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Se la Stampa non esistesse, bisognerebbe non inventarla; ma ormai c’è, e noi ne viviamo Honoré de Balzac

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 29 LUGLIO 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

La Camera vota la manovra tra forti tensioni. Il coordinatore attacca il presidente della Camera e dice: «Non ho scaricato Dell’Utri»

Che Italia,tra Verdini e Vendola

Il Pdl dilaniato dalla questione morale: e Berlusconi rompe con Fini.Il Pd assediato dal populismo: e Bersani apre alle larghe intese.È sempre più urgente una svolta contro affaristi e demagoghi SUBITO UNA SVOLTA

di Marco Palombi

Tra impunità e lirismo, andiamo verso il declino di Enzo Carra acciamo due conti. Se si votasse in autunno potremmo assistere a un duello tra il cavaliere e Nichi Vendola. Va bene, è un’ipotesi alquanto remota. In autunno, si obietta, in Italia non si è mai votato. Giusto, ma c’è sempre una prima volta. Ed è pur sempre possibile che la vicenda berlusconiana invece di volgere al termine, come stanno ripetendo oggi anche certi suoi ex accaniti sostenitori, dia nuovi segni di vita e che il Cavaliere si ripresenti all’elettorato nell ventennale della discesa in campo. a pagina 2

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Un altro attacco a nord di Herat

ROMA. La giornata dello

Parla il filosofo della politica

Il vuoto anticipato Il ciclone Nichi secondo De Giovanni Secondo un sondaggio, il governatore pugliese alle primarie batterebbe tutti, «colpa dell’assenza di politica» Errico Novi • pagina 4

show di Verdini potrebbe essere anche quella dello showdown di Berlusconi. Le due storie si incrociano in Fini: attaccato da Verdini («Non mi ha difeso») e sulla via di un attacco finale da parte di Berlusconi che oggi o domani dovrebbe additarlo pubblicamente come nemico della nazione parlando al Senato. Verdini, dal canto suo, ha rubato la scena a Tremonti (ieri la Camera ha votato il sì alla manovra) ripetendo fino alla nausea davanti a una agguerrita platea di giornalisti di essere innocente. «Esiste una sola verità, la mia. Il mio onore non si discute: non ho fatto nulla». La magistratura (alias la vera loggia) s’è inventata tutto perché è in malafede. Un grande spettacolo, chiosato dalle urla di due agitati tifosi, Giorgio Stracquadanio e Giuliano Ferrara. a pagina 2

Sono francesi, tedeschi e polacchi gli ambasciatori del ministro Ashton

Bruxelles, non contiamo niente Non c’è spazio per noi nella nuova diplomazia della Ue di Enrico Singer sorrisi e i reciproci complimenti scambiati prima con Franco Frattini e poi con Silvio Berlusconi non sono bastati a mascherare l’ennesimo schiaffo. L’Italia esce sconfitta anche dalla composizione del vertice del nuovo servizio diplomatico europeo. La baronessa britannica Catherine Ashton affiderà a un francese, a un polacco e a una tedesca i tre posti-chiave di segretario generale e di vicesegretari della grande macchina - più di 130 sedi nel mondo, settemila funzionari e un budget annuo di tre miliardi di euro - che dovrebbe assicurare alla Ue la tanto inseguita “voce unica” sulla scena internazionale. Alle polemiche sulla effettiva capacità dell’Europa di sviluppare una politica estera unitaria, si aggiungono così anche quelle sul ruolo del nostro Paese sempre più emarginato dalle poltrone che contano nell’organigramma del potere comunitario. a pagina 8 I QUADERNI)

Un ordigno artigianale fa esplodere un blindato a dieci chilometri dalla base italiana. Il premier: «Il nostro dolore è grande, ma dobbiamo esserci». Oggi l’informativa del governo alla Camera di Gaia Miani

HERAT. Due militari italiani sono morti nel pomeriggio a Herat, in Afghanistan. Il fatto sarebbe avvenuto precisamente a una decina di chilometri a nord di Herat. I due militari, secondo quanto si è appreso ieri dalle prime ricostruzioni, sarebbero rimasti vittima di un attentato compiuto con un ordigno artigianale (Ied) piazzato lungo la strada che stavano percorrendo a bordo di un blindato. Nell’attentato, non sarebbero rimasti coinvolti altri militari. Anche il precedente attentato che aveva causato la morte di soldati italiani e gravemente ferito alle gambe altri due militari che viaggiavano su un blindato, lo scorso 17 maggio, era avvenuto nella zona di Herat, dove ha sede il quartier generale del nostro contingente.

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Attentato in Afghanistan Ancora sangue italiano

Il ministro degli Esteri Frattini con Lady Ashton

• ANNO XV •

NUMERO

145 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

a pagina 17 IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Attacco e difesa. Colorita conferenza stampa di autodifesa di Verdini. Ma Bocchino chiede ancora le sue dimissioni

L’onore di Denis

Il coordinatore racconta la sua verità: «Non ho fatto nulla di male». E intanto Berlusconi prepara al Senato il discorso di rottura con Fini di Marco Palombi

ROMA. Denis Verdini non governa per caso, davanti e dietro le quinte e pure da parecchio tempo, il più grande partito italiano. Da ieri dovrebbe essere chiaro a tutti: s’è presentato in conferenza stampa nella sede del Pdl, in via dell’Umiltà a Roma, davanti ad una platea di giornalisti non certamente facile. È stato quasi sempre calmo, s’è sforzato di rispondere anche alle domande più spinose e “tecniche”, ha rivendicato, peraltro non senza ragione, la differenza di condizione tra un indagato e un condannato. Insomma, non fosse stato per le urla di Giorgio Stracquadanio e Giuliano Ferrara contro la collega dell’Unità, Claudia Fusani - rea di domanda “morbo-

Il premier pronuncerà al Senato un discorso durissimo contro il «cofondatore» certificando il divorzio sa”al triumviro su certi assegni e, in subordine di «non capire un c…» - ieri l’ex banchiere avrebbe fatto un capolavoro televisivo. Si dice televisivo perché poi, a livello penale, le accuse restano tutte in piedi alla Procura di Roma come a quelle di Firenze e Cagliari («la 3P» ci ha scherzato sopra lui) con telefonate, versamenti, raccomandazioni pro-cricca eccetera. In ogni caso, «non ho nulla da temere», ha spiegato Verdini, «non ho mai saputo né fatto parte di associazioni segrete. Non ne conosco finalità né attività». E dunque, «non capisco perché dovrei dimettermi da coordinatore. Ho sempre fatto bene il mio lavoro». Flavio Carboni, ha detto ancora il deputato toscano, «l’ho conosciuto nel 2009, mi è stato presentato da un imprenditore per investire nel Giornale di Toscana»: i versamenti bancari dall’uomo di Licio Gelli a conti a lui riconducibili sarebbero, quindi, solo «un aumento di capitale» della società editoriale. «Sono colpevole del nulla», chiosava Verdini. La colpa di tutto, un topos dalle parti di via del-

Lo spettro di una sfida inedita tra il Cavaliere e il governatore pugliese

Le narrazioni poetiche contro la prosa giudiziaria di Enzo Carra acciamo due conti. Se si votasse in autunno potremmo assistere a un duello tra il cavaliere e Nichi Vendola. Va bene, è un’ipotesi alquanto remota. In autunno, si obietta, in Italia non si è mai votato. Giusto, ma c’è sempre una prima volta. Ed è pur sempre possibile che la vicenda berlusconiana invece di volgere al termine, come stanno ripetendo oggi anche certi suoi ex accaniti sostenitori, dia nuovi segni di vita e che il Cavaliere si ripresenti all’elettorato per celebrare il ventennale della discesa in campo. Altrettanto possibile che il Pd si arrenda all’Obama bianco, il governatore di Puglia. La sua sarà anche una candidatura «fuori contesto», come dice Bersani, ma c’è. E, per la verità ha una sua logica. O meglio, ha un cuore di sinistra che scalda altri cuori di sinistra. Alla «prosa cinica» di D’Alema, come la definisce Vendola, molti preferiscono la sua poesia, magari «cattiva» secondo il suo Massimo detrattore. E però, poesia che di questi tempi è merce rara, e pregiata.

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Inoltre Vendola è partito in anticipo, mentre gli altri potenziali candidati si controllano, ostacolandosi e il partito insiste in discussioni che potrebbero protrarsi per anni e anni senza portare a nulla, qual è ad esempio la sua collocazione internazionale. C’è quindi in campo l’ipotesi estrema dello scontro tra Pierino, interpretato dall’Obama del Tavoliere, e il Lupo con l’inossidabile sorriso di Silvio Ber-

lusconi. Un esito come questo prescinde ovviamente dal nostro gradimento. Succedesse, sarà per dinamiche e per ragioni che ci sfuggono.

Possiamo comunque spiegare perché una soluzione come questa ci farebbe constatare che la crisi italiana sta per cambiare in tragedia. Avremmo infatti da un lato la sinistra guidata da Vendola, poetica e un po’ veltroniana, liquida e carica di citazioni. Una sinistra che potrebbe addirittura virare in un ticket “fasciocomunista”, composto da Nichi e da Fini, ad imitazione di Canale Mussolini, il romanzo vincitore dello Strega, ma anche per dare una soddisfazione al buon Pansa che ne ha scritto da par suo ieri, sul giornale degli Angelucci. L’ossimoro in realtà è stato già varato dalla fondazione finiana Farefuturo, per un nuovo discorso “alla società”, come liricamente evocato proprio dai collaboratori del presidente della Camera. Dall’altra parte troveremmo un Cavaliere non sappiamo dire se in affanno, o preoccupato. O, semplicemente, costretto nella continua difesa dei suoi uomini, che stancherebbe chiunque, specialmente una persona che ha trascorso i tre lustri precedenti a difendere se stesso. E ora che gli va a capitare? Ora che potrebbe rilassarsi un po’ e pensare senza tante distrazioni alla sorte di noi italiani, che cosa gli capita? Deve correre da una stanza all’altra dei suoi Palazzi per ascoltare le ricostruzioni dei suoi principali collaboratori su inchieste che ormai riguardano soltanto loro. Insomma, se oggi Silvio Berlusconi arriva al punto di passare molto del suo tempo a difendere addirittura un magistrato come Caliendo, e poi Verdini e Dell’Utri, ma la contabilità è in salita, la situazione è davvero assai grave. Piuttosto di portare buone notizie all’Italia, non può che intristirci ulteriormente. Questo non ci va più di sopportarlo. Si chiedeva ieri, con evidente angoscia, Bondi: «C’è ancora la possibilità di uscire dal pantano in cui siamo immersi?». Sì che c’è, caro Bondi. E tu sai bene come. Basta fare a meno della poesia e della difesa a uomo.

l’Umiltà, è il «circuito mediatico-giudiziario»: in sostanza toghe rosse e giornalisti pure. «Tutta questa storia – ha spiegato il nostro – parte da un pranzo a casa mia riportato da alcune intercettazioni. In questo pranzo si è parlato della candidatura del giudice Miller. Non conoscevo il giudice Martino, il giudice Lombardi e il giudice Miller. La selezione delle candidature è il mio lavoro. Nessuno mi cita mai dopo quel pranzo, per questo mi sembra strano essere ricondotto alla ormai famosa P3. E quanto alla discussione sul lodo Alfano: in quei giorni se ne parlava dappertutto». Quanto alla faccenda dell’eolico, «io non so di che cosa si parli. Ho solo cercato di mettere in contatto Carboni col presidente Cappellacci: non ho chiesto nulla, ho solo messo in contatto due persone». La candidatura di Caldoro, infine, «è avvenuta in modo trasparente»: «Non c’è stato nessun dossier ma solo un foglio dattiloscritto che è stato subito cestinato. Dopo che il partito aveva deciso di indicare Caldoro come presidente è arrivato un altro volantino, consegnato da Sica, il quale aveva voglia di fare lui il candidato presidente. Questo volantino l’ho portato personalmente a Caldoro. Lui con tutta semplicità mi ha detto che non era vero niente. Tutto il resto per me sono cose inesistenti».

Sistemata la questione difesa, il triumviro toscano non ha voluto rinunciare a qualche mazzata ai nemici interni: «Mi dispiace che il presidente della Camera non mi abbia tutelato, è sgarbato che chieda le dimissioni di un suo rappresentante. Mi attacca nonostante l’abbia votato». A Bocchino invece che sostiene che lui non sia più «in condizioni, anche psicologiche, di fare il coordinatore» – una risposta bella tosta: «Forse io dovrei andare dallo psichiatra, ma Bocchino non è nelle condizioni politiche di dire certe cose» e «si ricordi che il Pdl si è stretto attorno a lui quando gli arrivò una richiesta d’arresto». Coi finiani, insomma, «serve un chiarimento» subito dopo l’approvazione della manovra: «Noi non vogliamo cacciare nessuno, ma è evidente che se uno non si trova bene e se ritiene che l’impegno con gli elettori non sia vincolante è


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ROMA. La maggioranza ha fret-

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La Camera vota la fiducia alla manovra economica tra molte polemiche

ta: non fa piacere a nessuno rovinarsi le vacanze, neanche se ci sono in gioco la crisi economica e le intercettazioni.Votare, votare, votare: è l’imperativo imposto dal governo ai parlamentari, nella speranza di arrivare a una (ormai improbabile) approvazione della legge contro le intercettazioni prima delle vacanze. Ieri, per esempio, la fretta del governo ha prodotto almeno il sì senza discussione alla manovra economica, una legge senza padri, con una madrina d’eccezione (l’Europa) ma soprattutto con tanti manifesti avversari, sia dentro sia fuori la ai piani del premier: «Voglio fare prima il federalismo». E la maggioranza. riforma, aggiunge, «è la carta Nelle pieghe della discussione che garantisce che non si torna sulla manovra, però, ci sono alle urne». Al punto, e questo è due fatti più importanti degli il passaggio più significativo, altri: l’avvicinamento di Pier soprattutto se combinato con le Luigi Bersani a Pier Ferdinan- aperture di Bersani, che il Sedo Casini sul tema del governo natùr sarebbe disposto «pure a delle larghe intese lanciato ap- parlare con il diavolo», cioè a punto dal leader centrista co- discutere a sua volta di esecutime possibilità di superamento vi diversi dall’attuale. della crisi del berlusconismo e, a maggior ragione, la battuta È il colpo che il Cavaliere non con cui Umberto Bossi ha av- si aspetta. E che Bossi cerca di vertito che «una rottura tra addolcire con il suo solito tono Berlusconi e Fini non comporta sdrammatizzante: «Dobbiamo automaticamente che si vada portare a casa il federalismo analle elezioni». Perché? Sempli- che perché le Regioni sono sence, spiega il leader della Lega za soldi e se non lo facciamo mi assestando un colpo durissimo ammazzano». Basterà a indurre

Bersani va verso Casini (pensando a Vendola)

Il leader Pd si dice pronto a un atto di «responsabilità nazionale». E Bossi di rimbalzo: «Mai le elezioni anticipate»

una sua decisione». Il fatto è, se è concesso svicolare dal penale verso quel che resta della politica, che il Cavaliere non ha ancora capito come mandar via il presidente della Camera: approvare un nuovo documento a stragrande maggioranza in direzione o nell’ufficio politico non vuol dire che poi si può espellere chi vota contro. Attorno al premier stanno letteralmente perdendo la testa: una delle proposte circolate in questi giorni prevedeva di minacciare di epurazione uno per uno quei “finiani”che hanno un posto di governo o una poltro-

na parlamentare (tipo presidenti di commissione), cioè Urso, Baldassarre, Moffa, Augello, eccetera. Non si sa se sia questo il motivo per cui la cosa è stata lasciata cadere, ma «se lo fate con Menia (sottosegretario all’Ambiente, ndr) quello ve mena», ha chiarito un ex An passato con Berlusconi. L’unica quasi-certezza, per ora, è che Berlusconi oggi o domani in Senato dovrebbe fare un discorso durissimo contro il cofondatore, una specie di showdown dalla quale Fini dovrebbe uscire umiliato e abbandonato.

di Andrea Ottieri il Cavaliere ad una strategia meno distruttiva con Fini e i suoi fedelissimi? Possibile, tenuto conto della novità proveniente dal Pd. Certo, quella di Bersani è un’apertura tiepida: «Noi, per quanto ci riguarda, siamo pronti a una fase transizione che in primo luogo consenta una corretta democrazia parlamentare a partire dalla riforma elettorale», ha detto il segretario del Pd. E poi, per motivare la scelta, rivolto alla maggioranza ha aggiunto: «A voi la responsabilità: cercare di galleggiare andando avanti così? Forzare la mano con atti di arroganza? Oppure prendersi una responsabilità nuova? Io mi auguro che voi mettiate in campo una

Il triumviro toscano ha risposto a ogni domanda, ogni volta ripetendo la stessa storia: «Non ho fatto null’altro che il mio lavoro e non ho niente da temere». In sala c’erano anche Ferrara e Stracquadanio a fare il tifo per lui

maggiore responsabilità». Insomma, il segretario pd segue proprio la linea lanciata da Casini: un governo di larghe intese che comprenda tutte le forze responsabili, con un presidente scelto dal Quirinale. Nessuna pregiudiziale per il Pdl, dunque, proprio come dice lo stesso Bersani che fa appello alla «responsabilità della maggioranza».

Da parte sua, il leader centrista ha colto l’occasione del voto sulla manovra per ribadire le sue critiche al governo: «Comprendiamo la necessità di rigore indicata da Tremonti, ma la manovra messa in campo dal governo è ragionieristica, e ha una grande mancanza: la mancanza Ma ieri non era solo la giornata di Verdini e del sempre futuro redde rationem anti-finiano. Il Pd, ad esempio, ha deciso di «puntare»Caliendo con una richiesta di voto immediato sulla mozione di sfiducia individuale contro il sottosegretario alla Giustizia. Il nostro però, forte dell’appoggio del governo e soprattutto del premier, non ci pensa nemmeno a dimettersi: «Io rispondo dei fatti e di fatti non ne ho commessi. Poi le decisioni politiche le assumono altri ed io farò quello che il mio gruppo mi chiederà di fare». Anche Caliendo, che sarà

di coraggio politico». E poi, nel merito, ha aggiunto: «Ci sono tagli della spesa pubblica ma sono tagli lineari, nei quali manca una capacità di scelta. Il problema è che con una maggioranza che non ha la capacità di fare le riforme l’unica cosa da fare sono i tagli lineari». Per Casini occorreva una maggiore stretta sulla speculazione e misure in aiuto delle imprese. «Se la Fiat se ne va in Serbia – ha spiegato – la colpa non è tutta dell’amministratore delegato, perché è un’impresa e dunque deve stare sul mercato, è il segno invece di un Paese che non ha più la capacità di dare prospettive: un cuneo fiscale al 46 per cento spinge all’esodo le grandi imprese, ma anche tante piccole aziende. E per di più in un momento così non c’è nemmeno il ministro dello Sviluppo economico». Poi, in conclusione, ha in un certo senso risposto a Bersani: «Noi abbiamo la consapevolezza delle nostre difficoltà, che non sono solo figlie di questo governo, ma sono acuite da questo tirare a campare. Lo abbiamo detto e lo continueremo a dire, perché abbiamo il difetto di dire le stesse cose sempre. Non servono trasformismi, serve uno sforzo di responsabilità nazionale per guidare il Paese fuori dalla crisi».

ascoltato dai magistrati domani, s’è voluto concedere una piccola difesa a mezzo stampa: «Nell’ordinanza si capisce che in quella riunione in cui si è parlato di Lodo Alfano io non c’ero». Ultimo ma non ultimo viene l’ex quasi ministro Aldo Brancher, accusato a Milano di appropriazione indebita per 400mila euro e di ricettazione per altri 600mila ricevuti da Gianpiero Fusani (ex ad della Popolare di Lodi) o da suoi collaboratori: ieri il tribunale lo ha condannato a due anni di reclusione e al pagamento di una multa di 4mila euro.


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l’approfondimento

«È lui l’avversario naturale di Berlusconi, è scaltro e incantatore: ma non paragonatelo a Obama», suggerisce il filosofo

Il vuoto anticipato

Secondo un sondaggio, nelle primarie Vendola supera Bersani: «Vuole approfittare di un Pd senza progetto politico», dice Biagio De Giovanni, «ma la dissoluzione del Pdl può capovolgere lo schema e metterlo fuori gioco» di Errico Novi

ROMA. Pier Luigi Bersani? Competente, onesto, affidabile. Ma inadeguato a battere Silvio Berlusconi. Meglio Nichi Vendola, che non prevale mai sul segretario democratico quando si discute dei singoli parametri, ma che per la maggioranza degli elettori di centrosinistra (una maggioranza ristretta, del 51 per cento contro 49, ma pur sempre significativa) è il solo in grado di disarcionare il Cavaliere. Lo dice un sondaggio di Ipr marketing pubblicato non casualmente ieri sul sito di Repubblica. Ed è forse l’inizio di una storia già scritta. Quella che potrebbe portare il governatore pugliese a fare bottino pieno in casa pd grazie alle primarie. Un destino da colonizzati attende dunque il Nazareno, secondo un sondaggio che sembra anticipare esiti non fantasiosi. Quanto meno se nel partito di Bersani continuasse a latitare un vero progetto politico alternativo per la guida del Paese. Lo riconosce tra sconcerto e rassegnazione uno dei padri del Pd, Biagio De Giovanni: «Quel progetto non viene fuori, questo

è il punto. E nel totale vuoto politico, ideale, culturale della sinistra italiana e del Partito democratico, si può anche considerare naturale che venga fuori il fenomeno Vendola».

De Giovanni è spietato: «Non c’è niente e quindi può venire fuori qualsiasi cosa», dice. «Vendola è un grande affabulatore, un narratore di favole, e in mancanza di una solida cultura politica emerge lui». E lui stesso si definisce portatore «di una grande narrazione, così come lo è Berlusconi». Nel vuoto insomma sopravvivono solo «due racconti», come li definisce De Giovanni. Ma sono pur sempre altrettanti surrogati di una visione del futuro. È un vuoto comune. Che il Pd non prova neanche a riempire, però, e che invece Vendola si candida a vivacizzare con il suo “populismo lirico”. «Definizione appropriata», secondo De Giovanni, «come appare indovinata quella dell’atarassia per indicare la risposta di Bersani e del Pd all’iniziativa di Vendola. Dopodiché certo, solo Vendola con la sua fantasiosa affabulazione

può definirsi l’Obama italiano. È un paragone che non regge, Obama è un uomo di Stato che si è confrontato con un sistema democratico complesso».

Se è vero che il presidente della Puglia ha in comune con Berlusconi il potere della suggestione, è anche vero, aggiunge l’ex europarlamentare del Pci-Pds, «che un’esplosione del Pdl, sempre più probabile, rischia di complicare anche i piani di Vendola. Il Cavaliere è appunto il suo avversario naturale, ma se cambia l’assetto lui stesso rischia di fini-

«Se alle Regionali si fosse misurato con un unico avversario, Nichi sarebbe finito»

re fuori gioco». L’affinità del magnetismo, della capacità di affabulazione, lega in modo ambivalente, dunque, i due leader. «Fermo restando che ha ragione chi dice, come ha fatto Paolo Franchi sul Corriere della Sera, che non si può sottovalutare il fenomeno Vendola. Certo, la risposta non può consistere nell’atarassia o nell’indifferenza. Ci vorrebbe quel famoso progetto che però non viene fuori, appunto». E in queste condizioni l’attuale governatore pugliese può dilagare. «La dialettica politica oggi in Italia avviene solo all’interno del

Pdl, ruota esclusivamente attorno al conflitto tra Berlusconi e Fini, con Casini e Rutelli che possono acquisire un ruolo e con Bersani che invece fa da sponda a Fini e basta. In simili condizioni non sorprende che il grande novelliere Vendola possa diventare il salvatore della patria».

Dal segretario del Pd arriva adesso la disponibilità a un governo di unità nazionale «che faccia la legge elettorale». E il discorso si incrocia con la subordinata suggerita da De Giovanni: «Se il centrodestra come lo abbiamo conosciuto finora non ci sarà più, saltano tutti gli schemi. Qualsiasi parametro di giudizio adottato finora viene meno. Era difficile immaginare uno sfaldamento del genere, tale da mettere in discussione la costituzione etico-politica del centrodestra italiano. Il punto è: se si va al voto, con quali alleanze ci si arriva? Sembra chiaro che la possibile evoluzione del quadro favorirebbe un nuovo grande centro. E a quel punto Vendola rischia di uscire di scena: lui ha un ruolo se continua ad averlo Berlusconi,


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Intanto il Partito democratico rimane immobile, tra sezioni di partito e gazebo per le primarie

C’era una volta Guido Carli, oggi si fa il tifo per Nichi il rosso Dopo Veltroni, anche «Repubblica» ha fatto la sua scelta schierandosi con il governatore. Ma c’è chi teme che siano due «abbracci mortali» di Antonio Funiciello l Pd è ancora lì: spaesato a mezza via tra sezioni di partito e gazebo per le primarie. Da una parte il laconico Bersani, che difende le prerogative del partito e le ambizioni della sua linea politica; dall’altra il loquace Vendola, che forza la mano ai democratici candidandosi come l’anti-Berlusconi e, non avendo un proprio partito, prova a sfondare dall’esterno il Pd. Difficile prevedere cosa resterà del Pd e del centrosinistra tra il tacito arroccamento bersaniano e il verboso sfondamento vendoliano. Sembra un vecchio film western col fortino del Nazareno isolato e i suoi ufficiali a chiamare le truppe rimaste alla resistenza, mentre l’indiano Vendola che avanza. Raccogliendo alleati tra a destra e a manca, ovvero tra moderati e sinistri dentro e fuori il Pd; ma soprattutto conquistandosi l’appoggio di Repubblica, con tutto quanto ne consegue. Il sondaggio che il quotidiano di Scalfari ha commissionato per sostenere l’affondo di Vendola sul Pd la dice lunga sul peso che Repubblica può (e intende) esercitare nelle scelte del centrosinistra verso le elezioni politiche (quando saranno).

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Repubblica non è nuova ai tentativi di direzione esogena del centrosinistra italiano. Agli albori del Pd, ha sostenuto a spada tratta Walter Veltroni nella sua campagna per la conquista della segreteria e, quindi, nella competizione disperata del 2008 contro Berlusconi. Salvo poi mollare Veltroni e cominciare a sparargli addosso quando, sconfitto, il leader democratico tentò la via del dialogo col centrodestra e l’obiettivo della legislatura costituente. Col diavolo non si parla e il peccatore Veltroni, che voleva addirittura dialogarci, fu punito col castigo della defenestrazione. Similmente le simpatie di Repubblica si erano in passato ritorte in astiose antipatie contro chi pure ne aveva beneficiato. L’elenco è lungo: da Rutelli allo stesso Romano Prodi. Oggi Vendola, che è un politico furbo, non può fare certo lo schizzinoso e accoglie a braccia aperte l’appoggio che gli viene offerto da Ezio Mauro e compagni. Ma sa che tale sostegno è precario e così s’industria a rafforzare le sue alleanze dentro il Pd. Il più importante triangolo strategico Vendola prova a chiuderlo, collocandosi al vertice, con Repubblica e Veltroni a puntellare gli altri angoli. Non è impresa semplice. Malgrado le intese “cultualla rali” scuola politi-

ca di Veltroni di Bertinoro, le differenze tra i due sono state in passato decisive. Nel ’98 Vendola fu tra i deputati bertinottiani di Rifondazione ad abbattere il primo governo Prodi, nel quale Veltroni ricopriva la carica di vice presidente e titolare dei Beni culturali.

Dieci anni dopo, Veltroni ebbe modo di vendicarsi optando per la vocazione maggioritaria: rifiutò un’alleanza al partito di Vendola, finendo per cacciare Rifondazione comunista fuori dal Parlamento dopo sedici anni di ininterrotta permanenza. Più di recente, Veltroni è quello che, tra i dirigenti democratici, si è speso a favore dell’accordo Fiat di Pomigliano; Vendola, d’altro canto, è l’uomo politico che più ferocemente ha biasimato Marchionne e il nuovo corso del gruppo torinese. Arduo mettere insieme tali sensibili di-

Malgrado le intese “culturali” alla scuola politica di Walter, tra i due in passato le differenze sono state decisive

versità. I dalemiani accusano Veltroni di voler utilizzare Vendola come una specie di cavallo di Troia e si fingono Cassandre nell’avvisare Bersani del trucco. Veltroni sosterrebbe in questa fase Vendola al solo scopo di indebolire il partito, di suo già in difficoltà, salvo poi, all’approssimarsi del voto politico, mollare il presidente pugliese e riproporsi alla guida del centrosinistra. Più facile a dirsi, che a farsi. Anzitutto Veltroni sconterebbe in quel caso la difficoltà di doversi proporre non come candidato unitario che tutti (o quasi) invocano, ma nel contesto di uno scontro politico con Bersani che, malgrado il suo prolungato silenzio, cova ambizioni di premiership. Lo scenario dei dalemiani non tiene conto della allergia di Veltroni alla lotta politica, che gli ha fatto preferire per ben due volte le dimissioni da segretario di partito. I dalemiani compiono poi l’ennesimo errore di sottovalutazione di Vendola, il quale fino ad ora doveva più volte essere lasciato per strada ed ha, invece, appiedato lui i suoi avversai interni. Siamo così sicuri che sia semplice utilizzare Vendola per i propri scopi, senza finire per essere utilizzati da Vendola per perseguire i suoi propri?

Intanto Massimo D’Alema, mentre veniva venerato come dio in terra alla festa dei giovani democratici di Torre del Lago (in Versilia: i giovani democratici si trattano bene...), ha ammonito tutti di non fare di Vendola il nuovo tormentone dell’estate. Naturalmente, come gli capita da un bel po’, D’Alema ha ottenuto esattamente l’effetto opposto e per la bella stagione a sinistra non si farà che parlare d’altro. Il Pd proverà a metterci mano, non facendo ad esempio di Vendola un protagonista del circuito già in moto delle feste di partito. Le feste democratiche (e quelle che ancora si chiamano “de l’Unità”) non avranno tra i propri ospiti il presidente pugliese che, però, proprio non sembra aver bisogno delle feste del Pd per imporsi all’attenzione. Senza Vendola, il circuito delle feste porterà dritto alla festa nazionale che il Pd terrà a Torino nella prima metà di settembre. Lì si cercherà di risolvere il giallo che affatica il Nazareno: Bersani contrattaccherà Vendola per la leadership del centrosinistra? E se non lo farà lui, emergerà qualcun altro? Un mistero tanto fitto da convincere gli organizzatori ad offrire la direzione artistica della festa nazionale al giallista Carlo Lucarelli. Che ha accettato e pare abbia già avviato le sue indagini...

se può contrapporsi a lui». Anche se, come ricorda lo stesso De Giovanni, «Vendola dice di augurarsi un duello con Fini. Mi pare uno strumento retorico. Qui piuttosto sembra prefigurarsi una clamorosa sconfitta della Seconda Repubblica e un possibile ritorno agli schemi della Prima. Stagione da cui d’altronde proviene Fini, e che invece Berlusconi, malissimo secondo alcuni e in modo problematico secondo altri, ha cercato di archiviare».

Con la sua disponibilità ad avere una parte attiva in un nuovo assetto, Bersani coglie dunque la novità prodotta dall’implosione del Pdl. Ma era un esito difficilmente prevedibile fino a poco tempo fa, sostiene De Giovanni «e in ogni caso il Pd di per sé non sarebbe mai stato in grado di far saltare il berlusconismo: poteva succedere, come sta succedendo, solo per via endogena». Si può ribaltare l’analisi e sostenere che casomai è stato proprio il Pd veltroniano ad aprire la strada all’affermazione di Vendola, attraverso la scelta di allearsi con Di Pietro nel 2008: «Non condivido, Veltroni era convinto di mangiarsela, l’Italia dei valori», risponde De Giovanni, «poi ha finito per esserne fagocitato, ma solo perché è stato troppo debole per sorreggere la sua stessa, ottima intuizione iniziale». Che era quella di «formare il partito del riformismo italiano: un’invenzione abortita per debolezza dell’inventore, che non ha avuto la necessaria capacità ideale e organizzativa». Fatto sta che ora il vessillo di Nichi campeggia quasi indisturbato nell’orizzonte della sinistra (sempre che il destino del Pd non venga messo in salvo dalla scomposizione del quadro attuale), e mostra significative assonanze con la controparte berlusconiana anche rispetto ala questione morale: «Vendola però è stato abile, lui è un praticone, oltre che un poeta», chiosa De Giovanni, «si è sbarazzato degli intoppi giudiziari andando all’attacco. d’altra parte le vicende meno limpide della sua giunta e il fatto stesso che Vendola non si fosse nemmeno accorto di cosa stesse accadendo provano la sua modesta capacità di governo». Non a caso il governatore, aggiunge il filosofo, «deve la sua fortuna anche al fatto che il centrodestra non funziona più: se solo alle Regionali si fosse arrivati a una candidatura unitaria contro di lui, oggi Vendola sarebbe politicamente abolito, e torniamo al punto chiave, allo snodo decisivo che riguarda appunto il Pdl. Colpevole soprattutto della propria incapacità di governo: gli sarebbe bastato puntare alla soluzione di 4 o 5 grandi problemi italiani, compresa la stessa riforma della giustizia, anzinché avvitarsi nella spirale delle intercettazioni e dei litigi. Con Berlusconi che oggi non non ha più in mano le carte per rispondere in modo efficace».


diario

pagina 6 • 29 luglio 2010

Traslochi. Ieri l’atteso vertice tra Fiat, governo e sindacati: «La monovolume in Serbia non impoverisce Mirafiori»

L’ultimatum di Marchionne

«Sì convinto alle nostre scelte italiane, altrimenti ce ne andiamo» ROMA. «Siamo l’unica azienda ad investire in Italia 20 miliardi di euro, ma vogliamo avere garanzie». Sceglie il palcoscenico dell’incontro con sindacati e istituzioni nella sede della Regione Piemonte, l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne per spiegare la linea dell’azienda riguardo l’Italia, dopo l’annuncio del trasloco di una linea di produzione in Serbia. Intanto, Marchionne ha rassicurato che l’investimento nell’ex Jugoslavia non toglierà prospettive a Mirafiori: «Esistono alternative per garantire i volumi di produzione» nella fabbrica torinese, ha fatto sapere l’ad del Lingotto. E dopo aver confermato il piano per Fabbrica Italia (appunto definita l’«unica azienda ad investire 20 miliardi nel Paese, ma dobbiamo avere garanzie che gli stabilimenti possano funzionare»), ha dato un ultimatum ai sindacati: o accettano in toto il piano industriale o gli investimenti diminuiranno. E poi ha avvertito il governo che non si farà coinvolgere dalle polemiche perché la Fiat non è un soggetto politico. «Non c’è stato accordo al di là di Pomigliano. Fabbrica italia è stata una nostra iniziativa. Non l’abbiamo concordato né con la politica né con i sindacati. Non agiamo come soggetto politico e non intendiamo farci coinvolgere. Vogliamo sapere o sì o no. Non chiediamo aiuti o incentivi, ma dobbia-

Dopo di che, Marchionne ha rinviato al tavolo con il governo di oggi la decisione se uscire o meno da Federmeccanica e quindi dall’obbligo di sottoscrivere il contratto nazionale dei metalmeccanici: anche qui Marchionne è sembrato prendere tempo, e insieme voler poggiare sul tavolo della trattativa l’ennesima pistola carica e pronta a sparare. Un’eventuale uscita dal contratto potrebbe infatti avere un effetto-domino anche sulle altre imprese, e in breve far cadere l’intero sistema di relazioni industriali

Sì convinto di Bonanni e Angeletti, ma anche Epifani e Landini aprono all’azienda. Sacconi invece chiede garanzie per Pomigliano mo avere garanzie che gli stabilimenti possano funzionare». L’azienda spiega che la sfida da cogliere è quella della modernizzazione, e solo su questo si aspetta un sì o un no dai sindacati: «Se si tratta solo di pretesti per lasciare le cose come stanno è bene che ognuno si assuma la propria responsabilità sapendo che il progetto “Fabbrica Italia” non può andare avanti e che tutti i piani e gli investimenti per l’Italia verranno ridimensionati».

dettata solo da «convenienza economica», perché «non c’è problema di gestione dell’azienda».

di Alessandro D’Amato

costruito sulle fabbriche.

Come la solito, anche in questo caso una mano tesa a Fiat è arrivata dalla Cisl: «Noi diciamo a Marchionne che per la Cisl la risposta è sì. Senza se e senza ma. E questo vale anche per l’accordo su Pomigliano», ha detto subito il segretario, Raffaele Bonanni, rispondendo all’ultimatum dell’amministratore delegato del Lingotto. «Ma - ha aggiunto il leader della Cisl nel corso del tavolo a Torino -

vogliamo che Marchionne faccia chiarezza sul fatto che le modalità dell’investimento rimarranno nel perimetro delle regole del nuovo sistema contrattuale che abbiamo costruito». Sulla stessa linea Angeletti: «L’obiettivo di aumentare la produzione dell’auto in Italia è così importante che non andiamo a cercare alibi o scuse per non raggiungerlo», ha risposto all’ultimatum il segretario della Uil. «Noi non abbiamo problemi ad accettare e a praticare le sfide necessarie. Abbiamo bisogno di vedere riconfermato l’impegno ad incrementare gli stabilimenti italiani: la Fiat ci dica quali sono le condizioni per cui questo progetto si implementi sicuramente. La stragrande maggioranza dei lavoratori è preoccupata solo di avere il suo posto di lavoro e a condizioni normali».

Più critico, com’era prevedibile, Guglielmo Epifani: «Nessuno vuole una conflittualità permanente» e il sindacato non ha «mai avuto problemi a saturare gli impianti in Italia», ha detto il leader della Cgil. Che a proposito dello spostamento in Serbia della produzione del nuovo monovolume LO a scapito dello stabilimento di Mirafiori, parla di una scelta

Poi è stata la volta del governo, rappresentato dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi, che ha criticato gli «atti unilaterali» con chiaro riferimento alle ultime decisioni prese o ventilate da Marchionne: «Il governo ha sollecitato le parti a restare nell’alveo delle tradizionali relazioni industriali che hanno dimostrato un’ampia capacità di rigenerazione. Atti unilaterali nel sistema delle relazioni industriali sarebbero inopportuni. Per questo le parti sono state invitate a trovare modalità con le quali adattare le relazioni industriali ad esigenze attuali». Il ministro ha confermato la necessità di organizzare incontri su Termini Imerese entro settembre e la volontà di mettere nero su bianco altri accordi sul modello di Pomigliano: «Questo non significa lo stesso accordo, ma significa verificare la convergenza delle parti sugli investimenti e l’organizzazione del lavoro». L’obiettivo è quello della «saturazione degli impianti e la piena efficienza degli stessi». Soddisfatti il sindaco di Torino Chiamparino, che vede «confermate le prospettive di Mirafiori» e il governatore del Piemonte Cota, che parla di «incontro produttivo e positivo». In serata, mentre Marchionne è volato a Roma per incontrare la Marcegaglia, è arrivata una mezza apertura del segretario della Fiom Landini: «Siamo pronti a trattare per rendere efficienti gli stabilimenti, ma all’interno delle leggi che ci sono gli strumenti per trovare soluzioni. Il governo convoca tavoli per dirci di rinunciare ai diritti e non fa quello che si fa negli altri Paesi dove per fare politica industriale si usano anche i soldi pubblici». Apertura subito smentita però dal falco della Fiom, l’ex segretario Giorgio Cremaschi: «È stato un incontro da Repubblica delle banane. Siamo fuori dall’Europa. Arriva l’uomo Dal Monte e dice “o accettate le mie condizioni o i frutti restano sugli alberi”».


diario

29 luglio 2010 • pagina 7

Sotto accusa la cattiva gestione economica della società

L’aggressore dei gay era il capo di un’organizzazione criminale

Crac Burani: Milano arresta la famiglia dell’alta moda

Traffico di stupefacenti, in manette «svastichella»

MILANO. Ieri sono stati arre-

ROMA. Una fitta rete di spac-

stati Walter e Giovanni Burani nell’ambito del crac della casa di moda fondata dall’omonima famiglia. Al padre Walter sono stati concessi gli arresti domiciliari mentre il figlio Giovanni è stato condotto a San Vittore. L’accusa è di aver dissipato il patrimonio della società attraverso spericolate operazioni finanziarie tra le quali anche il sostenimento artificioso del titolo in Borsa. Nel mirino dei magistrati della procura di Milano Luigi Orsi e Mauro Clerici c’è anche l’offerta pubblica di acquisto lanciata da Bdh (Burani and Design Holding) sul 15% del capitale di Mbfg (Mariella Burani Fashion Group) a metà 2008 attraverso una subholding. Bdh era stata la prima società del gruppo a fallire e a essere accusata.

ciatori è stata scoperta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Frascati e sono stati denunciati alla magistratura. Si tratta di malviventi appartenenti a differenti bande che rifornivano di droga le piazze di Tor bella Monaca, Laurentino 38 e altre zone periferiche della Capitale. «Matrix», questo è il nome dell’operazione, avviata dal novembre 2008 e condotta dai pm Giovanni Bombardieri e Andrea Mosca della Direzione distrettuale antimafia di Roma. In tutto sono 21 le persone raggiunte da provvedimento restrittivo con le accuse di associazione in traffico di stupefacenti e spaccio e detenzione di sostanze

Sulle strade si cambia: stretta su alcol e droga Sì dal Senato: domani entra in vigore il nuovo codice di Sabrina de Feudis

ROMA. Ieri il Senato ha approvato in via defiNell’inchiesta sono indagati anche Ettore Burani, Giuseppe Gullo, Kevin Mark Compere Tempestini e Stefano Maria Setti. «Giovanni e Walter Burani, con la complicità degli altri indagati, manager e soggetti terzi, hanno perseguito con continuità il disegno criminale di trarre in inganno risparmiatori e creditori, nonché le autorità di controllo dei mercati, costruendo mediante operazioni fittizie la falsa apparenza di una solida realtà economica, allo scopo di drenare risorse sul mercato borsistico e dal ceto creditorio, che venivano poi, anziché impiegate in una effettiva politica di sviluppo industriale del gruppo, dilapidate per sostenere l’apparenza ingannevole di titoli floridi, in una spirale perversa che necessariamente doveva condurre al default delle imprese». Questo è il quadro dipinto dal gip Fabrizio D’Arcangelo nell’ordinanza con cui ha disposto gli arresti di Walter e Giovanni Buran.Tali falsità, erano tali da alterare «in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società».

nitiva il ddl di riforma del codice di sicurezza della strada. 145 i voti favorevoli del Pdl e della Lega, contro i 122 astenuti del Pd, Idv, Udc, Svp. Con questi numeri il Senato pone misure più ristrettive sull’uso di alcol, droghe, una stretta per i conducenti delle minicar, l’obbligo del casco in bici e seggiolino in moto. Più tolleranza nei confronti di chi ha perso punti sulla patente. La nuova legge sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale e fra 15 giorni diventerà effettiva per tutti gli automobilisti. Si ritiene molto soddisfatto il premier Silvio Berlusconi, secondo cui il nuovo ddl ridurrà il numero di incidenti e il tasso di mortalità: «Il nostro governo - ha detto - nel 2003 con la patente a punti contribuì a far diminuire gli incidenti mortali dai 7.000 del 2002 ai 4.500 di oggi. Con questo nuovo provvedimento, e con il miglioramento che gli investimenti in corso nelle infrastrutture apporteranno alla circolazione, diminuirà ulteriormente il numero degli incidenti e la mortalità sulle strade». E secondo il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, presente in Senato al momento della votazione, l’approvazione della riforma del Codice della strada «è un risultato rilevante e atteso che darà più sicurezza». Di diversa opinione il senatore dell’Italia dei valori Francesco Pancho Pardi, secondo cui: «Una vera riforma del codice della strada deve migliorare la qualità della vita dei cittadini, favorendo sistemi di mobilità alternativa e sostenibile. Questo provvedimento non va in questa direzione».

l’obbligo del casco per i ciclisti sotto i 14 anni, è stata eliminata la norma che toglieva i punti patente per le infrazioni commesse in bici. L’ultima novità prevede l’arrivo di un apposito seggiolino da agganciare alla sella per i motociclisti che vogliono trasportare bambini dai 5 ai 12 anni. Nessun obbligo per il casco integrale. Giro di vite per i conducenti di minicar, le modifiche sono più ristrettive: cinture di sicurezza sempre allacciate per il guidatore. Multe salate per chi ha il motore truccato e per i meccanici che lo hanno modificato.

Previsti anche test antidroga obbligatori per prendere la patente, per il rinnovo e per chi guida mezzi pubblici, taxi o camion. Per le multe, la notifica arriverà entro 60 giorni, a fronte dei 150 precedenti. Si potranno rateizzare le multe superiori ai 200 euro, ma solo per chi ha un reddito basso. La targa diventa personale e non legata al veicolo. Resta in via di sperimentazione l’introduzione della scatola nera sulle auto. Il testo poi è più tollerante per coloro che hanno la patente sospesa: potranno rivolgersi al prefetto e chiedere una deroga per guidare massimo tre ore al giorno, per recarsi al lavoro o per fini sociali. La deroga porta anche a un allungamento della sanzione. Con la sospensione della patente professionale, per l’uso di alcol o droga, l’azienda può chiederne il licenziamento per giusta causa. Per tutti coloro che intendono recuperare i punti decurtati, è previsto un esame. Sarà possibile guidare tir e bus fino a 70 anni. Verranno introdotti gli etilometri nei ristoranti e il divieto per i locali notturni di vendere bevande alcoliche dopo le tre di notte; niente superalcolici negli autogrill sulle autostrade dalle 22 alla 6 e divieto di vendita di bevande alcoliche dalle 2 alle 7. La trasgressione prevede multe salate sia per i gestori che per i clienti. Per le auto blu è stato accantonato l’emendamento che esentava gli autisti dalla sottrazione di punti patente. La materia è stata rinviata a un successivo intervento del governo.

Diventano obbligatori il casco in bicicletta e il seggiolino per i bambini in moto. Più vincoli per le minicar

Ecco alcune delle principali novità presenti nel testo: per i conducenti con meno di 21 anni; per chi ha la patente da non più di 3 anni; per i conducenti professionali o di autoveicoli con patente c, d o e, il tasso alcolemico dovrà essere pari a zero. Pene inasprite per chi guida in stato di ebrezza o di stupefacenti e per chi provoca incidenti. Limiti di velocità più bassi per i neopatentati. La legge introduce

stupefacenti ai fini di spaccio. Secondo il Procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo in questo caso si tratta di «soggetti che hanno posto in essere una vera e propria organizzazione per il traffico di droga».

Tra i protagonisti della vicenda c’è un nome noto agli inquirenti e ai romani per precedenti gravi vicende criminali: «Svastichella», condannato in primo grado alla pena di 7 anni per il ferimento di una coppia di omosessuali all’uscita di una discoteca dell’Eur, è considerato uno degli organizzatori. Le attività di spaccio di droga, cocaina e hashish, si realizzavano nelle zone della periferia Est della Capitale: Colle Prenestino, Borghesiana, Finocchio, Tor Vergata, Tor Bella Monaca, Torrino e Laurentino. E sarebbe stato proprio «Svastichella» ad aprire le porte del canale per lo spaccio nella zona del Laurentino 38. Dall’indagine è emerso che l’organizzazione acquistava, una volta alla settimana, circa 1 kg di cocaina e dai 4 ai 5 kg di hashish che poi venivano commerciati al dettaglio. Il tipo di clientela alla quale si rivolgeva l’organizzazione era molto varia: «si va da giovani o giovanissimi fino a professionisti», secondo gli inquirenti.


politica

pagina 8 • 29 luglio 2010

Retroscena. Tanti sorrisi, pochi fatti nella visita a Roma del “ministro degli Esteri” europeo che ha già scelto i suoi fedelissimi ignorando i nomi proposti da Frattini

Sconfitta diplomatica Un francese, una tedesca e un polacco affiancheranno lady Ashton. Per l’Italia (forse) un incarico da direttore di Enrico Singer sorrisi e i reciproci complimenti scambiati prima con Franco Frattini e poi con Silvio Berlusconi non sono bastati a mascherare l’ennesimo schiaffo. L’Italia è uscita sconfitta anche dalla composizione del futuro vertice del nuovo servizio diplomatico europeo. La baronessa britannica Catherine Ashton affiderà a un francese, a un polacco e a una tedesca i tre posti-chiave di segretario generale e di vicesegretari della grande macchina - più di 130 sedi nel mondo, settemila funzionari e un budget annuo di tre miliardi di euro che, dalla fine di quest’anno, dovrebbe assicurare alla Ue la tanto inseguita “voce unica” sulla scena internazionale. Così, alle polemiche sulla effettiva capacità dell’Europa di sviluppare una politica estera unitaria, si aggiungono anche quelle sul ruolo del nostro Paese che è sempre più emarginato dalle poltrone che contano nell’organigramma del potere comunitario. Secondo le indiscrezioni che circolano a Bruxelles la casella più importante che andrà a uno dei nostri candidati è quella di direttore del personale: incarico certo non trascurabile, ma pur sempre di consolazione se paragonato a quelli ottenuti da Parigi, Berlino e Varsavia.

I

Proprio la Polonia, ormai, ci ha messo fuori dal giro delle nomine di prima grandezza. Era già successo il 14 luglio del 2009,quando Jerzy Buzek strappò a Mario Mauro il posto di presidente dell’Europarlamento; sta per accadere di nuovo il prossimo ottobre, quando saranno formalizzate le scelte dei principali collaboratori della Ashton. Una volta era la Spagna a contendere all’Italia la palma di quarto big della Ue dopo l’indiscusso dominio del triangolo Francia-GermaniaGran Bretagna. Ma da quando la Ue ha aperto la sue porte ai Paesi dell’Europa orientale che facevano parte dell’ex impero comunista, è diventata regola aurea quella di assegnare almeno uno degli incarichi in palio a un rappresentante della cosiddetta “nuova Europa” e la Polonia - che è il più forte e ri-

La spartizione dei posti che contano nel nuovo servizio di azione esterna della Ue

Vince l’asse Parigi-Berlino-Varsavia La poltronissima di segretario generale del Seae - in pratica, il numero due della diplomazia europea - non dovrebbe sfuggire al francese Pierre Vimont, attuale ambasciatore di Parigi a Washington. A spedirlo negli Stati Uniti, il primo agosto del 2007, è stato Nicolas Sarkozy che adesso lo ha personalmente “suggerito”per affiancare la britannica Catherine Ashton, responsabile della politica internazionale della Ue. Pierre Vimont è nato il 15 giugno del 1949 e si è formato all’École nationale d’administration di Parigi.

Due diplomatici che hanno legato i loro nomi all’Afghanistan, un esperto di questioni europee e la più giovane ambasciatore donna italiana. Sono i quattro nomi che la Farnesina ha suggerito per gli incarichi di primo piano nel Seae. Fernando Gentilini (a sinistra) ha già lavora-

to con Javier Solana in Kosovo ed è rappresentante civile della Nato a Kabul. Stefano Sannino (al centro) è direttore generale aggiunto alle Relazioni esterne della Commissione europea. Ettore Sequi (a destra) è stato rappresentante Ue in Afghanistan fino al marzo scorso

I due vicesegretari generali del Seae saranno - almeno secondo concordanti indiscrezioni il polacco Mikolaj Dowgielewicz, sottosegretario agli Affari europei di Varsavia, e la tedesca Helga Schmid che già fa parte del segretariato generale del Consiglio europeo. Dowgielewicz ha fatto il suo esordio in Europa nel 2008, durante la presidenza semestrale

quando è stato sostituita con un diplomatico lituano. Caterina Bertolini - nata a Venezia il 15 settembre 1959 e laureata in Giurisprudenza - è ambasciatore a San Salvador ed è stata consigliere alla Rappresentanza permanente italiana presso l’Unione europea a Bruxelles.

della Ue che toccò allora alla Polonia, con l’incarico di plenipotenziario per i rapporti con Bruxelles. Helga Schmid, invece, è già un’alta funzionaria della massima istituzione della Ue: il Consiglio europeo in cui sono rappresentati i governi dei Ventisette. la Schmid fa parte del segretariato permanente del Consiglio in rappresentanza della Germania.

vendicativo del gruppo - da allora fa la parte del leone. Il nuovo Servizio europeo di azione esterna (Seae) - così è stato battezzato ufficialmente quello che si potrebbe chiamare il ministero degli Esteri della Ue non è sfuggito a questa logica. Se al vertice della piramide c’è la britannica Catherine Ashton, il nuovo manuale Cencelli europeo, ha imposto un francese l’attuale ambasciatore di Parigi a Washington, Pierre Vimont sulla poltrona di segreario generale, affiancato da due vicesegretari: il polacco Mikolaj Dowgielewicz, sottosegretario agli Affari europei di Varsavia, e la tedesca Helga Schmid che già fa parte del segretariato generale del Consiglio europeo.

Eppure l’Italia aveva messo a disposizione della Ashton quattro nomi eccellenti per comporre la prima rosa di vertice del servizio diplomatico europeo. Tre uomini e una donna, secondo le indiscrezioni che circolano tra Roma e Bruxelles. Ettore Sequi, già ambasciatore italiano in Afghanistan e poi rappresentante della Ue nel Paese asiatico, Stefano Sannino, ex consigliere diplomatico di Romano Prodi e direttore generale aggiunto delle Relex (relazioni esterne) della Commissione europea, Fernando Gentilini, Senior civilian representative della Nato in Afghanistan, e Caterina Bertolini, ambasciatore a San Salvador ed ex consigliere della Rappresentanza permanente italiana presso la Ue. A quanto si dice nei palazzi della Ue, l’incarico più importante che l’Italia è riuscita ad assicurarsi è quello di direttore


politica

29 luglio 2010 • pagina 9

L’opinione del vicepresidente del Parlamento Europeo Roberta Angelilli

«Il progetto è buono, ma serve volontà comune» «I membri fondatori dell’Unione dovrebbero imparare dagli ultimi arrivati e dal loro entusiasmo» di Vincenzo Faccioli Pintozzi

del personale del nuovo servizio di azione esterna che dovrebbe andare a Stefano Sannino. Le nomine di primo livello dovrebbero essere annunciate a ottobre. Poi, a pioggia, arriveranno tutte le altre. La macchina della politica estera della Ue, come si è detto, è enorme: a regime i diplomatici impegnati a Bruxelles e nelle sedi sparse nel mondo saranno settemila. Probabilmente si comincerà con un organigramma di quattromila persone composto, per un terzo, da funzionari designati dai ministeri degli Esteri dei Paesi della Ue, per un terzo dalla Commissione europea e per un altro terzo dal Consiglio. In questa fase preparatoria, la baronessa Catherine Ashton sta appunto raccogliendo dai Ventisette gli elenchi dei diplomatici nazionali che i Paesi propongono per i ruoli più in vista. Oltre alla potente struttura composta dal segretario generale e dai due vicesegretari, il Seae sarà diviso in diverse direzioni generali (quella del personale dovrebbe toccare appunto all’Italia) e in desk geografici e tematici: la designazione da parte della Fernesina di Sequi e di Gentilini lascia immaginare che il nostro Paese punti ad avere un ruolo importante per quanto riguarda l’Afghanistan. Ma è presto per fare ipotesi anche sulla divisione di questi uffici.

Problema generale, invece, è quello della complessiva missione del servizio diplomatico europeo che nasce accompagnato da molte riserve. Prima di tutto perché il Seae non sostituisce, ma si sovrappone -

nel migliore dei casi, si affianca - alle diplomazie nazionali. In parole semplici, l’apertura della futura ambasciata della Ue a Washington o a Mosca non comporterà la chiusura delle ambascite d’Italia, di Francia o di Germania. Con l’immaginabile confusione dei compiti e l’inevitabile aumento dei costi. Non solo. Anche nei ventisette che attualmente fanno parte dell’Unione (presto si dovrebbero aggiungere anche Islanda e Croazia) continueranno a esistere le - già inutili, secondo molti - ambasciate degli altri Paesi Ue e, in più, si aggiungeranno le 27 ambasciate del nuovo Seae in un intreccio di azione diplomatica degna di miglior causa.

Non finisce qui perché è prevista anche la nascita di una Accademia diplomatica europea. In teoria, i nuovi funzionari del Seae potevano essere formati in uno dei ventisette istituti diplomatici già esistenti. Magari sopprimendo gli altri 26. Ma per non fare torto a nessuno sarà fondata ex novo un’Accademia diplomatica della Ue che è già contesa dai Paesi dell’Unione: Italia compresa, che rischia una nuova delusione. Tra l’altro, la baronessa Catherina Ashton è arrivata a Roma e ha partecipato alla seconda giornata della Settima Conferenza degli ambasciatori proprio all’indomani dello sciopero del corpo diplomatico italiano congtro i tagli previsti dalla manovra economica del governo. «Una risposta sbagliata a un’esigenza giusta», l’ha definita Frattini. Comunque un brutto segnale in Europa.

ROMA. Una rete diplomatica comune all’interno dell’Unione europea «rappresenta un progetto importante che si materializza. Certo, resta ancora molto da fare: manca ancora una piena e condivisa volontà comune negli Stati membri dell’Europa». È l’opinione di Roberta Angelilli, vice presidente del Parlamento europeo, che a liberal commenta la visita a Roma dell’Alto rappresentante europeo per la politica estera e la sicurezza, Catherine Ashton, e la creazione del nuovo corpo diplomatico comune ai 27 Stati membri. Presidente, come vede questo progetto di diplomazia europea che muove in questi giorni i primi passi? Il giudizio è certamente positivo, come è positivo il fatto che abbiamo un Alto rappresentante per la politica estera che, non a caso, è anche il vice presidente della Commissione europea. Positivo anche il fatto che, con il Trattato di Lisbona, si sia riusciti ad avere un’Europa con una voce sola. Siamo contenti di questa rete diplomatica, che rappresenta uno sforzo di ciascuno degli Stati membri: il rischio era quello di avere soltanto Lady Ashton, e dietro di lei il nulla. Ovviamente non possiamo nascondere però che questo progetto deve ancora prendere forma: oltre la carica già sancita di Alto rappresentante, manca una definizione vera della rete diplomatica. Come è noto, nel processo di creazione della rete diplomatica europea con sono mancati momenti di sofferenza e di perplessità: ad esempio, molti immaginavano per il ruolo di rappresentante una personalità più conosciuta. Poi la scelta è caduta sulla Ashton: un’idea che va bene, ma che è stata vista come un accordo al ribasso. Il progetto c’è, ma c’è anche fatica nel metterlo in atto: gli Stati membri continuano ad essere gelosi della propria politica estera. In effetti, alcuni particolari lasciano perplessi: ad esempio il fatto che le ambasciate europee saranno attive anche all’interno degli Stati membri. Non si rischia di trasformare la rete diplomatica comunitaria in un carrozzone? Questo è il timore. Si rischia, dopo aver fatto un grande sforzo comune, di vedere la nascita di un doppione per la mancata convinzione

degli Stati membri di fondere la politica estera. Se questo progetto non decolla, rischia di diventare una fotocopia sbiadita di quello che già c’è. È chiaro che le preoccupazioni ci sono: non si sono fatte scelte coraggiose all’inizio, e la stessa Ashton ha vissuto questo compromesso su di lei con qualche sofferenza. Lo ha un po’subito, e questo si vede anche in Parlamento dove lei ha rinunciato ad avere un ruolo dominante. Un esempio recente di questa ritrosia è venuto dopo la disgrazia del terremoto ad Haiti. Nonostante fossimo davanti a una catastrofe naturale – e quindi non davanti a un conflitto, che crea anche delle dinamiche politiche diverse – la Ashton ha preferito non centralizzare, ad esempio, la gestione degli dell’Europa. aiuti Quello poteva divenire un momento importante per la nuova carica: dando un segnale di unità si poteva far capire molte cose. Ci sono degli elementi di debolezza, ma ho visto anche il ministro Frattini molto motivato nel voler fornire il meglio per questo progetto. Questo è un fatto positivo, e se questo sforzo viene fatto anche dagli altri avremo un buon risultato. Altrimenti, se non si investe nel progetto, si rischia di trasformarlo in una scatola vuota. Adesso l’Europa è a 27, ma a fine anno arriverà a 29 membri. Avanzano sempre di più, anche nella spartizione dei ruoli, gli Stati della nuova Europa. Che fine faranno i membri del Vecchio continente? Dipende. I nuovi membri sono molto aggressivi, in senso positivo, perché credono nel progetto. Non vedono soltanto i fondi e le risorse aggiuntive, ma puntano sui rapporti di forza e sulle sinergie che l’Europa rappresenta. Tutto questo dipende dalla volontà di investire nello scacchiere comunitario. Sicuramente un Paese come la Polonia questa voglia ce l’ha, e noi non possiamo accusarli di questo: anzi, siamo noi a doverci interrogare sulla nostra stanchezza. Il problema è nostro: i Paesi fondatori devono dire cosa vogliono fare di questa Unione, perché i nuovi le idee le hanno chiarissime. Il loro ingresso non lo vedono secondario: si sentono i primi e vogliono valorizzare il più possibile la presenza in Europa.

È molto importante investire nello scacchiere comunitario. Anche perché gli ultimi arrivati hanno le idee molto chiare: vedono la comunità come una miniera di nuove opportunità per tutti


pagina 10 • 29 luglio 2010

panorama

ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

La riforma dell’università secondo Sciascia eonardo Sciascia da quel gran conoscitore che era della Sicilia e del suo mondo ma anche del “resto dell’Italia” e dell’ordine degli studi del nostro tempo aveva capito tutto o quasi. I suoi scritti sono lì a testimoniarlo in modo chiaro e distinto. Nel caso in specie, che riguarda la scuola e l’università, un racconto ora inserito nel libro Il fuoco nel mare (Adelphi) che è come se fosse la seconda parte de Il mare colore del vino. La riforma universitaria che il ministro Gelmini vuole condurre in porto senza perdere tempo e senza grandi modifiche impone la lettura di questo racconto di Sciascia intitolato significativamente così: La laurea.

L

Si racconta di un padre che va all’ufficio anagrafe del comune a registrare con un amico che gli fa da testimone la nascita del figlio Luigi Filippo De Maria, figlio di Giovanni, operaio edile, e di Francesca Boscarelli, casalinga. Tutto fila liscio secondo prassi e regolare consuetudine, quando l’impiegato dell’anagrafe se ne esce con questa richiesta: «E ora veniamo alla parte più delicata dell’atto - disse l’impiegato, fece una pausa, sorrise - che laurea vuole per suo figlio?». Il signor Giovanni De Maria e il suo amico non capiscono: di cosa sta parlando l’impiegato? Di quale laurea? Di quale figlio? La cosa va avanti per un po’ nell’equivoco, ma ben presto si arriva al punto che l’impiegato dell’anagrafe fin dal principio aveva richiesto come la cosa più scontata del mondo: il neonato è già laureato e il padre deve solo scegliere il pezzo di carta che vuole per il figlio: medicina, legge, ingegneria, lettere. Questa è la prassi: il bimbo appena nato è già laureato, è praticamente nato imparato e, anche volendo ma è evidente che non può - deve già avere una laurea e tocca al padre sceglierne una che possa fare al caso giusto. Anzi, specifica l’impiegato con la legge alla mano, nel caso in cui il padre si rifiutasse di scegliere una laurea per il figlio nato imparato, la laurea gli verrebbe attribuita d’ufficio da un computer. L’attribuzione della laurea al neonato non è un titolo virtuale che diventerà reale; no, la laurea è vera e il neonato è effettivamente medico o avvocato o ingegnere o qualunque cosa si deciderà che sia. Le scuole non ci sono più perché la laurea coincide con la nascita, forse con il concepimento. L’unico problema che potrebbe esserci è questo: e se il neonato laureato una volta adulto non vuole essere medico o avvocato e vuole cambiare titolo?

«Previsto anche questo. Articolo tre: “Compiuto il diciottesimo anno di età l’interessato, previo esame di inidoneità alla laurea conseguita nell’atto di nascita, può ottenerne l’annullamento chiedendo al tempo stesso il tipo di laurea che gli è congeniale”». Ciò che bisogna fare non è un esame di idoneità per dimostrare di sapere, bensì un esame di inidoneità per dimostrare di non sapere. Sciascia pubblicò il racconto il 13 giugno 1970 sul Corriere della Sera. Aveva capito tutto.

«L’emergenza Lazio? Curare subito la sanità» Luciano Ciocchetti analizza il piano di Renata Polverini di Lucio Lussi

ROMA. «Renata Polverini sta rispettando i patti», comincia così il vicepresidente della Regione Lazio Luciano Ciocchetti che riconosce l’impegno della giunta per approvare il Piano di rientro, tagliare gli sprechi, sostenere le famiglie e riavviare l’economia della regione. Ciocchetti, cominciamo da qui: come giudica le prime mosse di Renata Polverini? L’eredità di Marrazzo è pesante. Stiamo lavorando per far uscire la Regione dalla difficile situazione attuale e rimettere in marcia l’economia. In tal senso agiscono il piano di rientro sulla sanità, la riduzione delle spese e la manovra di assestamento del bilancio. I risultati raggiunti corrispondono alle vostre aspettative? Non si poteva fare di più. Abbiamo perso 2 mesi per vicissitudini politiche legate al nostro ingresso in Giunta. Adesso è in corso una trattativa con il Governo per ottenere una maggiore autonomia nella gestione della sanità e avviare una riforma strutturale della stessa, come avevamo proposto in campagna elettorale. Secondo gli accordi pre-elettorali, all’Udc spettavano tre assessorati. Ne avete due. Va bene lo stesso? È inutile parlarne adesso. L’Udc è rappresentata significativamente: il vicepresidente, due assessori, due presidenti di commissione e il vicepresidente del Consiglio. Prima del voto era stato siglato con la Polverini un accordo tecnico su temi come famiglia e sanità. Questo esperimento sta funzionando? Le proposte avanzate da Renata durante il Consiglio straordinario sulla sanità soddisfano tale accordo: lotta agli sprechi, riduzione del numero delle Asl, creare una specie di Consip nazionale che possa gestire e controllare le gare d’appalto, realizzare una struttura di coordinamento che stabilisca i massimali dei prezzi e regole certe di accreditamento, riformare la rete ospedaliera convertendo gli ospedali in presidi territoriali di prossimità e ottimizzare la sanità del territorio e i servizi ai cittadini. Per quanto riguarda la famiglia, la delega di Forte alle Politiche Sociali ci permette di agire direttamente a tutela delle famiglie, un nostro cavallo di battaglia.

Il Piano sanitario prevede il taglio di 2500 posti letto e l’aumento delle addizionali Irpef e Irap. La Cgil è già sul piede di guerra… Stiamo lottando con il Governo e se il piano di rientro sarà approvato entro il 30 settembre le addizionali Irpef e Irap non scatteranno. In due mesi era impossibile risolvere i problemi accumulati in 20 anni di malgoverno. L’assestamento di bilancio rilancia la lotta agli sprechi e la riduzione degli enti partecipati. In quest’ottica, non le sembra eccessiva la spesa di 7,8 milioni per gli assessori esterni? È giusto che ci siano alcuni assessori esterni, il problema degli sprechi riguarda soprattutto le società partecipate e gli stipendi eccessivi dei direttori generali. Il Pd è pronto a collaborare con la maggioranza. Nuova fase politica? Spero che non sia una mossa strumentale e di facciata. Di fronte ad una crisi drammatica, maggioranza e opposizione devono fare le riforme insieme. Tra il 2011 e il 2012 ci saranno 850 milioni di tagli nei trasferimenti alla Regione e i Fondi Fas sono ancora bloccati. In che modo saranno garantiti i servizi essenziali ai cittadini? La manovra del Governo è troppo pesante per le regioni in difficoltà e qualche conseguenza negativa ci sarà nel trasporto pubblico locale, a meno che il Governo non predisponga un piano di sostegno e di investimenti. I Fondi Fas, forse, saranno sbloccati in seguito all’approvazione del Piano di rientro. Sarebbe opportuno, adesso, spendere bene i Fondi Comunitari per sostenere le imprese e le famiglie. I conti della Regione sono in ordine? No, come in tutti gli enti pubblici. Per non sforare il Patto di Stabilità ora è indispensabile non contrarre nuovi debiti. Dimettendosi da parlamentare per fare l’amministratore locale, lei compie un percorso inverso a quello di tanti colleghi. Come mai? Nella mia carriera ho compiuto molti percorsi inversi. L’Udc aveva bisogno di una visibilità forte nel governo regionale e la mia scelta è fatta per spirito di servizio.

«Di fronte a una crisi drammatica, maggioranza e opposizione devono lavorare insieme», dice l’esponente Udc


panorama

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È partita l’avventura di Giuseppe Mussari alla guida dell’Abi: «I nostri istituti hanno retto meravigliosamente»

La rivincita del made in Italy (bancario) Attacco alla finanza anglosassone: «Nessuna lezione da chi ha causato la crisi» di Francesco Pacifico

ROMA. Saranno quattro anni all’insegna del made in Italy quelli che vedranno Giuseppe Mussari alla testa dell’Abi. E al centro c’è un modello, quello tricolore, fatto di prudente gestione, bassa esposizione finanziaria, finanziamenti all’economia reale e alle famiglie. Secondo il neopresidente dell’associazione bancaria italiana il sistema creditizio italiano è solido come dimostrano gli stress test, «ha retto davanti alla crisi anche per non aver cambiato le sue strategie di business», quindi va migliorato, non certo stravolto. E non va modificato seguendo le ricette «di quelli che hanno creato la crisi e ora si permettono di criticare la validità degli stress test», dimenticando «gli istituti sotto la corona di sua Maestà, mentre noi non abbiamo banche possedute dal governo italiano».

se la frattura tra grandi e piccole banche – la stessa che ha rischiato di rallentare la nomina del presidente del Montepaschi – si sanerà soltanto con la riforma dello statuto alla quale sta lavorando il vicepresidente Antonio Patuelli e con una riduzione del carico fiscale, tema sul quale l’ex presidente Corrado Faissola ha tanto alzato la voce. La battaglia, infatti è sempre la stessa, è riguarda la deducibi-

Palazzo Altieri difende un modello che ha come mission aiutare le famiglie e le imprese

lità delle perdite come l’iva infragruppo. Con toni diversi dal suo predecessore, Mussari fa sapere che l’alleggerimento della fiscalità va «fatto nel solco di una manovra che chiede sacrifici a tutti e nella lotta del debito pubblico». Non ci saranno out out, ma la disponibilità ad aumentare le risorse verso i settori produttivi, provando a stabilizzare strumenti come la moratoria alle Pmi che faticano a pagare le rate dei mutui. Infatti, per il nuovo corso di Palazzo Altieri, finiscono per essere lette in un’ottica negativa le politiche di marketing a colpi di sconti e commissioni zero tanto in voga nel mondo anglosassone. Emblematico l’atteggiamento sulla clausola di massimo scoperto che, cancellata dal legislatore, è tornata a colpire i correntisti sotto forma di commissione di affidamento.

Alla stampa e alle associazioni dei consumatori che ha voluto incontrare nel giorno del suo insediamento, Mussari ha spiegato che non ci sono le condizioni per un taglio: «Se continuiamo a incidere sulla fonte dei ricavi ricorrenti delle banche ne cambiano geneticamente la natura». Il concetto è semplice: o la banca fa pagare i servizi offerti oppure non restano che i derivati, con quello che hanno comportato certe allegre gestioni del rischio nell’ultimo decen-

Alla fortissima strigliata alla finanza anglosassone Mussari ha fatto seguire anche un monito agli organismi che stanno riscrivendo le regole di governance o quelle contabili con i nuovi coefficienti patrimoniali di Basilea 3: «Deve essere preso a modello quello italiano perché è uscito vincente dalla crisi. Non va penalizzato». Ieri il comitato esecutivo dell’Abi ha approvato all’unanimità le linee direttrici del nuovo presidente. Anche

nio. Ma l’avvocato di origine calabrese che a Siena ha imparato a fare il banchiere non vuole nascondere i limiti del sistema. Tanto da mettere in testa alla sua agenda programmatica la trasparenza. Ai consumatori ha proposto un patto per «offrire alla clientela una clientela un’informazione sui prodotti che sia leggibile da tutti a prescindere dal grado di istruzione». Non la Mifid imposta dal sistema anglosassone e che ha il solo valore di ampliare l’operatività della banca. E neppure strumenti come Patti chiari complessi, passati alla storia soltanto per aver valutato positivamente obbligazioni non solvibili. Ammette Mussari: «La comunicazione tra banca e cliente oggi è difficilmente comprensibile». Così, invece degli estratti conti con migliaia di voci oscure, «poche informazioni basilari per permettere di scegliere il prodotto migliore al costo più accettabile». Inutile dire che dietro questa formula c’è il tentativo di valorizzare una formula di banca commerciale che premia un rapporto consolidato con il territorio e basa le sue offerta in relazione alle caratteristiche del singolo cliente. E che per ciò ha un costo. Senza contare la necessità di«formulare proposte di semplificazione da sottoporre alle autorità», indispensabili per diminuire il livello di contenziosi.

Poltrone. Il quotidiano di Cosenza ha un nuovo responsabile: l’ex direttore di “Liberazione”

Calabria, la sfida di Sansonetti di Guglielmo Malagodi

COSENZA. «Ho accettato perché, intanto, le sfide si accettano tutte. Poi perché la Calabria è un posto importante». Così il popolare giornalista comunista Piero Sansonetti (ex Unità, ex Liberazione) spiega la sua scelta di accettare la direzione del quotidiano Calabria Ora. Proprio ieri, infatti, c’è stato il primo incontro del neo direttore con la redazione nella sede centrale del giornale a Cosenza. «Una sfida - ha aggiunto Sansonetti - che non devo giocare io, ma tutta Italia, perché è la sfida del Mezzogiorno o no? È un momento in cui si decidono forse i destini del sud, d’Italia, i destini della Calabria. Mi sembra uno dei posti in cui uno che vuol fare il giornalista, che vuole occuparsi della vita civile, che ha un po’ di passione per cosa sarà questo Paese, beh forse il posto più adatto è questo. È stata una sorpresa per me. Però una bella sorpresa». Rispondendo poi ai cronisti in merito al rapporto che come nuovo direttore avrà con gli editori. Sansonetti ha detto: «Sono 35 anni che faccio questo lavoro. Ho avuto rapporti con molti editori,

anche con editori molto complicati, diciamo così. Generalmente io faccio il mio lavoro, loro il loro. Finché funziona così, funziona benissimo. Se non funziona così, non funziona. A me sembra che ci siano tutte le condizioni perché il rapporto con l’editore sia quello che ho sempre avuto con tutti gli editori con cui ho lavorato». Infine rispon-

versa il Sud, ma tutto il nostro Paese, anzi direi tutto l’Occidente».

L’editore del quotidiano, nel dar notizia della nomina, aveva spiegato: «Nella valutazione dei criteri di scelta, tenuto conto del nostro progetto editoriale, abbiamo fatto prevalere i livelli di professionalità e di indubbia moralità rispetto ad altre caratteristiche e la scelta è caduta su Piero Sansonetti, al quale formuliamo i nostri migliori auguri per il lavoro che si appresta a svolgere. Avevamo l’obbligo di dare alla redazione e ai nostri lettori una guida seria e non compromessa con i fatti locali». Insomma, una decisione a sorpresa che però ha il dono di cancellare d’un colpo tutte le polemiche che aveva accompagnato la vita recente del quotidiano di Cosenza, fin qui diretto da Paolo Pollichieni.

«Se uno vuol fare il giornalista e vuole occuparsi di vita civile, il Sud è il posto più adatto», ha spiegato presentandosi alla redazione dendo alla domanda sulla linea del giornale ha detto: «Io sicuramente sono un giornalista di sinistra. Sono convinto che fare giornalismo, ma anche fare politica, non vuol dire affermare e ritenere che il proprio punto di vista sia quello fondamentale e sicuramente giusto. Soprattutto in un momento di crisi forte e grande come è quella che attraversa il nostro Paese, attra-


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lle cinque della sera non c’è il toro nell’arena/ alle cinque della sera sono a letto i matador/ alle cinque della sera non si vede una mantilla/ sui bastioni di Siviglia fanno rock». Così cantava la 21enne Milva nel 1960: probabilmente ignara che di lì a una ventina d’anni il Flamenco Rock, titolo di quel brano, sarebbe nato davvero, come genere musicale autonomo. In compenso, a mezzo secolo di distanza la corrida si fa ancora a Siviglia, e a Madrid la presidentessa della locale Comunità Autonomica Esperanza Aguirre l’ha dichiarata addirittura «bene di interesse culturale». Ma è a Barcellona che da ieri la «corsa dei Tori», questo è il significato letterale del termine Corrida de Toros, è stata messa fuori legge. Anche se il divieto non scatterà formalmente che dal Capodanno del 2012.

«A

Sono stati 68 i deputati del Parlament, l’assemblea regionale, che hanno votato a favore di un’iniziativa di legge popolare che mette al bando le corride in Catalogna: 32 dei 48 di Convergenza e Unione, alleanza regionalista moderata tra i liberali di Convergenza Democratica di Catalogna e i democristiani dell’Unione Democratica di Catalogna; tutti i 21 della Sinistra Repubblicana di Catalogna, partito indipendentista attualmente parte della formula tripartita al governo della Regione; tutti i 12 della Sinistra per Catalogna Verdi, altra alleanza pure oggi al governo, che era nata come tentativo dei comunisti catalani di fagocitare i verdi ed ha visto invece i verdi fagocitare i comunisti: e tre dei 37 socialisti, la cui filiale catalana ha autonomia organizzativa e anche la sigla di Psc diversa da quella nazionale del Psoe, e che sono il terzo partito della coalizione di governo, col presidente stesso della Generalitat José Montilla. Sono stati invece 55 i contrari: 31 socialisti; 7 di Convergenza e Unione; i 14 del Partito Popolare; i tre del partito anti-autonomista Ciudadanos-Partido de la Ciudadanía. Nove gli astenuti: tre socialisti; sei di Convergenza e Unione. Assenti dal voto tre di Convergenza e Unione. Un’abolizione della corrida, che paradossalmente è avvenuta proprio in un clima da Plaza de Toros.Tra le grida e gli applausi degli abolizionisti che occupavano le tribune; i deputati della Sinistra Repubblicana e della Sinistra per Catalogna che a loro volta applaudivano gli abolizionisti; il noto torero catalano Sarafím Marín che si è messo a piangere; gli ingressi al Parlament presidiati da militanti delle opposte fazioni; gli animalisti che dopo il voto si sono messi ad abbracciarsi ed a gridare di gioia nei corridoi dell’edificio. «Il matador chi è/ Torero Camomillo/ il matador tranquillo/ che dorme appena può», descriveva una famosa canzone dello Zecchino d’Oro. Esprimendo quel placido animalismo di cui spesso noi italiani ci compiaciamo: malgrado tradizioni come il Palio di Siena che non è che siano proprio il massimo della salute per gli equini che vi partecipano, e una popolazione di cacciatori tra le più irriducibili d’Europa. Antoniano di Bologna e Milva a parte, Renato Zero si è identificato col toro in una canzone in cui un po’ipocritamente si lamenta che «nessuno tifa per me,/ per il toro la claque, no non c’è/ Le rose, gli applausi e io lì,/tra polvere e il fango così». Quando invece, appunto, in Italia tutti tengono per il bovino. Come riconosce in effetti l’altra canzone di CapaRezza: «Matador te la prendi con me, ma stavolta sono io che prendo te, non c’è più

il paginone Dal 2012 a Plaza Monumental non ci saranno più tori, toreri, muletas e banderilleros

Barcellona “mata” Madrid

La Catalogna con una storica decisione vieta le corride. Una scelta delicata che rompe con una lunga tradizione ma, soprattutto, segna un altro passo sulla strada dell’autonomia anche sociale e culturale di Maurizio Stefanini

via d’uscita, è finita!/ Amico devi perdere! Rinfodera la tua spada perchè è il tuo sangue quello nella polvere!/ Senti i paganti sugli spalti, in tanti sono, dalla parte del toro». Al massimo, noi abbiamo fatto della Corrida una trasmissione di dilettanti allo sbaraglio.

Tutt’altra cosa dalla tradizione spagnola, dove lo stesso Federico García Lorca scrisse un famossissimo lamento per la morte di un torero. «Alle cinque della sera. /Eran le cinque in punto della sera./ Un bambino portò il lenzuolo bianco/ alle cinque della sera./ Una sporta di calce già pronta/ alle cinque della sera./ Il resto era morte e solo morte/ alle cinque della sera«. È una passione che ha contagiatio anche illustri intellettuali stranieri come Ernest Hemingway, che inizio a scrivere un semplice reportage sulle corride, e terminò per farne addirittura uno dei suoi romanzi più famosi. Anche se a sua volta finì pre rendere omaggio al toro. «Tutta la corrida è basata sul coraggio del toro, la sua semplicità e la sua mancanza di esperienza. C’è modo di combattere tori vigliacchi, tori esperti e tori intelligenti, ma il principio della corrida, la corrida ideale, presuppone nel toro coraggio e un cervello sgombro da qualunque ricordo di un lavoro precedente nell’arena. Un toro vigliacco è difficile da combattere perché non carica i picadores più di una volta, se viene ferito, e così non viene rallentato dai colpi che riceverebbe e dallo sforzo che

farebbe, e di conseguenza non si può seguire il piano regolare di combattimento, perché il toro giunge intatto e veloce all’ultimo terzo della lotta a cui dovrebbe giungere col ritmo rallentato. Nessuno può esser certo della carica di un toro vigliacco». Più radicale ancora la posizione del Premio Nobel per la Letteratura Camilo José Cela: «Una Spagna senza corride è come lo spagnolo senza la lettera ñ».

In effetti, l’alfabeto catalano non c’è l’ha quella “ñ” che lo spagnolo usa per la nasale palatale che il simbolo fonetico in-

ternazionale indica col simbolo [\u0272]; l’italiano e il francese col gruppo “gn”(ragno, bagno); la cugina lingua portoghese con una“nh”di derivazione provenzale; e il catalano stesso con una “ny”. Però, appunto, il suono c’è, e anche la corrida in Catalogna è stata in passato altrettanto popolare che nel resto della Spagna. Anzi, nel resto del mondo iberico, visto che la corrida si pratica anche in Portogallo e in America Latina, sconfinando perfino in quella Francia meridionale di tradizione occitana per la quale proprio la Catalogna è uno storico ponte. D’altra parte, la Tauromachia, e qui è d’uopo usare il sinonimo di derivazione greca, è una tradizione antichissima di derivazione addirittura panmediterranea.Terre attorno al Grande Mare degli Anticgi dove bestia, simbolo, totem, animale mitologico, creatura leggendaria, elemento decorativo, dio, il toro è sempre stato di casa. Era un toro l’animale sacro adorato dagli Egizi col nome di Apis. Trasformato in toro Zeus approdò a Creta a nuoto recando in groèèa la bella Europa, rapita su una spiaggia fenicia. Ancora a Cresta Pasifae si innamorò d’un bianco toro emerso dal mare, dando vita a quel Minotauro che fu chiuso nel labirinto costruito da Dedalo sino a che un matador ante literam di nome Teseo non lo uccise. In modo meno cruento, gli affreschi ritrovati sulle pareti della reggia minoica di Cnosso confermano comunque che i giovani cretesi d’ambo i sessi mostravano il loro corag-


il paginone

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di rejoneador fu definitivamente squalificato, per i nobili e i cortigiani che volevano restare nelle grazie di quel sovrano protoecologista. Il popolo, però, se ne infischiò. E così lo spettacolo continuò, con gli exchulos nuovi protagonisti.

Su quel periodo di transizione le informazioni non sono particolarmente abbondanti. Su uno dei divi di quell’epoca, Antonio Ebassun detto Martincho,

Tauromachia è il termine con cui si indica una tradizione con una storia antichissima e non solo spagnola. Ancora oggi si fanno corse di tori in tutta la Spagna, nell’America Latina e in alcune zone della Francia. Rispetto al passato le regole sono diverse gio e la loro agilità attraverso spericolate acrobazier sulla groppa di tori. Non è da escludere che questi giochi più o meno cruenti passassero da Creta nella penisola iberica con una tappa in Sardegna e nelle Baleari dove, a Costig, gli scavi archeologici hanno restituito alla luce bronzee teste di tori stilizzate assai simili a quelle scoperte nell’isola greca. Certamente, gli antichi iberi dovevano misurarsi spesso con il nero e colossale uro: avo selvatico dei bovini che popolava le foreste europee ancora nel Medioevo, e che Cesare descrive con una certa esagerizione, un po’meno grande dell’elefante. A giochi minoici e cacce preistoriche deve comunque essersi aggiunta anche la tradizione dei Circenses negli Anfiteatri romani. Quello della provenzale Arles, l’Arelate classica, è infatti tuttora usato per le corride, oltre che per spettacoli teatrali. Da ultimo, c’è una componente moresca, che il grande appassionato di corride Francisco Goya considerò determinante. Frequentatore appassionato della Plaza de Toros , oltre a dipingere scene di tauromachia, ritrarre celebri toreri del

La celebre «Testa di toro» che Picasso realizzò con una sella e un manubrio di bicicletta. Nella pagina a fianco: un’altra sua opera

suo tempo e probabilmente scendere anche qualche volta nell’arena per affrontare il toro in prima persona, il grande pittore tracciò una specie di storia disegnata della tauromachia che parte da una stampa del moro Gazul: “el primero que lanceó toros en regia”.Per poi mostrare un cavaliere spagnolo che finisce il toro con la spada dopo che gli è stato ucciso il cavallo, il Cid Campeador e perfino Carlo V che giostrano col toro. E se quella del Cid è leggenda, la partecipazione nel 1527 di Carlo V a una corrida in onore della nascita di suo figlio Filippo è documentata dal suo biografo frate Prudencio de Sandoval. «El emperador dio una buena lanzada», scrive però il religioso. Questo perché all’epoca il toro veniva affrontato a cavallo con la lancia, come in un torneo.

E solo se disarcionato dopo essersi tolti gli speroni poteva servirsi della spada, attendendo a piè fermo la carica del toro. In questo caso era però anche consentito usare il mantello, la capa, per accecare momentaneamente il toro che gli si scagliava contro. Ma usandone soltanto i lembi, e senza toglierselo di sulle spalle. E se per caso un cavaliere cadeva e la gamba gli restava presa sotto il cavallo, un altro dei cavalieri in lizza poteva allora accorrere in suo aiuto e colpire il toro al suo posto.

Una prima evoluzione fu quella della lancia: da una di uso bellico si passò a un tipo la cui asta si spezzava facilmente, in modo che se il ferro restava infisso nel corpo del toro, e il legno non ostacolasse i colpi degli altri cavalieri. Fino ad arrivare al rejón: un giavellotto composto da una punta ovale lunga dodici centimetri innestata in un’asta di un metro e mezzo che ali’urto si schiantava. Nacquero allora il verbo rejonear e il sostantivo rejoneador per significare l’arte di toreare a cavallo e chi la praticava: protagonista principale delle Corride dell’epoca, anche se assistito da una scorta di servitori a piedi detti chulos, che in caso di grave pericolo del padrone dovevano distrarre l’attenzione della bestia. In principio a gesti, ma presto si iniziò a usare la capa, sviluppandone una vera e propria arte. Da cui la Rivoluzione Copernicana del 19 gennaio 1701, quando il primo re della nuova dinastia dei Borbone Filippo V, nipote del Fre Sole, durante il suo viaggio alla Corte di Madrid assistette alla sua prima Corrida a Baiona. Era ancora in territorio francese, ma ne fu talmente orripilato che il ruolo

Goya ci ha lasciato però un’incisione dove lo si vede provocare un toro seduto su una sedia, con i ferri ai piedi e lo stocco nella destra. Segnale che evidente con l’uscir di scena dei nobili la Corrida stava roducendosi a spettacolo da circo, anche se i volteggi di altri toreri riportavano esattamente all’epoca cretese. Ma già nella seconda metà del ‘700 si delineano le regole attuali, con una cartilla de torear che fossa definitivamente le tre fasi: il tercio de varas, coi picadores a cavallo, eredi degli antichi rejoneadores incaricati di indebolire il toro a colpi di lancia; il tercio de banderillas, coi banderilleros che agiscono invece a piedi e le cui picche più corte vengono fissate sul corpo del toro per ravvivare la sua ira; infine il tercio de muletasm, col torero che prima provoca il toro con il drappo rosso, e infine lo uccide con un colpo di spada. Mentre lo stile è canonizzatro dai tre grandi toreri Pepe Hilo, vissuto tra 1754 e 1801; Pedro Romero, del 1754-1839; e Costillares, del 1748-1800. Giusto in tempo per i disegni di Goya.

Da Guerrita, Juan Belmonte e Domingo Ortega fino a Manolete e El Cordobés, i loro successori svilupparono poi all’accesso lo spettacolo della muleta, fino a farne la parte centrale della Corrida. Che, insomma, non si incentra in realtà più sull’uccisione del toro, ma sul modo in cui l’uomo sfugge alle sue cariche. Ma per evitare rischi la bestia è comunqu-4-4 e sempre preventivamente sfibrata da lance e banderillas, mentre la stoccata mortale resta comunque il momento conclusivo. A parte la nuova sensibilità animalista dei nostri tempi, proprio questa storica identificazione con la hispanidad ha però fatto sì che la Corrida sia diventata obiettivo polemico dei nuovi separatismi anti-spagnoli. E dopo che già nel 1991 era stata vietata nelle Canarie, un’alleanza tra nazionalisti e verdi ha iniziato un paio di anni fa quella battaglia che ha ora portato al bando in Catalogna. Anche al costo di quei 57 euro pro-capite di indennizzi al settore che i catalani dovranno ora pagare per evitare ricadute occupazionali. E in attesa della contro-campagna del Partito Popolare, per una legge che vieti alle Comunità Autonomiche di vietare la Corsa dei Tori.


mondo

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Corea del Nord. Acclamati subito dopo la prima “onorevole” sconfitta con il Brasile, i calciatori sono stati arrestati al rientro

Punizione Mondiale Kim Jong-il accusa la Nazionale di tradimento E la condanna a umiliazioni pubbliche e lager di Massimo Fazzi ppure, l’esordio non era andato poi così male. La Nazionale di calcio della Corea del Nord, 105esima nella classifica mondiale stilata dalla Fifa, aveva esordito il proprio campionato del mondo contro il gigante brasiliano. E quel 2-1, quella sconfitta di misura contro i “pentacampeao”, aveva rilassato persino l’asfissiante censura di Pyongyang. Che aveva deciso di trasmettere la partita e ne aveva onorato le gesta con un lunghissimo editoriale sul Quotidiano del Popolo del Partito dei lavoratori, organo ufficiale di regime. Le altre due partite, contro il Portogallo e la Costa d’Avorio, non hanno mantenuto la compagine sullo stesso sentiero. E i sette gol che i lusitani hanno rifilato ai “chollima” sono stati particolarmente pesanti. Tanto che il 2 luglio, a tre giorni dal rientro a casa, i calciatori della Corea del Nord sono stati tutti arrestati.

E

Subito dopo, la Nazionale è stata sottoposta a sei ore di pubbliche accuse da parte di un pubblico composto da 400 fra studenti e dirigenti di regime “per aver tradito la fiducia di Kim Jong-il” perdendo le tre partite del girone della Coppa del Mondo africana. Secondo una fonte locale di Radio Free Asia, la reprimenda è avvenuta lo scorso 2 luglio nel Palazzo della cultura del Popolo di Pyongyang, tre giorni dopo il

ritorno a casa dei calciatori dal Sud Africa. I due calciatori di origine giapponese della squadra, Jong Tae-se e An Yong-hak, sono stati esentati: sembra che entrambi siano tornati direttamente in Giappone.

Fra il pubblico c’era anche il vice Segretario del Partito dei lavoratori, e ministro dello Sport, Pak Myong-chol. La squadra, ferma su un palco, è stata messa sotto processo dal commentatore sportivo Ri

governativi, che celebravano gli eroi “che non hanno mai perso la fiducia”e hanno disputato una “prestazione agguerrita”. Era il senso dell’articolo lungo cinque paragrafi, pubblicato dall’agenzia ufficiale nord-coreana Korean Central News Agency (Kcna); questo sottolineava come la squadra “ha creato occasioni da rete, senza perdere la fiducia nonostante il passivo di due reti”. La partita è stata caratterizzata da un “fiero scambio di attacco e

Sei ore al giorno, per dieci giorni consecutivi, di feroci critiche da parte di 400 persone riunite in un Palazzetto della capitale con il preciso scopo di far sentire “inutile e traditrice” la squadra Dong-kyu, della televisione di Stato che ne ha sottolineato tutti gli errori. In maniera particolare, il 7 a 0 subito dal Portogallo: la nazionale lusitana aveva eliminato la Corea del Nord anche nell’ultimo Mondiale a cui questa aveva partecipato, quello del 1966. Subito dopo, i calciatori hanno criticato il loro allenatore Kim. Questi sarebbe stato espulso dal Partito e mandato a lavorare in un cantiere. La cosa si è ripetuta, in perfetto stile maoista, per dieci giorni consecutivi. Sono lontani i tempi in cui il regime comunista di Pyongyang si definiva “fiero” dei suoi eroi. L’esordio ai Mondiali era riuscito a meritarsi i complimenti ufficiali dei media

difesa”, fino al gol di Ji Yunnam, imbeccato di testa dal “Rooney nord-coreano” Jong Tae-se, che ha chiuso il match sul risultato di 2 a 1.

L’orgoglio vissuto dai nordcoreani è stato fissato nelle lacrime versate da Jong Tae-se durante l’esecuzione dell’inno nazionale, nonostante Jong sia di nascita giapponese. Sul match con il Brasile, la punta di diamante della squadra aveva sottolineato: «Abbiamo fatto molto bene contro di loro». Arrivando ad accusare il portiere Ri Myuon-guk, protagonista di un “errore” sul primo gol di Maicon. Forse, sapendo che Tokyo se lo sarebbe ripreso,

non ha pensato a quell’accusa e a quello che avrebbe scatenato. Eppure è ancora viva la memoria di Park Doo-ik, calciatore che segnò il gol che costò l’eliminazione degli Azzurri nel 1996. Certo, è stato selezionato come il più anziano tedoforo dei Giochi olimpici di Pechino 2008; ma la sua storia è un monito per i calciatori scesi in campo contro il Brasile. Park, nominato nel ’66 “Atleta del popolo”, portò la Corea del Nord ai quarti di finale nei Mondiali inglesi. La sua squadra, che vinceva 3 a 0 contro il Portogallo, venne tuttavia eliminata nello stesso incontro, che si concluse 5 a 3. Tornati in patria, i calciatori nordcoreani vennero

dagli “eroi del Mondiale”, richiamò la squadra nella capitale e mise Park alla guida della Commissione atletica Yangkang. Più tardi divenne l’allenatore della squadra di calcio nordcoreana, ma con scarsi risultati. La storia della sua vita è stata anche il soggetto di un film – Chollima Soccer Team – girato dal documentarista inglese Daniel Gordon.

Nel film si parla molto brevemente di quello che avvenne agli altri membri della squadra: punizioni corporali e morte hanno accompagnato la sorte dei 22. Chollima è un cavallo alato, protagonista assoluto della mitologia coreana. Prima

Gli atleti non sono stati condannati a morte, e questo riapre la partita della vicina successione a Kim Jong-il. L’ordine di risparmiarli sarebbe venuto da Kim Jong-un, terzogenito e delfino del dittatore accolti come eroi dal regime, che li mise ai vertici governativi per circa un anno.

Passata l’euforia, però, caddero tutti in disgrazia. Alcuni dirigenti comunisti aprirono alla fine degli anni Sessanta un’inchiesta sull’intera squadra, che venne costretta ad una durissima “rieducazione mentale”: secondo il Partito, infatti, non erano stati in grado di vincere contro il Portogallo per “motivi ideologici”. Alla fine di questo processo, vennero esiliati tutti nelle province. Park finì nel distretto dei lavoratori di Daepyong, dove gli venne assegnato il ruolo di boscaiolo. Rimase nel distretto per dieci anni, fino alla presa di potere di Kim Jong-il. Questi, affascinato

della Guerra civile del 1950 e della successiva separazione, quando la penisola di Corea accampava diritti di sovranità persino sulla Cina, Chollima era l’araldo che guidava le truppe del Chosun – l’Impero del Sole – in battaglia. Il suo nome, tradotto un po’rozzamente, significa “cavallo dalle mille miglia”: la sua icona è un classico equino avvolto da fiamme soprannaturali, che sprigiona potenza e incute timore. E se nell’anno Mille, sotto la sua bandiera, le truppe coreane misero veramente piede in Cina puntando verso la capitale del Sud, Nanchino, nell’anno 2010 l’araldo è campeggiato su una delle squadre meno conosciute della Coppa del Mondo. Chollima, oggi, è infatti il sopranno-


mondo

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Quello che rischia di più è Kim Jong-hun, che parlava con il leader «con un telefono invisibile»

Da eroi a carcerati Ecco la fine dei Chollima

L’allenatore è in un cantiere edile della capitale, “l’eroe in lacrime” è giapponese, mentre il miglior attaccante (schierato in porta) si salva di Simone Carla arlava con Kim Jong-il, il “Caro Leader” della Corea del Nord, attraverso un telefono cellulare “invisibile ad occhio nudo”. D’altra parte, disse candidamente a un esterrefatto cronista nipponico, «lo sanno tutti che il nostro generoso leader è un genio delle invenzioni. Pensi che ha inventato un piatto unico, estremamente prelibato, che si chiama hamburger». Innocenza o propaganda, oggi importa poco: Kim Jong-hun (foto numero 1), allenatore dei “Chollima” (soprannome ufficiale della Nazionale di calcio della Corea del Nord) è oggi quello più a rischio fra i membri della delegazione che ha partecipato ai Mondiali sudafricani.Tornato a casa con un cesto composto da tre sconfitte, di cui una pesantissima di 7 a 0 con il Portogallo di Cristiano Ronaldo, Kim è stato definito il maggior responsabile della cattiva prestazione della squadra. Nonostante sia stato nominato come terzo allenatore dopo un anno devastante per il team, ignota la sorte dei precedenti, Kim aveva precise indicazioni da parte del dittatore nordcoreano e le ha disattese. Oggi, dopo la reprimenda pubblica toccata a tutta la Nazionale, maneggia cazzuola e martello in un cantiere edile di Pyongyang. Niente di terribile, se si pensa che un suo predecessore della fine degli anni Cinquanta venne squartato, ma posizione comunque pericolosa. Estremamente nazionalisti, i nordcoreani sarebbero in grado di ucciderlo per strada. L’eroe della squadra, l’uomo che ha commosso il mondo piangendo come un vitello alle prime note dell’inno nazionale di Pyongyang,è in realtà un giapponese. Jong Tae-se (foto numero 2, numero di maglia 9) aveva catalizzato l’attenzione dei commentatori sportivi con la sua estrema commozione: molti si erano lanciati in proclami nazionalisti senza senso. Dato che Jong, infatti, è nato e cresciuto in Giappone da padre sudcoreano e madre nordcoreana: il suo passaporto è emesso da Seoul. Jong può giocare con i “Chollima” soltanto grazie alla mediazione della Fifa, che nel 2007 è intervenuta a suo favore.

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me e il titolo della Nazionale di calcio della Corea del Nord.

In effetti, c’è anche un altro aspetto che va segnalato, in questa storia. Gli analisti, leggendo gli scarsi resoconti che sono arrivati dal Paese sulla sorta degli atleti, hanno notato che insieme alla fiducia di Kim Jong-il, la squadra è stata accusata anche di aver “deluso”Kim Jong-un, terzogenito ed erede designato del dittatore. Il fatto che l’allenatore sia finito con piccone e caschetto a lavorare a qualche palazzo, invece di penzolare in qualche piazza, conferma l’avanzata di carriera del giovane, che i media hanno già ribattezzato “leader intelligente”. Al di là delle sorti sportive, infatti, il mondo guarda con attenzione alla successione dell’attuale dittatore. Il “Caro Leader”, che sembra essere malato di cancro al pancreas, è stato educato dal padre Kim Ilsung attraverso istitutori russi, provenienti dall’Unione sovietica di Josip Stalin. Il figliulo, invece, ha trascorso l’infanzia in un collegio in Svizzera: per quanto perennemente sotto gli occhi delle guardie del padre, ha respirato la modernità e la libertà dell’Occidente. Questo, dice chi ha avuto modo di conoscerlo, non lo ha certo trasformato in un sovrano illuminato. Anzi, si dice che sia uno dei più sanguinari membri della corte del dittatore. Ma i Cantoni gli hanno fatto capire che ci sono mosse poco convenienti da compiere, atti di facciata che permettono di evitare il biasimo internazionale. Come, ad esempio, condannare a morte 23 persone che si sono permesse di perdere a pallone contro il Portogallo di Ronaldo.

Jong ha dichiarato di aver pianto «per l’emozione di poter finalmente rappresentare la Corea del Nord, tra l’altro contro la squadra migliore del mondo». Ha poi aggiunto che il suo piatto preferito«“è il manzo cucinato alla maniera del Nord», che «non ha il televisore né il frigorifero, oggetti inutili» e che rispetta il Sud «per il suo atteggiamento a livello internazionale», ma preferisce il Nord «per la grandezza del suo popolo». Anche se, di fatto, in Corea del Nord non è mai neanche entrato e a tutt’oggi gioca in una squadra giapponese. Giappone che se lo è ripreso e che gli ha fatto evi-

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tare sorti estremamente peggiori. Sorte molto, molto simile per AnYong-hak (foto numero 3, numero di maglia 17) che è sì atterrato a Pyongyang, ma si è rifugiato nell’ambasciata di Tokyo nel giro di tre ore. Anche lui ha il passaporto nipponico, è in forza all’Omiya Ardija, ma aveva dichiarato che avrebbe «seguito la squadra nella sorte che le sarebbe toccata» arrivando a chiedere la nazionalità nordcoreana. Evidentemente le tre ore trascorse nella capitale gli sono bastate, perché subito dopo ha chiesto di essere rimpatriato.

La storia che aveva suscitato più divertimento è quella di Kim Myong-won (foto numero 4, numero di maglia 20), forse il miglior attaccante della Corea del Nord. Citato persino da Kim Jong-il come “speranza” per il calcio locale, è noto per non essere proprio una cima. Ma più furbo di lui è stato il suo allenatore, che lo ha messo nella rosa della Fifa e - volendo sottolinearne l’importanza - gli ha assegnato il numero 3 della lista. Il numero è molto fortunato in Asia, e rappresenta l’armonia taoista. Per la Federazione internazionale, però, rappresenta soprattutto il numero dei portieri che ogni squadra porta con sé: ed ecco che il miglior attaccante è diventato il terzo portiere. Inutili le richieste prima e le proteste poi: o fra i pali o fuori dal campo. Lui è potuto tornare alla propria famiglia dopo le sessioni di rieducazione, e il Partito ha citato la sua storia per calcare la mano contro l’allenatore. Che comunque, prima di essere convocato al ruolo, faceva il giardiniere nei campi sportivi di Pyongyang. Ri Chol-Myong (foto numero 5, numero di maglia 19), è finito invece in un lager. Dopo aver segnato un gol decisivo nelle qualificazioni ai Mondiali contro il Kirghizistan, era stato scelto come commissario politico dello spogliatoio della Nazionale. Il suo compito precipuo era quello di instillare l’ideologia nazionale della Juche - l’autosufficienza inventata da Kim Il-sung, disastrosa teoria filosofica che ha portato alla morte per carestia almeno due milioni di persone - ha fallito in pieno nel compito. Secondo una fonte, che avrebbe partecipato alla pubblica umiliazione della squadra, il centrocampista si sarebbe assunto la piena responsabilità del fallimento del team e avrebbe espresso (in piena furia popolare) di avere una nuova possibilità per servire il popolo e il “Caro Leader”. Detto fatto: il suo destino è oggi legato al Campo numero 2, dicono sempre le fonti, dove si producono profilati d’alluminio destinati al misero mercato delle esportazioni. Ma è probabile che venga tirato fuori presto. Almeno per le qualificazioni della Coppa d’Asia.


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Usa. Nessuno ha risposto alle richieste di Farrakhan. Neanche i moderati ouis Farrakhan ha di recente inviato una lettera di tre pagine insieme a due libri ai leader di sedici organizzazioni ebraiche. Datata 24 giugno 2010, la missiva è redatta su carta con un logo costituito da una bandiera con effigiata una luna crescente, seguito dal titolo pomposo di Farrakhan (“Rappresentante nazionale dell’Onorevole Elijah Muhammad e della Nazione dell’islam”). In questa lettera, egli annuncia che i libri (il secondo volume di The Secret Relationship Between Blacks and Jews e Jews Selling Blacks: Slave Trade by American Jews) presentano una lista incontestabile di comportamenti contrari ai neri da parte degli ebrei, a cominciare dagli orrori della tratta transatlantica degli schiavi, la schiavitù nelle piantagioni, Jim Crow, la mezzadria, il movimento operaio del Nord e del Sud, i sindacati e gli abusi commessi contro il nostro popolo che continuano fino ad oggi. Farrakhan sfida i destinatari della sua lettera – che vanno da Jeremy BenAmi (di J-Street) a Lee Rosenberg (dell’American Israel Public Affairs Committee) fino a Morton Klein (della Zionist Organizarion of America) – a «trovare un’azione commessa da me o da coloro che mi seguono che abbia leso un ebreo, che abbia impedito ai giudei di lavorare, ostacolato la loro istruzione, offeso le loro famiglie, insudiciato e profanato le loro sinagoghe».

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«Non ne troverete una sola», dichiara Farrakhan, che poi chiede: «Su quali basi accusate me e tutti noi di essere degli antisemiti?» Esattamente all’opposto, afferma Farrakhan, «noi potremmo accusarvi di un comportamento contrario ai neri più violento negli annali della nostra storia in America e nel mondo. Potremmo accusarvi di essere i cosiddetti amici più falsi, mentre la nostra storia comune mostra che siete il nostro peggior nemico». Farrakhan potrebbe anche insistere sul fatto che gli ebrei sono «seduti in cima al potere mondiale, disponendo di ricchezza e di influenza, mentre la maggior parte del mio popolo, qui in America, ai Caraibi, in America centrale e in Sudamerica e in qualsiasi altro posto nel mondo, si trova nella peggiore delle condizioni che possa vivere un membro della famiglia umana». Farrakhan osserva che potrebbe attribuire grande importanza a ciò, ma preferisce non farlo: «Non scrivo questo mosso da critica corrosiva, dall’odio, dalla rabbia o da uno spirito di vendetta». Al contrario, egli spera di

L’islam di Malcolm X chiede i danni agli ebrei Il leader della Nazione di Elijah Muhammad vuole un risarcimento per lo “schiavismo” di Daniel Pipes

Per circostanziare le sue richieste, il successore dell’attivista delle Pantere Nere cita due volumi che proverebbero la “mano ebrea” nel commercio stabilire dei legami con gli ebrei: «Vi supplico da anni di stabilire un dialogo intelligente e sensato, e voi mi avete respinto». Malgrado i precedenti fallimenti, la pubblicazione di questi due libri induce Farrakhan a fare un nuovo tentativo: «Vi chiedo ancora di avviare un dialogo».

Per Farrakhan, dialogo equivale a risarcimento. Poiché gli ebrei «sono in condizione di potermi aiutare nell’opera civilizzatrice che l’Onorevole Elijah Muhammad è stato incaricato di svolgere da Allah (Dio)». Più precisamente: «Questa è un’offerta per la quale chiedo a voi e ai gentili sui quali voi esercitate una certa influenza, di aiutarmi a risarcire il mio popolo dei danni che i vostri antenati hanno causato ai miei». In altre parole, dopo aver invano chiesto per anni un risarcimento per i neri al governo

americano, egli ora fa affidamento sugli ebrei perché riparino alle loro presunte ingiustizie commesse in passato. Farrakhan presenta questo momento sia come un’opportunità unica per gli ebrei,che come un ultimatum: «Potete raccogliere le vostre forze in vista di una lotta a oltranza contro di me, la Nazione dell’islam e la verità che io e noi tutti professiamo e scriviamo, oppure da popolo intelligente e civilizzato possiamo sederci e trovare un modo per il futuro di cancellare le macchie del passato e che permetterà a noi, ebrei e neri (…) di stabilire un rapporto nuovo, onorevole e fatto di rispetto reciproco». Se gli ebrei dovessero rifiutare questa offerta, Farrakhan li minaccia di “disgrazia e rovina”: «Se voi sceglieste di rendere più difficile la nostra lotta per il nostro popolo, allora vi avverto rispettosamente (…) che più mi combat-

terete e vi opporrete a me piuttosto che aiutarmi ad affrancare il mio popolo dallo svilimento, più Allah (Dio) e il Suo Messia cagioneranno a voi e al vostro popolo disgrazie e rovina, e distruggeranno il vostro potere e la vostra influenza qui e dappertutto nel mondo». E chiude la lettera così: «Rispettosamente e sinceramente, l’Onorevole Ministro Louis Farrakhan, servitore della Nazione perduta e ritrovata dell’islam in Occidente». In un importante discorso pronunciato il 26 giugno, Farrakhan ha detto di aver inviato quei libri ad altre persone oltre che ai leader ebraici citati nella lettera, fra cui membri del governo Usa. Secondo la pubblicazione di Farrakhan, The Final Call, nessuno dei leader ebraici ha replicato alla lettera, se non per riprovarla. Il “Gruppo di ricerca storica della Nazione dell’islam” (si osserva la mancanza dei nomi di persona) ha pubblicato il primo volume di The Secret Relationship Between Blacks and Jews nel 1991. In breve, il primo volume era simile ai Protocolli dei Savi Anziani di

Sion: non uno studio scientifico, ma un’opera di propaganda che sosteneva la tesi del complotto e destinata esclusivamente a incitare all’odio contro gli ebrei. I tentativi di dare la colpa agli ebrei della tratta transatlantica degli schiavi mi richiama alla mente una delle teorie cospirative che attribuisce agli ebrei la responsabilità degli attentati dell’11 settembre: in entrambi i casi, gli ebrei sono tirati immotivatamente dentro una storia che riguarda in misura preponderante i musulmani. Nella sua lettera Farrakhan dà prova di una evidente doppiezza, anche se intelligente: “noi potremmo accusarvi” di una moltitudine di cose, ma non lo faremo.

Vi proponiamo un accordo ma se lo rifiuterete, vi aspetteranno “disgrazie e rovina”. La lettera è un grossolano tentativo di estorsione. La missiva costituisce altresì un esempio perverso di cortese antisemitismo che consiste, per un individuo, nello sperare che gli ebrei utilizzeranno ciò che egli pensa essere in loro potere per venirgli in aiuto – e in questo caso un aiuto viene chiesto ai “gentili sui quali voi esercitate una certa influenza”. Si sarebbe potuto pensare che con Barack Obama alla Casa Bianca e un’Africa con tassi di crescita economica in aumento, Farrakhan avrebbe smesso di focalizzare la sua attenzione sugli ebrei per “affrancare il mio popolo dallo svilimento”. La lettera rientra in uno schema di antisemitismo che, per quanto concerne Farrakhan, risale alla sua opera di restaurazione nella Nazione dell’islam nel 1978. Per contrasto, sotto Elijah Muhammad, che è morto nel 1975, Farrakhan e la Nazione dell’islam manifestavano in genere poco interesse per gli ebrei. Morton Klein della Zionist Organization of America, dice che questa lettera è «un velato appello alla violenza contro gli ebrei» e ha ragione: Farrakhan sa perfettamente che non otterrà la replica che egli chiede. Farrakhan ha elogiato Obama presentandolo come “la speranza del mondo intero”, “colui che può rialzare l’America dalla sua caduta” e come un inviato del “Messia”. Apparentemente, la presidenza Obama lo ha incoraggiato al punto di riprendere i suoi attacchi contro gli ebrei. Dove sono il Council on American Islamic Relations (Cair), l’Islamic Society of North America, la Muslim American Society e il Muslim Public Affairs Council? Ci si aspetta una loro condanna di Farrakhan.


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Ulema scatenati: no alle coppie miste, ai transessuali e al gossip

Il velivolo viaggiava radente terra con pioggia battente

Fatwa selvaggia in Indonesia: 50 divieti

Pakistan, disastro aereo a Islamabad: 150 vittime

JAKARTA. Nuova ondata di

ISLAMABAD. Non ci sono tracce di superstiti, contrariamente a quanto appreso inizialmente, sul luogo in cui è precipitato un aereo pachistano con 152 persone a bordo, vicino a Islamabad. La notizia, diffusa dai soccorritori, è stata confermata dalle autorità locali. L’Airbus 321 apparteneva alla compagnia privata Airblue: ha perso i contatti con la torre di controllo dell’aeroporto internazionale della capitale alle 6.43 ora italiana, mentre era in volo da Karachi, città meridionale del Pakistan. Quindi lo schianto, per cause ancora da accertare, sulle colline di Maragalla che circondano la capitale. A bordo del velivolo viaggiavano 146 passeggeri (tra cui venti donne

fatwa in Indonesia da parte del Mui (Indonesian Ulemas Forum). Dopo la diatriba sul caffè degli zibetti, ieri il Mui ha dichiarato “haram” (proibito in senso religioso) il cambiamento di sesso, i matrimoni temporanei, i gossip e la banca del seme. Rimane invece “halal”, permesso, la banca del latte materno. Ni’am Sholeh, vice-segretario della Commissione delle fatwa del Mui, ha spiegato che “cambiare sesso in modo intenzionale senza motivazioni scientifiche adeguate non è permesso dalla morale. È invece permesso ai medici far sì che i genitali forniscano migliori prestazioni sessuali. Abbiamo emesso queste fatwa per far attuare la sharia”. In Indonesia non vige la sharia e il divieto proveniente dalle fatwa è solo di tipo religioso, non legale. La Corte suprema indonesiana, infatti, permette di cambiare sesso. Gli ulema si sono scagliati anche contro il “matrimonio temporaneo”. Questo è un contratto praticato soprattutto da stranieri provenienti dal Medioriente per affari, che per avere un permesso di soggiorno più lungo o per commettere un adulterio con licenza, si sposano per un tempo prestabilito con una donna indonesiana. Il contratto matrimoniale può durare settimane, giorni o anche poche ore. «Il contratto matrimoniale è haram perché è una relazione non permanente» ha dichiarato Kiai Hajj Ma’ruf Amin, capo del Mui. «Tutte le volte che questi stranieri tornano ai loro Paesi d’origine, si lasciano le mogli alle spalle». Il Mui ha anche proibito di «guardare, leggere o anche solo ascoltare notizie di intrattenimento sulla cattiva condotta delle celebrità». In Indonesia il gossip è molto diffuso, tutti i giorni le emittenti televisive trasmettono continui aggiornamenti sulla vita delle celebrità. Proibite anche le banche del seme o la donazione di ovuli, anche a coppie di parenti.

Due militari italiani morti vicino Herat Un ordigno artigianale sulla strada fa esplodere un blindato di Gaia Miani ltri due italiani, di stanza nei pressi di Herat, sono morti ieri saltando in aria sopra una mina. Un ordigno artigianale, piazzato sul ciglio di una strada secondaria, che ha fatto esplodere il blindato su cui viaggiavano. E così, il numero delle vittime italiane morte nel conflitto per la presa di Kabul sale a ventisette, nei cinque anni dell’impegno della nostra nazione in uno dei conflitti più complicati degli ultimi cinquant’anni. Il primo a darne notizia è stato, ieri, il presidente di turno del Senato Vannino Chiti. Il Senato ha immediatamente osservato un minuto di silenzio, mentre Chiti ha annunciato che domani potrebbe esserci al riguardo un’informativa del governo. Per la Camera è intervenuto il presidente di turno Maurizio Lupi: subito dopo, tutti i gruppi politici hanno chiesto al governo di riferire in Parlamento sulla drammatica vicenda. Nell’attentato, secondo le prime notizie, non sarebbero rimasti coinvolti altri militari. La provincia di Herat si conferma una delle più complicate dell’intero Afghanistan: i nostri militari di stanza lì compiono per la maggior parte opera di polizia per la popolazione civile. Stimati dagli anziani delle jirga locali, i consigli tribali che resistono alla penetrazione talebana sono la chiave di volta per una vittoria quanto meno civile nell’area. Il Contingente nazionale di stanza a Herat è dal 20 aprile 2010 al comando del Generale di Brigata Claudio Berto, comandante in Patria della brigata alpina “Taurinense”. Il Regional Command West (RC-W), la zona sotto la responsabilità italiana, è un’ampia regione dell’Afghanistan occidentale (grande quanto il Nord Italia) che si estende sulle quattro province di Herat, Badghis, Ghowr e Farah.

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dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Non è ancora chiaro a quale corpo appartenessero le vittime di ieri. E mentre arriva l’ennesima notizia di morti italiani nel Paese, dagli oltre 92mila documenti apparsi sul sito Wikileaks – che contengono segreti militari riguardo il conflitto – emerge anche il ruolo dell’Italia. Sì a rinforzi militari e all’invio di altri mezzi italiani in Afghanistan, ma a patto che l’argomento non venga trattato pubblicamente. È una delle numerosissime (e segrete) condizioni poste dall’Italia all’invio di altre forze in questo terreno di guerra.

È il maggio del 2007, e il particolare, fino a ieri segreto, è stato svelato proprio da Wikileaks, responsabile di quella che in molti hanno definito la più grande fuga di notizie della storia militare americana. Per quanto riguarda il nostro Paese ci sono centinaia di documenti, molti dei quali si riferiscono ad incidenti, scontri a fuoco, attentati, ritrovamenti di mine, operazioni di propaganda. In alcuni, vengono anche svelati alcuni nostri segreti militari, oltre che delicate situazioni di equilibri politici internazionali. Il caso più noto, ad oggi, è quello relativo al dossier su Daniele Mastrogiacomo, il giornalista de La Repubblica sequestrato nel marzo 2007. Non mancano documenti relativi agli incidenti sul campo, come quello che ha visto per protagonisti i soldati italiani il 7 luglio del 2008. Nel testo pubblicato online viene spiegato che «un ufficiale italiano ha sparato ad un ufficiale dei servizi segreti afghani NDS». Gli italiani si stavano muovendo su tre mezzi: mentre uno è riuscito a fuggire, gli altri due sono stati arrestati dagli stessi servizi locali. Alla fine, però, «tutti gli italiani sono stati rilasciati». Il bilancio è di un ferito afghano. E di questo - come di migliaia di altri incidenti non soltanto riferiti ai soldati italiani - non si è saputo nulla. A conferma del fatto che quella in Afghanistan è una guerra molto, molto sporca.

Il presidente di turno del Senato Chiti dà la notizia all’Assemblea e annuncia per oggi un’informativa del governo

La componente principale delle forze nazionali è costituita dal personale proveniente dalla brigata alpina “Taurinense”; è presente inoltre un significativo contributo di uomini e mezzi della Marina Militare, dell’Aeronautica,

e sei bambini) e sei membri dell’equipaggio. Testimoni hanno riferito di averlo visto volare molto basso prima di schiantarsi al suolo nella zona di Margalla Hills. Già recuperati i resti di 80 cadaveri. Nessun passeggero è sopravvissuto, malgrado il ministro dell’Interno pachistano, Rahman Malik, avesse parlato in un primo momento di cinque feriti trovati sulle colline di Margalla e immediatamente trasferiti in ospedale. Il ministro della Difesa Chaudhry Ahmed Mukhtar ha escluso qualunque ipotesi di sabotaggio nell’incidente aereo. «Non c’è alcun sabotaggio - ha detto Mukhtar ai giornalisti - e non è plausibile neppure alcuna ipotesi di attacco terroristico».

Al momento dello schianto, Islamabad e le colline di Margalla erano immerse in una fitta nebbia e pioveva a dirotto. Proprio le cattive condizioni meteo potrebbero essere all’origine della sciagura aerea, se si considera, tra l’altro, che l’Airbus precipitato era relativamente recente, essendo stato costruito solo dieci anni fa. Di certo, il maltempo ha reso lenti e difficili i primi soccorsi sul luogo del disastro. Ora si dovranno identificare le vittime, prima di seppellirle.


cultura

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Tra gli scaffali. Luci e ombre dell’analisi del pensatore cattolico americano. Tra semitismo, equidistanza e anti-semitismo contemporanei

Processo alla Storia

L’evoluzione e l’influenza dell’ebraismo nel libro di E. Michael Jones “The Jewish Revolutionary Spirit” di Ernst Nolte ata la situazione, chiunque si accinga a scrivere un libro sull’ebraismo inteso come fenomeno storico deve chiedersi per prima cosa quale sia l’impostazione con cui si avvicina a questo tema: positivamente impegnata, amichevole, scientifico-neutrale o esplicitamente ostile. Il titolo del libro qui presentato non fornisce indizi chiari: Il carattere rivoluzionario dell’ebraismo, o almeno di una considerevole parte di esso, è uno dei temi preferiti dagli autori ebrei, e niente appare meno appropriato, se si pensa come l’attributo “rivoluzionario”dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale sia stato tenuto in grande considerazione e valutato positivamente anche in Occidente. Attribuire a un’epoca una qualità “rivoluzionaria” equivaleva a emettere su di essa un giudizio positivo. Solo i più duri reazionari, e non ultima tra essi la Chiesa Cattolica, rimasero legati a un’accezione negativa del concetto, mentre i nazionalsocialisti tedeschi, i più noti esponenti dell’“antisemitismo”e dell’odio verso gli ebrei, sottolineavano la propria distanza dal sempre più debole conservatorismo denominandosi “rivoluzionari”, volendo così evidenziare anche il loro rifiuto del concetto di rivoluzione dei marxisti.

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L’autore, E. Michael Jones, intitola il primo capitolo “La Sinagoga di Satana”, riferendosi ai passaggi contro gli ebrei del Vangelo di Giovanni, mentre il quarto capitolo ha come titolo “The Revolution arrives in Europe”. Con ciò si intende il movimento hussita, e il giudizio sui “taboriti”è particolarmente negativo, come del resto quello su Thomas Müntzer, sugli anabattisti di Münster, e in generale sulla Riforma. In tutti i

casi Jones sottolinea l’influenza ebraica, e non solo quella dell’Antico Testa-

mento, e non pochi passaggi suscitano l’impressione di provenire da una raccolta di testi antisemiti. Ma questa impressione è sbagliata, perché Jones si appropria qui delle linee fondamentali dell’interpretazione cattolica e della sua posizione molto critica nei confronti degli ebrei. Essa tuttavia, nonostante le numerose asserzioni contrarie, non è mai stata “antisemita” nel senso di un giudizio sul piano “etnico” o “razziale”, ma si fonda sulla decisione di alcuni ebrei, sebbene certamente non si tratti di pochi, di non riconoscere Gesù Cristo come “Messia”, e anzi di rifiutarlo fino alla crocifissione.

propriamente rivoluzionario come la costruzione di un “paradiso in terra” per tutti gli uomini, ma nella pazienza e nella disponibilità ad affrontare il dolore in attesa del “Giudizio Universale”, al quale seguirà, ma non in questo mondo, un regno della pace e della giustizia. Il libro è diretto inoltre contro il millenarismo terreno e i “falsi Messia”, che molto difficilmente avrebbero potuto farsi strada e guadagnare credito senza il decisivo aiuto delle forze “ebraiche”, intese come ostili a Cristo. Rendere noti e descrivere questi rapporti confe-

Non c’è quindi alcun dubbio sul fatto che Jones potrebbe senza alcuna riserva ammettere fra i cristiani un ebreo convertito al Cristianesimo, cosa che nessun “antisemita” accetterebbe mai. La particolarità e l’eccezionalità di questo libro stanno piuttosto nel fatto che l’autore ha il notevole coraggio di fare propria una concezione per così dire “cattolica tradizionalista”, respinta persino dalla Chiesa Cattolica del Concilio Vaticano II, e di proporre un’ampia interpretazione della storia in cui la maggior parte di ciò che viene considerato generalmente uno sviluppo po-

che, quasi senza eccezioni, erano stati precedentemente trotzkisti, e si conclude infine nel presente. Un accento particolare viene posto sul versante americano dello sviluppo – dagli emigranti tedeschi della Rivoluzione del 1848 fino alla “dichiarazione di guerra” degli ebrei americani agli stati del Sud e al loro razzismo, che viene

L’autore si appropria delle linee fondamentali dell’interpretazione cattolica e della sua posizione critica nei confronti degli ebrei. Essa tuttavia non è mai stata “antisemita” nel senso di un giudizio “etnico” o “razziale”, ma si fonda sulla decisione di alcuni ebrei di non riconoscere Gesù come “Messia” sitivo viene rovesciato e valutato come un’opposizione alla Chiesa Cattolica. Essa sola possiede un giusto concetto del destino dell’umanità, che

non viene inteso in senso

risce un valore storico al libro, che è estremamente ricco di notizie, e sebbene Jones sia molto lontano dallo sminuire la durezza delle persecuzioni degli ebrei nell’Europa cristiana, non tralascia di considerare le responsabilità degli stessi ebrei nell’origine di esse. Gli ebrei non appaiono ai suoi occhi un popolo “meramente perseguitato” di paria, ma una potenza storica mondiale, come i “marranos” che in Spagna furono vicini a “prendere il potere”, o come i profughi che resero Anversa la capitale dell’economia mondiale. L’influenza ebraica era già rintracciabile nella Rivoluzione Francese, ma secondo Jones gli ebrei giocarono un ruolo significativo anche nella Rivoluzione europea del 1848, e la loro partecipazione costituì un importante impulso per la Rivoluzione Russa, che produsse come contraccolpo la reazione (uguale se non ancora più terribile) del Nazionalsocialismo tedesco. Questa linea principale dello sviluppo occidentale conduce poi al dominio dei “neoconservatori”americani,

descritto nelle sue più ripugnanti forme in maniera critica ma non priva di comprensione, poiché si trattava anche di un tentativo di opposizione contro l’incontenibile, e derivante in parte anche dagli ebrei, “antirazzismo” del Nord. A seguire vi sono i lunghi capitoli dedicati al processo contro Leo Frank, un imprenditore ebreo accusato dell’omicidio di una ragazza operaia, la cui condanna fu a lungo differita dal suo avvocato ebreo. La vicenda si concluse poi con un linciaggio da parte di simpatizzanti del Ku Klux Klan. Viene inoltre riportato anche l’episodio dei neri “Scottsboro Boys”, le cui affermazioni degne di credito nel corso di un processo per stupro furono tenute in minore considerazione rispetto a quelle di prostitute bianche. Entrambe le vicende risultano molto interessanti per chiunque non sia uno specialista di storia nordamericana. Ma al di là dei dettagli della storia dell’Alabama, è importante notare come «the concepts of Communism and New York Jew had become interchan-


cultura

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dell’ebraismo è stato vittima di un tentativo di annientamento condotto da un uomo che, pur avendo condannato in dichiarazioni non ufficiali il cristianesimo già nel 1920 come “nemico della vita”, era tuttavia cresciuto in un ambiente cattolico, dal quale aveva potuto trarre e utilizzare in chiave antisemita alcune critiche all’ebraismo. Sembra non esserci altra via d’uscita se non quella di una“giudaizzazione” come fondamento del futuro cristiano, eventualità che Jones descrive sempre in termini negativi. Ma è una dimostrazione di grande coraggio non ignorare una delle linee guida di duemila anni di storia mondiale, ma, contro tutte le ragionevoli speranze e aspettative, riprenderla nuovamente, per verificare se ciò che sembra negativo e senza prospettive abbia anche correnti positive, che possano contrastare un’affrettata dimenticanza e un’interpretazione semplicistica. Il risultato difficilmente corrisponderà alle aspettative dei “combattenti della resistenza”, ma potrebbe apportare nuove intuizioni e prospettive alla mancanza di alternative di un “pensée unique”, soddisfacendo inoltre i principi della scienza meglio dell’infinita ripetizione di formule vere solo in parte.

La contrapposizione tra la vecchia religione ebraica e quella cristiana più giovane è stata una delle più significative della storia del mondo, e ci sono stati momenti in cui la vicenda dell’ebraismo è apparsa priva di prospettive. Oggi è la situazione della Chiesa Cattolica ad apparire senza prospettive geable in the minds of the average Alabamian». Senza un diretto influsso europeo, si era creato quindi un parallelo con altri e più efficaci paragoni emersi nella storia mondiale. Per tale storia sono poi rilevanti i capitoli “The Jewish Takeover of American Culture” o “The Neoconservative Era”. Solo pochi tra i lettori europei non saranno stupiti nel venire a conoscenza della forte collaborazione degli ebrei alle campagne pro aborto o in generale alla pornografia, ma proprio attraverso ciò la critica assume una nuova importanza: «La Rivoluzione sessuale ha ucciso la sinistra, così come ha ucciso il movimento per i diritti dei lavoratori, il movimento contrario alla guerra e il tasso di natalità degli ebri. Ma la sinistra era troppo intossicata per accorgersene». (p. 991). Al centro della contrapposizione si collocano poi i tre capitoli sul Concilio Vaticano II. Il duro giudizio espresso sul documento Nostra Aetate prodotto dai padri del concilio, che viene persino definito «un’arma per il rovesciamento del cattolicesimo tradizionale» (p. 885), e le altrettanto negative valutazioni di importanti padri del concilio quali i cardinali Bea e Kasper, potrebbero lasciar presupporre che l’autore abbia simpatizzato con il “circolo di opposizione” sorto intorno al cardina-

le Lefebvre, e che egli sia ancora oggi un lefebvriano. Ma anche questa impressione è errata.

Nelle prime righe dell’“Introduzione”, e cioè del libro stesso, Jones parla del “trionfale ritorno” di Joseph Ratzinger, il neoeletto papa Benedetto XVI, nella sua patria bavarese nel 2006. Nelle ultime frasi del libro, a pagina 1076 ss. si legge quanto segue: «Gli ebrei non sono mai stati più potenti; la Chiesa, antagonista della sinagoga di Satana, non è mai stata più debole. Ma le apparenze possono ingannare. Benedetto XVI, autore del Dominus Iesus, ha detto persino prima di divenire papa che rimaneva in attesa della conversione degli ebrei. L’inversione di tendenza era nell’aria». Il normale lettore difficilmente eviterà di concludere che si tratta di una frase la cui grandissima speranza proviene da una profonda delusione.

In queste pagine, alcune illustrazioni dei simboli più significativi della religione ebraica: un’immagine delle Scritture; il Candelabro; la stella di David

Ma sarebbe corretto dire questo: la contrapposizione tra la vecchia religione ebraica e quella cristiana più giovane è stata una delle più lunghe e significative della storia del mondo, e ci sono stati momenti in cui la vicenda dell’ebraismo è apparsa priva di prospettive. Oggi è la situazione della Chiesa Cattolica ad apparire senza prospettive, anche perché gran parte

Perciò credo che sia opportuno congratularsi con l’autore di questo libro. Certo la sua straordinaria erudizione, che si apprezza anche solo in un breve colloquio, si basa in misura considerevole sull’interpretazione di Heinrich Graetz, ma questo riferimento conduce a ricordare che questo autore e militante ebreo si era espresso in merito a numerosi fenomeni della storia ebraica in maniera molto critica, e non era assolutamente un “fanatico nemico dei cristiani”, come a partire dal 1879 lo definì Heinrich von Treitschke nel corso del dibattito sull’antisemitismo a Berlino (Berliner Antisemitismusstreit). Se non si rifiuta in toto il tentativo di riprendere l’antica concezione cattolica, c’è una fondamentale critica da muovere, anche se in realtà si tratta più del desiderio di una prosecuzione del lavoro, che conterrebbe in sé la correzione. Jones non cita dal “Magnificat”, uno dei più noti testi rituali della Chiesa Cattolica, che altro non è se non la traduzione di un passo del primo libro di Samuele dell’Antico Testamento, e che si oppone ai “Grandi della Terra”in un modo che nessun rivoluzionario ebreo dell’era cristiana è riuscito a superare. L’“ebreo rivoluzionario” non dovrebbe essere più anziano del dottore della legge Caifa, che negò a Gesù Cristo il riconoscimento come Messia? Che tipo di precisazioni si renderebbero allora necessarie nell’interpretazione di Jones? Mi dispiace infine di dover segnalare un errore in merito alla trattazione dei fatti della guerra franco-prussiana del 1870-71 che, se non fosse semplicemente da imputarsi a una momentanea mancanza di attenzione, si dovrebbe definire “grottesco”. Si trova a pagina 598 e dovrebbe essere eliminato il più presto possibile. Posso affermare senza timore di aver letto questa vasta opera con interesse costante, e con la consapevolezza di avere di fronte una trattazione dell’argomento difficile da trovare in tali esaurienti proporzioni. (Traduzione di Angela Ricci)


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figli, l’amore, i flirt, il femminismo, ma soprattutto un’incontenibile passione per la scrittura e per “l’adrenalina della notizia”. In una parola per il giornalismo. Adele Cambria ha pubblicato un bel libro autobiografico che racconta anche un pezzo di storia culturale, politica, di costume dell’Italia. Lo ha fatto con la verve della cronista di vaglia, capace di informare e di divertire, con ironia e autoironia. Nove dimissioni e mezzo, edito Donzelli, è una storia nella Storia. È la narrazione della vita di una donna che gira per tutta la stampa italiana tenendo gli occhi ben aperti sul mondo. Lavora, ha successo, vince, ma non si sdraia sugli allori. Galoppa tutti i giorni e s’indigna quando qualcosa non va in redazione. Si dimette, o la fanno dimettere, perché Adele ha le sue idee che difende con garbo, ma ostinatamente.

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L’ultima volta l’hanno mandata via da L’Unità nel 2009: il giornale non se la passa bene e quindi ha deciso di rinunciare alla sua collaborazione. Un episodio triste al termine di una carriera smagliante. Era iniziata al Mondo di Pannunzio. Un settimanale divenuto cult dopo la chiusura. Quando usciva era bellissimo, ci scrivevano tanti giornalisti bravissimi (da Eugenio Scalfari a Giovannino Russo, da Giulia Massari a Nello Ajello), aveva un caporedattore irraggiungibile come Ennio Flaiano, ma vendeva al massimo 18mila copie. Adele arriva dalla Calabria a Roma con in testa il sogno del giornalismo. E sbarca proprio lì, in quella scuola impareggiabile. Pannunzio le fa firmare le colonnine di costume, ma non con il suo nome. Creato per lei uno pseudonimo maschile: Leone Paganini. Adele stava crescendo, ma il “caso Montesi” spaventa i suoi genitori calabresi che nel ’54 vengono a riprendersi la figlia a Roma annullando così i primi passi dell’apprendista-cronista. Lei si ferma per un po’ in Calabria, poi torna a Roma e da lì va a Milano al Giorno di Baldacci, da cui si dimette quando fanno fuori Baldacci. Segue Paese Sera, qui - come le dirà Franca Valeri - diventa la “stella” del giornale, soprattutto grazie ad un’intervista a Jean Paul Sartre, accompagnato in quel di Capri, dalla sua giovanissima amante. Ormai è importante, frequenta luoghi importanti, scrive pezzi importanti. Crescono intanto professionalmente altre due ragazze destinate a diventare grandissime giornaliste: Camilla Cederna e Oriana Fallaci. Le tre si conoscono e, nel 1964, vengono scelte come protagoniste di un documentario sul sesso di Pier Paolo Pasolini. Cambria racconta l’episodio in modo impareggiabile: «Oriana

Libri. “Nove dimissioni e mezzo”, un’ironica (ma serissima) autobiografia

Adele Cambria racconta Adele Cambria di Gabriella Mecucci sdottoreggia sulle americane super emancipate, in carriera ed enfatizza la libertà sessuale delle operaie... Io faccio ancora di peggio; esalto la libertà di costume del proletariato e avvamperò di vergogna vedendo Comizi d’amore: dove non c’è un maschio proletario, fra i tanti interrogati, che non proclami

che quelle a Soraya che le apre la porta in guepierre, l’incontro con Liz Taylor e le cronache su “Paese Sera” dei Sanremo vinti da Modugno.

E poi quel misto di sofisticata cultura e di eccelsa mondanità rappresentato dal Festival dei Due Mondi, il “giro” di Visconti,

accanto ai “pezzi”sui grandi delitti. Adele cambia giornali su giornali (le dimissioni continuano), passa per la Stampa, tocca L’Espresso e l’Europeo. Scrive libri: uno su Maria Josè,e più avanti uno su Gramsci, uno su Marx. È indubbiamente eclettica. Ma un giornalista se non è eclettico non è.

I figli, l’amore, i flirt, il femminismo, ma soprattutto un’incontenibile passione per la scrittura e per “l’adrenalina della notizia”. Una delle giornaliste più combattive del Paese dipinge un pezzo di storia culturale e politica d’Italia irrinunciabile la verginità della donna da sposare...». Camilla Cederna risponde invece con «aggraziato buonsenso» senza temere di fare la figura di una normale donna borghese che all’epoca era immagine da rifuggire più della peste.

Cambria continua la sua carriera fra eventi culturali e mondanità: l’amicizia con Pasolini, la frequentazione con Moravia e Morante, le interviste alla Ortese. Ma an-

Ma c’è un’altra passione in Cambria: è la politica. Quando era a Paese Sera voleva iscriversi al Pci.

In questa pagina: Adele Cambria; la copertina del suo libro “Nove dimissioni e mezzo”; un disegno di Michelangelo Pace

Il direttore, Fausto Cohen la sconsigliò e lei ne trasse la conclusione che «non ce la volevano». Si sentì rifiutata e questo, anziché farla scappare, la legò sempre di più alla sinistra. È stata direttore di Lotta Continua e molto amica di Adriano Sofri, incontrato durante la rivolta di Reggio Calabria. Alla direzio-

ne del giornale è rimasta un mese e mezzo. Pochissimo tempo, ma sufficiente per prendersi sette querele ed in particolare una che le provocò un processo diventato famoso. L’imputazione era quella di “apologia di reato”. Nasceva da una frase pubblicata su Lotta Continua: «Queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l’uccisione di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia». È un passaggio celebre che, insieme ad altri, farà nascere il sospetto che l’omicidio del commissario sia maturato nel “cuore” di Lotta Continua. Non è questa la sede per tornare su un dibattito che ha infiammato l’opinione pubblica italiana e su un processo (quello a Sofri) nei confronti del quale si sono creati due partiti (innocentisti e colpevolisti) popolati di irriducibili. Qui è interessante ricordare che Adele Cambria finì imputata per un articolo di cui non condivideva il contenuto, come lei stessa scrisse in una lettera a Lotta Continua dove rassegna le dimissioni (è già arrivata a quota sei) da direttore. L’aula dove si svolge l’udienza è gremita. E c’è fra gli altri anche Beppe Menegatti, marito di Carla Fracci, che così apostrofa Cambria: «Stella Rossa di paillettes», volendo alludere al passato di cronista mondana dell’imputata.

Adele viene assolta e riammessa all’Ordine dei giornalisti che l’aveva espulsa in quattro e quattr’otto. Si chiude così la sua parentesi di Lotta Continua, ma resta ben aperta la porta con la sinistra. Cambria più avanti nel tempo diventerà socialista e farà parte di quell’organismo pletorico, voluto da Bettino Craxi, che Rino Formica definirà «un luogo di nani e ballerine». Ma un’importanza particolare nella vita politica, e non solo, di Adele ce l’avrà il femminismo: la redazione di Effe, gli incontri con Jane Fonda, i collettivi, i libri, le amicizie che durano ancora oggi. Peccato citare appena la parte forse più intensa dell’esperienza professionale e privata della nostra autrice. La sua è stata una vicenda professionale straordinaria e non basta una paginetta di giornale per riassumerla tutta. A lei un omaggio per averci sempre creduto, anche quando chi scrive pensa che abbia sbagliato, o esagerato. Un tempo ci ha unificato la sinistra, oggi non più. Ma anche chi oggi non è più d’accordo non può non rispettare la “vita avventurosa”di Adele. E non leggere volentieri il suo gradevolissimo libro.


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Mostre. Due decenni dell’itinerario creativo dell’artista italo-canadese esposte al Museo Nazionale di Villa Pisani a Stra

Faccia a faccia con Mila Dau di Claudia Conforti

l Museo Nazionale di Villa Pisani a Stra è uno straordinario capolavoro dell’architettura di villa innalzato al tramonto del barocco e corredato da uno strabiliante giardino, celebre per il monumentale labirinto di verzura. Edificato lungo la riviera del Brenta nel corso Settecento dai Pisani, potenti patrizi veneziani, l’edificio si fregia di due autori: il primo fu un nobile architetto dilettante di talento, il padovano Gerolamo Frigimelica, che ha lasciato i modelli in legno del suo progetto, oggi conservati tra il museo Correr di Venezia e il Cooper-Hewet di New York. Al Frigimelica subentrò l’architetto Francesco Maria Preti, al quale si deve il fastoso corpo di fabbrica principale, a doppia corte che, ancora dotato degli antichi arredi, esibisce rutilanti stanze dipinte e nel salone delle feste i celebri affreschi di Giambattista Tiepolo con il Trionfo della famiglia Pisani.

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Da anni questa villa, che gareggia per dimensioni e magnificenza con le residenze reali europee, promuove e ospita mostre di artisti contemporanei, nell’intento di riannodare i fili di una continuità creativa che a tratti sembra smarrita. L’attuale mostra, inaugurata il 17 luglio, delinea due decenni dell’itinerario creativo di Mila Dau, talentoso architetto e artista italo-canadese che da vent’anni vive e opera a New York. Un limpido testo di Laura Cherubini accompagna e commenta il dipanarsi delle opere, il cui allestimento si snoda in tre sale del piano terra del corpo principale della villa. Gli intensi esordi pittorici di Dau negli anni Ottanta ebbero Roma come teatro e si incentrarono sulla figura. Ai ritratti di volti ieratici e assorti, a volte quasi totemici, dove i caratteri somatici, individuati con fulminante sicurezza da colori carichi e spenti, facevano affiorare le energie celate nella profondità dell’individuo, si affiancavano i ritratti di antiche statue greco-romane. Declinati dai toni gessosi del bianco e del grigio cenerino, i volti di marmo di uomini e di dei che popolano i musei capitolini, riflettevano con stupita tenerezza un’umanità sbrecciata dal tempo, ma ancora palpitante e dolente nella viva pietra. Anche l’esordio americano di Mila Dau si svolge sotto il segno del ritratto: ma i ritmi accelerati e l’energia convulsa della Grande Mela imprimono tempi e modi diversi. I ritratti americani, raccolti sotto il titolo Face to Face, sono tutti dipinti su tela, in identico formato di 14 per 16 pollici (circa 41 per 36 centimetri), ritraggono esclusivamente artisti operanti a New York; ogni ritratto ha il tempo di posa di un’ora, tempo in cui l’artista ritraente e l’artista ritratto si trovano appunto “faccia a faccia”. Il quadro diventa pertanto una sorta di concentrato psicofigurativo, che ibrida i volti dell’immaginario dell’artista con l’esperienza psicologica dell’incontro e con il volto reale del soggetto ritratto. Si tratta dunque di uno sfaccettato intreccio di rispecchiamenti visivi, concettuali e artistici che, al suo fondo, impegna il mistero della creatività im-

L’architetto presenta gli oli su carta “Architectures”; i pastelli della serie “Enfilades”, conclusi nel 2006; i “Visitors and Staff”, il nuovo percorso artistico iniziato nel 2009. Presente anche una parte del ciclo pittorico terminato nel 2005 dal titolo “Face to Face” In questa pagina: l’artista Mila Dau e la sua serie “Visitors and Staff”; il ritratto di Vito Acconci (dalla serie “Face to Face”); tre opere dell’artista italo-canadese della serie “Enfilades” (in basso) zionali, con le loro atmosfere sospese e impregnate di sacralità, gareggiano con le opere esposte, attirano irresistibilmente l’immaginazione e la mano di Mila Dau. Sono davvero innumerevoli i ritratti di interni su carta, dipinti a olio, a pastello e con tecniche miste che impegnano l’artista negli ultimi anni. In questa fantasmagorica produzione, magistralmente documentata dalla mostra

pressa nel patrimonio genetico dell’uomo. La riflessione trascorre dai ritratti degli artisti ai luoghi deputati della liturgia dell’arte contemporanea. I musei che, firmati da celebri architetti interna-

di Stra, si manifesta esplicitamente la natura concettuale e lo scavo semantico della ricerca sperimentale di Mila Dau, solcata dalla passione per l’architettura contemporanea e dall’attrazione per i

suoi risvolti simbolici, per le sue potenzialità figurative: da quelle classicamente prospettiche a quelle più oniriche e fluttuanti. Questi ritratti di interni delle moderne cattedrali dell’arte compongono la serie Architectures, suddivisa in Enfilades e in Flooded Halls. Le Enfilades sono opere contrassegnate da un formato ridotto, da morbide campiture colorate a pastello che costruiscono prospettive concentrate, concatenazioni di sale in fuga frenata, vagamente claustrofobiche. Inquietanti cornici dipinte su carta, brulicanti di minuscoli segni organici (molecole? batteri? frammenti di esplosioni?) dai toni cromatici accordati con la colorazione dominante della veduta, sigillano l’ambiguità semantica dei ritratti dell’arte in un interno. Nelle Flooded Halls, dipinti a olio su carta di 76 per 112 centimetri, si avvicendano ugualmente prospettive allungate e sezioni dilatate di ambienti museali. Ma qui il cristallino rigore monocromatico delle superfici murarie viene esaltato (e ambiguamente contraddetto) da filamenti viscosi orizzontali, intensamente purpurei o acidamente gialli o elettricamente blu che, come liquidi flutti, ondeggiano verso l’alto e mettono in crisi l’esattezza euclidea dell’architettura. Dal parigino Centre Pompidou di Renzo Piano alla KunstHalle di Rotterdam di Rem Koolhas, al Museo d’arte moderna di Barcellona di Richard Meier, alla londinese Tate Modern di Herzog e De Meuron, i luoghi della contemplazione artistica vengono scavati fino a ritrovare le loro comuni radici concettuali; ne viene fatta emergere la comune matrice ideologica e figurativa; il comune ricorso alle seduzioni astratte e apollinee dell’armonia geometrica.

La sequenza ravvicinata delle figurazioni di Mila Dau svela la sostanziale omogeneità degli spazi consacrati alle arti dai grandi architetti contemporanei, l’illeso candore metrico che li apparenta intimamente e che si impone sulle opere esposte, attestando l’architettura come autentico fulcro percettivo e oggetto di ammirazione e di incanto per il visitatore. Nella caleidoscopica allucinazione figurativa di Dau lo spazio consacrato all’arte contemporanea è unico e idealmente continuo: solo illusoriamente frammentato tra Berlino e Los Angeles, tra San Francisco e Torino, esso è un fiume carsico di sale identiche e candide che fluttuano sotto la crosta dell’intero pianeta. Dopo gli artisti, dopo le sale dei musei, il ciclo metaforico dell’arte di Mila Dau si chiude con i visitatori, protagonisti della serie Visitors and Staff: figure umane monocrome disseminate su fogli bianchi di carta che ondeggiano lievemente sulla parete conclusiva della mostra, ne riepilogano le istanze e i sensi con la levità sorridente dell’autoironia. L’esposizione di Mila Dau, promossa dalla Soprintendenza per i Beni Culturali, Architettonici e Paesaggistici delle Province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso, è ospitata dal Museo Nazionale di Villa Pisani a Stra fino al 30 luglio.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’IMMAGINE

Perché il ministro Gelmini continua a raccontarci favole? In riferimento alla lettera che la studentessa Alice ha scritto al ministro Gelmini per essere stata esclusa con un sorteggio dal liceo classico della sua città, vorrei dire che se Alice ha scoperto di non vivere nel Paese delle meraviglie, il ministro Gelmini invece continua a raccontarci favole. Come quando afferma che «i tagli non c’entrano» nell’esclusione della studentessa. Una bugia degna del peggior Pinocchio. Il liceo classico di Novi ha creato una mega classe di 32 alunni, escludendone 3, semplicemente perché non ha insegnanti a sufficienza per comporre due classi. E non ha insegnanti perché i tagli indiscriminati della Gelmini hanno sempre avuto come credo ideologico quello di pigiare più alunni possibili in meno classi possibili e di avere ancor meno docenti in cattedra. Quando la Gelmini pensa alla scuola di qualità, fa forse riferimento a licei classici con classi di 32 alunni? E un ministro della Repubblica dovrebbe conoscere o no la normativa antincendio che prevede un affollamento massimo per classe di 26 persone (quindi un insegnante e 25 alunni, oppure 2 insegnanti e 24 alunni)? Cara Alice, ti meravigli perché sei stata esclusa per un sorteggio; questo è niente, è dal 2008 che siamo governati da chi abbindola l’Italia col gioco delle tre carte. Adesso è ora di finirla.

Francesca Puglisi

RICORDIAMO MINO DAMATO Spero che Mino Damato venga ricordato colui che ha vissuto la scienza da esploratore e speleologo dei drammi della storia contemporanea, prodigandosi in solidarietà e umanità. Con Alla ricerca dell’Arcaha avviato un certo discorso da antesignano della serie di misteri e scoperte del nostro pianeta. Egli è l’esempio di come politica e impegno civile possano abilmente sposarsi.

Gennaro Napoli

ESTATE. DISSETTARSI CON… L’ACQUA Dopo aver fatto per mesi diete per limitare cellulite e rotondità sono arrivate le vacanze e anche il desiderio di rilassarsi e degustare quella bevanda “pochissimo” alcolica, che disseta e che va tanto di moda. È evidente che il modo migliore di togliere la sete è quello di bere acqua che ha 0 calorie. Sor-

seggiare un Campari prima di cena significa dare inizio con 138 calorie, alle quali possiamo aggiungere un bel bicchiere di vino fresco che ne apporta 90, se ci aggiungiamo un quartino di vino rosso, le calorie aggiunte passano a 190, una lattina di birra ne porta 112, un po’di meno delle 125 di una aranciata o di una cola. Che dire delle bevande a base di frutta e poco-poco alcol? Piacevolissime, ma se si ha sete si entra in un meccanismo perverso che porta ad assunzioni considerevoli dei drink, visto che l’alcol disidrata e induce ad ulteriori assunzioni della bibita. A fine estate è facile, quindi, ritrovarsi con qualche chilo in più.

Primo Mastrantoni

STATO PATERNALISTICO Lo Stato paternalistico attua la benevolenza autoritaria sui cittadini, declassati a subordi-

Voglia di tenerezza Per consolarla della perdita della mamma, morta nel darla alla luce, le hanno regalato un orsacchiotto di peluche. Lei è Tahina, una cucciola di sifaka coronato (Propithecus coronatus) nata lo scorso anno allo zoo francese di Besançon. La piccola è uno dei rarissimi lemuri di questa specie che si trovano in cattività (sono solo 17 in tutto)

nati. È dispotico e toglie la libertà ai sudditi, considerati minorenni, incapaci di volontà autonoma.Tende ad affermarsi nella società massificata, dove prevale la corsa verso il godimento di beni materiali. Lo Stato paterno favorisce la dipendenza, la pigrizia, il parassitismo e la voglia di sollazzo. Il potere immenso e tutelare dello Stato paternalista tratta l’individuo da infante, veglia sulla sua sorte e gli toglie lo sforzo del pensiero indu-

L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

strioso. Lo Stato invadente pretende d’imporre la felicità ai sudditi, a modo suo (come egli si immagina il benessere dei singoli). Invece il cittadino libero cerca autonomamente la serenità (o felicità), secondo sue scelte, nel rispetto della libertà altrui. Critica la risoluzione dei problemi individuali e sociali tramite metodi burocratici, che lo allontanano dal sistema politico.

Gianfranco Nìbale

dal “Washington Post” del 28/07/2010

Dobbiamo fidarci del Pakistan. Per forza ei quasi nove anni di conflitto in Afghanistan, ogni persona di buon senso negli Stati Uniti – che volesse seguire per bene la guerra – ha avuto una preoccupazione ricorrente: l’America può fidarsi del Pakistan? Possono i nostri alleati in quella nazione turbolenta riuscire a eliminare i nascondigli dei talebani che si annidano sul confine? E, per essere proprio chiari, i pakistani ci stanno provando? L’enorme pubblicazione dei documenti segreti relativi alla guerra messi in Rete da Wikileaks questa settimana pongono un gran numero di domande, ma nessuna più importante di quella che riguarda il comportamento di Islamabad. Anche se l’Amministrazione Obama ha tenuto sotto tono la fuga di notizie in generale, alcuni alti rappresentanti del governo confermano che la capacità pakistana di distruggere i santuari del terrore è una delle questioni più importanti.

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Secondo il generale Jim Jones, consigliere nazionale per la sicurezza, «questi rifugi sono di fatto la chiave del successo della guerra». Il militare ha sottolineato come i talebani e i loro affiliati usino questi luoghi per armarsi, addestrarsi, ritrovarsi e sviluppare strategie in grado di contrastare quelle statunitensi. I pakistani negano che il loro servizio di sicurezza abbia aiutato i talebani, e hanno sottolineato la natura incerta e frammentaria dei documenti apparsi su internet. Ma il fatto che i talebani continuino a usare territorio pakistano per i loro

di David Ignatius

scopi è reale e sotto gli occhi di tutti. Anche perché è da quelle basi che partono gli attacchi contro di noi. Senza un cambiamento radicale a questo stato di cose, lo sforzo americano in Afghanistan è destinato a fallire. Il generale Jones si è complimentato con l’esercito militare, che negli ultimi 18 mesi ha lanciato una serie di ottime operazioni nella regione di confine, ma ha sottolineato: «C’è ancora molto da fare e il tempo a disposizione è poco». La situazione nel luogo è cambiata nel tempo: dal 2003 al 2005, la presenza del nemico nell’area è stata limitata: circa 100 qaedisti e non più di 3mila talebani. Ma nel 2006, quando vennero tagliati i ponti con i tribali, le cose sono precipitate. Senza il sostegno delle tribù etniche di confine, che hanno impedito

per anni ai militanti islamici di passare sulle loro terre, l’esercito pakistano ha di fatto aperto una sorta di autostrada fra Afghanistan e Pakistan: di conseguenza, il numero di nemici è aumentato a dismisura. L’emorragia di documenti arriva in un momento in cui Washington è costretta a ripensare la propria strategia: più va avanti con il tempo, più questa guerra sembra destinata a non essere vinta. Persino i “falchi” credono che il successo – persino di “tipo C” – sia sempre più lontano. Forse impossibile in un tempo realistico.

Alcuni rappresentanti della Casa Bianca hanno ammesso in questi giorni che, al posto della vittoria, sarebbe accettabile anche uno “stallo definitivo”. Che significa un processo di patchwork studiato per dare maggiore sicurezza all’esercito e alla polizia nazionale. In quest’ottica, la cosa fondamentale diventerà il processo interno di pacificazione: e in questa fase sarà il Pakistan a fare la parte del leone. Ecco perché siamo di fatto costretti a fidarci di questo alleato: pur negando le rivelazioni secondo cui Islamabad arriva a sostenere militarmente i talebani e i qaedisti, i funzionari americani sanno che quando gli Stati Uniti non saranno più così presenti nell’area sarà il Pakistan a guidare Kabul verso la democrazia. Ed ecco che ritornano i “paradisi”dei talebani sul confine. L’America deve accettare un partner riluttante a fare come vuole lei, se vuole ottenere il suo “stallo definitivo” al posto di una vittoria.


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog LE VERITÀ NASCOSTE

7 profumi che (speriamo per voi) non comprereste KASSEL. Il mondo dei profumi è molto vario e non mancano proposte “insolite”, di cui viene però difficile immaginare gli acquirenti. Grazie a un’indagine di un’agenzia tedesca sappiamo i profumi più strani in commerio. 1. Demeter Fragrance library. Replica l’odore tipico delle pompe funebri, che mescola fiori, cere, incensi, e sembra si venda piuttosto bene. 2. Demeter Fragrance Library. Profumo all’aragosta. Ci sfugge perché uno possa volere profumare di aragosta (gli stessi produttori lo descrivono «non per i deboli di cuore»). Ma tant’è… 3. Burger King Flame. Burger King ha in vendita online un profumo che replica l’odore del suo hamburger più ven-

duto, il Whopper, e viene presentato come nuova «arma di seduzione». Immaginiamo già la fila di americane obese che vi rincorrono per darvi un morso dopo che vi siete spruzzati addosso. 4. Boudicca Wode. La casa di profumi Boudicca produce Wode, che è il primo (e unico) profumo spray colorato, che lascia begli schizzi blu cobalto sulla vostra pelle. Il profumo diventa comunque trasparente dopo qualche minuto. 5. Eau de Stilton. I produttori dello Stilton, uno dei formaggi più “puzzolenti”in commercio hanno messo sul mercato un profumo che vuole ricreare il profumo pungente e fruttato del formaggio blu. Se vi considerate formaggi, può essere il profumo

ACCADDE OGGI

TROPPA CACCIA E SCARSA TUTELA La Corte di Giustizia europea si è pronunciata sulla ponderosa procedura di infrazione 2131 del 2006 per mancata tutela degli uccelli selvatici. Condanna attesa e inevitabile ma molto pesante. Ora l’Italia e molte delle sue regioni cambino passo o saranno sanzioni. È ufficiale: la direttiva Uccelli è stata violata in più punti, per scarsa tutela degli uccelli e troppa o cattiva caccia. La Commissione contestava all’Italia il mancato recepimento o la cattiva applicazione di molti passaggi importanti della direttiva Uccelli. Tra questi, la tutela degli habitat naturali esterni alla rete natura 2000 o l’impegno dello Stato a mantenere le specie in buono stato di conservazione. Ampia è poi la sezione specifica relativa alla caccia, rispetto a cui l’Europa ci contestava il mancato divieto di caccia nei periodi di riproduzione e migrazione degli uccelli e un uso illecito, anzi un vero e proprio abuso, della caccia in deroga. Ebbene, la Corte ha accolto interamente le contestazioni, condannando la Repubblica italiana per la violazione degli articoli 2-7, 911. 13 e 18 della direttiva. Un’enfasi particolare la Corte ha posto sul tema delle deroghe, specificando come l’Italia ne abbia fatto continuo abuso secondo un regime del tutto scorretto. Non solo: sul tema delle deroghe la Corte si è contestualmente pronunciata anche sulla legge sulla caccia in deroga della Lombardia dello scorso anno, per la quale si era addirittura ricorso ad un ordinanza europea di sospensione. Inevitabile anche qui la condanna, a testimonianza dell’uso del tutto improprio e strumentale di uno strumento, quello delle deroghe, che dovrebbe essere eccezionale

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

29 luglio 1947 Dopo essere stato spento il 9 novembre 1946 per una revisione, L’Eniac, il primo calcolatore elettronico digitale, viene riacceso. 1954 Prima ascesa del K2 1957 Viene istituita l’Agenzia internazionale per l’Energia atomica 1958 Il Congresso degli Stati Uniti crea la National aeronautics and space administration (Nasa) 1968 Si diffonde il testo dell’enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI, in cui si ribadisce il rifiuto cattolico dell’aborto, dei metodi contraccettivi non naturali, della sterilizzazione, dell’eutanasia 1975 Nigeria, Murtala Mohammed prende il potere con un colpo di Stato 1976 Con la nomina a ministro del lavoro, Tina Anselmi è la prima donna ad entrare nel governo 1981 Lady Diana Spencer sposa Carlo, principe del Galles 2004 L’Italia abolisce la leva obbligatoria. L’ultimo giorno di naja sarà il 30 giugno 2005

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

per voi. 6. Amazon, Profumo alla cannabis. Il nome dice tutto. Sperate però di non trovarvi in mezzo a perquisizioni della Finanza quando lo indossate, potrebbe essere difficile spiegare ai cani antidroga che è solo un profumo. 7. Kiss cologne spray. I Kiss sono un’istituzione del rock n’roll ed è stata creata una linea di profumi ispirata loro.

e mirato e che invece in Italia è stato utilizzato come “trucco” per cacciare ordinariamente specie non cacciabili. Con la legge Comunitaria da poco approvata, l’Italia ha mosso alcuni passi avanti, anche importanti, per affrontare la nuova procedura di infrazione che si apre adesso. Ma non basta, Si tratterà di capire se gli strumenti previsti (ad esempio, il divieto di caccia agli uccelli in riproduzione e migrazione) saranno applicati realmente, se gli habitat naturali esterni alla rete natura saranno protetti in modo concreto e, soprattutto se finalmente la triste vicenda italiana delle deroghe di caccia sarà conclusa, con buona pace di quelle regioni che magari anche quest’anno pensavano di riprovarci.

Lipu-Birdlife

QUIZ MANIA: QUIZ FASULLO L’Antitrust ha multato la società Linkk srl e Canale Italia per il quiz fasullo dal nome Quiz-Mania. La sanzione è rispettivamente di 160.000 euro e 5.000 euro. Non è la prima volta che queste società vengono sanzionate per questi motivi. A gennaio 2010 erano state infatti multate per l’ennesimo quiz fasullo “Il Quizionario”. Il meccanismo di queste trasmissioni è sempre lo stesso: facendo credere al telespettatore che telefonando partecipa a un quiz facile facile, rifilano prodotti multimediali (tipo loghi e suonerie). Con un conduttore/trice che sbraita: «chi indovina vince 1500 euro, telefonate!» Ovviamente i numeri da contattare sono “speciali”: 899 e 894, con costi di un euro a chiamata. Ma c’è di più: è probabile che le chiamate mandate in onda di presunti telespettatori fossero fasulle.

Lettera firmata

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Robert Kagan, Filippo La Porta,

Direttore da Washington Michael Novak

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Collaboratori

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Maria Pia Ammirati, Mario Arpino,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

GLI SCOPI DI UN CIRCOLO LIBERAL (II PARTE) Occorre promuovere all’interno della società italiana la nascita di una nuova cultura politica, che si dovrà aprire la strada tra un persistente marxismo a sfondo nichilistico (l’assenza di valori, la conseguente ricerca del potere in quanto tale) proprio della Sinistra e l’indifferenza (la delega o la vera e propria “resa” al capo) su cui prospera la Destra. In sintesi, credo che la diffusione di questa nuova cultura possa essere lo scopo dei Circoli Liberal, nello spirito del Manifesto di Todi. Indico solo alcune (quelle che mi vengono in mente) delle possibili aree tematiche di intervento: la riforma globale della pubblica amministrazione e l’affermazione del “sistema misto” (pubblico e privato), la riforma della scuola, il revisionismo storico (per esempio a proposito della Resistenza). Per mettere in atto tutto questo, occorre sperimentare nuove forme di comunicazione: la rete internet, i giornali, anche quelli a diffusione locale. Certamente occorre avere un occhio particolare per la specifica situazione della Romagna. La nostra realtà emiliano-romagnola presenta molti aspetti positivi e non è da condannare in blocco, ma è pur vero che le energie diffuse sul nostro territorio rischiano un’irreggimentazione dall’alto che, alla lunga, ne potrebbero compromettere lo slancio. È bene, dunque, fin da ora avere le idee chiare e passare, appena possibile, alla fase operativa. Luigi Neri C I R C O L I LI B E R A L FA E N Z A

APPUNTAMENTI LUGLIO VENERDÌ 30 - ORE 11 - ROMA - VIA DELLA PANETTERIA 10 SEDE FONDAZIONE LIBERAL

Ferdinando Adornato e Vincenzo Inverso incontrano i giovani dei Circoli liberal… “Verso il Partito della Nazione” SEGRETARIO

VINCENZO INVERSO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

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ULTIMAPAGINA

Iran. Gli ayatollah vogliono una missione “islamica” il prima possibile

Operazione 2019: Ahmadinejad nello di Antonio Picasso eheran ci prova con lo spazio. Nel caso non le riuscisse la corsa al nucleare. È di lunedì la dichiarazione del Presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, di spedire in orbita entro il 2019 un astronauta su un vettore costruito interamente con tecnologia iraniana. Solo nel 2003, il regime degli Ayatollah ha fondato la sua Iranian Space Agency (Isa), in pratica la corrispondente della Nasa in formato persiano. Budget iniziale: 500 milioni di dollari, obiettivo finale: camminare nel vuoto cosmico come hanno fatto tanti altri fisici, ricercatori e militari di altri Paesi. La conquista dello spazio costituirebbe per Teheran una vittoria politica pari alla produzione di una propria energia nucleare civile, se non di un arsenale atomico. È chiaro che a questo punto il regime voglia seguire gli step canonici per aggiudicarsi il titolo di superpotenza. E non soltanto regionale. Il governo

T

nologica è davvero esiguo, rispetto agli obiettivi che le autorità governative stanno imponendo all’agenzia. Peraltro, vista la crisi generale in cui versa il Paese in seguito del crollo dei prezzi petroliferi nell’ultimo biennio e delle sanzioni imposte dall’Onu, l’Isa ha subito anche un taglio del 20% dei finanziamenti annuali. Ciononostante nel 2009, è riuscita ha inviare oltre le soglie dell’atmosfera un suo razzo di produzione interamente nazionale. L’Iran è divenuto così il nono Paese al mondo dotato di una propria flotta aerospaziale. Si tratta in particolare dei razzi Safir e Simorgh. Il primo è stato lanciato nel febbraio 2009 ed è riuscito a portare in orbita un satellite di osservazione e ricerca. Il Simorgh invece, che ha ricevuto il suo battesimo dell’aria esattamente un anno dopo, è stato approntato come vettore di trasporto di materiale per la sonda spaziale lanciata precedentemente. Da quest’ultima data, gli esperimenti si sono ripetuti senza sosta. Il 3 febbraio di quest’anno il razzo Kavoshgar-3 ha avuto come equipaggio un piccolo gruppo di animali – un roditore, due tartarughe e alcuni vermi – riportandoli a casa sani e salvi. In questo frangente Ahmadinejad non si è limitato a dichiarare: “Mission accomplished!” Esaltato dal successo dei suoi ingegneri ha colto l’occasio-

Il petrolio e il nucleare non bastano più: per dimostrare di essere divenuta una super-potenza mondiale, Teheran vuole sedere alla pari al tavolo delle nazioni che hanno mandato l’uomo in orbita di Teheran desidera che un suo rappresentante si sieda ai tavoli più importanti della diplomazia internazionale, della economica globale e della strategia militare. Lo stesso come avviene per la Cina, l’Europa, l’India, la Russia e gli Usa. Finora però l’Iran è membro del prestigioso club dei Paesi produttori di petrolio, l’Opec. Ma non le basta. Sta cercando di introdursi nell’ancor più ristretto circolo delle potenze nucleari e di quelle spaziali. In questi sette anni di attività, bisogna dare merito all’Isa di aver svolto un lavoro arduo, con poche risorse tra le mani e raggiungendo risultati non indifferenti. Le disponibilità che sono proprie degli astrofisici di Teheran sono apparse fin fa subito ridotte. Il capitale iniziale di 500 milioni di dollari per le ricerche e la produzione tec-

ne per ammonire l’Occidente che lo spazio non è più di sua esclusiva proprietà. Oltre i cieli azzurri, per Teheran si apre un’“arena della scienza” dove anche i suoi ricercatori possono dare il loro contributo alle sperimentazioni e alle scoperte. A questa generosità di facciata verso il bene comune dell’umanità, che nasconde solo malamente le ambizioni strategiche del regime, è seguita la promessa per cui entro il 2019 anche un cittadino iraniano potrà raggiungere lo spazio. Alla sequenza di sfide e di parziali successi, nessuna delle potenze spaziali ha voluto replicare. Del resto oggi la comunità internazionale vede come più imminente il rischio che l’Iran si doti di un arsenale nucleare rispetto alle sue visioni stellari. C’è da aggiungere però il fatto che la storia della guerra fredda ha lasciato un insegnamento nella geopolitica e nella strategia del Terzo millennio.

A suo tempo l’Urss gettò la spugna in seguito a un confronto in termini di spese militari e scientifiche che le casse dello Stato non erano in grado di sostenere. I colpi di grazia giunsero dalla disfatta dell’Armata Rossa in Afghanistan e dal progetto ultra avveniristico dello scudo spaziale firmato da Ronald Reagan. Lo scenario internazionale di oggi, nel quale è imbrigliato il regime degli Ayatollah, non è poi tanto diverso. Le sanzioni economiche delle Nazioni Unite insie-

SPAZIO me a una spregiudicata quanto infruttuosa politica sociale voluta da Ahmadinejiad stanno depauperando le risorse monetarie di un Paese che galleggia sull’oro nero.Teheran vorrebbe esportare la maggior parte dei propri idrocarburi, ma questo le è reso sempre meno possibile in seguito all’ostracismo dei mercati internazionali. Peraltro non disponendo di alcun impianto di raffinazione è costretta a importare derivati dal suo stesso petrolio. Dal punto di vista ideologico, l’Onda verde ha dimostrato che, pur tra le violenze e le repressioni, un’opposizione al regime c’è. A questo punto, se Teheran pretende sia di arrivare all’energia nucleare sia di conquistare lo spazio, aumentano in modo esponenziale le possibilità per la teocrazia sciita di sbriciolarsi sotto il peso delle proprie ambizioni.

2010_07_29  

Secondo un sondaggio, il governatore pugliese alle primarie batterebbe tutti, «colpa dell’assenza di politica» aa ppaaggiinnaa 88 aa ppaaggi...