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Negli anni accademici 2000-2001 Gruppi di ricerca delle Università di Firenze, Napoli e Torino hanno dato vita ad un progetto di ricerca sul Restauro Archeologico (Conservazione e manutenzione di manufatti edili allo stato di rudere) nell’ambito dei Programmi di ricerca scientifica di rilevante interesse nazionale- Questo, per alcuni aspetti, è la maturazione di un precedente progetto attivato negli anni accademici 1984-1987 quando Gruppi di Ricerca presso le Università di Bologna, Firenze, Napoli e Urbino avevano avviato un Programma di ricerca su Contributi alla definizione del “restauro archeologico”, studi e ricerche preliminari. Applicazioni in aree campione. I risultati hanno promosso, negli anni successivi, altri programmi di ricerca che hanno consentito la raccolta di un vasto corpus di materiali d’archivio e bibliografico nonché la produzione di rilievi diagnostici specifici e, hanno suggerito nuovi orizzonti di indagine grazie anche a “lavori sul campo”. In years 2000/2001 Universities Research Groups of Firenze, Napoli and Torino gave birth to a research project dealing with archaeological restoration (preservation and maintenance of architectural artefacts in state of ruins), on the occasion of “Research scientific programs of national significant interests”. In some ways this is the natural evolution of a previous project which has been set up from 1984 to 1987 when Universities of Firenze, Napoli, Bologna and Urbino Research Groups launched a special research programme on “Contributions to the definition of restauro archeologico, studies and preliminary researches. Applications in sample areas”. Following years the end results advanced further research programs which permitted to collect an extended records and bibliographic corpus, as well as to produce specific diagnostic relief maps and to suggest new surveys perspectives thanks to the strong relationship with filed working experience.

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RESTAURO ARCHEOLOGICO 3/2013 Bollettino del Gruppo di Ricerca sul restauro archeologico Conservazione e manutenzione di edifici allo stato di rudere Università di Firenze Bulletin of Research Group on archaeological restoration (preservation and maintenance of architectural artefacts in state of ruins) University of Florence


© copyright ALINEA editrice s.r.l. – Firenze 2014 50144 Firenze, via Pierluigi da Palestrina, 17 / 19 rosso Tel. +39 55/333428 tutti i diritti sono riservati: nessuna parte può essere riprodotta in alcun modo (compresi fotocopie e microfilms) senza il permesso scritto dalla Casa Editrice

Anno VIII, n. 3/2013 Registrazione Tribunale di Firenze n. 5313 del 15.12.2003 ISSN 1724-9686 Direttore responsabile: Luigi Marino luigi.marino@unifi.it

CONSIGLIO SCIENTIFICO Habib Baklouti (Institut Préparatoire aux Etudes Littéraires et Sciences Sociales, Tunisi) Enrica Boldrini (Università di Firenze) Salvatore D’Agostino (Centro Interdipartimentale di Ingegneria per i Beni Culturali, Università di Napoli) Osama Hamdan (Al Quds University, Gerusalemme) Jean-Yves Marin (Musée d’Art et d’Histoire, Ginevra) Pasquino Pallecchi (Soprintendenza Archeologica della Toscana, Firenze) Stefano Pulga (Co.Re. Aosta) José Ramon Soraluce Blond (Escuela Técnica Superior de Arquitectura, Universidade de A Coruña) Andrea Ugolini (Dipartimento di Architettura e Pianificazione Territoriale, Università di Bologna) REDAZIONE Cristiana Barandoni, Michele Coppola, Tiziana Maglie Questo numero è pubblicato con fondi del Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze via Micheli 8 - 50121 Firenze tel. 055/2756580

finito di stampare nel marzo 2014 – stampa: Digital Book srl. - Città di Castello (Perugia) www.stampalibridigitale.it Realizzato e distribuito da Altralinea Edizioni Srl. - Firenze info@altralinea.it www.altralineaedizioni.it


RESTAURO ARCHEOLOGICO 3/2013 Bollettino del Gruppo di Ricerca sul restauro archeologico Conservazione e manutenzione di edifici allo stato di rudere UniversitĂ di Firenze Bulletin of Research Group on archaeological restoration (preservation and maintenance of architectural artefacts in state of ruins) University of Florence


DIPARTIMENTO DI COSTRUZIONI E RESTAURO DELL’UNIVERSITÀ DI FIRENZE

Il quaderno è un approfondimento del volume Materiali per un atlante delle delle patologie presenti nelle aree archeologiche e negli edifici ridotti allo stato di rudere – Materials for an atlas of pathologies in archaeological area and ruined buildings, Alinea, Firenze 2009. L’adozione di schede di rilevamento e di registrazione delle evidenze dello stato di conservazione di un area archeologica o un manufatto architettonico allo stato di rudere rappresenta un impegno di primaria importanza e di grande delicatezza per le conseguenze che si potrebbero avere in tempi successivi. Si può immaginare che a una prima ricognizione esplorativa generale possano seguire sopralluoghi specifici e di maggiore approfondimento fatti dai singoli specialisti. Il confronto e la redazione di un rapporto complessivo potranno costituire la sintesi da cui partire e la base in cui confluiranno, di volta in volta, informazioni di maggiore specializzazione e dettaglio.


INDICE

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Aree archeologiche e monumenti allo stato di rudere: l’abbandono come procedura abituale

Luigi Marino

Sebastiya in Palestina. Un intervento conservativo in collaborazione con la Comunità locale

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Osama Amdan, Carla Benelli

Il tempo, la natura, le cose. Il parco archeologico di Populonia

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Mariella Zoppi

Il palazzo Ziride di Ashir (XI s.) in Algeria

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Lamia Hadda

Conservazione delle torri funerarie nel sito di Huancarani Sabaya, Oruro - Bolivia

24

Maureen Aracena Vargas, Andrea Von Vacano, Maria del Pilar lima Tórrez

Il borgo di Pietramelara

28

Concetta Giuliano

Le mura terrestri di Istanbul: memoria e conservazione

31

Enrico Mascia

Sullo stato di conservazione della fontana degli Incanti a Napoli

34

Matteo Borriello

Il campanile del duomo di San Martino in Pietrasanta: osservazioni sulle tecniche costruttive

37

Alessandro Nardini e Chiara Valenti

La ghiacciaia di Settimello a Calenzano

41

Marco Nucifola, Annalisa Petito

Aspetti conservativi dell’area archeologica di Fiesole

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Chiara Ferrari, Giulia Liuzza, Francesco Tanganelli

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale (Roma 11.02.1950)

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Il primo numero di questo Bollettino è uscito nel 2003. Con il numero 3/2013 la pubblicazione di Restauro Archeologico (Bollettino del Gruppo di Ricerca dell’Università di Firenze sul Restauro Archeologico - Conservazione e manutenzione di edifici allo stato di rudere) si interrompe. Sono stati dieci anni (che per una pubblicazione universitaria è un periodo di tutto rispetto) nei quali abbiamo cercato di dare qualche contributo alla definizione di un ambito disciplinare di grande importanza. E’ stato uno strumento a disposizione di chi si occupa della conservazione e valorizzazione di aree archeologiche e di manufatti architettonici allo stato di rudere. Ha ospitato testi di carattere generale, notizie su ricerche in atto e brevi rapporti sullo stato di avanzamento di interventi di cantiere. Allo stesso tempo, ha cercato di dare qualche opportunità ai giovani laureati, e studenti, perché potessero rendere noti i risultati delle loro prime ricerche. Difficoltà burocratiche sopraggiunte, l’adesione alle direttive del nuovo Regolamento per le riviste scientifiche dell’Ateneo e il proposito di migliorare l’impostazione scientifica e la veste tipografica ci hanno suggerito di fermarci per un breve periodo per ripartire con rinnovato impegno.


Aree archeologiche e monumenti allo stato di rudere: l’abbandono come procedura abituale Luigi Marino Le cause di deperimento nelle aree archeologiche sono le stesse che si trovano in altri siti e monumenti ma si presentano in forme e frequenza diverse, con evidenze improvvise e drammatiche (crolli di murature e fronti di scavo, soprattutto, ma anche allagamenti). Più spesso, però, in maniera continua e subdola gli effetti si renderanno manifesti soltanto a distanza di tempo quando, ormai, la situazione generale è degenerata al punto da non permettere più valutazioni ragionevoli e interventi fattibili, se non al prezzo di rilevanti impegni scientifici e costi esorbitanti. È evidente come i primi meccanismi degenerativi si attivino proprio a seguito delle operazioni di scavo se non sono attivati accertamenti diagnostici preventivi e procedure di cantiere attente ai problemi conservativi. I limiti di gran parte delle classificazione dei danni oggi disponibili sembrano essere costituiti dal fatto che gli eventi vengono considerati prevalentemente in sé come se fossero indipendenti dalle cause che possono averli provocati. In molti casi sembra non sia possibile nemmeno definire il limite tra cause naturali e responsabilità umane. Bisogna ammettere che una vera cultura del rischio, efficacemente definita «un aspetto culturale fondamentale della modernità, per il quale la consapevolezza dei rischi sostenuti diventa un mezzo per colonizzare il futuro» (A.Giddens, 1991) è ancora lontana nelle pratiche del restauro, e ancor più nel restauro archeologico, pur a fronte di formulazioni teoriche generali. L’abbandono come procedura abituale. Una delle cause principale di degrado dei materiali e dissesto delle strutture è lo stato di abbandono in cui vengono lasciate le aree archeologiche e i monumenti allo stato di rudere. La difficoltà di restauro di manufatti edili archeologici non dipende tanto dal fatto di essere stati per molto tempo sotto terra quanto piuttosto dai bruschi cambiamenti delle condizioni a cui sono soggetti durante lo scavo, alla variabilità delle condizioni ambientali che troveranno in seguito e al frequente stato di abbandono in cui verranno spesso lasciati prima di interventi che diventeranno, pertanto, inadeguati. Il danno diretto è destinato ad ampliarsi quando, alla ripresa dei lavori (sia che si tratti di interruzioni stagionali sia che si tratti di periodi molto più lunghi), lo stato di deperimento giustificherà interventi più pesanti. Spesso resi necessari dalla intenzione di rendere comprensibili siti e monumenti che una politica più attenta e sollecita avrebbe potuto conservare “in originale”. Infiltrazioni di acque meteoriche, microtraumi strutturali, forzature ad ambienti inadatti e non protetti, utilizzi parziali incongrui, piante a sviluppo incontrollato, ma anche atti di vandalismo, conducono a una ciclicità di sollecitazioni che, pur se di modeste proporzioni, possono mettere in moto meccanismi nuovi e più pericolosi che, quasi sempre, si renderanno manifesti soltanto in fasi avanzate. I fenomeni di degrado dei materiali e dissesto delle strutture in siti lasciati senza protezione hanno decorsi solitamente subdoli, difficilmente controllabili. La situazione sembra essere più grave perché quasi sempre tali fenomeni sono prevedibili. Il rinvio a tempi successivi è imputato, nella quasi maggioranza dei casi, a mancanza di mezzi economici anche quando per le campagne di scavo si sono resi disponibili rilevanti finanziamenti. La pretesa impossibilità di prevedere gli esiti di uno scavo archeologico e delle parziali demolizioni di strutture murarie conduce spesso a giustificare l’abbandono del sito/monumento nella convinzione che a conservare ci sarà sempre tempo. — 7 —


In molti casi, di fatto, si assiste alla progressiva perdita di parti originali che azioni conservative e manutentive tempestive avrebbero potuto contribuire a conservare a costi non eccessivi. Ricerche recenti indicano che le dinamiche di danneggiamento seguono curve caratterizzate da periodi di relativa stabilità (nei quali i manufatti sembrano adeguarsi alle condizioni locali) seguiti da improvvisi picchi di peggioramento e, poi, da un nuovo ciclo di apparente stabilità. Se non si possono assicurare procedure di efficiente manutenzione nei periodi di interruzione dei cantieri si dovrebbero, almeno, predisporre programmi di monitoraggio che possano suggerire interventi di riparazione mirata e di pronto intervento. Questi dovranno svolgersi secondo un calendario che tenga conto delle dinamiche degenerative più frequenti e la velocità con cui si sviluppano. L’abbandono controllato. L’impossibilità di assicurare la conservazione di un manufatto allo stato di rudere o di un sito può dipendere da molteplici fattori, dalla mancanza di risorse economiche (non di rado pretestuosa) alla decisione che siano di scarso interesse. Siti e manufatti “condannati”, però, possono costituire preziose fonti di informazione in tempi successivi quando potrebbe essere possibile disporre di metodologie, strumenti e risorse in un primo tempo non disponibili. Con vantaggi che estensibili anche ad altri siti e monumenti. Allo stesso tempo, un monitoraggio attento potrebbe fornire utili indicazioni per la comprensione dei meccanismi di degrado nel tempo, le forme patologiche, le dinamiche e la velocità con cui si sviluppano nel tempo. Non di meno, un’azione di controllo ripetuto su manufatti abbandonati (ma non distrutti) può risultare utile per documentare il progressivo decadimento delle strutture e dei materiali a seguito di andamenti ciclici (cicli stagionali a lungo intervallo oppure brevi che seguono l’alternarsi del giorno e la notte, condizioni di secco alternati a condizioni di umido, caldo alternato al freddo) oppure in conseguenza di anomalie eccezionali e improvvise (condizioni meteo, sollecitazioni derivate da frane o altro, azioni antropiche …). Monumenti e siti lasciati senza protezione potrebbero essere utilizzati come “osservatorio” per monitorare per tempi lunghi, magari fino alla completa perdita, le patologie che insorgono isolatamente o si sviluppano in concomitanza o in conseguenza di altre. Al tempo stesso, anche la naturale reazione che materiali e strutture potrebbero avere a fronte delle sollecitazioni che nel tempo si rendono evidenti. Gli stessi siti e manufatti potrebbero costituire l’occasione per la sperimentazione, con cicli più “naturali” e più efficaci e — 8 —


significativi di quelli che si basano su prove di invecchiamento artificiale. Potrebbero costituire l’occasione per sperimentare prodotti e soluzioni tecnologiche per il restauro che, come raccomandato da più parti, non dovrebbero mai essere impiegati se non dopo una adeguata sperimentazione e dopo aver superato i necessari collaudi. Il sacrificio di alcuni manufatti per i quali, comunque, non sono previste soluzioni conservative, allora, servirà alla loro migliore conoscenza e alla verifica della bontà delle soluzioni adottate; tutte le informazioni potranno essere raccolte in “atlanti diagnostici” affidabili, sempre correggibili e implementabili, a cui far riferimento in altre occasioni. Si tratta di una procedura non diversa da quella che si svolge nella medicina dove un medico è abituato a operare sulla base di un protocollo prestabilito e collaudato da una casistica ampia e rappresentativa, capace di ridurre al minimo i rischi soprattutto nei cosiddetti intervalli critici di transizione durante i quali i danni potrebbero evolversi in maniera incontrollabile o irreversibile. L’abbandono di un’area archeologica potrebbe, in alcuni casi, rivelarsi una risorsa poiché il monitoraggio nel tempo del deperimento di un manufatto, comunque condannato, potrebbe dare informazioni preziose sul progressivo decadimento e favorire lo studio di danni indotti o differiti, consentire previsioni realistiche sui meccanismi di degrado/dissesto e le modalità, avviare progetti di manutenzione a lunga scadenza mirati al controllo dei punti di maggiore vulnerabilità di ogni struttura limitando, in tal modo, i danni in altre strutture che si dovessero trovare nelle stesse condizioni. Sempre più fortuna stanno avendo gli studi di vulnerabilità “a posteriori” (soprattutto sismica ma facilmente esportabili) che si basano sull’analisi dei dissesti causati per definire procedure di stima della vulnerabilità che portino, poi, al calcolo effettivo della vulnerabilità degli edifici. La prevedibilità. Nelle aree archeologiche è quasi sempre prevedibile quali possano essere le reazioni a sollecitazioni improvvise, sulla base di confronti con situazioni pregresse di epoche più o meno lontane, e ad azioni lente ma protratte nel tempo. Comprese quelle causate dallo stato di abbandono in cui sono lasciati i ruderi. Le evidenze di danni e successive riparazioni sono spesso ancora presenti sulle murature rappresentando importanti elementi di interpretazione stratigrafica, funzionale e di definizione cronologica. La presen— 9 —


za di una serie di segnali (“indicatori” nella maggior parte inequivocabili perché nei ruderi solitamente non sono stati corretti) può costituire utili ed efficaci strumenti di previsione e, di conseguenza, di prevenzione. In Italia è prevalente la tendenza a porre rimedio ai danni dopo un evento calamitoso piuttosto che prevenirli. Lo dimostra la forte percentuale di fondi destinati, a posteriori, “a favore di popolazioni colpite da calamità” e la scarsa percentuale destinata, invece, a predisporre soluzioni efficaci e preventive, finalizzate alla mitigazione preventiva dei rischi. In Italia, terra di cataclismi e di scarsa attenzione ai problemi di conservazione del territorio, la situazione viene ulteriormente complicata dal fatto che d’abitudine i fondi straordinari impegnati per le riparazioni dopo un evento vengono in parte dirottati per le riparazioni che seguono un evento successivo, sull’onda del nuovo e maggiore impatto psicologico. Non di rado organizzato e finalizzato a giustificare spese straordinarie fuori ogni controllo. Cade una scuola: vengono stanziati fondi per la messa in sicurezza; poi cade un ponte: una parte dei finanziamenti destinati alle scuole va dirottata per essere destinata alla messa in sicurezza dei ponti. Nel restauro si possono considerare, in analogia con quanto succede in medicina, tre diversi livelli di prevenzione: il primo riguarda le persone sane al fine di evitare che si ammalino; il secondo si riferisce al trattamento di persone già malate per evitare peggioramenti e diffusioni ad altri; il terzo tenta di contenere le conseguenze di una malattia e di migliorare la qualità di vita (P.Peretti-Wattel, J-P.Moatti, Le principe de prévention, Paris 2009). I rischi, in linea generale, possono presentarsi in forma puntuale (nel tempo e nello spazio) oppure in maniera più o meno diffusa. Non di rado sono proprio i rischi puntuali che, non contenuti o solo apparentemente ricondotti a livelli accettabili, possono evolversi ed ampliare progressivamente le aree di coinvolgimento con lo sviluppo di quadri patologici di sempre maggiore complessità. La differenziazione tra rischi naturali e rischi tecnologici deve considerare sempre più frequentemente due sottoinsiemi che riguardano i disastri naturali derivati da cause antropiche e gli incidenti tecnologici causati da disastri naturali. Una classe di rischio spesso sottovalutata riguarda gli errori di restauro (sopravalutazione dei “prodotti per il restauro” e delle procedure moderne, ritenute a torto sempre affidabili) e di scavo archeologico (quando non si tengono in debito conto i problemi conservativi e non si attivano soluzioni adeguate di manutenzione). Di fatto, la tesi della imprevedibilità degli esiti di uno scavo archeologico e di un restauro, come fosse una disciplina dell’imprevisto (E.Caliano, 2010) non è più ammissibile.

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Sebastiya in Palestina. Un intervento conservativo in collaborazione con la Comunità locale Osama Amdan°, Carla Benelli* Da alcuni anni la ATS (Associazione Terra Santa) della Custodia Francescana di Terra Santa è presente nella cittadina di Sebastiya, non lontano da Nablus, con azioni di tutela e valorizzazione del suo straordinario patrimonio culturale1. Le attività di ricerca e gli interventi di restauro (sono state sostenute dalla Cooperazione Italiana, prima, e dalla Cariplo dal 2010) rientrano in un quadro più ampio di tutela e valorizzazione del centro storico con una costante opera di formazione della Comunità locale e colgono l’opportunità di valorizzare le ricchezze del patrimonio storico a beneficio della popolazione del villaggio. Gli edifici messi in sicurezza sono stati ristrutturati in maniera compatibile al loro valore architettonico per accogliere le attività sociali promosse e realizzate dal Comune di Sebastiya e dalla Associazione palestinese Mosaic Centre, tra cui un centro giovanile, una foresteria, un centro di informazione turistica, una bottega artigianale e un centro studi e documentazione. I notevoli resti del villaggio hanno sempre attratto visitatori a partire dai pellegrini cristiani del IV secolo: dal 1987, però, con l’aggravarsi della situazione politica il flusso turistico si è drasticamente ridotto. Il progetto ha ampliato la sua offerta e ha assunto un carattere internazionale realizzando una serie di facilitazioni e infrastrutture per i visitatori. È evidente come la instabilità delle condizioni politiche attuali con incoraggi gli interventi in questo settore. Questa oggettiva difficoltà non deve, però, far perdere la fiducia che in un futuro possano crearsi condizioni migliori di quelle attuali. La riscoperta del passato, la conservazione della memoria e la tutela della identità culturale sono importanti (anzi, in queste condizioni, ancora più importanti) a beneficio soprattutto delle generazioni future. L’ATS ha cominciato a occuparsi del villaggio dal 2005 a seguito di una serie di sopralluoghi2 e di campagne di indagini mirate all’accertamento dello stato di conservazione del villaggio e dei resti archeologici. I primi interventi hanno dato risultati interessanti che hanno incoraggiato l’avvio di un progetto complessivo più approfondito che, finora, ha consentito il risanamento di una vasta parte del centro storico. L’intervento ha ripreso i lavori per ampliare l’area risanata e aumentare la capacità ricettiva della foresteria, aprire una bottega per la vendita dei prodotti locali e avviare un centro di informazione. Gli edifici sono stati consolidati, le superfici ripulite e alcune strade e spazi aperti sono state pavimentate con lastre di pietra. Tutti gli interventi di restauro e di adattamento a nuove funzioni sono basate

° Mosaic Centre Jericho, * Associazione di Terra Santa, Gerusalemme

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sul principio del minimo intervento e della reversibilità con l’impiego di materiali locali compatibili con quelli originali e con l’ambiente cercando di non alterare l’aspetto originale degli edifici, rispettando e valorizzando le ricche stratigrafie murarie. I lavori di restauro sono stati eseguiti da maestranze locali (superando difficoltà che talvolta erano sembrate insormontabili) addestrate appositamente a interventi di restauro sotto la guida dei restauratori del Mosaic Centre di Gerico. La prima cappella crociata. Una parte importante del lavoro ha riguardato gli ambienti della tomba di Giovanni Battista e la struttura voltata che la sovrasta. Notizie della prima cappella sono riportate dall’emiro di Shaizar, Usama b. Munqidh, quando ha descritto la sua visita tra il 1140 e il ’43. Durante le campagne di scavo (2008) abbiamo rimesso in luce i resti di una imponente opera fortificata3, una torre con scala a chiocciola e una cappella databili probabilmente al primo periodo crociato. L’anno successivo sono emersi due lacerti di mosaici pavimentali riferibili al monastero bizantino adiacente alla chiesa. La cappella ha pianta rettangolare con l’abside a est con il frequente reimpiego di elementi lapidei di epoca romana; le fondazioni sono profonde circa sette metri e poggiano sui resti bizantini.

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I numerosi livelli d’uso rinvenuti sono testimoni di continui riutilizzi e trasformazioni nel tempo. Sull’ingresso e all’interno della sala voltata affiancata al muro meridionale della chiesa crociata sono esposti alcuni dei capitelli di epoca bizantina rinvenuti durante i lavori. Sulle foglie di acanto domina la croce cerchiata con l’aggiunta delle lettere apocalittiche (α e ω) che rappresenta una rarità per le chiese della Palestina. Un gran numero di capitelli e molti fusti di colonna sopravvivono nella compagine delle murature dove i costruttori crociati e i loro successori li avevano riutilizzati come materiali da costruzione. Un frammento di un capitello istoriato crociato rappresenta una figura che suona. Potrebbe essere parte del programma figurativo del portale, il banchetto di Erode e la danza di Salomè4, della cattedrale crociata (sede suffraganea del vescovo di Cesarea) un edificio a pianta longitudinale, con l’abside centrale poligonale e quelle laterali in spessore, voltata a crociera e con cupola sul capocroce. I frutti della storia. Il progetto sostiene anche alcune attività di formazione al lavoro della popolazione locale, in particolare donne e giovani. Dopo una ricerca sulle specialità locali prodotte nel villaggio dalle donne, sono stati organizzati numerosi incontri con l’associazione locale femminile, allo scopo di migliorare la qualità dei prodotti e di curarne maggiormente l’immagine. La frutta per le marmellate e l’olio di oliva per il sapone provengono esclusivamente dai frutteti del villaggio; in tal modo si sostiene l’economia familiare e si stimola la rinascita delle attività contadine. La confezione riporta il motivo della produzione, l’origine del prodotto e la sua finalità sociale. Di recente è stata avviato il sostegno alla produzione di riproduzione in argilla di lucerne antiche, copia degli originali rinvenuti durante gli scavi. Questa produzione ha lo scopo di offrire oggetti che, accompagnati da una corretta scheda illustrativa, possano rappresentare le fasi storiche della città ma, al tempo stesso, per aiutare a combattere la vendita illegale di reperti archeologici originali. Lavorare con la gente. In mancanza di leggi e regolamenti adeguati il problema della responsabilità e del controllo di interventi di restauro e manutenzione su edifici storici non protetti è complesso ed esula dalle possibilità che un singolo progetto può avere. Le lunghe e frequenti discussioni con i diversi partecipanti all’intervento (il Municipio, le associazioni locali, l’ufficio regionale del Dipartimento delle Antichità, i proprietari e gli affittuari degli immobili) ci hanno consentito di concertare un percorso, via via sempre più condiviso, che ha risposto adeguatamente alle esigenze di tutti, nel rispetto dei beni culturali comuni e delle esigenze della Comunità. Questo processo di maturazione collettiva e di assunzione di responsabilità verso il bene comune ha avuto un impatto molto positivo nei confronti della popolazione locale e può essere considerato come uno dei risultati migliori e più gratificanti raggiunti dal progetto. Vista la situazione economica attuale della Palestina, il progetto complessivo si è posto l’obiettivo di riavviare l’economia locale stimolando una risposta — 13 —


degli abitanti che diventavano, così, non semplici partecipanti ma -sia pure con modalità e tempi diversi- responsabili delle scelte che di volta in volta venivano fatte. Sono state create nuove opportunità di lavoro per gli abitanti nei cantieri e nelle botteghe artigianali, facilitando la piccola imprenditoria stimolata anche dalle nuove possibilità di acquisto in loco di prodotti e attrezzature dando un aiuto anche alle piccole attività commerciali. In tal modo, i beni culturali, visti talvolta con sospetto, si sono rivelati una preziosa occasione di sviluppo economico e una opportunità per sviluppare quel senso di appartenenza che può contribuire a cementare le relazioni tra le persone. Un po’ alla volta hanno compreso che il progetto di restauro non era soltanto un intervento edile ma, soprattutto, un processo di riappropriazione di un territorio e della sua storia. Per sensibilizzare la popolazione locale alla tutela del patrimonio culturale è indispensabile che i lavori mantengano una relazione costante con la Comunità e che i cantieri siano aperti al pubblico in maniera da poter mostrare quali azioni siano necessarie per conservare un bene collettivo. Proprio per questo il nostro sito è sempre stato aperto alla Comunità locale (e alle loro curiosità) che ha seguito le progressive trasformazioni e le migliorie che avvenivano. Il team di lavoro è sempre stato disponibile ad accogliere visitatori fornendo spiegazioni sulla natura degli interventi di cantiere e le ragioni metodologiche (e strategiche) che guidavano le scelte. Frequenti sono state le visite di scolaresche5 del territorio ma anche visitatori provenienti da altre città della regione così come turisti stranieri (molti dei quali sono stati accolti e ospitati nella foresteria).

1.  È la città fondata da Erode il Grande sul luogo dell’antica Samaria, in onore di Augusto. Sull’acropoli sono ancora visibili i resti della città romana: il foro e la basilica, il teatro, il tempio ad Augusto, la strada colonnata e parte delle mura. In epoca bizantina, sopra un luogo di sepoltura romano fuori dalle mura, sotto l’attuale moschea, fu costruita una chiesa, a ricordo della sepoltura di Giovanni Battista ricordata dalle fonti cristiane della Terra Santa in questo luogo sin dal IV secolo. L’edificio attuale fu ricostruito dai Crociati ed era secondo in grandezza solo alla Chiesa del S. Sepolcro. 2.  Con la collaborazione scientifica del padre Michele Piccirillo dello Studium Biblicum Franciscanum. 3.  Di grande interesse è la presenza di colonne apparecchiate nelle murature a scarpa secondo un sistema costruttivo derivato dall’opus gallicum e di cui molti esempi stanno emergendo in quella regione. 4.  Gli altri quattro capitelli con storie del Battista, prodotti da maestranze provenienti forse dalla Linguadoca, sono a Istanbul (Arkeoloji Müz.). 5.  Una attenzione particolare è stata riservata proprio ai giovani per i quali sono stati avviate diverse attività: un corso per guide turistiche, un laboratorio di disegno sul tema “leggiamo un monumento” e un corso per mosaicisti. Si tratta di attività dal valore formativo immediato ma anche un investimento per il futuro visto che per alcuni di loro potrebbero rappresentare uno sbocco professionale.

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Il tempo, la natura, le cose. Il parco archeologico di Populonia Mariella Zoppi* “Proxima securum reserat Populonia litus, Qua naturalem ducit in arva sinum… Angosci nequeunt aevi monumenta prioris; Grandia consumpsit moenia tempus edax. Sole manet interceptis vestigia muris, ruderi bus latis tecta sepulta iacent. Non indignemur mortalis corpora solvi: Cernimus exemplis oppida posse mori”1

Nel 145 d.C., Populonia era già un paesaggio archeologico, almeno così lo vive Rutilio Namaziano che fa ritorno da Roma alle sue terre di Luni. La piccola nave, appena superato il promontorio di Piombino, viene accolta nell’ampio e sicuro golfo di Baratti dove le acque si confondono con la campagna coltivata di cui quattro secoli prima Diodoro Siculo2 aveva esaltato la cura degli abitanti e la qualità dei prodotti. Rutilio cerca nel profilo della terra le tracce del tempo in cui Populonia era una potenza del mare, ma gli appaiono solo i segni del passato, come resti umani affioranti, che ricordano come “anche le città possono morire”. Le cause della fine di Populonia sono note: la scelta della parte politica “sbagliata”, comune peraltro a tutte le città etrusche, nella guerra fra Mario e Silla, la conseguente conquista dei Romani vincitori, che già avevano assorbito la cultura, ma che devono sottomettere un popolo intraprendete e ricco, e porlo in condizione di non nuocere. Strabone, alla fine del I sec., parla di un porto pressoché deserto: la normalizzazione è compiuta, la città è vinta. La via è ormai segnata: nella zona continuano forme di produzione di beni legate all’estrazione e alla lavorazione dei metalli, ma Roma impiega il territorio prevalentemente per usi agricoli, lo segna di ville, costruisce un nuovo porto sul lato opposto del promontorio e stabilisce una stazione di posta sulla via Aurelia nella parte di pianura. Di Populonia sopravvivono pochi segni e nel V secolo è ormai una città del passato. Visigoti, Ostrogoti, Bizantini si alternano nei secoli dell’oblio; la continuità storica insediativa resta affidata alle lavorazioni dei metalli che perdurano per tutto il medioevo nell’entroterra, sulle colline di Campiglia, tanto che fra il X e l’XI sec. alla Rocca di San Silvestro nelle terre dei Conti della Gherardesca si forma un villaggio di minatori3 che sfrutta le risorse minerarie della zona. Feudo della famiglia Appiani, passa a Pisa, poi a Milano e nel XVI è principato autonomo; solo dopo il Congresso di Vienna entra a far parte del Granducato di Toscana. È in questo periodo che si verificano due importanti cambiamenti economici che si riflettono nel paesaggio: la bonifica4 che segna la Baratti-Populonia, Necropoli di San Cer-

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bone, Tomba a edicola (rif. Populonia 03); Baratti-Populonia, Necropoli di San Cerbone, Tomba a tumulo, detta dei Carri (rif Populonia 05)

Università di Firenze

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Baratti-Populonia, La lavorazione del ferro nell’area della Necropoli di San Cerbone (g.c. Comune di Piombino)

fine della malaria e definisce i nuovi appoderamenti agricoli, e la ripresa d’interesse per l’estrazione dei minerali nella Toscana meridionale. L’area è definita dal castello degli Appiani in alto sul promontorio alla fine del borgo, dai resti delle mura lungo i fianchi della collina, dagli archi imponenti dell’edificio delle Logge e da qualche affioramento di lastrici sull’Acropoli, mentre una coltre nera copre la parte bassa verso il mare e una campagna con lame d’acqua affioranti circonda il tutto: una visone decisamente romantica testimoniata da disegni di viaggiatori che generalmente affiancano la veduta sul promontorio e le rovine con la vela ripiegata di una barca in prossimità del litorale. Fino a tutto il Settecento, solo le imponenti strutture dei resti delle Logge avevano attirato l’interesse di viaggiatori ed eruditi sui fasti dell’antica Populonia, ma dopo il primo casuale e fortunato ritrovamento dell’Apollo (oggi al Luovre) nel 1832, Alessandro François scava nelle aree della Buca delle Fate e delle Grotte, anche se non riesce ad avere i risultati sperati. Mezzo secolo dopo durante la costruzione di una strada, viene scoperta una pietra che copre un tomba a cassone: si apre un periodo di “interesse” più commerciale (leggi, mercato clandestino) che culturale sull’area che dura otto anni fino a quando nel 1889, Isidoro Falchi, noto per i suoi scavi a Vetulonia, inizia l’esplorazione sistematica della necropoli del Casone e di Monte Pitti. I risultati sono esaltanti: in due settimane vengono ritrovate cinque tombe, un sarcofago e le mura del sepolcro detto “dei letti funebri”. Per meglio comprendere il contesto, dobbiamo pensare che l’intera area del golfo di Baratti s presentava come coperta da scorie scure: si calcolano due milioni e mezzo di tonnellate di residui derivanti dalle lavorazioni etrusche, che ricoprivano oltre 200.000 metri quadrati di superficie. La testimonianza imponente di un antico lavoro di uomini che avevano lasciato vere e proprie colline formate da oltre un milione di metri cubi di materiale scartato. All’inizio del Novecento, l’interesse per il ferro torna ad essere altissimo e le colline degli — 16 —


Baratti-Populonia, Necropoli delle Grotte

scarti delle lavorazioni etrusche vengono considerate come miniere a cielo aperto, del resto le indagini sulla loro composizione delle scorie determinano una percentuale di presenza ferrosa pari al 60%. Nel 1921 inizia il recupero del materiale. L’estrazione avviene su un’area che si suppone essere stata un deposito di materiale fin dall’antichità. Entrano in funzione macchine consuete, benne, nastri trasportatori e enormi silos che compiono il grosso del lavoro mentre sono le donne che compiono il lavoro finale della cernita manuale del minerale, che via mare viene portato (con un percorso inverno a quello etrusco) a Rio Marina nell’Elba per essere immagazzinato ed infine imbarcato sulle navi mercantili. Dopo circa 300.000 tonnellate di materiale ferroso sono prelevate e la coltre nera si abbassa in molti punti anche di 10 metri. I materiali accumulatisi in un millennio sono una fonte di lavoro per la gente di Piombino che dura fino al 1958, anche se nel frattempo iniziano ad emergere dall’escavazione delle scorie le prime tombe: gli scarti delle antiche lavorazioni erano stati accumulati dagli stessi Etruschi sopra una più antica necropoli, successivamente abbandonata. La vicenda archeologica ha un suo sviluppo parallelo, segnata dal ritrovamento di importanti ritrovamenti (idrie decorate nel 1903 e la statuetta dell’Aiace suicida nel 1908) e, finalmente, nel 1914 sotto la direzione del soprintendente all’Antichità dell’Etruria, Antonio Minto, da un lavoro sistematico che porta alla scoperta della Tomba dei Carri, delle Pissidi cilindriche (1924) e il sepolcro dei Flabelli di bronzo (1928). La necropoli di San Cerbone5 acquista una sua fisionomia e appare nella sua dimensione culturale e spaziale. Nei primi decenni del XX secolo si crea una singolare situazione, da una parte il lavoro, meccanizzato e veloce, dall’altra il recupero lento di reperti di indubbio valore: la guerra ha un effetto positivo perché interrompe entrambe le attività, che riprendono in un clima diverso negli anni Cinquanta, quando emerge dagli starti di scorie la tomba a edicola del Bronzetto dell’Offerente. Il recupero del ferro tuttavia continua, ma il suo valore in rapporto all’estrazione è in declino, mentre in parallelo si impone la consapevolezza dell’importanza dell’area come testimonianza archeologica, avvalorata anche dai ritrovamenti in mare: un relitto di nave e un’anfora d’argento di fattura orientale nel 1967 che, mirabilmente restaurata, è visibile oggi al museo di Piombino, aperto nel 2001. Alfredo de Agostino (a lui si deve la scoperta della Fossa della Biga) collaborando con il generale Giulio Schmidt, individua il circuito delle mura avvalendosi delle foto aeree della zona e negli anni ’70, Mauro Cristofani scava sistematicamente il quartiere industriale sulla collina di Porcareccia mentre iniziano le ricerche subacquee sistematiche: tra i risultati più importanti l’esplorazione dei relitti di Cala del Piccione e del Pozzino. Negli anni ’80 è avviato lo scavo scientifico sistematico esteso all’acropoli e alla città e negli anni ’90 emerge in tutta la sua complessità il sistema delle tombe intagliate nelle cave delle Grotte, dove all’inumazione dei secoli VII e III a.C. si era sostituta l’attività estrattiva e la lavorazione della pietra. — 17 —


Oggi, il parco archeologico è composto da una vasta area articolata su sei nuclei principali: l’Acropoli, la Zona industriale, la Necropoli di San Cerbone, le Grotte, il Parco e i due Musei di Piombino e Populonia ed è in grado di restituire l’immagine dell’assetto complessivo dell’antico territorio di quella che è l’unica grande città etrusca costruita sul mare. Una città che ha affondato le sue radici sociali ed economiche su un’organizzazione che possiamo definire “moderna”, basata sul commercio e l’industria e che ci può offrire una visione tangibile della sua complessità e dell’articolazione delle sue gerarchie sociali. Una città dei vivi, che ha usato anche con spregiudicatezza il suo territorio, costruendo necropoli e abbandonandole, ricoprendole di scorie o cavando la roccia, in funzione di un uso sempre più produttivo della sua terra. Un campo di ricerca enorme, che ha dato origine a campagne di scavi e studi che, come si è detto, sono continuati ininterrottamente fino ai nostri giorni ed hanno contribuito ad accrescere le informazioni non solo sulla storia di Populonia, ma su tutta la civiltà etrusca. E, nondimeno, molto resta ancora da indagare. La vastità di questo insediamento, infatti, è stata solo parzialmente intercettata e riserva sicuramente molti altri ritrovamenti, che risultano peraltro inseriti in uno scenario di paesaggio dove le epoche hanno lasciato segni tangibili ed evidenti. Una situazione non insolita per gli insediamenti etruschi, si pensi a Cortona, Cerveteri, Chiusi e all’area SovanaPitigliano dove la rilevanza dei ritrovamenti è congiunta all’indubbio pregio dei paesaggi in cui sono inseriti. A Populonia, l’area archeologica, oltre ad essere come sospesa fra cielo e mare, si arricchisce del profumi della natura che li accoglie e li avvolge con le forme della macchia mediterranea, con l’ombra delle querce, del corbezzolo e del mirto. In una cornice naturale in cui sono ancora presenti molte delle piante e dei fiori descritti da Plinio il Vecchio come la Periploca maggiore (Periploca graeca) e la palma nana (Chamaerops humilis), che è autoctona nel promontorio e ricorda condizioni climatiche decisamente più calde e differenti dalle attuali. Cambiamenti di civiltà, dunque, e cambiamenti di clima, attraversati da permanenze vegetali come il pino (Pinus pinea) e il cipresso (Cupressus sempervirens), importati e piantati qui dagli Etruschi e dai Romani e che omani fanno parte dell’attuale bellezza della costa tirrenica. Le stratificazioni leggibili nella vegetazione sono cadenzate con quelle della storia antichissima del territorio che origina dalle tipologie tombali villanoviane, per esplodere nella civiltà degli Etruschi nelle loro necropoli con le tombe a edicola e a sarcofago, nella loro città con le sue mura che giungevano a proteggere il porto, e prosegue con gli edifici romani e le tombe ipogee di epoca ellenistica, per giungere alla diocesi medievale e al coronamento del castello-fortezza degli Appiani. Un esempio perfetto di paesaggio culturale in cui natura, arte e cultura costituiscono un unicum completo e complesso che, attraverso le vicende dei secoli, ha saputo mantenere intatto il significato profondo dei luoghi, conservandone lo spirito nelle presenze materiali e tangibili. Un ambiente particolare e prezioso che sa porgere a studiosi e visitatori occasionali immagini incantate che hanno la profondità della storia. 1.  RUTILIUS NAMATIANUS, De reditu suo, 415 (o 417 ) d.C; per facilità di lettura si riporta la traduzione italiana: “Là presso Populonia dischiude un litorale sicuro/ Dove si addentra fin verso i campi una baia naturale/ …/Non si possono riconoscere le testimonianze dei tempi antichi;/ Il tempo vorace ha distrutto le grandiose mura. /Sole restano le vestigia dei muri, / i tetti giacciono sepolti da vaste macerie./ Non rammarichiamoci che i corpi mortali si dissolvano:/ vediamo gli esempi che anche le città possono morire”. 2.  DIODORO SICULO (I sce. D.C.), ne parla come di una terra che “gli abitanti, per la cura stessa che mettono nel coltivarla, riescono a rendere abbondante di frutti”, Biblioteca, V, 40. 3.  Oggi il Parco Archeominerario di San Silvesto è un’area protetta e organizzata per visite. 4.  Un’operazione che durerà fino agli anni ‘50, data delle ultime assegnazioni di terreni. 5.  Prende il nome dall’antico vescovo di Populonia e dalla chiesetta posta al bordo dell’area archeologico di fronte al mare.

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Il palazzo Ziride di Ashir (XI s.) in Algeria Lamia Hadda* La città di Ashir è posta ai confini occidentali del dominio fatimide a circa 100 chilometri a Sud di Algeri, nella regione montagnosa di Titteri sul versante meridionale del Tell-Atlas. Essa fu fondata a partire dal 935-36 da Ziri ibn Manad, capo della tribù berbera dei Sanhaja. Il palazzo fu costruito dagli architetti provenienti dall’Ifriqiya inviati dal califfo fatimide al-Qa’im ibn al-Mahdi (934-946) (Ibn al-Athīr, 1898: 374-375; Ibn Idhari, 1983: 224,248, 258; Ibn Khaldoun, 1999, II: 6-9). Una fonte araba del XIV secolo, lo storico al-Nuwayri, elogia l’alto livello artistico che esprime tale edificio, presumibilmente progettato dallo stesso architetto che ideò il palazzo di Mahdiya: «Ziri, avendo esaminato il luogo [dove costruì più tardi la città di Ashir], disse ai suoi compagni: “Ecco il posto che vi conviene per fissare la vostra dimora”, ed egli si decise di costruire una città. Tutto questo avvenne nell’anno 324 dell’Egira (935-936), sotto il regno del califfo fatimide al-Qaim, figlio di al-Mahdi. Egli fece allora venire da al-Mecila, da Hamza e da Tobna un gran numero di carpentieri e di muratori e si fece assegnare da al-Qa’im un architetto che superava per abilità tutti i colleghi d’Ifriqiya. Egli ottenne anche dallo stesso principe una grande quantità di ferro e di altri materiali. Essendosi messo all’opera, terminò la costruzione della città» (Al-Nuwayrī, in Ibn Khaldūn, 1999, II: 489). Le discordanze sulla data di fondazione derivano dal fatto che l’insediamento ebbe tre diverse fasi costruttive, che corrispondono ad altrettanti insediamenti posti a non molta distanza tra loro. Il primo nucleo è conosciuto con il nome di Manzah bint as-Sultan. È un avamposto fortificato della tribù Sanhaja formato da una cinta muraria con all’interno una cittadella che assunse in seguito il nome di Ashir o Yachir, la capitale di Ziri ibn Manad collocata vicino la sorgente Yashir, organizzata con i suoi palazzi, caravanserragli e bagni (Golvin, 1957: 54-62, 180-183). Di poco posteriore ad Ashir è l’ultimo nucleo abitativo chiamato Benìa, costruito probabilmente nel 974 da Buluggin ibn Ziri ad alcuni chilometri al Sud della città di suo padre (Rodet, 1908: 86-104; Marçais, 1922: 21-38; Golvin, 1957: 20, 60-61). Nel cuore del Maghreb centrale, Ashir occupa una zona ideale per una capitale, posta com’è sul pendio della montagna Lakhdar che domina tutta l’alta pianura delle steppe e sorveglia i nomadi del tavoliere. La città si trova all’incrocio di due importanti itinerari che da Est portano a Ovest: quello delle alte pianure a Sud dell’Atlas Telliano e quello dei confini sahariani a Sud dell’Atlas Sahariano. Oltre alle sue qualità strategiche, la capitale ziride, costruita a più di mille metri di altitudine fu abbondantemente provvista di acqua e fornita da due sorgenti che nascevano alle falde della montagna di Kef Lakhdar, come conferma al-Nuwayri: «era provvista di due abbondanti sorgenti d’acqua di buona qualità» (Al-Nuwayrī, in Ibn Khaldūn, 1999, II: 489-490). La città è anche vicina al fiume Isser il cui letto attraversa la zona montagnosa e la pianura di Berrouaghia. All’inizio del XI secolo, Al Bakri offre una buona descrizione dell’insediamento: «esso domina tutta la pianura che occupa i Beni Ouarifen e altre tribù. È ben fornita, molto popolata e fondata su un fiume; possiede anche qualche pozzo di buona acqua e un bazar molto frequentato» (Al-Bekri, 1913: 142). * Seconda Università di Napoli, Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale – Assegnista di ricerca in Storia dell’Architettura.

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Sala del trono

Ingresso a gomito

Planimetria

Nella prima metà del X secolo Ziri ibn Manad favorì il popolamento la sua capitale trasferendo lì gli abitanti provenienti da altre città: Tobna, al-Mecila, Hamza (attuale Bouira) e più tardi di Tlemcen. Il califfo ziride costruì dei palazzi, dei caravanserragli e dei bagni e dopo circondò la città con una spessa cinta muraria e «siccome si riempì presto di giuristi, di scienziati e di commercianti, diventò molto famosa» (Ibn Khaldūn, 1999, II: 490). Ashir è considerata soltanto il punto di partenza della fortuna della dinastia ziride. Storicamente è noto che nel 973 il califfo fatimide al-Mu‘izz, avendo abbandonato le due città reali della Tunisia, lasciando al-Mansuriya ed al-Mahdiya per il Cairo, chiamò i Beni Ziri a governare l’Ifriqiya al suo posto. In seguito il principe Buluggin ibn Ziri lasciò la sua capitale, Ashir, e si trasferì a Kairuan; tale cambiamento di residenza avvenne per tappe, mentre la famiglia del capo Ziride rimase ad Ashir (Golvin, 1957: 57-59). Nel 1017, la protezione militare di questa regione di frontiera del regno ziride fu affidata ai Banu Hammad e Ashir fu annessa al loro dominio. Sotto il potere degli Hammaditi, la capitale ziride visse vari eventi funesti fino ad arrivare al 1184, data dell’ultima notizia storica che riguarda il passaggio al potere di un Sanhagia di nome Ghazi (Ibn Khaldūn, 1999, II: 88-89; Golvin, 1957: 126). Oggi l’area della città è completamente abbandonata e non può essere determinata con precisione la sua planimetria. Tuttavia le linee parallele che si intravedono anche ad occhio nudo lasciano supporre che la città dovesse essere costruita in un modo regolare, secondo un progetto urbanistico pensato già a partire dalle sue prime fasi. Purtroppo rare vestigia emergono dal suolo, mentre numerosi sono i detriti composti da piccole pietre, da tegole, da frammenti di mattoni e da cocci di ceramica (Marçais, 1922: 21-38). Il palazzo ziride di Ashir, che attualmente si presenta allo stato di rudere, è l’edificio più noto, anche se oggi è materialmente visibile solo a livello di qualche decina di centimetri al sopra del livello del piano di calpestio. Si tratta di un edificio quadrilatero di vaste dimensioni (72 metri di lunghezza e 40 metri di larghezza) a un solo piano e con planimetria a sviluppo longitudinale. Esso presenta un avancorpo collocato su uno dei lati lunghi in posizione assiale rispetto al corpo di fabbrica dell’edificio stesso, esternamente articola— 20 —


to in giochi di pareti che ricordano veri e propri contrafforti. Al centro del lato lungo meridionale si trovava l’unica porta d’ingresso, annessa ai locali delle guardie. L’entrata avveniva per mezzo di due corridoi a gomito, limitati con due stanze attigue laterali che consentivano l’accesso al cortile interno, mentre l’asse d’ingresso terminava in un percorso cieco. Le strutture interne erano riunite attorno a un cortile centrale dalla forma quadrata che, almeno da un lato, si apriva in un porticato con nove colonne. Sul lato longitudinale settentrionale, opposto all’ingresso, era collocata la sala del Trono, con pianta cruciforme che sporgeva all’esterno di qualche metro oltre il perimetro della fabbrica. La sala, costituita da tre alcove quadrangolari sormontate da cupole, era preceduta da un’antisala rettangolare collocata trasversalmente cui si accede dal cortile centrale per mezzo di tre aperture. Il nucleo centrale del palazzo fu affiancato da due ali laterali, ciascuna con una porta comunicante, simmetrica al cortile, a loro volta suddivise in due unità abitative di volume molto simile. Al centro di tali bayt si trovava un cortile interno di forma quadrata circondato da tre stanze rettangolari e una tromba di scale che conduceva probabilmente ad un piano superiore. Le Il sito archeologico di Ashir: stanze si aprivano separatamente con un Cortile interno; cortile Est ingresso intorno allo spazio centrale, mentre un lato era caratterizzato dalla presenza di una nicchia quadrata aggettante posta al centro. I quattro ambienti principali sono riconoscibili, come per la sala delle udienze, dal piccolo vano sporgente che si estende oltre il perimetro dei muri Nord, Est e Ovest. Il muro Sud è segnato solo dalla presenza dei contrafforti e dal torrione rettangolare aggettante. Il palazzo ziride è considerato uno degli esempi più noti dell’architettura aulica d’epoca fatimide. L’architetto di tali edifici svolse la sua attività in Ifriqiya e il poco che sappiamo sul palazzo di al-Qa’im ibn al-Mahdi a Mahdiya mostra una forte analogia con la costruzione di Ziri ad Ashir. Il palazzo rappresenta un esempio singolare per la comprensione delle architetture palaziali nordafricane per alcune sue peculiari caratteristiche: ingresso ad avancorpo con corridoio a gomito, sala delle udienze a croce con tre alcove coperte a cupola, unità abitative composte da stanze strette e lunghe che si aprono intorno un cortile, concezione spaziale e planimetrica unica (simmetria, sobrietà, volumetria compatta), soluzioni strutturali (pilastri quadrangolari del cortile e semplici volte), sobrietà degli apparati decorativi (superfici movimentate solo con l’articolazione degli avancorpi). In conclusione, si evidenziano nel palazzo di Ashir, un’assoluta simmetria e una raffinata disposizione del— 21 —


lo spazio ancora visibile nelle sue fondamenta, mentre dell’apparecchio murario, ormai scomparso, non si può dire nient’altro che esso era messo in opera con pietre da taglio lavorate. Tale residenza califfale potrebbe essere considerata come un prototipo dell’architettura ziride, anche se bisogna considerare la tradizione orientale. Infatti, per la impostazione planimetrica, l’edificio di Ashir rievoca quello di Mshatta (724-744) in Giordania, dove si ripropone nella sala delle udienze cruciforme, la stessa distribuzione interna con impianto tripartito ad asse di simmetria trasversale e simile organizzazione esterna con ingresso ad avancorpo e cinta fortificata (Lammens, 1930: 325-350; Grabar, 1959: 99-108). L’organizzazione in unità indipendenti, dette bayt, è conosciuta già nei primi palazzi omayyadi ed abbassidi, nei quali si ritrova anche la cinta rinforzata con torri e pilastri, l’asse di simmetria e la sala del trono in fondo alla corte. Il tipo di disposizione delle stanze interne del palazzo di Ashir, tuttavia, definisce una tipologia indipendente dal cosiddetto bayt ziride. Esso è caratterizzato da vari ambienti a rientranza che presentano una sporgenza sul muro esterno determinando talvolta una vera e propria alcova. Del resto, tale Il sito archeologico di Ashir: Angolo Sud-Ovest; tema contiene diverse varianti: rientranze Lato meridionale del muro uniche o molteplici e disposizione a croce. Questa caratteristica si differenzia dal bayt siriaco delle architetture omayyadi e sembra molto più vicino al bayt mesopotamico di tradizione iranico-sassanide (Golvin, 1966: 66-68). La bella sala cruciforme, preceduta da un’antisala, del palazzo di Ashir, ambiente d’onore in cui sostava il sovrano, presenta una certa analogia con quella del palazzo omayyade di Mshatta, di pianta cruciforme ugualmente ma con una rientranza semicilindrica. Conviene ricordare, a tale proposito, che nel Maghreb stesso questa disposizione architettonica sembrava essere molto in uso nel X secolo, particolarmente nella città di Sadrata in Algeria. Infatti, l’archeologo Paul Blanchet, descrivendo le rovine di un palazzo che aveva scoperto verso la fine dell’Ottocento, scriveva: «Sulla corte centrale si aprono due portici e tre camere, la più grande ed il più riccamente ornata delle sale ha la forma di un T» (Blanchet, 1898: 520). Non sembra quindi che gli Ziridi abbiano innovato ad Ashir la sala crociforme a tre iwan con un antisala. Possiamo supporre che gli architetti del Maghreb si ispiravano, fin dal X secolo o anche precedentemente, allo stile delle case di Fustat a loro volta influenzate dalla tradizione mesopotamica. In effetti, sappiamo che i Tulunidi, domi— 22 —


natori dell’Egitto nella seconda metà del X secolo, avevano importato lo stile di Bagdad e quello di Samarra (Marçais, 1952: 283-284; Lézine, 1969: 203-218). In epoca successiva, nel XII secolo, ritroveremo il tema del salone d’onore cruciforme di Ashir riproposto anche a Palermo al palazzo della Zisa (Staacke, 1991: 150-152). Infine, le caratteristiche del palazzo (ingresso monumentale ad avancorpo con due passaggi a gomito e un grande cortile centrale sul quale si aprono varie sale) erano già conosciute in Africa settentrionale a partire dalle residenza califfale fatimide di al-Q’aim a Mahdiya di poco precedente, dal X secolo. Invece la disposizione planimetrica tripartita ci riporta al palazzo di Sabra al-Mansuriya del 947, a Dar al-Bahr (il palazzo del lago) della Qal’a dei Banu Hammad, datato dell’inizio dell’XI secolo, e ai successivi edifici siciliani della Zisa e della Cuba di Palermo costruiti da Guglielmo I e da suo figlio Guglielmo II durante la seconda metà del XII secolo. Il rigore geometrico della ripartizione e della modulazione degli spazi abitativi oltre ai contenuti simbolici cui si ispira il pensiero islamico trova immediate rispondenze planimetrico-formali nella Zisa. Essa presenta una sala oblunga al piano terra che attraversa tutta la facciata dell’edificio: tre aperture, come per Ashir, permettono l’accesso a una sala con tre alcove. Probabilmente anche lo Scibene a Palermo doveva avere la stessa matrice tipologica della Zisa con un iwan e con una sala a tre alcove oggi purtroppo non più visibili.

AL-BEKRI, Description de l’Afrique Septentrionale, trad. De Slane, Alger 1913. BAGNERA A., “Ashir”, in Enciclopedia Archeologica, Africa, Roma 2005, pp. 565-567. BLANCHET P., “Note sur les fouilles de Sédrata”, in Comptes rendus de l’Académie des Inscriptions et BellesLettres, 4e série, VI (1898), pp. 520-521. GOLVIN L., Le Magrib Central à l’époque des Zirides. Recherches d’archéologie et d’Histoire, Paris 1957, pp. 54-62, 180-183. GOLVIN L., “Le palais de Ziri à Achir (10 sec. Après j.c.)”, in Ars Orientalis, 6 (1966), pp. 47-76. GRABAR O., “Al-Mushatta, Baghdad et Wasit”, in The world of Islam, studies in honor of P.K. Hitti, London 1959, pp. 99-108. IBN AL-ATHĪR, Annales du Maghreb et de l’Espagne, ed. e trad. E. Fagnan, Alger 1898. IBN IDHARI, Al-Bayan al-mughrib fī akhbār al-Andalus wa al-Maghrib, ed. G.S. Colin, E. Lévi-Provençal, I, Beyrouth 1983. IBN KHALDÛN, Histoire des Berbères, trad. De Slane, t. II, Paris 1999. LAMMENS H., “La badiya et la hira sous les Omeyyades: les problèmes de Mśatta”, in Études sur le siècle des Omeyyades, Beirut 1930, pp. 325-350. LÉZINE A., “La salle d’audience du palais d’Achir”, in Revue des études islamiques, 37 (1969), pp. 203-218. MARÇAIS G., “Recherches d’archéologie musulmane. Achir”, in Revue Africaine, 63 (1922), pp. 21-38. MARÇAIS G., “Achir”, in Encyclopédie de l’Islam, I, Paris 1960, pp. 720-721. MARÇAIS G., “Salle, antisalle, recherche sur l’évolution d’un thème de l’architecture domestique en pays d’Islam”, in Annales de l’institut des études orientales, X (1952), pp. 274-301. RODET C., “Les ruines d’Achir”, in Revue Africaine, 52 (1908), pp. 86-104. STAACKE U., Un palazzo normanno a Palermo, La Zisa. La cultura musulmana negli edifici dei re, Palermo 1991.

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Conservazione delle torri funerarie nel sito di Huancarani Sabaya, Oruro - Bolivia Maureen Aracena Vargas*, Andrea Von Vacano* María del Pilar Lima Tórrez° L’area di studio corrisponde al territorio di Sabaya, Regione di Oruro (Bolivia). Si tratta di una zona arida il cui principale valore produttivo è l’allevamento di camelidi, attività che fin dai tempi preispanici ha caratterizzato in modo particolare gli abitanti della zona. Grazie all’appoggio della Administradora Boliviana de Carreteras (ABC), si sono potuti registrare in questa regione 39 siti archeologici, associati alla strada tra Huachacalla e Pisiga. Uno dei più importanti è Huancarani, un complesso funerario preispanico, che presenta anche evidenze di un’attività rituale contemporanea. In questo articolo si espone una sintesi dei lavori di conservazione delle torri funerarie, svolti per la “Esecuzione del progetto di restauro architettonico integrale del Complesso Martin Capurata”, un progetto finanziato dalla ABC e realizzato da ACUDE-Aracena Asociados negli anni 2012-2013. Contesto archeologico delle torri funerarie (chullpa). Secondo la etnostoria, la regione Occidentale di Oruro è il territorio degli aymara Carangas (Bouyssé-Cassagne, 1987), che vi abitarono nel periodo degli Sviluppi Regionali dell’Altipiano della Bolivia (500-1470 d.C) (Michel, 1999). Confina ad Ovest con il Lago Poopò, all’Est con le valli e la costa del Pacifico, al Sud con il Salar de Coipasa e al Nord con il bacino del lago Titicaca (BouysséCassagne, 1987). Fu peculiare di quelle genti la costruzione delle pukara e delle chullpa. Le prime sono fortificazioni costruite in luoghi elevati, mentre le seconde sono camere funerarie raggruppate, che danno vita a estese necropoli. Sembra che le strutture più antiche risalgano al 900 d.C. e le più recenti al 1500 d.C.; ciò fornisce indizi circa il fatto che la loro costruzione perdurò fino ai tempi della Colonia Spagnola (Kesseli e Pärssinen, 2005). Le torri funerarie sono strutture di fango (argilla) che rappresentano la casa o l’ultima dimora degli antenati. Nei tempi preispanici gli indumenti e gli averi più preziosi posseduti in vita, entravano a far parte del corredo funerario delle persone, sepolte in posizione fetale. Tali oggetti permettevano al defunto l’espletamento delle sue attività nell’altra vita. A partire da una sistematica indagine archeologica, anche per gli elevati, si è avviato un processo di conoscenza e salvataggio dei resti fuori terra associati alle strutture funerarie. Questo lavoro è stato condotto seguendo norme di sicurezza opportune e ha permesso la redazione del registro dei resti ossei disturbati, sia all’interno che all’esterno di ogni chullpa. I contesti superficiali hanno fornito il ritrovamento di diversi tipi di manufatti, come frammenti di ceramica, cesteria, utensili litici e oggetti d’osso. Risaltano i ritrovamenti di oggetti personali come sandali di cuoio di camelide e lacerti di tessuti appartenenti a indumenti di tutti i giorni. Il rispetto degli abitanti locali per questi resti dimostra che la concezione della morte dei tempi preispanici si è sedimentata nel loro immaginario culturale. D’altro canto queste testimonianze culturali ci offrono informazioni sulla storia, l’arte, l’architettura, le caratteristiche socioculturali e la mitologia delle popolazioni preispaniche. E’ per questo che tale patrimonio si converte nel simbolo dell’identità locale, quale repositorio * Specialisti in restauro architettonico, archeologico, urbano, ACUDE-Aracena Asociados, La Paz, Bolivia ° Specialista in ricerca archeologica, ACUDE-Aracena Asociados, La Paz, Bolivia

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Stato iniziale del complesso, pulizia e sfalcio del terreno; vista frontale della torre funeraria Q5, è evidente il danno strutturale; vista interna dei muri in terra cruda con la struttura litica che sostiene la copertura.

della preziosa memoria storica che richiede di essere tutelata “in originale” e di essere opportunamente valorizzata. Processo di conservazione delle torri funerarie Indagini diagnostiche per la conservazione. Nella prima fase di lavoro si è dato inizio alla raccolta d’informazione sui saperi e le tradizioni locali circa l’uso dei materiali e le tecniche costruttive delle torri funerarie. Si è elaborato quindi uno studio specifico e una valutazione del loro stato di conservazione attraverso il rilievo grafico (dimensionale, dei materiali e dello stato di conservazione), una puntuale documentazione fotografica, nonché attraverso la raccolta di materiali, studi di laboratorio e delle condizioni ambientali, tipologiche e strutturali. La valutazione patologica ha identificato diversi agenti e tipi di degrado e danni, le patologie evidenti o occulte, le minacce, la velocità dello sviluppo di forme degenerative e il grado di vulnerabilità che presentavano le opere. Lo stato di conservazione delle torri era critico, giacché presentava le seguenti patologie: – Crescita di bassa vegetazione incontrollata nell’intorno; – Accumulazione di pietre nel contesto; – Presenza di roditori e uccelli che scavavano le basi e le parti alte delle strutture; – Esistevano due torri funerarie con perdita del centro di gravità e minaccia di collasso dei muri, dovuto agli assestamenti differenziali; – Diversi processi erosivi nei muri di tipo superficiale e, talvolta, in profondità; – Dilavamento dei muri, soprattutto nel lato occidentale delle torri; – Diversi processi erosivi degli intonaci, con polverizzazione e perdita di parti; – Perdita totale della struttura lapidare e/o del riempimento della copertura, costituita da terra cruda. Le indagini diagnostiche hanno permesso la identificazione delle cause dei danni e del deterioramento, dovuti soprattutto all’intervento umano, essendo la depredazione il più ricorrente e condizionante. Le strutture erano danneggiate dalle condizioni ambientali per trovarsi alla mercé delle intemperie, e per il considerevole accumulo di umidità alla base dei muri. Altri fattori destabilizzanti erano gli assestamenti differenziali su di un suolo eminentemente sabbioso e senza resistenza, cui si sommava l’assenza di fondamenta. L’assenza di interventi di conservazione e manutenzione preventiva nel passato, sono stati ulteriori fattori che hanno inciso pesantemente sullo stato di conservazione dei manufat— 25 —


ti. Le caratteristiche tecnologiche delle opere, insieme alle cause esterne di degrado dei materiali e dissesto delle strutture hanno provocato danni e deterioramenti talvolta irreversibili. La generale vulnerabilità delle torri funerarie ha imposto una serie di interventi urgenti per contrastare i processi degenerativi in atto e per cercare di ridurre i rischi futuri. Allo stesso tempo è stato redatto un Programma di Manutenzione da applicarsi in futuro secondo una scala di necessità e di scadenze temporali.

Lavori di rimozione di elementi in terra cruda incoerenti per la loro successiva messa in posa Vista del complesso durante l’umidificazione, consolidamento e rinfresco delle superfici esterne delle torri funerarie Vista frontale della torre Q5 al termine dei lavori Vista d’insieme, dopo l’esecuzione delle attività di conservazione

Elaborazione e sviluppo di un Piano di Conservazione. Sulla base dei dati elaborati durante le indagini diagnostiche si è elaborato un Piano di Conservazione che contempla i seguenti principi metodologici, i criteri di intervento e le relative strategie: – Seguire i principi dell’intervento minimo e della massima reversibilità postulati dalla disciplina della conservazione preventiva; – Intervenire soprattutto nei casi di situazioni d’emergenza, quando il patrimonio archeologico si veda minacciato da una perdita irreversibile; – I materiali e le tecniche usate devono corrispondere al sistema costruttivo originale, dovendo differenziare l’intervento dall’originale, attraverso il colore, l’apparecchio o altro criterio di distinzione; – I procedimenti devono permettere di poter intervenire sulle cause che provocano i danni e il degrado, con lo scopo di prevenire le future patologie nelle strutture architettoniche; – Realizzare localizzate opere di integrazione di parti perdute con l’unico obiettivo di conservare le strutture, per frenare i processi patologici; – Utilizzare mano d’opera specializzata che garantisca i procedimenti e i risultati; – Rispettare il valore intangibile delle torri funerarie che devono essere considerate non solo “monumento” ma anche “documento” di rilevante importanza per la cultura locale. In questo modo si sono definite le linee d’azino definite le linee d’one del processo di intervento e le relative fasi e modalità di esecuzione. Queste hanno riguardato la pulizia, il consolidamento, la — 26 —


protezione e altre attività complementari. Per ogni struttura, a seconda delle sue peculiarità, si sono programmati interventi specifici. Tali attività sono consistite in: – Disinfestazione e fumigazione controllata; – Pulizia e sfalcio della vegetazione invadente sul terreno; – Pulizia superficiale della torre funeraria; – Consolidamento della base dei muri; – Sigillatura degli interstizi con malta di fango; – Integrazione della base del muro; – Integrazione del muro e delle lacune con tepe (blocchi di terra estratta sul posto e armata con graminacee); – Trattamento protettivo della cresta del muro; – Revisione e trattamento della struttura lapidea della copertura; – Revisione e completamento del riempimento della copertura con tepe; – Revisione e trattamento della copertura con tepe; – Umidificazione, consolidammidificazione ento e rinfresco delle superfici. Applicando questo procedimento si è riusciti ad intervenire su 18 strutture funerarie, che sono rimaste sotto la tutela delle Autorità Locali. Elaborazione e realizzazione di un programma di potenziamento delle risorse e delle capacità locali. Visto che le torri funerarie hanno un valore rituale per le Comunità Locali, un aspetto importante del progetto è stato il lavoro con gli abitanti di Sabaya. In questo senso si è realizzato un programma di sensibilizzazione che ha permesso di lavorare con i tecnici del Municipio per la preservazione e valorizzazione del patrimonio culturale locale. Inoltre si sono organizzati corsi di formazione per i residenti sulle tecniche di salvataggio di siti archeologici e la conservazione delle strutture edilizie. Oltre a ciò si è realizzata la socializzazione dei risultati e il coinvolgimento della popolazione locale nei processi di analisi e intervento, in tutte le attività archeologiche. Si è analizzata, in maniera partecipativa, la metodologia utilizzata nel processo di conservazione e si sono trasferite le raccomandazioni operative sulla gestione e tutela dei siti e monumenti. Conclusioni. Il lavoro eseguito ci permette di giungere alle seguenti conclusioni: L’intervento umano e i fattori ambientali sono le cause principali del degrado delle torri funerarie. In conseguenza di questo è urgente realizzare lavori di conservazione adeguati e organizzare un piano di manutenzione ordinaria ripetuta nel tempo, al fine di frenare i processi di degrado in atto e prevenire quelli che potrebbero sopraggiungere. Il coinvolgimento degli attori locali e istituzionali è vitale in questo processo, sia in fase di attuazione del cantiere sia, soprattutto, nelle fasi successive quando questi dovranno farsi carico della gestione, tutela e valorizzazione di questi rilevanti oggetti del loro patrimonio culturale.

BOUYSSÉ-CASSAGNE, THERESE, La identidad Aymara. HISBOL – IFEA, La Paz, Bolivia, 1987. KESSELI, RISTO Y MARTTI PÄRSSINEN, Identidad étnica y muerte: torres funerarias (chullpas) como símbolos de poder étnico en el altiplano boliviano de Pakasa (1250-1600 d.C.). Bulletin de l’Institut Français d’ Études Andines, 34 (3), 2005: 379-410. MICHEL, MARCOS, El señorío de los Carangas, Tesis inédita. Universidad de la Cordillera. La Paz, Bolivia, 1999.

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Il borgo di Pietramelara Concetta Giuliano* Diverse sono le ipotesi formulate intorno all’origine del nome di Pietramelara. In un manoscritto del 1931 si suppone che il nome Pietramelara sia da ricondurre ad un’origine sannita e che derivi da Petra (termine), Mela (città sannita distrutta) e Ara (tomba, altare, culto per la città distrutta) (Bassi, 1931). Pietramelara è situata alla periferia della Campania Felix, sorge su un colle al centro di una vasta piana, dominata dalla parete del Montemaggiore, un massiccio montuoso di natura appenninica. I centri urbani che gli fanno da corona sono a sud Capua e Caserta; a sud est la città di Caiazzo, a nord Alife e Vairano Patenora e sul versante occidentale gli antichi centri di Teano, Calvi Risorta, Carinola e Sparanise. Il Borgo Medievale di Pietramelara nasce in un tempo ancora indefinito dell’Alto Medioevo, probabilmente in età Longobarda. Il documento più antico che menziona l’esistenza dell’abitato è il Rogito di Landolfo ed Atenolfo, principi d’origine longobarda che nel 928 donarono a Montecassino parte del territorio di “Petra Mellara” abitanti inclusi (Ricciardi, 1891: 6-7). A quella data, dunque, l’esistenza di un centro abitato individuato con il toponimo di Pietra Mellara è già attestato. Il castello di Pietramelara annesso alla baronia di Roccaromana (Panarello, 2005, IV) è ricordato sin dai tempi dei Normanni come testimoniato dalla bolla di papa Celestino III dell’anno 1193 dove sono elencati tutti i castella esistenti nel territorio al tramonto dell’egemonia normanna. Nel Catalogus Baronum (1167-1188), il feudatario in capite de domino rege di Pietramelara, San Felice, Roccaromana e Pietravairano risulta essere Andrea de Rocca Romana, figlio di Guimondo, che fornì al Re Guglielmo II un numero di militi da reclutare nei propri possedimenti in base alla loro estensione, pro expeditione ad Terram Sanctam «Andreas de Roccaromana, sicut dixit Nicolaus Frascenellus,demaniuum suum de Roccaroma est feudum III militum, et de Petra Lillaria Feudum IV militum, et de Sancto Felice feudum II militum, et de Petra feudum V militum, quae sunt inter omnia feuda militum XIV et cum augmento obtulit militum XXX et servientes L» (Angelone, 2002:29-30) fino a quando, nel sec XIV, la famiglia discendente da Pandolfo, conte di Teano e principe di Capua, di sangue longobardo, tenne in feudo sia Roccaromana che Pietramelara (Ricciardi, 1891: 8). La separazione della terra di Pietramelara dal feudo di Roccaromana si verificò nel 1348, quando l’ultimo feudatario della baronia di Roccaromana, Carlus Artus, fu decapitato per aver partecipato alla congiura dei baroni, e quindi spogliato dei suoi feudi che furono devoluti allo stato. Non è possibile ricostruire la topografia di Pietramelara sul finire del Quattrocento a causa dell’assenza di documenti. All’epoca il territorio di Pietramelara aveva una ridotta estensione e confinava con quello di Riardo. Il feudo di Roccaromana passò quindi alla famiglia Marzano e quello di Pietramelara ad Edoardo Colonna, conte di Alba e di Celano. Per successione Pietramelara fu ceduta a Giovannella Celano. Quest’ultima portò il feudo in dote a Sergio Monforte, figlio di Federico, conte di Bisceglie, soprannominato Villanuccio, che possedeva anche Raiano, Roccadevandro e Camino. Pietramelara rimase feudo della famiglia Monforte fino al 1494, quando venne investita dalla tempestosa, se pur breve, presenza di Carlo VIII di Francia, disceso nella penisola per rivendicare l’appartenenza * Seconda Università degli Studi di Napoli – Dottoranda di Ricerca in Storia e Tecnologia dell’Architettura e dell’Ambiente presso il Dipartimento di Architettura.

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Planimetria generale del borgo con individuazione delle differenti cinte murarie. Veduta del borgo di Pietramelara in un’immagine d’epoca (archivio della Soprintendenza di Caserta).

franco-angioina del regno di Napoli. Carlo strappò la corona di Napoli agli aragonesi grazie ad astute alleanze politiche, sfruttando le parti filo-francesi che avevano cospirato contro Ferdinando I d’Aragona nella “Congiura dei baroni” del 1485. Il regno di Carlo durò solo pochi mesi; fu sconfitto a Fornovo nel 1495 dagli stessi alleati politici che gli avevano aperto la strada verso la vittoria. Napoli tornò così, sotto l’egida di Ferdinando II d’Aragona il quale dovette riconquistare i feudi che avevano innalzato lo stendardo francese (Ricciardi, 1892:12). La Pietramelara dei Monforte fu tra questi. Il borgo letteralmente travolto dalla sanguinosa politica spagnola fu saccheggiato dalle truppe veneziane comandate da Fabrizio Colonna, alleate di Ferdinando II. L’esercito fece breccia nella cinta muraria là dove era più debole, nel luogo che ancora oggi è conosciuto col nome di “Muro Scassato”; risalì il borgo fino alla torre, radendo al suolo il palazzo signorile del Monforte (Sanuto, 1879:71-72-73). Nel borgo ancor oggi è riconoscibile l’impianto medievale, con torre e piazza centrale e andamento anulare delle strade circostanti. Percorrendo le stradine del borgo si coglie ancor oggi la salda struttura, sia nei passaggi voltati, che in quelli semplicemente architravati, individuando così un filo d’unione fra il potere rappresentato dalla torre, e i sudditi ad esso strettamente legati. Le torri risalenti al XIV secolo che un tempo si susseguivano ad intervalli regolari lungo la cinta muraria ancor oggi sono riconoscibili, anche se incorporate in costruzioni più ampie. La cinta muraria venne eseguita grossolanamente con muratura in tufo e pietre non sbozzate, contraffortata da pilastri collegati con arconi, destinati a sorreggere il camminamento di ronda che collegava i bastioni. Il borgo è costituito da un primo impianto normanno, riconoscibile dalla torre a base quadrata che svetta in vertice al borgo ed era parte integrante del castello (D’Onofrio, 1994: 209-213) e dal tipo di murature utilizzate nelle strutture superstiti del castello. La torre di pianta quadrata misura alle fondamenta 9m x 9m, per uno spessore di base di 2.20m e, nel punto più alto, di 1.79m. È alta 15m e i quattro prospetti principali sono costituiti da conci di pietra regolari sbozzati sui quattro lati e rafforzati negli angoli con un’alternanza di blocchi lapidei sagomati. Sul fronte nord e sud presenta due aperture delimitate da ornie in tufo grigio; il fronte est è definito dalla porta d’accesso alla torre e dalle due sovrastanti finestre. A questo primo impianto fece seguito un ampliamento, forse d’epoca angioina, riconoscibile nel primo anello corrispondente alla via Sottotorre. Un successivo ampliamento, d’età aragonese (1460-1470), chiuse in una seconda cinta muraria la struttura del borgo. Importante testimonianza della murazione superstite quattrocentesca è la presenza di una bifora costituita da una cornice in piperno, che attualmente risulta alterata per permettere l’ampliamento di un’apertura, e di un arco che ritroviamo all’ingresso della murazione, costituito da blocchi di piperno sbozzati. La finestra e l’arco definiscono una struttura architettonica che probabilmente è da identificare con la residenza quattrocentesca dei Monforte, chiusa da due torri circolari e posta nelle immediate vicinanze delle antiche porte. — 29 —


La Torre normanna in un’immagine d’epoca (archivio della Soprintendenza di Caserta); resti di bifora quattrocentesca riconoscibile nelle mura urbane; arco quattrocentesco lungo il camminamento delle mura.

L’unica porta urbana pervenutaci (Porta Madonna della Libera) è costituita da un semplice arco a sesto ribassato. Molto probabilmente la porta nord che sorgeva in una rientranza tra le mura verso la chiesa di San Rocco fu murata dopo la distruzione operata nel 1496 al castello depredato e dato in fiamme (Caiazza, 1996: 19). Il borgo medioevale di Pietramelara, il circuito delle mura e il castello normanno sono oggi in una condizione di estremo abbandono e degrado e, quindi, si prestano in maniera particolare ad ampi progetti e azioni programmate di riqualificazione urbana e ambientale. Di notevole importanza risulterebbero infatti gli interventi conservativi che potrebbero fungere da linee-guida utilizzabili anche in altri borghi di Terra di Lavoro. Fondamentale sarebbe optare per una riqualificazione energetica degli edifici, individuando modalità di intervento innovative, corrette e coerenti atte a migliorarne le prestazioni energetiche applicando i principi dell’edilizia sostenibile in termini di qualità dei materiali, di salubrità degli ambienti, di un rigoroso utilizzo delle risorse naturali e delle fonti di energia rinnovabili. Gli interventi devono essere quanto meno invasivi tenendo conto del rispetto del patrimonio storico e artistico e dei principi della conservazione. Agire in maniera corretta sull’edilizia storica, privilegiare il recupero sia urbano che edilizio può portare ad un aumento del suo valore e della sua funzione generando una nuova economia di settore che riduca la richiesta a nuove materie prime (A.T.E.S.S. 2012: 14). Frammenti: Note Storiche, Biografiche, Archeologiche di Pietramelara Raccolte, Coordinate e Illustrate da G. Bassi, manoscritto del 1931, in collezione privata. RICCIARDI R.A., Statuto Municipale di Pietramelara confermato nel sec. XVI all’Università della feudataria Lucrezia Arcamone, Napoli 1891 PANARELLO A., Note e Documenti per la storia feudale del Castello di Mignano Montelungo, in Terra Filiorum Pandolfi a cura di A. Panarello, IV, aprile 2005 ANGELONE G., Il feudo di San Felice in Terra di Lavoro: Testimonianze documentarie e note sulla successione feudale nei secoli XII – XVI, in Terra Filiorum Pandulfi a cura di A. PANARELLO, II, maggio 2002 RICCIARDI R.A., Statuto Municipale di Pietramelara confermato nel sec. XVI all’Università dalla feudataria Lucrezia Arcamone, Napoli, 1891 D’ONOFRIO M., I Normanni popolo d’Europa MXXX-MCC, cura del catalogo della mostra, (Roma 1994), Venezia 1994 RICCIARDI R.A., Pietramelara e la sua distruzione nel MCCCCXCVI, Napoli 1892 SANUTO M., Diarii di Marino Sanuto, Venezia 1879 CAIAZZA D., Il Sacco di Pietramelara nel 1496, Pietramelara 1996 A.T.T.E.S.S., La qualità delle prestazioni energetico-ambientali nella manutenzione dell’architettura storica, Metadistretto Veneto della Bioedilizia, 2010, p. 14

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Le mura terrestri di Istanbul: memoria e conservazione Enrico Mascia* Le mura teodosiane che cingevano Costantinopoli, edificate per ordine di Teodosio II tra il 413 ed il 424 d.c. con lo scopo di proteggere la città giunta a contenere mezzo milione di abitanti all’alba del suo principato1, ancora oggi separano la zona Fetih dalla restante parte dell’enorme metropoli venutasi a sviluppare attorno. Esse sono molto più di un’immensa opera difensiva del passato: sono per gli abitanti della moderna Istanbul un motivo di orgoglio e identità nazionale. Queste, dichiarate Patrimonio dell’Umanità (Fetih in turco significa conquista), ci possono far riflettere sul valore ideologico e sentimentale che gli ottomani diedero alla presa della città, divenuta quasi un miraggio per i musulmani, che in più di un occasione, sin dalla loro espansione verso occidente, avevano tentato di appropriarsi della seconda Roma. I turchi, ma soprattutto gli abitanti di Istanbul, sono fortemente legati al ricordo dell’impresa di Maometto II, tanto che oggi i moderni visitatori della città possono ripercorrere gli avvenimenti che condussero al successo del giovane sultano tramite un museo situato all’esterno delle mura, presso la porta Topkapi, uno dei punti in cui infuriò maggiormente il lungo assedio. Si tratta per di più dell’esatto sito della breccia che condusse alla vittoria gli ottomani, conosciuta ai tempi come la Porta di san Romano. In origine il sistema di difesa terrestre voluto da Teodosio II (402-450) venne realizzato sotto la supervisione del prefetto del pretorio d’oriente Flavio Antemio partendo dal lato occidentale nel 413 combinando un muro interno di 11 metri di altezza, con in tutto 96 torri, poste tra i 54 ed i 58 metri l’una dall’altra, camminamenti in alto e livelli diversi di avvistamento sotto2. Il museo si chiama non a caso “Panorama 1453”, la data si riferisce più precisamente al 29 maggio, giorno della conquista, mentre panorama sta per l’innovativa tecnica di esporre la storia di quell’avvenimento. Infatti all’interno del museo vi sono vari pannelli informativi che hanno il duplice scopo di istruire il visitatore sulle dinamiche che condussero a quell’evento epocale e di guidarlo, tramite la loro successione, fino alla circolare sala panoramica realizzata con un ampia cupola, laddove è affrescata a 360° una vasta rappresentazione del momento decisivo della presa delle fortificazioni teodosiane. Ci si ritrova, dunque, catapultati all’interno del campo di battaglia, ovviamente tra le file ottomane, tutt’intorno, separati da una paratia, si possono osservare riproduzioni di mezzi d’assedio, armi e bombarde posti su un terreno argilloso che si estende fino a congiungersi alle pareti affrescate dando un senso di continuità che, insieme agli effetti sonori di sottofondo che riproducono il clamore dello scontro, riesce realmente a conferire l’impressione di essere partecipi di quel fatidico assalto. Alcuni aspetti sembrano scalfire l’ottimo proposito di far conoscere a fondo questo importante evento bellico. Si nota subito che si tratta di un museo fatto dai turchi per i turchi, infatti, oltre a dare immediatamente l’impressione di esaltare senza troppo distacco obiettivo la vittoria ottomana, mette il visitatore straniero in condizione di inferiorità rispetto alla controparte autoctona. Il linguaggio adoperato è esclusivamente turco, tutte le targhe informative, senza eccezione alcuna, non sono mai accompagnate da traduzione. Si tratta dunque di un ottimo tentativo di attrarre i turisti incuriositi dalle magnificenti fortificazioni per istruirli sull’evento conclusivo del lungo scontro turco-bizantino, ma con poca attenzione riserva a un pubblico internazionale. La lunga cinta muraria si estende per oltre sei chilometri e mezzo dal mare di Marmara * Università degli Studi di Firenze

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fino al Corno d’Oro e per oltre undici chilometri lungo il perimetro delle mura marittime3, rappresentando così la più grande cinta urbana tutt’oggi conservata. A partire dal 1938, le mura dipendono dal Comune di Istanbul che si è avvalso di finanziamenti Unesco dal 1985 e propri per sostenere i restauri; i primi provvedimenti presi a riguardo consisterono nello sgomberare le molte concerie che erano sorte a ridosso delle mura, solo nel 1991 dopo lo smantellamento di queste fu possibile avviare i lavori necessari al sito4. Ma il problema della manutenzione e conservazione non è stato, diciamo così, messo a fuoco con una coerente organizzazione del lavoro decidendo di dividere il cantiere delle mura da restaurare fra undici ditte differenti non coordinate tra di loro e non sempre adeguate al compito. La fortificazione è stata trasformata sensibilmente, distruggendone in parte il tessuto originario, sostituendo tipi differenti di mattoni e pietre, cementando e riedificando torri e merli. Certamente l’incuria e lo stato di abbandono in cui i ruderi versavano agli inizi dei lavori di manutenzione rendevano la situazione alquanto critica. L’accumulo di terra aveva consentito alla vegetazione di estendere le radici senza alcun controllo; certamente si ha l’impressione che tali rifacimenti puntassero solo all’aspetto estetico da curare delle mura tentando di ridare lustro così alla città. Davanti al muro principale vi è un muro più avanzato, oggi fortemente frammentato, alto all’incirca 8 metri, capace di consentire anche ai difensori più arretrati di bersagliare Porta Aurea, restaurata con materiali e tecniche gli avversari, la zona presente tra le due cinte idonee; murarie veniva chiamata peribolos, e garantiva Porta di Adrianopoli restaurata negli anni ‘20; Porta di Belgrado, quasi completamente ricostrusia un ampio spazio di manovra ai difensori e ita negli anni ‘90 un eventuale dispiegamento d’artiglieria, sia l’ingresso alle torri perimetrali. Inoltre, Teodosio aveva fatto scavare un grande fossato d’acqua, diviso in settori in modo da impedire che il nemico potesse prosciugarlo. Le porte nelle mura, difese da torri ai lati, erano dieci e le mura del tratto occidentale si collegavano a quelle lungo il mare dove il complesso delle difese era ovviamente più semplice: senza fossato, un muro con torri. Anche qui, purtroppo, i rifacimenti effettuati sono inadeguati. Nella maggior parte delle aree le fortificazioni sono state stravolte da restauri troppo invasivi con poco rispetto per i materiali originari. Ancora oggi, fra le porte delle mura teodosiane, si impone la grandiosa Porta Aurea, un tempo ricca di sculture, a sud della quale vediamo il solo tratto correttamente restaurato delle mura5. Zeynep Ahunbay ha dichiarato: “La campagna di restauro degli anni ‘80 è stata criticata poiché si era ridotta alla ricostruzione delle torri e delle porte in rovina, anziché stabiliz— 32 —


zare e consolidare le strutture in pericolo. Ciò che è avvenuto ai ripari effettuati nel ventesimo secolo durante l’ultimo terremoto... costituisce una buona lezione per i futuri restauri da eseguire”6. Infatti tutta l’inadeguatezza del restauro realizzato si rivelò quando un terremoto di magnitudo 7,6 della scala Richter colpì Istanbul nel 1999, causando seri danni alle antiche strutture difensive. Vennero danneggiate varie torri di cui cinque piuttosto seriamente; i danni maggiori si sono rilevati nella zona della Porta di Belgrado dove sono state compromesse alcune torri dalla base rettangolare e presso la Porta Topkapi dove è venuta meno una grossa porzione di parete muraria. Tra l’altro è indicativo come proprio le sezioni restaurate siano state quelle maggiormente lese del sisma e di come in varie altre siano crollati i soli rifacimenti lasciando pressoché illeso lo strato originale sottostante. Mentre ha retto meglio il colpo il settore meridionale, laddove i restauri erano stati svolti con maggior competenza. Il problema del restauro delle mura è anche tecnico: il complesso teodosiano è realizzato a corsi di mattoni alternati a pietra chiara, ma questo rivestimento, all’interno, nasconde un conglomerato tenuto insieme da una malta che nonostante sia piuttosto resistente all’umidità quando il rivestimento si sfalda, il conglomerato interno si scioglie e il sistema crolla7. Per di più il sito archeologico è in stretta connessione con la popolazione della città, le cui abitazioni sono, in alcuni casi estremamente prossime e ospita in più punti gruppi di nomadi che vi hanno trovato riparo, ponendoli dunque a rischio in caso di crollo. Un altro fattore da tenere in considerazione è l’elevato inquinamento atmosferico, che forse ancora più che per gli altri monumenti di Istanbul a causa della maggiore concentrazione di traffico nella zona, minaccia la conservazione dell’imponente opera difensiva. L’insieme di queste problematiche ha spinto il World Monuments Fund ad inserire le mura teodosiane nella lista dei cento siti più a rischio nel mondo8. Il loro recupero deve puntare non solo al consolidamento delle parti sopravvissute, senza stravolgimenti, ma anche all’eliminazione dei falsi realizzati negli ultimi anni, mirando inoltre all’ulteriore recupero del primo muro esterno, il più basso, e del rapporto tra fossato e fortificazioni. Infine, necessiterà anche di un’attenta sistemazione delle porte, mantenendone fuori e Riproduzione in scala della sala panorama dentro i parametri originari.

1.  RAVEGNANI G., Imperatori di Bisanzio, Bologna 2008. 2.  HANAK W., PHILIPPIDES M., The Siege and the Fall of Constantinople in 1453, Surrey 2011. 3.  SFRANZE G., Paleologo. Grandezza e caduta di Bisanzio, Palermo 2008. 4.  AHUNBAY M., AHUNBAY Z., Recent Work on the Land Walls of Istanbul: Tower 2 to Tower 5, Dumbarton Oaks, Washington D.C. 2000. 5.  Il restauro è stato diretto da Metin e Zeynep Ahunbay, professori della Università Tecnica di Istanbul che sono intervenuti con rispetto per i materiali e le tecniche costruttive antiche. 6.  TURNBULL S., The Walls of Constantinople AD 324-1453, Wellingborough 2004. 7.  AHUNBAY M., AHUNBAY Z., Recent Work on the Land Walls of Istanbul: Tower 2 to Tower 5, cit., 2000. 8.  World Monuments Watch Listing of the City Walls, 2008.

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Sullo stato di conservazione della fontana degli Incanti a Napoli Matteo Borriello* La città di Napoli accoglie nei suoi numerosi larghi e piazze un gran numero di fontane, per la maggior parte di antica fondazione. Tali “arredi urbani” raccontano attraverso i loro mutamenti, legati a motivi di restauro per il loro miglioramento o per le integrazioni dovute ad atti vandalici o bellici e anche per spostamenti di sito, le vicende storiche ed urbanistiche dell’intera città. Soprattutto negli ultimi anni, gran parte delle fontane presenti sul territorio versano in un grave stato di degrado dovuto ai numerosi danni causati dal vandalismo e da una poco adeguata campagna di conservazione. Questo articolo ha lo scopo di illustrare brevemente gli eventi che influirono sui cambiamenti strutturali della fontana degli Incanti, oggi sita in piazza Salvatore di Giacomo, e registrarne l’attuale stato di conservazione con la speranza di un futuro intervento di restauro volto non solo al reintegro di alcune delle sue parti mancanti, ma anche per il suo funzionamento. Nel corso della prima metà del XVI secolo, il vicerè di Napoli don Pedro de Toledo ordinò la costruzione di una fontana per la comodità del popolo e per l’approvvigionamento da parte delle navi attraccate al porto1. Collocata nella piazza del Porto o dell’Olmo (da non confondere con la piazza dell’Olmo nei pressi di via S. Maria della Scala), venne progettata da Giovanni da Nola tra il 1541 e il 1545. Essa presentava una vasca quadrangolare con al centro un monte roccioso con quattro nicchie nelle quali furono collocate delle statue di divinità giacenti, al di sopra del monte vi era una vasca più piccola sulla quale venne scolpita un’aquila con gli stemmi di Carlo V2 e che il popolo erroneamente confuse con una civetta. Fu proprio quest’ultimo animale a dare il nome alla fontana che fu ribattezzata “Cuccovaja”, che vuol dire appunto civetta. La fontana è anche ricordata come “degli Incanti” per due motivi: a causa delle pozioni preparate con l’acqua della fontana da parte di una strega3 e per gli incantatori-mercanti che vendevano i loro prodotti al pubblico incanto4. Nel 1647 con la rivolta di Masaniello, la fontana venne fortemente danneggiata perdendo buona parte delle sue decorazioni a causa dei cannoni e delle successive spoliazioni5. La fontana fu dopo poco tempo restaurata con un intervento del Picchiatti6. Un massiccio intervento di restauro avvenne nel 1834 ad opera dell’architetto svizzero Pietro Bianchi che collocò al centro di una vasca un pilastro fiancheggiato da quattro leoni. Sulla sommità del pilastro fu collocata un’altra vasca di dimensioni più ridotte7. Con i lavori di risanamento che coinvolsero tutta la parte dei quartieri bassi della città, partendo proprio dalla piazza del Porto, la fontana venne temporaneamente conservata nei depositi comunali8, per poi essere collocata sulla collina di Posillipo in piazza Salvatore di Giacomo. Secondo quanto scrive Filomena Sardella: «(…) In origine la vasca in mattoni che circonda la fontana non esisteva e quattro piccole tazze circolari ricevevano l’acqua dalla bocca dei leoni i quali, probabilmente, erano ruotati rispetto all’attuale posizione e si trovavano in corrispondenza dei lati più corti della base ottagonale (…)»9. Tale ipotesi sarebbe confermata da un’immagine pubblicata da Raffaele D’Ambra10 nella quale è riportata l’originale collocazione della fontana nella piazza di Porto prima dell’intervento di risanamento. In essa si nota chiaramente la posizione diversa dei leoni sui lati minori e delle vaschette corrispondenti. Attualmente la fontana, non funzionante, presenta un pessimo stato di conservazione dovuto ai numerosi atti vandalici che si sono susseguiti nel corso degli anni. Ciò che salta im* Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, Napoli

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La fontana degli Incanti nella sua originaria collocazione nella piazza di Porto (da. R.D’Ambra, p. 267). Collocazione attuale in piazza Salvatore di Giacomo.

mediatamente all’occhio è la mancanza dei quattro leoni, probabilmente in marmo bianco e dalla cui bocca sgorgava l’acqua, risalenti all’intervento del Bianchi che sono stati trafugati nel corso degli ultimi anni. La struttura ha un’altezza complessiva di circa 480 cm ed una vasca circolare del diametro di 800 cm. La vasca presenta una parte inferiore costituita da laterizi e una parte superiore rivestita da blocchi in piperno alcuni dei quali sono danneggiati lungo i bordi. La parte in laterizio presenza, come gran parte dell’intera fontana, tutta una serie di scritte e graffiti vandalici. Il corpo principale della fontana può essere suddiviso nelle seguenti parti: – I quattro piedistalli che sorreggevano le statue dei leoni; sono di forma rettangolare in pietra di piperno. I danni maggiori sono stati riportati nelle parti superiori dei singoli piedistalli che presentavano delle lastre, anch’esse in piperno, sulle quali erano collocati i leoni. Frammenti di esse sono ancora visibili sul pavimento della vasca. La parte superiore scoperta presenta delle staffe in ferro che assicurano una maggiore coesione tra le varie parti del piedistallo. Per l’assenza di manutenzione le parti superiori dei piedistalli sono invasi da elementi vegetali infestanti che con le loro radici recano danno al materiale lapideo. Oltre a ciò sono presenti numerosi graffiti. – Il basamento di forma ottagonale è in piperno e può essere suddiviso in due ulteriori sezioni: la prima semplice e senza decorazioni, la seconda con una decorazione a bassorilievo con foglie stilizzate. Entrambe le sezioni sono caratterizzate dalla presenza di graffiti mentre solo nella parte superiore è presente un’integrazione, frutto di un restauro precedente, nella quale viene ripresa parte della decorazione a foglie stilizzate. – Il pilastro, anch’esso di forma ottagonale, comprende una prima sezione che presenta delle parti in piperno, con numerose integrazioni dovute a estesi quadri fessurativi e a cadute di materiale lapideo, e dei pannelli in marmo bianco presenti sulle quattro facce corrispondenti ai piedistalli della parte inferiore. Tali pannelli, a differenza delle parti in piperno nei quali sono incassati, non presentano parti— 35 —


colari danni ma solo la presenza dei graffiti. La seconda sezione è rappresentata da un capitello in piperno che presenta una decorazione a motivi fogliacei nella parte inferiore e delle scanalature nella parte superiore. I danni riportati sono rappresentati da piccole crepe e dalla mancanza di piccole parti della decorazione fogliacea. – Sulla sommità è presente una piccola vasca circolare con una decorazione polilobata che presenta in alcune parti delle perdite di materiale lapideo sottoforma di piccoli fori. Come molte fontane che, a causa dei danni strutturali o per precise scelte di abbandono, perdono la loro funzione anche la fontana degli Incanti, da gioiello d’arredo urbano qual’era, si è rapidamente trasformato in un ricettacolo di detriti di vario genere soprattutto nell’area della vasca maggiore, nelle parti lasciate scoperte dai pannelli che dovevano sostenere le statue dei leoni e nei punti di adesione tra il basamento e il fondo della vasca, dovuto probabilmente al distacco della malta di congiunzione, lungo i quali è possibile notare in particolare dei lievi sollevamenti che hanno dato origine a delle fessure all’interno delle quali s’insinuano altre piante infestanti. La situazione è aggravata dalla scarsa attenzione che gli abitanti hanno del monumento quando non si tratta di vero vandalismo. Per evitare che i processi degenerativi innescati si evolvano verso situazioni irreparabili, ci si augura che possa essere attuato rapidamente un intervento di restauro che se non ripristini la piena funzionalità della fontana ne integri almeno le parti mancanti (sempre nel rispetto delle procedure del miglior restauro) e avvii una politica di tutela e valorizzazione. Tra gli interventi possibili possiamo evidenziare: – Un’analisi delle condizioni statiche dell’intera struttura e dei possibili cinematismi che si attivano. Particolare attenzione dovrebbe essere riservata alla registrazione dei problemi conservativi e di stabilità connessi all’area sulla quale poggia. – Una verifica delle condizioni della rete idraulica sottostante volta alla riattivazione della fontana. – Un’adeguata campagna di pulitura per eliminare i graffiti che riguardano quasi tutti gli elementi della struttura. – Liberare l’area della vasca maggiore dai rifiuti e recuperare i frammenti. – Un consolidamento dei diversi elementi lapidei che presentano lesioni più o meno profonde. È fondamentale ricordare che un sollecito e corretto intervento di restauro potrebbe provocare un recupero non solo del monumento ma potrebbe avviare, allo stesso momento, una politica di valorizzazione dell’intera area circostante. 1.  DE ROSE A., “Fontana detta degli Incanti o Cöccövàja” in Le Fontane di Napoli, Napoli 1994, pp.52. 2.  SARDELLA F., 30 Fontane di Napoli – L’utile e l’effimero nell’arredo urbano, Napoli 1990, scheda 29. 3.  DE FILIPPIS F., Piazze e fontane di Napoli, Napoli 1957, pp. 64-65. 4.  DE ROSE A., “Fontana detta degli Incanti o Cöccövàja” in Le Fontane di Napoli, Napoli 1994, pp.52; per ulteriori approfondimenti cfr. B. CROCE, «Napoli Nobilissima», vol. III, p. 179. 5.  SASSO C.N., Storia dei monumenti di Napoli e degli architetti che gli edificarono. Dallo stabilimento della monarchia fino ai nostri giorni, Napoli 1856-58, pp. 290-291. 6.  COLOMBO A., La fontana degli Incanti in «Napoli Nobilissima», Napoli 1898, vol. VII, pp. 113-115. 7.  ALISIO G.C., Napoli e il Risanamento. Recupero di una struttura urbana, Napoli 1980, p. 165. 8.  GASPARINI L., Antiche fontane di Napoli, Napoli 1979, pp. 38-39; 63-64. 9.  SARDELLA F., 30 Fontane di Napoli - L’utile e l’effimero nell’arredo urbano, Napoli 1990, scheda 29. 10.  D’AMBRA R., Napoli Antica con centodiciotto tavole a colori, Napoli 1889, ristampa anastatica 1993.

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Il campanile del duomo di San Martino in Pietrasanta: osservazioni sulle tecniche costruttive Alessandro Nardini e Chiara Valenti* Successivamente alla discussione della sua tesi di laurea in Architettura1, presentata nel 2009 all’Università degli Studi di Firenze, l’arch. E.Venturini ha scritto un libro dove suggerisce la suggestiva ipotesi secondo la quale, al progetto del Campanile del Duomo di San Martino in Pietrasanta ha contribuito anche il “genio” di Michelangelo, in particolare per quanto riguarda la concezione della scala interna2. L’edificio religioso più rilevante della città è il Duomo, eretto nel XIV secolo su una chiesa preesistente. Il suo campanile, la cui costruzione iniziata nei primi anni del XVI secolo per quanto si desume dalla documentazione bibliografica esistente, si presenta come una struttura autonoma a pianta quadrata e si sviluppa in altezza per circa 36 metri. La sua superficie esterna, manifestamente non è stata compiuta, tanto da essere sprovvista del rivestimento marmoreo. La singolarità di questa opera3 consiste nella tecnica costruttiva della scala interna che appare ricavata nella sezione muraria con sviluppo a chiocciola fino ad una quota di circa 20 m. Tecnica costruttiva. Paramento murario - L’indagine sulla tecnica costruttiva impiegata per la costruzione della torre campanaria si è avvalsa di una indagine in situ, parzialmente distruttiva, rappresentata da alcuni prelievi di carote eseguiti dalla ditta Rodio nel 19894. Dall’analisi stratigrafica dei carotaggi risulta che la massa muraria è realizzata essenzialmente con due tecniche differenti: muratura di mattoni piena o a blocco, nella parte basamentale, per assicurare maggiore resistenza a fronte del peso della struttura sovrastante, Il campanile del Duomo di San Martino in Pietrasanta

Modello di studio * Architetti

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e muratura a sacco nella successiva parte in elevazione, presumibilmente per garantire una più rapida esecuzione e un maggior risparmio di materiale da costruzione. Opus spicatum - ipotesi di posatura della muratura piena. Nella parte basamentale della torre la disposizione più accreditata risulta essere quella a spina di pesce. Questo metodo di posa usato già in epoca romana per le pavimentazioni è stato spesso impiegato anche nella realizzazione di murature a blocco, dove la parete esigeva spessori inconsueti rispetto alla prassi (ne sono un esempio le mura di Ferrara, XV-XVI secolo). La disposizione a opus spicatum, con orientamento dei singoli mattoni su piani di posa successivi scambiati tra loro, permette di non avere linee di discontinuità nel paramento e di esigere un minor impegno nell’operazione di posa da parte degli operai, in quanto viene sicuramente meno il vincolo di prestare la massima attenzione affinché non si creino allineamenti scorretti. Il reimpiego di una tecnica costruttiva antica - L’ipotesi dell’impiego dell’opus listatum, nella parte superiore del campanile, trova sostegno nel fatto che tale tecnica era comunemente adottata in combinazione con le murature a sacco, come documentato anche dalla trattatistica rinascimentale e dalle testimonianze di manufatti contemporanei ed antecedenti. Di certo essa risulta adatta a realizzare il collegamento tra il sistema a camicia dei paramenti esterno ed interno ed a livellare di tanto in tanto i piani di posa dei due paramenti. Con molta probabilità viene impiegata anche un’altra tecnica, diffusissima in molti castelli e cinte murarie, tra cui anche la Rocca di Sala, sita poco sopra il campanile, in Fotomontaggio della sezione longitudinale, ipotesi dell’impiego della collina: l’opus gallicum. Tale tecnica prevede l’utilizzo tecnica ad opus listatum di rinforzi lignei annegati nel massiccio di calcestruzzo delle murature a sacco con la duplice funzione di collegare i due paramenti, interno ed esterno, e di mantenere la forma delle strutture nel lungo tempo di presa della calce aerea, assorbendo gli sforzi di trazione5. In situ, ad avvalorare questa tesi, c’è la presenza di elementi lignei ancora inseriti nella muratura; l’alta probabilità che siano catene è avvalorata anche dal fatto che queste venivano messe in opera, secondo il buon costruire, con la parte corticale per evitare che l’azione corrosiva della malta potesse rapidamente degradarle. La muratura internamente è stata realizzata ponendo a vista sempre la faccia del mattone corrispondente alla testa, sicuramente per avere un maggiore controllo della curvatura del cerchio, in ogni sezione trasversale o letto di posa. Tale metodo di messa in opera del mattone, è comunemente usato ogni qual volta si debba realizzare un elemento cilindrico in muratura, ad esempio si utilizza questa tecnica nella scalinata in pietra della Rocca di Senigallia (XIV sec.) e ancora nella torre di piazza Erbe a Verona (XV sec.). Le ipotesi sul paramento in laterizio si basano anche sui risultati dei carotaggi effettuati a quota 7,25m. Questi permettono di definire con buona approssimazione gli spessori — 38 —


murari e confermano le caratteristiche di apparecchio. Valutando le misure del mattone (in generale sono 28x14x4 cm) è possibile fare diversi ipotesi che portano a concludere l’utilizzo del mezzo mattone come, d’altra parte, è provato nell’ultimo piano di posa del volume a canna che lascia la superficie del letto libera alla vista. La verifica delle diverse carote conducono a escludere l’impiego di una muratura a due teste (carota 9: 50 cm di spessore e la carota 10: 20 cm). La stessa cosa avviene per il paramento nel quale è stato ipotizzato l’impiego del mezzo mattone e in quello ipotizzato a tre teste che non sembra coincidere con la carota 10. L’ipotesi che più sembra poter giustificare l’eterogeneità delle misure, è quella che prevede un apparecchio in cui un filare di laterizi a due teste viene alternato con uno a tre teste. Stato di conservazione. Per descrivere lo stato di conservazione del complesso architettonico è opportuno distinguere la situazione del paramento esterno, già parzialmente sanato da interventi precedenti, e del paramento interno. In generale, i problemi che riguardano le cause di degrado del materiale del paramento esterno, già riscontrati da precedenti analisi negli anni ‘90, di fatto persistono irrisolti ancora oggi. Il lavoro opportunamente eseguito di sostituzione dei laterizi erosi e disgregati ha rimediato agli effetti, apportando una notevole miglioria nel sistema generale del paramento, ma non ha bloccato le cause del deterioramento. La sagoma del paramento esterno, inoltre, che oggi caratterizza il campanile stesso e rivela la passata intenElaborazione grafica con l’indicazione della presenza di buche e di elementi zione di rivestire in marmo la struttura, costituisce un lignei ulteriore elemento di fragilità: rendendo la superficie più vulnerabile agli agenti atmosferici favorisce anche le infiltrazioni d’acqua che si manifestano all’interno con efflorescenze. Queste agevolano l’accelerazione del deterioramento dei mattoni e del legante, a seguito del processo di cristallizzazione dei sali, apportati anche dall’aerosol marino. Attualmente quindi i problemi maggiormente riscontrabili all’esterno riguardano la mancanza di un’opportuna protezione. Le fotografie6, documentano lo stato di conservazione prima e dopo l’intervento degli anni ’90. Gli stessi problemi di disgregazione del materiale, riscontrati all’esterno e in parte eliminati, sono invece ancora ben visibili sulla superficie interna della torre che presenta un degrado superficiale accentuato. Il quantitativo di mattoni di scarsa qualità non è statisticamente determinabile poiché i laterizi sono assortiti in modo casuale nel complesso dell’apparecchiatura muraria tanto da non poter circoscrivere il fenomeno a singole porzioni di muratura. Oltre ai problemi indotti dall’aerosol marino, dal deposito del particolato atmosferico e del guano, acuiti dalla scarsa manutenzione, ciò che desta maggiore preoccupazione e che riguarda tutto il corpo di fabbrica è la scadente qualità dei mattoni, cotti ad una non conforme temperatura ed in parte realizzati con un impasto dal basso contenuto argilloso. Le immagini dei campioni sezionati e analizzati al microscopio evidenziano una duplice manifattura dei mattoni; alcuni di — 39 —


L’interno della scala, vista intradossale; lo stato di conservazione della cortina esterna in laterizio

qualità migliore con un buon contenuto di argille e ben cotti, altri costituiti da una terra magra e scarsamente cotti. L’analisi diffrattometrica su un materiale disgregato raccolto all’interno del campanile evidenzia la presenza di illite più miche. Questo prova quanto il materiale sia poco cotto e di scarso contenuto argilloso, poiché questi minerali non sarebbero ancora presenti all’interno del campione se questo avesse subito una cottura superiore agli 800 C°.

1.  VENTURINI E., La scala a chiocciola del Duomo di S,Martino a Pietrasanta, tesi di laurea (2009) presso la Facoltà di Architettura di Firenze (rel. Prof. B.Aterini). 2.  VENTURINI E., Michelangelo. Il segreto del campanile di S.Martino, Lucca 2013. 3.  Il campanile è stato il tema dell’esame di restauro degli autori e, successivamente, della tesi di laurea: NARDINI A., Il campanile del Duomo di San Martino in Pietrasanta: tecnica costruttiva e comportamento a fronte di azioni dinamiche, (2012) presso Facoltà di Architettura di Firenze (rel. prof. G.Ranocchiai, correl. prof. B.L.Pintucchi). 4.  L’indagine è stata eseguita nel 1989 dalla ditta Rodio con due perforazioni nel terreno ed otto perforazioni nella muratura (Campanile di Donato Benti, indagine conoscitiva sul terreno e sulle murature, Relazione 20.968, 1989). I risultati delle indagini ci sono stati forniti dal prof. R. Bartelletti, della Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Pisa, direttore dei lavori dell’intervento. 5.  BRAMANTI A., “L’utilizzo di rinforzi lignei all’interno della muratura: ricerche nei siti fortificati medievali della Toscana” in Bollettino degli Ingegneri, 12 (2004), pp.3-12. 6.  Insieme alle analisi delle sezioni sottili e i risultati dell’analisi diffrattometrica ci sono stati gentilmente concesse dal dott. Fabio Fratini dell’Istituto per la Conservazione e la Valorizzazione dei Beni Culturali del CNR di Firenze.

Italian Heritage Award 2013, a cura di Filipovič A., Troiano W., Strategie e Programmazione della Conservazione e Trasmissibilità del Patrimonio Culturale, Edizioni Scientifiche Fidei Signa, Roma 2013. PALLADIO A., I quattro libri dell’architettura, Venezia 1570. RODIO G.&C., Impresa Costruzioni Speciali S.p.A., Campanile di Donato Benti, Indagine conoscitiva sul terreno e sulle murature, Relazione n. 20.968, Casalmaiocco 1989. SANTINI V., Commentarii storici sulla Versilia centrale, vol. IV, Polifolio, Milano 1967.

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La ghiacciaia di Settimello a Calenzano Marco Nucifola, Annalisa Petito* La vecchia neviera di Settimello è situata nell’omonima frazione di Calenzano, ed era adibita alla conserva per il diaccio; da qui il nome diacciaia o più modernamente ghiacciaia. Appena visibile dalla Strada Maestra di Barberino, in località Il Negozio, a quota 65 m s.l.m, è una costruzione industriale sui generis. Le ghiacciaie comparvero sul territorio toscano dalla fine del Settecento e rimasero attive fino agli anni Trenta del Novecento. In Toscana, durante il periodo di pieno regime (XIX secolo) erano funzionanti più di settanta ghiacciaie che costituivano un importante introito per le casse del Granducato. Il ghiaccio, dopo essere stato acquistato dalle neviere poste vicino ai luoghi di produzione e trasportato a valle con i barrocci, veniva immagazzinato nelle ghiacciaie “cittadine” a servizio delle ville signorili, per conservare cibi freschi nei mesi più caldi o produrre gelati e sorbetti. Da ciò si suppone che la ghiacciaia di Settimello fosse inizialmente parte del vicino complesso signorile della seicentesca villa dei conti Gamba-Ghiselli dove erano anche una fattoria, una limonaia e più tardi una fornace. L’edificio è di datazione incerta, ma dall’analisi della documentazione storica può forse essere datata fra il 1821 e la metà del secolo. Dalla lettura della carta del Catasto Leopoldino si evince che la ghiacciaia e il corpo di fabbrica adiacente non erano ancora stati costruiti; verso la metà dell’Ottocento vennero costruite le prime fabbriche sul territorio calenzanese: scrive il priore Pupilli, in data 20 maggio 1843, come «molte fabbriche s’innalzano in Settimello in quest’anno». Negli anni successivi lo sviluppo industriale si accentua e si segnalano i primi movimenti di un forte pendolarismo nell’area settimellese, tantoché la località in cui è sita la ghiacciaia compare per la prima volta in questi anni con il titolo di Il Negozio, a testimonianza dell’intensa attività produttiva. Secondo lo schema tradizionale di questi edifici, la ghiacciaia è costituita da un pozzo cilindrico in blocchi di pietra alberese in gran parte interrato, sormontato da una copertura conica, alta quasi 12 metri. La ghiacciaia è sviluppata su due livelli a pianta circolare: quello superiore adibito ad ingresso, deposito e a vano termoisolante; quello inferiore, vero cuore della ghiacciaia, era il luogo di conserva dei blocchi di ghiaccio. L’edificio non aveva aperture, e vi si accedeva attraverso una porticina comunicante con il piano terreno dell’edificio a pianta rettangolare adiacente che con ogni probabilità serviva per la lavorazione e lo smercio del ghiaccio. Oltre la soglia d’accesso si trovavano delle scale (di cui è rimasto solo il vano) che portano in fondo al pozzo, uno spazio coperto da volte in laterizio. La pianta circolare rappresentava una buona soluzione statica per contenere la spinta del terreno sulle superfici perimetrali delle ghiacciaie. Tale spinta poteva considerarsi bilanciata soprattutto nei periodi invernali, primaverili ed estivi, in quanto contrastata dalla pressione interna del ghiaccio verso le pareti. Tuttavia nel periodo autunnale, quando la ghiacciaia era al minimo regime, Prospetto nord-ovest * Università degli Studi di Firenze

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la spinta del terreno esterno, per di più reso pesante dalle piogge, diveniva pericolosa per una parete piana; la forma circolare invece scarica le spinte lungo le direttrici tangenziali alla circonferenza, con un comportamento assimilabile in pianta a quello di una serie di archi circolari disposti orizzontalmente lungo il perimetro. In questo modo era possibile limitare lo spessore delle murature, che come in questo caso non superano i 70 cm, nonostante il diametro maggiore di 10 m. I blocchi di pietra alberese del tamburo sono stati cavati poco lontano dall’edificio nelle cave del monte Calvana presso la località Carraia. Si tratta di un calcare marnoso con un alto contenuto di carbonato di calcio; la grana è mediamente fine e la frattura a forma concoide. Si tratta di un materiale lapideo di colore grigio appena cavato, che si schiarisce divenendo quasi bianco dopo lunghe esposizioni alla luce, conservando tuttavia vene ed impurità color ocra dovute ai minerali argillosi presenti. Il nome alberese deriva dalla presenza nei piani di stratificazione separabili di figure di alberelli (dendriti) costituiti da microperline di manganese. La copertura conica è funzionale perché permette una minore capacità di assorbimento del calore per la minima esposizione ai raggi solari. Essa è costituita da una struttura in laterizio pieno, con elementi posati di lista ed una minoranza di testa, disposti a giunti sfalsati tramite uno strato di malta spessa in media circa 1 cm. Il cono di copertura è intonacato esternamente con calce aerea spessa in media 2 cm. L’elemento di laterizio utilizzato varia a seconda della posizione nel filare di posa della copertura: laterizi più spessi, di dimensione 29-31x6 cm, si trovano alla base del cono e costituiscono i primi sette filari; laterizi più sottili, di dimensione 27-29x3,5-4 cm, costituiscono la parte restante della muratura. L’aria umida a contatto del ghiaccio ne poteva facilitare il suo scioglimento, e così la ghiaccia era munita nella copertura di sfiati in cotto, che favorivano un pur modesto ricambio d’aria. Il terreno attorno all’edificio è rialzato di circa 2 m. rispetto al piano circostante,. Su questa montagnola fu piantato negli stessi anni della costruzione un boschetto di una quindicina di cipressi per tenere fresca ed ombreggiata la copertura della ghiacciaia e quella dell’adiacente edificio, coperto a capanna, che veniva utilizzato presumibilmente per la lavorazione, lo stoccaggio e lo smercio del ghiaccio. Sull’esterno spicca un arredo architettonico di gusto neoclassico: la pigna in pietra sulla sommità del cono, la cornice dell’originaria porta d’entrata. Ciò che ha influenzato maggiormente la scelta del disegno architettonico è lo schema progettuale della thòlos funeraria etrusca di cui sono sopravvissuti numerosi esempi nella piana fiorentina: le vicine Tomba della Mula e Tomba della Montagnola, a Sesto Fiorentino. Queste hanno una pianta costituita da un vano rettangolare di accesso ed una camera funeraria circolare: il parallelismo con la pianta della ghiacciaia e dell’attiguo corpo di fabbrica rettangolare è immediato. L’interesse dei conti Gamba per la civiltà e l’architettura etrusca è confermata dalla loro — 42 —


collezione presso la villa di famiglia di alcuni manufatti etruschi, fra i quali spicca uno splendido esempio di cippo monumentale che indicava un’area sepolcrale gentilizia, denominato Cippo di Settimello (VII-VI sec. a.C. oggi conservato a Villa Corsini) che raffigura quattro figure leonine in piedi, sorreggenti una pietra arrotondata, simile a una pigna. Assai comune, nel mondo etrusco, è il tipo di cippo a sommità rotonda, che allude, come simbolo fallico, al sesso maschile dell’inumato, o anche al significato apotropaico. Si può perciò desumere che la pigna sulla sommità della ghiacciaia abbia la valenza di allontanare gli influssi maligni e un riferimento colto alla cultura funeraria etrusca. La ghiacciaia conservò la sua funzione per alcuni decenni, ma dopo il 1865 i nuovi assetti urbanistici della Firenze capitale accentuarono il declino e la chiusura di tutte le neviere. A fine Ottocento, la ghiacciaia di Settimello e il corpo di fabbrica annesso furono adibiti a magazzino della vicina distilleria. Durante la II guerra mondiale la ghiacciaia fu protagonista di un’azione bellica degli Alleati contro i Nazifascisti, ma non subì danni durante i bombardamenti. Nel secondo dopoguerra l’attività della distilleria continuò a pieno ritmo, interrompendosi intorno agli anni ’80, quando fu acquistata insieme ai magazzini per l’esercizio di un’autocarrozzeria. L’unico intervento di cui si ha notizia è l’apertura di due finestre sui versanti orientale e occidentale del cono di copertura (risulta assente in una fotografia d’inizio anni ’80). Cospicui interventi sono registrati all’inizio del XXI secolo, quando l’autocarrozzeria vende a privati l’intera particella: la ghiacciaia viene comprata per essere adeguata a civile abitazione (lavori dal 2002). Ad oggi la ghiacciaia si presenta in un buono stato di conservazione strutturale, tuttavia manifesta un avanzato stato di degrado dei materiali in superficie, specialmente della copertura. Questa, a causa degli agenti atmosferici, si presenta, specialmente nei versanti nord e ovest, con zone danneggiate per la perdita di intonaco, la corrosione delle stilature, la formazione di croste nere, l’erosione e la parziale mancanza dei laterizi. Per effetto dell’umidità, dell’esposizione, e del fenomeno di sgocciolamento dei cipressi, la superficie è ricoperta da muschi e patine biologiche. L’umidità e il ristagno dell’acqua sono anche le cause dell’efflorescenza che si verifica talvolta nella malta fra le pietre del tamburo, della decoesione, della polverizzazione e dell’ossidazione della catena che cinge la base della copertura. — 43 —


Aspetti conservativi dell’area archeologica di Fiesole Chiara Ferrari, Giulia Liuzza, Francesco Tanganelli* Nel mese di aprile 2012, all’interno del corso di Restauro Archeologico della Facoltà di Architettura, abbiamo eseguito il monitoraggio dei tre maggiori monumenti dell’area archeologica di Fiesole (il tempio, il teatro, le terme) allo scopo di accertarne lo stato di conservazione. Sulla base di ripetuti sopralluoghi, sono state evidenziate le principali problematiche relative alle forme di degrado che interessano le strutture a causa, prevalentemente, dell’azione dell’acqua e dalla presenza diffusa di vegetazione infestante1. Il tempio si presenta in un discreto stato di conservazione: confrontando i rilievi e le piante realizzati negli anni Ottanta con la situazione attuale, infatti, non sembrano registrarsi significative perdite di materiale e deformazioni geometriche. Va rilevata una presenza incontrollata di vegetazione infestante, con indice di pericolosità talvolta elevato, concentrata sia alla base delle murature che sulla loro superficie. In particolare, si riscontra una presenza diffusa di edera (Hedera helix) sul muro perimetrale meridionale del tempio (fase romana) e sulla superficie esterna della parete di fondo della cella. Tale presenza, tuttavia, se mantenuta sotto controllo, potrebbe non essere del tutto dannosa per le strutture. Si registra, inoltre, la presenza di licheni, diffusi in particolar modo sulla parete meridionale della cella (lato interno); la situazione non sembra, però, presentare particolari problemi di conservazione. Sarebbe opportuno, in ogni caso, effettuare un monitoraggio periodico delle condizioni del substrato sul quale i licheni proliferano. Per quanto riguarda le condizioni strutturali dell’edificio, si riscontra la perdita di stabilità di alcuni elementi lapidei, che si presentano naturalmente mobili e potenzialmente vulnerabili. Tale fenomeno appare circoscritto ad alcuni tratti del muro meridionale della fase etrusca, ma potrebbe peggiorare rapidamente ed estendersi sempre più, a causa del ruscellamento delle acque meteoriche e del ripetuto calpestio da parte dei visitatori. La soluzione, in questo caso, potrebbe consistere nel riposizionamento e consolidamento dei blocchi mobili e nella realizzazione di copertine a protezione delle creste murarie, ma anche predisponendo passaggi obbligati per i visitatori e impedendo la libera circolazione (ivi compresa la scalata dei muri) da parte dei turisti. Si riscontra, inoltre, una difficoltà nello smaltimento dell’acqua nella zona retrostante la cella: ai piedi del muro di fondo, esternamente, si trova un piccolo fossato invaso da vegetazione di vario tipo, il cui sviluppo è favorito dal ristagno dell’acqua. Questo determina anche un accumulo di umidità alla base del muro, con conseguente imbibizione. Per limitare il fenomeno sarebbe opportuno realizzare una canaletta per lo smaltimento dell’acqua, previa eliminazione della vegetazione presente. Il teatro si presenta in buone condizioni di conservazione (anche in virtù del suo riutilizzo per eventi di carattere culturale, dopo il recente intervento di restauro). Possiamo analizzare il monumento attraverso una suddivisione dei suoi spazi in quattro grandi aree: a) la precinzione superiore e l’ambulacro; b) la cavea con i suoi cunei; c) l’area dell’orchestra, del pulpitum e della scaena; d) le strutture ai lati della scaena (parodoi e parascaenia). La precinzione superiore e l’ambulacro si mostrano in un discreto stato di conservazione. La vegetazione infestante a terra è adeguatamente tenuta sotto controllo e non si riscontra la presenza di piante reptanti lungo la cerchia muraria mentre gli alberi sempreverdi, cresciuti a ridosso dell’ambulacro, non rischiano di arrecare particolari danni alle strutture, né per * Architetti

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l’estensione delle radici, né per l’accumulo di fogliame. L’unico albero che merita di essere tenuto sotto controllo è l’acero (Acer platanoides) che si trova a ridosso della parodos occidentale: in questo caso – soprattutto nella stagione autunnale – si renderà necessaria un’attenta e continuata azione di pulizia dell’area interessata dall’accumulo di foglie cadute, oltre a un monitoraggio dell’apparato radicale, affiorante proprio a ridosso della struttura. Un’attenzione particolare meritano le creste delle murature, infestate da muschi e piccole piante arbustive che col tempo provocano il degrado della pietra e della malta. In questo caso, potrebbe rendersi necessaria un’accorta opera di diserbo e una più efficace protezione delle creste. Anche i restauri eseguiti in quest’area nel 1964 sembrano mantenersi ancora in buono stato. L’unica segnalazione da aggiungere è quella relativa al distacco di alcuni frammenti degli stipiti dei vomitoria. Il settore della cavea non presenta particolari problemi conservativi: i recenti restauri e le integrazioni, infatti, appaiono ben saldi, ma la presenza di un consistente numero di visitatori (specialmente durante le manifestazioni culturali) potrebbe causare qualche inconveniente a causa delle forti sollecitazioni dinamiche su di essi esercitate. L’area del pulpitum e della scaena si presenta, al contrario, in uno stato di conservazione non ottimale, la causa è da imputare soprattutto al fattore antropico: l’impianto di palchi per le manifestazioni e di attrezzature sceniche, infatti, rischia di portare a una pericolosa frammentazione delle strutture lapidee superstiti. I turisti, inoltre, dovrebbero evitare di camminare e sedere sulla cresta del pulpitum, che presenta pietre vistosamente sconnesse. La vegetazione infestante, in questo caso, si concentra, perlopiù, all’interno della canaletta di scarico al centro della scaena, che dovrebbe essere mantenuta pulita (ed eventualmente protetta da una copertura).

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Il parodos orientale presenta, ormai da diversi anni, una centina di tubi Innocenti che contribuisce a contenere la struttura. La parietaria (Parietaria judaica) è fortemente diffusa in questa parte del teatro, ma non pare essere eccessivamente dannosa. È da segnalare, piuttosto, la situazione interessante del parascenium orientale: questa struttura, infatti, è stata in gran parte ricostruita e, nella zona retrostante, è stata dotata di una canaletta troppo piccola che tende a rimanere ostruita dal fogliame; per questo motivo, risulta inadatta a convogliare adeguatamente le acque meteoriche. Tale situazione può comportare fenomeni di ruscellamento interni al locale, con conseguente imbibizione (e indebolimento) delle pareti. In aggiunta, l’ambiente ricavato sotto la gradinata di accesso al piano superiore è utilizzato come magazzino ed è privo di qualsiasi forma di preclusione al pubblico, mentre i cartelli che dovrebbero segnalare le uscite d’emergenza risultano divelti e abbandonati a terra. Le terme godono sostanzialmente di un buono stato di salute, ulteriormente migliorabile attraverso un’ordinaria opera di manutenzione ben organizzata. I principali problemi che affliggono le terme, infatti, sono perlopiù riconducibili a una non adeguata pulizia dell’area dalle piante infestanti; solo in alcuni casi si rilevano problemi più complessi di degrado strutturale che necessitano un intervento specialistico e un monitoraggio periodico. La natatio (scavata nel terreno, con paramento laterizio e rivestimento in opus signinum) è complessivamente ben conservata, fatta eccezione per alcuni parti del rivestimento dei lati lunghi, che mostrano lacune isolate ma estese, con margini dai sottosquadri pericolosi che potrebbero portare a ulteriori distacchi di materiale. Altro problema è quello della proliferazione dei licheni sul paramento di laterizio: questi non costituiscono al momento una minaccia preoccupante, ma la loro presenza dovrebbe comunque essere tenuta sotto osservazione. Il criptoportico è una struttura non facilmente leggibile nel complesso che presenta importanti criticità: oltre alle piante infestanti (che costituiscono un problema soprattutto sul muro orientale, dove l’edera si insinua tra il paramento in blocchetti di pietra serena e un grosso blocco rettangolare, favorendone il rischio di distacco), si notano fenomeni di crollo isolati nei muretti del lato meridionale, dovuti con molta probabilità al passaggio di visitatori che gravano su una struttura evidentemente già compromessa. Il problema è risolvibile con il semplice impedimento di accesso ai visitatori e con localizzatiiconsolidamento. La cisterna-natatio che si mostra integra e in buone condizioni conservative, ha muri solidi ed essenzialmente puliti dalla vegetazione. È invece nel complesso termale che si concentrano le problematiche più serie, poiché vi si riscontrano, da una parte, gravi problemi strutturali, dall’altra una situazione di incuria: oltre alla diffusa vegetazione infestante, che si trova in tutti gli ambienti (e che, tuttavia, non determina al momento situazioni allarmanti), i casi di degrado importanti si concentrano nel calidarium e nei praefurnia. Nel primo ambiente sono stati evidenziati due casi di distacco di materiale: il primo riguarda una parte di cocciopesto caduto dal pavimento di bipedali con suspensurae, probabilmente a causa dell’azione degli agenti atmosferici. Il distacco può provocare un indebolimento dello stesso strato di cocciopesto e favorire altre perdite di materiale, perciò sarebbe opportuno provvedere al consolidamento delle fratture già esistenti e dei margini fragili. Il secondo caso riguarda la pulizia della zona dei forni: qui, infatti, le erbacce e i frantumi di laterizio rendono indecorosamente illeggibile una delle parti più interessanti del complesso termale. Anche in questo caso, la soluzione al problema potrebbe consistere in una semplice ripulitura dell’area in aggiunta a un diserbo periodico. 1.  La base conoscitiva precedente è costituita prevalentemente dai rilievi e dalle indagini riportate in MARINO L., NENCI C. (a cura di), L’area archeologica di Fiesole: rilievi e ricerche per la conservazione, ed. Alinea, Firenze, 1995.

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Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale (Roma 11.02.1950), in” Scuola democratica”, Roma, IV, suppl. al n. 2 del 20.03.1950, pp. 1-5 “[… ] Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo? […] Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà [...]. La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. [...] Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali. [...] Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. [...] Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima. [...]. Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. [...] La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: (1) che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. (2) Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione. Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare

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idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c’erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l’espressione, “più ottime” le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione. Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. [...] Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. [...] Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: (1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso.”

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Negli anni accademici 2000-2001 Gruppi di ricerca delle Università di Firenze, Napoli e Torino hanno dato vita ad un progetto di ricerca sul Restauro Archeologico (Conservazione e manutenzione di manufatti edili allo stato di rudere) nell’ambito dei Programmi di ricerca scientifica di rilevante interesse nazionale- Questo, per alcuni aspetti, è la maturazione di un precedente progetto attivato negli anni accademici 1984-1987 quando Gruppi di Ricerca presso le Università di Bologna, Firenze, Napoli e Urbino avevano avviato un Programma di ricerca su Contributi alla definizione del “restauro archeologico”, studi e ricerche preliminari. Applicazioni in aree campione. I risultati hanno promosso, negli anni successivi, altri programmi di ricerca che hanno consentito la raccolta di un vasto corpus di materiali d’archivio e bibliografico nonché la produzione di rilievi diagnostici specifici e, hanno suggerito nuovi orizzonti di indagine grazie anche a “lavori sul campo”. In years 2000/2001 Universities Research Groups of Firenze, Napoli and Torino gave birth to a research project dealing with archaeological restoration (preservation and maintenance of architectural artefacts in state of ruins), on the occasion of “Research scientific programs of national significant interests”. In some ways this is the natural evolution of a previous project which has been set up from 1984 to 1987 when Universities of Firenze, Napoli, Bologna and Urbino Research Groups launched a special research programme on “Contributions to the definition of restauro archeologico, studies and preliminary researches. Applications in sample areas”. Following years the end results advanced further research programs which permitted to collect an extended records and bibliographic corpus, as well as to produce specific diagnostic relief maps and to suggest new surveys perspectives thanks to the strong relationship with filed working experience.

€ 5,00

RESTAURO ARCHEOLOGICO 3/2013 Bollettino del Gruppo di Ricerca sul restauro archeologico Conservazione e manutenzione di edifici allo stato di rudere Università di Firenze Bulletin of Research Group on archaeological restoration (preservation and maintenance of architectural artefacts in state of ruins) University of Florence


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Restauro Archeologico 3 | 2013  

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