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La libertà non sta

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nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta

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Theodor W. Adorno di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 17 LUGLIO 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

SVOLTA A KABUL Per la prima volta una legge difende le donne dalla violenza e dalle discriminazioni: anche per questo combatteva il nostro Alessandro Di Lisio

Rosa Afghanistan alle pagine 2 e 3 Pd, Udc e Idv: «Governo riferisca»

Sulla sicurezza asse Fini-Colle

Rapporto Svimez: Napolitano condivide l’allarme. Lombardo: «Berlusconi cambi strada»

Un nuovo grande esodo Negli ultimi undici anni 700mila emigrati dal meridione

di Marco Palombi

ROMA. La pallina partita dal Quirinale continua a rimbalzare con regolarità sulla sponda offerta da palazzo Montecitorio, qualche centinaio di metri più in basso. Tradotto: Gianfranco Fini continua a sostenere l’iniziativa “moderatrice” del presidente della Repubblica nei rapporti col governo in generale, e con Silvio Berlusconi in particolare. a p ag i na 6

Francesco Forte sull’enciclica del Papa

«Bravo Ratzinger, sembra Einaudi» di Gabriella Mecucci rancesco Forte ha un importante passato politico, ma è anche un acutissimo studioso di economia: grande conoscitore delle tendenze liberali, a partire da Luigi Einaudi sulle cui elaborazioni ha scritto libri e saggi molto penetranti. Un economista di vaglia, dunque, col quale approfondire l’enciclica papale.

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a pa gi na 12

Crolla il palco di Madonna, muore un operaio a Marsiglia

di Errico Novi

ROMA. Desolata come può esserlo solo una terra che in sette anni, dal 2001 al 2008, ha perso settecentomila abitanti. Così lo Svimez presenta il Mezzogiorno nel suo rapporto annuale, fino a permettersi una formula impietosa ed efficace: «È la cenerentola d’Europa». La lettura dei dati avviene a Roma davanti a molti amministratori meridionali, compresi alcuni campioni dell’indebitamento e del degrado amministrativo come i governatori Antonio Bassolino e Agazio Loiero. E raggiunge un preoccupatissimo Giorgio Napolitano, che commenta la relazione con un estremo invito alla salvaguardia dell’unità nazionale.

Il tono del capo dello Stato è grave come in poche altre occasioni dall’inizio del suo mandato: «La crisi economica rafforza il convincimento che una stabile ripresa del processo di sviluppo debba essere fondata sul superamento degli squilibri territoriali, necessario per utilizzare pienamente tutte le potenzialità del Paese», dice Napolitano nel messaggio inviato allo Svimez, «il fatto che le politiche di riequilibrio territoriale messe in atto in passato abbiano conseguito risultati insufficienti rende indispensabile un forte impegno di efficienza e innovazione da parte delle istituzioni meridionali, ma questo impegno non può bastare senza il supporto di una strategia di politica economica nazionale». Discorso chiaro, di cui si riconosce facilmente il principale destinatario: il governo, condizionato fortemente dal peso della Lega e dalla dichiarata adesione del decisivo ministro dell’Economia Giulio Tremonti al disegno federalista, unica risposta sulle politiche territoriali offerta finora dall’Esecutivo.

Il partito del Sud: cioè il bipolarismo è finito di Gennaro Malgieri el composito e complesso universo del centrodestra, le inquietudini che si sono manifestate fin dalla nascita del Pdl vanno prendendo corpo. I dirigenti del partito berlusconiano sbaglierebbero se le sottovalutassero. In particolare nel Mezzogiorno il risentimento sta diventando fortissimo ed anche parlamentari di provata fedeltà cercano di far sentire la voce della gente che rappresentano, magari, com’è stato fatto nei giorni scorsi, raccogliendo firme tra i banchi di Montecitorio per costituire una sorta di coordinamento che faccia pressione sul governo affinchè le istanze del Sud non vengano minimizzate. Ma ciò che tiene in apprensione la leadership del Pdl, ed ha animato il dibattito in queste settimane, è l’ipotizzato partito del Sud del quale si parla molto anche se non sappiamo se ed in quale forma nascerà. Intanto in questi giorni alcuni esponenti di primo piano del partito si sono ritrovati ieri nei pressi di Sorrento per discutere di un non precisato piano d’intervento. Se dovesse essere effettivamente varato, le conseguenze potrebbero avere effetti preoccupanti sulla tenuta del Pd nel Mezzogiorno. L’insoddisfazione “sudista” per le politiche governative è, infatti, avvertita in molti ambiti.

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Un progetto che può insidiare il Pdl

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 17 luglio 2009

Islam. Il testo pronto per la firma. Prevede il carcere per chi impedisce alla popolazione femminile l’accesso a istruzione e sanità

La svolta rosa di Kabul

Una nuova legge introduce per la prima volta il reato di violenza contro le donne. Che ora hanno diritto anche all’uguaglianza di Massimo Ciullo

ROMA. Probabilmente il caporalmaggiore Di Lisio, durante la sua missione a Farah, non ha mai visto il sorriso delle ragazze afgane, costrette dalla società islamica a indossare il burqa. Ma il parà italiano non ha sacrificato invano la sua vita in Afghanistan: grazie al suo impegno, e a quello dei suoi commilitoni, il Paese sta intraprendendo una via difficile, di cambiamenti radicali che consentiranno anche alle donne afgane di spezzare le catene della semi-schiavitù in cui sono costrette da imposizioni retrograde ed umilianti. Il presidente Hamid Karzai dovrebbe firmare infatti nei prossimi giorni una nuova legge che prevede punizioni nei confronti di chi si rende responsabile di violenze contro le donne. Una prima assoluta per diversi motivi: il primo è che la violenza, fino a ora, non era punita; il secondo è che per violenza si intende anche tutta quella rete di discriminazione che fino a oggi ha imbavagliato le donne d’Afghanistan. Lo ha rivelato una deputata statunitense durante un briefing a Capitol Hill: «Abbiamo saputo che nelle prossime ventiquattro ore al massimo, un provvedimento che è stato discusso nel Parlamento afgano e che costituisce un disegno di legge del ministro della Giustizia per combattere la violenza contro le donne sta per essere sottoposto alla firma del presidente Karzai», ha dichiarato Carolyn Maloney.

La nuova normativa prevede sanzioni per gli uomini che impediscono alle donne di andare a scuola, di lavorare o di ottenere prestazioni sanitarie. La pena prevista (sei mesi di reclusione) è abbastanza mite se rapportata ai parametri occidentali, ma rappresenta un passo significativo per la società civile afgana. Il carcere per gli uomini che riducono in stato di schiavitù le donne è una novità assoluta per il Paese, come ha confermato il ministro afgano per la Salute Pubblica Muhammad Amin Fatimie, che era presente all’incontro insieme all’am-

Un traguardo di civiltà che giustifica i nostri sacrifici per l’Afghanistan

Siamo dalla parte dei Giusti Rendiamocene conto (tutti) di Mario Arpino Afghanistan scotta, almeno in dieci province su diciannove. E preoccupa. Ma anche nelle nove “pacifiche” la situazione è pesante, in quanto il controllo del territorio, dove non è dei Talebani, non è certo del governo legittimo. Bande di delinquenti comuni, milizie private e signori della guerra lasciano poco spazio alla nuova polizia, ancora poco affidabile, e all’esercito, che invece si va consolidando. L’iniziativa degli Alleati è concentrata in alcune delle aree più “difficili”, ma la reazione dei Talebani, che si disperdono sul territorio, è ovunque. Nel sud dell’Hellmand l’iniziativa è dei quattromila Marines di recente entrati in teatro, con l’operazione “Colpo di Spada”. Più a nord, nell’area che ha come centro la cittadina di Lashkar Gah - che i lettori forse ricorderanno per l’ospedale di Gino Strada - sono invece impegnate in “Artiglio di Tigre” ottocento Guardie del Galles britanniche. A nord, nell’area di Kunduz - verso il confine con l’Uzbekistan - sono attive, ma con basso profilo, le forze tedesche, mentre a nordovest, dall’avamposto di Bala Murghab, nella provincia di Baghdis, ai confini del Turkmenistan, operano soldati italiani. Ma i nostri sono soprattutto presenti a ovest - Herat e Farah, verso il confine iraniano e a est nell’area di Kabul, verso il confine pachistano - dove la cronaca ha spesso riportato scontri e attentati, an-

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che con nostri feriti. Quindi attacchi a tutto campo anche alle unità della Folgore e ai reparti afgani, che cercano di cogliere l’occasione estiva per acquisire territorio e mettere in sicurezza le poche vie di comunicazione disponibili. Altrimenti la logistica non potrà funzionare, ritardando l’arrivo e il sostegno dei 21 mila soldati Usa previsti per agosto. Gli italiani non stanno chiusi nelle basi avanzate, ma sono all’iniziativa. È ovvio come, con l’aumento dell’attività, aumentino i pericoli. Ma gli attacchi avvengono anche contro le stesse basi, come accaduto qualche notte fa nella valle del Mushai, o a sud di Herat, come ieri nella provincia di Farah, dove è rimasto ucciso il paracadutista Alessandro Di Lisio.

Certo, ogni tanto, proditoriamente, riescono a colpire, ma a caro prezzo stanno cominciando a capire cosa significhi misurarsi con la Folgore. Sarebbe domanda oziosa, oggi, chiedersi perché i miliziani ribelli abbiano nel mirino proprio gli italiani. Ma non è così. Negli ultimi trenta giorni i britannici hanno perso una quindicina di uomini, e altrettanti gli americani. Tutti gli estremisti islamici, ovunque, hanno nel mirino l’intero Occidente. Perché proprio noi dovremmo esserne esenti? Solo perché riabilitiamo acquedotti e costruiamo scuole? Lasciamo questa convinzione alle anime candide. Certo, è cosa lodevole, ma ai talebani non interessa. Per loro conta solo la libertà di manovra a ogni tipo di traffico e, quindi, il controllo delle vie di comunicazione. Siamo un ostacolo più serio del previsto. Sanno bene che i loro confratelli pachistani rendono assai complicati i transiti per il Khiber Pass, e che l’unica via alternativa di una certa portata, escludendo i valichi con l’Iran, è quella porzione nord-est dell’anello viario che noi presidiamo dagli avamposti di Bala Murghab e di Farah. Lo stillicidio di attacchi, quindi, continuerà. Ci saranno altri morti e feriti, ma il sacrificio non sarà vano. Siamo dalla parte dei Giusti. I nostri lo sanno, e ne sono convinti. Anche il paracadutista Di Lisio lo sapeva, anche se, come tutti coloro che hanno provato a fare una professione rischiosa, sperava in cuor suo di essere “esente” dalla malasorte. Le tenebre cominciano a cedere alla luce. La popolazione non ne può più degli estremisti che, pur riuscendo a colpire, sono in fuga, perdenti e isolati. Perfino Karzai, il duro pashtun, si è convinto a firmare una legge sulla tutela dei diritti delle donne. Siamo in Afghanistan, e questo è un forte segnale di progresso.

basciatore afgano negli Stati Uniti, Said Tayeb Jawad. Il meeting, organizzato dal “Caucus delle donne del Congresso americano”, ha rivolto particolare attenzione alla questione della protezione della maternità in Afghanistan, dove si registra il tasso più alto di mortalità delle madri, secondo solo a quello della Sierra Leone. Lo Stato dell’Africa occidentale martoriato negli ultimi 30 anni da un sanguinoso conflitto.

Anche il Paese asiatico è costretto a celebrare il trentesimo anniversario di guerra, partendo dall’invasione sovietica del 1979. La coalizione internazionale è ancora impegnata a combattere la

Durante il regime dei talebani la condizione “rosa” era disastrosa. Proibito praticamente tutto, dal vestiario alle decisioni personali resistenza dei talebani, gli studenti di teologia coranica, estromessi dal potere dall’intervento statunitense del 2001. Sia la permanenza dello stato di guerra sia l’imposizione delle regole più restrittive della religione islamica hanno duramente conculcato i diritti delle donne in Afghanistan. Inoltre, dal punto di vista delle infrastrutture, non esiste nulla che possa tutelare in maniera adeguata la salute delle donne afgane, proprio a causa della guerra. Una donna su otto, in Afghanistan, ancora oggi muore di parto; negli Stati Uniti la media è di una ogni 4.800 e, nel nostro Paese, una ogni 5000. Non è un caso, dunque, se in Afghanistan gravidanza e parto sono ancora una delle prime cause di morte per le neo mamme, uccise spesso da emorragia e parto chiuso. La percentuale di decessi materni oscilla tra il 16 per cento di tutte le morti di donne in età fertile a Kabul (il centro urbano più grande dell’Afghanistan) ed il 64 per cento del distretto Ragh di Badakhshan.

Si calcola che, nelle zone marginali alle grandi città, 9 mamme su 10 partoriscano i propri figli in casa, senza l’assistenza di personale qualificato o l’opportunità di intervento di un’ostetrica di emergenza. La carenza di operatori sanitari qualificati di sesso femminile (le donne preferiscono essere


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17 luglio 2009 • pagina 3

Giunta ieri la salma del militare caduto a Farah. Oggi i funerali solenni

Ciao Alessandro eroe in divisa di Pierre Chiartano funerali solenni del primo caporal maggiore Alessandro Di Lisio - morto il 14 luglio in un attentato nella provincia di Farah in Afghanistan - saranno trasmessi oggi in diretta, alle 16.25 su Raiuno. La cerimonia funebre si terrà nella Cattedrale di Campobasso. Ieri, invece, l’arrivo all’aeroporto di Roma Ciampino del corpo del parà della Brigata Folgore. Un picchetto d’onore interforze schierato all’aeroporto militare ha dato l’ultimo saluto. La salma del militare venticinquenne è stata accolta dai familiari, dal presidente della Camera Gianfranco Fini, dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e dai vertici militari, tra i quali il Capo di stato maggiore, generale Vincenzo Camporini. Il feretro, avvolto dalla bandiera tricolore, è stato trasportato da sei paracadutisti e benedetto dall’ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelvi. Il presidente della Camera Fini, il sottosegretario Letta e il ministro La Russa hanno reso omaggio al paracadutista caduto in missione. Appena spente le ultime sillabe del grido dei parà «Folgore!», sono risuonate le note del Silenzio. Poi il corteo ha sfilato lentamente, cadenzando i passi dietro il feretro, nel silenzio rotto solo dalle lacrime dei parenti: la mamma Addolorata, il papà Nunzio, le sorelle Maria e Valentina e la fidanzata Mariangela, stretti tra di loro e accompagnati dai commilitoni di Alessandro. Nel pomeriggio il feretro del caporalmaggiore è arrivato all’ospedale militare del Celio, per essere poi trasferito a Campobasso per le esequie solenni di oggi.

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Delle giovani afgane per le strade di Kabul. A destra, il rientro in Italia della salma del caporalmaggiore Alessandro Di Lisio. Nella pagina a fianco, il presidente afgano (pashtun) Hamid Karzai curate da altre donne), ma soprattutto la negazione dei diritti imposta dalla precedente dittatura talebana, ripristinata in molte aree dell’Afghanistan, impedisce alle donne di spostarsi e avere accesso ai servizi essenziali senza il permesso o senza essere accompagnate da un parente di sesso maschile. Molte donne potrebbero salvarsi se solo potessero accedere ad un’assistenza medica primaria e ostetrica di base.

Come se non bastasse, le donne afgane sono più esposte ai rischi «di malnutrizione cronica o alla mancanza di acqua potabile», ha detto Carolyn Maloney. La povertà, la scarsa nutrizione e la mancanza di sicurezza in cui vengono confinate donne e bambine

sono le principali cause della pesante condizione femminile in Afghanistan. La deputata statunitense ha anche denunciato che troppe donne «muoiono a causa delle deficienze delle strumentazioni dei medici o degli ospedali. Muoiono perché hanno troppi bambini, troppo velocemente e in età troppo giovane». Ora, anche grazie al nostro impegno nell’area, una nuova legge potrà cambiare la situazione. Ci vorrà del tempo, ma non sarà sprecato. Così come non andrà sprecato il sacrificio del caporalmaggiore Alessandro Di Lisio e l’impegno quotidiano dei suoi compagni in una guerra che lui aveva definito «sporca», è vero, ma che comunque era andato a combattere. Per noi e per loro.

state spesso ricordate nelle splendide pagine dei racconti di guerra del pluridecorato, tenente colonnello, Paolo Caccia Dominioni. Il C-130 dell’Aeronautica militare, con cui è rientrato il feretro, ha lasciato sui cieli della capitale l’ultima traccia della polvere degli altopiani dell’Asia centrale, dove operano i nostri militari.

Nel quartier generale di Herat o nei Fob (Forward operational base) - sorta di fortini avanzati - nel mezzo del territorio controllato dai talebani, coinvolti nelle operazioni Cimic (attività civili a supporto della missione militare) o in vere e proprie battaglie, i nostri soldati sono lì per fare il loro dovere di cittadini in divisa. Mentre l’Italia piange la sua 14esima vittima della guerra in Afghanistan, continuano le polemiche tra le forze militari internazionali sui rischi della missione. Ieri a parlare è stato l’ammiraglio Michael Mullen, capo degli Stati maggiori riuniti statunitensi, secondo cui l’insorgenza talebana in Afghanistan si è fatta più violenta e più organizzata. La situazione sul campo, aggravata negli ultimi tre anni, è destinata ad andare sempre peggio. «Saranno gli afghani» ha detto Mullen in un’intervista alla Bbc, «ad avere la meglio sui talebani». Le truppe alleate impegnate nel Paese centroasiatico vanno incontro a «battaglie sempre più difficili» e la sfida nel prossimo anno e mezzo sarà a trascinare l’Afghanistan fuori da quella spirale di violenza che dal 2006 sottrae speranze alla popolazione. Mullen ha ammesso che è impossibile prevedere quanto tempo sarà necessario per migliorare la situazione della sicurezza, ma l’ultima fase, l’imponente offensiva lanciata nella provincia di Helmand, è «solo all’inizio». Una constatazione ci ricorda la previsione di Henry Kissinger sull’incubo afghano. Intanto dalle pagine del Corriere della Sera, in una lettera, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, è tornato, ieri, a difendere la validità della missione. Il sacrificio del parà Di Lisio in Afghanistan «non è stato vano» ha assicurato, ora la «via di uscita» è una sola: la pace nel Paese.

Appena spente le ultime sillabe del grido dei parà «Folgore!», sono risuonate le note del “Silenzio”. Poi il corteo ha sfilato lentamente, cadenzando i passi dietro il feretro, nel silenzio rotto solo dalle lacrime dei parenti

Ad Alessandro Di Lisio è stato conferito il grado di «primo» caporal maggiore. Il parà dell’8vo Reggimento guastatori della Folgore era originario di Oratino, in provincia di Campobasso. Ricordiamo che la Folgore, uno dei reparti d’élite delle nostre Forze armate, guadagnò la stima di tedeschi e inglesi, durante la durissima battaglia di El Alamein nella seconda guerra mondiale (1942). In particolare, le azioni dei gustatori, nel deserto egiziano, sono


società

pagina 4 • 17 luglio 2009

Una mappa stilata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite che illustra la situazione della legislatura sull’aborto nel mondo. La stragrande maggioranza del pianeta, compreso tutto l’Occidente, non mette limiti “di motivazione” all’interruzione di gravidanza, lasciando formale libertà di scelta. In realtà la Cina come molti altri Paesi - pratica aborti forzati su imput del governo. Nella pagina a fianco, Mario Mauro

L’aborto è permesso per salvare la vita della madre. Proibito in ogni altro caso L’aborto è permesso per salvaguardare la salute fisica della madre L’aborto è permesso per salvaguardare la salute mentale della madre L’aborto è permesso per motivi socio-economici L’aborto è permesso senza restrizioni di sorta

Focus. Le polemiche scatenate dalla mozione Buttiglione derivano dall’incomprensione di un fenomeno che ci sta decimando

L’Onu guardi questa mappa Ecco i Paesi dove l’aborto non è una scelta, ma un obbligo imposto dallo Stato, una corsia verso la selezione e l’eugenetica di Massimo Fazzi

e anime laiciste della società italiana sono indignate per la risoluzione approvata dalla Camera che chiede all’Onu una moratoria internazionale sull’aborto. La libertà di scelta, il clerico-fascismo, la pessima figura dell’Italia nel mondo e il servilismo nei confronti del Vaticano sono i temi scelti per contrastare la proposta dell’onorevole Buttiglione. Sono, per carità, obiezioni legittime: ognuno, in un sistema politico improntato alla democrazia del politicamente corretto, ha diritto a esprimere le proprie opinioni. Nello stesso ordine di idee, seguendo gli alti lai espressi dai nuovi illuminati della nostra società, ogni donna dovrebbe avere però anche il diritto di scegliere se dare o meno la vita a un altro essere umano.

sa non torna. Se si legge con onestà intellettuale - anche se basterebbe l’intelletto - il testo approvato ieri dai deputati italiani ci si rende conto che le cose non stanno proprio così. Ecco infatti che la Camera dei deputati della Repubblica italiana «impegna il governo a promuovere - ricercando a tal fine il necessario consenso alla presentazione - una risolu-

Un diritto che l’onorevole

Il «non essere costretta ad abortire» ha un certo peso. Esistono infatti universi-mondo, diversi dalla nostra patria, dove l’aborto viene imposto. Per leg-

L

ge o per consuetudine sociopolitica. Terre dove l’interruzione di gravidanza viene praticata con metodi che non ci si stupirebbe a trovare - nell’ottica dei commentatori nostrani - all’interno di un libro della Santa Inquisizione. Forse può essere utile, prima di proseguire in queste querelle, spolverare cronache e codici civili lontani dai nostri. Per cercare di compren-

In Cina è in vigore la cosiddetta “legge del figlio unico”, che impone alle coppie di avere un solo bambino. Solo chi paga una multa salata può allargare la famiglia

Buttiglione e il suo squadrone della morte (civile) starebbero cercando in modo becero di imbavagliare. Eppure, qualco-

zione delle Nazioni Unite che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire, favorendo politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell’aborto».

dere e, soltanto in un secondo momento, eventualmente contestare.

CINA Nell’Impero di Mezzo, l’aborto è più di una legislazione. È un caposaldo della giurisprudenza interna, il vero strumento con cui il governo limita la crescita smisurata della popolazione. Secondo la legge, le coppie regolarmente sposate possono avere soltanto un figlio. Vengo-

no fatte alcune eccezioni per le coppie delle zone rurali, che possono procreare due volte: i figli servono per coltivare i campi. Alcune differenze anche per le etnie non han (quella maggioritaria) che a richiesta possono arrivare fino a tre. Sebbene oggi sia raro, il governo ha più volte imposto l’aborto forzato: in caso di seconda o terza gravidanza, la donna in-

cinta viene condotta dalla pubblica sicurezza in ospedale e fatta abortire. Per chi se lo può permettere, esiste la possibilità di pagare una multa salata per “compensare” lo Stato in caso di filiazione multipla. Oramai, in Cina, avere più di un figlio è considerato una status symbol per i nuovi ricchi.

COREA DEL NORD La “juche”, la scellerata dottrina socio-politica di Kim Il-sung assurta al rango di dottrina, dichiara formalmente che «il male scende per tre generazioni». Secondo questo illuminato concetto, i figli e i nipoti dei criminali saranno criminali: l’aborto viene quindi praticato in caso di arresto in stato di gravidanza. Nei campi di concentramento e quelli di lavoro forzato, dove spariscono nel nulla decine di migliaia di cittadini ogni anno, le infermerie usano soffocare il figlio appena nato di una pre-


società

17 luglio 2009 • pagina 5

Il Ppe appoggia la moratoria Mario Mauro: «Così porteremo in Europa la mozione della Camera italiana» di Riccardo Paradisi assata alla Camera la moratoria sull’aborto che impegna il governo a presentare all’assemblea delle Nazioni Unite una risoluzione che condanni l’interruzione di gravidanza come strumento per il controllo delle nascite; approvata la moButtiglione, zione che afferma «il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire favorendo politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell’aborto»; ora si tratta di vedere quanto riuscirà a marciare all’interno degli organismi internazionali questa istanza per la vita, di cui il parlamento italiano è riuscito a farsi portatore.

P

in tema di aborto. Una direzione verso cui sia la Polonia che l’Irlanda hanno tentato di far avanzare il dibattito, con esiti però incerti. Il fatto però è che la mozione Buttiglione pone la questione drammatica dell’interruzione della gravidanza in termini abili, denunciando l’orrore dell’aborto coatto e chiedendo il diritto alla possibilità di non abortire con politiche di sostegno alla vita. Il vicepresidente del Parlamento europeo ripete quello che aveva già detto in occasione della moratoria sull’aborto richiesta l’anno scorso a livello internazionale dal Pontefice: «Oggi la comunità scientifica internazionale concorda sulle nuove possibilità di sopravvivenza per i prematuri, un piccolo passo avanti. E L’Italia ora può proporsi come ‘stato campione’ di un cambio culturale che chieda che il principio del diritto alla vita sia rispettato universalmente». Per quanto riguarda la mozione Buttiglione Mauro garantisce che se qualcuno la porterà in Europa

Quello approvato dal Parlamento italiano è un testo intelligente. Del quale nemmeno il laicista più radicale, potrà obiettare la misura e il buon senso

A partire dal Parlamento europeo. Dove Mario Mauro, vicepresidente uscente dell’assise di Strasburgo, eletto nelle liste del Ppe, pensa sia opportuno introdurre il problema: «Anche perché le leggi sull’aborto vigenti in quasi tutta Europa ne giustificano l’uso come mezzo di controllo delle nascite, anche se non è la loro funzione dichiarata». Un’ipocrisia di fondo insomma, che potrebbe almeno essere messa in discussione dalla mozione italiana, indicando un principio culturale chiaro

sunta criminale con un asciugamano bagnato. Centinaia di testimonianze, rilasciate da ex detenute riuscite a fuggire in Corea del Sud, spiegano che l’aborto vero e proprio «non viene praticato perché mancano i medicinali. Preferiscono l’omicidio del neonato». Inoltre, le coppie rurali ricadono nella stessa legislatura cinese che impone un solo figlio per famiglia. Ovviamente, poi, la spaventosa povertà che affligge il Paese costringe molte coppie ad abortire perché nell’impossibilità materiale di mantenere i bambini.

INDIA Nel vecchio sub-continente l’aborto è proibito per legge ma esteso in maniera viscerale. Alcuni Stati dell’Unione, dominati dal Partito nazionalista del Bjp, invitano di fatto le coppie all’aborto in caso di primogenita femmina. Questo perché, secondo la dottrina hindutva che domina la realtà nazionalista indiana, il primo figlio di una famiglia deve essere maschio. Sono numerose

le testimonianze che raccontano di donne costrette dalle proprie ginecologhe a ingerire polvere di vetro per uccidere nel grembo la figlia. Questo con la benedizione dei funzionari locali, che ignorano di fatto le direttive centrali per promuovere la dottrina interna di purezza indù. Le associazioni internazionali che operano nel Paese conoscono questa realtà ma non vi si oppongono con eccessiva forza. Sono molte le Ong che “chiudono un occhio” davanti a questo genocidio, considerato un metodo neanche troppo barbaro per ridurre il numero di malati e affamati.

avrà sicuramente il sostegno del Ppe. Anche se – precisa Mauro – dobbiamo dirci francamente che le speranze di farla passare a maggioranza non sono molte». Tutte le tematiche bioetiche in Europa infatti hanno perso regolarmente il confronto parlamentare. «La maggioranza che può produrre il Ppe legandosi anche ai partiti conservatori o a certi movimenti euroscettici attenti alle tematiche bioetiche non è competitiva con quella che producono socialisti, verdi e liberali. Su molti temi di natura economica popolari e liberali hanno trovato convergenze e costruito maggioranze, ma su tutti i temi riguardanti i cosiddetti nuovi diritti e i temi bioetici i liberali, l’ago della bilancia, fanno cartello coi socialisti».

me una sciagura. Quindi, anche se l’aborto vero e proprio è molto complicato e riservato a quei pochissimi privilegiati con accesso alle strutture sanitarie, i neonati bianchi vengono massacrati. Fatti a pezzi, vengono in un secondo momento rivenduti proprio dalla famiglia d’origine. Che viene onorata per aver estirpato il male dalla loro genìa. Quei pochi che riescono

U n a m a gg io ran za che si assottigliò solo in occasione del pronunciamento contro la clonazione. «Detto questo – aggiun-

ge Mauro – sarà comunque giusto portare la moratoria all’attenzione del Parlamento europeo, soprattutto a ridosso dell’apertura della nuova legislatura, anche sull’onda dell’impostazione che anche il presidente degli Stati Uniti Obama ha voluto dare a questo dramma. Tanto più che quello di Buttiglione è un testo convincente, non massimalista, ben impostato. Del quale, credo, nemmeno il laicista più radicale, potrà obiettare il buon senso quando parla della necessità di contenere la pratica abortiva attraverso la diffusione di una cultura della vita e della costruzione di condizioni sociali ed economiche che portino alla possibilità di non ricorrere alla pratica abortiva». La mozione approvata alla Camera del Parlamento italiano è ”un fatto estremamente positivo”, anche secondo Carlo Casini, eurodeputato Udc e presidente del Movimento per la vita «Perché sancisce un principio di fondo secondo cui esiste una totale ed incondizionata eguaglianza di tutti gli essere umani».

Sono in corso anche a livello europeo iniziative e colloqui per dare voce alla posizione espressa dal Parlamento italiano. C’è anche chi, tra i cattolici italiani del Ppe, spera di convincere anche settori liberali e socialisti ad aderire trasversalmente alla mozione per la moratoria contro l’aborto forzato.

su una popolazione complessiva di 26 milioni – hanno già chiesto l’aiuto dell’Onu contro Kathmandu, che spinge le loro donne all’aborto per impedirne la crescita etnica. Il governo ha legiferato sull’aborto due anni fa, ammettendo l’interruzione di gravidanza in caso di violenza sessuale e quando il concepimento avviene senza il volere di entrambi i partner. Oggi, le

In Corea del Nord il governo ordina l’aborto per tutte le detenute chiuse nelle carceri o nei gulag. Perché, secondo il padre della patria, «il male si trasmette per tre generazioni»

TANZANIA Come in Burundi – e altre parti dell’Africa – gli albini sono considerati stregoni. Nel senso vero della parola: le loro carni (non è un refuso) sono fondamentali per complicati riti tesi a scacciare il malocchio, ma la loro presenza in vita è vista co-

a sopravvivere all’aborto sono condannati a una vita di emarginazione: negli ultimi mesi è iniziata una vera e propria caccia all’uomo che ha condotto all’omicidio di decine di albini.

NEPAL Il nuovo governo nepalese ha lanciato una sorta di campagna abortista contro alcune minoranze etniche nepalesi. Chepang, Raute e Dom - per un totale di circa centomila persone

donne Chepang vengono portate in ospedale dai mariti, costretti dal governo a dichiarare il falso per ottenere un lavoro. Sostengono di non aver mai voluto un figlio. Altrimenti, con un figlio a carico, non potrebbero lavorare in alcun modo

SRI LANKA Ogni giorno nell’ex Ceylon vengono abortiti 700 feti. Le cause sono numerose e spaziano dalla povertà alla malasa-

nità. La situazione della numerosa comunità tamil nelle aree a maggioranza cingalese è particolarmente dolorosa: spinte all’infanticidio dalla discriminazione razziale, le donne tamil raramente tornano a generare figli. Le politiche di Colombo, che impongono uno scalino sociale durissimo alle minoranze, approvano la pratica. Fino ad arrivare a pagare per le operazioni mediche collegate all’aborto.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite lotta da decenni contro la desertificazione, la discriminazione sessuale e razziale, la fame nel mondo e l’analfabetismo. È impegnata a livello locale nella salvaguardia di alcune fra le razze animali meno note del mondo, lotta per preservare i migliori panorami del mondo, si accanisce contro chi costruisce nei pressi dei siti protetti dall’Unesco. Si tratta di compiti nobili, ovviamente. Ma se riuscisse, sulla spinta di questa moratoria, a salvare anche soltanto una di queste vite sarebbe un bel passo avanti.


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diario

Il presidente della Camera: «Lettera politicamente incisiva». Intanto Pd, Udc e Idv chiedono al governo di riferire in Aula

Sicurezza, Fini appoggia il Quirinale di Marco Palombi

ROMA. La pallina partita dal Quirinale continua a rimbalzare con regolarità sulla sponda offerta da palazzo Montecitorio, qualche centinaio di metri più in basso. Tradotto: Gianfranco Fini continua a sostenere l’iniziativa “moderatrice” del presidente della Repubblica nei rapporti col governo in generale, e con Silvio Berlusconi in particolare. Dopo le cinque pagine di lettera con cui Giorgio Napolitano, mercoledì, ha segnalato tutte le sue perplessità sul disegno di legge sulla sicurezza - accusato di «disomogeneità» ed «estemporaneità» che «privano il provvedimento di quelle caratteristiche di sistematicità e organicità che avrebbero invece dovuto caratterizzarlo» - dal centrodestra erano partiti segnali rassicuranti nella forma quanto irritati nella sostanza: ieri quindi il presidente della Camera non ha mancato di segnalare pubblicamente il suo appoggio al Quirinale.

«Sulla riforma Alfano, forzatura dei giornali». Plenum rimandato a giovedì

Mancino: «Dal Csm nessuna bocciatura, solo un parere» di Francesco Capozza

ROMA. Il parere della sesta Commissione Durante la riunione dei capigruppo ieri a Montecitorio ha definito la missiva del capo dello Stato «politicamente incisiva» e poi non ha mancato di far arrivare la cosa alle orecchie dei cronisti delle agenzie. D’altronde già ieri il finiano Fabio Granata aveva scolpito una sentenza decisamente simpatetica con le teorie del Colle: «Sia sulle intercettazioni sia su questo decreto alcuni aspetti costituzionali ma anche politici di perplessità sono ben presenti nella stessa maggioranza e sono in linea con le questioni sollevate dal presidente Napolitano». Laddove il legame tra sicurezza e ddl sulle intercettazioni è assai indicativo. La presa di posizione pubblica di Napolitano, infatti, nel Palazzo viene interpretata anche al di là del suo significato primario: i dubbi, certo, sul merito del provvedimento, ma anche la sottolineatura che la tregua invocata dal Quirinale non può tradursi in un esecutivo che spadroneggia in lungo e largo. Quando Silvio Berlusconi era sotto schiaffo - schiacciato tra il G8 che si avvicinava e le sue bizzarre abitudini di letto che cominciavano ad apparire sui giornali di tutto il mondo - il capo dello Stato gli ha offerto un appoggio sicuro e, evidentemente, funzionante. Fonti qualificate hanno raccontato che dal Quirinale, in quei giorni delicati, sono partite anche alcune telefonate per sedare la “voglia di sangue”della stampa. Al Cavaliere spettava disinnescare, per quanto possibile, gli

del Consiglio superiore della Magistratura sul processo penale «non è una bocciatura, ma è dialogante, poiché dialogare con il governo è necessario». Lo ha detto il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, secondo il quale «il rinvio ad una riunione successiva del plenum del Csm dell’esame del parere espresso dalla competente Commissione consiliare sulla riforma del processo penale è stato opportuno, non solo per approfondire le valutazioni espresse in Commissione, ma anche per distinguere il momento della formulazione del parere da quello della risoluzione finale, che è della competente sede plenaria». Il numero due di Palazzo dei Marescialli osserva che i titoli dei giornali «parlano con una indebita forzatura di bocciatura» del ddl, mentre è «condivisibile il commento del ministro della Giustizia, Alfano, che mette in risalto che quello del Csm è un parere, non una bocciatura». Insecondo fatti, Mancino, «dialogare con il governo è necessario, ed è anche utile se i suggerimenti del Csm sono valutati positivamente per la oggettività dei rilievi: le forzature mai aiutano a rendere proficuo un dialogo fra chi propone, il governo, e chi è istituzionalmente deputato a dare un parere di merito».

temporale» d’intervento del Csm «per non interferire con l’attività del Parlamento». E in effetti nel primo pomeriggio di ieri è arrivata la conferma ufficiale che la discussione del parere redatto dalla sesta Commissione del Csm sulla riforma del processo penale inizierà a Palazzo dei Marescialli giovedì prossimo. Il documento era all’ordine del giorno di questa mattina, ed era giunto con procedura d’urganza in plenum. Ma subito è stato chiesto il rinvio dell’esame per consentire ai consiglieri di valutare in maniera più approfondita il parere, data la sua consistenza. Il ddl che ora è all’esame della Commissione Giustizia del Senato critica fortemente il provvedimento sottolineandone la violazione di principi costituzionali.

Gianfranco Anedda, laico del centrodestra, aveva proposto di mediare la discussione alla prima seduta di settembre, dopo la ripresa della pausa estiva, ma il plenum ha respinto tale richiesta (si è astenuto il vicepresidente Nicola Mancino). A larga maggioranza l’assembla di Palazzo dei Marescialli ha deciso il rinvio della trattazione del parere a giovedì prossimo. «Apprezziamo la posizione assunta dal vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, e il richiamo alle parole del Capo dello Stato che in occasioni precedenti aveva invitato l’organo di autogoverno della magistratura a non sconfinare rispetto alle sue funzioni. Siamo certi che alla luce di questa consapevolezza siano state poste le premesse affinchè non vi siano in futuro ulteriori forzature. Ci sembra questa la strada giusta affinché il rapporto tra i poteri dello Stato possa essere ricondotto nell’alveo di una fisiologica dialettica istituzionale». Questa la posizione della maggioranza espressa da Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori del Pdl.

Palazzo dei Marescialli: «È importante l’invito del Colle a non dilatare gli spazi del nostro intervento»

L’organo di autogoverno della magistratura, aggiunge il vicepresidente,«è ben consapevole dell’importanza dell’invito rivoltogli dal Capo dello Stato a non dilatare i propri spazi di intervento»: per questo, quando il plenum sarà chiamato a formulare il parere, secondo Mancino «alcune forzature andranno eliminate, come sarà giusto apprezzare molti suggerimenti contenuti nello schema di parere, perché sono rivolti a razionalizzare, a semplificare e a ridurre i tempi lunghi del processo penale». Il problema, conclude Mancino, è «il limite

scontri politici più accesi, il che significava mettere su un binario morto le intercettazioni da una parte e attenuare in qualche modo l’impatto delle nuove leggi in materia di sicurezza sui diritti civili degli immigrati dall’altro. Passata la buriana, insomma, il premier è tornato lui e non ci pensa nemmeno a riconoscere un contropotere: adesso poi è tornato a vivere nel suo Abruzzo di fantasia, convinto com’è che solo la figura del “presidente salvatore” gli permetterà di mettere in un cantuccio festini,“torte” e quant’altro. Il resto va come un treno: in autunno, nel centrodestra già cominciano a dirlo, il ddl sulle intercettazioni in Senato riprenderà il cammino interrotto in queste settimane senza modifiche sostanziali. Sempre in amicizia: «Con Napolitano c’è un rapporto di estrema cordialità, assolutamente positivo, ci diciamo tutto», ha spiegato ieri Berlusconi.

Quanto alla legge sulla sicurezza, poi, ieri il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha spiegato nella pratica cosa voleva dire la nota in cui palazzo Chigi affermava che il governo «terrà conto» delle considerazioni del Capo dello Stato «già a partire dalla prima applicazione della legge stessa». Ossequio formale, disinteresse fattuale: ieri infatti il dirigente leghista ha chiarito che il regolamento ministeriale che consentirà di far partire le ronde (uno dei punti critici indicati da Napolitano) «è già pronto e sarà emanato non appena la legge sulla sicurezza» sarà in Gazzetta. Non si capisce come, ma ovviamente sempre tenendo in gran conto i rilievi del Quirinale. Il fatto è che la maggioranza non si può permettere di riaprire il caso politico dei provvedimenti sulla sicurezza: i dubbi di consistenti settori del Pdl non possono cioè tornare alla luce in sede parlamentare, pena problemi con la Lega, il cui strapotere post elettorale è talmente scontato che il Carroccio ha strappato per la prima volta ampio potere perfino in Rai (le deleghe del vicedirettore generale “lumbàrd”Antonio Marano sono talmente ampie che qualcuno lo chiama «direttore ombra»). Ieri comunque le opposizioni hanno chiesto al ministro Elio Vito un dibattito alle Camere sui rilievi del Colle: «Vedremo», ha risposto il titolare dei rapporti col Parlamento. Che è come dire «no, se non saremo costretti con la forza». C’è chi scommette che l’equilibrio armato tra Colle e palazzo Chigi non è destinato a durare ancora a lungo.


diario

17 luglio 2009 • pagina 7

L’intervento “programmatico” del segretario diffuso online

Solidarietà anche dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno

Congresso Pd: Franceschini parla (ma non dice nulla)

Omicidio Sandri, Angelino Alfano: «Sono vicino alla famiglia»

ROMA. Poca “ciccia”nel discorso programmatico con cui Dario Franceschini (online su YouDem e via Twitter) ha presentato il proprio “programma” in vista del congresso. L’attuale segretario del partito vorrebbe un Pd «aperto, solido, moderno, nazionale e federale insieme». Aperto perché ”spalanca i propri gruppi dirigenti a quelle persone, soprattutto a quei giovani e quelle donne, che non hanno appartenenze precedenti e che hanno scelto di cominciare il loro impegno politico con il Pd. Quelli che vorrebbero entrare e impegnarsi ma spesso non sanno nemmeno a che porta bussare e invece abbiamo un bisogno enorme della loro freschezza e delle loro energie». Per il segretario il Pd dev’essere in grado di investire e spendere nella formazione politica, «questa cosa preziosa e dimenticata». E deve aprirsi a un rinnovamento dei gruppi dirigenti che «non ha nulla a che vedere col nuovismo».

ROMA. «Da padre sono vicino al dolore che ha colpito il padre di Gabriele Sandri e al senso di ingiustizia che vive e non va commentato. I giudici daranno le loro motivazioni». Questo il commento del ministro della Giustizia Angelino Alfano sul caso Sandri, nel corso della puntata di ieri mattina di Omnibus estate, in onda La7. In merito alle dichiarazioni di Giorgio Sandri, padre del giovane assassinato dall’agente Luigi Spaccarotella l’11 novembre 2007, di voler parlare con i ministri della Giustizia e dell’Interno e con il Capo della Polizia, il ministro Alfano ha anche detto che «se lui mi scriverà e vorrà incontrarmi, sarò lieto di farlo». L’uomo infatti, commen-

Franceschini ricorda che, appena eletto segretario, ha sciolto i vecchi organi collegiali e formato una segreteria costituita da un sindaco, un presidente di Provincia e uno di Regione, un segretario regionale e uno provinciale, una parlamentare e un consigliere regionale. «Per que-

L’Udc: «Niente fiducia sul decreto anticrisi» Casini e Cesa: «Pronti a collaborare se c’è dialogo» di Alessandro D’Amato

ROMA. «Se il governo non metterà la fiducia sul decreto anticrisi, l’Udc è pronto a collaborare. In particolare su alcuni punti come pensioni, badanti, patto di stabilità e anche scudo fiscale con alcune modifiche». Questa la linea che i centristi terranno sul provvedimento economico e che è stata illustrata ieri mattina da Pier Ferdinando Casini in una conferenza stampa con il segretario Lorenzo Cesa. Una disponibilità che l’Udc offre al governo purché l’esecutivo cambi strada e metodi. «È inaccettabile - evidenzia Casini - il metodo con cui si presenta al Parlamento una manovra di questa portata. Espropriare il Parlamento non è una cosa intelligente. Noi diciamo al governo: fermatevi. Ed esprimiamo disponibilità politica a trovare convergenze sui vari temi contenuti nel decreto». Una disponibilità che l’Udc ritirerà se verrà posta la fiducia: «Il governo - sottolinea Casini - non deve chiedere la fiducia e deve consentire un dibattito ampio. In questo modo potrà esserci convergenza su temi fondamentali come la riforma delle pensioni, il patto di stabilità, la regolarizzazione delle badanti, e, se modificato, lo scudo fiscale». E mentre il dl anticrisi approderà il 21 alla Camera – lo ha deciso la conferenza dei capigruppo, il voto finale ci sarà il 23 – la polemica politica si fa sempre più forte. «Credo che sia l’inizio di una nuova stagione di condoni, alla fine della quale ci sarà un aumento del carico fiscale per chi le tasse le paga già», è la critica del responsabile economico del Pd e candidato alla segreteria, Pierluigi Bersani, alla norma che favorisce il rientro dei capitali dall’estero. Norma che per Bersani peraltro «non è chiara».

regole europee, che valgano per tutti i paesi dato che si tratta di un fenomeno globale: se le regole del governo italiano non corrispondono a quelle europee devono essere cambiate”.

Il capogruppo del Pd Antonello Soro è il più polemico: “Le modalità scelte da governo e maggioranza per sottoporre al Parlamento provvedimenti che riguardano aspetti importanti per la vita del Paese stanno «allontanando progressivamente il nostro Paese dallo Stato di diritto». Soro ha spiegato: «Abbiamo rappresentato a Fini il nostro profondo disagio per la distorsione del processo legislativo inaugurata da tempo da questo governo ma in questi giorni portata a livelli senza precedenti. In poche ore si cerca di approvare un complesso provvedimento che avrebbe viaggiato ragionevolmente su 4-5 provvedimenti diversi». Gli ha risposto a stretto giro di posta Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl: «Dire, come fa l’onorevole Soro, che l’Italia si sta allontanando dallo Stato di diritto perché nel provvedimento in discussione alla Camera il Governo affronta una serie di nodi riguardanti l’economia italiana è una forzatura polemica che, fra l’altro, rimuove dalla memoria le operazioni legislative assai più pesanti fatte nel passato dal governo Prodi». Per Roberto Cota della Lega Nord «il decreto anticrisi è un provvedimento che sostiene il mondo del lavoro, il sistema produttivo e le famiglie. Francamente non capisco l’atteggiamento delle opposizioni: non hanno altre proposte e hanno annunciato lotta dura sul dl, ma contro chi? Probabilmente contro gli interessi della gente e alla fine contro se stessi». Roberto Guerini, presidente di Anci Lombardia, ha criticato invece le norme che riguardano i municipi: «Come faremo a fare le opere pubbliche? Sarà impossibile, per i Comuni, l’avvio delle pratiche per appaltare nuovi lavori o opere pubbliche. Mi riferisco all’obbligo di accertare preventivamente che il programma dei conseguenti pagamenti sia compatibile con gli stanziamenti di bilancio».

Bersani: «Inizia una nuova stagione di condoni, che finirà con un aumento delle tasse (per chi le paga)»

sto non devo fare promesse, ma soltanto dire che con questi stessi criteri comporrò la mia futura squadra». Quanto alla doppia anima nazionale e federale, per Franceschini significa che il Pd deve, «dentro una missione unitaria, lasciare ai partiti regionali autonomia politica e statutaria nella scelta del modello organizzativo, delle alleanze, dei candidati, delle priorità programmatiche. Partiti regionali che, come prevede il nostro statuto, possano decidere di aggregarsi per aree geografiche omogenee, nel nord o nel sud del paese, per dare più forza, organizzativa e politica alla nostra azione». Non manca qualche accenno anti-berlusconiano per blandire la base. Poi, il nulla.

Sulla stella linea la Cgil, il cui leader Guglielmo Epifani, a margine dell’Assemblea di programma, rileva che “tutte le agevolazioni fiscali non riguardano mai i contribuenti onesti e i lavoratori dipendenti, i quali pagano troppe tasse ma sempre le imprese o i grandi patrimoni”. Più moderato Luigi Angeletti della Uil: “Il rientro dei capitali deve essere affrontato con

tando la sentenza di sei anni di carcere per omicidio colposo al poliziotto, aveva anche detto di voler chiedere «spiegazioni ai ministri Maroni e Alfano e al capo della polizia Manganelli. Mio figlio - aveva aggiunto - è stato assassinato dallo Stato e ora lo Stato mi deve giustizia. Faremo una raccolta di firme in tutta Italia da portare al Presidente della Repubblica». Nell’attesa del possibile incontro, proseguono anche i preparativi da parte della famiglia Sandri e degli amici di Gabriele per un corteo nazionale: «Una grande manifestazione non violenta per chiedere giustizia».

E ad appoggiare la mobilitazione pacifica, augurandosi che in appello ci sia più trasperenza, è anche il sindaco di Roma Alemanno, che ieri ha ribadito la propria solidarietà alla famiglia Sandri, aggiungendo che «non è accettabile la derubricazione del reato da omicidio volontario a colposo. In ogni caso, la pena risulta troppo mite rispetto a un fatto così grave che ha duramente colpito non solo la famiglia, ma tutta la città». E circa le tensioni nella Capitale tra ultras e forze dell’ordine, ha dichiarato: «Si è cercato di speculare sul dolore, ma evidentemente c’è un sentimento di ingiustizia».


mezzogiorno

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Denuncia. Presentato il rapporto Svimez 2009 con dati inquietanti sulla spaccatura sociale del Paese

Exodus. Di nuovo Solo negli ultimi undici anni ancora 700 mila emigrati dal Sud. L’allarme di Napolitano. Lombardo: «Berlusconi cambi strada» di Errico Novi segue dalla prima La coincidenza tra la lettura dei dati e il propagarsi dell’idea di un “partito del Sud” sembra casuale ma dovrebbe anche fare da stimolo per un colpo di reni del governo. Nel suo intervento inviato per iscritto il presidente della Repubblica ricorda la priorità: «Superamento dei divari in termini di dotazione di infrastrutture, di investimento in capitale umano, di rendimento delle amministrazioni pubbliche e di qualità dei servizi pubblici». Trasparente anche il passaggio in cui si chiede uno sforzo comune a tutto il Paese: «In un contesto nel quale la crisi economica rende più difficile il bilanciamento tra i diversi obbiettivi, cresce l’incertezza sulle risorse disponibili, e insieme con essa, l’incertezza del quadro di riferimento delle politiche per il Mezzogiorno: occorre reagire accrescendo la consapevolezza, nelle istituzioni e in tutta la società italiana, del carattere prioritario e della portata strategica dell’obiettivo del superamento dei divari tra Nord e Sud», dice Napolitano.

Il rappresentante del governo che partecipa calla presentazione del rapporto non fa molto per allontanare l’impressione che lo sbilanciamento nordista dell’Esecutivo sarà difficilmente superato: «Quella fatta dallo Svimez», dice il ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto, «è una disamina puntuale della difficile condizione del Mezzogiorno ampiamente condivisibile ma che, per oggettive ragioni di tempo, non ha nessun rapporto con quanto fatto dal governo Berlusconi». Quindi una sorta di avvertimento a chi, anche nella maggioranza, a cominciare da Raffaele Lombardo, reclama maggiore impiego di risorse per il Sud: «Non si può continuare a polemizzare sulla quantità della spesa nelle Regioni meridionali, è necessario concentrarsi sulla qualità della stessa. Ancora oggi nelle politiche di intervento prevale

la semplice sommatoria di istanze e interessi locali. Serve un nuovo Patto per il Sud nel quale siano chiari gli obiettivi e ben individuate le responsabilità e i poteri in caso di inadempienza, e che renda trasparente

venuto con Maurizio Ronconi per dire che «il rapporto smaschera le intenzioni della Lega, giacché il divario già grave tra Nord e Sud trasformerebbe il federalismo in una secessione tra regioni ricche e regioni po-

Fitto si difende: «La situazione è difficile ma non dipende dall’azione di questo esecutivo». In crescita il fenomeno dei pendolari di lungo raggio, residenti nel Mezzogiorno ma con il lavoro altrove l’azione delle amministrazioni centrali, regionali e locali».

È un chiaro riferimento al federalismo, che per ora rimane l’unica risposta dell’Esecutivo alle richieste di politiche per lo sviluppo. Scelta che attira le critiche durissime dell’Udc, inter-

vere. Chi governa il Paese conosce questi dati e non può scherzare col fuoco, instillare la divisione e, anziché rendere un servizio al Paese, incoraggiare i nuovi potentati locali». Messaggio destinato al neoleghismo sudista di Lombardo e Miccichè, ma anche a quello di Bas-

solino e Loiero: il presidente della Calabria non si è sfatto sfuggire l’occasione per presentare il “partito del Sud”come occasione utile a «riproporre la centralità della questione meridionale nel dibattito politico». Il governatore siciliano a sua volta ne ha approfittato per prolungare la sua strategia di distinzione dalla maggioranza e dal governo di cui pure fa parte: «Il presidente del Consiglio prenda coscienza di questo in-

A destra, il presidente dello Svimez, Nino Novacco. In basso, il deputato dell’Udc, Calogero Mannino

Calogero Mannino commenta il documento dello Svimez

«Questo è il governo più anti-meridionalista della storia» di Francesco Capozza

ROMA. In un messaggio inviato allo Svimez, il presidente della Repubblica sottolinea che deve crescere nelle istituzioni, così come nella società, la coscienza che il divario tra Nord e Sud deve essere corretto e superato. «La crisi economica rafforza il convincimento che una prospettiva di stabile ripresa del processo di sviluppo debba essere fondata sul superamento degli squilibri territoriali, necessario per utilizzare pienamente tutte le potenzialità del nostro Paese», afferma Napolitano. Il lavoro della Svimez, prosegue il capo dello Stato, «offre un contributo importante allo svilup-

po di un confronto nazionale». Onorevole Calogero Mannino, secondo lei è davvero ancora così palpabile il divario tra Nord e Sud del paese? Il rapporto presentato ieri dallo Svimez ci rappresenta una situazione davvero drammatica. E la cosa davvero avvilente è che è vero e percepibile - per chi vive al Meridione - quanto si legge in quelle centinaia di pagine. Il punto è che il Sud è stato lasciato solo, e da solo non tiene più il passo né con il Nord, né, più in generale, con l’Europa. Leggere quelle pagine del rapporto è stato per me di immenso sconforto, specialmente perchè mi tornano alla mente quelle parole di speran-

za per il Meridione d’Italia che gli ultimi esecutivi hanno sempre profuso a grande voce. Apprezza le parole del capo dello Stato, quindi? Le parole del presidente della Repubblica sono estremamente apprezzabili. Come al solito riesce a capire la forma migliore per far arrivare il suo messaggio pieno di grande senso dello Stato e anche, oso credere, di attaccamento ad una terra che è anche sua. Mi duole solo il pensiero che come troppo spesso accade le sue parole rimarranno inascoltate. Cosa dovrebbe fare il governo per appianare questo divario? E cosa vuole che faccia? Questo governo è il più anti-meri-

dionalista della storia repubblicana. Anche per la crisi interna al Pdl siciliano? No, quello non c’entra poi molto. Il vero problema è che a dettare la linea all’intero esecutivo è la Lega. Dal 1987, da quando Bossi ha iniziato a fare politica a livello nazionale, il suo obiettivo è stato quello di annullare il Sud d’Italia. Adesso che è al governo, complice il presidente del Consiglio che su questo è inerme, ci sta riuscendo. E cosa dovrebbe proporre l’Udc? L’Udc sta facendo moltissimo


mezzogiorno

sopportabile stato di cose e inverta la pericolosa rotta che confina il Sud verso l’isolamento economico e culturale», incalza Lombardo, «fissi un tavolo operativo permanente per avviare subito politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno e per fermare il vergognoso e umiliante degrado di parti importanti del nostro Paese».

siciliano arrivano dunque i numeri con cui lo Svimez confronta nel “Rapporto 2009” le dinamiche economiche del Mezzogiorno d’Italia con quelle degli altri Paesi europei: «In dieci anni, dal 1995 al 2005, le regioni meridionali sono sprofondate nella classifica europea, situandosi in posizione comprese tra la 165 e la 200 su un totale di 208. Un processo in decisa controtendenza con le altre aree deboli Ue, che sono cresciute mediamente del 3% annuo dal 1999 al 2005, mentre il Sud si è fermato a +0,3%». Il quadro è difficilissimo: «Investimenti che rallentano, famiglie che non consumano sono le due cause principali della crisi al Sud», sostiene il rapporto Svimez, «le famiglie hanno ridotto al Sud la spesa dell’1,4% contro il calo dello 0,9% del Centronord. Mentre gli investimenti sono scesi del 2,1% annuo dal 2001 al 2008, tre volte tanto rispetto al Centronord (-0,6%), anche a seguito della riduzione o abolizione di alcune agevolazioni come il credito d’imposta e la legge 488)». Non inganni il fatto che «nel 2008 il Sud è calato dell’1,1%, con una minima percentuale di differenza rispetto al Centronord (-1%)», giacché nel Meridione «il Pil per abitante è pari a 17.971 euro, il 59% del Centronord», che è di 30.681 euro, «con una riduzione del divario di oltre 2 punti percentuali dal 2000 dovuta però solo alla riduzione relativa della popolazione».

A semplificare la strategia

Ed è questo appunto il profilo

movimentista del presidente

più inquietante di tutto lo studio, «l’emorragia di risorse umane: rispetto ai primi anni 2000 sono cresciuti i giovani meridionali trasferiti al Centronord dopo il diploma che si sono laureati lì e lì lavorano, mentre sono calati i laureati negli atenei meridionali in partenza dopo la laurea in cerca di lavoro». In dieci anni, tra il 1997 e il 2008, «circa 700mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno: nel 2008 il Sud ha perso oltre 122mila residenti a favore delle regioni del Centronord a fronte di un rientro di circa 60mila persone. L’emorragia più forte in Campania (-25 mila), a seguire Puglia e Sicilia rispettivamente con 12mila e 11mila unità in meno». Fino all’ultima fotografia che racconta dei «pendolari a lungo raggio: nel 2008 sono stati 173.000 gli occupati residenti nel Mezzogiorno ma con un posto di lavoro al Centronord o all’estero, 23 mila in più del 2007 (+15,3%). Sono cittadini a termine», si legge nel rapporto Svimez, «che rientrano a casa nel week end o un paio di volte al mese».

in termini di proposte, purtroppo la maggioranza ha dei numeri così ampi che è in grado di respingere qualsiasi proposta venga dalle opposizioni. Rimanendo al Sud ma passando ad un piano più politico, che ne pensa del cosiddetto “partito del Sud”? E dov’è questo fantomatico partito? Lei lo vede? Io, francamente, no. Qualsiasi progetto simile può essere concretizzabile solo se si scioglie il Pdl locale. Fino a quel momento il panorama, desolante, è questo. E sa cosa c’è di paradossale in tutto questo? No, mi dica onorevole... Che la vera cassaforte di voti per il Pdl è il Sud. Un partito inesistente, che si piega alla volontà nazionale (e quindi alla Lega) continua, nonostante le divisioni interne siano enormi, a mietere consensi da parte dell’elettorato meridionale. Finchè non ci sarà un processo di riorganizzazione del Pdl non possiamo sperare in nessun mutamento significativo della linea.

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Lo sviluppo del Meridione visto dal presidente della Svimez, Nino Novacco

«Il Pdl non ha fatto niente, torniamo a Vanoni» di Franco Insardà

ROMA. «Sudd fa pensare più ai sudditi, che al Sud. I problemi del Meridione non si risolvono certamente moltiplicando le“d”. I cosiddetti partiti del Sud sono strumentali, a partire dalla Sicilia. È un momento difficile di congiuntura nella quale il Nord, che si sente forte perché è in grado di ricattare il governo, aumenta giorno dopo giorno le sue richieste: dalle ronde, alle badanti, al controllo delle banche». Il presidente della Svimez, Nino Novacco, dall’alto della sua esperienza meridionalista ha le idee molto chiare sulla situazione del Mezzogiorno. Come si coniugano i“cosiddetti partiti del Sud”con la questione meridionale? Anche se nel meridionalismo è stata sempre chiara l’idea che il Sud fosse assai più povero del Nord e meno dotato di imprese produttive, è sempre stato unitario e nazionale. Oggi il Nord sta diventando fastidiosamente piagnone e assistiamo a una sorta di rovesciamento delle posizioni. Come mai? Il Nord sta chiedendo e ottiene tutto. Preoccupano queste forme di pericoloso federalismo, non quello fiscale, ma quello politico. Questo fa comprendere anche il crescente malessere del Sud. Si sente trascurato dallo scarso impegno del Paese e della politica per il suo sviluppo, essenziale per la crescita nazionale, come più volte ha ricordato lo stesso Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Il rapporto Svimez fotografa, insomma, un declino. Va distinto, però, l’andamento congiunturale da quello strutturale. Bisogna guardare oltre l’ovvietà delle difficoltà del momento con un disegno di tipo programmatico. È questa la ricetta? Lo sviluppo del Mezzogiorno può avvenire soltanto in forza di programmi organici di tipo macroeconomico a lungo termine e non di pressioni politiche equidistribuite che alla fine anticiperebbero la fine dello stato-nazione fino ad arrivare a forme di distruttivo separatismo. Sentir citare in qualche modo l’Evis (l’esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia), da siciliano, mi preoccupa molto. C’è il problema di una politica italiana che, se vuole essere europea e mediterranea, ha bisogno di elaborare strategie di sviluppo strutturale, dedicando a questo risorse adeguate alla dimensione complessiva del Paese. Siamo in una situazione difficilissima che potrebbe essere il prodromo di scenari separatisti. Questo può bastare? Il Sud deve saper assumersi la responsabilità di evitare sprechi e inefficienze, combattendo le forme di illegalità e di collusione mafiosa. Occorre sensibilizzare le amministrazioni, la società civile e la stessa Chiesa. Non è anacronistico parlare di meridio-

nalismo oggi? Non è possibile non parlarne. C’è bisogno di uno sviluppo articolato in tutto il Paese. Altrimenti la prospettiva è la fine dell’unità nazionale e non credo che sia l’obiettivo delle istituzioni, a partire dal presidente Napolitano. Meridionalismo e partiti di massa: un binomio imprescindibile? I partiti non ci sono più in assoluto: da una parte c’è la Lega e dall’altra il berlusconismo. Non sono partiti di massa, ma interessi di massa che si aggregano. Il problema è quello di avviare una battaglia che faccia capire che non è possibile andare avanti con la politica dei piccoli partiti che tentano di inventarsi il leghismo del Sud. Alcuni economisti ritengono che i troppi soldi sono stati un problema. Questa tesi è sbagliata e ha fatto molti danni. Anche nei confronti dell’Europa non siamo riusciti nè a condizionare né a contrastare certe scelte. Guido Dorso, nel saggio la“Rivoluzione meridionale” auspicava la nascita di una nuova classe dirigente di severo rigore morale. E invece? Le cose stanno andando in maniera diversa. La cultura meridionalista, purtroppo, non è riuscita a sensibilizzare la politica sui grandi programmi. Lo schema Vanoni, per esempio, fu uno strumento di programmazione economica lungimirante. L’errore politico fu quello di combattere la Dc, mentre bisognava pensare allo sviluppo del Sud con uno strumento come la Cassa per il Mezzogiorno. Che aveva una sua valenza. Certamente sì. Personalità come Gabriele Pescatore, Giulio Leone, Piero Grassini hanno fatto la storia di questo Paese. La Cassa del Mezzogiorno si basava sul concetto di straordinarietà, distrutto dalla modifica costituzionale che ha cancellato la valorizzazione del Sud e gli interventi straordinari. Federalismo e meridionalismo. Due concezioni diametralmente opposte di affrontare il problema. Nella situazione attuale non si possono coniugare, perché federalismo per il Nord significa soltanto fare da soli, pensando a una serie infinita di devoluzioni, caratterizzate dalla prepotenza: un fenomeno estremamente pericoloso. Siamo riusciti, invece, almeno in parte a depotenziare il federalismo fiscale nel pieno rispetto del dettato costituzionale. Il futuro? Resto ottimista perché quando discuto con persone responsabili si ha coscienza che questi sono i termini corretti della questione. Purtroppo c’è uno scollamento che non induce all’ottimismo. Il senatore Gaetano Quagliariello sostiene che solo il Pdl, in quanto partito nazionale, può affrontare la questione meridionale. Il Pdl non ci ha neanche provato e la riprova sta nel fatto che è stato dato mandato a un ministro dell’Economia: il più vicino alla Lega e a posizioni di estremismo federalista.

Il Nord sta diventando fastidiosamente piagnone e assistiamo a una sorta di rovesciamento delle posizioni


mezzogiorno

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Partito del Sud. L’opinione di Massimo Lo Cicero, Antonio Maccanico, Gerardo Marotta, Giovannino Russo, Nico Perrone e Giuseppe Vacca

«Sono leghisti di serie B» di Franco Insardà

ROMA. Qualcuno ha pensato a una provocazione: Antonio Bassolino, Agazio Loiero e Vincenzo Scotti alla presentazione del Rapporto Svimez 2009. Quelli, cioè, che stanno lavorando per organizzare il movimento “Sudd” (Sinistra unita democratica e dei diritti) e il presidente dell’Mpa del governatore siciliano Raffaele Lombardo. Gli interventi, però, hanno fugato tutti i dubbi sul loro meridionalismo. Per il governatore della Campania: «All’allarme dei dati della Svimez bisogna aggiungere l’elemento del racconto dello sfascio della realtà meridionale e che, in questi anni, ha contribuito a creare un alibi per non far arrivare risorse al Sud, al punto che i fondi europei, ormai, sono diventati sostitutivi e non aggiuntivi. Il futuro del Mezzogiorno è legato indissolubilmente a una grande idea di Paese». L’avvocato Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, evidenzia questo aspetto: «I governatori delle regioni meridionali non hanno un desiderio di fare un regno del Sud, sono in fondo convinti di mantenere l’unità del Paese. Cercano di ottenere fondi dal governo centrale per reggere i bilanci regio-

lutamente opposto al meridionalismo: finché ci sarà l’unità nazionale non ha senso. Non a caso la questione meridionale è stata affrontata dai partiti di massa come la Dc e il Pci. E se oggi il Partito democratico la mettesse in agenda ne saremmo felici». Giovannino Russo, giornalista e meridionalista, fa un parallelo: «La Lega è un fenomeno nato come rivendicazione di certe aree del Nord che non si sentono rappresentate dai partiti tradizionali. Negli ultimi anni, per una serie di ragioni complesse, la questione meridionale è stata Secondo Giuseppe Vacca, pre- identificata con la questione crisidente della Fondazione Istituto minale. Sono prevalse, perciò, le Gramsci, il partito del Sud è «una interpretazioni, le cronache e le forma subalterna di leghismo, immagini che mostrato i collegache rappresenta un criterio asso- menti con le forze illegali infiltrate nelle amministrazioni ANTONIO MACCANICO locali. Sto ultimando un libro che si chiamerà “Il Un federalismo tradimento del Mezzocooperativo giorno” che sottolinea e solidale proprio questi aspetti». può funzionare anche Sulla specificità della in un Paese questione meridionale dualistico. insiste l’economista Le spinte Massimo Lo Cicero: «Il secessionistiche, Mezzogiorno non è canon sono pace oggettivamente di risolutive, sostenersi perché produma soltanto ce il 25 per cento del propericolose dotto interno lordo, ci vinali». Antonio Maccanico, presidente del Centro di Ricerca Guido Dorso, esprime in maniera molto chiara il concetto di indivisibilità: «Pensare a leghe del Sud è sbagliato. I partiti nazionali devono tener presente che, dopo 150 anni, non siamo ancora riusciti a realizzare l’unità economica del Paese. Questo è un problema per l’Italia, non per il Mezzogiorno, perché non ci si può illudere che il Nord vada avanti all’infinito con una crescita economica stabile rinunciando al Sud».

ve il 33 per cento degli

italiani con una disoccupazione strutturale, non legata ovviamente alla crisi. Occorre una politica nazionale per il Mezzogiorno, mentre il federalismo può funzionare soltanto nel caso in cui ci sia un addendum che proviene dal governo per consentire il superamento di questo gap strutturale. Vedo improbabile un partito del Sud, perché sarebbe un sindacato, una forza cioè che rivendica qualcosa, ma che non è in grado di produrla senza una politica nazionale». Il federalismo è fra gli argomenti che destano più allarme, ma Antonio Maccanico si dice possibilista: «Sono del parere che il federalismo ci possa essere anche in un Paese dualistico come l’Italia. Ricordo l’esempio degli Stati Uniti, Paese dualistico e federale, che è riuscito ad adottare politiche di sviluppo efficaci per le zone arretrate. La Tennessee Valley Authority l’ha varata il governo federale, non il governatore dello stato. Un federalismo cooperativo e solidale può funzionare anche in

un Paese dualistico. Le spinte secessionistiche, non sono risolutive, ma soltanto pericolose». Sul tasto dell’unità nazionale insiste Giovannino Russo che aggiunge: «Lo stesso Guido Dorso era contrario ai prefetti e Salvemini

GIUSEPPE VACCA Si tratta di una forma subalterna di leghismo, che rappresenta un criterio assolutamente opposto a quello di meridionalismo: finché ci sarà l’unità nazionale non ha senso

guardava con favore, in polemica con Giustino Fortunato, a un’autonomia di enti e istituzioni locali. Era un modo per sviluppare il Sud, assolutamente non in contrasto con quel tipo di federalismo».

Anche il professor Vacca tiene a precisare che se si trattasse di qualcosa «di diverso da come lo intende Bossi, potrebbe portare vantaggi anche al Sud». Gerardo Marotta lamenta, invece, che «il

L’ultimo segnale che il bipolarismo è finito di Gennaro Malgieri segue dalla prima Se un sottosegretario del governo Berlusconi, autorevole come Gianfranco Micciché, sostiene la necessità di una formazione che rappresenti le ragioni di una parte d’Italia non sempre adeguatamente “coltivata”, è credibile che qualcosa di concreto si stia muovendo. Se poi si aggiunge che il presidente della Giunta regionale siciliana Raffaele Lombardo, è dello stesso avviso e che esponenti vari del centrodestra, da Adriana Poli Bortone a Clemente Mastella appoggiano l’iniziativa, crediamo che non bastino le parole di questo o di quello, a cominciare da Berlusconi che nei giorni scorsi ha incontrato privatamente ad Arcore proprio Micciché, per rassicurare il Pdl e fugare i fantasmi se non di una scissione, quanto meno il ri-

schio costituito dalla formazione di una “frazione”, che peraltro è nell’aria da tempo, almeno da quando gli eletti nel Mezzogiorno hanno preso contezza del peso che la Lega riesce ad esercitare sul governo. Paradossalmente, il progetto sembra riscuotere anche l’interesse dei “governatori” della calabria e della Campania Loiero e Bassolino. Abbiamo l’impressione che siano in corso eterodosse prove di“ibridazione”, sorprendenti oltre ogni immaginazione, al fine di provocare spostamenti considerevoli dei consensi in occasione delle regionali del prossimo anno. A prescindere da come evolverà il ventilato progetto, resta il fatto che il Pdl non ha elaborato un’originale approccio alla “questione meridionale” e, diversamente da come ci si attendeva, non l’ha fatta diventata questione nazionale. Da qui lo scoramento prima, la

delusione poi e la rabbia infine dei “portatori di voti”al Pdl che si sono sentiti abbandonati. L’iniziativa del Partito del Sud potrebbe “riformare” il centrodestra con imprevedibili ricadute dal punto di vista elettorale.Tuttavia, se ben gestita, potrebbe pure essere una risorsa costringendo il Pdl ad assumere una veste sostanzialmente “federalista”: prospettiva che piace poco a molti, ma tant’è. Certo, costituirebbe comunque un elemento di confusione in più tale da dare il colpo di grazia al bipolarismo. Sul tavolo di Berlusconi c’è un’altra grana, dunque. Non imprevista questa volta. Del resto, quando un partito come il Pdl nasce come è nato, privo di una complessiva visione politico-culturale della sua funzione, è fatale che problemi strutturali e contenutistici prima o poi si manifestino in tutta la loro gravità. Se nel centrodestra i problemi

non mancano, sul versante del centrosinistra sono addirittura angoscianti. Il Pd dimostra i suoi limiti aggregativi vistosamente dimostrati sia alle elezioni politiche dello scorso anno che in quelle europee ed amministrative di un mese fa. La sua classe dirigente è ancora alla ricerca di una leadership che, francamente, non si vede all’orizzonte dove, pericolosamente, si staglia invece l’ombra minacciosa di Antonio Di Pietro il quale, pur avendo soltanto meno di un terzo dei voti del Pd riesce ad imporgli la sua linea e, sostanzialmente, a svuotarlo di iniziativa. Non manca, nella tragedia un aspetto grottesco: la pretesa da parte di Beppe Grillo di candidarsi alle primarie del Pd ha messo il partito a soqquadro e, per tanti, il mandante è proprio quel Di Pietro che dopo aver beneficiato dell’alleanza“regalatagli”ora intende destabilizzare il maggior partito

della sinistra che per contenere le pretese dell’Italia dei Valori cerca appoggi da tutte le parti, spingendosi fino a Casini (che ovviamente non ne vuol sapere). Tanto Bersani che Franceschini non teniamo conto di Marino per l’oggettiva marginalità del suo gruppo e per la patente estraneità al partito stesso dal punto di vista culturale - non avranno vita facile da qui al congresso nel cercare di limitare i danni che gli deriveranno da Grillo e Di Pietro. E non è detto che entrambi non gli portino via consensi dal momento che molti “piddini” considerano antidemocratico il divieto posto al comico di candidarsi. In questo bailamme è fin troppo scontato che più d’uno pensi più che agli esiti congressuali a come posizionarsi nel tempo più breve possibile. Le inquietudini sono evidenti. Il Pd rischia di non riuscire a rimettere


mezzogiorno

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Miccichè in conclave con i fondatori della “lega” meridionale

La scissione di Sorrento che sconvolge il Pdl di Errico Novi

ROMA. È un gioco di specchi da far venire

A destra, Marcello Dell’Utri, Gianfranco Miccichè e Antonio Martino. In basso, Adriana Poli Bortone federalismo tende a dare a ogni regione le proprie risorse e non a distribuirle, mentre la questione meridionale nasce da un grande debito verso il Mezzogiorno a partire dall’unità d’Italia». Una delle accuse che si muovono al Sud è quella di aver ricevuto tanti fondi e di averli sprecati. Ma anche su questo argomento i pareri sono diversi. Per Antonio Maccanico si è enfatizzata troppo la questione: «Il governo tedesco ha stanziato per la Germania est il 5 per cento del prodotto interno lordo, mentre il governo italiano ha destinato al Sud neanche il due per cento. Non si tratta solo di risorse, ma di come si utilizzano. Questo è il vero problema del Sud».

Argomento che trova d’accordo Nico Perrone, professore di Storia contemporanea all’università di Bari: «Ci sono stati sprechi nella gestione del patripiù insieme i pezzi. La sinistra non rappresentata in Parlamento non sta a guardare ed è disposta ad offrire più d’una sponda agli inquieti parenti a cui ha portato malissimo la “vocazione maggioritaria”. Il bipolarismo italiano mostra ogni giorno di più i suoi limiti che ne fanno presagire il disfacimento. Su di esso sembrano esercitarsi infatti, con un accanimento sorprendente, sempre nuove “malattie” che lo mettono a dura prova. Ci si chiede quanto potrà resistere. Per molti è già moribondo. E non sono lontani dal vero quanti sostengono che non si riprenderà più: tanto vale, allora, pensare alla sua eredità. Problema complicato, come tutte le questioni di successione, posto che non è chiaro il quadro degli aventi tito-

monio dello Stato, soprattutto nelle partecipazioni statali, ma questo non è un motivo sufficiente per abbattere un sistema che ha avuto dei grandissimi meriti. Esistono forme di controllo politico per verificare come si spendono le risorse». La responsabile di questo fallimento è, quindi, la classe politica: «Non c’è stato un ricambio - aggiunge Massimo Lo Cicero - e quando l’opposizione è andata al governo ha utilizzato gli stessi sistemi». Lapidaria la chiosa di Giovannino Russo: «Per evitare gli sprechi non bisogna affidarsi né alle inchieste della magistratura né a un falso moralismo. Bisogna, invece, creare le condizioni affinché veramente questi investimenti siano usati per le infrastrutture grazie a linee di indirizzo precise. Un compito che dovrebbe spettare al governo nazionale e non essere delegato al clientelismo».

lo i quali, comunque, si stanno preparando, come possono, all’inevitabile implosione del sistema partitico che in quindici anni non è riuscito a darsi una struttura tale da reggere alla crisi della politica il cui acme pensavamo fosse stato raggiunto dalla distruzione delle vecchie formazioni travolte da Tangentopoli. In questi ultimi anni assistiamo, quasi rassegnati ormai, al progressivo scadimento della qualità della politica. E siamo costretti a riconoscere che i nuovi soggetti, il Partito democratico ed il Popolo della libertà, forse per l’impronta oligarchica che recano nel loro atto di nascita, non sono riusciti a colmare le lacune lamentate e a rispondere ai bisogni di partecipazione dei cittadini. Forse è venuto il tempo in cui si riassumano nuove e vecchie identità al fine di creare le condizioni per la ricostruzione di un sistema effettivamente plurale. Con tanti malinconici saluti ad un bipolarismo rimasto rachitico e, dunque, privo di prospettive di sviluppo.

le vertigini. Gianfranco Miccichè affida le prove generali del suo “partito del Sud”alla retorica anti-nordista, all’attenzione per il Mezzogiorno che non è più quella di una volta «perché rispetto al precedente governo Berlusconi, ora la Lega pesa di più». Poi però sa, riconosce di dovere molto proprio a Umberto Bossi, al meccanismo territoriale che «va benissimo, come ha dimostrato il Carroccio, dunque sarebbe un delitto non utilizzarlo». E allora lui innesca l’ingranaggio, un po’lo mette in mostra un po’lo custodisce nel mistero. Da ieri è riunito a Sorrento con fedelissimi e osservatori interessati sotto lo sguardo vigile di Marcello Dell’Utri, in uno strano conclave annunciato con la puntualità di uno spot nei giorni scorsi (in particolare con l’intervista al Giornale di lunedì) salvo fare l’impossibile per tenere segreta la location. «Siamo in una residenza privata», si limitano a dire i suoi, «non più di venti persone per confrontarci, di-

scutere sui problemi del Mezzogiorno, soprattutto sulla necessità di una maggiore attenzione del governo. Ma intendiamoci: di questo Gianfranco ha parlato serenamente con Berlusconi».

federalismo; in tanti tra parlamentari e dirigenti meridionali del Pdl, per giunta, simpatizzano per le sfuriate di Miccichè contro Tremonti, per «i miliardi del Fas, il centro ricerche di Carini, gli investimenti nelle ferrovie che da un anno non arrivano».

Solo Miccichè d’altronde può permettersi, tra i post forzisti, di criticare Berlusconi (pur assicurando alla fine la sua irrevocabile fedeltà). Il resto del partito, finiani a parte, è impressionato dallo stile autocratico che Denis Verdini ha imposto a via dell’Umiltà, dove il vero potere è solo nelle mani sue e dei funzionari con i quali il coordinatore ha trasformato la struttura politica in una concessionaria centrale del marchio Pdl. Forte lui, meno gli altri triumviri impegnati nel governo (ieri il deputato Pdl Giancarlo Lehner è arrivato a chiedere a La Russa di lasciare l’incarico di partito per dedicarsi solo a quello di ministro della Difesa «visto che purtroppo i nostri soldati muoiono»), meno forti ancora i diri-

genti locali, come il coordinatore siciliano Castiglione uscito nettamente sconfitto dal confronto con Miccichè. È la capacità di muoversi con più autonomia degli altri – derivatagli dal fatto di essere l’ultimo sopravvissuto della prima era forzista – che consente al sottosegretario di proporre questa singolare “scissione di Sorrento”. A seguirlo per ora sono i fedelissimi come il senatore Mario Ferrara, il segretario della Camera Pippo Fallica, il neoassessore siciliano all’Agricoltura Michele Cimino, e qualche battitore libero come la Poli Bortone e Antonio Martino, che pure partecipa all’incontro in Campania.

Con i fedelessimi Ferrara e Fallica ci sono Martino e Dell’Utri. Dalla due giorni che si chiude oggi uscirà un progetto utile anche a Berlusconi

C’è la benedizione di Silvio? «Non ha né bocciato né promosso il mio progetto», dice Miccichè, che ha incontrato il Cavaliere mercoledì pomeriggio a Milano. In apparenza sembrerebbe arduo pensare a un vero e proprio beneplacito da parte del premier: alla convention che si chiude oggi a Sorrento aderisce infatti anche una fuoriuscita dal Pdl come Adriana Poli Bortone, fortemente critica nei confronti della dirigenza berlusconiana e vicina alla Costituente di centro promossa da Casini. Eppure sembra altrettanto improbabile che l’iniziativa si svolga in completo dissenso dal Cavaliere, vista la vicinanza di Marcello Dell’Utri. Si può piuttosto riconoscere un vantaggio per lo stesso Berlusconi, in questa tentativo di emulare l’epopea leghista: senza il “partito del Sud” che «resterà legato al Pdl ma secondo il modello tedesco Cdu-Csu», come spiega il sottosegretario con delega al Cipe, sarebbe più difficile arginare il malcontento pure diffuso nel Mezzogiorno per le politiche troppo padanocentriche dell’Esecutivo. Il rischio dev’essere chiaro anche a Berlusconi: l’Mpa può drenare voti dal Pdl, soprattutto con la nuova filosofia dell’equidistanza annunciata da Raffaele Lombardo dopo il rimpasto in Sicilia; l’Udc a sua volta è un catalizzatore di consensi ancora più efficace grazie alla propria solitaria opposizione al

Inutili sono stati i tentativi fatti da Sandro Bondi e, giovedì della scorsa settimana, da Fabrizio Cicchitto per trattenere Miccichè da questo ambivalente tentativo di emulare la Lega. Il pericolo è che il Pdl perda del tutto la capacità di affrontare i problemi del Paese nella prospettiva dell’interesse nazionale, ma alternative strategiche non ce ne sono. Difficilmente può esserlo il “tagliando” che Berlusconi farà alla maggioranza ai primi d’agosto, con un seminario che si svolgerà a L’Aquila. In quella sede il Cavaliere avrebbe indotto Tremonti a sbilanciarsi almeno un po’ sullo sblocco dei fondi Fas: fatta dopo quel passaggio, l’accelerazione di Micciché sarebbe apparsa meno traumatica. Ma il Bossi di Palemo non ha voluto saperne e ora confida negli auspici degli dei del Golfo per vincere la più complicata delle sue sfide.


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il paginone

Caritas in veritate. Continua la nostra riflessione sull’ultima enc

Bravo Ratzinger, se rancesco Forte ha un importante passato politico, ma è anche un acutissimo studioso di economia: grande conoscitore delle tendenze liberali, a partire da Luigi Einaudi sulle cui elaborazioni ha scritto libri e saggi molto penetranti. Un economista di vaglia, dunque col quale approfondire l’enciclica papale. Professore lei ha già scritto che la Caritas in veritate rappresenta un salto di qualità nel linguaggio e nell’approccio alle scienze sociali da parte della Chiesa. Cosa vuol dire? Vuol dire che vengono usate in modo corretto anche le categorie più tecniche delle scienze sociali. A Paolo Prodi questa scelta sembra dare un qualche fastidio e la definisce l’enciclica professorale. Per quello che mi riguarda ciò che per Prodi è una critica, per me suona come un complimento, un dato positivo. Mi mette infatti in condizione – in quanto economista – di comprendere bene le tesi papali e di avere una solida base su cui poggiare i miei ragionamenti. Questa enciclica è stata letta ai raggi X per capire in che rapporto devono stare stato e mercato, quanto il capitalismo viene accettato così come è e quanto debba essere corretto. Lei cosa ne pensa? La Caritas e in veritate si fonda sulla teoria dell’economia sociale di mercato che si è sviluppata ne-

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gli anni della guerra in particolare in Germania con Walter Eucken e in Svizzera con Wilhelm Ropke. Questi due filoni si sono fusi con quello, di natura assai simile, che proveniva dal mondo cattolico: del resto l’economia etica nasce con la Rerum Novarum. Hanno dato luogo così ad una complessa e articolata concezione dell’economia basata sull’uomo. Già in Eucken, che era protestante, veniva espressa l’esigenza di avere regole etiche nell’economia. Nel 1942 il parroco protestante di Berlino chiese a Eucken e ad altri di scrivere un documento teorico in cui si esaminavano i rapporti fra etica ed economia di mercato. Roepke, antinazista rifugiato in Svizzera, scrisse due libri molto importanti, recensiti entrambi da Einaudi. Grazie a questi testi prendeva forma e vita una terza via basata sull’ econo-

fra il capitalismo storico, spesso rapace, e il modello liberale. Questo nuovo modello conteneva una base etica ed un “ordo”che significa appunto regole costituzionali. Infatti il gruppo – si trattava del gruppo di Friburgo - che elaborava queste teorie aveva al suo interno anche numerosi giuristi. Insomma professore dietro al Ratzinger della Caritas in veritate c’è dunque secondo lei questa lunga elaborazione in cui si intrecciano gli studi di teorici protestanti con alcuni filoni cattolici provenienti dalla Rerum Novarum? Non ci vuole troppa fantasia per pensare che Benedetto XVI abbia come punto di riferimento questi testi che sono peraltro molto importanti e che fanno parte anche della mia formazione. Le teorie di

Il Papa si rifà coerentemente all’economia sociale di mercato. Si tratta di un mix di elaborazioni protestanti e cattoliche con forti radici in Germania che ha influenzato molto il pensiero neoliberale

mia di mercato, sulla concorrenza, ma anche sulla considerazione dell’uomo. Il libro più importante di Roepke s’intitolava non a caso Civitas umana e diventò un vero best-seller, mentre il suoprecedente saggio, riguardava la crisi sociale del nostro tempo. Già allora era abbastanza esplicita la differenza

Da Novak a Vaciago, le opinioni degli studiosi ROMA. Una grande enciclica, con qualche concessione politica. Con queste parole, Francesco Forte commenta oggi la Caritas in Veritate, il testo socio-economico di papa Benedetto XVI. Il suo intervento rientra nella scia del dibattito aperto da liberal sulla lettura ragionata del testo, destinato a scuotere lo scenario sociale ed economico del mondo intero. Prima di Forte, acuto economista, hanno commentato per noi l’enciclica Giacomo Vaciago, economista della Cattolica di Milano; Michael Novak, teologo ed editorialista; Savino Pezzotta, deputato dell’Udc; Giovanni Maria Vian, direttore de L’Osservatore Romano; Paolo Savona, economista e presidente di Unicredit Banco di Roma; Rocco Buttiglione, presidente dell’Udc e vice presidente della Camera dei deputati italiana e padre Sirico, uno dei principali protagonisti del mondo cattolico contemporaneo. Pur nella varietà del senso dei contenuti, tutti gli interpellati concordano nel definire la Caritas in Veritate un testo veramente importante, che richiama i toni della Populorum Progressio – citata dallo stesso Benedetto XVI nei primi paragrafi dell’enciclica – che pone delle domande a cui il nostro mondo, scosso dalla crisi finanziaria internazionale, deve rispondere.

Einaudi coincidono con queste. Egli stesso scrisse in Svizzera nel 1942 un libro dal titolo: Lezioni di politica sociale per contrapporre un’economia liberale sociale a quella che veniva definita liberale di Beveridge: si convertì al fatto che in economia dovessero esserci alcuni principi etici. Ratzinger si rifà coerentemente all’economia sociale di mercato. Ripeto. Si tratta di un mix di elaborazioni di teorici protestanti e cattolici. Questa cultura che ha forti radici in Germania ha influenzato molto il pensiero neoliberale. Lottieri ha scritto un bel libro dal titolo Perchè il Cristianesimo non è socialista in cui spiega bene la natura dell’economia sociale di mercato e la sua differenza col socialismo. Concludo dicendo che non si può fare di un pontefice un teorico dell’economia. Sarebbe ridicolo. Ma non c’è dubbio che Ratzinger nello scrivere la Caritas in veritate ha attinto a questo corpus di elaborazioni. Solo a queste? No, l’altro importante influsso è quello di Hayek. La sua teoria della razionalità limitata e della fallibilità della conoscenza è peraltro molto vicino al Sant’Agostino della “Città dell’uomo” messa a confronto con la “Città di Dio”. In sostanza entrambe ritengono che ciò che è umano non può essere perfetto. E’quello che si chiama la


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ciclica di Benedetto XVI con l’intervista all’economista liberale Francesco Forte

embra proprio Einaudi di Gabriella Mecucci

critica del perfettismo. Il mercato non è, come sembra credere Giavazzi, perfetto. È un sistema imperfetto, ma certamente migliore del razionalismo umano totalizzante. E su questo punto mi sembra che nell’enciclica del Papa ci sia però un errore. Qual è? È l’idea del governo mondiale. Hayek e Sant’Agostino la considererebbero un’utopia. Noi possiamo volere la“Città di Dio”, ma non la possiamo mettere nel mondo attraverso un governo mondiale. Un governo mondiale presupporrebbe un Parlamento mondiale, una struttura ideal-totalizzante-razionalistica assolutamente impossibile. L’idea del pianificatore generale che crede di essere Dio o del governante che sa tutto, che è perfetto e sbagliata e pericolosa. Questo poco c’entra con la critica del perfettismo di Sant’Agostino: nei suoi scritti c’è invece il peccato, l’incapacità umana di abbracciare, di capire tutto. E, su altri piani, poco c’entra anche con Hayek. Se penso al Fmi o all’Ocse che fanno le previsioni e spesso sono tutte sbagliate: mi accorgo che sono cose imperfette, esercizi che attestano i nostri limiti, le nostre incapacità. Se si crede a tali possibilità di conoscenza e di programmazione si entra nello scientismo.

Nella pagina a fianco, Benedetto XVI. Sopra: a sinistra, William Beveridge (sopra); Friedrich A. von Hayek (sotto); al centro, Sant’Agostino; a destra, Luigi Einaudi Diciamo, insomma, che l’enciclica, molto coerente con la teoria dell’economia sociale di mercato e con la critica del perfettismo, contiene però una sfasatura: quella del governo mondiale.

Nell’enciclica si prende in esame la giustizia commutativa, che si fonda sul contratto e quella distributiva in base alla quale si stabilisce quanto deve andare ad ogni singolo. Se un gruppo di pescatori

Non condivido affatto l’idea del governo mondiale. Hayek e Sant’Agostino la considererebbero un’utopia. E poi presuppone una struttura totalizzante-razionalistica impossibile da realizzare

Novak ha criticato sul nostro giornale l’enciclica perchè troppo incline ad enfatizzare il ruolo dello stato assistenziale, cosa ne pensa? No, non è così. Ho letto Novak ed è interessante, ma non condivido la sua idea che il mercato è in sé buono. Mi sembra un errore. In ogni caso le componenti sociali che sono presenti in questa enciclica sono tutte su base individualistica e tutte concepite all’interno di un’economia di mercato. Questo non vuol dire che ogni tanto non ci sia qualche sfasatura. Mi faccia un altro esempio.

va a pescare insieme, come si divide il pesce? In questo caso i criteri sono: il contributo che ciascun individuo ha dato e a chi togli ciò che prendi eventualmente in più. E poi c’è la caritas, il dono.Tutte e tre le categorie vengono prese in esame dal Pontefice in modo dotto ed equilibrato. A un certo punto però viene fuori la sfasatura, quando si afferma che tutti hanno diritto all’acqua e a un pezzo di terra. Ma questa affermazione è contraddittoria sia con la giustizia commutativa, che con quella distributiva. Non risparmia critiche? Sì, ma sono piccole cose, smaglia-

ture in un intessuto forte: l’insieme l’enciclica ha un inequivocabile ispirazione pluralista. C’è la sottolineatura della pluralità delle istituzioni pubbliche. C’è la critica agli organismi internazionali burocratici. C’è il mercato in senso stretto e quello che alcuni chiamano quasi mercato: le fondazioni, il no profit, le cooperative che sono una fonte economica basata sulla mutualità. Vanno considerate parte del mercato anche queste componenti che l’enciclica giustamente valorizza. Purtroppo però qua e là c’è l’appiglio per coloro che vogliono dare un’interpretazione diversa. C’è una tendenza al compromesso, anche per tener buone alcune componenti del mondo cattolico. Ma questo non mi spiace perchè è fatto in modo tedesco, a partire da alcuni principi generali che restano ben fermi. Non è un elenco di ricette, è un discorso coerente che contiene qualche piccola smagliatura che nasce da un’esigenza politica. È comprensibile. Il Papa deve guidare la Chiesa, tutta la Chiesa. C’è insomma qualche cedimento alla sinistra per dirla un po’ brutalmente? C’è un po’di dossettismo, un po’di impostazioni alla La Pira. Ma sono piccole e rare smagliature. Per il resto la visione, ad esempio, dello

Stato, è liberale e pluralistica. E come si articola? Innanzitutto – secondo l’enciclica – lo Stato è un’espressione degli individui, costruito secondo il principio di sussidiarietà. Prima c’è l’individuo con la sua famiglia, poi c’è l’associazione, poi la no profit, poi la cooperativa e poi si arriva allo Stato. Questo modello è coerente. Mi sembra che sia un modo di intendere lo stato tradizionalmente cattolico... Solo che il Papa l’ha inserito nella teoria dell’economia pubblica. La tradizione cattolica sta insieme a quella dell’economia sociale di mercato in cui lo stato non è autoritario nè un monopolista, ma – come sosteneva De Marchi – è una cooperativa. Questa scuola ha grandi tradizioni in Germania come in Svezia e in Svizzera. Ed in Italia ha come massima espressione Luigi Einaudi. Una grande enciclica secondo lei? Sì, non c’è dubbio. Con qualche inevitabile concessione. Ripeto, concessioni a sinistra? Direi che un simile modo di ragionare potrebbe anche ispirare una certa sinistra moderata.Tanto è vero che Blair s’incamminò su di una strada non distante da questa.


mondo

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Crisi. Il fronte dei dissidenti si unisce per chiedere agli ayatollah «giustizia e verità». Ahmadinejad: «Prenderemo l’Occidente a pugni in faccia»

Il giorno del Giudizio Oggi Rafsanjani, Mousavi e Khamenei tornano insieme sulla scena e si giocano i destini dell’Iran di Antonio Picasso on il consueto sermone di oggi, la situazione iraniana potrebbe svoltare. Anche se Ahmadinejad, parlando ieri dal vertice dei non allineati, è tornato alla solita retorica: «Prenderemo l’Occidente a pugni in faccia». Da Teheran, sarà Rafsanjani a guidare la preghiera nella moschea centrale. L’ex presidente, quindi, si fa vedere in pubblico dopo più di un mese di assenza. La sua decisione nasce dal rifiuto di Reza Ostadi, altro influente ayatollah, di porsi a capo della cerimonia. Quest’ultimo si era ritirato, negli scorsi giorni, per le ragioni stesse per cui Rafsanjani ha deciso di ritornare sulla scena: protestare contro lo strapotere della Guida Suprema, Alì Khamenei, e di Ahmadinejad. All’avvenimento di oggi assisteranno anche l’altro ex presidente, Mohammad Khatami, e i due esponenti riformisti più importanti dell’Onda, Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi. Finora, non si era mai avuta una riunione pubblica di così alto livello in seno al mondo riformista iraniano. Segno che sono fondate le intenzioni di realizzare quel “Fronte di opposizione moderata” di cui si parla da qualche giorno. Al termine della funzione religiosa, è previsto anche un corteo autorizzato, guidato da Rafsanjani

C

in persona, per commemorare le vittime dei recenti scontri.

Il progetto di creare una coalizione antigovernativa si fonda sulla necessità di trovare un compromesso fra l’intransigenza della coppia Khamenei-Ahmadinejad e quella delle proteste di piazza. L’obiettivo è placare le tensioni, mettere un fermo alle violenze e passare alle vie della legalità politica. In questo senso, il “Fronte di opposizione moderata” si propone da un lato di riconoscere la legittimità del voto che ha confermato Ahamadinejad alla

si fuori dagli schemi costituzionali del regime. Prima di tutto perché non è detto che la loro azione politica porti al successo. Di conseguenza, appare più utile esporsi con cautela, invece che assumere toni aggressivi. In seconda istanza, appare meno compromettente farsi portavoce di un sentimento sì di disagio e di malcontento collettivo, senza però che questo passi come un’espressione di esasperazione.Terzo punto, le manifestazioni che si sono protratte finora hanno avuto come epicentro la rappresentanza più giovane della società iraniana. Sono stati gli studenti universitari a scendere in piazza e a morire. Tuttavia, nessuno dei tre riformisti può permettersi che la protesta assuma i toni di un movimento generazionale e “anti-gerontocratico”. Con un’età media di 70 anni, Rafsanjani, Mousavi e Karroubi preferiscono che questo elemento non emerga.

Al termine della preghiera partirà un corteo (autorizzato) guidato dall’ex presidente per commemorare le vittime dei recenti scontri presidenza del Paese, dall’altro presentare una domanda formale per l’apertura di un’inchiesta sulle repressioni avvenute in queste settimane di disordini. Secondo la nota congiunta di Rafsanjani, Mousavi e Karroubi, è necessario «sollecitare gli ayatollah di Qom e punire i responsabili delle repressioni». Un’ulteriore richiesta è il rilascio di tutti i dissidenti arrestati in questi giorni. Di fronte alla piazza, i riformisti vogliono apparire come un soggetto politico unito, capace di confrontarsi con le istituzioni nel rispetto delle regole. Nessuno dei tre leader intende por-

Presi singolarmente, ciascuno di loro ha le sue buone ragioni per affiancarsi agli altri. In generale, un’alleanza può impensierire maggiormente il regime rispetto a movimenti di protesta solitari. Mousavi e Karroubi, in questo senso, dimostrano di voler mettere da parte la competizione che li spinge a fronteggiarsi per gui-

La Guida suprema Khamenei guida la preghiera del venerdì a Teheran. In basso, il leader riformatore Mousavi in mezzo all’Onda verde. Nella pagina a fianco Rafsanjani e i ritratti di Maometto e Ali

dare, ciascuno individualmente, l’opposizione. Entrambi sono consapevoli che questo non è il momento per giocare quest’altra partita. Rafsanjani, a sua volta, conferma l’opportunismo politico che i suoi avversari gli attribuiscono: l’alto prelato si era rimesso nelle mani di Khamenei subito dopo i risultati del 12 giugno. Come per indicare comunque la sua fedeltà al principio dei velayat-e faghih. Ma, con la sua nuova presa di posizione odierna, l’ex presidente vuole lanciare un messaggio chiaro e sottolineare che l’ondata di violenza alla quale é stato sottoposto il Paese sarà impensabile in futuro.

Così facendo, si dà un colpo al cerchio e uno alla botte. La fiamma dell’opposizione, infatti, non viene ufficialmente spenta. Anzi, la nascita della coalizione smentisce le accuse

di chi vede in Rafsanjani, Mousavi e Karroubi tre specchietti per le allodole, adoperati dal regime - in quanto membri dello stesso - per la sua sopravvivenza. D’altra parte, c’è da chiedersi se è questo ciò che il popolo iraniano effettivamente vuole. E se per un mero cambio al vertice che i giovani sono scesi in piazza. Rafsanjani e Karroubi, infatti, sono due alti esponenti del clero. Sono ayatollah come lo è Khamenei, o lo stesso Khatami, che sarà anch’egli in piazza oggi, ma il cui peso politico è sempre minore. Mousavi, a sua volta, pur essendo un laico, vanta un trascorso politico strettamente legato a Khomeini. Da qui emerge che le richieste dei manifestanti di mettere fine al regime degli ayatollah e introdurre i principi della democrazia nel Paese sono state filtrate e diluite dagli stessi riformisti. In questo sta la


mondo

17 luglio 2009 • pagina 15

Tutto ruota, come ai tempi di Hussein, sulla divisione dei poteri

Ma il vero scontro risale al 680 d. C. di Justo Lacunza Balda er molti iraniani si ripete oggi, a distanza di secoli, l’episodio drammatico di Hussein bin Ali che fu assassinato, insieme a 72 altri compagni a Kerbala (Iraq) nel 680 dalle forze del califfo omayyade Yazid I. Nella storia dello sciismo iraniano Hussein e i suoi sostenitori vengono considerati martiri della resistenza islamica contro il potere corrotto dei califfi omayyadi. I musulmani sciiti celebrano la festività religiosa della ‘Ashura il 10 del mese Muharram con processioni, pianti e fustigazioni. Indossano vesti nere e ricordano l’azione eroica di Hussein contro gli usurpatori dell’autorità spirituale dell’islam. Le gesta di Hussein come esempio di lotta contra le forze del male hanno segnato le tappe storiche dell’Iran dall’inizio della rivoluzione khomeinista nel 1979. Il Grande Ayatollah Hosein Ali Montazeri, uno dei fautori della Rivoluzione islamica del 1979, ha, di nuovo, invitato gli oppositori a manifestare e a lottare per la libertà. Amico e confidente dell’imam Khomeini, Montazeri si scontrò con lui quando mostrò la sua perplessità per il modo in cui veniva condotta la rivoluzione islamica e i metodi di repressione usati contro gli oppossitori. Da allora Montazeri, considerato come il successore naturale di Khomeini, non ebbe più il beneplacito dell’imam. Fu a quel punto che Khamenei subentrò nel gruppo dei possibili successori e fu eletto Guida Suprema dopo la morte di Khomeini il 4 giugno del 1989. Ma perché, come è chiaro oggi, Montazeri e Khamenei sono ai ferri corti dai tempi dell’imam Khomeini? Il problema fondamentale è quello della separazione dei poteri. Lo status quo attuale in Iran è che la Guida Suprema ha l’ultima parola nella sfera religiosa e nel campo politico. E questo in virtù di un concetto giuridico nell’islam sciita, la velayat-i-faqih (“governare con la giurisprudenza”) secondo il quale si stabilisce che il governo islamico è sotto l’autorità religiosa del Leader Supremo. Dal 1979 questo potere assoluto è stato protetto dai pasdaran (guardiani della rivoluzione) e dai basij (milizie di volontari). Questi sono in realtà quelli che non vo-

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svolta delle proteste in Iran. Da un’espressione di protesta popolare, si sta passando a una lotta interna alle istituzioni per la spartizione del potere.

Coloro che vanno contro Khamenei e Ahmadinejad, accusandoli di aver estromesso il resto della classe dirigente nazionale dalla leadership del Paese, intendono semplicemente sostituirsi a questa diarchia. Dallo scontro al vertice, quindi, vengono escluse le richieste di rinnovamento e di effettivo riformismo espresse negli slogan dei cortei e sui blog in internet. Il futuro dell’Iran, in questo modo, diventa più chiaro. Le possibilità di una nuova rivoluzione - forse auspicata - si riducono sensibilmente. É molto più plausibile, invece, che si concretizzi un lento ricambio nella leadership delle istituzioni. In tutto questo, sfugge il motivo delle dimissioni del Presidente dell’Agenzia iraniana per l’energia atomica, Aghazadeh. La stampa filogovernativa iraniana parla di un ritiro dalla scena da parte di uno degli esponenti più illustri della cultura iraniana. È strano che il padre di un’eventuale “atomica iraniana” lasci la scena senza giusta causa. L’avvenimento può essere svincolato dalle tensioni in corso nel Paese. Tuttavia, proprio queste ultime lasciano in sospeso molti dubbi.

gliono cambiamenti politici, separazione dei poteri e libertà civili. Sono loro che hanno voluto la guerra Iran-Iraq (19801988), che hanno occupato le stanze dei bottoni e che non sono disposti a lasciare i privilegi. Durante il suo primo mandato Ahmadinejad rivoluzionò le politiche interne e le relazioni estere.

Furono nominati trenta nuovi governatori e cambiati quaranta ambasciatori. Migliaia di pasdaran sono diventati funzionari, amministratori, impiegati statali. Altri hanno fatto grandi affari nelle imprese, negli affari, nel settore edilizio. Sono loro i nuovi ricchi che hanno approfittato della produzione del petrolio e che guidano le macchine di grossa cilindrata importate nel Paese. L’islam istituzionale è diventato una ideologia politica che serve a mantenere salde le redini del potere, il controllo dell’economia e la sorveglianza delle voci che chiedono più democrazia, diritti e libertà perché accogliere le loro domande significarebbe ammettere la sconfitta dei guardiani della rivoluzione islamica. Perciò, la divisione fra conservatori e riformisti, democratici e tradizionalisti, non corrisponde esattamente a quello che sta accadendo all’interno dell’Iran. La prova l’ha data proprio Ahmadinejad. Confermato nella sua veste presidenziale, non ha perso tempo per accusare il presidente Obama di «avere commesso un grave errore e di parlare come Bush». Perché i condottieri e i guardiani, i pasdaran e i basij non ammettono nessun tipo di critica che venga dall’Occidente. E non solo. Sono pronti anche ad alzare le barriere e a chiudere ogni forma di dialogo. Le critiche dall’esterno sono interpretate come una invasione di campo, un’aggressione all’Islam e un attacco all’ideologia politico-religiosa della Repubblica islamica dell’Iran. E questo vale non soltanto per i Paesi occidentali. Si applica anche ai Paesi arabi. È oramai evidente, infatti, che gli Stati arabi temono di più le mosse militari e propagandistiche del presidente iraniano che le posizioni strategiche e politiche dello Stato di Israele.

L’islam iraniano, istituzionale, è diventato una ideologia politica che serve a mantenere salde le redini del potere


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Natalia Estemirova, la giornalista russa uccisa nei giorni scorsi da “sconosciuti” e ritrovata due giorni fa. Il corpo era martoriato da segni di tortura. Considerata l’erede di Anna Politkvoskaya, si batteva per i diritti umani. In basso, Dmitri Medvedev

Un lutto infinito per la Cecenia La morte di Natalia Estemirova riporta l’attenzione su un conflitto dimenticato di Aldo Forbice ncora un delitto che colpisce i giornalisti e i militanti dei diritti umani. Infatti questa volta è toccato a una attivista russa, dirigente della benemerita associazione Memorial che da anni si occupa della tutela dei diritti umani in Russia, Cecenia e in tutte le altre Repubbliche controllate da Mosca.Natalia Estemirova, 50 anni, era amica di Anna Politkovskaya, la a giornalista russa uccisa nell’ascensore di casa da sicari individuati, processati ma assolti e quindi attualmente in libertà. Estemirova è stata rapita e assassinata da killer destinati, temo, a rimanere sconosciuti.

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diritto di rivendicare la denominazione di esseri umani e non meritano nessuna pietà». Queste parole ci ricordano quelle di Vladimir Putin pronunciate all’indomani dell’uccisione di Anna Politkvoskaya. Si è visto che cosa ne è seguito: un’impunità per esecutori e mandanti.

E non è l’unico caso. Almeno duecento giornalisti che si sono occupati dei crimini commessi dai russi in Cece-

russe e il regime di Kadirov. Natalia (fra i tanti riconoscimenti ne aveva avuto proprio uno dedicato alla memoria della Politkvoskaya) riteneva che era necessario far uscire dal silenzio una regione soggiogata dai russi ma che lotta contro gli abusi e le prepotenze dei pasdaran del regime asservito al Cremlino. Proprio pochi giorni fa la giornalista aveva denunciato la fucilazione pubblica, dopo un processo sommario, di un uo-

ad essere latitante e chi osa criticare gli orrori in Cecenia rischia la morte. È anche per questa ragione che giornali, piccole tv e radio vengono chiuse in continuazione e i giornalisti licenziati. E ciò nonostante il fatto che il presidente Dmitri Medvedev e il capo del governo Putin - anche nel recente incontro con lo statunitense Barack Obama - proclamino ufficialmen-

Putin e Medvedev ripetono che la libertà di stampa nel loro Paese è sacrosanta, ma non si ferma l’eccidio di quei giornalisti che osano indagare sui fatti scomodi della nuova Russia

I mandanti? Non è difficile individuarli perché gli indizi (anche se non le prove assolute) portano ai servizi segreti russi e al presidente della Cecenia Ramzan Kadyrov, fedelissimo di Putin. Sì, si tratta dello stesso personaggio che oggi si è stracciato le vesti per l’uccisione dell’attivista russa, definendo «inumano» il delitto e impegnandosi «a sovrintendere personalmente all’inchiesta». Sentite quello che ha dichiarato a caldo: «Quelli che hanno alzato la mano su di lei non hanno il

nia sono stati eliminati, in forme pilotate (incidenti misteriosi) o semplicemente a colpi di pistola. A Memorial sono tutti convinti che si tratti di una vendetta: Estemirova, coraggiosamente, non aveva fatto mistero di voler denunciare con forza e rendere pubblico un dossier sulla repressione dei dissidenti, dei guerriglieri (ancora attivi nelle zone montuose) e dei parenti delle vittime. Una repressione feroce, fatta di abusi, torture, arresti indiscriminati, sequestri, stupri ripetuti alle donne dei combattenti e altre violazioni ai diritti umani in una Cecenia tutt’altro che “pacificata”, come vogliono far intendere le autorità

mo sospettato di collaborare con i guerriglieri (il 7 luglio scorso a Akhinciu Borzoi, a 20 chilometri da Gudermes, il feudo di Kadyrov).

Ma questa denuncia è solo l’ultima di una serie rese pubbliche da Natalia, che ha finito con l’irritare molto i siloviki, gli uomini legati al regime ceceno-russo. Sorvoliamo sugli appelli e sulle proteste dell’Occidente: ci sono già stati in passato e purtroppo non è cambiato nulla. La libertà di stampa nel Paese erede dell’Urss continua

te i principi della democrazia e della libertà di stampa.

Rimane lo sdegno per questo nuovo, assurdo assassinio di una giornalista che cercava solo la verità, che denunciava all’opinione pubblica le responsabilità di chi continua a commettere crimini su persone inermi che dissentono dal regime. Rimangono le proteste vibrate di Memorial, di Amnesty International e di tutte le altre organizzazioni di tutela dei diritti umani in tutto il mondo. Ma, purtroppo, la guerra - sempre più silenziosa - in Cecenia continua, con tutte le ripercussioni che ne conseguono sulla popolazione civile. Questo significa che proseguirà l’eliminazione delle “voci scomode” della società civile, dell’informazione, delle associazioni umanitarie: una lunga fila di vittime fra cui anche un italiano, il giornalista Antonio Russo, massacrato in Georgia più di dieci anni fa.Aveva dichiarato che aveva raccolto documenti sui crimini russi in Cecenia. Quei documenti non furono mai trovati nei resti del povero giornalista.


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17 luglio 2009 • pagina 17

La decisione cerca di rimediare alla crisi economica in corso

Altre sei persone sono state ferite. L’evento è stato annullato

Islanda, il Parlamento dice sì all’Unione

Marsiglia, crolla il palco di Madonna: un morto

REJKYAVIK. L’Islanda potrebbe diventare presto il prossimo Stato membro della Ue: ieri il parlamento islandese ha autorizzato il governo a cominciare i negoziati di adesione all’Unione Europea, con 33 voti a favore e 28 contro. La decisione è arrivata al termine di un dibattito maratona durato parecchi giorni e condizionato dal clima creato dalla gravissima crisi finanziaria in cui è precipitata l’Islanda negli ultimi mesi. Ad annunciarla alla tv nazionale è stato il primo ministro Johanna Sigurdardottir, 66 anni, primo premier donna e dichiaratamente omosessuale della storia islandese, alla guida del primo governo che dal 1944, da quando l’Islanda ottenne la piena indipendenza dalla corona danese, può contare sulla maggioranza assoluta della sinistra. Nonostante l’orientamento fortemente pro-europeista del governo, tra i ministri c’è stata una defezione eccellente: il ministro dell’agricoltura e della pesca Jan Bjarnason ha infatti votato contro per timore che l’applicazione delle quote europee sulla pesca comprometta il settore ittico nazionale. Il voto del parlamento, che ha fatto registrare anche due astensioni, permette ora all’Islanda di inoltrare una richiesta ufficiale a Bruxelles in linea con quanto

PARIGI. Il palco che avrebbe

Il patto con Mosca aiuta la corsa della Cdu Il Cancelliere tranquillizza i tedeschi in vista del voto di Katrin Schirner l futuro di Opel, la situazione in Iran, il processo di pace in Medio Oriente, la crisi finanziaria e misure atte a contrastare l’emergenza cambiamenti climatici. Questi i temi al centro dei colloqui tra il presidente russo Dmitri Medvedev e il cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha ricevuto il capo del Cremlino ieri a Monaco. Germania e Russia hanno anche firmato accordi in materia di lotta alla criminalità, nel settore dell’energia e della ricerca scientifica. Medvedev è stato ricevuto nel castello di Schleissheim prima di iniziare il colloquio a tu per tu con la Merkel, al quale in un secondo momento sono stati ammessi rappresentanti dei due governi. I due capi di Stato hanno condannato l’omicidio della giornalista russa Estemirova, salvo poi procedere come stabilito. Soprattutto per la Merkel, l’accordo sull’energia e il relativo senso di soddisfazione generato nell’elettorato sono molto utili in vista delle elezioni di settembre. In Germania, infatti, sono molte le compagini politiche che vorrebbero sembrare tranquille ma non lo sono. L’Unione cristiano democratica (Cdu) del Cancelliere ne è un esempio. La Merkel potrebbe affrontare del tutto rilassata la campagna elettorale, tenuto conto del tranquilizzante vantaggio datole dai sondaggi. Invece è tutto il contrario. Nel pieno della crisi economica e delle elevate spese finanziarie la Cdu ha inserito nel suo programma elettorale ampie riduzioni fiscali. Molti sanno all’interno del partito che - a causa delle forti contrazioni delle entrate e delle sempre più onerose uscite - non c’è alcuna possibilità di farvi fronte con le finanze pubbliche. Arrivano così sempre più numerose le proposte in cui si prevede quali tasse dover alzare per chiudere il buco di bilancio. Questo modo di portare avanti la battaglia elettorale sta disorientando gli elettori, che da tempo hanno deciso di non dare più alcun credito alle promesse di tagli fiscali. La maggioranza è infatti convinta che dopo le elezioni le imposte verranno comunque aumentate, indipendentemente da chi andrà al

I

governo. Anche di fronte al tira e molla della questione riguardante il sostegno alle imprese in difficoltà l’elettore reagisce con irritazione.

Mentre molti dell’ala sinistra della Cdu si dichiarano a favore degli aiuti statali a sostegno di imprese come Opel o Arcandor, il ministro dell’Economia Karl-Theodor zu Guttenberg è diventato un esponente dell’economia pura di mercato. Preferisce mandare in stato di insolvenza le imprese che non sono in grado di resistere con le loro forze. Una posizione che ha catapultato in poche settimane il giovane trentasettenne ministro dell’Economia in cima agli indici di popolarità. Molti cittadini rimangono apertamente scettici di fronte a una gestione sconsiderata delle finanze pubbliche. Nonostante ciò presso molti compagni di partito del Ministro prevale il desiderio - anche in competizione con i socialisti della SPD - di annunciare costosi regali ed i cittadini non sanno proprio più a favore di chi e che cosa andrà alla fine il proprio voto. Per i socialdemocratici la partita si gioca sulla possibilità di rimanere al governo. A partire dal catastrofico risultato delle elezioni europee, ci si arrovella nella sede centrale del partito a Berlino su come mobilitare i propri elettori. Molti sperano in uno sprint finale come accadde nel 2005, allorchè il partito fu capace nelle ultime setimane prima del voto di spiccare un grande balzo in avanti. Ma allora, come candidato alla Cancelleria c’era Gerhard Schroeder; oggi c‘è Frank-Walter Steinmeier, che non ha le caratteristiche di lottatore che erano proprie dell’ex Cancelliere. Sono quindi sempre meno i compagni di partito che ritengono Steinmeier in grado di assumere le redini del governo. Anche se ufficialmente la leadership aspira a vedere il partito tornare ai vertici , all’interno della Spd si sa che sarà difficile poter rimanere al governo se non nuovamente al fianco della Cdu. Che adesso, forte anche della rinnovata tregua con Mosca, potrebbe invece puntare ad andare da sola sia alle urne che al governo.

La sopravvivenza energetica spiazza la Spd, che sperava in un forte accordo dell’ultima ora con il partito della Merkel

ha sempre affermato di volere fare la premier socialdemocratica, durante la campagna elettorale, vinta proponendo l’adesione all’Ue e l’adozione dell’euro per fronteggiare la grave crisi economica che ha fatto crollare la Borsa, svalutare la corona e nazionalizzare i tre principali gruppi bancari annientando pensioni e risparmi.Quando i negoziati per l’adesione saranno conclusi, il governo di Rejkyavik intende organizzare un referendum per sentire l’opinione dei suoi cittadini. La decisione del parlamento islandese «è un segno di vitalità del progetto europeo ed è indicativo delle speranze che l’Europa rappresenta», ha commentato Barroso.

dovuto ospitare il concerto di Madonna domenica a Marsiglia è crollato ieri pomeriggio durante le fasi di costruzione causando la morte di almeno una persona e il ferimento di altre sei, due delle quali sarebbero gravi. Lo riferiscono fonti della Polizia. Secondo il quotidiano La Provence, citato da Le Figaro, sarebbe stata la caduta di una gru addetta alla costruzione del palco a far crollare tutta la struttura causando la morte di almeno una persona e il ferimento di altre sei di cui due gravi. L’incidente è avvenuto verso le 17.15. Il palco, in costruzione al velodromo di Marsiglia, sarebbe servito domenica per il concerto della pop star

Madonna. Per il consigliere comunale di Marsiglia José Allegrini, intervistato da France Bleu Provence, la prognosi è riservata per una delle persone gravi. Le Figaro scrive che nelle prossime il sindaco dovrebbe annunciare l’annullamento del concerto. La tragedia riporta alla mente le polemiche che da sempre accompagnano i grandi eventi dal vivo. Dopo la morte a Roma di un fan accorso per vedere gli U2 a Tor Vergata, si verificò nel 2000 una tragedia durante il concerto dei Pearl Jam svoltosi al Festival di Roskilde, in Danimarca. La pressione del pubblico (stimato in circa centomila presenze) durante lo show ha causato la morte di otto persone, mentre altre tre sono rimaste gravemente ferite e una ventina ha riportato ferite di vario genere. Nonostante i ripetuti appelli del gruppo, affinché i fans indietreggiassero, non si è evitato il dramma, come riporta la radio di stato danese. Dopo un fuggi fuggi generale, le autorità hanno interrotto lo svolgersi della manifestazione sul main stage, che dopo i Pearl Jam prevedeva i Cure sul palco (sugli altri stage i concerti sono continuati). Le cronache riportano anche che il terreno dove si svolgeva la performance era fangoso per via della pioggia.


cultura

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“Carta bianca”. Sarkozy convoca gli “stati generali” del settore e dà nuovo impulso ai piccoli giornali, decisivi per il pluralismo di una vera democrazia

Libera stamperia Parigi Dicevano che i contributi fossero un’anomalia italiana, ma in Francia arriva un miliardo di euro per l’editoria di Andrea Mancia entre il governo italiano si gingilla con le ipotesi di tagli agli aiuti statali per l’editoria, un po’ per fare (poca) cassa e un po’ per blandire il proprio istinto populista, la pubblicazione dei lavori sugli Stati generali dell’editoria in Francia rivela che altrove – e in particolare, appunto, oltralpe – ci sono governi di centrodestra che non affrontano la questione con la stessa leggerezza. E il paragone con i “cugini” francesi non è affatto campato in aria, perché le analogie con il modello italiano sono molteplici, come sottolinea Enzo Ghionni (presidente della File, Federazione italiana liberi editori) nella prefazione al documento di cui ci stiamo occupando.Tutti pensano che l’Italia sia un “caso unico” nel panorama editoriale internazionale, un’anomalia difficilmente replicabile. Ma le cose non stanno esattamente così, se si analizza il caso francese. Le quote del mercato pubblicitario destinate alla stampa sono simili (34,7 per cento in Francia; 32,5 per cento in Italia). Come sono simili le copie di quotidiani diffuse per ogni mille abitanti (128 in Francia; 93 in Italia).

M

Come ha ricordato qualche mese fa il presidente della Fieg, Carlo Malinconico, durante l’assemblea pubblica della Federazione Italiana Editori Giornali, per permettere all’editoria di affrontare le sfide future servirebbero «interventi di sistema, tanto più che di una legge di riforma dell’editoria si parla da tempo ma senza che i governi che si sono susseguiti siano riusciti a portare a termine il disegno riformatore». Ad ascolta-

stampa nell’epoca digitale; difendere i valori e la professionalità dei giornalisti; conquistare nuovo pubblico. Quattro di questi pilastri sono tranquillamente esportabili anche nel nostro Paese. Sul contrasto apparentemente insanabile con le nuove tecnologie, per esempio, più che reinventare la stampa sarebbe il caso rivedere il modello stesso di business dell’informazione. La Rete non è un rischio, come non è un’alternativa alla stampa. Il problema è di chi fa informazione, di chi produce contenuti. E se il mercato consente la sopravvivenza di quelle imprese che riescono a raggiungere la

Le legge italiana di riferimento risale a quasi trent’anni fa (è dell’agosto 1981). Una riordino del sistema è ormai urgentissimo

Dove la Francia supera nettamente l’Italia, invece, è proprio in quello che viene comunemente considerato come il sintomo più vistoso dell’anomalia italiana: in Francia il finanziamento pubblico in favore dei giornali ammonta a un miliardo di euro, mentre in Italia la spesa è vistosamente inferiore. E, come i dimostrano dati contenuti negli “Stati generali dell’editoria in Francia”, questi aiuti cresceranno di almeno 200 milioni di euro nei prossimi tre anni.

re l’intervento di Malinconico, quel giorno, erano presenti sia Gianni Letta che Paolo Bonaiuti. Ma non sembra che il governo italiano sia rimasto granché impressionato da queste argomentazioni. Né dalla richiesta di smetterla con «iniziative episodiche che rischiano di aggravare la confusione e l’inefficienza delle regole».

Servirebbe una riforma vera, insomma, magari sul modello di quella tratteggiata dagli esperti chiamati dal presidente Sarkozy a dare il loro contributo in merito. Gli specialisti francesi ipotizzano una riforma fondata su cinque pilastri: superare la crisi del 2009; vincere gli handicap francesi; la reinventare

“massa” necessaria per rivolgersi al grande pubblico, la tutela del pluralismo deve necessariamente “acessere compagnata” dallo Stato, perché il mercato – per sua stessa natura – corre verso le concentrazioni e scappa dalla “diversità”. Sulla base dell’analisi del caso francese, il presidente del-

Nel 2008 il settore dell’editoria ha registrato una contrazione degli utili del 30%, con il fatturato editoriale in calo del 3,3% rispetto al 2007. La componente dei ricavi che ha mostrato segnali di maggiore debolezza è stata la pubblicità, con una flessione media annua del 3,8%

la Fieg ha recentemente formulato una serie compiuta di proposte. Prima di tutto, la reintroduzione del credito di imposta per l’acquisto (o il consumo) della carta, sul modello di quanto già fatto nel 2004. Poi un’ulteriore riduzione dell’aliquota agevolata per l’Iva nel comparto dell’editoria, la detassazione degli utili reinvestiti in misura incrementale rispetto all’anno precedente in campagne pubblicitarie ed in iniziative di promozione della lettura, l’esclusione del costo del lavoro giornalistico dal calcolo della base imponibile ai fini Irap e l’estensione all’editoria delle

disposizioni sul contenimento degli oneri contributivi previsto per la generalità delle imprese. E ancora: un compiuto sistema di responsabilità e sanzioni per assicurare il rispetto delle disposizioni in materia di pubblicità istituzionale sulla carta stampata (secondo cui il 60 per cento della spesa per acquisti di spazi pubblicitari deve essere destinata alla stampa).

Si tratta di misure in larga parte condivisibili. E che potrebbero (e dovrebbero) essere adottate il prima possibile, visto che la stampa non si sottrae (anzi) alla crisi generale dell’e-


cultura

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Vincenzo Ghionni, presidente della Federazione italiana liberi editori

«Riforma subito o sarà un’ecatombe» di Francesco Lo Dico

ROMA. «La piccola editoria italiana versa in una crisi senza precedenti da diversi mesi. Urgono provvedimenti e e regole del gioco certe o il sistema giungerà al collasso. I tanto vituperati contributi pubblici hanno consentito a oggi l’esistenza di un centinaio di quotidiani, che rischiano di essere spazzati via da tagli per più di cento milioni di euro. Se non ci si siede attorno a un tavolo, e non si procede a una riforma vera, si verificherà un’ecatombe. Insieme a giornali e lavoratori, rischiano di sparire per sempre principi cardine della nostra democrazia come il pluralismo e la libertà di informazione. A differenza di quanto si strepita con tribunizia faciloneria, Il sostegno all’informazione non è un costo della politica, è un costo necessario a tutela della democrazia». Vincenzo Ghionni, presidente della File (Federazione italiana liberi editori), commenta così il plumbeo clima di incertezza che grava su decine di imprese tramortite prima da tagli per 130 milioni di euro all’editoria (ma erano duecento fino a poco tempo fa) annunciati dal ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, l’anno scorso, e poi da una recessione che, al di là di ogni più rosea professione di ottimismo, ha attanagliato l’Italia in una morsa epocale. In Francia sono stati convocati gli Stati generali dell’editoria, e sono stati destinati, oltre un miliardo di euro di contributi pubblici ai giornali. E in Italia? Qui da noi è successo il contrario, perché sono stati diffalcati inzialmente duecento milioni, di recente scesi a circa 130 milioni. Nè tanto meno, si sono fatti gli Stati Generali, per i quali è comunque troppo tardi. Si continuano a fare discussioni generiche, ma la riforma, pur essendo urgentissima, è ancora lontana. Perché tanto attendismo, da una parte, e decisionismo a oltranza, dall’altra, quando è il momento di aprire i cordoni? Certi abusi portati all’attenzione dell’opinione pubblica, hanno creato qui da noi una vera e propria caccia alle streghe. A causa di singoli scandali, è stato invocato il rogo per un’intero genere di stampa, bersagliato dall’anatema di editoria parassitaria. Si è attribuito al sostegno pubblico un alone spregiativo che ha travolto, nella babele di insulti e scoppi d’ira, la basilare e serissima esigenza che presiede a una stampa plurale. E così si è perso di vista il giusto approccio alla vicenda. Invece di pensare a una riforma, e rimettere le mani su una legge che data al 1981, si è puntato il fucile sul mucchio. È come se, in presenza di un caso di vaiolo, invece di studiare un vaccino a tutela di chi è sano, si preferisca sparare a tutti quelli che sono a rischio di contagio. Quali gli obiettivi di una riforma di un’ipotetica riforma? La riforma deve, a nostro avviso, tener conto della endemica fragilità del sistema dell’infor-

mazione in Italia e della necessità di garantire la sopravvivenza anche alle imprese caratterizzate da scarsi ricavi da pubblicitari. L’obiettivo principale deve essere quello di garantire un sistema pluralistico, unitamente alla salvaguardia dei livelli occupazionali ed alla libertà dei giornalisti. Ogni giorno che passa, aumenta il potenziale distruttivo della crisi, insomma. Esattamente. Occorre che in attesa di una riforma dell’editoria, le imprese possano operare in un clima di certezze. Per fare i giornali ci vogliono i giornalisti, grafici, segretarie,investimenti. Non è possibile fare informazione con una spada di Damocle sospesa sulla testa. A costo di enormi sacrifici, i giornali continuano ad uscire, e a pagare, tra mille acrobazie, fornitori e dipendenti. Non sembrano affatto gli stessi scenari di privilegio denunciati a gran voce in tutta la Penisola. Si è lasciato credere ai cittadini, che l’Italia sia una mostruosa anomalia europea. Al contrario, basta una corretta informazione per dimostrare come i contributi all’editoria sono presenti in gran parte dei Paesi dell’Unione. In Francia, ce ne sono 17 tipi diversi, ad esempio. Un privilegio non troppo esclusivo, insomma. Il sostegno pubblico all’editoria, gestito in modo responsabile e tramite regolamenti certi, non è affatto un privilegio ma una necessità atta a salvaguardare la libera circolazione di idee e opinioni. Un valore altamente significativo all’interno dei nostri confini, dove l’imperio del bipolarismo schiaccia con i suoi giganteschi apparati comunicativi proposte e riflessioni alternative, che rinunciano a intrupparsi nella battaglia mediatica. Un cortocircuito che, specie negli ultimi tempi, ha trasformato i nostri gruppi editoriali principali in fondamentalisti avversi, impegnati in un sanguinolento corpo a corpo. Ha parlato di una legge dell’editoria ferma a quasi trent’anni fa. Che cosa va rivisto? Quando fu promulgata quella legge, la televisione commerciale era ancora ai primi vagiti, i pc erano appannaggio di pochi utenti che ne studiavano ancora le possibili applicazioni e la reta era poco più che un segreto militare. Oggi siamo invece in piena globalizzazione, cioè come se vivessimo in un’altra era geologica. Perché la piccola editoria deve sopravvivere, in ultima analisi? Perché nei nuovi equilibri mondiali, l’esigenza di tutelare il pluralismo e le diversità culturali, politiche e sociali deve accrescersi in quanto portatrice di sviluppo e di democrazia. Di un dibattito sano e aperto, che non imbavaglia i più piccoli in nome delle strategie dei colossi. Qualcuno diceva: “Io non condivido una sola parola delle tue idee, ma mi batterò con tutte le mie forze perché tu le possa esprimere”.

Invece di pensare a una riforma, si è puntato il fucile sul mucchio. È come se, invece di studiare un vaccino, si preferisca sparare a tutti quelli sani

conomia che stiamo attraversando. Nel 2008 il settore ha registrato una contrazione degli utili del 30 per cento, con il fatturato editoriale in calo del 3,3 per cento rispetto al 2007. La componente dei ricavi che ha mostrato segnali di maggiore debolezza è stata la pubblicità, con una flessione media annua del 3,8 per cento. In presenza di costi di produzione sostanzialmente stabili, la flessione dei ricavi ha prodotto una preoccupante riduzione dei margini industriali, circostanza minaccia le capacità operativa delle aziende. Eppure, dal 2001 al 2008, i lettori di quotidiani so-

no aumentati di 3,78 milioni di unità (+19,3 per cento), con un indice di penetrazione tra la popolazione adulta che è passato dal 38,9 al 45,3 per cento. I provvedimenti strutturali a lungo rimandati, dunque, sono diventati urgentissimi.

La legge di riferimento italiana per il settore dell’editoria risale ormai a quasi trent’anni fa (entrò in vigore il 5 agosto 1981). Con il ritmo attuale di sviluppo delle tecnologie che scandiscono l’evoluzione dei mezzi di comunicazione, si tratta – minuto più, minuto meno – di qualche secolo.


spettacoli

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ROMA. Il successo, quello vero, è legato anche all’intelligenza e alla qualità, e la Hubbard Street Dance Chicago può affermare, senza falsa modestia, di possedere sia l’una sia l’altra. Al Teatro di Villa Pamhphilj a Roma, nel quadro della rassegna Invito alla Danza, ieri e mercoledì è andata in scena la Serata Hubbard Street, un progetto condiviso con l’Ambasciata degli Stati Uniti d’America, in cui la compagnia statunitense ha mostrato, ancora una volta, il valore dei suoi impareggiabili danzatori. Dopo Ravenna e Caserta, la Hsdc, conosciuta anche come la leggenda artistica di Chicago, è finalmente arrivata per la prima volta a Roma riscuotendo un meritatissimo successo. Considerata tra le massime espressioni mondiali della danza contemporanea per virtuosismo e innovazione, la Hsdc è stata, sin dagli esordi, paladina dell’eclettismo d’autore. Nel suo repertorio si trovano, tra gli altri, i nomi di David Parsons, Daniel Ezralow, Twyla Tharp, Mario Alberto Zambrano, Jiri Kylián, William Forsythe. Alla rassegna romana è stato presentato un programma formato da una selezione di quattro performance di quattro coreografi diversi: la prima è Lickety-Split di Alejandro Cerruto, danzatore della compagnia, che muove dalle rinnovate sonorità della Bay Area di Devedra Banhart. A seguire, Passomezzo di Ohad Naharin, un duetto basato sulla capacità espressiva della coreografia e dei suoi interpreti, e Slipstream, l’ultima creazione di Jim Vincent, direttore artistico della compagnia. Chiude, infine, la bellissima Gnawa, creata appositamente per la Hsdc e firmata da Nacho Duato, coreografo spagnolo di grande talento. Quando la serata si apre, si viene accolti dalla fluidità del lavoro di Cerruto, delicatamente ironico e leggero, ma di quel genere di leggerezza che arriva fino in profondità, per essere, poi, rapiti dalle emozioni di Passomezzo, un duetto la cui “storia” si srotola sul palco tra incontri, scontri e momenti di calma apparente. Infine, si scivola veloci attraverso il caleidoscopico Slipstream per approdare, finalmente, a Gnawa. Il lavoro di Duato, sicuramente il pezzo più bello e coinvolgente della serata, è un inno alla cultura mediterranea. Misurato in ogni suo aspetto, Gnawa riesce a essere incisivo senza diventare aggressivo, originale, ma riconoscibile. Tutto - la musica, il ritmo, la coreografia - contribuisce a costruire un’armonia generale con una dinamica interna che non cede mai il posto alla frenesia. Serata Hubbard Street scorre, mostrando una selezione che

A fianco e in basso, tre immagini delle performance della Hubbard Street Dance Chicago, che ieri e mercoledì si è esibita per la prima volta a Roma, nell’ambito della rassegna “Invito alla danza”

Danza. La prima esibizione romana della Hubbard Street Dance Chicago

Ritmo d’autore in punta di piedi di Diana Del Monte ben rappresenta il repertorio della compagnia e che esalta, nei danzatori, la padronanza della tecnica e l’estrema sensibilità nell’uso del corpo. Applausi a scena aperta per un consenso di pubblico che certamente non arriva inaspettato o improvviso. La Hsdc, infatti, si è costruita, nel tempo, una soli-

dissima reputazione. Una realtà che richiama ogni anno, in media, 150.000 spettatori e che trasforma ogni sua nuova tournée fuori dagli Usa in un evento.

Tutto ciò è soprattutto merito dei due direttori artistici che l’hanno guidata, Lou Conte e

Jim Vincent. È lo stesso Conte che fonda, nel 1977, la Hsdc dirigendola fino al 2000, anno del suo ritiro dalle scene. Durante la sua direzione, Conte ha saputo e voluto coltivare fruttuosi rapporti sia con i nomi emergenti della danza che con i coreografi già rinomati, spianando il futuro della compagnia e

Il corpo di ballo si è esibito nella Capitale per due serate consecutive, nell’ambito della rassegna “Invito alla Danza”. Una selezione di quattro performance di altrettanti coreografi che ha riscosso un meritatissimo successo iniziando a costruire l’eclettico repertorio che, da sempre, la caratterizza. Il passaggio del testimone tra i due, gestito anch’esso da Conte, è avvenuto senza strappi. Un passaggio caratterizzato da una stretta collaborazione fra Conte e Vincent, già danzatore della compagnia, che ha portato, fra l’al-

tro, all’avvicinamento del coreografo israeliano Ohad Naharin, autore di uno dei pezzi presentati a Roma. La direzione di Vincent, infine, è stata caratterizzata dalla costante collaborazione con le istituzioni musicali, prima fra tutte la Chicago Simphony Orchestra, e dall’apertura verso altri ambiti spettacolari: dalle arti visive al teatro.

Nel 1998 inoltre, viene fondato il Lou Conte Dance Studio, uno dei migliori centri per la formazione dei danzatori negli Stati Uniti e nel 2006 apre l’Hubbard Street Dance Centre, sede della compagnia e della scuola, ma anche centro per la residenza artistica dei coreografi emergenti e residenza della Hubbard Street 2, compagnia composta da giovani danzatori dai 17 ai 25 anni. La scelta delle “giuste” collaborazioni, dunque, ma anche l’intelligenza nel costruire, intorno alla Hsdc, un habitat fertile al mantenimento della qualità e dell’innovazione che le vengono oggi riconosciute, sono tra le chiavi della gestione Conte/Vincent. Un lavoro portato avanti per anni con pazienza, costanza e un’accortezza quasi artigianali. Perché il successo, quello vero, è legato anche all’intelligenza e alla qualità e la Hsdc lo ha ampiamente dimostrato.


spettacoli

17 luglio 2009 • pagina 21

Musica. Grande successo e tanta qualità per quest’edizione del 2009, che si concluderà domenica nel capoluogo umbro

Umbria Jazz, obiettivo centrato di Adriano Mazzoletti

PERUGIA. Sono oltre duecento gli eventi, di cui novanta a pagamento, offerti dall’edizione 2009 di Umbria Jazz, che chiuderà i battenti domenica 19, con il concerto di B.B. King all’arena Santa Giuliana, che trabocca ogni sera di pubblico a prescindere che sul palco suonino o meno stelle de rock o del jazz (ormai, quest’ultime, però sempre più rare).

L’appassionato di jazz che decide di recarsi per dieci giorni a Perugia deve però decidere di effettuare una cernita assai oculata per non imbattersi incautamente in serate che lo lascerebbero con un po’ di amaro in bocca. Lasciati ai fan del rock i vari Steely Dan e Simply Red o a quelli della soul music, Solomon Burke e Maceo Parker, l’appassionato di jazz ad oltranza può aver avuto nei giorni scorsi la possibilità di ascoltare musicisti ben conosciuti e presenti in tutti i maggiori festival italiani - Rava, Petrella, Pieranunzi - ma anche altri che si sono esibiti e si esibiranno solo a Umbria Jazz. Dobbiamo subito dare atto alla Direzione Artistica del Festival di aver inserito in cartellone un certo numero di eventi straordinari: il duo Chick Corea-Stefano Bollani, il concerto di Wynton Marsalis con la Lincoln Center Orchestra e Francesco Cafiso, il trio Rosario Giulian-Dado Moroni-JoeLocke, oltre a ben quattro concerti di due grandi del passato, il trombonista George Lewis con la sua Great Balck Music Ensemble e il pianista Cecil Taylor. Basterebbero questi eventi a fare di Umbria Jazz 2009 il Festival più importante della stagione. Il concerto di Corea-Bollani è stato a dir poco straordinario. Cinque anni or sono durante le manifestazioni per Genova 2004, Bollani ed il pianista Martial Solal si esibirono per la prima volta assieme e fu un successo. In seguito l’idea venne ripresa altre due volte a Umbria Jazz, ma i pianisti avevano perduto quel fuoco che aveva caratterizzato il loro primo incontro. Fu poi la volta del duo Bollani-Antonello Salis, un flop ancor vivo nella memoria degli appassionati presenti ad Orvieto. Quando venne annunciato il duo Corea-Bollani non pochi si dimostrarono scettici. Ma i dubbi sono stati immediatamente fugati fin dalle prime note. Il più felice alla fine del concerto era proprio Chick Corea che ha definito “pianista di genio” il suo occasionale collega che aveva cono-

di Umbria Jazz dimostra molte cose. Fino a qualche anno fa, pianificare un festival era semplice, una decina di grandi del jazz, da Miles Davis a Stan Getz ad Oscar Peterson e il gioco era fatto. Oggi è tutto cambiato.

Tra i meriti del direttore artistico, quello di aver inserito nel ricco cartellone un certo numero di concerti straordinari, come Marsalis e Cafiso sciuto solo poche ore prima. Un fluire continuo di idee, grande capacità di inventare nuove linee, di interpolare inaspettatamente temi celebri creando momenti di grande sorpresa ed euforia fra il pubblico. Al termine, una standing ovation durata molti minuti ha obbligato i due pianisti a concedere un bis, mentre il pubblico non intendeva abbandonare l’Arena. Stesso successo per il concerto di Wynton Marsalis-Francesco

Cafiso. Ricordiamo coe diversi anni fa, al suo apparire sulla scena del jazz, il tredicenne sassofonista siciliano venne accolto come un enfant prodige, con tutte le perplessità che contraddistinguono questi fatti.

Fummo i primi a credere in lui, non come un fenomeno, ma come un artista che sarebbe riuscito e creare un proprio stile. Con Wynton Marsalis suo mentore da sempre, Cafiso ha dimostrato di avere ormai raggiunto una piena maturità. Ormai vedettes a livello mondiale, Rosario Giuliani e Dado Moroni hanno fatto il tutto esaurito in trio con il vibrafonista Joe Locke. L’edizione di quest’anno

In alto a destra, il logo del Festival “Umbria Jazz 2009”, che si concluderà a Perugia domenica 19 luglio. Qui sopra, un disegno di Michelangelo Pace

Per fortuna ci sono italiani di altissima qualità, ma ciò che serve per dare ad un festival del jazz una caratterista unica sono le “idee”. Pochi sono i direttori artistici in grado di creare eventi unici da presentare nel corso delle loro manifestazioni. Uno di questi, forse l’unico in Italia, è il direttore artistico di Umbria Jazz, Carlo Pagnotta che ha capito che oltre ai concerti dei vari gruppi stabili è necessario creare eventi in grado di attirare l’attenzione non solo del pubblico, ma anche dei media. Il duo CoreaBollani è stato immediatamente ripreso dalla televisione e sappiano quanto raramente le telecamere si affaccino nel corso di un Festival del Jazz. Per chi dovesse giungere in questi giorni troverebbe in città una serie di iniziative parallele di notevole interesse culturale: Ted Panken, inviato della prestigiosa rivista Down Beat ha sottoposto a un “blindfold test” pubblico Enrico Pieranuzi. Le sue risposte ai difficili quesiti appariranno nel prossimo numero della rivista. George Lewis ha tenuto una conferenza-lezione sulla sua “nuova” musica. Autori come Claudio Sessa ed altri hanno presentato i loro nuovi libri. E come sempre per le strade, sotto “gli archi sognanti” di questo miracolo italiano che è Perugia musica e sempre musica. Un po’ lontano dal centro, nella parte bassa della città, esiste un albergo il cui nome, pensate, è “Jazz”, sede del Jazz Club Perugia. In ogni angolo si possono ascoltare dischi rari e preziosi! E ogni pomeriggio la proprietaria Valeria Guarducci, presenta concerti con giovani musicisti in attesa di notorietà e successo. Siamo sicuri che per imparare a organizzare un Festival del jazz bisognerebbe passare un po’ di tempo da queste parti.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

dal ”Wall Street Journal” del 16/07/2009

Cina: primi passi fuori dalla crisi di Andrew Batson economia cinese si sta riprendendo dalla crisi, prima di ogni più ottimistica previsione. Sorpresa tra gli osservatori, quando giovedì i dati sul pil cinese hanno visto un incremento nel secondo trimestre al 7.6 per cento. Gli analisti sono convinti che, anche se la tendenza dovesse rallentare, è probabile che, per fine anno, venga raggiunto l’obiettivo dell’8 per cento. Nel primo trimestre del 2008 il dato sulla crescita si era attestato al 6,1 per cento. L’indice azionario della borsa di Shangai, sull’onda dei dati positivi di quest’anno, ha ottenuto un incremento del 75 per cento dei valori mobiliari. Produzione industriale, prestiti bancari e importazioni sono in costante crescita negli ultimi mesi.

L’

Ora tutti si chiedono quanto potrà durare la ripresa e come, la terza economia mondiale, possa essere svezzata dall’intervento statale anticrisi prima che i problemi sul lungo periodo possano attecchire. La sostenibilità di questo modello di economia statale pone molte interrogativi sul sistema di sviluppo mondiale. Il successo delle misure anticrisi di Pechino è uno dei pochi successi nella peggiore delle crisi dell’ultima generazione, con tutte l’economie avanzate che prevedono il 2009 ancora come un anno di contrazione. Molti vorrebbero sfruttare la capacità di Pechino di superare il declino delle esportazioni, di ridare vigore all’economia interna e di evitare che si formi un’altra bolla speculativa nel settore immobiliare. «La Cina è la prima fra i Paesi a guidare l’economia mondiale fuori dalla recessione» ha affermato il capo analista della World Bank, Hans Timmer. Un Paese emergente come la Cina sta sostituendo gli Usa come motore della ripresa, visto che le famiglie americane hanno con-

tratto i consumi e stanno convertendosi al risparmio. La Cina da informazioni sul pil solo su base annua, ma in molti sono convinti che i dati del secondo trimestre, se portati su base annua, potrebbero lasciar prevedere un pil a due cifre. Una crescita al 15 per cento è per molti un obiettivo raggiungibile da Pechino. Nella prima parte dell’anno i prestiti erogati dalla banche cinesi sono raddoppiati, rispetto al 2008 e sono il triplo di quelli distribuiti dal sistema statunitense nello stesso periodo. A quanto pare lo stimulus di 548 miliardi dollari di Pechino ha funzionato, almeno nel breve termine. L’espansione del credito ha dato ossigeno e fiducia, in settori come l’edilizia, la produzione di auto e la fornitura di materie prime come il rame. La politica dei soldi facili, seguita dal governo cinese, comporta qualche rischio, perché potrebbe far affluire investimenti nel settore azionario e immobiliare, creando nuove bolle speculative.Rischi condivisi anche dal capo economista per la Cina della Ubs, Wang Tao. «Oltre alle soluzione a breve, che lo stimulus garantisce, serve pensare oltre. Occorre cambiare modello di crescita» continua Wang. A un costante declino dei valori immobiliari americani ha corrisposto una crescita di quelli cinesi, a un tasso del 10 per cento all’anno. Tanto da far gridare a un nuovo boom immobiliare. Il record di valuta straniera raggiunto a giugno può essere interpretato in parte con il forte afflusso d’investimenti stranieri che starebbero puntando proprio sul mattone. I numeri nascosti della ripresa sono legati al denaro preso in prestito a sca-

pito del futuro sviluppo cinese. In pratica si sarebbe ampiamente sfondato il 3 per cento di deficit dichiarato dalle autorità di Pechino e ciò sarebbe una pesante ipoteca su tutta l’economia prossima ventura. Il premier Wen Jabao ha affermato, la scorsa settimana, che «il governo continuerà a supportare la ripresa economica, mentre cercherà di varare riforme strutturali che possano servire sul lungo periodo».

Insomma i cinesi sanno bene che il trend attuale non durerà, se non si affonderanno le mani nei problemi strutturali. Inoltre quest’anno sono aumentate le importazioni di rame e materiali ferrosi, favorendo principalmente aziende australiane e sudamericane. Da più parti si è convinti che la Cina, più che riprendere fette di export perdute, dovrebbe focalizzare gli sforzi nell’allargare il mercato interno. Uno dei più vasti del pianeta.

L’IMMAGINE

Il bipolarismo serve per evitare che in Italia perseveri la politica delle ammucchiate Non sono d’accordo con il fatto che per molti il bipolarismo sia morto e che alle porte si iniziano ad intravedere nuove alleanze e nuovi schieramenti. È la politica che non smette mai di ridimensionarsi se intravede nuove opportunità o scialuppe di salvataggio, senza contare che la cosa più importante dovrebbe essere l’adoperare i nuovi assetti, per migliorare la vita dei cittadini. Lo spirito del bipolarismo è stato per anni il sogno di ciò che adesso sta avvenendo e molti se lo scordano, e se l’opposizione non sembra all’altezza di rappresentare in futuro il polo alternativo, allora si può anche sostituire ad essa una forza differente che contenga i numeri per rappresentare una nuova opposizione. Il bipolarismo in Italia serviva per eliminare la politica delle ammucchiate e se adesso ci troviamo in un cielo più sereno e limpido è perché le cose certe volte, in Italia si portano fino in fondo. Infine, come dicevano i futuristi, si può anche marciare di nuovo per non marcire, ma sempre nell’ambito di un sistema a due poli.

Salvatore Esposito

LA BONTÀ E IL BUONISMO Nonostante la moltitudine di laici, agnostici e atei, nonché il calo relativo della pratica religiosa, esponenti del clero cattolico impartiscono continue lezioni e prediche sui media. Prelati e sacerdoti si ripetono e auspicano il “bene comune”, che non coincide necessariamente con il vantaggio d’una singola categoria o corporazione, e neppure dell’una o dell’altra religione. Insistono su giustizia e solidarietà; ma non su libertà ed efficienza, altrettanto importanti per il benessere dell’umanità. Fra i valori, indicano la famiglia fondata sul matrimonio; mentre ignorano il celibato e il nubilato, che non sono disdicevoli, data l’attuale sovrappopolazione terrestre di oltre 6,7 miliardi, previsti

in crescita fino a circa 9,5 miliardi nel 2050. L’invocata protezione per i precari (dipendenti) dimentica che i lavoratori autonomi possono perdere la clientela: sono tipicamente “precari”, senza piagnisteo. Si esorta pleonasticamente a evitare xenofobia e razzismo, che sono estranei alla quasi totalità degli italiani. Tramite la “discriminazione positiva” (“azione affermativa”), immigrati ottengono aiuti ed elargizioni, anche per loro associazioni, manifestazioni e feste. Gli immigrati lavoratori costituiscono una minoranza degli allogeni (regolari e clandestini) presenti sul territorio. Si parla d’integrazione, ma non tutti i nuovi arrivati si adeguano alla nostra democrazia, alle nostre leggi e ai nostri ritmi di la-

Indovina cos’è Che cosa vi sembra? Una gamba in attesa di ceretta? Fuochino! Sono peli, sì, ma non umani. Provate a indovinare a chi appartengono. È il nemico numero uno delle tartarughe delle Galapagos. Può uccidere un uomo con 1 milione e 200 mila assalti. Secondo recenti indagini, l’84% degli italiani ne ha timore

voro. Si reclama l’accoglienza tout court; ma la concreta realtà italiana – sovrappopolata e gravata da enorme debito pubblico – impone di limitare gli ingressi. Il Belpaese non è in grado di diventare la confraternita di carità per tutte le piaghe del mondo: non riesce neppure a sanare appieno le proprie. I buonisti non

accennano alla diffusa immigrazione clandestina, che presenta statisticamente una criminalità e un numero di carcerati relativamente elevati. Il mondo abbisogna – non solo di contemplativi e redistributori – ma anche e soprattutto di produttori (faticoni, reali e concreti) di beni e servizi. Questi sono i migliori bene-

fattori dell’umanità, perché contrastano la penuria delle risorse, con fatti, non parole. La siccità va combattuta con lavorazioni adeguate e irrigazioni, non con l’antica tradizione delle “rogazioni” imploranti la pioggia. Per nutrirsi, bisogna darsi da fare e rimboccarsi le maniche, non aspettare la manna.

Gianfranco Nìbale


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Dopo di te, nulla al mondo mi ispira Mi batteva il cuore e tu hai veduto con che faccia scimunita mi sono presentato alla Contessina. Buon per me che tuo marito non istà sul quindici e quindi: ma in verità che io aveva perduto le parole... e poco c’è mancato ch’io non mi sia fatto scorgere.Vedi il signor Prudente! Sono fatto peggio di te, ho veduto poi Checco al Caffè; mi sfuggì al solito. Quantunque io lo guardi con certa superiorità, devo dirtelo, ne ho compassione. Ma io t’amo Antonietta e t’amo tanto, che dopo di te non trovo nulla al mondo che mi possa ispirare il minimo sentimento. E poi, che compassione? Ho perduto una mezz’ora sdraiato sul mio letto pensando alla fisionomia che può aver fatto tuo marito, quando chiedendogli se dovevi ricevermi, ti rispose sì. Credo che egli l’abbia detto con un piccolo cenno di testa, pronunziando fra’ denti e stringensodi insensibilmente le spalle. Non so poi. Ma egli è sì buono ch’io crederei un pezzo mortale il supporgli nemmeno un’idea di malignità. Mostra di volermi bene; e certamente io gliene voglio moltissimo. Spero che tu mi dirai tutto ciò che è seguito. Ma mi fa grande affanno quell’improvviso dolore di capo. Buona notte. Parte la posta.Voglio riparare, a mercoledì. Addio dunque, donna divina. Ugo Foscolo ad Antonietta Fagnani Arese

ACCADDE OGGI

AMORALE Gli attacchi al premier si moltiplicano in odore di reazione elettorale a tutto il buon governo della destra, che si deve in qualche modo ridurre di valenza. D’Alema continua a parlare di declino, come inventore del nulla che come un fantasma si insidia nelle istituzioni per corroderle; ma dimostra anche di essere profeta di sventure, adoperando un lessico fastidioso, perché le scosse di terremoto sono una paragone amorale e sconveniente.

Bruno Russo

VICTORIA La sinistra di Che Guevara, quella che “a chiacchiere” voleva combattere con “hasta la victoria sempre” per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli, si defila sotto le coperte di un concreto lassismo delle coscienze, dopo il silenzio nei confronti dei soprusi in Cina e in Iran. Qualcuno ha anche affermato che si è avuta una reazione eccessiva da parte della folla che denunciava i brogli. Non sanno che esiste da tempo una “intelligencia”persiana fatta soprattutto di donne coraggiose, che nella cultura e nell’arte si sono fatte sentire per affermare che il Paese sta cambiando. Se il broglio non sarà confermato è segno che esiste ancora una grossa fetta del popolo che per intimidazione non ha fatto ciò in cui credeva o desiderava. La cosa più triste è che molte di queste persone si sono appellate proprio alla polita progressista europea per farsi sentire, e quelli che hanno raccolto l’invito sono, a questo punto, soprattutto

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

17 luglio 1955 Anaheim (Los Angeles): inaugurazione del parco di divertimenti Disneyland 1962 L’esplosione di prova Little Feller I diventa l’ultima detonazione di prova nell’atmosfera nel Nevada Test Site 1975 Progetto ApolloSojuz: una navetta Apollo americana e una Sojuz sovietica si agganciano in orbita, segnando il primo aggancio tra velivoli spaziali di due nazioni differenti 1976 In occasione della cerimonia di apertura della XXI Olimpiade di Montreal in Canada alla televisione italiana iniziano le trasmissioni sperimentali di programmi a colori; viene scelto il formato Pal 1979 Il presidente del Nicaragua, Anastasio Somoza Debayle, si dimette e fugge a Miami 1984 Laurent Fabius diventa primo ministro di Francia 1993 Patrick Volkerding fonda la distribuzione Gnu/Linux Slackware

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

chi ha fatto molti soldi attraverso la vendita di libri di centinaia di pagine ove si è riversato il dramma e il grido di un popolo che non merita il dolore, e adesso è solo.

Enzo Criscio

GHEDDAFI E COLONIALISMO Gheddafi ha asserito che le radici del terrorismo e della povertà sono riconducibili al periodo coloniale. Il pittoresco colonnello libico sarà anche un ottimo promotore di se stesso e un grande economista, ma nelle vesti dell’analista storico, fa ridere i polli. È vero il contrario, la decolonizzazione dell’Africa e dell’Asia ha impedito che i germi della democrazia, del progresso e dello sviluppo attecchissero in quei popoli che mai avevano conosciuto concetti come libertà, diritti civili e libero mercato. Nessuno può infatti mettere in dubbio che la civiltà occidentale, con i suoi fisiologi limiti antropologici e culturali (vedasi ad esempio il “diritto” all’aborto e l’espansione dell’ideologia gay), sia di gran lunga superiore alla civiltà orientale ed in particolare islamica. Se le nazioni sottosviluppate anelino ad uscire dalla condizione di arretratezza in cui versano, debbano imitare i deprecati paesi occidentali a partire dagli odiati Stati Uniti. Ma fintantoché personaggi come Gheddafi ed affini, continueranno a regnare impunemente su quelle povere terre, dove i diritti umani rimangono pie illusioni, si può star certi che sempre più immigrati busseranno alla porta degli “infedeli”, ma ricchissimi vicini di casa.

IL RUOLO DEI GIOVANI NELLA SOCIETÀ Liberal Giovani della Lombardia ha partecipato, nel corso della iniziative di questa campagna elettorale, ad un convegno, tenutosi a Milano, sul tema: “Giovani, bene comune e impegno politico”. Nell’intervento abbiamo ribadito la necessità di una maggior partecipazione delle giovani generazioni al mondo della cultura, dell’economia, del sociale e della politica. Si tratta di offrire ai ventenni e trentenni l’opportunità di assumersi delle responsabilità nei vari ambiti della società, in modo da valorizzare i loro contributi ma al contempo dando loro la possibilità di inserirsi nelle differenti dimensioni dell’economia, della cultura e della politica, per interagire con gli adulti e favorire anche il passaggio di conoscenze ed esperienze. Per il nostro Paese è assolutamente necessario costruire un ponte col futuro evitando un salto generazionale che metterebbe a rischio molte competenze maturate in ambiti economici, sociali e culturali. Parlando di bene comune, non potevamo non ricordare il richiamo fatto da sua santità papa Benedetto XVI, che in occasione della sua visita pastorale in Sardegna aveva espresso l’auspicio per un rinnovato impegno dei cattolici in politica richiamando la necessità di una «generazione nuova di cristiani impegnati in politica» che avesse come caratteristica il «rigore morale e la competenza». L’impegno dei giovani e di tutte le persone di buona volontà che partecipano alla vita politica non può non tener conto del richiamo del Santo Padre: solo a partire da queste indicazioni si potrà davvero costruire una società più giusta e solidale, dove davvero ognuno possa vivere senza sentirsi escluso. Per portare avanti queste idee si rende necessario un forte legame con la società civile: la politica, infatti, deve cogliere i fermenti che provengono da essa ed in questo un ruolo di primo piano lo devono ricoprire i giovani. È in questo modo che l’opportunità data ai giovani di una presenza significativa nei diversi ambiti della società può diventare anche un’occasione per il nostro Paese di affrontare le nuove sfide, in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo, coniugando l’entusiasmo e l’innovazione dei giovani con l’esperienza e le capacità dei meno giovani. Dario Nicolini COORDINATORE LIBERAL GIOVANI LOMBARDIA

Gianni Toffali - Verona

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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PAGINAVENTIQUATTRO Calcio. Il caso dello Spezia, che nel 2002 s’è visto consegnare il riconoscimento del ’44, apre una disputa

La guerra degli scudetti mai di Maurizio Stefanini o scudetto al Conversano? Nel 2002 la Figc riconobbe come “titolo onorifico” quello vinto dallo Spezia, allora Vigili del Fuoco La Spezia, nel “Campionato Alta Italiana” disputato nel 1944 nei territori sotto il controllo della Repubblica Sociale Italiana: un torneo con ben 60 squadre divise in gironi regionali, nella cui finale a tre lo Spezia prevalse su Torino e Venezia: Spezia-Venezia 1-1 il 9 luglio 1944; Spezia-Torino 2-1 il 16 luglio; Torino-Venezia 5-2 il 20 luglio. Effettivamente, era il più rappresentativo tra le varie competizioni che gli italiani si ostinarono comunque a giocare in quei tempi di fuoco e sangue, in una Penisola devastata e percorsa dai contrapposti eserciti. Però il riconoscimento è pure paradossale, se si pensa che la legittimità istituzionale è invece quella che il nuovo stato repubblicano, attraverso i governi del Cln, ereditò delle “quattro province del re” sempre rimaste sotto il controllo della monarchia sabauda in Puglia. E che in Puglia, appunto, in quello stesso 1944 si giocò un Campionato dell’Italia Libera vinto appunto dal Conversano: squadra che come lo Spezia non è mai stata in serie A, ma che pure in quei periodi turbolenti venne avvantaggiata dall’afflusso di giocatori sfollati. In particolare, il portiere Leonardo Costagliola: già in A col Bari nel 1942-43, e che dopo la guerra sarebbe tornato in A nel Bari e nella Fiorentina, difendendo anche per tre partite la porta della Nazionale.

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Di qui dunque la lettera del sindaco di Conversano: che ha scritto al presidente Abete, chiedendo anche lui un riconoscimento ufficiale. E sulla questione è stato ora costituito un gruppo di lavoro, che dovrà valutare la richiesta sulla base degli atti ufficiali e della documentazione storica che lo stesso Comune di Conversano ha presentato in via ufficiale. Ovviamente, si può scommettere che se la risposta sarà positiva, cominceranno allora a muoversi anche le altre squadre vincitrici di tornei di guerra dell’epoca: da Lazio e Roma, vincitrici dei Campionati Romani di 1944 e 1945, e la Roma anche di un “campionato supplementare” del 1944; allo Stabia, che si aggiudicò il Campionato Campano del 194445; al Palermo, che prevalse nel Campionato Siciliano. Ma quella del calcio bellico è una storia curiosa. Tranne la Norvegia, dove le squadre scioperarono per protestare contro l’invasione tedesca, un po’ dappertutto in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale il calcio continuò. In Germania il campionato fu sospeso per un paio di mesi, ma poi riprese fino all’autunno del 1944, quando i continui bombardamenti aerei lo resero impossibile. La nazionale si era invece fermata due anni prima: non è chiaro se per la crescente difficoltà dei trasporti, o non piuttosto per i risultati sempre peggiori. «100.000 persone se ne sono andate dallo stadio in preda alla depressione, e poiché la vittoria in queste partite di calcio risolleva maggiormente gli spiriti della gente di quanto non possa fare la conquista di qualche cittadina dell’Est, per tutelare lo stato d’animo popolare, tali risultati devono essere proibiti», aveva

ASSEGNATI annotato il consigliere del ministero degli Esteri Martin Luther citando Goebbels, dopo il 2-3 di Berlino contro la Svezia del 20 settembre 1942. Il 22 novembre 1942 l’ultima partita fu una sconfitta per 5-2 a Bratislava a opera della Slovacchia, con il pubblico che faceva ostentatamente rumore durante il minuto di silenzio in onore dei caduti tedeschi. Dopo di che i giocatori furono mandati al fronte, dove due di loro morirono in capo a un mese. Ma ancora pochi giorni dopo lo sbarco in Normandia 70.000 persone assistettero alla finale del campionato del 1944. E il 22 aprile del 1945 il Bayern vinse per 3-2 un derby amichevole

lo campionati regionali e amichevoli, e non più di 8000 spettatori a partita. Si organizzò inoltre una Football League War Cup, i cui trofei non sono però omologati alle altre Coppe d’Inghilterra, e stanno in un albo d’oro a parte.

Quanto all’Italia, all’opposto dell’Inghilterra continuò il campionato tra 1940 e 1943, e perfino la nazionale continuò a esibirsi fino al 1942. Ma al momento di entrare nella Grande Guerra aveva invece sospeso il campionato del 1914-15 quando mancava l’ultima giornata del girone finale del Nord, l’ultima del girone centrale, la finale di ritorno meridionale, la finale tra vincente centrale e vincente meridionale, e la finalissima tra prima del Nord e prima del CentroSud. La promessa era di concludere dopo la prevista vittoria lampo, ma invece si dovette aspettare fino al 1919. E allora si preferì partire con un campionato nuovo dando invece lo scudetto del 1915 al Genoa, con decisione discretamente arbitraria. Provvisoriamente nel 1915-16 era stato intanto giocata una Coppa Federale la cui vittoria milanista non fu però mai omologata come scudetto vero e proprio: neanche quando negli 11 anni che passarono tra il nono campionato vinto nel 1968 e il decimo nel 1979 i “diavoli” fecero fuoco e fiamme per davvero infernali, pur di ottenere il riconoscimento che avrebbe consentito loro di fregiarsi della sospirata stella. Una battaglia seconda solo a quella che in Spagna il Levante di Valencia ha fatto per vedere riconosciuto quell’unico trofeo della sua storia, vinto durante la Guerra Civile nel campionato della zona repubblicana.

Il Conversano adesso tenta di acciuffarne uno per il Campionato dell’Italia Libera, anch’esso del ’44. Ovviamente, si può scommettere che se la risposta sarà positiva, cominceranno allora a muoversi anche le altre squadre vincitrici di tornei dell’epoca bellica col 1860 München, proprio mentre gli Alleati stavano per investire Monaco. In Inghilterra il campionato del 1939-40 fu invece sospeso alla terza giornata, nel ricordo delle polemiche sul calcio che era andato invece avanti durante la Prima Guerra Mondiale, mentre i giovani in trincea morivano. In realtà, era stato allora il ministero della Guerra a chiedere di procedere normalmente, per dare un segnale di normalità.

E anche stavolta una richiesta analoga venne dal ministero dell’Interno. Le società erano però riluttanti, ricordando che l’altra volta invece di essere lodate per il loro zelo patriottico avevano avuto gravi danni di immagine. Si arrivò così a un compromesso: so-


2009_07_17