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Errare fu umano,

ma è diabolico perseverare per animosità nell’errore Sant’Agostino

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 28 AGOSTO 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Il centrodestra aspetta la verifica di settembre, la sinistra cerca un nuovo Ulivo, ma il vero nodo è quello delle regole

Ora ammazziamo il porcellum Finito il teatrino estivo, bisogna prendere atto che il premio di maggioranza non garantisce stabilità e che un Parlamento fatto di «nominati» non è in grado di essere classe dirigente VERSO LA RIPRESA

di Riccardo Paradisi

Adesso ci sono i numeri per cambiare la legge elettorale

ROMA. Ormai la maggioranza è concentrata solo sulla fiducia da estorcere ai finiani sui cinque punti scritti da Berlusconi, mentre la sinistra tenta di ricomporre un nuovo Ulivo. Ma il problema centrale del Paese, dopo il teatrino delle polemiche e dei proclami estivi, è sempre lo stesso: come garantire la governabilità. In altre parole, bisogna cambiare la legge elettorale che produce solo un Parlamento di «nominati».

di Rocco Buttiglione inisce l’agosto dei chiacchiericci e sembra che alla fine non sia successo nulla. A settembre si voterà in Parlamento una mozione sulla quale si ricomporrà formalmente la vecchia maggioranza, come era del resto inevitabile. Si andrà avanti con il vecchio programma di governo. Poteva andare meglio. Si poteva fare, come noi abbiamo proposto, un governo di responsabilità nazionale per affrontare la crisi. Poteva finire anche peggio, con elezioni anticipate senza un programma per il paese, fatte solo per dirimere gli scontri interni della classe politica. Qualcosa di importante, tuttavia è successo. La resa del partito del voto anticipato ha due motivi.

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Oggi la Serie A al via con i primi anticipi In campo Udinese-Genoa e Roma-Cesena

Comincia un campionato a rischio ultrà di Alessandro D’Amato

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Parlano Viespoli e Realacci

Parla Michele Ainis

«Il bipolarismo «Ormai è l’Italia a chiederci è finito, bisogna voltare pagina» questa riforma» Finiani e Pd pronti «C’è un terzo polo: a cambiare: «In caso gli elettori vogliono tornare a scegliere. contrario, c’è il pericolo di un blocco Anche con della governabilità» le preferenze» Francesco Lo Dico • pagina 5

Vladimiro Iuliano • pagina 3

Dura presa di posizione sull’espulsione. «Ma la Chiesa non è di destra né di sinistra»

Il Vaticano contro l’«olocausto rom» Nuovo attacco alla politica di Sarkozy: «Punisce i deboli» di Massimo Ciullo

Alemanno risponde con le ruspe

ROMA. Ancora parole dure

Rogo tra gli abusivi, muore un bambino

del Vaticano contro la politica anti-rom del presidente Sarkozy. La Chiesa «non è di destra né di sinistra e non intende entrare nelle discussioni politiche» ma solo proporre il suo punto di vista in tema di «difesa dei diritti umani e della dignità delle persone» ha detto il segretario del Pontificio Consiglio per i migranti Agostino Marchetto. a pagina 6 seg1,00 ue a (10,00 pagina 9CON EURO

di Andrea Ottieri

ROMA. Un bambino di tre mesi è morto nell’incedio divampato ieri notte in un campo rom abusivo. Il fratellino è grave e i genitori, appena curati in ospedale, sono scappati. Alemmanno smantella il campo e dice: «Servono le espulsioni». a pagina 7 I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

167 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

ROMA. Sarà la sfida più interessante di un campionato di Serie A ormai avaro di novità, visto lo strapotere dell’Inter e le difficoltà economiche del nostro calcio, che Il nostro calcio non è più così appetito come un tempo dai deve anche campioni stranieri: chi riscattare vincerà la partita del- l’umiliazione l’anno, quella tra i mi- dei Mondiali nistro Roberto Maroni e tutti gli ultras delle varie squadre? Un assaggino delle peripezie che ci attendono è stato dato al ministro Maroni durante la festa della Lega in quel di Bergamo. a pagina 23

Bandiere e zingari del calciomercato

Totò e Ibrahimovic, due modelli alternativi di Maurizio Stefanini andiere e banderuole, si potrebbe dire. Nel momento in cui il calciomercato sfuma verso l’inizio della serie A 2010-2011, Antonio Di Natale è diventato un protagonista non per un suo trasferimento, ma per il modo in cui un trasferimento di lusso alla Juventus lo ha rifiutato. Preferendo piuttosto restare in quell’Udinese per i cui tifosi è diventato un emblema. Tutto al contrario dello «zingaro» Ibrahimovic.

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a pagina 22 IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 28 agosto 2010

Cambiamenti. La politica si rimette in moto partendo dalle convergenze per cancellare il Porcellum. La disponibilità dei finiani

Il tempo della riforma

Il centro rilancia il sistema alla tedesca, per Bersani occorre restituire agli italiani la possibilità di scegliere chi li rappresenta in Parlamento di Riccardo Paradisi hiusa la stagione teatrale estiva – definizione del premier Silvio Berlusconi, che ha definito questi mesi un teatrino di vecchia politica – spentosi il cinerama dei possibili scenari futuri, riportata l’agenda politica alla verifica del prossimo settembre – quando la maggioranza dovrà superare lo scoglio della fiducia interna sui cinque punti del programma di governo – ecco chiusa la parentesi estiva si ricomincia a ragionare sulle cose, suoi piani concreti. A partire dalla proposta di modifica di una legge elettorale, quella attuale, che a partire dal suo ideatore, l’attuale ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, viene definita una porcata.

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Del resto se dopo settembre ci dovesse essere una nuova fibrillazione interna alla maggioranza, stavolta così seria da produrre un trauma nel governo, la Lega per prima, riaprendosi i giochi e cessando il vincolo governativo, potrebbe essere interessata al cambiamento della legge elettorale. Sicché mentre Walter Veltroni rilancia la strategia del partito a vocazione maggioritaria il segretario del Pd Pierluigi Bersani, pragmatico e convinto che il governo non arriverà alla fine naturale della legislatura, ragiona su un’obiettivo più minuto ma potenzialmente decisivo: coalizzare una maggioranza sulla nuova legge elettorale su cui sarebbero già al lavoro gli esperti del Pd. Una riforma elettorale che Bersani sottoporrà tra breve a tutti gli attori politici. Non solo ai rutelliani e ai dipietristi ma anche all’Udc e alla pattuglia di Futuro e libertà. Pattuglia che lancia un messaggio di disponiblità preventivo. «Per noi c’è una maggioranza e un impegno di legislatura a favore del governo Berlusconi– dice il capogruppo di Fli alla Camera Italo Bocchino – Ma se qualcuno vuole far saltare la legislatura contro la nostra volontà, allora si potrebbe valutare una convergenza non di tipo politico ma mirata a realizzare regole condivise a partire dalla legge elettorale». Addirittura c’è una convergenza di Sinistra e libertà su questo punto: «Il ”modello tedesco” è la

A questo punto, la priorità assoluta è garantire la governabilità

Bisogna cambiare le regole per riuscire a cambiare l’Italia di Giancristiano Desiderio otto settembre riapre il Parlamento e anche le date hanno il loro significato. Il primo atto del governo sarà quello di incassare la fiducia della maggioranza sui cinque punti che sono stati indicati: riforma fiscale, federalismo, sicurezza, giustizia e Mezzogiorno. Fini e il suo gruppo, che non fanno più parte del Pdl ma si considerano ancora parte della maggioranza, hanno già lasciato intendere che quei cinque punti avranno anche il loro voto favorevole. Al 95%, hanno spiegato. La barca del governo Berlusconi, dunque, esce dalla tempesta del mare di agosto e cerca di approdare in un porto più o meno sicuro. I cinque punti, come si sente dire e ripetere in giro, fanno parte del programma di governo e quindi non c’è nulla di nuovo sotto il sole se non la nascita di un nuovo gruppo parlamentare e uno strappo, quello tra Berlusconi e Fini, che non sembra più possibile ricucire. A vedere le cose con maggior realismo e senza finzioni non c’è più il centrodestra per come lo si è conosciuto finora. Potrà sembrare strano, ma proprio quando il bipolarismo trova delle conferme e troverà una nuova fiducia in Parlamento,

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ecco proprio allora si sancirà la fine dell’area politica di centrodestra per come è stata inventata negli ultimi anni.

Il governo, che va avanti per scommessa più che per realizzare il programma, non considera neanche alla lontana l’idea di rimettere mano alla legge elettorale. Il “porcellum”- la definizione, come è noto, è di Sartori ma è ricavata dalla battuta sincera di Roberto Calderoli che a cose fatte disse: «Questa legge elettorale è davvero una porcata» il “porcellum”non consente agli italiani di fare ciò che gli italiani dovrebbero e vorrebbero fare votando: eleggere i propri rappresentanti alla Camera e al Senato. Gli eletti sono nominati e a decidere chi dovrà entrare in Parlamento sono pochissimi uomini, a destra e a sinistra, che stilando le liste determinano anche la composizione delle Camere. Anche la stessa crisi di governo extraparlamentare che sembra appena passata si è risolta in qualche modo grazie alla legge elettorale dal momento che non pochi parlamentari, se si fosse conclusa anzitempo la legislatura, non sarebbero stati nuovamente candidati. Una volta nella Prima repubblica si diceva che tutto il Parlamento dipendeva dalle segreterie politiche dei partiti. Oggi la situazione non è cambiata, anzi, il fenomeno si è accentuato perché i capi dei partiti decidono contemporaneamente tre cose: candidati ed eletti cioè nominati. Se poi si considera che l’attuale partitocrazia si caratterizza per essere senza veri partiti, allora, si può capire come il sistema che è stato messo in piedi e che con ottimismo chiamiamo bipolarismo o addirittura democrazia dell’alternanza è invece un parto mal riuscito di una democrazia in stato confusionale. Per rimettere energie e idee nella vita pubblica la strada da seguire è obbligata: uccidere il “porcellum” in quanto legge antidemocratica. La vita democratica ha bisogno di scelte, idee, passioni, ragioni mentre questa “porcata” elettorale oligarchica esclude tutto ciò che sa di sale e gusto.

via d’uscita – dice Nichi Vendola – sarebbe un patto di pacificazione, con uno sbarramento al 5%». Ma la convergenza è ancora solo teorica e di massima. Perché poi le idee non sono ancora chiare nemmeno nel Pd e lo ammette lo stesso Nicola La Torre, dalemiano, molto vicino alla segreteria Bersani: «Occorre non essere ipocriti: nel Pd ci sono opinioni diverse, che alludono ad un assetto del sistema politico italiano. Il partito a vocazione maggioritaria, che presupponeva un modello elettorale, ora non c’è più. Si va verso un sistema in cui il bipolarismo italiano si va evolvendo in un assetto pluripartito. Nel nostro congresso ha preval-

Per Latorre, del Pd, «si va verso la trasformazione del sistema: da un sistema bipolare a uno pluripartitico» so un’idea di assetto del sistema politico bipolare che non arretra, ma che si fonda su alleanze. Per me occorre ricostruire un rapporto tra elettore ed eletto, e penso per questo che sia preferibile il modello uninominale». Il vice-presidente dei deputati Pd Michele Ventura per uscire dall’impasse propone un programma minimo: «Cancelliamo il Porcellum – dice – senza impiccarci a formule. Di Pietro dovrebbe aver capito il senso della proposta di Bersani». Il Pd insomma punta a cambiare la legge elettorale e vuole farlo senza bizantinismi formali che chiuderebbero già ora ogni porta ad alleanze di scopo ma rivolgendosi a chi è interessato a cambiare le regole.

Nel Pd comunque non si discute solo di riforma elettorale, tiene ancora banco la provocazione veltroniana che nel dibattito interno al centrosinistra ha risvegliato i nostalgici dell’Ulivo. Arturo Parisi, che dell’Ulivo è il padre putativo, chiosa con amaro e ironico lirismo: «Ulivo! È nei momenti di disperazione che tornano in mente i nomi dei tempi della speranza. Ma se i nomi sono d’aiuto e possono essere di buon auspicio, quello che conta davvero sono le cose che ci stanno dietro. La sostanza, i fatti...». E i fatti per Parisi


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28 agosto 2010 • pagina 3

PASQUALE VIESPOLI

«O le riforme o crolla tutto» di Vladimiro Iuliano

ROMA. Pasquale Viespoli è il parlamento be riappropiarsi della possibilità di sce-

sono questi, che «la prima condizione per l’esistenza di una coalizione è l’esistenza di un leader di coalizione. Non è un mistero che le mie preferenze vanno ad un leader scelto attraverso primarie di coalizione. Ma scegliere e prima ancora candidarsi a primarie di questo tipo è possibile solo se a chi si candida. È chiaro che il leader non è là a nome e nell’interesse del proprio partito ma come riferimento di tutti». Ma nell’Ulivo Parisi non vede posto per l’Udc: «Un tempo avremmo detto che devono entrarci tutti quelli che ci stanno. Oggi direi: tutti coloro che ci stanno e che guardandosi negli occhi siano capaci di dirsi una stessa idea di politica e di società. Ho perciò difficoltà a capire come possano starci partiti come l’Udc, con una visione profondamente diversa della politica ispirata ad una democrazia parlamentare di tipo tradizionale fondata su una legge elettorale proporzionale».

Se a sinistra si discute a destra si continua a litigare. Il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto formula l’ennesimo ultimatum per i finiani: «Nella storia politica del Paese, non è mai esistito un partito con due gruppi parlamentari. Se si vuole che, in attesa di un chiarimento globale, venga per una certa fase lo statuto, la risposta non puo’ non essere affidata alla politica. Da qui al mese di settembre insomma i finiani ci devono dire se sui 5 punti proposti da Berlusconi, fra i quali c’è anche la riforma della giustizia, c’è il loro impegno positivo ai vari livelli politico-parlamentari su cui si svolgerà il confronto (mozione complessiva, singoli disegni di legge, conseguenti voti di fiducia), oppure se essi si attesteranno su formule negative o ambigue volte rispettivamente alla caduta o al logoramento del governo Berlusconi». Solo dopo questo chiarimento di fondo – dal quale dipenderà il destino del governo – il Pdl sarà disposto a ragionare con i finiani sui rapporti che dovranno intercorrere tra i due gruppi parlamentari del centrodestra e sullo statuto del partito. Anche perché se questo chiarimento non dovesse esserci e la navigazione della maggioranza incagliarsi sui famosi cinque punti, a settembre i ragionamenti potrebbero avere come oggetto le elezioni anticipate.

per la terza legislatura consecutiva. Un mandato alla Camera, dal 2008 siede sui banchi di Palazzo Madama. Sottosegretario al ministero del Lavoro, la sua partecipazione alla squadra di governo non gli ha impedito di seguire Gianfranco Fini e di aderire al gruppo di Futuro e Libertà. Proprio alla ripresa dei lavori parlamentari, la prima metà di settembre, assumerà la guida della pattuglia finiana. «Credo che ci sia l’esigenza di una legislatura costituente», osserva, tirando fuori un tema che sembrava, agli albori della legislatura, potesse essere al centro del dibattito.

Invece, ancora una volta, l’obiettivo è fallito, «in gran parte per colpa degli sviluppi degli ultimi mesi», ammette Viespoli. «La logica che ormai domina il panorama politico è quella del primum vivere, deinde philosophari», osserva il senatore. «Occorrerebbe uno slancio propositivo da parte dell’attuale maggioranza, ma non vedo molti margini in questa direzione». Viespoli è moderatamente pessimista, anzi «realista», come ama definirsi, anche se una delle esigenze principali sarebbe quella di passare da una «sovranità padronale a una sovranità popolare». In che senso scusi? «Beh, oggi ci sono tre o quattro signori che compongono le liste, senza dover rendere conto a nessuno. Questo è inammissibile, il popolo dovreb-

gliere». Occorre dunque una riforma della legge elettorale. «Sì, ma non solo. In Italia non abbiamo mai deciso che modello di Repubblica volevamo. Oggi c’è un continuo conflitto tra poteri, scontri di attribuzioni, e il problema è che non abbiamo mai fatto riforme organiche». Anche se la legge elettorale è stata cambiata solo poco tempo fa. «Ecco appunto. Leggi elettorali si fanno, ma non si accompagnano al modello istituzionale che si vorrebbe creare. Al contrario stiamo sempre a rincorrere i vari modelli elettorali, scordandoci sempre che sono elementi di misura e non di struttura per il sistema». Quale sarebbe lo scenario migliore? «Noi siamo per tradizione convinti che il sistema semi-presidenziale alla francese sarebbe il migliore per ricostruire il nostro assetto istituzionale. Di conseguenza il sistema elettorale che preferisco è il maggioritario a doppio turno. Tra l’altro è un modello che stimola non la disgregazione, ma la dialettica interna ai partiti. Basta pensare a quello che succede tra Villepin e Sarkozy».

Ma non sempre l’ideale è realizzabile. In particolar modo quello del maggioritario a doppio turno è uno scenariolontanissimo dal poter riscuotere il necessario consenso in parlamento. «Me ne rendo conto. Per questo occorrerebbe una transizione morbida». Con questo sistema elettorale? «Assolutamente no. L’ideale, sempre per traghettare il sistema, sarebbe tornare al ”mattarellum”». Addirittura? «Sì, ma attenzione: nell’ottica del miglior compromesso raggiungibile in questa situazione. Dopotutto è un sistema che abbiamo già sperimentato e che ha funzionato negli anni passati». Anche se il fatto che si andrà a votare con un’altra legge elettorale è tutto da verificare. «Gli scenari sono due. O la maggioranza riprende il proprio slancio riformista, e allora si potrebbe rilanciare la riforma elettorale da qui a tre anni, oppure crolla tutto. In quel caso dovremmo verificare il consenso parlamentare per un governo che faccia una nuova legge e poi mandi tutti a votare».

Il sistema elettorale che preferisco è quello francese. Ma poi bisogna cambiare l’assetto istituzionale

ERMETE REALACCI

«Il Paese vuole la nuova legge» ROMA. Dal 2001 siede in Parlamento. Un né tantomeno del quale si sentiva l’esipassato da pubblicista e da attivista di Legambiente, associazione della quale è stato presidente dal 1987 al 2003. Ermete Realacci ha seguito per lungo tempo le orme di Francesco Rutelli, prima alla Margherita e poi al Partito Democratico. Nel quale, a differenza del suo mentore, è rimasto. Dai banchi dei democratici, Realacci porta avanti una linea ben precisa: «È interesse di tutti – dice a liberal – prima ancora che sbloccare l’impasse politica, quello di riformare il sistema elettorale». Una riforma che non parte innanzitutto dalle esigenze della classe politica, bensì dalla gente comune. «Io vivo come la gente normale, sa. Prendo il treno, faccio queste cose qui. Se voi andate in giro a chiedere ai cittadini quali sono le cose che vorrebbero, non ne trovereste uno che vi dice che non vorrebbe cambiare il modo di votare».

genza. «Al contrario - spiega Realacci – è stato il frutto della volontà dei partiti di mettersi al sicuro scegliendo senza nessun disturbo le pattuglie parlamentari». Operazione che sembra non dare più di tante garanzie, in particolar modo dopo che quasi cinquanta presunti fedelissimi hanno abbandonato il gruppo del Pdl per passare con Fini. «Ma non lo dite troppo forte – ci scherza Realacci – che se fosse Berlusconi avocherebbe a sé il diritto di revocare, oltre che di nominare i parlamentari». D’accordo cambiare, ma come? Il deputato del Partito Democratico si appella alla propria storia personale: «Nel 2001 sono stato eletto per la prima volta in Parlamento. All’epoca c’era ancora il ”mattarellum”. Un sistema non perfetto, per carità, ma molto interessante, perché ti obbligava ad avere un rapporto costante con il territorio. I cittadini sapevano chi eri, e rispondevi di tutto quello che succedeva, sia a chi ti aveva votato che a tutti quelli che avevano scelto un altro». Una leg-

Se voi andate in giro a chiedere ai cittadini, non ne trovate uno che vi dice che non vorrebbe cambiare il modo di votare

D’altronde, quello del ”porcellum” è un sistema che nessuno ha mai chiesto

ge da riproporre? «Direi di sì, anche se lo modificherei con la variabile del doppio turno. Un po’ come si è soliti in Francia, per intenderci». Una riforma ambiziosa, quella proposta da Realacci, che ricorda che «in ogni caso dare più libertà di scelta alla gente è la vera cosa fondamentale, indipendentemente da quale sia poi il modello adottato». Questo nell’ottica che «è il cittadino che deve scegliere chi lo governa».

E questo è realizzabile con il ”mattarellum”? «La cosa fondamentale è evitare grandi ritorni al passato – spiega Realacci – Credo nella Costituzione, ma che il cittadino, al momento del voto, non si esprima anche chiaramente in favore di chi lo governa lo considererei un grande passo indietro. E sarebbe preferibile evitarlo». Ma ci sono anche problemi di altra natura: «Se l’Italia votasse con questa legge oggi incorrerebbe in seri rischi. Noi ci preoccupiamo sempre troppo del nostro ombelico, senza avere la lungimiranza di guardare l’orizzonte. Bisogna capire tante cose, quale sarà lo scenario politico futuro, quali i rischi finanziari. Andare a votare nel brevissimo periodo, per quanto politicamente non mi dispiacerebbe, sarebbe un’ipotesi preoccupante. Almeno prima di aver messo in sicu(v.i.) rezza le finanze pubbliche».


l’approfondimento

pagina 4 • 28 agosto 2010

La maggioranza pensa aver ritrovato compattezza, in realtà il nodo della scarsa governabilità sta nelle regole

Oltre il porcellum

Ha vinto il «partito» che voleva evitare per l’Italia l’incubo del ritorno anticipato alle urne. Ma in realtà in Parlamento una nuova maggioranza c’è: quella che vuole cambiare la legge elettorale per rimettere in moto la politica di Rocco Buttiglione inisce l’agosto dei chiacchiericci e sembra che alla fine non sia successo nulla. A settembre si voterà in Parlamento una mozione sulla quale si ricomporrà formalmente la vecchia maggioranza, come era del resto inevitabile. Si andrà avanti con il vecchio programma di governo. Poteva andare meglio. Si poteva fare, come noi abbiamo proposto, un governo di responsabilità nazionale per affrontare la crisi. Poteva finire anche peggio, con elezioni anticipate senza un programma per il paese, fatte solo per dirimere gli scontri interni della classe politica.

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Qualcosa di importante, tuttavia è successo. La resa del partito delle elezioni anticipate ha due motivi. Il primo è che il Capo dello Stato non si è lasciato intimidire da chi pretendeva di imporgli una presunta “costituzione del bipolarismo” ed ha confermato

la sua fedeltà alla costituzione vigente. Per la costituzione vigente l’arbitro dello scioglimento non è (come talvolta si dice) il Capo dello Stato ma il Parlamento. Il Capo dello Stato ha il dovere di accertare se esiste una maggioranza parlamentare e di dare l’incarico all’uomo che gode della fiducia del Parlamento. Se Berlusconi avesse dato le dimissioni per arrivare a nuove elezioni Napoletano avrebbe dovuto cercare una maggioranza per fare continuare la legislatura e probabilmente la avrebbe anche trovata. Il secondo motivo della resa del partito delle elezioni anticipate è che si delinea nell’elettorato e non nel Parlamento una nuova configurazione di forza. Tutti i sondaggi dicono che oggi una terza forza avrebbe tanti voti da rendere impossibile un governo senza di lei. Il nostro sistema elettorale, infatti, attribuisce alla Camera un premio di maggioranza che

assicura alla coalizione più forte una solida maggioranza. Al Senato, invece, il premio di maggioranza esiste ma è attribuito su base regionale. Ciò significa che sostanzialmente è attribuito a caso e non svolge la funzione di assicurare la governabilità. Se, per esempio, noi ci fossimo messi insieme con Rutelli e Fini per formare una terza coalizione non vi sarebbe stata nessuna maggioranza possibile senza di noi.

Il modello tedesco resta quello da cui partire anche per noi

Per le due ragioni che ho detto, il partito delle elezioni anticipate è stato costretto a fare un passo indietro. La partita, però, non è finita. Il voto della mozione di fiducia al governo alla ripresa dei lavori parlamentari mostrerà che esiste una maggioranza per governare. Esiste però in questo Parlamento, probabilmente, anche un’altra maggioranza, diversa da quella di governo, per riformare la legge elettorale. È infatti improbabile

che si arrivi, fra Berlusconi e Fini, ad una reale pacificazione, al di là dell’obbligo di fare fronte insieme agli impegni presi con gli elettori e di garantire il governo del paese. Gli interessi strategici dei due sembrano però divergere. Berlusconi vuole riportare il partito alla obbedienza incondizionata nei suoi confronti. Fini, inevitabilmente, deve pensare a fare un proprio partito. E per fare un nuovo partito ha bisogno di una legge elettorale che gli consenta di presentarsi da solo.

Anche la sinistra, se davvero vuole combattere un sistema che porta a mettere tutto il potere nelle mani di un uomo solo, deve cercare una legge elettorale diversa da quello attuale. Il ritorno al mattarellum, richiesto da Di Pietro, non risolve alcun problema. Il mattarellum è stato anzi l’inizio del bipolarismo rissoso all’italiana. Esso, comunque, favorisce Berlusconi


28 agosto 2010 • pagina 5

«L’obiettivo è frenare l’astensionismo: ed è necessaria una soluzione alla francese»

«Il bipolarismo è finito. Per questo bisogna cambiare» Il costituzionalista Michele Ainis: «C’è un terzo polo, la riforma è indispensabile. E gli elettori vogliono tornare a scegliere gli eletti» di Francesco Lo Dico

ROMA. L’insoffribile calura agostana che tanto ha angustiato il Cavaliere in questi giorni, rischia di insinuare nella bandana dello statista un altro maligno refolo di scirocco. A imperlare la chioma del premier, c’è questa volta, la legge elettorale. Improvvisamente riscosso dal letargo, Bersani fa le mostre di volergli fare lo scalpo, sostenuto da una parte del Pd. Che cosa c’è di meglio che rispedire il “Porcellum” nella sua sede naturale per poi tornare al voto con le dita incrociate? Risposta scontata. Non fosse che il Pd, è ancora fermo alle domande. D’Alema vota per il sistema tedesco, Veltroni il maggioritario a doppio turno, e Bersani una via di mezzo che riscuote le simpatie dei centristi. La lotteria del post“Porcellum” è già cominciata senza essere partita insomma, ma Michele Ainis, costituzionalista di vaglia ed editorialista del Sole24 Ore sembra poco propenso alle fantasmagorie: «Meglio non illudersi troppo, nonostante il suo scempio conclamato, è molto probabile che ci terremo stretta la legge Calderoli. Un vero unicum in Europa che però è oggetto di un tipico schema all’italiana: di giorno, nella pubblica piazza, viene deprecata. E di notte, nel privato delle segrete stanze, benedetta». Professore, perché la Calderoli sembra la legge più amata dai segretari italiani, nonostante la turpitudine? Diciamo che scegliere i parlamentari uno per uno, senza neppure il fastidio di affaticare nell’impresa gli elettori, è abbastanza confortevole. Immagino quindi che questo dibattito sul modello di voto con cui tornare alle urne sarà seppellito da un risata. L’intenzione di cambiare è del tutto auspicabile, ci mancherebbe. Ciò che atterrisce è però che tutte le volte si vincolano le opzioni alle convenienze del momento, in nome del puro profitto elettorale. Ma al netto del calcolo, davvero si potrebbe fare peggio del “Porcellum”? Nessuna legge elettorale è per sempre, né esistono modelli sempiterni prosciolti dalle ascissi della storia. Ma è indubitabile che dal 2005 assistiamo a uno spettacolo degradante, con un superpremio che assegna a un superpartito una maggioranza assoluta in maniera del tutto illegittima. Quando la Calderoli nacque, fu concepita come un appartamento full-optional per due soli inquilini. Mentre oggi è evidente a tutti che i

due condomini devono fare i conti con un terzo ospite carico di valigie e crescente credito. È questo non è certo uno stimolo per armare la mano dei rivali contro il “Porcellum”. Il senso di responsabilità suggerirebbe di intervenire al più presto. Se si andasse ad elezioni con il sistema vigente, i vincenti necessiterebbero di un misero trenta per cento per accaparrarsi più del 50 per cento dei seggi. Un’equazione

«Con la Calderoli, basterebbe un misero 30% per avere il 50% dei seggi. Un’equazione del tutto insana» completamente insana, che trasforma gli elettori in un grande tableau vivant che fa da sfondo alla politica politicante. È il momento. Preferenza secca: tedesco o “Mattarellum”? Nessuno dei due, a essere sincero. E comunque, semmai si aprisse un giorno lo spiraglio per mutare sistema elettorale, avrei da proporre ai nostri parlamentari una condizione preliminare. Sbarazzarsi del “Porcellum”. Sì, certo. Ma poi scriviamo sulla Costituzione che la legge elettorale possa essere modificata solo nel corso dell’anno successivo alle elezioni, con l’obbligo di sottoporla a referendum popolare. Una misura drastica, che però eviterebbe ulteriori trappoloni come fu la riforma Calderoli nei confronti dello schieramento avversario. I partiti dovrebbero essere obbligati a scrivere la nuova legge sotto un velo d’ignoranza, per usare l’espressione di John Rawls. A quel punto nessuno potrebbe più fare calcoli, e decidere in base a una logica di perdite e ricavi. Spunto a dir poco temerario. Ma visto che siamo in Italia, come la mettiamo? A me sembra giunta l’ora di tornare all’uno contro uno in una logica uninominale. Oggi come non mai, occorre la possibilità di revocare gli eletti immeritevoli, mentre è accaduto che la politica ha revocato gli elettori. Riproviamo.“Mattarellum”? Di certo è un sistema che ripristina i legami tra candidato e potenziali votanti, e che vincola le scelte individuali alle

necessità del territorio. Sarebbe la scelta più semplice, considerato che è già bella e pronta. Ma c’è un però. È molto arduo immaginare Pd, Idv, Mpa, Api, Fini e Vendola a spartirsi i collegi per quote come avveniva con la vecchia legge Mattarella. Per questo, il “però”, si chiama sistema elettorale alla francese, che consente una maggiore semplificazione della rappresentanza parlamentare senza frustrare la scelta dell’elettore. Un modello che non necessariamente dev’essere vincolato al doppio turno. Si tratta inoltre di un sistema molto efficace nel drenare l’astensionismo, che sarebbe molto indicato per il nostro attuale panorama sempre più recalcitrante o indolente di fronte al voto. E il modello tedesco? Trattandosi di un proporzionale, avrebbe il pregio di blindare la Costituzione e metterla al riparo dai numerosi assalti all’arma bianca ricevuti in tempi recenti. Nessun padre fondatore scrisse che avrebbe dovuto essere il modello sacro, ma è evidente che la Carta fu scritta ammiccando al proporzionale come punto di riferimento. Controindicazioni? È un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5 per cento, ma visto che contempla anche i collegi uninominali si presta a far passare l’idea che ci sia una componente maggioritaria capace di mantenere in piedi il bipolarismo. In realtà i collegi uninominali tedeschi sono diversi da quelli inglesi e francesi. Semplicemente non sono veri collegi maggioritari. E proprio per questo motivo il sistema tedesco lascia liberi i partiti di decidere con chi allearsi dopo il voto. E a Berlusconi non piacerebbe molto. È chiaro che se le alleanze non si facessero prima del voto salterebbe il bipolarismo e si arriverebbe alla scomposizione degli attuali schieramenti politici. Il premier perderebbe così il vantaggio di cui beneficia. È per questo che anche parte del Pd e dell’Udc la reputano la giusta soluzione a breve termine. Ma il condizionale è d’obbligo. Nessuna illusione. Ma sarebbe ora di tornare a votare chi vogliamo.

perché in una competizione fra destra e sinistra gli italiani preferiscono la destra.

Esiste in Parlamento una proposta di legge Ria/Buttiglione che si ispira al sistema tedesco. Metà dei seggi sono attribuiti in collegi uninominali. Questo incentiva i partiti a scegliere candidati realmente rappresentativi sul territorio, toglie alle segreterie di partito il potere di nominare quelli che vogliono loro e restituisce poteri al cittadino nella selezione della classe dirigente. L’altra metà è attribuita su liste di partito. I seggi sono attribuiti su base proporzionale e dalla quota proporzionale di ciascun partito si deducono i mandati diretti che esso ha già guadagnato nei collegi. Si uniscono così i vantaggi del sistema uninominale e del sistema proporzionale. A evitare una eccessiva frammentazione si provvede con una clausola di sbarramento che impedisce la formazione di partiti meramente personalistici o clientelari e forza ad unificare forze politiche omogenee. Ne risulterebbe, con ogni probabilità, un sistema con cinque o sei partiti ( quanti, del resto, già ce ne sono in Parlamento) che potrebbero stringere fra loro ragionevoli alleanze. Questa legge elettorale potrebbe essere utilmente completata da una legge sui partiti che imponesse di decidere con primarie interne di partito le candidature (magari con la eccezione delle teste di serie regionali). Sarebbe poi saggio provvedere con legge costituzionale a rafforzare la posizione del capo del governo, assicurando che esso possa essere sfiduciato solo con una mozione che indichi contemporaneamente il nome del successore e, magari, prevedendo che il nuovo governo debba sottoporsi al giudizio degli elettori entro un tempo ragionevole (per esempio un anno). La convergenza su di una simile proposta di legge non metterebbe in discussione il patto di governo ma avvierebbe un profondo cambiamento che ci farebbe uscire dalla fase del bipolarismo rissoso e della deriva plebiscitaria. In Germania questo sistema ha funzionato bene ed ha garantito la selezione di una classe dirigente mediamente di alta qualità. E se ci provassimo anche noi?


mondo

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Francia. L’Eliseo contestato anche dall’Unione europea. Ma il presidente si consola con i sondaggi in crescita

«Fermate l’olocausto» Affondo del Vaticano sulla politica anti-rom di Sarkozy: «È un attacco ai più deboli» di Massimo Ciullo espulsione indiscriminata di centinaia di Rom perseguita dal governo francese, che ha deciso di rimpatriare con voli speciali verso la Bulgaria e la Romania cittadini comunitari, continua a suscitare perplessità e indignazione. Ieri, la contrarietà della Chiesa Cattolica alle deportazioni di massa è stata espressa dal segretario del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti, monsignor Agostino Marchetto.

L’

Il prelato, in un’intervista a I.Media, agenzia francese di informazione religiosa, ha sottolineato che compito della Chiesa non è quello di «entrare nelle discussioni politiche ma solo proporre il suo punto di vista in tema di difesa dei diritti umani e della dignità delle persone». Marchetto ha anche precisato che la Chiesa «non è né di destra né di sinistra». «Quando si difendono i diritti umani, quando si parla di rispetto della dignità delle persone, in particolare di donne e bambini, non si fa della politica, ma della pastorale», ha spiegato l’arcivescovo in merito alle polemiche seguite all’appello all’accoglienza delle «legittime diversità umane» lanciato domenica da Benedetto XVI dopo l’Angelus. Il religioso ha anche ricordato il prezzo pagato dai rom, insieme al popolo ebraico e ad altri, per le persecuzioni razziali che hanno determinato l’Olocausto. «Non si può colpevolizzare un’intera popolazione per violazioni di legge commesse da alcuni», ha aggiunto l’arcivescovo, ricordando che i provvedimenti di espulsione colpiscono «persone deboli» come donne e bambini. Ma il Presidente Sarkozy intende proseguire per la sua strada, forte del consenso della maggioranza dei francesi. Per il 53 per cento dei cittadini d’Oltralpe la Santa Sede è andata al di là del proprio ruolo criticando la

politica del governo di Parigi in materia di immigrazione. Lo rivela un sondaggio dell’istituto Csa per La Croix, quotidiano cattolico francese. La percentuale sale addirittura al 56 per cento tra gli intervistati che si dicono credenti, ma scende al 40 per cento tra

Anche il 74% per cento degli elettori del leader centrista Bayrou appoggia le scelte dell’esecutivo di centrodestra quelli che si dicono cattolici praticanti. «Questa grande riserva da parte dei francesi – commenta il direttore di Csa, Jean-Daniel Levy – si spiega in parte tramite il loro rapporto con la laicita’ e la separazione tra Chiesa e Stato».

Il risultato, del resto, è coerente con quello di un altro sondaggio, commissionato da

OpinionWay per Le Figaro, secondo il quale, presidente Nicolas Sarkozy in materia di sicurezza, sta operando correttamente. La rilevazione evidenzia che il 69 per cento degli intervistati approva lo smantellamento dei campi rom illegali e il 65 per cento risulta a favore della loro de«Non si può colpevolizzare un’intera popolazione per violazioni di legge commesse da alcuni», ha dichiarato monsignor Agostino Marchetto

portazione in Romania. Ma, se non sorprende che il 97 per cento dei sostenitori del Front National approvino la politica di espulsione dei rom da parte del governo, le sorprese arrivano dalle opinioni dell’elettorato moderato, con il 92 per cento dei neogollisti che sono con Sarkozy e il 74 per cento degli elettori di Bayrou, esponente centrista, che appoggiano le scelte dell’esecutivo di destra.

Nonostante il vasto consenso interno, Parigi è però impegnata a rintuzzare le critiche provenienti sia dall’Onu che dall’Unione europea. Sempre ieri, c’è stato un botta e risposta tra il Palazzo di Vetro e la Francia sui controversi rimpatri dei rom. Dopo la preoccupazione espressa dal Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione delle discriminazioni razziali (Cerd), il Quai d’Orsay ha assicurato che la Francia «rispetta scrupolosamente la legislazione europea» e i «suoi impegni internazionali in materia di diritti dell’Uomo». Bernarnd Kouchner, ministro degli Esteri di Parigi, rispondendo all’Onu, ha precisato che la Francia riconosce che i rom bulgari e rumeni in quanto cittadini europei godono «della libertà di circolazione e del diritto al soggiorno negli Stati membri», ma ciò non significa «un diritto incondizionato di soggiorno». Sul fronte comunitario, dopo le dure critiche espresse dalla commissaria Ue alla giustizia e cittadinanza, Viviane Reding. La commissaria europea aveva richiamato Parigi all’ordine con una nota da Bruxelles in cui faceva «appello in particolare alle autorità francesi perché si impegnino in un dialogo franco e onesto con tutti, e sottolineo tutti, gli stati membri» su «come affrontare la responsabilità congiunta per la popolazione rom» basandola su «i Trattati e la Car-

ta Ue dei diritti fondamentali», proponendo di affidare quindi alla Commissione un ruolo da “mediatore” tra gli stati membri.

Alla riunione di Parigi, infatti, la Francia aveva invitato solo Germania, Spagna, Gran Bretagna, Belgio e Italia, più Canada e Usa. Parigi ha cercato di smorzare le polemiche estendendo l’invito a Bruxelles per la riunione convocata a nella capitale francese per il 6 settembre con alcuni ministri responsabili dell’immigrazione, da cui sinora la Commissione Ue era stata esclusa. «La Commissione europea ieri sera ha ricevuto ufficialmente l’invito a questa riunione di Parigi, indirizzata alla commissaria agli affari interni Cecilia Malmstroem e firmata dal ministro francese all’immigrazione Eric Besson. La commissaria non ha ancora deciso se ci andrà o meno», ha affermato un portavoce. Ufficialmente, però, a Parigi non si parlerà di rom. «Nella lettera inviata dal ministro Besson è

chiaramente indicato che la discussione non verterà su una comunità in particolare» ma più in generale sul tema del diritto d’asilo e della lotta all’immigrazione clandestina, hanno precisato da Bruxelles.

Intanto, due ministri francesi si recheranno martedì a Bruxelles per discutere «la situazione dei rom» con la Commissione Europea. Olivier Bailly, portavoce dell’Esecutivo europeo ha annunciato che «martedì a Bruxelles si terrà


mondo

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I genitori della vittima, curati in ospedale, sono fuggiti subito dopo

Rogo nel campo abusivo Muore un bambino

La tragedia nella periferia ovest di Roma. Alemanno manda le ruspe: «E adesso rimpatriamo gli irregolari» di Andrea Ottieri

ROMA. Dramma rom anche a Roma con Fin qui i particolari di questo dramma-

una riunione tra i ministri francesi interessati e alcuni commissari europei». Bailly ha dichiarato che la Commissione vuole «valutare lei stessa la situazione». La svolta nei rapporti tesi tra Francia e Commissione europea, preoccupata per le espulsioni dei rom compiute da Parigi, è arrivata sul filo di lana. Per mercoledì prossimo infatti, è atteso un rapporto da parte della titolare Ue alla giustizia e cittadinanza sull’operato di Parigi in materia per verificarne la compatibilità con le norme europee.

Il governo francese, intanto, va avanti con il suo programma di rimpatri di rom. Ieri due aerei, uno da Lione e uno da Parigi, con a bordo in totale 250 rom, sono partiti con destinazione Bucarest. I nuovi rimpatri arrivano all’indomani delle dichiarazioni del ministro Besson, che ha detto che il governo intende accelerare il programma, sottolineando che quest’anno sono stati rimpatriati finora 8313 rom contro i 9875 rimpatriati lo scorso anno. In risposta, la Romania fa sapere che intende chiedere all’U-

seguito – immancabile – di polemiche sulla cacciata dei rom. Nella notte di ieri un bambino di 3 anni è morto e il suo fratellino di 3 mesi è rimasto gravemente ferito a causa di un incendio scoppiato in una baracca in un campo nomadi alla periferia ovest della Capitale sulla direttrice Roma-Fiumicino, all’altezza di Parco dei Medici, in via Morselli. I vigili del fuoco sono arrivati verso l’una e trenta della notte nel campo nomadi con quattro mezzi, allertati perché un incendio era esploso nel campo e si era sviluppato in quattro baracche. Nel momento in cui hanno concluso le operazioni di spegnimento, i pompieri hanno trovato, in una delle baracche, il corpo del bambino. Il piccolo è stato raggiunto dalle fiamme nel suo lettino e non ha avuto scampo. Nell’incendio che – è stato acclarato dagli investigatori – non ha avuto origini dolose, sono rimasti lievemente ustionati anche i genitori dei bimbi, che tuttavia, dopo essere stati medicati in ospedale, sono scappati senza lasciare traccia di sé e di fatto abbandonando a se stesso il loro figlio neonato.

nione Europea più fondi per i programmi di integrazione dei rom, con il ministro del Lavoro Mihai Seitan che ha spiegato che Bucarest ha ottenuto l’appoggio della Francia al proprio piano. Il ministro rumeno non ha fornito cifre concrete, ma ha detto che è attesa una delegazione francese a Bucarest i prossimo 9 e 10 settembre per discutere il piano.

Secondo i dati ufficiali dell’ultimo censimento in Romania, nel paese vivono 500mila rom il 2,5 per cento dell’intera popolazione - ma il numero reale si ritiene sia tre, forse quattro, volte superiore. La maggioranza vive in condizione di estrema povertà e abbandono, e nella comunità il tasso di analfabetismo supera il 50 per cento.

Ora delle quattro baracche distrutte nell’incendio, insomma, resta un mucchio di cenere dove si distinguono soltanto le reti dei materassi, un passeggino bruciacchiato e qualche straccio. I genitori del bambino morto, Marian Firu ed Emilia Parinescu, di 23 e 21 anni, si erano trasferiti nell’insediamento romano da circa un mese e venivano da Brescia. Gli abitanti del campo hanno riferito che il padre dei due bambini si guadagna da vivere raccattando e vendendo ferro. Per quanto riguarda il fratellino neonato, è stato portato all’ospedale San Camillo e poi trasferito al policlinico Gemelli: è in gravi condizioni. Il bambino – nato a Roma il 24 maggio scorso e di nome Mario - secondo il bollettino sanitario dell’ospedale è giunto ieri notte intorno alle ore 4 presso l’Unità operativa di Terapia Intensiva pediatrica. Presentava ustioni di secondo e terzo grado su oltre il 40% della superficie del corpo che hanno determinato la necessità di ventilazione meccanica. I medici ancora non lo hanno ancora dichiarato fuori pericolo. La procura di Roma ha aperto un fascicolo a carico di ignoti per omicidio colposo e incendio colposo.

tico caso di cronaca. Le polemiche ne sono una diretta conseguenza. L’insediamento abusivo di via Morselli è a poca distanza dal campo nomadi regolare della Muratella, che si trova a circa un paio di chilometri dal luogo della tragedia. Il sindaco Gianni Alemanno ha disposto per motivi di ordine pubblico e sicurezza l’immediato sgombero del campo rom. In tarda mattinata sono arrivate le ruspe e hanno demolito le baracche rimaste, mentre tutti i rom sono andati via dal campo nomadi abusivo. Alcuni hanno lasciato il campo da soli andando via con i propri bagagli, altri invece sono saliti su un autobus messo a disposizione dal comune, con l’aiuto di un ufficiale di collegamento dell’Ambasciata romena che ha spiegato dove sarebbero stati portati, rassicurandoli sulla loro destinazione in strutture di accoglienza messe a disposizione dal Comune. All’arrivo dell’autobus infatti c’è stato un piccolo parapiglia fra le forze dell’ordine e i nomadi, i quali avevano capito che l’autobus li rispedisse in Romania. Poi, dopo le varie spiegazioni, le persone hanno lasciato il campo. Successivamente sono arrivate alcune ruspe del Comune di Roma per la demolizione delle baracche del campo.

I nomadi sono stati fatti evacuare dalle forze dell’ordine e subito dopo l’insediamento è stato abbattuto con la forza

«La morte atroce di un bambino romeno di tre anni è un grave lutto che colpisce la nostra città. Sono i terribili rischi e i drammi che si vivono negli accampamenti abusivi che da troppi anni esistono a Roma», ha commentato Alemanno aggiungendo che «questo dimostra che bisogna andare avanti rapidamente sul nostro piano nomadi che nella sua piena realizzazione prevede lo sgombero di tutti i campi abusivi per portare coloro che non hanno residenze fisse all’interno di campi autorizzati pienamente controllati sul piano della legalità, della sicurezza e della vivibilità. Rifletta chi ci lancia accuse di deportazioni quando sgomberiamo accampamenti abusivi per trasferire nomadi e baraccati dentro campi regolari e strutture di accoglienza». Insomma, il sindaco di Roma di fatto segue la strada battuta in queste settimane dal presidente francese Sarkozy e che tante polemiche ha prodotto nel mondo.


economia

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Paralleli. Rallentano i conti Usa e l’Ue teme ripercussioni sul debito ROMA. Il concetto non è nuovo. E Ben Bernanke lo ripete da un mese a questa parte: «Il rilancio dell’economia statunitense è lontano dall’essere raggiunto». Perché gli Usa cresceranno «a un ritmo relativamente lento» anche nella seconda metà dell’anno. Ma ieri, parlando al meeting annuale della Banca centrale Usa a Jackson Hole, il capo della Fed ha fatto un annuncio che il mercato attendeva da giorni, dando un calcio a tutti i propositi di exit strategy arrivati dall’Atlantico: «Siamo pronti ad interventi non convenzionali. «il Fomc (il comitato di politica monetaria della Fed, ndr) è pronto a fare di più se sarà necessario». Va da sé che l’ondata di pessimismo non poteva non interessare l’Europa. Ospite del Meeting di Rimini, José Barroso ha ammesso che di riflesso anche nel Vecchio Continente «la situazione è volatile e continua a rimanere difficile». E poco importa che il presidente della Commissione europea dopo abbia provato a tranquillizzare la platea con un diplomatico «penso che dobbiamo guardare al futuro con fiducia ma senza sedere sugli allori. Stiamo andando verso una situazione migliore e riteniamo che le misure prese dagli Stati membri vadano nella direzione giusta». La maggiore criticità? I conti pubblici dilatati dopo gli aiuti contro la crisi e la disoccupazione. E non a caso Barroso ricorda all’Italia – «che fa meglio di alcuni Paesi» – di non sottovalutare macigni strutturali «come il debito pubblico e il deficit di bilancio. E lì ci sarà da lavorare per riportare fiducia nella vostra economia». In America, più che il deficit, torna a far paura lo spettro della deflazione. Ancora di più dopo lo stillicidio di dati (crescita debole, alta disoccupazione, calo dei salari e crollo dell’immobiliare) delle ultime settimane. Ma Ben Bernanke dice di non vedere questo rischio. E se le previsioni dovessero peggiorare, ecco come in passato stimoli all’economia reale, iniezioni di liquidità oppure congelamento di titoli tossici. Le borse prima sono finite nel panico. Quindi, complice un rimbalzo a Wall Street, hanno tirato il fiato quando è stato comunicato l’ultimo dato del Pil americano: nel secondo trimestre si è attestato a un +1,6 per cento, oltre le attese degli analisti. A Milano il Ftse Mib ha segnato un +0,50 per cento, no-

Stati Uniti e Europa si scoprono più deboli Bernanke lancia l’allarme sulla ripresa e Barroso: «Italia, stai attenta al deficit» di Francesco Pacifico

Il presidente della Fed Ben Bernanke è pessimista sulla ripresa dell’economia mondiale: «È troppo lenta, per questo abbiamo pensato a misure da attuare se la situazione dovesse peggiorare»

I rischi di isolamento della Cgil e i no ripetuti negli anni del centrodestra

Fiat, patti sociali e troppe divisioni di Giuliano Cazzola agia delle parole in una calda estate dove di parole se ne sono sprecate tante! Da quando Sergio Marchionne, al Meeting di Rimini, è stato accolto con quel rispetto e quella considerazione che il «regime Italia» gli nega, si parla soltanto dell’esigenza di un nuovo patto sociale, di cui – è l’invito del Capo dello Stato – tutti dovrebbero sentirsi responsabili e protagonisti.

M

Ovviamente nel «tutti» è inclusa la Cgil, a cui, nel caso di Melfi, Napolitano ha fornito – sia pur garbatamente – un assist di un certo rilievo. Di patti sociali è costellata la storia recente d’Italia. Evitiamo di scomodare la strategia dell’Eur, alla fine degli anni Settanta, quando Cgil, Cisl e Uil decisero di appoggiare, adottando una linea di moderazione salariale e di rinunce, i governi di solidarietà nazionale e quella politica di austerità proposta da Enrico Berlinguer e ora inopinatamente rispolverata da Giulio Tremonti. Dimentichiamoci pure del «patto tra produttori» proposto dalla Cgil di Luciano Lama nel Congresso del 1986. Ci basti andare indietro e fermarci al Protocollo del 1993, quando i sindacati presero sotto la loro protezione un sistema politico destabilizzato da Tangentopoli, e promossero con le loro controparti e con la mediazione del governo Ciampi, una razionalizzazione delle procedure negoziali e un impegno per una politica salariale finalizzata al rientro da tassi di inflazione a due cifre. Dopo di allora i patti sociali sono stati possibili – con l’adesione di tutti i sindacati – soltanto con il centro sinistra. Nulla fu più vacuo del cosiddetto Patto di Natale del 1998 che le par-

ti sociali stipularono con il governo D’Alema. Il quale volle persino celebrare questo monumento all’inutilità con un voto delle Camere. Dopo di allora, la Cgil si è sempre rifiutata di sottoscrivere ogni intesa quando governava il centro destra (con la sola eccezione dell’intesa del dicembre del 1994, che però non era altro che la resa senza condizioni del primo governo Berlusconi, dopo gli scioperi dell’autunno e il ribaltone della Lega). Per anni la confederazione di corso Italia ha persino impedito che si addivenisse – e Luca Cordero di Montezemolo si prestò a questa rinuncia da presidente della Confindustria – a un’intesa sulla riforma della struttura della contrattazione. Il Patto per l’Italia del 2002 aveva tutte le caratteristiche per essere definito «sociale», ma venne sottoscritto dalle parti sociali, eccezion fatta per la sola Cgil.

Poi, il quadro politico è cambiato. Nel 2007 il governo Prodi riuscì a rimettere Cgil, Cisl e Uil intorno a un tavolo e a convincere persino la Confindustria a firmare un patto che aumentava la spesa pubblica per pensioni e altro e che aboliva, per furore ideologico, rapporti di lavoro flessibili, regolati dalla legge Biagi (si veda, per esempio, il successo del lavoro a chiamata dopo il suo ripristino da parte del ministro Sacconi). E la stessa autoesclusione della Cgil si è avuta nel caso dell’accordo quadro sulla contrattazione del gennaio 2009. In conclusione, a parte le questioni di carattere ideologico, la Cgil si muove come una forza politica. O i patti sociali si fanno senza di lei oppure dobbiamo aspettare che il centro sinistra ritorni al potere.

nostante la debolezza dei bancari. A Londra il Ftse 100 sale dello 0,89, a Francoforte il Dax dello 0,65, a Parigi Cac 40 avanza dello 0,93 per cento. Migliore performance quella registrata a Madrid (+1,44 per cento), mentre regge anche Atene (+0,21). L’incertezza sul futuro fa esprimere a molti analisti dubbi sulla bontà della ricetta-tampone annunciata dalla banca centrale americana. Nouriel Roubini, l’economista che tra i pochi predisse la crisi del 2007, ha sottolineato che «la Fed sta finendo tutte le armi in suo possesso». E della stessa idea deve essere lo stesso Bernanke quando dice che «i banchieri centrali da soli non possono risolvere i problemi economici», se «gli squilibri globali restano un problema, il credito resta stretto, la crescita è stata troppo lenta e l’occupazione troppo elevata». Ieri il Tesoro americano ha comunicato che nel secondo trimestre il Pil della più grande economica mondiale è cresciuto dell’1,6 per cento. Fino a qualche settimana fa gli economisti stimavano un aumento del 2,4 per cento. Negli ultimi giorni si è passati a un +1,3 per cento.

Di conseguenza, – e seguendo la tendenza delle Borse – c’è da stare allegri, dimenticando che tra gennaio e marzo l’economia Usa è cresciuta del 3,7 per cento, numeri che secondo la Fed si rivedranno soltanto nel 2011. L’obiettivo infatti è quello di mettere il sistema americano in condizione di reagire. Anche se è difficile farlo con una bassa domanda interna – gli americani non si fidano a spendere e continuano a scoprire i benefici del risparmio – mentre i tassi d’interesse vicino allo zero non hanno aperto i rubinetti delle banche. Per non parlare della politica americana che sembra restia a manovre espansive, sul modello degli stimoli al credito e all’auto. Così a Bernanke non restano che tre soluzioni. Innanzitutto l’acquisto di obbligazioni in circolazione per dare una sterzata sull’interbancario e ai tassi di mutui e finanziamenti, uniche leve per favorire i consumi. L’altra strada è quella di mantenere oltre le previsioni il costo del danaro ai livelli di oggi(attualmente è allo 0,25 per cento), dando pubblicità alla cosa. Infine c’è da riportare a zero il tasso che la Fed concede agli istituti che parcheggiano presso di essa la propria liquidità.


L’

otto pagine per cambiare il tempo d’agosto

i m p r e s a

28 agosto (1963)

Martin Luther King pronuncia il suo celebre discorso al Memorial di Washington

In the name of Love di Marco Respinti

o un sogno. Raccontare la vera storia di Martin Luther King (1929-1968), che 47 anni fa compì la grande impresa della “marcia per il lavoro e per la libertà”di Washington, gridando al mondo, dai gradini del Lincoln Memorial dove gli Stati Uniti celebrano i trionfi militari, le celeberrime parole «I have a dream». Era esattamente il 28 agosto di quel 1963 che di lì a poco sarebbe costato la vita al presidente John F. Kennedy – nato nel 1917 della rivoluzione bolscevica –, ucciso lo stesso giorno in cui scomparve il grande apologeta e uomo di lettere irlandese C.S. Lewis, nato nel 1898. King scelse il Lincoln Memorial ovviamente non a caso. Quel sontuoso monumento in stile neoclassico (come volutamente lo sono tutti gli edifici importanti e storici della capitale federale degli Stati Uniti a rivendicare un passato lontano e un concetto di democrazia antico, classico affatto giacobino) è un inno all’unità del Paese, porta incisi i nomi degli Stati che compongono l’Unione nordamericana e al suo centro siede maestosa la famosissima statua del presidente Abraham Lincoln (1809-1965), simbolo della repubblica. Soprattutto perché poggia granitico gli avambracci su due enormi fasci littori, emblema dell’unione che fa la forza e dell’indivisibilità del Paese. Lincoln, infatti, è il presidente che combatté e mise fine a quell’enorme crisi americana che fu quella che i filonordisti chiamano “Guerra civile” (1861-1865), i filosudisti “Guerra per l’indipendenza del Meridione” e le persone serie se non altro “Guerra fra gli Stati”. Il Paese stava per andare a catafascio e solo la forza riuscì a tenerlo assieme. Solo con la forza Lincoln impedì lo sfascio. Dentro quell’evento ce n’è però un altro, famoso, che per i più costituisce l’ermeneutica della guerra. La questione della schiavitù. Il Sud schiavista, si dice, venne finalmente punito dal Nord liberale che, guidato da Lincoln, rimosse quella palese ingiustizia. continua a pagina 10

H

LA PERDUTA GENTE - CAPITOLO 20

I TESORI DELLE CIVILTÀ - UR

CINEMA CALDO - LA SPIAGGIA

Il limite si chiama sfinimento

Nella terra di Abramo

I brutti costumi di Alassio

di Carlo Chinawsky

di Alessandro Boschi

di Rossella Fabiani

pagine 12-13

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pagina 16 pagina 9 - liberal estate - 28 agosto 2010


posta alla nazione e al mondo: d’ora in poi gli Stati Uniti d’America si fondano su una formula e questa è l’uguaglianza fra gli uomini. Ma non è vero. Di quel concetto non v’è traccia nei documenti ufficiali, nei lavori preparatori, nelle assise di discussione, nelle minute dei dibattiti, nelle lettere informali e negli scritti ufficiosi del Founding americano. Non vi è. Tutto il Founding americano – lo “spirito del 1776” – è pervaso da altra concezione fondamentale: «gli uomini sono […] uguali» perché «dotati dal loro Creatore di […] diritti inalienabili». Sul Creatore si fondano gli Usa. Ma Lincoln intendeva rifare il Paese.

Eccolo lì il motivo per cui Lincoln è divenuto il nuovo padre della patria, osannato dagli americani di colore e da ogni buon progressista per avere compiuto il “miracolo”, la liberazione degli schiavi e la loro trasformazione in cittadini liberi. Eccolo lì il sigillo degli Stati Uniti veri, emendati dal peccato di origine. Eccolo lì il blasone scelto da King per ricordare alla nazione e al mondo la verità vera.

Con Lincoln che gli guardava le spalle, King confessò dunque di coltivare un sogno. Il sogno di un Paese libero dalle divisioni. Citò, in quell’occasione, persino le proverbiali parole della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, correva il 4 luglio 1776, ma di esse, famosissime, soltanto un pezzo: «Noi riteniamo queste verità essere autoevidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali». Continuava oltre, il testo della “Dichiarazione”, ma soprattutto continuavano le parole in cui è racchiuso lo “spirito del 1776”, l’anima del Paese. King però si fermò lì. Si fermò lì perché, più che citare la “Dichiarazione”, King citava, in quel momento preciso e in quel luogo esatto, il discorso pro-

nunciato sul cimitero di guerra di Gettysburg, in Pennsylvania, il 19 novembre 1963, da Lincoln. Ora, Lincoln, con quel discorso famoso, s’inventò per intero una nazione nuova, diversa da quella sorta dalla Guerra d’indipendenza (1775-1783), differente da quella dei Padri fondatori originari e della Convenzione costituzionale di Filadelfia (25 maggio-17 settembre 1787). Lincoln omise di ricorda-

questi vi sono vita, libertà e perseguimento della felicità» – e ne sottolineò solamente un pezzo. Quello che riguarda l’uguaglianza. Quel discorso, ricordiamolo, è considerato un capolavoro letterario. Sul suo conto hanno speso studi e parole interpretative sapide ed efficaci specialisti quali Richard M. Weaver (1910-1963), Melvin E. “Mel” Bradford (1934-1993) e Clyde N. Wilson: studiosi “sudisti” che più “sudisti” non si può, avversari decisi di Lincoln e degli yankee, tutti tranne Weaver che, pur stando dalla parte della Confederazione, ammirava sinceramente Lincoln. Ebbene, nessuno di loro ha mai messo in dubbio la forza e l’efficacia delle parole di Gettysburg, nessuno ha mai preso sotto gamba la serietà dell’esperimento filosofico-politico che esse inaugurano.

King confessò di coltivare il sogno di un Paese libero dalle divisioni. Citò in quell’occasione alcune parole della Dichiarazione d’Indipendenza degli Usa

re per intero lo “spirito del 1776” omettendo di citarne per intero la formulazione classica della “Dichiarazione” – «Noi riteniamo queste verità essere autoevidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, che fra

pagina 10 - liberal estate - 28 agosto 2010

Perché, citando la “Dichiarazione”smozzicata, Lincoln confessò candidamente la sua pro-

La schiavitù era una cosa brutta, anzi pessima; ma sarebbe stato possibile, come dimostrano fra altri gli studi di ex marxisti come Eugene D. Genovese (studi peraltro intrapresi che quello storico era ancora marxista), eliminarla lavorandoci sopra seriamente, portandola naturalmente a estinzione attraverso lo sviluppo tecnologico del Meridione degli Usa. Non con i cannoni “nordisti” ai quali quelli “sudisti” si sentirono in dovere di rispondere per le rime. Scorrendole veloci, alcune verità sottaciute su questi temi bisogna infatti rammentarle. In quelli che dopo il 1776 saranno gli Stati Uniti la schiavitù fu portata dai futuri “nordisti”, che ci lucrarono ampiamente. Nel Sud essa venne introdotta a Jamestown all’inizio del 1600 da Anthony Johnson, proprietario di schiavi pare piuttosto crudele. Nero, dell’Angola. Ex schiavo, liberato, schiavista noto come “Antonio, a Negro”finché non adottò l’appellativo inglese con cui è ricordato. Le grandi guerre all’Ovest contro i pellirosse le intraprese l’esercito federale dopo aver vinto la “Guerra civile”che aveva schiantato il Sud e lo fece con la medesima logica e agli ordini dei medesimi massacratori di “sudisti”, per esempio George A. Custer (18391876). Al Sud, durante la “Guerra fra gli Stati”, vi furono interi reparti di neri, d’indiani, di latinos e di ebrei che ingrossarono volontari le file della Confederazione per combattere i “liberatori” yankee. Dopo la guerra, un numero enorme di ex schiavi se ne tornò al Sud, domandando agli antichi padroni di andare a servizio poiché coi “nordisti”proprio non era cosa. Il bianco Lincoln non amava affatto i neri. Scrisse e disse più volte che non si sarebbe mai sognato di pensare all’uguaglianza tra la razze umane; che i neri era meglio rimpatriarli in Africa così che lasciassero sgombro il campo agl’imprenditori bianchi nei territori dell’Ovest da acquisire agli States (fu persino tra i fondatori di un advocacy group per il rimpatrio); e proclamò l’emancipazione il 1° gennaio 1863, mesi e

A sinistra, il leader della protesta nera Martin Luther King. Qui sopra, l’attivista accanto al presidente americano Bob Kennedy. Nella pagina a fianco, Il presidente Abraham Lincoln mesi dopo l’inizio della guerra di “liberazione”. E quando il 22 settembre precedente dichiarò liberi gli schiavi degli Stati Confederati d’America non ne affrancò uno. Che potere aveva, Lincoln, su uno Stato sovrano indipendente con cui era in guerra?

Dai gradini del Memorial, Martin Luther King dovette infatti ricordare a Lincoln che tutto era ancora un sogno. La “Guerra civile” e i suoi innumerevoli morti non erano serviti. Anzi, l’emancipazione degli schiavi fatta così trasformò i neri da servi a paria: nessuno li voleva, li consideravano tutti meno, rozzi, ineducati, illetterati, pigri. Al Nord, questo. Dove non li assumevano, li tenevano lontani: per ciò a frotte tornarono al Sud. La libertà, diceva Edmund Burke (1729-1797), è cosa assai e sempre concreta: non è l’astrattismo delle formule vane. I princìpi? Sono fondamentali, anzi bandiere da sventolare: e infatti ci sono tutti nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, e ben ricondotti alla loro imprescindibile fonte divina. Il resto è vita, non propaganda: i neri (e gl’indiani e i latini e figli di Sion) che combatterono nella Confederazione, che tornarono là a cercare e a trovare fortuna, lo sanno da sempre benone. Anche perché, per lavarsi la coscienza, il governo ha preso poi ad ammannire quei sussidi statali che sono stati la vera rovina delle “minoranze”, sempre considerate e alla fine convintesi pure loro di essere capaci di nulla, di meri-


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o stesso giorno...

L’azienda vidson capirono che ce l’avevano fatta; sarebbero venne fondata riusciti a mettere in sella il 28 agosto 1903 quella metà di americadai ventitreenni William Harley ni che Henry Ford non era riuscita a far salire e Arthur Davidson. I due applicarono di Alfonso Francia un motore a scoppio alle loro biciclette ici Harley Davidson e immedia- na un loro amico fu così

Harley e Davidson, due “nerd” alla guida dei centauri ribelli

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tare solo le briciole, di non avere la maturità della responsabilità. La “Guerra civile” trasformò un problema grosso in una questione insolubile. Innescò odi tra neri e neri, bianchi e bianchi, bianchi e neri come prima non esistevano. Quando esistevano, erano casi, spesso isolati e quindi stigmatizzati, ma, per tristi che fossero e gravi, sempre eccezioni. Sennò i neri mica avrebbero talora ringraziato, sovente al fianco combattuto, infine fatto ritorno. Dopo la guerra, invece, si scatenò quella cosa orripilante che si chiamò segregazione: bianchi e neri sono uguali sì, ma diciamocelo a debita distanza. La schiavitù è stata abolita, che diavolo vogliono ancora i neri? Sono liberi?,Lo siano anche di essere trattati da cani. Il problema vero nacque lì. Soprattutto all’inizio del Novecento, allorché si diffuse il nuovo pensiero eugenetico e razzista, darwinista e paranazista. Risorse il Klu Klux Klan contro i neri, ma pure contro i cattolici, gli ebrei, i

tamente immagini motociclisti decorati con tatuaggi e giubbotti di pelle che si tendono sotto bicipiti ben serrati sul manubrio. Viene da pensare che sia sempre stato così, eppure il leggendario marchio fu il parto di una coppia di studentelli grassocci e secchioni, proprio il genere di nerd che nei film americani vengono presi di mira dai bulli in motocicletta. L’azienda venne fondata il 28 agosto 1903 dai ventitreenni William Harley e Arthur Davidson, due amici appassionati di ingegneria meccanica che avevano speso i due anni precedenti cercando di applicare un motore a scoppio alle loro biciclette. Il primo di questi ibridi a due ruote era stato completato già nel 1901, ma non aveva trovato compratori nella Milwalkee del tempo, dove si considerava indecoroso girare su trabiccoli del genere. Per fortu-

intenerito dai loro sforzi che decise di acquistare una delle rudimentali motociclette; incoraggiati, i due decisero di insistere, nonostante non potessero contare su grandi somme di denaro. A quei tempi per fortuna le spese di gestione non erano molto alte, dato che la prima sede consisteva in un capanno di legno dalle dimensioni di un box auto. Mancando i soldi per comprare un’insegna, decisero di scrivere i loro nomi sulla porta con della vernice nera, come si faceva in qualunque officina. Se mancavano i contanti, non difettava la buona volontà; lavorando senza sosta venne messo a punto un nuovo telaio, e nel giro di quattro anni la produzione annuale superò le cento unità. Nel 1907, con la vendita delle prime moto al corpo di polizia, Harley e Da-

nuovi migranti. Spuntarono movimenti nazisti americani. Certe istituzioni si fecero prendere dalla foga sterilizzatrice e abortista ante litteram, che colpiva volentieri i neri, e gran campione ne fu un nero panafricanista, William Edward Burghardt Du Bois (1868-1963).

King, il 28 agosto 1963, a Lincoln disse questo. Ho un sogno. Che il Paese torni normale, come lo era; mica perfetto, con le sue contraddizioni certo, ma risolvibili. Non questo inferno terrestre dove i neri debbono fare pipì in bagni separati perché… perché abbiamo vinto la “Guerra civile” che ci ha liberati segregandoci… Mr. Lincoln, disse insomma, il reverendo

nere che siano, ma apriamo le palme per intero, il loro colore non importa: la cosiddetta battaglia per i “diritti civili” dei neri, là negli anni Sessanta della controcultura arrabbiata, si prestò volentieri a uscire da righe e ranghi, insomma a farsi lotta violenta anche paramarxista, ad alimentare un estremismo che sempre ne chiama altro, a portare anche gente come King a essere gandhiano a giorni alterni. Dai Black Panthers agl’indianisti terroristi (più bianchi, in verità, che pellirossa), certi fautori dei “diritti civili”ricordano insomma i pacifisti di Hamas di oggi. Uno che se ne accorse fu il compianto RiJohn chard Neuhaus (19362009). Al tempo era un gran progressista di sinistra e un intimo di King, poi si fece pastore luterano e infine gran prete cattolico neoconservatore, amico di Joseph Ratzinger da prima che divenisse Papa Benedetto XVI. Lui sì si rese conto di come l’innocenza morì subito. Ed è gente come Neuhaus che con lo “spirito del 1776” ha fatto per i neri più in concreto di quanto dicano le mille retoriche pericolose. Mi piace sempre ricordare

Il bianco Lincoln non amava affatto i neri. Scrisse e disse più volte che non si sarebbe mai sognato di pensare all’uguaglianza tra la razze umane; che i neri era meglio rimpatriarli in Africa così che lasciassero sgombro il campo agli imprenditori bianchi nei territori dell’Ovest da acquisire agli States

Martin Lutero nero: ci hai fatto più male che bene, la grande impresa che compio oggi è dirtelo in faccia e di fronte al mondo. Perché poi, non nascondiamoci mai dietro le dita, bianche o

su macchina. Verranno poi le commissioni per le guerre mondiali e lo sdoganamento dell’estetica motociclistica con Gioventù bruciata prima e con Easy Rider poi. Da allora la Harley fu sinonimo di uno stile di vita ribelle, libero e un po’ rude. Niente a che vedere con i panciotti e le pettinature con la riga di lato esibite dai due ragazzotti che diedero inizio a una delle più belle storie americane.

l’Edmund Pettus Bridge di Selma, in Alabama, da cui, il 7 marzo 1965 il movimento dei “diritti civili” conquistò notorietà nazionale. Le forze bianche dell’ordine caricarono i marciatori neri per impedire loro di raggiungere Montgomery, la capitale dello Stato. Qualche giorno dopo, il giudice Frank M. Johnson (19181999) ordinò che la manifestazione continuasse liberamente. Johnson aveva già difeso la famosa Rosa Louise McCauley Parks (1913-2005), nera, che nel 1955, a Montgomery, si era rifiutata di cedere un sedile riservato ai bianchi su un autobus. Johnson disse: «Pare fondamentale ai nostri princìpi costituzionali che l’estensione del diritto di riunirsi, manifestare e marciare pacificamente per le strade grandi e piccole in modo ordinato debba essere commisurata all’enormità dei torti per cui si protesta e si chiede soddisfazione. In questo caso, i torti sono enormi. L’estensione del diritto a dimostrare contro tali torti dev’essere quindi determinato in maniera proporzionale».

Ricorda Clint Johnson in The Politically Incorrect Guide to the South (and Why it Will Rise Again) [Regnery, Washington 2006] che una manciata di razzisti protestò allora vivacemente, ma che la “maggioranza silenziosa” dei “sudisti” concordò con il costituzionalismo rigido tutto americano di quel giudice dell’Alabama. La grande impresa di Martin Luther King nacque quel giorno.

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IL GIALLO

CAPITOLO 20 Il limite si chiama sfinimento Una busta sgualcita che viene da lontano e un teso interrogatorio: la spinta verso la verità parte dal rancore di Carlo Chinawsky volte arriva. E infatti arrivò, il giorno delle notizie importanti. La prima riguardava Hamid, nato a Rabat nel 1978, clandestino in Italia, segnalato dalla polizia francese come sospetto appartenente a organizzazioni terroristiche del fondamentalismo musulmano. Spacciatore per la polizia italiana. Compagno e convivente, in quel rettangolo di miseria e di abbandono, di Patrizia Jorio.

A

Gli interrogatori fatti dai carabinieri che avevo chiamato dopo la scoperta della“residenza“ di Patrizia avevano sortito dunque un qualche effetto, alla faccia del colonnello Boi, aggrappato a quel pessimismo investigativo che è il frutto di un pensare il mondo come massa immutabile. Gli uomini in divisa avevano fatto domande, raccolto informazioni, magari intimorito qualcuno, forse impaurito o minacciato disgraziati, in tutto innocentissimi. Quel che fu certo che s’erano allontanati dai falansteri popolari di Rozzano con l’idea di quale strada imboccare, di posti dove chiedere, di persone da seguire, spiare, osservare. Ed erano andati a segno. Pure alla svelta. Hamid non s’era ancora mischiato al gruppo di viale Jenner, là dove lo stretto marciapiede s’anneriva in ogni ora del giorno di formiche obbedienti a Maometto, devote al grande Islam, sognanti la“riconquista”. In mezzo a

quella gente sradicata, che però nei cristiani più sensibili infonde sempre un sottile senso di colpa, ci sono uomini che vorrebbero piegare la Storia“nel nome di Dio”e a loro poco importa se quel Dio, quello del Corano, mostra il volto della misericordia e della tolleranza. Ho sfogliato più volte quel testo dettato a un uomo febbricitante in una grotta e mi sono posto molte domande. Uno studioso di storia musulmana, Rachid Assad, che abita nel quartiere Trieste di Roma un giorno ebbe la pazienza di conversare con me, infinitamente meno dotto di lui. L’avevo conosciuto a casa di amici comuni, tutti o quasi esperti d’arte. «Ma davvero alcune dubbie interpretazioni di certe sure possono generare violenza?» gli avevo chiesto. Mi rispose che purtroppo era possibile, ma che si doveva esaminare l’intera vita di Maometto e tener presente di certe “necessità militari”del tempo. Furono quelle, spiegò, ad avvelenare la mitezza del messaggio divino.

Il mio amico, che profumava di lavanda e aveva mani sottili e lisce, si tenne garbatamente lontano dal paragonare le rispettive tradizioni religiose. Notai che i suoi occhi si fecero ancora più tristi - già lo erano - quando, come dialogando con se stesso, lo sguardo fissato sugli alberi d’un viale, disse che l’uomo ha sempre biso-

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gno di una parola autorevole per giustificare l’ingresso «nel vortice dell’orrore». E poi: «Mi creda, colonnello Stauder, alcune parole si trovano con facilità nei testi più impensabili. Eh, certe parole… ». Il giovane Hamid era stato trovato in un luogo indicato da un cinquantenne fiaccato dalla vita che era stato interrogato a lungo. Era il padre intristito d’un quindicenne che si faceva in scolorati giardinetti poco lontani dalla sua modestissima abitazione. In quella zona Hamid e altri compari vendevano roba, disposti anche a far credito sotto minaccia, in modo tale da accalappiare i clienti e tenerli al guinzaglio. Una corda lunga, un elastico d’acciaio. Il posto era quello risultato giusto: un magazzino abbandonato poco distante dalla Chiesa Rossa, a poca distanza dai maleodoranti Navigli, frequentato anche da montenegrini e kossovari, poco importa se di diversa provenienza religiosa. Il cemento che incollava diverse etnie era la solidarietà criminale. Una bella retata fecero i carabinieri. I magistrati sarebbero poi stati inondati di obiezioni garantiste. Dieci in galera, tra cui il nostro Hamid al Sufail. Sulla presunzione di attività terroristica avremmo dovuto attendere informazioni da Parigi. A noi, intanto, bastava l’accusa di spaccio e detenzione di armi, anche di marca israeliana, facili da trovare in territorio libane-

Gli uomini in divisa avevano fatto domande, forse impaurito o minacciato disgraziati, in tutto innocentissimi. Quel che fu certo era che s’erano allontanati dai falansteri popolari di Rozzano con l’idea di quale strada imboccare. Ed erano andati a segno se, pistole russe e pure italiane. A me l’arabo serviva solo per il caso Jorio, per Patrizia che era ancora in brutte condizioni all’ospedale San Paolo.

Ce lo portarono. Qualcuno dei nostri - ma davvero dei nostri? l’aveva qua e là ammaccato. E quei segni gli regalavano l’orgoglio della vittima e del perseguitato. Cranio semirasato, sguardo fintamente assente ma occhi lucidi e perennemente in agguato, senza dubbio era uno addestrato (ma dove?) a captare anche il volo dei moscerini. Altro che sbandatello lavavetri o mendicante. Probabile che la Sureté di Parigi ci avesse visto giusto. Si sedette e non gli furono tolte le manette. L’ombra di odio ce la riversò addosso quando il suo zainetto - un altro, non lo stesso trovato accanto a Patrizia tramortita dalla droga - venne svuotato su un tavolo.Tre cellulari, cocaina, hashish, coltellino di marca svizzera, due passaporti con stessa fotografia, la sua, un’a-

gendina zeppa di nomi. Ma c’era anche una busta sgualcita. Dentro una fotocopia di un accordo, una cosiddetta scrittura privata. Con due firme. Trovato il tesoro, chiamiamolo così, nel posto più impensabile del mondo. Ecco le due firme, che si leggevano abbastanza bene, quelle dell’onorevole Scorrano e del finanziere Torchini. Il contenuto riguardava la scalata azionaria al quotidiano Sera, e qui e là, nomi evidentemente in codice, forse uomini politici, forse faccendieri. Non galantuomini, è chiaro, e nemmeno prestanomi. Uno era“Semina”, l’altro era“Il calvo”, l’altro ancora “Fiorellino”. In quella pozza di riferimenti così vaghi ci sarebbero sguazzati i giornalisti. Un altro quiz politico in un Paese che ridacchia sulle domande senza risposte, sulle insinuazioni che sostituiscono le sentenze definitive, sui ricorsi in Cassazione al posto dell’ostrakon ateniese, ossia fuori dalle scatole e lontano dai confini per sempre, col nome del corrotto impresso sul coccio che è


LA PERDUTA GENTE Nelle mie frastagliate letture di testi di psicologia trovavo spesso la spinta all’autoassoluzione. Il conoscere certe cose ti fa piegare chiavi di metallo. Ma a volte non riesci più ad aprire le porte che vorresti cedessero senza spallate

Illustrazione di Michelangelo Pace

marchio dell’ostracismo, appunto. Stava per sfuggirmi un particolare. Sulla busta, in basso a destra, vidi un numero di cellulare. «E questo?», chiesi facendolo vedere da vicino. «Non so».

Fu, per più di un’ora, la sua frase preferita, a parte i tanti no e i rarissimi sì. A furia di pronunciarla mi suonò come una parola di canzonetta: «nonzo». Feci un cenno a Conforti, che capì all’istante prima di allontanarsi dalla stanza dell’interrogatorio. Il brigadiere Pizzi stava a guardare. Manifestava una visibile antipatia per quel giovane uomo con la maglietta attillata, le scarpe a punta e l’aria di sopportare a fatica un mondo assolutamente diverso dal suo. Pizzi non si sentiva all’altezza, o più semplicemente si rifiutava, di gestire i nuovi figuri dell’Italia criminale. Credeva forse di possedere strumenti antiquati e nello stesso tempo non intendeva aggiornali, figuriamoci ribaltarli. Anche se era al di sotto dei quarant’anni, che strano. Quando sarebbe andato in pensione avrebbe letto libri polizieschi un po’ datati, le cronache sportive, quelle cittadine, saltando a piè pari i riferimenti alla tecnologia, segnale di un clima con sempre più frequenti glaciazioni umane. Il cenno stavolta me lo fece Conforti, appena schiusa la porta della stanza. Lo raggiunsi. «Colonnello, una bella sorpresi-

na!». «È la giornata fortunata, che dice, brigadiere?». «Signore, so che lei è abituato alle sorprese… con il passato che ha… e la fama… ». «Lasci perdere, Conforti, quella che lei chiama fama è solo un accumulo di esperienza». L’idea che la morte di mia moglie avesse potuto accrescere la mia fama mi faceva solo stare male. «Capisco, colonnello, ma questa volta, vedrà, non potrà ammettere di non essere sorpreso». «Butti le carte sul tavolo, come dicono nei film western», e sorrisi dinanzi alla sua voglia di stupirmi. Era questa la “sorpresina”, secondo il suo lessico piemontese: il numero segnato nella busta che conteneva il documento politicamente esplosivo era quello del giornalista Ernesto Corradi dell’Universo. Lo stesso che s’era scandalizzato della perquisizione, lo stesso che tendeva ad associare carabinieri e polizia all’apparato dei servizi segreti ovviamente ed eternamente deviati. «Vai e portami ‘sto stronzo» ordinai al maresciallo.

Tornai dentro e con molta pazienza riuscii a sapere poche cose, minime cose, ma forse importanti, tra un sì, un no e un non lo so. La prima: la busta l’aveva avuta da Patrizia. È chiaro dunque che la giovane Jorio doveva averla presa a casa del padre. Sì, ma quando e soprattutto come? Da escludere, a mio parere, che Alcide l’avesse af-

Nelle puntate precedenti Stauder incontra il dottor Fornaciari. Secondo la sua perizia, il cadavere di Alcide Jorio fu trasportato dopo la morte, avvenuta a causa di un infarto. L’avvelenamento da gas era forse una messa in scena attuata da qualcun altro. Il colonnello si reca in caserma per interrogare Consuelo, ex domestica di Jorio. La donna racconta di una ragazza che aveva fatto visita al giornalista, poi rimasto visibilmente turbato da quell’incontro. Si tratta di Patrizia Jorio.

fidata alla figlia. La seconda: Hamid aveva già telefonato a quel numero e aveva ricevuto un’offerta in denaro. «Quanto?» chiesi alla mummia in odore di terrorismo. «Non so». «Lo sai, lo sai. Devi dircelo, tanto non cambia la tua posizione visto che l’affare è andato male… ». Parlò in arabo, come se la sua lingua madre lo aiutasse a ragionare. Non fu un soliloquio, semmai un contraddittorio tra voci con intonazioni che a me

parvero diverse. Dialogo tra due anime, quella nera e quella grigia. Aggiungere la bianca mi sembrava azzardato. «Centomila», disse. Verosimile. Ma poteva essere il primo numero che gli era venuto in mente. La transazione era sfumata anche per lui, quindi i particolari servivano poco. Quel che voleva era accelerare l’interrogatorio. La terza: sì, Patrizia aveva accennato con lui all’importanza di quel documento, ma era stata vaga, anzi goffa. A lui era bastato intuire che poteva ricavarci una certa somma, non i soliti piccioli siciliani. La quarta, non si sa quanto credibile: Hamid sostenne d’essersi installato in quella camera con Patrizia pochi giorni prima. Lei aveva bisogno di droga, lui era in grado di fornirgliela, lei aveva «tanto, ma molto tanto» insistito. Ad Hamid il compito d’essere criminalmente generoso, cavaliere della vita e della morte. Come nei fumetti trucidi. Si erano conosciuti mesi prima, lei aveva l’intenzione di lasciare l’Italia. L’arabo se n’era andato da quella stanza miserevole prima che la ragazza si bucasse ed eccedesse con la dose. «Sei un delinquente e non ti credo. L’accusa è di omicidio e lo sai benissimo… i testimoni ci sono, e se sono pochi ne troviamo a centinaia… tu hai finito di fare il servo del tuo falso Allah… lo tirate in ballo cinque volte al giorno, poi ci sono le altre volte in cui il vostro dio diventa il croupier che gioca a dadi da solo… e così vi sentite in diritto di essere belve, maiali, cani ringhiosi nella nostra terra… ». Queste cose le dissi urlando, lasciando che l’ira mi invadesse. Sapevo ormai, eccome se lo sapevo, che in certi casi non c’era altro da fare che far scendere una certa quantità d’acqua dalla diga, un mio piccolo Vajont umorale per evitarne uno più grande e pericoloso. Gli altri mi guardarono, un po’stupiti ma anche con il sollievo di sentirmi solidale con la vita che ciascuno di essi privatamente conduceva, a stretto contatto con gli abitanti di una città che era ormai diventata facile come una puttana di quart’ordine e senza alcun rispetto per un barlume di dignità.

Hamid uscì improvvisamente dall’involucro difensivo. Per la prima volta, alzò la voce a sentire chiaro e distinto il nome del suo dio uscire dalla bocca d’un infedele. Col suo dio doveva essere misericordioso in attesa che lui diventasse violentemente perentorio. Già, ma chi lo decideva il diapason concettuale? In quell’idioma

ferrigno e catarroso urlò frasi probabilmente ingiuriosissime. «Ma vattenne ‘o strunzo», avrebbe detto un carabiniere napoletano. Che però non c’era. Il risultato sarebbe stato forse quello di abbassare la temperatura emotiva. Ma questa era già a livelli altississimi e probabilmente anche la tanto disincantata paciencia partenopea si sarebbe risolta in una pezzuola bagnata su una fronte febbricitante. Il limite spesso si chiama sfinimento: dell’una o dell’altra parte. Se la colonna del mercurio sale e tu a volte non puoi farci niente. E pensare che l’agguato mortale a mia moglie Catherine poteva essere stato fatto con l’ausilio di quella gente abbaiante. Certe indagini non scartarono del tutto quelle connessioni. Sì, lo sapevo, dovevo controllarmi. Capii che tutto quel teatro non serviva più. Capii anche che la mia quasi pazienza manifestava il desiderio di entrare in un porto sicuro, in una stazione ferroviaria con il conforto degli annunci regolari dei treni in partenza e in arrivo. Mia madre mi portava spesso alla stazione e io imitavo, con le mani a imbuto, le parole che venivano da altoparlanti piazzati in alto. Mi divertivo come un matto. Ma quella volta lasciai che fosse più forte l’esigenza di un gesto liberatorio. Nelle mie frastagliate letture di testi di psicologia trovavo spesso la spinta all’autoassoluzione, magari sorretta dalla scienza neurologica. Il conoscere certe cose ti fa piegare chiavi di metallo. Ma a volte non riesci più ad aprire le porte che vorresti cedessero senza spallate. Mi avvicinai e prima ancora di avvertire la sorpresa negli occhi di Pizzi gli mollai un manrovescio, di quelli pesanti. Hamid cadde a terra, lui e la sedia. Riuscì però ad alzarsi e fece per venirmi addosso. Due graduati lo bloccarono in tempo, lo immobilizzarono mentre non smetteva di scalciare. Lo guardai dritto in faccia ed ebbi lo stesso impulso che s’impadronì di me a Casal Bruciato con il pedofilo. Pizzi, che era al mio fianco, agì in maniera fulminea: fece partire un cazzotto dritto e pesante allo stomaco e all’arabo mancò il fiato per quasi un minuto intero. Il brigadiere col pugno chiuso all’altezza del fianco, una mossa sorprendentemente orientale, aveva davanti a sé non tanto la strafottente faccia da colpire ancora, quanto l’immagine di Patrizia sulla barella dell’ambulanza, il corpo molle di bambola di pezza. Quella era la giustizia-vendetta. Lo sapevo bene.

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DIAMO I NUMERI ll leone per Venezia, la croce rossa per Genova, l’artistica croce bianca su fondo rosso per Pisa, la croce bianca su fondo blu per Amalfi: agli stemmi delle antiche Repubbliche va fatta qualche aggiunta... re croci e un leone campeggiano al centro di uno dei tricolori italiani, la bandiera della Marina Militare. Rappresentano i nobili antenati della flotta patria, sono cioè gli stemmi delle Repubbliche Marinare. Chi non ne ha sentito parlare a scuola, chi non ha vagheggiato le imprese di quegli arditi navigatori, commercianti, esploratori, ammiragli del Medioevo, che per secoli fecero dell’Italia una superpotenza?

Pasticci alla marinara

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Q u a t t r o s t e m mi pe r quattro illustri città: il leone di San Marco per Venezia, la croce rossa su fondo bianco per Genova, l’artistica croce bianca su fondo rosso per Pisa, la croce bianca a otto punte su fondo blu per Amalfi. Venezia, Genova, Pisa e Amalfi, le quattro Repubbliche Marinare. Ma le Repubbliche Marinare non erano quattro. Infatti quando dal 1941 fu assunta la bandiera della marina, non si fregiò di quei simboli perché erano le uniche città, ma avvenne il contrario, cioè fu per il fatto che furono scelti quei quattro simboli (delle repubbliche oggettivamente più importanti) che iniziò a passare il luogo comune delle “quattro Repubbliche Marinare”, facendo cadere nel dimenticatoio la prestigiosa storia di altre città costiere italiane. In realtà anche il termine di Repubbliche Marinare è tardo, e risale al romanticismo ottocentesco che vi ricomprese realtà con tratti comuni ma anche con caratteristiche diverse. È una definizione che potrebbe essere estesa a numerose città rivierasche italiane tra il IX se-

Le quattro potenze del Medioevo sono state calcolate per difetto di Osvaldo Baldacci

colo fino alla caduta di Venezia nel 1797. Tra le caratteristiche “necessarie” per essere annoverate tra gli Stati di questo tipo, l’autonomia poli-

Oltre alle più importanti, si devono prendere in considerazione, anche Ancona, Gaeta, Trani, Noli e la dalmata Ragusa, alcune delle quali possono vantare una storia lunghissima tica, la predominanza del commercio specie marittimo, un governo prevalentemente controllato dalle oligarchie mercantili e bancarie, una propria moneta accettata ovunque, possedere proprie flotte, ma-

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gazzini, fondaci e insediamenti commerciali all’estero, curati da rappresentanti nei porti mediterranei. Meglio se in qualche modo tali città hanno anche partecipato alle Crociate, anche perché queste città-stato marinare nascono e si affermano proprio quando nel vuoto di potere della crisi dell’alto medioevo cominciano ad organizzarsi autonomamente specialmente per difendersi dalle incursioni dei pirati saraceni e poi per contendere le rotte navali agli arabi e ai bizantini, pur non disdegnando di commerciare con loro. Città che quindi rispondevano a questi requisiti ce ne furono diverse: oltre alle principali e più importanti Venezia, Genova, Pisa e Amalfi, si devono prendere in considerazione almeno anche Ancona, Gaeta, Trani, Noli e la dalmata Ragusa, alcune delle quali con una storia lunghissima. Amalfi conquistò l’autonomia già nell’839 e fu forse la prima a raggiungere una rilevanza in-

ternazionale, e non a caso fu lei a introdurre la bussola in Europa e a codificare il diritto marittimo nelle Tavole Amalfitane. La sua storia comincia già prima del Mille ma si conclude presto, cadendo nelle mani dei normanni nel 1131. Simile ad Amalfi fu la storia di Gaeta, anch’essa precoce e anch’essa sottomessa dai normanni nel 1140. Già nell’849 Gaeta con Amalfi, Sorrento e Napoli (altre città marinare) costituì la Lega Campana mettendo in mare una flotta capace di sconfiggere le navi saracene alle foci del Tevere, e di nuovo fu protagonista di una importante vittoria anti-islamica con Napoli, Capua e Benevento nel 915 sul Garigliano. Rette entrambe da duchi indipendenti con un parlamento di notabili locali, non c’è poi tutta questa differenza tra Amalfi e Gaeta, entrambe quindi Repubbliche Marinare. Altra città stato marittima del sud fu Trani, che si sviluppò già dall’813 e si avvantaggiò delle

crociate e poi delle rivalità tra i diversi signori del sud, mantenendo un’autonomia fino al Quattrocento, con molti privilegi amministrativi nonostante la sottomissione formale. A Trani nel 1063 furono stilati gli Ordinamenta Maris, tra i più antichi codici marinari. Attrasse famiglie e rappresentanti dalle altre Repubbliche marinare, e aveva una fondamentale comunità ebraica, nonché più tardi consoli olandesi, inglesi e nordeuropei. Ancor più lunga la storia di un’altra importante signora del mare adagiata sull’Adriatico: Ancona, fin da tempi remoti impegnata nel commercio col Levante. Dal 774 conquistò una sempre maggiore autonomia fino a diventare completamente indipendente nel XII secolo. In molti cercarono di sottometterla, ma lei continuò a prosperare, e in solida alleanza con Ragusa tenne testa sul mare a Venezia come sulla terra al Papato, all’Impero e alle signorie italiane. Caratteristica degna di rilievo del sua storia fu quella di non aver mai attaccato le altre città marinare, ma di essere stata sempre costretta a difendersi. Finché solo nel 1532 la Repubblica oligarchica passò sotto il controllo dello Stato della Chiesa. Fondachi della Repubblica di Ancona furono continuamente attivi a Costantinopoli, Alessandria d’Egitto e nei porti bizantini. Un’altra Repubblica marinara italiana di grande tradizione non è più in Italia: è la Repubblica di Ragusa, oggi Dubrovnik, in Dalmazia. Fedele alleata di Ancona per resistere allo strapotere veneziano, Ragusa ebbe una vita lunga e fu l’ultima a perdere l’indipendenza. Già affermata intorno al mille, Ragusa fu sottomessa da Venezia dal 1204 al 1358, con brevi interruzioni, mentre dal 1526 accettò la piena indipendenza in cambio della formale sottomissione all’impero ottomano.

Nel 1776 la moribonda Repubblica di Ragusa fu il primo stato sovrano a riconoscere l’indipendenza degli Stati Uniti d’America. La scomparsa definitiva della sua autonomia avvenne solo nel 1808 con l’annessione all’impero napoleonico, undici anni dopo la fine di Venezia. Altra storia lunghissima è quella della Repubblica di Noli, in Liguria, indipendente almeno dal 1192 e fino al 1797 quando venne annessa da Napoleone alla Repubblica Ligure. Anche per lei, come ad esempio per Gaeta e Ragusa, viene a volte usato il termine di “Quinta Repubblica Marinara d’Italia”. Separatasi dal marchesato dei Del Carretto, Noli sopravvisse mantenendo buoni rapporti con la potente vicina Genova e garantendosi dal Papa diversi benefici ecclesiastici. Le quattro Repubbliche marinare, quindi, erano almeno nove.


I TESORI DELLE GRANDI CIVILTÀ erah generò Abramo, Nahor e Haran: e Haran generò Lot. Haran poi morì alla presenza di suo padre Terah nella sua terra natale, in Ur dei Caldei… Poi Terah prese Abramo, suo figlio, e Lot, figlio di Haran, figliolo cioè del suo figliolo, e Sara sua nuora, moglie di Abramo figlio suo, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Harran e vi si stabilirono». (Gen. 11, 27-31).

«T

Così comincia, partendo da Ur dei Caldei, la migrazione della tribù di Terah, da cui trarrà origine il popolo di Israele. Questi “nomadi” erano semiti, originari dell’Arabia. Non erano né veri e propri beduini, cammellieri del deserto, né carovanieri, ma pastori che andavano da un pascolo all’altro seguendo i loro montoni. Una parte della tribù, sotto la guida di Abramo, scenderà verso Canaan, ove il vecchio patriarca, dopo la sua alleanza con Iahvé, prenderà il nome di Abraham, il “padre della nazione”. Alcuni autori hanno cercato di situare Ur dei Caldei in qualche luogo nei pressi delle sorgenti del Tigri o dell’Eufrate, nella Turchia orientale, ma senza addurre alcun argomento convincente, mentre oggi la grande maggioranza, degli archeologi concorda nel vedere nell’Ur dei Caldei la città sumera della bassa Mesopotamia. Tell el-Mukayyar, sotto la quale giace l’antica Ur, si erge in una grande pianura sabbiosa e desertica, a una decina di chilometri dall’Eufrate e a più di 100 chilometri dal Golfo Persico. Verso la metà del XIX secolo quando ancora non era stato fatto alcuno scavo e soltanto la massa sabbiosa delle rovine della ziggurat (la piramide a gradoni che serviva come tempio) dominava il deserto, era difficile immaginare che in questa solitudine si ergesse, nell’antichità, una delle città più prestigiose di Sumer. La sorpresa dell’archeologo Leonard Woolley fu perciò grandissima, quando, dopo aver riportato alla luce il recinto sacro che circondava la ziggurat e i templi, scoprì la necropoli reale e i suoi tesori: pugnale ed elmo di Mesklamdug, arpe decorate di teste di tori in lamine d’oro, i gioielli d’oro finemente cesellati della tomba della regina Puabi, testimoni della ricchezza di Ur nella metà del III millennio. Alcune iscrizioni ci hanno trasmesso i nomi dei personaggi reali inumati in queste tombe, ma, tranne ciò, di essi non sappiamo niente. A quell’epoca nella bassa Mesopotamia viveva un popolo la cui origine resta un’enigma: i Sumeri. Questi parlavano una lingua del tipo agglutinante (a

UR

pesanti carri a quattro ruote di legno pieno, senza dubbio un’invenzione sumera. Forse il dromedario non era ancora stato addomesticato o, se lo era stato, era ancora poco sfruttato. Ma si vedevano già i cavalli: erano animali molto costosi, originari delle steppe dell’Asia centrale e del nord del Mar Nero. Avvicinandosi a Ur, si scorgeva dapprima la massa superba della ziggurat che si stagliava su un cielo spesso oscurato dal vento sabbioso. L’Eufrate, che ha più volte cambiato il suo corso e che oggi scorre lontano dalle rovine, bagnava allora le mura delle città. Wolley ha ritrovato tracce di porti a occidente della città, senza dubbio sull’Eufrate, e a nord, forse su un canale. Così Ur aveva le sue banchine, i suoi magazzini, i suoi moli.

La città sumera che molti identificano nel luogo d’origine del patriarca biblico

Nella terra di Abramo di Rossella Fabiani

La città aveva una superficie di 60 ettari circa. Protetta dalla sue possenti mura viveva una popolazione stimata intorno alle 24mila persone. Se

Dopo aver riportato alla luce il recinto sacro che circondava la ziggurat e i templi, Leonard Woolley si trovò di fronte i tesori della necropoli reale

“Ricordi di un dolore” di Giuseppe Pellizza da Volpedo una radice fissa, generalmente monosillabica, si aggiungono prefissi e suffissi che modificano o precisano il senso della radice), simile alle lingue ugrofinniche e turcomongoliche attuali. Questo particolare farebbe pensare a una loro provenienza dall’Asia centrale, tuttavia analogie fra il sumero e le colo avanti Cristo, alla loro sulingue dell’India del sud hanno premazia stabilendo un impeportato alcuni studiosi a situa- ro sulla Mesopotamia che si re la loro antica culla nel estende fino al Mediterraneo. Dekkan. Di sicuro si sa solo Quando, due secoli dopo, queche all’inizio del III millennio i sto impero crollerà, sarà Ur, Sumeri sono solidamente in- sotto l’egida dei grandi re delsediati nel sud della Mesopo- la III dinastia (2150-2000 avantamia, dove hanno fondato di- ti Cristo) a raccoglierne l’ereverse città-stato che si conten- dità e a dominare a sua volta dono l’egemonia della regio- “il Paese tra i fiumi” cioè l’Eune. Un semita, Sargon di Ac- frate e il Tigri. Questo impero cad, mette fine, nel XXIV se- si estendeva fino a Ebla, nel

Dove oggi c’è il deserto, sorgeva un impero che si estendeva fino al cuore della Siria, e giungeva al Mediterraneo cuore della Siria, e a Biblo sul Mediterraneo. Ur era allora al suo apogeo e splendeva di tutta la sua luce. Il paesaggio che si attraversava alla fine del III millennio per recarsi fino a Ur era ben diverso da quello odierno. Là dove oggi regna il deserto allora si estendevano campi accuratamente irrigati e frutteti. Sulla pista che veniva dal nord procedevano carovane di asini, che trainavano

questa cifra può sembrare molto modesta per la capitale di un impero, non bisogna dimenticare che si è all’alba delle civiltà urbane: prima dei Sumeri, gli insediamenti erano semplici villaggi, anche quando erano circondati da mura, come nel caso di Gerico. Sono i Sumeri che hanno creato la città, con i quartieri, i palazzi, i centri di culto, e comunque, le prime città, fondate nelle regioni agricole, riunivano all’interno delle mura soltanto una piccola parte della popolazione locale. Ma soprattutto, i Sumeri erano dei grandi navigatori. Già prima della III dinastia, Enmerkar, re di Uruk, aveva inviato un messaggero fino alla città di Aratta, dove si lavoravano con arte l’oro e l’argento e si potevano trovare i lapislazzuli, pietre preziose blu, molto usate nell’oreficeria sumera ed egizia. La città di Aratta era in Asia Centrale, vicino alle miniere di lapislazzuli del Badakshan o del Turkestan. I Sumeri andavano anche verso l’Iran e il Caucaso a prendere lo stagno di cui avevano bisogno per fabbricare il bronzo e una parte del loro rame. Così per vie marittime, fluviali e terrestri a Ur arrivavano tutte le ricchezze del mondo orientale.

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CINEMA CALDO

LA SPIAGGIA DDII ALBERTO LATTUADA

I brutti costumi di Alassio di Alessandro Boschi ira che ti rigira quando si parla di film estivi, non si sa come mai, si torna sempre a parlare di Ischia. Anche quando meno te lo aspetti. Se infatti non stupisce il collegamento di Vacanze a Ischia di Mario Camerini con una pellicola leggera e balneare come quella di Giorgio Bianchi, Brevi amori a Palma di Majorca che pure a Ischia e non alle Baleari avrebbe dovuto girarsi, incuriosisce invece il “link” tra l’isola campana e un film impegnativo come La spiaggia di Alberto Lattuada. Ma quando c’è Ischia di mezzo, intesa come set, il nome che salta fuori è sempre lo stesso: Angelo Rizzoli. Il potente commendatore milanese che qualche anno dopo avrebbe “consigliato” i produttori di Brevi amori a Palma di Majorca di farsi una bella girata (in ogni senso) lontano dalla “sua” isola e di portarsi il troppo romano Alberto Sordi a distanza di sicurezza, avrebbe dovuto produrre il film che invece finì nelle mani della Titanus di Goffredo Lombardo.

G

Per questo inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi L’isola (Ischia, appunto), almeno nelle intenzioni dello sceneggiatore Rodolfo Sonego. Alberto Lattuada preferì ambientare la vicenda in provincia di Savona anche perché lo spunto veniva da un fatto realmente accaduto ad Alassio. Era successo che alcuni villeggianti avevano riconosciuto in una delle bagnanti della “loro”stessa spiaggia una prostituta. Indignati, l’avevano allontanata in malo modo. Rodolfo Sonego, che fa parte di quella categoria di sceneggiatori molto bravi nello scrivere ma anche nell’affabulare, aveva infarcito la storia raccontando, impagabile inventore di frottole, che la stessa vittima della discriminazione l’aveva avvicinato raccontandole la triste vicenda e lui, impietositosi, le avrebbe promesso vendetta. Sonego aveva però tutti i diritti di raccontare quello che voleva. In primo luogo perché ne aveva le capacità, e poi perché nella fattispecie era stato lui ad accollarsi tutta la sceneggiatura. Gli altri accreditati, infatti, avevano partecipato in maniera del tutto marginale. Luigi Malerba e lo stesso Lattuada non si erano praticamente occupati della stesura e Charles Spaak (padre di Catherine), autentica istituzione del cinema francese, si era solo limitato a inserire qualche battuta ad effetto. La spiaggia è uno dei primi film a porsi in una maniera del tutto nuova nei confronti dei cosiddetti ricchi, finora affrontati dal cinema impegnato solo come sfruttatori delle classi meno abbienti, come dei prepotenti sociali. Lo

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stesso spunto del soggetto, la prevaricazione nei confronti della prostituta che ha l’ardire di occupare uno spazio riservato alle persone perbene, è in fondo solo un pretesto. Il tema vero del film è infatti l’ipocrisia, che la figura della prostituta contribuisce a fare emergere. I ricchi, che non vanno confusi con i ricchi “assoluti”, gli straricchi al di là del bene e del male, sono quella borghesia che a loro tenta invano di ispirarsi. Questa svolta è molto importante nella storia del nostro cinema d’autore, perché rappresenta una presa di coscienza che va ben oltre la schematicità astratta delle ideologie. Lattuada ha poi intinto il pennello delle regia in tinte anche piuttosto forti e per questo il film ebbe qualche problema con la censura. Alcune scene vennero tagliate, in particolare non c’è traccia, ammesso e non concesso che sia mai esistita, di una scena di petting notturno. Più plausibile invece il veto su qualche costume da bagno un po’ troppo audace. Nonostante il film sia una coproduzione italo francese nel cast solo la protagonista Martine Carol è stata reclutata Oltralpe. La Carol è una “pre Bardot”, la cui stella inizierà a brillare solo qualche anno dopo. Di notevole,

oltre l’aspetto e la simpatia, cosa invero piuttosto rara per una donna così bella, la Carol aveva anche il marito, il regista Christian-Jacque (Il tulipano nero). Il resto del cast è italiano, con in prima fila Valeria Moriconi, Raf Vallone, Mario Carotenuto e Carletto Romano, forse più famoso come doppiatore (Fernandel/Don Camillo, Jerry Lewis e Bud Abbot/Pinotto) che come attore anche se resta indimenticabile la sua interpretazione dell’autista di corriera in Quattro passi tra le nuvole di Alessandro Blasetti. Una citazione anche per Gianfranco Zarfati, il quale evidentemente si trova particolarmente a proprio agio in storie a sfondo marino. Lo incontriamo infatti anche nella trilogia de La famiglia Passaguai nei panni dell’implacabile pernacchiatore Gnappetta. La pellicola venne girata a colori ed è considerata una delle prime Ferraniacolor d’autore (il primo film in assoluto è stato Totò a colori). Il direttore della fotografia Mario Craveri compì degli autentici miracoli, considerando che per evitare i curiosi che avrebbero affollato il set girò anche di notte utilizzando degli enormi riflettori chiamati in gergo “madame”.

Ciononostante quando il film venne trasmesso in televisione (fatto che purtroppo avviene piuttosto di rado) si preferì proporlo in bianco e nero. Grazie al cielo esiste una versione restaurata che ha restituito alla pellicola la bellezza dei colori originali. Quella della fotografia è una vera e propria miniera di aneddoti. E siccome non resistiamo alla tentazione ve ne raccontiamo uno dei più divertenti. Antonio Margheriti, noto anche come Anthony M. Dawson, nel suo Spacemen teorizzò che fuori dall’atmosfera terrestre non esistevano più i colori e coerentemente girò parte del film in bianco e nero. In realtà non aveva soldi a sufficienza per girare tutto a colori e si inventò questo stupendo escamotage. La spiaggia risulta essere quindi l’esempio di un film importante sia dal punto di vista dei contenuti che dal punto di vista tecnico. La storia del cinema è sempre una storia doppia. A fianco di quella relativa al film in sé c’è quella non meno interessante raccontata attraverso i cosiddetti mestieri del cinema. Ferraniacolor rappresenta per quel cinema un evento la cui importanza è persino superiore all’avvento (in realtà è un avvento “di ritorno”) del 3D nel cinema di oggi. Non male per un’azienda, la Ferrania, nata come fabbrica di esplosivi. Interessante vero? Ma questa è tutta un’altra storia.

Era successo che alcuni villeggianti avevano riconosciuto in una delle bagnanti del “loro” stesso lido una prostituta. Indignati, l’avevano allontanata in malo modo. Il regista girò il suo film a partire dalla cronaca


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g e di cronach di Ferdinando Adornato

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Agricoltura italiana: quale sarebbe la vera strategia del governo? «Basta con le ideologie nei campi», ha detto Galan. Basterebbe che il ministro credesse a quello che dice e fosse coerente per applicare il principio di precauzione. A me pare evidente invece che il ministro vizia questa tematica. Voglio sapere, se sulla questione degli ogm è cambiata la linea politica della maggioranza e del governo stesso; se c’è stata una svolta a sostegno degli organismi geneticamente modificati, e quali ne siano le motivazioni rispetto ad una stragrande maggioranza parlamentare e del Paese che è motivatamente contraria. La vicenda dei campi coltivati con ogm del pordenonese, e del personaggio che a fronte di questa fattispecie di reato conferma di averlo commesso e che continuerà a commetterlo, è emblematica del problema, che è serio e non ideologico e che è esiziale per l’economia agricola italiana e del Nord Est. Galan è tollerante rispetto alla semina fuorilegge. Ma qual è la sua strategia per accrescere il reddito dell’agricoltura e delle imprese agricole italiane, il cui valore è nella tipicità, nella qualità e nella biodiversità?

Franco Manzato

ASSESTAMENTO DI BILANCIO Con il dibattito sull’assestamento di bilancio la maggioranza di centrodestra viene finalmente allo scoperto, abbandonando le promesse propagandistiche della campagna elettorale e mostrando le sue vere intenzioni. Quello che mi preoccupa è l’assoluta sottovalutazione del problema dell’emergenza abitativa. La giunta Polverini vuole cancellare i fondi destinati all’attuazione di quanto disposto dalla legge 21, che vincola il 5% del gettito introiettato dalla Regione con le tasse automobilistiche, al finanziamento del piano straordinario per l’edilizia residenziale sociale. Al di là dei proclami dell’assessore alla casa Buontempo, i fatti dicono che non si farà una sola casa popolare. Riguardo la sanità emergono poche risposte risolutive e tante contraddizioni. Una su tutte: prima, presentando il piano di rientro dal deficit sanitario, si tranquillizzano i cittadini dicendo che gli ospedali non verranno chiusi ma riconvertiti in Rsa, poi, con l’assestamento di bilancio, si tagliano 4milioni di euro al concorso finanziario della Regione ai costi sostenuti dai comuni proprio per la partecipazione alle spese per le Rsa, aumentando automaticamente le rette. Ritengo vere e proprie espressioni di odio sociale, invece, le misure adottate sul reddito minimo garantito, il cui fondo regio-

nale subisce un taglio di 15 milioni, l’azzeramento del microcredito per le piccole e medie imprese, il taglio di 800 milioni di euro al fondo regionale per la non autosufficienza e l’azzeramento dell’investimento per gli interventi di prevenzione nell’area dell’assistenza alla donna e al bambino. Ma quello che è più grave è che non ci sia alcuna volontà di confronto.

Fabio Nobile

IL BENE COMUNE DEI LUCANI La sentenza con la quale il giudice del lavoro di Melfi ha annullato il licenziamento dei tre operai dello stabilimento Sata di Melfi, ordinandone l’immediato reintegro nel posto di lavoro, se da un lato rende giustizia agli interessati, accusati a torto di aver interrotto il processo produttivo all’interno della fabbrica lucana, dall’altro pone le condizioni per riannodare i fili di un dialogo interrotto tra i vertici aziendali e una parte del sindacato di Basilicata. La decisione del giudice mi solleva dall’intima angoscia che sempre procura la perdita anche di un solo posto di lavoro. Tanto più se ad essere interessati, come in questo caso, sono padri di famiglia o giovani che hanno appena deciso di convolare a nozze. Nello stesso tempo però credo che la Regione debba continuare a mantenere la barra dritta, come

L’IMMAGINE

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Tappeto di alghe Escursionisti che marciano su un prato? No, quelli che vedete sulle rive di Qingdao in Cina sono dei bagnanti. Se vi state chiedendo dov’è il loro mare, è presto detto: giace coperto da uno strato di alghe puzzolenti, chiamate Enteromorpha prolifera, che tappezza 440 chilometri di questa costa

LE VERITÀ NASCOSTE

Video hard mostrato agli alunni ELK GROVE. Una maestra californiana ha compiuto quello che, probabilmente, è l’errore più imbarazzante della sua vita. Crystal Defanti, infatti, aveva preparato un dvd con alcuni dei momenti più significativi dell’anno scolastico. Solo che nel montaggio qualcosa è andato storto, ed è finito all’interno anche un video privato della donna, ripreso a casa sua. Nessuno aveva sospettato nulla fino a che il dvd non è stato portato a casa dai ragazzini e qualcuno ha iniziato a guardarlo. Inutile dire che la cosa ha scioccato non poco studenti e genitori, e forse più di tutti la signorina Defanti, che si è resa conto dell’incredibile errore visonando nuovamente il dvd. A questo punto la donna ha chiamato i genitori degli alunni, supplicandoli di non guardare il dvd e di restituirglielo prima possibile. Ma in alcuni casi è stato troppo tardi. La donna comunque non dovrebbe perdere il posto di maestra, dato che ne è riconosciuta la bravura ed è molto amata dai genitori (e chissà, forse da oggi ancora un po’ di più, almeno dai papà…), che comunque non mettono in dubbio la buona fede di Crystal. Però aggiungono: «servirà un supporto dello psicologo, per aiutarci a rispondere a tutte le domande che ci fanno i nostri figli».

ha fatto sino ad oggi, nella convinzione che ciascuna delle parti in causa saprà far prevalere il senso di responsabilità per il bene comune dei lucani.

Davide Urbino

PREOCCUPAZIONE PER I CINQUEMILA LAVORATORI DELLA SANITÀ La proroga al 30 settembre concessa dal governo alla regione Puglia per rivedere il Piano di rientro sanitario, se da una parte ci fa tirare un sospiro di sollievo, dall’altra ci vede preoccupati per la sorte dei 5000 precari della sanità che da 10 anni attendono la stabilizzazione. L’atteggiamento dell’Udc di fronte all’appello dei partiti della maggioranza a lavorare insieme rimane quello attuato fino ad oggi di una collaborazione reale sui problemi che interessano i pugliesi ed i lavoratori. La nostra resta una opposizione costruttiva e responsabile, lontana dai clamori mediatici e dalle posizioni di parte e ideologiche. Lo andiamo ripetendo da tempo ormai e lo abbiamo dimostrato con i fatti, assumendoci le nostre responsabilità in più occasioni, come quando si è trattato di votare in aula la legge per continuare nel processo di stabilizzazione dei quasi 200 precari della Regione. Lo abbiamo fatto lontani da quell’ipocrisia di chi ha abbandonato l’aula per consentire il varo del provvedimento, mettendo a rischio lo stesso, dando un segnale tangibile di come la nostra forza politica di opposizione vuole collaborare nell’interesse della Puglia. Un atteggiamento che a qualcuno ha dato fastidio ma di cui poco ci preoccupa, considerato che anche grazie a noi 200 lavoratori e le loro famiglie hanno potuto tirare un sospiro di sollievo. È questa la nostra linea: responsabilità ed equilibrio. E in questa direzione vogliamo proseguire.

Salvatore Negro


mondo

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Scenari. La crisi globale ha accelerato la dissoluzione delle vecchie categorie politiche creando nuove commistioni e qualche incertezza nei partiti di centrodestra

Conservatori cercasi Il settimanale “Die Zeit” e il mensile “Cicero” analizzano le prospettive del conservatorismo tedesco (ed europeo) di Ubaldo Villani-Lubelli opo la caduta del Muro di Berlino l’unica vera distinzione politica che nei Paesi occidentali continua ad avere una sua validità non è naturalmente quella tra destra e sinistra, bensì tra conservatori e progressisti. Per quanto anche queste ultime due categorie siano ormai inadatte a definire il complesso divenire di nuove identità politiche. Specialmente se parliamo d’Europa, dove la crisi economica ha costretto molti politici a fare di necessità virtù. Conservatori britannici a pensare in maniera ”rivoluzionaria” e progessisti di varia estrazione e bandiera a mettere in soffita il vecchio armamentario ideologico. Negli Stati Uniti, è ancora oggi molto forte il richiamo al neo-conservatorismo di

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lo qui (e forse anche negli Stati Uniti) che si ha un approccio sistematico. Ma cosa significa essere oggi conservatori? E come interpretano il pensiero conservatore i tanti leader europei che si richiamano ad esso? A queste domande hanno cercato di rispondere il settimanale tedesco Die Zeit ed il mensile Cicero, i quali si sono inseriti in un lungo dibattito tedesco sul conservatorismo.

È difficile trovare un filo conduttore comune tra i diversi Paesi occidentali, in ognuno dei quali le formazioni di centro-destra hanno specificità e tradizioni politiche molto differenti. Nel mese di giugno Jens Jessen in un articolo sulla rivista Die Zeit ed in traduzione italiana su L’Occidentale, ha cercato di definire i die-

tori. È forse un quadro troppo condizionato, come vedremo, dall’esperienza tedesca, ma l’articolo ha cercato di fare comunque chiarezza su un concetto molto spesso frainteso e di cui quasi ci si vergogna. In ogni caso, in Germania, negli ultimi anni ci sono stati numerosi interventi tesi a ridefinire le coordinate generali del pensiero conservatore nella nuova società post-moderna. Politici ed intellettuali hanno dato vita, con numerosi libri ed articoli, ad un dibattito a volte estemporaneo, ma in ogni caso molto utile, profondo e continuo. Ripercorriamo alcuni momenti di questa discussione. Qualche anno fa, era l’ormai lontano 2005, Udo di Fabio, un giudice della corte costituzionale tedesca, scrisse quello che in Germania fu de-

Se in passato i conservatori si sono sempre distinti per la critica all’Illuminismo, oggi si sono, seppur con i valori incarnati da esso. Oggi vedono lo Stato spesso positivamente perché garantisce libertà, sicurezza, ordine e sostiene la solidarietà Irving Kristol. Nel Regno Unito il nuovo primo ministro, Cameron, seppur giovane e pragmatico, ha ultimamente annunciato il ritorno alla tradizione. Sarkozy, in Francia, è stato a lungo un modello per i conservatori europei. In Italia, oggi, molto più di ieri, resta forte il richiamo ai valori del pensiero conservatore o neoconservatore. In Germania, come vedremo, si discute molto per cercare di ridefinire il conservatorismo. È, infatti, so-

ci concetti chiave per comprendere cosa significhi veramente essere conservatori. Ne è uscito un quadro in parte inusuale. Il conservatore è fondamentalmente scettico (soprattutto nei confronti del progresso a tutti i costi), pragmatico, può essere anche “di sinistra” e non è necessariamente un reazionario. Nella nostra società, conclude Jens Jessen, le battaglie moderne e di avanguardia sono ormai difese e sostenute dai conserva-

Una copertina del mensile tedesco “Cicero”. Nella pagina a fianco: il cancelliere Angela Merkel (sopra), il giudice della Corte costituzionale Udo di Fabio (sotto)

finito, proprio da Die Zeit, un Manifesto per un nuovo conservatorismo. Nel suo libro La cultura della libertà, Udo di Fabio, un tedesco di origine italiana, sottolineava l’importanza sociale della famiglia, di una politica per la famiglia e, infine, della necessità dei legami con le proprie tradizioni. Tutto questo però non in una visione di chiusura verso l’esterno, ma di apertura e riconoscimento dell’altro. Udo Di Fabio intendeva proporre una serie di punti di riferimento necessari ad un società per potersi meglio autodefinire e crescere. Del resto, proprio Udo Di Fabio aprì, nel 2007, una polemica pubblica contro l’allora ministro dell’Interno, Wolfgang Schäuble, contro le iniziative di sicurezza interna nell’ambito della lotta al terrorismo. Secondo Di Fabio erano troppo restrittive e minavano i fondamenti di una società liberale e democratica. Sempre nel 2005, in piena campagna elettorale, la Merkel, allora all’opposizione, si giocò la carta del giurista ed economista Paul Kirchhof e della sua idea di una radicale semplificazione della tassazione tedesca. Il risultato fu purtroppo fallimentare. La Merkel riuscì a non vincere elezioni nelle quali partiva grande favorita. Le proposte (forse troppo moderne) di Kirchhof scatenarono un putiferio politico e sicuramente non aiutarono l’attuale cancelliera, tanto che le sue idee furono sostanzialmente messe da parte dai vertici dell’Unione (Cdu e Csu). Se dunque Kirchhof danneggiò il centro-destra tedesco, è molto più difficile dire quanto il libro e le idee di Udo Di Fabio abbiano contribuito alla formazione dell’identità dei cristiano-democratici tedeschi e più in generale del centro-destra in Germania. Nel 2007, poi, sempre Di Fabio in un lungo articolo Was ist konservativ?, che si potrebbe tradurre in italiano con «Cosa significa essere conservatori?», sulla colonne della Frankfurter Allgemeine Zeitung, oltre a ripercorrere le tappe più significative dell’evoluzione del pensiero

conservatore, sostenne che, oggi, essere legati a quella tradizione politica significa principalmente sviluppare idee per il futuro.

Se in passato i conservatori si sono sempre distinti per la critica all’Illuminismo, oggi si sono, seppur con qualche eccezione, riconciliati con l’Illuminismo stesso, ed i valori incarnati da esso. Di Fabio metteva ancora in evidenza l’importanza, per il conservatore del XXI secolo, del ruolo primario dell’individuo e della possibilità e capacità di scelta del singolo. Oggi, per i conservatori, lo Stato è spesso visto positivamente: garantisce libertà, sicurezza, ordine ed uno stato di diritto. Lo Stato inoltre sostiene la solidarietà sociale. Parole valide sicuramente per gran parte dei conservatori europei, ma certamente estranee alla cultura di riferimento del centro-destra di governo in Italia. Restando in Germania, dalle ultime elezioni politiche del 2009, i cristiano-democratici ed il mondo politico-culturale che più o meno fa riferimento alla Cdu, ha ricominciato a discutere in modo dirompente sull’identità del centro-destra tedesco, soprattutto ora che cristiano-democratici e liberali sono al governo con una maggioranza solida. In poco meno di un anno, però, una serie di eventi hanno messo in crisi l’impianto politico, economico, sociale e culturale tradizionale dell’intero centrodestra tedesco: la confusione e l’incertezza della guerra in Afghanistan, la crisi economico-finanziaria mondiale e quella specifica della Grecia che hanno, di fatto, reso impossibile il taglio delle


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È necessario ripensare la cosiddetta Union (Cdu e Csu) per meglio interpretare le esigenze e le necessità delle nuove generazioni e per trovare risposte più convincenti a una società in continua e velocissima evoluzione. Non è però un problema semplice da risolvere nel Vecchio Continente questo senso faticosamente cercato di trovare una nuova identità che forse ha poco a che fare con il pensiero conservatore più tradizionale.

tasse promesso in campagna elettorale e la difficoltà di riuscire a governare insieme ai liberali con un programma comune: dalla riforma della sanità fino all’ultima polemica sulla detenzione preventiva. Tutto questo, insieme ai conflitti interni tra le diverse personalità, ha portato ad una serie di dimissioni che non sono passate inosservate e che hanno lasciato il segno non tanto negli elettori, quanto nell’opinione pubblica. Prima il presidente della Repubblica Horst Köhler, poi Roland Koch (presidente del land dell’Assia) ed ancora il sindaco di Amburgo, Ole von Beust. Ma tutte queste

dimissioni, seppur maturate per motivi differenti l’una dall’altra, non sono state altro che la conseguenza di una serie di problemi legati all’identità ed alla linea politica della Cdu della Merkel. Ne ricordiamo solo alcuni: per prima cosa la decisione di Christian Wulff, allora presidente del land della Bassa Sassonia e non ancora presidente della Repubblica, di eleggere una tedesca musulmana ministro alla Salute. È facile immaginare come abbiamo potuto accogliere quest’iniziativa le correnti più conservatrici e come, più in generale, i cristiano-democratici tedeschi abbiamo in

A complicare ancor di più le cose c’è stata l’elezione del presidente della Repubblica alla fine di giugno. A contendersi i voti dell’assemblea federale ci sono stati per il centro-destra Christian Wulff, conservatore cattolico, giovane ed illuminato e, per il centro-sinistra, Joachim Gauck, coscienza critica della Germania, e che, oltre ad essere stato pubblicamente lodato dalla Merkel, appena qualche mese prima, in occasione del suo settantesimo compleanno, si autodefinì un conservatore liberale di sinistra. Insomma, trionfo del pensiero conservatore, tanto a destra quanto a sinistra, con la conseguenza che molti liberali e cristiano-democratici hanno scelto il conservatore anoma-

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lo Gauck – per fortuna non a sufficienza da pregiudicare l’elezione di Wulff. L’identità dell’Unione non è certamente più quella di un tempo, ma ancora non si sa quale sia, anche perché la Merkel non sembra ci tenga particolarmente a costruire un’identità ben definita. Ha certamente espresso più volte che la Cdu deve allargare il suo elettorato, deve modernizzarsi e non deve necessariamente limitarsi ad un elettorato cristiano-cattolico, ma tutto questo non si è, in realtà, manifestato in una nuova identità.

Secondo il mensile Cicero, che la cancelliera, molto spesso, preferisca l’attendismo se non addirittura il silenzio, non sarebbe tanto dovuto al carattere laconico della Merkel o al disinteresse, tipico dei conservatori, per i discorsi troppo astratti. È, piuttosto, il segnale che la Merkel, nella sua attività politica, segue il puro istinto senza avere alcun dogma ideologico di riferimento. In questo senso avrebbe ragione Di Fabio, che nel suo articolo sul conservatorismo del 2007 sostenne che la domanda cosa significa essere conservatori? sia, in un certo senso, mal posta, quasi errata, in quanto le posizioni politiche non si possono più definire in generale di destra o di sinistra, conservatrici o progressiste, ma è necessario sempre giudicarle singolarmente. Del resto, come ben evidenzia il mensile Cicero nel suo dossier, è ormai la tattica politica a prevalere nei leader conservatori europei. Si è sicuramente perso lo slancio ideale che ha caratterizzato la tradizione conservatrice rappresentata in Europa,

in modalità ed in periodi diversi, da Margaret Thatcher, Helmut Kohl e Jacques Chirac. Il conservatorismo, secondo quanto scrive il giornalista Jürgen Kaube sul mensile tedesco, è diventato una forma di liberalismo con una serie di principi che prevedono tante eccezioni, a secondo della convenienza del momento. Il conservatorismo, secondo la lettura offerta dalla rivista tedesca, è diventato un concetto astratto, una sorta di scatola vuota che viene riempita di contenuti sempre diversi.Tornando ora alla situazione politica in Germania, più volte, politici e giornalisti, hanno chiesto alla Merkel un Machtwort, un’idea-forza, una guida sicura per uscire da questo stato di incertezza dell’Unione e, più in generale, dei conservatori tedeschi, ma fino ad ora nulla è arrivato. Si spera ora nella ripresa dell’attività parlamentare in settembre. La complessità ed incertezza della situazione politica è poi testimoniata da sondaggi estremamente negativi per la Merkel e per l’intera coalizione di governo. Sono dunque ora richiesti oltre che una leadership forte (la Merkel lo è stata soprattutto nei suoi primi cinque anni di governo della scorsa legislatura), anche un nuovo sistema di valori di riferimento. È necessario ripensare la cosiddetta Union (Cdu e Csu) per meglio interpretare le esigenze e le necessità delle nuove generazioni e per trovare risposte più convincenti ad una società in continua e velocissima evoluzione. Non è però un problema semplice da risolvere. È, infatti, l’intera galassia di centrodestra in Occidente che non se la passa benissimo.

È al potere in tre grandi Paesi europei come Francia, Germania ed Inghilterra, ma in ognuno di questi si vive una crisi di idee e di progettualità. In Francia non si hanno quasi più notizie della famosa rupture promessa da Sarkozy. In Inghilterra, poi, Cameron ha vinto, ma è costretto ad un’alleanza con il terzo polo dei liberali. In Germania, dopo cinque anni di grande coalizione, l’alleanza con i liberali non è più legata ad un progetto politico per il Paese, ma ad una pura esigenza politica. Tuttavia, in questa crisi di idee, la Merkel ed i cristiano democratici hanno dalla loro un’arma che li mette al momento sicuro: una crescita mai così buona dall’unificazione del 1989. Nonostante le numerose crisi e le incertezze nella guida del Paese da parte del governo tedesco, la Germania è tornata la locomotiva d’Europa, forse bisognerebbe riconoscere che almeno una parte di quest’ottima crescita è merito anche di una cancelliera che governa da quasi sei anni.


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Inondazioni. Sono più di 18 milioni le persone in fuga nel fango a seconda ondata del monsone ha cominciato a colpire il Pakistan meridionale e una tragedia che era già enorme sta assumendo contorni catastrofici. Con diciotto milioni di sfollati, ottocento morti, intere comunità minacciate dalla fame e dalle epidemie, i talebani che s’infiltrano tra i disperati in fuga e si preparano ad attaccare l’esercito regolare e le ong occidentali che tentano di prestare aiuto alle popolazioni costrette alla fuga. Le notizie che arrivano dal Sindh e dal Baluchistan, dal Punjab e dallo Swat raccontano storie di una realtà infernale in cui s’intrecciano anche vicende crudeli come quella dei quasi ottocentomila cristiani e indù che vivono in queste regioni e che sono discriminati nelle distribuzioni di cibo, acqua potabile e medicinali. Ma nel grande caos dei soccorsi e nella concreta paura che i miliziani del Tehrik e-taliban attacchino il personale umanitario, pochi si chiedono come mai sta succedendo tutto questo. Per quale motivo un’area così vasta del Paese è finita sott’acqua.

L

Una volta era il Bangladesh la terra delle grandi inondazioni che, ogni anno, il monsone scatenava - con il suo corollario di distruzione e di morte - nel doppio delta di Gange e Brahmaputra che, a un livello medio di appena 12 metri sul livello del mare, costituisce la quasi totalità del territorio di questo piccolo Paese che confina con l’India, esattamenre all’estremo opposto del Pakistan. Anche adesso, naturalmente, il Bangladesh è colpito dalle violente piogge della stagione del monsone - che dura da giugno a ottobre - ed è sempre esposto a inondazioni, cicloni tropicali, tornado, mareggiate. Nel novembre del 1970 il ciclone Bhola provocò un disastro in cui morirono 300mila persone che innescò, anche, la rivolta popolare contro quello

Monsone e degrado, il Pakistan annega Dietro la catastrofe c’è la trasformazione dell’Indu in uno sterminato bacino idrico di Enrico Singer

Persone bloccate nella loro fuga dalle acque che hanno invaso le strade nella valle dello Swat. Sotto, miliziani del Tehrik e-taliban che minacciano di attaccare gli aiuti internazionali me, l’Indu, che ha un primato davvero poco invidiabile al mondo: è il bacino idrico più fitto di dighe per alimentare canali d’rrigazione e centrali elettriche.

sak, possibile presagio di altre frane a venire. Da quando fu costruita, nel 1961, la gigantesca diga di Warsak, presso la città di Charsadda, era stata per decenni soltanto un’amena località per i pic-nic estivi

L ’ e c os i st e m a de l l ’ In d u è stato stravolto a partire dall’occupazione coloniale bri-

Il grande fiume che attraversa il Paese da Nord a Sud ha il poco invidiabile record mondiale del maggior numero di dighe lungo il suo corso che allora era ancora il Pakistan Orientale. Altre pesanti inondazioni hanno sconvolto il Bangladesh nel 1991 e nel 2007, ma in queste settimane l’epicentro delle inondazioni monsoniche si è spostato di tremila chilometri più a occidente. Non per caso. Certo, il Pakistan ha tutt’altra geografia, con vaste regioni montuose. Ma praticamente tutto il suo territorio, da Nord a Sud, è attraversato da un grande fiu-

tannica per sviluppare l’agricoltura nelle zone desertiche e semi-desertiche che discendono dalla provincia del Nordovest fin verso lo Swat. Ma anche dopo l’indipendenza del 14 agosto 1947, nel Pakistan che significa la Terra dei puri è andata avanti una dissennata politica di trasformazione del territorio. Emblemataca del disastro di questi giorni è l’immagine del crollo della parte nuova della diga di War-

con il suo lago artificiale di 42 chilometri di lunghezza situato a neanche mezz’ora da Peshawar, la città che ha fama di avere ospitato Osama bin Laden e le prime cellule operative di al Qaeda. Qualche anno fa, le autorità pakistane avevano deciso di espandere il progetto Warsak con una nuova

diga e molti esperti avevano parlato di una corsa al disastro annunciato. Merito dell’utilizzo selvaggio e mal pianificato delle acque dell’Indu che, sfollando centinaia di migliaia di persone dai loro villaggi, avevano sconvolto i ritmi del bacino.

Le dighe per alimentare i canali d’irrigazione e quelle per rifornire i complessi per generare energia si sono moltiplicate in nome dello sviluppo, ma hanno innescato fenomeni perversi. Da almeno due anni gli studi sul sistema di dighe della regione dell’Indu avvertivano che il pericolo d’inondazioni e di una piena di gigantesche dimensioni era soltanto questione di tempo. Anche perché allo stravolgimento dei ritmi del Fiume Padre (come viene chiamato l’Indu) e dei suoi figli - i tanti

immissari - a colpi di bacini artificiali, si è aggiunto anche il fenomeno del riscaldamento globale del pianeta e degli effetti che sta avendo sul massiccio dell’Himalaya, dove il fiume ha la sua sorgente fra i ghiacciai che si sciolgono.

Ma il problema ha anche un suo aspetto politico che riporta all’ostilità tra Pakistan e India. È la grande questione della spartizione dell’acqua fra i due Paesi e, in particolare, il conflitto per il conteso Kashmir. E c’è anche in ballo un giro di miliardi in appalti per il cosiddetto Indus Basin Irrigation System al quale il governo pakistano non vuole rinunciare. Adesso che parte della diga di Warsak è crollata travolgendo cinquemila case, si teme che il peggio potrebbe ancora venire. Anche perchè la stagione dei monsoni non è finita e, per i prossimi giorni, i meteorologi hanno annunciato altre piogge sul Pakistan. Al ritmo di 100 millilitri al giorno, l’alluvione in corso è già, a memoria d’uomo, la peggiore mai abbattutasi sul Paese con piene e frane che stanno portando via valli, cittadine e villaggi abitati da milioni di persone. Il racconto dei soccorritori è impressionante. Nella provincia di Swat, la furia delle acque è talmente forte che l’esercito non riesce ad avanzare e le montagne della provincia del Nord-ovest e del Baluchistan, a ridosso dell’Afghanistan, emergono dalle acque come se fossero delle isole. Dera Murad Jamali, la cittadina dove lo scorso 19 giugno una bicicletta-bomba dei talebani aveva fatto strage di 15 persone, è una delle più colpite dall’alluvione. Secondo le cifre ufficiali, qui i morti sarebbero 60. «Basta guardarsi intorno per constatare che sono molti di più», dice James Kambaki, un dottore di Medici senza frontiere che è impegnata in Pakistan con 110 operatori internazionali. Ed è in agguato il rischio epidemie.I superstiti sono sotto la costante minaccia di dissenteria e colera perché manca l’acqua potabile e il fango delle inondazioni trasporta ogni sorta di microbi e di germi. «Chi aveva piccole pompe nelle case ha ricominciato a usarle, aumentando i rischi di focolai. Ci sono canali contaminati che vengono utilizzati per bere», dice James Kambaki che denuncia anche il pericolo dell’infiltrazione dei terroristi tra gli sfollati: «Rabbia e disperazione sono contagiosi come le malattie. Il sovraffollamento e la mancanza di cibo sono una miccia innescata».


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Un migliaio di islamici violenti pronti a colpire Londra

Il primo ministro israeliano si appella a Vladimir Putin

Gran Bretagna: allarme per il terrorismo “fatto in casa”

Netanyahu: «Basta con la vendita di armi russe alla Siria»

LONDRA. Sono individui nati in

GERUSALEMME. Il primo mi-

Gran Bretagna che, ispirati a gruppi come il network terroristico al Qaeda, si sono trasformati in estremisti islamici che rappresentano la vera minaccia terroristica per il Paese. In particolare, si tratta di circa 800 «musulmani radicali potenzialmente violenti» attualmente nelle carceri britanniche che verranno tutti rilasciati nel giro di 5 o 10 anni. A ravvisare questo pericolo è il Royal United Services Institute, centro studi che si occupa di ricerche nell’ambito della sicurezza nazionale e della difesa. In un articolo pubblicato oggi dal titolo “Terrorismo: la nuova ondata”, Michael Clarke e Valentina Soria sostengono che «ci sono tutte le condizioni perché ci possa essere presto una serie di nuovi attacchi» alla Gran Bretagna per mano di individui nati e cresciuti nel Paese che hanno aderito all’estremismo islamico. Anche se i quasi mille individui menzionati nell’articolo non sono stati riconosciuti colpevoli di reati relativi all’attività terroristica, secondo Clarke, pongono comunque un grosso pericolo per la società. «Lo spettro degli attacchi terroristi è sfumato nell’opinione pubblica. Ma più di ogni altro paese occidentale, il Regno Unito deve temere il terrorismo nato in patria. Sebbene

nistro di Israele Benjamin Netanyahu fatto una richiesta decisa al primo ministro russo Vladimir Putin: bloccare la vendita di armi che da Mosca arrivano alla Siria. Tra gli armamenti che il Cremlino vende a Damasco ci sono anche i potenti missili supersonici P-800 Yakhont. Lo scrive il sito del quotidiano di Gerusalemme Haaretz. Israele considera questi missili pericolosi per la sua marina militare nel Mediterraneo.

Al-Maliki, il migliore amico degli Ayatollah Il primo ministro iracheno cerca l’alleanza con Teheran di Antonio Picasso

BAGHDAD. È la fretta a caratterizzare queste ultime giornate vissute dall’Iraq. Fretta da parte degli Stati Uniti a lasciare il Paese. Fretta tra coloro che approfittano di questo abbandono e del vuoto di potere politico a Baghdad per far ripiombare il Paese nella violenza e, forse, della guerra civile. Ieri otto membri del Sahwa sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con un gruppo di miliziani di al-Qaeda. Il Sahwa (risveglio) è meglio noto con il nome di Sons of Iraq (Soi, Figli dell’Iraq), comsposto dagli esponenti di alcune tribù sunnite che, fino a quattro anni fa, erano alleate del terrorismo anti-Usa e che poi, con la surge promossa dal generale Petraeus, hanno fatto il salto della barricata, per affiancarsi alle forze statunitensi e a quelle regolari del governo di Baghdad. Inizialmente la creazione dei Soi era apparsa come un elemento indicatore dello scollamento tra al-Qaeda e le tribù anti-governative. Si era trattato di centomila uomini, addestrati e stipendiati dagli Usa. Poi, dal momento in cui il Sahwa è passato sotto il controllo delle autorità irachene, gli stipendi non sono stati più onorati ed è iniziata una progressiva defezione. Attualmente si presume che molti Figli dell’Iraq siano tornati a sposare la causa jihadista e anti-sciita. Quelli rimasti fedeli al governo centrali, invece, si sono trasformati in un fragile bersaglio della nuova insorgenza terroristica. Contestualmente giunge da Ashraf una nuova squilla di allarme per il timore che il primo ministro Nouri al-Maliki scateni l’ennesima ondata di persecuzioni contro la comunità iraniana rifugiata in questa città poco a nord della capitale del Paese. Già l’estate scorsa i profughi iraniani avevano organizzato manifestazioni a sostegno dell’Onda verde rivoluzionaria scesa nelle strade di Teheran per protestare contro i brogli elettorali nelle elezioni presidenziali iraniane. Al-Maliki, per garantirsi il buon vicinato degli Ayatollah, non si era fatto scrupolo nell’adottare metodi di estremo rigore, al fine di disperdere i cortei. Il governo ira-

cheno si era giustificato sostenendo che le manifestazioni erano state organizzate dai Mujaheddin del Popolo (Mek), il nucleo dell’opposizione iraniana in esilio, considerato da molti alla stregua di un gruppo terroristico. A luglio 2009, il bilancio degli scontri si era chiuso con 40 morti circa tra i civili e migliaia di arresti sui quali gravò l’ombra di essere caduti vittime di atti di torture. Denunce simili vennero avanzate anche da Amnesty International. Ieri il Mek ha lanciato un nuovo allarme. Alla base di quest’ultima accusa vi sarebbe l’aumento dei posti di blocco intorno alla città e il fermo di alcuni residenti. I Mujaheddin del Popolo hanno riferito che la polizia irachena si è presentata ad Ashraf in pieno assetto antisommossa, esattamente come un anno fa. Stando a queste notizie, si può giungere alla conclusione che il governo al-Maliki stia cercando di rinforzare il suo potere e di eliminare le frange più “fastidiose”dell’opposizione interna. Il fatto di non aver ottenuto una solida maggioranza alle elezioni di marzo, non gli ha permesso di formare un nuovo governo monocolore. Al-Maliki, peraltro, si è rifiutato di porsi alla guida di un esecutivo formato trasversalmente da esponenti delle comunità sciita, sunnita e kurda. Ne è conseguito il vuoto di potere in cui oggi versa il Paese.

Ieri otto membri di Sahwa sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con un gruppo di miliziani di al-Qaeda

anche gli Stati Uniti abbiano riconosciuto un problema simile, l’incidenza del problema è maggiore in Gran Bretagna». Secondo il rapporto, attualmente ci sono 8mila musulmani nelle carceri britannichre. E almeno il 10% di loro ha subito un processo di “radicalizzazione” da parte dei “predicatori d’odio”.

Il ministero della Giustizia britannico ha replicato sostenendo di non riconoscere un pericolo negli 800 menzionati dall’articolo e di non essere d’accordo con il fatto che il radicalismo islamico si stia sviluppando così velocemente sul territorio nazionale come sostenuto dagli autori.

Questo da un lato ha permesso alle opposizioni armate di tornare a diffondere il panico in seno alla popolazione, dall’altro ha congelato qualsiasi attività politica. Il premier, comunque discreditato dal voto, adesso starebbe cercando di guadagnarsi il sostegno del potente vicino iraniano. Già l’anno scorso era circolata la voce che le tasche di al-Maliki fossero state riempite di dollari degli Ayatollah. Da qui la sua decisione di picchiare duro su Ashraf. Ora, con gli americani che l’hanno abbandonato a se stesso, il primo ministro iracheno pare che abbia scelto – anch’egli frettolosamente – di ripetere la stessa performance dell’estate 2009, sempre per garantirsi il fianco est tranquillo.

In un colloquio con Putin, Netanyahu ha fatto presente al leader russo che i missili venduti in passato dalla Russia alla Siria sono stati poi finiti in ma-

no alle milizie sciite di Hezbollah, e poi rivolte contro l’esercito israeliano durante il cruento conflitto con il Libano del 2006. Sempre secondo quanto riporta il diffuso quotidiano israeliano, il ministro della Difesa laburista Ehud Barak si recherà prossimamente in visita ufficiale a Mosca per discutere della questione con il suo omologo russo Anatoli Seryukov. Mai un ministro della Difesa israeliano è stato a Mosca in visita ufficiale, e per il governo di Tel Aviv si tratta di un avvenimento di portata storica. «Abbiamo lavorato su questa visita per più di un anno ed veramente importante per noi», ha detto una fonte governativa israeliana. Intanto il primo ministro sta preparando i colloqui diretti con la controparte palestinese, che riprenderanno il prossimo 2 settembre. Netanyahu ha fatto sapere che, per tentare una felice conclusione dei colloqui, sarà necessario che egli stesso si confronti con Abu Mazen con un ritmo serrato. Almeno due incontri al mese, è la frequenza ideale secondo il premier. Ancora non è chiaro se la scaletta sarà accettabile per il leader dell’autorità palestinese, che ha dovuto già superare notevoli resistenze interne per poter dare il via ai nuovi negoziati.


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il personaggio della settimana L’eterna contraddizione tra il professionismo e il vecchio «attaccamento alla maglia»

Totò contro Ibra Ajax, Juventus, Inter, Barcellona e, forse, Milan: il campione svedese continua la sua odissea nel calcio. Tutto il contrario di Di Natale che ha rifiutato i bianconeri per non tradire la “sua” Udinese di Maurizio Stefanini andiere e banderuole, si potrebbe dire. Nel momento in cui il calciomercato sfuma verso l’inizio della serie A 2010-2011, Antonio Di Natale è diventato un protagonista non per un suo trasferimento, ma per il modo in cui un trasferimento di lusso alla Juventus lo ha rifiutato. Preferendo piuttosto restare in quell’Udinese per i cui tifosi è diventato un emblema a un punto tale, da permetterli perfino di lanciare con successo una miscela per espresso “Caffè Totò”a suo nome. È vero: la Juventus di oggi non è più quella del pre-calciopoli, anche se il ritorno di interesse del duo John Elkann-Andrea Agnelli prefigura quel tentativo di ripresa di cui appunto la caccia a Di Natale doveva essere uno strumento. Ed è vero anche che sarebbe stata in realtà la moglie Ilenia ad opporsi al trasferimento: non tanto per fedeltà al Friuli quanto piuttosto per antipatia al Piemonte, tant’è che la voce secondo cui invece non sgradirebbe la Toscana ha già messo la Fiorentina in moto.

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D’altra parte, non è che Di Natale sia proprio quel campione di identità locale che può essere considerato il “Pupone” Francesco Totti: nato a Porta Metronia, nella Roma senza interruzioni da quando aveva 13 anni, recordman romanista di goal e presenze, e con un centurione tatuato sulla spalla. Anche se, a voler essere proprio fiscali, pure lui da ragazzino aveva fatto nuoto con la La-

zio. Nato a Napoli, come rivelano chiaramente i suoi nome, cognome e soprannome tipicamente partenopei; cresciuto nelle giovanili dell’Empoli; ha girato per otto anni tra Empoli, Carpi, Varese, Viareggio e di nuovo Empoli, prima di approdare nel 2004 in Friuli. Però è vero che quello dei giocatori “bandiera” è un tema strano. Il lombardo Gigi Riva, ancorché regionalizzato dal soprannome di Rivesceddu, fu orgogliosa anima di un Cagliari che vinse un favoloso scudetto senza avere in squadra neanche un sardo: l’unico sardo della serie A, all’epoca, era Antonello Cuccureddu, che stava in quella Juventus che invece quello scudetto al Cagliari cercò di impedirgli di vincerlo. Le grandi Inter e Milan degli anni Sessanta e prima metà dei Settanta ebbero come alfieri rispettivamente il torinese Sandro Mazzola e l’alessandrino Gianni Rivera. Ed era veronese il mitico Guido Masetti, amatissimo portiere e bandiera della Roma del Campo Testaccio dal 5-0 alla Juventus allo scudetto di guerra: in una squadra che ebbe pure all’epoca un bel po’di romani de Roma; ma di questi a esempio Fulvio Bernardini passò per un po’ all’Inter intanto che si prendeva una laurea in Scienze Politiche a Milano, per poi andare da allenatore a far vincere scudetti a Fiorentina e Bologna; il famoso “Tilio” Ferraris IV, quello che prima delle partite incitava i compagni “chi non se butta nella lotta è un gran fijo, eccetera”, per un litigio passò addirittura alla Lazio; e il fornaretto di Frascati Amedeo Amadei dopo essere stato eletto “ottavo re di Roma”dovette migrare anche lui all’Inter e al Napoli di Achille Lauro.

Comunque ora il no udinese di Di Natale, sia pure proveniente da un napoletano con la moglie che sogna l’Arno, in un campionato dove da anni spadroneggia una squadra di mercenari puri come l’Inter, ne fa comunque l’ideale contraltare all’altro protagonista del calciomercato Zlatan Ibrahimovic. La cintura nera di taekwondo che applicando le mosse di quell’arte marziale coreana al calcio ha segnato 177 goal e ha vinto sei campionati (più uno annullato con la Juve), una coppa, due supercoppe, una supercoppa europea e una coppa del

mondo per club, girando per cinque squadre di quattro Paesi diversi: la svedese Malmö FF, l’olandese Ajax, la Juventus, l’Inter, la spagnola Barcellona. E adesso passa alla sesta, avendo - pare firmato con il Milan fino al 2015. È vero che Ibrahimovic la faccia da zingaro ce l’ha pure. E multinazionale c’è nato: in Svezia, da padre bosniaco e madre croata (anche se allora, nel 1981, c’era ancora la Jugoslavia unita). Quando mollò la Juventus mandata in B dallo scandalo per approdare alla corte dei Moratti, lui raccontò pure di aver sempre tifato per l’Inter fin da ragazzino.

«Anch’io tra i molti vi saluto, rossoalabardati,/ sputati/ dalla terra natia, da tutto un popolo/ amati», scriveva nel 1933 Umberto Saba, nella prima delle sue famose Cinque poesie sul gioco del calcio, dedicate alla Triestina. «Trepido seguo il vostro gioco./ Ignari / esprimete con quello antiche cose/ meravigliose/ sopra il verde tappeto, all’aria, ai chiari/ soli d’inverno./ Le angosce/ che imbiancano i capelli all’improvviso,/ sono da voi così lontane! La gloria/ vi dà un sorriso/ fugace: il meglio onde disponga./ Abbracci/ corrono tra di voi, gesti giulivi./ Giovani siete, per la madre vivi;/ vi porta il vento a sua difesa.V’ama/ anche per questo il poeta, dagli altri/ diversamente - ugualmente commosso». Squadra paesana, appunto. L’autore di queste righe ricorda di averla letta in un’antologia ginnasiale degli anni Settanta, con in calce una nota 3 riferita proprio a quel greve “sputati”: «Allora non si acquistavano i giocatori mercanteggiando nelle isole della Polinesia. Sputati esprime con efficacia l’appartenenza al proprio popolo». Spirito di patate di un compilatore di antologie evidentemente non consapevole che la Polinesia non ha mai prodotto talenti calcistici, e che anche per aspettare che ascendesse la stella del melanesiano Karembeu si sarebbe dovuto aspettare una ventina d’anni. Piuttosto, quelli erano i tempi in cui l’Italia si apprestava a vincere la sua prima Coppa Rimet con una squadra imbottita di argentini, ancorchè oriundi. Ma è intrigante il commento dello stesso Saba. «La gara era fra la potentissima Ambrosiana e la vacillante Triestina:


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Oggi torna la serie A con gli anticipi Udinese-Genoa e Roma-Cesena

Parte un campionato a rischio ultrà. Dopo la delusione degli azzurri ai mondiali di Alessandro D’Amato

ROMA. Sarà la sfida più interessante

e si concluse con uno zero a zero. Date le proporzioni delle forze in campo fu una vittoria della Triestina». Dagli anni ’30 ai ’70 e dai ’70 ai ’10 del nuovo secolo e millennio, ancora siamo al confronto tra la cosmopolita Inter e il localismo del calcio friulano-giuliano!

Gli storici del calcio, peraltro, avvertono che la cosa comincia da prima ancora. Antonio Papa e Guido Panico nella loro classica Storia sociale del calcio in Italia, in particolare, ricordano che il calcio a fine ’800 arriva in Italia attraverso due distinti filoni. Da una parte, dunque, il “calcio dei consolati”: le squadre fondate da residenti stranieri, viag-

In tutta l’Europa, comunque, ci sono squadre che si scambiano campioni di «bandiera» da una sponda all’altra della stessa città giatori e marinai di passaggio, soprattutto inglesi ma anche svizzeri e francesi. Quelli che fondano nel 1893 il Genoa, nel 1894 il Football Torinese e nel 1899 il Milan. Squadre che all’inizio escludono addirittura gli “indigeni”, e poi li tengono in minoranza. Dall’altro c’è il «calcio delle società ginnastiche», che si dotano di “sezioni calcio” spesso dopo aver appreso il gioco su manuali, e a volte con varianti di regolamento come le partite di 60 minuti. Comunque, con organici rigorosamente italiani. E qui la decana è proprio nel 1896 l’Udinese, seguita nel 1897 dalla Gin-

nastica Torino, nel 1899 dalla Sampierdarenese e nel 1900 da Andrea Doria e Lazio. Ognuno dei due filoni organizzò campionati propri, ma il primo riconosciuto nell’albo d’oro della Figc fu quello del 1898, tra tre società “consolari” e una sola “ginnica”. E fino al 1907 spadroneggiano i “consolari”: sei scudetti del Genoa, la cui quota di giocatori con cognomi italiani è tra i tre i cinque; tre il Milan, con proporzioni analoghe e anch’esso col nome in inglese. Curiosamente solo la Juventus, nata nel 1897 tra gli studenti di un Liceo, si afferma nel 1905 come squadra a maggioranza italiana. Ma poi nel 1908 la Figc decreta il primo bando agli stranieri: Milan, Genoa e Torino non riescono neanche ad iscriversi, la Juventus si ritira dopo due partite, e inizia il ciclo della Pro Vercelli, con sette scudetti in 12 campionati fino al 1922: squadra ginnica e gagliardamente provinciale.

Anche l’Internazionale nasce nel 1908: da una scissione di milanisti non conformi all’accettazione del diktat anti-stranieri, da cui quel nome particolare. Il 1923 è invece l’anno in cui la Juventus, ormai finanzata dagli Agnelli, spenderà 50.000 lire per acquistare dalla Pro Vercelli Virginio Rosetta: fino ad allora abituato a giocare gratis. Finisce il grande calcio strapaesano, e inizia il grande calcio dei professionisti che continua ancora. Anche se a volte un giocatore può scegliere se farsi di meno in cambio di un ambiente che gli piace di più: non necessariamente perchè è quello di origine. Non è d’altronde solo un tema italiano. Athletic Bilbao e Barcellona sono due squadre che in era franchista furono un orgoglioso simbolo di restistenza regionalista al regime, e alla sua squadra preferita del Real Madrid. L’Athletic Bilbao ha però legato questa retorica identitaria anche alla scelta di schierare sempre e solo giocatori baschi, mentre il Barcellona ha pragmaticamente contrattato “mercenari” di tutte le provenienze: dall’olandese Johan Cruijff, appunto, a Ibrahimovic. E il Barcellona ha vinto titoli a ripetizione, umiliando anche ripetutamente il Real. L’Athletic, invece, non vince più uno scudetto dal 1984.

di un campionato di Serie A ormai avaro di novità, visto lo strapotere dell’Inter e le difficoltà economiche del nostro calcio, che non è più così appetito come un tempo dai campioni stranieri: chi vincerà la partita dell’anno, quella tra i ministro Roberto Maroni e tutti gli Ultras delle varie squadre? Un assaggino delle peripezie che ci attendono è stato dato al ministro Maroni durante la festa della Lega in quel di Bergamo, quando i potentissimi Ultras locali hanno interrotto il comizio del leghista con petardi e fumogeni, per protesta contro quella tessera del tifoso che i fan club delle squadre hanno già bollato dall’epoca del suo annuncio come un tentativo di schedatura di massa di chi va allo stadio. La protesta delle curve contro la tessera del tifoso ha unito le tifoserie di tutta Italia, anche quelle storicamente avverse. Con tanto di vertici organizzati nei mesi scorsi in varie città, che hanno costretto il Viminale a rafforzare le misure di sicurezza. L’allarme per le manifestazioni di dissenso annunciate per il week end calcistico è scattato in tutte le questure. E il sottosegretario all’InAlfredo terno, Mantovano, ha annunciato un ulteriore giro di vite. A settembre, per invertire il trend di crescita degli incidenti (+18% lo scorso anno), sarà varato un decreto legge per ripristinare la norma che prevede l’arresto differito in flagranza allungato a 48 ore (scaduta il 30 giugno) e per introdurre altre restrizioni (tra cui la trasformazione degli steward in pubblici ufficiali).Insomma, oggi lo Stato ha una gran fretta, e le società e la Federcalcio appoggiano incondizionatamente il lavoro del ministro dell’Interno. Peccato che non sia andata sempre così.

L’iter per il rilascio della tessera è talmente macchinoso che i ritardi nella consegna dei documenti rischiano di bloccare intere tifoserie per la prima trasferta dell’anno, e qualcuna ha messo in conto il rischio anche per la seconda. Senza tessera, non si può comprare il biglietto per seguire la propria squadra in trasferta. In più, il software per tenere in costante contatto club e questure al fine

di verificare in tempo reale i requisiti dei tifosi sarà a regime solo fra qualche settimana. I controlli che le questure devono operare per il rilascio, al solito, vanno a rilento, tanto che solo le società milanesi sono riuscite a completarlo in tempo (ma il Milan era partito un anno prima); tutti gli altri sono in ritardo.

Nel frattempo dall’altra parte si sono organizzati. Nel senso che le società, soprattutto quelle del centrosud, hanno registrato un crollo degli abbonamenti (il caso della Lazio è emblematico: -70%; alla Roma di tessere ne mancano 20mila). A non abbonarsi più sono quelli che prendevano i posti nei settori popolari (curve e distinti), e l’hanno fatto per protesta nei confronti della tessera del tifoso. Le tifoserie hanno rifiutato la “schedatura di massa”, ma non rinunceranno allo stadio: acquisteranno semplicemente i biglietti al botteghino, e i gruppi faranno incetta dei posti “segnati” nelle zone di curva che gli interessano. E le trasferte? È qui il problema più grosso. Perché per adesso il tam tam tra radio specializzate, forum e giornali “di settore” è orientato verso l’esserci comunque, in qualche modo o maniera. A partire, però, saranno i più “estremisti”, e potrebbe accadere quanto accaduto durante Inter-Roma: autogrill devastati e lancio di petardi e fumogeni per interrompere le partite. Un modo per far notare a tutti che loro ci sono, e protesteranno fino all’ultimo contro le nuove norme. Fino a dove? È la domanda che si fanno tutti, dal Viminale alle Questure fino ai responsabili delle società. Che dovranno essere pronte a pagare il prezzo sportivo per quello che combinano i tifosi, a causa della responsabilità oggettiva. E allora ecco che potrebbero arrivare le squalifiche del campo e persino, in extrema ratio, le sconfitte a tavolino. Che porteranno la situazione ad inasprirsi ancora di più: è dura sentirsi colpevoli quando i danni li combinano gli altri. I presidenti lo sanno: non c’è cosa più difficile che mettersi contro i tifosi delle squadre che presiedono. Tra Maroni e gli Ultras, chi sceglieranno?


ULTIMAPAGINA Il caso. La tv cilena trasmette un video con i volti dei minatori che rimarranno intrappolati per altri tre mesi

Un dramma che finirà solo di Pierre Chiartano

oro, argento, manganese, tanto per citare solo alcune delle materie prime estratte nelle centinaia di miniere cilene. Viva Chile y sus mineros, si leggeva sui cartelli quando l’intero Paese festeggiava il «miracolo». «Non saranno probabilmente con noi per il Bicentenario (dell’indipendenza del Cile, che si celebra il 18 settem-

angue e miniera, tragedia e reality. Sono rimasti per oltre due settimane a 700 metri di profondità. Trentatre minatori cileni, bloccati da un crollo nelle viscere di una miniera, hanno tenuto duro senza impazzire. Aspettando un segnale, un rumore,

S

qualcosa che ricollegasse il filo spezzato con l’esterno, con la vita, col ritorno a casa da moglie e figli. Poi una sonda è riuscita a raggiungerli e un piccolo nodo a riallacciato nomi e volti, di Mario e dei suoi colleghi, alla superficie e alla vita.

a NATALE

Dovranno aspettare per mesi, perché quel piccolo foro in cui passa il cordone ombelicale, è utile solo a portare acqua, cibo, medicinali e una macchina fotografica, con cui i medici vogliono controllare de visu le condizioni generali dei trentatre. La polvere e l’umidità possono incidere pesantemente sulla loro salute. Ma sono le condizioni psicologiche che preoccupano di

bre), ma lo saranno per Natale e Capodanno» aveva dichiarato Pinera a margine di una breve cerimonia religiosa tenuta al palazzo presidenziale di Santiago, dedicata ai minatori. Poi ieri i soccorritori hanno calato una telecamera nel buco. I mineros hanno girato un video di 45 minuti in cui raccontano le loro vite, messi a nudo nel cuore

più, tanto che il presidente Sebastian Pinera non ha esitato a chiamare in aiuto la Nasa, e i suoi esperti per capire bene come trattare il gruppo di minatori che dovranno vivere ancora per mesi in un ambiente ristretto, inospitale e senza luce. Loro hanno già dato dimostrazione di essere reattivi, tenaci e pieni d’iniziativa: hanno creato dei canali per convogliare l’acqua che filtra dalle pareti della miniera sotto il deserto di Atacama. Sarà un reality di quelli spinti all’estremo, che farà una radiografia impietosa dell’uomo all’estremo limite della sopravvivenza. Gli esperti già si sono pronunciati: non si dovranno creare delle fazioni all’interno del gruppo che dovrà per quanto possibile rimanere unito. L’incidente nella miniera era diven-

e nell’anima. Il morale rimane alto e adesso i trentatre sanno bene che ci vorranno forse quattro mesi per uscire dal buco. Nelle riprese uno alla volta salutano le proprio famiglie, e poi offrono un tour dell’ampio rifugio: l’angolo in cui pregano, i materassini su cui dormono, l’armadietto dei medicinali, un gabinetto d’emergenza, «una piccola ciotola in cui ci laviamo i denti». «Siamo ben organizzati», commenta il minatore prima di mostrare un tavolo a cui, spiega, passano la maggior parte del tempo, chiaccherando e giocando a carte. Auguriamo ai trentatre in fondo al pozzo il destino che Archibald Joseph Cronin aveva previsto per il personaggio di Davey Fenwick, nel suo romanzo E le Stelle stanno a guardare, lontano dalle miniere.

tato un dramma nazionale che però si è trasformato in un grande momento di emotività collettiva, quando a Copiapo, a 830 chilometri a nord di Santiago del Cile, c’era stato il ritrovamento, su una delle perforatrici usate dai soccorritori, di un pezzo di carta con la scritta, in inchiostro rosso, «stiamo tutti e 33 bene nel rifugio». Il Cile, in pie-

na crisi economica, vive, nel possibile salvataggio di quegli uomini in fondo al pozzo, la possibilità di riscatto per un intero Paese, la chance di far tornare in superficie i trentatre, equivale alla possibilità di farcela per l’intero Cile.

Il Paese vive sull’estrazione di rame, nitrato di sodio, ferro, zinco,


2010_08_28