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ISSN 1827-8817 20505

mobydick ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA

he di cronac

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 5 MAGGIO 2012

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Oltre alle presidenziali francesi, domenica ci sono le politiche greche. E lunedì torna al Cremlino lo Zar Putin

Un referendum sulla Merkel Si vota in Francia, Grecia e Länder tedeschi: domenica di fuoco per la cancelliera Che vinca Hollande o Sarkozy, l’asse con Berlino è finito. Gli aiuti per la crescita e gli eurobond torneranno in primo piano. A meno che ad Atene non passi la linea dell’addio alla moneta unica L’ANALISTA INGLESE

Domani le amministrative, da Genova a Palermo

Londra è già pronta a prendere in mano le redini dell’Unione

Alle urne anche in Italia. E il Pdl teme il tracollo

di George Friedman el 1939 la Gran Bretagna controllava un quarto delle terre del pianeta e un quinto della popolazione mondiale. Cinquanta anni dopo i suoi possedimenti al di fuori delle isole britanniche sono diventati irrilevanti. a pagina 4

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Si vota (anche lunedì) in oltre mille comuni: un’occasione preziosa per capire il reale stato di salute dei rapporti tra cittadini e istituzioni Francesco De Felice • pagina 6

Intervista a Giorgio La Malfa

«L’unica soluzione è riscrivere Maastricht. Ma chi può farlo?» «Siamo all’ultima spiaggia: i prossimi Parlamenti nazionali avranno una massiccia presenza antieuropea. Ecco il risultato della totale assenza d’una politica continentale unitaria» Riccardo Paradisi • pagina 3

Caro Monti, da martedì devi cambiare strada di Enrico Cisnetto

di Bernd Ulrich e prossime cinque elezioni trasformeranno profondamente la Germania. I due appuntamenti regionali di domenica e del 13 maggio diranno se la più potente leader d’Europa ha ancora la possibilità di conservare le redini del potere. a pagina 5

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Al via i rimborsi dell’Iva Un piano da due miliardi dopo le polemiche di Franco Insardà

ra basta, bisogna voltar pagina. Se da un lato, infatti, non sarebbe certo l’anticipo delle elezioni a risolvere i problemi di una situazione politica che ogni giorno diventa sempre più deteriorata – a oggi non sappiamo neppure quali formazioni concorrerebbero e con quale normativa ne sarebbero conteggiati i voti – dall’altro lato, è altrettanto vero che il governo Monti non può semplicemente sopravvivere galleggiando fino alla prossima primavera. Subito dopo le amministrative, dunque, occorre dare una sterzata riempiendo di contenuti il poco ma non inesistente tempo che ci separa dalla fine della legislatura. Come? Ci sono tre cose da fare subito. a pagina 6

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CON I QUADERNI)

Berlino si gioca il suo futuro (non solo economico)

Ieri dolore e rabbia a Bologna per la «marcia delle vedove»

Gianni Letta e Giuliano Amato nel governo

EURO 1,00 (10,00

L’ANALISTA TEDESCO

• ANNO XVII •

ROMA. C’era la foto di Giuseppe Campaniello in testa al corteo delle “vedove bianche”che si è svolto ieri a Bologna. La manifestazione è stata organizzata da Elisabetta Bianchi, figlia di un imprenditore, e da Tiziana Marrone, la moglie di Campaniello, l’artigiano di Ozzano Emilia che si è dato fuoco lo scorso 28 marzo per debiti con il fisco. La vedova Campaniello ci ha tenuto a precisare: «Ci dissociamo dai fatti di Bergamo, queste cose non si fanno. Ma capisco lo stato d’animo di queste persone». a pagina 8 NUMERO

85 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


È stato chiamato il nuovo «D-Day»: mai come questa volta i destini dell’Unione appaiono connessi a quelli dei singoli governi

Il giorno del giudizio

Francia, Grecia, Germania, Serbia: per la prima volta, delle elezioni nazionali hanno un enorme significato globale. Ben oltre i trattati di Enrico Singer arigi, Atene, Berlino, Belgrado ed anche Mosca. Quella che si sveglierà la mattina del 7 maggio sarà un’Europa molto diversa. In Francia domani ci sarà il duello finale Sarkozy-Hollande che deciderà chi avrà le chiavi dell’Eliseo e della politica di uno dei Paesi determinanti della Ue, l’altro polo dell’asse con la Germania che è in crisi e che sembra destinato a incrinarsi sempre più. E ci saranno le elezioni in Grecia che, secondo tutte le previsioni, rivoluzioneranno i rapporti di forza tra i partiti che sostengono il governo quasi-tecnico dell’ex governatore della Banca centrale ellenica, Lucas Papademos, e che potrebbero premiare le forze che predicano l’uscita dall’euro e dalla stessa Unione europea. Elezioni regionali, invece, in uno dei länder tedeschi più settentrionali, lo Schleswig-Holstein, che saranno un test significativo per la tenuta della coalizione del governo di Angela Merkel che, dopo una settimana, dovrà affrontare anche la prova del voto nel Nord Reno-Westfalia, il più popoloso länd del Paese. Elezioni presidenziali e politiche anche in Serbia con lo scontro tra il moderato Boris Tadic e il conservatore Tomislav Nikolic e, ancora una volta, con le prospettive di d’integrazione questo pezzo dei Balcani nel resto del Continente come po-

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sta in gioco. Nelle stesse ore in cui arriveranno i risultati di un intreccio di voti davvero inconsueto – al quale bisogna aggiungere anche la consultazione amministrativa in Italia – lunedì, Vladimir Putin giurerà al Cremlino come presidente e tornerà a indossare le insegne di zar cedendo la poltrona di primo ministro a Dmitri Medvedev in una staffetta che sembra ormai la formula obbligata per guidare la democrazia imperfetta di una Russia ben determinata a riconquistare il rango di grande potenza. Prima di tutto in Europa. Ma in quale Europa? I tanti appuntamenti elettorali di domani hanno, ciascuno, una evidente specificità. Ma sono anche legati da un filo conduttore unico. Sono una specie di referendum sull’Europa a guida tedesca.

LO STRAPPO FRANCESE Anche gli ultimi sondaggi confermano che François Hollande strapperà la presidenza a Nicolas Sarkozy già abbandonato da Marine Le Pen – che spera di di-

NICOLAS SARKOZY Dopo il “disimpegno” di Marine Le Pen e l’endorsement di Bayrou per Hollande, la sorte di Sarkozy sembra davvero segnata. Anche se il presidente spera ancora

ventare leader di tutta la destra – e dal centrista François Bayrou che ha lasciato ai suoi 3,5 milioni di elettori libertà di voto, come vuole il galateo politico francese, ma ha annunciato la sua scelta personale: «Io voterò Hollande». Ma anche se Sarkozy riuscisse a rovesciare tutti i pronostici così come è ancora convinto di poter fare – «sarà una guerra all’ultimo voto, ma vincerò» – nel suo secondo mandato dovrebbe almeno onorare le promesse fatte durante la campagna per recuperare i voti degli elettori delusi della droite. E le promesse di Sarkozy hanno avuto come perno centrale il rapporto della Francia con l’Europa. Dall’immigrazione (con la richiesta di modificare il Trattato di Schengen), all’economia con l’accento finalmente posto sulle misure per la crescita, oltre che sul rigore di bilancio. L’appiattimento sulle posizioni di Angela Merkel non solo hanno dimostrato che a dettare legge nell’asse era Berlino, ma hanno fatto perdere consensi a Nicolas Sarkozy che pure, nel 2007, aveva vinto con una maggioranza di quasi il 54 per cento. E che, non a caso, ha scelto per il suo disperato tentativo di rimonta lo slogan “una Francia forte” nell’intento di dimostrare che il rapporto con la Germania deve, comunque, essere rivisto. Nel caso di vittoria di Hollande lo strappo è addirittura programmatico. Con l’impegno a rimettere in discussione i termini del fiscal compact voluto da Berlino già al prossimo vertice europeo del 31 maggio. Naturalmente tutte le regole della diplomazia sa-

ranno rispettate. L’obiettivo è quello di modificare gli obiettivi e non di far saltare il tavolo. Ieri il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung ha pubblicato i verbali degli incontri tra emissari di Berlino e collaboratori di Hollande in cui si legge che in caso di cambio della guardia all’Eliseo «l’alleanza franco-tedesca per la cooperazione in Europa non sarà abbandonata» e che sul fiscal compact Parigi vuole arrivare a «una soluzione pragmatica» con le regole del rigore di bilancio che resteranno in vigore, ma «con misure aggiuntive per la crescita». Nel caso della Francia, insomma, il risultato referendum sull’Europa alla Merkel appare già scontato.

stantinos Karamanlis, si sono alternati al potere in Grecia per quasi quattro decenni. E adesso coabitano in un’alleanza in nome della salvezza nazionale. Ma sarà già un risultato soddisfacente per loro se riusciranno a ottenere, insieme, più del 50 per cento dei voti consentendo la sopravvivenza all’esecutivo in carica. Il rischio è che le altre 30 liste

IL RISCHIO GRECIA

in lizza – un record anche per la Grecia dei tanti partitini (nel 2009 se ne presentarono in tutto 23) – polverizzino il quadro istituzionale aprendo la strada all’ingovernabilità. I più pessimisti si attendono anche nuovi disordini e la polizia è in stato di allerta. I sondaggi (gli ultimi ufficiali sono di 15 giorni fa perché la legge greca non ne consente la diffusione più a ridosso del voto) prevedono l’affermazione delle estreme. A destra i neofascisti del Chrisì Avghì (Alba d’oro) e gli ultraconservatori di Rinnovare la destra, dell’Adunata popolare ortodossa o di Axioprepeia (Dignità). A sini-

Dal voto di domani dovrebbe uscire una nuova maggioranza per il governo Papademos che sta cercando di scongiurare il default del Paese al prezzo di tagli pesanti – imposti dalla stessa Ue per concedere i prestiti necessari a pagare almeno gli interessi sul debito e gli stipendi pubblici – che hanno, però, scatenato proteste violente di piazza e hanno provocato un terremoto politico nei tradizionali equilibri tra i partiti. Il Pasok, il partito socialista creato da Andreas Papandreou, padre di George, e Nea Dimocratia, il movimento conservatore fondato da Con-

LUCAS PAPADEMOS Il premier greco spera che gli estremisti di destra e sinistra non superino il 50% dei voti: solo così potrà rimanere in carica, garantendo un futuro europeo ad Atene


prima pagina

5 maggio 2012 • pagina 3

Vale la pena morire per Maastricht? Parla Giorgio La Malfa: «Siamo all’ultima spiaggia: o si rinegoziano le regole o l’euro salta» di Riccardo Paradisi l Vecchio continente trattiene il fiato in attesa che le urne francesi diano il proprio verdetto sulla corsa alle presidenziali e in vista delle tornate elettorali che si svolgeranno in altri Paesi europei. Si vota in Italia per le amministrative, in Serbia, in Germania si vota nello SchleswigHolstein e tra sette giorni del Nord-Reno-Westfalia, il più popoloso dei Länder tedeschi. Si trattiene il fiato perché le elezioni, che dovrebbero costituire la fisiologia democratica delle nazioni – sono ormai diventate fattore di instabilità economica per l’eurozona.

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L’analisi che Giorgio La Malfa fa con liberal dell’euro-crisi non rimuove le cause che hanno portato Marine Le Pen a sfiorare il venti per cento in Francia e che, nella prossima legislatura, potrebbe portare al parlamento italiano un 30% di forze antieuropeiste. «È questo il dato che emerge di più – dice Giorgio La Malfa – la crescita esponenziale e il sommarsi di forze politiche avverse all’Europa. In Francia i tre candidati europeisti hanno poco più del 60% mentre il 40% dei francesi esprime una pulsione antieuropeista. In Svezia è lo stesso; in Italia stiamo preparando un parlamento a massiccia presenza eurocritica o addirittura antieuropea. Ecco i risultati di quel capolavoro

stra, oltre al già forte partito comunista Kke, c’è una miriade di sigle vecchie e nuove: Syrize (sinistra radicale), Partito comunista di Grecia (Marxista-Leninista), Cooperazione anticapitalista di sinistra per la rivoluzione (Antarsya), Organizzazione dei comunisti Internazionalisti di Grecia (Okde), Partito rivoluzionario del lavoratori (Eek, trotskisti) e l’Organizzazione per la ricostruzione del partito comunista (Oakke). I socialisti del Pasok e i conservatori di Nea Dimocratia, guidati rispettivamente da Evangelos Venizelos e da Antonis Samaras, sperano di contenere la valanga della protesta e sembrano rassegnati a sostenere un governo di coalizione forzata. Dall’altra parte, la richiesta più moderata è quella di abbandonare l’euro.

politico dell’euro che per i modi e i tempi con cui è stato concepito ha riattivato dalla pancia del continente pulsioni antieuropee che non c’erano mai state». Un’analisi severa quella di La Malfa che peraltro non prelude a facili soluzioni. Anzi alla domanda se l’Europa possa aggiustarsi La Malfa risponde che al punto in cui siamo è quasi impossibile. «Vede siamo dentro un paradosso: tutti quelli che vogliono aggiustare l’Europa sostengono che per farlo ci vuole più Europa. Ma come fai a camminare verso una maggiore integrazione se intanto hai messo in moto le forze centrifughe dell’antieuropeismo? Chi dovrebbe spingere alla maggiore integrazione deboli governi di unità nazionale assediati da destra e sinistra da movimenti radicali antieuropei?» Movimenti la cui forza espansiva non sarà fermata da qualche esorcismo politicamente corretto. Molti antieuropeisti europei sono infatti populisti e estremisti ma ritenere l’euro un esperimento fallito non è un criterio sufficiente per essere tacciati di radicalismo e populismo. Altrimenti si dovrebbe elargire questa patente anche al nobel dell’economia Paul Krugman che qualche giorno fa sosteneva come l’unica speranza per l’Europa di cavarsela sia ormai fuoriuscire dalla moneta unica. «L’illusione eurocratica è stata che la moneta avrebbe provocato il passo avanti politico del continente.

IL TEST DELLA MERKEL Le elezioni regionali di domani nello Schleswig-Holstein sono il primo tempo di una partita che si giocherà ancora domenica 13 con il voto nel Nord Reno-Westfalia, il länd più popoloso del Paese, e che rappresenta un test importante per Angela Merkel in vista delle elezioni politiche dell’autunno del 2013. Un’eventuale doppia sconfitta dei partiti della coalizione attuale (Cdu-Csu e liberali dell’Fdp) potrebbe anche

ANGELA MERKEL Il Cancelliere teme per la sorte del suo partito nelle elezioni regionali, ma soprattutto ha paura che gli alleati liberali non superino lo sbarramento del 5%

Ne era convinto per esempio Tommaso Padoa Schioppa il quale, in un’occasione, mi disse alla vigilia dell’unità europea che la crisi economica era messa in conto ma che questa avrebbe rappresentato un tale shock nelle classi politiche da indurle a fare presto l’unità politica e a superare la crisi. S’è visto. Una teoria balzana di cui però era iperconvinto uno come Delors. Ora stiamo qui a domandarci, sulle macerie di questo esperimento fallito: si possono mettere le cose a posto? Secondo me no, come dicevo. Il contrasto che c’è dentro l’Europa non è più risolvibile. Non basta dire che c’è accordo sulla crescita. Bisogna mettersi anche d’accordo sul metodo per generare crescita. E qui s’aprono differenze d’impostazione abissale e non componibili tra keynesiani e monetaristi, differenze che potrebbe in parte ricomporre il buon senso e il pragmatismo - il presidente della Bce Draghi la pensa in questo modo in realtà – usando ora una ora l’altra leva a seconda delle congiunture. Se non fosse che qualsiasi cosa si pensi la dottrina economica europea è scritta una volta per tutte nei trattati di Maastricht. Che non prevede una banca centrale libera di agire sul tasso di cambio e che è rigidissima sulle discipline di bilancio. Credo che le misteriose dimissioni di Jean-Claude Juncker dalla presidenza dell’eurogruppo accennino proprio all’impossibilità di cambiare il punto di vista tedesco sull’immodificabilità sostanziale del trattato».

cese? «Detto chiaramente: non sono sicuro che l’euro sia compatibile con un governo di centrosinistra. Meglio, con governi che prendessero in considerazione una flessibilità del tasso di cambio. Ho paura insomma che la moneta unica possa essere resa operante esclusivamente all’interno del quadro teorico e operativo previsto da Maastricht». Non se ne esce insomma. Nemmeno con gli eurobond. «Gli eurobond che la Germania arriverebbe a concedere la Germania potrebbero essere quelli utili a finan-

I prossimi parlamenti avranno una massiccia presenza anti-europea. Ecco il risultato dell’assenza d’una politica continentale unitaria

Ma l’ottica tedesca non potrebbe mutare con una vittoria di Hollande che toglierebbe alla Germania la sponda fran-

accelerare la fine dell’esecutivo come accadde nel 2005 quando, proprio dopo il doppio tracollo di Gerhard Schröder nello Schleswig-Holstein e nel Nord RenoWestfalia, il governo rosso-verde di allora rassegnò le dimissioni tentando la carta delle elezioni anticipate: un azzardo che costò la Cancelleria a Schröder. Ma Angela Merkel non è tipo da azzardi e, comunque andranno le regionali, è prevedibile che terrà duro fino alla scadenza del suo mandato. Anche perché i risultati – almeno quelli di domani – sono in bilico per pochi voti tra la Cdu e l’Spd e decisivo sarà il risultato dei liberali che negli ultimi sondaggi sono stimati al 6 per cento, quindi oltre lo sbarramento del 5 che li lascerebbe al palo e metterebbe in difficoltà, a livello locale, la coalizione. È attesa, invece, una nuova affermazione del Partito dei pirati che, dopo i successi a Berlino e nel Saarland, potrebbero conquistare il 9 per cento dei voti. Un chiaro segnale di malessere.

ziare qualche infrastruttura. Tutto sommato un’operazione dai costi bassi con un impatto sulla disoccupazione minimo. Ma agli eurobond come soluzione del debito pubblico europeo la Germania non arriverà mai ad approvarli. Né con un governo di centrodestra né di centrosinistra. Se noi pensiamo insomma di affidare il sistema del debito pubblico all’Europa ci illudiamo di un si tedesco. La mia impressione è che si è messo in moto un processi di disintegrazione europea che non si arresterà. Siamo di fronte insomma a un fallimento colossale, figlio di un arroganza tecnocratica senza pari che ha voluto mettere le classi politiche europee e i popoli di fronte al fatto compiuto. No so se il dramma che stiamo vivendo sia sufficiente a far loro capire l’errore. Capiranno presto però che i popoli esistono. E reagiscono».

LE SPERANZE DI BELGRADO Chi vede l’Europa, in quanto Unione europea, come un approdo e un riconoscimento del cammino fatto verso la democrazia e il libero mercato, senza troppo dividersi (per ora) sul modello Merkel, è la Serbia. Belgrado è in lista d’attesa per entrare nella Ue e il presidente uscente, Boris Tadic, promette una «Serbia migliore ed europea», lotta alla corruzione e alla criminalità e vantaggi per gli investimenti stranieri . I sondaggi lo considerano in leggero vantaggio sullo sfidante conservatore Tomislav Nikolic, il cui Partito del progresso serbo (Sns), tuttavia, potrebbe ottenere più voti e seggi (le elezioni di domani sono presidenziali e parlamentari) del Partito democratico di Tadic. Per decidere la presidenza, invece, è

scontato che Tadic e Nikolic andranno al ballottaggio il 20 maggio e il favorito resta l’attuale capo di Stato che dovrebbe aggiudicarsi un terzo mandato. In que-

BORIS TADIC In Serbia il rischio è che il presidente uscente sia confermato, ma che il suo partito perda la maggioranza in Parlamento, mettendo in dubbio la rincorsa europea

sto caso la marcia di avvicinamento della Serbia all’Europa continuerà resistendo alle sirene pan-slave di Nikolic che è molto più attratto da Mosca dove, proprio lunedì, Vladimir Putin tornerà a tessere la trama dell’influenza della Grande Russia.


pagina 4 • 5 maggio 2012

l’approfondimento

Anche la Gran Bretagna guarda con attenzione ai voti di domenica: l’analisi del direttore dell’Istituto geostrategico «Stratfor»

L’alternativa inglese

Se fallisce l’asse franco-tedesco, Cameron punta a diventare il nuovo traino dell’Unione. Ovviamente senza rinunciare al rapporto privilegiato con gli Usa. Ma può funzionare un’Europa troppo filo-americana? di George Friedman el 1939 la Gran Bretagna controllava un quarto delle terre del pianeta e un quinto della popolazione mondiale. Cinquanta anni dopo i suoi possedimenti al di fuori delle isole britanniche sono diventati irrilevanti e si trova pure a dover rintuzzare un crescente malcontento in Irlanda del Nord. Gli inglesi hanno speso buona parte degli ultimi anni a cercare di immaginare nuove strategie per evitare quella che Rudyard Kipling definiva «l’inevitabile recessione» dell’Impero. Non ci sono riusciti e si sono così applicati a tentare di definire il loro posto non nel mondo in generale, ma tra l’Europa continentale e gli Stati Uniti. La straordinaria crescita inglese di un tempo era figlia (e non certo cercata o voluta) di Napoleone. All’epoca la Corona coltivava sì grandissime ambizioni, ma la sua disfatta in

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Nord America e la competizione con altre potenze navali europee non le avevano consentito di primeggiare. Il primo Napoleone, però, distrusse buona parte di quelle flotte. E la sua successiva disfatta a Trafalgar prima e Waterloo poi, impedì alla Francia di contrastare il predominio inglese per molti anni a venire. Questo regalò alla Gran Bretagna il controllo dell’Atlantico del Nord e le chiavi del potere nel Diciannovesimo secolo, potere che si estese fino all’Oceano indiano. Questa opportunità si coniugò magicamente con gli imperativi economici. E così gli inglesi si trovarono non solo ad essere la potenza militare e politica più importante, ma anche i leader della rivoluzione industriale europea. Di fatto, Napoleone consegnò alla Gran Bretagna un vantaggio straordinario su ogni altro Paese. Stati Uniti compresi, che ancora potenza

in divenire, allacciarono con Londra degli strettissimi accordi commerciali. Con il passare del tempo, l’impero inglese assomigliava sempre più a Roma piuttosto che alla Germania nazista. E per quanto strano possa sembrare fu Roma a impor-

Londra cerca di modulare la propria relazione con l’Europa secondo le occasioni

re il suo volere, cosa che facilitò enormemente il lavoro nelle colonie degli inglesi e fruttò rapporti stabili fra le due capitali. La Germania nazista, invece, strinse con i singoli paesi rapporti basati sullo sfruttamento e in definitiva di tipo ideologico. Nel lungo periodo, questo segnò la fine di Hitler.

Ma facciamo un passo indietro: due cambiamenti alla fine del Diciannovesimo secolo si rivelarono cruciali. Il primo fu l’unificazione della Germania nel 1871, un evento destinato a cambiare le dinamiche dell’Europa e del mondo. Una volta unificata, infatti, la Germania divenne l’economia più dinamica del Vecchio continente. E Londra, che non avava più avuto un competitor dai tempi di Waterloo, ne pagò in parte lo scotto. Il secondo cambiamento fu rappresentato dagli Stati Uniti, la cui industrializzazione

(che proprio gli inglesi avevano contribuito a creare, probabilmente sottovalutandoli) presto gli permise di superare in potenza la marina inglese già agli albori del Ventesimo secolo. La finestra di opportunità che si era aperta grazie agli errori di Napoleone in quel momento per i britannici si chiuse. La sfida tedesca raggiunse il suo culmine con la Prima guerra mondiale, una catastrofe per la Gran Bretagna e il resto d’Europa. Che non solo decimò una generazione di uomini, ma assottigliò ogni cassa dello Stato. Questo portò gli inglesi a dipendere dai loro possedimenti come mai prima d’allora e proprio nel momento in cui erano più deboli. Da lì a poco, l’impero si sarebbe sbriciolato e gli Usa avrebbero conquistato il loro primato nel mondo. Anche i tedeschi ci provarono, ma la questione lì fu punto diversa. La Seconda guerra mondale ruppe


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Il «D-Day» visto da Berlino: l’analisi del vicedirettore della «Die Zeit»

Angela si gioca il futuro (non solo economico) Le elezioni di domani avranno un grande peso anche nella politica interna tedesca: ecco perché... di Bernd Ulrich e prossime cinque elezioni trasformeranno profondamente la Germania. In primo luogo, le due elezioni regionali che si avranno nel nord e nell’ovest della Repubblica federale (nello Schleswig-Holstein il 6 e nella Renania del nordVestfalia il 13 maggio) diranno se la più potente leader d’Europa ha ancora la possibilità di conservare le redini del potere. Ma per la Germania anche le elezioni di domenica prossima in Grecia avranno un’importanza cruciale. L’Europa infatti si è battuta politicamente e ha investito molto denaro per convincere la Grecia a prendere il toro per le corna. Se i greci eleggeranno un parlamento contrario all’austerity e al risanamento delle finanze del paese, l’accordo concluso fra l’Europa e la Grecia potrebbe saltare. Questo fallimento sarebbe forse superabile sul piano economico, ma avrebbe una notevole influenza negativa sui futuri piani di salvataggio di altri paesi europei.

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Oltre alla Grecia, la politica europea di Angela Merkel dovrà fare i conti anche con la Francia. Nel corso della sua campagna elettorale Nicolas Sarkozy si è molto allontanato da quello che era stato stabilito con la cancelliera ai bei tempi dell’osmosi francotedesca (qualche mese fa). A meno che non si tratti solo di calcoli elettorali. Per quanto riguarda François Hollande, il suo avversario alle elezioni presidenziali e favorito dai sondaggi, la situazione è più chiara in quanto è andato molto più

lontano nella sua critica della politica di rigore tedesco. E se si dovesse realizzare anche solo la metà di quello che ha promesso, ciò basterebbe a indebolire ancora di più la fragile struttura europea. Molti operatori di borsa non aspettano altro. Anche la quinta elezione che avrà grande influenza sulla politica tedesca ed europea si svolge all’estero, per l’esattezza nei Paesi Bassi. La coalizione cristiano-liberale sostenuta dal Pvv di Geert Wilders è crollata sotto la pressione dell’austerity. Le prossime elezioni, che si svolgeranno dopo la tregua estiva, decideranno anche la sorte politica del capo del governo, Mark Rutte, che si è rivelato uno dei partner più affidabili e capaci della cancelliera tedesca sulle questioni di politica europea.

Nei Paesi Bassi queste elezioni assumono un’importanza ancora maggiore. Dopo aver incentrato la sua politica sull’attacco ai musulmani, adesso Wilders se la prende con l’Europa. Se questa politica si dovesse rivelare vincente, una svolta del genere rischierebbe di favorire l’affermazione dei populisti euroscettici in tutto il continente. Del resto in Francia Marine Le Pen sembra avere un obiettivo preciso in caso di sconfitta di Sarkozy: dividere l’Ump e recuperare la sua ala destra, con il risultato di estendere la dinamica antieuropea al centro dello scacchiere politico. Alla vigilia di queste cinque elezioni una cosa è certa: le consultazioni che si svolgono in Europa sono oggi tanto importanti quanto un’elezione in un Land tedesco. Tenuto conto delle ripercussioni di queste elezioni al di là delle frontiere, si potrebbe addirittura immaginare che gli elettori tedeschi partecipassero – anche in modo parziale, per esempio con un voto su cinque – alle elezioni olandesi e francesi, ovviamente a condizioni di reciprocità. Si può infine fare un’altra considerazione: anche se si presenta come la donna forte d’Europa, Merkel non sarebbe probabilmente eletta presidente dell’Ue da parte dei cittadini europei. Se fosse eletta direttamente dal popolo tedesco, l’attuale cancelliera otterrebbe la maggioranza dei voti, ma per gli imperativi particolare che prevalgono in Germania a causa dell’attuale coalizione, malgrado la sua popolarità Merkel potrebbe vedersi ben presto privata del potere. In altre parole, Merkel guida un’Europa che non può escluderla, ma rischia di essere costretta a lasciare il potere dai tedeschi – che in fin dei conti non hanno alcuna voglia di mandarla via. Dal punto di vista della legittimità democratica, tutto questo è quanto meno strano, per non dire assurdo. Ma è un argomento molto interessante. © Die Zeit - Presseurop.com

definitivamente il predominio inglese. E invertì completamente l’ordine dei fattori: gli americani diventarono infatti gli amici privilegiati degli inglesi. Il mondo era cambiato. La strategia inglese alla fine della guerra fu di rimanere fedele agli Usa e cercare di fondare una partnership formidabile con i nuovi padroni del pianeta, anche nella speranza di poter conservare parte del loro grande potere. Gli usa, tuttavia, non avevano un grande interesse in questo, rivolti come erano a bloccare l’Unione Sovietica e a dare vita alla Guerra fredda. Non solo, Washington comprese come le ambizioni coloniali britanniche provocassero sentimenti antioccidentali in buona parte del pianeta, e decisero di evitarlo.

L’intervento politico statunitense contro l’attacco in Egitto del 1956 da parte di Gran Bretagna, Francia e Israele, che era destinato a mantenere il controllo britannico sul canale di Suez, ha segnato il punto di rottura dell’impero. Da allora gli inglesi si sono ritirati strategicamente e psicologicamente. Hanno cercato di mantenere qualche legame con le loro ex coloattraverso il Comnie monwealth, ma sostanzialmente hanno riconosciuto la supremazia economica e militare degli Stati Uniti, sottostando agli accordi finanziari del dopoguerra raggruppati sotto il sistema Bretton Woods. A quel punto, incapace di eguagliare militarmente gli Usa, Londra optò per la “strategia del tenente”. E divenne la principale forza militare alleata. Lo scopo era chiaro: accettare sì di essere un subordinato, ma fondamentale. Questo gli permise di ottenere concessioni speciali e una considerazione che nessun altro riceveva, tanto da essere in grado di influenzare la politica statunitense. Un esempio utile – anche se non il più importante – fu la capacità di Londra a ottenere il sostegno degli Stati Uniti nella guerra contro l’Argentina nelle Falkland, note anche come Malvinas. Gli Stati Uniti non avevano alcun interesse in ballo, ma visto che la Gran Bretagna aveva degli interessi, l’impostazione automatica statunitense era di sostenere gli inglesi (...). Col passare degli anni, gli inglesi si sono specializzati a tenere i piedi in due staffe: da una parte cercando di restare gli alleati più affidabili degli States, e dall’altra conquistando il posto di mediatori ufficiali fra Europa e Stati Uniti. La Gran Bretagna si è posizionata in maniera superba su una strategia di attesa, studio e mantenimento di ogni opzione aperta, senza riguardi per qualunque cosa avvenisse. Se l’Unione europea crolla e gli Stati-nazione europei riemergono come istituzioni primarie, la Gran Bretagna sarà in una posizione tale da permetterle di utilizzare la frammentazione dell’Europa a proprio vantaggio

politico ed economico, avendo inoltre gli Stati Uniti a sostegno della propria strategia.

Se fossero invece gli Stati Uniti a traballare e fosse l’Europa ad emergere con maggiore prominenza, Londra potrà modulare la propria relazione con l’Europa secondo la bisogna, agendo come interfaccia europea nei confronti di un’indebolita America. Se a indebolirsi fossero Europa e Stati Uniti, la Gran Bretagna sarà in una posizione tale da sopravvivere in maniera indipendente. L’aggiustamento compiuto nel 1943 dal primo ministro britannico Winston Churchill – quando divenne evidente che gli Stati Uniti sarebbero divenuti molto più potenti della Gran Bretagna – rimane valido. La volontà inglese di seppellire il gravoso impegno militare creato negli ultimi 10 anni dagli Stati Uniti ci permette di vedere in azione questa strategia. Qualunque cosa Londra pensi dell’Iraq, la strategia di rimanere il più affidabile alleato americano impone la partecipazione. Allo stes-

Tenere i piedi in due staffe è pericoloso. Cameron potrebbe perdere il suo equilibrio so tempo, i britannici partecipano in maniera profonda all’Unione europea mentre limitano le proprie puntate su quella scommessa. La Gran Bretagna continua a mantenersi in bilico, questa volta non all’interno dell’Europa ma – per quanto possibile – fra l’Europa e gli Stati Uniti.

La strategia britannica rappresenta un classico caso di nazione che accetta un’autonomia “di ritorno”e si posiziona in modo da poterla manipolare nel migliore dei modi. L’intera Gran Bretagna aspetta, mantiene aperte le proprie opzioni e aspetta di vedere come procede il gioco, posizionandosi in modo da ottenere il massimo vantaggio possibile da ogni situazione. È una strada pericolosa, e Londra potrebbe perdere il suo equilibrio. Ma come gli hanno insegnato i secoli passati non ci sono strade sicure per la Gran Bretagna. Invece di cercare queste strade, i britannici prendono tempo e aspettano che si verifichi il cambiamento storico successivo.


politica

pagina 6 • 5 maggio 2012

Subito dopo le amministrative, l’esecutivo deve siglare un nuovo patto con i tre partiti della maggioranza e ripartire

Monti, cambia tutto Gianni Letta e Amato nel governo, rimpasto, nuovo programma e piano di riforme che impegni il Paese per il futuro: ecco cosa bisogna fare

Corrado Passera e Mario Monti. A destra, Giuliano Amato e Gianni Letta. Sotto, Casini

di Enrico Cisnetto ra basta, bisogna voltar pagina. Se da un lato, infatti, non sarebbe certo l’anticipo delle elezioni a risolvere i problemi di una situazione politica che ogni giorno diventa sempre più deteriorata – a oggi non sappiamo neppure quali formazioni concorrerebbero e con quale normativa ne sarebbero conteggiati i voti – dall’altro lato, è

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della legislatura. Come? Ci sono tre cose da fare. La prima è quella di ridefinire la squadra di governo e il suo modulo di gioco. Finora lo schema è stato: Monti, che agisce in chiave decisamente solipsista; alcuni ministri e un paio di sottosegretari, che si fanno notare per qualche iniziativa e un po’ di esterna-

Pensare a elezioni anticipate è dissennato: non sappiamo neppure quali formazioni correrebbero né come sarebbero conteggiati i voti altrettanto vero che il governo Monti non può semplicemente sopravvivere galleggiando fino alla prossima primavera.

Subito dopo le amministrative, dunque, occorre dare una sterzata riempiendo di contenuti il poco ma non inesistente tempo che ci separa dalla fine

questa governance produce risultati insufficienti, e va cambiata. Il modo migliore è superare il distacco, sempre più grande, che si è creato tra governo e forze politiche e parlamentari, la cui sutura oggi richiede uno sforzo defatigante di continua mediazione, spesso al ribasso, che brucia tempo ed energie che invece occorrerebbe massimizzare. E per farlo,

zioni, ma che incidono poco, anche per la mancanza di un gioco di squadra; il trio Alfano-BersaniCasini che mediano tra di loro e con Monti. Punto. È ormai evidente che

l’unico sistema è un rimpasto di governo in cui trovino spazio se non “A-B-C” – sarebbe altamente improbabile una loro disponibilità – almeno alcune figure capaci di non sfigurare tra i tecnici ma nello stesso tempo di caratura politica tale da rendere più organico e fluido il rapporto tra partiti, parlamento ed esecutivo. Una di queste, tra l’altro, dovrebbe essere mini-

Nove milioni alle urne per eleggere oltre mille sindaci. Si voterà in 26 capoluoghi. Sfide importanti a Genova, Verona e Palermo

Domani il primo test sul futuro dei partiti di Francesco De Felice

ROMA. Domenica e lunedì si vota in 26 capoluoghi: da Cuneo ad Agrigento. Sono 9 milioni gli elettori (in 777 comuni a statuto ordinario, 137 dei quali oltre i 15mila abitanti): che andranno alle urne il 6 e il 7 maggio (la domenica dalle 8 alle 22, il lunedì dalle 7 alle 15). L’eventuale turno di ballottaggio è fissato per il 20 e il 21 maggio.

In tutto, includendo le Regioni a statuto speciale, i consigli comunali da rinnovare sono 1019, 28 dei quali capoluoghi di provincia: Alessandria, Asti, Cuneo, Como, Monza, Belluno,Verona, Gorizia, Genova, La Spezia, Parma, Piacenza, Lucca, Pistoia, Frosinone, Rieti, L’Aquila, Isernia, Brindisi, Lecce, Taranto, Trani, Catanzaro, Agrigento, Palermo, Trapani. Non si voterà, invece, per i con-

sigli provinciali in scadenza che, come prevede la riforma, saranno eletti in secondo grado dagli amministratori locali. Per l’appuntamento del 6 e 7 maggio e si registrano già delle cifre da record. Gli aspiranti sindaci sono 2810, con una fa-

per la poltrona di primo cittadino ad Avezzano. Queste amministrative fanno registrare anche il boom di liste civiche, in tutto 2742, mentre tra i partiti primeggia la Lega Nord, con liste in 153 comuni. Quasi uguale il numero delle liste per

Lorenzo Cesa: «Dopo le amministrative daremo una forte accelerazione al nostro progetto. In questi anni abbiamo assistito alla costruzione di partiti disomogenei. Un errore grave che ha generato solo scontri, prestando il fianco all’antipolitica» scia d’età che parte dai 19 anni non ancora compiuti (del candidato più giovane Emanuele Moltoni, classe ’93 che a Parzanica (Bergamo), guida la lista civica Pirateparty.it., fino ad arrivare ai quasi 95 anni di Mario Spallone, in lizza

i due partiti maggiori (137 il Pdl e 138 il Pd), seguiti a ruota da Udc (130) e Idv (126), forte la presenza anche di Sel con 102 liste e del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo in 96 comuni. Non si voterà per i 29 comuni sciolti per infiltra-

zione mafiosa. Per il comune di Torre Annunziata si registra una delle cifre da record, con 600 candidati per poco più di 43 mila abitanti, suddivisi in ventidue liste per sei aspiranti sindaci.

Dei 26 comuni capoluogo 18 sono stati governati dal centrodestra e 8 dal centrosinistra, anche se molte situazioni si sono modificate, soprattutto al Nord. Infatti dopo la rottura dell’alleanza tra Lega e Pdl i due schieramenti corrono divisi. Si preannuncia una corsa molto dura a Como con 11 candidati a sindaco, tra i quali Pietro Vierchowod, soprannominato lo Zar quando era stopper in seria A e della Nazionale. Tra i comuni capoluogo, considerati importanti per gli assetti politici futuri, ci sono Genova, Verona, Parma, Palermo,


politica

stro dell’Economia, superando l’anomalia di un interim che impedisce a Monti di occuparsi a tempo pieno di un dicastero chiave come quello. Se vi ricordate, a suo tempo si parlò di Gianni Letta e Giuliano Amato come possibili ministri tecnicopolitici. Ecco, sarà il caso di riprendere quell’idea, considerare superati i veti che impedirono il loro ingresso nella compa-

gine di governo e provare ad allargare a qualche altro nome quel piccolo elenco. Operazione difficile, sì, ma non impossibile.

La seconda cosa da fare è aggiornare e definire temporalmente il programma di governo. Qui, prima di tutto è necessario prendere atto che il paese vive una tensione socio-economica senza precedenti. Non si tratta

di recitare dei mea culpa – gli italiani sanno bene cosa c’era prima di Monti e in quale contesto di difficoltà il suo governo si sia mosso – ma di mostrarsi consapevoli che occorre prodursi in uno sforzo diverso da quello fin qui prodotto. Se non era solo un gesto di sfida, o una captatio benevolentiae, la nomina di Giavazzi a consulente del governo dimostra che Monti è disposto ad ascoltare le critiche costruttive. E sono ormai molti gli osservatori che, come il sottoscritto, non hanno lesinato critiche e suggerimenti pur facendo salvo il principio della difesa della decisiva funzione di discontinuità politica esercitata da questo governo. Dunque, via al reset programmatico. In quali direzioni? Almeno quattro: uso del patrimonio pubblico (da quotare in Borsa con il concorso obbligatorio del patrimonio privato) per ridurre il debito sotto il 100% del pil, per finanziare un grande piano di investimenti pubblici e per tagliare le tasse su imprese e lavoro, il tutto in un quadro reso organico da un progetto di politica industriale; risanamento della sanità pubblica, togliendone la competenza alle regioni e riaccentrandola

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nelle mani dello Stato; snellimento dell’elefantiaco, iper-costoso e inefficiente apparato istituzionale, e in particolare quello del decentramento (sette regioni con compiti solo amministrativi e non politici, no province, no comuni sotto i 5 mila abitanti, no enti inutili come comunità montane o enti di bacino); riforma della giustizia civile e penale.

Sento già l’obiezione: troppo per così poco tempo. Vero. Ma qui entra in gioco la terza e ul-

Vorrà Monti andare in questa triplice direzione del rimpasto di governo, della ridefinizione del programma e della preparazione del “dopo”? Ce ne saranno le condizioni? Dipende da molte variabili. Ma una cosa

Il premier deve definire subito il ruolo della prossima legislatura che sarà il primo atto della Terza Repubblica. E questo obiettivo non può essere lasciato alla mercé dell’indeterminatezza tima cosa che Monti deve fare subito: definire il ruolo della prossima legislatura. Che per essere utile deve rappresentare il primo atto della Terza Repubblica. E questo obiettivo non può essere lasciato alla mercé dell’indeterminatezza che regna nella politica italiana, resa ancor più acuta dal travaglio crescente che si registra a livello comunitario. Sia chiaro, non

Monza, Taranto e Piacenza. Senza dimenticare quei centri non capoluogo, come Sesto San Giovanni, da sempre governati dalla sinistra che, a seguito dello scoppio dell’affaire Penati, hanno assunto un rilievo simbolico nazionale. A Genova, ha buone possibilità il candidato del Terzo Polo Enrico Musso che impensierisce Marco Doria del centrosinistra, ma soprattutto Edoardo Rixi appoggiato dal Pdl.

A Verona la sfida è tra il sindaco uscente Flavio Tosi il candidato del centrosinistra Michele Bertucco, presidente regionale di Legambiente Verona, e quello del centrodestra Luigi Castelletti, 58 anni, già presidente di Veronafiere, appoggiato anche dall’Udc. Lotta davvero incerta quella che si preannuncia a Palermo con undici candidati a sindaco, due a testa per centrosinistra e centrodestra. Da una parte, Leoluca Orlando,sostenuto da Idv-Fds e altre liste, Davide Ferrandelli, vincitore contro Rita Borsellino delle primarie del centrosinistra, da Pd e Sel. Il Pdl va con l’Udc e Grande Sud di Micciché per lanciare Massimo Costa, mentre l’Mpa di

si tratta di obbligare Monti a prendere impegni personali per il futuro, ma di creare le condizioni politiche perché quel che accadrà dopo le elezioni sia presentato con chiarezza agli italiani che andranno a votare (a sarà un modo per convincerli a farlo, visto che oggi più della metà dichiara che non ne avrebbe alcuna intenzione). Per esempio, se si pensa – come io penso – che le riforme strutturali possono essere fatte solo in un clima di coesione politica, e dunque si è convinti che sarebbe bene un organico governo di unità nazionale, allora si prepari il terreno e lo si dichiari esplicitamente. E quale miglior modo di dissodare quel terreno c’è che predisporre un programma ambizioso per il fine legislatura che possa già formare la base per i cinque anni successivi? Ed ecco che l’obiezione precedente cade.

è certa: se la pagina che si sta scrivendo non dovesse essere al più presto voltata, la rivolta dei cittadini – e in particolare del ceto medio impoverito e della borghesia incazzata – sarà tale da non risparmiare nessuno e da far rimpiangere di non aver avuto a tempo debito tutto il coraggio che è necessario nei momenti cruciali della storia. (twitter @ecisnetto)

Pier Ferdinando Casini sarà, invece, prima Verona e poi a Pistoia. La Lega Nord ha chiuso la propria campagna elettorale divisa, con Umberto Bossi a Monza, mentre Roberto Maroni ha sostenere il sindaco uscente veronese Flavio Tosi. Il leader dell’Idv Antonio Di Pietro è stato a L’Aquila e Nichi Vendola a Palermo, mentre Beppe Grillo ha scelto il Piemonte, seguito anche dai giornalisti stranieri, incuriositi dal fenomeno del comico genovese prestato alla politica.

Lombardo punta su Alessandro Aricò insieme a finiani e rutelliani. Sarà comunque un importante test elettorale per il governo Monti e la maggioranza che lo sostiene in Parlamento, così come sarà utile per misurare il livello di anti

politica tra gli italiani e il peso politico dei grillini. Il leader dei partiti hanno chiuso ieri la campagna elettorale in tutta la penisola: il segretario del Pd Pier Luigi Bersani a Genova, quello del Pdl, Angelino Alfano, in Sicilia, a Cefalù,

Sul dopo amministrative si è espresso il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, chiudendo la campagna elettorale in Puglia: «Vogliamo costruire nel Paese un nuovo grande soggetto politico che sappia unire gli italiani di buonsenso, laici e cattolici, sotto il segno della responsabilità e della concretezza. Dopo le amministrative daremo una forte accelerazione al nostro progetto. In questi anni abbiamo assistito alla costruzione di partiti disomogenei, senza una piattaforma programmatica e valoriale comune. Un errore grave che ha generato solo scontri e inconcludenza, prestando il fianco all’antipolitica».


società

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Bandiere bianche alla marcia organizzata da Tiziana Marrone, moglie dell’artigiano che si diede fuoco davanti a Equitalia

Le “vedove” in piazza

Critiche al gesto dell’uomo del sequestro nel bergamasco: «Va bene la disperazione, ma certi eccessi non si possono condividere» di Franco Insardà

ROMA. C’era la foto di Giuseppe Campaniello in testa al corteo delle “vedove bianche” che si è svolto ieri a Bologna. La manifestazione è stata organizzata da Elisabetta Bianchi, figlia di un imprenditore, e da Tiziana Marrone, la moglie di Campaniello, l’artigiano di Ozzano Emilia che si è dato fuoco lo scorso 28 marzo per debiti con il fisco proprio davanti alla sede dell’Agenzia delle entrate in via Nanni Costa. La vedova Campaniello ci ha tenuto a precisare: «Ci dissociamo dai fatti di Bergamo, queste cose non si fanno, la disperazione è totale, non condivido il gesto ma posso capire lo stato d’animo di queste persone». Sulla stessa lunghezza d’onda Elisabetta Bianchi: «Le tasse vanno pagate ma vogliamo un rapporto umano tra contribuenti e fisco e riteniamo insufficienti lo sportello e il numero verde attivati da Equitalia perché è difficile che le persone vadano nella sede dei loro carnefici. Il governo deve cambiare le leggi e mettersi una mano sulla coscienza». Con questo spirito un centinaio di persone si sono ritrovate davanti all’ospedale Maggiore per una marcia silenziosa che ha ripercorso a ritroso il viaggio in ambulanza fatto da Giuseppe Campaniello da via Nanni Costa all’ospedale. La manifestazione, come hanno

detto le organizzatrici, è stata apolitica e apartitica e sono state ammesse solo bandiere bianche a simboleggiare proprio le “vedove bianche” come negli ultimi giorni sono state ribattezzate le mogli di imprenditori e lavoratori che si sono tolti la vita per problemi economici legati alla crisi e alla perdita del lavoro. «Chiediamo che tutte le

Campaniello ha ripetuto ancora una volta: «Giuseppe l’ha fatto proteggermi, questo voglio dire alle Istituzioni: cambiate le leggi perché non è giusto che si paghi uno scotto cosi. Noi cittadini ci dobbiamo sentire tutelati, invece non lo siamo affatto, ci sentiamo aggrediti. La disperazione è totale e mio marito non si è sentito sostenuto. Non avrebbe

Un libro e una Fondazione per ricordare il sacrificio di Giuseppe Campaniello e degli altri e per raccogliere fondi per stare vicini alle persone strozzate dai debiti e alle famiglie delle vittime istituzioni delle città in cui si sono verificati casi di suicidi affiggano una targa in memoria delle vittime, perché quella in atto è una strage del fisco», ha detto Elisabetta Bianchi.

In piazza a Bologna oltre a Tiziana Marrone c’era anche Lucilla, moglie di un lavoratore che poco più di un anno fa si è impiccato che ha tatuato sul braccio il volto del marito scomparso. A loro è arrivata la solidarietà di quanti in questi mesi lottano per sopravvivere: c’era una donna affetta da malattie invalidanti che protestava perché non riesce a trovare lavoro e un gruppo di esodati arrivati da Ferrara con un cartello ”Gli esodati in lutto chiedono la soluzione del problema”. La vedova di

mai fatto una cosa del genere, quel gesto poi: si è arso vivo. I nostri mariti erano disperati non pazzi. Stiamo parlando di gente che lascia la propria famiglia nella disperazione piú totale e non per propria volontà. Mio marito ha chiesto che le cose cambino in Italia».

In piazza, al fianco delle vedove c’erano molti rappresentanti dei partiti: l’assessore al Welfare del comune di Bologna, Amelia Frascaroli, e la presidente del Consiglio comunale Simona Lembi del Pd, con i consiglieri provinciali Pdl Claudia Rubini (coordinatrice regionale della Commissione Pari opportunità del suo partito) e Luca Finotti, la segretaria dell’Udc, Maria Cristina Marri e la consiglie-

In arrivo oltre due miliardi

Rimborsi Iva per le imprese ROMA. Boccata di ossigeno per più di 11mila partite Iva. Si tratta di una vera e propria iniezione di liquidità per imprese, artigiani e professionisti, grazie al pagamento di circa 2,2 miliardi di euro messi a disposizione, come ha l’Agenzia comunicato delle Entrate, dal ministero delle Finanze, per pagare i rimborsi di crediti Iva. In particolare, 400 milioni di euro saranno erogati già nei prossimi giorni, mentre 1,8 miliardi verranno pagati a partire dalla seconda metà del mese di maggio. Con questi 2,2 miliardi la somma complessiva rimborsata nel 2012 a imprese, artigiani e professionisti arriverà a ben 3,1 miliardi di euro, a fronte dei 2,7 miliardi erogati nello stesso periodo del 2011, con un incremento di circa il 14%.

ra regionale centrista Silvia Noé. Loretta Masotti, sindaco di Ozzano Emilia dove risiedeva Campaniello e la presidente dell’Udi Katia Graziosi.

Due corone di fiori sono state deposte sull’asfalto, sopra i pezzi di lamiera ancora anneriti dalle fiamme, dove si diede fuoco Campaniello. Vedove, imprenditori, disoccupati ed esodati presenti all’iniziativa sono stati poi invitati ad apporre la firma per la nascita di un libro che racconterà le storie drammatiche delle vittime della crisi, il cui ricavato sarà destinato alla fondazione intitolata “Casa di Giuseppe Campaniello”per stare vicine alle persone strozzate dai debiti e per raccogliere fondi da devolvere alle vedove. Alla fine della manifestazione si è svolto un incontro tra Tiziana Marrone e il presidente della Commissione tributaria dell’Emilia Romagna Aldo Scola, che ha sede in via Nanni Costa dove fino allo scorso dicembre c’era anche l’Agenzia delle Entrate. «Ci siamo confrontati ma qui non possono darmi delle risposte, perché si tratta di un tribunale mentre parte tutto da Equitalia - ha detto la Marrone - mi sono informata su quale sia il loro ruolo e ho spiegato che abbiamo bisogno di più tolleranza. La nostra battaglia non finisce qui, ci sarà una prossima tappa e non ci fermeremo qui».


mobydick

INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

L’idiozia di Rossella O’Hara, la devozione di Madame Pompadour, l’arroganza di George Sand, il fanatismo di Alix Romanov… Tra baci, carezze, furori e orrori, la carrellata di Barbara Alberti nelle grandi passioni della storia e della letteratura

A

di Gabriella Mecucci

h l’amore! Quante cose ci sono dentro l’amore. E in chi lo vive. Basta aguzzare gli occhi o spostare il punto di vista per scorgere qualcosa di nuovo, di mai notato prima. Barbara Alberti sicura della sua acutezza e della sua penna si impegna a raccontare quello che sin qui non era stato raccontato di storie e personaggi straconosciuti. Come dire, nel già noto, si possono scoprire un sacco di cose inedite. Perché non si vede ciò che non si guarda. Il lavoro di laser e bisturi della nostra scrittrice produce un libro intelligente, anche se ogni tanto un po’ urticante. Amore è il mese più crudele (Nottetempo, 237 pagine, 15,00 euro) si legge tutto d’un fiato nonostante non manchi di qualche asperità. Uno dei capitoli meglio riusciti è quello dedicato a Rossella O’Hara. La Alberti dichiara sin dall’incipit la sua antipatia per lei: «Eroina della furberia, antipatica subito.Viziata futile insopportabile, merita questa raffica di aggettivi dalla prima scena di Via col vento. Quando, nel portico della sua bianca dimora, fra le colonne, parlando a due corteggiatori, dice con leziosa ignoranza: “La guerra non ci sarà”. E vanamente ruotando sulla sua gonna ruotante impartisce ordini alla Storia».

A

COME AMORE


a come

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Il ritratto è al veleno. Con la stessa sicurezza di sé e dei propri mezzi Rossella si lancia in una serie di imprese che si trasformano in altrettante musate. La prima è la conquista di quell’asessuato di Asley tentando di strapparlo a Melania. Ci prova in tutti i modi ma l’altra vince sempre. Eppure lei è più bella, più forte, più tutto. Il punto più basso lo tocca quando Melania sta per morire e lei con raro cinismo ma anche con il fiuto della perdente si butta sul grande amore della sua vita sicura che ormai è suo. Cerca di concupirlo mentre la moglie spira. Bisogna essere molto insensibili e parecchio ottuse per sperare di riuscirci. E infatti Asley la respinge, mentre piange liricamente la moglie: «Ogni mio bene se ne va con lei». Ma fra tutte le scelte sconsiderate di Rossella, la più incomprensibile è quella di lasciarsi sfuggire Rhett Buttler (Clark Gable) che pure l’amava. Nessuna donna riuscirà mai a capire questa incredibile idiozia. Barbara Alberti non ha un attimo di simpatia per Rossella. Le concede solo di essere una donna coraggiosa e vitale. Capace di far fronte alle tragedie più pesanti. E - aggiungiamo noi - di non perdere mai la speranza. Questo però è un merito che Alberti non le riconosce. Il suo fastidio verso quella creatura furba, antipatica ma in realtà poco intelligente è dunque del tutto legittimo. E ribalta un luogo comune: la furbizia e l’intelligenza sono caratteristiche che non si sposano, anzi si oppongono. Eppure quel saper sperare e guardare al futuro di Rossella viene un po’troppo sottovalutato. Figura tragica e disperata invece quella della Pompadour. È giovane e bellissima quando diventa l’amante di Luigi XV: un vero bocconcino da re. Lo conquista, ma sbaglia tutto. Vuole

la gloria del talamo regale, ma per questo abbandona la condizione di moglie amata, ricca, rispettata dai grandi intellettuali dell’epoca, che vive in uno dei salotti più «in» di Parigi. Seduce il monarca libertino e bigotto, ma si fa ridurre da lui in schiavitù. Lei, colta e intelligente, diventa l’oggetto di tutti i suoi capricci: si fa sfiancare dalle fatiche mondane, e soprattutto da gravidanze e aborti. Il Re la costringe a una vecchiaia precoce: il suo corpo si sfascia, il suo viso si trasforma

in una maschera. Una volta distrutta fisicamente, non la desidera più e lei si trasforma nella sua ruffiana: le procaccia donne sempre più giovani, sempre più attraenti sino a quando, a 42 anni, muore. A tanto porta la ricerca della gloria a tutti i costi, l’essere schiava del maschio e del potere.

Ma in queste storie di amori, ce ne sono alcune in cui le donne non sono perdenti. Anzi. Alberti ci ripropone il trionfo della terribile Madame de Maintenon su Luigi XIV. La signora batte tutte le amanti più belle e colorate con la sua austerità fanatica. Le altre regalano il piacere, lei promette il Paradiso nell’Aldilà. Questa donna avvolta in abiti neri è dotata di un’intelligenza finissima, diabolica. E così diventa la moglie segreta di Sua Maestà sino alla morte. E influenza dietro le quinte gli atti di governo del potentissimo sovrano, del fondatore dell’assolutismo francese. È la sua testa acuminata a vincere la sfida, non il suo corpo. Donne sul piedistallo come George Sand anno V - numero 17 - pagina II

de sfida su Dio. Il veneziano lancia il guanto al francese: prima di andar via gliene dimostrerà l’esistenza. E avverrà un miracolo. La disputa andrà avanti per ore e ore. Si scontreranno sino a quando l’illuminista, ormai vecchio e stanco, non schianta. E si addormenta. Sino ad allora si era duellato sul filo della dea ragione e del misticismo cristiano senza lasciarsi andare nemmeno per un attimo ai festeggiamenti. Il grande e austero intellettuale non li aveva permessi. Appena finisce fra le braccia di Morfeo, Casanova tira fuori le fiasche di vino. Fra gli altri convitati c’è anche Marie, la nipote di Voltaire, che lui ama e maltratta. È una donna giovane, ma modesta e bruttina che il vecchio zio non riscalda mai con la forza della passione. Il libertino veneziano la conquista e poi scappa. La mattina dopo la ragazza riappare ed è bella, rosea, di buon umore: una donna in fiore. Il miracolo annunciato è avvenuto. Ed è avvenuto grazie a una notte di passione. Il cavaliere che all’alba si è allontanato al galoppo si è aggiudicato la sfida. Tre personaggi a cui Barbara Alberti ha dedicato pagine del suo libro: Madame de Pompadour, la vera Lara a cui si ispirò Pasternak per il “Dottor Zivago” (nella foto in alto Julie Christie nel film) e, in basso, Madame de Maintenon che amava fare il maschio non privandosi però dei piaceri femminili. Successo e amanti a profusione. Grande madre di tutti i suoi amori tranne che dei suoi figli. Maurice lo rovinò col suo affetto, Solange col suo odio. Lei tramò alle sue spalle una storia con Chopin: solo sguardi e sospiri e niente sesso, ma questo col grande musicista era normale. Ma la madre lo visse come un tradimento vero. George Sand trionfò su tutto e su tutti grazie al suo cervello e alla sua arroganza. Solo lei le tenne testa. I protagonisti delle passioni non sono solo le donne ma anche gli uomini. Alberti racconta anche qualche storia al maschile. Bellissimo l’episodio che vede di fronte Voltaire e Casanova. Il grande filosofo e il libertino incallito si ritrovano una sera a casa del primo. E inizia la gran-

Cambiamo secolo e cambiamo posto. Arriviamo in Russia. La prima storia riguarda la famiglia imperiale: lo zar, la moglie, le quattro splendide figlie e l’erede maschio, tutti massacrati dai bolscevichi. Nicola II è un uomo semplice e gentile che ha sposato Alix, principessa tedesca, per amore. Una cosa che all’epoca non accadeva mai. E mai una scelta matrimoniale si dimostrò più sbagliata. Lei gli renderà la vita impossibile con la sua voglia di comandare e di reprimere, e con i suoi fanatismi religiosi. Dei due è Alix la personalità dominante che ossessiona letteralmente la vita del marito. Figurarsi quando lei finisce nelle grinfie di Rasputin, completamente plagiata dal monaco pazzo e crudele. La storia della Russia marciava già da sé verso lidi difficilissimi, ma la corte imperiale depravata e corrotta ci mise del suo. Finì come finì. Con quelle povere splendide principesse tutte fucilate, insieme al fratello, al padre e alla madre. E lei, la fanatica e incattivita Alix che poco prima di morire rimproverava il marito: «Colpa tua. Te l’avevo detto io! Sii uomo». Nicola II fu martiriz-

amore

zato sino alla fine e non solo dai fucili bolscevichi. A lui fu fatale anche un amore adolescenziale. In mezzo a tante storie straordinarie ce ne sono due che Barbara Alberti aveva già raccontato. La prima narra di Larisa Rejsner, che Boris Pasternak utilizzò come lontano modello della sua Lara. Per la verità non si somigliavano un granché. Erano entrambe bellissime e con caratteri forti. Ma la Larisa vera guidava l’esercito bolscevico, uccideva e salvava. Era una sorta di Dea. Un piccoletto alto un metro e quaranta - come si racconta nel libro scampò al plotone d’esecuzione grazie a lei. Pagò la vita con un’eterna prigionia accanto a quella donna che dominava tutto e tutti.Viveva, subito dopo la rivoluzione, nel lusso più sfrenato e nella sregolatezza. Nessuno poteva contenerla. I bolscevichi erano schiavi del suo fascino, catturati dal suo ardore. Morì a meno di trent’anni di tifo senza subire mai l’uguaglianza per la quale diceva di combattere. Una creatura tanto bella per quanto spaventosa, che nessuno riuscì a piegare: la morte s’incaricò di strapparla alle grinfie dello stalinismo.

La seconda bellissima storia è quella che riguarda Marina Cvetaeva e Vladimir Majakovskij. Un amore terribile il loro che anziché consumarsi nell’amplesso si consumò nella competizione, nel voler dominare l’uno sull’altro, nel farsi reciprocamente più male possibile. Lui schierato con la rivoluzione, lei bianca e esule nel 1922. Marina coraggiosa, orgogliosa, armata di un genio poetico smisurato, si rivolge a Vladimir così: «Salve impiastrato arrogante,/ che per pietra hai scelto il topazio/ senza farti sedurre dal diamante». Il diamante naturalmente è lei.Versi sferzanti che feriscono il poeta. Morirà maledicendola. Eppure nella lotta corre la seduzione dell’uno verso l’altro, senza che la conquista si realizzi mai. L’amore inespresso - scrive Barbara Alberti - si trasforma col tempo in Majakovskij in invidia. Lui sarà per lei come Salieri per Mozart. Di storie, in questo libro di Barbara Alberti, ce ne sono molte più di quelle citate. Alcune brevi come un lampo. Altre più distese, più raccontate. Presentano uomini e donne diversi, in ruoli opposti, ribaltati. È una cavalcata nei secoli e nelle forme di passione: da quella per Cristo di Santa Caterina a quelle diaboliche di Rasputin. E l’amore passa attraverso mille canali: le tenere carezze, la finezza e la forza dell’intelligenza, il furore, l’orrore. Schiavitù e supremazia, piacere e rabbia salgono e scendono da questa giostra di cui pochi non subiscono il fascino. Che vinca o che perda, nessuno rinuncia a vivere, a modo suo, questo gioco pericoloso.


MobyDICK

moda

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Pigiama fashion:

istruzioni per l’uso di Roselina Salemi le. Lo vedi girare tranquillamente ai festival con la giacca a righe o con un completo oversize, viola, rosa o rosso disegnato dall’ex moglie, che sembra un pigiama, è in effetti un pigiama, e tutti lo trovano originalissimo e décontracté. Alla fine, gli stilisti hanno raccolto la provocazione. Scommettendo che in nightwear una donna può stare comoda ed essere anche seducente. A crederci parecchio è Stella McCartney che porta con una certa fierezza il suo pezzo preferito (pigiama con fantasia simil paisley) preso dalla sua sfilata primavera/estana volta c’era il pigiama a palazzo di Irene Galitzine, chi se lo ricorda? Jackie Kennedy l’aveva visto nel musical Io e il re e ne aveva ordinati una dozzina, di tutti i colori. Motivazione: era comodo. Dopo di lei, lo volevano tutte, meglio se scintillante di pietre e applicazioni. Elizabeth Taylor non aveva il fisico. Né l’aveva Sophia Loren con il suo appariscente davanzale, per quanto ingabbiato in un reggiseno su misura (oggi tra i cimeli della lingerie storica), ma non c’era verso: la moda è sempre stata la moda. A Elsa Martinelli, risposta italiana a Audrey Hepburn, invece stava benissimo. Poi, passati gli anni Sessanta, è finito tristemente in naftalina.

U

Una volta c’era il pigiama palazzo, ora c’è il pigiama e basta. Dall’alba al tramonto, al posto del tailleur. Salta fuori dalle lenzuola e ri-conquista l’attenzione. Il nightwear diventa daywear. Forse perché, dopo tanti jeans skinny, tanti leggings infilati negli stivali, ne abbiamo abbastanza.Tradotto in italiano: la moda scopre il pigiama (quello da uomo, senza pizzi, né svolazzi) in nome del relax. E non è uno scherzo. Sembrava uno scherzo quando nel 2009 Dolce&Gabbana hanno fatto sfilare le imperturbabili modelle in deliziosi pigiami a pois profilati di bianco, manica a tre quarti, pantalone alla caviglia, o anche corti. Jessica Alba ne aveva voluto subito uno. Sembrava una provocazione: far diventare fashion il completino ospedaliero, da malato, da bisnonno: perfino Hugh Hefner, il fondatore di Playboy, aveva smesso di farsi fotografare vestito così tra le sue adorate conigliette. Poi è arrivato Julian Schnabel con la sua nonchalance da intellettua-

te 2012 che offre un bel campionario di pantaloni ampi, giacchine morbide con bottoni e bordini bianchi, dettagli maschili, materiali leggeri. Anche le stampe ricordano la camera da letto. Quadratini e palline blu o rosso su uno bianco e paisley su sfondo blu scuro. È un’attitudine molto inglese, senza dubbio. Nel regno di Sua Maestà Elisabetta II, le vendite di pigiami sono cresciute del dieci per cento fra le donne, per 385 milioni di sterline (circa 420 milioni di euro), e del cinque fra gli uomini, per 91 milioni di sterline (110 milioni di euro).

La psicologa Mamta Bhatia, sostiene trattarsi di una forma di escapism, fuga da un mondo esteriore sempre più caotico, complicato, minaccioso. «È un modo di infondere un po’ di tranquillità nella propria vita», spiega, «l’equivalente di farsi un bagno caldo o di accendere candele profumate». C’è anche un’onda di informalità. Molti,

Una volta c’era quello “palazzo” inventato da Irene Galitzine. Adesso torna alla ribalta ma uscendo fuori, direttamente, dalle lenzuola. Variamente interpretato da Stella McCartney, Louis Vuitton ecc. ecc. Un modo per sentirsi al sicuro? causa crisi, lavorano da casa, stanno rilassati in pigiama, poi si infilano una giacca e vanno a prendere i figli o a scuola o a comprare il latte dietro l’angolo. Stella McCartney però non è la sola ad aver sposato l’idea e a farsene testimonial. Sofia A sinistra, dal basso: modelli di Stella McCartney, Valentino e Alberta Ferretti. Vicino al titolo un abito di Louis Vuitton e di Stella McCartney. Al centro Irene Galitzine nel suo atelier

Coppola ha scelto la collezione Resort di Louis Vuitton. In pantofole (altro must di stagione) intonate al pigiama blu con profili bianchi, non è per niente imbarazzata. E se Elisa Sednaoui in Salvatore Ferragamo, nasconde la mise notturna sotto un blazer ton sur ton a fantasie tipo cashmere (ardito anche per lei), Lou Doillon opta per un total look Marni for H&M in corto, e Rihanna osa più di tutte, sfoggiando alla première giapponese del film Battleship un pigiama in stile oriental-chic, azzurro con bagliori dorati, esotico ma non troppo, e castigatissimo. Senza tralasciare Naomi Campbell in rosso ai Bafta (ma non le donava) e Gwen Stefani: tuta-pigiama a disegni geometrici e cinturina in vita. Molti, da Emilio Pucci a Louis Vuitton, da Kenzo a Band of Outsiders, hanno lanciato completi giacca/pantalone con fantasie floreali, tribali, tinte unite o disegni anni Settanta. Ce ne sono per tutti i gusti, persino accostamenti sofisticati con volant e motivi giapponesi su raso lucido. Certo, ci sono istruzioni per l’uso. Se non volete dare troppo nell’occhio, dovete abbinare il pigiama «da passeggio» agli accessori giusti:

come si fa a partire da un’ideapigiama e arrivare al moderno glam? Parola d’ordine: pescare nel passato, nello stile dandy di Salvador Dalì, nelle mise superchic di Wallis Simpson replicate nel film di Madonna W. E. e in quelle di Zelda Fitzgerald degli anni Venti, con un pizzico dell’amata Coco Chanel.Trasformare l’abbigliamento da letto in una veste da sirenetta (Alberta Ferretti), prendere un tutone e pensarlo come un elemento fluido, morbido (Valentino), portare una camicia da notte a mo’ di caftano (The Row). In pigiama veritas? Ci si trova molto di più. Ispira-

una borsa a mano, sandali con il tacco, stivaletti grintosi e magari anche una cintura. Altrimenti non fate tendenza. Fate «mi sono vestita al buio». O «sono scappata: la casa stava Pochi prendendo fuoco». gioielli, anche niente. Meglio un cappello da uomo o un paio di occhiali da sole scelti con cura. Un po’ di coraggio. E naturalmente, raccomandano le blogger più accreditate, niente macchie e niente pieghe, altrimenti sembra davvero un outof-bed-look. Non sia mai. Ma

zione. Stampe floreali contro pois, e bianco contro nero. Visioni pop bizzarre e acide (Adam design) già adottate dai rapper, contro acquerelli ottocenteschi romantici e tenui (Richard Nicoli), effetto pizzo (Numero 21) contro geometrie (Kenzo). E c’è un vantaggio. Quando la moda lo dichiarerà out, e davvero sarà vietatissimo uscire in pigiama/tailleur, anche con gli accessori giusti, potremo sempre usarlo per andare a dormire. E sognare, forse, fashion.


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o sono un povero diavolo che scrive come sente: Lei forse vorrà ascoltare. Io sono quel tipo che le fui presentato dal signor Soffici all’esposizione futurista come uno spostato, un tale che a tratti scrive delle cose buone». Queste parole, tratte da una cartolina indirizzata a Giuseppe Prezzolini in data 6 gennaio 1914, hanno ispirato il titolo della nuova fatica di Gabriel Cacho Millet che raccoglie il carteggio di Dino Campana che va dal 1903 al 1931: Lettere di un povero diavolo (Edizioni Polistampa, XXXIV + 462 pagine, 30,00 euro). Cacho Millet si misura dal lontano 1978 con l’epistolario del poeta dei Canti Orfici, avendo in tale anno curato per Scheiwiller Le mie lettere sono fatte per essere bruciate e avendolo successivamente integrato con altre missive ritrovate affidate alle successive curatele, proposte da editori diversi. Lo studioso stesso avverte nella nota introduttiva: «Pietra su pietra, lettera dopo lettera ho continuato in questi ultimi trent’anni a cercare le tracce epistolari dell’autore dei Canti Orfici, sette anni per completare il carteggio Souvenir d’un pendu e la raccolta di documenti Dino Campana fuori-

«I

il paginone

MobyDICK

Infaticabile nella sua ricerca epistolare, Gabriel Cacho Millet pubblica una nuova raccolta di lettere del poeta di Marradi. Indispensabili per comprendere la vicenda dei “Canti Orfici” e l’esperienza di un irregolare “disperato e sperso per il mondo” di un’escursione effettuata il 3 gennaio 1912 sui monti della Falterona. Campana si può considerare autore di un unico libro, quei Canti Orfici stampati presso un oscuro tipografo di Marradi, paesino sperduto dell’Appennino tosco-romagnolo, nel luglio del 1914. Tutto sembra ruotare in funzione di quella pubblicazione dal tono dimesso, senza alcun vezzo tipografico, «modesta, umile, francescana» come ebbe a definirla Federico Ravagli, messa in vendita al prezzo di lire 2,50 e che adesso vale una piccola fortuna sul mercato antiquario. Gli scritti confluiti nei volumetti usciti postumi, le liriche composte dopo la stampa dei Canti Orfici, perfino le lettere indirizzate ad

Leggendo i carteggi si percepisce una separazione tra la sua figura e i suoi interlocutori: personaggi come Papini, Soffici, Cecchi, Prezzolini... legge, ambedue pubblicati nel 1985. Seguì dodici anni dopo la plaquette Dolce illusorio Sud, contenente una serie di lettere non ancora raccolte in volume […] e nel 2000 Sperso per il mondo, edito da Olschki». Il merito di questo nuovo libro è quello di presentare un discreto numero di lettere inedite, oltre a una serie di interessanti testimonianze sulla figura di Dino Campana che gettano nuova luce sulla figura controversa del poeta di Marradi, spesso deformata da quella sorta di alone leggendario che molto contribuì a creare il mito del «poeta pazzo», del mat Campèna, come lo avevano soprannominato i suoi concittadini. Infine viene proposta, nell’ambito di un esauriente apparato iconografico che accompagna il volume, una fotografia di gruppo, mai pubblicata prima, in cui si vede un accigliato Dino Campana durante la pausa anno V - numero 17 - pagina IV

amici e letterati sembrano ricollegarsi sempre a quella fatidica esperienza, come se nella diffusione di quel libriccino «il diritto di esistere» di Campana avesse raggiunto l’espressione più compiuta e aderente al suo status interiore.

Definiti dallo stesso autore in una lettera indirizzata a Emilio Cecchi «la giustificazione della mia vita», i Canti Orfici uscirono presso la tipografia di Bruno Ravagli in una tiratura che, come da contratto, doveva essere di mille copie, anche se, con ogni probabilità, il numero degli esemplari stampati è inferiore. Campana decise di pubblicare il libro a proprie spese dopo aver presumibilmente inviato, in data 6 gennaio 1914, una richiesta di pubblicazione ad Attilio Vallecchi: «Egregio signor Vallecchi, mi rivolgo a lei colla speranza che vorrà interessarsi al mio caso. Ci ho tante

novelle e poesie da farne un libro e se lei volesse incaricarsi della stampa oserei sperare in un discreto esito». La richiesta cadde nel vuoto (paradossalmente i Canti Orfici diventeranno in seguito uno dei titoli di punta del catalogo dell’editore fiorentino in cui vennero accolti anche i libri campaniani apparsi postumi). La storia della pubblicazione dei Canti Orfici è risaputa. L’amico Luigi Bandini venne incaricato di allestire una sottoscrizione per coprire le spese di stampa ma il numero degli ottanta sottoscrittori previsti si arenò a poco più della metà. Fu la perdita da parte di Papini e Soffici del manoscritto originario dei Canti Orfici intitolato Il più lungo giorno a orientare Campana verso la pubblicazione del testo completamente rimaneggiato. Campana si era rivolto ai due letterati che all’epoca dirigevano la rivista di orientamento futurista Lacerba per trovare un adeguato sbocco editoriale, senza ottenere alcun risultato tangibile. Molto è stato scritto e congetturato a proposito della perdita di questo manoscritto, ritrovato nel 1971 dalla figlia di Soffici tra le carte paterne, a cominciare dal fatto che Campana, su sua stessa ammissione, avesse dovuto riscrivere l’opera da cima a fondo. Il biografo Gianni Turchetta osserva: «Ora, quello che adesso ci interessa è però che Campana non ha affatto riscritto a memoria quelli che poi avrebbe chiamato i Canti Orfici. Proprio per il suo modo di lavorare, infatti, per quel suo lentissimo approssimarsi alla forma finale attraverso una serie interminabile di correzioni, di riscritture, di varianti, egli possedeva un gran numero di abbozzi, di redazioni dei testi del Più lungo giorno». La vicenda del manoscritto perduto proseguirà ben oltre la data di pubblicazione dei Canti Orfici, tanto che in data 23 gennaio 1916 il poeta scrive a Papini: «Se dentro una settimana non avrò ricevuto il manoscritto e le altre

Sulle trac di Dino Cam di Pasquale Di Palmo carte che vi consegnai tre anni sono verrò a Firenze con un buon coltello e mi farò giustizia ovunque vi troverò». Giustamente Sebastiano Vassalli precisa che «i primi segni di squilibrio furono le idee ossessive; e un’idea ossessiva di Campana riguardò proprio il manoscritto dei Canti Orfici, smarrito anzi “rubato” dai nemici Papini e Soffici. Il furto del manoscritto diventò la sintesi e il simbolo di tutte le ingiustizie che il poeta aveva dovuto subire nel corso degli anni, cominciando dalla persecuzione dei familiari e dei compaesani per finire con i comportamenti arroganti di alcuni personaggi della cultura». Vallecchi stamperà nel 1973 in due volumi raccolti in custodia la redazione del Più lungo giorno: il primo dedicato al testo critico curato da Domenico De Robertis, il secondo contenente la riproduzione anastatica del manoscritto. Campana detta i propri testi a un dattilografo del Comune di Marradi, dopodiché si affida al Ravagli, anche se il poeta risulta incontentabile e trova sempre nuovi spunti per entrare in polemica con il tipografo che aveva rileva-


cce mpana

Dino Campana fotografato in manicomio. Sotto al titolo, un suo ritratto firmato da Primo Conti, una sua lettera a Papini, la seconda edizione dei “Canti Orfici” e la copertina del libro curato da Cacho Millet to l’attività dal fratello Francesco (in copertina figura infatti la dicitura «Tipografia F. Ravagli»). In calce al libro è riprodotta la seguente dichiarazione: «Ringrazio i signori sottoscrittori, gli amici che mi hanno incoraggiato ed anche last not least, il coscienzioso coraggioso e paziente stampatore sig. Bruno Ravagli». È aggiunta inoltre un’Errata Corrige, caratterizzata dalle iniziali E.C., concernente alcuni refusi presenti nel testo. Quando Vallecchi sta approntando la seconda edizione dei Canti Orfici sono giacenti nel deposito della tipografia ancora duecentodieci copie del volumetto. Nel settembre del 1914 il libro viene messo in vendita presso la Libreria Gonnelli di Firenze, sita in via Cavour 50. In alcuni esemplari è presente in copertina una piccola etichetta verde gommata con la scritta della libreria fiorentina posta a coprire le note tipografiche originali. L’epistolario di Campana costituisce un indispensabile strumento per chi voglia avvicinarsi alla sua opera tentando di capire le profonde motivazioni umane e psicologiche che spinsero l’autore dei Canti Orfici, «disperato e sperso per il mondo», a cercare di condividere un’esperienza che rimane tra le più emblematiche, nella sua marginalità, del nostro Novecento letterario. Campana era infatti un «irregolare», nonostante avesse avuto contatti con alcuni dei più rappresentativi intellettuali del suo tempo, come dimostrano i suoi carteggi con personaggi del calibro di Papini, Soffici, Prezzolini, Cecchi, Serra, Boine, Mario Novaro ecc.

P u r t u t t a v i a qualcosa di profondamente radicato separa la figura di Campana da quella dei suoi interlocutori. In primis la sensazione, percepita leggendo questi messaggi, scritti alla stregua di una continua richiesta di aiuto, che «l’uomo dei boschi», come lui stesso si autodefiniva, fosse a malapena tollerato per il suo comportamento eccentrico e bizzarro, evidenziato a più riprese dalle testimonianze tramandateci. In secondo luogo la tendenza a coalizzarsi (magari inconsapevolmente) contro chi attenta alle regole di stampo cartesiano della nostra cultura, anche qualora prenda il millantato aspetto iconoclasta dell’e-

sperienza lacerbiana. Il poeta marradese ebbe il coraggio, in pieno periodo interventista, di apporre al suo libro la provocatoria dedica «a Guglielmo II imperatore dei germani» non soltanto perché era impregnato di quella cultura superomistica derivata da una lettura esaltata e esaltante di Nietzsche ma, soprattutto, per accentuare il distacco nei confronti dei suoi concittadini, come confesserà in una lettera inviata a Soffici: «Ma sì, è stato il dottore, il farmacista, il prete, l’ufficiale della posta, tutti quegli idioti di Marradi, che ogni sera al caffè facevano quei discorsi da ignoranti e da scemi. Tedescofobi, francofili, massoni e gesuiti, dicevan tutti e sempre le stesse cose: e il Kaiser assassino, e le mani dei bimbi tagliate, e la sorella latina, e la guerra antimilitarista. Nessuno capiva nulla. Mi fecero andare in bestia; e dopo averli trattati di cretini e di vigliacchi, stampai la dedica e il resto per finirli di esasperare».

S o n o n o t i i tentativi di emendare il suo libro da quelle scritte provocatorie (oltre alla dedica il sottotitolo della raccolta è Die Tragödie des letzen Germanen in Italien), arrivando a strappare le pagine compromettenti o incollando apposite striscioline di carta nei punti critici, in quanto la polizia si stava interessando al suo caso. Dieci anni dopo il definitivo internamento nel manicomio di Castel Pulci, avvenuto nel marzo del 1918, Vallecchi riproporrà i Canti Orfici arricchiti da una sezione di altre liriche e da una prefazione di Bino Binazzi. Il nuovo libro si segnala per le numerose omissioni e arbitrarietà, evidenziate dallo stesso Campana in una delle sue conversazioni con Pariani. In una missiva indirizzata al fratello dal manicomio, Campana scrive il 2 giugno 1930: «Caro Manlio, tempo fa ebbi l’occasione di vedere la ristampa dei miei Canti Orfici edita da Vallecchi-Firenze. In qualche momento di tranquillità potei notare i continui errori del testo che è così irriconoscibile. Vi ànno pure aggiunto poesie di lezione fantastica. Non sono più in grado di occuparmi di studi letterarii, pure vedendo che il testo va così perduto. Ti pregherei di ricercare l’edizione di Marradi, per conservarla per ricordo».

Saggi

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Quanta malinconia in quel Garibaldi di Leone Piccioni

na delle nostre migliori narratrici, Elisabetta Rasy (basti ricordare Posillipo, 1987) ci dà un aureo libretto che non è facile definire tante sono le motivazioni, le sensazioni, i racconti, il fascino di questo Figure della malinconia (Skira Editore, 89 pagine, 9,00 euro). Siamo nel campo della critica d’arte anche se alla Rasy sono positivamente concesse variazioni di tempo e di memorie e le più ampie citazioni anche letterarie. Sono molti secondo la scrittrice i gesti, sia nella vita che nell’arte, «in cui la malinconia degli uomini e delle donne si allinea alla malinconia della materia». C’è malinconia nella maggior parte delle Nature morte dipinte, c’è malinconia in certi ritratti, minori talvolta, capolavori tal’altra, e negli oggetti che il pittore lascia anche in quadri di ampia ispirazione. Prendiamo un capitolo, pur minore, intitolato «Il pathos del Risorgimento» partendo dal ritratto di Garibaldi dipinto nel 1860 da Silvestro Lega: «Garibaldi ha lo sguardo rivolto verso il basso, verso qualcosa che noi non vediamo, e forse non c’è, qualcosa di remoto. Non lo sguardo di un guerriero, ma lo sguardo di un melanconico». Alexandre Dumas così descrive Garibaldi: «Un uomo di quarant’anni, di altezza media, ben proporzionato, con capelli biondi, occhi azzurri, fronte, naso, mento greci… porta la barba lunga, il suo abbigliamento abituale è una sorta di casacca aderente al corpo, o addirittura una camicia senza insegna militare; i suoi movimenti sono pieni di eleganza, la sua voce di infinita dolcezza somiglia ad una canto». E per Garibaldi si fa riferimento anche alla pittura di Induno ai tempi del grande Fattori, pittore di tante battaglie risorgimentali. I grandi e piccoli oggetti pittorici che la Rasy ricorda e sui quali approfondisce le sue tematiche vanno da Turner di cui considera la luce delle ultime tele, alle opere di Goya (Il sonno del-

U

la ragione genera mostri): «La luce di Goya - ci dice - è una luce tenebrosa, una luce che illumina le tenebre». Vorremmo citare tante altre indicazioni e interpretazioni che la Rasy ci dà, ma ricorderemo Monet, Cima da Conegliano, Baugin (si fa riferimento ai Cinque sensi del Louvre), Giorgione, il Chiostro di S. Chiara a Napoli, Lorenzo Lotto, Edward Hopper e altri ancora. E incontriamo un’importante conclusione dedicata al Caravaggio e ai suoi dipinti Il riposo durante la fuga in Egitto e la Maddalena penitente. «Maddalena non

In un suggestivo libretto, Elisabetta Rasy rintraccia il “malessere di ogni cosa caduta” nelle opere d’arte di autori diversi e lontani: da Goya a Hopper è più solo la ragazza dai capelli rossi con gli occhi chiusi, ma anche il sogno che sta sognando, e quegli oggetti vicini inafferrabili nel luogo infero in cui giacciono, gli oggetti spettrali dei sogni sono irrimediabili figure della malinconia». Molti i riferimenti letterari da una pagina esemplare di Cesare Brandi al frequente ricorso a Baudelaire e alla sua opera critica, a Hawthorne e un suo viaggio a Roma che sembrò stranamente noioso all’autore della Lettera scarlatta che poi dedicò all’Italia il suo libro Il fauno di marmo. «Per quanta bellezza - scriveva Hawthorne possa esserci nelle rovine romane non è che il residuo di ciò che fu bello all’origine, mentre una rovina inglese è spesso più bella nella sua decadenza di quanto lo fosse nella sua originaria potenza».


MobyDICK

Jazz

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zapping

I magnifici

el mondo del jazz esistono e sono esistite un alto numero di piccole e piccolissime etichette discografiche spesso dalla vita effimera, che nel breve tempo della loro esistenza hanno però realizzato opere di grande importanza. La loro storia non è stata quasi mai raccontata e le loro produzioni discografiche sono cadute da anni nell’oblio. Una di queste è la Felsted fondata a Londra nel luglio 1954. Felsted è il nome di una piccola città situata nella contea dell’Essex, in una splendida zona dell’Inghilterra centrale, posta in posizione strategica a poco più di un’ora da Londra e assai vicina a Cambridge. Ma questo c’entra poco con la nostra storia. Felsted, in realtà, era la località dove risiedeva Sir Edward Lewis presidente della più importante casa discografica inglese, la Decca Record Company che concesse a uno dei suoi dirigenti, Walter McGuire, la possibilità di aprire una nuova eti-

N

IL ROCK OLTRE IL GUADO del revival: con Kesha di Bruno Giurato

nove

di Adriano Mazzoletti

Televisione

spettacoli

di Stanley Dance chetta, sussidiaria della casa madre, ma in realtà indipendente. Riconoscente, McGuire, chiamò Felsted la nuova casa discografica, che iniziò una produzione di musica da ballo e leggera. Fu però nel 1957, quando venne aperta la sede di New York, che il mondo del jazz si arricchì di nuove importanti incisioni. McGuire chiese a Stanley Dance di assumere la direzione artistica e lo scrittore e critico inglese realizzò, fra il 1957 e il 1960, anno di chiusura dell’etichetta, nove long playing del diametro di 25 centimetri, con musicisti assenti da troppo tempo dagli studi di incisione. Nella seconda metà degli anni Cinquanta il jazz guardava verso Miles Davis, John Coltrane, Sonny Rollins e le nuove stelle del jazz i cui dischi si vendevano in tutto il mondo. Stanley Dance si rivolse perciò a quei musicisti che avevano avuto importante passato e che erano ancora in grado di esprimersi magnificamente. Per il debutto

Earl Hines

er un mondo rock che viaggia con potenza sulla sicura ripetizione dell’identico, abbiamo un nuovo personaggio in arrivo. Nuovo all’atmosfera rockettara, almeno. Parliamo di Kesha, che già nel 2009 ci aveva violentato i timpani con la hit dance dal titolo Tik Tok. È da più di un anno che si parla di un nuovo disco per la 25enne Kesha Rose Sebert, che ha dichiarato: «Mi piacerebbe molto avere sul disco Keith Richards. Mi piacerebbe un sacco anche una collaborazione con Bieber e, allo stesso tempo, anche fare una canzone con i Flaming Lips». Ora, Kesha, nonostante appartenga alla temibile vague delle Rihanne e delle Lady Gaga (e delle fu Britney Spears) ha qualcosa di diverso: in più o in meno, non è accertato. Ma la sfrontatezza con cui già nel primo disco raccontava la sua vita da squattrinata a Los Angeles, alla rigorosa ricerca di nullafacenza, party e divertimento, aveva un che di sincero. L’aria di nonchalanche con cui in questi giorni ha postato sul suo profilo Twitter una foto mentre fa pipì (sic!) per strada l’accomuna al peggiore rockstyle clochard, e il fatto che non sappia cantare granché non osta: abbiamo una legione di esempi di rockstar afone, e pure stonate. E infine, in un momento in cui, come dicevamo, il rock sta comodamente sdraiato sul divano del revival, una venticinquenne che esce dalla disco music per dichiarare intenti musicali duri potrebbe essere (se non musicalmente almeno sociologicamente) un segnale. Sarà una pipì il guado oltre il revival e il postmoderno?

P Coleman Hawkins

chiamò Rex Stewart, celebre solista di Duke Ellington, a cui seguirono il pianista Earl Hines, il clarinettista Buster Bailey, i sassofonisti Buddy Tate, Coleman Hawkins e Budd Johnson, il trombonista Dicky Wells, il pianista e arrangiatore Billy Strayhorn e il batterista Cozy Cole. Quei nove dischi per un totale di 67 brani registrati, ebbero un successo immediato e contribuirono non poco a riportare sulla scena musicisti di grande valore che stavano per essere dimenticati. Da oltre mezzo secolo i nove long playing dalle splendide copertine con le presentazioni dello stesso Stanley Dance, erano diventati introvabili e li si poteva acquisire, a caro prezzo, solo alle aste. Oggi sono nuovamente reperibili, naturalmente in cd, pubblicati in un cofanetto di cinque dischi (The complete Felsted Mainstream Collection), da un’altra piccola etichetta discografica, la Solar Records, distribuita in Italia da Egea. Un regalo prezioso per tutti gli appassionati e studiosi del jazz classico.

Nero Wolfe a Roma, un innesto improbabile

ettiano che a qualche regista venga in mente di far agire e parlare Amleto, Jago, Oliver Twist, Arlecchino o Filomena Marturano nelle strade e negli interni di Seul (Corea) o a Seattle (Usa). Prima reazione: spaesamento dei personaggi e sconcerto degli spettatori. Non basta che la trama regga -quella regge dappertutto, se ben congegnata - ci vuole il contesto perché una storia, un dramma, una commedia non perda la sua essenza. Fatta questa premessa, come giudicare l’iniziativa di Rai-Fiction e «Casanova» di Barbareschi di conficcare in Italia (per Rai 1) Nero Wolfe, il detective ciccione, geniale e ossessivo creato dalla penna di Rex Stout? Inizialmente, con la prima puntata che descrive la morte di un golfista, viene da ridere. È come assistere a un innesto di un’orchidea (fiore al quale Wolfe dedica quattro ore al giorno) in una pianta di melograno. C’è una scusante: mister Wolfe, anche per farsi pubblicità e quindi gettare ami per futuri incarichi investigativi, fa il suo ingresso nel bel mondo romano (siamo nel 1959). Pare, sullo sfondo dei colli al

M

di Pier Mario Fasanotti

tramonto, un pupazzo stretto in abiti striminziti che hanno la funzione di enfatizzare la sua mole. Ne va di mezzo il bravo protagonista Francesco Pannofino che, proprio come Wolfe, ritrova poi il suo passo (lento) entro le mura di una palazzina liberty di via Nomentana, attrezzata per le sue stravaganti e pignolesche esigenze. In ogni caso persone e panorami di Roma stridono. La cornice non s’adatta al quadro, che è tipicamen-

te americano. C’è quindi la fatica, da parte del regista Riccardo Donna di far entrare un corpaccione letterario in un abito e in un luogo che paiono immediatamente in contraddizione con la caratura del personaggio. E, si sa, il personaggio è un impasto di carattere e di luogo («atmosfera» diceva Simenon). Ma lo immaginate il commissario Montalbano a Copenaghen? O Poirot a Catanzaro? In ogni caso il regista ce la mette tutta. Wolfe è a Roma (qui passò un periodo durante la guerra) in seguito a «problemi» con l’Fbi: un auto-esilio. E qui fa lo stesso lavoro, assieme all’assistente Archie Goodwin (disinvoltamente interpretato da Pietro Sermonti, il quale, anzi, ripulisce la patina di adulazione del personaggio-spalla, a volte francamente leziosa). Indaga su omicidi, scopre, tra abbondanti pasti e meticolose bevute di birra, drammi e intrecci familiari, sempre fedele al suo credo: «Chi ammazza, lo fa o per amore o per soldi». In alcuni episodi si nota l’impronta novecentesca di Agatha Christie: il conge-

gno mortale, l’attenzione al gesto, la soluzione del caso con tutti i testimoni stipati in un’unica stanza (palese in Champagne per uno). La trama ci tiene svegli. Ma quel che ci fa irritare è l’immancabile vizietto dei serial italiani: la caricatura regionale di certi personaggi, come se il siciliano debba dire o muoversi sempre e solo così, idem per il napoletano o il romano. Macchiettismo maledetto, marchio velenoso che infantilizza l’italica produzione televisiva. Wolfe catapultato a Roma perde (o comunque stempera) la sua fibra caratteriale che Carlo Lucarelli spiega bene nella prefazione a uno dei gialli di Stout (Orchidee nere) oggi riproposti da Beat (gruppo editoriale Neri Pozza-Giano): «Wolfe non è così grasso per una banale disfunzione ghiandolare, la sua è un’obesità letteraria, ricercata e perseguita con la raffinatezza, il gusto e la soddisfazione con cui si fa preparare i pasti dal suo cuoco personale. È l’imponenza-sorniona e superiore-di chi ha un altro concetto del tempo e dello spazio perché a ogni millimetro e a ogni secondo dà un diverso e forse più giusto valore».


Pensiero

MobyDICK

ernaldo Flori era un uomo in ricerca, era un credente, era un prete. Ricerca e fede non si escludono. Al contrario: talvolta respirano l’una nell’altra. Lo si vede nel libro pubblicato da poco dalle edizioni della Cittadella (Quaderni 1990, a cura di Giorgio Mazzanti, 283 pagine, 18,00 euro): un pensiero in movimento, che avanza per scosse, apre squarci veloci e frammentari, come fosse scandito da un’urgenza cui è inevitabile dare risposta. Un esempio, ma ce ne sono molti, è la nota che chiude l’itinerario del libro: «Conoscere senza vita, che senso ha? E vivere senza conoscere? Chi e come si risponde al Mistero? Dove echeggia? Nella vita?… nella conoscenza… nell’accordo delle loro ombre?». Quello che immediatamente salta all’occhio e colpisce, è non solo la frequenza, ma la densità degli interrogativi. E mai di facile risposta, come se Flori privilegiasse le zone più enigmatiche del vivere, i nodi, i tratti impervi dove la parola umana stenta o deve azzardare.

libri

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F

Quaderni è uno zibaldone d’interrogativi, una registrazione, osserva il curatore Giorgio Mazzanti, «continua e infinita delle oscillazioni della mente dell’autore che agisce come un sismografo. Intercetta tutti i movimenti dai più feriali ai più alti e interiori… In tal modo Flori può vigilare attentamente il pensiero, i pensieri; ma può comportarsi come la sentinella-profeta che deve vegliare e vigilare sui movimenti della storia, delle persone, dei popoli, della Chiesa». Attraverso queste parole si comincia a intravedere la figura di Fernaldo Flori, sensibilissimo sismografo e insonne sentinella con spirito e sguardo di profeta. E un profeta non è semplicemente un visionario, è l’uomo capace di fissare, oltre ogni effimera apparenza, il cuore della storia, e il suo avvenire. E se Flori è profeta, lo è in una veste del tutto particolare: è un profeta amoroso, che si prende cura degli uomini e delle cose e delle loro ombre, si prende cura dei pensieri e delle immagini e non consente che precipitino nell’insensatezza. La fede che lo anima non è

Lo zibaldone di un profeta di Maurizio Ciampa il terreno su cui crescono incontrovertibili certezze, ma è fremito di vita, come in Agostino o in Pascal, come in Unamuno o in Sestov. Il Cristo, di cui Flori segue le tracce, vive dentro l’umanità, nel fuoco della vita. Mario Luzi, lo straordinario poeta (ricordo soltanto il Viaggio celeste e terrestre di Simone Martini, emblema di un’opera vasta e di assoluta importanza nella letteratura del Novecento) che di Fernaldo Flori fu amico, ricorda, in un’intervista, che durante la celebrazione della Messa «riviveva il sacrificio di Cristo non solamente come una celebrazione, ma come un momento attuale di amore e di carità. Non faceva una celebrazione, per lui ogni volta era una rivelazione». Luzi ricorda anche l’orizzonte ampio delle sue letture, non solo teologiche (Flori aveva insegnato nel seminario di Pienza), ma filosofiche e letterarie con incursioni nella storia dell’arte e della musica, come, d’altra parte, si può vedere attraversando lo spazio di Quaderni 1990. Uno spazio pluriDon Flori. Al centro, con Mario Luzi. Sopra, particolare di uno degli affreschi del Sodoma nel refettorio di Sant’Anna di Camprena

mo e stratificato, frammentario si diceva, ma dove il frammento è una pulsazione del pensiero, un suo punto d’intensità, piuttosto che la sua disarticolazione.

Il frammento presente nei Quaderni ha un’ispirazione lontana, ha radici nella cultura letteraria e filosofica tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, che Flori conosce bene, ma attinge a percorsi più domestici, memorie più profonde e intime: la

badia San Salvatore nel 1915, morirà nel febbraio del 1996. Sarà ordinato sacerdote nel ’39, poi l’insegnamento a Pienza e la lunga responsabilità parrocchiale, cinquant’anni, a Sant’Anna in Camprena. Questo è il teatro dei pensieri che si versano nei Quaderni. Pensieri, come si è detto, frammentari, perché si vogliono distanti dalle grandi e tronfie architetture speculative, e si misurano invece con il ritmo rotto e diseguale dell’esistenza umana.

I “Quaderni 1990” di Fernaldo Flori, teologo, poeta e sacerdote, vicino a intellettuali e contadini. Fu parroco a Sant’Anna in Camprena e insegnò al Seminario di Pienza. Un sismografo dello spirito, un uomo in ricerca con febbrile umiltà sua matrice è «una scrittura aspra come i sassi di spacco che mio nonno estraeva dalla cava e cuoceva nella fornace. Una parola di millenni spezzata, un sasso cotto o lava bruciata. Quante ripercussioni di striature e riflessi nella facciata scabra, quanto fuoco incarcerato nella calcina». Veniva dall’Amiata, Fernaldo Flori, come un altro grande cristiano, Ernesto Balducci, di cui quest’anno ricorre il ventennale della morte. Flori era nato ad Ab-

Flori non si assenta mai dal mondo, né dalle creature che gli vivono accanto. Saprà essere maestro autorevole e amico attento e fedele, vicino a intellettuali e contadini. In che modo? Leone Piccioni, che i lettori di questo giornale ben conoscono, a lungo ha frequentato Fernaldo Flori a Pienza. Piccioni mette in rilievo un altro suo fondamentale tratto: la «febbrile umiltà. Scontroso, affettuoso, umile, sapiente: l’umiltà in lui vince ogni

altro contrasto». Mi pare importante accostare umiltà e sapienza, come fa Leone Piccioni, perché la febbrile umiltà di Fernaldo Flori non era semplicemente un elemento del carattere, e non apparteneva alla psicologia dell’uomo, ma era un esercizio dello Spirito, non solo un modo d’essere e di guardare, ma appunto sapienza, e forse, ancor di più , faceva corpo con la sua riflessione teologica e la sua attenzione alle creature, il suo sentirsi creatura fra creature. L’umiltà di don Flori aveva un inconfondibile sapore cristiano.

Un ultimo cenno, sono davvero tanti i temi che s’intrecciano in Quaderni, un ultimo cenno alla poesia, che è stata così importante in Fernaldo Flori, amico di grandi poeti come Luzi, Betocchi, Caproni, e d’importanti uomini di lettere come Bo, Pampaloni, Piccioni. La poesia gli era costantemente presente, non solo parole, suoni, immagini, ma la vita stessa dell’uomo. I versi del Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini di Mario Luzi, autentico vertice della poesia novecentesca, dicono in compendio l’avventura di quest’uomo, Fernaldo Flori, e del suo libro: «Va,/ lui, dimentico della sua andatura,/ perduto nelle sue creature/ al cuore chiaro del sapere oscuro».


MobyDICK

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cinema

Nazismo e Gaza visti da Israele di Anselma Dell’Olio covare i film migliori in un festival come Tribeca è una bella impresa. Sono tante le opere ma le chicche migliori vanno direttamente a Cannes, e gli appassionati di cinema devono diventare come cani da tartufo. Negli anni passati proprio a Tribeca, festa popolare più che cinefila (come Roma) sono stati scoperti due sleepers, opere sorprendenti che arrivano senza fanfara e nomi noti, e che spesso sono film d’essai camuffati da film di genere: Lasciami entrare, un fantastico film svedese che parla di vampiri, e The Eclipse, emozionante ghost story irlandese. (È buona norma controllare sempre film irlandesi,

S

cupati (Striscia di Gaza e Cisgiordania). La ben congegnata sceneggiatura segue l’evoluzione degli interrogatori, condotti con rigore e passione civile dal giovane militare. Fa la differenza che chi è deciso a inchiodare il comandante che ritiene responsabile di «eccesso di forza», è una giovane donna, Anna (l’eccezionale attrice Asa Naifeld). Molti hanno notato una certa parentela del film con Codice d’onore (1992), di Rob Reiner con Jack Nicholson, sui misfatti interni alla marina militare americana nella base di Guantanamo, molto prima che diventasse un carcere militare per sospetti terroristi dopo il 11 settembre. Come

to. Erez si dissocia dall’approccio «le-regole-sono-regole» della sua amica, amante e sottoposta. I commando detti «lupi siberiani» sono tenuti in grande considerazione dal governo e dalla politica in generale, per l’impeccabile, rigoroso addestramento e per il coraggio dimostrato nel mantenere l’ordine nelle zone più infide e pericolose della giurisdizione israeliana. La genialità del racconto sta nel modo in cui lo spettatore cambia continuamente posizione e simpatie. È naturale appoggiare, senza sé e senza ma, la punizione di un’ingiustizia: la grave umiliazione di un palestinese, presunto innocente, davanti alla sua fa-

“Room 514” e “The Flat”: un film e un documentario presentati al Festival di Tribeca (che si è appena concluso) che meritano attenzione. Due storie che ruotano intorno ai grandi dilemmi morali dell’unica democrazia mediorientale rumeni o israeliani, spesso superiori). Solo quello svedese ha avuto l’onore di una distribuzione e un remake (assai inferiore) americano. L’irlandese, purtroppo, è uscito solo in dvd.

Quest’anno i vincitori sono War Witch, su un’adolescente coscritta come soldato dai signori della guerra in un paese africano, e The World Before Her, documentario su un’aspirante Miss e una militante del partito integralista indù, di cui abbiamo scritto la settimana scorsa. Ma ci sono due film israeliani vincitori che meritano molta attenzione, il film di fiction Room 514 e il documentario The Flat. Il primo avrebbe potuto vincere il primo premio, ma al regista debuttante Sharon Bar-Ziv è almeno andata una «menzione d’onore» della giuria. È la storia di un interrogatorio condotto da un investigatore della polizia militare, d’origini russe, che indaga su un incidente di violenza commesso da un soldato delle forze speciali ai danni di un civile palestinese nei Territori oc-

si evince dal titolo, il film si svolge quasi per intero dentro una stanza dove avvengono gli interrogatori. Anna è decisa ad applicare le regole senza fare sconti a nessuno, ma non è un’integralista manichea, solo una ragazza ancora acerba che vuole chiudere il caso prima del ritorno alla vita civile, previsto tra poche settimane. Vive senza troppe illusioni e con molto realismo il rapporto intimo che intrattiene nella stessa stanza con il suo superiore, il bel comandante Erez (Ohad Hall), in procinto di sposarsi con un’altra donna. Forse Anna è innamorata di Erez ma non esita a tenergli bordone quando arriva la fidanzata legittima, che annusa un tradimento a pochi giorni dalle nozze. Il film necessariamente è molto dialogato, perché ruota intorno a una serie di interrogatori, ma si segue benissimo anche con i sottotitoli, perché sono avvincenti. Dopo l’iniziale resistenza di Nimrod, un soldato del corpo speciale testimone dell’accaduto, Anna si avvicina al momento in cui potrà incastrare e incriminare Davidi, l’accusa-

miglia. Ma con il passare del tempo e l’incalzante interrogatorio, il testimone Nimrod alla fine si sbottona. Con il successivo interrogatorio dell’imputato Davidi, fino a uno sviluppo angosciante con ribaltone finale, ogni certezza morale svanisce. Il film onora la complessità e gli spaventosi dilemmi morali di una nazione sotto assedio sin dalla fondazione, dilaniata dalla tensione tra l’istinto di sopravivenza, la sicurezza dei cittadini e gli alti ideali dell’unica democrazia in Medio Oriente. È la dimostra-

zione che si può fare un ottimo film con un’idea non banale, pochi soldi, una location, molta semplicità e uno sguardo largo sul mondo.

The Flat è un documentario che segue le scoperte stupefacenti del regista Arnon Goldfinger durante lo svuotamento dell’appartamento dei nonni materni scomparsi, ebrei tedeschi che si erano trasferiti da Berlino a Tel Aviv negli anni Trenta. Anche qui c’è un interrogatorio; di Gerda, la madre del regista, che cerca di capire l’incomprensibile: l’amicizia stretta e affettuosa dei nonni ebrei con una coppia tedesca compromessa con il nazismo e gli esecutori materiali dell’Olocausto. Si inizia entrando nel’appartamento da svuotare con un gruppo di parenti. Tra collezioni di guanti e infinite valigie, ci sono le lettere di una folta corrispondenza (con fotografie) che testimonia gli scambi di visite e di regali tra le due coppie amiche, prima e dopo la guerra. La coppia nazista e quella ebrea avevano fatto insieme una prima visita in Terra Santa, nel breve periodo prima della guerra, quando sionismo e nazismo avevano, per un breve periodo, finalità comuni. La parte più affascinante del film è forse l’incontro del regista con la figlia della coppia Come tedesca. nel film precedente, The Flat non offre risposte, solo spiegazioni parziali, ambigue, incomplete. Come dice uno studioso ebreo nel film, la prima generazione aveva solo voglia di dimenticare e quella successiva (la mamma del regista) preferiva lasciar sepolto il passato senza fare domande, per concentrarsi sull’integrazione in Israele. È solo la terza generazione, quella del regista, che ha la voglia di scavare, indagare, una tremenda rimozione. Il film è stato premiato per lo splendido montaggio. Distributori italiani, se ci siete, battete un colpo.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g

Seconde case, non sempre sono un lusso: l’Imu tassa anche il culto della memoria

UN’AGENDA PER LA SCUOLA STATALE: ALCUNE PROPOSTE (II PARTE) Nella prima parte di questo intervento, pubblicata su queste colonne sabato scorso, avevo formulato alcune proposte riguardanti i docenti. Nella parte che segue (ai punti III e IV), vorrei trattare questioni più generali di carattere culturale e sollevare il problema del rapporto tra pubblico e privato. Punto III - Un nuovo orizzonte culturale. Tempo fa si diceva «back to basics»: torniamo ai fondamenti. Occorre riconoscere il giusto spazio all’ortografia (apostrofi e accenti, congiuntivi, virgole, punti e virgola…), all’aritmetica, alla geografia, e a tutto quanto fornisce gli strumenti essenziali per apprendere e per vivere in una società aperta e avanzata. Per quanto riguarda, poi, la scuola superiore occorre farla finita con gli indottrinamenti più o meno apertamente ideologici. Gli studenti devono conoscere e approfondire in un’ottica pluralistica i nuclei fondanti della nostra civiltà (perché se perdono l’occasione offerta dalla scuola, probabilmente non li acquisiranno più) e devono costruirsi un mondo di valori orientati alla realtà di oggi. Ciascuno deve essere valorizzato per i propri talenti, che sono diversi da quelli degli altri. Basta, dunque, con l’egualitarismo forzato e mortificante, che non premia nessuno e punisce tutti. Punto IV - Introdurre meccanismi di sana concorrenza. Ossia non aver paura di una scuola paritaria (non statale), che sia effettivamente competitiva nei confronti della scuola statale. Ma allo stesso tempo rendere la scuola statale effettivamente autonoma e non soggetta a vincoli o pastoie burocratico-pedagogiche. Bastano pochi, semplici e condivisi principi comuni. Tutto il resto deve essere demandato alla scelta degli operatori professionali e alla loro responsabilità. C’è la volontà politica di portare nella scuola questo nuovo spirito? Luigi Neri C I R C O L O LI B E R A L – U D C FA E N Z A

L’ipotesi di una super Imu sulle seconde case sfitte ha provocato un generalizzato malcontento, perché le seconde case non sono sempre un lusso o indice di agiatezza come può apparire da uno sguardo molto superficiale. In molti casi rappresentano il legame con le proprie radici e il sogno, a volta non realizzabile, di ritornare dopo il pensionamento nel paesello natio. Si tratta di piccole abitazioni ereditate dai genitori dove vengono custoditi - come cose sacre - mobili, oggetti ed utensili adoperati dagli avi.Vengono lasciate sfitte per poterli abitare in occasione della ricorrenza della festa del patrono e per la ricorrenza della commemorazione dei defunti, occasione queste di incontrarsi con parenti, amici anch’essi emigrati per ragione di lavoro. Già il culto della memoria costituisce un costo non indifferente per Ici, elettricità, acqua, rifiuti solidi urbani che si pagano anche se si abitano per breve tempo l’anno e per eventuali piccole riparazioni che col tempo si rendono necessarie. Supertassarle significa mortificare i sentimenti dei cittadini che vogliono mantenere i legami di affetto con la terra dei loro avi. Supertassarle, come si ipotizza di fare, senza operare una distinzione fra quelle di lusso acquistate in zone di gran turismo e le altre, significa penalizzare il culto delle proprie radici che costituisce la forza morale del nostro popolo. Forza morale che ci ha consentito di superare le enorme bufere affrontate nel secolo appena trascorso. La politica non può essere ridotta ad un calcolo computistico di dare e di avere. La politica deve avere rispetto per l’anima ed i sentimenti popolari.

Luigi Celebre

SÌ ALLA RIFORMA ELETTORALE PER SCEGLIERE I NOSTRI RAPPRESENTANTI Anche il nostro presidente della Repubblica sostiene che si deve arrivare a una riforma della legge elettorale, che si deve dare la possibilità agli elettori di scegliere chi mandare al Parlamento e non lasciare la scelta alle segreterie dei partiti. Sì, vogliamo scegliere i nostri rappresentanti, dare il nostro voto a persone oneste e capaci e, soprattutto, mandare a casa disonesti e malfattori. Lasciate a noi elettori la possibilità di fare pulizia.

Giuseppe Lapergola

CON LA MERKEL PER LA LIBERAZIONE DI YULIA TIMOSHENKO Almeno per una volta sono d’accordo con la Cancelliera tedesca Angela Merkel, che è pronta a cancellare la sua prevista partecipazione a Euro 2012 in Ucraina se l’ex premier Yulia Timoshenko non sarà rimessa in libertà prima del fischio di inizio dei campionati europei di calcio. Speriamo che anche altri capi di Stato seguano il suo esempio trasformando detto campionato in una vetrina per il rispetto dei diritti umani. Attendo fiduciosa la liberazione dell’ex primo ministro e leader dell’opposizione ucraina Timoshenko, che è in scio-

pero della fame per protestare contro le condizioni della sua prigionia.

Tiziana Paludi

CRISI ECONOMICA: UN’ALTRA VITTIMA Ancora un’altra vittima della crisi: questa volta a togliersi la vita, sparandosi un colpo di pistola alla testa, un costruttore di Nuoro. L’edilizia, infatti, è uno dei settori più martoriati della recessione economica e della crescita delle tasse, e così anche l’impresario di Mamoiada aveva dovuto ridurre progressivamene l’attività fino a fermarsi del tutto. Aveva dovuto licenziare tutte le maestranze, compresi i suoi due figli a cui probabilmente l’uomo sognava di consegnare la ditta, in un futuro non lontano. Ecco, secondo me, cosa ha spinto l’impresario a credere che la sola soluzione rimasta fosse quella di premere il grilletto: l’idea di aver fallito soprattuto come padre di famiglia che, dopo anni di duro lavoro, non è riuscito ad assicurare un futuro economico sicuro ai propri figli.

Cristano Como

SOLO LA FEDE PUÒ COMBATTERE LA PAURA DEL DOMANI E LA SOLITUDINE La lista dei suicidi aumenta, sono uomini, di mezza età, in genere commercianti o piccoli imprenditori; l’essere separati o divorziati

L’IMMAGINE

VINCENZO INVERSO COORDINATORE NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

E l’iPhone fa “vedere” anche i ciechi Ora l’iPhone è anche per ciechi. Sembra impossibile eppure le nuove app dello smartphone di Steve Jobs sono considerate dai non vedenti la più grande rivoluzione dopo il braille. Un esempio è Sendero, l’app “per ciechi fatta da ciechi”, una sorta di sistema Gps che annuncia passo passo i percorsi da seguire e segnala gli ostacoli da evitare. Per sapere quale mezzo pubblico prendere c’è invece HopStop: inserita una destinazione viene suggerito il treno o il mezzo pubblico da prendere. La tecnolgia aiuta anche i fan dello shopping. VizWiz iPhone scatta foto a un abito o a un oggetto e le invia a un servizio clienti che li descriverà nei minimi dettagli. Per sapere il loro prezzo basta affidarsi a LookTel Money Reader che scannerizza l’etichetta e visualizza il prezzo. Gli amanti della lettura, invece, troveranno utile il lettore multimediale Audible. E se la navigazione del portale risulta difficile, nessun problema, c’è HeyTell: si comunica nel microfono l’argomento che interessa e il cellulare pensa al resto. Ma nuove idee continuano ad arrivare anche dalla rete. Come quella di un Gps indoor, perché se è facile arrivare davanti a un edificio, il difficile è trovare la porta d’ingresso.

è una aggravante; il lavoro non è più quel posto fisso che si è scoperto lusso nel nuovo secolo; le tasse sono troppe e alla fine lo strumento di rivalsa è sempre lo stesso: la casa. Una volta che tutto è compromesso entrano in gioco gli elementi più pericolosi: la vergogna e la paura del domani, due sensazioni che portate all’estremo sono peggio della morte. La ciliegina sulla torta è però lei, la solitudine, che sa di eterna condanna, che proviene da un focolare assente; allora l’unica via è la fine. Ci vuole coraggio anche nel suicidarsi quindi non credo sia da vigliacchi; credo solo che oggi l’unico farmaco senza controindicazioni è la fede, ma la si trova in angoli bui e non è da tutti.

Bruno Russo - Napoli

LA CONTRACCEZIONE D’EMERGENZA NON HA RAGIONE DI ESISTERE

APPUNTAMENTI Venerdì 18 maggio ore 11- Piazza Pilotta 4 Centro Convegni Matteo Ricci - Roma CONSIGLIO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

LE VERITÀ NASCOSTE

Sdraiati per la pioggia C’è chi in caso di siccità fa la danza della pioggia e chi i temporali preferisce invocarli restando disteso. Come questi uomini di una tribù dell’India orientale che, armati di lunghi bastoni, pregano Shiva affinché mandi un po’ d’acqua a rinfrescare la torrida stagione estiva. Questo rito si celebra ogni anno a maggio, durante una festività induista chiamata “Manda”

È di pochi giorni fa l’introduzione in commercio della pillola dei cinque giorni dopo. Non voglio entrare nel merito del dibattito che si è sollevato se questa pillola possa avere o meno proprietà abortive, anche se studiosi autorevoli dicono di sì. Vorrei farne, piuttosto, una questione di principio per le donne. Non consiglierei mai né la pillola del giorno dopo né quella dei cinque giorni dopo poiché abituano ad utilizzare un approccio mentale sbagliato. È impensabile, infatti, nel 2012, dove la nostra vita è organizzata anche nei dettagli più banali, non pianificare con senso di responsabilità la propria vita sessuale. Diverso se si decide di avere un figlio con il proprio marito o partner, allora i rapporti saranno liberi. Altrimenti consiglio fortemente la regolare contraccezione quotidiana, quella cioè che ci permette di vivere un incontro intimo - sia esso occasionale oppure con il proprio compagno - in maniera serena. Regolarmente si assume la propria dose di contraccettivo (ormai gli effetti collaterali sono minimi) e si hanno rapporti tranquilli. Secondo me la contraccezione d’emergenza non ha ragione di esistere.

Alessandro Bovicelli


mondo

pagina 18 • 5 maggio 2012

Il governo di Kiev apre uno spiraglio per evitare il sabotaggio di Euro 2012

Yulia esce di prigione? Dopo le pressioni Ue, trovato un accordo: la Timoshenko in ospedale (ma sarà curata da un medico tedesco) di Luisa Arezzo a vera e propria tempesta di critiche che si è abbattuta sul governo ucraino dopo la presunta aggressione in carcere alla leader dell’opposizione Yulia Timoshenko - da quasi due settimane in sciopero della fame - e lo spettro di un boicottaggio dei prossimi europei di calcio, forse qualche consiglio lo ha portato. Il governo di Kiev sembra aver accettato un accordo, almeno secondo le parole del medico tedesco che cura Yulia, e che ieri ha avuto il permesso di visitarla in carcere. «Tymoshenko ha dato il suo assenso preliminare per essere trasferita martedì nell’ospedale ucraino di Khariv», ha dichiarato Karl Max Einhaeupl, responsabile della clinica Charite di Berlino, aggiungendo che Kiev ha accettato la condizione che fosse un medico tedesco a curarla nella struttura. Un’apertura volta a stemperare il clima di tensione internazionale e che però non ha portato alcun cambiamento sotto il profilo delle accuse. Anzi: Kiev continua a negare le violenze ai danni dell’ex leader arancione e dice di non voler affatto avviare alcun procedimento penale in merito, «visto che non ci sono prove che la Timoshenko abbia subito maltrattamenti in carcere», come ha detto ieri il procuratore generale ucraino, Viktor Pshonka. L’ipotesi di boicottare i campionati europei di calcio in Ucraina e Polonia (dove invece andranno tutti...), per protestare contro il trattamento riservato all’eroina della Rivoluzione arancione, e che stava prendendo sempre più piede tra i personaggi della politica europea, alla luce di questa apertura potrebbe presto scemare. A dare il benservito aYanukovich ieri era stata la commissaria europea allo Sport Androulla Vassiliou, ultima fra i commissari ad ufficializzare la sua defezione. Ma l’assenza più significativa al momento rimane quella di Angela Merkel, che se entro l’8 giugno non vedrà aprire qualche spiraglio da Kiev (la

L

richiesta in realtà è più precisa: la pasionaria bionda deve uscire dalle patrie galere ed essere curata, possibilmente a Berlino) diserterà la cerimonia di apertura. «Metodi da guerra fredda» aveva risposto piccato il governo ucraino, rendendo così sempre più palese come il caso Timoshenko stia facendo deteriorare le relazioni dell’Ucraina con l’Ue e con la Germania. Resta da vedere se adesso che le condizioni della Cancelliera sono state in parte esaudite, il suo nein sarà ancora così risoluto. La presa di distanza daYanukovich sarà comunque visibile a tutti entro pochi giorni, l’11 e il 12 maggio, in occasione dell’incontro tra i presidenti dell’Europa centro-orientale a Yalta. Tra i grandi assenti, Germania, Austria, Repubblica ceca, Slovenia, Italia (ma Giorgio Napolitano aveva declinato l’invito per impegni precedenti già lo scorso febbraio), Albania, Estonia e la lista si sta allungando a vista d’occhio.

Ma boicottare un vertice in Crimea è sì uno schiaffo, ma non equivale certo a un’azione di boicottaggio di Euro 2012. Ipotesi che il mondo del calcio sta cercando di evitare in ogni modo, a dispetto delle dichiarazioni del presidente della Fifa, Blatter, secondo i quali questi europei sono l’occasione per portare i riflettori su un dramma iniziato l’anno scorso. L’11 ottobre l’ex premier dell’Ucraina è stata condannata a sette anni di carcere per abuso di potere. Una vicenda che risale al gennaio 2009, quando la Tymoshenko, allora al potere, accettò da Vladimir

Lo stadio vuoto di Kiev. Sotto Yulia Timoshenko, al momento in galera. Nella pagina a fianco, l’apertura di Pechino 2008

Putin un accordo sul gas che secondo l’attuale presidente Viktor Yanukovich ha messo in ginocchio il Paese, condannando la compagnia nazionale, Naftogaz, a indebitarsi per 6 miliardi di dollari. Ora quella condanna viene letta come una vendetta del rivale, costretto a farsi da parte nel 2005 a causa della Rivoluzione arancione. E infatti al primo processo ne è

Sulla questione è sceso in campo anche il presidente russo uscente Dmitry Medvedev, che dietro la detenzione di Yulia Tymoshenko vede motivazioni politiche. «Quando competitori politici diretti si traformano in imputati e detenuti, in particolare candidati a elezioni presidenziali, si apre sempre un caso. Tutte le azioni per cui è accusata Tymoshenko erano

La procura ucraina ha detto che non aprirà un’inchiesta sulle presunte percosse inferte all’ex premier per «assoluta mancanza di prove». E ha ribadito che le lesioni sono state auto-inferte subito seguito un altro, che scavando nel passato della Tymoshenko la accusa di evasione fiscale quando, negli anni 90, era alla guida di una compagnia che importava gas dalla Russia. È il processo aperto in questi giorni, in cui Yulia rischia altri 12 anni di carcere. Il processo a cui non può partecipare, per le sue condizioni fisiche un’ernia cronica al disco - che è riuscita a far conoscere al mondo diffondendo su internet le foto dei lividi procurati dalle presunte percosse delle guardie.

state prese sotto l’autorità che le era stata conferita dall’allora presidente Viktor Yushchenko», ha spiegato la portavoce di Medvedev, Natalia Tymakova, citata dall’agenzia di stampa Ria Novosti, riferendosi alla firma del contratto per l’importazione di gas dalla Russia sottoscritto nel 2009.

Parole ambigue ma importanti, anche se il diretto interessato, Vladimir Putin, per ora rimane ai margini della vicenda, che comunque non devono far perdere di vista che nel braccio di ferro sul caso di Yulia Tymoshenko tra l’Ucraina e l’Ue (trainata dalla Germania), sarà forse lo spettatore più illustre e silenzioso, la Russia, a trarne dei vantaggi. Secondo diversi commentatori, infatti, l’irrigidimento dei rapporti tra Kiev da una parte e Bruxelles e Berlino dall’altra, potrebbe favorire


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Le aperture concesse ieri dal governo ucraino vanno cavalcate subito

Spegnere la tv non basta a salvare la nostra dignità Il boicottaggio proposto in sede Ue è il primo passo, ma per salvare la Timoshenko bisogna spaventare Kiev di Massimo Fazzi o sport dovrebbe essere vettore di valori democratici e di rispetto per i diritti umani. Invece, alla vigilia di ogni appuntamento sportivo degno di questo nome, si aprono diatribe infinite su una miriade di argomenti. Dalle Olimpiadi di Berlino con cui Hitler voleva dimostrare la superiorità della razza ariana – schiacciata dai razzi sotto i piedi di un certo Jesse Owens – a quelle di Seoul minacciate dalla guerra con la Corea del Nord, passando per il boicottaggio statunitense dei Giochi di Mosca al successo (diplomatico) di Pechino 2008, ogni evento si ammanta di contromanifestazioni, proteste e proposte di vario tipo. Non poteva dunque mancare all’appello il Campionato europeo di calcio che si svolgerà questa estate fra la Polonia e l’Ucraina. Quella stessa Ucraina che ha preso il suo ex premier Yulia Timoshenko e l’ha sbattuta in galera dopo un’elezione persa in maniera molto sospetta, massacra gli animali randagi per rendere vivibili le proprie città, approva una Costituzione che limita la libertà di stampa eccetera eccetera. L’ultimo in ordine di tempo a indignarsi è stato il commissario europeo per l’Istruzione, la Cultura, il Multilinguismo, la Gioventù e lo Sport Androulla Vassiliou, che ha annunciato in pompa magna che non parteciperà allo svolgimento degli Europei di calcio in Ucraina in risposta alle “preoccupazioni” che coinvolgono il caso della Timoshenko. «Si è parlato molto di recente circa la partecipazione di politici ad Euro 2012. In molti hanno espresso delle preoccupazioni per la situazione politica di Kiev ed io condivido queste preoccupazioni. Per questo, nella mia veste di commissario europeo responsabile per lo Sport credo che non sarebbe appropriato nelle attuali circostanze partecipare alle partite che si svolgono in Ucraina. La mia opinione è condivisa dal presidente e gli altri membri della Commissione Ue» ha concluso, lasciando aperta la possibilità di partecipare ad uno dei match che si terranno in Polonia. Prima di lei si erano espressi Angela Merkel – Cancelliere tedesco – Josè Manuel Barroso – presidente della Commissione europea – e altri politici di vari schieramenti sparsi per l’Europa. La proposta di boicottaggio, però, ha un punto debole.

L

geostrategicamente il Cremlino, impegnato nel riconquistare influenza nelle ex repubbliche sovietiche.

Incalzato da Bruxelles e Berlino, tuttavia, il presidente ucraino Viktor Yanukovich non sembra volersi piegare alle pressioni montanti della comunità internazionale e al boicottaggio politico di Euro 2012. Forse anche perché in casa dei nuovi sondaggi lo danno, in un eventuale duello presidenziale, chiaramente davanti alla rivale. Il capo di Stato, in ultima analisi, trova nei numeri la conferma che il sostegno di cui gode nel paese è sufficiente per dormire sonni tranquilli.Viceversa, l’eroina della rivoluzione arancione rimane una figura di minoranza e l’appoggio esterno alla sua causa avuto negli ultimi mesi non sembra servire a mutare radicalmente gli umori degli elettori ucraini. Secondo il sondaggio pubblicato dall’Istituto internazionale sociologico di Kiev effettuato alla fine di aprile,Yanukovich otterrebbe quasi il doppio dei voti della sua avversaria (19,3% contro 10,8%). Anche per quel che riguarda i partiti, quello del presidente è in testa con il 19,1% contro il 10,7% di Patria, la formazione dell’eroina della rivoluzione arancione. Le elezioni presidenziali sono in calendario solo nel 2015, quelle parlamentari si svolgeranno il prossimo 28 ottobre.Yanukovich forse guarda già oltre, ma il mondo no. E sul caso Timoshenko cerca di inchiodarlo. E forse ci sta riuscendo.

politico e il trattamento carcerario riservato alla ex leader della rivoluzione arancione sembra confermare i sospetti che dietro a tutta questa storia ci sia solo una vendetta personale. Le sue condizioni di salute si stanno facendo preoccupanti: già affetta da un’ernia al disco è ora bisognosa di cure. Cure che non ritiene di ricevere adeguatamente nella struttura penitenziaria e che forse “teme”di ricevere inadeguatamente dal suo Stato.

La figlia ha riferito che sua madre si fida dei medici tedeschi che l’hanno visitata in carcere un paio di volte negli ultimi mesi ed ha aggiunto: «Mia madre non ha mai rifiutato di essere curata in un qualunque Paese straniero, e non ha mai rifiutato di essere curata in Ucraina. Tutto dipende dai medici». Il messaggio è chiaro: la salute dell’ex leader necessita di cure serie, certe e garantite. La domanda è una: l’Ucraina è pronta a “prendersi cura”

le modalità proposte per esprimere la propria indignazione nei confronti del governo di Kiev: spegnere la televisione e non guardare le partite oppure non andare allo stadio. La Timoshenko è in carcere dallo scorso agosto, il processo a suo carico puzza di ostruzionismo

Ufficio centrale Nicola Fano (direttore responsabile) Gloria Piccioni, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Orio Caldiron, Anna Camaiti Hostert, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

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Merkel, Barroso e per ultima la Vassiliou hanno riconosciuto i crimini e le “preoccupazioni” che desta il governo locale. Ora facciano qualcosa

E questo punto debole è rappresentato dal-

e di cronach

della Timoshenko senza condizionamenti socio politici? Lei si è detta ieri disposta a farsi curare in patria ma da un medico tedesco. Si tratta di una piccola apertura che deve essere sfruttata da chi si batte per i suoi diritti e per quelli degli altri dissidenti. In questa situazione, mantenere la tv spenta non pare proprio una protesta eclatante, in grado di cambiare le cose. Se si volesse dare un segnale forte, veramente forte, si potrebbe iniziare a pensare a non mandare le proprie rappresentative nazionali al torneo. Oppure si potrebbe convincere la Fifa a chiedere – come garanzia per lo svolgimento del campionato europeo – la scarcerazione della Timoshenko e il suo ricovero in una struttura tedesca. Anche perché a spegnere il televisore – che comunque verrebbe occupato dal riflesso del televisore di fronte – non ci perde Kiev. Ci perdono soltanto gli sponsor, che forse se lo meritano ma che al momento non sono sotto i riflettori.

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


grandangolo

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Perché non è solo un affare di Borse e barili

Come funziona il mondo del petrolio, dove niente è come sembra Attorno all’oro nero si consumano attività che nulla hanno a che fare con le politiche energetiche. Si passa dall’attentato all’oleodotto ai problemi di frontiera, dal braccio di ferro ai “dispetti” punitivi, per arrivare poi alle politiche declaratorie e agli affari dei Grandi Produttori. Ecco cosa è successo negli ultimi 30 giorni di Mario Arpino opo il gonfiamento della bolla del 2008, in cui il prezzo del barile era salito dai 90 dollari in febbraio al top storico di 147 dollari a luglio, per poi sgonfiarsi rapidamente dopo l’estate fino ai 40 dollari, nel 2009 e 2010 saliva gradualmente fino a 80, dove si attestava per tutto il 2010. La crisi, perdurante dal 2011, ha fermato queste oscillazioni e, dopo un picco a oltre 120 in marzo, il prezzo ora sembra essersi mediamente stabilizzato tra i 103 dollari per il Wti (West Texas Intermediate) alla Borsa di New York e i 120 del Brend, alla Borsa di Londra. L’attenzione del pubblico in genere si ferma a questo tipo di informazioni, che i media ci fanno vedere almeno una volta al giorno. Gli specializzati hanno addirittura la possibilità di osservare queste oscillazioni ora per ora, come una qualsiasi moneta di scambio. Vi è poi tutta una serie di micro-eventi che non vede quasi nessuno, se non quei pochi che in Italia ancora seguono gli accadimenti internazionali. La parola “petrolio” evoca subito il Medioriente, dove, scorrendo anche solo distrattamente le agenzie, ci si rende conto che

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attorno all’oro nero ci sono attività di tutti i tipi, che poco o nulla hanno a che fare con le politiche energetiche: si passa dall’attentato all’oleodotto ai problemi di frontiera, dal braccio di ferro ai “dispetti”punitivi, per arrivare poi alle politiche declaratorie ed agli affari dei Grandi Produttori. Per capire meglio come sia complicato questo mondo vediamone solo alcuni esempi, scelti tra gli avvenimenti degli ultimi trenta giorni in Turchia, Arabia Saudita, Kurdistan e Iraq, Siria, Israele, Palestina (Hamas e Anp), Egitto e Libia.

In Turchia, all’inizio di aprile, l’oleodotto Kirkuk – Yumurtalik, che si estende tra l’Iraq e la costa mediterranea, è stato colpito da tre esplosioni nei pressi della provincia sud-orientale di Sirmuk. La causa delle deflagrazioni è rimasta ignota, sebbene fonti non ufficiali parlino di sabotaggio. La mente va naturalmente al Pkk, ma con gli interessi che ruotano attorno all’oleodotto non sono escluse altre opzioni. Il danno alle strutture è serio, ma la compagnia turca che gestisce la tratta afferma che il deflusso del greggio è stato bloccato all’ori-

gine. La Turchia, va ricordato, è uno dei paesi che sinora non ha risposto all’embargo verso il greggio iraniano. L’Arabia Saudita, in questo periodo, si è data molto da fare. Il ministro del petrolio Ali al-Naimi ha affermato che il Regno è pronto a coprire eventuali carenze sul mercato ed ha individuato una serie di fattori che hanno impatto sul prezzo del barile, tra i quali ha elencato «…la disinformazione, le preoccupazioni infondate circa la capacità di produzione» e, sopra tutto, una comunicazione spesso eccessiva circa gli eventi negativi. Ad esempio, ha spiegato, «…i prezzi superiori ai 125 dollari nel marzo scorso erano ingiustificati in termini di do-

Greggio non significa solo Opec, futures, major, potere, contrattazioni e sanzioni

manda-offerta, essendo comunque in crescita la scorte globali. Non riusciamo proprio a capire come mai i prezzi si comportino a questo modo…». Se non lo capisce lui….

Tra Kurdistan e Iraq continuano nel frattempo le dispute sulle risorse. Alla fine di marzo il governo regionale del Kurdistan iracheno (Krg) ha minacciato di fermare le esportazioni se Bagdad continuerà a rifiutarsi di pagare i produttori. Ma questo è solo l’ultimo scontro di una lunga faida per il controllo del petrolio nella regione. Il governo centrale iracheno sostiene di essere l’unico ad avere il diritto di esportare il greggio, mentre le autorità del nord Kurdistan, che godono di ampie autonomie, sostengono il contrario. I rapporti con il governo di al-Maliki sono sempre più tesi, tanto che nei giorni scorsi il curdo Barzani ha deplorato l’intendimento degli Stati Uniti di fornire velivoli F. 16 all’aviazione irachena, ritenendolo «pericoloso per la sicurezza». Queste diatribe hanno tenuto sinora le compagnie straniere fuori dal Kurdistan, con detrimento per il rendimento dei giacimenti. Da parte

sua il governo centrale di Bagdad, per bocca del ministro del petrolio Abdul Karim Luaibi, sta cercando di guadagnare terreno e valutare offerte che provengono da compagnie internazionali, tra cui la BP e Shlumbergher NV, proprio per lo sfruttamento del giacimento di Kirkuk, e ciò provocherà un pericoloso incremento della tensione. In Siria, dopo la serie di attentati che hanno colpito in gennaio ed in febbraio le raffinerie, gli oleodotti ed i terminali di Homs, il 21 aprile un gruppo armato ha fatto saltare in aria un impianto nella città orientale di Dayr al-Zawr, mandandolo in fiamme. Secondo l’agenzia ufficiale del governo di Damasco «…sono diverse settimane che i vari gruppi di terroristi stanno cercando di mettere fuori uso la rete di gasdotti e oleodotti in tutto il Paese». Di tenore opposto i comunicati dei dissidenti, che accusano i governativi di organizzare questi attentati per poterne addossare a loro la colpa.

In questo periodo, anche Israele e Palestina (Hamas e Anp) si sono dimostrate insolitamente attive sul fronte del petrolio. Mentre gli israeliani in-


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Dalla Cina alla Russia, dall’Argentina al Sudan, dagli Usa all’Iran: l’escalation è in atto

La guerra per il controllo delle fonti energetiche non si fermerà davanti a niente di Stranamore i può fare la guerra per ottenere il controllo o l’accesso a risorse energetiche o ad altre materie prime o beni essenziali? Certamente si, la motivazione strategico-economica è alla base dei conflitti, anche se talvolta si trova una diversa giustificazione. La storia militare offre infiniti esempi di guerre combattute per conquistare ciò che serve ad un paese per sopravvivere e prosperare, materie prime, energia, vie di comunicazione. Anche oggi i due Sudan si stanno combattendo, come largamente previsto, per il controllo delle risorse petrolifere. Non solo, per l’oro nero, ma anche per questo. Mentre l’Argentina, con un curioso ritorno alle politiche della dittatura, torna a cercare di scaricare sugli sfruttatori e nemici “esterni” le tensioni e le debolezze interne: la nazionalizzazione delle industrie petrolifere, a danno degli interessi spagnoli e britannici, ma anche il rinnovato contenzioso con Londra per il controllo delle Falklands e relativi probabili giacimenti combinano un rigurgito nazionalista con la fame di energia a costo politico. E l’ondata di nazionalizzazioni in altri paesi sudamericani, che seguono l’esempio del Venezuela di Chavez, innesca un detonatore pericoloso non solo per i rapporti strategici con l’Europa e con gli Usa, ma anche all’interno del continente, creando le premesse per nuove tensioni. Perché in mancanza di “nemici” esterni, più o meno remoti, torneranno a divampare vecchi attriti e questioni irrisolte. Il riarmo nella regione, guidato dal Brasile, non è certo solo dovuto alla esigenza di premunirsi nei confronti di qualche follia Venezuelana. Mentre i grandi oleodotti e gasdotti diventano infrastrutture essenziali la cui sicurezza assume rilevanza prioritaria. Non è un caso se la Nato, con la solita pachidermica lentezza, si stia muovendo sulla strada di assumere tra le sue missioni core anche la sicurezza degli approvvigionamenti energetici per i Paesi membri, una etichetta che, sul piano teorico, come no, può portare a conseguenze interessanti.

S

segnano a gruppi di tecnici e funzionari cinesi le tecniche per favorire la sostenibilità energetica, Gaza, che dopo la rivoluzione egiziana aveva sdegnosamente rifiutato il gasolio proveniente da Israele per l’alimentazione dell’unica centrale elettrica, confidando su una maggiore disponibilità dell’Egitto, si trova ora a veder razionata l’energia elettrica a sei ore al giorno. Ma il Cairo ripete di non aver alcun obbligo verso Gaza, enclave in Israele, ed ha chiuso drasticamente anche il traffico clandestino di gasolio e benzina attraverso i tunnel. Sembra però che in questi giorni i governi rivali di Hamas e dell’Anp abbiano raggiunto un accordo per mettere fine ad una crisi energetica che, sotto alcuni aspetti, è stata provocata dall’orgoglio delle stesse autorità della Striscia. Secondo l’agenzia britannica Reuters, dovrebbe funzionare così: una

Esplosioni e sabotaggi si susseguono in tutto il Medioriente. Cosa c’è in gioco?

compagnia israeliana fornirà il gasolio industriale necessario per far funzionare la centrale, mentre Hamas non pagherà il carburante direttamente a Israele, ma lo farà attraverso L’Anp. Nel contempo, continua l’acrimonia con l’ Egitto, accusato di non fare abbastanza per i fratelli palestinesi nonostante la caduta di Mubarak.

La vendetta non si è fatta attendere. Dopo alcune esplosioni all’oleodotto del Sinai in febbraio, gli attentati si sono ripetuti anche in marzo nei pressi della città di al-Arish, a sud della Striscia. Si tratta del principale gasdotto egiziano, che fornisce quasi la metà dei propri approvvigionamenti ad Israele ed alla Cisgiordania (Anp), in base ad un accordo molto criticato, sottoscritto ai tempi del vecchio regime. Se l’Egitto piange – tredici esplosioni di oleodotti e gasdotti in meno di un anno – la nuova Libia non ride. Continuano infatti le proteste a Bengasi davanti ai cancelli della Arabian Gulf Oil Company (Agoco), dove un gruppo di manifestanti ha inscenato una dimostrazione per protestare contro la mancata trasparenza del governo di Tripoli sulla gestione degli utili del petrolio. Con le tendenze centrifughe sempre più prepotenti, questa situazione non può che ripetersi. E anche peggiorare. Petrolio non significa quindi solo Opec, futures, major, potere, Borse, sanzioni, grafici degli andamenti del prezzo del barile e delle contrattazioni. A tutto questo fa da sfondo un fermento che – specie in Medioriente – è quotidiano. Il pubblico normalmente non lo conosce e non lo può seguire, formato com’è da tutta una serie di microeventi che, tuttavia, hanno la capacità di influenzare più o meno direttamente la qualità della nostra vita.

Basta dilatare a dovere il concetto. Lo si è fatto per il terrorismo, che al confronto è davvero uno scherzo. Il terrorismo non mette in discussione la sopravvivenza di un paese. La mancanza di gas o petrolio, perché non disponibile o perché i prezzi sono troppo alti, sì. Naturalmente chi non ha o ha deciso di rinunciare all’energia nucleare ha ancora più bisogno di avere libero e ragionevolmente costoso accesso alla energia da idrocarburi. Pensate al Giappone, che dopo aver combattuto e perso la Seconda Guerra Mondiale per una questione di petrolio aveva cercato nel nucleare la via per alleviare la dipendenza dalle importazioni di greggio e quindi dalle linee di comunicazio-

ne marittime. La scelta emotiva post disastro nucleare porrà presto il Giappone in una pericolosissima situazione strategica, specie di fronte al graduale ma inarrestabile espansionismo economico, politico e strategico della Cina, a sua volta affamatissima di energia. E il paradosso dell’Iran, che pur essendo tra i massimi esportatori di petrolio ha davvero bisogno del nucleare per soddisfare i fabbisogni energetici interni insegna che a mano a mano che le scorte mondiali andranno a ridursi e i prezzi continueranno a salire saranno in molti tentati a trovare nell’uso della forza una scorciatoia per risolvere il problema.

Del resto, in passato si è sempre fatto così: chi ha le materie prime e alza troppo i prezzi, anche solo sfruttando il gioco di domanda ed offerta, prima o poi rischia di incontrare qualcuno che si vorrà prendere ciò che gli serve senza pagare.Vale anche per il mite (oggi) Occidente. Se i prezzi raggiungessero livelli di reale insostenibilità… potrebbero spingere le opinioni pubbliche a mobilitarsi per soluzioni drastiche pur di evitare di restare al freddo o di dover rinunciare alla mobilità ed al benessere. Quanto avviene in Sudamerica a colpi di nazionalizzazione è solo un segnale. Le nazionalizzazioni fanno saltare il concetto di libero mercato, di villaggio globale e di corrette relazioni tra paesi. Naturalmente l’energia è solo un possibile casus belli tra i tanti. I paesi del medio oriente e della sponda africana del mediterraneo potrebbero far la guerra per l’acqua, un bene che in Europa tendiamo a considerare come poco prezioso e infinito. E lo stesso vale per gli Usa. Non è così e farsi un giretto in Nord Africa per andare a vedere l’impatto della desertificazione avanzante sarebbe illuminante. L’Egitto sarà uno dei protagonisti di una futuribile guerra dell’acqua, un problema che coinvolge tra gli altri anche Siria, Israele, etc. Difficilmente si combatterà una guerra per le “terre rare”così importanti per consentire, secondo la vulgata popolare, di realizzare telefonini sempre più sofisticati. Le terre rare servono a ben altro. E la Cina sta cominciando a fare qualche giochetto in proposito. Sì, possiamo sempre sperare che si trovi una alternativa alle terre rare cinesi. Si può credere che riusciremo a fare a meno degli idrocarburi. Possiamo anche cominciare a fare qualche danza della pioggia. Però chi si occupa di studi strategici a medio e lungo termine già da qualche anno conduce interessanti simulazioni, che di pacifico hanno davvero poco. Del resto non serve scomodare Vico per sostenere che la storia ripete se stessa.


parola chiave

APOCALISSE

Non esprime «l’ira violenta di Dio» ma è l’annuncio di una promessa. Perché ci racconta il sacrificio di Cristo che salva gli uomini di tutti i tempi, smascherando la violenza dei poteri di Sergio Belardinelli a parola apocalisse evoca in genere i famosi quattro angeli dell’omonimo libro di Giovanni, quindi significati inquietanti, oscuri, scenari che stravolgono il normale ordine delle cose: rivoluzioni, guerre, catastrofi naturali, flagelli d’ogni tipo. Eppure, proprio l’Apocalisse di Giovanni vorrebbe essere soprattutto un libro di “rivelazione”, un libro di luce e di speranza, non di oscurità e di paura. Una luce che a tratti può apparire persino accecante, ma che certamente è chiara e incontrovertibile; tanto chiara e incontrovertibile, diciamo pure compiuta, che Giovanni può concludere il suo celebre libro profetico con una dichiarazione piuttosto perentoria: «A chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro». Attenzione alle nostre parole dunque. Dalla Bibbia sappiamo che la letteratura apocalittica nasce in tempi di crisi. Di fronte a un impero, quello romano, decisamente troppo potente per le forze d’Israele, non resta che confidare in un cambiamento cosmico, pro-

L

veniente da Dio, che possa sconfiggere la famosa “Bestia dell’abisso”. L’impero romano, reclamando per sé ciò che può essere soltanto di Dio, diventa per ciò stesso, agli occhi di Israele, la personificazione per eccellenza dell’anticristo.

Ma la buona teologia ci dice anche qualcos’altro: sono i fondamentalisti a pensare che l’apocalisse esprima «l’ira violenta di Dio» e magari una chiamata alle armi in vista della battaglia definitiva; in realtà, l’apocalisse ci racconta soprattutto il sacrificio di Cristo, la vittima innocente, che salva tutti gli uomini di tutti i tempi, smascherando una volta per tutte la violenza di tutti i poteri secolari, anche di quelli religiosi. Come dice il Vangelo di Marco, all’udire della nascita di Gesù, il re Erode «restò turbato», quasi a presagire, giustamente, qualcosa di pericoloso per il suo potere e per tutti i poteri, qualcosa come una “potenza” disarmata, impossibile da sottomettere per chiunque, poiché rispondente a una logica che non è di questo mondo, essendo appunto la logica dell’amore di Dio. «La violenza è contraria alla natura di Dio», ha detto Benedetto XVI nel suo grande discorso di

Regensburg. La spada di Dio non sta al servizio di nessun potere, meno che mai può essere utilizzata per accelerare il compimento della storia. Quest’ultimo infatti è già stato realizzato da Gesù Cristo nel modo “folle” che conosciamo: la sua crocifissione sul Golgota. Svelando il senso della storia della salvezza, l’apocalisse si configura come una speranza possibile in ogni momento della storia, non come un criterio per misurare quanto una certa epoca sia vicina o lontana dal suddetto “compimento”. Non siamo di fronte all’annuncio di una catastrofe imminente; siamo piuttosto di fronte all’annuncio di una promessa: l’avvento della “Gerusalemme celeste”che si annuncia come certezza in mezzo al dolore e al sangue della storia; l’amore e la misericordia di Cristo come unica risposta a tutte le minacce, vere o presunte, del tempo nel quale ognuno di noi si trova a vivere. È questo il criterio alla luce del quale occorre saper leggere i cosiddetti “segni dei tempi”. Si tratta in fondo di guardare il proprio tempo con gli occhi di Gesù, di affidarsi alla semplicità della sua persona, non a un sapere da “iniziati”, accessibile soltanto a pochi privilegiati. In


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per saperne di più

hanno detto San Giovanni

S. Giovanni Evangelista Apocalisse Rizzoli - Bur

Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato.

Luciano Pellicani La società dei giusti Etas Libri Oscar Cullmann Dio e Cesare Ave Norman Chon I fanatici dell’Apocalisse Einaudi

René Girard

René Girard Prima dell’apocalisse Transeuropa Edizioni

L’apocalisse non ha una connotazione storica ma religiosa, per questo non possiamo farne a meno. È questo che il cristianesimo moderno non capisce. Nel futuro apocalittico, il buono e il cattivo sono mischiati insieme in modo che, da un punto di vista cristiano, non si può parlare di pessimismo, si tratta di essere semplicemente cristiani.

A destra, “San Giovanni a Patmos” di Bosch. Sotto, Denzel Washington in “Codice Genesi”. Nell’altra pagina, una scena di “E venne il giorno” di M. Night Shyamalan e l’attentato alle Torri Gemelle

È difficile scrivere un paradiso quando tutte le indicazioni superficiali indicano che si dovrebbe scrivere un’apocalisse. Risulta ovvio trovare abitanti per l’inferno o per il purgatorio.

Jean-Pierre Dupuy Pour un catastrophisme éclairé Seuil

Ezra Pound

questo senso l’apocalisse va depurata di ogni possibile interpretazione gnostica e indirizzata invece verso quella che definisco una sua interpretazione realistica, capace di dare alle cose il loro giusto senso. Mi spiego.

Il mondo che abitiamo è indubbiamente attraversato da enormi pericoli. La violenza terroristica, l’ingiustizia, la fame o le tecnologie della vita umana sono indubbiamente tanti segni “apocalittici” del nostro tempo. Eppure realismo vuole che, anche di fronte a questi“segni”, non si perda la speranza. Realismo vuole che, proprio quando i fatti storici hanno dimensioni apocalittiche, occorre restare saldamente ancorati, diciamo così, a una “teologia dell’alleanza” tra Dio e l’uomo. Se le cose vanno tanto male, è certo per colpa di questo o di quello, ma anche perché tutti abbiamo peccato, rompendo in questo modo l’alleanza con Dio. Riconciliamoci con lui, riscopriamo il suo amore, e avremo qualche speranza di un mondo migliore. Ecco un esempio di che cosa significhi un uso realistico dell’apocalisse. I cristiani debbono, sì, denunciare e contrastare le possibili catastrofi del tempo in cui vivono, ma debbono farlo, forti soprattutto della fede che il cosiddetto “mondo” è stato già vinto da Gesù e che in ultimo le porte degli inferi non prevarranno. Nonostante tutto, nonostante i tanti disastri della storia, è comunque con la storia, con la concreta realtà, che la fede cristiana è sempre chiamata a fare i conti, forte della convinzione che, quand’anche cascasse il mondo,

Proprio quando i fatti storici hanno dimensioni apocalittiche, come oggi, occorre restare ancorati a una “teologia dell’alleanza” tra noi e il divino. Solo così possiamo sperare in un mondo migliore

ci sarà sempre la possibilità di fare il bene. Quello possibile, ovviamente, non quello che vorrebbe eliminare il male dal mondo. Totalmente diverso è invece l’uso gnostico degli elementi apocalittici che viene fatto, ad esempio, sul fronte fondamentalista,

dove, mescolando in modo esplosivo disperazione, eccitazione e risentimento, si vorrebbe trasformare il mondo intero in una enorme valle di Ermaghedon dove le forze del bene lottano contro quelle del male: un bene e un male “metafisici”,“astrat-

ti”, che hanno perduto qualsiasi riferimento alla realtà. Lo gnosticismo ha sempre guardato con sospetto il senso comune, ossia il mondo che si vede, quello che sta sotto gli occhi di tutti; alla verità del senso comune ha sempre contrapposto qual-

cosa di arcano, visibile a pochi eletti, capaci di guardare dall’alto della loro “perfezione” gli Untermenschen, i sub-umani, che continuano ad abitare il mondo del senso comune, il mondo delle “sicurezze” borghesi o, peggio ancora, il mondo della fede. Orbene, a me pare che ci sia in tutto ciò un inconfondibile odore di zolfo. Del resto il diavolo è “gnostico”fin dalla sua prima apparizione. Fin dall’inizio egli usa una presunta intenzione latente (Dio non vuole che diventiate come Lui), per distruggere quello che sembrava l’ordine manifesto (non si deve mangiare di quell’albero). E da allora l’effetto “divisivo” delle sue apparizioni è più o meno sempre lo stesso: spingerci, da un alto, a ritirarci in noi stessi, nella nostra solitudine, nell’anomia della prima persona e, dall’altro, a sospendere l’idea di un ordine e di una conoscenza oggettiva delle cose, senza la quale gli “illuminati” difficilmente avrebbero buon gioco con i loro deliri sulla realtà “nuova”e sugli uomini “nuovi”, preparati magari grazie alle tecnologie della vita e alla biopolitica.

La realtà, lo sappiamo è spesso tragica; il male, la violenza e l’ingiustizia la fanno il più delle volte da padroni; i lupi amano mascherarsi da agnelli; e alla fine ci aspetta la morte. Eppure Gesù ci promette che la morte non avrà l’ultima parola; ci esorta a lavorare come “servi inutili”, a fare tutto il bene possibile, senza pretendere che il destino del mondo dipenda da noi. È lui che ha vinto il mondo. Ed è precisamente questo che ci rivela l’Apocalisse.


ULTIMAPAGINA

Dopo 40 anni, per la prima volta il Sol Levante si troverà senza energia nucleare. Con gravi rischi per l’economia

Il Giappone spegne l’ultimo di Vincenzo Faccioli Pintozzi a centrale nucleare Kashiwazaki-Kariwa è stata costruita quando il Giappone credeva in maniera ferma e convinta in un futuro a energia atomica. All’interno ci sono sette reattori, che rubano spazio a una costa affacciata sull’oceano fra le più belle al mondo: le linee elettriche che partono da questo stabilimento arrivano fino a Tokyo, dall’altra parte del Paese. Perché la Kashiwazaki è – sarebbe meglio dire è stata – la fonte energetica della capitale del Sol Levante e della regione in cui sorge. All’interno della sala destinata ai visitatori c’è un certificato – rilasciato dal Libro del Guinnes dei Primati – che la definisce la più grande centrale nucleare al mondo per capacità di emissione di energia. Oggi verrà chiusa per sempre, ultima delle 54 centrali operative in Giappone fino alla tragedia di Fukushima dell’11 marzo del 2011. Prima del terremoto acquatico e dello tsunami che ne nacque, il Giappone contava sul nucleare per il 30 per cento del proprio fabbisogno

L

Il governo ha avviato le consultazioni con le province per cercare di riaprire qualche centrale. Ma per ora nessuno sembra voler rischiare un disastro energetico. Grande potenza industriale, puntava su qualunque tipo di energia fosse disponibile la mondo fino a che un’enorme onda non ha spazzato via il sogno di onnipotenza dei nipponici. Che ora si trovano davanti a un bivio che potenzialmente potrebbe cambiare la faccia, o quanto meno l’industria, del Paese. La città di Kashiwazaki, che ospita la centrale, deve affrontare questo bivio adesso: si trova infatti divisa tra il terrore disoccupazione e la paura di un disastro come quello di Fukushima. In particolare i 10mila addetti nucleari, che da domani saranno disoccupati. L’area che circonda la cittadina è infatti povera di lavoro, e ad eccezione della Tepco – la Tokyo Electrical Power Company, padrona della centrale – non vi sono altre sedi aziendali di rilievo. Il sindaco Hiroshi Aida, oggi, dice alla Bbc: «Abbiamo coesistito per decenni con la centrale nucleare, convinti che fosse un posto sicuro.

ATOMO Ma con l’incidente di Fukushima abbiamo capito che non è così, o almeno che potrebbe non essere così. Non possiamo più affermare in maniera assoluta che sia sicura, quindi dobbiamo affrontare il problema. Perché siamo i cittadini di questa città, e la nostra fiducia nei confronti di chi gestisce la centrale è stata molto scossa». Shiro Arai, vice direttore della centrale, non si tira indietro: «Lo scopo di una centrale nucleare è creare energia. Ma la nostra compagnia era responsabile anche della centrale di Fukushima, e non possiamo negare che ora la cosa principale è la sicurezza. La sicurezza viene prima di tutto: siamo uniti e compatti in questo pensiero».

Il governo centrale la pensa allo stesso modo? Difficile dirlo. Perché se ai dirigenti locali e ai manager aziendali è permesso gettare la spugna, è un poco più complicato farlo per chi – adesso – dovrà rimpiazzare quel 30 per cento di energia totale che derivava dal nucleare. E mentre chiude la centrale di Tomari ad Hokkaido per “controlli di routine”, il Giappone si ritrova per la prima volta senza alcuna centrale operativa in più di 40 anni di attività. Tokyo vorrebbe, senza troppi problemi, rimetterne in attività qualcuna. E sta lavorando duramente per ottenere di nuovo la fiducia dei

propri cittadini, indispensabile per fare un passo del genere: i reattori nucleari sono stati sottoposti a ogni sorta di stress-test per verificarne la reazione in caso di terremoto o di tsunami. I ministri sono stati inviati presso i governi locali per discutere della ripresa delle operazioni, ma non hanno ottenuto gli effetti sperati. La chiusura delle centrali è un dato di fatto e ora il governo centrale deve ottenerne la riapertura attraverso il consenso popolare, perché un atto di forza da parte di Tokyo sarebbe disastroso dal punto di vista dell’immagine dell’esecutivo.

Nel frattempo però le petroliere si affollano presso la Baia di Tokyo, e il traffico è destinato ad aumentare. Per evitare black out della produzione industriale sono stati stanziati ingenti somme per l’acquisto di greggio e gas naturale, una spesa che ha fatto scivolare la nazione nel 2011 nel peggior deficit commerciale della sua storia. Yu Nagatomi, dell’Istituto giapponese per l’economia e l’energia, spiega: «L’economia nipponica dipende dalla manifattura, un settore enorme e molto avanzato. Ma per far andare avanti questo comparto, serve energia a buon mercato. Il settore industriale sta già scalpitando: in futuro la delocalizzazione potrebbe essere la norma».


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