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he di cronac

Preferisco un uomo senza denaro al denaro senza un uomo.

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Plutarco di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 7 GIUGNO 2012

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Botta e risposta fra il banchiere centrale e il presidente: «Serve un piano immediato», insiste l’America

Draghi, un no e un sì a Obama «Colpa anche degli Usa». Ma poi chiede alla Ue le stesse cose di Washington La Bce lascia i tassi invariati e mette fretta ai governi per la crescita: «Le tasse non bastano». Impietosi i dati di Eurostat: la produzione europea è a zero, Italia fanalino di coda (-0,8%) LA LEZIONE GRECA

Il segretario presenta l’emendamento per il “semipresidenzialismo”

Democrazie, rassegnatevi a cedere sovranità

Alfano lancia il modello francese. Ma è solo fiction

di Daniel Gros Unione Europea è una semi-federazione spontanea di stati sovrani e democratici in cui le elezioni contano e ogni paese cerca di determinare il proprio destino, non curante dei desideri degli altri stati membri. Tuttavia ormai dovrebbe essere evidente a chiunque che l’eurozona era stata concepita con un’impostazione istituzionale originaria ben differente. In verità questa lacuna si è rivelata come la principale causa dell’attuale crisi monetaria dell’Unione. Lo scorso ottobre, l’allora primo ministro greco, George Papandreou, propose un referendum popolare sul secondo pacchetto di salvataggio della Grecia e fu subito bacchettato.

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Non solo non ci sono i tempi, ma non c’è neanche la riforma di Parigi: il nuovo testo prevede un presidente eletto dal popolo (ma con gli stessi poteri di oggi) e un premier garantito dalla Costituzione che sarebbero in perenne conflitto fra loro

La ricetta di Giorgio La Malfa

«Attenti, di troppa emergenza si può anche morire»

Riccardo Paradisi • pagina 10

«Le banche, poi la Grecia, poi la Spagna: tamponando tutto con misure eccezionali, non si farà nulla per la crescita. La soluzione è dire addio al fiscal compact» Francesco Lo Dico • pagina 4

a pagina 5

Lo «zar» a Shanghai parla di affari con Hu Jintao

E Putin fugge a Est Un nuovo patto economico con la Cina di Enrico Singer i fronte all’Europa che annaspa nella crisi dell’euro e agli Usa sempre più preoccupati di scongiurare che il contagio passi l’Atlantico, c’è un nuovo blocco che gode ottima salute e che si organizza superando storici dissidi e altrettanto antiche dispute ideologiche. È una specie di G8 alternativo che si muove attorno a una sigla dall’apparente profilo basso – Sco, Shanghai cooperation organization – comparsa appena nel 2001, ma che rivela ormai le sue vere ambizioni: fare dell’Eurasia la potenza mondiale di domani. a pagina 6

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EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

NUMERO

108 •

PASTICCIO ALL’ITALIANA/1

PASTICCIO ALL’ITALIANA/2

Una proposta frettolosa e pericolosa

Presidenzialismo non significa governabilità

di Osvaldo Baldacci

di Savino Pezzotta

me sembra roba da campagna elettorale. Il tentativo di sfruttare un paio di slogan per avere una bandierina per chiedere voti. una cosa tipo: «Noi le riforme le volevamo fare, ma sono loro che non vogliono modernizzare l’Italia». a pagina 10

rima di analizzare nel merito la proposta di riforma «presidenzialista» dello Stato presentata dal Pdl bisogna ricodare che quando si fanno proposte di riforme istituzionali-costituzionali bisognerebbe partire da che cosa serve realmente agli italiani. a pagina 11

A

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

P

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


Il board dell’Eurotower si spacca sul taglio ai tassi d’interesse. Confermate le aste di rifinanziamento per immettere liquidità

La sfida di Draghi

Il presidente Bce vede nero sulla ripresa e mette fretta ai governi. Poi risponde a Obama: «La colpa della crisi non è solo dell’Unione» di Francesco Pacifico

ROMA. La riduzione del costo del denaro è rinviata a data da destinarsi. Forse già a luglio, se l’esito dei voti di Grecia e Francia dimostreranno che l’Europa è prossima al default. Tabù poi parlare del paracadute ai depositi nei Piigs o di interventi diretti nel capitale delle banche, preferendo lasciare il campo ai governi. Ieri Mario Draghi ha deluso le aspettative dei mercati. E infatti le Borse hanno dimezzato il loro rally dopo aver sentito le parole del presidente della Bce. Anche perché sono riapparsi i soliti diktat tedeschi, da sempre preoccupati dell’attivismo della banca centrale. Si acuisce la distanza tra le due sponde dell’Atlantico, a 24 dall’annuncio che la Fed è pronta a scendere di nuovo in campo per sostenere l’Europa – ma solo di concerto con i cugini di Francoforte – e di riflesso per stabilizzare il sistema finanziario e incentivare la ripresa americana. Fa discutere soprattutto la decisione di mantenere il saggio d’interesse all’uno per cento. Che, ammette Draghi, «è stata presa sulla base di un consenso e non all’unanimità, dopo che alcuni Paesi membri dell’Eurozona avevano chiesto un taglio dei tassi». Ma ieri Francoforte ha dovuto anche prendersi la briga di circoscrivere l’inter-

vento in Spagna. «Qualsiasi decisione di Madrid in merito a un eventuale ricorso all’Efsf, il fondo salva-Stati temporaneo, per raddrizzare la difficile situazione del settore bancario», si fa notare, «dovrà basarsi su una valutazione del fabbisogno di ricapitalizzazione delle banche e del denaro a disposizione del governo senza alcun aiuto esterno. Deve essere una valutazione realistica e basata su dati e numeri». Il tutto nella giornata in cui José Maria Barroso – e il suo commissario Claud Barnier – mostrano un importante pezzo del piano per la crescita dell’ Europa: un sistema di salvataggio che mette assieme i fondi dei Paesi membri per evitare aggravi sulla fiscalità e, quindi, sui deficit pubblici. «Un passo fondamentale verso l’unione bancaria nell’Ue che responsabilizzerà il settore bancario», l’ha definita lo stesso presidente della Ue. Ma Il primo a non nascondere la situazione è Draghi. Che, forse scusandosi dopo le attese create, ha detto che «non esiste una soluzione miracolo, una pallottola d’argento che la Banca centrale europea possa utilizzare per risolvere la crisi nell’area euro». Ergo, come da statuto, «la Bce continuerà con la sua politica monetaria orientata alla stabilità prezzi: pensiamo che sia la cosa migliore sia per l’area euro che per il resto del mondo».

Si attende l’esito delle elezioni in Grecia per intervenire sul costo del denaro. Vietato alla Spagna di ricapitalizzare gli istituti attraverso il Fondo Salva Stati. La Ue lancia “l’unione bancaria” Detto questo, e forte dell’ipocrisia europea, Draghi però potrà continuare ad aggirare le regole e aiutare sia le economie a rischio credit crunch sia quelle nel mirino delle speculazione. Infatti non ha fatto fatica a fare accettare al board dell’Eurotower – lo stesso diviso sul taglio dei la decisione di «prorogare le attuali misure straordinarie di liquidità a favore del sistema bancario dell’eurozona, in scadenza a fine mese, fino al

15 gennaio 2013». Le aste di rifinanziamento all’uno per cento «verranno condotte con procedura di volume illimitato e a tasso fisso fino a quando sarà necessario e, perlomeno fino alla fine del 12mo periodo di mantenimento delle riserve il 15 gennaio 2013». Ma guai a parlare di un cambio di rotta da parte di Draghi. Anche ieri il governatore ha richiamato sui rischi di politica incentrate soltanto sul rigore.

«L’euro», ha detto, «ha bisogno di una visione per i prossimi dieci anni. Io da solo non posso farlo, ma se partiamo dal fiscal compact, posso dire che è stato un passo importantissimo, ma che ora deve essere integrato da più crescita». Infatti Paesi come l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e la stessa Grecia potrebbero vedere evaporare gli sforzi massici fatti sul versante dei conti «se non ci saranno riforme dei prodotti, del mercato del lavoro e del settore finanziario». Il tutto «con la consapevolezza che nel medio termine il risanamento non si può basare solo su aumenti delle tasse, ma anche sulla riduzione delle spese correnti e stornando la spesa pubblica dalle voci correnti a quello a sostegno del capitale umano e delle infrastrutture». E con la stessa forza ecco Draghi suggerire a Obama di non perdersi in attacchi strumentali: «L’Europa», fa notare l’ex numero uno di Bankitalia, «ha le sue responsabilità per la crisi ma anche gli altri Paesi hanno i loro problemi. Quindi non è giusto, equilibrato, dire che l’Europa è la causa principale della crisi». Il governatore non ostenta ottimismo per il futuro. Però ci tiene a precisare che «la situazione attuale dei mercati, sotto tensione per la crisi dei debiti nell’area euro, non è della stessa gravità della fase post Lehman Brothers». Infatti questa


la crisi europea

7 giugno 2012 • pagina 3

Europa, adesso è crescita zero Allarme Eurostat: Pil fermo, Italia in rosso (- 0,8%). E Confindustria: produzione a rischio ROMA. Nell’Europa a crescita zero l’Italia – con i suoi 8 decimali di Pil in meno in un trimestre – consolida il suo ruolo di zavorra. Numeri che, secondo Confindustria, si traducono in una risicata attività e mettono «a rischio la stessa sopravvivenza di parti importanti dell’industria». Il tutto in un sistema che già «soffre la recessione, un feroce credit crunch e la bassa redditività».

In quest’ottica perfetta cartina di tornasole è il boom – denunciato dal vicedirettore di Bankitalia, Anna Maria Tarantola – dell’economia sommersa. Nel 2008, cioè prima dell’inizio della crisi, è cresciuto fino a superare l’11 per cento del Pil. Per il resto dell’economia – quella sana – si registra soltanto la perdita di potere del made in Italy. Sempre il centro studi di viale dell’Astronomia ha fatto sapere che la nostra produzione manifatturiera è scivola dal quinto all’ottavo posto mondiale, superata da emergenti come India, Brasile e Corea Sud. Il neo leader degli imprenditori, Giorgio Squinzi teme che le cose sono soltanto destinate a peggiorare, dopo un primo trimestre di caduta libera e un altro che non si prospetta migliore. Infatti c’è da mettere in conto gli effetti del sisma in Emilia-Romagna, che già registra danni per quattro miliardo. Il patron della Mapei – che ha il suo quartier generale nel distretto modenese di Sassuolo – non fa fatica a ipotizzare «uno stop produttivo di almeno 4-6 mesi nell’area dove si produce un po’ di più dell’1 per cento del nostro Pil». La stessa che ha visto una radicale e dolorosa riconversione alla base situazione di stagnazione è ben cristallizzata nelle stime della Bce: se per l’anno in corso è confermata una previsione di crescita economica compresa tra il -0,3 e il +0,5 per cento, nei prossimi dodici mesi il Pil dell’eurozona dovrebbe crescere tra lo 0 e il +2 per cento, due decimali in meno del +2,2 per cento ipotizzato in precedenza. E nella norma anche la crescita dell’inflazione: fra il 2,3 e il 2,5 per cento nel 2012; fra l’1 e 1,2 per cento nel 2013». Eppure più passano le settimane e più Draghi fa fatica a intervenire. E si accorge che non l’aiutano a rompere certe resistenze nel Vecchio Continente neppure i richiami che arrivano da Oltroceano o dagli emergenti. Non a caso – nel giorno in cui la Bce ha mostrato tutti i suoi limiti – ecco scendere di nuovo in campo il presidente americano, Barack Obama, e il

della crescita dell’export degli ultimi mesi. Il rischio, quindi, è «quello di perdere qualche frazione di punto di Pil soltanto a causa del terremoto». Con il risultato che «l’Italia sta perdendo terreno verso i tanti Paesi avanzati. Ma occorre metterci più impegno ed affrontare le debolezze del nostro sistema per mettere al riparo le imprese». Gli fa eco il suo vicepresidente, e numero uno dell’Enel, Fulvio Conti: «L’Italia è oggi un paese lento a cui manca una visione di lungo periodo e dove, di conseguenza, si investe sempre meno. Manca un

Il sisma in Emilia dovrebbe ampliare il calo del Pil. Il made in Italy passa dal quinto all’ottavo posto nel mondo progetto paese che identifichi le priorità e le linee di sviluppo da perseguire e appare in molti campi affievolita la spinta all’innovazione, unica leva competitiva in un mercato globalizzato». Secondo il Centro studi Confindustria il double dip «è arrivato quando il fatturato e l’attività in molti settori del manifatturiero erano ancora a livelli molto inferiori, 30-40 per cento e oltre, ai picchi pre crisi toccati quattro anni fa. La violenta stretta del credito è tra le principali cause del nuovo arretramento e fa mancare alle imprese l’ossigeno necessario a resistere, in presenza di una redditivita’ media che ha raggiunto ulteriori minimi». Risultato? «La competitività ita-

primo ministro britannico, David Cameron, con una dichiarazione congiunta. Da Londra fanno sapere che i due leader, dopo una telefonata avvenuta martedì sera, hanno convenuto di ricordare agli alleati gli impegni presi in ambito del G20. Tanto da sottolineare la necessità «sia di un piano immediato per risolvere la crisi del debito della zona euro e far tornare la fiducia sui mercati sia di una strategia a lungo termine per assicurare l’esistenza di una moneta unica forte». Ma a Berlino sembrano andare avanti per la loro strada. Anche perché – nel Paese della piena occupazione e del record dell’export – si inizia a intravedere un rallentamento che il governo sperava di evitare. Il ministero dell’Economia tedesco, infatti, ha annunciato ad aprile un calo congiunturale del 2,2 per cento, doppio rispetto al -1

liana cala misurata su prezzi e costo del lavoro per unità prodotta ma il Paese si difende mutando la specializzazione merceologica: i beni legati alla moda sono passati dal 21,5 per cento dell’export nel 1991 al 13,9 nel 2011 mentre i prodotti con maggior intensità tecnologica ed economie di scala sono saliti dal 60,8 al 66,9 per cento». E se si registra un forte indebolimento nel comparto degli elettrodomestici, si cresci su altri versanti come i mezzi di trasporto o i prodotti manufatti di base. Il successore di Confindustria quindi ha gioco facile nel presentare il suo cahier de doleances al governo. «Le nostre imprese», spiega, «dimostrano di essere speciali perché riescono a ottenere successi e mietere vittorie pur essendo gravate da una pressione fiscale pesante e da una pubblica amministrazione che ha tempi lunghissimi di pagamento, che bada alla forma e non alla sostanza, e che fa di tutto per non assumersi la propria responsabilità».

E subito ne approfitta per mandare un messaggio a Palazzo Chigi, che domani dovrebbe approvare il piano dello sviluppo. Girano non poche voci che vengano cancellati i crediti di imposta alla ricerca in cambio di sgravi all’occupazione. Squinzi conferma che «sarebbero sostituiti da incentivi per l’assunzione di personale altamente qualificato che non compensa comunque quello che è stato cancellato. Ma mi sembra di capire che il decreto sullo sviluppo sia ancora in fase di gestazione». Spaventa poi l’aumento dell’Iva di due punti percentuali previsto nell’ultima manovra. E sempre più

per cento stimato dagli economisti, e dovuto soprattutto al combinato disposto tra rallentamento della domanda interno (non a caso l’edilizia è crollata del 6) e l’aumento dei prezzi dei beni intermedi. E le cose sono destinate soltanto a peggiorare se andrà in cri-

probabile dopo il calo del gettito segnato 48 ore fa. Prova a tranquillizzare gli animi il sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo. In Senato per il decreto sulla spending review ha fatto sapere: «Di fronte alla congiuntura economica che l’Italia sta attraversando, sarebbe incomprensibile ed anche errato puntare su un ulteriore aumento dell’Iva. Questa è una cartuccia da conservare per quando ci sarà il passaggio del carico fiscale dalle persone alle cose».

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l’aumento dell’Iva previsto dalla legge in ottobre «è un ”imperativo». Ma per il sottosegretario «ci sono due ragioni per mantenere ferma questa prospettiva: da un lato vi è l’evoluzione congiunturale che è quella che è e mostra segni di forte deterioramento. Dall’altro, in considerazione della forte caduta della domanda interna è chiaro che sarebbe incomprensibile ed anche errato puntare su un ulteriore aumento dell’Iva. Questa però è una valutazione di carattere congiunturale». (f.p.)

te banche, tra le quali anche il colosso Commerzbank.

In attesa di leggere il piano della Merkel per la crescita in Europa – riallocazione dei fondi comunitari non spesi, ricapitalizzazione della Bei, area a tassazione di vantaggio e nes-

La Merkel avverte i partner che gli eurobond e i paracadute ai depositi dei Piigs saranno le «tappe finali dell’integrazione comunitaria». I dubbi dei mercati, in salita dopo le rassicurazioni della Fed si il sistema bancario, già provato da diversi salvataggi e ricapitalizzazioni. Così ieri,mentre il Tesoro federale ha continuato a rifinanziare a costo zero (0,41 per cento contro lo 0,56 del precedente collocamento il tasso medio riconosciuto ieri sui bond a cinque anni), Moody’s tagliava il rating a set-

sun intervento sul versante del debito – basta leggere i giornali di Berlino per comprendere perché Mario Draghi non ha potuto ritoccare i tassi d’interesse o partecipare alla creazione degli strumenti per salvaguardare i depositi fiscali. Joerg Asmussen, membro tedesco del comitato esecutivo della

Bce, ha spiegato che «gli eurobond potranno essere introdotti solo alla fine di un eventuale processo che porterà all’unione di bilancio in Europa». Mentre dalla Cancelleria lo stesso concetto l’ha applicato alle ipotesi di unione bancaria il portavoce della Merkel, Steffan Seibert. «Non può esserci mutualizzazione», ha avvertito, «fin quando non verranno raggiunte tappe importanti nell’integrazione». Facendo intendere che Berlino non avrà remore nel barattare cessioni di sovranità ulteriori tra Paesi soltanto in cambio di una gestione centralizzata della Ue.Va da sé ispirata dal rigore teutonico. Nella giornata che doveva segnare una svotla nella gestione della crisi, si va avanti allora soltanto a colpi di piccolo cabotaggio, nella speranza che al Consiglio d’Europa del 27 giugno non sia troppo tardi.


pagina 4 • 7 giugno 2012

la crisi europea

L’economista commenta l’analisi di Draghi e boccia l’Europa a trazione tedesca: «Meno rigore, o l’euro rischia di spaccarsi»

Morire di emergenza

«Prima le banche Usa, poi quelle europee, poi la Grecia, poi la Spagna: continuando a tamponare tutto con misure eccezionali, non si farà nulla per la crescita». Giorgio La Malfa ha una ricetta drastica: «Addio fiscal compact o sarà la fine» di Francesco Lo Dico

ROMA. I toni sono quelli felpati propri di chi ricopre un’importante carica istituzionale. Ma la sostanza è che le parole di Mario Draghi bocciano su tutta la linea l’autolesionismo dei vertici europei che a fine giugno si ritroveranno a Roma a discutere di un film già visto. Di un’ennesima emergenza bancaria, di nuova liquidità da offrire agli istituti di credito sull’altare di un mercato ansioso di drenare nuove rassicurazioni sul fronte debitorio, ci saremmo risparmiati la replica. Con la conseguenza che anche questa volta la crescita sarà rimandata. Naturalmente a tempi peggiori. Il governatore della Bce è stato chiaro: la crescita resta e resterà più o meno inesistente, la domanda di credito è debole e il futuro è denso di nubi per una precisa ragione, che Draghi spiega a suocera, perché la nuora tedesca intenda: «ll consolidamento fiscale nel medio termine non può, e non deve, essere basato su aumenti delle tasse». Come a dire che vigen-

te la dittatura contabile di Berlino, per i Paesi in sofferenza non c’è altra maniera di inseguire il pareggio che alzare le tasse, lanciando l’Europa in una folle spirale di autoflagellazione che probabilmente significherà la fine dell’Euro. «Le elezioni francesi, greche e italiane avevano aperto uno spiraglio alla parola crescita», spiega a liberal l’economista Giorgio La Malfa, «ma il perenne ritardo dei vertici di Bruxelles ha fatto sì che si sia riprodotta l’ennesima emergenza, con il risultato che adesso si debba pensare a un altro salvataggio, piuttosto che alle ragioni che producono il disagio. L’Europa si è infilata in un vicolo cieco». Professore, per citare Moretti, con questa classe dirigente europea non ci salveremo mai. Ma non è un atteggiamento suicida continuare in questa maniera? L’aggravarsi della situazione finanziaria ha purtroppo sorti-

to l’effetto paradossale che nell’agenda europea sia tornato al primo punto il salvataggio del sistema bancario spagnolo. E visto che i dirigenti europei non sono in grado di affrontare più di una questione per volta, è probabile che a fine giugno tutti si concentreranno sull’emergenza. Si curerà senza successo l’ennesimo sintomo, senza neppure tentare di debellare la malattia. I problemi delle banche spa-

«Bisogna sostenere la domanda, o il disastro sarà peggiore»

gnole derivano dal solito inevaso problema: la mancanza di crescita. Se si insiste sul fiscal compact e non si cambia direzione, l’avanzata della crisi diventerà sempre più inesorabile, temo. Obama ha fatto ieri la voce grossa con l’Europa, dimenticando che Lehman Brothers non è certo una banca italiana. Non le pare singolare che dopo l’autocandidatura americana a risolvere la nostra crisi

Moody’s abbia declassato sette banche tedesche? Non sono un estimatore delle teorie complottiste, ma certo è che il pessimismo espresso dalle agenzie di rating adesso non risparmia neppure la Germania. Si tratta di un segnale che deve far riflettere i tedeschi, che forse cominciano a capire che la stabilità dell’eurozona è nel loro interesse, oltre che in quello di Grecia, Italia e Spagna. Eppure da Berlino arriva il solito messaggio: no su tutta la linea, e su qualunque altra cosa che non sia il fiscal compact. Proseguire di questo passo è disastroso perché tamponare ancora una volta l’emergenza non produrrà altro che un momentaneo sollievo. Un salvataggio può incidere solo a brevissimo termine, ma i problemi dell’Europa resteranno irrisolti e il rischio di disgregazione dell’euro paventato da Olli Rehn sul Wall Street Journal resterà tale e quale. Se riempi un buco au-


Sia Grecia sia in Francia gli elettori hanno detto no all’austerità chiesta dalla Merkel

Democrazie europee, rassegnatevi a cedere sovranità I «popoli» (con le elezioni), possono sempre intervenire per vanificare gli accordi presi a Bruxelles: questo continuerà a rendere debole l’Euro di Daniel Gros Unione Europea è una semi-federazione spontanea di stati sovrani e democratici in cui le elezioni contano e ogni paese cerca di determinare il proprio destino, non curante dei desideri degli altri stati membri.Tuttavia ormai dovrebbe essere evidente a chiunque che l’eurozona era stata concepita con un’impostazione istituzionale originaria ben differente. In verità questa lacuna si è rivelata come la principale causa dell’attuale crisi monetaria dell’Unione.

L’

Lo scorso ottobre, l’allora primo ministro greco, George Papandreou, propose un referendum popolare sul secondo pacchetto di salvataggio della Grecia medesima che era appena stato approvato nel vertice Ue a Bruxelles. Per questa sua scelta, Papandreou è stato immediatamente attaccato dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel e dall’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, quindi la Grecia non si è mai espressa in voto su quel piano di aiuti. Tuttavia, meno di un anno dopo, il referendum avrà comunque luogo di fatto, sotto forma di elezioni politiche. In un’Unione di democrazie, è impossibile costringere paesi sovrani a accettare regole se i loro cittadini non le accettano più. Questo ha implicazioni molto profonde: tutti quei grandiosi plani stilati sperando di creare un’unione politica che sostenga l’euro con una politica fiscale comune non può funzionare finché gli stati membri rimangono sia democratici che sovrani. I governi potranno anche firmare trattati e impegnarsi solennemente a subordinare la propria politica fiscale alle regole Ue (o per essere più precisi ai desideri della Germania e della Bce). Ma, alla fine, il “popolo” resta il vero sovrano e può scegliere di ignorare le promesse del proprio governo e di conseguenza rifiutare qualsiasi programma di riorganizzazione formulato da Bruxelles. Insomma, al contrario degli Stati Uniti, l’Ue non può mandare i propri marescialli a far rispettare i propri patti o per riscuotere debiti. Qualsiasi paese può abbandonare l’Ue, e quindi l’eurozona, quando ha la percezione che il fardello dei suoi obblighi sia diventato troppo oneroso. Ma fino ad ora si è calcolato che il costo dell’uscita sarebbe talmente elevato che questa opzione non è stato mai davvero presa in considerazione. Ora qualcosa può cambiare: da questo punto di vista, le elezioni in Grecia sono davvero un’incognita che pesa terribilmente sul futuro di tutti gli altri Paesi dell’Eurozona.

Ma, a un livello più ampio, gli impegni dell’Ue ora sono diventati relativi, il che implica che gli Eurobond garantiti congiuntamente non possono essere la pallottola d’argento che alcuni sperano. Fino a quando gli stati membri rimarranno pienamente sovrani, nessuno sarà in grado di rassicurare totalmente gli inve-

Di fatto, il voto di Atene, il prossimo 17 giugno, sarà un referendum sugli aiuti europei stitori che nell’eventualità di un crollo dell’eurozona, alcuni stati non si rifiuteranno semplicemente di pagare, o almeno di pagare per gli altri. Non è sorprendente che i bond emessi dall’European Financial Stability Facility (il fondo di soccorso dell’eurozona) si stiano traducendo in un debito che sostanzialmente

dsi sovrappone al debito tedesco. Tutte le varianti degli Eurobond presumibilmente arrivano con una forte limitazione: i paesi che intendono usarli devono attenersi a severe regole fiscali. Ma chi garantisce che queste regole vengono effettivamente seguite? La vittoria di François Hollande su Sarkozy in Francia dimostra quanto sia facile che un (apparente) bisogno di austerità si sgretoli. Quali reali strumenti di controllo hanno i paesi creditori se i paesi debitori in seguito a libere elezioni cambiano maggioranza politica e di conseguenza decidono di aumentare la spesa?

Le misure approvate recentemente per rafforzare il coordinamento economico-politico nell’eurozona (la cosiddetta “six-pack”) implica in principio che la commissione europea funga da arbitro in questioni di questo tipo e che i programmi di riorganizzazione possono essere formalmente ribaltati solo da una maggioranza di due-terzi degli stati membri. Ma di fatto la Commissione non sarà mai in grado di imporre la propria opinione ad un paese grande. L’esperienza della Spagna è istruttiva in questo senso. Dopo le ultime elezioni, il nuovo governo del primo ministro Mariano Rajoy è stato pesantemente rimproverato per la forma della sua annunciata austerity (un piano che tuttavia nella sostanza si è dimostrato giusto). E così il programma di riorganizzazione della Spagna sta per esser reso più indulgente. La realtà è che gli stati membri più grandi sono «più uguali degli altri». Naturalmente non è giusto, ma l’incapacità dell’Ue di imporre la propria visione sui paesi democratici potrebbe qualche volta effettivamente tornare utile, considerato che anche la Commissione è fallibile. Ecco perché il messaggio più ampio dalle elezioni in Grecia e Francia è che al tentativo di imporre una dittatura di creditori benevolenti ora sta rispondendo una rivolta dei debitori. I mercati finanziari hanno reagito così fortemente perché gli investitori riconoscono che il “sovrano”nel debito sovrano è un elettorato che può semplicemente decidere di non pagare. Questo è già il caso della Grecia, ma il destino dell’euro sarà deciso in quei paesi più grandi e sistematicamente importanti come la Spagna e l’Italia. Solo un’azione determinata dei loro governi, sostenuti dai propri cittadini, dimostrerà che meritano un sostegno senza riserve dal resto dell’eurozona. A questo punto nient’altro può salvare la moneta unica.

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mentando le tasse, non fai altro che preparare un altro fosso da riempire: la caduta del reddito aprirà un’altra crepa ancora più grande. Difatti nel nostro bilancio mancano all’appello tre miliardi e mezzo. Dovessimo far finta che la Germania non esiste, che cosa dovrebbe fare un’istituzione politica vera per fronteggiare questo tipo di crisi? L’Europa continua a non mettere a fuoco il problema e a produrre chiacchiere su chiacchiere. Sarebbe ora di cominciare a capire che ci sono delle priorità per aggredire una malattia. È inutile insistere sul fiscal compact. Dovrebbe essere allentato. E poi occorrerebbe mettere in campo politiche di crescita decise, un’economia di scala più leggera e una moneta più debole in grado di ridare slancio alle esportazioni dei Paesi in difficoltà. La strada verso gli eurobond è tutta in salita e come ha detto Draghi è ancora lunga da percorrere. Che cosa si può fare intanto? È indispensabile ricorrere a tutto ciò che sia in grado di sostenere la domanda. Se non si arresta la caduta del reddito con una moneta più debole la situazione non potrà che avvitarsi in una spirale sempre più pericolosa. Sarebbero efficaci invece i cosiddetti project bond, per tamponare la crisi? Si tratta di misure non troppo incisive, che porterebbero a risultati troppo blandi e comunque non apprezzabili nel contrastare efficacemente una crisi di questa portata. A proposito di malattie non curate, e di critiche giuste ma un po’ fuori luogo come quelle di Obama, non sarebbe anche ora di regolamentare gli aspetti più aggressivi di una certa finanza che prima ha scatenato la crisi a Wall Street, e ora raccoglie impunita ulteriori frutti del disastro nel Vecchio continente? Il mercato è spesso attrezzato a correre più veloce delle regole. Semmai si pensasse a una normativa per regolare certi abusi, gli operatori del settore troverebbero una scappatoia per fare ciò che gli pare cinque minuti dopo. Le pare degno di una democrazia, la possibilità di assicurarsi su beni che non si possiedono, soprattutto se sono titoli di Stato e quindi lavoro e sudore dei cittadini? In un mercato globalizzato, ciò che non è vietato è possibile. L’iniziativa di un singolo Stato, da sola, sarebbe del tutto inefficace se non dannosa.


la crisi europea

pagina 6 • 7 giugno 2012

Il patto di ferro si basa sul commercio e sull’energia

Se Putin fugge a Oriente Mentre l’Ue annaspa nella crisi dell’euro e gli Usa sono sempre più preoccupati del contagio,l’asse Mosca-Pechino fa le prove generali per dominare il mondo di Enrico Singer i fronte all’Europa che annaspa nella crisi dell’euro e delle economie dei Paesi più deboli dell’Unione e agli Usa di Obama sempre più preoccupati di scongiurare che il contagio passi l’Atlantico, c’è un nuovo blocco che gode ottima salute e che si organizza superando storici dissidi e altrettanto antiche dispute ideologiche. È una specie di G8 alternativo che si muove attorno a una sigla dall’apparente profilo basso – Sco, Shanghai cooperation organization – comparsa appena nel 2001, ma che rivela ormai le sue vere ambizioni: fare dell’Eurasia la potenza mondiale di domani. Russia e Cina, che della Sco sono i soci fondatori, si stanno muovendo in grande. Vladimir Putin è da tre giorni a Pechino e ha firmato con il presidente Hu Jintao 17 accordi commerciali che porteranno l’interscambio russo-cinese a 100 miliardi di dollari nel 2015 e a 200 miliardi nel 2020 (oggi siamo a quota 80 miliardi di dollari) in base a una formula molto semplice: un patto di ferro tra il più grande produttore e il più grande consumatore di energia (gas e petrolio) con la realizzazione di nuove pipeline ed anche di nuovi assi di comunicazione per rifornire la fabbrica del mondo. Coinvolgendo in una prima fase i Paesi dell’area che hanno già aderito alla Sco (Uzbekistan,Tagikistan, Kazakistan e Kirghizistan, oltre a Russia e Cina) e poi quelli che hanno lo status di osservatori (Iran, Pakistan, India e Mongolia) e di partner (Sri Lanka e Bielorussia), puntando ad allargare presto il gruppo all’Afghanistan – che è stato già invitato cinque volte ai summit dell’organizzazione – al Turkmenistan e alla

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stessa Turchia, sempre in bilico tra Occidente e Oriente. Basta guardare la carta geografica per rendersi conto della vastità e del peso – sia economico che strategico – dell’Eurasia. Ma la Sco si fa sentire anche sul piano più strettamente politico, tanto che il vertice che si concluderà oggi è dedicato in particolare alla realtà afghana alla luce del ritiro delle forze Nato previsto per il 2014 e ai rischi per la sicurezza regionale che questo comporterà.

Quando nacque per iniziativa di Mosca e Pechino, undici anni fa, la Sco aveva come obiettivo proprio la sicurezza e la lotta al terrorismo. L’estensione del

La Sco, Shanghai cooperation organization, è comparsa appena nel 2001. Ma ormai rivela le sue vere ambizioni: fare dell’Eurasia la potenza mondiale di domani. Russia e Cina, i soci fondatori, si stanno muovendo in grande campo d’azione alla cooperazione economica è del 2005 (fu formalizzata nel vertice di Mosca del 26 ottobre di quell’anno) e da allora è diventata sempre più importante, al punto che l’organizzazione – nota anche come il Gruppo di Shanghai – ha assunto contorni paragonabili a quelli della Comunità economica europea che preparò i successivi passi verso la Ue. Per ora l’Eurasia di Putin

e Hu Jintao non ha istituzioni comuni e affida ai summit annuali i momenti decisionali, ma ha in programma di dare vita a una banca di sviluppo regionale che potrebbe intervenire nel finanziamento dei tanti progetti messi in cantiere. Alla vigilia del vertice che si è aperto ieri, l’agenzia ufficiale cinese Xinhua ha scritto che «grazie a queste due ruote» – l’economia e la sicurezza – la Sco sta diventando «un gruppo sempre più influente che potrà far sentire la sua voce anche in una possibile riforma del sistema monetario e finanziario internazionale». Di sicuro si farà sentire nel Wto dove alla Cina, già ammessa nel 2001, si unirà dal prossimo luglio anche la Russia modificando gli equilibri dell’Organizzazione mondiale del commercio. E il tandem Russia-Cina, con il suo corollario eurasiatico, è già protagonista all’Onu dove ha bloccato per ben due volte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che avrebbero condannato Damasco per la feroce repressione delle proteste contro il regime di Bashar el Assad. Vladimir Putin e Hu Jintao hanno diplomaticamente definito queste convergenze, che intrecciano ragioni commerciali e strategiche, come una «coincidenza degli interessi di base dei nostri Paesi sia nella sfera della politica estera che in quella economica». In realtà si tratta della difesa di interessi precisi: per Mosca le basi militari navali in Siria, per Pechino la volontà di non disturbare l’Iran di Ahmadinejad, grande padrino di Bashar el Assad.

La partecipazione, sia pure come osservatore, della Repubblica islamica dell’Iran alla Sco, del resto, dimostra i


la crisi europea

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saranno potenziati in particolare i collegamenti ferroviari. Le ferrovie statali russe, Rzd, investiranno 169 miliardi di dollari in dieci anni per sviluppare il trasporto su treno con la costruzione di 20mila chilometri di binari di qui al 2030, cinquemila dei quali dedicati all’alta velocità. Rzd è un colosso con 1,3 milioni di dipendenti e 85.000 chilometri di ferrovie. Nel nuovo progetto la Cina non è soltanto una destinazione finale, ma è un possibile finanziatore. Il presidente di Rzd,Vladimir Yakunin, ha spiegato all’agenzia cinese Xinhua che Russia e Cina intendono cooperare anche dal punto di vista tecnologico sfruttando l’esperienza cinese nel settore dell’alta velocità. Mosca punta a entrare in quello che è stato finora un progetto soprattutto tedesco: da qualche anno Deutsche Bahn ha ottenuto commesse per collegare l’Europa centrale alla Mongolia e alla Cina. Per il momento, comunque, il treno non può fare concorrenza alla nave. I prezzi del trasporto via treno per un container si aggirano sui seimila euro: più del doppio rispetto al trasporto marittimo. I tempi di percorrenza, però, sono più che dimezzati: venti giorni contro i cinquanta della nave ed anche in questo particolare campo commerciale Cina e Russia guardano al futuro.

legami speciali con Teheran della Russia e della Cina che concordano anche nel contrastare nuove sanzioni contro il programma nucleare iraniano (peraltro realizzato con tecnologie russe). La Sco, insomma, si presenta sulla scena internazionale con un profilo politico ben preciso. E non è davvero un caso che Putin, come sua prima uscita sul palcoscenico mondiale dopo la rielezione a presidente, abbia scelto il vertice di Pechino preferendolo al G8 di Camp David dove, il 18 maggio scorso, ha spedito Dmitri Medvedev, appena tornato premier, rinunciando anche all’incontro bilaterale che gli aveva offerto Barack Obama. Il capo del Cremlino vedrà il presidente americano tra dieci giorni in margine al G20 di Los Cabos, in Messico, ma il segnale che ha voluto inviare è molto chiaro. In questo momento Mosca tiene di più alla prospettiva eurasiatica: per Paesi come la Cina e la Russia che sono abituati ai rituali del potere comunista, l’ordine di partecipazione a un vertice piuttosto che a un altro, è molto importante. E’ la rappresentazione fisica del primato dell’«altro summit»: quello che riunisce le potenze energetiche e produttive che molti, in Occidente, continuano a considerare soltanto come fonti di approvvigionamento di materie prime o come terreno di delocalizzazione e che, invece, si stanno organizzando come realtà geostrategica. In un articolo scritto per il Renmin Ribao (il Quotidiano del Popolo), Putin ha parlato anche del mega-patto sull’energia tra Mosca e Pechino. Ha detto che «cambierà la configurazione del mercato energetico globale», anche se

Lo zar Vladimir è da tre giorni a Pechino e ha firmato con il presidente Hu Jintao 17 accordi commerciali che porteranno l’interscambio russo-cinese a 100 miliardi di dollari nel 2015 e a 200 miliardi nel 2020 per la fornitura del gas manca ancora l’accordo finale sul prezzo perché i cinesi puntano a ottenere – e probabilmente otterranno – uno sconto sull’offerta che il presidente di Gazprom, Alexei Miller, ha portato a Pechino. La diffe-

renza è ancora forte: Gazprom chiede 500 dollari per mille metri cubi di gas, la China national petroleum corporation offre 250 dollari. L’interesse russo a vendere una parte del suo gas alla Cina, però, è troppo forte perché non si raggiunga un compromesso sulle cifre. Finora è l’Europa il principale cliente di Gazprom che vuole diversificare i suoi committenti anche in considerazione della crisi dell’euro. Non solo. Sia Putin che Xi Jinping – da tutti considerato come il successore di Hu Jintao che dovrebbe lasciare entro la fine di quest’anno – sono convinti che il gas prenderà progressivamente il posto del petrolio come fonte energetica meno inquinante e che per questo il suo prezzo è destinato ad aumentare. Non c’è soltanto il gas ad alimentare il nuovo polo economico dell’Eurasia. Mosca e Pechino hanno anche costituito un fondo d’investimento comune con capitale iniziale di quattro miliardi di dollari, aperto agli investitori privati, che finanzierà soprattutto opere nei Paesi della Sco. E’ stata poi annunciata la realizzazione della prima linea elettrica trans-asiatica con il coinvolgimento di Afghanistan, Pakistan e India. E’ prevista un’alleanza tecnologica che dovrebbe favorire la nascita di aziende hi-tech integrate russo-cinesi per una penetrazione congiunta nei Paesi terzi. Un discorso a parte merita il capitolo delle comunicazioni che sono indispensabili per qualsiasi iniziativa comune. Sarà costruita un’autostrada tra San Pietroburgo e Shenzhen, ma

Il vertice della Sco è stato per Putin anche l’occasione per un colloquio con il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad che, a sua volta, ha poi incontrato anche il premier cinese Wen Jiabao e il presidente Hu Jintao. Russia e Cina sono state sempre contrarie alle sanzioni contro Teheran per impedire che il programma nucleare iraniano – che ufficialmente ha scopi pacifici – conduca alla costruzione di una bomba atomica da parte del regime degli ayatollah. Il 18 e il 19 giugno, in contemporanea con il G20 in Messico, si terrà a Mosca un nuovo giro di colloqui fra l’Iran e il “quintetto” che sta cercando di fare chiarezza sui piani di Teheran per l’arricchimento dell’uranio, ma non sono attese novità decisive anche per l’atteggiamento russo e cinese che, anche in questa occasione, è stato confermato da Putin e da Hu Jintao a Mahmoud Ahmadinejad. Con il capo del regime iraniano, l’altro tema di discussione è stato la Siria e la posizione del capo del Cremlino e del presidente cinese non è cambiata nella sostanza (sì a un cessate-il-fuoco immediato, ma nessun intervento contro il regime di Assad) anche se il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavorv – anche lui a Pechino con Putin – ha lanciato l’idea di organizzare un vertice internazionale sulla crisi siriana al quale dovrebbero partecipare «i Paesi che esercitano una reale influenza sulle varie forze dell’opposizione». Tra i possibili partecipanti a questo incontro, Lavrov ha indicato i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, la Turchia, l’Iran, la Lega araba e l’Organizzazione della conferenza islamica. Un vertice alternativo a quello degli “Amici della Siria”che si sono riuniti ieri sera a Istanbul con il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, e con la partecipazione del ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi, oltre che dei capi delle diplomazie di Francia, Regno Unito, Germania, Turchia, Giordania, Arabia Saudita e del Qatar in quanto presidente di turno della Lega araba. Sulla Siria, e non solo, la partita è ancora aperta.


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il paginone Alessandro Orsini, attraverso l’analisi comparata della cultura politica dei due leader, ribalta il giudizio corrente sulla superiorità del fondatore del partito comunista. E ristabilisce la verità storica

Italia ha avuto due sinistre: una socialista e una comunista. O, meglio: una riformista e una rivoluzionaria, una laburista e una totalitaria. Le due culture politiche di queste due sinistre o due diversi universi etici possono essere impersonate da Filippo Turati e Antonio Gramsci.Tra Turati e Gramsci non c’è praticamente partita: il fondatore del partito comunista è considerato un fine pensatore politico e un padre nobile della sinistra democratica italiana mentre il socialista riformista è nulla di più di uno “zero”, come si espresse Palmiro Togliatti. Questo giudizio, associato all’altro su Gramsci espresso da Croce il quale in una recensione alle Lettere dal carcere su i “Quaderni della Critica” nel luglio del 1947 ne parlò come di un esempio di altissima tolleranza, di rispetto, di gentilezza, di equanimità e di apertura alle idee e alle ragioni di tutti, ha di fatto manipolato il giudizio sull’importante opera politica e culturale di Turati fino a dimenticarlo o, peggio, a considerarlo un uomo politico minore e secondario. Il preciso libro di Alessandro Orsini Gramsci e Turati. Le due sinistre (Rubbettino, 147 pagine, 12,00 euro) - attraverso il metodo dell’analisi culturale comparata, ribalta il giudizio e ristabilisce la verità storica dando a Turati ciò che è di Turati e a Gramsci ciò che è di Gramsci. Le opere che Alessandro Orsini prende in esame per chiarire il pensiero politico e filosofico di Gramsci sono quelle scritte quando il fondatore del partito comunista era un uomo libero. È importante precisarlo perché il metodo della comparazione sta in piedi esclusivamente se è fondato sulle fonti. Orsini non si preoccupa della letteratura secondaria ma di far parlare direttamente Gramsci. Le domande che si pone (e pone al lettore) sono chiare: Gramsci, che fondò il partito comunista italiano, educò alla tolleranza e al rispetto oppure all’intolleranza e al disprezzo delle

L’

A lezione da Turati

di Giancristia idee altrui? Difese il diritto all’errore? Quale fu il suo rapporto con la cultura della violenza?

Il problema di Gramsci non era solo politico ma anche e soprattutto educativo. Il suo obiettivo era quello di formare un uomo nuovo devoto all’ideale rivoluzionario e sottomesso alla disciplina del Partito che come un Dio in terra è la via, la vita e la verità. Chi si ribella o esprime dubbi su questa via da seguire è solo un impaccio: è “inutile e dannoso”. Sei sono i principi pedagogici che Orsini enuclea dall’opera di Gramsci: la chiusura preventiva, l’indottrinamento, l’insulto, la violenza, Lenin, la Verità è il Partito. È necessario essere chiusi alle idee degli avversari dalle quali non può venire nulla di buono dal momento che la scelta del Bene e del Male è già avvenuta con la scelta del Partito. Le idee degli avversari sono sbagliate per definizione e, peggio, sono solo malafede.Verso le idee sbagliate e verso chi le espone non è possibile nessuna apertura e nessuna tolleranza: «Politicamente noi non possiamo essere tolleranti, imparziali; non siamo (…) ranocchi d’oggettività, né possiamo praticare nella nostra carne di militanti nel partito della lotta di classe iniezioni di sangue d’agnello». Essendo chiusi all’altro e alle sue false idee non resta altro da fare che indottrinare le menti con l’unica verità possibile. La verità, proprio perché unica e necessaria, è insostituibile e senza errore. Chi ne dubita, chi è scettico, chi è critico

è un pericolo che è meglio eliminare. Se la libertà è il diritto di dissentire, per Gramsci la libertà è solo il dovere di assentire alla verità decisa dal Partito. Il terzo principio della pedagogia di Gramsci è l’insulto che Orsini chiama «il nemico è un porco» prendendo a prestito le stesse parole di Gramsci. La sua posizione, espressa con estrema chiarezza, è lineare: coloro che non condividono la dottrina marxista devono essere ricoperti di insulti e del massimo di-

era da ricondursi unicamente alla mediocrità dei suoi lettori. Il 1° febbraio 1916, Mario Gioda, un anarco-sindacalista, è un uomo che “pulisce i cessi”; mentre il 31 marzo 1916 Gioda è nuovamente denigrato come il “Catone degli scaracchi di tram” e scaracchio significa “sputo pieno di catarro”. Il 19 aprile 1916 prende ancora di mira Delfino Orsi definito “cencio sporco”: «La sua personalità ha per noi, in confronto alla storia, la stessa importanza di uno

Fautore della non violenza e paladino della libertà il socialista. Intollerante, totalitario, demonizzatore dell’avversario il padre nobile della sinistra italiana. Sono le stesse fonti citate dall’autore a raccontarcelo sprezzo. Chiunque esso sia: sia che il nemico sia un intellettuale, sia che si tratti di un politico, di un professore sempre porco è e non merita rispetto. L’insulto conduce alla violenza: «…plaudiamo ai cazzotti, e auguriamoci che essi diventino un programma per liquidare i corrispondenti speciali, i pennaioli asserviti alla greppia». Il libro di Orsini è pieno zeppo di esempi, citazioni. Delfino Orsi fu definito da Gramsci un “mediocre”, un “disonesto”, un “corrotto”, un “disgraziato”, un “ignobile”, un “vigliacco”, un “pauroso”, un “mezzano del giornalismo”. Il 24 marzo 1916 è la volta dello storico Guglielmo Ferrero che è descritto come uno studioso ridicolo e ignorante, la cui fortuna

straccio mestruato». Insomma, le idee erano date per sbagliate, false e in malafede in partenza - per partito preso - le persone erano insultate e demolite moralmente a botta di insulti e denigrazioni giacché l’educazione politica non serviva la conoscenza ma il Partito.

Il quinto principio pedagogico è il culto di Lenin che è il salvatore dell’umanità: «Lenin si è rivelato, testimoni tutti quelli che lo hanno avvicinato, il più grande statista dell’Europa contemporanea; l’uomo che sprigiona il prestigio, che infiamma e disciplina i popoli; l’uomo che riesce, nel suo vasto cervello, a dominare tutte le energie sociali del mondo che possono essere rivolte a be-


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i (non da Gramsci)

ano Desiderio come si fonda il paradiso in terra nessun inferno sarà un prezzo troppo alto da pagare e persino il male sarà soltanto una tappa per la realizzazione del bene: il male è solo il bene che prende forma. Questa verità totale e totalitaria è il sesto principio pedagogico: il Partito è la verità e la vita. E il Partito instaura la dittatura per la libertà e tra dittatura e libertà non c’è contrasto e contraddizione perché la libertà è la dittatura stessa perché solo la dottrina salvifica del Partito è in grado di liberare gli uomini dall’errore.

Questo abito mentale totalitario, più o meno attenuato, più o meno controllato, ha accompagnato la cultura politica

è il suicidio del proletariato, mentre la legalità è la sua forza e la sua vittoria sicura». Il pensiero politico di Filippo Turati è anti-totalitario. La cultura riformista di Filippo Turati è altra cosa, altra pasta: non si ha la verità in tasca, meno che mai nel Partito, l’uomo di per sé è fallibile, il bene e il male non sono due mondi o due classi contrapposte ma sono presenti in ogni uomo. Turati già all’inizio del Novecento aveva elogiato il dissenso e il pluralismo e sapeva, tanto sulla base della scienza quanto sulla base dell’esperienza politica e storica, che la violenza rivoluzionaria avrebbe condotto gli operi e i bisognosi in genere alla sconfitta e non alla

Il teorico dell’egemonia culturale voleva formare un uomo nuovo devoto all’ideale rivoluzionario a cui tutto doveva essere sottomesso. Una razza di “disciplinatissimi” che il riformatore definiva invece “vili, servili”, inutili alla rivoluzione

nefizio della rivoluzione». Tutto ciò che si fa a “benefizio della rivoluzione” è legittimo, giusto, necessario. Anche l’uso della violenza. È solo la violenza degli avversari che va condannata, ma la violenza rivoluzionaria è giustificata. Del resto, se si possiede la verità e se si sa

della sinistra italiana per molto tempo. La sua demonizzazione dell’avversario, usata non solo dai comunisti, è giunta fino ai nostri giorni. Questa cultura politica non solo era estranea a Filippo Turati ma era anche consapevolmente contrastata e combattuta dal riformista che aveva come obiettivo, insieme con Giovanni Giolitti, di condurre le masse lavoratrici dentro il perimetro dello Stato liberale perché sapeva che il socialismo sarebbe stato edificato grazie al liberalismo e non contro di esso: «La violenza

emancipazione: inneggiare alla rivoluzione equivaleva a seppellire i propri morti. Il primo e più importante compito del partito socialista, secondo Turati, consisteva in una corretta educazione a tenere «i piedi per terra, in mezzo ai dolori, ai bisogni, alle esperienze di ogni giorno». Avere intuito politico non significa sapere che “le legnate sul groppone” fanno male, questo lo sanno tutti. L’intuito politico è tale se è capace di evitare la strada che conduce alle legnate. E la strada della storia non è una

strada ferrata che è già tutta tracciata e attende di essere necessariamente percorsa e con l’aiuto della violenza e dell’organizzazione del Partito magari percorsa più in fretta. È l’inverso: non c’è alcun determinismo e, al contrario, la violenza rivoluzionaria ha solo la capacità di innescare la reazione. Turati aveva tratto grandi insegnamenti dalla crisi italiana di fine secolo e, in fondo, il suo riformismo è una via mediana tra reazione e rivoluzione e sembra riecheggiare la politica di Cavour: «Né reazione, né rivoluzione». Non è un caso che l’opera politica di Turati vada letta e compresa con l’opera politica di Giolitti. Giustamente Alessandro Orsini fa notare che Turati e Giolitti, alla vigilia della prima guerra mondiale, smettono quasi contemporaneamente di essere i protagonisti della vita politica italiana. L’astro nascente è Mussolini: «Ha inizio la folle corsa che porterà al collasso dello Stato liberale».

La cultura politica di Filippo Turati si caratterizza, alla fine, come educazione alla non violenza e alla libertà. Leggiamo queste sue belle parole a conclusione di questo articolo: «Vi sono due discipline. L’una consiste nelle ragionevoli rinunzie reciproche, nel sentire certi imperativi, nel frenare e moderare, qualche volta, per interesse superiore, l’espressione delle proprie convinzioni, e questa è la buona. Ma ve n’è un’altra, che consiste nell’obbedire come servi, che consiste nel non avere un’opinione salda e tenace, nel concedere sempre alle masse e a chi le maneggia, nel protrarsi a tutto quello che domandino, nel seguirle e lusingarle in tutti gli errori. Orbene, signori, lo dico specialmente agli operai, diffidate di questa razza di disciplinati. Questi disciplinatissimi, i quali con tanta facilità prima professano un’opinione e poi la rinnegano ad un cenno, non sono dei disciplinati, sono dei vili, dei servili, e non servono a nulla, neanche per la rivoluzione».


prima pagina

Sembra solo una manovra elettorale

Una proposta frettolosa e pericolosa

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di Osvaldo Baldacci me sembra roba da campagna elettorale. Il tentativo di sfruttare un paio di slogan per avere una bandierina per chiedere voti.Tipo: «Noi le riforme le volevamo fare, ma sono loro che non vogliono modernizzare l’Italia». «Noi vogliamo dare la sovranità al popolo, il potere di scelta, di partecipazione, quasi un po’più di democrazia diretta, ma sono gli altri che non vi vogliono dare voce». «Noi proponiamo una soluzione a tutti i problemi dell’Italia, affidare a un uomo della provvidenza la guida efficace del Paese battendo burocrazia, partitocrazia, lacci e lacciuoli, ma sono gli altri che vogliono mantenere lo status quo». A leggere fra le righe la proposta semipresidenziale del Pdl io ci trovo questo. Per carità, un modello legittimo, ma ci sono troppe cose che non mi sembrano in buona fede.

A

Intanto quella sui tempi tecnici è una mezza balla. Che si possa fare una riforma del genere in così poco tempo sembra difficile, probabilmente impossibile. Lo dimostrano i tanti problemi e rallentamenti incontrati fino ad ora da provvedimenti ben più urgenti e ben più semplici in quanto non leggi costituzionali. Figuriamoci toccare i delicati equilibri di ben 13 articoli della Carta. Sembra semmai proprio una proposta buttata là per fermare il cammino di altri provvedimenti, comprese le riforme, compresi ad esempio la legge elettorale e il taglio dei parlamentari. Inoltre chi l’ha detto che quello che dice il Pdl deve andar bene per forza? Chi dice che sarebbe «per il bene dell’Italia»? La storia dimostra semmai che il Pdl non è affidabile quando pretende di mettere gli altri di fronte a un progetto chiavi in mano. È persino dubbio che le loro proposte possano contare sui loro voti, figuriamoci sul consenso aprioristico degli altri. Sembra un segno di debolezza. Ok discutere, vedere cosa si può fare, ma non credo ci sia intenzione di cedere a quella che persino a prescindere dai contenuti teorici è in pratica una cattiva riforma presentata come un ricatto. Anche perché vediamole un attimo nel concreto queste proposte presidenzialiste. In sintesi: elezione diretta del Capo dello Stato, che potrà avere anche soli 40 anni, avrà un mandato di cinque e potrà essere rieletto una sola volta; il presidente del Consiglio si chiamerà “primo ministro”e il governo è composto dal «primo ministro e dai ministri»; il presidente della Repubblica «presiede il Consiglio dei Ministri, salvo delega al primo ministro», «nomina il primo ministro» e su proposta del capo del governo «nomina e revoca i ministri». Insomma, per la verità non molto di più né di meno di quello che accade ora. Il Presidente ha gli stessi poteri di oggi, ma i cittadini possono scrivere il suo nome. E nel frattempo di veramente rivoluzionario c’è però l’introduzione surrettizia del concetto di Repubblica presidenziale invece che parlamentare, anche se poi lo Stato non ha i meccanismi conseguenti. Siamo di fronte a una rivoluzione epocale? O siamo di fronte a un sistema pasticciato, buttato lì in gran fretta per riempire i media ma senza sostanza? Nulla del sistema francese, nulla di pesi e contrappesi che garantiscono il buon funzionamento della democrazia. Solo un polverone che sembra destinato a intralciare le istituzioni, cioè un probabile costante conflitto tra un presidente eletto da popolo ma senza poteri e un premier comunque previsto dalla Costituzione. Bisogna essere aperti a tutte le proposte per cercare di migliorare il Paese e le istituzioni, ma siamo sicuri che questa sia roba seria? Vedremo.

Presentato l’emendamento del Pdl che prevede il semipresidenzialismo

La riforma che non c’è

Un presidente eletto dal popolo e un premier garantito dalla Costituzione: ecco il conflitto fra poteri che finirebbe per bloccare in modo definitivo lo Stato di Riccardo Paradisi ccola la proposta choc annunciata due settimane fa dal Pdl che avrebbe dato una scossa senza precedenti alla politica italiana: il semipresidenzialismo. «La riforma delle riforme» la chiama il segretario Alfano che enfatizza ulteriormente la trovata parlando dell’assoluta urgenza di varare la legge. «Ora o mai più». E Se il Pd accettasse il presidenzialismo il Pdl sarebbe disposto ad accettare una riforma elettorale con il doppio turno «un sistema che continuiamo a ritenere non buono se non coniugato all’elezione diretta del capo dello Stato».

E

Una mossa tesa a rilanciare la palla avvelenata dell’accusa di immobilismo sull’altra metà del vecchio campo bipolare: «Se la nostra proposta dovesse essere respinta metteremo in evidenza che il Pdl è nel campo dei riformatori mentre la sinistra è per il mantenimento dello status quo. Nel caso comunque la proposta di elezione diretta del Presidente della Repubblica venisse respinta, il Pdl – garantisce Alfano – non bloccherà il processo delle riforme istituzionali in discussione da oggi nell’Aula del Senato. «I tempi tecnici per fare la riforma presidenzialista ci sono. Ma se entro il 20 o 30 giugno il pacchetto non esce dal Senato – avverte Alfano - le riforme istituzionali non passano più, con o senza presidenzialismo».La proposta di riforma costituzionale presentata dal Pdl prevede che

il presidente della Repubblica duri in carica cinque anni (può essere rieletto una sola volta) ed «è eletto a suffragio universale e diretto». È eletto chi ottiene la maggioranza assoluta dei voti validi, altrimenti si prevede un ballottaggio tra i due candidati che hanno conseguito il maggior numero di voti. «Rappresenta l’unità della nazione, ne garantisce l’indipendenza e vigila sul rispetto della Costituzione». Il suo ufficio è «incompatibile con qualsiasi altra carica e attività pubblica e privata». Per legge – continua il testo della proposta – si prevedono «disposizioni idonee ad evitare conflitti tra gli interessi privati del Presidente e gli interessi pubblici». Il presidente della Repubblica presiede il Consiglio supremo per la politica estera e di Difesa e ha il comando delle Forze armate, oltre a dichiarare ”lo stato di guerra” deliberato dalle Camere. Può sciogliere le Camere ma non nel primo anno dall’elezione. Premier e ministri controfirmano gli atti proposti al Presidente e adottati dallo stesso, ma non l’indizione delle elezioni e lo scioglimento delle Camere, né l’indizione dei referendum, il rinvio e promulgazione delle leggi, le nomine attribuite al Presidente dalla Costituzione. Secondo la proposta del Pdl il governo «è composto dal Primo ministro e dai Ministri». Il presidente della Repubblica «presiede il Consiglio dei Ministri, salvo delega al primo ministro, nomina


Presidenzialismo? Ecco perché no Tutte le contraddizioni di un sistema che non garantisce maggiore governabilità di Savino Pezzotta rima di analizzare nel merito la proposta di riforma «presidenzialista» dello Stato presentata dal Pdl, sono necessarie due premesse. Prima di tutto, quando si fanno proposte di riforme istituzionali-costituzionali si cade facilmente nell’errore di invertire il rapporto che dovrebbe correttamente intercorrere tra condizione della società e istituzioni utili per governarla. Così, per ciò che riguarda il presidenzialismo, non ci si chiede se la società italiana possa essere utilmente governata con questa formula, ma si stabilisce a priori che il presidenzialismo è un sistema che incrementa positivamente la governabilità. Insomma, senza un’analisi della sua fattibilità e delle sue eventuali ricadute in Italia, qualunque proposta risulta gratuita. In secondo luogo, bisognerebbe sapere esattamente di quale presidenzialismo si tratta. Il Pdl sembra prospettare l’elezione diretta del presidente della repubblica cui viene conservata, però, una specifica funzione di organo di garanzia e quindi non saremmo in realtà di fronte a un presidenzialismo in senso proprio. Ebbene, una simile proposta è da respingere perché l’elezione diretta di un organo di garanzia espone l’eletto al pericolo di volersi appropriare di funzioni di decisione politica, potendo opporre alla volontà del Parlamento la propria condizione di essere investito di «sovranità popolare» (le istituzioni – diceva Locke – non devono favorire quel tanto di ‘briccone’ che c’è in ogni uomo).

P

vero e proprio potere politico. Ebbene, su questo ci sono alcune questioni importanti da approfondire. Un primo problema: nel presidenzialismo – anche in quello francese, perché ad esso mi pare si pensi – il Presidente della Repubblica assomma in sé due funzioni che non sono facilmente conciliabili: quella di rappresentante della nazione in quanto tale, diretta dunque ad “unire” e a collocarlo super partes; ma anche quella di uomo di governo, eletto da una maggioranza in opposizione ad una minoranza, con un programma che si può differenziare anche profondamente da quello del can-

Una sola persona assommerebbe su di sé due funzioni inconciliabili: essere espressione di una sola parte ma poi avere un ruolo costituzionale “super partes” didato perdente. In questa veste, il presidente è tenuto all’attuazione del programma di maggioranza e quindi in qualche modo a “dividere”. Non sono necessarie molte parole per valutare tutta la problematicità di questa condizione. Poi, se si tratta di semipresidenzialismo, il sistema prevede ac-

canto al presidente un governo responsabile di fronte al parlamento (il semipresidenzialismo è tale proprio perché convive con una forma di parlamentarismo). Il governo è nominato dal presidente e può essere sfiduciato. Se la maggioranza da cui è uscito il presidente è omogenea con quella parlamentare, il presidente è un ‘dominus’ assoluto e i poteri del governoparlamento sono politicamente pressoché inesistenti. Osservo: si è in presidenza di un organo monocratico, legittimato dalla sovranità popolare, dotato di un forte potere. Non è assente un pericolo di autoritarismo.

C’è poi un terzo problema: poniamo il caso in cui il presidente si trovi di fronte al Parlamento a maggioranza disomogenea rispetto a quella da cui ha tratto la propria elezione. In tal caso, la mitica governabilità del presidenzialismo è messa in pericolo e non si raggiunge lo scopo per cui lo si vuole. Se poi consideriamo che il presidente è dotato del potere di sciogliere le Camere, nell’ipotesi di cui ho appena parlato, il presidente sarà portato a sciogliere le Camere per ottenere una maggioranza omogenea. Mentre però nel regime

Veniamo invece al presidenzialismo cui presumibilmente si pensa nella proposta del Pdl. Essa dovrebbe prevedere – come è nel presidenzialismo Usa e nel cosiddetto semipresidenzialismo francese – che il presidente eletto sia organo di governo, dotato cioè di un

il primo ministro e su proposta del premier nomina e revoca i ministri». Il presidente del Consiglio si chiamerà ”Primo ministro”. Quanto alle garanzie e ai pesi e contrappesi, il Pdl indica questo come il più importante: «Un quarto dei componenti di una Camera può sollevare la questione di legittimità costituzionale delle leggi approvate dal Parlamento entro trenta giorni dalla loro entrata in vigore». Il Pdl ha immaginato anche un cronoprogramma: entro il 20-30 giugno il primo sì del Senato, fine luglio-inizio agosto prima lettura alla Camera in cui si prevedono possibili modifiche e quindi subito il primo ok di Palazzo Madama al testo varato da Montecitorio, per completare la prima lettura delle due previste dalla Costituzione al testo di riforma della Carta entro fine agosto. Nel ”calendario” si ipotizza anche la seconda lettura ”conforme” alla Camera entro ottobre o agli inizi di novembre e quella finale al Senato ”entro novembre”. Quanto alla riforma della legge elettorale, invece, i tecnici del Pdl prevedono l’elaborazione di una proposta per la fine di luglio e l’approvazione in prima lettura al Senato entro settembre. Poi, contestualmente alla riforma costituzionale, il passaggio alla Camera entro i primi di novembre e l’eventuale seconda lettura al Senato per fine mese.

La reazione da parte del Pd non si fa attendere ed è negativa. La proposta del Pdl viene letta come un diversivo e la garanzia data da Alfano di garantire comunque il percorso di riforme istituzionali un’ipocrisia. Perché la trovata del Pdl secondo presidente del Pd al Senato Anna Finocchiaro intralcerebbe l’iter delle riforme già incardinato «Il Pdl butta sempre

Per concludere, non abbiamo bisogno tanto di presidenzialismo, quanto di una riforma elettorale che personalmente preferirei proporzionale: va combattuta la favola che il proporzionalismo sia nemico della governabilità. Il nemico sta nel malcostume politico di chi stretta un’alleanza non la rispetta. Abbiamo bisogno di un sistema che imponga democrazia interna ai partiti; di una correzione del regime parlamentare verso una sua ulteriore razionalizzazione (la sfiducia costruttiva è un’ipotesi); di una riforma del bicameralismo che preveda una Camera delle regioni e degli altri enti territoriali. Il solo modo per assicurare autentiche forme di autonomia.

impianto costituzionale di Repubblica parlamentare, richiede quantomeno una discussione pubblica». Il timore del Pd è che tutto questo possa rallentare o addirittura impedire il varo del testo sulle riforme costituzionali già in discussione che prevede la riduzione del numero dei parlamentari e corregge i difetti del bicameralismo perfetto». Alfano ha però garantito l’impegno a portare avanti il testo anche se non si trovasse l’accordo sul semipresidenzialismo. «Non lo so. Io penso che tutto questo rischia di rallentare il percorso iniziato al Senato. E io so che più perdiamo tempo, più diventa difficile fare una nuova legge elettorale». Una discussione aperta anche se c’è chi, anche all’interno del Pdl, parla di un grande bluff. D’una mossa elettorale per sparigliare. Una mossa su cui però converge a sorpresa Gianfranco Fini che all’ufficio di presidenza di Fli traccia le linee guida di un programma per ”l’Italia vista da destra”. Il presidente della Camera invita a rilanciare il progetto costitutivo di Fli a «tornare alla fase in cui dovevamo rappresentare una certa idea dell’Italia vista da destra». In questa ottica invita gli esponenti di Fli a votare per semipresidenzialismo del Pdl. Nell’aprile 2010, due anni fa, il Fini antagonista interno al Pdl bocciava il presidenzialismo.

A sorpresa il presidente della Camera invita Fli a votare la proposta. Due anni fa - ancora nel Pdl era lo stesso Fini a bocciare il presidenzialismo senza un adeguato e condiviso percorso di riforma costituzionale la palla in tribuna quando si trova in difficoltà...Io invece ritengo che sia urgente approvare il testo sulle riforme costituzionali in discussione al Senato e poi una riforma delle legge elettorale. La voglia di semipresidenzialismo non può essere ora l’alibi per non fare alcunchè». La riforma dello Stato in senso semipresidenzialista non può essere fatta secondo il Pd «se prima non si approva una legge sul conflitto di interessi seria, presente in tutti i paesi in cui vige un regime presidenziale o semi presidenziale. Poi una riforma che cambia la forma di governo, travolgendo il nostro

parlamentare lo scioglimento mira a funzioni di governabilità che non riguardano direttamente l’organo che ha il potere di sciogliere, in questa diversa ipotesi lo scioglimento è riservato a chi di esso è destinato eventualmente a goderne direttamente. Non mancano pericoli di strumentalizzazione del potere di scioglimento, non fosse altro perché esso può essere azionato dal presidente nel momento più utile a sé. Inoltre, in una società non omogenea una ‘durata’ necessaria per un tempo predeterminato di un potere forte non è sempre una soluzione utile (senza contare che un potere stabile e forte non è necessariamente un buon governo). E infine il presidenzialismo (o semipresidenzialismo) poggia in genere su un sistema politico bipartitico o almeno bipolare. Questo sistema non è il nostro (per inciso, non lo era quello francese della IV repubblica): lo si può creare con un sistema elettorale? Sono contrario a coartare la società con istituzioni che diventano una camicia di forza. In tutti i casi il doppio turno – che sembra oramai andare per la maggiore – ha anch’esso un’ascendenza francese, ma attenzione che lì lo sbarramento è del 12%. Così certo si semplifica, ma una soluzione del genere è praticabile da noi?


mondo

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La primavera araba in corso ha chiarito una volta per tutte che il conflitto israelo-palestinese non interessa al Medioriente

Palestina Anno Zero? A settembre l’Anp tornerà a chiedere all’Onu il riconoscimento formale. L’Assemblea è pronta a concederlo, ma il Consiglio di Sicurezza nicchia di Antonio Picasso era una volta il conflitto israelo-palestinese. E con esso il processo di pace. Erano questi i due argomenti chiave per chi si occupava di Medioriente. Si diceva che una volta risolta la questione a Gerusalemme e dintorni, tutto il resto si sarebbe messo a posto in maniera quasi automatica. La rivoluzione araba però ha messo in discussione una certezza matematica. Questa primavera, che da quasi un anno e mezzo sta andando avanti senza che si veda sbocciare una democrazia che sia una, ha messo da parte l’argomento per cui tutti i mediorientalisti erano diventati tali. Il processo di pace tra israeliani e palestinesi si è bloccato. E non per causa della primavera. Bensì per un’incomunicabilità tra le parti emersa, questo è un altro paradosso, nel momento in cui il grande pacificatore americano ha assunto nuovamente una parte terza. È con Obama, vale a dire con il presidente del multilateralismo, che israeliani e palestinesi si sono voltati le spalle. Se non altro prima Bush, l’amico di Sharon, aveva chiamato a raccolta un po’ tutti i diretti interessati nella questione. Risale all’Amministrazione repubblicana l’ultimo tentativo di dialogo, con il summit di Annapolis del novembre 2007. Arrivato Obama, quasi quattro anni fa, il processo è stato messo in ghiacciaia. Oggi è sorprendente parlarne alla stregua di un conflitto dimenticato. Come da prassi ormai dal 2010, a settembre l’Autorità palestinese (Anp) di Abu Mazen

C’

tornerà a farsi sentire all’Onu. In occasione dell’apertura annuale dell’Assemblea generale, il governo di Ramallah rivendicherà il diritto di essere riconosciuto Stato sovrano a tutti gli effetti. Il consesso gli darà quindi ragione. Ben sapendo che solo un’iniziativa del Consiglio di sicurezza potrebbe rendere efficace una mossa del genere. Anzi, nemmeno quella. Visto che dal 1948 a oggi di documenti vincolanti e risoluzioni sul tema ne sono stati emessi almeno cinque. E i diretti de-

stinatari non li hanno mai rispettati. È il gioco delle parti che non cambia.

L’Anp pretende dal premier israeliano, Benjamin Netanyahu, una presa di posizione che questo non può assumere. Blocco dei confini ante 1967 e stop agli insediamenti intorno a Gerusalemme. Il leader israeliano non ha la forza politica per imporre al suo elettorato quel che sarebbe il passo fondamentale per tornare al tavolo dei negoziati e magari addirittura giungere alla conclusione. In senso opposto a Ramallah viene chiesto di evitare quelle iniziative sul piano internazionale che appaiono solo provocatorie. L’idea di Abu Mazen di un riconoscimento formale dall’Onu non ha giovato a nessuno. Anche perché a queste mosse fanno da corollario Flottiglie e Flyflottiglie varie. C’è anche da dire che l’attenzione dei governi occidentali e di molti locali è ben lontana da Gerusalemme e dintorni. Stati Uniti per primi non hanno alcuna intenzione di incartarsi nella faccenda. Quale presidente democratico, con non pochi problemi interni e in corsa per la conferma alla Casa Bianca, si giocherebbe oggi la carta del processo di pace? O meglio: quale candidato alla presidenza Usa saIn apertura, Abu Mazen parla all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Sopra, il presidente americano Obama. Nella pagina a fianco, Benjamin Netanyahu

rebbe tanto coraggioso? Obama ha troppo bisogno di lasciare che nulla cambi, per restare dov’è. I repubblicani sono concentrati nel contrattaccare, facendo da pars destruens al quadriennio obamiano. Si occuperanno eventualmente di Israele, Gaza e West Bank a tempo debito. Vale a dire in caso di vittoria alle presidenziali

di novembre. Tuttavia, il secondo mandato per Obama è quasi una certezza. Quindi bob si può escludere che Washington torni sull’argomento. Certo con le riserve del caso. Normalizzazione politica in Egitto, riduzione della crisi siriana, uscita dal guado iraniano. Con il senno del pre, è difficile che le condizioni mediorientali fac-


mondo

ciano da congiuntura virtuosa alla ripresa del dialogo israelopalestinese. Tanto più che il vero problema dei democratici è l’illusione di sapere mettere d’accordo nemici che sono tali da decenni. C’è poi la questione Iran. Vera spina nel fianco un po’ per tutti. Al Pentagono come per Tzahal, l’esercito israeliano, è prioritario il regi-

me degli Ayatollah. Il ministro della difesa israeliano, Ehud Barak, ha sempre ribadito che l’opzione militare resta sempre sul suo tavolo. In realtà, sono pochi a sostenere questa strada. Anche tra i suoi diretti subalterni. Forze armate e Mossad sono stati chiari. «Questa guerra non s’ha da fare». Soprattutto ora. Con la Siria in

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queste condizioni. Ci sono poi gli ostacoli più contingenti. A metà aprile, si sarebbe dovuto tenere un nuovo vertice bilaterale. Un incontro che avrebbe potuto sbloccare l’impasse. Poche ore prima dell’incontro però, il premier palestinese Salam Fayyad ha dato forfait, lasciando che Netanyahu restasse davanti a una poltrona vuota. Fayyad ha inviato una lettera ufficiale, facendo sapere che l’Anp avrebbe preferito declassare l’avvenimento previsto a un incontro unicamente tecnico. Quindi non di carattere politico. Motivo della defezione la coincidenza del summit con la Giornata del prigioniero, avvenimento durante il quale la popolazione del West Bank scende nelle piazze per commemorare i detenuti nelle carceri israeliane. Netanyahu non ha battuto ciglio. Preso atto del problema, si è alzato ed è tornato in ufficio a Gerusalemme, lasciando che altro silenzio andasse a coprire l’ennesimo tentativo di sblocco fallito.

entrambi hanno i rispettivi problemi di stabilità interna che minano immagine e potere di negoziato. Il leader palestinese resta al potere solo perché non si riesce a trovargli un’alternativa valida. L’intellighenzia di Fatah è sempre più arroccata su una gerontocrazia di nostalgici di Arafat. Con tutti i limiti che quest’ultimo dimostrava, soprattutto alla fine della sua esistenza terrena. Le nuove generazioni del movimento invece si dividono tra coloro che marciscono nelle galere israeliane. Da due mesi a questa parte si sono avuti due round di scioperi della fame. Una protesta gandhiana che non ha una tradizione da quelle part e che infatti non ha scalfito le autorità israeliane. Chi tra gli uomini di Fatah non è dietro le sbarre è per lo più impegnato a gestire notevoli somme di capitali all’estero. Distratto quindi dalla cosa privata a discapito di quella pubblica. Corruzione e riciclaggio di denaro farebbero parte della normale ammini-

Un tempo, israeliani e palestinesi faceva a gara a chi attribuiva più colpe all’altro. «Noi spariamo perché loro hanno cominciato a tirare pietre», dicevano i primi. «Noi tiriamo pietre perché loro ci hanno usurpato della nostra terra», replicavano i palestinesi. Dal 1948 a oggi, il canovaccio del dramma mediorientale non è più cambiato. Salvo negli ultimi tempi, in cui la gara è tra chi è più indolente. E soprattutto tra chi sa trarne vantaggio. Fayyad defeziona? Netanyahu ne approfitta. Nessuno dei due si spreca ad additare l’altro come il colpevole del negoziato fallito. È come se ci fosse un accordo tacito – speriamo che sia solo un’illazione – nell’evitare qualsiasi passo avanti. Dal comportamento non sono esenti i governi vicini. Poche settimane fa, alla seduta plenaria del parlamento Ue di Strasburgo, re Abdallah di Giordania si è detto fiducioso «che il 2012 sarà l’anno della svolta». Dichiarazione evergreen che vuol dire tutto quanto nulla. Va ricordato però al sovrano che a) siamo in a giugno: se ci dev’essere un cambiamento entro dicembre, i tempi stringono; b) il concetto di svolta in Medioriente ha dimostrato di essere prossimo a quello di rivoluzione. È sicuro re Abdallah di accettare una svolta rivoluzionaria anche nel West Bank che è così vicino al suo Paese? Israele, Palestina, insediamenti, Gerusalemme eccetera poco importa un po’ a tutti. Tutto questo permette agli stessi Abu Mazen e Netanyahu di non presenziare ai negoziati. Del resto,

È il gioco delle parti che non cambia. Abu Mazen pretende dal premier israeliano una presa di posizione che questo non può assumere: confini pre-1967 e stop agli insediamenti strazione di quel che resta del regno di Yasser Arafat. Ad esservi pienamente coinvolto sarebbe lo stesso Abu Mazen. In un’indagine poi bloccata dalle autorità di Ramallah, Mohammed Rachid, già consigliere economico proprio di Arafat, si è focalizzato sul lusso che caratterizza la quotidianità dei figli di Abu Mazen, Yasser e Tariq. Entrambi sono uomini di affari dagli interessi consolidati anche negli Stati Uniti.

La vicenda, che si sta lentamente insabbiando, ha portato il Foreign Policy – rivista certamente non avversa a Fatah – a scrivere: «A chi pagano le tasse questi signori? Le loro attività sono certamente concentrate

nel West Bank, ma i profitti portano a un minimo tornaconto a favore della popolazione locale?» D’altra parte, il segreto della sopravvivenza di Abu Mazen sta nell’avere un deserto intorno a sé. Fatah è una piramide dal vertice inamovibile. E chi potrebbe scalzarlo? Hamas forse? Il movimento islamista ha altre priorità tra le mani.Tra cui la scelta di una nuova sede.

Ma se Atene piange Sparta non ride. Dall’altra parte della barriera di protezione infatti, il governo israeliano si è dato una ritoccata di maquillage, annettendo alcuni esponenti di Kadima. Netanyahu ha accettato la coalizione dalle larghe intese per evitare le elezioni anticipate. Così però si trova a dover fare da funambolo tra il suo likud (laici conservatori), i laburisti, quelli di kadima (centristi falliti) e soprattutto l’estrema destra, fatta di ebrei ultraortodossi e chiassosi rappresentanti delle comunità immigrate. Russi e ucraini in par-

ticolare. Gerusalemme come Babele, quindi. E intanto la piazza è sempre più in ebollizione. C’è chi protesta perché teme che la crisi siriana si espanda oltre i confini nazionali. C’è chi inneggia all’intervento contro l’Iran prima che gli Ayatollah sparino. Perché in Israele alla atomica iraniana ci credono. E c’è chi pompa questo timore. Ma soprattutto ci sono problemi interni socio economici di cui nessuno si sta occupando. Il fatto che Tel Aviv abbia un nocciolo di indignados duro quanto quello madrileno dovrebbe far riflettere. Altrettanto sarebbe per il rigurgito razzista contro i falascià, gli ebrei immigrati dal Corno d’Africa. Sono decine di migliaia, giunti in Israele perché speranzosi della Terra promessa. Ora però che anche la comunità russa si è integrata a pieno titolo, questi ebrei dalla pelle scura stonano un po’. «Basta africani!» É stato lo slogan di una manifestazione a Tel Aviv. I falascià vengono accusati di stupri, indigenza e di essere portatori di malattie infettive. Si avvertono delle stecche razziste in queste prese di posizione. Povero Ben Gurion, chissà cosa direbbe oggi nell’osservare Heretz Israel che passa dall’essere la meta di rifugiati dall’Olocausto a un Paese consumista della peggiore pasta, dove la solidarietà ha sempre meno ragion d’essere.


cultura

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Da Einaudi un saggio di Tommaso di Carpegna Falconieri che indaga su un periodo storico che rimane controverso

Assalto alla Terra di Mezzo Un’eta oscurantista, o ricca di fermenti moderni? Il Medioevo fa ancora discutere di Mario Bernardi Guardi i muoviamo in circolo, limitati a tal punto dalle nostre ansietà che non riusciamo più a distinguere il vero dal falso, il capriccio del gangster dal più puro ideale. Così, se mi si chiede quale vorrei che fosse il fine generale dei miei film, risponderei che vorrei essere uno degli artisti della cattedrale di Chartres. Voglio trarre dalla pietra la testa di un drago, di un angelo, di un diavolo o, magari, di un santo. Non importa che cosa: è il senso di soddisfazione che conta. Indipendentemente dal fatto che io creda o no, che io sia o no un cristiano, farei la mia parte nella costruzione collettiva della cattedrale». Con questa riflessione/ confessione Ingmar Bergman conclude il saggio introduttivo a Quattro film, un’opera pubblicata da Einaudi nel 1961, che raccoglie quattro sceneggiature illustri “di culto”: Sorrisi di una notte d’estate, Il settimo sigillo, Il posto delle fragole, Il volto.

«C

Uomo di ingegno multiforme e sottile, nonché provocatorio nei suoi tanti appuntamenti con l’“assoluto” - anni fa rivelò di essere stato, negli anni della giovinezza, affascinato dalla mitologia politica nazista -, il regista svedese nota: «È mia opinione che l’arte perse il suo impulso creativo fondamentale al momento in cui fu separata dalla fede». E ancora: «In un mondo come quello fioriva una sicurezza invulnerabile e una naturale umiltà».“Quel mondo”è il mondo delle cattedrali; quel “tempo” è il MeVien dioevo. fatto di richiamare alla mente, leggendo Bergman che evoca Chartres, uno scritto di René Guénon, Il doppio senso dell’anonimato (Edizioni Studi Tradizionali, 1969), in cui si contrappone la concezione tradizionale dei mestieri, tipica del Medioevo, e capace di esprimersi in un anonimato in-

teso come linguaggio comunitario e sacrale, allo spirito dell’industria moderna in cui l’individuo si perde nell’anonimato di massa, diventando “una semplice unità numerica senza qualità proprie”. Da una parte, la “fusione nell’unità”, dall’altra la “confusione nell’uniformità”: civiltà tradizionale contro civiltà moderna; comunità cristiana contro società secolarizzata. Ed è chiaro che l’agnostico Bergman, assillato da mille irresolubili conflitti sul bene e il male, Dio e la morte, la carne e l’anima, nel momento in cui confida la sua nostalgia per il Medioevo con i toni ingenui del “mi sarebbe piaciuto vivere allora e sentirmi parte dell’entusiasmo collettivo nell’edificazione di una cattedrale” e “mi piacerebbe che nei miei film ci fosse, come allora, il sentimento alto di un’opera compiuta”, entra a buon diritto nella schiera di chi “idealizza” l’Età di Mezzo. Una “ingenuità”che non esclude inquieti e inquietanti punti di domanda su “quel”paesaggio della storia e dello spirito in cui vissero i nostri antenati, e “questo” in cui viviamo noi. Interrogativi che ci portano a sovrapporre spazi e tempi. Il Medioevo come universo alternativo e, al tempo stesso, come occasione per sondare i nostri giorni e, magari, l’uomo di sempre nei suoi più segreti recessi? Nel suo curioso e fascinoso Medioevo militante. La politica di oggi alle prese con barbari e crociati (Einaudi, pp. 343, euro 19), Tom-

In apertura, la Cattedrale di Notre Dame a Chartres. A destra, Carlo Magno. Sopra, Federico II. Sotto, il Santo Graal maso di Carpegna Falconieri, viaggiando di capitolo in capitolo alla risoluzione di un intricato “nodo” culturale, nota che ci sono “autori diversissimi tra loro e per altri versi quasi del tutto incomparabili, ma che hanno tirato a sé il medioevo come chiave di lettura per leggere la contemporaneità: registi dall’anelito esistenziale come Carl Theodor Dreyer (La passione di Giovanna d’Arco, 1928), Roberto Rossellini (Francesco giullare di Dio, 1950), Ingmar Bergman (Il settimo sigillo, 1957), romanzieri, studiosi del mito, giuristi, filosofi e poeti come Rayon Aron, Jorge Luis Borges, Italo Calvino, Loui-Ferdinand Céline, Mircea Eliade, Thomas Stearns Eliot, George Friedman, Stefan George, René Guénon, Romano Guardini, Ernst Jünger, György Lukács, Jacques Maritain, Attilio Mordini, José Ortega Y Gasset, Mervyn Peake, Ezra Pound, Carl Schmitt, Georges Sorel, Oswald Spengler, John Steimbeck, John Ronald Reuel Tolkien, Terence Hanbury White, William Butler Yeats. Fino ad arrivare a Pier Paolo Pasolini (cfr. p. 94).

L’elenco è lungo: ma potrebbe esserlo molto di più, tanta è la fascinazione esercitata dal Medioevo. Una seduzione legata anche al “di tutto e di più”

che può essere contenuto in oltre mille anni di storia visto che la consueta periodizzazione propone come data d’inizio quella del 476 d.C. (caduta dell’Impero Romano d’Occidente) e come anno conclusivo il 1492 (sbarco di Cristoforo Colombo in America). Mille anni. Gli eventi e i personaggi più svariati. Uno sterminato numero di “immagini” a maggior gloria dell’“immaginario”, contenitore senza fondo di date, dati, idee, ipotesi, suggestioni, “realtà” e “possibilità” magari disinvoltamente mescolate, ma per rispondere a un sogno/bisogno. Perché dietro ogni appropriazione, più o meno indebita, c’è un’esigenza, ci sono delle motivazioni. A partire da quelle ideologiche e basti pensare, a mo’ di esempio, a una figura come quella di Carlo Magno, di volta in volta utilizzata dai fautori della monarchia assoluta e da quelli del parlamentarismo; dai sostenitori della supremazia francese quanto da quelli della supremazia tedesca; dagli alfieri del nazionalismo quanto da quelli dell’unità europea; dai difensori dello Stato di diritto ai teorici della dittatura; dagli uomini del Terzo Reich, vessilliferi della lotta alla democrazia borghese, e dai rappresentanti dell’europeismo democratico, borghese e antifascista dopo la “caduta degli dèi”crociuncinati

(cfr. George Minois, Carlo Magno. Primo europeo o ultimo romano, Salerno Editrice).

Ma è possibile uscire da invenzioni e contaminazioni e restituire alla storia i suoi diritti? Beh, lo sappiamo tutti che una cosa è il medievalismo immaginifica officina dove gli “aficionados” della materia lavorano instancabili notte e giorno a confezionare mitologie - e una cosa è la medievistica - rigorosa disciplina esplorativa di opere e giorni del già citato Millennio-; lo sappiamo che l’uso e l’abuso di miti, simboli, leggende non è la stessa cosa che attingere a fonti e documenti; e siamo più che consapevoli, tanto per fare un altro esempio, che c’è una sterminata letteratura sul Graal (quasi sempre politicamente orientata e con ammiccamenti al nazismo e alle sue componenti occulte), che c’è un numero impressionante di Graal celati nei luoghi più imprevedibili, che ci sono, ancor oggi ed anzi in numero crescente Cavalieri, Ordini, Cerche, tutti vòlti a trovare l’oggetto di un quasi millenario desiderio, svelandone le cifre arcane e magari - udite!udite! trovando anche alimento nell’esegesi delle opere “canoniche” (cfr. Il Graal. I testi che hanno fondato la leggenda, a cura di Mariantonia Liborio, introduzione di Francesco


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e di cronach

Ufficio centrale Nicola Fano (direttore responsabile) Gloria Piccioni, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Zambon, I Meridiani-Classici dello Spirito, Mondadori, 2005). Eppure… Eppure, con tanto di cappello ai coscienziosi richiami degli specialisti, facciamo una fatica maledetta ad uscire dal “sogno del Medioevo”. Vero, verissimo, comunque, come scrive di Carpegna Falconieri, che «la politica contemporanea trova nel medioevo, tempo storico oppure sorta di altrove simbolico, un luogo prediletto da cui trarre allegorie chiarificatrici, esempi attualizzanti, modelli» (Medioevo militante, cit., p. 5). Vero, verissimo che «gli usi dell’idea di medioevo come età dell’oro da sognare e possibilmente da riprodurre nell’attualità sono molti, radicalmente diversi tra loro, oppure sfumati gli uni negli altri, potendosi declinare in termini progressisti, reazionari, conservatori, nazionalisti, secessionisti, europeisti, razzisti, ecologisti, esistenzialisti, religiosi» (ivi, p. 9). Vero, verissimo che se una certa sinistra ha cercato e trovato nell’immaginario medioevale elementi di controcultura, recuperando le «tradizioni popolari ridotte al silenzio e ora chiamate nuovamente a parlare»; una certa destra ha compiuto analoga operazione, «chiedendo al medioevo gli esempi e i modelli per affermare una cultura alternativa a quella contemporanea, al capitalismo, al liberismo, al de-

mocratismo, all’egalitarismo e al socialismo, ritrovandola nel concetto di “Tradizione”, nell’idea di sopravvivenza e difesa di valori avvertiti come non transeunti». E qui storia e mito, leggenda e immaginario, libri e creazioni massmediatiche danno davvero vita a una grande baccanale dove c’è posto per l’icona del cavaliere e la musica di Wagner, le opere di Evola ed “Excalibur”, Federico II e Giovanna d’Arco, i templari e

territorio e dell’identità, ricca di firme prestigiose, come TerraInsubre che, di numero in numero, riscopre e rivaluta celti, goti, longobardi ecc.

Va da sé che se c’è una variegata galassia di “laudatores”del Medioevo, tutti più o meno ostili alla “modernità” e pervasi di quella sensibilità “romantica” che rianimò la storia, le idee, le immagini dell’Età di Mezzo, non mancano certo i “detracto-

La concezione tradizionale dei mestieri si esprimeva allora in un anonimato inteso come linguaggio comunitario, che è l’opposto dello spirito d’industria in cui ciascuno si perde nella massa le SS, i libri di Cardini (medievista doc a livello internazionale, non alieno da bacchettare i “sognatori” più scatenati, ma icona vivente - e complice - di tutti i più fervidi “cercatori del Graal”) e Il Signore degli Anelli di Tolkien, i Fedeli d’Amore e i segreti delle Cattedrali, l’eresia catara e gli antichi apparati liturgici, San Francesco e Parzifal (emblema, nel 1985, del Meeting ciellino). E sul versante della Padania , a conferma di una rievocazione “forte”e sentita, ci sarebbe da soffermarsi non tanto sugli screditati “giuramenti di Pontida”e rituali del dio Po (nel Po ci sono le “trote”?), quanto su una rivista del

res” che impugnano un diverso metro di giudizio, sbandierando “l’eredità rinascimentale” contro i nostalgici dei “secoli bui”. E sull’eredità rinascimentale si innesta, o dovrebbe innestarsi, “la cultura della riforma protestante, poi quella illuminista e infine quella marxista” (Medioevo militante, cit., p. 10). Il Medioevo? Secondo quest’altra “campana”, un’«epoca di barbarie, che ha distrutto la più grande civiltà di ogni tempo, (…) un luogo opaco, irrazionale e maligno, decadente al massimo grado nella sua incapacità di consentire sviluppo, mancante della possibilità di produrre vera arte, profondamente

ingiusto nei suoi sistemi sociali fondati su angherie e soprusi, privo di entità statuali degne di questo nome, brutale e violento, percosso dalla rabbia delle fazioni avverse, bloccato da una religiosità superstiziosa che ha mandato al rogo un sacco di gente innocente. È insomma il medioevo dello ius primae noctis, dei servi della gleba, dei papi corrotti, delle streghe, dei massacri, della fame e della peste» (ivi, p. 11). Del resto,“roba da medioevo”è un commento che ci viene sulle labbra ogni volta che ci troviamo di fronte a casi d’ingiustizia, malversazione, inefficienza, arretratezza, ottusità, ignoranza, oscurantismo, prevaricazione, violenza. La metafora dell’età ferrea serve da persistente metro di paragone per descrivere le nefandezze del mondo contemporaneo. Gli stermini di massa, i pogrom di ebrei e lo “scontro di civiltà” fra l’Islam e l’Occidente si colorano di sinistri «déjàvu nei secoli bui in cui si trovarono a vivere i nostri progenitori» (ibidem, p. 22).

Domanda: ma come è possibile che il mondo stia tornando a un nuovo Medioevo, con contorni decisamente apocalittici, se viviamo nel pieno fulgore della modernità, all’insegna della democrazia, della cultura laica, del progresso, del divorzio, dell’aborto, dei diritti gay, della tecnologia avanzata che più avanzata non si può ecc. ecc.? Oppure ci sono residui di un mondo e di una mentalità “medioevali”scatenati, lance (e bombe) in resta, contro il mondo e la mentalità moderni? Il Medioevo è un “cuore di tenebra”? Ma il “male oscuro” non si insidia/insedia proprio nel mondo e nella mentalità moderni, a partire dal tormentone della “crisi dei valori”? Non sarà, per caso, che abbiamo bisogno - un disperato bisogno - di cavalieri, di santi, di eroi, di anonimi costruttori di cattedrali, di una nuova “Commedia”che racconti l’uomo nel bene e nel male, nella sua storia e nel suo destino ultraterreno, con tanto di “esempi”? Insomma di un Medioevo rigeneratore?

Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Orio Caldiron, Anna Camaiti Hostert, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

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ULTIMAPAGINA È morto a 92 anni Ray Bradbury: con i suoi romanzi (a partire da «Fahrenheit 451») aveva previsto il futuro

La profezia dello scrittore di Marco Ferrari veva raggiunto l’apice della carriera grazie al cinema. Ora anche sull’esistenza dello scrittore Ray Bradbury, morto ieri a Los Angeles a 91 anni suonati, scende la parola “the end”, anche se continueranno a vivere i suoi libri e soprattutto le immagini scaturite da Fahrenheit 451 portato sullo schermo da François Truffaut. Aveva rinnovato negli anni Cinquanta il romanzo fantascientifico raccogliendo i suoi racconti in un unico volume Cronache marziane che aveva ottenuto un successo internazionale. Dopo la versione cinematografica di Fahrenheit lui stesso era diventato una penna hollywoodiana cominciando di gran carriera con il corposo Moby Dick di John Huston e adattando anche al teatro molti dei suoi racconti fantascientifici.

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Lo scrittore era nato nel 1920 a Waukegan, in lllinois, da una famiglia modesta. Suo padre era un operaio elettrico, sua madre una casalinga di origine svedese. Quando il padre restò senza lavoro nella grande depressione americana, Bradbury passò a Los Angeles dove entrò nel cenacolo della fantascienza intessendo rapporti con Forrest J. Ackerman, Ray Harryhausen, Henrv Kuttner ed Henry Hasse e diventando redattore di una rivista di genere, «Futuria Fantasia». Grazie all’amicizia con Leigh Brackett, scrittrice di gialli, fantascienza e sceneggiature cinematografiche (ha scritto, per Howard Hawks, il copione de Il grande sonno) pubblicò i primi racconti “mistery”. Testi che, a lungo dimenticati, verranno ristampati solo negli anni Ottanta. Poco portato al romanzo lungo, amante del racconto breve, assemblava molte delle sue creature fantastiche in antologie in cui fondeva più storie, come ne L’estate incantata del 1957. Conosceva a menadito diverse tecniche letterarie: il racconto poliziesco, fantastico, di fantascienza e d’atmosfera. Un mondo non reale si affaccia sempre tra le pagine, lontano dal nostro quotidiano terrestre. Solo nel poliziesco cerca di restare con i piedi e la macchina da scrivere per terra, come nella raccolta Omicidi d’annata. Nei racconti di suspense, invece, scatta la passione per il macabro, l’incubo, le situazioni estreme, la volontà di esorcizzare la morte, anticipando serie televisive in auge adesso come Criminal Minds. Da qui la definizione di Bradbury come il più letterario tra gli autori di fantascienza mettendosi sulla scia di Hawthorne e Poe. L’unico vero ambizioso romanzo si può rintracciare in Morte a Venice che, a differenza del capolavoro di Thomas Mann, è ambientato nella California degli anni Quaranta. Ma il meglio di sé lo ottenne con la fantascienza in scenari ricchi di innovazioni, invenzioni e colpi di scena interplanetari anche se il suo primo successo Cronache marziane è limitato ad un mondo vicino come Marte. Lì, nelle sfere celesti, Bradbury inietta tutte le emozioni umane proiettate nell’ambiente marziano, perfetta riproduzione delle cittadine del Midwest dove aveva passato l’infanzia. Ma proprio questa trama di sentimenti finiscono per “fregare” gli esseri umani ingannati dai marziani. Insomma il fantastico e il meraviglioso sono affrontati con i classici risvolti psicologici dell’uomo. Le sue immagini più folgoranti ed evocative nascono dall’inconscio e sono per questo vi-

MARZIANO tamente nel rampante modello statunitense che proprio in quel periodo post bellico trovò la sua affermazione mondiale. A lui spettò il compito di dare una ulteriore scossa fantastica, prodotta dai suoi mondi fantascientifici, alle aspettative del popolo americano, tutto proteso ai sogni veri della vita e ad una identità nuova. Non a caso tuitti i suoi libri ottennero grandi affermazioni di mercato.

Per lui la fantascienza era sempre un viaggio nel rapporto fra uomini e società: dal suo capolavoro, François Truffaut trasse uno dei suoi film più emblematici sionarie, da narratore della provincia, del Midwest, dei miracoli tipicamente americani a creatore di immagini tenebrose, cruente o semplicemente enigmatiche come quelle dei sogni: due facce di uno scrittore che si proietta perfet-

Sulle orme di George Orwell e dei temi di 1984 e de La fattoria degli animali, anche Bradbury contrappone al mondo dell’utopia quello del dispotismo. Ma se in Orwell la scelte era eminentemente politica (la tendenza a un socialismo democratico al posto del totalitarismo sovietico), in Bradbury prevale l’idea di mettere in scena un universo freddo e asettico determinato dalla legge quasi a voler dimostrare che non c’è possibilità di convivenza tra potere e amore. Siamo in piena utopia negativa da cui, però, sembra testimoniare Montag, il pompiere protagonista di Fahrenheit, si può ancora uscire. Molti hanno visto in questo libro diventato un film-capolavoro un anticipo dei tempi: quello delle dittature feroci, dall’America Latina all’Africa, ma anche della volontà di ribellione che di lì a poco serpeggiò nelle università americane ed europee. Oltre al cinema, Bradbury ispirò anche la musica. Dal suo romanzo I sing the body electric il gruppo dei Weather Report ha tratto uno dei suoi dischi più venduti. In Italia Radiotre Rai ha chiamato Fahrenheit una sua trasmissione pomeridiana su libri e cultura mentre dopo l’attentato alle Torri Gemelle del 2001 Michael Moore intitolò Fahrenheit 9/11 il suo documentario sull’amministrazione Bush.


2012_06_07