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I vecchi danno buoni consigli

quando non sono più in grado di dare cattivi esempi

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Fabrizio De André di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 29 SETTEMBRE 2009

Le interpretazioni del voto tedesco: anche da noi c’è bisogno di un Grande Centro

Il Pontefice a Praga indica in San Venceslao il modello di governo che oggi non c’è

L’allarme del Papa

Anomalie italiane: per il Pdl la Merkel è di destra!

«Il mondo ha bisogno di politici credenti e credibili, che pensino al bene comune e non al loro interesse»

di Rocco Buttiglione

a Germania riconferma Angela Merkel consentendole di cambiare alleanza. La maggioranza tra democristiani e liberali è solida, e consentirà alla Cancelliera di affrontare i prossimi anni – prevedibilmente non facili – applicando le ricette economiche e sociali che aveva in mente e che ha proposto agli elettori. Lei per prima infatti ha puntato con decisione non solo alla vittoria sua e del suo partito Cdu-Csu, ma aveva chiesto un mandato che le consentisse di porre fine all’esperienza della Grosse Koalition con i socialisti per sostituirli con una più consona e tradizionale alleanza con i liberali. Il sistema elettorale tedesco e la conquista di molti più seggi che in passato le consegnano una maggioranza solida e le confermano una piena fiducia della Germania. Dalle urne tedesche escono anche molteplici lezioni e alcuni moniti.

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di Franco Insardà

Non basta più “salvare le apparenze” Un messaggio per tutti: anche per noi

ROMA. Dopo il fugace in-

Il Paese E il pensiero degli Incredibili va a Berlusconi...

contro con Silvio Berlusconi, sabato scorso, all’aeroporto di Ciampino, ieri Benedetto XVI, ricordando il patrono boemo san Venceslao, ha suggerito che occorrono «uomini credenti e credibili». Tutti hanno pensato che, oltre all’indubitabile significato universale di questo auspicio, queste parole contenessero un riferimento a Berlusconi e alle polemiche sulla sua moralità. La Santa Sede, naturalmente, ha smentito ogni allusione. Ma le parole del Papa sono in totale sintonia con quanto ha denunciato il capo dei vescovi italiani Angelo Bagnasco.

di Giancristiano Desiderio

di Luigi Accattoli

an Venceslao era San Venceslao e, dopo tutto, è sempre buona la massima di Cosimo il Vecchio che diceva che gli Stati non si governano con i paternostri. Dunque, lasciamo da canto i santi visto che siamo umili peccatori e non siamo buoni a fare la morale a nessuno. Ma, con tutta sincerità, c’è qualcuno che se la sente di sostenere che Papa Ratzinger ha torto quando dice che c’è bisogno di politici «credenti e credibili»? Sicuramente nessuno può dirlo, in coscienza.

è oggi bisogno di persone che siano credenti e credibili, pronte a diffondere in ogni ambito della società quei principi e ideali cristiani ai quali si ispira la loro azione»: così parla il Papa da Praga e i media immediatamente riferiscono quelle parole a Berlusconi. Bisogna dire che gli andavano giuste, ma non erano dirette a lui. La sua immagine pubblica è ormai così compromessa che più di un monito ecclesiastico finisce per cadergli addosso.

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«C’

Il Quirinale risponde a Casini sulle dichiarazioni del Cavaliere

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Napolitano: il premier sbaglia

Ieri nuovo test del regime

I missili di Teheran: minaccia reale o solo diplomatica?

«Sull’Afghanistan le opposizioni sono state fondamentali» di Francesco Capozza

ROMA. Giorgio Na-

di Pierre Chiartano sraele esalerà l’ultimo respiro» se dovesse attaccare i siti nucleari iraniani. Lo ha promesso il ministro della Difesa iraniano, Ahmad Vahidi, dopo il buon esito dei test missilistici di ieri. Javier Solana, Commissario per le politiche Estere della Ue, ha espresso «preoccupazione», mentre il Cremlino esorta la Comunità internazionale a «non cedere all’emotività» nel confronto con l’Iran. Oltre le legittime preoccupazione dello Stato ebraico, ci sono valutazioni differenti sulla minaccia. «Probabilmente sono esercitazioni già programmate con vettori datati o nuove versione di vecchi missili» afferma il generale Fabio Mini. Un attacco di Israele «è minaccia che resta sul tavolo, ma al momento non mi pare imminente. Farlo contro la volontà americane sarebbe poi impossibile. Un rischio troppo grosso per Israele» per il direttore di Limes, Lucio Caracciolo.

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a pagina 14 s eg ue a (10,00 pagina 9CON EURO 1,00

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

politano interviene a correggere le parole polemiche di Silvio Berlusocni sulle opposizioni che «sull’Afghanistan si sono comportante in modo indegno». Lo ha fatto con un comunicato chiaro e ufficiale: «Il larghissimo sostegno dell’opinione pubblica e delle forze politiche all’impegno di militari italiani in missioni di pace all’estero», condiviso dalle «forze fondamentali dell’opposizione, è «un dato rilevante e importante, che non può essere scalfito da episodi di becera e indegna contestazione ai quali non può essere attribuito alcun peso e rilievo effettivo». Il Presi-

I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

Identità nazionale e globalizzazione

I nuovi scenari della cittadinanza

dente della Repubblica Giorgio Napolitano lo ha affermato in una nota in relazione alla presa di posizione di Pier Ferdinando Casini, che avanti ieri gli aveva chiesto di «ristabilire la verità dei fatti» sul sostegno bipartisan alla missione dopo che il presidente del Consiglio, nel corso del suo comizio alla Festa del Pdl milanese, aveva tuonato contro il presunto comportamento idecoroso dell’opposione, tacendo le incertezze che proprio la maggioranza ha dimostrato nel sostenere i nostri soldati in Afghanistan.

el dibattito attuale sul tema della cittadinanza, degli anni necessari per chiederla, del contesto entro il quale si deve favorire l’appartenenza per sangue o per territorio ad una determinata identità nazionale, non sembra che sia stato fino ad ora adeguatamente approfondito l’aspetto concernente il rapporto tra regole della cittadinanza, identità nazionale e nuova epoca della cosiddetta globalizzazione. Occorre aver presente che nei secoli passati le regole della cittadinanza sono state sempre legate alla identità nazionale ritenuta tale, soprattutto nel contesto degli Stati nazionali, che hanno visto coincidere nazionalità, religione e cittadinanza.

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WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

di Francesco D’Onofrio

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 29 settembre 2009

Allarme. A Praga il Pontefice indica il santo patrono boemo come modello di rettitudine anche per la politica del futuro

Venceslao for president

Benedetto XVI lancia l’appello per un mondo di responsabilità. «Chi governa pensi al bene comune non al suo egoistico interesse» di Franco Insardà

ROMA. Il martirio di San Venceslao esempio di coerenza e di moralità per «quanti guidano le sorti delle comunità e dei popoli». Le parole di Benedetto XVI, celebrando la messa davanti a cinquantamila fedeli, nell’ultimo giorno della sua visita nella Repubblica Ceca, proprio nel santuario dedicato al principe boemo nella cittadina di Stara Boleslav, in occasione della ricorrenza liturgica e festa nazionale a lui dedicata, citato quale modello di santità e di coerenza, assumono un significato molto importante. «Chi nega Dio e non rispetta l’uomo sembra avere vita facile, ma sotto la superficie in queste persone c’è tristezza e insoddisfazione. C’è oggi bisogno di persone che siano credenti e credibili, pronte a diffondere in ogni ambito della società quei principi e ideali cristiani ai quali si ispira la loro azione» ha detto il Papa spiegando poi che «la santità è la vocazione universale di tutti i battezzati, che spinge a compiere il proprio dovere con fedeltà e coraggio, guardando non al proprio interesse egoistico, bensì al bene comune, e ricercando in ogni momento la volontà divina». La questione morale, quindi, al centro della vita sociale, anche se il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, per sgombrare il campo da possibili forzature, ha precisato che «nel suo discorso dedicato al patrono della Repubblica ceca il Papa non ha mai usato la parola “governanti”, né si è riferito a “responsabili politici”, come invece hanno riportato le agenzie di stampa». «Il Pontefice si rivolge a tutti, occorre attenersi fedelmente al testo del suo intervento», ha precisato padre Lombardi. La memoria, co-

In Italia non è più tempo di “salvare le apparenze” di Giancristiano Desiderio an Venceslao era San Venceslao e, dopo tutto, è sempre buona la massima di Cosimo il Vecchio che diceva che gli Stati non si governano con i paternostri. Dunque, lasciamo da canto i santi visto che siamo umili peccatori e non siamo buoni a fare la morale a nessuno. Ma, con tutta sincerità, c’è qualcuno che se la sente di sostenere che Papa Ratzinger ha torto quando dice che c’è bisogno di politici «credenti e credibili»? Il pontefice, parlando a Stara Boleslav nella Repubblica Ceca, trenta chilometri da Praga, due giorni dopo aver incontrato “casualmente” in aeroporto il capo del governo italiano, Silvio Berlusconi, ha pronunciato un discorso, davanti soprattutto a migliaia di giovani, che pur utilizzando il linguaggio della tradizione religiosa ha un eminente ed esplicito significato politico: «C’è bisogno di uomini credenti e credibili, che non appaiano buoni e onesti, ma che lo siano realmente per coltivare il bene comune».

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L’apparenza è una categoria fondamentale del politico. Tante volte abbiamo sentito dire che non bisogna solo essere, ma anche apparire. «Salvare le apparenze», del resto, è un modo di dire che riflette un preciso modo di essere. Tuttavia, a furia di puntare sull’immagine, la visibilità, il look, lo stile, in una sola parola, la comunicazione, ci si è persa per strada la sostanza. Il politico credibile a tutti i costi è diventato incredibile, nel senso letterale della parola:

non è più credibile. La comunicazione, che come forma di retorica una volta era una parte della politica, oggi è diventata tutta la politica. Il risultato è una manipolazione dei fatti che, essendo duri a morire come ripeteva giustamente quell’autentico liberale di Karl Popper, hanno la strana abitudine di ritornare sempre a galla. Eppure, come si può non essere d’accordo con il papa quando dice, in sostanza, che un buon governante deve essere anche credente? Che cosa significa: che un cattolico è un buon politico e un non-cattolico è un cattivo politico? È strano, ma oggi tocca al Papa difendere la fede nella ragione, perché anche la ragione, vanto dell’Occidente, ha bisogno che qualcuno creda e le dimostri fede. Il politico «credente e credibile» non è il politico che in cuor suo dice «Parigi val bene una messa» e ostenta la sua esteriore adesione ai principi di santa romana chiesa, bensì è il politico che crede nel valore del suo compito istituzionale per il quale sacrifica i minori interessi di parte. In questo caso è il credo che rende credibile il politico per il quale ci sono verità e valori che non sono né strumenti retorici né strumenti di conquista del potere.

La religione, soprattutto per chi si presenta come un liberale, non è una copertura del potere ma ciò che mostra il limite stesso oltre il quale il potere diventa arbitrio e usurpazione. Ragion per cui il politico «credente e credibile» non è colui che non perde il potere - «saremo qui per sempre» diceva domenica il presidente del Consiglio in un momento non raro di onnipotenza ma colui che non ha paura di perderlo. Qui sì che bisogna «salvare le apparenze».

munque, va a più di un anno fa, quando a Cagliari Benedetto XVI disse chiaramente che occorreva una nuova generazione di politici, preparati e coerenti. E su quella linea si sta muovendo anche la Conferenza episcopale italiana e il suo presidente, il cardinale Angelo Bagnasco che, nel suo intervento al Consiglio permanente, lo scorso 21 settembre, ha ribadito che «chiunque accetta di assumere un mandato politico sia consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che esso comporta come anche la nostra Costituzione ricorda». L’appello di Benedetto XVI, pronunciato a Praga, assume un significato particolare per tutti, ma secondo Andrea Tornielli del Giornale «il Papa non ha assolutamente parlato nè di leader, nè di governanti né di responsabili politici. Il discorso fatto a Praga riguardava la realtà ceca e tutti i cristiani, anche se il riferimento era ai potenti che erano caduti. Non vedo un filo conduttore tra la prolusione di Bagnasco e le parole del Papa».

Il riferimento al magistero della Chiesa secondo il vaticanista del Tg3, Aldo Maria Valli, va tenuto ben presente. «È evidente che c’è una coerenza alla dottrina cattolica, le parole del Papa valgono per tutti e quindi anche per l’Italia, ma sarebbe riduttivo riferirle soltanto al nostro Paese. Il Pontefice ha sempre una visione più ampia e mondiale. Nel magistero della Chiesa - aggiunge Valli - si è detto tante volte che il cattolico deve impegnarsi in politica e già Paolo VI definì la politica la più alta forma di carità cristiana. È evidente che arrivando nel centro dell’Europa, in un Paese che è uscito da venti anni dal comunismo, faccia dei riferimenti storici, politici e culturali. Le cose che disse a Cagliari l’anno scorso, invece, erano riferite alla situazione italiana, qui il contesto è completamente diverso. Bagnasco, parlando come capo dei vescovi italiani, si riferiva alla situazione del nostro Paese, invece Benedetto XVI aveva in mente la situazione della Repubblica ceca e dei Paesi dell’Est che sono da una ventina d’anni alle prese con una nuova pagina della loro storia e hanno bisogno di una classe politica nuova». Anche per Marco Politi di Repubblica «la questione riguarda il rapporto tra credenti e società moderna e indifferentismo dell’età contemporanea. Il Papa è partito dall’immagine di un principe, quindi da un capo politico, che era santo e lo indicato a esempio di rettitudine e di credibilità. La posizione della Chiesa in questo momento è molto chiara: oggi non ci si può dire cristiani se non si è credibili, se non si è coerenti. Questo vale per la situazione italiana, come ha voluto ricordare il cardinal Bagnasco, e riguarda i politici e i cristiani di ogni condizione in tutto il mondo, come ha ricordato Benedetto XVI nell’Europa orientale secolarizzata». E in questo contesto vanno lette le parole di


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29 settembre 2009 • pagina 3

Un’evidente continuità con le denunce di Bagnasco e Crociata

Allusione al premier? Non dite che è casuale Il discorso del Papa ha un significato universale, Ma qui da noi assume un peso ancora più forte di Luigi Accattoli è oggi bisogno di persone che siano credenti e credibili, pronte a diffondere in ogni ambito della società quei principi e ideali cristiani ai quali si ispira la loro azione»: così parla il Papa da Praga e la grande rete dei media immediatamente riferisce quelle parole a Berlusconi. Bisogna dire che gli andavano giuste, ma non erano dirette a lui. La sua immagine pubblica è ormai così compromessa che più di un monito ecclesiastico finisce per cadergli addosso anche quando chi lo formula sta mirando lontano. «Il Papa si rivolge a tutti» ha precisato il padre Lombardi, portavoce vaticano, appena visto il corto circuito mediatico di ieri.

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co del Giornale, di proprietà del fratello Paolo, al direttore di Avvenire, cioè al portavoce più accreditato dell’episcopato italiano. Che ieri il Papa teologo non mirasse a Berlusconi è più che evidente. Se i nostri politici hanno il discutibile costume di trattare questioni italianissime quando sono all’estero, questa non è la consuetudine dei Papi. Nelle calcolate parole di Benedetto non c’erano i termini “governanti” o “politici” – usati nei titoli da agenzia di stampa – ma solo “persone”. Dunque egli non ha fatto nulla perché si pensasse a Berlusconi e certo si sarà meravigliato del dirottamento mediatico del suo richiamo. È vero tuttavia che il nostro premier ha affermato più volte di ispirare la sua “azione” ai “principi cristiani”, arrivando – in campagna elettorale – a chiedere come “un cattolico” potesse votare per il Centrosinistra. È stato dunque egli stesso ad alzare la bandiera che ora attira i moniti vaganti.

L’incontro di sabato scorso all’aeroporto di Ciampino era stato preparato da molto tempo: l’ennesimo successo di Gianni Letta

Benedetto XVI, pronunciate in un Paese nel quale la popolazione è in gran parte atea, come sottolinea Franco Pisano, per molti anni caposervizio vaticano dell’Ansa: «La Repubblica ceca ha un passato terribile e quindi il Papa parla prima di tutto al Paese che visita. Poi il periodo non va isolata, ma inserito nel complesso del discorso e, infine, mi sembra improbabile che il Papa vada a Praga per parlare di Berlusconi. La Chiesa locale non la prenderebbe certamente bene. Anche a Giovanni Paolo II durante le visite all’estero i giornalisti chiedevano opinioni sulla situazione italiana e lui rispondeva che ne avrebbe parlato al suo ritorno a Roma. È un’abitudine dei nostri politici, invece, quella di andare all’estero e parlare delle cose italiane. Discorso diverso va fatto per il cardinal Bagnasco che si riferiva al nostro premier». Nelle parole di ieri del Papa vanno esclusi riferimenti alla politica italiana anche secondo Sandro Magister, vaticanista dell’Espresso, che aggiunge: «La Chiesa cattolica predica la virtù e non il vizio. Questa posizione è naturale e il richiamo a una vita virtuosa vale per tutti. Senza eccezione».

Qui sopra il cardinale Angelo Bagnasco che aveva lanciato l’allarme sulla moralità della politica reiterato ieri da Papa Ratzinger. Nella pagina a fianco, il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone e il patrono boemo San Venceslao

Qualcosa di simile era avvenuto la settimana scorsa con il richiamo del cardinale Angelo Bagnasco a chi “assume” un mandato politico perché lo svolga con “misura e sobrietà”. E in luglio quando il segretario della Cei Mariano Crociata aveva deplorato il “disprezzo esibito” per tutto ciò che è “pudore sobrietà e autocontrollo”. E già in maggio, quando per primo il cardinale Bagnasco aveva detto – a commento di un fondo di Avvenire che faceva una prima predica al premier – che “il richiamo alla sobrietà e alla responsabilità per tutti è sempre molto positivo”. Gli uomini di Chiesa – a differenza di Avvenire – evitano ogni riferimento individualizzante, ma gli uditori non hanno dubbi sul bersaglio, sia esso inteso o no dal mittente. Bagnasco e Crociata nei due casi citati avevano – eccome – l’intenzione di raggiungere “anche” quel bersaglio, mentre il Papa di certo non l’aveva ma l’effetto è stato il medesimo. Si direbbe che ormai il volto e il nome del nostro Primo Ministro attirino – come per un effetto calamita – il biasimo anche preterintenzionale del Magistero. E così nella confusione dei media, che tutto ingrandiscono e semplificano, il rigoroso Papa Benedetto avrebbe “gioito” sabato di incontrare Berlusconi a Ciampino e gli avrebbe puntato contro il dito dalla Repubblica Ceca due giorni dopo. Va chiarito – ovviamente – che il “biasimo” in questo caso esiste solo per effetto mediatico, mentre il gesto favorevole di sabato c’è stato davvero: era voluto e concordato e aveva precisamente il fine di recuperare al “gradimento”papale – almeno a quello diplomatico – l’immagine del nostro premier dopo la sua chiacchieratissima estate e dopo l’attac-

Ma sabato egli aveva segnato un punto tondo nel recupero di immagine presso Pietro che andava cercando da mesi. Grazie all’interesse – più che evidente – delle due parti e all’ottimo collante di Gianni Letta, il recupero è stato più rapido di quanto ognuno ritenesse possibile fino alla vigilia. Domenica sei settembre Berlusconi non era potuto andare a ricevere il Papa a Viterbo perché le dimissioni di Boffo dalla direzione di Avvenire erano di appena tre giorni prima e tutta l’Italia si chiedeva quale fosse stato in quell’attacco l’interesse più o meno diretto, o comunque il guadagno o la perdita della “squadra”, o “parte”, o “famiglia”berlusconiana dalla quale l’attacco era partito. Sempre a motivo della prode impresa del direttore di ventura che è Feltri, lo stesso Letta aveva dovuto sostituire Berlusconi alla Perdonanza dell’Aquila, il 28 agosto. Quella sera nella città di Celestino V e del terremoto avrebbe dovuto esserci una cena offerta dall’arcivescovo, ospiti il premier e il suo dirimpettaio vaticano cardinale Tarcisio Bertone, ma proprio quel giorno era esplosa la mina antiBoffo e la cena – preparata dalla diplomazia lettiana – era stata cassata. Va dunque riconosciuta – alla distanza – la bravura di Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e maggiordomo di Sua Santità, l’unico che oggi riesca a mettere insieme il diavolo e l’acqua santa. Aiutato nell’opera dall’interesse oggettivo della Chiesa a tenere buona la maggioranza berlusconiana del nostro Parlamento, in vista delle questioni scottanti del testamento biologico, della vita nascente, della famiglia e della scuola cattolica per le quali ogni alternativa parlamentare sarebbe al momento meno favorevole. www.luigiaccattoli.it


politica

pagina 4 • 29 settembre 2009

Cittadinanza. La proposta “Granata-Sarubbi” agita la maggioranza. Se dovesse arrivare in aula, almeno 30 ex An potrebbero votare contro il governo

Prove di nuovo Pdl La legge sulla cittadinanza rappresenta il primo banco di prova della maggioranza dopo le proteste dei finiani di Riccardo Paradisi na tregua durata poco quella tra Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini. Nemmeno una settimana, malgrado il gran lavoro iniziato da Gianni Letta lunedì scorso e continuato dai pontieri del Pdl durante tutta la settimana. Mediatori ormai professionali che hanno trattenuto il fiato fino alla chiusura della festa nazionale del Pdl a Milano, dove si sperava che tra i cofondatori non scorressero polemiche.

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E invece zac: nel suo discorso di sabato il presidente della Camera senza rigiri né imbarazzi di fronte a una platea persino freddina nei suoi confronti, parla della politica sull’immigrazione che lui vorrebbe da questo governo, o di cui gli piacerebbe che almeno la maggioranza ragionasse. Concedere la cittadinanza agli immigrati regolari – martella Fini – prima dei dieci anni è una cosa giusta e possibile: «In Italia ci sono già quattro milioni di stranieri. Oggi avere la cittadinanza è soltanto un adempimento burocratico. Occorrono dieci anni, che poi diventano dodici. Invece dovrebbe essere necessario parlare la lingua, conoscere la storia, sapere che Trieste è più a nord di Palermo. Giurare fedeltà alla Costituzione. servire la Patria con le armi». Fini rilancia dunque e anzi dice che sull’immigrazione non accetta scomuniche preventive, anticipa che continuerà a porre la questione finché non gli si opporranno motivazioni valide. I no che vengono dalla maggioranza però non sono così articolati. Gaetano Quagliariello, vicepresiel dibattito attuale sul tema della cittadinanza, degli anni necessari per chiederla, del contesto entro il quale si deve favorire l’appartenenza per sangue o per territorio ad una determinata identità nazionale, non sembra che sia stato fino ad ora adeguatamente approfondito l’aspetto concernente il rapporto tra regole della cittadinanza, identità nazionale e nuova epoca della cosiddetta globalizzazione. Occorre infatti aver presente che nei secoli passati le regole della cittadinanza sono state sempre strettamente legate alla identità nazionale ritenuta tale, soprattutto nel contesto degli Stati nazionali, che – soprattutto in Europa – hanno visto tendenzialmente coincidere nazionalità, religione e cittadinanza.

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L’epoca presente – al contrario – è sempre più caratterizzata dalla progressiva riduzione degli Stati nazionali nel contesto di una sempre più crescen-

dente dei senatori del Pdl, si limita a dire che lui la cittadinanza prima di dieci anni agli immigrati non gliela vuole dare. Punto. E se il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è più interlocutorio – le posizioni di Fini sull’immigrazione sono interessanti e generose ma non è questo il momento giusto per porle – è proprio Berlusconi a tagliare corto: «Chi vuole rendere

BIAGIO DE GIOVANNI L’idea di un Fini battitore libero è una figura inventata da una sinistra senza più bussola. Che ormai delega l’opposizione a esponenti della maggioranza

facile cittadinanza e voto agli immigrati fa il gioco della sinistra». A Fini i berlusconiani di prima linea oppongono critiche anche sul metodo però: «Come – dicono – il presidente della Camera fa lunghe tirate sulla necessità di aprire il dibattito nel partito prima di prendere decisioni e iniziative e poi, senza parlarne con nessuno, dà il via libera a un suo uomo – il deputato siciliano Fabio Granata – di imbastire una proposta di legge bipartisan con il Pd per accorciare i

tempi della concessione della cittadinanza agli immigrati? Ecco la prova – dicono sempre i berlusconiani più avanzati – che l’obiettivo è smarcarsi più di discutere». È bene o male – più male che bene evidentemente – il dibattito che Fini chiedeva nel Pdl? Forse è anche qualcosa di più. Si, perché la nuova sortita di Fini e i commenti che gli fanno da corollario avvengono alla vigilia della discussione in Commissione della proposta di legge che vede come primi firmatari Andrea Sarubbi del Pd e Fabio Granata della Pdl. Progetto che prevede il dimezzamento dei tempi, dagli attuali 10 a 5 anni, per ottenere lo status di cittadino italiano e la possibilità di acquisire il diritto di cittadinanza anche per chi nasce in Italia da genitori stranieri regolari. Per i minori, inoltre, è previsto l’obbligo di concludere un ciclo scolastico. Una proposta di legge che potrebbe creare problemi al governo qualora uscisse dalla Commissione per essere discussa e votata in aula. Insomma la pattuglia finiana - una trentina di persone stando ai primi firmatari della petizione Bocchino presentata al premier – potrebbe votare la proposta di legge assieme all’opposizione contro la volontà del governo? La domanda non è oziosa perchè se dovesse verificarsi questa ipotesi si tratterebbe di un chiaro atto di rottura, tanto grave e netto da poter mettere in crisi il governo.

È proprio questa eventualità però che fa dire ai finiani più moderati che la legge Granata, «sbagliata nel metodo perché costruisce un opposizione preventiva nel

Pdl alle posizioni di Fini» – non farà un passo alla Camera. Anche quelli che sono sempre d’accordo con Fini e che hanno firmato subito la petizione Bocchino si sentirebbero in grande imbarazzo. E che la proposta Granata non possa avere un immediato effetto politico è anche l’impressione di Biagio De Giovanni «apolide della sinistra» come lui si definisce e autore di A destra tutta (Marsilio) un’analisi dello stato di un Paese senza più una sinistra credibile che vira verso una destra sempre più populista. «Gli equilibri effettivi non si spostano per una proposta di legge. L’asse di potere Berlusconi-Lega dell’attuale Pdl è troppo forte. Piuttosto Fini sta mettendo in agenda dei temi a futura memoria, sta impostando una battaglia culturale per il Pdl che verrà. Fini non ha nessun interesse a uscire dalla destra, gli interessa modificarne la cultura. L’idea di un Fini battitore libero è una figura inventata da una sinistra senza più bussola. Che ormai delega l’opposizione a esponenti della mag-

Hanno ragione quanti sostengono che è necessario cambiare i criteri che regolano le identità

I nuovi cittadini del mondo globale di Francesco D’Onofrio te sopranazionalità, fino al punto di vedere i singoli Stati oggi esistenti affrontare disordinatamente il contesto della globalizzazione. Non sorprende che in questo profondo sconvolgimento delle antiche abitudini statual-nazionali, il tema della cittadinanza venga sempre più sottoposto ad una sorta di scelta drastica tra il principio della identità nazionale di sangue (jus sanguinis) e il principio della identità nazionale di territorio (jus soli), lasciando ovviamente aperta la questione del rapporto tra territorio e Stato (esiste l’Italia unita anche se federale, o esisterà la Padania come ripetutamente afferma la Lega Nord?). Non si tratta dunque di sceglie-

re tra due principi astratti in una dimensione del tutto a-temporale, come talvolta sembra di comprendere stia avvenendo nel dibattito italiano sul tema della cittadinanza.

Se, infatti, si prende finalmente atto che siamo in presenza di un’epoca storica radicalmente nuova – quella appunto della globalizzazione – anche le regole della cittadinanza dovranno essere collocate in una nuova ottica. Non siamo infatti più in presenza di regole della cittadinanza stabilite o in vista della nascita di uno Stato nazionale o a tutela di uno Stato nazionale esistente sulla base del principio della consan-

guineità dei suoi cittadini: siamo infatti in presenza di un fenomeno radicalmente nuovo. Si tratta del fenomeno del nuovo equilibrio da ricercare tra identità nazionale esistente, statualità nazionale nel contesto della globalizzazione, soprattutto allorché si è in presenza – come nel caso italiano – di una statualità nazionale che passa molto rapidamente da una lunga stagione di emigrazione ad una nuova stagione di immigrazione. Di fronte a questo fenomeno straordinariamente nuovo si possono infatti assumere sostanzialmente due atteggiamenti: di radicale chiusura egoistica basata sulla consanguineità, o di presa d’atto della globalizzazione,


politica

29 settembre 2009 • pagina 5

A Milano il premier aveva parlato di «sinistra indegna»

E Napolitano corregge Berlusconi «Ha ragione Casini, sull’Afghanistan l’opposizione è stata fondamentale» di Francesco Capozza segue dalla prima

Sopra il presidente della Camera Gianfranco Fini e il ministro degli Interni Roberto Maroni. Nella pagina accanto il sociologo Biagio de Giovanni. Sotto il politologo Gianfranco Pasquino

GIANFRANCO PASQUINO La proposta Granata è la prosecuzione di un percorso politico e personale che sta portando Fini a costruire una destra moderna. Crea anche un precedente in un Pdl a pensiero unico

nella ricerca di un nuovo equilibrio tra identità nazionale e globalizzazione medesima.

Per quel che concerne l’Italia è questo dunque il momento per passare dall’antico criterio dello jus saguinis – comprensibile nel contesto di una identità nazionale basata sulla consanguineità – al nuovo criterio dello jus soli – che appare più idoneo nel contesto nuovo della globalizzazione –. D’altra parte è l’intero orizzonte culturale e politico a suggerire una radicale capacità di adeguamento degli istituti anche giuridici della vecchia statualità nazionale all’epoca nuova della globalizzazione. Sistema dei valori di fondo – vita e libertà, in particolare –; sistema economico moderno – concorrenza e giustizia, in particolare –; sistema delle appartenenze alle singole parti di territorio del mondo contemporaneo – cittadinanza e sovranazionalità, in particolare – : il dibattito

gioranza». «Per Fini – dice invece Gianfranco Pasquino – la proposta Granata è la prosecuzione di un percorso politico e personale che lo sta portando a costruire una destra moderna ed europea. Per il centrodestra è il segnale che si può anche dissentire».

Anche la lettera dei finiani è un segnale in questa direzione, secondo Pasquino: «Probabilmente questo dissenso non sfocerà nel voto a questo disegno di legge giusto e civile, ma potrebbe comparire su un altro passaggio». «Certo – continua Pasquino riservando una frecciata al Pd – se quella legge invece che dal rispettabilissimo ma sconosciuto Sarubbi fosse stata firmata da Massimo D’Alema o da Piero Fassino sarebbe stato diverso. Ma così il Pd non può rivendicare nessun merito, nemmeno l’aver creato un disagio in seno alla maggioranza. È un’opposizione senza agenda quella del Pd, che si abbarbica a questa occasione. Che peraltro è una buona occasione». sulla cittadinanza va dunque inserito nel contesto della nuova epoca che il mondo tutto sta vivendo. D’altra parte anche Pittsburg dovrebbe aver già insegnato che si sta faticosamente prendendo atto che nel mutato contesto mondiale si deve passare dal vecchio equilibrio del terrore che sembrava aver rappresentato un punto di arrivo della storia dell’umanità, ad un nuovo equilibrio nel quale le antiche e nuove potenze economico-militari da un lato e le nuove potenze del pari economicomilitari dall’altro, stanno appunto cercando faticosamente un equilibrio per l’epoca presente. Si può affrontare il nuovo mondo con la paura per il nuovo o – come, più volte, il primo presidente statunitense della globalizzazione ha affermato – con l’audacia della speranza. Ed è di tutta evidenza che se non si vuol far scadere l’audacia della speranza a mera affermazione di desiderio, occorre anche un’adeguata audacia del pensiero.

«All’onorevole Casini posso confermare - ha affermato Napolitano - che nei miei, anche recenti, incontri con Capi di Stato e di governo e con rappresentanti della comunità internazionale, ho sempre messo in luce l’importanza del larghissimo sostegno dell’opinione pubblica e delle forze politiche all’impegno di militari italiani in missioni di pace all’estero. Questo sostegno, di cui sono state parte integrante le forze fondamentali dell’opposizione - anche in occasione di importanti votazioni in Parlamento - si è tradotto in generale commosso e rispettoso omaggio, da ultimo, ai sei nostri caduti in Afghanistan e in affettuosa, solidale vicinanza alle loro famiglie. È questo un titolo di vanto per l’Italia, che ho sempre prospettato ai miei interlocutori stranieri, in piena sintonia con i responsabili della politica estera del governo partecipanti agli incontri da me tenuti. E si tratta di un dato rilevante e importante, che non può essere scalfito da episodi di becera e indegna contestazione ai quali non può essere attribuito alcun peso e rilievo effettivo».

Plaude alla replica di Napolitano il Pd, che con la presidente dei senatori, Anna Finocchiaro, commenta: «Dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sono venute questa mattina parole di grande saggezza ed equilibrio sul sostegno che’le forze fondamentali dell’opposizione danno alle nostre missioni di pace all’estero». «Si tratta di parole nette e molto significative che non possono essere travisate da nessuno e che dovrebbero far vergognare Berlusconi per le sue esternazioni di ieri. È inutile che qualcuno nel Pdl cerchi ora di mettere una pezza: di fronte alle parole del capo dello Stato il silenzio della maggioranza è la miglior cosa». Non tutte le opposizioni, tuttavia, sembrano aver gradito l’intervento del Colle, per il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, infatti, «sono molto gravi e insultanti le parole del Presidente della Repubblica. Chi si oppone in nome della pace alla guerra in Afghanistan non può essere descritto come organizzatore di becere e indegne contestazioni». «La guerra in Afghanistan - afferma Ferrero - è un errore gravissimo che alimenta l’odio tra i popoli e rafforza i talebani. La partecipazione dell’Italia a quella guerra costituisce una palese violazione della Costituzione italiana. E proprio in nome di questa continueremo a batterci per il ritiro delle truppe, così come chiede la maggioranza degli italiani». Compiacimento e vivi ringraziamenti per la pronta ed autorevole risposta sono invece arrivati da via dei due Macelli, sede nazionale dell’Udc.

«Il larghissimo consenso per le missioni non può essere scalfito da episodi di becera e indegna contestazione» Grande soddisfazione da parte di Udc e Pd

Parole chiarissime. Anche se quel che per correttezza istituzionale Napolitano non poteva dire è che a tentennare, on occasione del tragico attentato di cui sono rimasti vittima i nostri parà a Kabul, è stato il governo: prima con le parole del ministro Umberto Bossi che ha chiesto tout court il «ritiro delle nostre truppe entro Natale», poi che quelle del premier che haparlato di una riduzione del contingente. Altro che opposizioni, dunque!


diario

pagina 6 • 29 settembre 2009

Crisi. L’Istituto di previdenza rende noti i dati dell’ultimo anno: le ore sono aumentate del 222%

Disoccupazione record: +52% Sono più di un milione le richieste di sussidio ricevute dall’Inps di Alessandro D’Amato

ROMA. Record per la cassa in-

consentito una razionalizzazione dei tempi di erogazione delle invalidità civili: grazie al fascicolo elettronico, l’Istituto stima di abbassare i tempi di erogazione da 345 a 120 giorni, accertando così la data di visita per i richiedenti. Il risparmio stimato sarà di circa 100 milioni di euro.

tegrazione e boom per le richieste di disoccupazione. Se il lavoro in Italia al tempo della crisi ha uno specchio, questo risiede nei dati contenuti nella relazione del presidente e commissario straordinario dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, a un anno di attività dell’Istituto sotto la sua guida. Numeri che fanno paura a qualunque operatore economico: in un anno, dal primo settembre 2008 al 31 agosto 2009, le ore autorizzate di Cassa integrazione guadagni hanno superato quota 615,5 milioni (615.554.896) mettendo a segno un aumento complessivo del 222,3%, rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente.

Nel totale, la cassa integrazione ordinaria (cigo) ha registrato un incremento del 409,4% (408.919.363 ore), mentre la cassa integrazione straordinaria è balzata dell’86,7%, a 206.635.533 ore. E sono in forte aumento anche le domande di disoccupazione presentate all’Istituto, cresciute del 53%, sopra quota 1,1 milioni, tra agosto 2008 e luglio 2009. Con la corresponsione di un importo medio annuo di circa 5.292 euro, per alleviare il periodo di disoccupazione (che può variare da sei mesi ad un anno), l’Inps ha liquidato in totale 984.286 domande di disoccupazione (+52,2%). «La sfavorevole congiuntura economica che il Paese ha dovuto affrontare in questi mesi - si legge nella relazione - ha riversato sulle casse e sugli uffici dell’Inps la responsabilità di sostenere i lavoratori in difficoltà. Le ore autorizzate

derivanti dagli incassi per recupero crediti, che hanno segnato un +12,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ma nel 2010 aumenterano gli aventi diritto alle pensioni di anzianità che, secondo il bilancio previsionale dell’Inps, saranno 176mila con un incremento del 49% rispetto ai 118mila che possedevano tali requisiti nel 2009.

Nel 2010 aumenteranno gli aventi diritto alle pensioni di anzianità che, secondo le previsioni, saranno 176mila con un incremento del 49% per i trattamenti di integrazione salariale hanno subito un massiccio incremento».

Il peggio, quindi, perlomeno per l’Inps non è passato; anzi, dovrebbe ancora venire. Anche per i conti dell’istituto, che comunque in un anno ha segnato un +4 miliardi di euro sul fronte entrate/uscite.Tra le maggiori entrate, si contano in particolare 3,192 miliardi

La crescita dipende dalla combinazione delle nuove finestre previste dalla normativa e quelle varate nel 2007. Sono stati pari a oltre 1,5 miliardi di euro i contributi recuperati dalla lotta al lavoro nero nei primi 365 giorni di gestione. L’aumento rispetto all’anno precedente è significativo: 24,53 milioni di euro raccolti in più. La riforma dell’istituto previdenziale ha anche

«Non è il momento della exit strategy»

Trichet: «È ancora crisi» GOTEBORG. «Dire che la crisi è finita è prematuro: non è ancora il momento di mettere in campo strategie di uscita»: lo ha ribadito il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, che comunque ha aggiunto: «La Bce ha un’exit strategy ed è pronta ad entrare in azione al momento giusto». Trichet ha spiegato la posizione della Banca centrale europea con un intervento sulla newsletter dello Eurofi Financial Forum che quest’anno si svolgerà a Goteborg da oggi a giovedì prossimo. «Nel caso della Bce – ha spiegato Trichet nel suo intervento sulla newsletter di Eurofi - l’uscita si riferisce in particolare al ritiro delle misure eccezionali messe in campo per contenere le minacce alla stabilità del sistema finanziario della zona euro e per sostenere il flusso di credito alle imprese e alle famiglie, oltre e al di so-

pra di quello che si sarebbe potuto ottenere solo attraverso una politica di riduzione dei tassi di interesse». Le misure ricorda il presidente della Bce che sono state chiamate «sostegno rafforzato al credito». Quattro i caposaldi della strategia di uscita della Bce: «Innanzitutto sarà legata strettamente alla strategia di politica monetaria». Secondo, la strategia della Bce «beneficerà del carattere lungimirante delle misure prese, e del fatto che parecchie di queste misure si ritireranno naturalmente».Terzo «l’uscita sarà sostenuta dalla nostra capacità d’azione tecnica ed istituzionale. Infine – ha detto ancora Trichet «un’attuazione tempestiva» delle contromisure da prendere è garantita dalla «reputazione» della Bce, «in grado di prendere decisioni rapide e concrete quando serve».

«Il problema della disoccupazione è serio, anche la Confindustria stima che ci sarà un peggioramento nei prossimi mesi e che si possa arrivare al 9,5% nel 2010», ha detto la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia commentando i dati Inps. «Servono ammortizzatori sociali, formazione per il reinserimento dei lavoratori e supporto alle imprese», ha aggiunto la leader degli industriali. «Ci aspettavamo dati negativi, ma comunque sono migliori rispetto a quelli di altri Paesi», ha sottolineato poi. Riguardo alle misure di stimolo, la numero uno di Confindustria ha detto: «Tratteremo con il governo nei prossimi mesi. Secondo tutti gli istituti internazionali il peggio probabilmente è alle spalle, ma siamo sempre in un’area di non grande visibilità, stiamo uscendo un pò dal tunnel di recessione». Ma, ha ricordato la Marcegaglia «la crisi non è finita, avremo davanti alcuni mesi difficili e per tornare ai livelli di produzione pre-crisi ci vorrà molto tempo. Quindi non dobbiamo abbassare la guardia». E, a proposito di statistiche, c’è da registrare l’intervento del presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, a proposito delle rilevazioni sulle forze lavoro che saranno affidate all’Ipsos di Nando Pagnoncelli e delle proteste dei 317 precari che hanno compiuto il lavoro finora. «A livello economico l’Istat non ci rimette. L’investimento sulla rete di rilevazione fatto nel passato è stato importante. Per questo nel capitolato che è stato alla base dell’aggiudicazione della gara, indicava che la società aggiudicatrice è tenuta a dare la priorità ai rilevatori che prima lavoravano per l’Istat. Il costo della rilevazione totale, che è un complesso di attività, non costa di più. Inoltre così facendo recuperiamo risorse da dedicare ad altri aspetti».


diario

29 settembre 2009 • pagina 7

Dietro-front del primo cittadino dopo la manifestazione di piazza

Un ricordo personale di un militante politico, un collega. E un amico

Como, il sindaco si arrende: «Niente muro sul lungolago»

Matteo Bonetti: come si può morire a 24 anni

MILANO. «Il muro, che era pre-

ROMA. «L’Uomo è un essere animato da una speranza, da un bagliore di eternità. Un raggio d’immortalità lo ha penetrato. Questo distingue anche il suo modo d’amare da ogni altra specie d’amore». Questa citazione, di Ernst Jünger, era quella che Matteo Bonetti aveva scelto da inserire sulla sua pagina personale di Facebook. Ne condivideva la delicatezza del messaggio, e voleva che chiunque ne fosse sfiorato. E, giusto o no, chi lo ha conosciuto sa anche che quel raggio lui se lo era messo addosso perché era convinto di poter“prestarlo”agli altri. Matteo aveva compiuto 24 anni da 4 mesi e un pugno di giorni, quando lo scorso 25 settembre se n’è andato lungo una via di Zara. Come trafitto da un dardo scoc-

visto dal progetto, non ci sarà più; verrà abbattuto e sarà interamente sostituito da paratie mobili». Lo ha dichiarato ieri il sindaco di Como Stefano Bruni, sotto assedio nelle ultime ore, insieme all’assessore alle Grandi opere, Fulvio Caradonna, sul caso del muro costruito sul lungolago. «Nei prossimi giorni - ha detto il primo cittadino - saremo in grado di fornire i dettagli tecnici, ma il muro verrà abbattuto. Dovrà essere sostenuto un certo costo, tuttavia la Regione è con noi. Ho parlato con Roberto Formigoni e il presidente sostiene questa ipotesi; è questa la priorità». Sembrerebbe così chiudersi la diatriba che ha visto l’intera città sollevarsi contro il primo cittadino del capoluogo lariano per difendere il lungolago, dove da due anni è in costruzione un sistema di paratie mobili antiesondazione. Il muro, che domenica ha visto scendere in piazza esponenti politici e comaschi senza bandiera, doveva essere alto 25 centimetri e degradare poi nell’acqua.

La barriera di cemento che ha rischiato di mandare a casa la giunta di centrodestra era una variante al progetto originale, compiuta in corso d’opera e priva di apparenti giustificazio-

ni. Il sindaco Bruni (Pdl) ha visto prima montare l’ira dei comaschi con centinaia di email inviate ai giornali locali, poi la manifestazione di piazza per chiederne l’abbattimento e infine l’affondo della Lega nord e di qualche esponente della maggioranza, schierati ufficialmente contro il progetto. Di fronte alla sollevazione popolare, Bruni si è dovuto arrendere. Il sistema anti-esondazione, del costo di 15 milioni di euro, è finanziato dalla Legge Valtellina perché rientra tra le opere giudicate necessarie dopo l’alluvione del 1987. Il pm Simone Pizzotti nei giorni scorsi aveva aperto un fascicolo contro ignoti per accertare eventuali violazioni alle norme edilizie.

Quando il calcio fa il tifo per la mafia Agrigento: una partita minore dedicata a un boss di Marco Palombi

ROMA. Il cortocircuito tra mafia e calcio non è nuovo alle cronache. Nel dicembre 2002, per non citare che il caso più clamoroso, nella curva dei tifosi palermitani apparve lo striscione «Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia». Mente dell’happening, scrissero gli investigatori in un rapporto, furono i boss di Brancaccio, braccio i tifosi rosanero. D’altronde anche i guai giudiziari di Marcello Dell’Utri - condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa e a breve in attesa della sentenza d’appello – iniziarono su un campo di calcio: fu quando l’attuale senatore era direttore sportivo dell’Athletic Club Bacigalupo, anni 60, che divenne amico degli uomini d’onore Vittorio Mangano, poi famoso come “lo stalliere di Arcore”, e Tanino Cinà. Domenica, si parva licet componere magnis, Gioacchino Sferrazza - presidente dell’Akragas, squadra agrigentina che gioca nel campionato Eccellenza - ha voluto dedicare la vittoria dei suoi giocatori «all’amico fraterno Nicola Ribisi», 29enne rampollo di una famiglia di buona caratura mafiosa, pochi giorni fa arrestato dalla Dda di Palermo per aver tentato di ricostituire la cosca di Palma di Montechiaro con la benedizione di Bernardo Provenzano. Ciliegina sulla torta: davanti alle proteste dei cronisti sulla mafiosità dell’omaggiato, il 45enne Sferrazza - che di suo è proprietario di una catena di negozi - ha imposto il silenzio stampa a tutta la squadra. Adesso è nei guai: figuraccia nazionale e l’opposizione agrigentina che chiede al Comune di ritirare qualunque forma di sponsorizzazione alla squadra finché lui ne resterà alla guida.

per incastrarlo. La mafia, ha spiegato invece ieri il presidente della Camera, potente e pervasiva com’è, costituisce «un pericolo per la democrazia e per la stessa convivenza civile nel Paese», per questo «chi rappresenta il popolo deve essere come la moglie di Cesare, aldilà di qualunque sospetto» (parole importanti, ha chiosato Paolo Cirino Pomicino, anche se «ormai bisognerebbe estendere il discorso anche alle amanti di Cesare. E a quelli della moglie di Cesare»). Quasi due milioni di italiani, ha insistito Fini, «direttamente o indirittamente vivono e traggono profitto grazie alle attività mafiose», persone che «oggi come in passato possono diventare anche un bacino elettorale»: «Rispetto a qualche anno fa c’è maggior consapevolezza e si è voltato pagina, ma la politica deve continuare a dare il buon esempio» visto che «se in passato era vero che “pecunia non olet”, purtroppo anche “il voto non puzzava”».

Dallo stesso palco anche Confindustria ha fatto sentire la sua voce: «Il giro d’affari delle mafie in senso stretto – ha detto Emma Marcegaglia – equivale a 175 miliardi di euro e raggiunge i 400 miliardi se si considera l’attività sommersa e illegale in genere». In un momento di crisi come questo, poi, «la capacità mafiosa di comprare imprese e di corrompere diventa ancora più forte»: «Se si continua così la parte illegale dell’economia si amplierà sempre di più a scapito di quella legale», ha concluso la presidente degli industriali invocando «un patto nazionale tra le forze politiche per scardinare un meccanismo drammatico che è il cancro del Paese». Al di là delle petizioni di principio, il governo ha l’occasione di fare un primo passo – per quanto tardivo - già nel Consiglio dei ministri di questa settimana: l’esecutivo infatti, ha annunciato Roberto Maroni, prenderà una «decisione definitiva» sullo scioglimento del Comune di Fondi per infiltrazione mafiosa. Scioglimento chiesto dal prefetto di Latina oltre un anno fa e dallo stesso ministro dell’Interno a febbraio.

Fini lancia l’allarme: «Chi rappresenta il popolo deve essere come la moglie di Cesare, al di là di qualunque sospetto

Fortunatamente, però, ieri di Cosa Nostra si è parlato anche in altri termini. Presentando il libro di Elio Veltri e Antonio Laudati Mafia pulita, Gianfranco Fini è tornato sugli stessi concetti che gli erano costati l’ira di parecchi colleghi di partito a Gubbio: ai più le sue parole sembrarono infatti un attacco al premier, che aveva appena parlato di Procure che riaprivano il vecchio capitolo delle stragi solo

cato con una precisione straordinaria, all’improvviso ha chiuso gli occhi nell’istante in cui il suo cuore cessava di battere.

Era finalmente in vacanza in Croazia con la fidanzata. Era allegro, era sereno dopo un difficile agosto, trascorso in un ospedale romano per via di alcune complicazioni legate a una serie di interventi chirurgici, e un altrettanto faticoso mese di settembre, tutto fatto di sudore e olio di gomito per l’organizzazione di Atreju. Perché Matteo Bonetti non solo era tra i più giovani consiglieri municipali di Roma, era soprattutto un ragazzo cresciuto a pane e militanza nelle file di Azione giovani, responsabile a Parioli di una comunità politica che ha contribuito a formare e a far crescere. Era anche un giornalista, così attratto com’era dalle notizie, foss’anche quelle più strampalate. Senza di lui, metter su progetti editoriali come le agenzie di stampa AsgMedia e Inedita non sarebbe stato possibile. Infine, personalmente, Matteo Bonetti era un amico di una generosità straordinaria, che non può certo essere descritta in uno spazio piccolo piccolo. E all’amico Matteo, quello di tutti giorni e quello del “poi ci sentiamo”, vada il mio lieve ma costante sostegno per il suo nuovo, impegnativo (an.giu.) viaggio.


politica

pagina 8 • 29 settembre 2009

Lezioni. Per la prima volta nella i socialdemocratici franano al 23%: e Franceschini è tentato di ”usare” quella sconfitta

Il fantasma del socialismo Il tracollo della Spd si riflette anche sulle difficoltà del Pd in Italia. Un invito a parlare di riformismo senza inseguire l’estrema sinistra di Antonio Funiciello no spettro si aggira per l’Europa: è lo spettro del socialismo. Marx non c’entra niente; lo spettro del socialismo continentale si aggira per l’Europa nel senso che, essendo morto e sepolto, ormai non ne rimane che il girovagante fantasma. Chi si sorprende oggi della debacle senza precedenti nel dopoguerra dell’Spd (23%), negli ultimi vent’anni ha tenuto chiusi gli occhi. Dopo la caduta del muro di Berlino il movimento socialista è entrato ”gradualmente” (dunque, secondo la sua migliore tradizione) in una crisi strutturale. La sua malattia ha avuto inizio avendo esso raggiunto, con le grandi riforme sociali degli anni Sessanta e Settanta, gli ultimi suoi obiettivi fondativi (quelli di fine Ottocento) e rifondativi (quelli di Bad Godesberg) e venuta meno la sua opposizione di sinistra comunista, fondamentale per la definizione dell’identità socialista. La disfatta dell’Spd è l’ennesima manifestazione, dopo le tre imbarazzanti sconfitte del socialismo francese alle presidenziali e il naufragio nelle fredde acque del Baltico del socialismo scandinavo, del tramonto di un’idea.

U

Nella prima metà degli anni Novanta, uomini come Blair e Schröder, cresciuti e formati nel socialismo, avevano intuito quanto grave fosse l’impasse del loro movimento. Con la Neue Mitte e il New Labour avevano tentato di riformare dall’interno i loro partiti, avvertendo che la crisi era già in corso e solo un bagno di cultura politica liberale poteva salvare l’ispirazione socialista. Non a caso entrambi prefissero l’aggettivo ”nuovo”alla loro iniziativa di rinnovamento: si trattava di comunicare all’esterno, nei contenuti e nelle forme, il senso di una radicale rottura di continuità col passato. L’Spd e il Labour s’incaricavo certo di correggere le storture dei processi di modernizzazione promossi dalla destra negli anni Ottanta, ma a partire da una valutazione positiva di quei processi e dalla volontà di proseguire a battere i loro sentieri. Purtroppo il cambiamento interno era stato limitato da mille resistenze corporative e allorché il prestigio personale dei due leader era stato variamente compromesso, nonostante i loro straordinari successi, il ”vecchio” aveva ripreso il sopravvento sul ”nuovo”.

In Italia la situazione del Pd è paradossale. Il centrosinistra italiano non ha conosciuto, per colpa della mancata evoluzione socialdemocratica del Pci, una stagione di governo socialista. Eppure, avendo dato vita al Pd, il centrosinistra italiano si ritrova paradossalmente avanti ai partiti ”cugini” d’Europa. È come se in una gara automobilistica il centrosinistra fosse stato nei decenni scorsi doppiato dai partiti socialdemocratici europei per trovarsi oggi, con la crisi del movimento socialista, avanti a loro nella gara della modernizzazione del progressismo mondiale. Nondimeno, tra i candidati in lizza per la segreteria democratica, quello favorito (Bersani) è colui che dichiaratamente vuole ancorare il Pd alla tradizione socialista (col continuo artifizio retorico di tirarci dentro anche il cattolicesimo democratico: altro fantasma). Si tratterebbe così di pretendere che il Pd si fermi e attenda i ”cugini”ora in ritardo, in una concezione ciclica della storia delle vicende umane che nega quello sguardo costantemente rivolto al futuro che è da

Nella prima metà degli anni Novanta, Blair e Schröder avevano intuito quanto grave fosse l’impasse del loro movimento. Che avevano tentato di riformare con il New Labour e la Neue Mitte sempre l’unica direzione dei riformisti in tutto il mondo.

Il tracollo dell’Spd precipita sul congresso del Pd come un meteorite. Sono già molte le pressioni su Franceschini per non limitarsi alle gite sul Monviso e alle prossime manifestazioni romane, ed abbracciare l’esito elettorale tedesco facendone la vera ragion d’essere della sua candidatura in opposizione a Bersani. L’assist delle elezioni tedesche parrebbe, in effetti, troppo ghiotto per essere ignorato. Il ”nuovismo” predicato dai dirigenti della mozione Franceschini è parso difatti, almeno finora, tradizionale nello stile e dimesso nelle argomentazioni di cui si è nutrito. La batosta dell’Spd prova ancora - ammesso ce ne fosse bisogno - quanto debole sia e senza respiro quel richiamo alle origini perdute propagandato nei congressi di circolo dai pre-

sentatori della mozione Bersani. La crisi del socialismo dà il destro per collegare il Pd alle grandi esperienze politiche democratiche vincenti nel mondo: l’America, l’India, il Giappone.Tre paesi che da soli fanno più di tre volte gli abitanti dell’Europa unita. Unione europea nel cui Parlamento il gruppo socialista, pur riformato, sarebbe ridimensionato fortemente se non vi aderissero quegli ex partiti comunisti dell’Est dei nuovi paesi membri, rinominati partiti socialisti senza nessuna abiura dell’odiosa stagione della cortina di ferro.

Naturalmente alcuni dei supporter di Bersani faranno nei prossimi giorni largo uso della tesi redistributiva per spiegare l’emorragia di voti persi dall’Spd a vantaggio della Linke. È un’interpretazione fuorviante, dacché è noto che le fortune della Linke si spiegano con le difficoltà del

processo unitario e la discendenza comunista della Linke nella porzione ”orientale” della Germania. Le formazioni di estrema sinistra, per lo più anti-governative, che si agitano a sinistra dei partiti socialisti europei, rappresentano per questi stessi tutto, fuorché una via d’uscita. L’idea di creare tanti piccoli ”fronti popolari” nazionali contro le continue vittorie dei conservatori fa ridere i polli. La sinistra di governo, che si chiama ”centrosinistra”, ha bisogno di un’opposizione a sinistra per qualificare il suo profilo e la sua azione, almeno quanto ne avevano bisogno i grandi partiti socialisti al governo in Europa nella seconda metà del Novecento. Questa regola vale oggi anche per l’Italia, così come valeva ieri quanto il Psi era al governo alleato con la Dc avendo una forte e, talora, cieca opposizione a sinistra nel Pci. Le elezioni in Germania offrono al congresso del Pd la possibilità di uscire dalle bagattelle tra iscritti ed elettori e di cominciare a parlare di politica. Un’evoluzione del dibattito interno utile non solo ai democratici, ma anche (e finalmente) al paese.


politica

29 settembre 2009 • pagina 9

Le elezioni tedesche dimostrano che non serve il premio di maggioranza per garantire stabilità ad un grande Paese

E Angela Merkel diventò di destra Il Pdl cerca di cavalcare il successo della Cdu con un equivoco di Rocco Buttiglione segue dalla prima Leggo ad esempio che Maurizio Gasparri parla della vittoria della Merkel come la fine del neo-centrismo. Affermazione difficile da comprendere. Provate a dire a Cdu-Csu che sono un partito di destra. O che comunque sono costretti a restare ingabbiati in un sistema bloccato. Il punto è che la Cdu-Csu in Germania non solo è il centro, ma è anche il baricentro. Non si fa cioè costringere da chi la vuole «o di qua o di là», ma è essa stessa il punto di riferimento, la realtà che detta le regole politiche.Vero che in Germania continua l’affermazione dei moderati, ma i moderati in Germania come altrove sono il centro. Alleato con chi è disposto a condividere il programma. Senza camicie di forza costruite a priori sul ricatto di un bipolarismo immaginario. Perché in Europa il mitico bipolarismo di cui si straparla in Italia in realtà praticamente non esiste. Non si può certo parlare di bipolarismo in Germania, dove il proporzionalismo è sentito come un valore talmente profondo che non solo informa il sistema elettorale, ma addirittura è alla base di un richiesta della Corte Costituzionale di modificare la legge elettorale per rafforzare la rappresentanza proporzionale. Un sistema ad almeno 5 partiti con coalizioni variabili, ben lontano da ogni bipartitismo come per l’Italia volevano Pd e Pdl.

rismo molto lontano da quello malato che c’è in Italia. In Europa una maggioranza moderata che può essere organizzata e guidata in modi diversi. La si può guidare al modo di Mussolini inquadrandola in un regime fascista, la si può guidare irretendola con approcci populisti e leaderistici, oppure la si può guidare come fece De Gasperi e come fa la Cdu in Germania, cioè dal centro, con responsabilità e lungimiranza. La vittoria della Merkel è soprattutto una vittoria di questa scelta, non certo il cedimento a una politica guidata da faziosità, estremismi, apriorismi e populismi. Oggi in Europa la

dere di egemonizzare sintesi culturali fallimentari come quelle che ad esempio vedono i credenti in posizione subalterna e circoscritta.

Ma il tema che mi sta più a cuore non riguarda la celebrazione della vittoria dei miei amici della Cdu-Csu, quanto il campanello di allarme che sta suonando anche per loro. Non si può ignorare il fatto che in termini di voti anche i democratici-cristiani hanno pagato un pegno. È vero che per diversi motivi la Cdu non ha voluto una campagna elettorale troppo incisiva. Ma resta il fatto che diversi

abbiamo vinto ma si sono manifestati i sintomi di un pericolo in vista: il populismo di destra.

Le ricerche commissionate dal Ppe spiegano in un solo modo tale rischio: i partiti popolari non difendono a sufficienza e in modo adeguato i valori che sono al loro stesso fondamento. In sintesi, tra democristiani e conservatori d’Europa c’è troppo pragmatismo e troppo poca identità cristiana. Gli elettori pretendono che si difenda prima di tutto la famiglia e la vita, nonché gli altri valori dell’educazione, della morale, della tradizione, dell’identità culturale nazionale ed europea, dell’economia sociale di mercato. Senza troppe concessioni alle mode. Ogni volta che vedono che non c’è convinzione nell’affrontare questi temi, gli elettori si intiepidiscono, si rifugiano nell’astensione, e troppe volte finiscono per essere potenziale preda di partiti populisti di destra che sbandierano in modo strumentale e demagogico questi temi, senza difenderli davvero, senza proporre soluzioni giuste e lungimiranti, ma solo alimentando le paure e evidenziando le carenze. I partiti democratici-cristiani devono invece saper rispondere loro a queste istanze ed essere convincenti nel ritrovare le proprie radici e le proprie ispirazioni, pena un costante indebolimento. In Germania una destra populista non si è ancora affermata (ma altrove certamente sì), ma persino lì ci sono segnali preoccupanti. D’altro canto siamo ottimisti: dopo le prime resistenze il Ppe ha accolto nel suo programma le mie istanze in questa direzione, e la Merkel prima del voto ha rilasciato una splendida intervista (pubblicata da Liberal) in cui ha spiegato perché nella sigla Cdu è la C di “cristiani”ad essere fondamentale.

Il partito del Cancelliere non si fa costringere da chi lo vuole «o di qua o di là», ma è esso stesso il punto di riferimento, la realtà che detta le regole. E sceglie gli alleati tra quanti sono disposti a condividerne il programma

La Cdu quindi è come il Ppe in Europa, un perno del sistema, un perno centrista e centrale fondato dai democristiani. La forza del Ppe e della Cdu-Csu è tale da far parlare impropriamente di bipolarismo. Ma è un “bipolarismo” come quello che c’era in Italia ai tempi della Dc. Se il bipolarismo è quello tedesco, quello europeo, piace anche a noi. Ma è un bipola-

Cdu della Merkel è un esempio di moderazione, di capacità di dialogo con tutta la società, di rispetto delle altre forze politiche e soprattutto delle istituzioni.

Un rapido accenno al collasso socialdemocratico. È l’ennesima sconfitta di una sinistra che non ha più un’identità, che naviga a vista tra un passato scomodo e un futuro incerto, concentrata sulle rivendicazioni laiciste di certa borghesia piuttosto che sui problemi del lavoro e degli operai. La sinistra ha perso già le elezioni europee, e ha visto eleggere il presidente della Commissione Ue Barroso senza i propri voti. Senza contare le innumerevoli sconfitte nazionali. È evidente che in Germania, ma penso anche all’Italia, la sinistra deve fare un esame di coscienza sulle sue ripetute sconfitte e sul rischio di essere cannibalizzata dalla sinistra estrema, e deve ritrovare un’identità che non può cedere la guida al populismo ma non può neanche preten-

elettori non hanno rinnovato il loro consenso al partito della Merkel. Certo, c’è un attrito inevitabile che viene dall’aver governato, e peraltro in una grande coalizione. C’è poi un sistema di voto che se ha premiato la Cdu in termini di seggi l’ha probabilmente penalizzata in termini di percentuale. Ma resta il fatto che l’affluenza è stata molto bassa, i partiti minori sono cresciuti, la Cdu-Csu, pur vincendo, è calata ai minimi. Questo mostra prima di tutto una grande disaffezione nei confronti della politica (problema quindi non solo italiano). In secondo luogo un rifugiarsi dell’elettorato in partiti che non sono solo minori, ma anche più identitari e in alcuni casi soprattutto partiti di denuncia più che di soluzione (e anche qui il parallelo con l’Italia sembra evidente). Più nello specifico c’è un allontanamento dalla Cdu: questo è un problema che si è già evidenziato diffusamente nella campagna elettorale del Ppe. Anche in quel caso


panorama

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Polemiche. La campagna per non pagare il canone ha un unico obiettivo: chiudere “Annozero”

Solo la privatizzazione salverà la Rai di Gabriella Mecucci untuale come l’influenza autunnale è arrivato il caso Santoro. Ne scoppia uno a l’anno, fatti salvi i periodi in cui il giornalista-agitatore decide di darsi direttamente alla politica. I suoi eccessi sono leggendari: lezioni non di faziosità – questo accade anche ad altri, forse a tutti o quasi – ma di vere e proprie guerre lanciate contro qualcuno. A cui seguono, nuovi scontri, nuovi affondi, nuovi e vecchi insulti. Il Giornale e Libero stanno invitando a non pagare il canone Rai. Visto il servizio totalmente di parte di Santoro – questa la tesi – perché mai un cittadino dovrebbe pure dargli il proprio danaro. Queste campagne un tempo le faceva anche la sinistra, adesso ha cominciato la destra: da qualsiasi parte provengono

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IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

sono atteggiamenti discutibili. Invitare ad evadere, anche se per protesta, è una forma di lotta da non usare, o da tirare in ballo solo in casi estremi. E anche se Santoro di “estremo” ha tutto, la stessa cosa non può essere detta per la Rai intera che contiene trasmissioni assai meno unilaterali: da Floris a Fazio. E poi c’è pur sempre Vespa.

In realtà la campagna del duo Feltri-Belpietro vuole con tutta probabilità ottenere altro:

quotidiano; dall’altro, un potere mediatico che – davanti a queste situazioni – non conosce alcuna forma di governo efficace se non la chiusura che resta sempre e comunque un gesto odioso. Questa volta poi si tratterebbe di un annientamento legato a una campagna probabilmente voluta (o approvata) dal capo del governo. Non sarebbe un vero e proprio “editto bulgaro”, ma quasi. In realtà il problema della Rai non si risolve così. La soluzione passa at-

La politica non vuole risolvere la crisi del servizio pubblico: tutti - sia pure per ragioni diverse - sono convinti con una tv così sia «meno pericolosa» fornire il cavillo legale ai suoi dirigenti per chiudere Annozero. Santoro e compagnia – se davvero a causa loro una parte consistente di telespettatori non pagasse più il canone – potrebbero essere indicati come un gruppo che provoca gravi danni alla Rai. E ci troveremmo così in una situazione di nuovo molto brutta: da una parte un giornalista che anziché fare il suo mestiere fa il capo popolo e aiuta gli amici a fondare un

traverso la privatizzazione, almeno della rete principale, e probabilmente non solo. Il servizio pubblico dovrebbe eesere rappresentato da un solo canale. Probabilmente così si può battere il fenomeno Santoro e i suoi eventuali imitatori. Ma questo è proprio ciò che le forze politiche non vogliono. Non lo vuole Berlusconi che sta comodissimo in questa posizione: ha in mano una parte consistente dell’informazione non-

ché dello spettacolo e, al tempo stesso, si può persino lamentare di essere maltrattato. Non la vogliono le sinistre di qualsiasi risma che hanno governato a lungo e non hanno mosso foglia per risolvere l’annoso problema Rai. Solo l’Udc ha proposto di mettere sul mercato il primo canale. Idea sulla quale si sono dichiarati d’accordo alcuni intellettuali, pochi giornalisti e un po’ di imprenditori. Ma dagli altri, silenzio di tomba, eppure c’è stato addirittura un referendum popolare il cui risultato indicava la via della privatizzazione.

Dal lato Di Pietro arrivano improperi e urla contro Minzolini, previo poi cantare le lodi di Santoro. Insomma, solo faziosità senza nessuna volontà di mettere mano seriamente al problema. Ormai sono anni che la Rai è una sorta di metafora del paese. La febbre di viale Mazzini cresce: la malattia è molto seria, ma alcuni fra i medici che la vogliono curare (Belpietro e Feltri) propongono medicine pericolose. Gli altri – fatte salve poche eccezioni – preferiscono la Rai come specchio delle malattie nazionali.

Una nuova aggressione contro una donna straniera nella periferia di Roma

Storie di razzismo e di cattive ragazze n un luogo chiuso il fumo dà fastidio. Ma si può più o meno tollerare. Sì, la legge proibisce il fumo nei locali pubblici, ma se qualcuno fuma non sarà la fine del mondo. Si può sempre uscire o spostarsi. In un autobus, invece, è difficile scendere o spostarsi: l’abitacolo è quello che è e il tragitto lo devi pur fare per giungere a destinazione. Sarà stato per questo motivo che ieri mattina una donna nigeriana, con una bimba di 8 anni, ha chiesto a due ragazzine che fumavano in autobus di spegnere le sigarette? Tutto molto normale, no? Ma non per le due ragazzine, due quindicenni di cui una ucraina, che infastidite dalla richiesta della donna africana l’hanno insultata e aggredita: «Tornate a casa brutta negra, stai zitta». È accaduto a Tor Bella Monaca, quartiere periferico di Roma, sulla linea 59 intorno alle 7.40 e a raccontare la vicenda è un’amica della donna che è stata testimone del fatto. Un fatto “minore”, certo; tuttavia, l’aggressività delle ragazzine e la loro cattiva educazione sono disarmanti.

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«Stavamo sull’autobus per portare a scuola i nostri bambini che frequentano il nostro istituto - ha detto la testi-

mone, Maria Edima Venancio Rocha, di origine spagnola -, la mia amica ha visto queste due quindicenni che avevano acceso una sigaretta all’interno della vettura e ha chiesto loro di spegnerla perché dava fastidio alla sua bambina. Per tutta risposta, le due hanno cominciato a insultarla con frasi come “Brutta stai negra, zitta, tornatene al Paese tuo”». Ma la cosa non finisce qua. Scese alla fermata in via Pier Ferdinando Quaglia, è cominciata una agitata lite. Secondo il racconto della 14enne italiana, la nigeriana avrebbe cominciato a strattonarla, quindi lei per difendersi le avrebbe dato uno schiaffo. In quel momento sono arrivati agenti della polizia che passavano di là e hanno separato le due. La ragazzina ha ammesso di aver fumato una si-

garetta, «ma l’ho spenta subito». La donna nigeriana, incensurata e con permesso di soggiorno in fase di rinnovo, ha raccontato di essere stata aggredita con insulti razzisti tra cui “negra”. A quel punto gli agenti hanno invitato la donna in questura per sporgere denuncia, ma lei ha rifiutato. Le ragazzine sono state quindi spedite a scuola. Vuoi vedere che imparano un po’ di educazione? Poco dopo, invece la nigeriana, accompagnata dalla spagnola Venancio Rocha, si è presentata al Commissariato Casilino. È rimasta parte della mattinata ma poi ha deciso di non sporgere denuncia. E non sarebbe stata multata, come invece ha raccontato l’amica spagnola. Eppure, la sostanza non muta: due minorenni che stanno andando a scuola fumano in

autobus e quando una donna con una bimba di 8 anni chiede loro di spegnere le sigarette scatta la rispostaccia e l’insulto: «Stai zitta, negra». Mettiamo da parte lo stupido disprezzo razzista. Guardiamo la cosa in sé: a due minorenni ha dato fastidio essere riprese sul fumo. Loro, infatti, ritenevano semplicemente un loro diritto fare ciò che volevano e se in quel momento volevano fumare, ebbene, dovevano fumare anche se sugli autobus non si fuma e anche se davano palesemente fastidio a una bambina.

Siamo soliti pensare che l’aggressività e la violenza siano solo esperienze dei ragazzi. Siamo soliti credere che la ragazzine siano dolci e docili e nonostante fatti crudi di cronaca ci mettano sempre più spesso davanti una verità diversa, quando constatiamo il contrario della dolcezza non ci vogliamo credere. Le ragazzine volevano i pantaloni e li hanno ottenuti, anche se li indossano che è uno schifo. Tutto ciò che vogliono se lo prendono, ragazzini compresi che, storditi, non sanno come fare per arginare l’intraprendenza delle coetanee. Le ragazzine sono cattive, ma noi non ce ne siamo accorti.


panorama

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Radicalismi. I circoli di estrema destra spuntano in tutta Italia: è un surrogato del movimentismo che latita tra i berlusconiani

Se il vuoto del Pdl è occupato da Casa Pound di Errico Novi

ROMA. Tra i molti primati esposti in bacheca dal centro sociale di estrema destra Casa Pound (dalla conferenza dell’ex br Valerio Morucci alla recente visita di Marcello Dell’Utri con i suoi diari di Mussolini) c’è ora la promessa dell’assessore al Patrimonio del Comune di Napoli: l’amministratore di una città culturalmente egemonizzata dalla sinistra da almeno sedici anni sta verificando «la possibilità di sottoscrivere una convenzione per concedere spazi pubblici» ai rappresentanti napoletani dell’associazione. Che ormai è diventata un movimento politico a tutti gli effetti, ramificato in quasi tutte le regioni italiane. Con la predicazione di un radicalismo di destra che si potrebbe definire “eclettico”, l’animatore del circuito, l’ex Fiamma tricolore Gianluca Iannone, è riuscito dunque non solo a conquistarsi qualche spazio sulla stampa nazionale, ma persino una benevolenza a denti stretti presso alcuni ambienti di sinistra. Quando all’alba del 4 ottobre scorso la sede bolognese di Casa Pound è andata in fiamme per un attentato, persino l’assessore alla Sicurezza del capoluogo emiliano ed ex“toga rossa”Libero Mancu-

L’associazione nata a Roma trova sponde a sinistra: Placido promette proiezioni private, il Comune di Napoli offre la convenzione per un centro sociale so si è sentito in dovere di esprimere una durissima condanna contro «gruppuscoli farneticanti, anzi eversivi e delinquenziali» che si nasconderebbero dietro l’attacco.

Nulla più del solito esotismo radical chic, si dirà. Può darsi, ma intanto non può passare inos-

servata una rete di estrema destra così pubblicamente sdoganata che persino Michele Placido, regista del film sul ’68 Il grande sogno, si vanta alla Mostra di Venezia di avere «il cellulare pieno di sms dei circoli Casa Pound che mi chiedono proiezioni». Non passa inosservata soprattutto al confronto con l’i-

nane presenza della Giovane Italia, movimento juniores del Pdl: difficile aspettarsi che la versione primavera di un partito senza dibattito interno e dalla gestione scarsamente democratica possa animare il dibattito pubblico. Difficile che il Pdl dei giovani possa suscitare partecipazione finché il Pdl adulto sarà poco più di un grande comitato elettorale. E allora è davvero possibile che una realtà anche marginale, piccola ma iperattiva come Casa Pound possa fare opinione. D’altra parte un esempio di radicalismo di destra capace di influenzare l’opinione pubblica c’è già ed è quello della Lega. Non ci vuole poi molto perché in diverse aree del Paese si diffonda nell’elettorato di destra un sentire comune altrettanto influenzato dalla xenofobia, dal segregazionismo, dall’omofobia, da rivendicazioni come quella del “mutuo sociale”.

Non si può dire che si tratta di un fenomeno solo romano o addirittura limitato solo ad alcuni quartieri di Roma. Eccentricità partenopee a parte, il movimento di Iannone si segnala dappertutto: in Umbria per aver promosso una legge regionale – at-

Credito. Il no ai ”Tremonti bond” non garantisce l’autonomia degli Istituti dal Palazzo

Profumo nella gabbia della politica di Alessandro D’Amato l dado è tratto. Oggi i consigli di sorveglianza e gestione di Intesa San Paolo e il consiglio di amministrazione di Unicredit si riuniranno per dire no, con tutta probabilità, ai Tremonti bond. Ovvero a quegli strumenti ibridi che avrebbero consentito di rinforzare alle due banche il proprio patrimonio per far fronte al credit crunch e continuare a fornire credito alle imprese. Nonostante ieri Giovanni Bazoli abbia detto che nulla è ancora deciso, a Piazza Cordusio a Ca’ de’ Sass non hanno intenzione di pagare i sostanziosi interessi che richiede il Tesoro, e nemmeno di ritrovarsi il ministro come “azionista”.

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istituti. Per raccogliere capitale, Intesa punterebbe ad emettere uno strumento ibrido, una sorta di Tremonti Bond collocato presso investitori istituzionali. Unicredit starebbe pianificando un aumento di capitale vero e proprio, ma sinora il principale scoglio era la resistenza delle fondazioni bancarie che, congiuntamente, controllano la banca. Queste, per legge, dovrebbero ri-

Unicredit, così come Intesa, dice no al prestito del governo, ma non potrà fare a meno di finire sotto la tutela delle Fondazioni. Quindi dei partiti

Una scelta legittima, trattandosi di aziende private. E nemmeno troppo inaspettata, viste le molte titubanze emerse nei mesi precedenti a proposito della raccolta di capitale tramite l’obbligazione governativa, soprattutto in un momento storico nel quale il costo del denaroè il più basso di sempre e, volendo, la Banca Centrale Europea è pronta anche ad accettare carta non di eccellente livello per finanziare gli

durre gradualmente la propria quota, in modo da potersi concentrare sulla propria missione di supporto del territorio e delle opere a valenza sociale. In pratica, il processo è sempre stato molto lento e le partecipazioni bancarie sono state un utile fonte di cassa e di potere politico. Durante la crisi, Profumo ha però azzerato i dividendi pagati da Unicredit, esacerbando i malumori fra i propri azionisti-rentiers ed un aumento di capitale, privo del supporto degli azionisti più rilevanti, verrebbe accolto con notevole scetticismo. Uno spiraglio si sarebbe aperto: alcune fondazioni sareb-

bero disposte a partecipare, se il dividendo venisse ristabilito. Adesso che la liquidità regalata dalle banche centrali permette profitti facili, almeno sulla carta, la proposta potrebbe essere accettata senza creare preoccupazioni sul mercato riguardo alla stabilità finanziaria della banca.

Resta comunque un però, sul quale i nostri due big del credito dovrebbero interrogarsi. In contemporanea con la convocazione dei consigli, il sindaco di Torino Chiamparino ha mandato segnali inequivocabili a Intesa: i piemontesi, che ancora non hanno dimenticato l’uscita di Modiano, devono contare per quanto pesano le loro azioni. Passera è avvisato. Così come Profumo, che di certo vedrà arrivare segnali molto simili dalle sue fondazioni: è finita l’epoca del management totalmente indipendente, come si era già capito in occasione della decisione di affidarsi a Mediobanca l’anno scorso. Insomma, per le due banche il rischio è che la politica, uscita dalla porta con il no ai Tremonti-bond, rientri dalla finestra per continuare a sostenere lo status quo negli istituti. Una magra consolazione, sia per Intesa che per Unicredit.

traverso il rappresentante in Consiglio della Destra di Storace – per la «costruzione e vendita di case a prezzo di costo con una rata di mutuo che non superi un quinto delle entrate familiari e che venga sospesa in caso di disoccupazione»; con la sezione di Bari per aver difeso il proprio stand alla Fiera del Levante spiegando pacatamente di «voler raccogliere libri per una biblioteca da realizzare in Abruzzo e discutere le nostre piattaforme programmatiche con gli esponenti di tutti gli orientamenti culturali e politici»; a Milano per incontri sulla scuola a cui ha partacipato, guarda caso, l’eurodeputato della Lega Mario Borghezio; e ancora, con il circolo di Matera per una campagna contro le strisce blu, a Palermo per far rimuovere un ecomostro pieno di eternit a pochi metri da un asilo, con i militanti di Firenze per una protesta contro la legge regionale che favorisce gli immigrati nell’assegnazione degli alloggi popolari, fino ad Aosta, dove l’apertura della sede di Casa Pound ha monopolizzato il dibattito politico per settimane. Ci vuole poco a occupare lo spazio politico, quando questo è incustodito.


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armland Grab: più o meno, “incetta delle terre coltivabili”. Una tesi è che si tratta di una conseguenza dei mutamenti climatici terrestri: per effetto delle attività umane, sottotesi uno, o di cicli naturali sui quali l’uomo non può influire che in maniera minima, sottotesi due; ma comunque il risultato è una ridistribuzione dei climi, che fa cessare la corrispondenza abituale tra aree più fertili e aree più abitate. Un’altra tesi è invece che la colpa sia, all’opposto, proprio dell’allarme climatico e ambientale, che spargendo il terrore sugli ogm avrebbe posto fine a quella “rivoluzione verde” basata sulle biotecnologie da cui il recente boom demografico mondiale.

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È appena defunto a 95 anni Norman Ernest Borlaug: Premio Nobel per la Pace del 1970, proprio per avere inventato quel complesso di nuove tecniche agricole di cui si è calcolato che avrebbero evitato la morte per fame di almeno 245 milioni di persone. E negli ultimi anni Berlaug era entrato in rotta di collisione sempre più decisa con gli ambientalisti occidentali: «Sono spesso il sale della terra, ma ancora più spesso sono persone benestanti che se ne stanno nei loro confortevoli uffici a Washington o a Bruxelles, senza avere mai sperimen-

Si diffonde la tendenza che spinge i Paesi non auto-sufficienti sotto il profilo ali È un giro d’affari che ormai muove 20-30 miliardi di dollari all’anno, ma che qualc

L’esplosione del

di Maurizio trent’anni la popolazione delle città è arrivata all’80% del totale e la terra destinata alle coltivazioni si è più che dimezzata: dai 3 ettari pro capite a appena 1,48. La Jeonnam Feedstock, società basata sulla South Jeolla, provincia al sudovest della Penisola, a luglio ha dunque raggiunto un accordo con le Filippine per poter sfruttare (per 25 anni) 92mila ettari nel Mindoro orientale, da destinare alla produzione di grano. Ma altre imprese avevano già investito in Cambogia, Indonesia, Mongolia e Russia, per la produzione anche di riso, frutta e verdura.

È Farmland Grab, ancora, l’ondata di investimenti che sta rapidamente meccanizzando l’agricoltura ucraina. «A quei tempi tutto il sud, tutto lo spazio che costituiva l’attuale Nuo-

Un’impresa sud-coreana ha raggiunto un accordo con le Filippine per poter sfruttare 92mila ettari da destinare alla produzione di grano. Altre hanno scelto Cambogia, Indonesia e Russia tato la sensazione fisica della fame». Sarà un caso, ma proprio la settimana successiva alla sua morte il Programma Alimentare Mondiale ha rivelato che per la prima volta nella storia il numero degli affamati ha superato il miliardo di persone, mentre i denutriti sarebbero tre miliardi. Se non si può aumentare la produttività della terra, è evidente che chi può cerca semplicemente di procurarsi terra nuova. C’è pure una terza ipotesi: non necessariamente alternativa alle precedenti, ma più probabilmente convergente. In clima di crisi, precipitata la credibilità della finanza internazionale, crollato il mercato immobiliare e a picco anche le materie prime, si torna ai tempi settecenteschi della fisiocrazia: investire sulla terra. Quale che sua la ragione, comunque, il fenomeno c’è, è massiccio. Tant’è che hanno coniato appunto il termine. È Farmland Grab, ad esempio, la decisione dell’agroindustria sud-coreana di affittare sempre più terreni all’estero. Con l’urbanizzazione sempre più massiccia, infatti, negli ultimi

va Russia, fino allo stesso Mar Nero, era un deserto vergine, vergine», scriveva nel 1834 Nikolaj Vasil’evic Gogol’ in Taras Bul’ba, descrivendo le “terre nere” durante il XV secolo. «Mai aratro era passato tra le onde abissali delle piante selvatiche. Solo i cavalli, che vi si nascondevano come in un bosco, le avevano calpestate. Nulla in natura poteva esservi di migliore.Tutta la superficie della terra si presentava come un oceano verde oro, nel quale zampillavano milioni di fiori diversi». Per la verità, già gli antichi sciti si erano trasformati in agricoltori, trasformando la zona in un granaio del mondo greco-romano. Ma l’agricoltura era stata poi arrestata per oltre un millennio dalle successive invasioni germaniche, slave e tartare, permettendo di ricostruire una fertilità che dal ‘700 in poi ha restituito alla zona la fama dei tempi di Erodoto. In parte meccanizzata ma anche vessata dalla feroce guerra ai kulaki nell’era sovietica, dopo la fine del comunismo l’agricoltura ucraina aveva ripreso a rifornire l’Europa Occidentali con prodotti forzatamente bio-

logici per la povertà di contadini costretti a tornare a falci, carretti e aratri tirati da cavalli. Ma adesso capitali inglesi, sudafricani, russi e libici stanno ricostruendo grandi fattorie meccanizzate, con investimenti massicci. Una di queste società

è, ad esempio, la britannica Landkom International, che è stata fondata dall’ex-ufficiale della Raf Richard Spinks, e che nel 2008 ha già affittato nella zona di Leopoli 67mila ettari, già suddivisi tra 190 piccole proprietà differenti: dopo aver

raccolto nel 2009 le prime 60mila tonnellate di grano, si prepara ora a produrre colture destinate alla trasformazione in biocarburante. Non tutti gli ucraini sono però convinti, tant’è che in seguito alle proteste sempre più montanti la pre-


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imentare ad affittare (per decenni) giganteschi appezzamenti agricoli all’estero. cuno vede come una forma di moderno colonialismo da combattere a ogni costo

l Farmland Grab

o Stefanini

stanno agendo in Congo a stretto contatto col governo di Pechino stanno pagando le terre con la costruzione di infrastrutture: strade, ospedali, scuole. Il rovescio della medaglia è che però i cinesi tendono a rimpiazzare la manodopera locale con i propri concittadini, e già l’anno prossimo il numero di cittadini della Repubblica Popolare nel Continente Africano potrebbe oltrepassare i 10 milioni...

La Cina, va ricordato, ha il 9% delle terre coltivabili del pianeta, ma il 20% della popolazione. È vero che questo rapporto è stato storicamente permesso proprio per la presenza di un modello di agricolturagiardino, che sfrutta al massimo gli ostaggi e alleva polli, maiali e pesci praticamente in casa. Ma ora il benessere sta

di Paesi come Arabia Saudita, Giappone, Cina, India, Corea, Egitto, Libia stanno muovendo attivamente i propri fili diplomatici alla ricerca di terre fertili in Uganda, Brasile, Cambogia, Sudan, Pakistan. I governi che stanno venendo corteggiati per far uso delle loro terre agricole generalmente ricevono bene le offerte straniere di investimento». Come la Corea del Sud, anche il Giappone importa ormai più del 60% del proprio fabbisogno alimentare, ma i Paesi del Golfo Persico stanno addirittura tra il 70 e il 90%.“Grain” denuncia anche il ruolo della Banca Mondiale nel promuovere questo tipo di affari, e il rischio in particolare per un Continente come l’Africa, dove ancora la metà degli abitanti sono contadini. Un’inchiesta di Spiegel parla di un

Le grandi società cinesi agiscono in Congo a stretto contatto col governo di Pechino. E pagano con la costruzione di infrastrutture: strade, ospedali, scuole. Però preferiscono la propria manodopera

mier Yulia Tymoshenko a febbraio a disposto un’inchiesta. Proprio per migliorare la propria immagine la Landkom ha dunque avuto cura di fare ingenti donazioni ai locali ospedali. Per lo stesso motivo i grandi conglomerati privati cinesi che

creando nei cinesi nuove abitudini alimentari mutuate dall’Occidente, con una nuova sempre più massiccia richiesta di carne bovina. Poiché queste proteste rimbalzano ormai da una parte all’altra del Globo, ci sono varie Ong che hanno iniziato a studiare il tema in modo critico. Una è ad esempio “Grain”, con sede a Barcellona, un cui rapporto individua nel marzo del 2008 l’inizio del Farmland Grab: da allora, infatti, «funzionari di alto rango

milione e mezzo di ettari che il Sudan avrebbe affittato a Stati del Golfo Persico, Egitto e Corea per la durata di 99 anni: quasi la metà, 700mila, alla Corea del Sud.

Il Kuwait avrebbe a sua volta ottenuto 130mila ettari di risaie in Cambogia. L’Egitto ha in programma di acquistare 840mila ettari in Uganda. L’Arabia Saudita ha acquistato 500mila ettari in Tanzania. Il Congo ha offerto al Sudafrica tra gli 8 e 10

milioni di ettari, dove verranno prodotti mais e soia e saranno allevati pollame e mucche da latte. L’India ha fornito denaro ad almeno un’ottantina di sue società private, per acquistare 350mila ettari in Africa: in particolare in Tanzania, dove già vivono oltre 40mila indiani, dove tra 1990 e 2006 hanno operato 118 società “con interessi indiani”, e a cui offre in cambio le tecnologie della propria Rivoluzione Verde. Nella lista degli acquirenti ci sarebbe poi anche la Svezia. In quelle dei Paesi “incettati”anche Russia, Camerun, Etiopia, Madagascar e Zambia.

Se andiamo in America Latina, anche l’Italia entra nel gioco, attraverso i 900mila ettari posseduti dalla Benetton in Argentina: Paese in cui secondo la locale Federazione Agraria il 10% della superficie nazionale è di proprietà straniera. Un processo che, curiosamente, è venuto accentuandosi proprio durante la presidenza a parole nazionalista dei coniugi Kirchner. La giapponese Mitsui ha a sua volta trattato per 100mila ettari negli Stati brasiliani di Bahía, Minas Gerais e Maranhão. Altri dati sono ad esempio quelli del Guardian, che cita fonti ufficiali Onu e studi di esperti per concludere che solo negli ultimi sei mesi il Farmland Grab avrebbe riguardato un’area vasta come metà dell’intera superficie coltivabile europea: oltre 20 milioni di ettari! Con gli altri 10 milioni di ettari già trattati nel 2008, si arriva a 30 milioni, dei quali almeno un quinto verrebbero comunque destinati alla produzione non di cibo, ma di biocar-

buranti. In particolare, c’è la Norvegia che starebbe investendo quasi solo in questo campo, ad esempio per stabilire piantagioni di jatropha nel Ghana settentrionale. E il Guardian fa anche i nomi di alcune società, oltre che di Paesi. La svedese Alpcot Agro, ad esempio, ha acquistato 120mila ettari in Russia. La sud-coreana Hyundai ha pagato 6 milioni e mezzo di dollari per acquisire il pacchetto di maggioranza della Khorol Zerno, proprietaria di 10mila ettari nella Siberia Orientale. Morgan Stanley ha comprato 40mila ettari in Ucraina. La sud-coreana Daewoo ha preso in affitto per 99 anni 1,3 milioni di ettari in Madagascar, finendo però per costituire uno dei fattori che ha scatenato la rivolta che ha deposto il presidente Marc Ravalomanana. Infatti, il suo successore Andry Rajoelina ha subito annullato l’affare.

Anche in Pakistan monta l’opposizione contro le offerte saudite. Nell’India centrale ci sono state agitazioni contro le coltivazioni di jatropha. Nelle Filippine alla testa dei contadini scontenti si è messo Rafael Mariano, deputato di una lista laburista. E da luglio fino a fine novembre è in agenda una campagna che l’Asian Peasant Coalition e l’International League of Asia Wide Peasants Caravan for Land and Livelihood terranno in dieci Paesi asiatici, con uno slogan che più definitivo di così sarebbe difficile da immaginare: «Stop Global Land Grabbing! Struggle for Genuine Agrarian Reform and People’s Food Sovereignty» («Fermiamo l’incetta della terra. Lottiamo per una vera riforma agraria e per la sovranità alimentare del popolo»). È la stessa scelta di alcuni Paesi a spingerne altri a muoversi sempre più convulsamente, in una replica di quella corsa alle colonie che caratterizzò un secolo fa il passaggio dal XIX al XX secolo. Secondo l’International Food Policy Research, un think-tank Usa, il Farmland Grab muoverebbe ormai un giro d’affari tra i 20 e i 30 miliardi di dollari all’anno. Speculazione a parte, il concetto politico è ormai definibile in termini di profondità strategica alimentare: una “sovranità” che altrimenti vari Paesi sovrappopolati e/o desertici non potrebbero mai conseguire. Anche il G8 ha posto ormai il problema sul tavolo. È stato in particolare il Giappone ha chiedere di stabilire un «codice di condotta per gli investimenti in terre coltivabili», in modo da far sì che «ci possano guadagnare tutti». Per Tokyo la questione è ormai strategica, e il terrore è che gli investimenti nipponici possano risentire dei contraccolpi di ostilità per comportamenti non corretti.


mondo

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Iran. La minaccia strategica del regime: il parere di Lucio Caracciolo e del generale Fabio Mini

Missili diplomatici I razzi di Teheran eplodono sulle trattative di Pierre Chiartano ra la vigilia della giornata conclusiva dello Yom Kippur, ieri, festa ebraica dedicata alla preghiera e, secondo la Torah, all’espiazione. Ma dall’Iran sembra che si voglia mantenere alta la tensione e che l’espiazione, per lo Stato ebraico, non finisca mai. In caso Israele pensi di attaccare le strutture nucleari iraniane questo potrebbe essere «l’ultimo respiro del regime sionista» dichiara con enfasi, Ahmad Vahidi, il ministro della Difesa di Teheran in televisione. Teheran vuol dare concretezza ai timori, più volte espressi dal governo di Gerusalemme, sulla minaccia nucleare iraniana. E sulla capcità del regime dei mullah di portarla fino in Terra Santa. Anche se gli esperti, sentiti da liberal, giudicano la mossa come parte di una liturgia per arrivare al tavolo negoziale con una posizione forte. Ma da un punto di vista tecnico militare, questi test missilistici che le tv di tutto il mondo hanno trasmesso costituiscono una nuova minaccia?

E

Risponde un grande esperto di questioni militari come il generale Fabio Mini. «Parliamo di vettori missilistici datati come i missili di teatro. Non capisco come mai ogni volta che ci fanno vedere un missile iraniano, debba essere l’ultimo ritrovato della tecnica. Oserei dire che sono dei ferri vecchi, oppure versione rinnovate di vettori datati. Non capisco come mai ieri l’altro la minaccia fosse intensa. Noi generali viaggiavamo con le mappe con segnato il raggio d’azione dei missili iraniani, siriani e libici. In pericolo c’era la Germania, la Francia tanto per citare due Paesi importanti in Europa. Poi improvvisamente sono scomparse. Sono tornate con la minaccia dei missili coreani. Oggi, ritornano con i missili iraniani perché Ahmadinejad o chi per lui fa dei test missilistici. Faccio una considerazione da uno che ha ancora gli anfibi militari ai piedi: i segnali politici di questo genere fanno più male che bene a Teheran. Ahmadinejad, nonostante le apparenze, non è uno sprovveduto. Punto secondo, pensiamo ai pasdaran che è un’organizzazione paramilitare, le esercitazioni non si improvvisano da un giorno al-

l’altro. Per tirar fuori un missile da un sito o da un arsenale serve una preparazione accurata. Penso che queste fossero delle esercitazioni annuali in calendario. Non certo perché qualche giorno prima Ahmadinejad fosse andato all’Onu. Anzi, se le manovre fossero state fatte ad hoc, potrebbe essere per mettere in difficoltà il presidente. Non certo per facilitargli la vita. Sono test che dal punto di vista militare sono di scarsa rilevanza». Lo Shahab 3 che sembra essere una minaccia per il suo raggio d’azione non è che una versione dei vecchi Scud. «L’Iran non ha mai avuto delle capacità autoctone per sviluppare una tecnologia in questo campo. Nella migliore delle ipotesi sono stati ca-

Caracciolo: «È la dimostrazione che il governo iraniano si prepara al tavolo negoziale con un atteggiamento estremamente duro. Israele sa che un attacco all’Iran sarebbe una soluzione provvisoria» paci di adattare progetti altrui. Gli Scud non hanno mai rappresentato una vera minaccia per nessuno. Oggi, meno che mai. Non penso che Israele si spaventi realmente per questo genere di pericolo».

Se da un punto di vista militare le esercitazioni dei pasdaran cambierebbero poco, quali sono i risvolti politici della vicenda? Risponde a liberal il direttore della prestigiosa rivista di geopolitica Limes, Lucio Caracciolo. «È la dimostrazione che il governo iraniano si prepara al tavolo negoziale con un atteggiamento estremamente duro. Non certo col capo coperto di cenere, ma con l’intento di difendere interessi reputati legittimi. Con una certa forza e con capacità di provocazione, sicuri che gli avversari, in particolare gli americani, non siano in grado di impedirlo». E il più diretto interessato, bersaglio delle invettive del regime sciita, Israele come potrebbe reagire? La scorsa settimana l’ex consigliere per la sicurezza ai tempi di Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski aveva suggerito a Obama di essere chiaro con Gerusalemme, sulla volontà Usa di non rendere possibile un attacco all’Iran, attraverso lo spazio ae-

reo iracheno (sotto controllo Usa). «Ci sono molti piani israeliani per attaccare i siti nucleari iraniani. Ma c’è anche la consapevolezza che comunque sarebbe una soluzione provvisoria e che oggi potrebbe scatenare un conflitto molto più ampio. Penso che sia una minaccia che resta sul tavolo ma al momento non mi pare imminente. Farlo contro la volontà americane sarebbe poi impossibile. Un rischio troppo grosso per Israele». Quindi i missili mostrati alle tv di mezzo mondo farebbero parte di una liturgia negoziale. «L’Iran sta per diventare una potenza nucleare virtuale e nessuno può farci niente, salvo cercare di contenerla. L’Iran sta per arrivare alla capacità tecnica di costruire ordigni atomici e di lanciarle a medio raggio e bisogna fare i conti con questa realtà». Un realtà che sicuramente avrà delle conseguenze sul calendario della storia prossima e futura del medioriente e non solo. «Teheran penso che voglia, a medio termine, ottenere attraverso questa capacità virtuale, il ruolo di potenza regionale riconosciuto. Non solo, ma vorrebbe anche che le sanzioni siano tolte. Nel frattempo Israele, gli Usa e le altre potenze regionali valuteranno come

tenere sotto controllo le capacità di Teheran. Sempre che la situazione interna in Iran non sfugga di mano al regime». L’Iran conferma di aver portato a termine con successo due giorni di esercitazioni militari, compresi test di missili con un raggio d’azione dichiarato di duemila chilometri, in grado di colpire Israele e alcuni paesi dell’Europa del sudest. La tv di Stato riferisce che i guardiani della rivoluzione hanno sperimentato con successo le versioni aggiornate dei missili a medio raggio Shahab 3 e Sajjil. Si è trattato del terzo e ultimo round di esercitazioni in due giorni. Il Sajjil 2 è un missile terra-terra a due stadi, alimentato interamente con combustibile solido, mentre il più vecchio Shahab 3 funziona con

L’Alto rappresentante Ue per la politica estera Javier Solana, arrivando a Goteborg in Svezia per una riunione dei ministri della Difesa europei, ha espresso «preoccupazione» per le notizie di un secondo impianto per l’arricchimento dell’uranio (in costruzione vicino a Qom) e dei nuovi test missilistici di queste ore in Iran. Il gruppo dei 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania) avvierà giovedì a Ginevra i primi colloqui sul nucleare con la Repubblica islamica da circa 14 mesi. Intanto la Russia esorta la Comunità internazionale a «non cedere all’emotività» nella nuova, delicata fase di confronto con l’Iran. «E’ importante non cedere all’emotività – commen-

Mini: «Parliamo di vettori missilistici datati come i missili di teatro. Non sempre sono l’ultimo ritrovato della tecnica. Oserei dire che sono dei ”ferri vecchi” o versioni rinnovate di vettori datati» una combinazione di combustibile liquido e solido nella sua forma più avanzata, conosciuta anche come Qadr-F1. Il combustibile solido è considerato una svolta per qualsiasi sistema missilistico. Non solo, ricordiamo che il combustibile solido permette una più rapida operabilità– non serve riempire i serbatoi con operazioni lunghe e delicate, è meno pericoloso perchè più stabile.

ta una fonte del ministero degli Esteri moscovita, come riporta Interfax – dobbiamo stare calmi e, soprattutto, avviare efficaci negoziati». La Russia pare, oggi, più disponibile al varo di nuove sanzioni internazionali, e l’apertura russa è apparsa più probabile sull’onda della rivelazione dell’esistenza di un secondo impianto iraniano per l’arricchimento di uranio.


mondo

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Chi sono i 125mila uomini che controllano l’arsenale militare aereo

Identikit dei pasdaran, esercito degli ayatollah di Antonio Picasso n una cronaca sofisticata di questa nuova crisi nucleare iraniana, si potrebbe dire che non è stato tanto il governo di Teheran a effettuare i nuovi test missilistici, con gli Shahab 3 e i Sejil, quanto che si sia trattato di un’iniziativa autonoma dei pasdaran. A questo proposito, emerge necessario sfatare un luogo comune. Spesso i guardiani della Rivoluzione Iraniana sono stati accostati ad altre truppe d’elite dotate di un’identità politica più che definita. Con un Iran nelle mani di un regime autoritario e dittatoriale, viene naturale - e per semplificazione - il paragone con le SS naziste. Tuttavia, i Pasdaran-e Enghelab-e Islami, questo il loro nome completo, non sono semplicemente una forza armata indipendente, bensì un esercito distaccato da quello regolare che fa capo al ministero della Difesa. I pasdaran (125mila uomini, secondo stime approssimative che in Occidente pochi sono in grado di fornire con maggiore precisione), dispongono di truppe di terra, di un’aviazione e di una marina. Un’ulteriore ramificazione è quella dei Basiji (forze di mobilitazione e resistenza), giovani rivoluzionari che - non ancora pasdaran formati nella loro completezza - mantengono una posizione di sudditanza verso questi ultimi. Inoltre, e questo è il settore fondamentale, è esclusiva dei pasdaran il controllo dell’arsenale missilistico che tanta paura fa all’Occidente. Sono un secondo esercito iraniano, molto più efficiente e altamente esclusivo per selezione, addestramento e permanenza in servizio. I pasdaran soprattutto seguono una catena di comando parallela che si proietta direttamente al Consiglio dei Guardiani. Non si limitano quindi a essere truppe scelte, com’erano quelle delle dittature europee degli anni Trenta. Certo, con queste ultime hanno in comune l’incarico di preservare l’ideologia del regime e di reprimere nel modo più implacabile e nei tempi più ristretti qualsiasi forma di opposizione. In questo senso, spetta ai pasdaran l’incarico di difendere i concetti affermati dalla Rivoluzione post-1979 e l’essenza della stessa rivoluzione. Anche in questo caso, abbiamo a che fare con una somiglianza con i precedenti storici, nei quali un alto compito propagandistico era quello del “Culto del Capo” (Hitler, Mussolini o Stalin a seconda dei casi).

I

Il famigerato missile Shaab 3, in grado di raggiungere Israele e Europa. A destra, un gruppo di pasdaran. A sinistra, Mahmoud Ahmadinejad

agenzie di intelligence - unità tuttora impegnate e che non nascondono una reciproca invidia – gli Ayatollah pensarono di assegnare all’Irgc un incarico eminentemente settoriale: la difesa dei velayat e-faqih, i concetti giuridico-religiosi che ispirano l’attuale regime. L’intuizione dei pasdaran, al fine di scavalcare tutte le altre forze concorrenti, fu quella di sostenere che qualsiasi espressione contraria al regime stesso - dal crimine ordinario alle manifestazioni di opposizione e indipendentismo - deve essere materia anche dei custodi dell’ideologia.

Non dimentichiamoci poi gli atti di eroismo compiuti dagli uomini dell’Irgc durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, negli anni Ottanta. In quel periodo, il Pasdaran era l’eroe di guerra per eccellenza, agli occhi della popolazione iraniana. A questo si aggiunge anche la necessità di fare proselitismo. Da qui lo stretto contatto fra i pasdaran e il mondo sciita non iraniano - per esempio in Iraq, Libano, ma anche Afghanistan e Pakistan - oppure con i gruppi islamici più intransigenti nell’ambito palestinese. Questo zelo convinse Teheran - da sempre ambiziosa a voler consolidarsi come potenza regionale fra il Medio Oriente e l’Asia centrale - a demandare ai pasdaran la sua strategia politica,

Li affiancano i Basiji, giovani militanti islamici in via di addestramento, che mantengono un ruolo di sudditanza verso i guardiani della rivoluzione

I pasdaran, però, dispongono di un’autonomia ancora maggiore. La loro posizione elitaria ha origine nell’essersi dimostrati, in questi trent’anni di regime, ciecamente fedeli agli Ayatollah. Storicamente le Iranian Revolutionary Guard Corps (Irgc) nascono immediatamente nel 1979, quando lo scià è appena fuggito da Teheran. L’obiettivo della loro fondazione era quello di convogliare tutte le unità paramilitari e rivoluzionare che si erano formate durante i giorni della sollevazione popolare. Per giustificarne l’esistenza e soprattutto la convivenza con le forze armate, la polizia, la polizia politica e le

economica e militare. Da qui anche quella nucleare. È notizia solo di ieri l’acquisto della società statale di telecomunicazioni Mehar da parte dell’Irgc. Un’operazione costata 7,8 miliardi di dollari che dimostra l’indipendenza economica dei pasdaran, il loro potere sullo stesso governo di Teheran, ma anche un evidente stato di malessere dell’economia nazionale. Il Paese per sopravvivere necessita di far circolare sempre le stesse ricchezze, senza però disporre in backstage di un’attività produttiva nuova. Infine concludiamo con il capitolo nucleare. «Con i nostri missili possiamo colpire ogni luogo della regione», ha dichiarato il comandante delle forze aeree dei pasdaran, Hossein Salami. Il riferimento era verso Israele. Al di là della propaganda, ciò che merita attenzione è l’autonomia decisionale dei pasdaran in simili iniziative militari. Resta solo un piccolo dettaglio: non tutto l’Iran è fatto di pasdaran.


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Golpe. Il governo de facto sospende le libertà costituzionali sì che appena giovedì era stato lo stesso Manuel Zelaya a annunciare: «È iniziato il dialogo con il governo di fatto». Un inviato di Micheletti aveva per la prima volta parlato con lui nella sede dell’ambasciata brasiliana, e subito dopo erano andati da lui i quattro candidati alle prossime elezioni del 29 novembre: quelli che rischierebbero di essere le principali vittime se davvero la comunità internazionale non ne riconoscerà i risultati, visto che comunque in base a quei suffragi a gennaio il mandato del presidente deposto scade e il presidente di fatto dice di voler consegnare i poteri. Paradossalmente, anzi, era stato proprio Porfirio Lobo, candidato di quel Partito Nazionale che è lo storico rivale del Partito Liberale (in cui stanno sia Zelaya che Micheletti), a minacciare di togliere l’appoggio al governo di fatto, se non si fosse colta l’occasione per il dialogo. E sia il liberale Elvin Santos che i due candidati dei partiti minori, il democristiano Felícito Avila che Bernard Martínez del Partido Integración y Unidad, erano stati costretti a venirgli dietro. «Abbiamo ottenuto l’impegno del signor Micheletti a ricominciare il dialogo per cercare un’uscita alla crisi politica», aveva spiegato proprio Santos dopo un colloquio di due ore dei quattro col presidente di fatto previo alla loro visita all’ambasciata del Brasile: un’intenzione confermata da un comunicato ufficiale.

E

Ma quasi contemporaneamente veniva confermata anche la notizia che già due persone erano morte, in scontri tra la polizia e i seguaci di Zelaya; un anziano e un diciottenne. Seguivano nuove manifestazioni da parte delle opposte fazioni, lancio di gas della polizia, e già il venerdì il dialogo sembrava compromesso. Zelaya accusava infatti il governo di aver tirato i gas fin dentro l’ambasciata apposta per costringerlo a venire fuori, Micheletti ha risposto che era invece il rivale a cercare di organizzare un assalto alla Casa Presidenziale assieme ai suoi seguaci. Domenica si è poi saputo della morte di una terza zelaysta: una ventiquattrenne intossicata dai gas. E la sera il governo ha dichiarato la sospensione delle garanzie costituzionali per 45 giorni, con un decreto che restringe la libertà di circolazione e di espressione, vieta le riunioni pubbliche, chiude anche i media che «offendano la dignità umana e i funzionari pubblici o attentino alla legge» e permette l’arresto dei sospetti. Il tutto «per mantenere la pace e la sicurezza interna di fronte

Honduras, il rischio è la guerra civile Zelaya denuncia la «barbarie» del rivale Micheletti, che blocca i colloqui ufficiali di Mauro Frasca

ta armata. A far fallire il possibile compromesso, si dice, sarebbe stata la questione del reale insediamento al potere di Zelaya, sul quale Micheletti non transige: neanche in un quadro di unità nazionale e con impegno esplicito a non convocare il referendum che ha dato origine alla destituzione. Ma quel referendum è ormai diventato per i settori sociali che Zelaya ha mobilitato una bandiera cui non intendono più rinunciare, e i morti hanno acceso gli animi ulteriormente. Il rischio di guerra civile è dunque sempre più grave, salvo un deciso intervento della comunità internazionale. Ma è proprio il ruolo della comunità internazionale quello che suscita più interrogativi. Dal punto di vista dei pro-Micheletti, l’inasprirsi di Osa, Onu e perfino Ue contro il governo di fatto è stata percepita infatti come provocazione e accanimento, vista l’assoluta nonchalance con cui nell’ultimo decennio è stato consentito a sommosse di piazza e leader populisti vari di fare strame di istituzioni e Costituzioni in tutto il Continente. Dal punto di vista dei pro-Zelaya, ha invece incitato al muro contro muro, senza dare però quasi nessun sostegno concreto.

La stessa trasformazione

Confusa la situazione dell’ambasciata brasiliana, mentre le Nazioni Unite sembrano totalmente incapaci di prendere una decisione comune alla grave perturbazione della pace». Anzi, i poliziotti hanno preso possesso di Radio Globo e Canal 36, gli ultimi due media che ancora trasmettevano dall’interno dell’Honduras a favore di Zelaya. E un ultimatum è arrivato anche al governo del Brasile, che peraltro è accusato dalla stessa opposizione interna di essersi fatto coinvolgere in una situazione poco chiara: dieci giorni per definire la situazione di Zelaya! Ma Lula ha già detto che

«il Brasile non tollererà nessun ultimatum del governo golpista. Se entrano a forza, staranno commettendo un atto che infrange le regole internazionali».Anche sul fronte diplomatico c’è però una notevole confusione.

Mentre il governo di fatto ha rifiutato infatti il rientro agli ambasciatori di Argentina, Spagna, Messico e Venezuela ritirati dopo i fatti del 28 giugno, in compenso ha colto al

volo la decisione degli altri Paesi Ue di rimandare i propri rappresentanti dopo il ritorno di Zelaya, interpretandolo come “un riconoscimento”. Nel contempo, va detto, anche Zelaya ha chiamato i suoi seguaci a raddoppiare le mobilitazioni «in vista dell’offensiva finale», e nelle aree pro-Zelaya si evoca addirittura la lot-

dell’ambasciata brasiliana in sede del contropotere zelaysta appare in realtà fatta contro la stessa volontà del Brasile. Ma è davvero così? Qua c’è di mezzo la grande incognita, su chi davvero stia muovendo i fili della vicenda dietro le quinte. Problema di fondo: Zelaya è in teoria appoggiato da tutti, sia pure per ragioni diverse. Governi di destra come quello di Calderón in Messico; Obama; i riformisti moderati alla Lula; e l’asse chavista, cui imprudentemente Zelaya aveva finito per identificarsi un po’ troppo. Andati male i due primi tentativi di rientro fatti con l’appoggio diretto di Chávez e Ortega, Zelaya si è per un po’ allora afidato a Hillary Clinton e al presidente del Costa Rica Arías. Ma adesso chi è che lo ha aiutato a installarsi nell’ambasciata brasiliana? Chávez, per forzare Lula e Obama a fare qualcosa di più concreto? Obama e Lula, per sottrarre Zelaya all’influenza di Chávez? Oppure è lo stesso Zelaya, che si muove di testa sua per mettere i suoi troppo eterogenei protettori di fronte a fatti compiuti?


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29 settembre 2009 • pagina 17

In dieci anni l’inquinamento ha fatto danni spaventosi

Iniziano alla Casa Bianca le riunioni sulle richieste di McChrystal

In Cina raddoppiati i nati con malformazioni

Afghanistan: da oggi si parla della nuova strategia Usa

PECHINO. Le autorità hanno

WASHINGTON. La Casa Bianca comincerà, a partire da oggi, la “revisione” della sua strategia in Afghanistan. Ma ci vorranno molte settimane prima che arrivi a prendere una decisione finale. E all’interno del Pentagono cominciano a sorgere i primi dubbi sull’invio di eventuali rinforzi. Da un lato il generale Stanley McChrystal, comandante delle forze Usa e Nato nel paese asiatico, preme per l’invio di rinforzi e per «fare presto». Dall’altro Barack Obama continua a propendere per una decisione ponderata per la quale occorre tempo. Con il Pentagono che non sarebbe più compatto dietro a McChrystal come in passato. Questo, almeno, è quanto ha dichiarato il ge-

chiuso la fabbrica di batterie Huaqiang a Longyan (Fujian) dopo che nel sangue di oltre 120 bambini residenti nelle vicinanze è stato riscontrato avvelenamento da piombo. Da qualche tempo il governo cinese è più vigile sulle industrie, dopo innumerevoli casi di danni gravi alla salute di intere comunità e dopo che il diffuso inquinamento è sotto accusa per il rapido aumento di bambini nati con malformazioni. L’agenzia statale Xinhua dice che ora la fabbrica è sotto inchiesta e dovrà pagare le spese mediche per i ragazzi con meno di 14 anni che vivono nella zona, ora tutti sottoposti ad accertamenti diagnostici. Finora su 287 bambini esaminati, 121 hanno mostrato alti livelli di piombo nel sangue. Il piombo nel sangue provoca vomito, inappetenza e crea danni permanenti al cervello.

In Cina la rapida crescita economica è avvenuta anche trascurando il grave inquinamento ambientale, che colpisce soprattutto i bambini. Ad agosto migliaia di bambini residenti vicino fonderie nello Shaanxi e nell’Hunan hanno pure mostrato avvelenamento da piombo nel sangue. Sono stati anche arrestati due dirigenti della fonderia dell’Hunan. La nascita di bambini con

Tifone sulle Filippine, oltre 120 vittime

Il Paese impegnato in un’enorme operazione di soccorso di Massimo Ciullo i aggrava di ora in ora il bilancio delle vittime per il passaggio della violenta tempesta tropicale Ketsana sulle Filippine. Per ora, le autorità parlano di oltre cento morti. Alle 73 vittime del bilancio ufficiale fornito dal National Disaster Coordinating Council (Ndcc), tra cui vanno annoverati anche un soldato e quattro volontari giunti nelle aree colpite per portare soccorso, vanno infatti aggiunti altri 36 morti e un centinaio di dispersi che si registrano nella città di Quezon. Le Filippine sono impegnate in una gigantesca operazione di soccorso alla ricerca dei dispersi delle piogge torrenziali che hanno inondato la capitale Manila e le province vicine. Su queste zone è caduto, in sei ore, l’equivalente di un mese di pioggia nella media stagionale. Il presidente delle Filippine, Gloria Arroyo, ha lanciato un appello alla calma e perché la popolazione faccia offerte per i soccorsi. Gli sfollati sono oltre 340mila, mentre il ministro della Difesa Gilbert Teodoro ha fatto sapere che sono state tratte in salvo circa 4mila persone; molte di loro sono state trovate sui tetti, aggrappate l’un l’altra. Il governo di Manila ha lanciato un appello alle associazioni umanitarie internazionali per ricevere aiuti. «Ci appelliamo per l’assistenza umanitaria internazionale per le conseguenze della tempesta tropicale Ketsana», ha detto il ministro Teodoro nel corso di un briefing alla televisione nazionale.“Le possibilità che la situazione possa aggravarsi sono reali e non possiamo aspettare che questo accada”, ha aggiunto il responsabile della Difesa, comunicando di aver fatto appello al coordinatore delle Nazioni Unite delle Filippine tramite una lettera formale. L’appello è giunto dopo che il presidente Arroyo ha dichiarato che Ketsana «ha spinto le capacità del Paese al limite». Il ministro del Welfare Esperanza Cabral ha riferito che tra le esigenze più immediate c’è la richiesta di attrezzature per eliminare i detriti dalle strade. Centinaia di migliaia di profughi hanno già trovato riparo in centri di soccorso temporanei, dove però ini-

S

ziano a scarseggiare l’acqua potabile e le medicine. Le autorità sanitarie hanno avvertito della possibilità dello scoppio di focolai di malattie contagiose, come l’influenza suina, la leptospirosi e la dissenteria, che potrebbero verificarsi nei campi d’accoglienza, e hanno fatto un appello pubblico per la richiesta di donazioni di medicine, di acqua potabile, di cibo, così come di medici volontari.

Il capo di Stato maggiore dell’esercito,Victor Obrado, ha sorvolato in elicottero le zone colpite dove i sopravvissuti inzuppati aspettavano aiuto aggrappati ai tetti delle case o ai pali dell’elettricità. Il ministero della Difesa ha avviato i soccorsi per far fronte all’emergenza nel tentativo di portare in salvo il numero più alto possibile di persone: ci sono militari, agenti di polizia, ma moltissimi sono anche i volontari civili coinvolti nelle operazioni di soccorso, intensificate nelle ultime ore grazie ad un miglioramento delle condizioni meteorologiche. «Ci stiamo concentrando su massicce operazioni di soccorso. Ma il sistema è al collasso, gli enti locali sono sommersi», ha detto il capo del Consiglio nazionale di coordinamento sui disastri, Anthony Golez. Nella giornata di domenica il tempo è migliorato ma circa l’80 per cento della capitale è ancora sott’acqua. Il governo ha dichiarato la stato di calamità a Manila e in 25 altre province. Il tifone Ketsana, considerato uno dei più devastanti degli ultimi 40 anni, si è abbattuto a partire da sabato sull’arcipelago filippino, causando gravi inondazioni. La violenza delle precipitazioni, con oltre 9 ore di pioggia, ha lasciato l’area metropolitana della capitale completamente sommersa da 6 metri d’acqua. Ritardi vengono imputati ai responsabili della protezione civile filippina, che pur avendo a disposizione le previsioni meteorologiche che annunciavano già da venerdì la possibilità di un tifone di questa entità, non sono comunque riusciti ad evacuare le zone interessate dal tifone e a predisporre in tempo un efficace sistema di soccorso.

Gli sfollati sono più di 340mila, mentre il governo lancia un appello alla comunità internazionale: «Siamo allo stremo»

malformazioni è quasi raddoppiata nell’ultimo decennio (con malformazioni al cuore, con numero di dita in eccesso, eccetera) e tra le cause è indicato l’elevato inquinamento. Solo a Pechino la percentuale è stata di 170 su 100mila nascite, molto maggiore della media mondiale. Più in generale, uno studio del 2007 della Banca mondiale dice che ogni anno in Cina ci sono almeno 460mila morti per l’inquinamento di aria e acqua. La mortalità per tumore nel 2006 è salita del 19% nelle città e nel 23% nelle zone rurali, rispetto al 2005. L’85% dei tumori colpisce l’apparato digerente. Secondo i media le spese per le cure mediche anticancerogene è pari a oltre 10 miliardi di euro.

nerale Jim L. Jones, uno dei consiglieri per la sicurezza nazionale del presidente Obama, in un’intervista, pubblicata ieri sul Washington Post. Jones ha confermato che l’Afghanistan è considerato «top priority» dalla Casa Bianca, ma che proprio per questo il presidente Obama intende procedere con cautela. Vuole avere «interlocutori franchi» in grado di «spiegare nel dettaglio come e perché intendano muovere in una certa direzione». Solo alla fine il commander-in-chief, a cui spetta la scelta finale, deciderà il da farsi in Afghanistan.

Le riunioni (almeno cinque, al massimo livello possibile) cominceranno domani alla Casa Bianca. McChrystal chiede stando ad indiscrezioni di stampa - 40mila altri soldati, da aggiungere ai 100mila Usa e Nato già presenti sul terreno. E soprattutto chiede di «fare presto, perché la situazione è peggio del previsto», come ha dichiarato ieri in un’intervista rilasciata alla Cbs. Dalla sua parte sono il capo di stato maggiore, l’ammiraglio Mike Mullen, il generale David Petraeus e altri vertici militari. Secondo il New York Times, però, McChrystal non avrebbe l’appoggio del comandante dell’Esercito, il generale George W. Casey.


cultura

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Idee. La filosofia e l’impatto sul mondo della cultura dell’uomo che ha cambiato il dibattito politico negli Stati Uniti d’America

A scuola da Irving Kristol: ritratto di un allievo. Il pensiero del “padrino” dei neocon visto da vicino di Flavio Felice olti di noi provedalla nivano classe mediobassa e da famiglie di operaie, eravamo i figli della Grande Depressione, veterani della seconda Guerra mondiale che accettarono il principio del New Deal... Ci considerammo sin dall’inizio dei dissidenti liberal – dissidenti in quanto eravamo scettici nei confronti di buona parte del programma Great Society di Lyndon Johnson e sempre più disillusi rispetto alla metafisica liberal». Con queste parole, Irving Kristol spiegava che cosa fosse il neoconservatorismo nella prefazione che ebbe la gentilezza di scrivere al mio libro Prospettiva neocon. Capitalismo, democrazia, valori in un mondo unipolare (Rubbettino 2005). Un brano che ho citato nell’introduzione che ho scritto all’edizione italiana del libro in suo onore da poco pubblicato dall’Editore Rubbettino: La visione politica di Irving Kristol. Sembra impossibile (ma del tutto plausibile!), eppure in Italia, di uno dei maggiori analisti politici statunitensi contemporanei, esiste solo una raccolta di saggi - Neoconservatorismo: biografia di un’idea - e da qualche mese la citata raccolta in onore.

«M

politica ed una epistemologica. Dagli scritti dei maggiori interpreti di tale prospettiva emerge immediatamente un approccio epistemologico di carattere fallibilista ed anticostruttivista. In definitiva, se proprio dovessimo andare alla ricerca di un “comandamento” che tenga insieme tutte le componenti che individuano l’arcipelago neocon, esso sarebbe il principio delle conseguenze non intenzionali.

È unanimemente riconosciuto che la figura dominate e centrale di tale percorso culturale

ma già significativamente distinto dal mainstream progressista, al quale negli anni si aggiunsero pensatori, soprattutto di cultura ebraica, provenienti dalla città di New York. I primi liberal anticomunisti furono Sidney Hook, Diana Trilling, Lionel Trilling, Nathan Blazer, Gertrude Himmelfarb, Irving Kristol, Norman Podhoretz, solo per citare quei personaggi che in seguito divennero particolarmente noti presso l’opinione pubblica e la comunità intellettuale americana. L’anticomunismo radicale formulato su riviste come Commentary, The New Leader e Partisan Review era incentrato sostanzialmente su due punti. In primo luogo, l’affermazione che il comunismo è il male assoluto; in secondo luogo, la dimostrazione che il liberalismo non è soltanto distinto dal comunismo, ma diametralmente opposto per quanto concerne tanto il nucleo teorico quanto le sue implicazioni pratiche. L’opinione che i liberal anticomunisti avevano del comunismo era sostanzialmente condizionato da tre fattori: in primo luogo la passione tipica degli ex; in secondo luogo, la particolare consapevolezza della ferocia totalitaria generata dal nazismo; ed infine la convinzione che lo stalinismo non fosse moralmente separabile dal nazismo.

Il principio che tiene insieme tutte le componenti dell’arcipelago neoconservatore è quello delle “conseguenze non intenzionali”

Un dato che caratterizza l’esperienza neocon americana è che i cosiddetti neoconservatori provengono generalmente da varie matrici culturali; uno degli aforismi più frequenti per definire il loro approdo sul versante conservatore è quello coniato dallo stesso Kristol: «liberal assaliti dal realismo», oppure dei «marxisti venuti dal freddo». In realtà, definizioni così lapidarie non consentono di cogliere alcuni importanti elementi che qualificano in termini reali il percorso intellettuale neoconservatore. Possiamo indicare il fenomeno neoconservatore come un’autonoma prospettiva culturale nella quale è possibile rintracciare una dimensione

sia stata Irving Kristol. Intorno alla sua persona, nel corso degli anni Settanta ed Ottanta si

sono ritrovati numerosi intellettuali, provenienti da diverse tradizioni ed aree culturali; così abbiamo assistito ad un’autentica visione neoconservatrice in ambiti quali la criminologia, la scienza economica, la storia, la politica estera, la sociologia e la teologia. Le radici del neoconservatorismo, da un punto di vista strettamente storico, affondano nel movimento liberal anticomunista degli anni Cinquanta. Si trattava di un circolo di intellettuali non estremamente esteso,

Sia il nazismo sia il comunismo apparivano agli occhi dei liberals anticomunisti espressioni dell’incarnazione stessa del male, il tentativo di distruggere ogni sorgente di libertà; ed una società libera, dal momento che dipende da alcuni prerequisiti – non ultimo l’istinto di auto-preservazione – è necessario che rigetti simili minacce alla propria esistenza. Il destino del socialismo, tanto nella versione utopistica quanto in quella scientifica, appariva inevitabilmente segnato dalla deriva totalitaria e da una frustrante incapacità di reggere il confronto con i sistemi demo-

cratici e di libero mercato. Innanzitutto, il socialismo, ha sostenuto Kristol, mostra di essere compatibile soltanto con una società nella quale tutti gli individui sottoscrivono il medesimo “credo”: il socialismo; in secondo luogo, con una società nella quale, permanendo forti elementi di tribalismo, non si creino le condizioni per la divisione del lavoro che rende necessari i processi di mercato; ed infine, con una società nella quale i suoi membri manifestino un totale e volontario disinteresse nei confronti del benessere materiale e del relativo miglioramento delle proprie condizioni. Una società del genere, tuttavia, sarebbe incompatibile con il pluralismo, con la tolleranza, con la libertà e con la democrazia. In definitiva, se esiste una prospettiva neoconservatrice è per l’opera instancabile di un uomo arguto, ironico e colto come Irving Kristol. Una figura del tutto atipica rispetto all’immagine che normalmente si ha dell’intellettuale (ha sempre detestato questo termine), o quanto meno che in molti in Italia ed in Europa abbiamo della figura dell’intellettuale.

In pratica non c’è polemica politica e culturale sulla quale i neoconservatori siano intervenuti, dietro la quale non ci fos-


cultura

sero la spinta argomentativa e l’ironica vis polemica di Kristol. Dal rapporto con il libertarismo a quello con il conservatorismo, dall’anticomunismo radicale alla difesa delle istituzioni borghesi, dalla critica al welfare state all’analisi critica del capitalismo, fino alle dispute in materia di politica estera. Ecco solo alcune tematiche sulle quali i neoconservatori hanno indelebilmente segnato il dibattito pubblico americano e non solo. Su ciascuno di tali argomenti, Kristol si è distinto per originalità ed acume.

In particolare, con riferimento al rapporto con il libertarsmo, Kristol ha evidenziato come questa corrente di pensiero, nel rigettare radicalmente la nozione di autorità pubblica, disprezzando quella di “compassione” e non cogliendo il carattere storico ed evolutivo delle istituzioni – anche di quelle statali –, finisce per offrire una sponda preziosa alle forze liberticide che intendono distruggere la società borghese e con essa le sue istituzioni pluralistiche, capitalistiche e democratiche. L’autentico nemico delle società capitalistiche liberali è il nichilismo ludico e la filosofia politica libertaria non sembrerebbe sufficientemente attrezzata per far fronte a que-

L’autentico nemico delle società capitalistiche liberali, secondo Irving Kristol, è il nichilismo ludico. E la filosofia politica libertaria non sembrerebbe sufficientemente attrezzata per far fronte a questo potente avversario

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sto potente nemico. L’“auto-realizzazione” non può sostituire l’idea classica di sympathy; che cosa accadrebbe, si chiede infatti Kristol, se la nozione di auto-realizzazione venisse interpretata in termini di disprezzo della società libera e se alcuni usassero questa libertà per sovvertirne le istituzioni? Rispetto al dibattito aperto da Kristol sul capitalismo, questi, dopo aver individuato il problema nel diffuso sentimento anticapitalistico che caratterizzava tanto la cultura progressista quanto quella conservatrice, ed il conseguente tentativo dei neoconservatori di rispondere a tale critica con argomenti convincenti, ha contribuito con la sua analisi all’elaborazione, in termini culturali, della cosiddetta supply-side economics. Kristol mette in evidenza come l’anticapitalismo, sebbene non individui alcuna alternativa praticabile all’attuale sistema di libero mercato, mette in luce un problema autentico: il capitalismo non ha saputo mantenere fede alle sue promesse. Se da un lato è indubbio che le sue istituzioni hanno consentito un’effettiva crescita economica ed una diffusa libertà politica, esse hanno fallito sul versante culturale. La cultura del capitalismo alla lunga finisce per far degenerare il sistema economico in forme di corruzione che privano le istituzioni politiche ed economiche del necessario sostrato morale. L’ultimo, tra gli argomenti che abbiamo selezionato per rappresentare il contributo intellettuale di Kristol all’elaborazione della prospettiva neoconservatrice, è dato dalla riflessioni sulle opzioni strategiche da adottare in politica estera. Kristol sostiene che il limite fondamentale della prospettiva politica internazionale degli Stati Uniti durante tutto il ventesimo secolo sia stato quello di non aver voluto accettare la realtà dei fatti, ossia che la battaglia che si è combattuta durante tutto il secolo sia stata di tipo ideologico. Tuttavia, e qui si rinverrebbe una – benché sfumata – differenza rispetto al più spinto e noto “globalismo democratico” neoconservatore, Kristol osserva: «Se si

desidera che l’attivismo [democratico] abbia l’appoggio popolare, dovrà avere necessariamente una significativa dimensione ideologica. Coloro che fanno la politica estera americana scopriranno – se non lo stanno già scoprendo – che qualsiasi concezione vitale di “interesse nazionale” degli Stati Uniti non sarà utile se non correlata a quella filosofia politica – ideologia, se si vuole – che è alla base di ciò che noi chiamiamo “il modo di vivere americano”».

Il riferimento all’elemento ideologico in Kristol è giudicato indispensabile per conquistare il necessario consenso popolare. Il godfather sarà ancora più esplicito quando, mostrandosi riluttante ad inserire il dibattito sui diritti umani in cima alle priorità della politica internazionale, contestava che lo scontro con l’Unione Sovietica fosse un conflitto sui diritti umani, mentre a suo parere si trattava dello scontro finale su chi fosse legittimato a determinare quali fossero tali “diritti umani”, ossia, su chi avesse il potere di stilare la lista e definire i fini politici delle prossime generazioni. Non v’è dubbio che alla base del conflitto ci sia una differente concezione della storia e dell’uomo, e non ha senso, conclude Kristol, prendersela tanto con i nostri avversari e criticarli «perché non condividono la nostra tradizione politico-filosofica liberale». Si tratta, dunque, di una battaglia tra idee differenti che, tuttavia, andrebbe combattuta come una qualsiasi altra battaglia per la conquista del potere: il potere di generare idee. Sono consapevole della difficoltà di rappresentare in modo sintetico la complessità del pensiero di un uomo così intrigante e così significativo per la storia delle idee politiche degli ultimi cinquant’anni. Più che l’analisi di un pensiero o di una prospettiva culturale, ho tentato di esprimere la mia gratitudine ad un uomo che ho avuto l’onore di conoscere e di studiare. Indimenticabili i rari momenti che abbiamo passato insieme; giovane appena laureato, in una Washington clintoniana, non dimenticherò mai la sorpresa di imbattermi nell’opera fluida e profonda di un intellettuale“senza note a piè di pagina”, di un intellettuale che ha sempre rifiutato tale appellativo, giudicandolo pretenzioso e spocchioso. Grazie Mr. Kristol e mi perdoni se, contro la sua volontà e con un po’ di insolenza, ho continuato imperterrito a chiamarla “intellettuale”. Sono certo che la sua ironia e la sua arguzia hanno saputo relativizzare anche questo imperdonabile affronto! * Flavio Felice è Presidente del “Centro Studi TocquevilleActon” e Adjunct Fellow all’American Enterprise Institute di Washington


cultura

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A fianco e in basso, alcune immagini e la locandina del film “Il commissario Pepe”, di Ettore Scola. Qui sotto, la copertina del libro di Ugo Facco De Lagarda, dal quale venne tratta la pellicola nel 1969

l quesito che vi poniamo è difficile. Soprattutto per chi ha meno di 45-50 anni, per i lettori medi o anche quelli di discreta cultura. Eccolo: chi è Ugo Facco De Lagarda? Per dare un aiuto associamolo al commissario Pepe. Non basta? Allora citiamo l’omonimo film di Ettore Scola, uscito nel 1969, con Ugo Tognazzi nei panni sornioni di un commissario di polizia al quale è toccato l’incarico di mettere a nudo gli scostumati costumi di una città veneta, mai citata nel romanzo e nel film, ma che con alta probabilità è Vicenza. Il paragone con la torbida Treviso di Signori e Signore di Pietro Germi (1965, con Virna Lisi e Gastone Moschin) è inevitabile: si fruga tra i panni sporchi della borghesia veneta, ignorante, dedita ai soldi e alle corna, al bere, spalmata da quel perbenismo che funge da ombrello morale, a volte fatto di stoffa così trasparente che verrebbe da sospettare un’ambigua vocazione al voyeurismo.

I

Torniamo a Ugo Facco De Lagarda, al quale ai primi anni Sessanta l’editore Neri Pozza (vicentino) suggerì di scrivere «un racconto cattivo». Ne uscì un capolavoro della letteratura para-poliziesca, sulla scia di Simenon, Sciascia, Fruttero e Lucentini e pure di Gadda, ma non per le intonazioni dialettali e la commistione linguistica (rimasta insuperabile). Certo, nel 1997 ci fu un convegno su questo coltissimo autore veneziano (1896-1982) che fu studioso di economia, direttore di banca e collaboratore di riviste come Il Ponte e Il Mondo. Ma francamente pochi se lo ricordano. Ed è un gran peccato. Ecco perché non si può che plaudire all’iniziativa della casa editrice Giano (collegata con la Neri Pozza) di riproporre i suoi pochi scritti a cominciare da Il commissario Pepe, (attendiamo l’uscita di La grande Olga), che si collocano nella parte alta della narrativa. Pepe, come suggerisce lo stesso nome, viene dal centro-sud, ma è ben ambientato nel contesto veneto, nel quale vivacchia come «un uomo chiuso nel suo guscio», abilissimo a ridurre al minimo grattacapi e impegni, aiutato in questo anche dal clima tranquillo della città. Che l’autore descrive con verità e veleno: «Ha fama di cortesia - contenuta entro schemi fissi - e di eleganze, che vorrebbero essere raffinate, e aggiornate, ma sono spesso di ripiego e tradiscono l’ansia di

Libri. La casa editrice Giano ripubblica gli scritti di Ugo Facco De Lagarda

Il commissario Pepe torna a indagare di Pier Mario Fasanotti dover comunque quadrare un bilancio domestico non florido». Borgo con «melanconici funzionari», «giovinette dal seno alto, tutte occhi e sussurri», «persone che hanno volontariamente scelto il tono sbiadito, adeguandosi al colore di fondo del capoluogo in cui

cio, ai traffici discreti in ville e appartamenti trasformati in case d’appuntamenti. Ma le reclute provengono anche dalla noia alto-borghese, dall’auto-assoluzione verso il brivido della doppia vita: basta che non si sappia in giro. Pepe - che nel romanzo ha 60 anni mentre nel film 45 - è un vedovo che vive con una perpetua brontolona, che conduce una quotidianità

vitabilmente) nell’intimità con il commissario in odore di nomina a vice-questore.

I suoi viaggi a Milano, ufficialmente ospite di parenti, allargano il buco della serratura: a poco a poco il lettore comincia ad avere dei dubbi, fino all’“esplosione” finale, un vero colpo di teatro che ricorda i romanzi di Piero Chiara, quando

Indimenticabile rimane anche l’omonimo film di Ettore Scola, del 1969, con protagonista un Ugo Tognazzi al quale è toccato l’incarico di mettere a nudo le scostumate abitudini di una città veneta vivono». Tutti calati nel sonno urbano. Il libro è del ’65, quindi ancora lontano dai petardi della contestazione e del ribellismo sociale. Il film invece presenta squarci di contestazione studentesca, però sbiaditi anch’essi dinanzi alla muraglia del conservatorismo di comodo.

La difficoltà o l’avidità economica fanno da molla al meretri-

regolarissima con cadenze erotiche rigorosamente ritmate con la sua amica Matilde. E questa è indubbiamente una delle più riuscite figure femminili del dopoguerra: timidità e garbo di stampo gozzanian in pubblico, moderazione e tono sbiadito (torna questo aggettivo, ine-

Pepe, per caso, scoprirà una stanza segreta, tutta specchi e con macchina fotografica, nella casa di lei. Insomma, la donna che non vuole fare mai l’amore se non al buio, in quei pochi metri quadrati si scatena e diventa una «erma bifronte».

Solo all’ultimo Pepe capirà che la sua Matilde, simbolo dell’amante comoda, quella che non chiede e non pretende, s’incastona sia pure indirettamente nell’inchiesta, i cui fogli e fotografie sono contenuti in un fascicolo con la copertina rossa. Dentro c’è di tutto: la bella e vanitosissima (e minorenne) figlia del prefetto, le parenti di due funzionari di polizia, allieve dell’ultimo anno del liceo, giovani casalinghe che vogliono togliersi il capriccio del superfluo economico, un notissimo medico che s’innamora dei calciatori, e persino una suora che tra mura spesse e silenzio claustrale frulla tenere devianze e sadismo. C’è pure quello che l’autore chiama «il cognatismo», una forma larvata di incesto.

La figura di Gennaro Pepe è tagliata ad arte. E Tognazzi, che sa essere mellifluo e indignato insieme, bene lo interpreta, con quel suo passo felpato sotto i portici, mai ingenuo ma interiormente scandalizzato dal marcio che c’è sotto la ricamata coltre vicentina. È tollerante solo con una donna, non più giovane, che confessa a brutali e gioiose lettere d’aver fatto «il mestiere», con l’inevitabile nostalgia dei tempi andati. L’autore dice di Pepe: «Solerte, no; ma non lo è mai stato, nemmeno da giovane. Un’irrestibile tendenza alle pause distensive, al rinvio sine die di tutte le situazioni spiacevoli, al meticoloso risparmio delle proprie forze, ha fatto sì che sia riuscito a permeare la carriera, e la vita, di beato torpore». Tuttavia intelligente, curioso lettore (sul comodino, non a caso, ha La peste di Camus), sempre ironico, a volte burbero. E non privo di fantasie erotiche visto che non sempre si accontenta della mortuaria grazia di Matilde, donna ammuffita anzitempo quando non si concede la libertà di «esperienze e sfoghi»: una contraddizione che poi non è tale solo a ricordare quanto Freud scrisse sulle donne («il continente nero della femminilità»). Che fare dinanzi a tanto ovattato lerciume? Pepe archivia, bruciando il fascicolo. S’aggrappa alla convinzione che «le acque morte» rimangono sempre tali, che gli arresti e i rinvii a giudizio appartengono più a un sogno di palingenesi sociale che non al senso della realtà (pubblica ma anche personale). Così amaramente conclude Ugo Facco De Lagarda, scrittore forse intrinsecamente avaro di prosa, certamente mai incoraggiato dai grandi editori la cui miopia è storia nota. E purtroppo spesso ripetuta.


spettacoli

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Cinema. Da Ben-Hur a King Kong, da Terminator a Titanic. Ecco i dieci film più costosi nella storia del grande schermo Usa

Per un pugno... di kolossal di Marco Ferrari

barca nella sale Baarìa di Giuseppe Tornatore e si parla di nuovo kolossal italiano. Il film è costato 25 milioni di euro. In realtà è ben poca cosa rispetto al budget delle pellicole americane destinate al mercato mondiale. Il cinema hollywoodiano di oggi, tutto fantasy, tecnologie e scenografie, supererebbe quindi di gran lunga anche vecchi film in costume con legioni di romani e greci in marcia, assalti a città finte e scenari da cartapesta. Ma quali sono stati sinora i dieci film più costosi nella storia de cinema? Ecco una classifica realizzata con i dati forniti da Forbes. La palma d’oro spetterebbe, per il momento, a Spider-Man 3 del 2007. Il condizionale è d’obbligo perché su quella pellicola del regista Sam Raimi, basato sul celebre eroe dei fumetti Marvel creato da Stan Lee e Steve Ditko, circolano cifre differenti. Alcune fonti parlano di un costo ufficiale di 258 milioni di dollari, altri dicono che in realtà un budget finale è stato di 350 milioni, ma c’è chi si spinge a 500 milioni. Per realizzare la pellicola ci sono voluti quasi 2 anni, dal 5 novembre 2005 all’aprile 2007.

S

La pellicola, girata interamente in digitale, ha impegnato notevolmente l’équipe tecnica nella post produzione. L’ultimo capitolo di una saga in quattro parti, avviata nel 1977 e rinvigoritasi nel nuovo secolo, ha comunque pienamente ricompensato i produttori. Gli incassi internazionali, infatti, superiori ai precedenti della serie, sono stati di circa 891 milioni di dollari. Negli Usa il primo giorno ha sfiorato i 60 milioni, il primo week end ha incassato 151 milioni di dollari ed è poi rimasto in programmazione nelle sale per 16 settimane. Spider-Man 2 (2004), invece, aveva un budget di produzione di 213 milioni di dollari, ben ripagato dagli incassi, più di 800 milioni di dollari nel mondo. L’ultimo capitolo di Spider-Man ha fatto crollare il record storico che apparteneva ad un classico in celluloide, Cleopatra, diretto nel 1963 da Joseph L. Mankiewicz con un cast d’eccezione formato da Elizabeth Taylor, Richard Burton e Rex Harrison. La pellicola è celebre per avere mandato quasi in fallimento la 20th Century Fox: inizialmente il costo della produzione era stimato intorno ai 2 milioni di dollari, ma alla fine ce ne vollero 44 milioni, equivalenti oggi a più di 300 milioni di dollari, incassandone

A fianco, un’immagine del film “Ben-Hur” del 1959. Insieme a “Titanic”, è la pellicola più premiata della storia. In basso a sinistra, la locandina della pellicola di Giuseppe Tornatore “Baarìa” e, in basso a destra, il film “Spider-Man 3” (2007) del regista Sam Raimi

La palma d’oro spetta a “Spider-Man 3” del 2007. Alcune fonti parlano di un costo di 258 milioni di dollari, altri dicono 350, ma c’è chi si spinge fino a 500 milioni 381 milioni solo in Nord America. A dare un colpo mortale ai costi furono soprattutto i costumi e i materiali scenici messi su a Roma, dove la troupe si trasferì a seguito di una malattia che colpì Elizabebh Taylor, scritturata alla cifra record di un milione di dollari oltre la percentuale sugli incassi (il tutto pari a oltre 47 milioni di dollari odierni). Anche la serie dedicata a Superman non scherza. In particolare il terzo capitolo, Superman Returns del 2006, diretta da Bryan Singer, ha toccato i 270 milioni per gli interminabili spostamenti della troupe tra gli studi cinematografici Fox Studios Australia, NewYork e Los Angeles. Alla fine gli incassi hanno registrato quota 391 milioni di dollari a livello internazionale di cui 200 intascati negli States. Altra serie altro capitolo. Quella dei pi-

rati dei Carabi che mescola Emilio Salgari agli effetti speciali hollywoodiani con il mitico Johnny Depp nelle vesti esilaranti di Jack Sparrow. L’ultimo film, Pirati dei Caraibi: ai confini del mondo, è il terzo della saga nata nel 2003. Gli altri due film che compongono la trilogia sono Pirati dei Caraibi: La maledizione della prima luna del 2003 e Pirati dei Caraibi: La maledizione del forziere fantasma del 2006. Il budget per la realizzazione del terzo film, girato in digitale, è il più elevato della trilogia: circa 225 milioni di dollari. E per incassi ha battuto gli altri: nel primo giorno di programmazione negli Usa ha intascato 58 milioni di dollari, mentre in Italia in un solo giorno di programmazione ha superato due milioni e mezzo di euro, avvicinandosi al record attuale di SpiderMan 3. La Disney ha dichiarato che il terzo film piratesco ha introitato a livello internazionale circa 961 milioni di dollari, piazzandosi al primo posto nella classifica dei film più visti nel 2007, mentre è al secondo posto, come numero di incassi della trilogia, preceduto dal secondo, Pirati dei Caraibi: La maledizione del forziere fantasma, che era costato 223 milioni di dollari.Tra i vari mostri proposti dal mondo della celluloide il King Kong di Peter Jackson del 2005 è quello che ha superato di poco la barriera dei 200 milioni di budget, 207 per la precisione, colpa degli esterni girati in Nuova Zelanda. Di remake in remake, partendo dall’originale del 1933 diretto da Merian Cooper e Ernest Schoedsack, il grande gorilla che distrugge New York resta un marchio sicuro di garanzia: a livello internazionale ha

infatti incassato circa 549 milioni di dollari, posizionandosi al quinto posto nella classifica dei film più visti nel 2005. Negli Usa il film ha incassato 218 milioni di dollari mentre nelle sale italiane 8.489.395 euro. L’ultimo King Kong ha ricevuto due nomination ai Golden Globe senza però ricevere nessun premio, e quattro candidature agli Oscar centrando tre statuette per la parte tecnica: migliori effetti speciali, miglior sonoro e miglior montaggio sonoro. An-

intorno ai 220 milioni di dollari con un incasso mondiale di 478 milioni di dollari. Un film molto televisivo, Waterworld, classe 1995, diretto da Kevin Reynolds, basato sulle avventure di un mutante in cerca degli ultimi lembi di terra in un mondo sommerso dalle acque, è tra i più costosi della storia del cinema: 231,6 milioni di dollari. Nelle sale non andò molto bene, complice una critica molto feroce, toccando quota 255 milioni di dollari, ma ha recuperato in termini di diritti televisivi e di noleggio (solo negli Usa 43 milioni di dollari).

Il Titanic scritto e diretto da

che quello di Terminator è un ciclo vincente grazie al protagonista principale, un cyborg interpretato dall’attuale governatore della California, Arnold Schwarzenegger. Il primo Terminator uscì nelle sale nel 1984, il secondo nel 1991, contribuendo in modo determinante allo sviluppo della computer grafica e del digitale. Nel 2003 Schwarzenegger è tornato ad indossarne i panni del cyborg con Terminator 3: Le macchine ribelli. Se i primi due sequel sono stati diretti da James Cameron, l’ultimo ha visto Jonathan Mostow come regista. Il costo di produzione della pellicola si aggira

James Cameron nel 1997, con un cast d’attori super celebri come Leonardo Di Caprio, Kate Winslet e Billy Zane, è uno dei film più apprezzati degli ultimi anni con 11 Oscar, diventando così la pellicola più premiata della storia insieme a Ben-Hur (1959) e Il ritorno del Re (2003). A fronte di 285 milioni spesi, 85 milioni dei quali per la sola promozione, ha totalizzato il maggiore incasso mondiale di tutti i tempi, pari a circa 1 miliardo e 850 milioni di dollari. Negli Usa nella prima settimana incassò 28 milioni di dollari riuscendo poi a recuperati tutti i soldi spesi nel solo Paese americano dove vanta ancora adesso il record di permanenza nei cinema, nove mesi di seguito. Per realizzare il film la 20th Century Fox ha acquistato 16 milioni di metri quadrati di costa lungo la spiaggia di Rosario, in Messico, per poter allestire la scenografia del set tra cui una cisterna esagonale di circa 37mila metri quadrati contenente 76 milioni di litri d’acqua, dove è stato ricostruito a grandezza naturale il Titanic.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

da ”Straits Times” del 28/09/2009

Ancora Falcon per Taipei aiwan vorrebbe acquistare altri caccia F-16 Fighting Falcon. La piccola isola del Mar cinese meiridonale vorrebbe potersi difendere dalla Paechino che percepisce sempre più come una minaccia di carattere politico e militare. L’occasione è uno degli incontri che periodicamente si svolgono tra i rappresentanti dell’isola e gli omologhgi americani. Anche se da anni il livello di questi incontri è tenuto volutamente di basso profilo da Washington per non irritare la Cina popolare. Un richiesta che renderà ufficiale durante la riunione annuale del Comitato difesa Usa-Taiwan, tra qualche giorno, ha rivelato una fonte militare.

T

La ragione di questa nuova richiesta sarebbe giustificata dalla rottura dell’equilibrio militare tra l’isola e la Cina continentale, che secondo le valutazioni di Taipei sarebbe ormai sfavorevole alla Cina nazionalista. Insomma, i militari taiwanesi approfitteranno di quel consesso per reiterare la richiesta, come ha fatto sapere una fonte militare che ha voluto rimanere anonima. Lo US-Taiwan Defence Industry Conference 2009 si terrà nello Stato della Virginia, tra domenica e martedì prossimi, con un’agenda dovere saranno previsti interventi di ordine politico e militare, da parte di rappresentanti del ministero della Difesa. La delegazione della Cina nazionalista sarà capitanata dal viceministro della Difesa, Chaou Shih-chang. La richiesta per la fornitura degli ultimi modelli del caccia americano risale al giugno del 2007. Si trattava di un ordine per 66 velivoli da caombattimento. Ma Washington non ha evaso subito la pratica temendo di irritare Pechino, sempre con i nervi scoperti rispetto ai destini dell’isola “ribelle” come viene definita dal

regime comunista. Una vecchia storia che durante la presidenza Nixon, aveva i rapporti un po’ schizofrenici tra Washington e Taipei, per favorire il riavvicinamento poltico tra Washington e Pechino. Almeno da un punto di vista formale, perdchè da quello sosotanziale gli Usa sono i garanti, un po’appernsivi, dell’indipendenza dell’isola. Rupert HammondChambers, presidente dello US-Taiwan Business Council, che ha organizzato l’incontro sta spingendo l’amministrazione Obama affinché autorizzi l’acquisto, usando l’argomento del rafforzamento della potenza militare di Pechino, che sulla costa a incrementato le postazioni missilistiche puntate sui sistemi difensivi dei nazionalisti.

Il rafforzamento dell’aeronautica di Taipei servirebbe solo come soluzione transitoria, in attesa di poter schierare i velivoli di terza generazione (tipo F-22 Strikefighter, ndr). Sempre forniti dagli arsenali made in Usa. Nel 1992, gli Stati Uniti avevano valutato se vendere a Taiwan una versione meno sofisticata dell’F-16 (inizialmente il preseidente americano G.H. Bush aveva sospeso la transazione, ndr). Erano stati perciò consegnati 150 velivoli all’aeronautica di Formosa, operazione terminata nel 2001. Rifiutando di fornire la versione F-16/Ds (con capacità offensive decisamente superiori, ndr) che adesso invece Taipei vorrebbe nei ranghi dei suoi

stormi dellaviazione militare. Questa versione del Fighting Falcon della Lookheed-Martin (in origine il progetto era General Dynamics, poi l’industria aeronautica Usa è passata di mano, ndr) ha un raggio d’azione superiore, oltre a capacità di attacco al suolo avanzate. L’ammiraglio Timothy Keating capo delle forze navali Usa, basate alle isole Hawaii, aveva ammonito, all’inizio del mese, che una tale fornitura militare avrebbe messo ulteriormente a rischio i già non facili rapporti sinoamericani. Rapporti soggetti a tensioni soprattutto in quell’area del Pacifico.

Gli Stati Uniti sono il principale fornitore di armi a Taiwan anche se, dal 1979, Taipei non gode più dello status diplomatico che in precedenza gli aveva concesso Washington. Pechino non vuole che l’isola si armi per difendere un territorio che i cinesi del continente considerano a tutti gli effetti suolo di un’unica nazione.

L’IMMAGINE

L’innalzamento dell’età pensionabil delle donne avrà ripercussioni gravi Si ripresenta la questione dell’innalzamento dell’età pensionabile per le donne. Il suggerimento del ministro Brunetta di equiparare l’età pensionabile per le lavoratrici del settore privato a quello del settore pubblico non può essere applicato, senza gravi conseguenze anche nel settore bancario, dove la presenza femminile, in controtendenza con il resto del mondo del lavoro, è fortemente aumentata negli ultimi anni. Le banche, negli ultimi anni, hanno fatto notevole ricorso al fondo esuberi con oneri a carico del sistema creditizio, aziende e lavoratori. Pertanto, allungare l’età di pensionamento delle lavoratrici non farebbe che appesantire ancora di più i costi, con gravi ripercussioni su tutta la categoria. Non può essere sottovalutato, inoltre, il danno che dovrebbero sopportare le donne costrette a permanere per un periodo più lungo al lavoro oppure in mobilità a carico del citato fondo esuberi.

A. Pelacchi

AUMENTO DEI TUMORI E PESTICIDI I numeri parlano chiaro, dopo la sospensione dei neonicotinoidi in Italia, utilizzati nella coltura del mais, quest’anno ci sono stati solo due casi di moria di api, contro le decine e decine dello scorso anno. Il decreto che fa riferimento alle misure di emergenza intese a prevenire la propagazione nella comunità di Diabrotica Virgifera, già prorogato di qualche mese, verrà a decadere nel 2010, mi chiedo, come mai il Governo non interviene per chiarire questa situazione? Ritengo che sia doveroso, nei confronti dei cittadini, portare avanti una politica di tutela dell’ecosistema e della salute umana, seguendo le indicazioni del recente regolamento europeo che ha messo l’accento sui gravi

pericoli derivanti dall’uso dei pesticidi, anche nelle disinfestazioni chimiche antizanzare fatte nei centri abitati. Dobbiamo, inoltre attivarci per fermare in Europa l’autorizzazione ad altri Ogm, dal momento che il 70% di questi organismi inducono ad un uso quadruplicato di questi veleni. Queste sostanze chimiche, nate per liberare l’ambiente da parassiti, sono pericolosamente nocive anche per l’uomo, un dato davvero allarmante, su cui riflettere è l’impressionante aumento di tumori e di malattie neurodegenerative che riguardano specialmente i soggetti più sensibili e a rischio: i bambini e gli anziani. Sarebbe opportuno utilizzare sistemi di disinfestazione biologici per evitare conseguenze così gravi.

Domenico S.

Arriva l’autunno L’autunno è iniziato e questo scoiattolo previdente sta già mettendo da parte il cibo per i mesi freddi. Un’occhiata intorno per accertarsi di non essere osservato da qualche ladruncolo e via con gli scavi per seppellire le scorte: semi e nocciole. Ma come farà poi a ritrovarle? Questi animali hanno un olfatto prodigioso, grazie al quale riescono a trovare il cibo a distanza

IN RICORDO DI SIANI Ricordiamo Giancarlo Siani, senza renderci conto che per molti ragazzi meridionali egli è uno sconosciuto. Diversa è l’informazione presente tra i giovani in virtù del clamore del libro e del film di Saviano.Tra i due fatti però non c’è collegamento e nel momento in cui alcuni film inediti su Giancarlo sono stati proiettati nel-

le scuole, molti ne erano all’oscuro. A che serve allora ricordare? la continuità e invece il segnale d’allarme opportuno che raccorda tra loro gli eventi, dimostrando senza remore che il potere criminale non si è mai arrestato. Occorre formare bene le coscienze dei giovani, e la stessa scuola in passato lo ha fatto solo all’occorrenza.

BR

I TALEBANI CE L’HANNO CON NOI Herat è l’ulteriore dimostrazione che i talebani ce l’hanno con noi italiani, come evidenza oggettiva di un ruolo che non è stato solo richiamato per giustificare la morte dei nostri ragazzi, ma per sottolineare che per la prima volta dalla fine della II guerra mondiale noi siamo di nuovo in prima linea.

Bruna Rosso


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Criticare solo per amore della critica Temo che a volte ti capiti di gettar via un libro perché lo consideri troppo realistico. Abbi pietà e pazienza con questa lettera e leggila fino in fondo, anche se potrà urtarti. Ho diverse cose da discutere con te, ora che sono di nuovo qui. Il mio soggiorno all’Aia è stato qualcosa che non potrò mai ricordare senza una certa emozione. Arrivando da Mauve, mi batteva il cuore: «Cercherà anche lui di tenermi buono con promesse?», mi chiedevo. Oppure verrò trattato in modo diverso? In effetti, mi aiutò in tutti i modi, incoraggiandomi continuamente, senza tuttavia approvare tutto ciò che facevo o dicevo. Ma quando mi faceva notare qualcosa di sbagliato, mi spiegava anche come avrei dovuto fare per correggere il mio errore; e questo è ben diverso dal criticare solo per amore della critica. Se qualcuno ti dice: «Sei malato», non ti aiuta certo molto; ma se ti dice: «Fai questo e guarirai» e il suo consiglio è valido, ti dà un vero aiuto. Quando lo lasciai, quindi, avevo alcuni studi a olio e qualche acquerello. Naturalmente non si tratta di capolavori, ma credo ancora che abbiano qualcosa di buono. E dato che ora ho a mia disposizione qualche risorsa tecnica in più - e cioè colori e pennello - tutte le cose mi appaiono come nuove. Vincent Van Gogh al fratello Theo

ACCADDE OGGI

TRA LA GENTE E CON LA GENTE, RIVENDICHIAMO IL NOSTRO RUOLO Nel luogo dove i colleghi si sono distinti per impegno, professionalità e umanità, vogliamo tornare per dire all’opinione pubblica tutta la verità sulla realtà lavorativa attuale dei pompieri. Il 30 settembre ci sarà una manifestazione con un presidio di lavoratori a Viareggio. La Rappresentanza sindacale di base dei Vigili del Fuoco, comunica ai lavoratori che il 30 settembre si terrà una contromanifestazione in contemporanea con la parata a Roma per la consegna della medaglia al Cnvvf. Pur non biasimando i colleghi, anzi unendoci ai loro bisogni e aspettative, noi vogliamo esprimere il più forte dissenso nei confronti di un’amministrazione che s’impegna con zelo a elargire riconoscimenti morali e promozioni sul campo di qualche dirigente in Abruzzo, ma non sembra considerare le seguenti e urgenti aspettative della categoria: contratto scaduto, carenza d’organico, assunzioni bloccate, straordinari non pagati, mezzi vecchi e inefficienti usati per la colonna mobile, mancato riconoscimento di categoria usurante. Con la nostra protesta dunque, siamo certi di essere portavoce di chiunque pensi che tutte le cose promesse dall’amministrazione e dal governo di turno siano solo uno specchietto per le allodole. Che i lavoratori e l’opinione pubblica, che tanto ci è stata vicina in questi mesi dimostrandosi solidale con le nostre rivendicazioni, dicano

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

29 settembre 1961 Il

New York Times pubblica una recensione del cantautore Robert Shelton. Sarà questa critica a far conoscere John Hammond e Bob Dylan 1963 Si apre la seconda fase del Concilio vaticano II 1964 Mafalda, la striscia a fumetti di Argentino Quino, appare per la prima volta sui giornali 1967 Cerimonia inaugurale nella Basilica Vaticana sotto Papa Paolo VI per il sinodo dei vescovi 1972 Il Giappone stabilisce relazioni diplomatiche con la Repubblica popolare cinese, dopo aver rotto i legami ufficiali con la Repubblica cinese 1973 La Nazionale italiana di calcio batte la Svezia per 2a0 1974 L’Ira dirotta un aereo civile per bombardare una caserma dell’Ulster: azione fallita 1979 Martin Scorsese e Isabella Rossellini si sposano 1985 Pubblicato il primo episodio di MacGyver 2001Sul Corriere della Sera l’articolo esce “La rabbia e l’orgoglio”di Oriana Fallaci

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

basta alla propaganda governativa. Siamo stufi di essere presi in giro da una casta politica immorale e insensibile nei confronti di chi ha lavorato per portare aiuto a cittadini in drammatiche situazioni, riuscendo solo a trarre propaganda utile solo a fini d’immagine ma prive di contenuto. Per questo diciamo a gran voce: vogliamo il rinnovo del contratto, siamo i soli veri professionisti del soccorso e vogliamo ci sia riconosciuto questo ruolo.

I Vigili del Fuoco

UOVO SODO NOCIVO? La patina grigio verdastra che si forma intorno al tuorlo delle uova sode significa che le uova sono andate a male? No, non è così. La colorazione è causata da un composto chiamato solfuro di ferro (FeS) che si forma con una cottura prolungata. Il tuorlo contiene ferro e l’albume zolfo. Durante la cottura si libera lo zolfo che si combina con l’idrogeno contenuto nell’albume producendo acido solfidrico che interagisce con il ferro del tuorlo formando, appunto, il FeS, che dà la caratteristica colorazione grigio verde. La soluzione consiste nel limitare il tempo di cottura (8-10 minuti) e raffreddare immediatamente l’uovo, in questo modo si limita il rilascio di zolfo e la successiva combinazione con il ferro. Ricordiamo che l’uovo sodo impiega circa due ore e mezza per essere digerito mentre per quello alla coque ci vuole circa un’ora.

Primo Mastrantoni

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

RILANCIARE I VALORI DELLA POLITICA Da Sasso di Castalda, nel cuore del Melandro, è ripreso il cammino della Costituente di Centro lucana, con idee a confronto oltre che sugli scenari nazionali anche con un occhio prettamente regionale grazie alla provocazione politica assunta dai Circoli Liberal che si richiamano a livello nazionale al suo presidente fondatore Ferdinando Adornato e al lucano Angelo Sanza, coordinatore nazionale. Si è svolto un incontro-dibattito aperto ai contributi di tutti coloro che hanno a cuore le sorti del Paese e della nostra regione per la ricomposizione di un nuovo soggetto politico di Centro forte e autorevole. Numerosa la partecipazione dei giovani, molti dei quali impegnati nell’avventura elettorale delle recenti elezioni amministrative comunali e provinciali e che sono stati rappresentati dal coordinatore nazionale Mario Angiolillo e dai responsabili locali Alessandro Bonansegna e Rocco Velluzzi. Hanno partecipato anche dirigenti, amministratori e responsabili di movimenti e associazioni che si richiamano al Centro, che hanno apportato un contributo di idee e di proposte per essere protagonisti del rilancio della politica nella suggestiva cornice del palazzo di don Giuseppe De Luca. Con una letteraaperta sono stati invitati al dibattito oltre i rappresentanti istituzionali, dell’Udc, quelli dei Popolari, della Rosa per la Basilicata e gli amministratori, dirigenti e simpatizzanti dei partiti e movimenti che si richiamano al Centro, dalla Dc, Federazione di Centro, Addc, DeC, Udb, Liberi e Forti e a quanti si sentono a disagio nel Pd e nel Pdl di Basilicata. Ripartiamo dalla terra di don Giuseppe De Luca per riportare l’attenzione sui valori della politica ripensando alla grande tradizione cattolica e solidale dei lucani, per rilanciare la questione meridionale e per riaggregare al Centro i tanti moderati rimasti ai margini della partecipazione alla vita politica, per definire insieme regole nuove di impegno e di presenza nelle istituzioni e nella società civile. In Basilicata e nel Paese c’è un grande vuoto politico e il nuovo soggetto politico dei moderati nato a Chianciano, può giocarsi una concreta chance per dare speranza e fiducia a quanti ancora credono nei valori della politica. Gianluigi La guardia C O O R D I N A T O R E PR O V I N C I A L E CI R C O L I LI B E R A L BA S I L I C A T A

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PAGINAVENTIQUATTRO Miti. Compie quarant’anni la canzone che lanciò il genere beat in Italia. E Modena gli dedica una piazza

Quell’avventura iniziata il di Alfredo Marziano New York hanno dedicato un parco a Strawberry Fields. A Liverpool, Eleanor Rigby è diventata una statua dedicata a “tutta la gente sola”. A Memphis, l’Heartbreak Hotel di Elvis è oggi, per l’appunto, un albergo. In Italia, per una volta, non siamo da meno: da oggi, a Modena, una targa ribattezza »sentimentalmente» largo di Porta Bologna come Piazzetta 29 settembre, in omaggio all’omonima canzone firmata Mogol-Battisti e resa celebre dall’Equipe 84. Il luogo è altamente simbolico. Proprio lì, negli anni Sessanta, sorgeva il bar Grande Italia, storico ritrovo di tutti i giovani musicisti beat modenesi, l’acerbo Francesco Guccini armato di chitarra, l’Equipe di Maurizio Vandelli e i Nomadi di Augusto Daolio e Beppe Carletti, che con Vandelli, Mogol e l’altra concittadina illustre Caterina Caselli partecipa alle celebrazioni in una giornata punteggiata da concerti, musica e ricordi. L’idea di glorificare 29 settembre facendone un monumento cittadino è venuta all’assessore comunale alla Cultura Roberto Alperoli, classe 1955, e non c’è da stupirsi: per chi gli anni Sessanta li ha vissuti da teen ager la voce acuta di Vandelli che intona «Seduto in quel caffè io non pensavo a te» è un graffito indelebile nella memoria.

A

Fu allora che l’Equipe, ma anche Battisti e la musica pop italiana tutta, voltarono pagina. I primi, che fino ad allora avevano prosperato sulle cover, le orecchie attaccate a Radio Lussemburgo per saccheggiare Rolling Stones e Moody Blues, Barry McGuire (You Were On My Mind, tradotta in simultanea con Io ho in mente te) e Sonny & Cher (la loro Bang Bang era meglio dell’originale, e uno dei primi “videoclip” prodotti in Italia), capirono che anche in Italia c’era chi sapeva scrivere canzoni in lingua moderna e in accordo allo spirito del tempo. Il secondo comprese che oltre Balla Linda e Un’avventura un nuovo mondo davvero avventuroso stava per dischiudersi davanti a lui. Dicono che una grande canzone pop viva di tre requisiti fondamentali: una bella melodia, un’esecuzione emozionante, un suono che resti nelle orecchie. In 29 settembre l’incastro era perfetto. Una scrittura assolutamente originale, con quel refrain che si avvolgeva turbinosamente su se stesso, quel testo che suggeriva un tradimento reale o forse solo sognato. La voce del “Principe”, eterea e straniata. E un onirico arrangiamento psichedelico con cui i “Beatles di Romagna”entravano in sintonia con le good vibrations del rock internazionale, e a cui Alessio Colombini, il “Phil Spector italiano”, regalò un tocco di magistrale grandeur. Si parlò, allora, di un budget faraonico: «Quando c’era di mezzo Vandelli i costi schizzavano sempre alle stelle», ricordava ironicamente Colombini in un’intervista pubblicata lo scorso anno su un bel libro Giunti da firmato Franz Di Cioccio e Riccardo

29 SETTEMBRE Bertoncelli e dedicato a Battisti, Sulle corde di Lucio. Cinquantamila lire dell’epoca solo per assicurarsi la voce di uno speaker del giornale radio Rai, altro geniale e inconfondibile ingrediente della canzone (geniale, ma non inedito: qualche mese prima Simon & Garfunkel avevano sovrapposto le notizie catastrofiche delle 7 O’Clock News americane all’angelica melodia natalizia di Silent Night). La copertina del 45 giri affidata nientemeno che a Mario Schifano. Pagava la Ricordi, e ne venne ripagata: cinque settimane in cima alla Hit Parade, diciotto di permanenza in classifica, oltre mezzo milione di copie vendute. Avrebbero dovuto pubbli-

ni dopo sostituendo la sua voce a quella di Giancarlo “Lallo” Sbriziolo. Invece la spuntò Vandelli con Victor Sogliani, Franco Ceccarelli e Alfio Cantarella, che si erano scelti un nome un po’ esotico e misterioso, quella parolina francese seguita da una doppia cifra che, secondo i più, rappresentava la somma dei loro verdi anni (ma che per altri era un curioso omaggio allo Stock 84, brandy allora molto in voga). «Fu Mogol a tradire i suoi amici Dik Dik, e a disco finito» (ancora Colombini, nel libro succitato). «Fu Mogol a cambiare le carte in tavola perché allora l’Equipe vendeva di più e molto prosaicamente fece il conto dei soldi: cosa avrebbe reso questo, cosa avrebbe reso quello».

Mogol e Lucio Battisti la scrissero nel 1969 per i Dik Dik, ma alla fine fu incisa dall’Equipe 84: perché vendevano di più. E fu un successo clamoroso: 18 settimane consecutiva in classifica carla i Dik Dik, il primo gruppo beat a collaborare assiduamente con Battisti e con Giulio Rapetti. Ne incisero anche una che versione, Battisti riprese pari pari due an-

Quando la prima ondata dei cantautori spazzò via dalla scena i“complessi”, anche l’Equipe finì in prepensionamento. Vandelli tornò clamorosamente alla ribalta a fine anni Ottanta, con le trasmissioni musical-nostalgiche delle tv berlusconiane e 29 settembre (eletta “miglior canzone di tutto il beat”) diventò nuovamente la sua bandiera. Nel tornare a celebrarla vent’anni dopo, l’intenzione di Alperoli è di «valorizzare, senza nostalgie, un pezzo di storia modenese di rilievo nazionale e un movimento culturale che ha attraversato i decenni ed è arrivato fino a noi». Gli ex giovanotti degli anni Sessanta ringraziano, commossi e divertiti. Gli altri, i più giovani, chissà. E che non confondano il 29 settembre con il 2 giugno, o il 25 aprile.


2009_09_29