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M E N S I L E D I D I V U L G A Z I O N E C U LT U R A L E

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W W W. D E C A R TA . I T

Tuscia Verticale Il punto di riferimento dell’arrampicata a Viterbo /13

NOVEMBRE


UNINDUSTRIA VITERBO Via Fontanella del Suffragio, 14 www.un-industria.it 0761228101


editoriale

Senza prezzo e senza paura

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DECARTA Scripta volant Mensile di divulgazione culturale Numero 5/2013 – Novembre Distribuzione gratuita Direttore responsabile Maria Ida Augeri Direttore editoriale Manuel Gabrielli Redazione Martina Giannini, Gabriele Ludovici, Claudia Paccosi, Martina Perelli Redazione web e photo editor Sabrina Manfredi Design Massimo Giacci Editore Lavalliere Società Cooperativa Via della Palazzina, 81/a - 01100 VITERBO Tel. 0761 326407 Partita Iva 02115210565 info@lavalliere.it Iscrizione al ROC Numero 23546 del 24/05/2013 Stampa Union Printing SpA Pubblicità 348 5629248 - 340 7795232 Foto di copertina Francesco Meschini I contributi, redazionali o fotografici, salvo diversi accordi scritti, devono intendersi a titolo gratuito. Stampa su carta uso mano riciclata Igloo offset Chiuso in tipografia il 11/11/2013 www.decarta.it

opo una gestazione abbastanza impegnativa “Decarta” approda alla sua quinta uscita. Dedicherò lo spazio dell’editoriale all’idea di informazione che, pur tenendo conto delle sue intrinseche difficoltà, vorremmo che questa rivista mantenesse nel tempo. “Decarta” è catalogabile come free-press, in quanto di lettura gratuita; il concetto di gratis è però legato solo al lettore, mentre il resto dei processi che avvengono durante la creazione della rivista sono tutto meno che privi di una circolazione di denaro, si pensi al processo di lavorazione che porta un albero a diventare carta, alla fase di stampa, al pagamento degli operatori della comunicazione, al mantenimento di una sede e a tante altre spese. Lo stesso discorso vale per tutto ciò che in questo sistema economico risulta gratis per chi ne usufruisce, per intenderci vorrei estremizzare il concetto e fare l’esempio di un tema che mi è particolarmente caro, i free-party, quegli eventi di musica elettronica spesso non autorizzati e ad entrata gratuita. Gli organizzatori seguono prevalentemente filosofie anarchiche o pseudo-tali, per le quali la musica non dovrebbe sottostare a quelle norme che vengono imposte agli eventi autorizzati, e tra tutte il più delle volte anche l’entrata a pagamento. Per quanto sia un altro tema interessante, non è questo il momento di parlare di quanto siano giuste o sbagliate le normative italiane a riguardo, ma vorrei usare come esempio il fatto che anche questi eventi nella realtà dei fatti non trascendono il sistema economico che vorrebbero rinnegare; infatti per portare un sound system (del valore questo stesso quantificabile in decine di migliaia di euro) in una landa desolata o dentro un capannone abbandonato non è un’operazione priva di costi, e anche se il costo fosse l’altruismo di qualcuno, comunque i camion necessitano di un carburante che qualcuno dovrà pagare e i bar itineranti che il più delle volte finanziano queste realtà necessitano di alcolici da acquistare in precedenza. Lo stesso discorso vale addirittura per lo spaccio di sostanze stupefacenti tipico degli eventi di musica elettronica, infatti i proventi di questa attività sono a tutti gli effetti appartenenti al mercato nero, ma quest’ultimo non esisterebbe se non fosse per i vantaggi della reintroduzione di questo stesso denaro nel mercato legale. Ho voluto usare questo esempio per far capire quanto pure degli eventi così radicali nelle loro idee non possano sottrarsi totalmente alle leggi dell’economia e quindi per forza di cose non lo possa fare nemmeno il mondo dell’editoria di cui “Decarta” fa parte. È giusto ed inevitabile che anche l’informazione come tutto ciò che è parte di questo sistema veda la sua esistenza legata ad un fattore economico, è però sbagliato che da questo siano influenzati anche i contenuti e la loro veridicità, cosa che purtroppo avviene tutti i giorni in maniera nemmeno troppo nascosta. Quindi anche in questa fase iniziale non ho dubbi nell’affermare che questa rivista, nonostante le difficoltà che questo comporta, vede la sua esistenza legata alla qualità, all’utilità e all’onesta delle sue informazioni e, con lo spirito che ha dato inizio a questa avventura, non potrebbe essere diversamente. Manuel Gabrielli Presidente Lavalliere Società Cooperativa

DECARTA NOVEMBRE 2013

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NOVEMBRE

ippocampo 5

storia

nota bene 16

incontri

Il processo Etrusco

Cantare per essere felici…

Manuel Gabrielli

Gabriele Ludovici

acido lattico 8

incontri

Tuscia Verticale

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inside

All the world’s (indeed) a stage Lorenzo Rutili

Gabriele Ludovici

xenofilia salute 10

alimentazione

Alcol e salute

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incontri

Cultura dell’integrazione Martina Giannini

Ilenia Boschi

università carta stampata 12

report

Le memorie di una ragazza normale alla corte del re dell’hard Claudia Paccosi 14

TUSCIA VERTICALE

caos letterario

Storie di una libreria disordinata / 3 Claudia Paccosi

Via Beata Maria De Mattias (Via Teverina altezza svincolo tangenziale) 01100 Viterbo E-mail info@tusciaverticale.it Sito Web http://www.tusciaverticale.it

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incontri

Intervista a Tim Willocks Martina Perelli 28

promozione

Disucom: il polo umanistico dell’Università della Tuscia A cura della Redazione 30

report

Assemblea nazionale Ausf Italia Ausf Viterbo

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ippocampo

storia

Il processo Etrusco Nessun testimone e una verità da scoprire. Manuel Gabrielli | manuel.gabrielli@decarta.it - Foto di Manuel Gabrielli

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primi ricordi che mi legano al mondo degli Etruschi hanno come ambientazione qualche polveroso museo della provincia visitato con la scuola: i cavalli alati di Tarquinia, le ricostruzioni delle sepolture, il defunto con la moneta in mezzo alle labbra, i vasi in bucchero. Poi affiorano anche i ricordi di qualche escursione con la famiglia, Castel d’Asso, Norchia, la Banditaccia. La prima cosa che faccio vedere a chi mi viene a trovare da fuori è la tagliata etrusca di strada Signorino, è un luogo particolare, ogni volta che ci passo in mezzo penso a che sforzo umano sia servito per scavare tutti quei metri cubi di tufo. Il contatto con la civiltà etrusca è abitudinario per un abitante della Tuscia, in fondo si tratta delle persone che in un tempo lontanissimo hanno abitato questi

luoghi prima di noi, un tempo che è ancora sufficientemente vicino da farci commuovere quando vengono scoperte nuove sepolture come avvenuto in questo 2013. Inizialmente avrei voluto scrivere riguardo al legame di Viterbo con questa antica civiltà del passato, poi durante la raccolta delle informazioni ho capito che non sarebbe stata una cosa facile, non sono un esperto del settore e, al contrario della matematica, l’archeologia è un campo di studi dove in gran parte è l’opinione a farla da padrone; quindi non ho ritenuto giusto divulgare questa o quella ipotesi, rispettando la buona fede che spero conservino la maggior parte degli studiosi di antropologia. Siccome mi sono voluto ugualmente interessare a questo tema vorrei prima di

tutto rendere giustizia all’incertezza delle informazioni, ricordando quanto la confutabilità di una ipotesi, in quanto idea dal valore non accertato, dovrebbe essere considerata come la norma da rispettare piuttosto che come il rischio di veder screditate le proprie opinioni.

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’incertezza degli studi nel campo dell’etruscologia vede l’ostacolo più grande nel fatto che quasi tutto ciò che sappiamo o si crede di sapere al riguardo è stato appreso dallo studio di reperti, che come tali sono oggetto di interpretazione, o dagli scritti di qualche storico vissuto in epoca più tarda. La stessa provenienza di questo popolo è oggetto di controversia con l’alternanza di una tesi che li vuole autoctoni con un’altra che li considera di provenienza anatolica, e giusto su questo tema l’ultima parola

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storia

è stata pronunciata all’inizio di quest’anno da uno studio genetico che forse riconfermerebbe la tesi dell’autoctonìa. Altro ostacolo alla ricerca è dato anche dal fatto che nel corso della storia imperatori, città ed intere civiltà sono state rese grandi sì dai fatti, ma spesso anche dalla fantasia campanilistica di qualcuno. Intere opere sono basate sulla valorizzazione tramite fantasiose origini mitico bibliche di territori, popoli e sovrani. A questo processo non sono sfuggiti di certo gli Etruschi, basti a pensare

a fenomeni come quello dell’etruscheria (mania spesso campanilistica per il popolo etrusco) che, per quanto abbia fatto riscoprire l’interesse per questo popolo misterioso, è anche il responsabile di tanti falsi storici. Il Fanum Voltumnae Secondo quanto riportato da alcuni scritti attribuiti a Tito Livio il Fanum Voltumnae era il centro federale degli Etruschi e luogo dove si teneva annualmente l’incontro dei capi della dodeca-

poli, i Lucumoni. L’incertezza della sua ubicazione ha spinto studiosi di varie epoche a formulare ipotesi anche molto diverse tra loro, il tutto senza l’esclusione di alcune forzature. Per questioni di provenienza è d’obbligo citare tra gli studiosi frate Annio da Viterbo, il quale nel suo Antiquitatum variarum ipotizzava la sede del Fanum Voltumnae proprio nella ex città papale e Mario Signorelli, altro concittadino, noto come “l’ultimo lucumone” e autore di vari libri a metà tra l’esoterismo e l’archeologia.

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ei già citati testi di Tito Livio non è presente un’esatta ubicazione del luogo, ma è lo stesso attributo di Fanum a fornire un’indicazione; infatti la traduzione più accreditata di Fanum è quella di Luogo o Tempio, con particolare riferimento ai culti non prettamente romani. Voltumna era infatti una divinità riconosciuta a Roma e quasi con certezza acquisita da un già esistente culto etrusco. Gli scritti di Tito Livio e i reperti fino ad oggi trovati fanno quindi ipotizzare l’esistenza di un luogo molto importante non solo per ragioni politiche ma anche e soprattutto per motivi religiosi. Un altro indizio è presente nella risposta data dall’imperatore Costantino alla proposta degli Umbri di Spello di non doversi più recare “apud Volsinios”, ovvero presso Volsini, per gli importanti eventi annuali lì svolti e presumibilmente gli stessi già citati dallo storico romano con sede presso il Fanum Voltumnae. La ricerca è quindi volta alla 6

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Una panoramica dell’area archeologica di Castel d’Asso

presenza di un grande tempio, edificato per norma in un luogo importante dal punto di vista naturale, che sia la prossimità di un grosso bacino lacustre, la sommità di un monte o un’estesa area boschiva. Entrambe le fonti sono comunque incerte in quanto possono aver subito modifiche nel corso dei secoli o essere addirittura, come ipotizzato per la seconda, opera di un falsario.

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ltro grosso ostacolo è rappresentato dai numerosi interventi, non sempre rispettosi che si sono succeduti nel corso degli anni, considerando tra questi anche le azioni dei proprietari dei terreni interessati. Esistono delle foto scattate nel corso del ’900 che dimostrano, infatti, come alcuni ritrovamenti preziosi per questa indagine siano ad un certo punto scomparsi, o per finire in collezioni private, o andando distrutti, o ancora peggio, come avvenuto a Bolsena, per essere sepolti sotto il cemento armato di un moderno cantiere edile. Ostacoli a parte, ad oggi sono stati compiuti e continuano ad essere portati avanti vari scavi, come quello di Poggio Moscini a Bolsena, o quelli sui monti Volsini, di cui fanno parte Poggio Evangelista a Latera e il Monte Landro a San Lorenzo Nuovo, luogo secondo alcuni esperti che presenta ancora oggi delle residue attività vulcaniche e che, per questo motivo, avrebbe potuto influenzare la popolazione dell’epoca. È invece oggetto di discussione lo scavo situato presso la zona Campo DECARTA NOVEMBRE 2013

della Fiera a Orvieto, città che per motivi storici rappresenta la naturale “rivale” di Bolsena, non solo perché entrambe possibili sedi del più famoso dei templi etruschi, ma anche per l’antica denominazione di entrambe le città con l’antico nome di Velzna ed in seguito Volsini, ancora più importante per la ricerca in quanto era questo il nome con cui i Romani chiamarono queste terre, un enigma che ha generato un’ulteriore serie di ipotesi su quale tra le due città fosse la Volsini riportata negli

scritti dello storico Tito Livio. In conclusione vorrei segnalare il fatto che sul web è possibile ritrovare alcuni accesi dibattiti, che sempre riguardo il Fanum Voltumnae, hanno visto come protagonisti gli scavi del Monte Landro e di Orvieto, argomenti che ho volutamente sorvolato in quanto esterni agli ambiti di competenza, sia personali, che della rivista, ma che invito comunque a seguire, anche nei futuri aggiornamenti, in quanto riguardanti un patrimonio storico comune a tutti noi.

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acido lattico

incontri

Tuscia Verticale Il punto di riferimento dell’arrampicata a Viterbo. Gabriele Ludovici | gabriele.ludovici@decarta.it

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a rubrica Acido lattico non è nata per parlare dello sport che fa notizia, semmai di quello che spesso rimane sotto al pelo dell’acqua del silenzio, lontano dalla fobia della competizione esasperata. Questo mese infatti vi presentiamo un’attività che sta ottenendo sempre più attenzione da parte di coloro che nello sport cercano davvero qualcosa di più: l’arrampicata. Dopo l’estate (o dopo Santa Rosa, che dir si voglia) ripartono tutte le stagioni sportive, e riguardo l’arrampicata il 2013 segna la nascita di un movimento che cerca di riunire tutti gli appassionati della provincia, ovvero la Associazione Sportiva Dilettantistica Tuscia Verticale. Iscritta all’Unione italiana sport per tutti (UISP), l’ASD Tuscia Verticale rappresenta l’evoluzione di un progetto che ora può contare sulle proprie forze, e su una struttura nuova situata sulla Teverina. Prima di lasciare spazio alle parole del presidente dell’associazione, Adriano Quatrini, è bene introdurre questo sport ai profani. L’arrampicata sportiva ha delle caratteristiche che la distinguono dall’alpinismo, quella principale è legata alla sua natura che ne evidenzia il fattore ludico/sportivo, oltre che a un approccio diverso dal punto di vista psicologico. In sostanza, la sfida dell’arrampicata è quella di arrivare il più in alto possibile contando su alcuni attrezzi di sicurezza ed eventualmente di ausilio, affrontando pareti dove a volte possono essere già presenti delle piastrine su cui poter agganciare i rinvii per assicurare la corda, mentre altre volte potrebbe essere necessario avvalersi di attrezzi di sicurezza mobili. Esclusa l’arrampicata sul ghiac8

cio sarà comunque attraverso le mani nude che bisognerà compiere l’ascesa; il tatto, infatti, è il senso principe di questa attività, saper trovare il contatto giusto con la parete è la componente principale del bagaglio tecnico. Ammetto di essere rimasto stupito nel guardare dei video relativi ai più grandi interpreti di questo sport. Un amico appassionato che vuole restare anonimo (e dirige questa rivista) mi ha introdotto ad un mondo in cui il concetto di sport raggiunge forse l’apice della sfida con se stessi, in cui corpo e mente devono giocoforza funzionare all’unisono. Anche perché ad un certo punto sotto c’è il vuoto, nel verso senso della parola! Esistono vari tipi di arrampicata, a partire da quella indoor effettuata in palestra su pareti artificiali. Essa nella maggior parte dei casi funge da preparazione per l’arrampicata in falesia, ovvero su roccia; non manca però chi si cimenta ad arrampicare le superfici ghiacciate. Distinguiamo inoltre il free climbing – che prevede l’utilizzo di corda, imbrago ed altri accessori per limitare i danni in caso di caduta – dal bouldering ed il free solo, dove non si utilizzano misure di assicurazione e si possono considerare a tutti gli effetti sport estremi.

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orniamo alla ASD Tuscia Verticale, un’associazione che vi può introdurre attivamente a questo sport e ai suoi valori. Chiedo al presidente Adriano Quatrini com’è nata l’idea di fondarla: «Inizialmente eravamo un gruppo e svolgevamo le nostre attività presso la palestra Gymnica. Da quest’anno siamo un’associazione affiliata alla UISP, per promuovere i

suoi valori che non ci dispiacciono affatto. Vogliamo sottolineare la ricerca, il contatto umano e naturale di questo sport, che oltre al gesto tecnico è anche amicizia. Avevamo intenzione di fondare Tuscia Verticale già cinque anni fa, ma per vicessitudini varie non è stato possibile. Ora abbiamo deciso di cambiare posto, prendere noi le redini e metterci la faccia». Oltre ad Adriano, i promotori dell’ASD sono Stefano Rosellini (vicepresidente), Gilda Banchi, Claudio Rossi, Lorenzo Di Tullio e Barbara Ottaviani. Entriamo nello specifico, per spiegare bene il bello di questo sport: «L’arrampicata è soprattutto il piacere dello stare insieme, rispettando la natura… è uno sport che ti mette a nudo psicologicamente, in cui tutti i tuoi “nodi” vengono al pettine. Oltre al mero esercizio all’inDECARTA NOVEMBRE 2013


© Manuel Gabrielli

terno della palestra, cui segue una serata al pub e poi tutti a casa, esiste anche l’arrampicata in contesti naturali, avendo sempre rispetto per l’ambiente. L’arrampicata permette di superare la paura atavica del volo, cui tutti più o meno pensiamo». Le emozioni dell’arrampicata sono nella somma di piccole situazioni o gesti, come le responsabilità di colui che ar-

rampica per primo e porta la corda sul percorso: «Alla fine di una giornata di arrampicata ci si sente stanchi, ma contenti: non si vince nulla, ma si fa qualcosa con un significato diverso per ognuno, che può essere il piacere per aver superato un proprio limite ed aver imparato qualcosa. Si tratta di una ricerca dentro se stessi per affrontare tutto ciò che rappresenta un ostacolo». Le difficoltà sono molte, a partire dall’abituarsi alle speciali scarpe che bisogna utilizzare: ho avuto modo di provarle, e si nota ben presto come permettano di rendere il piede un piccolo arpione.

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’arrampicata è un’attività adatta a tutti, visto che il livello di difficoltà è estremamente variabile, dalla semplice parete artificiale fino al nuovo obiettivo che si sceglie. Adriano mi racconta della nascita della sua passione, citando quel famoso spot di una nota marca di orologi il cui protagonista è l’arrampicatore italiano Maurizio Zanolla. Dopo aver praticato trekking e motociclismo, l’attuale presidente della Tuscia Verticale decise di dedicare anima e corpo all’arrampicata, frequentando assieme a Claudio Rossi un corso tenuto da una guida alpina. L’associazione da loro fondata permette di seguire corsi propedeutici alla conoscenza della disciplina, aperti a tutti i soci, per vincere la famosa paura di cadere. Si organizzano ovviamente anche le giornate di arrampicata in falesia, durante i fine settimana, in cui ognuno è libero di seguire i propri obiettivi personali, niente però esclude che alcuni praticanti utilizzino il lavoro in palestra come valvola di sfogo, e maDECARTA NOVEMBRE 2013

gari si limitino solo a quello. Adriano inoltre rassicura su un punto importante: «L’arrampicata è uno sport sicuro, ci sono più infortuni in attività sportive apparentemente semplici. L’importante è utilizzare sempre corde valide e seguire le norme, e poi si possono godere tranquillamente tutte le emozioni di questa disciplina. Si tratta di un’adrenalina diversa, che rispetto ad altre attività come il motociclismo non esplode subito, ma si distribuisce in un arco temporale maggiore. La difficoltà sta nel riuscire a mantenere alta la concentrazione a lungo, ma questo fa parte della ricerca dei propri limiti di cui parlavamo prima. Inoltre, condividere queste sensazioni assieme ad un gruppo di amici è un piacere: fa bene alla salute, anche perché non c’è alcuna competizione e si gioisce per i successi personali degli altri, senza alcuna invidia». La filosofia di fondo è il saper accettare la sconfitta, «che arriva nel 95% dei casi ed impone di raggiungere la perfezione solo attraverso l’errore». Insomma, di certo l’arrampicata rompe parecchio gli schemi del panorama sportivo cui siamo abituati, che spesso esalta l’ottenere il massimo del risultato col minimo dello sforzo: qui la mentalità è inversa, ovvero si predilige intraprendere il cammino più difficile per arrivare unicamente al superamento del proprio limite nella maniera più personale, in un clima di rispetto e condivisione per l’ambiente e l’attività altrui. «Invito tutti a superare la diffidenza e a provare» conclude Adriano, volgendo lo sguardo verso le pareti della palestra, un autentico mosaico di appigli colorati, che fra pochi giorni saranno il teatro di intensi allenamenti. 9


salute

alimentazione

Alcol e salute Tutto ciò che è bene sapere sulle bevande alcoliche. Ilenia Boschi | info@ileniaboschi.it

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l consumo di alcol è parte integrante delle nostre tradizioni enogastronomiche, tuttavia considerati i possibili effetti nocivi dell’alcol a breve e a lungo termine, la società scientifica ha voluto fissare dei valori di riferimento per il consumo di etanolo. Così facendo è stato rivolto un appello alla moderazione a chi ha il piacere e l’abitudine di consumare bevande alcoliche ai pasti principali. Con il termine “consumo moderato di alcol” è stato indicato il limite di 2-3 unità alcoliche (UA) al giorno per l’uomo e 1-2 UA per la donna, o comunque una dose non superiore al 10% dell’apporto calorico giornaliero da assumere preferi-

bilmente durante i pasti. Una unità alcolica corrisponde a circa 12 grammi di etanolo, che si trovano in circa 125 ml di vino (il tipico calice di vino), 330 ml di birra (una lattina), o 40 ml di superalcolico. Occorre specificare che la quantità di alcol che una persona sana può concedersi senza incorrere in gravi danni per la salute non può essere stabilita rigidamente a priori in quanto le variabili individuali sono molte, di conseguenza quella che può essere una dose moderata per una persona può risultare eccessiva e quindi dannosa per un’altra. Le bevande alcoliche vengono offerte

in volumi inversamente proporzionali al contenuto alcolico, infatti, qualunque sia la bevanda alcolica, viene servita una quantità di alcol mediamente compresa tra 8 e 12 gr. Nell’assunzione di alcol occorre non superare la capacità del fegato di metabolizzare l’alcol. È stato osservato che un uomo di 70 Kg normopeso e in buona salute è in grado di metabolizzare circa 6 gr di alcol l’ora, ciò equivale a dire che per smaltire un bicchiere di vino contenente 12 gr di alcol sono necessarie circa 2 ore.

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na bevanda alcolica è costituita prevalentemente da acqua, segue per quantità l’alcol etilico ed in base alla bevanda considerata possono essere aggiunti vari aromi, coloranti, antiossidanti ecc.. Il contenuto in alcol delle bevande viene espresso come grado alcolico ed indica la quantità in ml di alcol etilico presenti in 100 ml di bevanda. Per ottenere il contenuto di alcol in peso presente in 100 ml di bevanda occorre moltiplicare il volume di alcol per 0,8 (valore del peso specifico dell’alcol). Questo significa che se abbiamo un vino da 13° in 100 ml di vino sono presenti 13 ml di alcol che corrispondono a 10,4 gr di alcol. Le bevande alcoliche hanno un elevato contenuto energetico, basta considerare che 1 grammo di alcol apporta 7 Kcal. Tornando all’esempio del nostro vino da 13° bevendone un bicchiere da 125 ml introduciamo circa 90 Kcal (73 Kcal per 100 ml). Se parliamo di bevande alcoliche non addizionate come il vino, la birra e i distillati le calorie apportate dagli altri composti presenti sono praticamente trascurabili. Se prendiamo in considerazione alcolici dalla composizione più complessa come quelli contenenti crema di latte, uova e zuc-

Fonte: Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN)

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Fonte: INRAN

dalle condizioni fisiologiche e genetiche dell’individuo. Per fare un esempio in un uomo di 70 Kg l’ingestione di 2 bicchieri e mezzo di vino (circa 30 gr di alcol) a stomaco vuoto può determinare una concentrazione ematica di 0,57-0,74 gr/l, mentre l’ingestione della stessa quantità dopo un pasto misto può far raggiungere una concentrazione di 0,32-0,41 gr/l. Nonostante tutto è possibile individuare dei valori medi per la popolazione (tabella). In Italia il tasso alcolemico di 0,5 gr/l è considerato il limite massimo da non superare per le persone che si pongono alla guida di un autoveicolo. cheri aggiunti, il contenuto calorico cresce ulteriormente. Per esempio la crema di whiskey può arrivare a contenere anche 14 gr di grassi e 25 gr di zucchero in 100 ml che si sommano ai circa 14 gr di alcol (17° alcolici) per un totale di circa 320 Kcal per 100 ml. Gli effetti dell’alcol Gli effetti delle bevande alcoliche sul nostro organismo sono molteplici. A livello nutrizionale possiamo ricordare che le Kcal in eccesso rispetto al fabbisogno giornaliero provenienti dalle bevande alcoliche vengono trasformate in grasso. In aggiunta l’alcol può modificare, l’assorbimento di alcuni micronutrienti (vitamine e minerali). Gli effetti sullo stato comportamentale, e quindi sul sistema nervoso centrale (SNC) sono quelli più noti. Con un livello di alcolemia di 0,2-0,4 gr/l si inizia a percepire una lieve euforia accompagnata dalla diminuzione dell’efficienza del coordinamento motorio, diminuzione della capacità percettiva e di elaborazione degli stimoli sensoriali. Lo stato di ebbrezza, tuttavia, presenta delle variazioni individuali. Con un valore di alcolemia di 0,5 si ha un aggravamento degli effetti sul SNC ed una riduzione della visione laterale per poi passare ad un rallentamento dei tempi di reazione ed evidente difficoltà nel controllo della coordinazione motoria per valori di 0,61 gr/l. La confusione mentale e l’instabilità emotiva accompagnata da disorientamento e visione alterata si osserva con valori di alcolemia prossimi a 1,1-3,0. Con valori maggiori di 3,1 si arriva ad uno stato di ubriachezza grave che può determinare sintomi estremamente gravi DECARTA NOVEMBRE 2013

come le convulsioni o l’anestesia fino a portare a depressione respiratoria e morte.

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er alcolemia si intende la quantità di alcol presente nel circolo sanguigno e generalmente viene espressa in gr/l. In seguito all’ingestione di etanolo, il picco alcolemico (concentrazione massima di etanolo nel sangue) si raggiunge dopo circa 30-45 minuti a digiuno e dopo circa 60-90 minuti se in concomitanza con l’ingestione di alimenti. A parità di quantità di alcol ingerita i valori alcolemici possono variare. Il fattore più importante nel determinare il livello di alcolemia è il contenuto gastrico in quanto varia la velocità di assorbimento dell’alcol, l’altro è la velocità di biotrasformazione e di eliminazione, che come già accennato è determinata

In questa sede sono stati presi in considerazione solo alcuni degli effetti immediati legati all’ingestione di eccessive quantità di alcol. Gli effetti cronici legati ad un abuso piuttosto che a un consumo moderato, non sono stati trattati in quanto esulano dal nostro intento. Tuttavia vorrei ricordare come l’abuso di alcol può determinare gravi patologie a carico di vari organi ed apparati. Un’altra raccomandazione che è obbligatorio fare parlando di alcol è ricordare che l’etanolo attraversa la barriera placentare quindi viene imposta l’assoluta astinenza in stato di gravidanza in quanto anche minime quantità possono determinare nel bambino la sindrome fetale alcolica con deficit mentale malformazioni cardiache.

Assorbimento, biotrasformazione ed eliminazione dell’alcol L’alcol una volta ingerito viene assorbito ed entra nel circolo sanguigno; da qui si distribuisce in tutti gli organi e i fluidi corporei in quantità proporzionale al loro contenuto in acqua. Gli organi altamente irrorati come il cervello, il fegato ed i reni raggiungono molto rapidamente l’equilibrio con la concentrazione del sangue. Circa il 2-10% dell’etanolo viene escreto immodificato mediante le urine, i polmoni, il sudore e le lacrime. La quota rimanente, circa il 90-98% viene metabolizzata principalmente a livello epatico. Un solo bicchiere di vino (circa 12 grammi di alcol) impegna il fegato per circa 2 ore. Gli enzimi epatici trasformano l’etanolo in acetaldeide la quale a sua volta viene convertita in altri metaboliti. Gli enzimi responsabili della degradazione dell’alcol (il principale è l’alcoldeidrogenasi, ADH) non sono identici nelle varie popolazioni (polimorfismo genetico) e le diverse isoforme risultato dotate di diversa efficienza catalitica. Questo spiega in parte la variabilità nella velocità di trasformazione e quindi di rimozione dell’alcol osservabile in alcune persone e/o popolazioni. Ad esempio circa la metà della popolazione cinese e giapponese presenta degli enzimi a bassa efficienza risultando così poco tollerante agli effetti delle bevande alcoliche.

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carta stampata report

Le memorie di una ragazza normale alla corte del re dell’hard Incontro con l’autrice Debora Attanasio. Claudia Paccosi | claudia.paccosi@decarta.it - Foto di Massimo Luziatelli

Eva Henger e Debora Attanasio al loro arrivo nella piazzetta antistante il Due Righe Book Bar.

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resso il Due Righe Book Bar venerdì 11 ottobre attorno alle ore 18,30 Decarta ha organizzato il suo primo evento nel viterbese, in collaborazione con la rassegna “Aperitivo con l’autore” curata da Raffaella Sarracino. Un incontro con Debora Attanasio e Eva Henger a margine del libro Non dite alla mamma che faccio la segretaria edito da Sperling e Kupfer. La giornalista di MarieClaire ha raccontato al pubblico viterbese riunitosi e a Titino – immancabile gatto sornione, inquilino fisso e ormai celebre tra i tavolini del bar – la sua esperienza nella casa di produzione di Riccardo Schicchi, “IL” produttore del porno, del mondo erotico e dell’hard negli anni ’80. Debora aveva deciso di accendere un mutuo per comprare una casa, proprio quando viene licenziata dal suo lavoro. 12

Dopo numerosi colloqui sfortunati in cui i datori di lavoro (uomini) alludevano a mansioni accessorie e le datrici di lavoro (donne) la invitavano a non avere figli durante la carriera; decide di recarsi da Riccardo Schicchi, dove sarà segretaria per ben 9 anni. Schicchi fu uno fra i più importanti produttori di filmografia erotica e pornografica degli anni ’80 portando alla celebrità dive come Cicciolina, Moana Pozzi ed Eva Henger. Debora Attanasio piomba in un mondo totalmente diverso dalle sue aspettative, spesso si ritrova a pettinare i 22 gatti del suo datore di lavoro, a cenare a casa di Milly D’Abbraccio e ad organizzare provini per universitari aspiranti pornoattori. Nel suo libro descrive spesso aneddoti sulla vita nell’ufficio di Diva Futura

e il suo rapporto con le star del mondo a luci rosse, in particolar modo, però, con Riccardo Schicchi, personaggio dal quale rimane affascinata e irrimediabilmente affezionata. Le dive abitavano davvero vicino allo studio di Diva Futura e il lavoro era sempre in fermento, Debora cura le serate della riservata Moana Pozzi, scarta le foto dei provinanti meno adatti, ciba un pitone disdegnoso di una quaglia e di un topo, che indisturbati continueranno a godere per lungo tempo della calda luce della teca. La serata davanti al Due Righe scorre serena e affollata, nonostante il freddo pungente di ottobre. In molti si lasciano scappare sorrisi e risate ascoltande le letture tratte dal libro e guardando le foto che scorrono sul proiettore raffiguranti una Debora in jeans e camicia castigata, volutamente e visibilmente abbigliata in maniera assai diversa rispetto alle dive che la attorniano con i loro capelli vaporosi e le gonne corte. Il libro presentato è una miscela divertente di esperienze e avventure che ci narrano il vero Schicchi, non il personaggio, ma l’uomo, l’uomo che raccoglieva infinità di gadget e riviste, l’uomo che tesse un rapporto di amicizia e professionalità con la sua segretaria mantenendo un distaccato “lei” per oltre 20 anni, nonostante gli spettacoli in desabillé a cui hanno assistito seduti vicini, le assurde richieste degli attori stagionali e i set erotici improntati proprio nello studio.

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fine presentazione riesco a strappare qualche minuto all’autrice per farle alcune domande. La mia curiosità riguarda l’opinione di parenti e DECARTA NOVEMBRE 2013


conoscenti di Debora sul suo lavoro, era giovane e studentessa e segretaria di un produttore di porno, come avranno mai reagito? Debora Attanasio mi risponde: i genitori erano gli unici a saperlo, la maggior parte delle persone lo ha saputo ora, con l’uscita del libro, eppure non ci sono state particolari reazioni sconvolte, forse perché il libro racconta una realtà differente dall’immaginario comune, forse perché alla fine le cose sono andate bene. Chiedo la motivazione che l’ha spinta a scrivere il libro, a raccontare un lavoro così particolare ad un pubblico così vasto. Debora mi svela di aver iniziato a scrivere il libro tre anni fa, raccogliendo tutti gli aneddoti e le storie da 11 diari che ha tenuto durante i nove anni di lavoro presso Diva Futura. Ha deciso di scrivere ora perché è ormai una professionista della scrittura e si sentiva fermamente più sicura. Il libro era già in stampa quando morì Riccardo Schicchi, nel 2012, lui però non riusci mai a leggerlo; Debora voleva fargli una sorpresa e portarglielo solo una volta che fosse già stato distribuito nelle librerie, per leggergliene qualche divertente estratto; questo purtroppo non potè accadere.

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on questo libro vuole assolvere sé e tutta la grande famiglia che circondava Riccardo, dare una nuova veste al mondo che Schicchi coordinava. Inoltre dedica il libro ai due figli del produttore e, idealmente, anche a tutti i figli delle star, per allontanare il malato e sporco immaginario comune rivolto al mondo del porno di Schicchi dalle loro menti e dalle menti di quelli che li circondano. È fondamentale poi per lei mantenere viva la memoria e il ricordo di Riccardo dopo la sua scomparsa, ricordando come era davvero con le persone che amava e con cui amava lavorare, per non dimenticare e soprattutto per non cominciare a ricordare in maniera sbagliata e superficiale quest’uomo. Rivolgo a Debora una domanda attuale chiedendole la sua opinione sulla recente uscita di molti romanzi erotici per donne, come la trilogia di Cinquanta sfumature di E.L. James. L’autrice ammette che il porno com’era una volta non esiste più, forse per colpa di internet, non DECARTA NOVEMBRE 2013

c’è più il gusto del proibito, ha perso un po’ del suo aspetto mitico. Le donne sono poi molto insoddisfatte e gli uomini non fanno il loro dovere, non sono romantici; inevitabilmente sono quindi costrette a perdere i loro pensieri più impronunciabili dietro le pagine di un romanzo in edizione economica. Questo Riccardo Schicchi l’aveva già previsto. Per congedarci da Debora Attanasio le chiedo i suoi progetti futuri come giornalista e anticipazioni su prossime uscite a suo nome. Questo è il sesto libro che scrive, ha in lavoro un altro romanzo su un differente argomento; punta però l’attenzione sulla possibilità di una seconda parte di Non dite alla mamma che faccio la segretaria, avendo scelto per questo ultimo romanzo da un database di divertenti aneddoti in 6.000 cartelle, molto materiale è stato scartato e merita di ricevere attenzione. Anche Eva Henger desidera contribuire con i suoi personali ricordi da moglie di Riccardo Schicchi. Per quanto riguarda il giornalismo continuerà a scrivere per MarieClaire anche se pensa che entro cinque anni non ci saranno più giornali cartacei e internet porterà alla totale scomparsa della lettura, perché gli utenti leggono ormai solo i titoli, sui social network sono abituati a testi brevi, ad un tweet, che fa aumentare la materia bianca su quella grigia, invece valido aiuto nelle letture lunghe.

Debora Attanasio Non dite alla mamma che faccio la segretaria. Memorie di una ragazza normale alla corte del re dell’hard. Sperling & Kupfer, 2013 pagine 266 - euro 16,00

Debora però non smetterà mai di scrivere e soprattutto di leggere, e voi? Comincerete forse proprio da questo libro? Dalle memorie di una ragazza normale che alla corte del re dell’hard ha conosciuto, inaspettatamente o meno, un uomo, un personaggio, una persona.

Debora Attanasio, Eva Henger e Raffaella Sarracino in un momento della serata.

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carta stampata caos letterario

Storie di una libreria disordinata / 3 “1Q84” di Haruki Murakami: la trilogia a un passo dal Nobel. Claudia Paccosi | claudia.paccosi@decarta.it

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er giorni siamo stati tutti in attesa, con l’orecchio teso alla tv che strilla notizie e opinioni su ogni argomento sul quale si possa dibattere (anche il colore dei guanti della regina Elisabetta o il tè dalle proprietà più digestive), con gli occhi rivolti verso lo schermo del portatile posato sulla scrivania, sempre connesso alle ultime notizie. Per giorni il silenzio, nulla, non si riusciva a sapere chi avesse vinto il Nobel per la letteratura di quest’anno; poi una mattina, verso l’ora di pranzo sentii sbattere i pugni sul tavolo e dire “No, non è possibile”. Allungai lo sguardo verso il pc, schermata fitta di caratteri, una vecchina sorrideva posando il braccio su una libreria laccata in bianco e sotto a grandi caratteri Times New Roman grassetto 26 c’era scritto: “Nobel Letteratura 2013 ad Alice Munro: maestra del racconto breve”. Proprio in un angolo i due fratelli sbuffano, spingono polvere fuori dalle loro spesse pagine e sbattono i loro angoli contro gli altri libri coinquilini di mensola. Anche quest’anno un fiasco. Haruki Murakami è un affermato scrittore giapponese, di Kyoto, che da molti anni ormai, in compagnia di Umberto Eco, giace in quel limbo dei favoriti al premio Nobel, tutti tifano per lui e ogni anno sono convinti che se lo meriti pienamente, ma nulla, anche in questo 2013 Haruki non è stato premiato. La sua inventiva sperimentale e le sue storie fuori dall’ordinario non sono ancora state insignite del premio che meritano. Sui miei scaffali non possono mancare le sue opere, volumi dalle copertine stravaganti si impongono imperiosi, visi orientali sbirciano il mondo dalle copertine patinate che abitano. I titoli sono sempre intriganti, total14

Haruki Murakami

mente inusuali, futuristici e caotici. Il titolo di un romanzo di norma illustra cosa ci verrà raccontato, come On the road, Il grande Gatsby, Il vecchio e il mare. Quando scorriamo con le dita i titoli in libreria sono loro a interessarci, a lampeggiare magicamente, a ipnotizzarci in un incanto che ci spinge a sfilarli dallo scaffale e leggerne la trama. I titoli dei libri di Murakami, non hanno nulla a che fare con questo stereotipo, potrei elencarne molti, eppure in nessuno di questi voi trovereste l’argomento di cui trattano.

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e il lettore si avvicina per la prima volta ai libri di Murakami deve buttarsi, scegliere un volume senza sapere cosa sta comprando, gettarsi in questa avventura senza sicurezze e garanzie, semplicemente sperimentando, nel tentativo di scoprire un nuovo mondo. Il lettore che invece ha già conosciuto Murakami, spesso, se ne inna-

mora, non conosce nemmeno il motivo di questo interesse, in realtà ha letto un suo libro e sa di non aver capito molto, sa che è stato mistico, assai particolare – paragonabile a musica di nicchia, elettrica e ipnotizzante – eppure totalmente criptico e oscuro. Un senso di completezza però lo pervade e sa che deve leggere ancora, sapere dove la sua inventiva si spingerà la prossima volta e dovrà solamente scegliere fra titoli come Kafka sulla spiaggia, L’uccello che girava le viti del mondo o Norwegian Wood, molto probabilmente secondo un criterio casuale. I due volumi più delusi dall’ennesima sconfitta sono fratelli: 1Q84 libro 1 e 2 (aprile-settembre) e 1Q84 libro 3 (ottobre dicembre). Il romanzo che Murakami ha tessuto fra 2009 e 2010 è una trilogia che ha avuto un enorme successo in tutto il mondo. In questi due ospiti ho subito riconosciuto un carattere unico, sono scostanti DECARTA NOVEMBRE 2013


e solitari, intelligenti e riflessivi, eppure odorano d’amore, di amicizia e devozione; di notte, quando pensano che io stia dormendo e abbia rilassato le mie spalle di legno per sognare paesi arabi, uomini che pescano da una barca a remi e treni che attraversano la Russia, si lasciano avvolgere da una crisalide d’aria, cosa sia di preciso non lo riconosco davvero, è però una pellicola, una coperta, un guscio protettivo trasparente, invisibile, ma presente e necessario a scaldare la loro notte, il loro rapporto parentale, la fratellanza, forte come l’inseparabilità fra “mother” e “daughter”, fra madre e figlia.

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l romanzo è un tessuto di rapporti, di relazioni, a volte vissute, altre semplicemente sognate. I due personaggi che alternano le loro vite nel libro sono Aomame, killer che vendica le donne che subiscono violenza, e Tengo, ghost writer di un libro scottante, inquietante e profetico: La crisalide d’aria. Le loro storie si intrecceranno come le foglie di un’edera che si arrampica faticosamente sul cancello arrugginito di un'antica villa dimenticata. I due si sono incontrati da piccoli, alla scuola elementare, due anime abbandonate e sole si sono trovate per pochi minuti, in un’aula, si sono presi per mano e hanno provato, per la prima e unica volta, amore. La storia di Murakami è un amore irraggiungibile, un legame antico ed eterno, un legame percepibile nelle fibre dell’aria, nel vento della sera, nelle due lune che splendono sull’anno 1Q84, l’anno che solo Tengo e Aomame stanno vivendo, guardandolo dalle scale di uno scivolo, in un anonimo parco di Kyoto. Il mondo in cui sono precipitati è

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caos, estraneità, alieno al normale e al concepibile, impossibile da capire, un regno le cui regole sono conosciute forse, solo da una setta nascosta, un regno in cui le abitudini, le usanze e gli eventi sono differenti e nuovi, normali nella loro anormalità, impossibili per Aomame e Tengo, che presto però riusciranno a trovare il loro angolo, uno spicchio di realtà nel mondo illuminato da due lune, due lune che illuminano due anime, disperatamente alla ricerca una dell’altra. Il caos e la futilità del mondo parallelo in cui sono caduti possono essere curati dalla più semplice delle medicine: l’amore. Dopo venti anni quei due bambini si amano ancora e il destino li ha ormai irrimediabilmente congiunti in una cintura di fantasia e follia, di sette, Little people, investigatori nascosti dietro una tenda consunta e anziane signore vendicative. Il Nobel è, nel modestissimo parere di una libreria disordinata e fuori dall’ordinario, necessario per Murakami, una fantasia, una follia e un amore così spassionato per la scrittura crea letteratura, crea capolavori ammalianti, riconoscibili dalle prime pagine, inevitabilmente altri, inevitabilmente diversi da tutti i romanzi che popolano il panorama attuale. Poiché però gli scandinavi non si sono ancora accorti totalmente del suo valore, io e i miei ospiti invitiamo chiunque ne sia incuriosito alla lettura di Murakami, per immergersi nella pazzia e nel mondo onirico di questo scrittore orientale, per assaporare la storia di un amore vero che resiste attraverso il tempo, il caos del quotidiano, la normalità e i

giorni che scorrono inesorabili fino a diventare 20 anni, combatte solitario, senza sicurezza di un lieto fine finché all’improvviso non si accorge che qualcuno, accanto a lui, gli stringe la mano destra alla luce della luna di sempre, una, solitaria e familiare.

Murakami Haruki 1Q84 Tit. orig. 1Q84 (ichi-kew-hachi-yon) Traduzione di Giorgio Amitrano Einaudi, NumeriPrimi, 2013 Libro 1 e 2, Aprile-Settembre pp. 728 - euro 14,00 Libro 3, Ottobre-Dicembre pp. 408- euro 13,00

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nota bene

incontri

Cantare per essere felici.

In viaggio con Nina Ricci Alla ricerca del luogo dove emozione, parole, suono si incontrano e toccano gli animi. Gabriele Ludovici | gabriele.ludovici@decarta.it

Non c’è mai fine. Ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare, nuovi sentimenti da sperimentare. E c’è la necessità di purificare sempre più questi sentimenti, questi suoni, per arrivare ad immaginare allo stato puro ciò che abbiamo scoperto. In modo da riuscire a vedere con maggior chiarezza ciò che siamo. Solo così riusciamo a dare a chi ci ascolta l’essenza, il meglio di ciò che siamo.

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ueste parole sono di John Coltrane e rappresentano la nemesi del tutto, e subito! assurto ormai ad assioma dell’attuale industria musicale. L’urgenza di dover apparire a tutti i costi sembra aver fatto sparire la cultura dello studio e della preparazione, e l’appiattimento del livello di coloro che riescono ad emergere è piuttosto lampante, sia dal punto di vista tecnico che artistico. Nella nostra rubrica musicale, questo mese abbiamo deciso di dare spazio ad una grande cantante; Antonella Ricci, per tutti Nina, dalla musica ha saputo ricevere e trarre così tanto da riuscire a legare indissolubilmente voce ed emozioni, non andando oltre la musica ma oltre con la musica. Il suo approccio con le sette note è influenzato dai gusti della madre e della zia, che la avvicinano alle sonorità jazz e blues di grandi voci come Ella Fitzgerald e Janis Joplin. Proprio alla mitica artista texana è connesso il battesimo del fuoco di Nina, avvenuto in una circostanza particolare: «Il mio approccio alla musica è legato ad una malattia molto grave che ho avuto a 23 anni e che, dopo l’intervento, non mi permise di parlare per un mese. Fino ad allora avevo usato la voce solo in teatro, ma in occasione di un Festival dell’unità svoltosi a Prato Giar16

Nina Ricci

dino fui spinta a salire sul palco da un amico, pianista blues, e cantai Summertime nella versione di Joplin davanti a 600 persone! In quel momento sentii la gioia più grande della mia vita: non era adrenalina da microfono o da esibizione pubblica ma percezione della vita in tutta la sua infinitudine». La sua esibizione viene notata da un noto basso del teatro dell’opera, il quale la accompagna per un’audizione dal maestro Armando Krieger che, stupito dall’estensione vocale la incoraggia for-

temente ad intraprendere lo studio della tecnica vocale. Nina lascia l’università ed inizia gli studi con il soprano argentino Carmen Sensaud. L’incontro della svolta avviene però l’anno successivo, quando conosce il maestro Goffredo Ricci: «Per me è stato il Maestro tanto nella vita quanto nella musica, e a lui devo tutto. Tirava fuori il meglio di te e metteva in atto, nell’insegnamento, il principio di continua trasformazione della vita in tutti i suoi aspetti. Dal punto di vista pedagogico aveva la rarissima capacità di trasformare il tuo meglio in qualcosa di DECARTA NOVEMBRE 2013


immenso, inclusi i piccoli difetti. Non metteva il dito sulla ferita, non insisteva sull’errore, lavorava tutto ciò che vi era intorno per ricondurti al punto e ti ritrovavi ad aver fatto uno step enorme senza accorgertene. Ti consegnava le chiavi del tuo miglioramento e lasciava che fossi tu ad aprirlo: questo per me è amore, e l’amore è la vita stessa, un cammino percorso insieme tra maestro ed allievo in cui infine entrambi riescono a tirare fuori il meglio di sé in maniera esponenziale. Si tratta della creazione continua di un bene maggiore: ci si unisce per generare un valore aggiunto, ed

è qualcosa di grande in un mondo in cui molti si accontentano di piccoli valori… invece è necessaria la ricerca, attimo per attimo, al fine di trovare la continuità della vita che cresce, migliora se stessa e ciò che la circonda, riuscendo ad esprimere il tutto con la voce. Per ognuno di noi è un processo diverso, ci sono differenze da rispettare, ma la finalità è sempre il valore aggiunto. I pianeti si muovono, generano un suono, nell’incontro i suoni si moltiplicano e creano la grande musica dell’universo: la musica esiste prima di noi, è eternità: rispecchia, nella sua essenza, il flusso tra passato,

presente e futuro. Siamo qui per aprirci ad essa e trasmetterla attraverso la nostra esperienza umana».

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ina da subito scavalca i confini di genere, esplora nuove sonorità ed assieme a Giacomo Anselmi, Dario Deidda ed Armando Sciommeri dà vita a The Blue Quartet. Il repertorio prevede brani di Davis, Coltrane e Monk: «All’inizio ho subito sentito l’impulso verso il bop, nelle cui scale c’è molto blues ed attraverso il quale ho poi scoperto l’R'n'B ed il funk. Un’artista che ho sempre amato profondamente è Chaka Khan: è sempre stata crossover, riuscendo a miscelare vocalmente la radice black con tutte le avanguardie della musica nera e della fusion bianca. Ho sempre cercato di essere molto attenta a ciò che avveniva nell’evoluzione della musica ed ho seguito un cammino inverso: dopo aver cantato di tutto ed essere stata a lungo una turnista, con grande fatica ho iniziato a scrivere la mia musica. Inizialmente ti trovi in difficoltà perché dopo anni di standard spesso non sai più chi sei!». Le sonorità del trip hop, genere che inizia a delinearsi nei primi anni Novanta con Blue Lines, l’album di esordio dei Massive Attack, la colpiscono parecchio, oltre ad altri artisti emergenti del periodo, come Björk e Jeff Buckley: «Le prime voci del trip hop, in primis Beth Gibbons, Elisabeth Frazer e Lou Rodhes, mi riportano indietro, ricordo di aver messo totalmente in discussione tutto; tornai ad ascoltare Billie Holiday e Carmen Mc Rae: scartare ciò che non serve, trovare il luogo dove emozione-parolasuono si facciano unica entità e dialogo sensibile in grado di toccare gli animi, di penetrare come flusso leggero senza necessariamente aggredire. Provocarsi, frammentarsi, incontrare il nuovo di sé». Nina vive la genesi di questo mutamento direttamente sul campo, vivendo per un periodo a Bristol e restando affascinata dall'humus sociale fertilissimo: working class ancora viva, università, teatri… un flusso di contraddizioni in grado di far scoccare la scintilla di un nuovo movimento artistico. L’Inghilterra diventerà negli anni meta di lunghe permanenze.

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incontri chiese, in collettivo unitamente ad altri artisti tra cui Emidio Clementi dei Massimo Volume, Bunna degli Africa Unite, Paolo Gep Cucco e Luca Morino dei Mau Mau, è la voce della formazione Paco de Luz, che si esibisce con il progetto T:OWN all’Heineken Jammin’ Festival. Un periodo di grandi trasformazioni per Nina: «In quel momento la mia voce cambia e trova altre vie di espressione. Diventa chiaro che il canto permette di esplorarmi e scoprire che esiste una voce per ogni emozione e per ogni strada dentro e fuori di noi, senza timore di manifestare ciò che si è fino in fondo. Bisogna far cadere i muri, mettersi a nudo e comunicare senza celarsi dietro alla tecnica, semmai avvalendosene.»

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opo tanti anni di esibizioni, sperimentando tutti i generi, per Nina Ricci si apre una nuova fase in cui l’insegnamento, già in atto negli anni precedenti, gioca un ruolo fondamentale: «Dal 2002 c’è uno scatto, un passaggio di livello nella ricerca di una diversa dimensione della spiritualità, forse più concreta. Da quel momento, la musica e la mia vita sono sempre andate di pari passo. L’insegnamento è per me il primo territorio di relazione, un qualcosa da approfondire ed in grado di scuotermi. Parliamo della voce messa in relazione con l’altro, con la verità del Sé, vivendo la dimensione progressiva della crescita insieme agli amici allievi. Il confine tra insegnare ed imparare così diventa labile, ed in questo le parole chiave sono proprio relazione e dinamismo: ciò ci permette di diventare esseri sempre più umani, prima che cantanti!»

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n seguito, Nina – che nel frattempo si trasferisce a Torino – entra a far parte dei Disco Inferno, storica formazione soul piemontese, collabora a vari progetti di artisti del territorio tra cui i Mau Mau, partecipando all’album Safari Beach e continua a calcare i palchi dei club con un lavoro sul blues concertato con il chitarrista di forte matrice hendrixiana Matteo Salvadori. È ospite di Buddy Miles – batterista statunitense che van18

tava collaborazioni proprio con Jimi Hendrix – in tre date del tour italiano (1997-1998). Sono gli anni in cui nasce Piemonte Groove, un movimento che accomuna numerosi artisti della regione e dà vita a progetti – non solo musicali – di grande innovazione legati ad un filo conduttore di matrice culturale, che racconta di città invisibili, ispirandosi in questo ad Italo Calvino, e della solitudine nelle megalopoli. La cantante civitavec-

Il suo bagaglio di esperienze si arricchisce dell’incontro e della collaborazione con Max Zanotti (vedi Deasonika): il territorio umano e artistico che condividono la spinge alla ricerca di un livello vocale ancora più profondo nel percorso di conoscenza di se stessa, intimo ed ancestrale. Il frutto di questa ricerca, «un’autodenuncia», è un disco intitolato The Black Mill, uscito a novembre 2008: «Si tratta della mia storia, del mio lavoro sulla rabbia attraverso dieci stati di vita differenti (uno per ogni traccia del disco, ndr). A livello lirico c’è quello che riesco ad esprimere attraverso la poesia, molto DECARTA NOVEMBRE 2013


legata alla scrittura femminile del ’900 e in particolar modo a Virginia Woolf. Ad un livello più strettamente sonoro, The Black Mill ha rappresentato un punto e a capo della mia vita, la sperimentazione di un progetto trip hop elettronico con sonorità chitarristiche tipiche degli anni ’80.» Attualmente The Black Mill è integrato in Nina Ricci and Her Secret Room Experience, stavolta in versione semiacustica, che racchiude al suo interno tutti gli artisti cui è più legata, tra cui Francesco “Finch” Russo (batterista dei The Shiver). Ho avuto modo di ascoltarli nella serata conclusiva del Caffeina Music Festival, organizzato dalla Backstage Academy, rimandendo molto colpito dall’atmosfera che erano riusciti a creare.

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l brano che mi aveva colpito maggiormente era stato Miss X, e posso dire di aver fatto centro visto che Nina mi rivela che si tratta del pezzo che la rappresenta maggiormente: «Parla di una storia vera, di una donna di nome Nichimyo che, separata dal marito, intraprende un lunghissimo cammino a piedi con la bambina sulle spalle, nel pericoloso Giappone medievale, per raggiungere il suo maestro in esilio, determinata ad approfondire la propria fede. Questa storia mi rappresenta e rappresenta lo spirito di ricerca intrinseco alla cultura buddista: io cammino, mi rifiuto di fermarmi e voglio che la mia crescita sia esponenziale, attraverso la leggerezza, la bellezza e la profondità. Mi metto in crisi tutti i giorni, perché la crisi è opportunità! Ogni aspetto dell’esistenza, anche se si presenta

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sotto una veste negativa, è fonte di infinite trasformazioni e tesori nascosti. Sta a noi plasmare la materia». Attualmente Nina sta collaborando con Gert de Graaf – imponente chitarrista blues olandese – ad un progetto chitarra classica-voce, allo scopo di riavvicinarsi alla semplicità, tornare alle ossa, per poi ripartire con slancio nella scrittura di nuovi brani. In particolare, il loro obiettivo è tornare all’essenzialità del delta blues dei primi del ’900. Proprio nei Paesi Bassi sarà attesa a gennaio per suonare assieme a de Graaf ed altri artisti locali, lasciando per qualche tempo l’Italia e le sue contraddizioni: «In Italia manca la musica: si fanno progetti a tavolino per vendere. Amo artiste fuori dalle leggi delle major, Cristina Donà e Carmen Consoli in parti-

colare, perché sanno scegliere vie diverse che hanno a che fare con la verità. Spero che sempre più giovani si avvicinino alla musica non per ottenere un viatico verso i mass media, ma per dedicare ad essa la vita con rispetto verso se stessi e le persone cui vogliono trasmettere qualcosa. Il percorso deve essere di ascolto e ricerca, senza cercare l’evasione o l’affermazione isterica dell’ego: l’io frustrato deve crescere, diventare Sé. La prima domanda che faccio ai miei allievi è: perché vuoi cantare? La risposta deve essere: perché mi rende felice e non perché ho voglia di spaccare. Purtroppo questo capita troppo spesso, mentre invece bisogna imparare. Trasformarsi. Trasformare.» E tornando alla citazione iniziale di Coltrane, il cammino per un vero artista dura tutta la vita.

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nota bene

inside

All the world’s (indeed) a stage Tutto il mondo è infatti un palcoscenico. Lorenzo Rutili

The Nevertones in concerto.

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arafrasando uno Shakespeare filtrato attraverso i Rush, siamo giunti alla terza puntata della nostra rubrica: dopo aver parlato del mondo degli open-mic e delle possibilità che offrono, ecco ora un po’ di storie, riflessioni e avventure nel mondo live britannico. Spesso e volentieri, quando mi metto in contatto con i miei vecchi amici italiani, sia telematicamente che di persona quando torno in Italia per le vacanze, mi domandano: “allora, come va a Londra?” A questa domanda rispondo con una doverosa precisazione, sia per i lettori di Decarta che mi conoscono, sia per quelli che non mi conoscono: io non abito a Londra. Sì ma non fate quelle facce sconsolate… perché anche se non ci abito, a Londra ci capito spesso; è infatti una delle piazze che ho battuto di più con i Nevertones fin dalla primissima serata. DECARTA NOVEMBRE 2013

Il nostro debutto avvenne a luglio del 2012 in un locale nel borgo londinese di Camden, il The Monarch, un pub il cui palco fu precedentemente calcato anche da artisti quali Pete Doherty ed Amy Winehouse. Riuscimmo ad accaparrarci quella serata grazie agli agganci che aveva il nostro cantante Nathan con un’agenzia di promozione musicale per la quale aveva lavorato per un periodo: avere contatti con persone di questo settore è un fattore importante per ottenere una data in una venue della capitale, specialmente se si è un gruppo nuovo di zecca. Così come cruciale è un altro fattore, che a mio onesto e modesto parere lascia il tempo che trova ma a cui dobbiamo un po’ tutti adattarci: il fattore Facebook. I social network hanno indubbiamente cambiato il mondo sotto tanti punti di vista, sia in negativo che in po-

sitivo, e l’organizzazione di musica dal vivo non è stata risparmiata affatto da questo fenomeno, dal momento che la riuscita di un concerto si basa anche sulla creazione di un evento da condividere sulle pagine di Facebook invitando i propri amici e raccogliendo più adesioni possibili. Non sempre però le adesioni virtuali corrispondono a quelle reali, dal momento che, secondo le moderne regole della facebookologia, spingere il tasto “parteciperò” ha due significati, ossia quello letterale di partecipazione fisica all’evento, ma anche quello metaforico di partecipazione morale e di “tifo” per la propria band, una sorta di sinonimo del tasto “mi piace” che si trova su tutti i post di altro tipo. Qualunque sia il significato, raccogliere un numero minimo di 15 o 20 adesioni virtuali (in media, il numero varia secondo il locale) ti assicura un posto su quel palco, mentre il più classico metodo delle partecipazioni reali alla serata ti assicura la possibilità di bissare l’esibizione in futuro, e magari la remota possibilità di venire pagato qualche sterlina. Ovviamente, per una band alle primissime armi, anzi proprio alla primissima serata, è molto difficile superare anche questa prova, dal momento che una fan-base si forma solo attraverso l’attività live (fino a quel giorno ovviamente inesistente) e il relativo passaparola. Con questo sfatiamo subito subito una leggenda: la regola del “quante persone mi porti” esiste anche a Londra… non solo, si è anche digi-evoluta. L’eccitazione per quel debutto era alle stelle, eravamo tutti elettrizzati, un po’ tesi forse, ma quel che basta, è fisiologico, per quattro ragazzi in procinto di presentare le loro canzoni al pubblico 21


inside per la prima volta, e in un’occasione che già ci appariva prestigiosissima, forse anche per via del fatto che partivamo già come “headliners”. L’headliner è, nella sua definizione più semplice e classica, il complesso principale a esibirsi in una serata composta da più esibizioni, la superstar della serata insomma, una partenza col botto, pensavamo. Beata ingenuità, da quella serata e da altre successive imparammo ad essere un po’ più realisti su certe cose e a tenere presente che, nel gergo di molti promoter e gestori, “headliner” altro non è in realtà che un modo educato all’apparenza, ma beffardo nella sostanza, per dire semplicemente che suonerai per ultimo a chissà quale ora.

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ltro aspetto critico dal punto di vista del pubblico è: in che giorno cade il concerto? In quel caso si trattava di un giorno infrasettimanale e invitare i propri amici ad una serata in un’altra città non sempre garantisce un gran numero di presenze, quindi nonostante l’aver invitato un discreto gruppetto a seguire il nostro debutto, purtroppo non riuscimmo a raggiungere il quorum necessario a bissare l’esibizione al Monarch. Tuttavia, nonostante ciò, nonostante l’acerbità evidente del nostro sound ai tempi e nonostante alcuni piccoli incidenti tecnici (leggi, amplificatore della chitarra che decide di fare le bizze a metà canzone e ripristino con assolo in ginocchio degno di Marty McFly) conservo un bel ricordo di quella prima serata, anche perché da allora ne riuscimmo a ottenere altre in altri posti e a fare passi avanti, scontrandoci altre volte, e tuttora facendolo, con situazioni di questo tipo, che lo so, sono assurde, dal momento che il mondo reale non è certo quello che si vede sulle pagine di un social network, tuttavia non bisogna farsi abbattere da tutto ciò; si deve sempre cominciare da qualche parte (frase fatta degna di un Max Catalano dei tempi di Quelli della notte, ma verissima) e non bisogna mai rifiutare tutto quanto fa esperienza, sia il palco dove si suona grande o piccolo, siano le condizioni dell’organizzazione squallide o meno, sono tutte tappe di un percorso che porta il musicista verso le sue mete. 22

Può volerci tempo, indubbiamente, e soprattutto oggi, il business musicale è diventato assai più complesso e spietato, cambiano i gusti del grosso pubblico, e come ho anticipato, il self-management è un rischio, tant’è vero che anche noi come Nevertones ci stiamo attualmente mobilitando per fare i cosiddetti “showcase”, ossia serate alle quali si invitano agenti, PR et similia, nella speranza di trovare il nostro Brian Epstein della situazione. Ci sono due modi per organizzare uno showcase, mi tolgo subito di torno la spiegazione di quello più rischioso: ovverosia, si organizza una serata specificamente dedicata e per così dire a numero chiuso, dove il pubblico è composto unicamente dai business-people, cosa che ha i suoi pro e contro. Il vantaggio più grosso è sicuramente nella possibilità di non dover necessariamente organizzare la serata in un locale, si può anche fare in uno studio o una sala prove, ma per contro l’atmosfera può creare una certa tensione nella band, dal momento che, trovandosi di fronte soltanto a un gruppo di manager e PR, oppure di fronte a uno solo, che comunque è lì per esaminare la tua performance, stabilirne la “promuovibilità”, vengono a mancare certe componenti molto importanti per accattivartene le simpatie. Personalmente, mi piace “scendere” dal palco, non intendo solo letteral-

mente, qualora sia concesso (dipende se ’sto benedetto palco c’ha gli scalini, se è basso, se è raso terra… ma non distraiamoci) ma anche e soprattutto scendere dal palco con la propria musica, ossia trasmettere qualcosa al pubblico e stabilire un’interazione con esso, l’interplay con i propri spettatori è sempre qualcosa di fenomenale che riesce personalmente a darmi più sicurezza, farmi suonare meglio e farmi divertire di bestia.

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a al di là del punto di vista personale, la capacità di stabilire questo interscambio è inequivocabilmente una delle cose che un buon agente musicale cerca di più in un artista, ed è qui che subentra il secondo tipo di organizzazione di uno showcase: semplicemente, si organizza una serata come tutte le altre, aperta al pubblico generale della venue, ma si invita anche la persona (o le persone) del business musicale con cui si è entrati in contatto, in questo modo non solo si offre una dimostrazione del proprio talento, ma anche l’atmosfera autentica delle proprie esibizioni, le reazioni del pubblico, il sacrosanto interplay con gli spettatori, le possibilità di incontrare il gradimento di un agente o promoter aumentano poiché il tutto lo farà sentire coinvolto il doppio. Naturalmente, anche qui ci sono vantaggi e svantaggi, dal momento che organizzare in proprio una serata presenta le già elencate difficoltà, ma l’importante è ovviamente agire. DECARTA NOVEMBRE 2013


In Inghilterra non solo gli spazi per suonare sono innumerevoli, ma anche in spazi meno ortodossi, di tanto in tanto, lo si può fare, come nel caso di un singolare festival, il SoundTracks, a cui partecipammo in primavera. Si tratta di una rassegna musicale itinerante che si svolge nientemeno che su dei treni della rete londinese, precisamente sulle carrozze dell’Overground, sulle quali si esibiscono vari artisti in versione acustica offrendo una colonna sonora ai viaggiatori… figata pazzesca. Partecipammo in formazione completa, con chitarra acustica, basso, voce e cajon, uno strumento a percussione a forma di grosso cubo, percorrendo due tratte di due treni diversi; ricordo con un sorriso ebete che mi trafigge il viso da parte a parte la nostra goffaggine generale nel dover correre da un treno all’altro con in mano strumenti e amplificatori, le innumerevoli cadute sfiorate per un pelo durante le curve (grazie anche a una tatticissima spaccata alla Johnny Ramone) e il nostro istrionico Nathan che cantava girovagando per le carrozze, con noi confinati nelle nostre postazioni dalla cavetteria e dal cajon, sogghignanti al suo show, insomma un’esperienza diversa dal solito, ahimé molto breve ma intensa, la rifarei ben volentieri.

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n’altra esperienza che vi racconto con piacere è relativa a un’altra strada decisamente da battere per i musicisti emergenti, non solo in UK ma a tutto mappamondo, ossia i concorsi musicali, in questo caso non parlo di rassegne a livello rionale, né regionale, né tantomeno nazionale, ma addirittura internazionale. Agli inizi del 2013, ci iscrivemmo al concorso indetto dalla catena degli Hard Rock Cafè di tutto il mondo, un concorso la cui prima manche si svolge via internet e, arieccolo, via Facebook. Caricando una delle nostre canzoni sul portale ReverbNation, entrammo insieme a svariate altre centinaia di band britanniche in questa prima fase di votazione, basata tutta, indovinate un po’, sul numero di “mi piace” che vengono appioppati al proprio brano. Ricordo ancora l’ultima mezz’ora di votazioni: la nostra fan-base era ancora abbastanza spitinfia se paragonata a DECARTA NOVEMBRE 2013

quella di tanti altri gruppi in gara ed eravamo scesi lontano dalla top ten, quindi stavamo per perdere la possibilità di suonare sul prestigioso palco del primo storico Hard Rock Cafè, ma una efficientissima task-force composta da me, Nathan, la sua gentil consorte Angela, mia sorella Alessandra e mio cognato Simon, e la nostra ex-batterista Paula, effettuò un vero bombardamento telematico, tra telefonate, SMS e chat di Facebook, riuscendo a farci guadagnare tanti voti quanti ne servirono, all’ora del proverbiale “stop alle telefonate”, a farci schizzare al quarto posto della classifica finale e a farci entrare in una delle tre semifinali britanniche.

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ezz’ora al cardiopalma passata a osservare spasmodicamente chi ci superava o precedeva, sembrava di stare all’ippodromo di Capannelle, ma poi il trionfo, euforia alle stelle, imminenti brindisi virtuali con il resto della band via telefono e di persona alle prove successive, briefing tecnico con l’organizzazione, ed eccoci là, dove ebbe inizio una leggenda e dove tante altre ne passarono lasciando un pezzo di esse. Al piano inferiore dell’Hard Rock londinese, era allestito il palco che avremmo diviso con altri due gruppi, abbastanza piccolo, ma d’altronde non era uno spazio destinato primariamente alla musica dal vivo; alla destra della mia postazione, la giacca di Iggy Pop con sotto una foto in cui il nostro eroe sembrava dire a Nathan “mi raccomando, metti bene a frutto la mia lezione”, a sinistra una camicia di Billy Idol e un disco d’oro degli Eurythmics, davanti a noi una Gibson suonata e sfasciata da Lenny Kravitz, da un altro lato ancora il bastone di cristallo di Prince epoca Purple Rain, il giubbotto di Madonna, e così via, memorabilia che spuntavano come funghi fino al camerino, dotato di comfort vari e frigo con bibite, insomma la nostra prima vera serata da rockstar. L’apice della nostra esibizione fu indubbiamente Nathan che, al momento di massimo spannung, si tolse giacca e camicia sfoggiando una canottiera con su scritto Do The Monkfish, il titolo di uno dei nostri tormentoni… l’Hard Rock esplose.

Vai su Decarta online per il video di Katy Don’t Worry eseguita dal vivo dai The Nevertones all’Hard Rock Café di Londra.

Purtroppo non vincemmo, ma la cosa non mi ha certo demoralizzato: con un concorso del genere, sapevo che le chances di passare alla finalissima sarebbero state bassine, visto l’enorme numero di partecipanti in tutto il mondo. Per tutti noi fu un’occasione per suonare in uno spazio di grande prestigio, farci sentire da una nuova fetta di pubblico, ma soprattutto venire a contatto con persone che ci avrebbero dato feedback utili su di noi, dal momento che la giuria era composta da personaggi di stazioni radio e organizzazioni musicali di grande fama nazionale, nonché James Walsh, cantautore e leader degli Starsailor (Alcoholic, ve la ricordate?) i quali rimasero colpiti da noi, pur non essendo riusciti a conquistare il primo premio – la votazione era in parte affidata anche, guarda caso, al numero di fan di ciascuna band presenti alla serata, e noi eravamo la band più recente – apprezzarono molto sia le canzoni, che l’esecuzione, che le doti di frontman del nostro Nathan, paragonato addirittura a personaggi come Jarvis Cocker dei Pulp e Morrissey. Per noi, quella fu già da sé una vittoria non indifferente. E su questa nota, vi regalo un pezzetto delle emozioni di quella memorabile serata all’Hard Rock Cafè: il videoclip del nostro primo singolo e cavallo di battaglia Katy Don’t Worry eseguito in quella fantastica cornice. Alla prossima puntata, amici decartiani!

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incontri

Cultura dell’integrazione Intervista a Bengasi Battisti, sindaco di Corchiano. Martina Giannini | martina.giannini@decarta.it

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rima di scrivere un articolo c’è una fase, che oscilla tra l’uno e i due giorni, in cui apro OpenOffice e fisso il foglio bianco. Lo fisso per delle ore, scrivo e cancello, (ri)scrivo e (ri)cancello, il risultato è sempre lo stesso: il foglio è di nuovo bianco, io non ho concluso nulla e il tempo scorre. Al termine di questa fase apro il dizionario e cerco la parola chiave del discorso che vorrei affrontare, è praticamente sempre così, novantanove volte su cento. In questi 8.000 caratteri, più o meno, vorrei riuscire a parlare di immigrazione interna ed esterna all’Italia, vorrei che il lettore non pensasse al mio essere buonista o moralista. Mi piacerebbe solo si pensasse all’immigrazione non come una parola astratta, un movimento vago, proprio come la usano gli “uomini di potere”, ma sopratutto che non si pensi solo a qualcosa di illegale. Apro il dizionario alla voce “Immigrazione” e trovo un esempio che mi spinge a riflettere: “I problemi dell’immigrazione italiana in Svizzera”. Ebbene sì, per chi troppo spesso lo dimentica anche noi siamo migranti, lo siamo dagli albori. In quanto migranti abbiamo nella nostra storia tragedie, come il naufragio del Sirio, che causò la morte di quasi 300 italiani, ma si crede che questi possano essere stati addirittura 500, davanti alle coste spagnole di Cartagena. Questo incidente lo canta anche De Gregori “Urtò il Sirio un orribile scoglio, di tanta gente la misera fin”, ricorda di padri e madri che cercano di recuperare i propri figli inghiottiti dalle onde del mare. Accade sempre che queste tragedie finiscono per essere esse stesse inghiottite, con il diventare solo notizie. Si fa il servizio con 24

la giornalista tra i resti delle navi, si vede qualche foto dei superstiti, compaiono commenti sui social network dei vari politicanti inesperti, quelli che so tutto io. Quelli che magari ti dicono che “la morte l’hanno cercata, sono solo clandestini”, ma dimenticano che prima di questo sono esseri umani. Meglio ancora la categoria delle perenni faccine tristi, del “mi dispiace molto” solo per qualche mi piace dei soliti quattro amici. Onestamente la mia vuole essere una critica alla spersonalizzazione che molti subiscono dai social network, ma in primo luogo a quelli che non vogliono pensare alla realtà dei fatti. A corpi privi di vita, con nomi che mai si sapranno, in sepolture su cui non andrà mai nessuno a piangere. Questa riflessione mi ha portata ad intervistare Bengasi Battisti, sindaco del Comune di Corchiano, che ha lanciato un appello riguardante l’immigrazione. Lei ha lanciato un appello riguardante il tema dell’immigrazione. In cosa consiste? Cosa l’ha spinta a questo gesto? «L’ennesima e, disgraziatamente, annunciata tragedia avvenuta al largo delle coste dell’isola di Lampedusa che ha visto tanta morte e disperazione ha sconvolto il mondo. Donne, uomini, bambini che muoiono in quel modo terribile scuotono le coscienze e impongono gesti di solidarietà e di denuncia da parte di ogni Istituzione. Quei migranti sono esseri umani, quasi sempre in fuga da guerre e persecuzioni, e le loro grida di aiuto e di speranza non possono cadere nel vuoto. Quelle immagini terribili e le parole del Sindaco di Lampedusa, che ho avuto modo di apprezzare per la sua sensibilità, mi hanno indotto a proporre alla

giunta comunale di Corchiano l’appello “Non possono più morire così”. L’appello ha preso in prestito le parole pronunciate dal sindaco, Giusy Nicolini, di fronte all’ennesima tragedia del mare e vuole essere uno strumento per tentare di andare oltre la rabbia e l'indignazione, per un nuovo protagonismo dei Governi locali nella diffusione di culture di integrazione e di accoglienza affinché questo mondo di speranze negate e di sogni infranti trovi solidarietà dalla sponda a cui si rivolge. L’appello si rivolge in particolare all’Unione europea affinché promuovano politiche inclusive e rispettose dei diritti umani e soprattutto per intervenire con coraggio evitando simili tragedie.» Ha ricevuto supporto, nella sua iniziativa, da parte degli altri rappresentanti dei comuni della Tuscia? «Il nostro appello è stato messo in rete dall’Associazione Comuni virtuosi e ha raccolto molte adesioni sia da parte di singoli che di Istituzioni. I primi firmatari sono i Comuni di Corchiano, Monsano (Ancona), Colorno (Parma), Camigliano (Caserta), Melpignano (Lecce), Ponte nelle Alpi (Belluno), Mirabello Monferrato (Alessandria). Sul sito dei comuni virtuosi è ancora possibile sottoscrivere l’appello.» In quale modo, secondo lei, l’Italia dovrebbe attuare una politica di accoglienza per gli stranieri? «In Italia va immediatamente cancellato il reato di clandestinità previsto nella legge Bossi-Fini perché contrasta con il diritto internazionale, va posta fine alla strumentalizzazione della frontiera di DECARTA NOVEMBRE 2013

© Tiziano Casalta | Dreamstime.com

xenofilia


Lampedusa per alimentare le ansie da “invasione” e costruire approcci esclusivamente di sicurezza, ritornando alle ragioni e alle storie di quei migranti che fuggono da luoghi dove le ingiustizie li rendono gli ultimi della terra. Insomma credo che prima di tutto sia necessario l’abbandono della retorica e un nuovo protagonismo per affermare una politica europea senza detenzione, respingimenti, cittadinanze negate e diritti violati. L’Italia proprio per la sua storia di migrazione e di sofferenze deve promuovere “luoghi di accoglienza europea” dove siano garantiti i diritti umani e il diritto Internazionale. Quel lembo di mare ha inghiottito 20.000 disperati negli ultimi anni e un immediato canale umanitario deve essere la risposta a questa immensa e insopportabile tragedia umana.» Nella sua vita, oltre ad essere Sindaco del Comune di Corchiano, lei è chirurgo d’urgenza. La sua professione l’ha portata a partecipare a missioni sanitarie in Africa e America Latina. Cosa l’ha spinta ad affrontare questi viaggi? Cosa le è rimasto?

DECARTA NOVEMBRE 2013

«Come medico ho avuto l’opportunità di collaborare con Medecins Sans Frontieres, associazione umanitaria che opera in tutto il mondo per affermare il diritto di accesso alle cure e denunciare le violazioni ai diritti umani, in queste missioni ho soprattutto compreso che le vere vittime innocenti delle guerre e dei conflitti sono donne e bambini. Operare in quei contesti dove portare cure e cibo significa dare dignità e speranza all’essere umano, insegna principalmente a essere cittadini del mondo e a comprendere che ogni nostro gesto può modificare quel destino terribile che colpisce tante popolazioni del mondo. Ho imparato a pensare globale in ogni azioni quotidiana a partire dai gesti più comuni, come chiudere il rubinetto dell’acqua mentre mi rado la barba. Sono luoghi lontani e solo vivendoci si capisce quanta influenza abbiano i nostri stili di vita sulle ingiustizie umanitarie e quanto ognuno di noi può fare per costruire un mondo migliore.» Oggi, sopratutto tra i giovani, vi sono numerose manifestazioni di intolle-

ranza nei confronti degli immigrati. Come crede si possano sensibilizzare le persone ad una politica di accoglienza? «I giovani sono facili vittime di quella strumentalizzazione che ha trasformato i disperati in invasori , i richiedenti asilo in delinquenti e il diverso come qualcuno da temere. È necessario ricostruire un modello sociale fondato sull’economia del dono, sulla condivisione, sulla conoscenza e sulla partecipazione poiché “nessuno si salva da solo”. Conoscere l’altro e comprendere il valore della diversità si può fare attraverso progetti e iniziative con le scuole e con i portatori di interesse collettivo affinché le comunità siano capaci di vedere nei nuovi cittadini una opportunità di vera crescita culturale e economica. Principalmente è necessario rimuovere quelle paure ingiustificate e prodotte da una propaganda scellerata che sono alla base dei sentimenti di intolleranza. Ogni giorno, però, abbiamo modo di apprezzare tanti giovani che, con il loro impegno nell’affermazione di culture dell’accoglienza e le loro azioni concrete di solidarietà, rappresentano la vera speranza nel futuro.»

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università

incontri

Intervista a Tim Willocks Lo scrittore inglese ospite all’inaugurazione dei corsi Disucom. Martina Perelli | martina.perelli@decarta.it - Foto di Sabrina Manfredi influenza il Willocks scrittore? «La mia attività di psichiatra influenza sotto molti aspetti quella di scrittore, almeno a livello inconscio. Essere uno psichiatra significa costruire con il paziente un rapporto empatico, capirlo nel momento per lui più difficile, sapere cosa sta provando. Questo tipo di atteggiamento è fondamentale anche nella scrittura e nella costruzione di un personaggio.»

Tim Willocks nel corso dell’intervista con Martina Perelli, insieme a Manuel Gabrielli e al dott. Federico Meschini (Unitus) che ha cortesemente accettato di fare da interprete.

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e hai dei buoni amici quello che succede dopo un incontro per te importante è che i suddetti ti chiedano come sia andata. Quando mi è stato chiesto “Allora? Com’è Tim Willocks?”, io molto stupidamente ho risposto: “Ha gli occhi azzurri degli uomini del nord”. Ora, ci sarebbero mille e più interessanti osservazioni da fare sul suddetto ma quello che immediatamente mi ha colpito è stato questo: il suo sguardo disponibile eppure algido, la postura reclinata in avanti nel rispondere alle domande che gli venivano poste e la disponibilità di uno che ha visto tanto ma si presta anche all’intervista di un giornale appena nato e a lui di certo non noto. Tim Willocks è il tipo di persona piacevole da intervistare, soprattutto se hai appena ascoltato un suo discorso e ne sei rimasta folgorata. Tim Willocks è un omone di circa due metri dalla chioma fulvida che si presenta in giacca e cravatta non dimenticando di abbinare ogni dettaglio del suo completo: cravatta arancione su una giacca con rifiniture 26

arancioni. È un omone che visto così può incutere timore, poi improvvisa una scenetta di canto davanti ad una platea gremita e capisci che tanto temibile non può essere. È lo stesso uomo di cui il gossip dice abbia avuto una relazione con Madonna, che ha una laurea in medicina e che per anni si è occupato di riabilitazione psichiatrica. È uno che in poco meno di sessant’anni ha vissuto almeno due o tre vite e scrive egregiamente, che si tratti di romanzi o sceneggiature. Ha pubblicato otto libri di successo e sta lavorando al terzo episodio della Trilogia di Mattias Tannhauser. Ha firmato la sceneggiatura de Lo straniero che venne dal mare e collaborato con personaggi del calibro di Steven Spielberg. Ecco, questo uomo, questo professionista, era a Viterbo in data 15 ottobre per inaugurare il nuovo anno accademico del Disucom ed io ho avuto la possibilità di porgli qualche domanda. Lei è un medico con anni di attività alle spalle: quanto il Willocks psichiatra

Lei è sia scrittore che sceneggiatore: quali differenze ci sono tra lo scrivere per un lettore e lo scrivere per uno spettatore? E quale dei due linguaggi, letterario e cinematografico, predilige? «Sono due tipi di scrittura molto diversa: nella composizione di un romanzo sei il regista, lo sceneggiatore, l’attore ed hai piena libertà nel lavoro. Quello che ti viene richiesto quando appronti una sceneggiatura è molto diverso: hai un piccolo ruolo all’interno di un enorme meccanismo che altri andranno a completare, a te è richiesto di preparare una sorta di “piano tecnico” che poi passerà nelle mani di altri professionisti. Quella della sceneggiatura poi è una scrittura essenziale, diretta: mi basterà scrivere “esterno giorno” per riassumere quello che nel libro descriverei con molte più parole e che invece in un film sarà raccontato dalle riprese.» Il suo romanzo Bad City Blues è diventato anche un film: lo percepisce ancora come una sua opera? Qual è il rapporto tra libro e film una volta avvenuta la trasposizione cinematografica? «Questo è un problema comune tra noi scrittori, nel caso specifico il film Bad City Blues non è proprio l’opera che avrei voluto fosse: il regista ed io avevamo due visioni diverse. Il romanzo è lo strumento dello scrittore come il film lo è del DECARTA NOVEMBRE 2013


regista, è inevitabile che siano due opere diverse. Soprattutto alla luce del fatto che quella della sceneggiatura è una scrittura piena di spazi bianchi che il regista va a colmare con una sua personalissima interpretazione. C’è poi da dire che lo scrittore non è il migliore dei giudici quando c’è da valutare la trasposizione di una sua opera: celebre l’esempio di Stephen King che bocciò il film The Shining da tutti celebrato come un capolavoro. È inevitabile che lo scrittore sia, come dire, un po’ di parte.» La narrativa di genere è da sempre bollata col marchio di letteratura di serie B: lei che la pratica con successo come spiega questo atteggiamento? «Il pubblico ama la letteratura di genere e, a mio avviso, non dovrebbe esistere nessuna distinzione tra alta e bassa letteratura. Dovremmo prendere esempio dal cinema, un’arte dove questa distinzione non esiste e un ottimo regista può girare un film di genere senza che la sua carriera ne risenta, senza contare che troviamo film di genere d’altissima qualità. Il mio pensiero torna a Shining di Kubrick. Dirò oltre: la produzione letteraria di genere ha una marcia in più, come le fiabe usa metafore e simbolismi per raccontare le battaglie della vita quotidiana trasportandole su un piano immaginifico che affascina e rapisce il lettore.» Nei suoi libri ricorrono spesso i temi della morte e delle follie paranoidi: perché le piace tanto indagare nella degenerazione dell’animo umano? «Parte del merito, se così lo vogliamo chiamare, deriva dai miei gusti personali: sono queste le tematiche dei libri che ho sempre amato. In secondo luogo parlo di morte, follia e paranoia perché sono queste le grandi tematiche della vita di ognuno di noi, sono ciò che ci unisce: basta guardare indietro alle tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide per capire che questi temi interessano l’uomo da sempre.» Dalla degenerazione dell’animo umano ad un libro di narrativa per ragazzi come Doglands: quanti scrittori è Tim Willocks? «So per certo che non sono tanti scrittori come vorrei essere. Nel mio caso riporto DECARTA NOVEMBRE 2013

tutto al cinema: i film mi hanno influenzato più dei libri e, come nel cinema nessuno si scandalizza se il regista fa un repentino cambio di genere, perché stupirci quando si tratta di letteratura? Quello di Doglands poi è un caso tutto particolare: in un certo senso s’inserisce nella tradizione di Orwell e de La fattoria degli animali e racchiude un piano

sociologico molto forte. Non solo letteratura per ragazzi, quindi.» Ha pubblicato quest’anno il secondo episodio della Trilogia Tannhauser: sta lavorando sul capitolo conclusivo? Cosa dobbiamo aspettarci? «So che il romanzo sarà ambientato nel XVI secolo, ma non so dire di più. La mia scrittura va di pari passo con l’evolversi della storia dei protagonisti e non so ancora cosa accadrà loro. Nel primo libro il mio protagonista perde la famiglia, nel secondo ne trova un’altra e ora, nel terzo e ultimo capitolo, dovrà imparare a fare i conti con questa nuova realtà.» Quindi la sua scrittura si compone di pagine nate grazie all’ispirazione di un momento invece che di uno schema ben preciso… «Non sono tecnico nella scrittura, anche se esserlo mi sarebbe di grande aiuto. I miei romanzi sono visioni oniriche, sembrano quasi apparirmi e io riporto ciò che l’immaginazione mi suggerisce.» Non è la sua prima volta in Italia: le piace il nostro Paese? «Io amo l’Italia, ne amo la gente e la cultura. Ho un aneddoto sulla mia prima avventura italiana: era il 1978 ed ero ancora uno studente. Partii da Londra in autostop per arrivare fino a Genova e poi ripartire alla volta di Monaco. Sfortuna volle che ad un certo punto mi ritrovassi a fare l’autostop in un punto dell’autostrada in cui non avrei potuto sostare. Arrivò un poliziotto, mi fece una multa e mi accompagnò fuori il casello autostradale lasciandomi nel primo punto utile in cui mi era consentito continuare a cercare un passaggio. Fatto sta che per l’intera giornata nessuno volle “darmi uno strappo”, fortunatamente avevo con me un sacco a pelo e passai lì la notte. La mattina seguente ecco tornare lo stesso poliziotto: mi riconobbe, fermò la macchina, mi offrì un panino e una bibita e mi portò via con sé. Poco dopo ero di nuovo nel punto dove mi aveva prelevato il giorno precedente, di nuovo a chiedere un passaggio e questa volta col suo benestare. Dopo poco un’autista mi caricò in macchina. Una vera avventura e lui un poliziotto molto gentile!» 27


università

promozione

Disucom: il polo umanistico dell’Università della Tuscia Una vera e propria vocazione territoriale. A cura della Redazione - Foto di Manuel Gabrielli

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n un ambiente di pregio come il complesso di Santa Maria in Gradi si svolgono ogni giorno le attività del Disucom, Dipartimento di Scienze Umanistiche della Comunicazione e del Turismo. Convento prima, carcere poi, il complesso ospita ora gli studenti che hanno scelto d’investire su una formazione umanistica, una scelta dettata dalle numerose opportunità che la città di Viterbo ha da offrire: questo affascinante borgo medievale annovera una tradizione culturale d’indicibile valore, segnando la storia sin dai tempi dell’insediamento etrusco e lasciando traccia di sé nei musei. I Papi in tempi successivi ne hanno fatto la propria sede, facendo vivere ai vicoli di Viterbo una Storia con la ‘S’ maiuscola, viva più che mai in questo o quello scorcio medievale, le cui testimonianze esposte alle intemperie e alle ingiurie dei secoli continuano ad esistere. Per chi a Viterbo è nato e cresciuto, per chi l’ha scoperta più tardi e per chi la deve ancora scovare, scegliere il Disucom risulta una scelta valida: scoprire la 28

cultura partendo da casa nostra, aprirsi ad una formazione interdisciplinare radicata sul territorio per essere i professionisti di domani. Il Dipartimento punta a valorizzare il settore umanistico a trecentosessanta gradi e lo fa preservando l’antico, ma gettando uno sguardo sulla modernità. Permette così agli studenti di oggi, nati in un mondo globalizzato, di potersi rapportare alle nuove necessità professionali. In questo senso il Disucom offre un ventaglio di mete Erasmus Mundus notevole, tra le quali ricordiamo Lisbona, Madrid, Londra, Parigi e Brasilia. Oltre alle numerose attività di relazioni internazionali, supporta i suoi studenti attraverso laboratori di lingua cinese e giapponese nella piena consapevolezza della necessità di aprirsi a culture che sempre più rappresentano la forza trainante dell’economia globale. Ai laboratori linguistici si aggiungono quelli informatici, cinematografici, teatrali, cosicché ogni studente possa esprimere e coltivare le sue attitudini e ambizioni personali. DECARTA NOVEMBRE 2013


Contatti

Dipartimento di Scienze Umanistiche, della Comunicazione e del Turismo Via Santa Maria in Gradi, 4 01100 Viterbo Segreteria del Dipartimento tel. 0761 357660 tel. 0761 357604 e-mail: didattica.disucom@unitus.it

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’offerta formativa si articola su tre diversi corsi di laurea, tutti volti a fornire agli studenti la preparazione necessaria per muoversi con successo nel mondo di oggi: due lauree triennali e una magistrale. Il corso di laurea L-10 Scienze Umanistiche si divide in due curricula: - Studi linguistici, letterari e storici; - Organizzazione turistica e delle attività culturali. Il corso forma gli operatori culturali di domani pronti a lavorare nel campo dell’editoria e dei media come redattori, così come coloro che vorranno dedicarsi alla pianificazione turistica e all’organizzazione di eventi culturali. Il corso L-20 Scienze della Comunicazione ha precisi obiettivi formativi: permette allo studente di acquisire una solida preparazione di base su tutti gli aspetti e le tecniche della comunicazione; di maturare le competenze indispensabili per operare nel giornalismo e nell’editoria, per lavorare nella radio e in televisione, nei nuovi media e in pubblicità. Lo studente può inoltre avvalersi di laboratori digitali, video e media che lo DECARTA NOVEMBRE 2013

aiutino ad approfondire e mettere in pratica quanto appreso. Gli sbocchi professionali sono molteplici: il laureato potrà ricoprire il ruolo di specialista nella pubbliche relazioni e nelle scienze sociologiche; di revisore di testi, anche specialistici e pubblicitari; di operatore ad ogni livello delle aree tecnologica, sociologica e artistica. Le due lauree triennali trovano un continuum nel corso LM-14 Filologia moderna, articolato nei due curricula: - Filologia moderna; - Scienze delle Lettere e della Comunicazione. Il laureato magistrale ha la possibilità di svolgere numerosi ruoli e mansioni: funzionario culturale, coordinatore e ideatore di attività alla cultura correlate, lessicografo, nonché redattore in campo editoriale e pubblicitario. Tutto questo e molto altro è il Disucom: struttura organizzata a misura di studente, dove non si è solo un numero di matricola ma un soggetto con proprie specificità. È formazione di qualità per i futuri professionisti di qualità. 29


università

report

© Massimo Giacci | sguard(di)versi

Assemblea nazionale Ausf Italia Report della delegazione di Viterbo ospite sul Monte Faito. Ausf Viterbo

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ccoci tornati! Ebbene sì, i giovani ausfini rientrano dall’esperienza dell’Assemblea nazionale AUSF Italia che ogni anno viene organizzata da una diversa sede universitaria all’interno della quale si riuniscono gli studenti forestali iscritti all’AUSF. I giovani ausfini rientrano nelle proprie sedi più consapevoli della motivazione e degli scopi dell’Associazione, più entusiasti da ciò che hanno visto e vissuto, più uniti dallo spirito di gruppo creatosi. L’Assemblea nazionale AUSF Italia ci ha visto ospiti, quest’anno, nel territorio della Campania, in particolare nella zona del Monte Faito (NA) e del Parco Nazionale del Vesuvio. Quest’evento svoltosi dal 24 al 29 settembre aveva un tema relativo al territorio in cui è collocata la facoltà di Agraria e quindi la sede AUSF, e che quest’anno riguardava la “Gestione e valorizzazione degli ambienti costieri”. Nei 5 giorni infatti gli studenti hanno avuto modo di conoscere la realtà locale sia attraverso lezioni con docenti sia tramite escursioni. In particolare è stato apprezzato per la sua chiarezza e disponibilità il prof. Migliozzi dell’Università degli Studi di Napoli che, nella struttura dove hanno alloggiato i partecipanti all’Assemblea chiamata “Casa del giovane Don Orione”, ha tenuto un’interessante le30

zione relativa alle “Dinamiche di uso del suolo nello studio dell’evoluzione del paesaggio”. Insieme al docente si è quindi discusso sulle dinamiche e i cambiamenti del paesaggio che nella regione Campania sono stati particolarmente repentini negli ultimi 50 anni: la veloce urbanizzazione ha creato una connessione di territori urbani tali da ridurre i terreni agricoli e boscati. La piana campana è infatti uno dei luoghi più fertili al mondo, e questa repentina trasformazione ha creato disordine e disequilibrio. Il più grande fattore di rischio legato alla perdita di frammentazione dei vari usi del suolo conseguente all’urbanizzazione è l’interfaccia urbano-bosco: questa è una situazione pericolosa sia per gli incendi che per la stabilità dei versanti. Il messaggio ultimo espresso è che ogni nostra azione si ripercuote su quella di tutti quanti. Seconda lezione interessante ha riguardato la descrizione dei significati delle singole specie arboree dall’alfabeto lunare: così la betulla è vista come albero degli inizi, il sorbo selvatico come protezione dalle stregonerie, il frassino contro l’annegamento, l’ontano è intaccabile dall’acqua, il salice contro dolori e febbri reumatiche, il biancospino come albero infausto, la quercia simbolo di regalità e forza, l’agrifoglio è accostato alla nascita DECARTA NOVEMBRE 2013


e alla passione di Gesù, il nocciolo come albero della saggezza, la vite che dona gioia e ira, l’edera si lega alla resurrezione, il sambuco selvatico è legato alla regalità mentre il sambuco nero è l’albero della morte. Un ulteriore incontro nella sala conferenze della struttura si è svolto insieme ad un rappresentante del Collegio degli Agrotecnici che ha spiegato e chiarito le condizioni e le dinamiche pre e conseguenti l’abilitazione all’esercizio della professione: requisiti per l’esame, competenze richieste nei bandi, possibilità lavorative tramite la creazione di spin-off con l’università, di cui validi esempi sono Padova e Reggio Calabria.

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arallelamente agli incontri didattici e non, si sono svolte escursioni sul Monte Comune dove sono evidenti esempi di abbandono di terrazzamenti insieme ad esempi di cedui di castagno utilizzati dalla gente locale, e sul Monte Faito dove dal basso verso la cima (1.100m s.l.m.) si assiste al passaggio dalla suggestiva faggeta ad un ambiente più caratteristico di macchia me-

DECARTA NOVEMBRE 2013

diterranea con specie di leccio, mirto, cisto e felce aquilina. Le AUSF che in quest’occasione si sono incontrate hanno avuto modo, nel corso di più riunioni, di esporre le attività svolte da ogni sede nel corso dell’anno, di affrontare le problematiche riscontrate da ogni AUSF e che spesso sono comuni a tutti come il coinvolgimento di studenti universitari ai primi anni e l’organizzazione di uscite didattiche riconosciute dalla facoltà attraverso crediti formativi, ma anche di proporre gli obiettivi dell’Associazione per il prossimo anno ed infine di effettuare il cambio delle cariche del direttivo. Così da una mescolanza di condivisione di idee e problemi, di canti e danze serali, di sudore per la fatica sempre appagato da una vista che dalla cima di una montagna sembra scavalcare l’orizzonte, da saluti un po’ malinconici all’ultimo giorno, è nato un nuovo direttivo, una nuova unione tra tutti che come una corda spessa non si spezzerà anche se tesa e ci porterà a ritrovarci e riabbracciarci tutti al prossimo evento.

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Decarta - 05 / 2013