”27 ed in questo l’architettura addensa il doppio senso problematicizzante del limite: interno-esterno, sopra-sotto, artificiale-naturale, individuale-collettivo, pubblico-privato, permanentetransitorio, legittimo-abusivo, reale-virtuale... Un’immagine simbolo della città di fine millennio sono le luci di Los Angeles che si interrompono nel deserto, contro le colline, si tuffano nell’oceano. Raramente la città contemporanea si è posta il problema di definire il suo esterno percettivo, tranne che in particolari condizioni geomorfologiche (come fronti a mare e fiumi, bordi di alture o parchi naturalistici) e per limiti interni infrastrutturali (come autostrade e ferrovie urbane). In questi casi, precisi limiti fisici lineari obbligano le città a darsi confini evidenti, che qualificano la loro immagine denotativa, come tentativo di ridisegno della città, in quanto progetto complessivo.

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DOTTORATO DI RICERCA IN PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA E URBANA (X ciclo)

dottore

Flaviano Maria Lorusso coordinatore

Prof. Piero Paoli relatore

Prof. Alberto Breschi

L'ARCHITETTURA DEL PROGETTO. LA TRASFORMAZIONE CONTEMPORANEA DEI CONTESTI

Tokyo bird’s eye view, GA HOUSES 4, A.D.A. Edita Tokyo Co., Ltd. 1978. Tokyo voids, 1999 Francesco Jodice, VIRUS mutations 16/2001. Pristina, 2000 Francesco Jodice, VIRUS mutations 16/2001. Images du vidéodisque interactif, 1980-83 Lynn Hershmann, in Frank Popper, “L’art à l’âge électronique”, Hazan, Parigi 1993. The Legible City, 1990 Jeffrey Shaw, in Frank Popper, “L’art à l’âge électronique”, Hazan, Parigi 1993.

Premessa - La ricerca ha perseguito la delineazione dello stato di riflessione sul significato di progetto secondo il più recente dibattito -volutamente circoscritto all’ultimo decennio- occorso in conseguenza della accelerazione di annunci e di mutamenti sia di prospettive che di strumenti apparsi sulla scena del mondo. Il progetto come problema di confine dunque, sia disciplinare che temporale. Una ricognizione condotta attraverso l’individuazione, secondo un asse concettuale intenzionale e selettivo, di riferimenti diversificati come navigazione esplorativa mirata, negli spazi di una letteratura congruente agli assunti della ricerca. Ricognizione dunque sul racconto possibile dello spazio contemporaneo, sia urbano che architettonico: anzi, sulla stessa possibilità di un racconto e, nel caso, sulla autenticità delle sue connotazioni, delle sue forme. Idea di città e forma di città, tra eredità e annuncio di cambiamento globale. Il racconto urbano della contemporaneità si modifica: ma con quali possibilità di destino? quale forma possibile del suo orizzonte, e dunque del suo disegno? Memoria e avvento di una rivoluzione tecnologico-strutturale epocale si confrontano nella fenomenologia del possibile: nel progetto di racconto come contenuto e come forma, opposte previsioni o visioni - dal pessimismo critico all’ottimismo vitalistico - delineano scene urbane divergenti e inconciliabili. Esiste una possibile conciliazione, tra strumenti, linguaggi e progettualità, per un nuovo disegno complessivo e una rappresentazione unitaria della città che si annuncia? “Può la città avere ancora una facciata?”, quale espressione di senso compiuto, di identità, significato, forma autonomi, originali e conformi? Quali dunque le metafore e le figurazioni possibili di questo racconto? Come problema di confine, anche l’architettura, con maggiore tempestività ovviamente rispetto alla scala urbana, annuncia un possibile racconto autentico della contemporaneità: come tale, esso accade quale coniugazione di attualità e anticipazione; la lingua alfabetizza i territori limite della espressione e degli strumenti per fare abitare i contenuti in formazione, le domande di nuovo senso che già pervadono il mondo vitale. Racconto della mutazione, della pre-visione creativa attualizzata sui movimenti collettivi di tendenza, sulla rapida stupefacente “costruzione delle tecniche” nuove e congruenti, sull’intersezione e sconfinamento tra metafore e mondi attigui, sui loro “stati nascenti”, il progetto contemporaneo autentico si reifica secondo una architettura di confine, dal parlato inedito che rompe, evolutivamente, i sistemi concettuali consolidati della cultura e della pratica teorico-operativa disciplinare, secondo le prospettive di una diversa tensione di ruolo, di responsabilità e di significazione estetica del mondo.


Partendo da una più generale, preliminare riflessione interpretativa, sorta di imprescindibile cornice di inquadramento, sul tema della contestualità, ovvero della cittadinanza culturale di una architettura pienamente contemporanea nei confronti della presunzione problematica dell’identità dei luoghi - capitolo primo, “Identità, autenticità, contemporaneità,” - la trattazione ha seguito un diagramma concettuale che si è successivamente sviluppato in un’interpretazione dell’attualità progettuale architettonica come problema di confine a tutto campo, appunto, come ‘evento liminare’ agito sulla soglia dell’annuncio di futuro possibile e, di conseguenza, come arte dell’anticipazione - capitolo “L’architettura del progetto”. È assecondando questa chiave che il diagramma sequenziale si snoda naturalmente nel sondaggio di un portato innovativo della messa in forma architettonica contemporanea a partire soprattutto dall’imprinting determnabile dagli inizi del nuovo mondo delle infoteletecnologie, individuato quale cifra la più perspicua di una congruenza concettuale e modale di quella ricerca - capitolo “La metafora tecnologica”. Le considerazioni su due fenomenologie urbane selezionate come paradigmi polari di un possibile ritrovamento d’una forma compiuta, Barcellona e Prato, in quanto l’una soggetto-oggetto dell'attuazione della più eccezionale ristrutturazione complessiva recentemente compiuta e l’altra già campo d’una precedente ricerca progettuale dimostrativa della potenziale riconquista di una sua unitaria forma-carattere affatto originale, individuano gli indizi, teorici e operativi, di un rovesciamento e di un ‘ricominciamento’ tendenziali della gestione formale della città contemporanea - capitolo “La città ricominciata”. Riflessioni che scaturiscono infine nell’enunciazione proiettiva di una città paradossale che sembra profilarsi come esito inverso, rovescio rispetto alla città prodotta sino ad oggi, ai suoi significati strutturali e quindi simbolico-rappresentativi: mutazione in fieri avvistata fino all’implicazione ‘figurale’ proiettiva più verosimilmente ad essa conforme nel capitolo “La città possibile”. Un’enunciazione progettuale ha verificato infine un processo di personale sintesi metodologica, come conseguente interpretazione del disegno urbano contemporaneo.

La metafora tecnologica Si può dire, ormai è evidente, che sono le nuove tecnologie della comunicazione/informazione e della realtà virtuale la più autentica ‘figura liminare’ della nostra contemporaneità, l’unica anzi chiave d’azione/interpretazione in grado di costituirne e rappresentarne la soglia di identificazione di autentica appartenenza conforme. Sono le nuove tecnologie che hanno riaperto globalmente la possibilità di un tempo dell’affermazione rispetto a quello della descrizione, secondo la naturale articolazione della ciclica processualità dei grandi cambiamenti epocali che sem-

Piuttosto che l’identità, il parametro referenziale dell’azione trasformatrice sui contesti deve essere, come d’altronde è sempre stato, quello dell’autenticità: l’attualità della loro trasformazione presume ed assume, doverosamente e necessariamente, il concetto di ‘verità’ dell’azione/espressione in atto nel mondo, nell’epoca, nella cultura in cui accade. La dilatazione relazionale, attraverso la perdita dello spazio fisico nella temporalità assoluta della teletrasmissione realizzata dalle tecnologie della comunicazione/informazione crea un mondo teletopico in cui il contesto fisico si restringe fino a soccombere nella globalità/universalità della temporalità immediata della emissione/circolazione culturale che, ben oltre esso, determina i nuovi recinti meta-fisici delle identificazioni e delle appartenenze... un’autenticità referenziale che assume come ingredienti acconci e imprescindibili della propria identificazione usi, forme, strumenti, atteggiamenti che agiscono secondo la concatenazione metacontestuale, in senso localistico, di una libera ‘associazione di referenze’, processo di identificazione che accentua la dimensione ‘concettuale’ dell’autenticità formativa dei nuovi contesti contemporanei... secondo un relativismo ‘ermeneutico’ che, oltre predigeriti fondamentalismi storicistici, fa dell’interpretazione il piano consustanziale di una libertà e di una ‘moralità’ corrispondenti dell’agire connotativamente contemporaneo nel mondo... evento inaugurale -di condizioni, usi, tecniche, forme- del segmento di essere specifico di quel tempo stesso... per un suo abitare rivelatore di nuovi paradigmi, di nuove coordinate, di “ridescrizioni”, secondo la definizione di Rorty, ovvero di “nuovi sistemi di metafore” per descrivere/plasmare/rappresentare il mondo. (cfr. G. Vattimo, Oltre l’interpretazione, Laterza, Bari 1994)


Oltre l’identità, come cristallizzazione dell’eredità, l’autenticità risiede invero nella storicità degli orizzonti di verità propri dell’elaborazione vitale di una data epoca, racchiusi nella quintessenza dei suoi specifici sistemi concettuali, tecnico-scientifici e simbolico-estetici: perciò essa è verità ‘radicalmente’ storica... Tale virtù di testimonianza implicita alla natura del progetto autentico costituisce la sola possibilità di una sua legittima autorevolezza culturale, funzionale e simbolica, la sua opportunità di ‘aura’: ma un hic et nunc che l’epoca dell’emissione/ ricezione permanente e globalizzata sposta sul piano della despazializzazione, della simultaneità temporale dello spazio teletopico, e dunque sulla sovrapposizione/coincidenza in simultanea delle identità/diversità teletrasmesse, che finiscono per realizzare inaudite ‘affinità elettive’, veri contesti sintetici virtuali, meta-fisici, da cui, al più, successivamente, di ritorno, calarsi nella realtà/ identità particolare, localizzata...

pre ha investito le civiltà: sono esse che, d’una maniera così affatto performativa e per così dire profondamente biologica, hanno comunque indicato quella possibilità radicalmente innovativa, ‘mutante’ di un ritorno del futuro come dimensione, prospettiva strutturale ed insieme simbolico-esistenziale di superamento perfino della stessa, usurata categoria della modernità ed oltre l’equivoco, già dissolto, della post-modernità. Nominazioni che, in quanto pronunciate, già sono realtà, esse costituiscono gli agenti biochimici, anzi biotecnologici, per così dire, portatori della possibile germinazione evolutiva che va informando, con straordinari o, per alcuni, inquinanti valori/effetti metamorfici il mondo vitale di fine millennio. Possibilità di destino, di senso e, conseguentemente, possibilità di forma della sua ‘mutazione latente’ quali interrogazioni prospettiche sulle modalità della sua costituzione imminente, del suo possibile ‘racconto’ conforme, autenticamente identificativo della sua inedita/inaudita specificità. Immane prospettiva che telluricamente vena la globalità del campo vitale: struttura della produzione e del-

The Legible City, 1990 Jeffrey Shaw, in Frank Popper, “L’art à l’âge électronique”, Hazan, Parigi 1993. Champ d’interaction, Esposizione Electra a Parigi,1983 Piotr Kowalski, in Frank Popper, “L’art à l’âge électronique”, Hazan, Parigi 1993. Riconversione dell’ex inceneritore di S. Donnino in Museo dell’ecologia, Alberto Breschi, Flaviano Maria Lorusso, Pier Paolo Perra, 1997 Firenze. Viewing System, 1990 Scott Fisher (NASA), in Frank Popper, “L’art à l’âge électronique”, Hazan, Parigi 1993. Polly, 1996 Nicolas Sinclair, VIRUS 10/1997. Instituto del mundo arabe, Jean Nouvel, 1981-87 Parigi, El Croquis nn.65-66/ 1994. Mask II, 1993 Hans R. Ginger, VIRUS 10/1997. Complejo mediapark, Jean Nouvel, 1992 Colonia, El Croquis nn.65-66/1994.

l’economia, costruzioni della politica, scienza e tecnica, ma anche le concettualizzazioni, le metaforizzazioni simboliche, le estetiche. Fra i poli opposti dell’entusiasmo vitalistico, della visionarietà profetica, sino all’utopia palingenetica politico-sociale ed esistenziale della “mediamorfosi” e del Pericle elettronico, e il dubbio critico, l’ironico scetticismo, lo spaesamento e l’inquietudine dinanzi ad un determinismo/integralismo tecnologico fino al presentimento di quello che Paul Virilio ha denunciato come la “catastrofe” latente, l’inedito, ignoto “incidente possibile” d’un sofisticato, allucinato scenario ipertecnologico, le nuove tecnologie sembrano tuttavia aver costituito e costituire -in parallelo con il ‘paesaggio’ urbano metropolitano-, i più autentici, incisivi agenti ‘ermetici’, transizionali di innovazione per comportamenti, linguaggi, forme più proprie della contemporaneità. Comunque, la più efficace fabbrica di metafore e figurazioni, di esplorazioni, di indotto analogico: come sempre storicamente, in quanto è dall’evoluzione delle tecnologie che procedono le trasformazioni dell’universo simbolico da quelle stesse presupposto, le nuove elaborazioni concettuali ed estetiche di metabolizzazione interpretativa e rappresentativa del nuovo mondo conseguente/conseguibile. È in questo ruolo di deflagrazione, di dirompente irradiazione mutogena delle configurazioni concettuali ed espressive consolidate e resistenti che, nel campo del progetto urbano ed architettonico, al momento, risiede in fondo il valore di più immediato, percettibile ed affascinante riverbero nei processi di cambiamento da esse stesse prefigurato ed innescato: formidabile suggestione metaforica innanzitutto, ma attivamente propulsiva di ‘ridescrizioni’ delle modalità della modificazione creativa dei contesti contemporanei, di riformulazione delle stesse domande collettive, di rifondazione tendenziale di apparati e strumenti, di reivenzione dei sistemi processuali di strutturazione e significazione del senso e dell’articolazione del proprio fondamento. Perché, se è pur vero che è in altri campi ed in altre discipline soprattutto che le nuove


tecnologie hanno prodotto le innovazioni più profonde e sorprendenti, è nelle implicazioni del progetto urbano-architettonico che esse riverberano proiettivamente una delle più stupefacenti, sconcertanti mutazioni, d’inaudita potenzialità, della sua stessa sostanza costitutiva, dello statuto qualitativo della sua stessa ‘essenzialità’ configurata nella millenaria elaborazione/costruzione concettuale dello spazio da parte della civiltà occidentale. Riverbero che ora sembra investire piuttosto l’ordine figurato della recente fenomenologia architettonica più originale ed innovativa, veicolandosi attraverso il ‘trascinamento’ analogico/metaforico sugli strumenti ed i materiali compositivi/costruttivi attualmente a sua disposizione, da ricomporre secondo nuove ‘figure’, fino a che il compimento tecnico non ne permetta la metamorfosi strutturale. La chiave di volta metaforica di questo sistema di concettualizzazioni è l’invenzione dell’ambiente artificiale: producendo la modifica della percezione diretta dello spazio e del tempo e della relazione con l’artificiale attraverso la loro progressiva ‘mediatizzazione’, le nuove tecnologie della telecomunicazione e della riproduzione virtuale della realtà ne hanno avviato la mutazione della concezione ereditata dalla geometria arcaica greca. La vertiginosa crescita delle immagini artificiali da quelle prodotte soppianta sempre più la realtà sensibile o, comunque, la coproduce: lo schermo del computer ricrea lo spazio reale attraverso l’immensa potenza di ri-elaborazione telematica del reale stesso di cui tecnicamente è capace, superando la delimitazione fisica e la distanza rispettivamente nella televisibilità dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente lontano, l’opacità percettiva della materia deflagra nella sua inopinata trasparenza! Dematerializzazione, delocalizzazione, derealizzazione irrompono con tutto il portato analogico/metaforico del paradosso spaziale costituito dalla pura superficie emittente dello schermo telematico, in cui la misura tradizionale del reale si fonde/confonde con quella della velocità e dunque del tempo - di ricezione/trasmissione - rendendolo, esso stesso, la nuova materia spaziale di fatto: virtuale “tele-topologia delle formeimmagini”, scrive Paul Virilio,1 “fine della delimitazione delle superfici e dei volumi, come di ogni estensione fisica, a vantaggio della commutazione istantanea dell’interfaccia”. Il modello spaziale occidentale ereditato, sostanziale, continuo ed omogeneo viene messo in crisi dalla relatività dello spazio accidentale, discontinuo ed eterogeneo, della fratta illinearità del regime temporale della teletrasmissione/ricezione: ne scaturisce quella decostruzione del reale nella sue frazioni, nelle sue parti, quella perdita dell’intero e del continuum percettivo nell’intermittenza degli istanti di emissione

Il rapporto contesto/progetto, identità/autenticità deve implicare un’etica della comunicazione, che, nel qui ed oggi, assuma l’eredità e l’attualità come interlocutori polari di un gioco linguistico di reciprocità secondo parità di diritti ed opportunità, perché esso, semplicemente, possa darsi: possibilità ‘etica’ di esistenza/coesistenza tra mondi - quello ereditato e quello in atto o in fieri che presuppone la ‘rivendicazione di validità’ del soggetto in formazione rispetto ai soggetti altri e preesistenti ed al loro presunto valore normativo. Comunicazione che, per attuarsi, ricorda Vattimo, deve insistere sulla differenza tra i soggetti coinvolti: “...perché la conversazione continui... occorre che i partners del gioco della comunicazione abbiano da offrirsi reciprocamente non solo variazioni interne al paradigma condiviso, ma anche e soprattutto proposte di ‘ridescrizione’ di sé e del mondo,” quale legittima necessità di ‘individuazione’ che l’azione/progettazione contemporanea sul mondo deve ineluttabilmente perseguire come possibilità stessa di sopravvivenza conforme... per conseguirne “un autentico, e il solo possibile (incremento di) essere,” per usare l’espressione di Gadamer... (cfr. G. Vattimo, op.cit.)


luminosa, cui solo la velocità conferisce un effetto di omogeneità per mezzo della “persistenza retinica” (P. Virilio): “La luce della velocità illumina il mondo, la materia, nello stesso istante in cui ne offre la rappresentazione... la luce repentinamente acquista lo statuto cosmologico di «materia prima»” 2: la capacità performativa delle nuove tecnologie approssima così all’ordine simbolico della soglia transizionale della progressiva “sottrazione di corpo”, e l’interfaccia sostituisce la nozione tradizionale di superficie, di faccia a faccia della percezione sensibile con la propria immaterialità di ricezione luminosa, di effetto di superficie ove l’opaca profondità materica della sezione corporale delle cose diviene trasparenza osmotica, immateriale ‘luogo’ di coincidenza fra piani occulti e distanti, di ubiquità che trasforma la separatezza in soglia, in passaggio, in transito fra gli altrove, le sostanze, gli ambienti. “Superficie limite,... membrana osmotica” del processo che Virilio ha definito di culminante, “effrazione morfologica” della materia - e che fa originare, riprendendo W. Beniamin, dall’apparizione della cinematografia -, l’ interfaccia telematico consuma la stupefacente riconquista anamorfica del margine, della facciata, della porta come ‘profondità di campo’, frontiera scambiatrice ove la simultaneità realizza la stratificata trasparenza della sovrapposizione dei lucidi virtuali di un CAD. Così, il tempo diviene la grandezza fondamentale del nuovo ambiente artificiale, proietCentro Arti e Tecnologie dei Media a Karlsruhe, Rem Koolhaas, 1989-92, Germania, in S,M,L,XL, The Monacelli Press, New York 1995. Modélisation d’un visage, Clip video,1986 Rebecca Allen , in Frank Popper, “L’art à l’âge électronique”, Hazan, Parigi 1993. Modellizzazione CAD, Parlamento Europeo di Strasburgo, Architecture Studio, 1991 Strasburgo, L’Arca n. 60/1992. Très Grande Bibliothèque, Rem Koolhaas, 1989 Paris, in S,M,L,XL, The Monacelli Press, New York 1995. Ciudad Aeropuerto en Seul, Rem Koolhaas, 1995 Corea, in El Croquis n. 79/1996. Masterplan Strijp Philips, A. Branzi, 1999 Eindhoven, Lotus 107. Berlino Zentrum, J. Herzog & P. de Meuron, 1990 Berlino, El Croquis n. 60/1993.

tando la propria cifra analogica sui processi di costituzione del nuovo mondo vitale. La velocità annullando la distanza, la rapidità veicolare della teletrasmissione e della luce e la provvisorietà della comutazione contrappuntano gli statuti ereditati della lentezza e della permanenza: polarità concettuali ed esistenziali di cui la mediatizzazione della realtà proietta la radicalità prospettica di una divaricazione/sparizione selettiva delle seconde o l’inopinata rivalutazione delle prime in una paradossale complementarità di ritorno dei rispettivi ruoli di messa in forma della realtà: forbice metaforica, attraverso cui pessimismo da un lato e vitalismo positivista all’opposto indagano e proiettano la trama e l’esito, la lingua e la figurazione dei rispettivi tendenziali racconti possibili.

La città possibile Interrogarsi sullo stato delle cose della città contemporanea vuol dire indagarne il destino possibile in funzione delle mutazioni strutturali in atto e delle concettualizzazioni che ne conseguono. L’autenticità fenomenologica del suo disegno non potrà che radicarsi sul riverbero della immissione delle nuove tecnologie (telematiche, opto-informatiche, cibernetiche) nel sistema economico-sociale, relazionale e filosoficosimbolico ereditati, provocandone la trasformazione delle relative categorie costituite concettuali, fisiche, tecniche, spaziali e temporali di descrizione/costruzione/fruizione del reale che lo hanno sin qui governato.


Quel che si intravede è una città mutante in una città paradossale, fondata sulla matrice altrettanto paradossale delle implicazioni neotecnologiche in fieri: i dualismi da queste innescate aprono prospettive in cui la deflagrazione ‘rischiosa’ delle referenze o la riconciliazione imprevedibile degli statuti d’essere dell’urbanità fra memoria e innovazione rappresentano esiti opposti in funzione della capacità di interpretazione e d’uso dei nuovi strumenti - tecnici e concettuali - a disposizione. Se infatti l’avvento delle teletecnologie introduce inusitate modalità di fruire ed esperire i tradizionali parametri dello spazio e del tempo, quali, s’è visto, la delocalizzazione virtuale dei siti, la despazializzazione catodica del reale nell’interfaccia opto-audiovisivo e la sua dematerializzazione, la dissoluzione della distanza, della durata e della permanenza, la destrutturazione organizzativa e configurativa delle funzioni, altrettanto imprevedibilmente sembra far intravedere, per alcuni degli opposti fondamenti urbani storicamente ereditati, una possibilità di recupero, su un nuovo piano, del senso profondo che ha segnato la forma più alta della civiltà urbana occidentale, proiettando la ricomposizione paradossale del suo statuto di senso. Certo, globalizzazione economica, deindustrializzazione, equivalenza telematica del territorio per e con la rivoluzione informatica, mettendo fuori gioco la necessità fisica dell’unità di luogo e di tempo che aveva fatto della città, dalla sua origine, il germe della filosofia greca ma anche dell’economia politica, della piazza il fuoco spaziale ed il teatro simbolico della comunità, della sua concentrazione fisica l’orgogliosa autorappresentazione e insieme l’imprescindibile necessità strumentale di esistenza e di sopravvivenza ai fini della produzione e dello scambio, sembrano sanzionare la totalizzante immediatezza, l’istantaneità metalocale/iperlocale della velocità del tempo reale in sostituzione dello spazio reale. Con la tendenza, magari, alla strutturazione di entrambi secondo connotazioni inedite: dilatandosi i luoghi in una progressiva, paradossale ‘inconsistenza’ e restringendosi invece il tempo nella consistente efficacia della televelocità assoluta, l’urbanità sembra coincidere sempre più con la realtà spaziale di vaste regioni territoriali in connessione virtuale per mezzo di reti multimediali e interattive. La nuova polis accade, allora, nella città senza confini, nella “città a distanza” dell’estensione audiovisiva dello spazio: città che Javier Echeverrìa ha definito la Telepolis 3, e che si realizza attraverso lo slittamento rovescio della sua storica giustificazione verso la negazione strutturale della sua concentrata fisicità nella virtualità elettronica più conforme ai generi ed ai mezzi di produzione/ distribuzione dei nuovi beni immateriali (idee, linguaggi, informazioni,


creazioni, servizi, perfino cose), che sostuiscono, per obsolescenza o sufficienza, i prodotti materiali dei tradizionali processi industriali. Telelavoro, telescambio, teleconferenza, teletrasmissione, teleinformazione realizzano la nuova struttura effettuale, ma senza materia, della urbanità possibile, e la città, liberata dalla sua ragion pratica, dalla Ipotesi di recupero dell’ex fabbrica A.&G. di B.Forti a Prato, di Breschi, Caparrotti, Falaschi, Lorusso, 1988-91. Ipotesi di recupero dell’ex fabbrica Figli di M. Calamai a Prato, DI Breschi, Caparrotti, Falaschi, Lorusso, 1988-91. Centro de arte contemporáneo de Tours, Daniel Libeskind,1993 Tours, in El Croquis 80/1996. Barras de contención espacial, Steven Holl, 1989 Phoenix, Arizona, USA. Guggenheim Museum Bilbao, Frank Gehry, 1991-97 Bilbao, in C.Van Bruggen, “F. O. Gerhy, Guggenheim Museum Bilbao”, The Solomon R. Guggenheim Foundation, N.Y. 1997-1998. Progetto di riconversione dell’ex scalo merci della Stazione Centrale di Prato, F. M. Lorusso 1994-97. Municipio, OMA. Rem Koolhaas, 1986 L’Aia, in Jacques Lucan, OMA. Rem Koolhaas, Architetture 1970-1990, Electa, Milano1991. Max Reinhardt Haus, Peter Eisenmann, 1992 Berlino, in “Eisenman Architects: selected and current works”, The Images Publishing Group Pty Ltd, Victoria 1995, Australia.

sua necessità utilitaristica, fa della sua matericità una pura sovrastruttura, il “superfluo” assoluto e ‘sensuale’ di una pura corporalità, di una enunciazione estetica. Parlando di New York, in un’intervista di pochi anni fa Philip Johnson la definiva il prototipo della città del futuro”4 nella convinzione che la società dell’informazione globale stia uccidendo la metropoli industriale classica, facendo emergere una città nuova, interattiva, “sensuale”, di cui Manhattan potrebbe essere uno dei primi esempi: città che produce, pubblicizza e vende la merce rara nella società virtuale, quella delle emozioni vere. Se infatti è verosimile che l’ottimismo pionieristico della rivoluzione digitale proietti l’inutilità della vita in centri urbani congestionati ed inquinati ed ormai defunzionalizzati della produzione, appare anche chiaro come proprio nell’ansia umana di fisicità, di esperienze reali, non mediate dall’elettronica, si profili il paradossale riscatto della città futura: “Di qui la nuova funzione della metropoli del ventunesimo secolo: non più produttrice di beni o servizi, non più moltiplicatrice di Buick o di polizze assicurative, ma di emozioni e socializzazione. Di questa città anticalviniana, cioè visibile e materialistica, pagana e confusionaria, Manhattan sarà il primo esempio. È diventata il suk delle emozioni, un Internet del cemento e dell’antivirtualità, l’isola post-informatica”. Ribaltamento che, di fatto, è il prodotto inatteso della stessa trasformazione informatica che sembra negare e che introduce il paradosso urbano accennato: la possibilità, per le città, di ritrovare alla propria scala una rinnovata, anzi inedita, potenziata finalità di “risingolarizzazione” e di “enunciazione etico-estetica”, che Félix Guattari ritiene tra i principali compiti di ridefinizione attuale dello statuto del progetto architettonico5. Se infatti, da un lato, la teletecnologia modifica l’originaria natura topologica della città, la sua referenzialità localistica, nella atopica estensionalità, extraterritorialità virtuale rendendola, secondo P. Virilio, teletopica6 in quanto nodo di concentrazione dei supporti tecnico-operativi delle nuove tecnologie (antenne, cavi, nodi); è parimenti vero che la stessa città, decadendo la necessità della sua crescente fisica estensionalità in ragione delle dinamiche innescate dalla deindustrializzazione e dal telelavoro, intravede la possibilità dell’arresto della crescita e quindi del recupero della concentrazione fisica, di un ritorno a se stessa come evento spazializzato, dotato di misura e di forma. La stessa dispersione nella trasposizione a distanza della convivenza sociale nell’universalismo televisivo del telepolita, secondo la definizione di Echeverrìa,7 per cui il terminale catodico diviene la nuova agorà, vicaria degli spazi del raduno e della riduzione della distanza rappresenta-


ti da piazze, aie, cortili dell’urbanità tradizionale fronteggia, in pari tempo, la tendenza alla coincidenza, nella postazione elettronica della Telepolis, tra casa, spazi aperti e sociali e posto di lavoro, che profila il rischio pessimistico di una “introversione obbligata” nella nuova sedentarietà di un’“inerzia polare” dell’arrivo-ricezione permanente che esclude il partire, di cui parla Virilio 8. Eppure, questi fattori per alcuni negativi, sembrano paradossalmente implicare, al contrario, una nuova stanzialità in grado di ripristinare una appartenenza fisica identificativa ed immediata, una rinnovata unité de voisinage già scardinata dalla rivoluzione dei trasporti cominciata nel secolo scorso e dalla scomposizione funzionalista dell’organizzazione industriale della città moderna: la fruizione di un territorio di fisiche relazioni ravvicinate parallela, non oppositiva, alla vicinanza mediatica della trasmissione istantanea, in grado di sostituire il trasporto fisico degli individui con la comunicazione in video, ritrova la possibilità di una forma di urbanità ricomposta, ove “città globale” virtuale e “friendly society” reale, tempo veloce della prima e tempo lento della seconda realizzano la simultaneità evolutiva di un habitat inedito ad identità conforme. Spopolamento urbano e conseguente decentramento territoriale, arresto della crescita fisica, creazione di vasti “vuoti urbani” per effetto della dismissione industriale, rivalutazione telematicamente equivalente dei piccoli centri e del territorio possono convergere verso forme di ricondensazione urbana che ritrovino la possibilità della sua composizione, del disegno, di una sua compiuta ri-figurazione. È in questa ritrovata possibilità di forma fisica compiuta, di controllo della configurazione complessiva del corpo delle città che paradossalmente consiste il saggio delle potenzialità concettuali ed operative degli scenari tecnologici, economici e sociali che si annunciano, semmai distinguendo tra la città-metropoli e le medie-piccole città, i centri minori. In questo processo tendenziale, le operazioni di trasformazione dei contesti urbanizzati ritrovano necessariamente il primato dell’architettura come sintesi della strutturazione spazializzata e formalizzata della modificazione fisica del reale, della modellazione urbanistica del paesaggio urbano contemporaneo. Ritorno alla città, a conclusione di quella parabola che aveva divaricato la nuova città dalla eredità di se stessa con l’ansia della rottura, della differenza, dell’alternativa come unica possibilità di modernità che aveva venato l’avanguardia architettonica del Movimento Moderno, al polo temporale simmetrico degli inizi di questo secolo: perdita dell’unità e della densità, in quanto, rileva Bruno Fortier, “la maggior parte dei modelli elaborati durante la prima metà del secolo è stata assillata dalla paura dell’agglomerazione... se la città alternativa disegnata agli inizi del secolo non è stata un’anticittà, fu nondimeno una città la cui ambizione segreta era sbarazzarsi del corpo carnale delle città tradizionali: una città,


forse, ma una città senza agglomerazione”, produttrice di quella sostanziale e “straordinaria indecisione formale”

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che con la dilatazione-dispersione territoriale venò di

fatto le figurazioni di allora della città contemporanea: effetto della dimenticanza-abbandono della cultura della modificazione, del “perpetuo meticcio” che dal Rinascimento aveva consapevolmente formato le città storiche. Passando per il tardivo dubbio corbusieriano del restringimento della città, del rapprochement des objects e del ritorno a Venezia; per lo straordinario culmine, soprassalto Stadio+Parco+Hotel a Berlino, in Focus n. 87/2000. Torre telefonica sul Montjuic, Santiago Calatrava, 19 Barcellona, in M. Bianchi, E. Martera, P. Setti, “Barcellona 1981-1992”, Alinea Ed., Firenze 1991. Barras de contención espacial, Steven Holl, 1989 Phoenix, Arizona, USA. Mnémosyne, la ville introuvable du silence, de la mémoire et de l’oubli, 1991-92 Anne e Patrick Poirier, in “La Ville. Art et architecture en Europe 1870-1993”, Editions du Centre Pompidou, Paris 1994. Shangai World Financial Center, Khon, Pedersen & Fox, 1997-2001Shangai, in “Atlante di Architettura contemporanea”, Könemann, Colonia 2000. Tour sans fin, Jean Nouvel, 1989 Parigi, El Croquis nn.65-66/ 1994. Bionic Tower a Hong-Kong, in Focus n. 87/2000. Torre della comunicazione sul Collserola, Norman Fostrer ass., Ove Arup and Partners, 19 Barcellona, in M. Bianchi, E. Martera, P. Setti, “Barcellona 1981-1992”, Alinea Ed., Firenze 1991. Alle pagine seguenti: Millennium Tower, Norman Foster, 1989 Tokyo, in “Sensori del futuro. L’architetto come sismografo”, La Biennale di Venezia/ Electa, Milano 1996. Tokyo bird’s eye view, GA HOUSES 4, A.D.A. Edita Tokyo Co., Ltd. 1978. Progetto di riconversione dell’ex scalo merci della Stazione Centrale di Prato, F. M. Lorusso 1994-97.

unico, del Piano di Ricostruzione del Centro di Berlino di A. e P. Smithson, figurazione precorritrice della possibile unità e compiutezza conformi di una annunciata città-rete; per l’ottimismo megastrutturale degli anni sessanta, che s’illude di recuperare con suggestiva fiduciosa volontà di potenza, unità ed unicità facendo coincidere però nell’edificio, nell’oggetto, autarchicamente, tutta la complessità della nuova città; un ritorno alla città, un suo ricominciamento sembrano ora trovare plausibilità nelle dinamiche innovative della città paradossale su intravista, ove spostamento della dispersione nell’immaterialità della teletrasmissione, fine della giustificazione utlilitaristica e della crescita fisica illimitata, riduzione demografica e produzione di grandi vuoti interni, recupero sociale-esistenziale del suo “corpo carnale” come campo, centralità di ‘verità’ esperienziale, sembrano prefigurare, ben oltre la riqualificazione, la possibilità rifondativa di un recupero dei margini, del gesto originario della forma urbana dato dai suoi limiti. “Ora, non si vede proprio in che modo la densità potrebbe un giorno tornare ad essere un’arte” si interroga Fortier.10 In realtà, l’attualità sospinge verso questo esito: già il progetto delle città procede ormai nella direzione rovescia che va dalle periferie verso il centro, verso un esito implosivo di neodensità formale che i grandi progetti architettonici, le nuove aree verdi, il recupero ed il restauro incuneano nel tessuto complessivo come innesti di riqualificazione progressiva, ma a partire dalla sua ridelimitazione. “Un ritrattamento della materia esistente”, come ha definito Jean Nouvel l’azione di intervento possibile, una “reimmissione entro nuove figure” dei preesistenti e nuovi “materiali” del territorio secondo Bernardo Secchi11 che pure non può accadere che con l’obiettivo della reindividuazione, anzi di quella “risingolarizzazione” che, secondo Guattari, risorge ora, nel nostro secolo, sotto forma di allontanamento da stili, modellizzazioni, teorie prestabilite per rappresentare l’intrinseca consistenza di una reinvenzione dell’“enunciazione etico-estetica” del progetto architettonico contemporaneo secondo un processualismo investigativo ed esplorativo, catalitico di inediti campi del possibile. La ridefinizione urbana come ‘continuità e chiusura’ - ove alla diversità si riaffianca l’unità - può così tornare ad essere prospettiva unitaria di una comunità il cui ritrovato radicamento ai luoghi, permesso dalla emancipazione progressiva dalla mobilità coatta del funzionalismo industriale modernista per effetto delle nuove tecnologie, si costitui-


sca perfino come ‘sfondo etico’ di collettivo autoriconoscimento identificativo, secondo la cifra dell’etica gadameriana dell’“orizzonte che regge”, e che ‘vale’ anche come fisica configurazione di un orizzonte estetico, proiezione della comune interpretazione simbolico-formale della propria specifica attualità: ritorno alla responsabilità della sublimazione concettuale/formale del gesto comune, sociale della messa in forma dello spazio di comune appartenenza/convivenza, vero volano etico-estetico di ricostruzione di un “grande racconto” collettivo, come ‘raduno’ della liberazione creativa dei microracconti dell’autonomia individuale teleinformatica. Così all’interrogativo di Virilio: “L’agglomerato urbano possiede ancora una facciata? Quando la città ci sta di fronte?”12 - ma per accertarne la definitiva dissoluzione nell’immaterialità atopica del teleschermo - si profila invece la risposta plausibile della ritrovata possibilità di un collettivo disegno/segno spazializzato, ‘rifondativo’ della sua identificazione fisica come polarità simultanea ed equivalente all’inedita, virtuale ‘porta’ individuale dell’interfaccia dello schermo. Tutto questo ripropone il tema, fisico e teorico, della Grande Dimensione: “In un paesaggio di disordine, dissociazione, smembramento e rifiuto, l’attrattiva della Grande Dimensione sta nella sua possibilità di ricostruire l’unità, di far risorgere il reale, reinventare il collettivo”, di riaffermare “la possibilità dell’Unità e della Realtà”, ha affermato Rem Koolhaas. 13 In una sorta di ricominciamento a ritroso, tutto questo può passare per la riconquista fisico-simbolica del limite spazializzato, architettato in forma di nuove mura:: come l’atto fondativo originario, i margini urbani - nuova facciata - si fanno sistema coerente di spazi, attrezzature, infrastrutture che segna, figura l’individuazione morfologica unitaria dell’intero corpo della città. Esso ne realizza il tramite, l’interfaccia osmotico con altri mondi tornati distinti e ne ‘raduna’ i recuperi, le sostituzioni, i risarcimenti interni, le ‘misure’ fisico-sociali delle riconquistate prossimità determinate dagli effetti delle nuove tecnologie. A Barcellona, nuovi cinturones viarii ‘murano’ la città, segnando la forma che completa la radicale trasformazione iniziata nell’Ottocento: l’architettura infrastrutturale di strade, viadotti, gallerie, svincoli sorprendentemente attrezzati concreta margini e bastioni la cui statica fisicità delimitativa si contrappunta alla simultanea, illimitata deterritorializzazione immateriale in cui si proiettata la cit-


tà dalle due antenne della Torre Telefonica e della Torre della Comunicazione. Testimonianza prototipo, dunque, di una simultaneità possibile delle due urbanità, dove sensualità, densità, localizzazione, unità, nuova dimensione telematica trovano le scale e le forme conformi di una positiva contemporaneità mutante. Non una definitiva disurbanistica, dunque, ma al contrario una riaffermazione della centralità urbana e della sua forma. Fino al l’ipotesi di un suo esito estremo, in cui le due urbanità si fondano, per logica di condensazione, per ecologia e per metafora, nella bigness di un edificio-città neomacrostrutturale. “Nella città c’è stata la porta, poi il porto, la stazione e infine l’aeroporto” suggerisce Virilio, “Ora, l’ultimo mezzo di comunicazione che entra in città è il teleporto. Questo non ha praticamente più nessuna infrastruttura, solo delle antenne”.14 Ed una nuova generazione di grattacieli sempre più alti già sembra inseguirne, più o meno consapevolmente, in gara tra loro, la nuova figurazione: Jin Mao Building a Shangai (421 metri), Petronas Towers a Kuala Lumpur (450 metri), Chongqing Tower (457 metri), Torre WFC a Shangai (460 metri), la Tour Sans Fin a Parigi (460 metri), la Coexitence Tower a New York ( 700 metri). Ma è soprattutto nella Millennium Tower di Norman Foster, prevista per Tokyo, di 840 metri, nella oggettualità assoluta, formale e simbolica, della sua sagoma di acuto, altissimo, lucente fuso allungato che la nuova città teletopica assume la più attendibile, suggestiva, poetica figura conforme dell’utopia imminente di condensarsi direttamente in un’antenna. Nel cui campo, all’architetto “sismografo” spetta captare ed elaborare le parole, la sintassi e le metafore di una lingua in formazione sul crinale di una mutazione. Perché, avverte Gadamer, per il nostro futuro, solo la lingua, solo un poeta ci salverà.

1

P. Virilio, Lo spazio critico, Ed. Dedalo, Bari 1988. 2 P. Virilio, op. cit. 3 J. Echeverria, Telepolis. La nuova città telematica, Laterza, Bari 1995. 4 A. Zampaglione, Il riscatto di Manhattan. L’isola-incubo cambia pelle, La Repubblica 21/5/ 1995. 5 F. Guattari, Cartografia schizoanalitica. L’enunciazione architettonica, MIllepiani 7/1996. 6 P. Virilio, op.cit. 7 J. Echeverria, op.cit. 8 P. Virilio, op.cit. 9 B. Fortier, La città senza agglomerazione, in Casabella 599/1993 10 B. Fortier, op.cit. 11 B. Secchi, Cambiamenti, in Casabella 622/1995 12 P. Virilio, op.cit. 13 R. Koolhaas, Bigness ovvero il problema della grande dimensione, in Domus 764 Ottobre 1994 14 G. Invernizzi, Il futuro? È la Città-Stato, in L'Espresso, 8 agosto 1993.


Interpretazione di un possibile processo paradigmatico di disegno dell’innovazione urbana, applicato ad una tipica area in dismissione funzionale a Prato, l’enunciazione progettuale si è strutturata sulla sintesi dei concetti e dei procedimenti compositivi di memoria, inclusione, contraddizione, sostituzione, innovazione, dunque di stratificazione/simultaneità degli interventi/eventi architettonici: sorta di completamento permanente. L’esistente tutto, previsioni di piano comprese, diviene “materia architettonica in divenire” da ricomporre ed introiettare ai valori urbani circostanti, per guidarne una necessaria “mutazione controllata” comlplessiva: trovare un nuovo rapporto diretto, osmotico ed architettonicamente compiuto con esse, assegnare nuove destinazioni d’uso secondo la logica del ‘mixer funzionale’ e stabilire una relazione con il ‘paesaggio’ costituiscono gli obiettivi generali dell’intervento possibile, per ribaltarne l’attuale chiusura in tramite urbano, la natura di confine, di introversa barriera interna in luogo di intersezione e di incontro tra mondi, dunque in luogo-soglia di comunicazione, di rappresentazione simbolica perfino: di admitatio. Logica di integrazione e logica di differenziazione sovrintendono contemporaneamente alla riconfigurazione del sito: come rimarginatura, fusione urbanistica la prima e come contrappunto a forte densità estetica la seconda.


DOTTORATO DI RICERCA IN PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA E URBANA (X ciclo)

dottore

Dragana Pavlovic coordinatore

Prof. Piero Paoli relatore

Prof. Giuliano Maggiora

CONTRIBUTO ALLA DEFINIZIONE DEL CONCETTO DI QUALITÀ URBANA L’AZIONE DEI MEZZI PER COMUNICARE SULL’ARCHITETTURA DELLA CITTÀ - BELGRADO E FIRENZE L’ipotesi sulla quale si basa questo lavoro è che l’architettura e lo spazio che diciamo architettonico non siano altro che procedimenti di formalizzazione delle relazioni spaziali e temporali. Naturalmente, nulla vieta all’architetto di accordare la funzionalità con la correttezza formale, ma la definizione di architettura che ho dato sopra sposta effettivamente l’attenzione dal piano della funzione a quello dell’espressione, o meglio: la correttezza dell’espressione diventa la funzione dominante, cioè l’unico vero compito dell’architettura. Ma l’espressione di che? Attraverso la percezione gli oggetti assumono un valore maggiore o minore dovuto al fatto di presentarsi in un dato luogo e in un dato momento della nostra esistenza. È il loro valore esistenziale, cioè il valore che le persone gli avvenimenti, le cose assumono ai nostri occhi per il semplice fatto di esistere in un dato luogo e in un dato momento. Tali valori non sono idee universali, ma esperienze emotive, dunque diverse da individuo a individuo perché la mente registra le informazioni e al tempo stesso proietta su di esse il proprio vissuto: vede in ciò che si vede, sente in ciò che si sente, e assegna valori personali alla realtà esterna, che sono “pensiero”, anche se non fanno parte del pensiero concettuale perché non sono costruzioni razionali (benché il raziocinio possa comunque analizzarli, se non altro per accettarli o per respingerli) ma emozioni. L’architettura è un linguaggio inteso a comunicare queste emozioni. Gli scemi archetipi di natura geometrica che sono geneticamente presenti nella mente umana e ai quali tutti ricorriamo per assegnare delle regole alle relazioni spaziali e temporali fra gli oggetti non sono però sufficienti a conferire a tali oggetti dei valori esistenziali. Per farlo, è necessario accettare che tali schemi si deformino nell’impatto con le singole situazioni, che sono sempre diverse l’una dall’altra a motivo dei vincoli sempre diversi dai quali ciascuna appare caratterizzata. È appunto la loro singolarità - il “genius loci” di ciascuna - che può suggerire di volta in volta le ipotesi di forma. Perciò l’invenzione di un segno capace di suggerire un valore richiede non solo cultura linguistica e saper fare tecnologico, ma anche molta capacità di osservare.

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Questo è il motivo per cui un’architettura non può essere fatta a tavolino, né essere trasferibile da un luogo all’altro. Sono i vincoli a suggerire l’idea: sono la “sfida” necessaria e non elementi da eliminare o da nascondere. Concludendo, se per architettura può intendersi l’organizzazione della realtà come spazio e come tempo in vista delle necessità umane, allora le ipotesi di fondo sulle quali basare il presente lavoro non possono essere che le seguenti: 1 - l’architettura non si esaurisce nella costruzione di manufatti (belli o brutti che siano) ma si concretizza nelle relazioni esistenziali che, per loro tramite, è possibile stabilire fra tutti i fenomeni che costituiscono il quadro percettivo nel quale si collocano; 2 - in quanto organizzazione del reale, l’architettura non è altro che una forma della conoscenza; 3 - in quanto forma di conoscenza, l’architettura non è un’organizzazione logica del reale, ma emotiva, perché volta ad attribuire valori esistenziali differenziati ai fenomeni che si presentano alla percezione nello spazio e nel tempo.

Ruolo degli strumenti per comunicare in architettura Una conseguenza immediata di tutte queste ipotesi è che se l’architettura consiste in una rete di relazioni spaziali e temporali, sul piano dell’espressione come su quello dei contenuti non può essere che strettamente legata a tutti quei mezzi che consentono di istituirle: cioè ai mezzi per comunicare, da quelli naturali come la voce o il gesto alle loro estensioni artificiali come la ruota o l’elettricità. Benché esistano notevoli studi sulle interrelazioni fra questi mezzi e lo sviluppo della cultura, questo legame è stato finora poco studiato per quanto riguarda l’architettura, malgrado sia oramai evidente come lo sviluppo sempre più vertiginoso di tutti quei mezzi proponga oggi contenuti nuovi e nuove modalità all’operare degli architetti, e si faccia sempre più strada il concetto di “architettura delle relazioni” di contro alla tradizionale concezione di “objet à réaction poétique” alla quale si limitava la critica di un tempo. Poiché è nella città che quei mezzi si accumulano, ciò spiega perché le relazioni urbane sembrano porsi oggi sempre più come le matrici fondamentali del progetto. Anche se l’architettura è sempre stata un’organizzazione di relazioni, lo sviluppo di quei mezzi e della loro velocità, che tende ad annullare il tempo e a dilatare lo spazio, sta infatti sempre più condizionandone le forme e i contenuti, nel senso di renderne sempre più evidenti il significato sociale e la dimensione urbana. Il progetto urbano ha il compito non solo di costituirli come esperienza ma anche di comunicarli come conoscenza tramite la formalizzazione di quei rapporti mediante i noti archetipi ordinatori di cui la mente dispone per trasformare delle semplici relazioni fisiche in simboli linguistici.

Pianta della città di Sforzinda, il Filarete (XV sec.), in L. Benevolo, Storia dell’architettura del Rinascimento, Laterza, Bari 1984. La mente organizza le relazioni nello spazio fra gli oggetti secondo poche regole formali che sembrano essere innate e che sono intese a far sì che quelle relazioni possano essere facilmente leggibili e memorizzabili. “Formalizzare” delle relazioni spaziali significa imporre loro quelle regole, allo stesso modo che formalizzare delle relazioni fra concetti significa imporre loro delle regole suggerite dalla logica (che sembrano anch’esse innate).

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Un indice poco valutato della sensibilità di una città nei confronti di questo fatto sono i cimiteri. La posizione dei cimiteri in una città denuncia la relazione dei suoi abitanti con l’idea della morte. A Belgrado i cimiteri fanno naturalmente parte del paesaggio urbano e assumono talvolta il ruolo di verde pubblico come in Inghilterra. A Firenze i cimiteri sono invece respinti nelle periferie o anche più lontano nei dintorni (Trespiano) in seguito a leggi che risalgono all’occupazione francese, ciò che denuncia comunque un diverso atteggiamento culturale nei confronti della morte.

Le caratteristiche vitali dell’urbano L’accumulo La memoria La mobilità I “confini” della città Gli strumenti per comunicare Il villaggio Lo spazio labirintico La “scala” urbana L’aggressività Il “sistema” L’artificio Il superfluo La ridondanza Il non-finito La monumentalità

L’accumulo La prima caratteristica della città, che mi sembra fondamentale perché è rintracciabile in tutte, nessuna esclusa, da Ninive a Brasilia e a Chandigar, è quella di essere un centro di accumulazione. Può trattarsi di accumulazione di derrate alimentari provenienti dalle campagne circostanti o da lontane regioni tributarie: a Firenze uno dei più importanti edifici pubblici era il magazzino del grano in via dei Calzaiuoli, e i dintorni di Roma sono ancora oggi segnati dagli acquedotti che convogliavano l’acqua in città. Oppure può trattarsi di accumulazione di informazioni: archivi, biblioteche, giornali, pubblicità. Oppure può trattarsi di accumulazione di ricchezze nelle sue banche e nei suoi mercati, di merci nei suoi magazzini. Di accumulo di tempo nella simultaneità degli avvenimenti che vi si svolgono, di accumulo di spazio nella costipazione e nella sovrapposizione dei suoi edifici. Di accumulo - soprattutto - di persone: una città appare tanto più importante quanto è più popolata da residenti, pendolari, immigrati. È anche accumulo di memoria nei suoi musei, nelle biblioteche, nei ruderi, nei monumenti. Per accumulare quest’ultima ci vuole tempo: non basta un progetto. Perciò una città non appartiene mai soltanto ai suoi abitanti: è anche patrimonio di quelli che se ne sono andati come di quelli che verranno. È perciò un prodotto del tempo. Quest’ultima forma di accumulo - quello dei ricordi - è forse la più importante, anche se da sola non basterebbe a caratterizzare una città. Essa è però responsabile di un fenomeno che è stato spesso notato, tanto da essere considerato una legge urbana: quello della persistenza del sito. Schliemann scoprì che Troia era stata ricostruita ancora sei volte dopo essere stata distrutta nella guerra omerica.

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Il ricordo è invece un’entità che si conserva nel tempo: anzi è l’unica. Il ricordo distingue un luogo, gli assegna un valore, concretizza il tempo nello spazio. Quando si accumula, diventa perciò impossibile spostarlo. Questa osservazione ne sollecita subiti un’altra: il tempo è dunque il vero costruttore delle città. Il nostro lavoro di disegnatori dell’urbano dovrebbe forse limitarsi solo a innescare un processo. Se l’innesco è valido il tempo farà la città: non la fareno noi. Si tratta infatti di un processo di accumulazione, e per accumulare qualcosa ci vuole tempo.

Gli strumenti per comunicare Una città è fatta di strade, di piazze, di autobus, di mezzi di locomozione. Ciò sembra contraddire l’immagine di grande magazzino, di contenitore che è tipica di ogni città. La contraddizione viene meno, però, se si riflette che una città è - si - un contenitore e un accumulo, ma soprattutto un accumulo di mezzi per comunicare. Un accumulo di strade, innanzi tutto, che formano quegli intrichi, quelle maglie o quelle assialità che conferiscono una propria caratteristica inconfondibile a qualsiasi città. È possibile che certe città siano state costruite per servire innanzi tutto da rifugio e da difesa, come le città micenee o i borghi medievali fortificati. Qui non interessa però l’origine del fenomeno urbano, ma la sua essenza. Se rileggiamo l’elenco fatto sopra degli oggetti che formano l’accumulo urbano e lo allunghiamo anche solo in base alle nostre esperienze personali, ci accorgiamo di un fatto singolare: si tratta sempre di mezzi per comunicare. La città è il più potente strumento per comunicare probabilmente mai inventato dall’umanità, ed è composto dall’accumulazione di tutti gli altri. Se alle otto di mattina, presi in un ingorgo del traffico o stipati in una metropolitana, ci domandiamo cosa diavolo va a fare tutta quella gente con tanta fretta e cosa andiamo a fare noi stessi in città, la risposta è una sola: a manipolare dei mezzi per comunicare, come telefoni, fax, ordinatori, libri, giornali, prezzi.... La città non produce cibo e neppure macchine, anche se consuma tutto ciò: produce informazioni. Addirittura, trasforma in informazione tutto ciò che tocca, come re Mida trasformava tutto in oro. Qualunque merce diventa informazione quando viene esposta in vetrina, perché diventa prezzo. Accumulazione di mezzi per comunicare questa è la prima caratteristica che mi pare di poter individuare nella città. Uno strumento per comunicare infatti, come ha mostrato Mc Luhan, trasmette innanzi tutto un messaggio essenziale: quello di rendere possibile un contatto con avvenimenti che altrimenti resterebbero inaccessibili. Questo è il senso della sua nota affermazione: “il mezzo è il messaggio”. Gli studiosi che si sono occupati dei modi di istituire relazioni spaziali nella storia tendono a dare notevole importanza anche ad altri tipi di condizionamento: per esempio politici, oppure scientifici. Senza voler trascurare contributi di questo tipo, sono però propensa ad ammettere che l’idea che poteva farsi dello spazio il cittadino ateniese dipendesse meno dalle affermazioni di Aristotele che dai mezzi effettivi che aveva a disposizione per venire a contatto con gli avvenimenti del suo tempo (mancanza di buone strade, di illuminazio-

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La ruota come mezzo per comunicare è stata emarginata il più possibile dalla città di Firenze: sia dichiarando zona pedonale l’intero centro storico, sia evitando la penetrazione in città della “ruota su ferro” (ferrovia) o di quella veloce su gomma (autostrada). Respinte dalla città, ferrovie e autostrade si sono però vendicate formando due lacci rispettivamente a nord e a sud della città che appaiono invalicabili e stanno soffocandola. Alla pagina a fianco: Il sistema delle comunicazioni della città di Belgrado.

ne pubblica ecc;) È probabile che il pensiero stesso di Aristotele fosse in qualche modo condizionato da quella situazione. Da questo punto di vista lo spazio romano è semplicemente l’opposto di quello greco, perché è un prodotto della ruota. Senza le strade l’impero non sarebbe concepibile: la strada che corre diritta verso l’ignoto scavalcando i fiumi e le valli coi ponti e i viadotti è la vera creazione architettonica romana. Le assialità e le simmetrie, la perentorietà del cardo e del decumano ne sono altrettante espressioni a livello urbano, legate a questo tipo di mobilità.

I nuovi media e lo spazio La caratteristica fondamentale dei media che qualificano oggi la nostra organizzazione sociale e la nostra cultura è infatti non solo quella di aver mutato l’incidenza del fattore tempo nei nostri rapporti di comunicazione, ma soprattutto quella di aver indotto a scoprire e a sperimentare che il tempo entro il quale considerare lo svolgersi di qualsiasi fenomeno non è qualcosa di esterno al fenomeno stesso e nel quale esso possa essere semplicemente inquadrato, ma è qualcosa che è strettamente legato alle caratteristiche percettive del fenomeno stesso. Il problema urbanistico dell’era meccanica è stato quello di collegare fra loro dei nodi urbani mediante la viabilità nell’intento di produrre un’uniformità ordinata:

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quello dell’era elettrica è piuttosto di stabilire delle tensioni fra poli, lasciando che si producano delle differenze di potenziale. Ancora: nell’era meccanica si è formata la pianta a griglia delle città americane, e si è determinata una separazione non organica fra residenza, produzione e consumo. Nell’era elettrica l’automobile ha sovvertito questa forma astratta, mescolando quelle funzioni fino al punto da sconvolgere e frustrare sia l’urbanista che il cittadino. La casa dell’era meccanica si presentava divisa in ambienti ben distinti, suddivisi da muri consistenti di pietra o di mattoni, con il focolare centrale come un altare. L’energia elettrica ha invece creato uno spazio senza muri (lo spazio del telefono) e abolito la distinzione fra il giorno e la notte. Quando si pensa allo squallore delle nostre periferie vengono subito in mente le sue strade. Di tutti gli episodi che costituiscono una città la strada è forse il più sintomatico dell’esistenza o meno di una qualità urbana. La qualità urbana di una strada non dipende dal numero e dall’animazione dei suoi negozi, ma è il riflesso degli interessi verso i quali esse è “percorso”. Alcune strade possono essere animate, altre solitarie e possiamo percorrerle accompagnati dal rumore dei nostri passi, ma tutte hanno un loro ruolo diverso che conferisce qualità urbana al loro insieme.

La sfida del moderno I vecchi modelli non possono essere più validi perché il modo di essere del nostro tempo è caratterizzato dalla prevalenza dell’effimero, dell’istante dissociato dal pas-

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sato, dall’“urgenza” che contribuisce alla coscienza del disordine. La sovrabbondanza degli avvenimenti che ci coinvolgono, generata dallo sviluppo sempre più accelerato dei mezzi per comunicare, unita a questa urgenza, ci impongono di analizzare le crisi dell’interpretazione. La crisi nasce dal fatto che non possiamo separare più l’ordine dal disordine, perché dal disordine nasce il nostro ordine, dal caos la nostra creatività. È già stato osservato che il disordine agisce per contagio: “esso colpisce lo spazio dei segni e dei simboli, lo spazio dell’immaginario o delle figure che alimentano le passioni”. L’azione del disordine in architettura è forse più visibile ed evidente: nell’ultimo secolo, ma soprattutto negli ultimi decenni, si è manifestata come babele di linguaggi: classicismo, collage, high-tech, neovernacolare, organicismo, razionalismo strutturale, imballaggio commerciale, razionalismo, decostruttivismo, minimalismo ... e tanti altri non individuabili. La sovrabbondanza di “stili” e “non stili” ci disorienta ancora di più, perché siamo costretti ad assorbirli. Il disordine contemporaneo nelle situazioni e nelle menti suscita un ricorrente desiderio di rimessa in ordine. Oggi anche coloro che traggono profitto dall’instabilità e dalla confusione aspirano a nuove forme di ordine. Le risposte alla ricerca dell’ordine osservate da Balandier sono state tre: La via Knez Mihailova è il “salotto buono” di Belgrado. Ci si va per incontrarsi, vedere ed essere visti. Si noti la cura per la pavimentazione, per l’illuminazione, per la dignità delle facciate.

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1 - la risposta totale: l’olismo, o totale “messa in ordine”, cioè l’ordine totalitario; 2 - la risposta individuale, cioè la ricerca di un ordine interiore fondato su un’esigenza di rigore, sulla rivalutazione del sacro;


3 - la risposta pragmatica, ovvero la conquista dell’ordine all’interno stesso del disordine. È un ordine non statico, ma dinamico perché si organizza reinterpretando le situazioni via via che si presentano e perciò rinasce costantemente in libertà dalla propria critica. È facile osservare queste tre risposte anche a livello di architettura: 1 - risposta totale: scacchiera, ordine, simmetria; 2 - risposta individuale: il culto del “bell’oggetto”; 3 - risposta pragmatica: ordine attraverso il movimento.

Le risposte di Belgrado e Firenze In una città, queste stesse risposte si possono leggere nel modo in cui ognuna organizza e utilizza gli strumenti per comunicare che la caratterizzano. Prenderò in prestito da Belandier il termine “disordine” nell’accezione da lui chiarita, per individuare il carattere delle relazioni urbane nell’architettura di Belgrado e di Firenze. L’architettura delle relazioni urbane che caratterizza Belgrado è uno specchio molto chiaro del disordine contemporaneo nell’assetto istituzionale come nelle situazioni sociali. La congiuntura politica di questi ultimi anni - la disgregazione del paese, la guerra civile, l’embargo economico - ha favorito il diffondersi di comportamenti anarchici che si sono riflessi nella forma della città. I palazzi del centro storico vengono tranquillamente sopraelevati di uno o due piani da villette chiamate “mansarde”. Le nuove costruzioni non possono essere definite oggetti architettonici, ma piuttosto oggetti che stanno in rapporto di esclusione gli uni rispetto agli altri. Neppure le strade sono risparmiate: i marciapiedi più larghi vengono ingombrati da chioschi variopinti fatti di legno, metallo, plastica, qualcuno perfino di pietra per vendere gli oggetti più disparati. La piazza Dimitrije Tucovic, detta “Slavia” - un importante

Hram Svetog Save, il tempio di S. Sava finanziato dalla Chiesa Ortodossa serba doveva essere nelle intenzioni la riproduzione fedele dell’antico tempio scomparso: come era e dove era. In realtà riesce solo ad apparire un oggetto smarrito, in clamoroso rapporto di esclusione con un contesto urbano nel quale non riesce più a inserirsi

nodo di traffico urbano - offre una coloratissima panoramica di queste baracche. Sarebbe però superficiale attribuire il disordine attuale della città soltanto alle sue infelici vicende politiche. I nuovi mezzi per comunicare, modificano i rapporti fra gli individui, sono in grado di modificare l’ambiente indipendentemente da ogni regime politico: e questo nel bene e nel male. È lecito allora sperare che nel futuro l’inevitabile ricerca dell’ordine che è sempre provocata dal diffondersi di un disordine - porti questa città a dare a quest’ultimo la terza risposta individuata da Belandier, quella pragmatica: la conquista dell’ordine come dinamica di adattamento alle situazioni. Di un ordine che è forza creativa proprio perché portatore di incertezze. Completamente diversa la risposta di Firenze allo sviluppo vertiginoso dei mezzi per comunicare. Non c’è disordine nelle vie di Firenze, soprattutto dopo la pedonalizzazione di gran parte del centro storico. La ristrutturazione di quest’ultimo consiste nella pulizia delle facciate e delle strade (operazione già incominciata nel secolo scorso dall’architetto Poggi, la cui opera di riassetto urbano è ancora oggi quella

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che regola la vita della città), non nel loro adeguamento alle esigenze degli abitanti dovute all’accumulo dei nuovi mezzi per comunicare, questi sono di fatto respinti in periferia o respinti tout court (si pensi alle diffidenze che suscita il progetto dell’Alta Velocità). I fiorentini stanno perciò spopolando la loro città, occupata sempre più dagli immigrati e dai turisti. È un ordine conservativo - come del resto si conviene a una città-museo - ma totalitario, riconoscibile nella terza risposta al disordine individuata da Balandier: l’olismo, l’ordine totale. In questi ultimi anni ho potuto constatare di persona un progressivo avanzamento verso questo tipo di ordine a Firenze: le sbarre, le catene attraverso le strade, le cancellate che si chiudono a una certa ora davanti alle chiese e alle logge (si progetta di chiudere con cancelli anche la loggia dei Lanzi e la piazza Pitti, dopo quella dell’Accademia) fanno assomigliare sempre di più la città a un museo totale. Non resterei sorpresa se trovassi domani, uscendo dalla stazione ferroviaria, un cancello d’ingresso a pagamento.

La città rischiosa La monotonia e il disordine degli accrescimenti urbani realizzati mediante nuove tecnologie, nuovi materiali e l’enorme energia disponibile sono ormai la fotografia di questo processo nel quale l’architettura è rimasta sopraffatta perché non ha più trovato territori conosciuti su cui muoversi. È doveroso dire che mai gli architetti hanno prodotto riflessioni, critiche, proposte come durante questo processo. Forse però, riletti La risposta olistica, ovvero la sottomissione all’intero (Siedlungen a Lipsia, H. Ritter, 1929); la risposta individuale, ovvero il bell’oggetto (Casa a Breganzona, M. Botta, 1988); la risposta pragmatica, ovvero l’ordine ottenuto col disordine (Rio de Janeiro, Le Corbusier, 1937), in G. Maggiora, Architettura come intelligenza simbolica, Alinea, Firenze1996.

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ora come in una panoramica, sono da intendersi più come manifestazioni di disagio intellettuale che di capacità rifondatrici. I limiti di questo sviluppo, oramai, chiaramente avvertibili e di cui si fanno eco gli economisti, i sociologhi, gli ambientalisti, gli ecologisti, gli psicologi sembrano riproporre con forza all’architettura il suo ruolo di organizzare lo spazio come sistema di valori da vivere.


La domanda è infatti: quale potrebbe essere la città dell’uomo moderno? Qual è la nuova visione di città, oggi? Cosa significano nel sistema urbano l’informatica, internet, il cablaggio della città? Gli sviluppi sempre più rapidi della tecnologia delle comunicazioni mettono in crisi l’industria e i modelli di vita della cultura industriale. Il sistema di lavoro sta mutando: il lavoro telematico porta all’eremitaggio nella propria casa e il fenomeno della pendolarità sembra destinato a sparire.

Rivalutare il tempo Quando si parla di simultaneità si deve pensare anche alla simultaneità storica: cioè alla presenza del passato non in quanto valore tramandato ma in quanto reinterpretazione attuale di un fatto storico. Ogni reinterpretazione è un valore attuale, non del passato. Accettare la simultaneità temporale che è la caratteristica distintiva dell’era elettronica significa affermare che la storicità è la nuova forma della modernità. Forse progettare una città non significa più organizzare le residenze e i servizi, ma i suoi spazi d’intersezione, cioè il suo “superfluo”: gli spazi del “gioco” urbano dove si intrecciano tutti i mezzi di comunicazione di cui si dispone. Per concludere, vorrei azzardare tre ipotesi come possibili scenari per il futuro. La prima: i nuovi mezzi per comunicare ci porteranno a chiuderci sempre più nella realtà virtuale da essi stessi creata, ma sarà la morte della città e, insieme, la scomparsa dell’individuo. La seconda: la tecnologia riuscirà a produrre condizioni di interazione a livello mondiale fra tutti i mezzi per comunicare. Si svilupperà allora una “città totale”: una città che avvolgerà il pianeta con conseguenze culturali incontrollabili. La terza: la città multietcnica, dove si formerà un mixage di culture come accadde alla caduta dell’impero romano. Ai “nuovi barbari”, dei quali gli odierni extracomunitari non sono che le avanguardie, verrà demandato il compito di rifondare una “cultura della città”, come la storia insegna.

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L’ E N U N C I A Z I O N E P R O G E T T U A L E . I P O T E S I D I R I C O N V E R S I O N E F U N Z I O N A L E D E L L’ E X

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Firenze Architettura 2001-1