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ISSN 1827-8817 91027

L’educazione consiste

di e h c a n cro

nel darci delle idee, la buona educazione nel metterle in proporzione

9 771827 881004

Charles De Montesquieu di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 27 OTTOBRE 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

L’ex vicepremier non smentisce le anticipazioni ma precisa: «Il mio vero pensiero sul congresso del Pd lo dirò oggi»

Rutelli: ora un nuovo partito Il fondatore del Pd a Vespa: «Andrò con Casini, non subito e non da solo. Il progetto è fallito: neanche il vecchio Pci cercava solo di unire il laicismo con il giustizialismo» di Gabriella Mecucci

GENOCIDIO Le accuse mosse contro l’aguzzino serbo rischiano di trasformare il suo processo in un’enorme truffa. E la comunità internazionale inizia a pensare all’abolizione dei “crimini di guerra”

ROMA. Il futuro di Francesco Rutelli è segnato. Anzi no. Tutto inizia con il nuovo libro di Bruno Vespa in cui l’ex vicepremier, intervistato, ha dichiarato «vado con Casini, non ora e non da solo». Poi, mentre nel tardo pomeriggio la notizia apriva i siti d’informazione più importanti, il dietrofront dello stesso Rutelli: «Figurarsi se un tema serio come le alleanze e i rapporti con i partiti, come l’Udc, si può liquidare con i giochini che servono a Vespa per lanciare i suoi libri...». Parole dure, certamente. Anche se rimane l’interrogativo di una scissione in progress: sui tempi c’è poco da fare previsioni, quel che conta sarebbe il progetto politico di congiungimento nella Costituente di Centro di Pier Ferdinando Casini. a pagina 2

LA SCONFITTA DI FRANCESCHINI

PARLA PAOLA BINETTI

L’addio a Dario, Principe mancato

«Ora la parola passa al segretario»

di Antonio Funiciello

di Franco Insardà

Il grande sconfitto è Dario Franceschini che però ha corso da perdente, fin dall’inizio. Fin da quando ha accettato la segreteria senza fare prima il congresso. a pagina 3

«La strada è segnata, bisogna capire i tempi»: Paola Binetti conferma la strategia di Rutelli. «Un modo per chiedere a Bersani di discutere davvero del futuro». a pagina 2

La farsa Karadzic

Nuovo vertice ad Arcore. Mentre Marcegaglia chiede: «Via l’Irap da gennaio»

Una poltrona divide il governo Bossi vuole Tremonti vicepremier. Il Pdl: non se ne parla di Francesco Pacifico

Il Superministro continua a inseguire il mito di Quintino Sella

Il crocevia politico passa da Arcore. Dopo il summit leghista di sabato, ieri è stata la volta di quello con il Pdl i cui vertici sono sfilati nella villa del premier. Sul tavolo c’era il sì di Bossi e del Carroccio alla poltrona di vicepremier per Giulio Tremonti («un modo per commissariarti», aveva detto Fini a Berlusconi). E i triumviri del Pdl hanno detto di no: Berlusconi non si tocca. Ma al premier hanno portato un nuovo documento economico.

Giulio, il commissario mancato

S

a pagina 4 seg1,00 ue a (10,00 pagina 9CON EURO

I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

212 •

L’atto d’accusa dell’ex ambasciatore

Afghanistan, troppa confusione alla Casa Bianca di John R. Bolton

ture calviniste: il successo, se frutto del lavoro, quale segno della benedizione divina. L’eterno “problema del mezzogiorno”, o altrimenti detto la “questione meridionale”, è sempre stato vissuto da queste parti (Lombardia e dintorni) con malcelata insofferenza: un autentico fardello.

enerdì scorso, il generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle truppe statunitensi in Afghanistan, si è riunito con i ministri della difesa della Nato per discutere della strategia da lui proposta, con esiti apparentemente positivi. Nel frattempo, l’amministrazione Obama continua al suo interno, ma con un’eco straordinariamente pubblica, ad alimentare il dibattito sulla strategia da seguire in Afghanistan. È un segnale dell’evidente stato confusionale di quest’amministrazione.

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di Giancarlo Galli in dalla fondazione (1876), il Corriere della Sera si qualificò, gradualmente sgominandola concorrenza (troppo ideologizzata, sensibile al fascino dell’Unità nazionale faticosamente raggiunta), come espressione, portavoce, della “borghesia del Nord”. Operosa, intraprendente, con vena-

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• CHIUSO

V

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Primarie. La vittoria dell’ex-Ds potrebbe portare a un’accelerazione del processo di distacco di un’intera area politica

Rutelli, la sfida finale

Il fondatore del Pd a Vespa: «Serve una nuova forza, il progetto è fallito. Vado con Casini, ma non subito e non da solo. Oggi spiegherò tutto» di Marco Palombi

ROMA. Il futuro di Francesco Rutelli è segnato. Anzi no.Tutto inizia con il nuovo libro di Bruno Vespa (titolo: Duemila anni di amore e potere da Cleopatra a Carla Bruni) in cui l’ex vicepremier, intervistato, ha dichiarato «vado con Casini, non ora e non da solo». Poi, mentre nel tardo pomeriggio la notizia apriva i siti d’informazione più importanti, il dietrofront dello stesso Rutelli: «Figurarsi se un tema serio come le alleanze e i rapporti con i partiti, come l’Udc, si può liquidare con i giochini che servono a Vespa per lanciare i suoi libri...». Parole dure, certamente. Anche se rimane l’interrogativo di una scissione in progress: sui tempi c’è poco da fare previsioni, quel che conta sarebbe il progetto politico di congiungimento nella Costituente di Centro di Pier Ferdinando Casini. Dopo la vittoria

di Bersani nelle primarie, ci si aspettava infatti una qualche decisione di Rutelli. Tre erano le ipotesi sulle scelte prossime venture dell’ex sindaco di Roma. La prima, la più probabile e quella che esce confermata dalle agenzie della tarda serata, è che Francesco Rutelli dia vita a livello parlamentare a un nuovo gruppo a cui potrebbero aderire un piccolo numero di deputati e senatori cattolici (Carra, Binetti, Lusi,Vernetti) e Giorgio La Malfa. Forse, ma questo appare meno probabile, almeno in prima battuta, farebbe parte della partita anche Linda Lanzillotta.

Sarebbero questi i primi ad aderire, ma probabilmente non i soli. Ne seguirebbero nel tempo alcuni altri. Per il momento però Rutelli si guarderebbe bene dal costruire un vero e proprio partito, pronto a scendere in campo nelle elezioni regionali di marzo. Dopo la consultazione, il nuovo gruppo parlamentare e il suo leader prenderebbero le decisioni definitive. Insomma, per saperne di più sulla nascita del nuovo partito, occorrerà attendere marzoaprile. L’aggregazione rutelliana si posizionerebbe al centro e - come lo stesso leader conferma - si muoverebbe in direzione del progetto di Casini: far nascere il Partito

Paola Binetti: «Aspettiamo di discutere con lui il futuro»

«E adesso la palla passa a Bersani» di Franco Insardà

ROMA. L’annuncio di Francesco Rutelli di voler lasciare il Pd non coglie di sorpresa Paola Binetti, la teodem, spesso attaccata dai suoi compagni di partito soprattutto sui temi etici. Onorevole Binetti allora Rutelli va via? Il mio invito è a leggere bene le sue dichiarazioni, prima di arrivare a conclusioni affrettate. Ci spieghi. Rutelli ha detto: «Con Casini, ma non subito e non da solo». Una frase che lascia intendere che c’è tutta l’intenzione di aspettare dal neosegretario Bersani un segnale di apertura e di dialogo su quelle posizioni che Rutelli rappresenta. Penso che sia alla ricerca di risposte dalla nuova dirigenza del Pd, e quel “non subito”rappresenti uno spazio aperto al dialogo dentro il Pd e da mantenere anche con l’Udc. Si tratterebbe di uno spazio qualificato e qualificante di dialogo e di confronto. Lo stesso Bersani aveva dichiarato una disponibilità al dialogo con l’Udc. Appunto. Condivide la posizione di Rutelli? Ritengo che abbia espresso chiaramente il suo pensiero prima nel libro Lettera a un partito mai nato, mentre ora si può continuare su quella scia con una “Lettera a un partito appena nato per chiedere che vuoi fare da grande”. Da tempo esprime il suo disagio e una sorta di nostalgia per quei valori che hanno caratterizzato l’esperienza politica della Margherita. Su quel“non da solo”si rincorrono voci. Chi lo seguirà? Questo bisogna chiederlo personalmente a quelli che fanno parte della schiera degli amici e dei collaboratori stretti di Rutelli. Che cosa si aspetta dal segretario Bersani? Sentirmi dire che il Pd è il partito di tutti, nel quale si cercano punti di sintesi, però c’è anche un realismo forte che ci porta a dire che la libertà di coscienza esprime la dimensione laica e liberale di un partito. Bersani ha dichiarato che vuole essere il segretario di tutti, spero che nei prossimi giorni si chiariscano le posizioni del partito sul modo di fare opposizione, approfittando anche dei problemi che ha il Pdl intorno alla figura del ministro Tremonti. Non meno importanti, però, saranno le risposte da dare sui temi eticamente sensibili. Temi a lei molto cari e sui quali ha subito spesso attacchi. Sì. Mentre non ho dubbi sulle linee in materia economica che Bersani adotterà, vista la sua competenza, aspetto di sentire parole chiare sulle altre questioni. Soprattutto sulla democrazia interna al Pd che significherà garantire un dibattito alto, ma con la consapevolezza che su certe questioni non si può necessariamente pensarla tutti allo stesso modo. Non ci deve essere, cioè, ogni volta un processo a chi ha opinioni diverse. Bisogna acquisire la consapevolezza di essere un grande partito nel quale hanno diritto di espressione opinioni diverse. Nel caso in cui non vada a buon fine questo periodo di attesa, sia per Rutelli sia per lei, ci sarà una scelta di campo? Mi piace pensare che vada a buon fine, perché stiamo vivendo un momento drammatico nel quale i cittadini attendono risposte serie dalla politica. Lo spero con tutto il cuore.

della Nazione. Un percorso dunque non breve né approssimativo, ma che prevede numerose scadenze e altrettanti confronti. La seconda ipotesi, che circolava ieri mattina e che alcuni del gruppo rutelliano preferivano, è che si andasse da subito, forse già da oggi, alla creazione di un nuovo partito. Oltre ai parlamentari suddetti, ne potrebbero far parte anche il sindaco di Trento, Lorenzo Dallai. I bene informati sostenevano che già sarebbe pronta la sede della nuova forza politica, che si troverebbe nel centro storico di Roma. L’ipotesi di fare tutto e subito seppur caldeggiata da qualche esponente politico della sua “cordata” - non convince però Rutelli, come dimostrano le dichiarazioni rilasciate a Vespa. Preferirebbe infatti non esporre la propria aggregazione a uno scontro elettorale regionale a pochi mesi dalla sua nascita. Contarsi subito non sarebbe prudente, meglio attendere che altri lo raggiungano sulla sponda centrista. Bersani ieri sera ha reagito seccamente alla notizia che Rutelli raggiungerà - anche se più avanti nel tempo - Casini al centro. Il nuovo leader del Pd ha detto di non temere per nulla le scissioni.

Alcuni dirigenti del partito democratico, prima che le agenzie battessero le dichiarazioni dell’ex vice premier, avevano fatto trapelare la notizia che il vincitore delle primarie avrebbe aperto un confronto con lui e il suo gruppo, tentando così di scongiurare una scissione. Bersani - secondo alcuni dirigenti a lui vicini - non escludeva di fare alcune offerte a Rutelli per le Regionali di marzo: c’era chi anticipava che gli avrebbe proposto di essere il candidato presidente per il Lazio. Ruolo certamente importante, ma pieno di insidie. Dopo la vicenda Marrazzo è infatti tutt’altro che improbabile una sconfitta del centrosinistra, sconfitta che cadrebbe come una seconda, definitiva mazzata sulle spalle di chi aveva già perso la corsa a sindaco di Roma nel 2008. Insomma, dopo le risposte a Vespa, è molto probabile che l’enigma-Rutelli si sciolga definitivamente più avanti, anche se la


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Diventa sempre più incerto il futuro dello sconfitto alle primarie

L’addio di Franceschini, il Principe mancato L’ex segretario («per sorte benevola», avrebbe detto Machiavelli) ha continuato a sottovalutare il partito di Antonio Funiciello

Per Rutelli «il discorso di Veltroni al Lingotto e una conduzione battagliera della campagna elettorale del 2008 hanno portato il Pd a conquistare un terzo dei voti». Da allora però «lo stesso Veltroni si è affidato a un eclettismo senza baricentro politico».

Il primo passo sarà quello di costituire un nuovo gruppo parlamentare a cui potrebbero aderire un piccolo numero di deputati e senatori cattolici (Carra, Binetti, Lusi, Vernetti) e Giorgio La Malfa meta è segnata. Restano da definire i percorsi e le dimensioni del gruppo che si andrà raccogliendo intorno all’ex vice premier. L’operazione è ben congegnata e consegna a chi la fa il tempo per confrontarsi con i nuovi, possibili alleati, e per strappare il massimo numero di parlamentari e di esponenti delle istituzioni e del movimento ai vecchi amici che si vuol abbandonare. Nel lungo colloquio con il conduttore di Porta a Porta, Francesco Rutelli fa anche molte critiche al Pd. Sostiene che «ha sprecato un patrimonio anziché costruirne uno nuovo». «Dovevamo - prosegue cambiare terreno di gioco, allenatore, squadra, pallone, modulo tattico, perfino i tifosi. Dopo quindici anni, bisognava cambiare tutto. E invece non abbiamo cambiato niente». Il Pd - questa la fotografia - «non ha ceti produttivi». Lo «votano il 13-14 per cento dei piccoli imprenditori; erano di più quelli che davano il loro consenso al Pci». A questo va aggiunto che «siamo senza operai, mancano i ceti popolari».

Dopo la bacchettata contro l’ex leader del Pd, ancora parole durissime verso lo schieramento di centrosinistra: «I moderati sono sempre più attratti da Casini e dall’altra parte guardano Di Pietro. Nemmeno il Pci si era mai sognato di oscillare fra un laicismo fondamentalista minoritario e un giustizialismo caudillista». «Per riparare a questa drammatica situazione, il Pd secondo Rutelli - si sbilancia a sinistra, e così si isola».

«Una scelta questa - osserva ancora - tanto più assurda nel momento in cui il centrodestra si sbilancia verso destra a favore di Bossi, mettendo Fini in grave difficoltà». Questa lunga analisi critica, porta l’ex vice premier a un giudizio conclusivo: «Deve formarsi una forza nuova, per favorire aggregazioni che nascano da questa crisi, un confronto fra moderati del centrodestra e democratico-riformisti del centrosinistra». E infine l’annuncio a Vespa: «Con Casini, ma non ora e non da solo».

ROMA. Il primo grande errore di Franceschini è stato quello, subito dopo le dimissioni di Veltroni, di farsi eleggere segretario da un’annoiata e assai poco partecipata assemblea nazionale riunita a fine febbraio in tutta fretta. C’erano i tempi e i modi per andare a congresso prima delle elezioni europee, prendendo alla sprovvista D’Alema e Bersani (spiazzati da quelle dimissioni di Veltroni per cui pure tanto tenacemente avevano lavorato) e provando a cercare un mandato politico vero. Prevalse in Franceschini l’idea che i rischi erano maggiori dei benefici e ci si affidò alle poche centinaia dei tremila delegati previsti, per farsi passare il testimone dal segretario dimissionario. Con le liste per le europee da compilare, D’Alema aveva capito meglio di tutti che quella era un’occasione ghiotta per irrobustire le proprie file e il progetto di alternativa a Veltroni. L’illusione di Franceschini consisteva sostanzialmente nelle garanzie di tenuta nel mondo ex comunista che gli dava Fassino. Garanzie che si sono letteralmente sgretolate: col passare delle settimane vicino a Fassino non è rimasto praticamente nessuno. Quando dopo l’estate Franceschini ha capito in che situazione si era venuto a trovare, provando a prendere il toro (D’Alema) per le corna, era ormai troppo tardi.

sto, per colpa loro, con la sua corrente di riferimento popolare.

A questi due errori tattici se ne somma uno di profilo politico complessivo non meno importante. Dal giuramento sulla Costituzione col papà partigiano alle manifestazioni risorgimentali sul Monviso, Franceschini ha commesso l’errore di caratterizzare la sua offerta politica di un radicalismo fine a sé ispirato al solito antiberlusconismo. Non è un caso che iniziative meritorie come i dieci discorsi agli italiani non siano mediaticamente passate. Anche quando, valga come esempio, Franceschini si è espresso a favore dell’equiparazione dell’età pensionabile contrastata da Bersani, non è stato preso sul serio. L’accentuazione dei toni antiberlusconiani con l’appiattimento su Repubblica (che poi neppure lo ha sostenu-

Il primo errore fu accettare il testimone senza passare da un congresso che lo avrebbe consacrato: e D’Alema capì subito che avrebbe potuto scaricare su di lui la sconfitta delle Europee

Con Bersani, è bene ricordarlo, si erano schierati già prima delle ferie tutti i presidenti di Regione del Pd, tutti i sindaci delle città capoluogo (a parte Chiamparino, che però non stava con nessuno), la quasi totalità di presidenti provinciali e sindaci dei capoluoghi di provincia.Tutto il partito locale era, insomma, con l’ex ministro. In una competizione primaria in cui i candidati nazionali e regionali sono sostenuti da liste composte da dirigenti periferici espressi dai territori, il vantaggio che offre avere dalla propria parte l’establishment politicoistituzionale locale è enorme. In questo contesto, Franceschini ha compiuto il suo esiziale secondo errore: l’idea che la filiera Sassoli-Serracchiani potesse rappresentare il controcanto nella situazione parecchio sbilanciata a favore di Bersani. Se è vero che nomi del genere hanno mostrato un certo appeal alle europee, è altrettanto vero che la loro estraneità - quando non avversità - al partito vero (quello delle migliaia di volontari che permettono di organizzare ”cose” come le primarie) rappresentava un ostacolo insormontabile per farne un reale controcanto. Franceschini ha avuto la debolezza di credere di poter fare di Sassoli e Serracchiani i suoi pretoriani e n’è stato fortemente penalizzato, entrando per altro spesso in contra-

to), la rincorsa della legittimazione a sinistra indossando i calzini turchesi, il terzomondismo veltroniano nella scelta del vice, sono tutte caratterizzazioni che hanno impedito una sua raffigurazione di leader moderno che rompe con la constituency di riferimento. Nel Principe (capitolo VII) Machiavelli spiega che c’è una differenza decisiva tra i principati conquistati per merito attraverso la strenua lotta politica e quelli fatti propri grazie a una sorte benevola. In questo secondo caso, che è quello che fotografa il modo in cui Franceschini in un momento di difficoltà (dimissioni del segretario) ha fatto strada (passando da vice a segretario nazionale), è molto complicato conservare il principato fortuitamente fatto proprio. Se non si dimostrano qualità politiche che rivelano la capacità di fare di quel momento favorevole la base per costruire stabili condizioni di mantenimento del potere, quando il vento cambia il principato è destinato ad andare perso. L’ha scritto Machiavelli cinque secoli fa e la recente parentesi fraceschiniana, se ce ne fosse bisogno, sta lì a dimostralo.


politica

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A fianco, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. In basso, il ministro e leader del Carroccio Umberto Bossi. A destra, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e nelle foto piccole, Francesco Forte e Giorgio Stracquadanio

Sfide/1. Al vertice di Arcore con il premier, i triumviri continuano a chiedere una nuova politica economica per il governo

Una poltrona per troppi

Bossi vuole Tremonti vicepremier, il Pdl no. Berlusconi media ma non c’è soluzione. E Marcegaglia dice: «Via l’Irap dal 1° gennaio» di Francesco Pacifico

ROMA. L’esito nel confronto tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti tarda ad arrivare. Di più, dopo i botti di giovedì scorso, con il premier che ha pubblicamente sfiduciato il suo ministro dell’Economia e impostogli il taglio dell’Irap, la querelle prende sempre di più la forma della guerra fredda: tanta tattica, conta di amici e nemici e i due contendenti che sperano nel cedimento altrui. Così nel bollettino di guerra di ieri, che pure vede l’estensione del teatro dello scontro da Roma a Milano, dalla politica alla finanza, si registrano nuove prove di forza. Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini – i coordinatori del Pdl – sono saliti ad Arcore per portare al premier l’ultimatum del partito unico del centrodestra: nessuna promozione a vicepremier, collegialità nelle scelte economiche. Nelle stesse ore – ma una decina di chilometri più in là, nella centralissima via Crocefisso – Tremonti invece ha tenuto a rapporto Corrado Passera e Alessandro Profumo. I primi due banchieri del Paese, in grado di dare alle aziende risorse per uscire dalla crisi, gli stessi che hanno rifiutato i suoi bond. Pare che, complice il clima ovattato e la mediazione di Giuseppe Guzzetti arrivato per parlare di housing sociale, il

ministro abbia anche sorriso a una battuta di Profumo – «Perché gli spagnoli considerano il Santander una risorsa per il loro export, e gli italiani un limite che Unicredit abbia comprato una banca tedesca?» – Oltre a dimostrare che, se vuole, si può firmare un armistizio.

Eppure Berlusconi prende tempo. Lo fa per svelenire la pressione su Palazzo Chigi. Per avvertire i tanti delfini che non c’è nessuna corsa alla successione. Per dimostrare che non è lui, ma l’intero Pdl e settori dell’economia, a essere in guerra

con Tremonti, sempre più incline ai desiderata della Lega. Non a caso è soltanto Umberto Bossi a dire che «una nomina a Giulio di vicepremier potrebbe stabilizzare la situazione». Mentre i colleghi Franco Frattini e Altero Matteoli facevano sapere: «Tremonti non ha bisogno di essere nominato vicepremier per essere autorevole». Ma se Tremonti fa sapere di non volere fare nessun passo indietro e ostenta le armate del Carroccio, Emma Marcegaglia lo chiama in causa direttamente «Vogliamo vedere», dice la presidente di Confindustria,

tagliare la spesa sulle pensioni. Il documento sarà presentato al premier nelle prossime settimane, seguendo lo stesso schema utilizzato dal gruppo parlamentare quando si è trattato della piattaforma per il Sud: entrare in tackle su un argomento che divide il governo, mettere le condizioni per togliere poteri e fondi a via XX settembre e trasferirli a Palazzo Chigi. In parte questo è accaduto con la Banca del Mezzogiorno. Si spera che lo stesso accada per l’Irap. Rispettando però le condizioni annunciate ieri da Bon-

I colleghi Frattini e Matteoli congelano le ambizioni del responsabile di via XX settembre: «Non ha bisogno di una nuova nomina per essere autorevole». Nel partito aumentano pressioni e speranze di alleggerire il carico fiscale «un piano serio, concreto, anche di medio termine in cui si dice che c’è una prima parte di taglio dell’Irap che avviene a partire dal prossimo gennaio ce n’è una seconda a partire del 1 gennaio 2011 e così via». Se non bastasse il capogruppo alla Camera del Pdl, Fabrizio Cicchitto, starebbe predisponendo un piano – l’ennesimo papello antitremontiano – che prevede di recuperare i soldi per tagliare il balzello nel modo più indolore per il ministro: alzando l’età pensionistica per

di La Russa e Verdini in una nota dopo il vertice con Berlusconi: da un lato «coniugare e di contemperare l’esigenza inderogabile del rigore, da tutti condivisa, e quella della ripresa dello sviluppo economico»; dall’altro muoversi «in coerenza con gli impegni programmatici assunti da questo governo e dalla maggioranza che lo sostiene di fronte agli elettori». I tecnici che stanno lavorando al piano dovranno dare una risposta a due temi, due cavalli di battaglia del centrodestra, che

Tremonti spera di rimandare a tempi migliori: fisco e previdenza. Per recuperare i soldi necessari all’Irap si studiano tre dossier: innalzamento progressivo dell’età pensionistica fino a 67 anni; equiparazione del ritiro tra uomini e donne anche nel privato, congelamento delle prossime finestre d’anzianità. Siccome quest’ultima voce è la più delicata e l’equiparazione tra i sessi è argomento scabroso, è probabile che si lavori soltanto sul primo versante. Perché alzare l’età di ritiro porterebbe nell’arco di un decennio un risparmio vicino al punto di Pil, oltre dieci miliardi di euro, tra trasferire ai precari sottoforma di ammortizzatori sociali. L’Italia in questo modo si doterebbe di strumenti di flex security in grado di favorire quel sistema di flessibilità in entrata che oggi manca. Senza dimenticare l’estensione di garanzie a un milione e mezzo di lavoratori, che oggi non ha alcuna tutela e che è centrale per la competitività del sistema produttivo italiano.

A un costo relativamente contenuto si metterebbe mano a un problema segnalato dal governatore Mario Draghi come dai sindacati confederali. Seguire questa strada permetterebbe all’Italia di rendere più sosteni-


politica

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L’economista Forte e l’esponente del Pdl Stracquadanio ragionano sui ”no” del ministro dell’Economia

Contro di lui, il partito delle riforme «Chi gli chiede soldi però lo fa anche per le spese di bilancio dei suoi dicasteri» di Riccardo Paradisi olitica del rigore o politica dell’ostruzione? È su questa domanda e sulla qualità della risposta che ad essa verrà data che si deciderà l’esito della partita in corso interna al centrodestra. Quella che vede asserragliato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti sulla linea della fermezza in riferimento al contenimento della spesa pubblica e al rifiuto della riduzione della pressione fiscale. A cominciare dalla sua attiva opposizione al taglio dell’Irap, una misura che secondo il titolare di via XX settembre il governo non può per ora consentirsi. Un “no” che il premier ritiene semplicemente irricevibile. Il Cavaliere aveva rilanciato proprio il taglio dell’Irap e annunciato una stagione di riforme, a partire dalla riduzione della pressione fiscale, proprio per uscire dal-

P

bile il suo sistema pensionistico, quindi il debito pubblico. Proprio quest’intervento strutturale permetterebbe all’Italia di fare quelle politiche espansive con le quali Francia e Germania hanno accompagnato la fine della crisi. E che a noi sono

vietate da Bruxelles. Gli estensori dell’ultimo papello antitremontiano temono che il ministro – campione in questa crisi nel rimodulare il bilancio, portando i soldi dove più ce n’è bisogno – sia troppo ottimista nel vedere una crescita do-

l’angolo in cui per varie vicende, ultima la bocciatura del lodo Alfano, era stato costretto.

Il Carroccio non si limita a difendere Tremonti, arriva addirittura a caldeggiare la sua candidatura al vicepremierato. Una posizione di scacco quella di Berlusconi, che ha il fiato sul collo di quasi tutti i ministri del governo – tranne forse Sacconi – che spingono per ottenere da Tremonti fondi sempre rifiutati. Ma è una situazione difficile anche per Tremonti. Che non aveva previsto che la mano di Bossi sulla sua spalla si potesse poggiare in modo così pesante. Già, perché il risvolto politico di questa partita è lo scatto di Bossi, pronto ad approfittare della debolezza di Tremonti per prenderlo in ostaggio e rompere il tacito asse tattico che si stava profilando con il presidente della Camera Fini. Che infatti non ha atteso molto – dopo un periodo di intesa – per dire che «Giulio sta esagerando, che è sempre quello del 2004». L’unica forza politica nella maggioranza che sostiene le ragioni di Tremonti è dunque solo la Lega. Per il resto Tremonti è sotto fuoco nemico. Descritto più o meno chiaramente come uno che le riforme non le vuole. Che rifiuta gli 1,5 miliardi al ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta per la banda larga, che ha già tagliato i fondi dei Beni culturali del mite Sandro Bondi, che dice no ai 3 milioni necessari al ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo per il riassetto idrogeologico e le politiche sull’inquinamento, che nega fondi a Gianni Letta per le opere pubbliche e al ministro delle Attività produttive Scajola per trattare sui duecento tavoli aperti di crisi industriale, che chiude la borsa a Mariastella Gelmini per la riforma dell’università. A cui però verranno destinati parte dei fondi drenati dal tesoretto recuperato con lo scudo fiscale per l’indennità di disoccupazione dei precari della scuole. Insomma Tremonti ha tutto l’esecutivo contro, se si fa eccezione per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che in nome della pace sociale è d’accordo con Tremonti a non toccare l’età pensionabile e a chiudere un occhio sugli sgravi alle aziende per la partecipazione agli utili chiesta dal sindacato. Giorgio Stracquadanio, berlusconiano di prima linea, misura le parole, ma la sua analisi è severa: «Ci sono riforme e misure che mettono in moto la ripresa economica, che rilanciano l’economia. Il taglio dell’Irap è una di queste. Dire che misure di questo genere possono essere prese soltanto dopo il 2012, dopo cioè il federalismo fiscale, significa mettere sul groppone di Berlusconi il peso dell’immobilismo riformista e rimandare a fine legislatura il rispetto del programma con cui il centrodestra si era presenta-

po il 2011 del 2 per cento annuo senza un’iniezione di vitamine alle imprese. E queste potrebbero essere le risorse liberate da un taglio fiscale. L’idea è semplice: un’Italia che ha alleggerito il suo peso previdenziale, oltre a limitare i costi

to agli elettori. Anche se costretto a misure straordinarie per una crisi che ancora fa sentire i tuoi effetti un governo liberale – conclude Stracquadanio – non può avere l’impostazione politico-economica di Padoa Schioppa. È vero che esiste un partito della spesa pubblica a cui occorre opporre il rigore finanziario, ma è anche vero che confondere il rigore con la rigidità può essere un errore. Peraltro una politica di riduzione fiscale è più vantaggiosa di una politica di ammortizzatori sociali».

Eppure c’è un’ambiguità nella polemica con Tremonti. Nel senso che chi lo attacca non lo fa unicamente perché si vede negate le risorse per le riforme. Piuttosto perché non hanno soldi da immettere nella spesa dei loro dicasteri. È la tesi di Francesco Forte, economista di area governativa. «Tremonti ha fatto due cose: da un lato ha frenato la spesa pubblica dall’altro ha lasciato molta corda per il consolidamento degli ammortizzatori sociali adottando misure come la social card. Chi contesta questa sua linea di marcia non sempre lo fa da posizioni più liberali o liberiste. C’è, tra i suoi critici, anche chi vorrebbe più spesa corrente, che vogliono soldi per nuove sovvenzioni sui deficit di bilancio. Ma è abbastanza equivoca, secondo Forte, anche la posizione della Lega nord che difende Tremonti opponendosi all’abolizione delle provincia, al taglio dell’Irap, alla riforma delle pensioni, al rispetto delle regole europee. Una Lega inedita che si muove lungo le direttrici di una battaglia di potere territoriale e interna al centrodestra». Nel merito dei provvedimenti in discussione Forte è analitico: «La riduzione delle imposte non genera più consumi ma più produzione, risparmio e accumulazione. Maggiori incentivi semmai a occupare. L’Irap in particolare va bene ridurla perché è antiproduttivistica, si potrebbe sostituire con imposte indirette non distorsive. Tremonti ha però ragione di opporsi alle altre riduzioni. Io non ho mai accettato la tesi secondo cui per esempio l’aliquota del 33% stimola l’economia, se Tremonti si oppone a questo ha ragione. Invece l’innalzamento dell’età pensionabile sarebbe necessaria. Certo, Tremonti e Sacconi non sono interessati ad aumentarla ma anche perché il sindacato non fa uno sforzo in questa direzione».Tremonti sostiene una tesi di rigore, aspira al pareggio del bilancio, come Quintino Sella e la destra storica. Per questo oggi si oppone al taglio dei tributi. Ha le sue ragioni dice Forte e i suoi torti. Quello che è certo è che siamo di fronte anche a un braccio di ferro politico sulla futura leadership del centrodestra. Se non si tiene conto di questo si rischia di perdere anche la prospettiva di certe dispute sui provvedimenti economici.

di servizio del debito, potrebbe fare politiche di extradeficit per uno o due anni senza dover temere richiami da Bruxelles o downgrade da parte delle agenzie di rating. In questa chiave sarebbe meno complesso recuperare quel

punto e mezzo di Pil che servirebbe per cancellare l’Irap ai privati. E che, seguendo quello che spera di fare la Merkel in Germania, farebbe volare il Belpaese se agganciato a incentivazioni per investimenti in R&S e nuova occupazione.


politica

pagina 6 • 27 ottobre 2009

Sfide/2. Il conflitto all’interno del governo appare come uno scontro anche «geografico». Ma in realtà non è così

Il Commissario Giulio

Dalla Banca del Sud ai bond, dalla guerra a Draghi a quella ai ministri e agli economisti: ecco chi è l’uomo che vorrebbe essere Quintino Sella di Giancarlo Galli in dalla fondazione (1876), il Corriere della Sera si qualificò, gradualmente sgominandola concorrenza (troppo ideologizzata, sensibile al fascino dell’Unità nazionale faticosamente raggiunta), come espressione, portavoce, della “borghesia del Nord”. Operosa, intraprendente, con venature calviniste: il successo, se frutto del lavoro, quale segno della benedizione divina.

sempre stato vissuto da queste parti (Lombardia e dintorni) con malcelata insofferenza: un autentico fardello. Sbagliato tuttavia pensare ad una cultura venata di razzismo, nonostante il termine “terrone” fosse, nel linguaggio popolare caricato di significati negativi: clientelismo politico, corruzione, scarsa disponibilità a rimboccarsi le maniche. Però chi si convertiva al “culto del fare”, veniva accolto a braccia aperte.

L’eterno “problema del mezzogiorno”, o altrimenti detto la “questione meridionale”, è

Senza andare troppo all’indietro, basti pensare a figure quali Raffaele Mattioli (dominus della Banca Commerciale dagli anni Trenta agli anni Sessanta). Nato a Vasto, si vantava di non avere mai più posto piede nella terra d’origine. Motivando: «Sarei immediatamente circondato da postulanti, amici degli amici», diceva. O al mitico Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca, pouponnière di industriali. Sangue siciliano, già faticava a recarsi a Roma dove nell’immediato Dopoguerra il governatore della Banca d’Italia, Donato Menichella, lo accoglieva con un «Ecco il

S

Re dei longobardi!». Storie vechie, da archivio o Amarcord? Niente affatto. Al contrario utili per interpretare l’aria che si respira in Padania. Portata alla luce in tutta la sua drammaticità, dal “fondo” del Corriere della Sera di giovedì 22 ottobre, a firma di Angelo Panebianco, bolognese, stimato professore di scienze politiche, editorialista autorevolissimo. Sotto il titolo “Il Sud travolto dalle inchieste. L’emergenza meridionale”. Leggiamo il passaggio-chiave: «Forse sarebbe il caso di convenire che in ampie zone del Sud mancano at-

contenuto. Con un’aggiunta: Panebianco è un moderato, che mai ha accarezzato il pelo alla Lega di Umberto Bossi. Il che, letto in controluce, significa che l’insofferenza del Nord ha superato il livello di guardia. E trabocca, tracima.

Non è una coincidenza. La Padania, il quotidiano leghista, va da settimane pubblicando con enorme risalto “Risorgimento, l’altra storia”, per la penna di Lorenzo del Boca, giornalista di razza, piemontese. Nello snodarsi della ricostruzione, un filo rosso: l’erro-

gne”, in quanto valtellinese, radici socialiste ed anello di congiunzione da almeno tre lustri fra la galassia leghista e quella berlusconiana, pur fra distinguo e reciproche impuntature, poiché il potente ministro all’Economia ha un caratterino da primadonna, ed una lettera di dimissioni sempre pronta. A riprova, la rissa dei giorni scorsi nei Palazzi governativi. Difficile peraltro inquadrare Tremonti, semplificando. Esempio: s’è inventato la Banca del Sud, affinché il risparmio del Mezzogiorno che attualmente viene risucchiato dal sistema bancario nazionale per almeno l’80 per cento (specie dopo l’eclisse del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli quali entità autonome), là restasse. Parrebbe un’idea brillante, ispirata alla generosità; e invece è guardata come il fumo negli occhi dagli stessi, supposti beneficiari. Nel comprensibile timore di una ghettizzazione. Tradotto: «Arrangiatevi coi vostri soldi».

Il suo disegno, sostenuto dal Carroccio, sembra proprio quello di un’Italia federale, alla maniera del Risorgimento mancato celebrato in questi giorni dai leghisti sulla “Padania” tualmente le condizioni minime che rendono praticabile la democrazia locale e che un commissariamento centrale si rende, per quelle zone e per molti anni, indispensabile. In modo da coordinare interamente dal centro sia la guerra alle organizzazioni criminali sia l’imposizione (per lo più contro le classi dirigenti locali) di progetti di sviluppo».

Denuncia e proposta durissime sia nella forma che nel

re centralista. Meglio, molto meglio, un’Italia federale… Altrettanto non casuale; col suo peso politico, la Lega frena le prossime celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità, irritando Carlo Azeglio Ciampi, presidente del comitato ad hoc. In questo scenario è possibile tentare una lettura non banale delle ultime, controverse e tormentate mosse del superministro all’Economia Giulio Tremonti. “Uomo delle monta-

Dalla scienza alla finanza: un maestro dell’Ottocento Quintino Sella, nato a Mosso (in Piemonte) il 7 luglio del 1827 e morto a Biella il 14 marzo del 1884, è stato - oltre che un uomo politico chiave nei primi anni dello Stato italiano - anche uno scienziato e un economista. Dopo essersi laureato a vent’anni in ingegneria idraulica ed essere entrato nel Regio Corpo delle miniere si specializzò a Parigi costruendo le basi della sua carriera accademica, centrata in particolar modo sugli studi cristallografici. Rientrato a Torino, Sella concentrò le sue energie nello studio della cristallografia sia teorica che morfologica e diede sistematizzazione alla rappresentazione degli oggetti mediante l’assonometria. Dimessosi nel 1860, per motivi politici, dalla Scuola di Applicazione per Ingegneri, fu tra i protagonisti politici del neonato Stato italiano, in particolare nel ruolo di intransigente ministro delle Finanze nei governi Rattazzi, La Marmora e Lanza. E si impegnò a fondo nel pareggio del bilancio statale, arrivando a privatizzare molti degli enti pubblici e della Chiesa, ma soprattutto imponendo nuove imposte o inasprendone altre, tra le quali l’impopolare tassa sul macinato. Il 23 ottobre 1863 il Club alpino italiano e ricoprì anche la carica di presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei

Ancora. Come è possibile che il ministro all’Economia viaggi in manifesta rotta di collisione con il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e con una buona parte del sistema bancario? Tentativo di risposta alla sciarada, altrimenti inesplicabile: cavalcando la crisi finanziaria, Tremonti aveva offerto alle banche in affanno, sottocapitalizzate, la zattera di salvataggio dei Tremontibond. Un prestito speciale per inciso a condizioni molto onerose (circa l’8 per cento annuo), che però permetteva al governo di metterle sotto morbida ma sostanziale tutela. E i banchieri con rarissime eccezioni, hanno risposto: «Grazie, no!». Ritenendo l’indipendenza il loro asset più prezioso. In Tremonti vi è infine una caratteristica che porta gli storici a rievocare la figura di un altro ministro del suo tempo: Quintino Sella, piemontese di Biella (1827-1884), che cercò di realizzare il pareggio del bilancio statale con una politica fiscale aggressiva. Da qui la sua levata di scudi (e lo scontro, non si comprende se davvero ricomposto o solo incerottato) col premier Berlusconi intenzio-


politica

27 ottobre 2009 • pagina 7

Lo scontro nell’esecutivo riguarda il futuro, secondo l’editorialista

«Ma il suo obiettivo è il trono di Silvio»

«Mentre il premier cerca un colpo di reni in economia, il Professore pensa già al dopo», dice Stefano Folli di Errico Novi

ROMA. È la prima volta, dice Stefano Folli. «È la prima volta che nel centrodestra c’è una contestazione così forte alla leadership di Silvio Berlusconi». Giulio Tremonti «ha sbagliato», secondo l’editorialista del Sole-24 Ore, «uscirà probabilmente sconfitto da questa vicenda, che ha affrontato in modo discutibile. Eppure è il primo a porsi il problema della fisionomia che dovrà avere il centrodestra dopo Berlusconi». Ma in questa storia quanto contano le questioni caratteriali? Molto. Non si tratta solo di questo, ovvio, ma i personaggi in gioco hanno un temperamento spigoloso, e invece la situazione richiederebbe una capacità di mediazione notevole. L’unico che dimostra di possederla è Umberto Bossi. Ma sono davvero entrate in conflitto due diverse visioni dell’economia, due diverse concezioni del rapporto con le imprese? Il taglio dell’Irap per esempio favorirebbe le medie e le medio grandi, piuttosto che le piccole care alla Lega. Sicuramente c’è questo, c’è la difficoltà a governare con una politica di ampio respiro questa fase iniziale, fragile, della ripresa. Ma sembra emergere anche e soprattutto un’altra questione. Quale? La nuova rincorsa del consenso da parte di Berlusconi. Il quale vuole consolidare il rapporto con certi ambienti economici ma finisce per imbattersi con gli interessi leghisti, senz’altro, e negli impegni assunti da Tremonti con l’Europa. Parliamo d’altronde di vincoli di bilancio. Siamo in un passaggio ancora molto delicato, il rischio di compiere passi falsi è alto, ed ecco che ne viene fuori una dialettica vera, profonda, all’interno del centrodestra, un confronto dagli esiti imprevedibili. Quindi è innanzitutto la prima volta che l’attuale maggioranza si trova di fronte a delle scelte di strategia, almeno in campo economico. E da una parte c’è l’atteggiamento perentorio di Tremonti, dall’altra l’idea di una politica gestita dal presidente del Consiglio secondo criteri che sono rivolti piuttosto al rapporto con l’opinione pubblica, al consenso. Ce n’è abbastanza per definire un quadro non facilmente ricomponibile. Allora le pressioni del Pdl anti-tremontiano c’entrano fino a un certo punto. Berlusconi coglie lo stato d’animo di settori del suo partito, ma non mi pare abbia bisogno di essere sollecitato: è lui in prima persona a voler consolidare il consenso di una certa base. Se si osservano le sue mosse degli ultimi tempi si vede come siano indirizzate a riportare la sua leadership al centro di tutto. Mi riferisco

Qui sopra, il ministro Giulio Tremonti. A destra, Stefano Folli. Nella pagina a fianco, a sinistra, Quintino Sella

nato, almeno a parole e in clima preelettorale, ad abolire progressivamente l’Irap, l’Imposta regionale attività produttive, unica nel suo genere in Europa, che penalizza le nostre industrie. Tremonti pensa non sia necessaria, oltretutto dopo i varo dello scudo fiscale, destinato a favorire il rientro dei capitali dall’estero.

Dove sta allora la forza di Giulio Tremonti? Sul prestigio accademico internazionalmente riconosciuto, il personale rigore. Ma la politica è anche, soprattutto, flessibilità, capacità di far convivere le diverse Italia, gli italiani. Che talvolta possono avere bisogno di deroghe, varianti, rispetto agli schematismi cattedratici del professore. Il quale, inseguendo (non da solo, in com-

petizione con il poco amato Gianfranco Fini), la successione prossima ventura di Silvio Berlusconi, che ti combina? Va in cattedra e afferma che il «posto fisso» è la panacea sociale. Si trasecola a sinistra, s’infuriano i liberisti, con in testa il ministro Brunetta che sta inseguendo la quadratura del cerchio per introdurre l’efficienza nella Pubblica amministrazione.

«Molti nemici, molto onore», s’è portati a concludere. Con un interrogativo: fino a quando Umberto Bossi dirà che Giulio «non si tocca!»? In via Bellerio a Milano, al Quartier Generale della Lega, vi è chi sussurra che l’Umberto ha preso a scalpitare», chiedendosi: «Cos’ha in testa?». (Tremonti, ovvio).

anche alle iniziative, seppur teoriche finora, su giustizia e riforme istituzionali, con la nuova evocazione del presidenzialismo. Si potrebbe dire che i sondaggi non segnalano allarmi. E invece Berlusconi sente che le cose stanno diversamente, e accelera: anche perché sa che le elezioni regionali potrebbero rafforzare soprattutto la Lega anziché lui o il Pdl, e questo gli creerebbe delle difficoltà notevoli. Ecco perché ha assunto un’iniziativa come quella sull’Irap, concepita per ravvivare il rapporto con l’opinione pubblica del Nord, con certi settori dell’imprenditoria. È un passaggio, questo, molto complesso. Non c’è dubbio. Tremonti d’altra parte contesta in un modo che forse non ha precedenti la leadership di Berlusconi. È la prima volta che qualcuno osa tanto, in un governo presieduto dal Cavaliere. In questi termini non era mai accaduto. Tremonti chiede il ruolo di vicepremier con un mandato a gestire in maniera autonoma la politica economica e fiscale, il coordinamento dei ministri. È qualcosa che farebbe di lui un co-presidente del Consiglio. È in atto una contestazione non indifferente del ruolo del premier. Lo scontro dunque è su un piano non solo di politica economica, e in ogni caso è inedito. È la prima volta che qualcuno comincia a porsi il problema di come sarà la fisionomia del centrodestra dopo Berlusconi. Il quale sembra voler prendere tempo per riesaminare una situazione per lui, appunto, mai sperimentata. Ho proprio questa sensazione. Tremonti avrà sbagliato un po’ i tempi, anche se è stato spinto dalle difficoltà che gli hanno creato gli altri, premier compreso, e rischia di uscire sconfitto: ma pone sul tavolo questioni che alludono a un futuro in cui Berlusconi non sarà più premier e leader incontrastato. C’è da ricordare che è pur sempre il presidente del Consiglio a dover coordinare la politica economica. Il suo ministro dice in pratica di essere il solo a poterla gestire, e che Berlusconi non possiede le competenze per farlo. Ma in questo confronto non incide anche, a sfavore il premier, una certa debolezza strategica e di contenuti del Pdl? Può darsi, ma parliamo di un leader che ha sempre fatto e deciso, in pratica, tutto da solo. Il punto è che lui percepisce la vicenda del lodo Alfano come una sconfitta personale e sente il bisogno di riaffermare la leadership. Solo che in questo tentativo incrocia chi a suo giudizio lo ha in qualche modo imbrigliato con una linea troppo rigorosa, mentre lui è convinto che il con il consenso si può fare tutto.

È la prima volta che qualcuno contesta Berlusconi in questi termini, fino a pretendere di sottragli compiti che spettano a Palazzo Chigi


diario

pagina 8 • 27 ottobre 2009

Crisi. La quotazione sulla divisa americana è ormai stabilmente sopra l’1,5: un valore che gli esperti considerano “a rischio”

Torna l’incubo dell’Euro forte La moneta continua a salire sul dollaro e blocca le esportazioni

e si trattasse solo di teoria, la crisi finanziaria sarebbe già risolta. Nell’immaginario di tanti economisti, l’economia internazionale è vista come un complicato sistema di vasi comunicanti. Se si chiude un rubinetto – questa è la loro illusione – ed il livello delle acque scende, basta pompare più liquido da un altro versate e tutto torna come prima. Se la locomotiva americana, ormai spompata dopo una lunga corsa alimentata dal debito non ce la fa più, basta che il testimone passi ai nuovi maratoneti: la Cina, innanzitutto, seguita a ruota dal Giappone, dalla Germania e anche dal più asmatico Canada, tornato in auge dopo la scoperta di ingenti giacimenti di petrolio fossile – gli scisti bituminosi – da cui è comunque possibile estrarre, seppure a costi ragguardevoli, oro nero. Ma mai come in questo caso tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare: o meglio un paio di oceani e secoli di storia.

S

Che cos’è che non funziona in questo schema? Restiamo ai fatti. Qualcosa si muove nella direzione auspicata. Angela Merkel e il leader liberale Guido Westerwelle hanno enunciato, per il 2011, una nuova linea di politica economica: tagli fiscali per 27 miliardi di euro, nonostante il deficit e l’aumento del debito, che tanto preoccupa il Commissario Almunia. Dovranno farlo per onorare gli impegni assunti in una campagna elettorale che ha praticamente ucciso la Spd. Po-

di Gianfranco Polillo

del dollaro: insomma, in questo quadro un’Euro forte è più un incubo che un aiuto. Se il dollaro dovesse continuare a cadere, infatti, le risorse oggi abbandonanti svanirebbero come neve al sole. Da qui le pressioni sulla Bce, affinché la sua politica più rigorosa rispetto a quella della

I cinesi sanno di dover trainare il mercato e l’economia internazionale, quindi accumulano scorte, soprattutto di materie prime tranno farlo, utilizzando il surplus della bilancia dei pagamenti: ottenuta grazie a una forte compressione dei livelli di consumo, rispetto al maggior potenziale produttivo. E poco importa se questa nuova linea di politica economica comporterà una minore presenza del capitale tedesco sui mercati internazionali. Ne soffriranno i paesi più indebitati, a partire dagli Stati Uniti. Ma per far tornare i conti, è necessario che quel surplus valutario non venga vanificato, prima di quella data, da una brusca caduta

Fed, non contribuisca ad allargare la forbice, togliendo spazio alle esportazioni che non sono solo tedesche. Molte speranze dell’economia italiana sono, infatti, legate a quel traino. Se esso venisse meno, anche la crisi italiana, e di conseguenza europea, diverrebbe più marcata.

Per il Giappone, invece, è tutta un’altra musica. Il suo debito pubblico, proprio in questi giorni, ha superato il 200 per cento del Pil. E le previsioni a medio termine sono ancora più allarmanti. Si par-

Una ricerca del “Sole 24 ore” sui dati Istat

I bambini salvano i conti ROMA. I figli difendono i consumi e quindi le famiglie con bambini possono essere il vero motore della ripresa in Italia, proprio perché la loro domanda di beni e servizi si sta dimostrando più sostenuta e meno elastica, quindi meno soggetta a tagli di budget. Ma il loro potere d’acquisto va salvaguardato con misure di sostegno, soprattutto sotto il profilo fiscale, e con un potenziamento dei servizi sociali pubblici. Lo sostiene il primo «Rapporto Junior» del Sole 24 ore, che sarà allegato oggi al quotidiano della Confindustria. L’inserto traccia un ritratto delle famiglie italiane con figli sotto i 12 anni e riconosce come fondamentale il loro ruolo sociale ed economico. In pie-

na crisi, infatti, questa tipologia di famiglie incrementava i consumi di prodotti dell’infanzia del 7,6%, secondo l’analisi del Sole 24 ore condotta sui dati dell’Istat. Ora, sostiene la ricerca, può essere la locomotiva della ripresa, ma permangono forti differenze Nord-Sud, che la crisi ha addirittura acuito. Così, se al Nord una famiglia con almeno un figlio minore vive con 3.400 euro al mese, al sud se ne fanno bastare 2.300.Tra gli altri temi trattati nel «Rapporto Junior» i baby blogger, i rischi dei videogiochi, i corsi anti-bullismo, i corsi di finanza per bambini, il melting pot di culture a scuola, la responsabilità sociale imparata in aula.

la del 300 per cento, alla fine del prossimo decennio. Attualmente la situazione è sotto controllo, visto che il 93,6 per cento di quel debito è nei confronti del Giappone stesso. Sono infatti le famiglie a possedere i relativi titoli. Ma è difficile che il Sol del levate possa porre fine ad una più antica maledizione. È costretto ad esportare. La struttura della sua popolazione, la più vecchia del mondo, ha consumi stretti nel morso della sua antica tradizione. In queste condizioni, nonostante i tentativi, una rivitalizzazione del suo mercato interno è operazione ardua e difficile. Richiederà, comunque, un tempo che mal si concilia con le lucide geometrie care a tanti economisti. Per la Cina, poi, è peggio che andar di notte. Per la “nuova Prussia” – come la definisce l’Economist di questa settimana - uscire dai vincoli del suo modello di sviluppo – eccesso di esportazioni ed utilizzo del surplus valutario che ne deriva per finanziare il Tesoro americano – sarà ancora più difficile. Il rilancio della sua domanda interna è subordinato a diverse variabili, impossibili da gestire in pochi anni. L’eccesso di risparmio che in quel Paese si è formato è soprattutto la conseguenza di un welfare inesistente. L’esatto contrario di quanto succede in Italia. Il sistema pensionistico è ad uno stato embrionale. La sanità pubblica è ancora agli inizi. In mancanza di tutti questi servizi pubblici, che sono la cifra della civiltà complessiva di un Paese, il singolo è costretto, anche suo malgrado, a risparmiare, per far fronte alle incertezze della propria esistenza. Per convincere milioni di persone che qualcosa è cambiato, ci vorrà ben altro che un semplice impegno – per altro ancora non assunto – internazionale. Intanto i cinesi fanno quello che hanno fatto in passato: accumulano scorte, soprattutto di materie prime, nella speranza che siano altri a tirare la carretta dell’economia internazionale e che il proprio Paese – un salvagente sgonfio, come lo ha definito Michael Spence, nobel dell’economia – possa comunque continuare a crescere a danno dei vicini. E poco importa se i vasi comunicanti dell’economia mondiale rimarranno occlusi.


diario

27 ottobre 2009 • pagina 9

Nei guai l’ex capogruppo al Comune e altre 21 persone

Il Presidente chiede il rispetto dei vincoli urbanistici

Corruzione a Firenze: arrestato il Pd Formigli

Napolitano: «Più rigore per tutetale l’ambiente»

FIRENZE. Associazione per delinquere, corruzione, abuso d’atti d’ufficio, truffa aggravata e falso ideologico, sono i reati per i quali è scoppiato un caso all’interno del Pd toscano. Arrestato l’ex capogruppo del partito nel consiglio comunale di Firenze, Alberto Formigli, e l’ex presidente della commissione urbanistica, Anton Giulio Barbato. Nell’operazione, denominata «Le Mani sulla citta», condotta dalla polizia stradale di Firenze, ci sono 21 indagati, 17 denunciati, 6 persone agli arresti domiciliari e una in carcere. Oltre all’ex capogruppo del Pd in consiglio comunale Alberto Formigli, ritenuto socio occulto della società di progettazione Quadra Progetti, sono agli arresti domiciliari anche i soci della stessa società Quadra, ovvero l’ex presidente dell’ordine degli architetti di Firenze Riccardo Bartoloni e il geometra Alberto Vinattieri. Arrestato anche il geometra del Comune Bruno Ciolli, ex funzionario dell’ufficio edilizia privata del Comune e gli imprenditori Francesco Bini e Paolo Perugi.

ROMA. Pur nella ristrettezza della situazione del bilancio pubblico, bisogna affrontare il problema del dissesto idrogeologico del territorio, riconoscendo «precedenza assoluta a investimenti e risorse» in questo settore. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante una cerimonia al Quirinale in cui ha risposto alle domande di alunni e studenti vincitori del premio «Immagini per la Terra». È stata Maria, una studentessa di 17 anni, vincitrice di uno dei premi, a chiedere al presidente della Repubblica cosa si fa e cosa si potrebbe fare per evitare le gravissime conseguenze delle piogge violente nel nostro Paese. Napoli-

Le accuse sono, a vario titolo, di truffa aggravata associazione per delinquere finalizzato all’abuso edilizio, truffa, falso, abuso di atti d’ufficio. Secondo

La Chiesa chiude lo scisma di Lefebvre Al via in Vaticano i colloqui per la ricomposizione di Luigi Accattoli ono partiti ieri i “colloqui dottrinali” con i lefebvriani, che sono tutta una scommessa. Il Papa spera che portino al completo rientro della Fraternità di San Pio X nella Comunione Cattolica ma è ben difficile che l’impresa si compia ora e per intero. Si dice che i colloqui dureranno un anno e certamente si faranno dei passi, ma per la “piena comunione” sarà forse necessario che arrivi al vertice della Chiesa Cattolica e della Fraternità una nuova generazione, libera dai ”non possumus” che sono stati pronunciati fino a oggi. A fare ardua la partita sta il fatto che gli interlocutori in realtà non sono due, come dice la formula della commissione mista che è stata approntata, ma tre: la Fraternità, gli episcopati dove essa è più radicata (Francia, Germania, Svizzera) e la Santa Sede. Tra tutti solo i Papa ha compiuto i passi necessari per non restare imprigionato nelle parole del passato. Il dialogo che parte ora costituisce un secondo tempo di un negoziato che si svolse tra l’inverno e la primavera del 1988 e che ebbe come interlocutore della Fraternità il cardinale Ratzinger. La trattativa fallì e il cardinale fu il primo responsabile, insieme a Papa Wojtyla, della “notifica” della scomunica al vescovo Marcel Lefebvre e ai quattro vescovi che egli aveva ordinato senza l’autorizzazione di Roma.

S

decessori, ma anche dalla convinzione che le questioni in gioco con i tradizionalisti sono importanti per l’intera comunione cattolica, che rischia di non percepirle perchè le ritiene appannaggio di ambienti reazionari. Egli sdogana i tradizionalisti anche per incoraggiare la maggioranza dei battezzati a professare un genuino amore alla tradizione senza timore di essere iscritti d’ufficio al club dei nostalgici.

Prevedo che la sua mano tesa abbia a esercitare una viva attrazione in una parte del campo tradizionalista ma non su tutto, perché esso non si è ancora sganciato dalle posizioni di partenza. Non c’è più il rigido Lefebvre, ma i quattro vescovi che guidano la Fraternità tengono fede in toto alle sue parole e al suo atteggiamento diffidente nei confronti della Santa Sede. A commento della decisione papale di avviare questi colloqui il più intransigente dei quattro, Bernard Tissier De Mallerais, ebbe ad affermare il gennaio scorso: «Noi abbiamo intenzione di convertire Roma alle nostre posizioni». Il suo collega Richard Williamson – il negazionista della Shoah – sette mesi prima aveva affermato che per arrivare a un accordo il Papa dovrebbe «eliminare il messale di Paolo VI». I due non partecipano ai “colloqui dottrinali” ma sulle questioni più calde la posizione del superiore della Fraternità, Bernard Fellay, non è diversa nella sostanza. Da quando Ratzinger è Papa egli va ripetendo che la Fraternità non potrà mai accettare di «riconoscere che la nuova messa è valida» perché «anche se valida essa è avvelenata». Egli anzi ritiene «avvelenato» lo stesso Concilio in quanto ispirato a un «pensiero non cattolico». Da una parte dunque vi sono i tradizionalisti che con questi colloqui mirano a spostare Roma dalle sue posizioni e dall’altra i “conciliari” che neanche vorrebbero lo svolgimento dei colloqui. Sarà un miracolo se il Papa riuscirà a sciogliere le due contrapposte rigidità.

Il Papa spera nel completo rientro della Fraternità di San Pio X nella Comunione Cattolica, ma l’impresa non è così facile

quanto ricostruito dai magistrati, l’associazione per delinquere vedrebbe i suoi perni nello stesso Formigli, nell’ex presidente della Commissione urbanistica di Palazzo Vecchio, Antongiulio Barbaro (Pd), e in due dirigenti dell’ufficio tecnico del Comune di Firenze. Questi si sarebbero messi a disposizione di imprenditori e di varie società di costruzioni, facendo approvare delibere e atti urbanistici in loro favore. I procedimenti urbanistici contestati, che si configurano come veri e propri abusi edilizi, hanno spiegato i magistrati, giudati dal procuratore capo Giuseppe Quattrocchi che coordina le indagini, riguardano 21 aree in altrettante zone della città.

Rispetto a 21 anni addietro Benedetto XVI ha modificato la posizione che fu del cardinale Ratzinger e di Papa Wojtyla, non sulla questione dottrinale posta dai tradizionalisti ma sulla loro condizione canonica e soprattutto sul problema all’origine della loro protesta. Il suo cambiamento l’ha manifestato con tre decisioni audaci contestate o almeno discusse da una buona parte dell’ala “conciliare” della Chiesa: il ritiro delle scomuniche, la liberalizzazione dell’uso del vecchio messale, l’avvio dei colloqui. Il papa teologo non è mosso soltanto dal desiderio di sanare l’unica frattura canonica di tipo scismatico ereditata dai pre-

www.luigiaccattoli.it

tano ha collegato la domanda alla recente sciagura di Messina e ha risposto: «Cominciano a dire quello che non debbono fare le istituzioni, come giustamente ha detto prima di me il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, a proposito delle case crollate nel Messinese, che purtroppo hanno sepolto tante persone e bambini: che queste case erano fatte, alcune abusivamente, altre con regolari permessi. Occorre più severità e più rigore e far rispettare i parametri. Inoltre, ci vuole un impegno maggiore per il risanamento del suolo e per superare l’attuale condizione di dissesto idrogeologico. Sappiamo che i soldi a disposizione sono pochi. Bisogna vedere dove destinarli, a quali impegni, quali voci di spesa pubblica considerare prioritarie. Prima di ogni altra cosa, viene la difesa dell’ambiente, per garantire il futuro del pianeta, del nostro mondo comune».

Napolitano ha risposto ad un’altra domanda sull’impegno dell’Italia a rispettare gli impegni assunti per la riduzione delle emissioni di Co2: «Questo bisogna chiederlo al governo. Ma io mi fido delle cose significative che ha detto il ministro Prestigiacomo sul rispetto di questo impegno».


mondo

pagina 10 • 27 ottobre 2009

Diritto. Il boia di Srebrenica diserta l’aula, e i giuristi iniziano a chiedersi se i crimini di guerra non siano impossibili da provare

Genocidio in contumacia Le accuse mosse contro Karadzic rischiano di trasformare il suo processo in una farsa di Vincenzo Faccioli Pintozzi uella di genocidio è l’accusa più grave fra quelle presenti nel Codice penale internazionale, ma è anche la più difficile da provare. Lo sanno bene procuratori, giudici e imputati che sono passati nelle mani del Tribunale penale internazionale dell’Aja, che negli anni hanno raggiunto ben pochi risultati concreti. Se infatti è giusto e lodevole sottolineare l’atrocità dei crimini di guerra, aggravati dall’odio etnico o razziale, è quasi impossibile trovare prove documentali e inattaccabili che coprano l’intera attività criminale dei macellai della guerra. Il caso di Radovan Karadzic, il boia di Srebrenica che ieri ha disertato la Corte internazionale, è uno dei più corretti per indicare la veridicità di questo paradigma. L’ex presidente rischia l’ergastolo per genocidio, se verrà provata la sua colpevolezza piena nell’uccisione di oltre settemila musulmani - uomini, donne e bambini - che cercavano rifugio nell’enclave (protetta dalle truppe delle Nazioni Unite) di Srebrenica nel 1995. Una seconda accusa, sempre di genocidio, si fonda sul convincimento che abbia guidato una campagna militare tesa a raggiungere la “piena distruzione” delle comunità musulmane e croate nei primi mesi della guerra bosniaca, durata dal 1992 al 1995. Il massacro di Srebrenica, avvenuto per la cronaca nel luglio del 1995, è l’unico episodio della guerra dei Balcani che il Tribunale penale internazionale considera come genocidio. La decisione in questo senso è stata presa dalla Corte internazionale di Giustizia, il più importante tribunale delle Nazioni Unite, nel 2007. La parola genocidio deriva dalla parola greca “genos”, che indica razza o tribù, e dal suffisso latino “cide”, che

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sta per uccidere. Secondo l’Onu, il termine indica «un atto commesso con l’intento di distruggere, interamente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». La definizione è stata creata nel 1944 da Raphael Lemkin, un ebreo polacco rifugiato negli Stati Uniti, per indicare i crimini commessi dai nazisti tedeschi durante l’Olocausto. È divenuto un crimine quattro anni più tardi, quando una convenzione delle Nazioni Unite ne hanno adottato il senso. Ma, nel corso degli anni, diversi giuristi ne hanno contestato l’efficacia: è praticamente impossibile, sostengono, dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che un imputato sia un genocida. E questo perché se ne deve dimostrare davanti a una corte - che si presume essere imparziale - la volontà di generare un’azione tale da distruggere un intero gruppo. In alternativa, possibilità altrettanto remota, si deve poter dichiarare che abbia approvato l’operazione già conoscendone l’esito. In un’intervista alla France Presse, l’analista le-

gale Cedric Ryngaert spiega: «Come si può provare che un accusato abbia avuto lo specifico intento di sterminare un gruppo etnico, razziale o religioso?». La prima accusa di questo tipo mai emessa risale al 1998, quando il Tribunale penale internazionale per il Rwanda giudicò colpevole di genocidio Jean Paul Akayesu, ex sindaco della città di Taba, condannato all’ergastolo per i crimini commessi contro l’etnia tutsi. Da segnalare anche che il “caso Akayesu” contiene anche un’altra, rilevante novità per il diritto internazionale: nella sentenza che lo condanna, infatti, oltre alla prima accusa di sterminio di razza si legge anche che «lo stupro, invasione fisica di natura sessuale commessa in circostanze coercitive, costituisce genocidio. Questo perché viene effettuato o ordinato con l’intenzione precisa di distruggere un gruppo tramite l’umiliazione sessuale e la riproduzione di sangue hutu».

Ad oggi, il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha emesso soltanto una condanna relativa al genocidio: l’ex generale Radislav Krstic è stato condannato nell’aprile del 2004 a 35 anni di carcere per aver «aiutato con il suo comportamento il compimento del massacro di Srebrenica». L’ex “uomo forte” della Jugoslavia, Slobodan Milosevic, è morto nel marzo 2006 con il proprio processo ancora in corso. Il comandante militare di Karadzic, Ratko Mladic, è al momento latitante. Su di lui pendono dal

1995 le accuse di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio: secondo i procuratori del Tribunale internazionale, oltre a un pieno coinvolgimento nei fatti di Srebrenica fu lui a dare il via alla persecuzione di oltre 10mila persone nei 44 mesi del conflitto balcanico. Delle 161 personalità accusate da L’Aja, oltre a Mladic manca ancora all’appello un altro protagonista della guerra: Goran Hadzic, auto-proclamatosi presidente della Repubblica serba di Krajina, in pieno territorio croato. Hadzic è sparito dalla sua casa serba nel luglio del 2004, un mese dopo la pubblicazione delle accuse a suo carico. Molti testimoni lo indicano come l’esecutore materiale dell’attacco costato la vita a 250 croati, ricoverati all’interno dell’ospedale di Vukovar. Il fatto che il Tribunale non riesca a individuare questi due latitanti, con ogni probabilità nascosti in Serbia, è un altro dei motivi che rendono estremamente complicato dimostrare le accuse di genocidio mosse contro Karadzic. Il primo, suo capo militare, potrebbe secondo la difesa scagionarlo dalla responsabilità materiale dei crimini; il secondo, fantoccio politico, potrebbe

dimostrare l’inconsistenza della sua volontà politica di sterminio. Creato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il Tribunale penale internazionale ha l’incarico di indagare sui crimini peggiori commessi durante i conflitti di Croazia (1991-1995), Bosnia (19921995), Kosovo (1989-1999) e Macedonia (2001). Ad oggi si sono conclusi soltanto 120 processi: 11 assoluzioni, 60 condanne, 13 rimandati alle Corti nazionali, 20 accuse ritirate e 16 imputati morti. Altri 23 processi sono ancora in corso, 14 in appello e 2 in attesa.

Si tratta di numeri impressionanti per la loro negatività: le 60 condanne non sono andate, per la maggior parte, oltre i cinque anni di detenzione. Gli altri numeri parlano da soli. Ovviamente, non si criticano le nobili motivazioni che muovono le Nazioni Unite e la loro branca giuridica: si tratta più che altro di pragmatismo. È vero che bisogna rendere giustizia alle vittime dei massacri, ma è altrettanto vero che non si possono giudicare crimini così complessi a così tanto tempo dal loro compimento. Meglio, molto meglio, sarebbe stato ac-


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Il parere del presidente dell’Associazione avvocati internazionali

«Ma l’Aja è scelta obbligata per dittatori e macellai»

Nessun tribunale nazionale è in grado di giudicare con obiettività e preparazione le azioni commesse in guerra di Alvise Armellini

BRUXELLES. La giustizia internazionale ha i suoi limiti, e per questo è preferibile processare i criminali di guerra a livello nazionale. Ma nel caso di Radovan Karadzic, imputato per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, il Tribunale penale internazionale per l’Ex Jugoslavia (Tpi) «era l’unica scelta, viste le inadeguatezze del sistema giudiziario della Bosnia-Erzegovina». È l’opinione di Mark Ellis, avvocato internazionale e direttore esecutivo dell’International Bar Association (Iba), secondo il quale i giudici dell’Aia sono sufficientemente attrezzati per superare le bizze di Karadzic. L’ex leader serbo-bosniaco ha boicottato l’inizio del suo processo dichiarando di non essere ancora pronto a difendersi da solo. Per evitare che il procedimento diventi una farsa come contro l’ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, Ellis consiglia in un’intervista a liberal di imporre a Karadzic un avvocato d’ufficio, oppure un amicus curiae: una sorta di “garante terzo”dei diritti della difesa. Il Tpi non è mai riuscito a condannare nessuno per genocidio, e sulle sue spalle pesa il fallimento del processo Milosevic. Cosa risponde a chi pensa che sarebbe meglio processare Karadzic di fronte ad una corte nazionale, magari con la semplice accusa di omicidio plurimo? È vero che è sempre preferibile, ove possibile, affidarsi ad un tribunale e a una giuria nazionale. Il diritto internazionale e la Corte di giustizia internazionale sono fondati proprio su questo principio. Tuttavia, nei casi in cui è improbabile che un tribunale nazionale possa rispettare gli standard internazionali di giustizia, è importante che una Corte internazionale possa subentrare. È quanto sta accadendo in questa circostanza: non c’era davvero alcun altro modo per processare Radovan Karadzic. Nel caso di imputati di alto profilo - leader politici o militari - è molto difficile che una singola nazione possa giudicarli. Le pressioni e la complessità di questi processi, nella migliore delle ipotesi, sarebbero così grandi che sarebbe impossibile processare un personaggio della caratura di Karadzic o Milosevic nell’ex Jugoslavia. Detto questo, la Serbia ha un Tribunale per i crimini di guerra dove nel corso degli ultimi anni sono stati giudicati con successo molti imputati. Bisogna continuare a sostenere lo sviluppo delle giurisdizioni nazionali, ma ci saranno sempre delle occasioni in cui non potranno essere competenti per motivi politici; per questo è importante avere un Tribunale internazionale, ed è il motivo per cui è stata istituita la Corte di giustizia internazionale.

Cosa può fare il Tribunale per superare il boicottaggio di Karadzic? Ci sono una serie di soluzioni possibili. Se Karadzic continuerà a non presentarsi al processo, la Corte potrebbe nominare un avvocato in stand by, permettendo a Karadzic di seguire il procedimento dalla sua cella. Oppure potrebbe nominare un rappresentante legale, una sorta di amicus curiae, che avrebbe solo il compito di assicurare il rispetto dei diritti di Karadzic. In ogni caso, penso sia chiaro che se deciderà di boicottare il processo la Corte andrà avanti comunque con il processo: è nell’interesse della giustizia. Quali sono i vantaggi della soluzione amicus curiae? Se si crede davvero nel diritto all’autodifesa, questo è l’approccio probabilmente migliore, perché non viene violato il rapporto tra imputato e avvocato: si tratta di un individuo che viene nominato non per difendere l’imputato ma semplicemente per assicurare il suo diritto alla difesa. Agli occhi di un osservatore comune forse non c’è molta differenza, ma c’è una distinzione giuridica importante. Avrei dei dubbi solo nel caso in cui Karadzic decidesse di tornare in aula per ostruire deliberatamente il processo, ripetendo quanto è stato già fatto da altri imputati di alto profilo. Non esiterei allora a sostenere l’imposizione di un avvocato d’ufficio. Ma per il momento non si può dire che Karadzic sia ostile, è semplicemente assente dall’aula ed è un suo diritto. Karadzic potrebbe ricusare i rappresentanti legali che gli verrebbero assegnati? Certamente sì, e immagino che lo farebbe, visto che ha detto chiaramente di voler difendersi da solo. Ma il diritto all’autodifesa, pur essendo un diritto fondamentale garantito dalla giustizia internazionale, non è un diritto assoluto. È un diritto qualificato che può essere limitato o negato in alcune circostanze, e naturalmente una di queste sarebbe nel caso in cui l’imputato rifiuti di partecipare o boicotti il procedimento a suo carico. Da quanto afferma, sembra fiducioso sulla capacità dei giudici dell’Aia di evitare gli errori commessi durante il processo Milosevic… Assolutamente sì. Alla luce del precedente Milosevic e di quello degli altri imputati di alto profilo che hanno scelto di difendersi da soli all’Aia, sarei davvero scioccato se il Tribunale non riuscisse ad affrontare un personaggio come Karadzic in maniera migliore. Nel corso degli anni la Corte ha accumulato una serie di precedenti importanti, e ritengo che grazie all’esperienza e alle lezioni acquisite i giudici se la caveranno bene.

Sarei davvero scioccato se i giudici fallissero nel gestire questo procedimento in maniera migliore rispetto a Milosevic

cusare Karadzic di una decina di omicidi, provati e provabili oltre ogni ragionevole dubbio: inseriti nel complesso di Srebrenica, si sarebbe potuto provare il suo coinvolgimento nel massacro senza lasciargli così tanto spazio di manovra.

Uno spazio così ampio che i giuristi iniziano a chiedersi se non abbia ragione nella sua richiesta di rinvio, una richiesta che nel frattempo gli permette di guadagnare tempo. Un fattore che - Milosevic docet - può cambiare tutto. E mentre le madri di Srebrenica protestano per i favoritismi concessi al boia, si allontana sempre di più un verdetto di colpevolezza.

In alto, il “boia di Srebrenica” Radovan Karadzic ai tempi del conflitto nei Balcani. In basso, la versione “con barba” che risale all’arresto, avvenuto a Belgrado il 21 luglio del 2008. A destra, il presidente dell’Associazione degli avvocati internazionali Mark Ellis. Nella pagina a fianco, l’arrestato si presenta ai giudici de L’Aja dopo l’arresto


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o Sheldonian Theatre di Oxford è una costruzione maestosa, opera di Christopher Wren. La volta affrescata è stata appena restaurata, lo scuro groviglio dell’allegoria originale di Robert Streeter sulla luce e la verità che investono l’università è tornato a splendere con i ludici cherubini e le nuvole raggianti. Qui, tra pile di manoscritti in latino, ci si riunisce per la nomina del vice rettore. Si chiama Andrew David Hamilton, alias Andreas in onore della cerimonia in latino. Non è di Oxford, viene da Exeter, Cambridge e Princeton, dove è stato rettore. Di certo non ha un accento oxfordiano: pronuncia «Cherwell» distorcendolo in «Churwell». Mentre aspetto l’ingresso della processione ammirando il soffitto michelangiolesco, mi chiedo quando sia costato restaurarlo. Oxford sarà pure un’università, ma è anche una miniera di tesori inestimabili rinchiusi in luoghi da preservare. La libreria Bodleiana, vicina al teatro Sheldonian, è tra le più

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Riservato, infaticabile, “colpevolole” di essere un neozelandese. Osteggiato da b Chris Patten, l’ex governatore di Hong Kong. Hood ha tirato dritto per la sua

I finanziamenti sono cresciuti del 20%, la casa editrice è salva e ha stanziato 100 milioni di sterline, gli studenti sono aumentati, 2 musei stanno aprendo al pubblico maestose al mondo. Oltre a conservare gran parte dei testi stampati in Inghilterra dall’inizio del Settecento, contiene libri, manoscritti e collezioni preziosissimi. Presto qui sorgerà un centro di esposizione permanente e un nuovo archivio librario. Alla base di tutta questa antichità ci sono i soldi, come ben sa il vice rettore uscente, John Hood, che negli ultimi cinque anni (tanto dura un mandato) ha diviso fie nanziatori membri dell’università con le sue proposte di riforma. A dirla tutta, è per questo che ci troviamo di fronte al passaggio di consegne più significativo della sto-

L’uomo che ha sa In cinque anni John Hood ha risanato i conti dell’università ed evitato il fallimento. Un grande scrittore inglese gli rende omaggio di Justin Cartwright ria di Oxford. Ho avuto modo di parlare a lungo con John Hood, un neo-zelandese che era stato invitato a candidarsi nel 2004 (ho poi raccontato tutto nel mio libro su Oxford, Oxford Revisited). Molti critici sposavano l’ipotesi che Hood volesse trasformare l’università in una specie di infernale resa dei conti accademica.Tentò di creare un nuovo consiglio composto da membri esterni, una proposta modificata ma poi approvata dalla Congregazione, l’organo di votazione interna. Il consiglio riformato avrebbe preso in carico la gestione finanziaria, rimpiazzando i 28 membri con un gruppo a rotazione di 66 professori universitari, tra cui i capi collegio. Ma quando le proposte di Hood vennero messe a votazione, furono bocciate. Si puntava il dito contro pratiche oscure stile Enron e riecheggiava lo scandalo dell’università di Toronto, quando un grande ente donatore, Eli Lilly, ostacolò l’elezione di un ac-

cademico contrario ai benefici del Prozac. Ma in fondo c’era anche la paura che prima o poi la Congregazione avrebbe perso il suo potere. Altri critici, invece, tra cui Howard-Johnston di Pembroke, erano contrari a riformare l’antica governance di Oxford, fedeli al principio che è inutile cambiare le cose quando funzionano.

Sta di fatto, tuttavia, che la macchina di Oxford si era inceppata. E che il rettore Christopher Patten, consapevole di quanto grave fosse diventata la situazione, diede pieno appoggio a John Hood. Per i docenti di sinistra, gli stessi che avevano rifiutato la laurea honoris causae alla Thatcher, era una sorta di gioco. Uno di loro mi disse che la sinistra aveva usato, nel migliore dei modi, le sue tradizionali capacità amministrative. E dunque gli sforzi di John Hood venivano visti come le ultime gocce che avrebbero

fatto traboccare il vaso: presto Oxford sarebbe caduta nelle mani di manager finanziari e avvoltoi speculativi ormai in pensione.Tra gli argomenti più stupidi a supporto di ciò c’era il fatto che per 900 anni l’università se l’era cavata bene da sola. Sta di fatto che l’opposizione non riuscì a capire, o non volle capire, che Oxford era diventata una grande e complessa organizzazione, simile a una corporazione ma con maggiori obblighi sociali. In più, il governo vedeva ora in Oxford un bersaglio facile. Personalmente, ho odiato Gordon Brown fin dal momento in cui nel 2001 cercò di sfruttare l’affare Laura Spence (una studentessa di umili origini che, pur avendo ottenuto il massimo dei voti al test d’ingresso, venne rifiutata dall’Università. Il caso venne letto come un rifiuto legato alla sua classe sociale, ndr), e mentre i suoi guai crescevano non provavo per lui alcuna pietà. I signori di Oxford sono


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buona parte degli accademici. Sostenuto dal rettore dello storico ateneo inglese: a strada, e oggi, allo scadere del mandato, si gode il suo momento di gloria Fondata nel 1096 diventò famosa dopo che Enrico d’Inghilterra proibì agli studenti di studiare a Parigi

Fra i suoi laureati ci sono: 9 re, 47 nobel, 6 santi, 25 premier britannici e 18 cardinali Dalle sue aule sono usciti: 4 re inglesi e 5 stranieri, 47 vincitori di premio Nobel, 25 primi ministri inglesi, 6 santi, 86 arcivescovi e 18 cardinali. Più un numero imprecisato di deputati e Lord. Parliamo di Oxford, la più antica e blasonata università anglosassone e fra le più prestigiose del mondo. Incerta la data della sua fondazione, probabilmente avvenuta in più riprese e tempi diversi. Di sicuro nel 1096 la cittadina ospitava - lo riportano antichi documenti - il primo embrione dell’ateneo. Ma il suo prestigio cominciò a diffondersi dopo il 1167, quando Enrico d’Inghilterra proibì agli studenti di studiare all’Università di Parigi. La fondazione della prima residenza per gli studenti, a cui venne dato il nome di college, risale a tale periodo. Nel 1209, in seguito all’uccisione di due studenti accusati di aver commesso dei crimini nel 1209, l’università fu smantellata, dando origine alla fondazione dell’Università di Cambridge. Il 20 giugno 1214 l’università torno ad Oxford con uno statuto negoziato da Nicholas de Romanis, un legato papale. Lo status dell’Università di Oxford fu poi formalmente confermato dall’Act for the Incorporation of Both Universities nel 1571, nel quale il titolo ufficiale dell’università risulta The Chancellor, Masters and Scholars of the University of Oxford. Oggi conta 39 college, di cui solo uno aperto anche alle donne,

il St. Hilda. Il principale corpo legislativo dell’Università è detto Congregation, ed è l’assemblea di tutti gli accademici che insegnano nell’università. Originariamente il principale corpo legislativo era il Convocation, che comprende tutti i laureati della Università e che, fino al 1949, eleggeva due deputati (era un diritto dell’ateneo, oggi abolito). Convocation ha ora funzioni molto ridotte, principalmente quella di eleggere il Cancelliere (o Rettore, carica soprattutto simbolica) che dal 2003 è Chris Patten, l’ex governatore di Hong Kong. L’organo esecutivo della università e lo Hebdomadal Council, che comprende il Vice-cancelliere (o vice-rettore, la vera carica esecutiva), i capi dei Dipartimenti e altri membri eletti dalla Congregation. Fino al 1866 bisognava essere membri della chiesa anglicana per ricevere la laurea, mentre i membri di altre confessioni (i dissenters) potevano, fino al 1871, al massimo aspirare al master. La conoscenza del greco era indispensabile fino al 1920 e quella del latino fino al 1960. Le donne furono ammesse solo nel 1920.

alvato Oxford Sopra: Justin Cartwright; sotto, John Hood. A sinistra, il rettore Chris Patten

per natura polemici, il loro obiettivo è sfornare opinioni e propinarle fino in capo al mondo. Ma mentre discutevano tra di loro, i conti non saldati si accumulavano come foglie in uffici pieni di gente inesperta, andata in tilt per due nuovi sistemi informativi falliti. E così, nonostante la bocciatura del suo piano, John Hood mise mano all’amministrazione. Assunse nuova gente professionista, rinnovò gli uffici e smosse mare e monti per racimolare un bel po’ di soldi (l’obiettivo era trovare 1.25 miliardi di sterline) per liberare Oxford della dipendenza dei fondi governativi. Al tempo stesso continuava a svolgere le funzioni cerimoniali del suo ruolo, che implicavano anche cenare fuori ogni sera per cinque anni. Una volta ero a Trinity quando Michael Beloff, allora presidente del collegio, lo accolse dicendogli: «Siamo tutti dietro di lei, vice rettore, ma non troppo dietro spero». Mi sembrava un saluto molto oxfordiano, e mi chiesi se Hood avesse davvero capito dove si era andato a ficcare. Se non lo avesse ancora fatto non ci avrebbe messo tanto. Ecco ora John Hood alzarsi in piedi, sotto le sagome dei cherubini restaurati. Sta per fare la sua orazione finale sui risultati dell’anno, ma è anche la sua ultima occasione di chiarire le cose. Sembra teso e nervoso, ha un’infezione e ha do-

vuto prendere delle pasticche di codeina. Inizia a parlare lentamente, con la stessa perfetta retorica del grande maestro Samuel Johnson. «La gente - dice oggi crede che tutto vada insegnato tramite le prediche, senza capire che altrettanto possono fare i libri da dove le prediche sono tratte». È la sua prima e unica capriola retorica.

Poi passa ai risultati universitari dell’ultimo anno: i finanziamenti cresciuti del 20 percento, la casa editrice di Oxford che ha stanziato oltre 100 milioni di sterline, Oxford che è l’ateneo per la ricerca più internazionale al mondo, L’Ashmolean museum di arte e archeologia prossimo all’apertura e la galleria d’arte Pitt Rivers appena rinnovata. La lista dei successi continua, ma tutti aspettiamo il momento chiave quando inizia a parlare delle “novità nell’amministrazione”, raccontando come nel 2004 l’università si trovasse in seri guai finanziari. Tuttavia, Hood non spiega le vere motivazioni (Oxford era prossima alla bancarotta e restò con i conti in rosso per dieci mesi), ma racconta invece come l’ateneo «si era esposto a un livello di rischio inaccettabile e che mancava un serio piano di investimenti in grado di rispettare le priorità strategiche dell’istituto». Hood ha così usato una buona do-

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se di diplomazia per dire che quando arrivò a Oxford l’università si trovava in un miasma di incompetenza e dilettantismo. Ora che il vicerettore parla sono tutti sull’attenti: i capi collegio, il nuovo vice rettore, i vari donatori e ospiti. Hanno capito che dietro questo sobrio intervento si nasconde un uomo che ha sofferto per come è stato trattato e che ora si gode il suo momento di riscatto. Il lavoro di “salvataggio” di Oxford, dice Hood lamentandosi, è stato fatto in «un clima perenne di discussioni gratuite e non costruttive».

Il 2004 è stato l’anno più critico: per dieci mesi si è temuta la bancarotta, figlia di una gestione miope, baronale, incapace di guardare ai conti di un’azienda e convinta di vivere ancora sugli allori del passato Patten, con la testa, fa cenno di capire. La sua espressione sembra quella della statuetta di un imperatore cinese, pensante e immobile. Ciò a cui stiamo assistendo, al di là delle apparenze, è un profondo dramma umano. Hood continua, passando a parlare della riforma della governance decisa dal consiglio al momento del suo arrivo. «Una decisione molto sfortunata» confessa, spiegando che fosse stato per lui avrebbe volentieri iniziato il suo mandato un anno dopo, il che avrebbe dato anche maggiori tempo per fare venire a galla tutte le debolezze a capo della crisi finanziaria dell’istituto. Insomma, Hood avrebbe tranquillamente vinto la partita se solo la gente avesse capito quanto le cose si fossero messe male. Mi disse che all’epoca non poteva essere troppo sincero per il danno che ciò avrebbe causato alla reputazione di Oxford. Aggiunge infine che la struttura attuale dell’istituto è vulnerabile e va cambiata. I membri a rotazione e part-time del consiglio non sono in grado di gestire tutti gli aspetti «accademici, finanziari, commerciali e amministrativi». Confessa che la sua preoccupazione maggiore negli ultimi cinque anni non è stata la governance, ma sostenere «la ricerca di base e la missione didattica», da sempre i fuori all’occhiello dell’università. È questa la sua eredità, anche se non lo dice apertamente tutti lo capiscono. La sua voce si fa profonda mentre passa ai ringraziamenti formali, poi segue un lungo applauso guidato da Patten (senza precedenti, stando a quanto mi racconta un insider). Avviene il passaggio di consegne: Hood si libera del sigillo, del libro e dell’enorme mazzo di chiavi. Stando alla tradizionale cerimoniale di una volta, avrebbe dovuto lasciare la stanza, ma invece si siede per ascoltare il discorso pomposo del suo successore, con tanto di barzelletta su due uomini che scappano da un orso. Alla fine della cerimonia usciamo tutti fuori, sorpresi dalla pioggia. John Hood forse non aveva quell’ingegno acuto e giocoso che distingue un uomo di Oxford, ma senza dubbio era la persona giusta al momento giusto. Io gli devo delle scuse, ma l’università molto di più: un debito di gratitudine.


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Scenari. L’ex ambasciatore Usa all’Onu critica l’immobilismo della Casa Bianca e ricorda: l’obiettivo è proteggere l’Occidente

Stato confusionale I dubbi dell’amministrazione Obama rischiano di compromettere la strategia per l’Afghanistan di John R. Bolton enerdì scorso, il generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle truppe statunitensi in Afghanistan, si è riunito con i ministri della difesa della Nato per discutere della strategia da lui proposta, con esiti apparentemente positivi. «Ho percepito un ampio sostegno da parte di tutti i ministri sul generale approccio di controinsurrezione», ha in seguito affermato il segretario generale della Nato, Rasmussen. Nel frattempo, l’amministrazione Obama continua al suo interno, ma con un’eco straordinariamente pubblica, ad alimentare il dibattito sulla strategia da perseguire in Afghanistan. Mentre i ministri della Nato accoglievano positivamente le proposte di McChrystal, il vicepresidente Biden, che si oppone alle raccomandazioni del generale, se l’è presa con il proprio predecessore, Dick Cheney. Rischiando di cadere nell’oblio ben prima della fine del mandato presidenziale, Biden ha risposto alle critiche sollevate da Cheney sulle incertezze di Obama rispondendo: «Chi se ne importa?».

V

In effetti, la direzione intraprendere in Afghanistan costituisce una delle più importanti decisioni di questa amministrazione circa il tema della sicurezza nazionale. Affrettando la conclusione del dibattito, ed attraverso una palese inversione di rotta rispetto agli impegni strategici annunciati in marzo, il Presidente ha fatto sensibilmente diminuire la fiducia che molti alleati e molti concittadini riponevano nella sua capacità di pervenire a decisioni significative sul tema della sicurezza nazionale. O le sue iniziali decisio-

ni sono state elaborate in modo approssimativo, oppure l’impasse odierna circa le proposte operative del generale scelto dal Presidente segnala un’acuta incertezza ed una propensione per un’ulteriore analisi della situazione. L’aspetto negativo è che nessuno dei due risvolti appare molto “presidenziale”.

Al di là dell’evidente stato confusionale e della debolezza di quest’amministrazione, gli Stati Uniti ed i partner della Nato devono giungere ad un accordo riguardo i fondamentali obiettivi strategici da perseguire tanto in Afghanistan quanto in Pakistan, proprio ciò che Obama avrebbe dovuto fare prima del suo annuncio primaverile; in ogni caso, le decisioni devono essere prese senza indugi. Gli sforzi esperiti dalla Casa Bianca al fine di giustificare una totale revisione della propria politica afgana sulla scorta della diffusa corruzione che ha caratterizzato le consultazioni politiche dello scorso agosto appaiono insufficienti. L’amministrazione Obama avrebbe dovuto studiare più approfonditamente il panorama geopolitica afgano, avrebbe dovuto altresì prevedere il rischio di brogli, o avrebbe comunque dovuto fare molto di più per frenarne il dilagare. Nessuna di tali contromisure è stata però messa in atto. Negli ultimi sei mesi i veri obiettivi dell’America non sono cambiati. Dopo l’11 settembre, il nostro principale obiettivo strategico in Afghanistan è stato rovesciare il regime dei talebani e impedire a questi come ad al Qaeda di disporre di un sicuro riparo in cui pianificare

Né i fautori di una “surge” (come McChrystal), né gli oppositori (come Kerry) arrivano al vero nocciolo del problema

e porre in essere attacchi terroristici in tutto il mondo. Quell’obiettivo risultava imprescindibile nel 2001 e lo è tutt’ora. Esso non può essere conseguito mediante un controllo a distanza delle operazioni belliche, ma solo attraverso la sistematica eliminazione dei capi e dei combattenti tanto talebani quanto qaedisti, spesso solo grazie a veri e propri scontri corpo a corpo. Ma oggi l’Occidente persegue un altro importante obiettivo strategico: impedire che una eccessiva destabiliz-

zazione del governo pakistano consenta ai talebani o ad altri gruppi religiosi fanatisti di guadagnare il controllo dell’arsenale nucleare del paese. In Pakistan i pericoli sono aumentati dopo il rovesciamento dei talebani in Afghanistan, in quanto questi ultimi ed al Qaeda hanno trovato rifugio in Pakistan, dal quale essi ora minacciano entrambi i paesi.

Il Presidente Bush non percepì abbastanza in fretta o non rispose efficacemente ai pericoli insiti nella regione denominata “AfPak”, e la decisione della sua amministrazione di rimuovere il Presidente Musharraf dalla presidenza del paese ha chiaramente rappresentato un errore ed uno dei fattori scatenanti dell’odierna instabilità del Pakistan. Nondimeno, appare ora difficile concentrarsi sulla ancor più onerosa sfida determinata dalla volontà di non lasciare nelle mani dei nemici della Nato l’arsenale nucleare del paese. In un singolare atto di confluenza analitica, alcuni fautori dell’aumento di truppe Nato, in primis McChrystal, ed alcuni oppositori della sua


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Chieste le dimissioni del presidente della commissione elettorale

Abdullah minaccia il ritiro dal ballottaggio di Pierre Chiartano bdullah Abdullah non vuole i membri pro-Karzai nella commissione elettorale. Lo sfidante del presidente Hamid Karzai, nel secondo turno delle elezioni presidenziali afghane, potrebbe boicottare il ballottaggio, in programma il 7 novembre, se non saranno rimossi dalla Commissione elettorale i membri voluti dal presidente afghano. Lo hanno riferito fonti dello staff di Abdullah, secondo quanto riportava ieri il Washington Post. E come dargli torto, visto l’esito fraudolento dei risultati delle urne di agosto, che hanno costretto Karzai ad accettare il ballottaggio. Nonostante si sia impegnato pubblicamente a partecipare al secondo turno, l’ex ministro degli Esteri sta valutando la possibilità di ritirarsi, se non verrà accolta la sua richiesta. Una mossa, questa, che aprirebbe una nuova crisi politica e minerebbe la legittimità del qualsiasi nuovo governo. Ma il suo staff ha avvertito quanto sia pericoloso partecipare a un ballottaggio che potrebbe riprodurre gli stessi massicci brogli che hanno condizionato il primo turno del 20 agosto scorso. Homayoun Shah Assefy, il candidato di Abdullah alla vicepresidenza, ha affermato che è chiaro che gli Stati Uniti e la comunità internazionale si opporrebbero a un tale boicotaggio, che si renderà però necessario se non saranno allontanati i membri della Commissione elettorale indipendente vicini a Karzai. Intanto alla Casa Bianca si dibatte se inviare o meno le truppe chieste dal generale McChrystal. Obama spera che dal ritorno al voto, finalmente esca un governo legittimo per l’Afghanistan e si possa passare a risolvere la lunga lista dei problemi successivi. Se ne è parlato ieri nella situation room della Casa bianca per il sesto appuntamento del National security council interamente dedicato alla vicenda afghana.

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proposta quali il Senatore Kerry hanno sostenuto che un coerente processo di nation building in Afghanistan sia necessario al fine di estirpare da quella regione la minaccia incrociata dei talebani e di al Qaeda. Kerry auspica una maggiore stabilizzazione del panorama politico prima dell’invio di nuovi contingenti, mentre McChrystal sostiene che un consolidamento delle strutture statuali rafforzerebbe le conquiste militari. Entrambe le parti non giungono al nocciolo della questione, quantunque il ragionamento militare di McChrystal sottolinei la necessità di più effettivi sul campo. Sfortunatamente, la

aumento di truppe né l’inevitabile esito di ben pianificate operazioni militari. Il processo di nation building necessita del nostro sostegno ma non può costituire la cartina tornasole del successo poiché riguarda principalmente il popolo afgano, non quello statunitense. Non siamo in Afghanistan per innalzarne il tenore di vita, ma per proteggere il nostro Paese. In caso contrario, non avremmo motivi per rimanervi.

Questa è la dura realtà: né un consolidamento delle istituzioni statuali né l’azione militare potranno rappresentare all’infinito un argine al ritorno dei talebani; vi è solo una continua

Il processo di “nation building” necessita del nostro sostegno, ma non può costituire la cartina tornasole del successo perché riguarda soprattutto il popolo afgano, non quello statunitense sua teorizzazione socio-economica corre il rischio di incappare in un fallimento simile a quello che sottende il ragionamento di Kerry, la qual cosa porrebbe le basi per un prematuro ritiro statunitense, con i talebani a farla da padroni.

La legittimità, la stabilità ed il benessere dell’Afghanistan non toccano i basilari interessi per i quali noi combattiamo. I nostri interessi di sicurezza nazionale derivanti dalla necessità di sconfiggere i talebani e al Qaeda sussistono a prescindere dalle condizioni economiche o dal livello di corruzione dell’Afghanistan. Tali aspetti riguardano l’attività militare, ma non costituiscono né prerequisiti per un

lotta, la quale al momento non arride agli Stati Uniti e alle forze Nato. Abbiamo urgente bisogno di stringere i talebani ed al Qaeda in una morsa militare, rappresentata dalla Nato in Afghanistan e da accresciute operazioni da parte dell’esercito pakistano sull’altro lato del confine. Ciò richiede un sostanziale aumento di truppe statunitensi (ed europee), ed al più presto. Se grazie a tali contromisure l’Afghanistan si trasformerà in un luogo più piacevole, tutti noi ne trarremo vantaggio; ma lo stato di salute dello Stato afgano sarà estraneo alle valutazioni strategiche che il Presidente Obama sta oramai da troppo tempo procrastinando.

gna elettorale a favore di Karzai. Abdullah, durante una conferenza stampa ieri, non è stato chiaro su quali possano essere le conseguenze, nell’eventualità che queste condizioni minime non trovino riscontro: «mi riserverò di fare una scelta nel caso dovessimo affrontare quell’infausta evenienza». Abdullah ha anche anticipato che incontrerà il presidente uscente, per affrontare il problema, ma che sul tappeto non ci sarà la proposta per alcun governo di coalizione.

«Non è tempo per compromessi», avvrebbe dichiarato. Sull’esito del ballottaggio non si è

L’ex ministro degli Esteri di Kabul: «Sappiamo che gli Usa non vogliono un ritiro dal voto del 7 novembre, ma in questo modo non potremmo partecipare. Non sarebbe onesto»

E l’esito di questa intricata situazione tiene un po’ tutti sulla corda, compresi i fautori della politica l’Afghanistan agli afghani, che restano col fiato sospeso e le dita incrociate. Nel collimatore dell’ex ministro degli Esteri di Kabul, nato da padre pashtun e madre tagika, c’è Azizullah Lodin, presidente della famigerata commissione elettorale. Andrebbe «rimpiazzato entro cinque giorni», perchè «non ha più alcuna credibilità». Lodin si è difeso affermando di non aver brigato in favore di Karzai e il suo portavoce ha fatto sapere che nessuna delle parti può rimuoverlo. Le «condizioni minime» chieste da Abdullah per affrontare più serenamente il ballottaggio vanno dal licenziamento di tutti i funzionari coinvolti nei brogli elettorali, alla destituzione dei ministri di governo che hanno apertamente fatto campa-

dimostrato pessimista «niente è impossibile». Da buon medico – è laureato in oculistica – non ha ancora sciolto la prognosi per il futuro democratico del suo Paese. L’ex capo della diplomazia di Kabul ha però messo al lavoro il suo team di esperti per verificare le presenza delle condizioni essenziali per un turno elettorale valido e corretto. È certo che un altro fallimento, sulla strada del test elettorale in Afghanistan, getterebbe molti dubbi sull’utilità di inviare altre truppe nel Paese. A meno di due settimane dal secondo turno delle elezioni non si risolvono neanche le polemiche tra le Nazioni Unite e la commissione elettorale afghana sui metodi che dovrebbero improntare le nuove procedure di voto. Lodin, non a caso, ha proposto di riaprire i 23.960 seggi del primo turno. Gli esperti Onu hanno suggerito di ridurre il numero a 16mila, proprio per scongiurare il fenomeno dei «seggi fantasma», molti dei quali sono stati causa dei brogli. Nessun votante, ma tante schede con sopra scritto un nome: Hamid Karzai. Uomo del Nord, già consigliere di Ahmad Shah Massud, il leone del Panjshir ucciso dai talebani nel 2001 alla vigilia dell’11 settembre, Abdullah si è servito dell’icona dell’eroe per aumentare il peso della sua immagine, già ben conosciuta a livello locale.


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pagina 16 • 27 ottobre 2009

Turchia. Il premier “moderato” a tutto campo detta la ricetta per la pace ISTANBUL. Recep Tayyip Erdogan colpisce ancora. Dopo la crisi con Israele delle scorse settimane, che sembra ben lungi dal ricomporsi, il premier turco ha messo a segno un altro risultato che la dice lunga sulla politica estera dell’unico Paese della Mezzaluna a vocazione europea. Nel fine settimana il capo del governo di Ankara ha compiuto un viaggio in Pakistan. La motivazione ufficiale erano incontri per rinforzare la partnership fra i due Paesi. Ieri si è venuto a sapere che il primo ministro, durante il colloquio con la sua controparte pakistana Yousuf Raza Gilani, si è anche proposto come mediatore fra Pakistan e Iran, per ricomporre i rapporti fra i due Paesi dopo l’attentato ai pasdaran a metà ottobre nella regione iraniana del Beluchistan e costato la vita a 35 persone. La strage era stata rivendicata dal gruppo sunnita Jundallah. Dopo aver puntato il dito contro Usa e Gran Bretagna, Teheran aveva accusato il Pakistan, che sarebbe stata la base logistica dell’attacco. Troppo per un Paese come la Turchia, che ambisce a diventare il mediatore di preferenza per tutto il mondo musulmano. E così davanti ai giornalisti, il premier Erdogan ha rivelato apertamente che aveva discusso il problema delle relazioni con l’Iran con Gilani e che era pronto a fare lo stesso con il presidente Ahmadinejad. «Le relazioni fra la Turchia e il Pakistan - ha spiegato il premier - sono straordinarie e non hanno altri esempi in questa regione. Sono qui a nome del governo e del popolo turco perché questo è il tempo dell’unione e della solidarietà. Uccidere una persona nel nome della religione è il più grosso errore che possa fare un essere umano. Non importa l’ideologia di partenza: bisogna sempre cercare di trovare un punto di incontro». Una mossa che non arriva a caso, se si pensa che proprio questa settimana Erdogan è atteso a Teheran, per colloqui con Ahmadinejad e con l’ayatollah Ali Khamenei, che saranno focalizzati sui rapporti economici tra Turchia e Iran e sulla necessità di Ankara di acquistare il gas naturale iraniano. Durante i suoi tre giorni in Pakistan, il premier ha ricordato come Turchia e Pakistan possano collaborare nel settore energetico, settore da sempre molto caro a Erdogan, e come Ankara sia in grado di offrire a Islamabad tutto l’appoggio per lo sviluppo di infrastrutture. E se con Islamabad i rapporti sono idilliaci, nel caso dell’Iran si parla direttamente di amicizia. Proprio ieri, in una lunga intervista, il capo dell’esecutivo

Sostiene Erdogan: «L’amico Mahmoud» Ankara punta a un ruolo di mediazione in Medioriente e firma contratti in Iraq di Marta Ottaviani

Una visita a sorpresa in Pakistan per rafforzare i rapporti con Islamabad e calmare la tensione con Teheran. Con sempre meno interesse per l’Ue di Ankara ha definito Mahmoud Ahmadinejad «senza dubbio un amico, con il quale si intrattengono senza problemi ottime relazioni». Non sorprende tanto calore. All’indomani della rielezione del presidente ultra-conservatore, il premier e il presidente turco Abdullah Gül erano stati fra i primi a congratularsi, nonostante gli scontri di piazza. Er-

dogan ha poi dichiarato alla stampa turca che non chiederà conto degli arresti di oppositori seguiti alle proteste post-elettorali.

Quello che invece gli è sembrato giusto sottolineare è l’atteggiamento scorretto dell’occidente nei confronti del programma nucleare di Teheran, bollando come “gossip” le

preoccupazioni dell’Agenzia per l’Energia Atomica (Aiea) riguardo alla fabbricazione di armi nucleari da parte della Repubblica islamica. «C’è un modo di rapportarsi che non è molto corretto da parte di chi accusa l’Iran di fabbricare armi nucleari – ha detto al Guardian - perché ci sono Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che hanno arsenali nucleari e ci sono altri Paesi che non fanno parte dell’Aiea». Il premier si è preso anche la libertà di giudicare un eventuale attacco contro

Teheran “una pazzia”. Gioverà ricordare che Erdogan ha sempre difeso il leader iraniano e la Repubblica islamica, considerata «un soggetto che non si può escludere» per la soluzione della questione mediorientale. Per rimanere in zona, appena due settimane fa, il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu - che conta più missioni all’estero dei suoi colleghi europei - è planato in Siria, dove ha firmato un accordo bilaterale molto importante che prevede una maggiore collaborazione politica, industriale e militare, nonché l’abolizione del visto per l’ingresso nei rispettivi Paesi. Quasi una piccola Schengen. Appena due giorni dopo, Erdogan a Bagdad ha firmato con il governo iracheno un fascicolo di 40 accordi che vanno dalla cooperazione energetica allo sfruttamento delle risorse idriche, a misure anti terrorismo studiate per combattere il Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, che lotta per la creazione di uno stato curdo in territorio turco.

Sui quotidiani della Mezzaluna nelle ultime settimane sono usciti articoli piuttosto critici circa la politica internazionale dell’esecutivo, troppo spesso orientata più a oriente che ad occidente, in nome di ragioni di “buon vicinato, per usare l’espressione del Capo di Stato, Abdullah Gül, che prima faceva il ministro degli Esteri, e che nonostante qualche dissapore con il premier non sembra aver perso l’antica passione per la diplomazia. Di certo anche lui viaggia parecchio e dal momento della sua elezione, nell’agosto 2007, sono state più le volte che si è recato verso est che verso ovest. Il nuovo titolare della politca estera turca, Ahmet Davutoglu, è un noto teorico della teoria del “neo-ottomanesimo”, cioè al richiamo all’antica tradizione del glorioso passato imperiale. Con rischi che sono sotto gli occhi di tutti. Ad aprile, durante la sua visita in Turchia, il presidente statunitense Barack Obama aveva elogiato uno degli alleati più potenti della Nato e il campione dello stato musulmano laico, dandogli un ruolo di primaria importanza nella sua politica estera. Viene da chiedersi se adesso Ankara stia veramente ripagando come Washington si aspettava o se anche oltre oceano siano scettici. La nuova crisi con Israele ha irritato gli animi non poco anche alla Casa Bianca. I rapporti con l’Iran sono da sempre sotto la lente di ingrandimento. Quello che sembrava un alleato chiave per mediare all’interno della regione rischia di trasformarsi in un partner poco affidabile.


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27 ottobre 2009 • pagina 17

L’ex guerrigliero, candidato della sinistra, non arriva al 50%

Verso il raggiungimento di un compromesso in Honduras

Uruguay, José Mujica costretto al ballottaggio

Zelaya: «Negoziato concluso, l’accordo c’è»

MONTEVIDEO. Risultato amaro

TEGUCIGALPA. «Il negoziato si è concluso, non è stato sospeso. C’è una situazione di crisi dalla quale si uscirà con un accordo e questo accordo arriverà, non posso spiegare nei dettagli come, ma arriverà». Così il presidente eletto di Honduras, Manuel Zelaya, ha commentato con l’emittente radiofonica Radio Globo il fallimento del negoziato propiziato dall’Organizzazione degli Stati americani (Osa) con il governo “de facto” di Roberto Micheletti. L’ultima proposta fatta dal governo era quella di una “doppia rinuncia” da parte di Micheletti e di Zelaya. Un’ipotesi che il presidente deposto ha definito «un secondo colpo di Stato». «Sarebbe indecoroso e indecente per il popolo hondu-

per il candidato del centrosinistra alla presidenza dell’Uruguay, José “Pepe” Mujica. Il 74enne senatore, ex guerrigliero tupamaro, ha ottenuto il maggior numero di consensi alle elezioni tenute ieri, ma dovrà andare comunque a un delicato ballottaggio con l’ex presidente Luis Alberto Lacalle, esponente del Partido Nacional. E la maggioranza che sembra uscire dalle urne non è tale da garantirgli - in caso di successo - una navigazione tranquilla alla guida del paese sudamericano. I dati sin qui censiti parlato di un consenso per Mujica pari al 48 per cento, contro il 30 per cento di Lacalle e il 17-18 per cento accreditato a Pedro Bordaberry del Partido Colorado. Questi, già nella serata di ieri ha annunciato che sosterrà Lacalle nel secondo turno, previsto per il 29 novembre, mettendo i due candidati praticamente alla pari.

Ma il successo di Mujica si delinea ancor più come una sconfitta se si prende in considerazione il risultato dei due referendum a cui gli elettori sono stati chiamati in concomitanza con il voto politico: sia l’eliminazione della Ley de caducidad, che proteggeva dai processi i militari coinvolti nell’ultima dittatura,

Londra lancia Lisbona e punta contro il G2 Miliband sostiene l’opzione Blair e “sveglia” il Continente di Lorenzo Biondi

LONDRA. David Miliband gioca la carta dell’Europa, ma stavolta il suo pubblico non è quello britannico. Il ministro degli Esteri del governo Brown ha rilanciato ieri il programma europeista del Labour, con un articolo sul Times e un discorso all’Istituto di Studi Strategici di Londra. Miliband chiama l’Ue a diventare forza stabilizzatrice nel Mediterraneo e nel Medioriente, a non allentare i rapporti transatlantici e a continuare sulla strada dell’allargamento. Ma l’audience britannico - ora più che mai - rimane schierato con i conservatori su una linea euroscettica. L’appello del ministro, allora, sembra più rivolto agli ascoltatori continentali, che si interrogano sull’opportunità di nominare Tony Blair primo presidente d’Europa. Sotto il Big Ben è già campagna elettorale, e Miliband non può non partire da una prospettiva tutta britannica: l’«interesse nazionale» dei sudditi di Sua Maestà oggi passa per Bruxelles. L’aveva capito anche Margaret Thatcher - non certo un’euroentusiasta - che aveva chiamato le Comunità europee «la nostra finestra sul mondo». Non basta il riferimento alla lady di ferro, però, per sedurre il Times: il quotidiano di Londra pubblica la lettera del ministro insieme ad un editoriale fortemente critico, che rilancia la proposta di un referendum che porti il Regno Unito fuori dal trattato di Lisbona. Poco male, avrà pensato il ministro. Le parole di Miliband puntavano oltre-Manica: l’Istituto di Studi Strategici ieri era affollato di ambasciatori e diplomatici - europei, americani ed asiatici. È arrivata l’«era dei continenti», ha detto: l’Europa può accettare di parlare con una sola voce, oppure «diventare spettatrice di un mondo da G2», a guida statunitense e cinese. I capisaldi della nuova Ue sono due. Primo: un ruolo più efficace nel «vicinato» mediterraneo e mediorientale, innanzitutto nei confronti dei Paesi candidati all’ingresso nell’Unione. Si comincia dalla Turchia, di cui il Regno Unito è da sempre il grande avvocato europeo. «Molti dei dubbi avanzati sul loro ingresso spiega il titolare del Foreign office - sono fon-

dati su una visione antiquata del Paese»: la Turchia di oggi è uno Stato laico, «un gigante moderno». Un riferimento particolare alla Bosnia, dove «l’attrazione dell’Europa è forte sui cittadini ma non sui leader, tristemente». Al governo di Sarajevo Miliband chiede di avviare un processo di riforma istituzionale, verso un Paese «meno centrifugo e più coeso».

Per Miliband, cresciuto politicamente nel New Labour blairiano, il problema sono le élite, non il popolo. Lo stesso discorso vale anche per l’Iran: «una grande civiltà» che potrebbe portare stabilità nella regione. Peccato per le scelte «insensate» del suo governo. «Ma adesso hanno l’opportunità di normalizzare le loro relazioni col resto del mondo», commenta il ministro - in partenza per il Lussemburgo, dove gli europei discuteranno ancora di nucleare. Miliband spiega: «L’amministrazione Obama vuole che ci prendiamo cura del nostro vicinato». Ue e Usa devono lavorare insieme, perché diritti umani e libero mercato «non sono valori esclusivamenti occidentali, ma hanno bisogno del sostegno dell’Occidente». Ancora una volta riecheggiano parole già sentite da Tony Blair. E così arriviamo al secondo pilastro dell’Europa dopo Lisbona: serve una guida forte. Basta pensare ai rapporti tra l’Europa e le altre potenze, ad esempio Russia e Cina. Come si può pretendere che ci sia una politica estera coerente, se «ogni summit è presieduto da un leader diverso»? Nel fine settimana alcune indiscrezioni avevano indicato in David Miliband un aspirante al ruolo di «ministro degli Esteri» europeo. Una candidatura che avrebbe immediatamente contrastato quella di Blair per la presidenza. Tutto falso, rassicura il ministro, e Blair è la persona giusta per quel ruolo. All’uscita della conferenza di ieri - incrociando il suo speech-writer - Miliband ha commentato con una pacca sulla spalla: «Bravo, era “roba buona”». Tony Blair avrà pensato lo stesso. Il suo «interventismo liberale» è ancora vivo, e presto potrebbe tornare protagonista.

Se l’Unione non agisce subito in maniera uniforme «rischia di vedere un mondo dominato da Pechino e Washington»

che l’apertura al voto per posta per il mezzo milione di residenti all’estero sono stati bocciati. In particolare, il referensum per l’abrogazione della Ley de caducidad, promosso dalla centrale sindacale di sinistra Pit-Cnt e da alcuni gruppi di attivisti per i dei diritti umani, ha ricevuto un 47% di “si”, rimanendo cosi’al di sotto del 50% necessario per la sua approvazione. Considerando l’ampio consenso di cui gode il presidente uscente Vazquez, oltre il 60 per cento, il voto degli uruguaiani non premia il Frente amplio per la spinta a sinistra rappresentata dalla scelta di Mujica. Nelle ultime ore, lo stesso Vázquez ha fatto capire che non esclude di potersi ricandidare nel 2014.

regno - ha dichiarato Zelaya perché dovrei trattare per l’incarico al quale sono stato designato dal popolo». Dopo aver raggiunto un’intesa sul 90 per cento dell’Accordo di San Josè, il documento promosso dal presidente del Costa Rica, Oscar Arias, le trattative sono arrivate a un punto morto sulla questione considerata fondamentale da Zelaya: il suo ritorno alla presidenza fino alla fine del mandato, a gennaio. Micheletti aveva proposto che a decidere fosse la Corte suprema, mentre per il presidente eletto sarebbe dovuto essere il Congresso.

La situazione di stallo non sembra però fermare il Tribunale supremo elettorale: la Corte ha infatti comunicato che oggi inizierà il processo di preparazione per le elezioni del 29 novembre e che questo processo «non si può fermare» nonostante il fatto che due candidati alla presidenza non abbiano ancora sciolto le riserve sulla loro effettiva presenza. Intanto, nel nord del Paese, nei pressi di San Pedro Sula, un nipote di Roberto Micheletti, sarebbe stato uccis. Lo scrive la testata honduregna La Prensa secondo la quale i familiari avrebbero riconosciuto i resti del cadavere: si tratterebbe di Enzo Micheletti figlio del fratello del presidente “de facto”.


cultura

pagina 18 • 27 ottobre 2009

Ritratti. A cento anni dalla pubblicazione di “Scoutismo per ragazzi”, il suo metodo pedagogico è ancora il più diffuso nel mondo

Il primo dei boy-scout Coniugò spiritualità e natura e diffuse tra i giovani dialogo e spirito di servizio: i segreti di Baden Powell di Marino Parodi he cosa intendi fare tu della tua vita? Potrà essere felice quanto la mia, se solo tu lo vorrai. Ma non lo sarà se ti metterai a perder tempo aspettando che qualcosa succeda, o a sprecarla dormendo. Svegliati, datti da fare! Valorizza ogni istante della tua giornata. Se saprai manovrare con attenzione la tua vita come una canoa, navigando con fedeltà ed allegra tenacia, non c’è motivo perché il tuo viaggio non debba essere un completo successo, per piccolo che fosse il ruscello dal quale un giorno sei partito. Tieni sempre presente che il nostro primo scopo nella vita consiste nella felicità e la strada più efficace e sicura allo scopo consiste nel rendere felici il prossimo. Tieni sempre presente che, se vuoi intraprendere la tua strada verso il successo, cioé verso la felicità, non potrai fare a meno di dare una base religiosa alla tua vita, facendo attenzione a smascherare le menzogne e le illusioni dell’ateismo e del materialismo. Infatti potrai navigare nella vita vincendo ogni paura se punterai sempre in Alto guardando in Alto, in quanto è “là” che ha senso l’esistenza. Ricorda che un tempo la quercia non era che una ghirlanda».

«C

Queste parole di Lord Robert Baden Powell, tratte dalla sua principale opera, Scouting for Boys, (Scoutismo per ragazzi, edito in Italia da Fiordaliso), Nuova pubblicato esattamente cento anni orsono, basterebbero a dare un’idea della rivoluzione spirituale e pedagogica che sta alla base dello scoutismo. Tale movimento culturale, spirituale e sociale fondato poco più di cento anni fa dal poliedrico generale filantropo, diffusosi rapidissimamente in tutto il mondo, sino a raggiungere la quota complessiva di trentacinque milioni di militanti. Risale alla fine di maggio del

1907 il primo “campo scout”, organizzato dall’allora cinquantenne inglese – proprio in quei giorni aveva tra l’altro doppiato il traguardo della metà di secolo, sicché, in virtù del centocinquantenario del

«Tieni presente che il nostro primo scopo nella vita consiste nella felicità e la strada più efficace allo scopo consiste nel rendere felici il prossimo»

fondatore, gli scouts di tutto il mondo celebrano due importanti anniversari – che fu tra

l’altro raffinato scrittore, autore di pregevoli saggi, nell’isola di Brownsea. Un personaggio talmente esplosivo, a tutt’oggi, a oltre sessanta anni dalla sua dipartita (avvenuta nel 1941), malgrado lo strepitoso successo della sua creazione, ancora lungi dall’esser conosciuta a fondo. La sua esperienza di formatore e di pedagogo nasceva da anni e anni di stretto contatto coi giovani, in particolare coi soldati, ai quali riusciva – grazie al suo grande carisma – a trasmettere quel grande amore per Dio, se stessi e il prossimo, che costituisce in fondo la carta vincente del suo metodo. Robert Baden Powell, il quale diventerà “Sir” pochi anni dopo la nascita del movimento e Lord negli Anni Venti, grazie al prestigio e alla popolarità raggiunti a livello mondiale, rivelerà anche doti di grande organizzatore, come un po’ in tutta la sua missione, fcoadiuvato dall’amatissima moglie.

Lady Baden Powell, personalità altrettanto forte, di oltre trent’anni più giovane, lo rese padre di numerosi figli e resse le redini del movimento per un quarantennio intero, dalla dipartita del marito sino alla propria. Detto per inciso, era inevitabile che in tempi assai recenti, caratterizzati dalla ossessione di scavare sotto la lenzuola dei personaggi pubblici, magari nella speranza di riuscir ad attribuire patenti di omosessualità all’“indagato”, neppure il fondatore dello scoutismo sfuggisse a tale noiosa e inutile investigazione, nel suo caso resa ancor più appetibile da due particolari biografici. Innanzitutto, a quanto è dato sapere, l’assenza di altre relazioni eterosessuali nella sua vita, prima e dopo il suo matrimonio, (peraltro riuscitissimo) per di più contratto a cinquantacinque anni . Inoltre, alcuni passaggi individuati in nume-

Nella foto grande, Lord Baden Powell, fondatore del movimento scout, assiste alla benedizione della bandiera scoutista da parte del Cardinale Bourne. A sinistra, alcune pose del colonnello, autore di “Scouting for boys” (qui sotto, la copertina), metodo educativo di matrice cristiana diffuso in tutto il mondo

rose lettere, dal Lord Baden Powell indirizzate a numerosi giovani scouts, dal tono obiettivamente assai affettuoso. A parte il fatto che di per sé ciò non prova nulla – così come gli infaticabili “detectives” dell’omosessualità non sono mai riusciti a individuare testimonianze certe di relazioni di tal genere eventualmente intrattenute dal fondatore dello scoutismo –, resta il fatto che, se mai qualche tendenza all’epoca considerata così deviante vi fu in Lord Baden Powell, egli seppe sicuramente incanalarla al meglio, dando vita a una grandiosa costruzione pedagogica e spirituale. L’esperienza del primo “cam-

po” – cardine della vita degli scouts – si rivelò un tale successo che l’entusiasmo che pervadeva quei giovanissimi contagiò schiere innumerevoli di coetanei e genitori, tanto da creare un paio d’anni più tardi il ramo femminile, che ben presto doveva rivelarsi non meno vivace di quello maschile per capacità di penetrazione e di formazione.

Benché il movimento sia diventato centenario e malgrado la sua capillare diffusione in tutto il mondo, confermata da una costante ascesa in tantissimi Paesi, la grande portata della “rivoluzione scoutistica” è ancora lungi dall’essere co-


cultura nosciuta a fondo. Pensiamo soltanto a pilastri dell’evoluzione culturale, sociale e spirituale contemporanea, quali il volontariato un po’ in tutti i campi, la globalizzazione (intesa come apertura nei confronti di qualunque cultura di qualsiasi provenienza), i diritti civili, il dialogo interreligioso, l’impegno per la pace nel mondo, l’emancipazione femminile, l’ecologia, nonché, sul piano educativo, la fiducia roposta nel bimbo e nell’adolescente. Se tutto ciò ha potuto diventare patrimonio della mentalità e dell’operare comune nei Paesi occidentali prima e nel Terzo Mondo poi, il movimento scoutistico internazionale ha giocato un ruolo determinante in tale lunga e difficile marcia.

Non si tratta solo di vita all’aria aperta, di attività sportiva, di occasioni di fare amicizia, di per sé tutti fattori, i quali, anche presi singolarmente, basterebbero a invogliare tanti genitori a indirizzare i figli allo scoutismo, nonché molti giovanissimi ad aderirvi. Lo scoutismo è tutto questo e molto di più. È una proposta di vita profondamente spirituale, l’invito a vivere l’esistenza come un’avventura appassionante, espressa attraverso un metodo assai articolato e proposta ad un movimento mondiale estremamente diffuso al di là di ogni barriera razziale, culturale e religiosa. Quest’ultimo è un punto particolarmente importante e delicato, in quanto lo scoutismo, oltre la sua inconfondibile matrice cristiana, si rivolge appunto a giovani di ogni credo, si propone cioè come movimento fondamentalmente interreligioso. A venir messa in primo piano non è cioé l’evangelizzazione, bensì una esperienza che si basa sempre e comunque su una visione della vita profondamente cristiana: basterebbero le poche parole di Lord Baden Powell appena citate per chiarire, almeno in linea di principio, il discorso. Tale apertura di mente e di cuore ha reso possibile la nascita e lo straordinario sviluppo di realtà capaci di integrare in piena armonia formazione non solo cristiana, ma anche dichiaratamente cattolica e proposta scoutistica. Tra le tante realtà di questo genere, che si trovano un po’ in tutto il mondo, spicca in particolare l’ Agesci (Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani), la quale vanta oltre duecentomila aderenti, organizzati in gruppi locali e suddivisi in branche secondo l’età (la Cngei

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è invece l’associazione laica dello scoutismo, la quale non rifiuta peraltro affatto, né potrebbe essere diversamente, la dimensione religiosa della vita). Non a caso quello che è diventato nel giro di pochissimo tempo ed è rimasto tuttora il più internazionale tra i sistemi educativi nonché il più diffuso tra i movimenti giovanili a livello mondiale non ha mai smesso di incontrare, in linea di principio, il plauso del cattolicesimo aperto e orientato in senso ecumenico, parallelamente alla malcelata diffidenza – in qualche caso degenerata in aperta ostilità – da parte di quello conservatore e tradizionalista. Eppure l’impostazione cristiana profondamente pragmatica e tipicamente anglosassone dello scoutismo rappresenta in fondo una importante, significativa conferma di due capisaldi del Vangelo, troppo spesso dimenticati da troppi cristiani di svariate confessioni: «Chi non è contro di me è con me» e «Dai frutti riconoscerete l’albero». A tal proposito giova ricordare che la validità delle idee di fondo cui si ispira il metodo elaborato da Lord Baden Powell è stata pienamente confermata dalla ricerca psicologica e dall’evoluzione della pedagogia dei decenni successivi alla nascita dello scoutismo.

Pensiamo soltanto alla visione dell’esistenza come “gioco” e avventura, al principio di autoeducazione, a un po’ tutto l’entusiasmo costruttivo e realistico che vede nel saper pensare la base per realizzare ogni progetto, compresi i più ambiziosi, alla sco-

perta del potenziale terapeutico e rigeneratore della natura, alla consapevolezza dell’amore al prossimo come base insostituibile della felicità, al valore della gratitudine nonché degli spazi di riflessione/meditazione/preghiera nel corso della giornata. Non meno interessante è poi rilevare come Baden Powell sia riuscito a realizzare ciò che a molti – a ben vedere, a torto – pare una quadratura del cerchio: la sintesi tra un progetto educativo ed esistenziale assai esigente e un fortissimo amore alla vita. «Non riceviamo una ricompensa per un servizio reso, ma proprio questo fa di noi, che lo rendiamo, uomini liberi. Non lavoriamo per un datore di lavoro, ma per Dio e la nostra coscienza. Ciò significa che siamo uomini». Ancora una volta, parola di colui che per tutti gli scouts del mondo, di oggi e di ieri, è semplicemente e affettuosamente B.P.


cultura

pagina 20 • 27 ottobre 2009

apita che in un’epoca attraversata da crisi, dubbi e incertezze ci si concentri con tutte le forze sul futuro. E proprio il futuro è il tema scelto dal Festival della Scienza in corso a genova fino al 1 novembre. Giunto alla sua settima edizione, questa grande festa della scienza si conferma come momento di divulgazione e arena per il confronto tra i big della ricerca internazionale e il pubblico. L’esplorazione del futuro è salpata da un porto conosciuto e temuto come il virus Hiv con la conferenza tenuta dal premio Nobel 2008 per la Medicina, Luc Montagnier. E un altro premio Nobel, Dario Fo, sarà il protagonista dell’ultima serata della manifestazione, con un evento al Teatro Duse organizzato in occasione della presentazione dei nuovi libri dello storico della scienza Enrico Bellone, Galileo e l’abisso, e del matematico Piergiorgio Odifreddi, Hai vinto, Galileo!, nel corso del quale il celebre attore leggerà il testo in padovano Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene, attribuito a Galileo. Una partenza e un finale esplosivi, che dimostrano come le previsioni per il futuro debbano sempre passare attraverso la conoscenza e la comprensione del passato, delle origini, delle teorie che hanno fatto la storia della scienza mondiale.

C

Teorie come quella evoluzionista, che a duecento anni dalla nascita di Charles Darwin viene ripresa e raccontata in due originali conferenze-spettacolo che vedono protagonisti Elio, di Elio e le Storie Tese, che affianca lo storico della scienza Emanuele Coco in un incontro dal titolo Il Teatro dell’Evoluzione e Luca Bizzarri e Patrizio Roversi che portano in scena Darwin e Fitzroy, viaggiatori per caso, un testo liberamente ispirato al libro Questa creatura delle tenebre di H. Thompson per una lezione insolitamente divertente tra scienza e storia. Scoperte come quelle di Galileo, che a quattrocento anni dalle sue prime esplorazioni visive dell’universo, viene ricordato nell’evento C’era una volta Galileo Galilei. O grandi balzi in avanti per l’umanità, come quello che quarant’anni fa ci portò sulla Luna, rivisitato nel laboratorio Un piccolo passo…. È da questo sguardo rivolto verso il passato che nasce l’idea del

Eventi. A Genova fino al 1 novembre va in scena il Festival della Scienza

Quando il futuro è anche antico

dell’Harefield Research Foundation e Tarek Helmi, cardiochirurgo dell’Università di Cincinnati. Scienza e tecnologia, invece, è il tema scelto da Tarek Hussein, presidente dell’Accadeamia della ricerca scientifica e tecnologica (Asrt) egiziana. E il futuro della tecnologia sarà anche al centro dell’intervento del futurologo Ian Pearson. Il giurista Dinusha Mendis si occuperà di uno dei più grandi freni contemporanei allo sviluppo e al progresso, il “digital divide”, che accentua la distanza tra i paesi più evoluti e le aree del pianeta ancora arretrate e prive di infrastrutture tecnologiche. Armi biologiche, terrorismo, crisi petrolifera ed energia nucleare a fini bellici sono invece le tematiche scelte dal fisico e consulente del governo americano Richard Muller. Diretta-

di Rossella Fabiani

Dal papiro matematico Rhind, a Galileo Galilei e allo sbarco sulla luna, un filo comune verso nuovi confini della conoscenza

me di Papiro di Ahmes, dal nome del suo autore, il documento, scritto in ieratico, risale al 1650 a.C. e contiene diversi problemi geometrici di volume, una rappresentazione del teorema di Pitagora, vari tipi di frazioni (di cui gli egiziani erano specialisti) e alcuni indovinelli. Non per niente, la frase di apertura del papiro afferma che è

«…uno studio diretto di tutte le cose, la penetrazione di tutto l’esistente, la conoscenza di tutti gli oscuri segreti». È la fonte più ampia e completa che abbiamo sulla matematica egizia. Parlano invece di tecniche innovative nel campo della chirurgia, Magdy Yacoub, professore di Cardiochirurgia, all’Imperial College di Londra e direttore

futuro. E nel passato affonda le sue radici la conferenza dell’egiziano Fathi Saleh, (l’Egitto quest’anno è il Paese ospite del Festival) direttore di Cultnat (Centro per la documentazione del patrimonio culturale e naturale), dedicata alle meraviglie contenute nel papiro matematico Rhind. Noto anche con il no-

In alto il logo del Festival. A sinistra l’urbanista britannico Charles Landry autore di ”The Art of City Making”, a destra l’egiziano Magdi Yacoub, professore di cardiochirurgia all’Imperial College di Londra e direttore dell’Harefield Research Foundation. Al centro il premio Nobel 2008 per la medicina, Luc Montagnier. Sopra a sinistra un frammento del papiro matematico Rhind

mente da NewYork, Antonio Iavarone parlerà della scoperta di una proteina fondamentale nella programmazione delle cellule staminali del cervello.

La dimostrazione di come la scienza sia in grado di fornire le migliori ipotesi sul futuro del nostro universo attraverso lo studio del suo passato, anche quello più remoto, è al centro degli interventi degli astrofisici Jean-Pierre Luminet e Sandra Savaglio. E se l’immaginazione umana è il motore dello sviluppo della società: quale sarà il ruolo dell’architettura urbanistica nel futuro della società contemporanea? La risposta è affidata all’architetto italiano Carlo Ratti, giovane direttore del gruppo Senseable City al Mit, e all’urbanista britannico Charles Landry, autore di The Art of City Making. E di filosofia dell’informazione parlerà Luciano Floridi, uno dei padri di questa disciplina e ricercatore all’Università di Oxford.


sport

27 ottobre 2009 • pagina 21

Gli antieroi della domenica. Un centesimo di secondo separa Blardone dal primo podio della stagione sciistica

La (quasi) rivincita di Max il solitario di Francesco Napoli

La storia agonistica di Massimiliano Blardone ha inizio a Sölden, nell’ottobre del 2000, in slalom gigante, ma su quella pista anno dopo anno non è mai riuscito a convincere più di tanto. Quest’anno, sulla pista francese, era terzo dopo la prima manche, disputata su un tracciato a lui non congeniale

e previsioni niveo- meteorologiche volgevano al brutto per Blardone Massimiliano, detto Max, professione sciatore, da Pallanzeno in Val d’Ossola, classe 1979, soprattutto da quando questa estate aveva deciso di farsi i fatti suoi, abbandonando la squadra nazionale in quel d’Argentina e andando ad allenarsi da solo. Come sempre, pur se il detto dice “chi fa per sé fa per tre”, le federazioni sportive sono molto attente a non creare individualismi. Ma lui ha insistito, sbattuto un po’ gli scarponi a terra, insomma ha fatto i capricci (stando alla Federsci), ha cercato di affinare le armi per una grande stagione 2009-2010 (stando all’interessato Max). Fatto sta che se ne è andato in giro per l’Europa, aggregandosi di qua e di là ad altri gruppi in allenamento. È stato avvistato un po’ dappertutto sulle nevi di mezzo mondo prima di cominciare domenica scorsa la sua decima stagione, come il GF televisivo, di Coppa del Mondo di sci, quel trofeo che aveva residenza stabile in Italia nella prima metà degli anni Settanta ai tempi dei mitici Gustav Thoeni e Piero Gros, la valanga azzurra cosiddetta. Max ha trascorso l’ultima estate ad allenarsi in disparte, con il suo preparatore, solo nel mondo delle nevi.

L

Sciava e ricordava, sciava e ricordava circondato dal bianco d’intorno. Il Monte Rosa e il rifugio Capanna Regina Margherita, il più alto del mondo; le storie del paese, dei vecchi che avevano dato vita il 10 settembre 1944 alla Repubblica partigiana dell’Ossola. Non durò granché, è vero, appena un mese e mezzo prima di essere riassoggettati da un colpo di coda al giogo fascista, ma loro ne sono giustamente orgogliosi in tempi così vuoti come gli attuali. E poi le piste inneva-

te. Quelle Max le ricorda anche meglio, quando papà Elio gli fece saggiare a solo tre anni l’ebbrezza della discesa nel silenzio della montagna, nel fruscio ininterrotto degli sci e di un leggero vento che accarezza.

Lo ricorda ancora: aveva tre anni ed era il giorno dell’Immacolata quando mamma Antonia gli mise per la prima volta gli scietti ai piedi. Non sapeva, e non poteva saperlo, che di lì a poco la passione sarebbe stata irrefrenabile. I maestri e le garette, quelle di fine corso,

Sebastiano, il Karl o il Pietro, forse così si sarebbero potuti chiamare i ragazzini dell’altro versante del Rosa, da Campertogno o da Alagna, cresciuti invece a miacce e formaggi che le tante mamme Paola portavano sulla pista. Maturava in Max giorno dopo giorno la voglia e la consapevolezza di poter diventare qualcuno su quei due cosi lì, lunghi lunghi ai piedi. La storia agonistica, quella importante, quella di Coppa del Mondo per intenderci, ha inizio a Sölden, nell’ottobre del 2000, in slalom gigante, ma su quella pista anno dopo anno non è

Questa estate aveva deciso di abbandonare la squadra nazionale in Argentina e andare ad allenarsi per conto suo, sulle nevi di tutta Europa. Per preparare la stagione del riscatto che vinceva tutte anche perché era abituato ad allenarsi d’estate, da solo, su una montagnella di prato dietro casa sua. La madre nel frattempo si incaricava di farlo crescere sano e forte, non lo rimpinzava, certo, ma la carne di maiale cotta sulla pietra ollare accompagnata da patate al forno non era poi così indigesta o difficile da preparare. Sorridente e umile, Massimiliano rivaleggiava con i suoi giovani coetanei della Valsesia, il Sergio o il

mai riuscito a convincere più di tanto. Questa volta, all’esordio nella stagione 2009-2010 proprio lì a Sölden, avvertiva di avere dentro di sé qualcosa in più, di diverso. Si sentiva come ritrovato, non era più quello dagli occhi spiritati al cancelletto di partenza degli ultimi campionati mondiali di Val d’Isère a febbraio di quest’anno. Sulla pista francese era terzo dopo la prima manche, disputata su un tracciato a lui non congeniale. Sentiva di poter fare tanto, sentiva il podio alla sua portata e quasi quasi gli era sembrato di poter già toccare la medaglia.

Sarebbe stato il riscatto dopo tante incertezze e poche soddisfazioni. Ma qualcosa in lui non è scattato e così si è ritrovato pressoché inconsapevolmente quinto. Forse è dopo la delusione francese che ha preso una decisione difficile ma importante: quest’estate mi alleno da solo. Giunto dunque per l’ennesima volta ai cancelletti di partenza del primo gigante della stagione, doveva far capire che la sua scelta era stata azzeccata in pieno. Scende giù, non si precipita, sulla parte tecnica è, cronometro alla mano, imprendibile, ma quando la pista si addormenta mettendosi in falsopiano, non ce la fa a spingere più di tanto, non lascia scivolare come vorrebbe quei cosi lunghi lunghi ai piedi e decimo dopo decimo il riscontro inesorabile del tempo lo relega al quarto posto. «Avevo bisogno di risposte e le ho trovate» ha detto Blardone appena tolti quei cosi lunghi lunghi da sotto i piedi. Ma era amareggiato, lo si vedeva, per quell’inezia che lo ha allontanato dal podio. Un nonnulla, un centesimo di secondo. Consolati, Max, in quello stesso tempo così impalpabile sarà maturata, immagino, la comparsa di Gustav Thoeni al cospetto della cinepresa di Duccio Tessari nel 1981 per il film d’avventura (!) Un centesimo di secondo.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

dal ”Financial Times” del 26/10/2009

Cartelli in aria di Mark Mulligan regolatori del vecchio continente hanno mandato un cartellino giallo ad alcune compagnie aree. Un avviso, dove l’accusa è quella di aver formato un cartello dell’aria. American airlines, Britishs airways e la spagnola Iberia sono le protagoniste di questa vicenda, tutta giocata su alcune remunerative rotte del Nord Atlantico.

I

Se vogliono mantenere i loro preziosissimi slot, per decolli e atterraggi, dovrebbero rinunciare all’accordo commerciale che le unisce. Un matrimonio d’interssi a quanto pare. Si tratta di un ammonimento dell’antitrust europeo, che avrebbe ravvisato gli estremi di una violazione delle regole della concorrenza nel patto transatlantico fra le tre compagnie. Stando ai documenti che Financial Times ha potuto leggere, la Commissione europea, in un documento, affermerebbe che l’accordo stipulato tra le tre aviolinee, lo scorso anno, «è suscettibile di provocare notevoli danni alla concorrenza» lungo sette rotte tra Europa e Stati Uniti. Bruxelles annuncia l’emissione «di una direttiva che registra la violazione delle norme sulla concorrenza a causa della firma di questi accordi». Non solo, ma nel documento si segnala che, in seguito all’infrazione, le conseguenze potrebbero essere anche «il trasferimento degli slot aeroportuali ad altri vettori». Un bel disastro per i protagonisti della vicenda che. attraverso questa alleanza, cercano di contrastare il cattivo momento che vive il trasporto aereo. Anche perché si tratta dell’assai lucroso collegamento Londra-New York. Il patto d’alleanza tra British e American darebbe, secondo le autorità antitrust, una forza sufficiente alle due compagnie per imporre i prezzi sulla prima classe e la business. Bruxelles ha sollevato problemi

anche su altre tratte, in odore di cartello, come i collegamenti tra Londra, Dallas, Boston, Miami e Chicago, così come quelli tra Madrid, Miami e Chicago. Nel caso del servizio tra Madrid e Miami, la Commissione non ha accolto favorevolmente le argomentazioni di Iberia, che minacciava di cancellare i collegamenti non-stop con gli Usa, nel caso l’accordo con le altre compagnie fosse stato cancellato. «Iberia e American hanno operato servizi senza scalo con queste destinazioni, fin dal 1997, senza alcun accordo di cooperazione» fanno notare dall’autorità europea. Le preoccupazioni di Bruxelles, sono raccolte in un documento confidenziale di «comunicazione d’infrazione» inviato, tre settimane fa, alle compagnie aeree coinvolte. Si danno tre settimane di tempo per la riposta. I vettori coinvolti, che hanno dato vita all’alleanza OneWorld, avevano già fatto richiesta per l’immunità antitrust al dipartimento dei Trasporti Usa (DoT), per consentire loro di coordinare tariffe e orari, senza timore di incorrere in sanzioni.

Il DoT che dovrebbe dare una risposta entro questa settimana, ha già rilasciato il nulla osta ai consorzi Star e Skyteam, diretti concorrenti di OneWorld. Ma sul tappeto c’è un accordo che stringerebbe di molto i rapporti tra le tre compagnie, permettendo non solo

di coordinare orari e tariffe dei biglietti, ma stabilendo un sistema di condivisione degli utili. Le società coinvolte affermano, invece, che i benefici dell’alleanza potrebbero portare ad un abbassamento delle tariffe e a un miglioramento dei servizi di trasporto sulle rotte transatlantiche esistenti e alla creazione di nuove. Chi non la pensa così afferma che il patto consentirebbe di fatto un monopolio sull’aeroporto di Londra Heatrow.

Iberia, domenica sera, ha fatto sapere che, comunque, le tre compagnie erano contente di «poter rispondere alle accuse d’infrazione mosse dalla Commissione europea». E American airline comunicava: «non vediamo l’ora di avere l’opportunità di spiegarci e superare le preoccupazioni della Ue». British, invece, non è stata immediatamente disponibile per commentare la notizia sull’infrazione. Intanto le azioni di Ba sono scivolte del 2,4 per cento al Ftse della Borsa londinese e quelle di Iberia hanno perso il 2,5 per cento sul listino azionario di Madrid.

L’IMMAGINE

Sicuramente i contratti di disponibilità non risolvono l’emergenza istruzione Sono stati colpiti, nei loro diritti e nelle loro attese future, tutti i precari della scuola e pensare che c’è chi nel governo fa l’elogio del posto fisso. Il governo ha varato questo decreto assurdo e senza favorire la regolarizzazione dei contratti per renderli a tempo indeterminato. Non si può arrivare a una scuola migliore se si parla di tagli pari a 8 miliardi di euro. È doveroso, da parte nostra, varare delle disposizioni urgenti tali da garantire, a tutto il personale precario, la continuità del servizio scolastico. Una cosa davvero inaccettabile è che il governo abbia messo fuori gioco oltre 26mila persone e i cosiddetti contratti di disponibilità, contenuti nella norma varata dall’esecutivo, non risolvono certo l’emergenza istruzione. Sono infatti solo un palliativo che favorisce, per pochi mesi, il parziale reddito di alcuni precari; in poche parole si tratta di una norma tampone che anticipa l’indennità di disoccupazione.

Domenico S.

LA SICUREZZA DEL PREMIER PERCHÉ TANTO CHIASSO? Si parla molto in questi giorni di presunti rischi per la sicurezza del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. A innescare tutte queste polemiche è stata una frase sbagliata, ma quanto mai ingenua, di un giovane ragazzo, Matteo Mezzadri, che, utilizzando toni esagerati e esasperati, voleva solo esprimere la propria opposizione alla politica del centrodestra. La vicenda si poteva benissimo archiviare dopo le scuse del giovane, ma i mastini dell’informazione berlusconiana hanno prontamente sfruttato l’occasione a proprio vantaggio. I titoloni in prima pagina “Vogliono uccidere Berlusconi”, pubblicati da Il Giornale e da Libero fanno sorridere, pensando a come proprio il pre-

mier abbia introdotto con noncuranza in casa propria persone che potevano veramente avere cattive intenzioni e che invece hanno preferito solo registrare i vaniloqui presidenziali. Mi sembra davvero eccessivo aver dato tutta questa copertura mediatica alla frase di Mezzadri. Nessuno si ricorda di un altro tipo di sparate? Quelle cioè, ad esempio, del leader della Lega e ora ministro della Repubblica, Umberto Bossi? Quando minacciò l’opposizione che se non avesse collaborato, sarebbe stato pronto «a scendere in piazza con 300 mila uomini» o disse che «i fucili sono sempre caldi»? Queste sono frasi davvero preoccupanti. Queste sono le dichiarazioni di cui vale la pena parlare e discutere. Ma in un’Italia in cui menzogna e oscuranti-

La regina dei ghiacci Non lasciatevi ingannare dal passo un po’ incerto. Per quest’aquila di mare di Steller (Haliaeetus pelagicus) il ghiaccio è un elemento familiare. La penisola russa Kamcatka dove vive, infatti ne è piena. Se è così concentrata è solo perché sta pensando al suo prossimo spuntino, il salmone che il rapace - un metro e 30 circa di apertura alare - si procaccerà

smo mediatico si fondono e si incontrano, cosa ci si può aspettare? D’altro canto l’antiberlusconismo di sorta, unica bandiera politica ormai sventolata a sinistra, è finito per diventare l’alibi perfetto del premier. E così i saggi appelli del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per un’infor-

mazione libera e vera cadono nel vuoto. Ho condiviso la scelta dell’Udc di astenersi sulla votazione all’Europarlamento dei giorni scorsi. Ma questo non vuol dire che non ci sia un rischio libertà nel nostro Paese. Dobbiamo essere pronti a difendere il diritto alla libertà di pensiero e di parola in

ogni occasione. E il modo migliore per farlo è continuare a informare seriamente e obiettivamente, come il vostro quotidiano ha sempre fatto e, sono sicuro, continuerà a fare.

Giuseppe Portonera Coordinatore Giovani Udc Lentini (SR)


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Credo davvero che voi mi siate superiore Vi ricordate che una volta vi ho detto che voi non sapevate nulla di me? Al che avete obiettato, ma io intendevo dire proprio ciò che ho detto, e sapevo che era così. Per usare una similitudine grandiosa, per ogni povero granello di un Vesuvio o di uno Stromboli nel mio microcosmo vi sono enormi lastre di ghiaccio e pozzi di acqua nera e fredda, e io sfrutto al massimo i miei due o tre crateri, perché so per esperienza che questi tendono ad estinguersi.Vi ho scritto in un momento inopportuno spronato dal fatto di essere stato di nuovo ringraziato, e scrivendo con imprudenza, come se pensassi tra me e me, ho detto ciò che deve esservi sembrato piuttosto assurdo se considerato separatamente dalla mia metà orribile cui non si può scrivere, accanto alla quale, se si potesse scriverlo e presentarvelo, il mio messaggio sprofonderebbe al proprio posto adeguato e relativo, diventando un mero grazie per la vostra buona opinione - che vi assicuro essere di gran lunga troppo generosa - perché credo davvero che voi mi siate superiore sotto molti aspetti, e mi sentirò a disagio finché anche voi non ve ne accorgerete - poiché spero nella vostra comprensione e nel vostro aiuto, e la franchezza è tutto in simili casi. Dio vi benedica, mia cara amica! Robert Browning a Elizabeth B. Barrett

ACCADDE OGGI

RU486: SACCONI SFIDUCIA IL DIRETTORE DELL’AIFA «Le modalità di somministrazione sono un atto medico», ha spiegato il direttore dell’Aifa, Guido Rasi, in merito al ricovero della donna che pratica l’aborto farmacologico piuttosto che quello chirurgico. Iil ministro Maurizio Sacconi rimanda ancora all’Aifa questa decisione strattonandola indecentemente. Sia in sede di audizione che altrove, infatti, il ministro ha citato come suo unico interlocutore il presidente dell’Aifa (sfiduciando di fatto il direttore, persona incaricata della pubblicazione della delibera), sostenendo che il presidente dell’Aifa, Sergio Pecorelli, gli avrebbe detto che il regime di «day hospital è incompatibile con la delibera dell’Aifa del 30 luglio». Delibera che -ricordiamolo - precisava la necessità di “garantire” alla donna il ricovero dalla prima assunzione alla seconda, senza specificare né il tipo di questo ricovero, né che fosse continuativo. Il termine “garantire” il ricovero è compatibile con la legge 194, che all’articolo 8 precisa che l’interruzione volontaria di gravidanza si pratica in ospedale e «se necessario» si prevede anche il ricovero. Questo, ovviamente, si può anche interpretare ed è aperto un confronto. Ma è chiaro, invece, come il governo faccia pressione sull’Aifa. La relazione di Sacconi, fino alla replica, appariva, pur se con toni concilianti, quella di un crociato: la definizione legislativa dell’aborto come male; il ri-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

27 ottobre 1810 Gli Stati Uniti si annettono la Florida occidentale 1838 Il governatore del Missouri Lilburn Boggs emana l’ordine di sterminio, che ordina a tutti i mormoni di lasciare lo Stato 1904 Inaugurazione della prima linea di metropolitana della città di New York 1938 Il tenore Ferruccio Tagliavini debutta al Comunale di Firenze nei panni di Rodolfo ne La bohème 1953 La bomba atomica britannica Totem 2 è fatta esplodere a Emu Field 1954 Benjamin O. Davis jr. diventa il primo generale afro-americano dell’aviazione degli Stati Uniti 1961 La Nasa lancia il primo razzo Saturn I del programma Apollo 1962 L’aereo su cui volava Enrico Mattei, presidente dell’Eni precipita nelle campagne intorno Bascapè (PV) 1968 A Città del Messico si chiude la XIX Olimpiade 1971 La Repubblica democratica del Congo è rinominata Zaire 1991 A Bari brucia il Teatro Petruzzelli

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

spetto sostanziale della legge più che quello formale e quindi interpretabile a piacere; l’ammissione di come la pratica del mutuo riconoscimento di un farmaco sia un «problema» invece che una opportunità; considerare «disdicevole» che una donna, contro la volontà del medico e la prescrizione della legge, firmi per lasciare il ricovero; il rischio banalizzazione dell’atto abortivo, capo d’imputazione principale per il metodo farmacologico. Che l’Aifa sia sotto pressione politica è dimostrato da: 700 giorni per il mutuo riconoscimento e la commercializzazione della Ru486, rispetto ai 90 previsti dalla direttiva recepita dal nostro ordinamento; l’enorme quantità di dichiarazioni che si basano anche sulla elusione e sul travisamento dei più elementari dati scientifici. Ad esempio i 29 morti nel mondo su cui è stato montato un can can incredibile. Ventinove morti tra cui due uomini che usavano la pillola per curarsi la depressione, 10 donne che facevano altrettanto e le restanti che l’avevano assunta in modo difforme dalle prescrizioni; l’indagine conoscitiva parlamentare la cui ratio è solo nei pruriti degli anti-abortisti che hanno colto una nuova occasione per violentemente impedire una pratica legale; l’appello finale rivolto dallo stesso ministro ai membri della commissione Sanità affinché i lavori della stessa si chiudano presto per dare «indicazioni, sollecitazioni».... a chi non è ben chiaro.

ISTITUZIONE E PROMOZIONE DEL BILANCIO SOCIALE (I PARTE) A livello generale, il bilancio sociale è il documento, redatto volontariamente da un’organizzazione profit, non profit o pubblica, con il quale essa presenta se stessa e i suoi valori fondamentali, rendendo manifesti i comportamenti socialmente responsabili, per comunicare alla totalità dei suoi stakeholder i risultati dell’autonoma valutazione dell’impatto sociale della propria attività. Negli ultimi anni stanno diventando sempre più frequenti i bilanci sociali di amministrazioni pubbliche. Il motivo di questo crescente interesse nei confronti del bilancio sociale, rilevato nel settore pubblico, si spiega in relazione alle finalità fondamentali di questo documento, che è orientato principalmente ad ottenere il coinvolgimento di tutti gli stakeholder e a promuovere il loro consenso. Se consideriamo che gli stakeholder degli enti pubblici sono tutti i cittadini, è evidente come le forze politiche non possano che dimostrare interesse verso il bilancio sociale, in quanto rappresenta uno strumento di conoscenza e di dialogo, che può aiutare gli amministratori a “rompere” un isolamento, spesso lamentato, con la cittadinanza. Infatti, la finalità principale di redazione del bilancio sociale di un ente pubblico riguarda la possibilità di aprire, migliorare e conservare un rapporto continuo tra amministratori e cittadini, in modo che i primi possano ottenere una legittimazione diretta al proprio operato, che vada oltre quella giuridica e trovi fondamento nella raccolta di un consenso differente, legato alla soddisfazione reale dei bisogni dei vari stakeholder e al loro costante coinvolgimento. Un tale obiettivo si raggiunge attraverso la predisposizione di un documento come il bilancio sociale, che è in grado di fornire un quadro chiaro, completo, trasparente, sintetico ed esaustivo delle attività significative portate avanti da una qualsiasi amministrazione, contribuendo ad evidenziare il valore aggiunto creato, direttamente o indirettamente, dall’azione dell’Ente sulla collettività. Inoltre, il bilancio sociale è un documento, che consente di misurare con obiettività e chiarezza i risultati complessivi di un qualsiasi ente pubblico, migliorando le procedure tradizionali di verifica della prassi seguita, in quanto permette al cittadino stesso di formarsi una propria opinione e di esprimere un giudizio personale sulle attività dell’organismo in questione. Gaetano Fierro P R E S I D E N T E CI R C O L I LI B E R A L BA S I L I C A T A

APPUNTAMENTI OTTOBRE 2009 VENERDÌ 30 E SABATO 31, ORE 11, ROMA PALAZZO WEDEKIND - PIAZZA COLONNA “Di cosa parliamo quando diciamo Italia”. Intervengono: Ferdinando Adornato, Pier Ferdinando Casini, Rino Fisichella, Carlo Azeglio Ciampi. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Donatella

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma

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e di cronach

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


PAGINAVENTIQUATTRO Guerra fredda. Juanita, nata nel 1933, confessa la collaborazione con Langley negli anni Sessanta

Quando la Cia arruolò la sorella di Pierre Chiartano oltivare e arruolare una Castro, sembrava un sogno relegato in fondo a un cassetto per la Company e, invece, pare sia tutto vero. La sorella minore di Fidel e Raul Castro, Juanita Castro, collaborò con la Cia contro il regime del fratello a Cuba, prima di andare in esilio a Miami nel 1964. Lo ha ammesso lei stessa, domenica sera alla tv in lingua spagnola Univision-Noticias 23, alla vigilia della pubblicazione del suo libro di memorie su Fidel e Raul Castro intitolato «Fidel e Raul, i miei fratelli, la storia segreta», scritto a quattro mani con la giornalista messicana Maria Antonieta Collins. Juanita ha spiegato che il suo entusiasmo iniziale per la Rivoluzione cubana di Fidel, che nel 1959 rovesciò il dittatore Fulgencio Batista, venne cancellato dalle esecuzioni degli oppositori e dal cammino dell’isola verso il comunismo.

C

«Le mie illusioni sono finite quando ho visto così tanta ingiustizia», ha spiegato in un’intervista con la Collins, trasmessa dalla rete televisiva americana in lingua spagnola. Juanita – che oggi ha 76 anni e non parla con i fratelli da più di quaranta – ha raccontato che, dalla sua casa all’Avana, lavorava per proteggere e aiutare le persone perseguitate dal regime di Fidel. «La mia situazione a Cuba diventò delicata a causa della mia attività contro il regime». Un giorno – ha spiegato alla giornalista – una persona vicina sia a lei che a Fidel Castro le portò una comunicazione con cui la Cia le chiedeva di collaborare. «Volevano parlarmi, perché avevano delle cose interessanti da dirmi, e delle cose interessanti da chiedermi, ad esempio se fossi pronta ad assumermi il rischio, se fossi pronta ad ascoltarli... Ne fui abbastanza sconvolta, ma comunque dissi di sì», ha spiegato Juanita. Da quel momento, «nacque un lungo rapporto con l’arcinemico

di Fidel Castro, la Central Intelligence Agency». Ricordiamo che in quegli anni la Cia stava preparando l’ingresso nella guerra del Vietnam. E William Colby, poi diventato direttore dell’Agenzia, preparava il progetto Phoenix. Era anche l’epoca della presidenza di John F. Kennedy e della sua prematura scomparsa. Il 1961 è l’anno in cui il mitico Allen Dulles – già direttore dell’Office of strategic service (Oss) – lasciava Langley, dopo l’incidente della Baia dei Porci. Il 1962 è l’anno della crisi dei missili a Cuba che portò il mondo ad un passo dal conflitto nucleare. Un clima al calor bianco nel confronto bipolare della guerra fredda. «Nel corso di tre anni, dal 1961 al 1964, a rischio della sua stessa vita, il compito di Juanita Castro era salvare le vite dei suoi compatrioti, ben prima di andare in esilio a Miami», ha detto la Collins, senza fornire ulteriori dettagli. Secondo altre fonti il contatto avvenne in Messico, dove la più giovane dei quattro fratelli Castro era andata, prima di approdare in Florida. Nel libro Fidel y Raul, mis hermanos. La historia segreta, rivela oltre ad aver collaborato con la Cia negli anni Sessanta altre notizie destinate a suscitare scalpore, e che gettano una nuova luce sulla personalità di Juanita e sulla vicenda politica e privata dei fratelli Castro. Figlia di Angel e Lina, dopo aver rotto apertamente con i fratelli, avrebbe lasciato Cuba per esiliarsi in Messico nel 1964. Raggiungendo l’altra sorella Emma che, in precedenza, si era trasferita seguendo il marito originario del Paese centroa-

di CASTRO mericano. Appena arrivata organizzò subito una conferenza stampa, dove dichiarò apertamente la sua condanna al regime creato dai suoi fratelli Fidel e Raul. Qui sarebbe stata contatta dagli agenti del servizio d’intelligence statunitense e ora, per la prima volta, rivela di aver effettivamente collaborato con le ”barbe

gnolo, la nipote Alina Fernandez, figlia illegittima di Fidel, per i contenuti offensivi contenuti in libro da lei pubblicato. Alcuni contenuti di Castro’s Daughter: An Exile’s Memoir of Cuba avevano costretto la casa editrice e la Fernandez a pagare 45mila dollari di causa civile per diffamazione, a favore di Juanita. Da registrare anche un documentario diretto, nel 1965, da Andy Warhol, dedicato alla vita della sorella minore del Lider Maximo. La cronaca ci ricorda che durante la ribellione contro il dittatore Batista, Juanita fu un attivista a favore del Movimento del 16 luglio.

La donna: «Le mie illusioni sono finite quando ho visto così tanta ingiustizia». Maria Collins, coauttrice di un libro insieme con la Castro: «Dal 1961 al 1964, a rischio della vita, il compito di Juanita era salvare le vite dei suoi compatrioti» finte” americane. La notizia choc potrebbe essere la prima di una lunga serie. Per tutta la settimana, scriveva, ieri, El Pais, Juanita Castro sarà impegnata in una serie di intervista a tv e carta stampata, per il lancio del libro e non sono da escludere altre, forse altrettanto clamorose, rivelazioni. Nel 1998 la Castro aveva portato nelle aule di un tribunale spa-

Nel 1958 organizzò un viaggio negli Stati Uniti per raccogliere fondi a favore della rivoluzione, che servirono ad acquistare armi. Poi, dopo la morte della madre Lina, ci fu un episodio che segnò la rottura dei rapporti con i fratelli al potere. Secondo quanto riportato da un articolo della rivista Time dell’epoca, Fidel decise di espropriare anche le terre delle aziende agricole di famiglia. Junaita allora cercò di vendere il bestiame. Fidel, venuto a saperlo, corse nella fattoria, accusando la sorella di essere «un verme controrivoluzionario». Sempre la proprietà di famiglia fu al centro dell’esplosione di rabbia anche dell’altro fratello Ramon, rimasto ad amministrare le fazendas: «Raul è un piccolo sporco comunista». Insomma, anche fra rivoluzionari si litigava per la «roba».

2009_10_27  

Il grande sconfitto è Dario Franceschini che però ha corso da perdente,fin dall’inizio. Fin da quando ha accettato la segreteria senza fare...

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