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mobydick ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 4 GIUGNO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

A sette giorni dalle amministrative, nei due partiti maggiori regna ancora la confusione. E il Paese aspetta...

Una settimana buttata via Pdl e Pd non hanno capito il voto: gli italiani vogliono cambiare tutto Il primo pensa solo ai nuovi organigrammi; il secondo, come nel 1993, pensa già di aver vinto anche alle politiche. Ma nessuno dei due dice le parole giuste: subito nuovo sistema e riforme di Enrico Cisnetto a voglia Ernesto Galli della Loggia di incitare Angelino Alfano a disobbedire al Capo, e il manipolo di “servi liberi e forti” capitanato da Giuliano Ferrara di «fare la festa al Cav». E, sull’altro fronte, ha voglia Massimo L. Salvadori a invocare un “programma di governo” per la sinistra, consapevole che la sbornia elettorale induce molti a credere che Berlusconi sia già sconfitto. L’impressione è che il micidiale frullato delle elezioni amministrative abbia da un lato fatto perdere la testa a molti e dall’altro abbia ingenerato aspettative del tutto immotivate. Partiamo dai “vincitori”. Fanno sorridere, ma anche preoccupare, i goffi tentativi del Pd di intestarsi il risultato elettorale. È vero che in molti centri sono stati eletti candidati espressi dal Pd, ma non v’è chi non veda che il vero risultato politico lo hanno ottenuto Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli. a pagina 2

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LA SCONFITTA DI BOSSI

LA NOMINA DI ALFANO

È finito anche il leghismo

Il segretario di un non-partito

di Giancarlo Galli

di Francesco D’Onofrio

ppunti su una batosta politica ben sintetizzata dal mio barbiere, berlusconiano doc deluso ma non stupito: «Il Cavaliere ed il suo amico Bossi, nonostante le nubi, erano usciti di casa baldanzosi, né ombrello né impermeabile...». a pagina 4

on risulta che fosse stato previsto un risultato delle amministrative di dimensioni così rilevanti per quel che concerne l’intero sistema politico italiano. Sono pertanto ancora in corso le valutazioni personali e partitiche. a pagina 5

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La rabbia del leader di Cl

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Parla Gianfranco Pasquino

Intanto Formigoni «Dopo la festa, apre la (vera) corsa Bersani ripensi alla successione ai voti dei moderati» È nato un «partito degli eletti» «A questo punto, gli uomini contro le gerarchie romane contano come i programmi»

Partite & Scommesse

Il batterio trovato anche su salame di cervo italiano

L’annuncio durante l’incontro con i sindacati

Il gioco del cetriolo, un’altra débacle europea

Contrordine del governo Fincantieri «non chiude più»

Assurdo far sembrare il calcio l’unica Italia corrotta

di Maurizio Stefanini

di Franco Insardà

di Giancristiano Desiderio

Riccardo Paradisi • pagina 3

Francesco Lo Dico • pagina 3

opo aver provocato un’epidemia dalle cause ancora incerte, dopo essere stato ribattezzato (dai cinesi) una variante sconosciuta mai vista prima, resistente e aggressiva, dopo aver modificato la dieta di milioni di europei, il batterio killer Escherichia Coli si abbatte sempre di più anche sulle relazioni commerciali del Vecchio Continente. Mentre infatti la Germania bloccava i cetrioli spagnoli, la Russia bloccava i cetrioli di tutta l’Unione Europea. Anzi, bloccava l’importazione di tutte le verdure fresche. Anche dall’Italia. a pagina 8

lla fine gli operai della Fincantieri ce l’hanno fatta. Il piano di tagli che prevedeva la chiusura dello storico cantiere navale di Sestri Ponente, tagli a Castellammare di Stabia e il ridimensionamento di Riva Trigoso è stato ritirato. L’annuncio è arrivato nella tarda mattinata di ieri, al termine del confronto tra azienda, governo e sindacati nella sede dell’Eur del ministero dello Sviluppo economico. Gli oltre 1500 operai della Fincantieri che stavanop protestando a Roma, hanno accolto con un lungo applauso la notizia del ritiro. a pagina 6

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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

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NUMERO

107 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

a cricca, i furbetti, la casta, la casa sul Colosseo, l’Olgettina: questo è il mondo in cui viviamo. Il calcio fa parte di questo mondo. Il calcio è sporco come è sporco il mondo, meravigliarsene è un’esperienza inutile, dice Mario Sconcerti sul Corriere della Sera riecheggiando J.P. Sarte e la sua più celebre Dio è una passione inutile. Chi ha più di quarant’anni sa per ricordi nazionali, sportivi e personali che lo scandalo del calcio-scommesse è cosa antica: questa non è la prima volta e sicuramente non sarà l’ultima.

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IN REDAZIONE ALLE ORE

segue a pagina 10

19.30


prima pagina

pagina 2 • 4 giugno 2011

Il bipolarismo è finito, e le amministrative hanno dato l’ultima dimostrazione che nei due maggiori partiti regna il caos

Le miopie incrociate

I democratici festeggiano una vittoria che non c’è stata, mentre il Pdl si riorganizza nella confusione più totale. Ma l’Italia continua a fare i conti con l’assenza di riforme: è necessario mettersi al lavoro subito per la Terza Repubblica di Enrico Cisnetto a voglia Ernesto Galli della Loggia di incitare Angelino Alfano a disobbedire al Capo, e il manipolo di “servi liberi e forti” capitanato da Giuliano Ferrara di «fare la festa al Cav». E, sull’altro fronte, ha voglia Massimo L. Salvadori a invocare un “programma di governo” per la sinistra, consapevole che la sbornia elettorale induce molti a credere che Berlusconi sia già sconfitto e che tornare a palazzo Chigi sia cosa fatta. L’impressione è che il micidiale frullato delle elezioni amministrative abbia da un lato fatto perdere la testa a molti e dall’altro abbia ingenerato aspettative del tutto immotivate.

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Partiam o dai “vin citori ” . Fanno sorridere, ma anche preoccupare, i goffi tentativi del Pd di intestarsi il risultato elettorale. È vero che in molti centri sono stati eletti candidati espressi dal Pd, ma non v’è

chi non veda che il vero risultato politico lo hanno ottenuto Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli, cioè due non solo che con il Pd non hanno nulla a che fare – il primo ha battuto il candidato del partito, Boeri, alle primarie, mentre il secondo aveva contro la lista capitanata da Morcone – ma che sono pure portatori di due linee diametralmente opposte su un tema cruciale come quello della giustizia, la cui coesistenza comporterà non pochi problemi in una futura coalizione di governo.

Quanto ai risultati di lista e ai sondaggi più recenti, il Pd non si schioda dal suo 26-27%, risultato che in caso di elezioni politiche rende obbligatorio – a parità di legge elettorale – fare alleanze politicamente ingombranti con la sinistra più radicale e con i giustizialisti. Eppure, da Bersani in giù, è tutto un fiorire di dichiarazioni e atteg-

giamenti esuberanti, per non dire fanfaroneschi. Paradossalmente, il più misurato è stato Pisapia che, aiutato dal suo stile impeccabile e da una moderazione caratteriale che lo rende interlocutore affidabile, ha persino zittito il facondo Ven-

La battaglia referendaria è utile e importante: non si deve pensare che sia per forza un segnale politico contro Berlusconi dola (ah, quanto ce ne sarebbe bisogno del suo silenzio).

Adesso, poi, il Pd è tutto preso dalla libidine referendaria. La tentazione c’era già un po’ stata prima della sentenza che riammette il voto sul nucleare,

ma dopo il pronunciamento della Cassazione è stato tutto un fuoco d’artificio. Persino la misurata Finocchiaro ha già messo in conto il raggiungimento del quorum e chiesto che subito dopo la consultazione il premier si dimetta in funzione della vittoria dei sì. A parte l’eccesso di precipitazione, la cosa che più sconcerta è vedere fior di riformisti cadere nella tentazione di barattare una posizione ragionevole sui tre temi oggetto di voto con la possibilità di fare “filotto” sommando alle amministrative i referendum in chiave antiberlusconiana.

“no” sull’acqua: sarà accusato dai suoi di essere poco interessato alla caduta del governo Berlusconi? Capisco che vedere vicina la fine del Cavaliere faccia venire la voglia di non distinguere, ma ciò non toglie che questo comportamento sia politicamente puerile. Anche perché Berlusconi non cadrà per questo, e quando sarà caduto si bisognerà ricorrere a tutto il riformismo possibile per salvare il Paese dal disastro, e per riuscirci sarà necessario fare i conti e raggiungere compromessi con i moderati “politicamente orfani”, cui certo non piacciono questi referendum.

Eppure sono molti anche a sinistra quelli che non hanno preclusioni ideologiche verso l’atomo e verso la liberalizzazione della gestione (non la proprietà) dell’acqua. Chiamparino, per esempio, partecipa lunedì 6 giugno ad un evento di “Roma InConTra” a favore del

Ma se volgiamo lo sguardo a destra, non sono certo minori i motivi di sconcerto e preoccupazione. Il premier, invece di capire perché a Milano ha dimezzato le preferenze personali e portato alla sconfitta la Moratti con la sua idea di politicizzare in chiave nazionale


Si fa fa strada un nuovo ”partito degli eletti”

L’euforia della sinistra secondo Gianfranco Pasquino

Formigoni apre la (vera) corsa alla successione

«Dopo la festa, Bersani pensi ai voti moderati»

di Riccardo Paradisi

di Francesco Lo Dico

l di là degli omaggi formali nei confronti del nuovo coordinatore unico Angelino Alfano – “Ci porterà lontano”,“Una soluzione positiva”,“aiutiamolo con i nostri silenzi” – nel Pdl il sentimento dominante all’indomani del cambio al vertice di via dell’Umiltà è in realtà un misto di scetticismo e di diffidenza. Da qui un’atmosfera di attesa e di studio dove le correnti del partito attendono lo start up per la gara di successione alla leadership del centrodestra. Già perché Alfano sarà pure il garante di tutti ma prima di questo è espressione di una precisa componente interna al Pdl. Ignazio La Russa - che assieme a Verdini e Bondi resterà nel triumvirato d’affiancamento - mostra disponibilità ma a leggere bene le sue parole si capisce che le componenti del Pdl non smobilitano: «Bene Alfano ma occorre un congresso per adeguare la struttura che avevamo immaginato alle mutate condizioni politiche e sociali». E i congressi prevedono campagna di tesseramento e, se sono congressi veri e non di ratifica, battaglie congressuali. Andrea Augello ex aennino con ruoli di pontiere durante la crisi tra Berlusconi e Fini è ancora più esplicito di La Russa: «Sicuramente Alfano ci metterà l’anima e del resto lascia un ministero importante. Ma è solo un primo passo, i nostri problemi sono più profondi. Serve un grande dibattito perché è imploso l’intero sistema bipolare: la crisi del Pdl segue quella del Pd». E poi, continua il sottosegretario, «il Pdl non è ancora nato: serve un congresso vero che cambi tutto cioè nome, simbolo, capacità di aggregare attorno a sé una federazione che comprenda l’intero centrodestra. La situazione è tale che nessuno può pensare di risolverla al chiuso degli organismi di vertice». Roberto Formigoni nella sostanza del suo ragionamento è ancora più netto: «non bisogna pensare con questa mossa di aver risolto tutti i problemi; occorre un’azione radicale di governo» e forse anche un cambio della leadership visto che Formigoni pone la sua candidatura alla guida del Pdl. Sempre che Berlusconi, beninteso, faccia spontaneamente un passo indietro. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno non ha posto ufficialmente la sua candidatura ma l’analisi è sovrapponibile a quella delle coscienze critiche che cominciano a parlare, anche se con prudenza, in queste ore. Ma che dei sommovimenti seri ci siano lo dimostra il semplice fatto che nel centrodestra sta formandosi una specie partito degli eletti che prende iniziative autonome. Come nel Lazio, dove la Polverini ha dato filo da torcere al Pdl con le sue liste. O in Lombardia dove Formigoni rappresenta nel Pdl un potere autonomo che peraltro non ha lesinato critiche al partito durante le ultime amministrative. Per non parlare delle spinte centrifughe che si sono già realizzate. Dopo Miccichè, che è riuscito ad articolare un movimento, del sud, ora s’agita anche Micaela Biancofiore, iper berlusconiana uscita dal partito in rotta con gli ex di An che sta organizzando un suo movimento collegato a Scajola, in Trentino. «Trovo assurdo e autolesionista, l’esercizio posto in essere tra quanti, nel Pdl e nel mondo mediatico, stanno immaginando le primarie per la leadership o premiership come la si voglia chiamare». Scettica sulla nomina di Alfano Biancofiore sostiene che il Parlamento e la maggioranza debbano velocemente avviarsi alla riforma in senso presidenziale che appartiene al dna del bipolarismo e allo spirito del centrodestra che su questo provvedimento potrebbe ritrovare ampia unità e nuovo slancio». Invece Berlusconi con le primarie sembra d’accordo «Io non sono contrario, purché si arrivi a essere certi che i votanti siano dei veri sostenitori del nostro partito e non magari degli infiltrati della sinistra». A questo scopo, aggiunge, si potrebbe istituire «una sorta di registro di coloro che vogliono partecipare alle primarie». Ma è evidente che il problema del Pdl in questo momento non sono le primarie.

ROMA. «Concentrarsi su Napoli e Milano per decretare l’in-

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successo del Pd mi pare un ragionamento stiracchiato, e non troppo veritiero: ricordiamoci che all’ombra della Madunina, il candidato democratico Stefano Boeri ha raccolto migliaia di preferenze per il vincente Giuliano Pisapia, ad esempio. Per non dire che ci si è già dimenticati come due importanti capoluoghi come Bologna e Torino hanno visto i due candidati del Pd diventare sindaci al primo turno. E Cagliari, poi? E le decine di comuni? Per una volta Bersani ha tutte le ragioni di festeggiare, mi pare. E se poi vogliamo dire che troppa euforia fa male ed è rischiosa, affermiamolo pure. Ma è una considerazione filosofica». Professore di Scienze Politiche all’università di Bologna, Gianfranco Pasquino non ha dubbi: demeriti o non demeriti degli avversari, estremismi o non estremismi, i risultati delle comunali arridono al Pd. Professore, D’Alema spiegava ieri su “Repubblica”, che a dispetto di quanto pronosticato dai politologi, gli elettori hanno mostrato di gradire candidati sostenuti da Sel e centristi allo stesso tempo. Al di là della soddisfazione per i risultati, non crede che questi risultati debbano indurre il Pd a una riflessione? Il caso di Giuliano Pisapia dimostra che le etichette e le prevenzioni politiche lasciano il tempo che trovano. Il nuovo sindaco ha espresso moderazione nei fatti, piuttosto che in fasulle dichiarazioni di principio. La credibilità della persona e dello stile ha convinto in pieno i moderati i milanesi, e buona parte dei centristi che avevano votato Palmieri. Credo che Casini, Bersani e tutti gli altri leader possano trovare nel caso Pisapia ampia materia di riflessione. E dalla vittoria di De Magistris, che lezione trarre, visto che si è trattato di un plebiscito? L’ex magistrato rappresenta la speranza di sottrarre la città alle grinfie della camorra, e di riportarla nell’alveo della legalità. Cosa che non è riuscita bene né al Pd né al Pdl, per così dire. I napoletani erano molto più esausti e snervati di quanto a destra e a sinistra si potesse pensare, e hanno punito i due principali partiti italiani. Napoli ha scelto di dare una chance a un uomo fuori dal sistema politico tradizionale, che peraltro non appartiene poi così tanto neanche all’Italia dei Valori. Molti temono che se l’asse del Pd si sposta a sinistra, e il centrodestra continua nel suo delirio eversivo, i moderati possano entrare in crisi di rappresentanza? Non lo credo affatto. Le ultime comunali ci dicono che un moderato sa riconoscere un moderato al di là della fede politica, semmai. Così come ha abbondantemente capito che se in questo Paese c’è estremismo, spirito antidemocratico, sovversivismo, questo si annida soltanto in chi lo denuncia: il partito delle br in procura, delle metastasi e di molte altre cose scandalose. È questa la casa dei moderati italiani? Il Pdl ha gettato la maschera, e gli elettori hanno scelto di dire basta a due cose uguali e contrapposte: promesse e insulti. Gli elettori moderati hanno quindi lanciato un segnale a Pd e Udc.Va raccolto anche in vista di elezioni nazionali, o la corsa ai comuni è storia a sé? È chiaro che di solito i risultati delle comunali hanno una loro specificità legata al territorio e alle priorità immediate di ciascun cittadino.Tuttavia il clima referendario sollevato da Berlusconi attorno al verdetto delle urne, ha investito le scelte degli italiani di un forte valore aggiunti: l’indubitabile e sonora bocciatura del Cavaliere, dei suoi metodi e della sua politica. Quanto è debitrice, l’euforia dei democratici, al neonato Terzo Polo? I centristi hanno dato un grande contributo all’elezione di Pisapia al secondo turno, ma anche a quella di De Magistris. In questo caso sono stati gli elettori centristi, a dare un messaggio al Terzo Polo.

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l’elezione del Sindaco mettendoci la faccia, ha preferito trovare altrove i colpevoli (la stampa, come al solito, e il ministro Tremonti). La stessa modalità con cui si è scelto Alfano quale segretario politico, che nella testa del premier è già una grande concessione a chi mostra di avere dubbi sulle sue capacità di tenuta dopo la sconfitta e le molte prove logoranti cui è stato (e a cui si è) sottoposto, finisce per depotenziare l’effetto di un passaggio che pure avrebbe un significato non marginale. Non solo il nome di Alfano, ma la stessa idea di prevedere un segretario politico, sono emersi non in un contesto di discussione democratica, ma nel chiuso di una direzione che non ha avuto alcuna premessa e non avrà altro momento successivo se non una ratifica formale.

Senza contare che per il povero Alfano, schiacciato tra l’invasiva presidenza di Berlusconi e la permanenza (senza senso) del triumvirato che ha guidato (si fa per dire) il partito fin dalla sua nascita, avrà ben poco spazio per esprimere un minimo di autonomia. Galli della Loggia attribuisce proprio a questa “obbedienza cieca che avvelena” i guai del Pdl. E ha ragione, anche se manca di osservare che il problema non attiene solo alla caratteristica “padronale” della figura di Berlusconi, quanto alla mancanza dei partiti – generalizzata, non solo a destra – la cui funzione è stata demonizzata, a cominciare dal Corriere della Sera di cui Galli della Loggia è editorialista, fino a decretarne la morte. Non solo, l’opzione a favore del sistema maggioritario e bipolare (benedetta dallo stesso Galli della Loggia) applicato in un Paese frazionista e vittima di una spinta qualunquista alimentata negli anni del manipulitismo, ha finito col favorire il fenomeno di personalizzazione della politica e di affermazione di leader a valenza mediatica al posto degli statisti, di cui ora – finalmente – vediamo tutti gli effetti perversi. Insomma, siamo di fronte alla crisi dei due poli del bipolarismo, e quindi del sistema politico nel suo insieme, non solo più per mano degli elettori, come è stato nei due turni delle amministrative, ma per effetto delle conseguenze che si sono determinate dopo il voto. L’impressione è che il percorso di questa crisi sarà ancora lungo – salvo che qualcuno abbia quegli atti di coraggio che fin qui sono mancati – e decisamente contrastato, per non dire sanguinoso. Speriamo solo che alla fine di questa tormentata fase della vita del Paese ci siano le condizioni per costruire nel migliore dei modi la Terza Repubblica. Ma se ci mettiamo al lavoro subito è meglio. (www.enricocisnetto.it)


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l’approfondimento

Il Senatùr e i lumbard hanno commesso molti errori: primo fra tutto quello di non riuscire più ad ascoltare il proprio elettorato

È finito anche il leghismo Dal crollo di consensi a Milano alla sconfitta di Novara, il Carroccio esce dalle elezioni con le ossa rotte: la strategia del «partito di lotta e di governo» non ha portato fortuna a Bossi e ai suoi colonnelli. Anche se ora fanno finta di nulla di Giancarlo Galli

ppunti su una batosta politica ben sintetizzata dal mio barbiere, berlusconiano doc deluso ma non stupito: «Il Cavaliere ed il suo amico Bossi, nonostante le nubi, erano usciti di casa baldanzosi, né ombrello né impermeabile, e sono finiti all’ospedale in prognosi riservata per polmonite acuta». Dietro la metafora, realistica ancorché poco politologica, il senso vero di quanto accaduto, in due week-end di maggio nella Capitale del Nord e nell’intera Padania, da Novara a Pavia, Pordenone e Trieste. Infatti, e va detto senza timore di ripetersi: Silvio & Umberto (confortati da chissà quali ciarlatani dei sondaggi), erano talmente sicuri di stravincere, financo concedendosi il lusso in città come Gallarate di presentarsi divisi per portare in cascina sia maggioranza che opposizione. Dunque, avevano perso la bussola, il polso dell’elettorato. Errore fatale, riconducibile in particolare per la Lega, a pro-

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clamarsi contemporaneamente “Forza di lotta e di governo”. Una contraddizione che negli Anni Settanta costò cara al Pci di Enrico Berlinguer. Eppure, nella fattispecie, la Storia è stata, con una supponenza ai limiti dell’incredibile, dimenticata. Ciò che si è verificato a Milano, testimonia. Da quattro legislature, Palazzo Marino era divenuto un fortilizio, apparentemente inespugnabile, del centrodestra. Prima il leghista Marco Formentini, poi il bis di quell’ottimo sindaco che fu Gabriele Albertini. Infine Donna Letizia Moratti, lombi miliardari, al secondo giro mentalmente disarcionata da quel Signor Nessuno (nel lessico berlusconiano-leghista), a nome Giuliano Pisapia. Classe 1949, avvocato, ex parlamentare eletto nelle liste di Rifondazione Comunista.

La sconfitta (cocente quanto imprevista), della sindachessa Moratti è sicuramente destinata a trasformarsi in un modello

di studio per esperti in sociologia e studiosi dei modelli comportamentali di quelle ricche famiglie dalle forse troppo spesso avventurose radici che ritenevano di avere in pugno la città. Salvo poi… Gli antenati della Moratti, calati dalla bergamasca, erano poveri in canna, alla pari dei Berlusconi cresciuti nel popolarissimo quartiere dell’Isola. Fra Porta Garibaldi e la periferia. Decenni di escalation della piramide sociale, finché un Moratti (Ange-

A questo punto, anche il ruolo da mediatore di Tremonti è ridimensionato

lo), coi miliardi guadagnati nel petrolio, si comprò l’Inter di Helenio Herrera. I figli Gianmarco e Massimo, sulle orme paterne, consolidarono il duplice Impero. Quasi in parallelo, con l’aiuto del padre impiegato di banca, Silvio Berlusconi fattesi le ossa in campo immobiliare, creava l’Impero Mediaset-Mondadori. Ed acquistava il Milan, altra gloria calcistica. Le antiche monarchie usavano rinsaldare il loro potere con legami di sangue. le nostre, vere

o supposte tali, privilegiavano altre strade: in primis, le alleanze politiche. così il Cavalier Berlusconi, se allo stadio tifa rossonero gufando contro i nerazzurri di Massimo Moratti (figlio del mitico Cavalier Angelo), mette gli occhi su Letizia, classe 1949, che ha sposato in seconde nozze Gianmarco Moratti (separatosi dalla columnist Lina Sotis). Entrambi sono alla guida della Saras, leader nel settore petrolifero con le raffinerie sarde. Letizia, è un’appassionata del “fare”. Due figli, una società di brokeraggio assicurativo, nei week-end a San Patrignano dove finanzia il recupero di tossicodipendenti. Vocazione civil-manageriale che ha da piacere a Berlusconi. Nel ’94, appena arrivato a Palazzo Chigi, il cavaliere la proietta al vertice di Rai. Prestazione di breve durata, non giudicabile. Tornato in sella, Silvio la incorona ministro della Pubblica Istruzione. Ha idee, ma si capisce che fatica a gestire: ciò che funziona nel privato


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Le reazioni allo scossone provocato dalle elezioni amministrative

Alfano, segretario di un non-partito

La nomina di Alfano a segretario del Pdl acuisce il conflitto tra movimentismo e rappresentanza di Francesco D’Onofrio on risulta che fosse stato previsto un risultato delle amministrative di dimensioni così rilevanti per quel che concerne l’intero sistema politico italiano. Sono pertanto ancora in corso le valutazioni personali e partitiche, locali, regionali e nazionali, del voto medesimo, perché si tratta – come tutti hanno rilevato – di un significativo “scossone” per l’intera vita politica italiana. Nel contesto delle riflessioni conseguenti al voto è certamente da collocare la recentissima decisione – da parte di Silvio Berlusconi – di prevedere una sostanziale modifica dello statuto del Pdl: la previsione niente di meno che del segretario politico dello stesso Pdl, nel contesto del rapporto probabilmente nuovo che si finirà con il decidere in riferimento sia alla natura del Pdl medesimo, sia alle modalità di selezione dei dirigenti locali, regionali, nazionali ed europei di tutto il Popolo della Libertà. Laddove si consideri che tutte le affermazioni sulla evoluzione cosiddetta bipolare del sistema politico italiano dall’avvento di Forza Italia in poi hanno ruotato proprio sulla questione di fondo (movimenti o partiti?), è di tutta evidenza che le decisioni concernenti la natura stessa del Popolo della Libertà sono destinate ad avere conseguenze anche per tutti gli altri soggetti politici operanti sulla scena politica italiana.

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rale scandito prevalentemente dalle elezioni. In una ottica culturalmente partitica si tratta di solito di operare con le categorie politiche della coalizione di partiti in vista delle scadenze elettorali, con accentuazioni diverse a seconda che si tratti di elezioni locali, regionali o nazionali. In un’ottica culturalmente movimentistica si tende a dare particolare rilievo ai fatti che incidono sui comportamenti delle persone, e quindi degli elettori, finendo con il considerare le elezioni anche una sorta di approdo del movimento medesimo. I risultati delle ultime elezioni amministrative hanno pertanto posto in evidenza proprio una sostanziale coesistenza di culture partitiche e di culture movimentistiche: i risultati hanno avuto infatti rilievo sia per le spiccate doti personali dei candidati; sia per il modo di comportarsi dei candidati medesimi in riferimento al rapporto tra movimenti e partiti; sia per il rapporto tra politica nazionale in generale e vicende politiche locali, soprattutto se queste avevano caratteristiche spiccatamente diverse dai temi di fondo della politica nazionale. Stiamo pertanto assistendo a riflessioni locali, regionali e nazionali da parte sia di quanti sono risultati vincitori, sia da chi è risultato sconfitto. Si tratta infatti di una analisi necessaria per gli uni e per gli altri: per i primi, se vogliono consolidare i risultati vittoriosi delle elezioni considerate; per i secondi, se intendono distinguere fatti ritenuti contingenti da fatti considerati come strutturali.

Le urne hanno premiato i candidati ma anche il rapporto tra loro e le organizzazioni politiche

Nelle analisi socio-politiche delle trasformazioni intervenute in Italia – o almeno in significative parti di essa – si è infatti costantemente posto in evidenza il fatto molto significativo del rapporto molto difficile tra soggetti politici organizzati secondo un modello tendenzialmente partitico e soggetti politici opeanti prevalentemente in una ottica movimentistica. Non si tratta soltanto di una differenza per così dire politologica. Questa infatti attiene al rapporto fondamentale esistente tra passato, presente e futuro: la dimensione del tempo muta infatti radicalmente se si opera in un’ottica partitica o in un’ottica movimentistica. Nella prima infatti sono fondamentali le radici anche antiche rilevanti per il presente, e quest’ultimo è costantemente interessato anche al futuro. Nella seconda, invece, il tempo sembra schiacciato quasi esclusivamente sul presente, qualora non operi in un orizzonte tempo-

È in questo contesto che assume un rilievo particolare la decisione adottata dal vertice del Pdl in riferimento alla designazione di una personalità trasferita dal governo ad un incarico prestigioso anche se non ancora definito. Il solo fatto che sarà una prossima ed imminente decisione statutaria a definire sia il soggetto nuovo (il Segretario politico) derivante da un’antica cultura partitistica; sia il rapporto nuovo tra una leadership carismatica (che è stata ed è espressione di una cultura prevalentemente movimentistica) e le strutture da definire di qualcosa che dovrebbe assumere come orizzonte temporale non più soltanto quello delle elezioni politiche generali, sta a significare che siamo in presenza di un aspetto fondamentale della questione di fondo: può un partito nascere da un movimento?

è urticante nel pubblico. Senonchè il Cavaliere l’ha ormai “adottata”. Nel 2006 la impone ai partner recalcitranti: sarà il primo sindaco donna di Milano. Immediatamente vengono a galla i limiti-difetti di Letizia. Tratta il Consiglio comunale quasi fosse un’assemblea societaria dove, disponendo della maggioranza di controllo, financo fatica ad ascoltare le minoranze. In Giunta, il suo autoritarismo decisionale si esalta. Fioccano le critiche ma con un successo clamoroso tappa ogni bocca: con eccezionale maestria diplomatica è riuscita ad ottenere l’assegnazione a Milano dell’Expo 2015. In pochi lo credevano, ma Letizia girando come una trottola per mezzo mondo ha realizzato il miracolo.

Un po’ ingenua, crede di avere strada spianata. Invece esplode la bagarre per spartirsi il bottino. E lei non capisce. Come spiegarle che in politica il saper raccogliere consensi è più importante che invocare l’autoritarismo del “comando io!”. In questa maniera il trionfo innegabile lentamente si trasforma in una pantomima attorno ai progetti, alle poltrone da assegnare. Con sullo sfondo gli enormi appetiti per gli appalti. E non comprende, Donna Letizia, che presto svanito l’orgoglio cittadino della vittoria, cresce l’opposizione strisciante. In tantissimi, di fronte alle incombenti colate di cemento, s’interrogano: l’EXPO sarà pure un grande affare, ma per chi? Il moltiplicarsi delle beghe di Palazzo ingigantiscono gli interrogativi. In questa maniera, autunno 2010, Donna Letizia si sente sussurrare all’orecchio: “Ti vogliono fare le scarpe…”. Incredula, va a colazione da Umberto Bossi: alla mensa del Carroccio, in via Bellerio. Faticoso l’abbraccio, generiche le assicurazioni. Il Leader Massimo ha in mente di issare la bandiera verde su Palazzo Marino, e pensa al fido Roberto Maroni, ministro degli interni, che però non ci sta. D’altronde Berlusconi difende la Moratti con solida argomentazione: che figura facciamo scaricandola? Certo, ammette che la sindachessa è debole in relazioni pubbliche (intese come rapporto coi cittadini, i problemi si moltiplicano). La Lega, incazzata, credendosi sulla cresta dell’onda, non muove dito per sostenere Letizia. Si crogiola sul 15 per cento ottenuto alle provinciali, sicura di andare ben oltre. Fatti i conti senza l’oste (l’elettorato), conduce dietro le quinte sfibranti trattative sulle politiche.Vuole un vicesindaco (Matteo Salvino), ancora più posti nelle aziende municipali. Senonché allo spoglio delle schede del primo turno, si ritrova con un pugno di mosche fra le mani: appena 10 per cento dei voti, costretta a sostenere la Moratti al ballottaggio, senza

rendersi conto che il mitizzato “popolo leghista” s’è sfarinato.

Il seguito è cronaca. Con tuttavia un risvolto che va sottolineato. In Padania, la Lega s’attendeva (chissà in base a quali calcoli), una valanga di voti. Quasi un plebiscito, dopo che alle ultime regionali aveva conquistato il Piemonte col novarese Roberto Cota ed il Veneto con Luca Zaia. Due Governatori che anziché guidare una rivoluzione verde dal basso, si sono presto specializzati nell’antica arte democristiana di controllare i gangli del potere. Specie nel settore bancario. Strategia poco apprezzata dalla “base”. Tant’è che la Lega è stata battuta persino a Novara, già feudo di Roberto Cota. Solo Roberto Maroni è riuscito, faticosamente, al ballottaggio, a garantire la rielezione del concittadino Attilio Fontana, unico candidato leghista a non averci lasciato le penne in terra padana. Così, a far bene i conti, si scopre che al Nord, Milano inclusa, nella galassia del centrodestra il pesante smacco più che al Pdl va attribuito al generale arretramento della Lega. Quel Carroccio che doveva “trainare”, s’è rivelato un alleato velleitario. Anche nei confronti di un elettorato cattolico che, a prescindere dall’impiego di Comunione e Liberazione, non se l’è sentita di condividere molte posizioni leghiste. Specie sull’immigrazione. Nemmeno ha giovato la freddezza del Carroccio per le celebrazioni dei 150° dell’Unità Nazionale. Poiché questo è lo scenario del dopo 30 maggio, sul palcoscenico della politica nazionale, emergono due incognite: assieme alla capacità di Berlusconi di mantenere la barra del governo, l’incrinatura del carisma di Umberto Bossi. Infatti, nel Carroccio & Dintorni, ci si chiede dove voglia andare a parare con una blanda riforma federalista che nella migliore delle ipotesi si realizzerà a “Babbo morto”, mentre i suoi ministri, gli amministratori locali, mandata in soffitta la camicia verde di lotta, si muovono in eleganti doppiopetti. Questo il vero problema che le amministrative di maggio in Padania hanno brutalmente messo a nudo: la crisi del leghismo. Che sta facendo impallidire anche la stella del superministro Giulio Tremonti. La sua forza stava nell’essere arbitro della relazione extraconiugale fra Silvio ed Umberto. Ma nel momento in cui entrambi paiono mordere la polvere, a che serve il conciliatore dotto e saccente? Come sempre, ai terremoti seguono le scosse di assestamento. Sin troppo facile prevedere divorzi o separazioni consensuali all’orizzonte, dopo che Silvio (senza interpellare Umberto) ha nominato coordinatore nazionale del Pdl Angelino Alfano, siciliano di Agrigento.


diario

pagina 6 • 4 giugno 2011

Un’altra tragedia di migranti al largo di Tunisi: 150 morti

Paolo Berlusconi, nuovo processo

TUNISI. Circa 150 cadaveri sono stati recuperati a

MILANO. Il gup di Milano ha de-

seguito del naufragio di una nave che si è rovesciata al largo delle coste tunisine, mentre era carica di migranti in fuga dal conflitto in Libia. Si tratta con tutta probabilità dello stesso natante andato a picco giovedì al largo dell’isola di Kerkennah e sul quale l’Autorità portuale tunisina aveva lanciato l’allarme. Le ricerche sono ancora in corso e il bilancio è provvisorio. I dispersi sono ancora 200, ma secondo fonti della stessa Croce Rossa in mare si troverebbero ancora numerosi corpi. Il peschereccio, diretto a Lampedusa con a bordo circa 800 persone, era entrato in avaria a una quarantina di chilometri dall’isola tunisina di Kerkennah, ma le cattive condizioni meteorologiche avevano ritardato le operazioni di soccorso. È stata la guardia costiera tunisina a dare

ciso di rinviare a giudizio Paolo Berlusconi con l’accusa di ricettazione, concorso in rivelazione del segreto d’ufficio e millantato credito nell’ambito dell’inchiesta sulla pubblicazione da parte del quotidiano il Giornale di una intercettazione telefonica tra l’allora segretario dei Ds Piero Fassino e Giovanni Consorte sulla tentata scalata di Unipol a Bnl. Il processo si aprirà il 4 ottobre prossimo. Come si ricorderà, l’intercettazione pubblicata con grande clamore dal quotidiano della famiglia del premier è quella in cui Fassino chiedeva a Consorte: «Abbiamo una banca?». Battuta per la quale Fassino fu poi al centro di una lunga campagna denigratoria dal centrodestra.

notizia del naufragio, giovedì, confermando appunto di aver ripescato 587 persone. Un portavoce dell’Onu ha detto che «si sa che tra loro c’erano molte donne e bambini». I sopravvissuti sono stati portati in campi per i rifugiati per essere assistiti. L’incidente, ha detto il portavoce, «sembra uno dei peggiori e più gravi per numeri di morti tra quelli accaduti quest’anno nel mar Mediterraneo». Gli ottocento naufraghi erano in massima parte sub-sahariani.

Azienda e sindacati a confronto al ministero dello Sviluppo, mentre in strada protestavano 1500 operai genovesi e campani

Fincantieri, stop ai licenziamenti L’amministratore delegato Giuseppe Bono annuncia: «Ritiro il piano» di Franco Insardà

ROMA. Alla fine gli operai della Fincantieri ce l’hanno fatta. Il piano di tagli che prevedeva la chiusura dello storico cantiere navale di Sestri Ponente, tagli a Castellammare di Stabia e il ridimensionamento di Riva Trigoso è stato ritirato. L’annuncio è arrivato nella tarda mattinata di ieri, al termine del confronto tra azienda, governo e sindacati nella sede dell’Eur del ministero dello Sviluppo economico. Gli oltre 1500 operai della Fincantieri hanno fatto sentire la loro voce, esprimendo tutto il loro dissenso al piano di tagli di oltre 2500 posti che l’azienda aveva predisposto e hanno accolto con un lungo applauso la notizia del ritiro. Il ministro Paolo Romani ha, poi, raccolto l’invito dei lavoratori e ha spiegato, al megafono, i termini dell’accordo. Confermato anche dall’amministratore delegato di Fincantieri, società cantieristica di proprietà di Fintecna, che ha detto: «Ritiro il piano e spero che così si possano esorcizzare le tensioni. Il piano presentato non era una novità per nessuno. Sono una persona che si assume le sue responsabilità, ma con tutti gli attacchi subiti da tutte le parti, da destra e da sinistra, anche la mia forza viene meno. Se questa è la richiesta ritiro il piano». All’incontro erano presenti il ministro per lo Sviluppo economico, Paolo Romani, l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, il segretario generale della Fiom Maurizio Landini, il segretario confederale della Cgil Vincenzo Scudiere, il segretario generale della Fim Giuseppe Farina, il segretario confederale della Cisl Luigi Sbarra, per la Uilm il

Oltre 1.500 lavoratori di Fincantieri sono arrivati a Roma in occasione del vertice al ministero dello Sviluppo economico con azienda e sindacati, per manifestare contro il piano industriale Con loro anche il sindaco di Genova Marta Vincenzi

segretario generale Rocco Palombella insieme al segretario confederale della Uil Paolo Pirani. Erano presenti anche le delegazioni sindacali locali dalla Liguria alla Campania.

Fincantieri, annunciando il ritiro del piano, ci ha tenuto a precisare che «non esistono ricette “miracolose”». L’azienda ha sottolineato in una nota che «ha preso atto delle molteplici richieste di ritirare il piano che per altro, nell’incontro del 23 maggio scorso, è stato solo illustrato nelle sue linee principali e non consegnato». Fincantieri si è detta disponibile «a costruire tutte le navi ovviamente potendo recuperare il differenzia-

le di costo oggi esistente con i cantieri del far east. Nel caso in cui questo non avvenisse, dovrebbe dichiarare fallimento e portare i libri in tribunale. Auspichiamo che il ritiro del piano possa esorcizzare la crisi mondiale e che da domani possano affluire navi in gran quantità».

Parole di apprezzamento alla decisione di Fincantieri sono giunte da tutte le parti impegnate nella trattativa. Per il ministro Romani «il governo ha preso atto della volontà di ritirare il piano e ha apprezzato la decisione», aggiungendo che «senza soluzioni condivise non si procederà alla chiusura di alcun cantiere. C’è sicuramente una situa-

zione di grave crisi della cantieristica mondiale e c’è l’esigenza di valorizzare e ottimizzare questa grande filiera industriale».

Romani ha chiarito che presso il Ministero del Lavoro si aprirà un tavolo «per la definizione delle necessarie proroghe degli ammortizzatori sociali, cantiere per cantiere». Oltre a sostenere i nuovi indirizzi comunitari a favore della cantieristica navale e per questo «con l’Europa ritengo si potranno trovare soluzioni compatibili con livelli occupazionali adeguati, nonché ad accelerare la finalizzazione di risorse pubbliche già stanziate a favore del settore». L’obiettivo, ha

spiegato, è quello di «puntare a valorizzare le risorse e ottimizzare la parte industriale guardando alla possibilità di aprire a nuovi mercati».

L a t r a t t a t i v a , c o m un q u e , continua e ora, come ha riferito sempre il ministro, si apriranno «due tavoli regionali: uno in Liguria e uno in Campania. La settimana prossima verrà firmato un accordo di programma con la Liguria per il ribaltamento a mare a Sestri Ponente per 280 milioni, mentre per Castellammare si aprirà un tavolo regionale per l’ipotesi di ristrutturazione. Nei prossimi mesi ritengo che si troveranno soluzioni compatibili con livelli


diario

ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

Il Tesoro Usa esce da Chrysler. Marchionne: «Grazie, Obama»

Masaniello diviso tra Napoli e la Campania

TORINO. Fiat ha comprato dal Tesoro Usa la sua quota in Chrysler: è l’ultimo passo di una scalata clamorosa. «L’accordo che sancisce l’uscita definitiva del Tesoro Statunitense (UST) dalla compagine azionaria del Gruppo Chrysler non attenua il senso di gratitudine che proviamo verso l’amministrazione del Presidente Obama per aver creduto, due anni fa, nella partnership con Fiat»: sono queste le parole con le quali Sergio Marchionne ha commentato la definizione del prezzo della call option. «L’acquisizione dei diritti spettanti al Dipartimento del Tesoro sulla valorizzazione delle quote Veba è un’ulteriore dimostrazione di quanto crediamo nel futuro della Chrysler e nelle sue capacità di proseguire lungo il cammino intrapreso per conquistare il posto che le spetta nel panorama dell’industria automobilistica glo-

bale. Questa operazione non permette solo alla Fiat di rafforzare la propria posizione in Chrysler, ma accelera anche il nostro progetto di integrazione, mirato a creare un costruttore globale, efficiente e competitivo e a garantire a tutte le persone coinvolte un futuro più sicuro, in un ambiente aperto e multiculturale, fondato sui valori condivisi dell’integrità e del rispetto per gli altri». La Borsa ha salutato con favore l’accordo, con un segno positivo per il titolo.

Anche per il segretario confederale dell’Ugl, Cristina Ricci il ritiro del piano è «il primo fondamentale passo da cui partire per parlare del futuro del Gruppo e della navalmeccanica in generale». Ma Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, avverte: «Ora bisogna mantenere alta l’attenzione per discutere nel merito. Siamo cautamente soddisfatti, ma altrettanto preoccupati. Nei prossimi giorni verificheremo se il ritiro del piano è stato dettato solo da difficoltà del momento».

occupazionali adeguati per gli stabilimenti».Al termine tutte le parti e le istituzioni interessate alle prospettive di Fincantieri, saranno convocate presso il ministero dello Sviluppo economico per la conclusione del confronto e la auspicata sottoscrizione di una intesa generale che risponda alle esigenze di sviluppo industriale e di salvaguardia della occupazione.

Sulla vicenda Fincantieri il sindacato si è presentato compatto alla trattativa e i commenti all’incontro di ieri sono stati tutti molto soddisfatti. Per Maurizio Landini, leader della Fiom, il ritiro del piano industriale è «un primo importante risultato della mobilitazione dei lavoratori. In questo modo si scongiura il rischio di perdere migliaia di posti di lavoro, ma ora l’impegno del governo, in questa vertenza, deve crescere sia per quel che riguarda gli investimenti diretti sia per quel che riguarda un’azione di stimolo per un intervento dell’Unione europea». Secondo il segretario confederale della Cisl, Luigi Sbarra si tratta di «un segnale importante e positivo che va nella direzione richiesta dalla Cisl ai vari livelli. È necessario elaborare una strategia di rilancio e riposizionamento dell’azienda nel mercato internazionale, per ricercare nuove opportunità legate ai prodotti, a nuove commesse, ad attività industriali in grado di rilanciare il settore della cantieristica navale e rafforzare l’economia marittima portuale. Il sindacato è disponibile a fare la propria parte per contrattare con l’azienda misure adeguate per rendere efficienti i siti e per migliorare il tasso di produttività».

4 giugno 2011 • pagina 7

Paolo Romani: «Senza soluzioni condivise, gli stabilimenti non chiuderanno»

Dall’alto: il ministro Paolo Romani e l’Ad di Fincantieri, Giuseppe Bono. A fianco, la manifestazione di ieri a Roma

Soddisfazione è stata espressa da molti esponenti politici e dagli amministratori locali. Il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, scesa in piazza a Roma al fianco dei lavoratori ha detto: «Il giudizio è positivo: ora si ricomincia. Ma ci è voluta tanta fatica, ore e ore di sciopero, la rabbia e il sacrificio dei lavoratori... dove è finita la capacità di concertazione?». Il governatore della Campania, Stefano Caldoro, ha accolto la buona notizia e ha aggiunto: «Adesso ci sono le condizioni per affrontare con più serenità il tema. L’intesa e la collaborazione fra il governo, le parti sociali e le istituzioni locali sul cantiere di Castellammare consentirà di individuare un progetto per il rilancio della cantieristica. È’ un settore strategico per la Campania e l’intero Mezzogiorno, una partita fondamentale che deve coinvolgere tutti i livelli perché possa avere successo».

apoli è stata liberata» sono state le prime parole del neosindaco Luigi De Magistris. Effettivamente, l’ex pubblico ministero, paragonato spesso e volentieri al povero Masaniello, ha scassato tutto facendo piazza pulita del governo (la sinistra) e dell’opposizione (la destra). La vittoria dell’Italia dei valori in chiave partenopea e della “sinistra irregolare” rappresenta un “nuovo inizio” che ci riporta al 1993. Si ricomincia. Ma con un ma. «Napoli è stata liberata» ma o il sindaco e la sua squadra l’amministreranno bene o la prossima volta invece della liberazione “di”Napoli ci sarà la liberazione “da” Napoli.

«N

In Italia ogni capoluogo di regione è, come rivela la parola, “capo” del “luogo” e funge da modello e traino per gli altri capoluoghi di provincia e per la regione intera. Così è senz’altro per Milano e la Lombardia, per Torino e il Piemonte, anche per Firenze e la Toscana o per Cagliari e la Sardegna. In Campania le cose stanno diversamente. Napoli, ex capitale del Mezzogiorno, non è un buon modello a cui ispirarsi e, sul piano economico, non è neanche una locomotiva. Anzi, la mobilità lavorativa regionale si sposta più verso Roma e il Lazio che verso l’area napoletana. Insomma, la città che la vittoria di De Magistris ha “liberato”non è un’occasione ma un ostacolo per le altre città e aree regionali che, infatti, parlano di napolicentrismo. Se Napoli fosse un’opportunità di sviluppo e crescita civile, il cosiddetto napolicentrismo sarebbe una cosa fin troppo normale e sarebbe un valore, ma siccome la città capoluogo crea di fatto problemi al “resto della Campania” ecco che il napolicentrismo è visto come un disvalore e addirittura un sopruso. In particolare, sono tre i “difetti” di Napoli che le “zone interne” avvertono con sofferenza: i rifiuti, la sanità, il crimine. Napoli assorbe risorse e finanziamenti e non li restituisce in termini di servizi e sviluppo: anzi, “riversa” sulla Campania i suoi disservizi e le sue inadempienze e da qui nasce quel diffuso sentimento anti-napoletano che è all’origine di varie ipotesi di “secessione regionale”. Conta poco, molto poco che si tratti solo di velleità e progetti non realizzabili. Ciò che fa la differenza in campo civile e politico è che il sentimento di insofferenza e stanchezza della Campania nei confronti della città di Napoli e dei suoi fallimenti è reale. La battuta di Berlusconi sui milanesi e i napoletani “che lasciano a casa il cervello se votano la sinistra” è stata ripagata come sappiamo. Tuttavia, ora il primo cervello di Napoli dovrà funzionare al meglio perché le aspettative che ha creato la sua vittoria sono tali e tante che un “nuovo inizio” privo di risultati sarebbe fatale per il capoluogo senza capo né coda. Un solo esempio: il termovalorizzatore. Il sindaco chiede al presidente di non farlo e Caldoro risponde picche. Ma al “resto della Campania” che subisce i danni del disservizio napoletano la disputa non interessa. A Benevento, Avellino, Salerno si vuole che anche a Napoli ci sia e funzioni la raccolta differenziata. È compito del nuovo governo cittadino realizzarla. Non altro.


pagina 8 • 4 giugno 2011

grandangolo Oltre all’allarme, non si placano le polemiche sull’emergenza

Il gioco del cetriolo: un’altra débacle per l’Europa

Una variante mai vista prima. La più violenta. Peggio: un incrocio di batteri supertossici. In grado di provocare un’epidemia aggressiva. E infatti è già psicosi, sanitaria e commerciale, che non riguarda più solo la cucurbitacea verde, ma l’intero settore alimentare. Davanti a questo allarme la Ue tace, benché incalzata dai governi di tutto il mondo... di Maurizio Stefanini opo aver provocato un’epidemia dalle cause ancora incerte, dopo essere stato ribattezzato (dai cinesi) una variante sconosciuta mai vista prima, resistente e aggressiva, dopo aver modificato la dieta di milioni di europei, il batterio killer Escherichia Coli si abbatte sempre di più anche sulle relazioni commerciali del Vecchio Continente. Mentre infatti la Germania bloccava i cetrioli spagnoli, la Russia bloccava i cetrioli di tutta l’Unione Europea. Anzi, bloccava l’importazione di tutte le verdure fresche. Anche dall’Italia, che nel Paese di Putin ne esporta per 4,4 milioni di euro all’anno. Un danno non da poco, specie in questo periodo di vacche magre. Ma il nome in codice 0104:H4 una vittima eccellente l’ha fatta già: è l’Europa. O meglio, il suo braccio di governo, quell’Unione Europea a cui tutti chiedono di intervenire e che invece, dopo quasi due settimane, ancora non sa che pesci prendere e che indicazioni dare. È vero che viviamo nell’era della globalizzazione, ma è certamente inquietante che l’Oragnizzazione Mondiale della Sanità abbia diramato giovedì il suo dispaccio d’allarme sulla virulenza di questo “nuovo” E-Coli dopo aver appreso dagli esperti cinesi e non dai laboratori europei la natura altamente tossica del batterio. Esperti cinesi che fanno parte di una rete di laboratori allertati per analizzare campioni di Dna giunti dall’Europa. Cosa ne sanno i cinesi di cetrioli? Be’, è dalla Cina che

D

oggi viene il 60% della produzione mondiale. La Turchia, che è seconda, non ha più del 4% del mercato. Seguono l’Iran e gli Stati Uniti, con il 3% a testa. Russia, Giappone e Egitto, con il 2%. Indonesia, Ucraina, Corea del Sud, Spagna, Messico e Paesi Bassi, con l’1%. Avete idea di dove potrebbe arrivare questa quota di mercato se i biologi cinesi continuassero a ripetere indisturbati - senza la conferma dei colleghi europei - che per gli orti e le serre dell’intera Europa si sta aggirando un mostruoso e letale cetriolo assassino? Non ci vuole una mente a capirlo, e non c’è

Il focolaio potrebbe essere partito dalla rete idrica di Amburgo, inquinata forse da liquami dubbio che il cetriolo - visto che da qui tutto è partito - resterebbe in mano al Vecchio Continente! Come se la Cina fosse particolarmente famosa per l’igiene delle sue produzioni alimentari! Quello che sembra essere sicuro è che la

variante killer dell’E-Coli ha attecchito alla perfezione nel cetriolo (anche se non è detto che l’ortaggio sia stato il primo “veicolo” del batterio) provocando (finora) 18 morti. 17 tedeschi e una svedese, che comunque si era contagiata in Germania. Più 2000 contagiati, che si aggiungono ad altri 490 tra Svezia, Regno Unito, Olanda, Danimarca, Spagna e da ultimo anche tre negli Stati Uniti e uno nella Repubblica Ceca. Ma tutti passati per la Germania. E così il prezzo dei cetrioli è crollato da 0,59 a 0,05 centesimi di euro, e un tedesco su due ha smesso di consumarli. Anzi, già che c’era non mangia più neanche pomodori e insalata. Il problema spagnolo è un danno da 200 milioni di euro a settimana.

Non solo la Germania ma anche Danimarca, Austria, Repubblica Ceca, Lussemburgo, Ungheria, Svizzera, Belgio e Russia hanno chiuso le frontiere a un ortaggio che per la Spagna non è solo un ingrediente fondamentale del gazpacho, che per la dieta estiva locale è l’equivalente della nostra panzanella. È anche il terzo ortaggio più esportato, con 446.000 tonnellate nel corso del 2010, di cui la Germania fu il secondo acquirente. I tedeschi mangiano i cetrioli in modo con ricette diverse da spagnoli o italiani, ma li consumano in quantità pure loro… I tedeschi, all’inizio, hanno detto che era colpa di cetrioli spagnoli. Poi hanno corretto: spagnoli e olandesi. Evidente l’obiezione: e come mai di cetrioli contaminati

spagnoli ci si ammala e addirittura si muore in Germania, e invece lo stesso ortaggio non provoca il minimo danno in Spagna? Gli olandesi si sono subito arrabbiati: nessuna provenienza dai Paesi Bassi, hanno detto. Semplicemente, uno degli esportatori spagnoli aveva un cognome olandese. Ma anche i produttori spagnoli sono furibondi. Un loro rappresentante è andato in Germania a tenere conferenze stampa ed ha spiegato, primo, che il primo morto c’era già stato il 2 maggio, mentre la partita incriminata era del 12 maggio. Secondo, che proprio quel giorno alla Frunet, società di Malaga incaricata dell’export degli ortaggi, era arrivata la notizia di un carico la cui confezione era arrivata danneggiata, per cui i fatidici cetrioli erano finiti al suolo, rendendo necessario distruggerne una tonnellata. Cose che capitano… Sennonché, il 25 maggio il governo di Amburgo indicava proprio uno di questi cetrioli del lotto teoricamente distrutto come responsabile del disastro. E gli spagnoli rispondevano allora con una querela per diffamazione. Anzi: a quel punto è stata proprio la Frinet a dare una sua teoria sulla colpa dei tedeschi, «Non siamo stati loro: sono loro che li hanno fatti cadere a terra». Ma anche questa ricostruzione è stata presto smentita. L’importatore tedesco tirato in causa, infatti, ha ammesso che durante una manovra per vuotare un camion una pedana con 180 casse di cetrioli aveva sbattuto contro il molo di scarico. Ma nessun ortaggio ave-


4 giugno 2011 • pagina 9

Primi successi medici in Germania che annuncia: «Non ci sono nuovi casi»

«L’epidemia è stabilie». Il ”killer” trovato anche in un salame di cervo prodotto in Italia di Martha Nunziata a sceneggiatura ricorda da vicino quella di Medical Investigation, la famosa serie televisiva americana che narra la storia di un’equipe di medici che si trovano di fronte a casi di epidemie delle quali devono trovare la causa e il modo per curarle. E quasi sempre vincono il male e debellano la malattia. Ma quello che l’Europa sta vivendo in questi giorni, forse, somiglia di più ad un “film dell’orrore”, come ha titolato ieri la Bild, il più diffuso quotidiano tedesco, in prima pagina, riportando nuovi casi di infezione di tipo secondario, causate dalla trasmissione del batterio da persona a persona, senza aver mangiato i vegetali sospetti. L’epidemia di cui stiamo parlando è quella causata dal battero E.Coli, il più pericoloso nella storia dell’umanità. Oggi si ripresenta in una variante mai conosciuta all’uomo e per questo è più letale: un incrocio di «batteri supertossici». Questa, purtroppo, non è fiction: la realtà ha superato la fantasia. Gli ospedali della Germania, il paese più colpito, sono pieni di persone infette, circa duemila casi, stando agli ultimi dati del ministero della Salute tedesco. L’infermiera Michaela Kiemes, caporeparto dell’Ospedale dell’Università di Kiel, ha descritto immagini terribili, di «pazienti colpiti da crampi muscolari talmente forti da dover essere legati ai letti e che emettono grida lancinanti». L’Oms ha reso noto che i Paesi colpiti sono 12 (oltre alla Germania, Austria, Gb, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Olanda, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Stati Uniti), anche se secondo Reinhard Brunkhorst, responsabile dell’ospedale universitario della regione di Hannover la diffusione del batterio si sta «stabilizzando». L’epidemia causata dal batterio dell’Escherichia Coli, si presenta con gli stessi sintomi, secondo i medici: il primo è la diarrea, che nel giro di poche ore diventa emorragica, compaiono tracce di sangue. I sintomi sono diversi dalle coliti batteriche classiche. Niente febbre, forti dolori addominali. La diarrea da Escherichia coli nella maggior parte dei casi si risolve da sola nel giro di 4-5 giorni. Nei casi sfortunati la tossina va in circolo e provoca anemia e insufficienza renale. La storia della medici-

L

va in realtà toccato il suolo, e le 14 casse danneggiate dal botto erano state infatti ritirate. Inoltre, hanno assicurato le autorità tedesche, il lotto incriminato era troppo piccolo, per poter aver innescato una tragedia del genere. Però è vero che l’E. Coli continua a imperversare solo in Germania. Così, alla fine la stessa Germania ha finito per chiedere scusa alla Spagna, dicendo che non è colpa dei suoi cetrioli. Il che, evidentemente, agli spagnoli non è bastato. E adesso vogliono pure i danni. Tra crisi economica e disastro elettorale, quello dei cetrioli assassi-

Il prezzo dell’ortaggio è crollato da 0,59 a 0,05 centesimi, e un tedesco su due ha smesso di consumarlo ni non era certamente un altro cetriolo che Zapatero si voleva ritrovare in mano. Ma non è solo un problema suo. Nome scientifico Cucumis sativus. Famiglia delle cucurbitacee coma zucca, zucchina, cocomero e melone. Appena 13 kilocalorie per 100 grammi di prodotto che lo rendono un cibo ideale per le diete, con un 96% di acqua e un 2% di carboidrati ha però in quei 100 grammi 140 mg di potassio, 16 di calcio, 17 di fosforo e 4 di sodio, oltre a 11 di vitamina C. Insomma, nutrimento acalorico quasi puro. Digeribile da tutti, consumato in genere crudo ma anche fruibile nella forma immatura che è messa sotto aceto e che dovrebbe essere un must per la guarnizione di hot dog e hamburger oltre che per la giardiniera, si tratta di un ortaggio coltivato in India da almeno 3000 anni fa e poi diffusosi nel resto del mondo, per il cetriolo a tavola andava pazzo in parti-

colare l’imperatore Tiberio. «Faceva in modo di non rimanerne mai senza», ha lasciato scritto Plinio il Vecchio. «Per questo aveva fatto costruire aiuole su strutture montate di ruote, per mezzo delle quali i cetrioli erano spostati, e sempre esposti alla maggior esposizione solare; mentre, in inverno, erano ritirati, in serre filtrate da tessuti intrisi d’olio detti specularia».

I greci lo portarono dall’India in Italia, i romani lo diffusero in Europa. Nel ‘600 era poi il cetriolo una delle merci di scambio più ambite dagli indiani del Nord-America nei loro commerci con i bianchi; e poco dopo Jonahan Swift nei Viaggi di Gulliver immagina uno scienziato dell’isola di Laputa che cerca di spremere dai cetrioli i raggi di sole con cui sono cresciuti. Da allora, di anni ne sono passati e l’E. Coli, ceppo modficato o no, è un batterio che al principio si si trova nelle deiezioni, sia umane che animali. I cetrioli non è che si possono cuocere, quindi viene meno la principale forma di prevenzione contro questo tipo di infezioni. Però, appunto, i famosi cetrioli spagnoli incriminati erano sì contaminati dall’E. Coli. Ma non del ceppo mortale. Quello isolato si chiama infatti Stec O104:H4 e fa parte di un gruppo di Escherichia coli chiamato “Escherichia coli enteroemorragici”, proprio perché causano una diarrea sanguinolenta. In alcuni casi, anche una Sindrome emolitica uremica, con insufficienza renale e anemia. Quest’ultimo è appunto lo scenario in corso in Germania. Con però il problema che normalmente l’infezione causa la Sindrome emolitica uremica nei bambini e nelle persone anziane, mentre stavolta a essere colpiti sono stati soprattutto gli adulti, con un 68% tra le donne. Si sa che è così, ma non si sa perché. E a questo punto non si sa neanche se sono stati i cetrioli. Per questo si sta bloccando il consumo e l’export delle verdure crude in genere. Nel frattempo, l’Europa sta perdendo la sua ennesima occasione davanti al mondo e soprattutto davanti ai suoi cittadini.

na ha più volte fatto i conti, arginandolo, ma senza mai sconfiggerlo: nel 1996, in Scozia, il ceppo di Escherichia Coli più vicino a quello attuale causò la morte di sette persone, mentre il numero degli infetti fu di oltre 800. E nel 2006, negli Stati Uniti, si propagò un’analoga epidemia, trasmessa dagli spinaci consumati crudi, che infettò centinaia di persone. L’Oms scagionerebbe definitivamente i cetrioli, ma trascinerebbe nell’elenco dei cibi a rischio anche i pomodori, e tutti i vegetali coltivati a contatto diretto col terreno.

Il 62% dei cittadini del vecchio continente si dice preoccupato per la contaminazione da batteri. E dopo l’invito da parte delle autorita’ tedesche a non consumare frutta e verdura fresche, le vendite di ortofrutta hanno subito cali significativi in molti paesi Ue, la Spagna il paese più colpito oltre 200 milioni di euro di perdite nell’arco di qualche giorno. Anche Vladimir Putin blocca l’importazione di ortaggi dall’Unione Europea a causa del batterio killer. In Italia, nel frattempo, anche se non si sono registrati casi di infezione, la Coldiretti lancia l’allarme: «Il 79% degli italiani è preoccupato, e il consumo di frutta e verdura è drasticamente calato». Per Coldiretti, «l’unico pericolo certo è il danno economico per i produttori agricoli italiani». Ma, secondo il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, «la paura dei consumatori italiani non è giustificata. Non ci sono problemi con le verdure nel nostro Paese né cotte, né crude - sostiene a Sky Tg24 -. I problemi sono circoscritti alla zona di Amburgo, dove cioè è partita la contaminazione». «Ribadisco in ogni caso che per fugare ogni rischio - ha dichiarato il ministro della Salute - basta attenersi agli elementari criteri di igiene: lavare bene i cetrioli o le altre verdure e lavarsi le mani». Il ministero della Salute rende anche noto che è stata segnalata la presenza di un batterio di E.coli su un salame di cervo prodotto in Italia, ma appare «altamente improbabile» che possano esserci collegamenti con il focolaio di infezione in Germania.


società

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Giusto menare scandalo, ma senza nascondersi dietro a un dito segue dalla prima Certo, vanno presi provvedimenti, c’è bisogno di verifiche e squalifiche e, molto verosimilmente, questa volta non basterà la sola giustizia sportiva. Del resto, quando scoppiò il caso di Luciano Moggi e di Calciopoli furono in molti - chi scrive tra questi, ma è irrilevante - a dire che Lucianone somigliava troppo al Cinghialone della buonanima di Bettino Craxi: insomma, il classico capro espiatorio della vita pubblica italiana. A dimostrazione che con il gioco sporco del nostro calcio - sia di seria C o B o A o dell’ultima delle divisioni - bisogna decidersi a fare i conti in maniera diversa e più seria. Non bastava la giustizia per uscire dalla Pri-

ma repubblica - soprattutto se si trattava di giustizia politica e giacobina - e non basterà la giustizia dello sport per uscire o, meglio, amministrare gli illeciti sportivi che sono diventati illeciti del mondo dello sport. Altrimenti, staremo sempre a rincorrere un pallone corrotto credendolo puro e a legittimare o delegittimare quello o quell’altro scudetto, quella promozione o quella retrocessione. Esattamente come avviene in politica e in Parlamento. Trasferiremmo il tifo calcistico dalle tribune, dalle curve e dalla passione dei cuori alle aule dei tribunali. Un’idiozia (e a volte non si può negare di credere di vivere in un Paese tendenzialmente idiota).

Per chi ha esperienza dei campi di calcio di periferia, i cori da stadio contro l’arbitro venduto - con la storica variante delle corna - sono una sorta di colonna sonora della domenica allo stadio (quando c’era ancora Paolo Valenti con i suoi Tonino Carino da Ascoli, Luigi Necco da Napoli preceduti da Mario Poltronieri per l’automobilismo di una Ferrari battu-

Il calcio �� corrotto. E l’Italia, invece? Il Paese dei mille furbetti ha i bomber (e gli scommettitori) che si merita di Giancristiano Desiderio

«De Rossi non c’entra niente» CREMONA. Il procuratore di Cremona, Roberto Di Martino, ha spiegato che non vi è il nome del centrocampista della Roma e della nazionale Daniele De Rossi nell’inchiesta che ha portato all’arresto di 16 persone per un giro di scommesse clandestine. «Quella di De Rossi è una sciocchezza - ha detto il magistrato -, ho chiesto informazioni ai miei ufficiali di polizia giudiziaria e mi è stato detto che il nome di De Rossi non c’è». E subito dopo questa precisazione, ha parlato anche il giocatore: «Sono indignato, sono stati fatti dei riferimenti falsi alla mia persona per una vicenda alla quale sono detto tutto estraneo». Nella notte tra giovedì e venerdì si era diffusa la notizia che il centrocampista fosse stato citato in una telefonata in cui si parlava di GenoaRoma 4-3 del 20 febbraio 2011.

Qui sopra, Daniele De Rossi, tirato in ballo ingiustamente nell’inchiesta che ha portato all’arresto (tra gli altri) dell’ex bomber della Lazio Giuseppe Signori (a sinistra) ta regolarmente da Alain Prost). Oggi, però, ad essere venduto non è più l’arbitro cornuto ma i giocatori. Più il campionato è inferiore e più la corruzione dei calciatori sembra che sia superiore. Il motivo, leggendo le carte

catenacci e sacrifici, era il gioco all’italiana (che in fondo, se ci pensate bene, ci ha salvato dalla crisi più nera dal 1929).

Il gioco all’italiana è diventato il gioco delle carte

Da tempo siamo diventati una nazione che conosce una sola regola: il successo, costi quel che costi. Ed è a questo imperativo che si adeguano campioni e gente qualunque dell’inchiesta della procura di Cremona e i resoconti delle cronache, è abbastanza semplice: i soldi facili. Questa è la filosofia dominante del nostro tempo: c’è bisogno di tanti, molti soldi e devono essere facili da conquistare. I calciatori che inseguono questo mito sono a tutti gli effetti figli del loro tempo. Questo oggi è diventato quello che una volta, tra

truccate. I calciatori si accordano tra loro per far vincere, perdere o pareggiare e per far convergere su quella partita combinata le scommesse dei “Milanesi”, degli “Zingari”, degli “Albanesi”e dei “Bolognesi” (e di questi ultimi pare che facesse parte l’ex bomber laziale e nazionale Beppe Signori, ora ai domiciliari). Il sistema messo in piedi con i piedi dei calciato-

ri era collaudato e, stando alle indagini e alle intercettazioni, con svariati anni di carriera alle spalle. Naturalmente, tutto va verificato, controllato, dimostrato. La presunzione d’innocenza val e sempre e comunque garantita (cerchiamo di non dimenticare anche i fondamentali del nostro gioco più importante: la vita libera). Tuttavia, il malcostume del calcio corrotto è un fenomeno che va al di là dell’aula di tribunale e investe, lo si voglia o no, direttamente la qualità del nostro calcio. Non è un caso che una squadra da favola come il Barcellona di Messi e di Guardiola non fa parte in niente del cattivo gioco italiano. E’ probabile che l’Italia sia un Paese che non sa più giocare. Poco conta che cinque anni fa abbiamo vinto la Coppa del Mondo perché quello fu per davvero il campionato mondiale più brutto di sempre. Non abbiamo più il gusto del gioco. Perché? Se alla vita - persino alla vita operosa, quella che è seria e che serve a portare il pane a casa - togliete il gusto del gioco, che cosa rimane?

Siamo diventati una nazione che conosce una sola regola: il successo, costi quel che costi. Tutti sono disposti a tutto pur di acciuffare il successo: tutto, ora, subito. Il trucco è diventato la scorciatoia dei nostri pensieri e delle nostre vite pur di avere successo, di mettersi al sicuro, di avere soldi. Marco Paoloni - porca miseria, il numero 1 di una squadra e di una città che conosco come le mie tasche: Benevento - è “vittima” di questa filosofia maldestra dell’esistenza: il suo tè caldo al gusto di Larmetazepan che aveva il compito di stendere al tappeto i suoi stessi compagni di squadra nella ormai famosa Cremonese – Paganese del 10 novembre 2010 è degno di una moderna commedia di Goldoni sul vizio del nostro tempo che si atteggia a virtù. Tutto è iniziato da qui, da un episodio che ha dell’incredibile e dell’inverosimile, come giustamente dice Daniele Belotti, l’assessore della Lega al comune di Bergamo che non crede che Cristiano Doni, quello che ha una vita da mediano e che ha portato l’Atalanta in serie A, sia improvvisamente impazzito. Eppure, caro Belotti - fatta salva, fino a prova contraria, l’innocenza di Doni - noi tutti viviamo in un Paese in cui perfino il gioco ha perso l’innocenza che gli dava senso.


mobydick

INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

di Pier Mario Fasanotti

Il “J’accuse” di Michel Onfray

S

FREUD? TUTTO UN BLUFF Parola chiave Silenzio di Maurizio Ciampa

“Daccapo”, il romanzo di Dario Franceschini di Maria Pia Ammirati

o bene, esimio dottor Sigmund Freud, che la voglia di porre a Lei una serie di domande poggia sull’assurdo. Prima ragione: Lei è morto, e precisamente a Londra il 23 settembre 1939. Seconda ragione: se anche potesse, o volesse, farlo, sarebbe estremamente reticente, e anche un po’ infastidito (come lo è sempre stato dinanzi a confutazioni intellettuali circa la sua creazione dottrinale). Era infatti Lei l’unico autorizzato (da se stesso) a formulare quesiti. Lei e non gli altri, compresi coloro che si distesero sulla sua invenzione, il lettino, e magari ci tornarono affermando che proprio non erano «guariti» da quello strumento antico, magico e talvolta efficacissimo che è il logos (la parola). Resta il fatto che milioni di persone, un po’ storditi dalla Sua «reputazione planetaria», nutrono il desiderio di vederci più chiaro in ciò che Lei, magari non accorgendosi di molte sue contraddizioni (colpa della dimenticanza o del lapsus?), ha formulato in modo severo, dogmatico e sempre autoreferente. Nessun processo in contumacia, soltanto l’innegabile diritto di esaminare e contestare le svariate bandierine poste sulla mappa psicoanalitica. Il fatto che documenti e carteggi che riguardano Freud siano ancora secretati, è motivo di disagio e di sospetto. Già: perché questo muro di silenzio che per espressa volontà rimarrà infrangibile fino al 2057? In ogni caNon so uno studioso francese, Michel Onfray, è una filosofo, docenscienza la psicoanalisi, te di filoè una tesi soggettiva sofia

MEMORIETTE

Alberto Burri e il mare nero di Leone Piccioni

presentata come verità. E costellata di insuccessi. Sono solo alcune delle contestazioni rivolte dal filosofo francese al dottore di Vienna. Argomentate in ed esperto un documentatissimo di psicoanalisi, mette Freud sulla grastudio ticola del dubbio. Lo fa in modo non rancoroso (anche se con qualche malizia contestatoria), sempre supportato da una gigantesca documentazione e non alieno dall’umorismo.

Le basette di Vargas Llosa di Nicola Fano Giocando al jihad con humor inglese di Anselma Dell’Olio

Quel fauve anarchico di Kees Van Dongen di Marco Vallora


freud? tutto un

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Senza per questo costruire la sua requisitoria su quell’orrendo sistema che è la ridicolizzazione dell’«imputato». Onfray ha scritto un testo importante che (eventuali) altri studiosi non potranno ignorare: s’intitola Crepuscolo di un idolo (Smantellare le favole freudiane), (Ponte alle Grazie, 469 pagine, 22,00 euro). In un recente soggiorno-studio a Roma, Onfray ha chiaramente ammesso di rendersi conto che la sua battaglia critica è difficile in quanto esiste (fortissima in Francia, ma anche altrove) una sorta di lobby freudiana per la quale il dottor Sigmund risulta un intoccabile. Le contestazioni a Freud fanno venire in mente un branco di cinghiali che irrompe in un luogo considerato sacro. O eresie che meritano una sbrigativa esecuzione in piazza. C’è di più, purtroppo. Si tratta di un vecchio pregiudizio. Ossia l’assimilare l’anti-freudismo con l’anti-semitismo o addirittura - e capita più frequentemente se si cita Nietzsche - ad atteggiamenti filo-nazisti. È ridicolo, ma è così. Onfray parte col tratteggiare la smorfia intellettualmente presuntuosa del grande viennese. La macchina da guerra freudiana prende le mosse dalla considerazione secondo cui «l’Io non è padrone in casa propria». Per colpa dell’Inconscio. L’uomo scopre dunque di non essere al centro di se stesso, e quindi si duole di una grave ferita. Che è universale. Un’immensa umiliazione. È la terza ferita. Le altre due, scrive Onfray, sono riconducibili a Copernico e alla sua prova che non è laTerra, ma il Sole, il centro dell’universo. Secondo terrificante vulnus per l’umanità: Darwin sostiene che l’uomo non è stato creato da Dio, ma è solo l’ultimo anello di un’evoluzione naturale. Insomma, non esisterebbe più differenza di natura tra uomo e animale, ma differenza di grado. Annota Freud: «La terza umiliazione, di natura psicologica, colpisce probabilmente nel punto più sensibile». E Onfray fa partire il proiettile critico della sua carabina di studioso: «Ecco dunque Copernico e Darwin trasformati in buoni secondi ex-aequo». Secondo il francese, Freud è filosofo e non scienziato. Baciato dall’amore materno, come si legge in un’opera del dottore viennese: «Se un uomo è stato il beniamino incontestato della madre, conserva poi per tutta la vita quel sentire da conquistatore, quella fiducia nel successo che non di rado trascina davvero il successo con sé». Freud assassino della filosofia? Certo, sostiene Onfray. Freud, con la «scoperta» dell’inconscio liquida una «corporazione» attiva nel mondo da millenni. Peccato che prima di lui all’inconscio abbiano accennato filosofi di calibro come Leibniz («le piccole percezioni»), Schopenhauer («la volontà di vivere»), Nietzsche («la volontà di potenza»), Hartmann («l’inconscio»), Spinoza (il conatus), Shelling (la «vita»). Concetti, questi, filosoficamente poco distanti dal «plasma germinale» di cui Freud fa uso abbondante dall’inizio alla fine della sua carriera (e di Nobel mancato: ma in Medicina o in Letteratura? Mah). E l’ipnosi? La usava già Mesmer. Freud dice e ripete con orgoglio che le sue scoperte si basano tutte su «esperienze analitiche». In un passo ammette che la psicoanalisi è stata inventata dal dottor Breuer.

Si potrebbe, a questo punto, aprire una parentesi comica. E Michel Onfray non esita a citare una lettera (giugno 1931) di Freud a Stefan Zweig: «Analizzando parecchi musicisti, ho notato un interesse particolare, risalente alla loro infanzia, per i rumori prodotti dagli intestini… una forte componente anale in questa passione per l’universo sonoro». Fu sufficiente fare una passeggiata di quattro ore, a Leyda (Olanda) con Gustav Mahler e notare che il compositore, probabilmente, non mascherava con l’educazione le sue turbolenze intestinali? Freud vuole liquidare i filosofi. Dice che ci guardano dall’alto in basso, che sono ciechi che cantano nel buio, che «fanno chiasso». Colpevoli tutti di aver trascurato l’Inconscio. Ecco che la psicoanalisi decreta la morte della filosofia durata venticinque secoli. Per Freud un buon filosofo è o un filosofo morto anno IV - numero 21 - pagina II

oppure un filosofo (come lui) passato nel campo della psicoanalisi. Pubblicamente ammetterà di aver comprato i libri di Nietzsche ma di non averli mai esaminati. Che strano. Perché in Al di là del bene e del male il filosofo tedesco fa un chiaro appello a una «psicologia del profondo», inedita, da cercare e trovare o addirittura da «inventare». Freud era un accanito lettore ed era molto colto. Non poteva ignorare le varie connessioni tra La chiave dei sogni di Artemidoro e la sua Interpretazione dei sogni. Non poteva non sapere che Antifonte di Atene si poneva in varie agorà come guaritore di disturbi psichici facendo pagare la gente. La stessa cosa vale per il discorso di Aristofane contenuto nel Simposio di Platone, così adiacente alla teoria freudiana della bisessualità.

Indubbiamente la figura più imbarazzante, in quanto temporalmente più vicina, era Nietzsche. Il quale in Umano, troppo umano sostiene che la madre rappresenta il prototipo psichico dello schema femminile, a partire dal quale ogni uomo costruirebbe il suo rapporto con l’altro sesso. Mol-

ta differenza tra questo concetto e quello freudiano della «madre come primo oggetto di investimento libidico»? E ancora, in Così parlò Zarathustra Nietzsche constata che i sogni derivano dall’economia della veglia e che il senso di ognuno di essi si trova nascosto nella vita quotidiana del sognatore. Freud teorizzò il «sogno guardiano del sonno». Nella Gaia scienza il tedesco afferma che il conscio ha come origine un inconscio istintivo e pulsionale che resta inaccessibile al sapere. Parla di «oblio», mentre l’austriaco parla di «rimozione». Onfray insiste nella tesi della teoria freudiana come continua autobiografia. Il dottor Sigmund infatti partì dall’autoanalisi, in virtù della quale si sentì autorizzato ad analizzare gli altri. Compresa la figlia Anna, malgrado avesse dichiarato, e pure pubblicamente, che un terapeuta non può esaminare l’intimo di un familiare. Tutti tasselli, questi e molti altri, in base ai quali Onfray arriva alla conclusione che nell’interpretazione dei sogni, e più in generale nella psicoanalisi, non c’è una scienza, bensì «una tesi soggettiva presentata come verità». La tesi dello «sbiancamento del negro», così come chiamava Freud la terapia del lettino, si baserebbe sui quei «Casi clinici» tutti sbandierati come vittoria terapeutica. Insomma, i suoi pazienti sarebbero innegabilmente «guariti».

bluff

In certi scritti, tuttavia, Freud precisava che il suo metodo non funzionava con tutti, che un’analisi potrebbe essere interminabile. Per colpa di che cosa o di chi? Lui individuava gli ostacoli in certe resistenze di pazienti, nel cosiddetto «tornaconto della malattia» (il disagio spesso aiuta a vivere, o perlomeno evita il peggio), nei «residui del transfert». Onfray avanza una domanda più che legittima: perché mai Freud non fornisce mai i particolari e le ragioni del fallimento di un caso clinico, laqualcosa sarebbe molto utile alla credibilità di ogni discorso teorico? Freud in Interesse per la psicoanalisi non nega i limiti della sua teoria, tuttavia elenca i soli casi da esibire come successi. Il dottore di Vienna non amava i suoi pazienti. Un suo amico riferisce di averlo incontrato nel 1912 e di aver ascoltato questa frase a proposito dei «malati»: «Torcerei il collo a tutti». Successivamente questo atteggiamento francamente sprezzante viene confermato nel Diario clinico di Sàandor Ferenczi, psicoanalista di fama: «Devo ricordare certe osservazioni di Freud, che un giorno, fidando chiaramente sulla mia discrezione, ebbe a dire in mia presenza: “I pazienti sono gentaglia… sono buoni solo a farci vivere, materiale per imparare. A ogni modo non possiamo aiutarli”». Nella lettera all’amico Binswanger (1911), Freud cita appunto «lo sbiancamento del negro» e aggiunge: «Non del tutto a torto se ci solleviamo al di sopra del livello riconosciuto della medicina interna. Mi consolo spesso dicendomi che se siamo così poco efficaci a livello terapeutico, impariamo almeno perché non possiamo esserlo di più». Qualsiasi commento sarebbe superfluo. Onfray ricorda che Freud, nei momenti di riposo, amava leggere romanzi polizieschi. Forte di questa annotazione, arriva poi a sostenere che le sue erano «guarigioni di carta». Ossia: sintomi come isteria, desiderio di incesto e altri segnali di nevrosi si tramutavano, per così dire, in protagonisti di romanzi gialli. «Ma - scrive Onfray - queste carni ferite divenute canone psicoanalitico sono state strumentalizzate… nascondono una serie di menzogne… in altre parole Freud ha guarito casi di carta, le finzioni, i casi teorici, i personaggi concettuali, ma non gli esseri veri nascosti dietro nomi fittizi, nomi destinati alla scena teatrale freudiana». Prendiamo il caso di Dora (si chiamava Ida Bauer), l’isterica diciottenne. Freud sostiene che dopo l’analisi tutto andò a posto. Non è vero: tornò sul lettino, sofferente per una nevralgia facciale.

Non finisce qui, secondo la documentazione raccolta da Onfray, «Dora era diventata atrabiliare, soffriva di zoppia ed era afflitta da vertigini, disturbi digestivi cronici a lungo trascurati da un punto di vista somatico tanto è vero che sfociarono in un tumore al colon (nel 1945)». Freud interruppe l’analisi con Dora nel 1900. A proposito della terapia scrisse all’amico Fliess: «È la cosa più acuta che abbia scritto da tempo». Altri notissimi casi («L’uomo dei lupi», «Il piccolo Hans», eccetera) furono nella realtà dei disastri terapeutici. Se Anna Freud idolatrò sempre la figura del padre (dentro la cui coperta era solita avvolgersi dopo il ritorno a Vienna, nel ’71), la pronipote Sophie (autrice di All’ombra della famiglia Freud) è stata spietata rivelando a un giornalista del Toronto Star: «Freud e Hitler condividevano lo stesso clima culturale. Condividevano anche l’ambizione di convincere gli uomini di una verità unica, uno con la forza retorica brillante, l’altro con la forza brutale. Adorati dai loro discepoli, hanno creato movimenti potenti. Ai miei occhi, Adolf Hitler e Sigmund Freud sono due falsi profeti del XX secolo». È certamente eccessivo, ma è comunque un punteruolo conficcato nella statua marmorea dell’auto-proclamatosi inventore della psicoanalisi.


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4 giugno 2011 • pagina 13

SILENZIO iascuno di noi ha dentro di sé un centro di quiete avvolto dal silenzio. Questo palazzo, dedicato al lavoro e alla discussione a servizio della pace, doveva avere una stanza dedicata al silenzio, in senso esteriore, e alla quiete in senso interiore. L’obiettivo è stato di creare in questa piccola stanza un luogo le cui porte possano essere aperte agli spazi infiniti del pensiero e della preghiera». Credo non sia facile capire a chi appartengano queste parole: non sono di un teologo né di un filosofo. Può risultare strano, ma a pronunciarle è stato un uomo politico di grande rilievo: lo svedese Dag Hammarskjold, segretario generale delle Nazioni Unite per due mandati, nel periodo compreso fra il 1953 e il 1961. Sul finire del suo primo mandato, dopo averla lungamente pensata e progettata, Hammarskjold apre al pubblico una «stanza del silenzio» all’interno del Palazzo di vetro. È per gli uomini e le donne di tutte le fedi o anche di nessuna fede, chiunque voglia raccogliersi in silenzio o in meditazione o in preghiera. Nel 1961, Hammarskjold sarà travolto dai rumori del mondo: morirà, nel corso di una missione di pace nello Zambia, in un incidente aereo, che ha tutti i tratti dell’attentato. Ma la sua «stanza del silenzio» è ancora lì, non lontana dalla hall del grande Palazzo di vetro, dove la pace e la quiete appaiono sempre più spesso come una meta quasi irraggiungibile.

«C

C’è una pietra al centro della stanza, una specie di altare, per ricordare «ciò che è saldo e stabile in un mondo in movimento e in mutamento». Un altare «vuoto» dice Hammarskjold, perché ognuno possa riempirlo con il Dio in cui personalmente crede. In quello spazio vuoto tacciono i simboli e tacciono le dottrine. Ogni affermazione, ogni pronunciamento sul divino, restano sospesi nel silenzio che avvolge la stanza. «Dio è silenzio» scrive Andrè Neher riprendendo la linea sapienziale della cabala ebraica. Un’affermazione che può spiazzare, perché si è portati a pensare al Dio biblico come a un Dio radicato nella parola, un Dio loquace. Se poi attraversiamo il Nuovo Testamento vediamo che Gesù conosce il silenzio, lo ha cercato, ma il suo insegnamento passa fondamentalmente attraverso la parola. Evangelo è appunto parola testimoniata, e dunque espressa, annunciata, è notizia, è novella. Neppure nei giorni della Passione, neppure sulla Croce, Gesù ripiega nel silenzio, se non nel momento in cui tutto è compiuto e si consegna al Padre. E questo silenzio, per i suoi discepoli, si sviluppa in disperazione, oppure nel suo contrario, in attesa e speranza.

È il necessario punto di frattura dell’ininterrotto paesaggio sonoro che avvolge la nostra vita. Farne esperienza può spaventare, ma esplorarlo spesso significa tornare a sentire

L’altare vuoto di Maurizio Ciampa

«Un luogo le cui porte possano essere aperte agli spazi infiniti del pensiero e della preghiera». Con questo intento Dag Hammarskjold, segretario dell’Onu dal ’53 al ’61, volle una stanza speciale all’interno del Palazzo di Vetro, destinata a chiunque cercasse il raccoglimento. Uno spazio che ancora gli sopravvive Ma che rapporto è possibile tracciare fra silenzio e parola? Max Picard, uomo singolare, medico, filosofo, scrittore, che al silenzio ha dedicato un libro straordinario (Il mondo del silenzio pubblicato dall’editore Servitium) porta alla luce il legame che stringe la parola al silenzio: «L’uomo è veramente uomo in virtù della parola, non in virtù del silenzio. La parola ha la supremazia sul silenzio. Ma la parola perisce se perde il suo legame con il silenzio». Il silenzio trasforma la parola, la separa dalle scorie del rumore, dell’affanno, dell’arroganza, della violenza. Muta anche il nucleo d’inquietudine che la parola si porta inevitabilmente appresso.

Anche se il silenzio può apparire innaturale. Tutto ciò che esiste, proprio perché esiste, ha una sua specifica sonorità. Si dice che persino i pianeti abbiano un suono. La vita, nel suo diverso manifestarsi, nel suo procedere, emette un suono. Pensiamo al grido del neonato, che lacera il silenzio in cui fino a un momento prima è avvolto il feto. Siamo dunque tutti collocati, dal primo all’ultimo giorno della nostra vita, in un ininterrotto paesaggio sonoro, e il silenzio può essere considerato come un punto di frattura o di crisi all’interno di questo paesaggio. Per questo talvolta pesa, e farne esperienza può spaventare o disorientare. Il silenzio travalica la no-

stra comune esperienza, può misurare una distanza, può diventare un’espressione di ostilità e di contrapposizione, può anche accompagnare la sofferenza e il dolore. Con una eccezione: la figura di Giobbe. In Giobbe il dolore iniquamente patito incrementa la parola, si fa incalzante interrogazione. Giobbe, eroe della parola, scarta dal silenzio, non accetta neppure quello di Dio. Ma è altra cosa. Il silenzio resta un esercizio difficile, un’esperienza comunque aspra. Alcuni maestri chassidici ricordati da Elie Wiesel dicono che se ci vogliono tre anni per imparare a parlare, ne occorrono settanta per imparare a tacere. Forse quei settant’anni servono per esplorare i molti volti del silenzio. Sabino Chialà, monaco della Comunità di Bose e studioso di ebraico e di siriaco (importante la raccolta da lui curata dei Detti islamici di Gesù, Mondadori 2009) ha composto una preziosa riflessione (Silenzi, Qiqajon 2010) sui molti volti del silenzio, uno dei quali, decisivo nella tradizione cristiana, è quello della lotta: «È necessario avere ben chiaro che il silenzio richiede ascesi, sforzo, violenza. Giacomo, nella sua lettera, dice che il dominio della lingua è il combattimento più difficile che il cristiano ha da condurre; e i padri della Chiesa descrivono il silenzio come una dura ascesi, come una disciplina che richiede impegno e un prezzo da pagare». Nel suo libro, Sabino Chialà ricorda che il silenzio non può essere inteso come un’attitudine naturale e non è neppure qualcosa di passivo. Il silenzio ferve di attività, è un fare, è un’azione, un combattimento che si protrae nel tempo, una rigorosa e tenace disciplina. Ed è anche un imparare, come d’altra parte sottolineano molte tradizioni spirituali. Ma non solo.

Per Maria Montessori il silenzio è un elemento assolutamente rilevante della sua pedagogia. Nelle scuole d’ispirazione montessoriana c’è tuttora un esercizio del silenzio fatto dai bambini che si sviluppa come un tornare a sentire. Si rompe l’involucro della vita ordinaria, se ne sospendono provvisoriamente le consuetudini, si supera la barriera del rumore di fondo, per disporci verso la più semplice presenza delle cose e il loro suono sommesso e discreto: quello della goccia d’acqua o il pigolio dell’uccellino, uno strato dell’esistenza quasi nascosto, un respiro dell’essere che solo l’attimo del silenzio può riportare alla luce. Questa, forse, è la verità del silenzio: un più acuto sentire, una nuova, più tersa attenzione che lo stordimento della parola, degenerata in vuota chiacchiera, tende a cancellare. Non necessariamente il silenzio allontana dal mondo e ci colloca in una sua periferia, al contrario: ci può introdurre nel suo centro più vibrante.


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Pop

musica

di Bruno Giurato

LIBERTÀ DI PERFORMANCE: Daltrey come Berlusconi

di Stefano Bianchi Cake mi hanno salvato (musicalmente) la vita. Sembrava non esistesse null’altro che il grunge, negli anni Novanta. Che non ci fosse nient’altro all’infuori di Seattle, città del suono palloso e anche un po’menagramo di Nirvana, Soudgarden, Pearl Jam, Alice in Chains. Mi ci voleva un antidoto ma ormai disperavo di trovarlo. Senonché nel 1994 (l’anno del suicidio di Kurt Cobain dei Nirvana, guarda tu il destino), spuntano da Sacramento i californiani Cake: risposta solare al pessimismo cosmico del grunge; intelligente miscuglio di funk, pop, rock e country orchestrato dal cantante John McCrea, dal trombettista Vince DiFiore e dal bassista Gabriel Nelson. L’album d’esordio, Motorcade Of Generosity, mi mette al tappeto; il disco successivo, Fashion Nugget del ’96, mi fa scoprire un’eclatante rivisitazione della discotecara I Will Survive di Gloria Gaynor; le altre incisioni (Prolonging The Magic, ’98; Comfort Eagle, 2001 e Pressure Chief, 2004) ribadiscono la genialità di questa band che nel frattempo ha cambiato varie volte chitarra e batteria. Showroom Of Compassion, registrato per la loro etichetta Upbeat Records in uno studio alimentato a energia solare, me li fa ritrovare belli pimpanti e finalmente con un chitarrista (Xan McCurdy) e un batterista (Paulo Baldi) definitivi. «Esistiamo ancora perché siamo rimasti fuori da tutte quelle mode che in questi anni abbiamo visto gonfiarsi e altrettanto velocemente sgonfiarsi», ha dichiarato John McCrea. «E se oggi ci ritroviamo a fare musica con più gusto, è perché siamo un gruppo democratico fatto di piccoli talenti che lavorano sodo per un unico scopo: divertirci e far divertire chi ha la bontà d’ascoltarci».

ra atteso da tempo il triplice album che Marcus Miller aveva registrato durante la tournée europea di due anni fa. Nel dicembre 2009 Miller, le cui grandi capacità avevano colpito Miles Davis che lo scritturò nel 1981, si era stato lasciato convincere a riproporre una delle grandi opere che aveva realizzato con Davis oltre vent’anni prima. «Quando ho scritto la musica per l’album Tutu, non potevo sapere che l’avrei rivisitata ventitre anni dopo. Quando ho registrato con Miles quella era la musica del tempo. Quando sono stato contattato per rivisitare questa musica in concerto, ho esitato perché se c’è qualcosa che ho sempre condiviso con Miles è che non ho mai guardato al passato. Ho pensato però che il modo migliore fosse quello di farlo con giovani musicisti». Nel 1986 quando Marcus Miller compose la musica per il lavoro dedicato all’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, Nobel per la pace e apostolo della non violenza, gli interessi musicali di Miles Davis erano indirizzati verso il pop-rock al punto

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ia con la delocalizzazione dei concerti. Concerti qui, concerti là, concerti in outsourcing, concerti in casa anche. Per esempio il pianista contemporaneo Francesco Tristano Schlimè organizza nella sua casa di Barcellona serate musicali, magari una dedicata a Bach, la successiva alla musica Techno di cui è un meraviglioso autore-interprete. Massimo cinquanta persone. I concerti vengono trasmessi in diretta su Internet per un vasto pubblico. E non è un caso unico. Il fenomeno degli home concerts è in crescita. E l’idea del concerto in luoghi insoliti coinvolge anche le rockstar. Proprio negli stessi giorni in cui rimbalza la notizia dell’annullamento di tre sue date soliste UK per scarsità di prevendita (il 3 luglio alla Ragley Hall di Alcester, il 17 al Ripley Castle di Harrogate e il 24 luglio al Powderham Castle di Exeter), ecco che Roger Daltrey degli Who è stato immortalato mentre, apparentemente per nulla preoccupato, canta e si diverte su una nave da crociera. Vari passeggeri hanno contattato giornali britannici spedendo foto di Roger che ha tenuto un improvvisato concerto a bordo della Queen Mary 2 in rotta da Southampton a New York. Il cantante si è esibito presso uno dei pub di bordo, il Golden Lion, e ha proposto tra le altre Pinball wizard, The kids are alright e lo straclassico My generation. Certo pensare che uno che concorreva alla distruzione di chitarre del suo amico Pete Townshend e alla batteria di Keith Moon suoni in una nave da crociera, proprio come il protagonista arcoriano con Confalonieri, fa impressione. Ma andiamo oltre il dato bruto della realtà. La tendenza è quella. Libertà di performance. Quando vedremo le Vibrazioni in metrò col cappello in mano sarà l’apoteosi.

V

I

Jazz

zapping

Leccarsi i baffi... con i Cake Parole confermate dai fatti. Showroom Of Compassion, per quel che mi riguarda, è fra i loro dischi più azzeccati. D’accordo: chi come il sottoscritto non ha mai smesso di seguirli, potrebbe obiettare che riciclano sempre la stessa minestra (trattandosi di dolce, la stessa glassa). Il suono, riconoscibile fra mille altri, è il punto di forza ma anche il loro limite, probabilmente. Ma il ruvido passo rock-blues di Federal Funding, con la chitarra elettrica e la tromba che si sfidano a singolar tenzone, è lì a testimoniare che la creatività dei Cake è intatta e la routine non c’è ancora. Idem per il giro funky di Long Time, lo scoppiettante funk derivazione Talking Heads di Mustache Man (Wasted) e il ghiotto easy listening di What’s Now Is Now, brano già portato al successo nel ’69 da Frank Si-

natra. Il dolce, come sempre, lievita. Cioccolato, pan di spagna, crema e via così, a strati, guarnendo il tutto con qualche ciliegina candita e uno sbuffo di panna montata. Tradotto in musica: si passa golosamente dalla melodia di Got To Move, coi Beatles e i Beach Boys dietro l’angolo, al rock «rollingstoniano» di Sick Of You, con tanto di parentesi rap; dalla ballata neo psichedelica di Easy To Crash, alla country music di Bound Away insaporita da un giro di valzer e da una tromba mariachi; dalle malinconiche note pianistiche dello strumentale Teenage Pregnancy con quel tocco di tex-mex alla Calexico che non guasta mai, al pop stile Paul McCartney di The Winter e all’irresistibile minuetto di Italian Guy, dal retrogusto chicano. Il 6 luglio, i Cake si esibiranno al Circolo Magnolia di Segrate (MI). Ci sarà da leccarsi i baffi. E niente torte in faccia, per cortesia. Cake, Showroom Of Compassion Upbeat Records/Spin-Go!, 17,99 euro

Miller rivisita “Tutu” di Adriano Mazzoletti che quelle nuove incisioni avrebbero dovuto essere realizzate in collaborazione con Prince, ma il progetto non si realizzò. Fu allora Marcus Miller che scrisse tutti gli arrangiamenti, suonò gran parte degli strumenti, oltre al basso, produsse il disco e diede a quell’opera una veste completamente elettronica. Durante la tournée di due anni fa, Marcus Miller si presentò con quattro giovani talenti: il ventottenne trombettista Christian Scott, il cui stile e la personale sonorità gli hanno già fatto conquistare un Grammy, il batterista Ronald Bruner jr, già noto alle cronache del jazz per le sue collabora-

zioni con Stanley Clarke e George Duke, Federico Gonzales Pena alle tastiere e infine il sassofonista Alex Han, scoperto dello stesso Miller durante una masterclass alla Berklee School di Boston. Quella tournée suscitò l’interesse di Francis Dreyfus, discografico francese di grande talento e intelligenza che da qualche anno si è inserito con successo nel difficile mondo della discografia che soffre, attualmente, di una grave crisi. Dreyfus registrò integralmente il concerto dato da

Miller all’Auditorium di Lione il 22 dicembre 2009 pubblicato nei primi due cd inseriti nel cofanetto uscito recentemente. Del celebre disco di Miles Davis, il gruppo di Miller esplora in profondità tutti i singoli brani con la sola eccezione di Perfect Way. Ai sette temi ne sono stati aggiunti due provenienti da altri storici album Amandla (Hannibal) e We Want Miles (Jean Pierre) oltre al celebre So What, da considerarsi la «firma» di Miles. Il cofanetto Dreyfus ha però un insolito pregio, un terzo supporto, un dvd, realizzato dal regista Patrick Savey durante lo stesso concerto svoltosi a Lione. Sono molti a chiedersi se la crisi del disco possa essere superata in questo modo, unire cioè al cd, un dvd realizzato nella stessa occasione. Nell’era dell’immagine è forse questo il futuro per la salvezza del disco? Oltre a Revisited Tutu, Miller ricorderà Miles, nel ventesimo anniversario della morte, nel corso della prossima edizione di Umbria Jazz. Il 9 luglio si presenterà con alcuni fra i più grandi collaboratori dell’indimenticabile trombettista, Herbie Hancock e Wayne Shorter.


MobyDICK

arti Mostre

anto per chiudere il cerchio del tour artistico, che abbiamo iniziato, tra varie capitali della sapienza espositiva. Difficile non accorgersi, a Madrid, in Svizzera, a Parigi come a Londra, quanto pesi questo tema insistente del «ritorno alla natura», e non soltanto nella scalcinata arte contemporanea (se c’è da confrontarsi con la mostra di Tracy Emin, alla Hayward di Londra, non c’è che da mettersi le mani nei capelli, per la piccineria spavalda della sua poetica sotto-domestica: tampax usati-esposti e ricami della nonna, con forfora menomica). Soltanto a Parigi, per esempio. Una bella mostra, perché misurata e meditata Natura e ideale nel paesaggio, a Roma, tra 1600 e 1650. Non troppi quadri, ma tutti miratissimi: naturalmente Poussin, Domenichino,Tassi, Salvator Rosa e Lorrain, che si merita una mostra apposita, e di soli disegni annidatissimi, al Louvre. Accanto a un intelligente rassegna dedicata a un unico tema, quello del volto di Cristo, nel pelago burrascoso di Rembrandt. Magnifica, come inevitabile. Ecco: si può dire che le mostre migliori, di questi tempi, non sono tanto quelle diligentemente monografiche, finto esaustive (come fare, oggi, del resto?) e uggiosamente prevedibili, ma quelle che partono da un tema, per affrontare un autore. Forse un po’ sbrigativa la piccola mostra su Courbet, alla Fondation Mona Bismarck, dedicata al tema generico dell’«amore per la natura»: ma quando riesce, qui in poche tele, a raggiungere quel livello pre-informale di racconto stratigrafico di rocce e misticanze di sottobosco e geologia, lì sì, è davvero sublime. Però, curiosamente questa mostra si ricorderà soprattutto per una presenza, quanto mai insolita per Courbet, insospettato quale scultore, che non tocca il tema del paesaggio. Il ritratto d’una donna in terracotta, modestamente baudleriana, con albatros fra i capelli, quasi fosse un pipistrello marino (e la diresti di

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Architettura

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Quel fauve anarchico

di Kees Van Dongen di Marco Vallora Priault, piuttosto o di un tardo Carpeux) che invece Courbet decide di scolpire, esiliato in Svizzera (dopo esser stato costretto, come comunardo, a pagare il prezzo inarrivabile della ricostruzione della Colonna di Place Vendôme, che aveva consigliato di distruggere, superfluo simbolo dell’Impero). Sa di star morendo, in esilio, e modella questo volto di donna, realisticamente abbarbicata al camino, per cui è progettata, ma pronta con il pensiero sim-

bolico del gabbiano, a protendersi verso l’ormai irraggiungibile patria lontana. Persino il realismo vacilla, con la morte. Ma torniamo a un argomento, che già ci aveva intrigato negli altri resoconti. Quello della molestia d’un’idea unica e manualistica del Moderno e che danna troppi eccentrici. Kees Van Dongen, per esempio, ben omaggiato in una mostra al Musée de l’Art Moderne, dal titolo provocatorio: Fauve, anarchiste, Mondan. Certo, un

paradosso: per l’ossimoro anarchicomondano e perché fauve lo fu nello spirito, ma non nel movimento. E quando i vari Matisse, Derain, Dufy,Vlaminck e Braque si ritrovarono insieme, intorno a Rodin - che provocò la battuta fatale di Vauxelles: «Povero Rodin, finito tra le belve» - battezzati appunto come «fauve», lui c’era, al Salon, ma esponeva da solo, da buon anarchico, poche sale più in là. E certo Vlaminck lo teneva in sospetto, se (dopo il viaggio incriminato in Germania, ospiti di Goebbels, insieme a Derain) e dopo troppe nobildonne inghirlandate, si sfogò: «Ha dipinto tutta la puttaneria del dopo-guerra: demi-mondaines isteriche e straniere insoddisfatte», liquidandolo. Ma è proprio qui, il problema. Basta liquidare la faccenda, dicendo che dopo un inizio folgorante, Van Dongen è «finito male» come s’è statuito anche per Bonnard,Vuillard e (ragiovevomente) per Chagall e Modigliani? Non è tutto così semplice e la mostra di Parigi sta a dimostrarlo. Modernissimo, a modo suo, lo è fin da giovanissimo, quando arriva a Parigi ancora con gli zoccoli da marinario olandese, ed entra nel milieu artistico del Bateau Lavoir, grazie all’amicizia «anarchica» con il critico Fenéon. Picasso lo chiama il «Kropotkin di Montparnasse» e gli lascia persino dipingere la sua difficile compagna, Fernand Olivier. Moderno, per lui, vuol dire, ereditare la pittura divisa di Seurat, guardare ai bleu acidi di Toulouse, ma poi decollare: dipingendo il vuoto, l’aria, l’odore (in questo vicino all’olandese Breitner, strano nessuno se ne ricordi). Ed essere «fauve»-barbaro, senza irrigimentarsi. Certo, gli piacciono le belle donne, ricche e déco, ritrarle magre e sinuose (loro sono felici) «e poi non resta che ingrassare i gioielli». Piace, ha successo, vive di feste e di trasgressioni: per questo forse disturba e lo derubricano dalla storia dell’arte. Troppo mondano! E ha un tale prestigio proustiano, che tutte le gran dame vengono a lui: la Marchesa Casati, Anne de Noailles, persino Anatole France. E il suo ritratto vale naturalmente uno scandalo. Ma lui brucia tutti con la sua ironia. «L’importante è la vita. Il resto non è che pittura».

Anno giubilare per Pienza e il suo Duomo di 550 anni io rimase qui (a Corsignano) nel giorno della festa chiamata della Cattedra di San Pietro e vi celebrò la Santa Messa. Stabilì inoltre di edificare in questo luogo una nuova chiesa e un palazzo, per lasciare un ricordo più duraturo possibile della sua origine». Così Enea Silvio Piccolomini, divenuto nel 1458 Papa con il nome di Pio II, ricorda la sua prima visita da Pontefice nel gennaio 1459 nel villaggio natale di Corsignano. Due anni più tardi, l’11 giugno 1461, Pio II consacra la prima pietra della chiesa dedicata a Santa Maria Assunta, patrona della cittadina natale che dall’agosto 1462 si chiamerà Pienza, in sua memoria. Quest’anno ricorrono dunque i 550 anni della costruzione del duomo di Pienza: quest’ultimo anniversario sarà celebrato l’11 giugno dal Papa con un anno giubilare straordinario concesso alla città rinascimentale. La costruzione della nuova chiesa, che assume il ruolo della vecchia cattedrale romanica, è il primo atto di un progetto più ambizioso e rinnovatore, realizzato tra il 1459 e il 1464, dal Papa con la l’architetto fiorentino Bernardo Rossellino (1409-1464). Contro costui «era-

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di Marzia Marandola no state riferite al Pontefice molte accuse, cioè che si era comportato disonestamente ed aveva commesso errori di costruzione; aveva fatto un preventivo di 18.000 ducati e ne aveva fatti spendere 50.000», ricorda ancora il Papa che, a sorpresa, aggiunge: «Ha fatto bene Bernardo a mentirci sulla spesa futura di tutta l’opera: se ci avesse detto il vero non ci avrebbe mai persuaso a metter fuori una sì gran somma…!». Possiamo conoscere con precisione i progetti di Pienza grazie a I Commentari, autobiografia in latino scritta in terza persona da Pio II, da cui sono tratte le citazioni. I Commentari registrano umori e volontà del volitivo Pontefice, le descrizioni dei viaggi, i ricordi e le tappe della sua controversa carriera curiale e soprattutto le strategie attuate per costruire Pienza. L’operazione di

rifondazione del piccolo borgo interviene su due fronti: da un lato il Pontefice promuove e finanzia la costruzione della chiesa e del palazzo Piccolomini, elementi cardine della scenografica e monumentale piazza; dall’altro sollecita cardinali e alleati politici ad acquistare terreni, costruire o rinnovare palazzi nel borgo natale, eletto a sede vescovile e residenza pontificia. Disposta su un’altura, la piazza è ordita sulla maglia pavimentale a scacchiera intorno a cui gli edifici allestiscono una quinta scenica su un rigoroso impianto spaziale, con il tempio mariano a fare da fulcro della prospettiva centrale. «La ineguaglianza del suolo della Cattedrale, richiese che si componesse di due chiese, una inferiore e una superiore. Bisognò scendere fino a 108 piedi nelle viscere della terra per trovare a mala pena una base, che non si presentò né adatta né molto sicura», prosegue il Pontefice, che conclude l’accuratissima descrizione con l’orgogliosa constatazione che tutta la costruzione («eccetto la torre campanaria non ancora compiuta») ha richiesto solo tre anni di lavoro «diligente e assiduo». La cattedrale si apre sulla piazza con una facciata tripartita con frontone triangolare sommitale che echeggia il modello classico del tempio, contraddetto vistosamente all’interno dove le tre navate di medesima altezza rimandano alla tradizione delle chiese d’Oltralpe, che Pio II aveva ammirato nelle grandi cattedrali tedesche.


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egli anni Settanta era tutta una confusione di baffi e basette. Avevano qualcosa di ispanico e qualcosa di post-esistenzialista (non è che la moda come la intendiamo adesso fosse troppo importante, nel complesso degli atteggiamenti sociali), ma non si capiva chi li avesse importati da dove. Di sicuro, intellettuali, musicisti e calciatori esibivano baffi e basettoni più di quanto i rivoluzionari esibissero le loro barbe incolte (perché poi, a portare baffi o basette piene, comunque, bisogna lavorare di rasoio parecchio e ogni giorno, sicché tutto il vantaggio del disimpegno mattutino va a farsi benedire). Per esempio, due modelli d’immagine troneggiavano, tra gli intellettuali: Gabriel García Márquez portava due sontuosi baffi neri, mentre Mario Vargas Llosa indossava basette esageratamente gonfie e già un po’tendenti al grigio benché fosse poco più che un giovanotto. Non era solo una questione di immagine ma di stile: il baffo è segno di mascheramento (della bocca, del sorriso, della timidezza), mentre le basette sono pura vanità (una protuberanza di peli esposti solo per farsi notare). Gli uni e gli altri, comunque, sfondarono dovunque in Europa proprio sulla spinta della grande rivelazione non solo della letteratura latinoamericana, ma dell’America Latina nel suo complesso che il mondo occidentale sembrò sco-

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la letteratura (chi non l’abbia ancora letto, quel libro inquietante, corra in libreria a comprarlo!). Ma poi ci sono sempre quelle basette con le quali fare i conti… ed ecco che arriva Il sogno del celta (traduzione di Glauco Felici, Einaudi, 420 pagine, 22,00 euro), nuovo romanzo, completato prima del Nobel e, sia detto con sincerità, non all’altezza del compito. Ossia celebrare un Nobel.

Vediamo un po’ senza fare gli schizzinosi. Il celta è Roger Casement (18641916), figura assai complessa del primo Novecento, perché attraversa la politica, il colonialismo, il naturalismo scientifico un po’superficiale degli «scopritori» dell’epoca e l’espansionismo religioso nelle terre estreme. Irlandese di nascita (ma cresciuto in Inghilterra), fu all’inizio stretto collaboratore di Henry Morton Stanley (quel tale che ritrovò Livingstone nel cuore dell’Africa dopo anni di ricerche e ostentando ridicolo distacco disse: Mister Livingstone, I suppose!) nelle lunghe e molto controverse campagne d’Africa che portarono allo sventramento del Congo per arricchire Leopoldo II del Belgio estraendo il caucciù dagli alberi. Appassionato di vita e costumi africani, vagamente attratto dai valori della libertà e dall’idea che, se era plausibile esportare Dio, era assai meno ragionevole esportare la democrazia, Case-

il paginone

Nel “Sogno del celta”, racconto della vita di Roger Casement (1864-1916) tra politica e colonialismo, lo scrittore peruviano compie un peccato di vanità. Applicando la sua maestria (con un po’ troppa sufficienza) a una materia pronta per l’uso. E rinunciando alla magia…

Negli anni 70, le esibiva folte e un po’ ingrigite, nonostante l’ancora giovane età. Un di più di autocompiacimento non estraneo a quest’ultimo romanzo prire di colpo, dopo essersi ubriacato di se stesso e del conflitto Est-Ovest. La letteratura di García Márquez,Vargas Llosa, Álvaro Mutis, Julio Cortazar, sua maestà Borges, poi Osvaldo Soriano e tutti gli altri venne a ruota e fu il traino narrativo di quegli anni. Come poi - negli anni Novanta - fu il tempo prima dei maghrebini e poi dei cinesi, o negli anni Duemila di questi giallisti nordici che vanno per la maggiore anche oggi. Sono normali sussulti del mercato, oltre che della creatività (quando c’è). Di allora, della maestosa creatività di allora restarono baffi e basette: mascheramento e vanità. Ma restarono anche Gabriel García Márquez e Mario Vargas Llosa. E se Gabriel García Márquez è stato fulminante e centrale nella fantasia del mondo (Cent’anni di solitudine è sicuramente uno dei libri più importanti del Novecento anche per l’impatto che ha avuto non solo nella letteratura ma nel costume d’Occidente),Vargas Llosa è arrivato piano piano, dopo un monte di arresti, fuoristrada e ripartenze, fino alla bocciatura politica (esperienza da dimenticare, quando si candidò alle presidenziali del suo Perù) e al Nobel - strameritato, comunque - dello scorso anno. Chi ha dimenticato La zia Julia e lo scribacchino? Chi L’orgia perpetua? Chi Pantaleon e le visitatrici? Libri ormai antichi, si dirà. Ma poi nel 2006 è arrivato il capolavoro della tarda età, Avventure della ragazza cattiva, romanzo splendido e ambiguo, che dà senso compiuto a un gigante delanno IV - numero 21 - pagina VIII

ment divenne console britannico in Congo e, sempre per la Corona inglese, compì una serie di viaggi complicati e pericolosi sia nel cuore dell’Africa sia nell’Amazzonia (tra Brasile, Colombia e Perù) ogni volta per verificare che i colonizzatori non eccedessero in orrori ai danni dei nativi. E da questi viaggi trasse relazioni ufficiali di durissima denuncia contro gli eccessi dei colonizzatori, le violenze, la stupidità e la rabbia che popoli autoproclamatisi superiori sfogavano su uomini che loro stessi temevano troppo diversi. Proprio di fronte allo spettacolo delle nefandezze compiute dai bianchi ai danni dei popoli locali (e all’imbarazzo che tutto sommato i suoi Rapporti dall’Africa e dall’Amazzonia crearono alla Corona), Casement maturò un forte distacco dal conformismo britannico per poi abbracciare l’ideologia nazionalista irlandese. Ideologia che esercitò contro lo stesso impero britannico che aveva servito per decenni e che lo aveva nominato Sir. Naturalmente la Corona non consentì questa sua ultima rivolta: lo fece processare, lo incarcerò, lo dipinse come un debosciato omosessuale (il dramma di Oscar Wilde nel carcere di Reading vagava ancora nell’aria, in quei torbidi anni inglesi) e alla fine lo accoppò. Con buona pace degli africani, degli amazzonici e degli irlandesi che dovettero aspettare parecchi anni ancora (chi più chi meno, ovviamente) per avere giustizia dalla storia. Resta da dire che un alone di ambiguità

Le basette di di Nicola Fano ha continuato a volteggiare su Casement, amico di intellettuali e leader politici progressisti, ma anche figura controversa se non altro nel suo sostegno alla causa africana.

Ebbene, a Vargas Llosa la vita di Roger Casement deve essere apparsa come un romanzo lì pronto a portata di mano, di quelli che aspettano solo di essere scritti. Di quelle storie che ti chiamano e si impongono per la loro complessità e ambiguità, per come intersecano nomi e scenari celebri. Per dire: ci sono pagine nelle quali Vargas Llosa descrive gli incontri di Casement con Joseph Conrad che fanno venire i brividi non tanto per quel che viene narrato, ma perché dietro alle parole e alle cose si sente il giudizio del narratore (Vargas Llosa) sul grandissimo scrittore (Conrad) in un gioco di specchi che consente a chi scrive di trattare con sufficienza un maestro solo perché non pare esserci comportato bene con un suo personaggio. E scusate il bi-

sticcio: è il gioco letterario in base al quale Vargas Llosa riferisce della grettezza (e la freddezza) di Conrad con Casement come se parlasse di figure prese dalla fantasia e invece sta maneggiando eroi e miti reali. Ma questa è materia da narratori, si dirà. Perché mescolare la realtà con la magia è stata la quintessenza della letteratura latinoamericana e qui si ritrova pari pari ma a un livello più alto e più complesso al tempo stesso: la realtà non è solo quella della percezione quotidiana dei lettori, bensì anche quella dei manuali di storiografia politica (e letteraria), mentre la magia è solo nella mano dello scrittore, nella sua capacità di traslitterare la verità oggettiva in quella dei sogni. Ed è questo secondo elemento che manca qui: il sogno. Ma - si dirà - Vargas Llosa non è mai stato in tutto e per tutto un «realista magico» (definizione coniata per Gabriel García Márquez)! Anzi, da quell’etichetta inventata per un amico-nemico (più nemico che altro, in verità) ha sempre


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cercato di allontanarsi. Salvo non riuscirci. E per fortuna. Perché l’iperbole magica è il nucleo forte della letteratura latinoamericana: i romanzieri di laggiù raccontano miracoli come se compilassero agiografie di santi. Salvo che gli agiografi prendono sul serio i miracoli che raccontano e i romanzieri latinoamericani no: prendono in giro se stessi, i miracoli e i santi. Ecco, qui invece Vargas Llosa prende molto sul serio Roger Casement e la sua stessa oscurità ne risulta come compromessa. Alla fin fine è proprio il tratto ambiguo del diplomatico e avventuriero inglese che finisce in secondo piano.

Non sempre, va da sé. Altrimenti non saremmo di fronte a un premio Nobel. Per fare un esempio, bisogna che vi dica qualcosa in più. Il filo conduttore del racconto è la carcerazione finale di Casement, quella che lo contrappone a uno sheriff odioso (troppo, per essere un buon personaggio letterario). Ci si legge in filigrana tanta narrativa carceraria (dal Conte di Montecristo di Dumas a La mia fuga dal carcere di Piombi di Casanova a Josef K. di Kafka …) ma comunque il rapporto tra vittima e carceriere non è mai ambiguo, non è mai tinteggiato in chiaroscuro: uno è il cattivo e l’altro il buono, il lettore non deve fa-

di Vargas Llosa

tenebra (Conrad, sempre lui), capolavoro memorabile con il quale Vargas Llosa si confronta con un po’troppa disinvoltura. Ed ecco la questione: le basette, insomma. Perché il vizio di Vargas Llosa è la vanità: Il sogno del celta è un libro troppo vanitoso. Almeno stando alla ormai lunga esperienza di questo vostro semplice lettore. Un libro scritto con la consapevolezza di chi sa usare tutti i trucchi della letteratura e con il gusto di chi ha trovato negli archivi una storia che a ciascuno di quei trucchi si presta perfettamente. L’infanzia puritana, difficilissima, a Dublino (terra di Wilde, Joyce, Yeats e Beckett: va maneggiata con estrema cura); poi la morte dei genitori e l’adolescenza riservata a Liverpool; quindi il cuore della Mamma Africa e l’oscurità interiore delle foreste amazzoniche; poi le forme affettate della diplomazia britannica o della corte belga (su questa si poteva dare di più, onestamente); le amicizie pericolose e quelle famose; infine il carcere di cui s’è già detto.

Che ingrediente manca a tutto ciò per fare una grande storia? Niente: è chiaro. Non manca neanche la penna sapiente dello scrittore consacrato. E forse il limite del libro è proprio qui: non manca niente altro che il cuore gaio (La Zia Julia e lo scribacchino) o la passione opaca e struggente (Avventure della ragazza cattiva). E abbonda la vanteria di chi «si guarda scrivere» e finisce per ritenere la propria scrittura più significativa di ciò

Il libro è scritto con la consapevolezza di chi sa usare tutti i trucchi della letteratura. E con il gusto di aver scovato una storia che a questi trucchi si presta perfettamente

Mario Vargas Llosa (al centro) negli anni Settanta, quando esibiva le sue basette. Sopra un ritratto dello scrittore e una sua immagine recente. A sinistra, la copertina del nuovo romanzo. A destra, bambini congolesi fotografati da Roger Casement (nella foto accanto), il “celta” processato e condannato a morte dalla Corona britannica, protagonista del libro del premio Nobel peruviano

re alcuna fatica per schierarsi. Tranne che in un caso (il carceriere ha appena perso il figlio, per altro), quando il prigioniero Roger dopo aver cercato di reclamare umanità dal suo aguzzino se ne resta solo ancora una volta e, invece di affogare nella mistica del sacrificio, si mette a ripercorrere alcuni errori della propria vita: «Spaventato, si rese conto che stava sghignazzando a più non posso». È un piccolo effetto, in verità, ma dà la sostanza del libro: l’esercizio di uno scrittore dotato di grande, enorme mestiere. O così pure quando entrano in gioco le descrizioni dei villaggi sordidi ai confini dell’Amazzonia (qui Vargas Llosa gioca in casa), o in alcune pagine dedicate al cuore del Congo nelle quali è doveroso trovare il rovescio di Cuore di

che è scritto. Troppe basette, appunto. Salvo che qui e lì compaiono ogni tanto dei baffi, dei mascheramenti felici. Appare probabile, infatti, che dietro il nazionalismo di Casement si nasconda quello latinoamericano: quella sensazione strana di scoprire se stessi (anche) nell’ammirazione dell’altro che appunto gli scrittori di quell’enorme serbatoio di mondo e di storie vissero in tempi che oggi paiono tanto lontani senza esserlo. Ed è proprio in questi mascheramenti improvvisi che il lettore sprofonda nel fascino del grande scrittore: come a dimostrare che - sia pure con le basette ormai bianche ed esagerate - non si smette di essere narratori sopraffini una volta che lo si è diventati. Come è capitato a Vargas Llosa, appunto.


Narrativa

MobyDICK

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libri

Dario Franceschini DACCAPO Bompiani, 220 pagine, 16,90 euro

a vena funambolica, quel realismo magico che fa eco già nei precedenti romanzi, il senso di leggerezza mutuato dall’interpretazione di Calvino, un pizzico di surrealismo che riallaccia legami con la scrittura sudamericana, tutto questo è rintracciabile nell’ultimo romanzo di Dario Franceschini, Daccapo, un titolo sintetico per una rappresentazione narrativa densa di storie. Partiamo dalle storie. Ambizione del romanzo è comporre una fitta mappa di vicende di vite altrui a partire da una sorta di generatore-padre che, sia nell’immaginario che nei fatti, ha messo in movimento un processo di nascite multiple. Daccapo, che taluni hanno indicato come un testo erotico, non ha alcun elemento di eros esplicito anzi, le rare scene d’amore, come in un casto film degli anni Cinquanta, cominciano e si chiudono su un bacio o una carezza di due amanti stesi su un letto. Cosa allora induce a parlar di eros? Forse il fatto che un anziano notaio, notabile di provincia, sul letto di morte confessi di aver avuto molteplici amanti? Oppure che le suddette amanti siano state scelte tra le prostitute che l’avveduto notaio va a cercarsi nella città vicina, Ferrara? Certo entrambi gli elementi incuriosiscono per forza dirompente: che la borghesia rompa gli schemi è cosa risaputa, che lo annunci o lo riveli è fatto più strano. Il notaio Ippolito Dalla Libera (difficile non leggere un ironico gioco semantico anche sui nomi) ha vissuto all’apparenza una vita integerrima e normale: sposato con un figlio, si ammala e passa gli ultimi anni a svolgere le sue funzioni a letto aiutato dal figlio Iacopo che si occupa dello studio. Poi una mattina sente «un dolore forte lungo la schiena» e manda a chiamare il figlio avendo percepito l’arrivo della morte. La morte coincide col momento della verità e la verità è difficile da dover raccontare soprattutto al proprio figlio. Nel libro, come nel racconto, l’escamotage è un vecchio diario nel quale, per farla breve, il vecchio notaio, come un rigoroso contabile, ha segnato tutti gli incontri amorosi avuti a pagamento da cui poi ne sia nato un figlio. Per questo motivo il povero e inadeguato Iacopo si trova d’improvvi-

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Iacopo

so gettato in una sorta di commedia delle beffe. 52 sono le prostitute con cui Ippolito ha generato altrettanti figli, 52 son dunque i fratelli di Iacopo. L’anziano notaio cerca di sistemare filosoficamente la brutale scoperta: «vedi figliolo mio, non tutto appare». «Molte cose non si vedono, eppure ci sono… nella mia vita c’è stata un’altra parte, bella anche quella, credimi». Ma una regola di buon senso non può essere la regola che mette a posto le cose. Dal momento della scoperta dell’esistenza di un mondo alternativo comincia l’epica di Iacopo, personaggio minore e inetto che nel viaggio di scoperta che deve fare, promette al padre di rintracciare e riconoscere tutti i fratelli: in realtà esce allo scoperto e si mette a confronto con il mondo e ne esce come un uomo nuovo. Il mondo è altro dal lindo e asettico studio notarile, il mondo è fatto di dolore, di bassezze e altre e inevitabili sorprese. La vita del protagonista muta con una faticosa e rapida crescita che lo porta a confrontarsi con la vita che il padre, in segreto, aveva praticato per anni. In questo inevitabile passaggio Iacopo è accompagnato dalla figura di una giovane prostituta, una sorta di figlia adottiva di una delle amanti del padre. Si sfiorano molti temi in questo libro più spirituale di quanto voglia apparire all’impatto. Il primo già declinato da un personaggio - il valore del doppio - poi il valore della vita. La sacralità dell’esistenza che può abbattere barriere e infingimenti, infine la riflessione sulle donne. Le prostitute di Franceschini sembrano persino incorporee, nulla a che vedere con lo scabroso e la volgarità anche dei nostri tempi. Sono donne verso le quali va la compassione dell’autore e del lettore che non è indulgenza ma saper guardare in faccia la realtà, e la realtà è fatta di tanti pezzi.

e i suoi fratelli

Riletture

Più spirituale di quanto voglia apparire il nuovo romanzo di Dario Franceschini “Daccapo” di Maria Pia Ammirati

Umberto Galimberti e il vizietto del “copia e incolla” di Giancristiano Desiderio rancesco Bucci è l’autore del libro che ha rivelato il metodo copia e incolla di uno dei maggiori filosofi italiani o che, almeno fino a questo momento, tale era considerato: Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale. Teoria e pratica di “copia e incolla” filosofico. Un clamoroso caso di clonazione libraria, pubblicato da Coniglio Editore. Francesco Bucci ha letto e riletto tutti i libri e tutti gli articoli del filosofo della Repubblica di Scalfari più che quella di Platone e ha fatto una scoperta che, in verità, in molti sospettavano: Galimberti copia. Da chi? Da altri autori ma anche da se stesso: riutilizza quanto ha già scritto, lo modifica, lo cambia, lo adatta e, come dice il titolo del libro di Bucci, clona libri. Il libro di Francesco Bucci, però, non è un semplice confronto che si limita a scoprire le parti copiate. È molto di più. È una sorta di testo dei testi di U.G. - così chiama il filosofo - che rivela quello che si può chiamare «il metodo Galimberti». Ciò che colpisce in questo «metodo» non è tanto la copia, ma il riuso. Tutti i libri di U.G. sono frutto di altissime percentuali di riuso di brani di altri testi. Il lavoro di Bucci è co-

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sì scrupoloso e certosino che ha potuto calcolare la percentuale di riutilizzo. Si prendano due casi esemplari: il libro La casa di psiche ha un tasso di riuso dell’82 per cento e il libro L’ospite inquietante del 95 per cento. È bene fare alcuni esempi per capire di cosa stiamo parlando. È solo un esempio tra i tantissimi contenuti nel libro di Bucci. Nell’Ospite inquietante leggiamo: «Da terra-madre la terra divenne materia indifferente, il cielo cedette la mitologia delle stelle alla polvere cosmica, e l’anima dell’uomo, congedatasi da ogni orizzonte di senso, prese a vagare in compagnia di quello che Nietzsche chiama “il più inquietante tra tutti gli ospiti: il nichilismo…”». Il brano, che deriva da un articolo intitolato Il giorno in cui gli uomini persero il cielo, si trova anche in Orme del sacro, Psiche e tecnhe, La casa di psiche e in Noi viandanti senza più meta e termina così: «La terra, da terra madre divenne materia indifferente, il cielo cedette la mitologia delle stelle alla polvere cosmica, e l’anima dell’uomo, psyché, che Platone aveva sot-

Uno studio accuratissimo di Francesco Bucci sul singolare “metodo” di lavoro del celebre filosofo

tratto alla temporalità e orientato verso l’eternità, prese a inseguire gli eventi del tempo e le sue sempre nuove configurazioni che non erano deducibili ontologicamente, né descrivibili a partire da configurazioni precedenti». Come si può vedere il brano è il medesimo ma è stato riadattato. Nel libro Parole nomadi c’è una terza versione. A questo punto, però, dobbiamo chiederci: ma che male c’è a copiare e riutilizzare? In realtà il male c’è. Però, il «vizietto» di Galimberti come lo ha definito Emanuele Severino in un’intervista - di appropriarsi di testi altrui come se fossero i suoi è il peccato minore. Il male maggiore, invece, è la perdita di senso del suo pensiero. Copiare, tagliare, riutilizzare, modificare, variare, spostare, sostituire di volta in volta il soggetto o il predicato fa sì che il senso del pensiero vada completamente perduto.Va bene che Galimberti è un post-moderno, ma anche la «debolezza» del pensiero post-moderno ha i suoi limiti e la sua coerenza. C’è poi un altro problema che non riguarda solo l’autore, ma anche l’editore. Il metodo del copia e incolla, infatti, è frutto più della memoria del computer che della memoria di Galimberti. I libri di Galimberti vogliono essere una critica della ragione calcolante e industriale e invece ne sono un classico prodotto seriale senza psyché.


Memoriette

MobyDICK

1969: Vinicius de Moraes, il grande poeta brasiliano, fraternamente legato d’amicizia a Ungaretti, era a Roma. Ci trovavamo certe sere a casa di mio fratello Piero: si ascoltava musica.Vinicius con la chitarra cantava canzoni brasiliane, Ungaretti le traduceva. Vinicius si aiutava molto con grandi bevute di whisky («trinta, quarinta al giorno, ne bevo»), noi non gli stavamo dietro ma non eravamo certo quelle sere astemi. C’erano delle giovani amiche tra le quali Stefania Sandrelli, molto amante della musica brasiliana, che accennavano passi di danza. Si facevano le ore piccole ma venivail momento, verso le due del mattino, di tornare a casa. Io con una mia vecchia 1100 accompagnavo Ungaretti e Vinicius. Dalla casa di mio fratello a quella di Ungaretti non c’era una gran distanza. Io guidavo distratto per ascoltare le parole dei due poeti. Il viaggio non finiva mai, finché un cartello ci indicò che eravamo a Ostia! Senza alcuna sorpresa dei due grandi tornai indietro e finalmente depositai Ungaretti davanti a casa sua. Mi restava Vinicius: «Dove ti porto?» gli chiesi; mi rispose: «Voglio andare al ristortante della stazione a mangiare». Raccontava Giulio Cattaneo (molto amico di Gadda) che andando a colazione con lo scrittore, a un tavolo vicino prese posto una persona che dalle vesti si intuiva essere un notabile africano. Era solo. Cattaneo per punzecchiare Gadda gli chiedeva se non fosse il caso di invitare quest’ospite al loro tavolo. Gadda diceva di no scuotendo la testa, ma Cattaneo insisteva: «Sai è un uomo politico molto apprezzato dal nostro presidente del Consiglio, il quale sostiene che una immissione di sangue nuovo e forte nel tessuto un po’ sbiadito italiano, sarebbe utile e necessario a noi». Gadda s’alzò di scatto e disse: «Questo mi dà la misura dell’imbecillità del nostro governante». Gadda, ossessionato dall’idea che qualcuno lo facesse sposare, diceva: «Sono molto grato alle signore lesbiche perché almeno non si mettono in lista per maritarsi». Tommaso Landolfi, grande scrittore, era un bellissimo uomo piuttosto brusco di modi e tendente ad allontanare la gente. Si innamorò di lui una bellissima Eleonor Fini, che non conosceva. Landolfi frequentava il Caffè Greco a Roma e quasi tutte le mattine trovava la Fini che avrebbe evidentemente voluto conversare. A un certo punto si avvicinò a Landolfi e prese l’iniziativa: Landolfi era con lo scrittore genovese Natta e rispondendo alla Fini disse: «Non si rivolga a me. Si rivolga al mio segretario», Natta per la storia. Comunque sia l’amore nacque e la Fini propose a Landolfi di andare insieme a Parigi. Landolfi accettò controvoglia. Quando furono al confine dichiarò di aver dimenticato il passaporto etornò indietro. Don Ivo a Pienza soleva dire: «Quando son solo mi pare di essere in cento». Scrive Venturino Venturi, scultore toscano di gran pregio: «Venerdì sono venuto via da Pietrasanta, mi pareva d’aver finito il bambino ma avrei voluto che sorridesse e non lo vedevo sorridere. Ho passato qualche giorno di riposo a Loro Ciuffenna: sono tornato a Pietrasanta. Sai cos’era successo? Ho trovato il bambino che sorrideva». Ancora da Venturino: «Per un vero uomo vale di più una sconfitta di cento vittorie, vincere vuol dire distruggere. C’è in noi un filo che si sviluppa nel cielo e s’innalza sempre di più. Gli corro dietro ma

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Il mare nero di Alberto Burri Fino a Ostia con Ungaretti e Vinicius. Le preoccupazioni di Gadda. Il fascino di Landolfi. La tirchieria di Carrà. Manzù e l’unghia incarnita. Poeticità di Venturino Venturi. Roberto Longhi e gli elzeviri di Terza pagina. E l’azzurro di Beaulieu che non ispirava l’artista dei “Sacchi”... di Leone Piccioni non riesco mai a raggiungerlo». Viveva a Milano il maestro Lattuada, buon musicista, ma non eccelso, padre del regista Alberto. Amico di Bacchelli andarono insieme una volta a un concerto dove si eseguiva la Sesta sinfonia di Beethoven, celebre anche per la cosiddetta «Tempesta». Uscendo Lattuada lodava la sinfonia ma disse a Bacchelli: «Nella “Tempesta”mi el batto». A Firenze Elsa De Giorgi riceveva gli amici nella sua villa. Teneva al suo fianco una bottiglia di champagne dalla quale beveva lei sola. C’era Massimo Bontempelli alla sua destra: molto anziano, grande scrittore, era un po’ fuori di testa, ma a un certo punto rivolto alla De Giorgi disse: «Pagando posso avere anch’io un po’ di champagne?». Gadda alla Rai, benché non dipendesse affatto da lui, aveva un atteggiamento inspiegabile di timore verso un funzionario del Terzo Programma, Dr. Mantelli, che aveva scritto un diario. Un giorno Mantelli volle vederlo e Gadda molto si preoccupò. Lo disse con un po’ d’ansia a Cattaneo e a me nel suo grande ufficio a Via Asiago. Poi s’alzò, andò alla porta, guardò nel corridoio da una parte e dall’altra poi tornò indietro e a bassa voce disse: «Mantelli ha scritto un diario? Per carità non mi

tradite: chissà che boiata». Un tale si rivolgeva a Cardarelli chiamandolo «Maestro». «Non mi chiami Maestro - gli disse il poeta - da me non ha imparato proprio nulla». Cardarelli amava giocare a scopone, il giornalista e scrittore Vincenzo Talarico che ci teneva a entrare in confidenza con lui, riuscì una sera a far da compagno, al tavolo da gioco, a Cardarelli. Dopo due o tre giocate Cardarelli gli disse: «Lei Talarico coltiva per lo scopone un amore non corrisposto!». Ero ammalato e mandai a chiamare l’amico dottore Nicola Bernardini perché mi visitasse.Venne, mi visitò e poi disse: «Qui ci vuole il medico!». Proverbio toscano di tanto tempo fa: certamente non attuale: «Chi porta la moglie alle feste e il cavallo alla fonte/ si ritrova il cavallo bolso/ e la moglie puttana». Carlo Carrà, grande pittore, da vecchio passava molto tempo a Forte dei Marmi; era molto trasandato. Raccontano che Roberto Longhi, il principe dei critici d’arte, si mosse apposta da Firenze per portare a Carrà un suo saggio sulla pittura del maestro lombardo. Carrà - assai avaro - a mezza voce chiese a Longhi se voleva un caffè. Longhi disse di no aggiungendo: «Non vi disturbate» e altre cose del genere. La mo-

glie di Carrà a quel punto insistè: «Glielo faccio io il caffè» e Carrà a voce forte: «Ma se ha detto che non lo vuole, perché glielo vuoi fare per forza!». Carrà passava anche un po’ di tempo a Cortina d’Ampezzo: un giorno, trasandato com’era, con la barba lunga e i capelli in disordine, seduto su una panchina a prendere il sole, fu avvicinato da un signore che gli dette l’elemosina. Roberto Longhi quando andava dal giornalaio, sfogliava diversi quotidiani per vedere la terza pagina. Secondo chi era l’autore dell’elzeviro richiudeva subito la pagina dicendo: «Si dà per letto». Carlo Bo invitato su uno scalone di un palazzo veneziano a spostarsi in una stanza per vedere delle pitture antiche, continuò a scendere le scale dicendo: «Si dà per visto». Giacomo Manzù aveva un’unghia incarnita all’alluce. Decise di farsi operare dal professor Valdoni. E Valdoni stette al gioco: in una famosa clinica romana si preparò la sala operatoria,Valdoni arrivò con uno stuolo di assistenti anestesisti e infermieri; Manzù arrivò su una carrozzella. Così avvenne l’operazione. Ancora Manzù che era un gran bevitore, decise di farsi visitare da un noto specialista romano per qualche disturbo al fegato. E si sentì prescrivere diete e cure. «E vino ne posso bere?», «Un bicchiere a pasto» rispose il medico; «Ma lo sa che io - ed eccomi qui - mi sono sempre bevuto a tavola un fiasco al mattino e un fiasco alla sera?». Carlo Emilio Gadda racconta nelle Favolette che uno scrittore «detto La Fava» aveva scritto un poema sulla libertà. «Preferisco la schiavitù», ribatteva Gadda. Negli ultimi anni Alberto Burri, malato di insufficienza respiratoria, viveva in una villa sulla Costa Azzurra di fronte al mare con un paesaggio bellissimo. Un caro amico che era venuto a trovarlo con me non potè fare a meno di chiedergli: «Ma Burri, con questo paesaggio davanti, non le viene in mente di dipingerlo?». «Ci ho provato - rispose Burri - ma il quadro mi è venuto tutto nero». A Montale, a Firenze alle Giubbe Rosse, dissero che io studiavo con Ungaretti: «Poteva capitare peggio», disse Montale. Ungaretti, richiesto se avesse letto le ultime poesie di Montale rispose: «Non lo leggo, sennò mi sciupo». Romano Bilenchi usava dire: «Se fossi stato nei miei cenci, non avrei fatto il giornalista, ma avrei fatto il giocatore di calcio». E infine: questa non è una «memorietta», è una «memoria», una «grande memoria». Ero a Parigi durante la Conferenza della Pace, l’Italia che usciva stremata e sconfitta nella guerra voluta dal fascismo era naturalmente processata insieme alla Germania per la guerra stessa. Prima che ogni decisione fosse presa, De Gasperi parlò. Aveva davanti una platea folta e ostile. Cominciò dicendo: «Devo solo alla vostra cortesia se mi ascoltate». Parlò come lui sapeva, con il cuore in mano e una grande commozione. Noi giornalisti eravamo egualmente commossi nella nostra tribuna e non ci vergognavamo di avere le lacrime agli occhi. Quando De Gasperi finì, nel più profondo silenzio attraversò la sala e allora si vide un uomo di grande importanza politica, il segretario di Stato americano James Byrnes andargli incontro e stringergli la mano. Da allora si rafforzò ancora di più l’amicizia con l’America.


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di Enrica Rosso a parte del Progetto Speciale Teatro 2010/2011 promosso da Roma Capitale in collaborazione con l’Agis Lazio il Don Giovanni di Roberta Costantini presentato dalla Compagnia Teatrale Costellazioni. Per l’occasione lo spettacolo è ospitato nella sala grande del Teatro dei Satiri solitamente identificato con una programmazione incline alla comicità, ma questo non deve trarvi in inganno; l’allestimento ora proposto è d’altra fattura. «La mia colpa è quella di non aderire a nessun principio, a nessuna regola», esordisce così il Don Giovanni femmina (Donna Giovanna appunto) voluto dalla Costantini in un totale rovesciamento di identità sessuali che simbolicamente incrocia il fioretto con il servo Sganarello, suo emblematico doppio assurto a puro spirito (quasi un grillo parlante di collodiana memoria) e reso nelle intenzioni dalla voce fuori campo della stessa regista. In scena la Giovanna gatta di Maria Cristina Gionta dardeggia sguardi di ghiaccio come fossero pugnali contro chi vorrebbe ridurla alla ragione - «Tu vuoi ch’io bestemmi questo cielo in terra che è la mia vita» - e intanto estrae dal suo baule dei ricordi il necessario corollario della seduzione. Corsetti, guanti di pizzo, crinoline, nastri; in ultimo fuoriesce il prediletto balocco: una marionetta a dimensione naturale, giovane uomo con cui trastullarsi. Invoca la pallida luna, simbolo femminile per eccellenza (forse anche in omaggio a Salomè, altra icona di un femminile di devastante crudeltà), insofferente a chiunque osi frapporsi ai suoi svaghi: «Non mi piacciono i mercanti di prediche». Totalmente indifferente alla sorte delle sue vittime, riconosce un unico contendente: «Questa è una questione tra Dio e me”». Si scaglia così contro la povera Donna Elvira che ha le fattezza di Emiliano Ottaviani, svillaneggia un po’ annoiata la Madre (mutuata dal Padre e interpretata dalla regista), spende la vita in un teatrino di sussiegose finzioni prese in presti-

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Televisione

Teatro

MobyDICK

spettacoli DVD

Se Don Giovanni si declina al femminile

“GIOCHI PROIBITI” CON LA DAMA BIANCA austo Coppi e Giulia Occhini, una coppia che è entrata nel mito per le arditezze di una passione scandalosa. Ma che cosa legava davvero il campione e la Dama Bianca, al di là delle leggende tramandate? Dettagli d’indagine preziosi sono contenuti nel lavoro d’inchiesta di Maurizio Sciarra, che nel 1988 seppe ricostruire il dramma segreto di un amore che costò molto caro ai due celebri innamorati tramite le vive testimonianze di chi visse da vicino la storia. Frammenti di un altro Paese, che riemergono in Coppi e la Dama Bianca, bel documentario Luce tornato in ristampa.

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PERSONAGGI

UN EX BEATLES SI AGGIRA PER L’EUROPA to dai costumi degenerati della società con cui si confronta e di cui si alimenta, in un faccia a faccia con l’ipocrisia della morale. Pochi arredi a vestire il luogo: un baule e una croce polifunzionale e una poderosa selezione musicale che spazia da Cristina Aguilera alla musica classica a sostenere gli ottanta minuti di teatro movimento. Nell’insieme estremamente interessante e ben costruito, lo spettacolo gode della precisione e forte personalità di tutti gli interpreti chiamati a costruire un’espressività in cui sono convogliate diverse tecniche, e pur soffrendo di uno spazio scenico troppo angusto rispetto alla densità delle immagini composte se ne possono cogliere intensità e bellezza grazie anche all’ausi-

lio del disegno luci di Marco Marino. Nato nel 2006 come corto teatrale di 15 minuti sullo studio della seconda e terza scena del Don Giovanni di Molière, ha partecipato a numerosi festival nazionali collezionando una considerevole quantità di premi (in particolare miglior regia e miglior attrice protagonista) prima di approdare all’attuale forma. Quest’anno è stato candidato a rappresentare l’Italia al World Congress and International Theatre Festival di Tromsoe, in Norvegia.

Don Giovanni, Teatro dei Satiri di Roma fino al 5 giugno info: tel. 06 6871639 info@teatrodeisatiri.it

opo il simpatico lancio del tour a mezzo web, con tanto di miniconcerto, Ringo Starr e la sua All Starr Band sono pronti per l’imponente tour mondiale che a partire dal 4 giugno vedrà impegnato l’ex dei Beatles per 28 date. L’ensemble di Ringo toccherà numerose città con concerti in Ucraina, Russia, Svezia, Norvegia, Danimarca, Lettonia, Polonia, Gran Bretagna, Francia, Repubblica Ceca, Olanda, Germania e Austria. Ma la buona notizia per i nostalgici fan nazionali è che Ringo sarà anche in Italia: il 3 luglio all’Arena di Milano e il 4 luglio all’Auditorium di Roma. Let it be...

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di Francesco Lo Dico

Le vite degli altri: sulla strada con Magda

i dice spesso che il giornalismo debba essere una finestra sul mondo, dato che noi vediamo poco rimanendo nei nostri cortili o camminando nella nostra città. Vero. Sta di fatto che sono pochi i canali televisivi in grado di allontanarsi dai vecchi canoni, che sono poi gli spettacolini più o meno comici o piccanti, i quiz, gli show con litigate d’obbligo, la retorica piegata a buon senso, il lato buono dell’umanità offerto sul piatto dell’enfasi e quello cattivo ricostruito dai tanti, troppi, esperti di delitti e quindi anche di voyeurismo, morbosità, pseudo psicologia. La sorpresa viene da La 7 con puntate documentaristiche che s’intitolano Le vite degli altri. Una bravissima giornalista, Angela Rafanelli, si cala ogni vol-

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di Pier Mario Fasanotti ta in mondi dei quali tutti noi intuiamo l’esistenza, senza però mai arrivare a una conoscenza diretta. Gli «altri», appunto. Quelli che sfioriamo di tanto in tanto, ma con i quali non mangiamo, non parliamo e non dormiamo insieme. Angela ha vissuto per quattro settimane con Magda, prostituta ventitreenne venuta dalla Romania. Lì ha lasciato un figlio, ovviamente accudito dalla nonna. La zona di chi batte è quella lombarda. Una baracca di lamiera e senza porta, poco più in là il binario della ferrovia, campi gelati, profili

Nel film “La bella gente” Victoria Larchenko interpreta Nadja, una prostituta rumena

di ciminiere, orrendi scorci di tangenziali. Magda se vuole andare in chiesa va al Duomo di Milano: lì nessuno la può riconoscere. Nella chiesetta del paese la fissano, qualcuno la chiama «puttana». Lei non riesce a pregare la Madonna. Ma troverà il coraggio di entrare assieme ad Angela, che le scriverà quattro righe di preghiera da mettere accanto alle candele. Le due giovani donne condividono la baracca, gli orari del «lavoro». Magda all’inizio è diffidente. Anzi, indispettita: accanto ad Angela, che ovviamente dissuade i «clienti» in auto, gli affari calano molto. A poco a poco si ammorbidisce, smorza le risate isteriche e racconta di sé. A cominciare da quando, a dodici anni, venne violentata da tre ragazzi: «Ogni volta che batto mi torna in mente quel dolore». Certi cugini connazionali talvolta la vanno a trovare. Bevono, fumano, cantano. Racconta la giornalista: «Per quelli che ho incontrato il nostro Paese è soprattutto il be-

nessere, la terra promessa». Magda soffre ma resiste: per mandare a madre e figlio i soldi a casa. Questo non significa che trovi normale la sua esistenza: «Quando mi guardo allo specchio non mi piaccio mai. Come dite voi italiani io vedo solo una faccia di merda». Nevica, si gela anche a dormire vestiti e con quattro coperte, non si riesce a preparare il caffè. Allora sui viali, a sopportare la miseria morale dei clienti. Uno dei quali si vanta di non essere sposato: «Le donne sono delle rompiballe». L’ultima sera Angela offre a Magda una notte in albergo. La romena ha una gioia infantile quando fa la doccia e s’infila in lenzuola pulite. Il freddo e la volgarità di una certa Italia sono finalmente fuori. Gli «altri» di questi «altri» non sono più addosso. Il giorno dopo sale su un pullman diretto in Romania. Magda ha un regalo per il figlio. «Voglio che tutti mi trattino come una signora». Le strane amiche si abbracciano a lungo. Il Nord «avanzato» continua a vivere giornate banalmente e brutalmente uguali.


Cinema

MobyDICK

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di Anselma Dell’Olio

our Lions segue le (dis)avventure di un gruppo di terroristi islamici faida-te. Il regista e sceneggiatore inglese Chris Morris è un autore comico noto per trasmissioni di finti telegiornali e interviste spurie a personaggi celebri alla Bbc. Dopo aver letto dei tanti incidenti di percorso capitati a sinceri e maldestri kamikaze, ha fatto un film meno paradossale di quanto può sembrare. Tiny Fey, star e autrice dei programmi comici Saturday Night Live e 30 Rock, scrive che gli uomini-bomba, che per goffaggine si fanno esplodere anzitempo, sono la prova che l’Altissimo ha uno spiccato senso dell’umorismo. A.O. Scott sul New York Times scrive: «Il terrorismo è stupido. I terroristi sono stupidi. A me sembra che queste verità non siano state riconosciute abbastanza, specie al cinema, che li propone sempre come diabolicamente intelligenti». Per ogni genio del male, ci sono frotte di malintenzionati confusi e incapaci. Tutti i credenti vogliono andare in Paradiso, ma solo un mentecatto pensa di farsi fuori per arrivarci prima del tempo.

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Giocando al jihad con humor inglese

La geniale sceneggiatura è una sequela di affilate e spassose scene scritte da un’ispirata squadra di umoristi inglesi. Cinque bravi e simpatici aspiranti terroristi con qualche venerdì fuori posto, quattro musulmani di nascita e Barry (Nigel Lindsay), un inglese convertito, sono decisi a morire nel jihad contro l’Occidente corrotto. Durante un incontro della «cellula», Barry consiglia a tutti di inghiottire le simcard dei telefonini, per non farsi localizzare. Sarà Omar (Riz Ahmad), il meno squilibrato del gruppo, a dirgli che anche dallo sprofondo dell’intestino il segnale arriva lo stesso. Arrivata la chiamata per recarsi nel campo di addestramento in Pakistan, Omar spiega a un furioso Barry perché non può accompagnarli: «Vedi di non proclamare in tv la fondazione dello “Stato islamico della Gran Bretagna”, di non mandare un’altra torta nella forma delle Torri Gemelle a una sinagoga, come hai fatto lo scorso 11 settembre. E guai a te se torni a comprare quantità industriali di nitrato d’argento su Amazon: sei una mina vagante». Per ripicca Barry ferma l’auto sulla strada dell’aeroporto e minaccia di inghiottire la chiave, costringendo gli altri a incaprettarlo e ficcarlo nel bagagliaio. Per rabbia, trova un rapper islamico situazionista a un dibattito demenziale, e fa una scissione («L’islam si sta frantumando. Le donne cominciano a risponderci. Ci sono islamisti che suonando strumenti a corda. È la fine dei giorni!»), specchio esatto della litigiosità che impedisce il completamento dell’opera di «conversione» dell’Occidente all’islam integralista. L’addestramento in Pakistan non è da meno, tra mitragliatrici sparate per sbaglio da un esaltato che si proclama «PachiRambo» e un cellulare acceso che attira i droni con le bombe. Il trionfo del film è di riuscire a farci affezionare a pazzarielli pronti a immolarsi per la causa, senza avere gli strumenti neces-

Una squadra di umoristi guidata da Chris Morris ha prodotto un’opera scomoda e strepitosa in cui cinque aspiranti terroristi fanno i conti con la loro stupidità. Una tendenza quella descritta in “Four Lions” più vicina alla realtà di quanto non si creda. Poi ci sono “Zack e Miri” e “Tutti per uno”

sari per portare a termine l’opera. Per loro e per nostra fortuna, è probabile che la maggioranza di jihadisti assomigli più a questa banda bassotti che ai quaidisti colpevoli delle stragi in giro per il mondo, altrimenti ce ne sarebbero stati molti di più. Visto ora, sullo sfondo della cattura e dell’uccisione di Osama bin Laden, Four Lions fa ridere di pancia, specie nel finale, finché la risata si strozza in gola, poi sgorga di nuovo. Solo con l’occhio sbilenco e acuto della satira si può contemplare a lungo il baratro della ragione che funesta la nostra epoca. Morris e compagnia hanno fatto un’opera d’inquietante ilarità, ficcante, scomoda e strepitosa.

Zack e Miri fanno sesso è un film che non vedrete mai in tv. La quantità di turpiloquio, battute spinte, triviali, hard è tale che si dovrebbe trasmetterlo muto per passare la censura, anche alle due di notte. Eppure non è un film volgare, ma una romcom su due amici di lunga data, Zack (Seth Rogen) e Miri (Elizabeth Banks) che dividono platonicamente un appartamento. A dieci anni di distanza dalla licenza liceale, sono ancora alla deriva, con lavori precari molto inferiori ad aspirazioni e capacità, e

quando il film inizia, sono pure al verde. Alla classica rimpatriata con i compagni di liceo, sono umiliati da un video che impazza sui telefonini e in Internet di Zack, sorpreso con il culo peloso nudo, e Miri ripresa a tradimento con nonnesche mutandone di cotone. Per sopramercato, vengono a sapere dell’imbarazzante corto grazie al compagno gay del ragazzo (Brandon Routh) che Miri ha sempre concupito. Il fidanzato fa l’attore in film porno omosessuali, e si è fatto ricco. Al rientro a casa Zack e Miri scoprono che gas, elettricità, acqua e riscaldamento sono stati tagliati per morosità, e non hanno più un soldo. Zack ha la brillante idea di fare un film porno, confidando di sfruttare la nuova notorietà di lui e Miri per venderne copie a sufficienza per saldare i debiti e ripartire. Kevin Smith è l’ex ragazzo prodigio che ha scritto, diretto e prodotto Clerks - Commessi (1994), un assoluto fenomeno di comicità trasgressiva con dialoghi brillantissimi. Il regista era un giovane sconosciuto che ha sbancato il botteghino con un’opera prima in bianco e nero, senza star, girato con un budget di appena 25 mila dollari in un minuscolo centro commerciale del New Jersey. I film successivi non hanno

avuto lo stesso successo, tranne Clerks II, con la splendida Rosario Dawson, e Poliziotti fuori due sbirri a piede libero (2010). Dogma (1999) esplora la religione cattolica e immagina un Dio donna. Jersey Girl, con Ben Affleck, Jenifer Lopez e Liv Tyler, è un omaggio al suo adorato Stato del New Jersey e un inno anticonformista alla famiglia tradizionale. Smith è un cattolico praticante, che ha dedicato un film all’amato padre quando è morto. Dice del papà: «Ha fatto il postino tutta la vita per potersi permettere quello che gli stava veramente a cuore - crescere la sua famiglia». Zack e Miri trabocca oscenità solo in superficie. Smith è un uomo profondamente morale, dissacrante solo nello stile. Non ci si può portare la nonna e i bimbi, ma questa è una commedia romantica di un regista che venera la vita, su due amici che trasformano un peccato di lussuria in una dichiarazione d’amore. L’attore da notare è Craig Robertson, un afroamericano che qualche produttore deve promuovere protagonista, subito.

Romain Goupil, autore di Tutti per uno, è un sessanottino al cubo senza «ex». È rimasto fedele tutta la vita agli ideali di sinistra classici dell’epoca. I suoi film non hanno mai sfondato, ma rispecchiano alla lettera l’antico pensiero della sua generazione, conservandolo su celluloide come un insetto nell’ambra. Il film ha come bersaglio Nicolas Sarkozy nel ruolo di ministro dell’Interno, e la sua politica d’espulsione d’immigrati clandestini. Milana è una bimba precoce di 10 anni, figlia di una famiglia cecena senza documenti, da tempo in Francia, brava a scuola e nel commercio. Fa copiare i compagni che l’adorano, specie Blaise, innamorato di lei. Insegnanti e famiglie francesi sono equi e solidali, e quando Milana è a rischio di rimpatrio, la mamma di Blaise (Valeria Bruni Tedeschi) la prende in casa per proteggerla. La storia è raccontata dai bambini, fissandosi sui loro giochi, le piccole truffe, l’idillio delle vacanze in Bretagna, e la fuga finale in un rifugio nascosto. Il film, un tantino lezioso, si lascia vedere, con un finale agrodolce. Il momento più emozionante è quello in cui i quattro ragazzi, scovati dalla polizia, escono dalla tana con le mani in alto (titolo francese Les mains en l’air). Richiama all’istante la fotografia del bambino ebreo con le occhiaie che esce dal ghetto di Varsavia per arrendersi ai nazisti. È un colpo basso, e molto, molto efficace.


Cristalli sognanti

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di Roberto Genovesi

i creativi piace la Roma antica. È da sempre una cornucopia di vicende oscure, intrighi, magia, guerre. I buchi neri della storia sono molti e le continue ricerche archeologiche forniscono solo alcune delle soluzioni agli enigmi e alle domande che ancora aleggiano sulle rovine dei fori. Lasciando ai creativi autostrade lunghe e sgombre su cui far correre i bolidi della fantasia. Negli ultimi anni si contano a decine i romanzi storici che ogni mese portano in libreria legionari, senatori e filosofi in toga. Firme internazionali come quelle si Simon Scarrow o Harry Sidebottom ma anche maestri italiani come Valerio Massimo Manfredi e Andrea Frediani. C’è chi si limita a raccontare uomini e armi nella storia e chi ad apportare piccole o grandi modifiche al corso degli eventi. Il fumetto non si è lasciato sfuggire l’occasione di dire la sua e lo ha fatto ultimamente in forma assai elegante con Murena, un graphic novel in più puntate nato in Francia e portato in Italia da Panini Comics.

A

MobyDICK

ai confini della realtà

Roma antica…

una storia infinita

Le firme sono quelle di Jean Dufaux e Philippe Delaby. Il primo, scrittore e sceneggiatore di origine belga molto versatile, ha realizzato numerose serie mettendosi alla prova con i generi più disparati. Il secondo, è specializzato nell’illustrazione di storie ambientate a cavallo tra i mondi della storia antica e quelli del fantastico. Il suo è un tratto pulito ma evocativo dove la distribuzione dei chiaroscuri e dei colori diventa un elemento essenziale per la confezione di tavole dall’indiscutibile impatto evocativo. Murena è ambientato nel primo secolo dopo Cristo e racconta la storia di Nerone, uno degli imperatori più amati e controversi della storia di Roma che le tavole accompagnano dall’adolescenza all’ascesa al potere. Sullo sfondo personaggi storici realmente esistiti e figure di fantasia ma soprattutto il profilo di una donna, Agrippina, madre del futuro signore di Roma ma, al contempo, sua acerrima rivale. L’opera si compone di parecchie puntate che in traduzione vengono proposte in parte accorpate in un solo volume. Al momento in cui andiamo in stampa ne sono usciti tre. Quando molti anni fa trovai per la prima volta sugli scaffali del reparto fumetti del celebre palazzo Virgin di Parigi il primo volume della saga di Dufaux e Delaby rimasi colpito dal coraggio di questi due autori francofoni nell’affrontare un filone tanto usato e abusato dai creativi del cinema e della fiction. Per scrivere qualcosa di convincente sull’Antica Roma non basta un’infarinatura sulle vicende storiche dell’epoca o una conoscenza superficiale degli usi e dei costumi del tempo. Troppi sono i libri, i film o i cartoni animati che scimmiottano Roma, confondono date, sintetizzano vicende ed

eventi violentandone la reale valenza e il peso nell’equilibrio della Storia.Troppe volte abbiamo visto loriche a scaglie combattere nelle legioni di Cesare o selle sui cavalli dei decurioni. Mentre sfogliavo le belle tavole delle edizioni Dargaud mi accorgevo con piacere che Dufaux e Delaby avevano affrontato il problema con umiltà e dedizione. Dalla minuziosa realizzazione dei costumi, delle armi e delle armature si vede-

serie tv Roma andata in onda di recente anche su Rai 4 e in Spartacus attualmente ancora nei palinsesti di Sky. Come se l’ombra dell’aquila delle legioni avesse accarezzato i confini più estremi del mondo solo grazie alla forza delle daghe e non, piuttosto, a un sistema di governo cosmopolita in grado di mediare a lungo tra la forza della civiltà latina e le suggestioni delle culture orientali e nordiche. Nemmeno Mu-

È l’argomento prediletto dai creativi, a giudicare dall’abbondanza di prodotti che si realizzano sul tema. Adesso approda in Italia “Murena”, il graphic novel francese di Jean Dufaux e Philippe Delaby. Un modo per portare un po’ di sapere nelle librerie esangui degli “young adults”

va subito che all’origine del progetto non c’era stata solo una buona idea creativa ma anche una meticolosa e lunga ricerca storica e uniformologica. Certo a francesi e americani, un po’ per non smentire la favola della volpe e dell’uva, piece molto calcare la mano sugli aspetti più sanguigni e violenti della civiltà romana. Lo abbiamo visto nella

rena si sottrae a questa formula. Gli autori si compiacciono e compiacciono i lettori con scene estremamente violente e buone dosi di promiscuità sessuale ma il cuore della vicenda resta apprezzabile. Il ritmo narrativo è buono e le storie si fanno leggere. Anche se non mancano le sbavature. Come abiti di fattura troppo ellenistica o templi che appaiono

nelle stesse condizioni in cui li vedremmo oggi privi di pigmentazioni e spesso dal marmo sbeccato.Tuttavia forse il più grave errore è quello di mostrare con troppa disinvoltura movimenti di legioni all’interno delle mura dell’Urbe. A quei tempi a eserciti in arme non era consentito di circolare per le strade di Roma. L’ordine pubblico era affidato ai vigiles e alla coorte urbana che non aveva sugli scudi i simboli che vediamo invece nelle tavole del fumetto che invece rappresentano i reparti militari da battaglia campale. Gli stessi pretoriani avevano un loro accampamento poco fuori le mura e solo ai tempi di Augusto fu concesso ad alcune centinaia di loro di muoversi liberamente sotto al tetto della domus augustea. Interessante invece il richiamo ai testi originali delle cronache latine del tempo che spesso fanno le veci delle didascalie.

Purtroppo il passaggio dall’edizione originale della Dargaud al formato più compatto della Panini lascia per strada qualcosa. L’ampio respiro delle tavole francesi viene compresso in quelle dei volumi italiani e, in qualche modo, ne riduce il valore artistico. L’operazione giustifica un prezzo decisamente più basso di quello di un’edizione con copertina rigida e formato graphic alla francese. Così come, evidentemente, garantisce una diffusione maggiore soprattutto verso quel target di young adults dal portafogli commissariato. E forse questo ultimo aspetto aiuta a digerire il confezionamento spartano dell’opera. Un prezzo che si è disposti a pagare pur di portare un po’di storia sugli scaffali delle librerie esangui delle giovani generazioni.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g

Ricominciare a credere nel primato del Parlamento UN PAESE SENZA PROGETTO? Siamo in perenne campagna elettorale, tv schierate, giornali di parte, editoriali manomessi, insomma chi più ne ha più ne metta.Eppure in tutto questo scontro perenne, continuo, costante, frastornante, in una corruzione dilagante nei Comuni a cui la magistratura dovrebbe mettere un punto fermo, tutto sembra immutabile. Non per essere Leopardiano, ma è necessario un ritorno alle radici alla costruzione di uno Stato Etico, alla ricreazione di partiti o scuole Nazionali di formazione politica, per costruire una classe dirigente all’altezza delle sfide dei tempi a prescindere dalla appartenenze politiche e partitiche esse sono solo il segno distintivo per coloro che come cittadini elettori debbono dare il loro voto, in quanto il dato saliente del Governo risiede nell’affrontare i problemi gli stessi problemi sia che governi la destra sia che governi la sinistra. Siamo dunque apparentemente imbottigliati in un vicolo cieco ma è realmente così? Credo di no, la società contiene sempre in sé i germi per rigenerarsi e autoriprodursi anche nelle rappresentanze, vanno solo costruite le condizioni politico culturali perché questo accada.L’Italia, è un paese fermo tanto fermo quanto immobile, vanno ricreate le condizioni per una crescita costante con serie politiche di bilancio, tagliando gli sprechi e non tagliando i servizi ai cittadini, seppur poche sono le forze politiche che oggi perseguono politiche tese a ridurre le spese inutili vale a dire le spese clientelari e aumentare le spese che producono maggiore ricchezza per i cittadini con un maggiore gettito fiscale e dunque più vivacità per la economia di scala e per le casse dello Stato. Il dato saliente è che con la elezione diretta dei Sindaci, dei Presidenti di Provincia e Regione, è aumentato sì la stabilità politica ma né han ricecuto un vulnus unico il sistema democratico e della sana sfiducia politica, il dato amaro sta nella staticità degli eletti e delle Istituzioni da essi guidate, questi aspetti andrebbero rivisti, meno rigidità istituzionale e più mobilità politica un dato flettico implicito nelle dinamiche politiche ed umane. Luigi Ruberto

LE VERITÀ NASCOSTE

Le recenti disavventure elettorali per il Popolo delle Libertà e la Lega Nord - che hanno scoperto rispettivamente che Berlusconi non è la panacea a tutti i mali e che la Padania non esiste - hanno portato alla ribalta anche una vecchia e annosa questione: la gestione del potere nella politica italiana. L’esecutivo - che è solo uno dei tre poteri che compongono l’ordinamento repubblicano italiano - sembra aver preso d’assedio il panorama e l’agenda politica della Repubblica. In questa ottica, il Parlamento sembra essere sempre più preda degli umori di un governo che - per motivi personali - è uno dei più umorali nella storia della nazione. Fanno bene i vertici di Montecitorio a denunciare questa ingerenza e questa sospetta iper-attività, ma questo non basta. Bisogna tornare a credere nel primato politico del Parlamento italiano e nella sua funzione legislativa. Non sarebbe male inoltre che, nei banchi dei deputati, tornassero anche quei dibattiti che hanno fatto grande il Paese in tempi sinceramente peggiori di quelli attuali. Con una mossa del genere, anche la media dell’elettorato tornerebbe a credere nell’importanza delle urne e nella rappresentatività dei deputati italiani.

Vincenzo Lovagnini - Gallipoli (LE)

TORNIAMO A INDIGNARCI Da qualche settimana molti giovani si riuniscono nelle piazze spagnole per discutere dei loro problemi lavorativi ed esistenziali e per mettere sotto accusa la classe politica che non affronta adeguatamente i loro problemi. Nei mesi scorsi molti giovani arabi si sono riuniti nelle piazze egiziane, tunisine e di altri Paesi del Nord Africa per chiedere la fine dei regimi assolutisti e il godimento delle libertà democratiche come nei Paesi occidentali. Come mai in Italia non registrano mobilitazioni di piazza permanenti come in Spagna e Nord Africa? Eppure l’Italia presenta, in qualche modo, sia i problemi della Spagna che quelli del Nord Africa. Nel nostro Paese, cioè, i problemi della disoccupazione e dell’emarginazione del mondo giovanile si assommano al problema della sostanziale dittatura mediatica e plutocratica esercitata da Silvio Berlusconi. Ci si sarebbe aspettati che l’accusa di aver commesso reati gravissimi portasse finalmente il nostro Primo Ministro alle dimissioni. Ma le accuse della Magistratura di Milano hanno avuto l’effetto opposto determinando un suo ulteriore arroccamento. Egli ha risposto riproponendo ulteriori leggi ad personam, nuove norme contro la Magistratura e rilanciando la campagna acquisti di deputati e senatori (sia quelli in

uscita da Futuro e Libertà che i cosiddetti Responsabili). Di fronte all’atteggiamento di Berlusconi e alla palese inefficacia della lotta parlamentare ci si sarebbe aspettati il ricorso, da parte delle opposizioni, a pacifiche manifestazioni di piazza permanenti ma tutto questo non è avvenuto. Speriamo che la protesta che si sta manifestando in questi giorni nelle urne elettorali basti a determinare i radicali cambiamenti politici che non sono più differibili.

Franco Pelella

CAPRI, LUOGO DI PACE Oggi “La Palette” è un piccolo ristorante, che si scorge a malapena dopo aver sostenuto una forte salita per la strada di Via Matermania a Capri, l’antico percorso che conduce da una parte a Via Tiberio e dall’altra alla cosiddetta grotta di Matermania, ove i Romani adoravano la dea Cibele. In tale anfratto, un gioco di luci e ombre riflesso dalla roccia, ricompone per incanto il presepe della natività, il profumo della paternità. Un tempo il luogo era la meta dei cultori dell’arte e della musica in particolare, che si ritrovavano per condividere il violino di Paolo Falco e poi il pianoforte di Dino suo figlio, che hanno regalato le note a molti uomini illustri che hanno condiviso la guerra, ma che sottolineavano come nell’isola

L’IMMAGINE

APPUNTAMENTI GIUGNO

VINCENZO INVERSO SEGRETARIO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

MOSCA. Cibo in scatola per cani spacciato per carne di manzo di prima qualità e servito alle truppe russe. Ha suscitato grande scandalo in Russia un video su Youtube inserito all’inizio di maggio da Igor Matveyev, ex maggiore dell’esercito russo e girato nel magazzino militare della base di Vladivostok. Il filmato mostra come all’interno del deposito fossero custodite enormi quantità di carne in scatola per cani ricoperte con false etichette e camuffate da carne bovina. Esse sarebbero state offerte ai militari acquartierati nella grande base militare della città. Una voce fuori campo recita: «È il 19 aprile 2011. Ieri abbiamo scoperto che le nostre scatolette di carne di manzo sono state rimpiazzate da cibo per cani». Secondo il racconto di Matveyev le cifre parlano chiaro. Nel magazzino dovrebbero esserci circa 13.800 scatolette registrate che contengono 4.485 chili di carne di manzo. Invece ci sono 1.374 scatolette di carne scaduta, oltre 3 mila cartoni che contengono carne in scatola per cani e non vi è nemmeno un chilo di carne che possa essere mangiato da un essere umano. Nel filmato Matveyev prende in mano una di queste scatolette che dovrebbero contenere carne bovina, e che invece è cibo per cani.

azzurra ogni motivo bellico doveva essere sepolto, in nome di una pace e di un profumo di cordialità che traspare ovunque, anche dalla ecletticità che caratterizza l’isola. Sono posti che possono essere evitati solo da coloro che preferiscono un buco a pochi passi dalla piazzetta di Capri, ove vivere una mondanità a senso unico, talvolta volgare e lontana da quel sopraffine tocco di buon gusto e di classe, con il quale trascorrere le serate. Una cultura che purtroppo è presente più su testi austriaci, tedeschi ed inglesi che tra i napoletani, perché i primi sono stati cronisti del bisogno di libertà che alberava nel Regno delle due Sicilie ma che difficilmente se ne parlava, se non nel crogiuolo intellettuale dellì’isola. Di notte Capri si riempie di questi motivi, come piccole fiamme di candela dalle finestre dei bianchi e maestosi alberghi; le stesse, ancor più belle che si intravedono dai colonnati delle piccole pensioni.

Bruno Russo

LUNEDÌ 6 - ORE 15 - ROMA PALAZZO WEDEKIND - PIAZZA COLONNA “Multiculturalismo e integrazione” ne discutono Ferdinando Adornato, Emma Bonino, Pier Ferdinando Casini, André Glucksmann, S.E. Cardinal Ravasi VENERDÌ 10 - ORE 17.30 - BETTONA (PG) MUSEO DELLA CITTÀ - PIAZZA CAVOUR Premio Renzo Foa 2011 a Wei Jingsheng presenta Ferdinando Adornato, presidente della Fondazione Liberal

Alla naja il cibo è da cani

AUGURI!

Una strada per l’Havana Sembra fatta apposta, ma questa “sgommata” rossa porta dal centro della capitale cubana, L’Havana, ai palazzi del potere. Presa in piena notte, l’immagine ha questo riflesso a causa dei pigmenti degli alberi che popolano il centro cittadino. Questi, mischiati alle piogge, producono luce

Oggi in quel di Napoli il nostro collega Mario Accongiagioco convola a nozze con Maria Socorro Cerdena Rey. Nella cappella di Santa Maria del Faro - sulla riviera di Marechiaro del capoluogo campano - i due si prometteranno amore eterno e, mentre attendono che l’eternità si dipani davanti a loro, si prepareranno per un allegro (e lunghissimo) viaggio negli Stati Uniti. Agli sposi novelli e alle loro famiglie l’augurio più affettuoso di tutta la redazione di liberal e dei collaboratori esterni.

La redazione di liberal


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il reportage Si accende il dibattito ad un anno dalle elezioni

Politica, sesso e potere. Adesso Parigi si chiede dove sia l’etica Dopo lo scandalo di Strauss-Kahn la Francia solleva la «questione morale». Facendo capire che in tempi di crisi debolezze personali e sprechi non saranno più tollerati. Neanche per le spese elettorali. Da destra a sinistra la parola è una sola: ristabilire la fiducia fra cittadini e governanti. Viceversa, la destra estrema potrebbe vincere di Enrico Singer far rotolare il primo sasso nello stagno – un vero e proprio macigno, per la verità – è stato lo scandalo Strauss-Kahn. Non tanto nel suo aspetto squallido e violento dello stupro della cameriera dell’hotel Sofitel di New York dove l’ormai ex direttore generale del Fmi aveva passato la notte del 13 maggio perché su questo, che in fondo resta il punto-chiave della vicenda, i francesi si dividono tra colpevolisti – la maggioranza – e giustificazionisti, se non proprio innocentisti e perfino sostenitori della tesi di un complotto ordito ai danni di quello che sembrava destinato a sfidare e, probabilmente, a battere Nicolas Sarkozy nella corsa all’Eliseo della primavera 2012. Sui temi di merito della vicenda, lunedì prossimo, ci sarà un’altra udienza della fase preliminare del processo per decidere i termini del rinvio a giudizio vero e proprio e si annuncia una battaglia senza esclusione di colpi.

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Per il momento, però, a mettere d’accordo tutti è un altro aspetto di questa storia che sta montando giorno dopo giorno, e che investe direttamente il rapporto di fiducia della gente con la politica: i soldi. I tanti, troppi soldi che girano in un mondo che dovrebbe essere fatto di ideali e di ricette per risolvere i problemi reali dei cittadini. Più che le accuse di avere costretto con la forza la ragazza a un rapporto orale e di averla poi sodomizzata, impressionano i 50mila

dollari al mese – più dello stipendio annuale della media dei francesi – che Dominique Strauss-Kahn paga per l’affitto della sua dorata residenza obbligata nell’esclusivo quartiere di TriBeCa, a Manhattan, il milione di dollari di cauzione che ha sborsato per uscire di prigione (più gli altri 5 milioni versati in garanzia), o il mezzo milione già speso per le indagini private che dovrebbero dimostrare il dubbio passato della cameriera nera del Bronx che lo ha denunciato e il suo atteggiamento consenziente, almeno in una prima fase dei rapporti sessuali nella stanza d’albergo.

La polemica politica si è intrecciata a quella, imbarazzante, sui comportamenti personali dei personaggi pubblici Il portavoce del Partito socialista francese, Benoit Hamon, ha ammesso che tutta questa montagna di dollari «è lontana dal campo dei valori socialisti», ha detto di «comprendere che gli elettori possono esserne scioccati» e ha confer-

mato che i più probabili candidati del Ps per l’Eliseo sono l’attuale segretario, Martine Aubry, famosa per i suoi vestitini acquistati nei grandi magazzini, e François Hollande, ex segretario ed ex compagno di Ségolène Royal, che si sposta per Parigi in motorino.

L’imbarazzo del Ps, che si sentiva già in tasca la vittoria su Sarkozy, è comprensibile. Ma la questione “politica e soldi” ha superato in fretta i confini di partito e si sta allargando al più generale capitolo dei costi della politica. Anche perché la Commissione nazionale che veglia sui conti delle campagne elettorali e dei rimborsi pubblici ai candidati ha appena consegnato il suo rapporto annuale che contiene le spese per il voto regionale del marzo 2010 e che ha spostato l’attenzione dei media francesi sulle prossime elezioni presidenziali che potrebbero facilmente superare la soglia dei cento milioni di euro (quelle del 2007 si chiusero con un saldo di spesa di 75,6 milioni) dei quali circa la metà saranno a carico dei contribuenti per effetto del finanziamento pubblico che funziona, un po’ come in Italia, in base ai risultati ottenuti. Se la crisi economica, in Francia, ha colpito in modo meno pesante che da noi, il clima non è certo favorevole a spese di questo genere e molti, in base agli ultimi sondaggi, cominciano a pensare che i soldi potrebbero essere investiti in modo assai più produttivo. Ma andiamo per ordine e

torniamo all’affaire Dsk, come i giornali francesi hanno battezzato questo scandalo usando le iniziali di Dominique Strauss-Kahn. Chi ha seguito la vicenda ricorderà che, una volta ottenuta la libertà su cauzione, Strauss-Kahn rimase un’altra notte in carcere perché l’amministratore dell’elegante condominio di Manhattan che sua moglie, l’ex giornalista della tv Ann Sinclair, aveva scelto per la residenza obbligatoria si

era opposto al contratto considerandolo un inquilino indesiderato. Così Dsk era finito in un appartamento al 71 di Broadway street dove ha sede l’agenzia di polizia privata Stroz-Friedberg che si occupa della sua sorveglianza. Ma l’esilio in questa anonima sistemazione non è durato a lungo. Il 25 maggio scorso, Ann Sinclair ha trovato una townhouse, come a New York si chiamano le case in cui vive una sola famiglia, al 153 della Franklin street: un indirizzo prestigioso nel quartiere di TriBeCa abitato da arti-


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A lato, immagini di Parigi di Gioia Genovese. In basso a sinistra: Dominique Strauss-Kahn, l’ex direttore Fmi, agli arresti domiciliari in un lussuoso appartamento di TriBeCa (con palestra, cinema e solarium) per il quale spende 50mila dollari al mese. In basso, il presidente francese Nikolas Sarkozy che avrebbe affidato ai servizi segreti il compito di indagare sui suoi ministri, vecchi e nuovi, «per controllare che la loro fedina sessuale sia pulita».

sti e star dello spettacolo. Una casa di tre piani tutta per lui che si sviluppa su 600 metri quadrati e che è stata ristrutturata di recente da un architetto italiano, Leopoldo Rosati, molto in voga nella Grande Mela. La casa, per la verità, era e resta in vendita per 14 milioni di dollari, ma i proprietari hanno intanto accettato l’offerta di affitto per 50mila dollari al mese. Le foto di questa townhouse, che erano su internet per la vendita, sono finite subito su tutti i giornali francesi, con tanto di particolari della palestra, della sala cinematografica, del soggiorno e del solarium. Alla notizia, già clamorosa, del super-affitto si è aggiunta proprio ieri quella del trasloco dei pezzi più pregiati dell’arredamento della casa in Virginia dove Strauss-Kahn risiedeva quando ricopriva la carica di direttore generale del Fondo monetario internazionale che ha sede a Washington. Sono arrivati in Franklin street – nonostante la casa sia completamente ammobiliata – un divano e delle poltrone d’epoca, un grande tappeto, due quadri d’autore e una trentina di stand appendiabiti imballati in scatoloni di legno. Che Dominique Strauss-Kahn fosse ricco non era un mistero – tra l’altro, comunque finisca la sua vicenda giudiziaria, riceverà anche una pensione di 250mila dollari l’anno dal Fmi – eppure tanta facilità di spendere ha colpito l’opinione pubblica. La polemica sui soldi e la politica si è intrecciata a quella, altrettanto imbarazzante, sui comportamenti personali dei personaggi pubblici che non frenano la propria libidine e le dirigenze dei partiti stanno mettendo in campo delle contromosse per evitare di perdere consenso in vista dello scontro più importante, quello delle presidenziali che si terranno nel maggio del prossimo anno. Secondo il settimanale satirico Le Canard Enchainé – che ha spesso rivelato casi molto scomodi per i potenti di Francia – il più preoccupato è proprio Nicolas

Sarkozy che avrebbe affidato ai servizi segreti il compito di indagare sui suoi ministri, vecchi e nuovi, «per controllare che la loro fedina sessuale sia pulita». Una decisione presa dopo la vicenda che ha costretto alle dimissioni il segretario di Stato alla Funzione pubblica, Georges Tron, accusato da due sue segretarie di averle aggredite sessualmente.

La reazione di Sarkozy, stando a quanto ha scritto il Canard, è stata furiosa: «Tutto stava andando per il meglio fino a che è arrivato questo imbecille», avrebbe detto il Presidente ai suoi più stretti collaboratori. Ma come nel caso dei soldi, anche il tritacarne delle rivelazioni a luci rosse ha rapidamente superato i confini di partito e un ex ministro di Jacques Chirac, il filosofo Luc Ferry, ha parlato in tv di un collega sorpreso in compagnia di ragazzini a Marrakech. Non ha fatto il nome, ma del sospetto caso di pedofilia si è occupato il sito del settimanale Express che ha puntato l’indice contro il socialista Jack Lang, anch’egli con un passato prestigioso da ministro della Cultura, che ha reagito, a sua volta, minacciando di portare in tribunale «chi cerca di infangare il mio onore». In un clima sempre più rovente, all’indirizzo di Ferry è partito un richiamo bipartisan. «Se si è convinti che ci sia stato un reato, si deve ricorrere alla giustizia e non spettegolare», ha detto il ministro degli Esteri, Alain Juppé. E dall’opposizione l’ex candidata socialista alle presidenziali del 2007, Ségolène Royal, ha usato toni molto simili: «Se davvero Ferry è a conoscenza di questi fatti, li denunci». La preoccupazione tanto del partito di Sarkozy che di quello socialista è che la delusione dei francesi finisca per favorire la futura candidata della destra estrema, Martine Le Pen, figlia del fondatore del Front National che nelle elezioni presidenziali del 2002 ottenne il 16,9 per cento

dei voti al primo turno: abbastanza per andare al ballottaggio, superando il candidato socialista di allora, Lionel Jospin. Jean-Marie Le Pen fu il primo politico francese della destra non gollista ad arrivare al secondo turno delle presidenziali e fu poi battuto da Jacques Chirac – che rifiutò il tradizionale duello televisivo prima del ballottaggio – anche grazie ai voti dei socialisti che sostennero l’ex presidente e loro avversario pur di sbarrare la strada al capo del Front National. È ancora presto per lanciarsi in previsioni di quello che accadrà tra quasi un anno. Ma una cosa è certa: al peso dei programmi, questa volta, si aggiungerà

Il timore? Che la delusione finisca per favorire la futura candidata Martine Le Pen, che cavalca la rabbia popolare quella che si potrebbe definire la “questione morale” che comincia ad agitarsi anche dall’altra parte delle Alpi e che è, forse, più attenta al capitolo dei soldi, e di come si spendono, che a quello delle debolezze personali. Proprio perché queste ultime travolgono il destino di un singolo, mentre sull’altro fronte sono in gioco gl’interessi di tutti. Secondo Jérome Sainte-Marie, direttore degli studi politici della Csa, uno dei maggiori centri di indagine demoscopia francese, lo scandalo Dsk si rivelerà un «veleno ad effetto lento» per la sinistra che fino a un mese fa era la grande favorita delle prossime presidenziali e che credeva di poter sfruttare l’argomento delle spese esagerate proprio contro Nicolas Sarkozy che è stato sotto tiro per il suo rapporto con i soldi e la passione per la bella vita sin dai primi giorni della sua presidenza.

L’affaire Dsk adesso ha azzerato i contatori sul piano personale. Ma restano i conti veri: quelli della Commissione nazionale che controlla le campagne elettorali e che, a proposito, della corsa all’Eliseo del 2007, ha pubblicato una tabella molto istruttiva: Nicolas Sarkozy ha speso 21 milioni di euro, Ségolène Royal 20,6 milioni, François Bayrou 9,7 milioni, Jean-Marie Le Pen 9,3 e Marie-George Buffet (Pcf) 4,8 milioni. Con gli altri candidati minori, un totale 75,6 milioni che sono finiti per lo più alle agenzie che hanno curato la campagna elettorale: dai manifesti ai comizi, ai passaggi pubblicitari sui giornali e in tv.

L’anno prossimo le spese sono destinare ad aumentare perché il tetto per i costi elettorali è stato portato a 16 milioni e 851mila euro per i candidati che si presenteranno al primo turno (e che si possono far rimborsare dallo Stato fino a 8 milioni di euro se superano il 5 per cento dei voti) e a 22 milioni e mezzo per i due candidati che andranno al ballottaggio (e che, di sicuro, avranno un rimborso pubblico pari alla metà delle spese). Fatti i conti, la somma complessiva potrebbe superare ampiamente i cento milioni di euro: un record per la Francia che fa già gridare allo scandalo e fa fiorire anche iniziative di rottura. Come quella di Dominique de Villepin, ex primo ministro di Chirac e acerrimo nemico di Sarkozy, che ha fondato un suo partito – République solidarie – e che si prepara alla corsa per l’Eliseo puntando soltanto su internet. O di François Bayrou, il centrista leader del MoDem che, secondo molti osservatori, potrebbe raccogliere più voti di quelli ottenuti nel 2007. Tra l’altro, i dati della Commissione nazionale che controlla le campagne elettorali hanno rivelato che, quattro anni fa, i candidati al primo turno delle presidenziali si piazzarono esattamente nell’ordine corrispondente ai soldi spesi. Ma la prossima volta la “questione morale” innescata dall’affaire Dsk potrebbe cambiare le carte in tavola.


mondo

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Il testo completo dell’appello delle Madri di Tiananmen, scritto per onorare e ricordare tutte le vittime della repressione del movimento democratico

«Tutta la Cina pianse...» Il 4 giugno del 1989 «un cielo di sangue scese su Pechino. Ora il governo deve dire la verità e pagare i suoi debiti» di Ding Zilin uest’anno celebriamo il ventiduesimo anniversario del Movimento democratico di piazza Tiananmen. In un momento in cui la lotta per la democrazia, la libertà e i diritti umani in Africa settentrionale e Medioriente si sta diffodendo come un incendio selvaggio. Come parenti di coloro che vennero uccisi proprio nel 1989, i nostri ricordi sono ancora freschi e il nostro dolore inconsolabile, mentre guardiamo indietro verso la tragica conclusione di quel disastro senza paragoni.

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Abbiamo sempre creduto con fermezza che tutto quello che è accaduto durante la repressione del 4 giugno sia ancora presente nei cuori della popolazione. I cinesi, e i pechinesi in maniera particolare, non possono dimenticare quegli eventi. Non possono scordare gli uomini e le donne che vennero uccisi da colpi di pistola o picchiati a morte dalle truppe dell’esercito nazionale. Il massacro del 4 giugno non sarà dimenticato, anche se viene tenuto basso nella società e bloccato nella memoria della popolazione cinese. Rimarrà per sempre nei cuori, è stato attaccato in maniera indelebile nella storia. In quella terrificante notte del 3 giugno 1989, le truppe cinesi – protette dall’oscurità della notte e in marcia sulla strada aperta per loro da carriarmati e veicoli blindati – accerchiarono la piazza Tiananmen da tutte le direzioni, picchiando a morte la gente presente nella loro avanzata. Ovunque fossero, studenti e civili vennero feriti in maniera gravissima. Quando, la mattina del 4 giugno, gli studenti iniziarono a sgombrare la piazza in maniera pacifica i soldati iniziarono a seguirli per schiacciarli, ucciderli e ferirli: in quella prima fase, almeno dodici ragazzi rimase-

ro a terra. Persino il 6 giugno, il governo non fermò la sua operazione militare. Quel giorno, solo nei pressi della strada Fuxingmenwai, tre persone vennero uccise e altre tre ferite gravemente; il più giovane dei feriti aveva soltanto 13 anni. In un istante, il cielo cadde e la terra pianse nella città di Pechino. Lamenti e urla si potevano udire dovunque. In un istante, facce giovani e corpi tonici – uno dopo l’altro – divennero cenere per poi sparire dalla terra in cui avevano vissuto.

alcuni morirono mentre aiutavano i feriti o spostavano i cadaveri; alcuni vennero trascinati dai soldati in zone protette e qui fucilati; alcuni ricevettero un proiettile in testa proprio davanti casa; altri vennero uccisi mentre cercavano di fotografare, o testimoniare in qualche modo, le brutalità della polizia. Le nostre indagini e le verifiche fatte su di queste dimostrano che nessuna vittima era coinvolta in azioni violente. Erano tutti dimostranti pacifici e cittadini cinesi.

Ad oggi sono passati 22 anni: abbiamo documentato 203 vittime del 4 giugno. Ma di molti morti non abbiamo notizie, e

Della maggior parte delle vittime conosciamo nome, sesso, età, unità di lavoro e occupazione al momento del massacro. Conosciamo gli indirizzi di casa, i nomi delle scuole e il livello di istruzione di tutti gli studenti uccisi. Sono morti in maniera tragica e maestosa. Non possiamo aiutarli, ma ogni volta che pensiamo a loro ci attanaglia un enorme senso di ingiustizia.

Il Partito vorrebbe comprare il nostro silenzio con il denaro. Noi vogliamo la verità e non ci fermeremo finchè non l’avremo

dei loro parenti non sappiamo nulla. Fra le 203 vittime accertate, alcune morirono per le botte ricevute dopo aver protestato per l’uso della forza da parte dei militari contro i civili;

Permettete a noi che siamo ancora vivi – noi parenti, noi mogli e mariti, noi fratelli e sorelle, noi figli e figlie – di pregare per voi e ricordare fra le lacrime il vostro decesso. Permettete a coloro che sono nella mezza età, ma soprattutto ai giovani, di rimanere in silente tributo e rendere omaggio a chi è morto.

Un vecchio proverbio recita: “Non c’è modo di sfuggire ai peccati commessi dai cieli, e nessun uomo può sfuggire dal pagare per i peccati che ha commesso”. Il massacro del 4 giugno non è stato in nessun senso un atto casuale: è stato deciso dalle persone più importanti del Paese, e da loro è stato eseguito in maniera diretta. Da allora qualcuno di questi è morto, ma altri sono ancora vivi. E i peccato che hanno commesso non possono, secondo il diritto, non essere esaminati. Noi siamo creditori di un enorme debito

La grande veglia con cui Hong Kong ricorda, ogni anno, il massacro del movimento democratico avvenuto nella notta fra il 3 e il 4 giugno nella centralissima piazza Tiananmen, davanti all’ingresso della Città Proibita. A sinistra Ding Zilin, leader delle Madri di Tiananmen. Nella pagina a fianco la “dea della libertà”, issata nella piazza dagli studenti

storico, e come tali pretendiamo il rispetto e il saldo di questo debito.

Siamo stati impegnati nel nostro difficile compito nel corso degli ultimi 20 anni e qualcosa: abbiamo lavorato duramente per restaurare la reputazione infangata dei morti e confortare quelle anime che ancora devono trovare la pace. Abbiamo scritto moltissime volte alla Commissione permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, e abbiamo chiesto loro di fornire un onesto e responsabile bilancio delle uccisioni di innocenti avvenute il 4 giugno. Abbiamo sollecitato la Commissione permanente a cambiare il proprio atteggiamento indifferente alle volontà del popolo e la loro ignoranza voluta nei riguardi delle richieste delle famiglie dei morti. Abbiamo chiesto di aprire un dialogo sincero e diretto sulle vittime con le loro famiglie. Ma fino ad oggi non abbiamo ricevuto alcuna risposta alle nostre richieste. Verso la fine del febbraio del 2011 - alla vigilia dei “Due Congressi” nazionali (l’Assemblea nazionale del popolo e la Conferenza consultiva politica del popolo) – i genitori di una delle vittime del massacro, membro delle Madri di Tiananmen, sono stati contattati dal Dipartimento di pubblica sicu-

rezza del suo distretto per una cosiddetta “conversazione privata” e uno “scambio di opinioni”. Subito dopo, ai primi giorni di aprile, il personale di pubblica sicurezza ha avuto un altro contatto con quella famiglia. Questa gente non ha parlato di rendere pubblica la verità, aprire delle indagini giudiziarie o fornire una spiegazione per i singoli casi di ogni vittima. Invece di fare questo, hanno semplicemente chiesto “quanto si doveva pagare”, sottolineando che parlavano per quel caso individuale e non per le famiglie del gruppo nel loro insieme.

Le Madri di Tiananmen hanno più volte chiesto al governo – nel corso degli ultimi sedici anni – di aprire un dialogo: le autorità ci hanno semplicemente ignorato. Quest’anno il loro silenzio è stato finalmente rotto. E questa apertura dovrebbe essere benvenuta. Ma, nei fatti, cosa significa questa loro risposta? Se le autorità pensano di poter gestire la questione del 4 giugno semplicemente con il denaro, e vogliono farlo di nascosto, cosa pensano di poter ottenere? Nel 1995, abbiamo iniziato a porre tre questioni per risolvere la ferita aperta del 4 giugno: verità, indennizzo e vera contabilità dell’accaduto. Nel 2006,


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cosa migliore sarebbe un team che rappresenti le famiglie e che sia addetto al dialogo. Speriamo che non si tratti di comunicazioni private ma un dialogo aperto e sincero, con tutti gli argomenti posti sul tavolo, senza nascondere fatti o differenze. Servirebbe per adempiere alle nostre responsabilità nei confronti delle vittime e della Storia. Non ci facciamo illusioni, e sappiamo bene che le questioni relative al 4 giugno non potranno essere risolte con un singolo passaggio. Se ci sono delle discussioni, però, devono essere vere discussioni: mirate a risolvere i problemi punto per punto, per arrivare a un’unica – o almeno semi unanime – conclusione.

in accordo con le circostanze di quel tempo, abbiamo aggiunto una risoluzione supplementare: dato che risolvere la questione avrebbe richiesto un certo procedimento, dovevamo adottare il principio di “affrontare per primi i problemi più semplici”.Tutte quelle questioni che implicano una seria divergenza di opinione, e su cui non è possibile mettersi d’accordo con rapidità (come ad esempio

la vera natura degli eventi che hanno condotto al 4 giugno) possono essere messi temporaneamente da parte.

Invece di parlare di questo, potremmo iniziare a trattare i diritti di base e gli interessi delle vittime. Ci sono in totale sei questioni. Fra queste ricordiamo che si deve levare la sorveglianza e le restrizioni personali imposte alle vittime del 4 giu-

gno e alle loro famiglie; permettere ai familiari dei defunti di commemorare chi se ne è andato senza interferenze; i dipartimenti governativi competenti devono fornire assistenza umanitaria a coloro che, dopo il 4 giugno, hanno subito privazioni e violenze. Questa risoluzione principale ha un principio alla base e una linea alla conclusione. Questa linea è semplice: le anime di coloro

che sono morti non devono essere umiliate e le loro famiglie non devono essere disonorate. Anche oggi vogliamo ricordare che queste due condizioni non sono in alcun modo discutibili.

La nostra porta per un dialogo con il governo è rimasta aperta per tutto questo tempo. Come per ogni altra cose, è sempre l’inizio ad essere il passo più difficile da compiere. Come prova di buona fede, il governo dovrebbe nominare o dislocare un settore ufficiale per il dialogo, invece di usare il Dipartimento di pubblica sicurezza o il personale addetto alla sicurezza dello Stato, gli stessi che ci monitorano e ci seguono ogni giorno per “parlare”con noi. Questo modo di fare è senza senso e non porta da nessuna parte. Di conseguenza, per riflettere la natura inclusiva di questo dialogo, noi speriamo che – invece che discussioni individuali – il governo cerchi di coinvolgere il maggior numero possibile di famiglie delle vittime per parlare. La

Sin dall’inizio dell’anno in corso, in tutte le nazioni di Medioriente e Africa settentrionale si sono susseguite manifestazioni e proteste a favore della libertà e della democrazia. Il governo cinese ha deciso di definire queste forme di protesta popolare come “sommovimenti”: e, fino ad ora, non ha mai menzionato le richieste della gente, che chiede libertà e democrazia. Perché? Perché ne hanno paura. Il governo ha paura che la situazione attualmente in corso in Medioriente e Africa possa arrivare fino alla Cina continentale, e teme che questo possa scatenare eventi simili a quelli che hanno portato al movimento democratico del 1989. Le autorità, di conseguenza, hanno stretto i controlli sulla società civile e intensificato la repressione: questo ha prodotto un serio deterioramento della situazione dei diritti umani in Cina. In particolare, la situazione che si è verificata sin dal febbraio di quest’anno è la peggiore che si sia mai vista proprio dai tempi di Tiananmen. È il periodo peggiore per la nostra nazione negli ultimi 22 anni. Il silenzio regna in tutta la nazione. Con nostra grande sorpresa, nonostante tutta questa repressione alcune agenzie governative per la sicurezza statale hanno lanciato conversazioni private e dialoghi con le famiglie delle vittime del 4 giugno. Come può questo fatto non suonare molto strano?


quadrante

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Fujimori - Roma il Perù al voto

Russia, brucia arsenale di missili

LIMA. Il Perù si prepara a scegliere l’erede di Alan Garcia, in una tra le più combattute corse alla presidenza. Domani la figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, Keiko, cercherà di confermare nelle urne il vantaggio acquisito nei sondaggi sul leader della sinistra Ollanta Humala. Un vantaggio non incolmabile, poco più di un punto percentuale secondo l’inchiesta Ispos di giovedì, ma che conferma una tendenza registrata nelle ultime settimane. E dire che Humala, militare sospeso dall’esercito per aver tentato un golpe nei confronti di Fujimori senior, sostenuto dallo scrittore premio Nobel Mario Vargas Llosa, aveva chiuso il primo turno con il 31 per cento dei consensi, otto punti in più della rivale.

MOSCA. Un incubo. In Russia sta andando a fuoco un arsenale dove vengono conservati non meglio precisati “missili”, nella Repubblica di Udmurtia, regione del Volga. Le esplosioni nella base militare non si placano, i vigili del fuoco sembrano impotenti. I frammenti delle deflagrazioni sono arrivati a 2 km di distanza. Il bilancio per ora è di 45 morti e decine di feriti. I superstiti raccontano scene da incubo, la gente dei villaggi vicini fuggita in preda al panico dalle proprie case. Le autorità stanno evacuando 28 mila persone dai villaggi dell’Udmurtia, così come dal limitrofo Tatarstan. Secondo le prime informazioni sono conservate nel deposito 58 tonnellate di missili.

Scontri in Siria: decine di morti DAMASCO. Sarebbero almeno 67 le persone uccise ieri dalle forze di sicurezza siriane a Hama, città siriana a nord di Damasco. Lo riferisce la tv al-Arabiya, citando fonti dell’opposizione. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, a Hama ieri sono scese in piazza almeno 50mila persone per protestare contro il presidente siriano Bashar al-Assad. Intanto la Francia ha denunciato un peggioramento delle violazioni dei diritti umani nel Paese. Secondo il portavoce del ministero degli Esteri «Gli abitanti di numerose città, tra cui Rastan, Talbisseh e Dera’a, vivono in condizioni disumane, senza cibo, acqua, energia elettrica, accesso ai servizi sanitari. E si registrano omicidi e arresti anche negli ospedali».

L’ex generale serbo ha detto di voler prima leggere le «terribili» imputazioni a suo carico. La prossima udienza il 4 luglio

Mladic alla sbarra dell’Aja

Il boia di Srebrenica non si è dichiarato né colpevole né innocente di Antonio Picasso on ho ucciso croati in quanto croati, ho solo difeso il mio Paese e voglio restare vivo fino al giorno in cui tornerò un uomo libero». Sì, in effetti Ratko Mladic non si è dichiarato né colpevole né innocente, come appunto battevano le agenzie ieri. Al contrario, con queste parole, è come se l’ex comandante serbo-bosniaco si fosse riconosciuto responsabile di avere comunque le mani sporche di sangue. «Non ho ucciso croati in quanto tali», equivale ad ammettere le carneficine perpetrate fra il 1992 e il 1995 in quella che un tempo era la Jugoslavia. Poco importa se poi quei massacri si riducano a operazioni di difesa dei confini nazionali. Tuttavia, non basta il patriottismo per scagionare Mladic. E tanto meno appare utile il paravento di malattia dietro il quale si è nascosto. Anche perché l’imputato è sembrato tutto fuorché malato e non in condizioni di reggere le fatiche di un tribunale. Anzi. È con scostante arroganza che, ieri, il boia di Srebrenica si è presentato all’udienza di apertura del processo a suo carico, presso la Corte penale internazionale (Icc). Un atteggiamento, quello di Mladic, che potrebbe incidere negativamente anche sulla minima propensione alla clemenza, da parte del presidente del tribunale, l’olandese Alphons Orie. L’ex generale è salito sul banco degli imputati indossando un abito civile grigio e un cappellino dello stesso colore.

Nella sua prima apparizione davanti al Tribunale penale internazionale per la ex Jugloslavia, l’ex generale serbobosniaco, Ratko Mladic, ha risposto alle accuse dichiarando di aver solo difeso la sua patria. «Ho difeso il mio popolo e il mio Paese, ora sto difendendo me stesso», ha detto alla corte con tono di sfida

«N

Nessuna uniforme, quindi, come invece aveva egli stesso anticipato. Bensì la testa coperta, quasi a sfregio delle autorità internazionali che aveva di fronte. Nel corso dell’udienza, comunque preliminare e quindi volta unicamente alla lettura dei capi di imputazione, Mladic ha mantenuto uno sguardo algido. Dal tono di voce monocorde, sembrava che non fosse colpito dai crimini che gli venivano addossati. Distaccato di fronte alla giustizia. Chissà se lo stesso avviene verso la sua co-

scienza? Questo modo di rigettare le colpe come «mostruose» è rimasto privo di conseguenze. Tant’è che i giudici non si sono fatti emozionare da un uomo di 68 anni che pretende di passare per un innocente malato, se non addirittura per un eroe di guerra. Il solo momento di tensione, ma passeggero, è nato quando Mladic ha sottolineato che il suo anno di nascita sarebbe il 1943 e non il precedente, come invece si legge dagli atti dell’Icc. A differenza dei casi di Milosevic e Karadzic, il presidente del tribunale ha insistito perché all’imputato venisse letto per intero il documento di imputazione. In passato infatti, i predecessori di Orie erano caduti nella trappola procedurale che

aveva permesso agli altri criminali della guerra di Jugoslavia di rigettare a priori i testi di accusa. Ma soprattutto di non riconoscere l’autorità dell’Icc. Nella fattispecie a Mlacid è stato negato questo diritto. Che, in realtà, è una prassi vantaggiosa per la procura. Il macellaio dei musulmani di Bosnia è stato costretto, di conseguenza, a seguire la presentazione delle 62 pagine di ricostruzione dei suoi crimini.

Il testo si presenta diviso in tre parti. La prima è dedicata alle “gesta”militari del diretto interessato. La seconda, invece, costituisce l’accusa in sé. Crimini a responsabilità individuale, atti di criminalità organizzata, genocidio, perse-

cuzione, sterminio, assassinio, crimini contro l’umanità, violazione delle leggi di guerra, deportazioni e atti inumani di varia natura. Questi sono i nove grandi paragrafi del testo. Al loro interno, si rimanda alle attività finalizzate allo spostamento permanente di minoranze (leggi pulizia etnica), terrorismo e detenzione di ostaggi. La terza parte del documento consiste in un riepilogo storiografico delle nefandezze commesse dagli uomini di Mladic durante il conflitto. In questo caso, non si riporta alla luce solo la memoria di Srebrenica, ma anche quella lunga serie di eventi che l’Europa occidentale non ha mai saputo e che, per sedici anni, è rimasta archiviata nella mente dell’ex


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Yemen: attaccato il palazzo presidenziale. Giallo su Saleh SANA’A. Il presidente yemenita Ali Abdallah Saleh sarebbe rimasto ferito da colpi di artiglieria mentre stava pregando nella moschea del palazzo presidenziale a Sana’a. Lo dice l’emittente Al Arabiya. Nell’attacco sferrato al palazzo presidenziale sarebbero rimasti feriti il premier e il presidente del Parlamento - quest’ultimo in modo critico e rimaste uccise quattro guardie del corpo. Fonti dell’opposizione affermano invece che sarebbe morto anche il presidente, notizia negata dal governo che ha annunciato un suo discorso nelle prossime ore. Quel che è certo è che la rivolta contro il trentennale regime yemenita è ormai sfociata in guerra civile. Nella capitale i combattimenti si sono estesi dalla parte settentrionale a quella meridionale, con pesanti bombardamenti contro la casa dello sceicco Sadiq al-Ahmar, capo della tribù dissidente degli Hashid. La sede della compagnia aerea Yemenia, che si trova ac-

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

canto all’abitazione di al-Ahmar, e i locali di un’emittente televisiva locale, Souheil, controllata dagli Hashid, sono state distrutte. I miliziani della tribù hanno risposto al fuoco e secondo il portavoce del gruppo sarebbero stati proprio loro ad attaccare il palazzo presidenziale. Situazione pesantissima anche a Taiz, dove le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui manifestanti e dove ci sarebbero decine di ferite, alcuni molto gravi.

I giudici della Corte dell’Aja. Da sinistra: Bakone Moloto (Sudafrica) Christoph Fluegge (Germania), Alphonse Orie (Olanda)

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Jacopo Pellegrini, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato

comandante serbo. Con la fine della latitanza di uno dei suoi massimi responsabili, la guerra di Jugoslavia giunge a una svolta. Ieri, proprio fuori dal palazzo dell’Icc all’Aja, un gruppo di sopravvissuti della guerra si è riunito per seguire dalla prima fila l’epilogo di quest’uomo. L’ex generale ha rigettato qualsiasi punto delle accuse, definite a suo giudizio «ripugnanti». Si è nascosto dietro la giustificazione del suo debole stato di salute. Rivolgendosi direttamente alla cancelliera del tribunale, ha dichiarato di non aver capito «quello che questa giovane donna ha appena finito di leggere». I suoi familiari sostengono che Mladic sia stato colpito da un ictus, che gli ha provocato la paralisi parziale della parte destra del corpo. La stampa croata, invece, insiste sul cancro linfatico.Tutte spiegazioni, queste, che hanno portato l’imputato a domandare più di mese di tempo per abbozzare una linea difensiva. Peraltro, non è chiaro se Mladic confermerà l’incarico all’avvocato Milos Saljic, suo compatriota e messogli a disposizione dall’Icc, oppure se sceglierà di proseguire nel processo in autonomia. Come fecero Milosevic e Karadzic. Il giudice Orie ha fissato la prossima udienza il 4 luglio. Dopo solo un round del processo, è difficile trarre delle conclusioni. L’intransigenza della corte lascia pensare che nessuno all’Aja tema le ripercussioni

Fra le imputazioni: genocidio, persecuzione, sterminio, assassinio, crimini contro l’umanità e deportazioni politiche di questo appuntamento giudiziario. Del resto, se la Serbia ha dato l’ok per l’estradizione di Mladic, vuol dire che Belgrado si sente sufficientemente corazzata per reagire alle proteste nazionaliste. Gli scontri della settimana passata sembrano un episodio isolato. Non lo sono. Ma, al momento, torna utile a tutti farle passare per tali. Il governo Tadic sa che l’ingresso in Europa passa per l’Aja. Il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, ieri in Slovenia, è tornato a parlare della vicenda. «Si è trattato di un passo importante», ha spiegato il leader europeo.

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Da parte sua, la linea abbozzata dall’imputato sembra orientata a suscitare emozioni e forse pena presso i suoi compatrioti. Quel continuo sottolineare la sua debolezza fisica e il fatto di aver difeso la Serbia potrebbe risvegliare la sensibilità nazionalistica di Belgrado. Sia l’Icc sia Tadic, però, devono correre questo rischio. La Serbia desidera chiudere un contenzioso storico, con la comunità internazionale e con i vicini balcanici.

Il Tribunale dell’Aia, da parte sua, mira a consolidare la sua immagine super partes, in termini di diritto ma anche dotata di un’autonomia politica. «La giustizia non dimentica», si legge in un comunicato di Human Right Watch (Hrw), emesso a margine dell’udienza di ieri. Per le Ong impegnate sul fronte dei diritti umani, ma anche per l’Icc, il caso Jugoslavia – da Milosevic in poi – deve costituire un precedente vincolante e un elemento di deterrenza. L’obiettivo è punire tutti i colpevoli di crimini contro l’umanità, senza limiti spaziotemporali. I giudici dell’Aja seguono il dossier Mladic non solo perché con esso si chiude il capitolo Jugoslavia, ma soprattutto in quanto viene confermata una dottrina di diritto internazionale da utilizzare contro altri personaggi a piede libero. Hrw, in questo, è chiara: colpire Mladic per arrivare a Bashir in Sudan e possibilmente a Gheddafi.

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il personaggio della settimana Storia di una battaglia (assurda) per interposta persona. Tra affari e salute pubblica

Quanti miliardi in fumo Bloomberg fa guerra alle sigarette con nuove leggi. Philip Morris sfida l’Uruguay che vieta il tabacco. In realtà,la sfida è tra i due colossi: è il sindaco di New York a pagare i legali di Montevideo... di Maurizio Stefanini ichael Bloomberg contro Philip Morris. Anche se, in teoria, novantacinque anni dividono Michael Bloomberg da Philip Morris. Nel 1942, infatti, Michael Bloomberg nacque a New York, da una famiglia di ebrei russi. Nel 1847 Philip Morris aprì un negozio da tabaccaio a Londra, nella famosa Bond Street. Queste ideali Vite Parallele continuano da una parte nel 1973, quando il 29enne Bloomberg dopo studi alla Johns Hopkins University e ad Harvard si impiega a lavorare nei mercati azionari per la famosa banca di investimenti Salomon Brothers. Dall’altra nel 1854, quando il tabaccaio Philip Morris decide di provvedersi da solo della merce che vende, fabbricando la sua prima sigaretta. Bloomberg invece si mette in proprio nel 1981, quando è licenziato e usa i 10 milioni di dollari della liquidazione per sviluppare ulteriormente i software da lui sperimentati per Salomon Brothers, in una nuova società chiamata Innovative Market Systems. A proposito: Bloomberg lavora nella finanza, ma è laureato in ingegneria elettrotecnica. Per portare avanti la sua idea di informatizzare il mercato finanziario incomincia a installare terminali a tutto spiano: 22 del 1982, 5000 nel 1987. Ma già nel 1986 la Innovative Market Systems è stata ribattezzata Bloomberg L.P..

M

La Philip Morris sbarca invece a New York nel 1902, come Philip Morris & Co., Ltd.. La produzione è ancora in Inghilterra, e infatti la famosa marca per donne Marlboro è lanciata nel 1924 prendendo il nome da Great Marlborough Street: la via di Londra dove ha sede la fabbrica. Ma già nel 1929 è fabbricata la prima sigaretta negli Stati Uniti: a Richmond, in Virginia, dopo l’acquisto di uno stabilimento pre-esistente. Nel 1933. E nel 1954 viene lanciata la Marlboro per uomini, destinata a di-

ventare la sigaretta più venduta del mondo. Non è l’unica marca famosa della ditta.Tra le altre ci sono infatti l’australiana Longbeach, la L&M col filtro, le classiche Philip Morris e Red & White, la Bond Street dalla via della tabaccheria originale, la virginiana Chesterfield, la Parliament col filtro di carta, le dolci Lark e A-Mild, e poi Morven Gold, Muratti, DJI Sam Soe, Multifilter e Virginia Slims. Nel 1954 la Philip Morris ha in effetti iniziato a uscire da Usa e Regno Unito, con una Philip Morris Australia poi divenuta l’anno dopo Philip Morris Overseas, e nel 1967 c’è la ristrutturazione tra Philip Morris Domestic, Philip Morris International e Philip Morris Industrial. Dal 1970 la Philip Morris inizia a sconfinare dal campo del tabacco, attraverso l’acquisto della produttrice di birra Miller Brewing Company. E nel 1985 diventa una vera e propria holding, con l’acquisto di General Foods, cui segue nel 1988 la Kraft, poi fusa a General Foods in Kraft General Foods. Oggi Philip Morris International è una holding con sede a Losanna in Svizzera, che ha nel consiglio di Amministrazione anche Marchionne e Carlos Slim, 75.000 dipendenti e il 15,6% del mercato delle sigarette fuori dagli Usa. Philip Morris Usa, separatasi da Philip Morris International nel 2004, ha sede a Richmond, e fa parte con John Middleton, Inc., United States Smokeless Tobacco, Inc., Philip Morris Capital Corporation e Chateau Ste. Michelle Wine Estates del gruppo Altria: sede a Henrico in Virginia, e distinta da Philip Morris International dal 2008. Philip Morris International e Altria sono oggi due delle prime cinque multinazionali del tabacco al mondo, assieme all’inglese British American Tobacco di Londra (quella di Lucky Strike), alla pure inglese Imperial Tobacco di Bristol (quella di Gauloises, Gitanes e John Player Special) e alla Japan Tobacco (che ha le Camel).

Anche se, in assoluto, la società che vende di più, anche se solo in patria, è la China National Tobacco Co..

Ma pure Bloomberg nel frattempo è cresciuto. Nel 2009 la sua società, fornitrice di strumenti software di analisi dei dati finanziari come piattaforma di scambio e di equità, servizi di dati e notizie per le società finanziarie e organizzazioni di tutto il mondo, è arrivata a 250.000 terminali, sparsi su tutto il pianeta. In più ha un network radiotelevisivo, incluso in un servizio globale di notizie per televisione, radio, Internet e giornali. In tutto Bloomberg società rappresenta un terzo dei 16 miliardi dollari del mercato finanziario dei dati globale, con un fatturato stimato di 6,6 miliardi dollari. Mentre Bloomberg Michael non solo con una fortuna personale da 18,1 miliardi di dollari entrava stabilmente nella classifica Forbes dei miliardari, come trentesima persona più ricca del mondo, e decima persona più ricca degli Stati Uniti. Dal 2002 è diventato anche il 108esimo sindaco di New York, su una posizione abbastanza peculiare. Bloomberg infatti è partito come repubblicano: però un repubblicano sì ortodosso in campo economico, ma liberal sul resto degli argomenti politici. Favorevole in particolare a aborto e matrimonio gay. Insomma, una posizione più da liberale europeo che da liberal Usa. E in effetti, fino al 2001 era stato democratico. Ma poi nel 2007 ha lasciato anche i repubblicani, e da allora è schierato come orgoglioso indipendente. Un personaggio molto sui generis, dunque, Per il suo lavoro di sindaco accetta infatti solo uno stipendio simbolico di un dollaro all’anno, viaggia abitualmente in metropolitana, e ha dichiarato una guerra al fumo che dal 23 maggio scorso


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Diciotto miliardi di patrimonio Michael Bloomberg è nato a Boston nel 1942 da una famiglia di immigrati ebrei di nazionalità russa. Dopo la laurea conseguita presso la Harvard University, ha fatto fortuna con la sua compagnia, la Bloomberg L.P., e con la sua radio network. Dal 2001 è sindaco di New York ma non risiede nella tradizionale residenza del sindaco della città, ovvero a Gracie Mansion, bensì nel suo appartamento nell’Upper East Side, e raggiunge quotidianamente il Municipio in metropolitana. Bloomberg è un personaggio atipico nel panorama politico americano, infatti pur essendo appartenente al Partito Repubblicano è considerato da molti un repubblicano liberale, a causa delle sue idee favorevoli all’aborto e alla legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, molto più vicine agli ideali democratici. Nel 2005 è stato rieletto con un margine del 20% sull’avversario democratico Fernando Ferrer. Nel 2010 la rivista Forbes lo ha classificato al 10º posto tra i più ricchi d’America con un patrimonio di 18 miliardi.

ha bandito il tabacco in tutte le aree pubbliche: compresi 1700 parchi comunali e 30 km di spiagge. Pena: una multa da 50 dollari, anche se all’inizio gli agenti anti-fumo sono stati invitati a non calcare troppo la mano, e a riprendere i fumatori con ”consigli educativi”. Gli hanno dato del “totalitario”, ma lui non ha sentito ragioni. «I newyorkesi che vogliono godere delle spiagge e dei parchi della città avranno il piacere di non trovare più mozziconi di sigaretta intorno alle loro panchine, e potranno respirare aria fresca in ogni momento», ha dichiarato nel firmare la legge. Da quando lui è sindaco, almeno 400.000 newyorkesi hanno smesso di fumare. Ma anche Philil Morris è una multinazionale del tabacco sui generis. Straordinariamente attenta all’immagine, ad esempio a maggio si è guadagnata gli elogi di Human Rights Watch per i suoi sforzi nel migliorare le condizioni dei suoi lavoratori in Kazakistan, dopo aver chiesto consiglio su come applicare pratiche di lavoro più eque. In una dichiarazione, Hrw ha riferito che un rigoroso monitoraggio indipendente sarà comunque necessario per tuteleare i lavoratori. Ma Philip Morris International ha comunque accettato il parere di Hrw in materia di occupazione e sull’eliminazione del lavoro minorile tra i fornitori, dopo un rapporto del 2009 in cui era documento lo sfruttamento di lavoratori migranti in Kazakistan da parte di aziende

agricole che producono tabacco per Philip Morris. Con abusi come lavoro forzato, mancato pagamento di salari e di contratti scritti. Allo stesso modo, in Italia Philip Morris International ha finanziato pensatoi

bassamento dei prezzi che a costretto anche i concorrenti a fare altrettanto.

Insomma, due guerre a tutto campo. Che si sono incrociate a sorpresa in Uruguay: o me-

Una nuova norma impedisce ai newyorkesi di accendere le “bionde” anche nei parchi e sulle spiagge politici in modo assolutamente trasversale: Italianieuropei di D’Alema come Magna Carta di Quagliariello. Pure a maggio in Spagna Philip Morris ha scatenato una vera e propria guerra dei prezzi, rispondendo alle leggi anti-tabacco con un ab-

glio, a Parigi, dove è però l’Uruguay che è stato citato dalla Philip Morris presso il Centro Internazionale di Regolamento delle Controversie Relativa a Investimenti della Banca Mondiale. Dopo vari decenni in cui sono vittime di cause in tribu-

nale con richieste di risarcimenti sempre più pesanti per danni alla salute, è la prima volta in assoluto che una multinazionale del tabacco cita in giudizio uno Stato per leggi anti-fumo. Golia contro Davide, è stato commentato: i 31,5 miliardi di dollari del Pil uruguayano sono poco più della metà rispetto ai 62 miliardi del fatturato annuo della Philip Morris International. Ma in tribunale finora le società del tabacco erano sempre dovute rimanere su una scomoda difensiva, e inoltre il governo di Montevideo ha incassato subito il sostegno dei 170 Paesi firmatari della Convenzione dell’Oms per la lotta contro il tabacco, che hanno deplorato «le azioni intraprese dall’industria del tabacco per ostacolare e minare le politiche governative di controllo del consumo». Insomma, l’occasione è epocale. Secondo Philip Morris International, infatti, la legislazione anti-fumo uruguayana avrebbe violato un trattato sulla promozione e protezione degli investimenti firmato con la

Svizzera nel 1998, e abbiamo ricordato che la multinazionale ha sede a Losanna. Una vittoria attaccandosi a questo appiglio potrebbe costituire un precedente importantissimo. La società non ha fatto dichiarazioni ufficiali, ma in maniera informale ha fatto riferimento alla proibizione di proibire le versioni light delle sigarette, che l’ha obbligata a ritirare 7 dei 12 prodotti che vendeva in Uruguay.

«Crediamo che l’eliminazione arbitraria delle marche non è servita a migliorare la salute pubblica, ma ha solo portato i consumatori a spostarsi su marche locali o sul contrabbando», è stato un commento di queste fonti informali. Inoltre, la Philip Morris International giudicherebbe in contrasto con il trattato invocato la disposizione che obbliga a destinare l’80% della superficie dei pacchetti a immagini e avvertenze sui rischi del fumo. Fu nel 2006 il presidente Tabaré Vásquez, oncologo di professione, a proibire del tutto il fumo negli spazi pubblici chiusi: primo Paese in America Latina e quinto in tutto il mondo a prendere una simile iniziativa. Al Ministro della Sanità uruguayano dicono che la Philip Morris International vuole creare guai a un Paese piccolo, in modo da spaventarne altri... Anche senza una condanna, le spese di giudizio potrebbero comunque rappresentare un deterrente. Ma già da novembre Bloomberg aveva sborsato mezzo milione di dollari di tasca propria, per aiutare il governo uruguayano a sostenere le spese legali del giudizio che si annunciava. Insomma, da Davide contro Golia, a scontro tra Titani.


ULTIMAPAGINA Un secolo fa veniva inaugurato l’Altare della Patria dedicato all’unità nazionale

Dalla polvere all’altare, cento anni di

Qui sopra il Vittoriano ideato da Piacentini oggi. Sotto, il monumento negli anni 20

di Marco Ferrari a macchina da scrivere nacque nel 1846 inventata dal novarese Giuseppe Ravizza, il monumento denominato “macchina da scrivere” fu invece inaugurato esattamente cento anni fa, il 4 giugno 1911, in occasione dell’esposizione internazionale. Parliamo del Vittoriano di Roma, l’Altare della Patria, solenne colosso che, all’epoca, voleva celebrare il cinquantesimo anniversario dell’unità italiana.

L

Vittorio Emanuele III lo inaugurò sotto un cielo plumbeo davanti a 20 mila persone disposte dello scenario di Piazza Venezia. Qualcosa non andò per il verso giusto quando il piccolo e impacciato Savoia azionò il pulsante che doveva far scorrere il drappo bianco messo sopra la statua equestre dedicata al nonno,Vittorio Emanuele II. Allora una squadra di operai salì sin sulle guglie del complesso per far volare il drappo e lasciare libere le bronzee figure. Il lenzuolo in caduta libera finì proprio nell’area riservata ai sindaci d’Italia e ben 500 teste furono seppellite tra apprensioni e risate. Infine le parole di Giovanni Giolitti volarono nel vento e quasi nessuno fu in grado di percepirle. L’idea del Vittoriano era stata di Giuseppe Zanardelli (18261903), bresciano, baffuto, massone dichiarato, prima ministro e poi presidente del Consiglio all’inizio del secolo, anche se il primo finanziamento del Consiglio Comunale di Roma è datato 1878, nove mesi dopo l’approvazione del progetto vincitore firmato dall’architetto marchigiano Giuseppe Sacconi, selezionato tra 315 partecipanti. Non caso la materia scelta per l’imponente costruzione non è, come molti credono, il marmo di Carrara ma il «botticino mattina», una pietra candida che viene dal bresciano, collegio elettorale di Zanardelli, e che ha il pregio di avere una forte omogeneità cromatica. Giuseppe Sacconi (1854-1905) optò per una simbologia considerata pagana, la Dea Roma, si limitò a un omaggio equestre a Vittorio Emanuele III e esaltò le idee nella nuova Italia, l’economia, la libertà, l’unità. Il Vaticano non gradì molto poiché per far posto al bianco monumento adiacente il Campidoglio fu demolita la torre medioevale di Paolo III, i tre chiostri del convento dell’Ara Coeli, chiese, vicoli e aree archeologiche. Nell’ambito della gerarchia ecclesiastica qualcuno considerò il progetto di Sacconi un omaggio all’oscurantismo, anche se l’architetto ascolano, di simpatie liberali, era nipote del cardinale Carlo Sacconi e in seguito restaurò il santuario di Loreto. Sacconi, però, non riuscì mai a vedere il suo gioiello completato poiché morì nel 1905 lasciando ad altri (Gaetano Koch, Pio Piacentini e Manfredo Manfredi) il completamento dei lavori. Anche il progettista della statua equestre di Vittorio Emanuele, Enrico Chiaradia, se ne andò per sempre prima dell’inaugurazione, nel 1901, aumentando scara-

mantiche voci sul monumento. Solo in seguito, dal 4 novembre 1921, il Vittoriano ospitò le spoglie del milite ignoto scelto nella basilica di Aquileia tra 11 salme di caduti non identificati, trasformandosi in monumento militare e quindi diventando nel ventennio un simbolo dell’identità bellica fascista. In realtà i romani non lo hanno mai amato troppo chiamandolo, appunto, macchina da scrivere oppure torta nuziale oppure bomboniera, spogliandolo del suo signi-

noni e dei rottami del primo conflitto mondiale offerti dal Ministero della Guerra. Al termine della fusione i proprietari delle fonderie e gli operai brindarono all’interno del ventre del cavallo. Con quel colore algido abbagliante nel mezzo di una città color mattone, rosso, ocra,

VITTORIANO scura di travertino, di pini marittimi e di mura romane, spicca ancora di più e proclama la propria imponente e ingombrante presenza rispetto ad altri monumenti simili in città diverse come la Torre Eiffel, la Mole Antonelliana, la Sagrada Familia o la Statua della Libertà. Largo 135 metri e alto 70 metri più le due quadriglie alte 11 metri, il Vittoriano è sì un simbolo eclettico ma anche un elemento estraneo al gusto del luogo al punto di tradire la vocazione iniziale, quella di celebrare la grandezza romana e di far rivivere la classicità imperiale. Nonostante ogni tanto qualcuno ne chieda la demolizione, come fecero i Futuristi, il Vittoriano è sempre là a rappresentare l’unità del Paese. Dopo la chiusura a causa di un attentato nel 1969 venne riaperto nel 1997 e dal 2007 un ascensore panoramico conduce i visitatori nella terrazza delle quadrighe da cui, effettivamente, si gode una visione completa della città eterna. Da qualche anno poi, al suo interno, ospita grandi esposizioni. Proprio qui ha sede il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana, promosso dal ministero degli Affari esteri con la collaborazione del ministero per i Beni e le Attività culturali per rendere omaggio ai 30 milioni di italiani che dal 1861 agli anni sessanta del secolo scorso lasciarono la Penisola.

Dopo la chiusura a causa di un attentato nel 1969, il monumento venne riaperto nel 1997. Dal 2007 un ascensore panoramico conduce i visitatori nella terrazza ficato civico e militare. Solo di recente il Vittoriano ha riacquistato un grande significato statale. L’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi ha infatti voluto una camera ardente per i caduti nell’attentato del 12 novembre 2003 a Nasiriyya, in Iraq, coinvolgendo in quell’occasione sia il mondo politico che quello religioso e di fatto ricomponendo la frattura che il Vittoriano aveva creato un secolo prima.

Ma, si sa, che i monumenti perdono quasi tutti pian piano il significato originale essendo segni di un’epoca. Ma quel macigno di pietra così piazzato nel cuore di Roma è difficile da occultare. Meglio, appunto, fornirgli funzioni nuove e inedite. Anche perché quel monumento fu progettato pochi anni dopo il trasferimento della capitale a Roma a la caduta del potere temporale del papa. Allora arrivarono progetti da tutto il mondo, soprattutto di stampo laico. Così si dovette bandire un secondo concorso solo nazionale con criteri più stretti anche se, alla fine, di stretto c’era ben poco poiché il Vittoriano è una collina di pietra che sovrasta qualsiasi altro monumento nazionale. Ma, come spesso succede in Italia, il monumento non fu subito completato. Ad esempio le due quadriglie alate presenti ai lati, su progetto di Carlo Fontana e Paolo Bartolini, furono inserite solo nel 1925 fuse dalla Fonderia Artistica Fiorentina e dalla Fonderia Chiarazzi di Napoli con il bronzo dei can-

Il museo, allestito negli spazi della Gipsoteca del Vittoriano lato Ara Coeli, inaugurato il 25 settembre 2009, mette in mostra, in chiave di lettura nazionale, l’immenso patrimonio storico e culturale italiano inerente l’emigrazione su scala regionale e locale che oggi porta a considerare in 60-70 milioni le persone di origine italiana sparse nel mondo, principalmente in Argentina, Uruguay, Brasile, Venezuela, Australia e Stati Uniti.


2011_06_04