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QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

9 771827 881004

ISSN 1827-8817 80808

L’ultima parte del saggio del politologo statunitense

Cari amici europei, non esistono due Americhe

di e h c a n cro di Ferdinando Adornato

di Robert Kagan aureen Dowd, nei suoi articoli sul New York Times, ha criticato Hillary Clinton per avere votato a favore della guerra in Iraq nel 2002, l’ha accusata di avere voluto solo dimostrare di essere abbastanza uomo per guidare la nazione e ha usato lo stesso parametro per vicende precedenti chiedendosi «perché Kennedy non scartò semplicemente il piano della Cia, preparato sotto Eisenhower, che prevedeva di mandare 1.200 esuli a cacciare un leader popolare a Cuba che disponeva di 200.000 uomini? Perché sentì il bisogno di mettersi alla prova. Perché Johnson ignorò il suo istinto politico per ascoltare Robert McNamara e Dean Rusk sul Vietnam cadendo sotto la loro stupida influenza solo perché erano stati i consiglieri di Kennedy?. L’idea che decisioni molto importanti sulla pace e la guerra possano essere determinate da insicurezze umane e disturbi di personalità ha certamente un suo fascino. Il corso di storia diplomatica americana ha evidenziato un libro, Fighting for American Manhood, che spiega come «politiche di genere abbiano provocato le guerre ispano-americana e filippino-americana», ma qualunque verità possa esserci in queste opinioni, esse sono servite anche ad oscurare una realtà spiacevole per i loro autori: i leader americani si comportarono come si comportarono per coerenza con la loro visione del mondo e con le caratteristiche peculiari della nazione che guidavano.

M

Bao Tong, politico, 7 anni di carcere: si è opposto al massacro di Tiananmen. Ding Zilin, dissidente, agli arresti domiciliari: lotta per la memoria delle vittime del 1989. Hu Jia, cyberdissidente, in galera da 3 anni: ostaggio della censura cinese. Giulio Jia Zhiguo, vescovo, oltre 20 anni di prigione: bersaglio della persecuzione religiosa. Han Dongfang, sindacalista, 2 anni di carcere: si batte per i diritti dei lavoratori. Ecco i campioni che meritano l’oro. Perché le loro sfide sono le più importanti di tutte.

Medaglie della libertà alle pagine 2, 3, 4 e 5

s eg u e a pa gi n a 2 0

Attriti con dipietristi e sinistra radicale

Colloquio con Renato Brunetta

La lunga estate calda del Partito democratico

«Europee? Meglio due preferenze»

di Riccardo Paradisi

di Andrea Mancia

Il richiamo della foresta. All’interno del Pd le voci più critiche nei confronti di Veltroni giustificano così la petizione ”Per salvare l’Italia”. L’obiettivo, raccogliere 5 milioni di firme entro la manifestazione del 25 ottobre.

Dal PdL al nucleare, dalla burocrazia al Wto. Intervistato da liberal, il ministro Brunetta non risparmia nessun argomento e infine annuncia: «Europee? Meglio due preferenze».

Andrea Pininfarina, 51 anni, è stato investito ieri da un’auto mentre era alla guida della sua Vespa in via Torino, a Trofarello. L’imprenditore è morto sul colpo, poco dopo le 8 del mattino. A investirlo, un pensionato di 78 anni.

Nel 150° anniversario della nascita, il celebre compositore italiano Giacomo Puccini rivive attraverso tre inediti filmati, che il 12 agosto verranno proiettati nell’ambito del 54° Festival di Torre del Lago.

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VENERDÌ 8 AGOSTO 2008 • EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

Ritratto di Andrea Pininfarina, scomparso ieri in un incidente

L’uomo che disse «no» anche al Cavaliere di Alessandro D’Amato

• ANNO XIII •

NUMERO

150 •

Restaurati a Lucca tre filmati inediti

Il baffo modulato di Puccini di Mario Bernardi Guardi

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Pubblichiamo un saggio di uno dei dissidenti più autorevoli del Paese, grazie anche al suo passato ai vertici del partito,che analizza i Giochi ed il loro impatto sulla politica del gigante asiatico

Il vero gioco della Cina di Bao Tong o svolgimento delle Olimpiadi a Pechino è una magnifica opportunità per la Cina di dimostrare il suo splendore al mondo intero. Le Olimpiadi si tengono ogni 4 anni. Si deve sempre trovare una sede, o qui o lì. Per i leader di tutti i Paesi del mondo non è difficile trattare questo problema con una psicologia “normale”. Per i leader cinesi è difficile, anzi temo proprio impossibile. Perché è impossibile in Cina? Perché la Cina ha ottenuto la possibilità di ospitare le Olimpiadi dopo il massacro di piazza Tiananmen. In appoggio e sostegno al popolo cinese, la comunità internazionale ha condannato e denunciato in modo incessante alcuni “macellai cinesi”. Ma per dimostrare amicizia verso oltre un miliardo di cinesi, essa ha anche deciso di scegliere Pechino come sede delle Olimpiadi. Tutto questo è scaturito dall’amicizia fra i popoli. Ma i successori nell’eredità del massacro, considerano il primo gesto [la condanna] come un voler demonizzare la Cina; il secondo gesto [le Olim-

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gono per che cosa? Per partecipare alle competizioni, per turismo, per vedere, ascoltare, divertirsi, gioire, avere nuove esperienze. Cosa c’è in Cina? Ci sono i guerrieri di terracotta sepolti per accompagnare l’ imperatore cinese Qin Shi Huang; c’è quell’atmosfera esotica molto apprezzata da Marco Polo. La Cina è anche il luogo dove è scoppiata la rivolta dei Boxer; la terra saccheggiata dalle 8 potenze occidentali

Piazza Tiananmen, davanti alla Città Proibita ha testimoniato l’oceano delle Guardie Rosse all’epoca di Mao Zedong; l’ondata dei carri armati e delle mitragliatrici di Deng Xiaoping. Dopo la caduta del comunismo, la Cina è l’unica fortezza che resta in piedi del marxismo, del socialismo e della dittatura del proletariato. Tutto ciò rappresenta dei miracoli a livello mondiale, sufficienti per incantare milioni e milioni di turisti e spingerli a ricordare con nostalgia. Una volta tornati, essi raccontano ad amici, parenti, perfino nipoti, di

privilegio. E’ un passo coraggioso. Ma i risultati nella realtà mostrano che questo tipo di libertà di stampa è limitato solo a ciò che è armonioso. Dove non c’è armonia, non si dà libertà – allo stesso modo, la libertà di parola è data solo ai cittadini “armoniosi”, non a quelli “non armoniosi”. Per questo, conoscere la verità in Cina non è cosa facile, nemmeno per chi vive qui da lungo tempo. Figuriamoci per chi viene soltanto per uno sguardo rapido e poco profondo! Se non si riesce a sapere la verità, si può prevedere che saranno pochi quelli disposti a trasferirsi e diventare sudditi della Cina grazie all’effetto delle Olimpiadi: su questo possiamo essere certi. Per quanto riguarda voci di lodi, ce ne saranno a volontà, sia nel mondo diplomatico, sia nelle consultazioni interne del governo. Anche questo è sicuro. Chi dice che la

violenti, i metodi usati troppo spensierati, perfino nell’utilizzo delle forze di polizia”. Dunque, è vero che i diritti della popolazione sono stati violati di frequente; che vi è stato un troppo facile uso delle forze di polizia. L’ultimo incidente di Wengan è scoppiato in seguito a queste verità. È indubbio perciò che i principali colpevoli dell’incidente sono coloro che hanno sempre violato i diritti della massa, e quelli che hanno utilizzato le forze di polizia con tanta disinvoltura. E’ importante conoscere queste verità. Nell’oceano di casi di sfruttamento delle miniera e delle risorse; nel trattamento dei migranti; nelle demolizioni forzate si sono verificate migliaia e migliaia di rivolte di massa. In passato erano stati resi pubblici. Nel 2004, ve ne sono stati oltre 80 mila, quasi un incidente ogni 5 minuti. Dal 2005, per salvaguardare l’armonia, i dati non sono stati pubblicati. Ciò non significa che siano diminuiti in quantità o in intensità. Permettetemi di dire con franchezza che se non cambia questo sistema basato sui due principi - violazione dei diritti della popolazione e utilizzo facile della forza di polizia - non ci sarà mai pace. Il vero colpevole è proprio il sistema che viola l’interesse della massa, e che utilizza con troppa facilità le forze di polizia. Questi due mali, messi insieme, hanno sconvolta la vita del popolo, creando questo modo di fare distruttivo, la voglia di farla finita per tutti, mettendo a repentaglio la propria vita. Di sicuro questo sistema non porta né sicurezza, né pace duratura.

verità in Cina è impossibile da raggiungere? Questi due punti sono certissimi! Un recente caso di omicidio aiuta gli stranieri a conoscere la verità in stile cinese. Il cadavere di una ragazza di Wengan (provincia di Guizhou) è stato rinvenuto nel fiume. Per questo, la popolazione ha messo sotto assedio la centrale di polizia. Secondo Xinhua, quella gente è una massa amorfa “che non conosce la verità”. In effetti, dove non esiste libertà di stampa, non esiste verità.

Riportando le dichiarazioni di quel segretario del partito comunista [del Guizhou] Xinhua ha usato frasi al passivo, senza soggetto. Chi ha violato l’interesse del popolo? Chi ha utilizzato la forza della polizia in modo spensierato? Senza soggetto, ti spingono a indovinare. Nel nostro sistema, oltre ai leader del Partito e del governo non ci sono altre persone che abbiano questo potere. Com’era da prevedere, nei giorni successivi sono giunte le notizie della rimozione del capo distretto, del segretario distrettuale del partito, del capo della polizia e del commissario politico della polizia. Ma alla fine l’interesse dei cittadini può essere violato quanto si vuole; la forza della polizia può essere utilizzata quanto si vuole. É questa la verità cinese. Perché tutti i leader cinesi, eccetto il leader supremo che è caduto dal cielo, sono nominati dall’alto verso il basso.Tutte le elezioni sono una messa in scena. Rao, Sun, Yu: uno nominava l’altro[5]; l’imperatore Qin ha stabilito province e distretti, e l’amministratore veniva nominato dall’imperatore. Mao Zedong ha dato questa istruzione: «ll sistema di

Pechino ha ottenuto la possibilità di ospitare le Olimpiadi dopo il massacro di piazza. Ma in questo modo, la comunità internazionale ha di fatto avallato l’ipotesi comunista: senza repressione, non c’è armonia sociale. E nemmeno sviluppo piadi], lo considerano come una fortunata occasione piovuta dal cielo mostrare tutti i nostri cambiamenti.

Da molto tempo, alcune persone parlano delle Olimpiadi come il centro di tutto, come la forza motrice della Cina. L’unico scopo è dimostrare il nostro splendore, facendo tutto il possibile, senza badare alle spese in risorse umane o economiche. Di certo, questo splendore non è per nulla quello delle Madri di Tiananmen (vedi pg. 4), o di coloro che consegnano petizioni per chiedere giustizia, o quello dei lavoratori migranti. Lo splendore che si vuole dimostrare è quello della stabilità che ha schiacciato tutto, da cui sono emerse la grandezza e l’armonia attuali.Tutti devono capire che questo è il risultato del massacro. Senza massacro, non ci sarebbe stato l’innalzamento [del Paese], senza massacro non ci sarebbe stata l’armonia attuale. Ospitare le Olimpiadi è la legittimazione che il sistema di leadership con caratteristiche cinesi è il migliore, testimoniato anche dalla pratica. Stranieri: glorificateci! Patrioti: siate orgogliosi! Se penso a questo, il sangue mi bolle nelle vene. Come si può definire questa una “psicologia normale”? Atleti, amanti dello sport, turisti di ogni Paese vengono in Cina con gioia, non in pellegrinaggio, né per creare incidenti. Ven-

generazione in generazione: nel 2008 io sono stato in Cina. Oltre ai visitatori a caccia di avventure e di curiosità, ci sono anche visitatori che riflettono. Sono abitanti del villaggio globale, vogliono osservare la Cina in profondità, studiarla con attenzione. Hanno bisogno di capire la verità della Cina. Se scoprono qualcosa di buono, la Cina viene additata all’ammirazione generale, diventando un’attrazione anche per altri. Qualcuno potrebbe anche decidere di trasferirsi in Cina, diventando cittadino cinese, godendosi la felicità di essere guidati dal dominio comunista. Il problema è che da lungo tempo conoscere la verità in Cina è un problema difficile e imbarazzante. Perché? Perché le notizie cinesi sono imbrigliate. I giornalisti cinesi devono ubbidire in modo assoluto alla guida del Dipartimento centrale di propaganda del Partito comunista cinese. I media stranieri devono accettare in modo assoluto le direttive del governo e del Ministero degli esteri. È stato così per lungo tempo. Alla fine del 2006, per dare una nuova immagine di apertura in prossimità delle Olimpiadi, il governo ha annunciato che dal primo gennaio 2007, ai media stranieri è concesso il “diritto” di libera intervista. Veramente, bisognerebbe dire “il privilegio”di libera intervista, perchè i giornalisti cinesi non godono di tale

È molto probabile che anche Xinhua, trovandosi a Pechino non conosca la verità. Subito dopo, Xinhua ha riportato la verità da Guizhou. È quella riferita in pubblico dal segretario provinciale del Partito comunista. Egli è la carica più alta presente sul luogo per sistemare la rivolta di Wengan. Il segretario ha indicato due verità: la prima: “Troppo spesso sono avvenute violazioni contro i diritti della popolazione nei lavori di sfruttamento delle miniere, nel trattamento dei migranti, nelle demolizioni edilizie nel distretto di Wengan”. La seconda: “Nel risolvere questi conflitti e la rivolta di massa, alcuni quadri sono stati molti


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A lato: la “dea della democrazia”, la statua scolpita ed innalzata dagli studenti riuniti in piazza Tiananmen dall’aprile al giugno del 1989 Qin è esercitato da cento generazioni. Questo sistema è troppo bello, quindi ti consiglio di non insultare Qin». Tutti i funzionari protetti, che non subiscono la prova di una elezione diretta hanno avuto l’apprezzamento dei superiori. Basta che sia pulito e si possa controllare bene, quale Lao Bai Xing [comune cittadino] potrà mai toccarlo?

Insomma, dalla provincia al comune, al distretto… i segretari del Partito e i loro compagni di combattimento sono nominati dal cielo e guidano tutto. Il loro potere è senza confini: esso include lo sfruttamento delle risorse, la gestione degli immigrati, le demolizioni edilizie, e anche l’utilizzo della polizia in maniera facile. Questi sono il cibo quotidiano del loro potere. Credo profondamente che nel Partito comunista vi siano persone molto buone, oneste, e non sono poche. Ma ci sono anche le persone più cattive, stupide e spensierate, che perseguitato e sfruttano. Perfino al vertice esistono buoni e cattivi. Nel Politburo ci sono buoni e cattivi. La conclusione è che il sistema comunista guida tutto e la democrazia e la legge non possono farci niente; questo sistema trasforma l’essere umano[al potere] in un dio. É anche una sistema che trasforma i vigliacchi in demoni. Ma soprattutto, è un sistema con cui nessuno diventerà mai cittadino

a pieno titolo. Come uscirne? Secondo l’articolo di Xinhua, il segretario provinciale del Partito ha detto che si deve rafforzare il lavoro della Commissione di controllo disciplinare. Non credo che la via d’uscita sia questa. Se ci fosse ancora Mao, non ci crederebbe neanche lui. Nel 1945, Huang Yanpei gli ha chiesto come evitare la corruzione. Mao non ha detto: “Abbiamo la Commissione di controllo disciplinare”. Gli ha risposto: “Abbiamo la democrazia”. Certo, la democrazia è la via d’uscita. Ma il problema è: abbiamo la democrazia? Quando l’abbiamo avuta? Voi, signori che sbandierate l’effige di Mao, potete dire apertamente quando?

Quando uno dà importanza più alla faccia (alla forma), che alla verità che sta dietro la faccia; più importanza allo slogan “servire il popolo” che al popolo stesso, al massimo saprà solo che sopra di lui esiste il Partito, esiste la Commissione di controllo disciplinare. Ma non ci sarà mai posto per il minimo concetto di “popolo” e “legge”. Si comprende allora perché quando Zhao Ziyang ha sostenuto che occorreva “risolvere il problema sul binario della democrazia e della legge”, egli è stato subito condannato da alcuni di voler provocare uno “scisma nel Partito” e di voler “appoggiare la rivolta”. É questo che si chiama “verità con caratteristiche cinesi”. Il testo è apparso su AsiaNews, che ne ha curato la traduzione dal cinese

1. Bao Tong • Ha cercato fino alla fine di impedire il massacro e per questo è stato condannato a sette anni

La coscienza critica del comunismo rivoluzionaria” e condannato all’indomani del massacro degli studenti, avvenuto nella notte fra il 3 ed il 4 giugno del 1989. La prima condanna è a sette anni di prigione, oltre che alla privazione per due anni dei diritti politici. Il 27 maggio del 1996 viene rilasciato, ma la polizia lo mette agli arresti domiciliari pur senza un mandato ufficiale del potere giudiziario.

ao Tong è una delle personalità più in vista della dissidenza democratica cinese. Il suo passato ai vertici del Partito comunista lo rende una delle voci più autorevoli del Paese, ed allo stesso tempo una delle più temute dal regime comunista. Nonostante sia perennemente sotto controllo, riesce a far arrivare all’estero dei commentari politici. Nel suo intervento più famoso ha scritto: «Ritengo totalmente sprecata l’azione del Partito comunista

B

Segretario personale di Zhao Ziyang, si è opposto al massacro degli studenti. Da allora vive agli arresti domiciliari degli ultimi 20 anni. La Cina deve aprirsi alla democrazia ed alla libertà, prima che sia troppo tardi». Nato nel 1932, è stato direttore dell’Ufficio per le Riforme politiche del Comitato centrale del Partito comunista cinese e segretario politico di Zhao Ziyang, Presidente del Consiglio di Stato dal 1980 al 1985. È stato anche direttore del Comitato di redazione del XIII Congresso del

Partito comunista cinese. Il 28 maggio 1989 viene arrestato a Pechino per aver dato appoggio politico e pratico agli studenti riuniti nei movimenti democratici ed anti-corruzione di piazza Tiananmen, nel corso delle proteste dell’aprile-giugno 1989.

Viene accusato ufficialmente di aver “rivelato segreti di Stato e di propaganda contro-

Fino alla morte del suo vecchio leader, Bao ha chiesto più volte il ri-ottenimento dei diritti civili e politici per Zhao Ziyang, rimosso dalla memoria politica della Cina per non aver voluto ordinare il massacro degli studenti. Inoltre, ha sostenuto lo sviluppo democratico di Hong Kong e continua a chiedere una riforma politica in Cina. Oggi è un dissidente agli arresti domiciliari nella provincia di Zhejiang. Il suo telefono è sempre sotto controllo e spesso disattivato. Prima di cadere in disgrazia, aveva lavorato a stretto contatto

con l’attuale premier Wen Jiabao. La grande rilevanza di questa figura di dissidente è rappresentata dal suo impegno nel cercare una coniugazione democratica dell’attuale governo cinese. Bao non ha mai nascosto l’ineluttabilità dell’istituzione dispotica in Cina, ma ha mostrato la strada verso una possibile liberalizzazione del regime. Bao Tong ha elogiato nei giorni scorsi il modo in cui il governo ha agito verso il terremoto nel Sichuan, lasciando via libera ai media di parlarne e permettendo a molte associazioni e volontari cinesi di prendere parte alle operazioni di soccorso. Con questo terremoto, ha sottolineato, Pechino ha verificato i benefici dell’apertura al mondo. Il governo dovrebbe capire che essere aperti è meglio che rimanere chiusi. Tuttavia, quest’apertura è «limitata, e non intende guardare indietro alla propria storia. Il governo e il Partito hanno sempre giustificato il massacro di Tiananmen accusando il movimento democratico di essere controrivo-

luzionario. Invece di nascondere i fatti, Pechino dovrebbe domandare l’aiuto del popolo». Nel corso dell’ultima commemorazione del massacro di piazza, ha detto: «Tiananmen è stato un disastro compiuto dall’uomo. Come per i disastri naturali, la verità su quanto è avvenuto deve essere resa nota alla nazione e al mondo intero. Alla fine, ogni debito deve essere pagato. Quanto prima ciò avviene, tanta più dignità e stima si guadagna».

P a r l a n d o d e l l e Olimpiadi che si aprono oggi, Bao ha detto: «Da decine di anni, vi sono persone che parlano sempre delle Olimpiadi come il centro di tutto, come la forza motrice della Cina. L’unico scopo è dimostrare il nostro splendore, facendo tutto il possibile, senza badare alle spese in risorse umane o economiche. Di certo, questo splendore non è per nulla quello delle Madri di Tiananmen, o di coloro che consegnano petizioni per chiedere giustizia, o quello dei lavoratori migranti».


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2. Ding Zilin • Lotta per la riabilitazione dei morti del 1989 e per ottenere le scuse del governo

La memoria di Tiananmen a verità su Tiananmen ed il rispetto per le vittime e le loro famiglie. È quanto chiede dal 1989 Ding Zilin, leader delle Madri di Tiananmen ed una delle dissidenti più perseguitate da Pechino. Ding é stata professoressa di filosofia all’Università del Popolo di Pechino. Suo marito, Jiang Peikun, era direttore del Dipartimento di Studi americani nello stesso ateneo. Il figlio dei due - Jiang Jielian, 17 anni – è stato una delle prime vittime del massacro ordinato dal governo nella notte fra il 3 ed il 4 giugno del 1989. Secondo testimoni oculari, quando l’Esercito di liberazione popolare entrò nella mastodontica piazza da-

Ha perso il figlio di 17 anni, colpito al cuore da un proiettile la notte fra il 3 ed il 4 giugno di 19 anni fa. Ora vuole soltanto poterlo commemorare

dere al governo di riconoscere quanto avvenuto e scusarsi per la violenta repressione. Pechino ha risposto con la repressione: sia Ding che le altre madri sono costantemente perseguitate dalle autorità, imprigionate, condannate agli arresti domiciliari, sottoposte a sorveglianza ed interrogatori improvvisi. Nel 1991, dopo un’intervista concessa alla ABC, il governo vieta a lei ed a suo marito di portare avanti la loro attività di ricerca. Vengono cacciati dal Partito e costretti ad andare in pensione. Nel settembre del 1994, Ding viene arrestata davanti all’Università per aver pubblicato su un giornale straniero un articolo ”offensivo per il popolo”. Il 18 agosto 1995 viene arrestata di nuovo insieme al marito e detenuta fino al 30 settembre per ”questioni economiche”con il divieto di ricevere visite.

vanti alla Città Proibita, il giovane Jiang fu raggiunto al cuore da un proiettile. Aveva lasciato la famiglia sfidando il coprifuoco per sostenere i suoi coetanei nella richiesta di un governo più democratico. Dopo l’uccisione del figlio, Ding ha tentato per sei volte il suicidio. Nell’agosto del 1989 incontra un’altra delle migliaia delle madri in lutto per parlare di quanto avvenuto. Insieme ad altre donne, deci-

Dal 28 febbraio 2000 le autorità la tengono sotto sorveglianza 24 ore al giorno. A riconoscimento del suo impegno e delle sue battaglie viene candidata nel 2003 al Premio Nobel per la pace. Dopo ogni anniversario della strage, il governo ricorda in maniera informale che una revisione politica della repressione del 4 giugno 1989 “non è in discussione”. Nel 2006 Time magazine la inserisce nell’elenco dei 60 eroi asiatici.

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dono di unirsi per parlare dei propri problemi, confortarsi ed aiutarsi a vicenda.

Nonostante i divieti del governo, che considera Tiananmen un tabù. Da questo primo esperimento nasce l’organizzazione “Madri di Tiananmen”, una rete composta da circa 150 famiglie che hanno perso figlie e figli nel massacro. Lo scopo principale del gruppo è chie-

Al momento, Ding raccoglie i nomi di chi fu colpito a morte dall’Esercito durante la repressione di piazza Tiananmen e registra testimonianze e confessioni. Grazie al suo impegno ed a dispetto delle difficoltà interposte dalle autorità, nel giugno 2006 è stata in grado di provare 186 uccisioni arbitrarie.

Nel 2000, le Madri hanno chiesto ufficialmente al governo di poter commemorare pacificamente in pubblico i morti dell’89 ed il rilascio di tutte le persone ancore in prigione per il ruolo svolto nelle proteste di piazza. Hanno chiesto a Pechino di smettere la sua campagna persecutoria contro chi «cerca soltanto il conforto della sepoltura di un figlio ed il balsamo della verità». Si sono battute per ottenere quanti più possibili documenti ufficiali sugli eventi sanguinosi di quella notte di giugno, e si sono appellate all’ala moderata del Partito. Ma non hanno ottenuto alcuna risposta. Oggi Ding e suo marito cercano di trasformare la loro opera in una ricerca storica, ma si trovano davanti il muro di gomma di un regime che non intende in alcun modo fare i conti con il proprio passato. Nonostante questo sia legato in maniera indelebile con il presente, come dimostra l’attuale premier Wen Jiabao, presente in piazza durante l’ingresso dei carri armati. Ma forse questo, come insegna la tradizione cinese, è soltanto destino.

3. Hu Jia • È il capofila dei cyberdissidenti e uno dei punti centrali della Cina che verrà

L’alfiere della libertà di espressione ibertà di pensiero, di espressione e di opinione. Sono tre dei principi contenuti nella Costituzione cinese ed in teoria protetti dal governo. Sono alla base della Dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo firmata da Pechino. Sono soltanto utopie nella Cina contemporanea. Lo sa molto bene Hu Jia, 35 anni e cyberdissidente: a causa della sua attività di denuncia su internet, ha già collezionato tre anni e mezzo di galera e diversi pestaggi ad opera di “ignoti”. Sua moglie è agli arresti domiciliari insieme alla figlia di pochi mesi. La sua famiglia non può andare a trovarlo in galera. Hu è noto in tutta la Cina per le sue battaglie a favore dei malati di Aids e per il suo impegno contro la diffusione del virus Hiv. Ha sempre combattuto per uno sviluppo democratico della Cina, per un’assoluta libertà di espressione e religiosa nel Paese e per una revisione della situazione del Tibet, che «dovrebbe essere libero di decidere del suo futuro». Con il tempo Hu è diventato anche una sor-

zioni ai diritti umani commesse dal Partito comunista. Nel corso del suo processo, avvenuto lo scorso aprile, il pubblico ministero ha presentato come prove contro di lui alcuni articoli pubblicati su Internet e, soprattutto, i suoi «rapporti con le potenze straniere, tesi a screditare l’immagine della Cina». Secondo il suo avvocato, Li Fangping, l’accusa è strumentale: «La Costituzione garantisce il diritto di parola e di espressione,

L

Per le sue critiche alla corruzione, il regime lo ha arrestato e ha costretto ai domiciliari la moglie e la figlia. Di pochi mesi ta di punto centrale della dissidenza cinese: ha raccolto articoli, preparato ricorsi legali e presentato alla comunità internazionale l’opera di tutti gli altri oppositori del regime cinese.

Ha collaborato con i media stranieri e con le ambasciate, fornendo materiale sulle viola-

e lui ha operato nell’ambito di questo diritto. È soltanto una manovra politica per tacitare una voce libera a pochi mesi dalle Olimpiadi». Persino le modalità con cui è stato trattato sono da stigmatizzare. Hu è stato arrestato lo scorso dicembre nella sua casa di Pechino da un gruppo di venti poliziotti in tenuta an-

ti-sommossa. La moglie, Zeng Jinan, è stata condannata agli arresti domiciliari per il suo sostegno al marito insieme alla figlia, di pochi mesi. Alcuni amici della coppia hanno lanciato un appello contro la detenzione della bambina, che rischia malformazioni dati i suoi problemi di nutrizione. La condanna ha provocato lo sdegno della comunità internazionale. William Fingleton, portavoce dell’ambasciata statunitense a Pechino, dice: «Avevamo detto più volte che era illegale persino l’arresto di Hu. All’epoca chiedemmo il suo rilascio immediato, e rimaniamo della stessa posizione».

L’Unione Europea si è allineata, ed ha chiesto per bocca di un suo funzionario presso il governo cinese la liberazione di Hu e della sua famiglia. Eppure, Pechino ignora le richieste e continua nella strada della repressione e della censura, sulla stampa tradizionale come su internet. Per cercare di scuotere le autorità, dopo l’arresto di Hu circa 14mila dissidenti ed attivisti ci-

nesi hanno firmato una petizione che chiede all’Assemblea nazionale del popolo (Anp, il Parlamento cinese) di ratificare prima dell’inizio delle Olimpiadi di Pechino il Trattato internazionale per i diritti umani dell’Onu, firmato nel 1998 e mai tradotto in legge.

Il testo della petizione sottolinea come l’atteggiamento di Pechino “danneggia l’immagine internazionale della Cina: dovremmo preparare un piano per abolire la pena di morte e sottolineare che i crimini non violenti non devono essere puniti con l’esecuzione”. Inoltre, “il governo dovrebbe eliminare la repressione sociale ed il sistema di rieducazione tramite il lavoro, che in pratica permette molti arresti e detenzioni illegali. Abbiamo bisogno di un potere giudiziario indipendente, e deve essere garantita la protezione di avvocati e magistrati. E’ infine necessario che venga data più libertà alle organizzazioni religiose ed alla stampa indipendente”. E liberare chi combatte per questi obiettivi.


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4. Giulio Jia Zhiguo • Ha trascorso oltre 20 anni in prigione

Lo scontro con il governo comunista

Un campione della Chiesa

I grandi della Terra condannano Pechino

a libertà religiosa spaventa il comunismo. Questo assunto ha vecchie radici, e l’opera di Giovanni Paolo II ha confermato come la libertà che nasce dalla fede sia in grado di abbattere mura spesse come le ideologie. Lo sa bene Pechino, che teme i campioni della fede – di ogni fede – ma si accanisce contro quelli che non rispondono alle offese. Uno di questi è senza alcun dubbio il vescovo non ufficiale di Zhengding (nella provincia centrale dell’Hebei), mons. Giulio Jia Zhiguo, che per la sua opera e l’amore che riceve dai suoi fedeli ha trascorso più di venti anni in galera.

L

L’ultimo arresto del presule, 73 anni, risale al novembre del 2005: dieci mesi di rieducazione, lontano dalla sua casa e dalla sua chiesa. Nonostante ora goda di una semi-libertà, vive sotto lo stretto controllo della polizia, che gli limita l’attività pastorale. Non può visitare i fedeli della sua diocesi, e nemmeno somministrare l’unzione degli infermi ai cattolici in fin di vita. Non essendo riconosciuto dal governo – è infatti un vescovo di quella che un tempo era chiamata “Chiesa sotterranea” - non potrebbe esercitare il suo ministero. Per questo, prima delle grandi feste religiose cattoliche (Natale, Epifania, Pasqua, Pentecoste, l’As-

sunta) viene rapito e costretto a subire indottrinamento per prevenire celebrazioni e raduni di cristiani sotterranei. Questo stretto controllo si spiega probabilmente con il fatto che la sua è una delle diocesi più vive dell’Hebei, la zona a più alta concentrazione di cattolici, con circa 1 milione e mezzo di fedeli. Un’attenzione particolare gli è stata dedicata al momento della morte di Giovanni Paolo II, il 2 aprile: le autorità comuniste erano infatti convinte che dopo la morte del pontefice, si sarebbero verificate lotte inte-

di Pierre Chiartano

«L

In occasione delle grandi feste religiose cattoliche, il governo ordina l’arresto di questo presule quasi ottantenne che in casa ospita centinaia di orfani stine tra i vescovi, analogamente a quanto accade alla morte di un capo del Partito comunista. Talvolta, in occasioni di importanti riunioni del Partito, o di visite dall’estero di capi di stato e personalità, viene segregato in luoghi sconosciuti. Nel ’99, per prevenire la sua attività evangelizzatrice, la polizia ha proibito al vescovo di mantenere aperto un orfanotrofio per bambini abbandonati ed handicappati. Ma poi ha dovuto concedere il permesso a causa della pressione internazionale. Il vescovo mantiene a sue spe-

se e in casa sua circa cento bambini disabili.

In occasione delle Olimpiadi, mons. Jia ha espresso i suoi migliori auguri per un tranquillo svolgimento della manifestazione ed ha invitato i suoi fedeli a tifare per i campioni locali. Il suo orfanotrofio è stato abbellito da alcune bandiere olimpiche, ed i fedeli di Zhengding hanno lanciato delle maratone per vedere insieme le gare. Eppure, da alcuni giorni il telefono del vescovo suona a vuoto.

5. Han Dongfang • Ha denunciato lo sfruttamento dei minatori

Lavoro sicuro. Per tutti l diritto al lavoro, la necessità di sindacati liberi, mettere un freno allo sfruttamento dei lavoratori cinesi. Sono gli obiettivi di Han Dongfang, il fondatore del primo ed unico sindacato libero dei lavoratori cinesi, cacciato dalla Cina dopo i moti di Tiananmen ed attualmente apolide. Nato nella poverissima provincia dello Shanxi nel 1963, Han ha fondato nel 1989 la Federazione autonoma dei lavoratori di Pechino, unica alternativa all’Unione cinese dei sindacati, il monolite controllato dallo Stato che rappresenta l’unico sindacato di Cina. Durante gli scontri del 4 giugno, la polizia cerca con accanimento Han, che nel frattempo è stato inserito nella lista dei dieci ricercato più pericolosi del Paese: gli agenti lo trovano, lo picchiano e lo gettano in prigione per 22 mesi senza processo.

mente assistenza legale e sindacale a coloro che la richiedono. Inoltre, compito di importanza fondamentale, documenta e pubblica nel mondo le numerose aberrazioni che avvengono nel mondo del lavoro cinese.

I

Q u i c on t rae la tubercolosi: rilasciato nel 1991 dopo le numerosissime proteste internazio-

S i de v on o ad Han Dongfang le prime denunce sulla situazione dei minatori cinesi, costretti a lavorare e morire sotto terra in condizioni terribile. È sempre lui a denunciare il lavoro minorile e lo sfrutta-

Fondatore del primo e unico sindacato libero, Han ha perso i diritti civili e politici nel 1989. Apolide, vive ad Hong Kong da dove continua la sua guerra nali, viene privato dei suoi diritti ed esiliato ad Hong Kong da apolide.

Qu i f on da i l Ch i n a Labour Bulletin, un’organizzazione non governativa che controlla la situazione dei lavoratori nella Cina continentale e fornisce gratuita-

’America si oppone fermamente alla detenzione in Cina di dissidenti politici (…) parliamo a favore di una stampa libera, libertà di riunione e diritti del lavoro, non per opporci alla leadership cinese, ma perché concedere maggiori libertà al popolo è l’unica strada per lo sviluppo pieno della Cina». È la nota della White House “atterrata” sulle agenzie stampa poco prima che l’aereo presidenziale facesse altrettanto sulla pista dell’aeroporto internazionale di Pechino. Ieri, Air Force One ha forato la coltre di smog che avvolge la capitale, con a bordo George W. Bush, arrivato per assistere alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di oggi. La discesa dalla scaletta è stata appunto preceduta da una polemica con le autorità cinesi, dopo che l’inquilino della Casa Bianca aveva espresso «profonda preoccupazione» per la detenzione dei dissidenti e per il rispetto dei diritti umani in Cina. Alzare i toni per equilibrare una presenza che a molti fa storcere il naso, sembra essere la cifra per capire le ultime ore prima dell’inizio dell’Olimpiade nel Chung Quo.

mento della prostituzione ad opera dei dirigenti del Partito comunista. Al momento, il governo cinese non può mettere un freno alle attività di Han – protetto dalla piccola Costituzione di Hong Kong – ma lo ha più volte messo in guardia sulla “pericolosità sociale” del suo lavoro.

Se Bu sh pole miz za, Nic olas Sarkozy non vuol essere da meno. Prima della partenza per la capitale asiatica, ha inviato alle autorità cinesi un elenco di detenuti politici. Nella lista figurano «casi individuali e di attivisti di diritti umani» per cui viene richiamata l’attenzione a nome dell’Unione europea. Si farebbe così pesare la presidenza francese a Bruxelles, secondo la versione di Romain Nadal, portavoce del

Bush: è interesse del Dragone rispettare i diritti umani. Per Benedetto XVI, il grande Paese asiatico deve aprirsi al Vangelo. Sarkozy vorrebbe i dissidenti liberi Quay d’Orsay. L’eurodeputato Daniel Cohn-Bendit aveva protestato a favore dei dissidenti cinesi già in diverse occasioni. Allo stesso tempo la polizia parigina ha proibito un sit-in davanti all’ambasciata cinese. Un comportamento da “un colpo alla botte ed uno al cerchio”, sembrerebbe per i più strenui difensori dei diritti umani; moderazione diplomatica, invece, per il nuovo “realismo” politico. Dimenticando che su principi e valori la moderazione è un difetto. Questo ce lo ha ricordato invece Giorgia Meloni, ministro in carica del governo Berlusconi. In polemica con quest’ultimo e con il ministro degli Esteri, Franco Frattini che sembra aver voluto richiamare tutti all’ordine: «i giochi sono una festa dello sport e lo sport non deve essere politicizzato». Come nelle Olimpiadi di Mosca, appunto.

Se rvire bbe un gesto sim bolico a favore dei diritti umani in Cina, come ha dimostrato un’atleta tedesca, Imke Duplitzer, che non sfilerà nella cerimonia d’apertura. «Non alziamo i toni», possiamo ottenere di più facendo di meno, il leit motiv dell’approccio soft dei ”presenzialisti”olimpici. Che la questione rivesta una certa importanza lo dimostra l’intervento del Santo Padre: «occorre che questo grande continente si apra al Vangelo». In Francia si sono affrettati a sottolineare che Sarkozy non passerà neanche una notte a Pechino, ripartendo subito per le vacanze nizzarde in casa Bruni. Ed proprio la première dame che farà gli onori di casa al Dalai Lama in visita dalla prossima settimana, togliendo così dall’imbarazzo l’Eliseo.


pagina 6 • 8 agosto 2008

politica

La sinistra radicale accusa Veltroni di non mordere, i riformisti di scimmiottare Di Pietro

La lunga estate calda del Pd d i a r i o

di Riccardo Paradisi

d e l

g i o r n o

La Corte dei conti va in soccorso di Marrazzo L’erogazione da parte dello Stato alla Regione Lazio dei 5 miliardi nell’ambito del piano di rientro del deficit sanitario «non appare più procrastinabile». Lo afferma la Corte dei conti in un comunicato. Dell’importo totale, sottolinea la magistratura contabile, tre miliardi sono relativi alla compartecipazione al gettito tributario e poco più di due a titolo di contributo straordinario per il debito pregresso nella gestione sanitaria. La questione è da tempo al centro di uno scontro tra governo e Regione e ultimamente si era ipotizzato il commissariamento del governatore Piero Marrazzo, già commissario per il sistema sanitario più indebitato d’Italia.

Berlusconi fa l’ultimo giro a Napoli

Walter Veltroni e Paolo Ferrero l richiamo della foresta. All’interno del Pd le voci più critiche nei confronti della leadership veltroniana spiegano così l’iniziativa di lanciare la petizione ”Per salvare l’Italia” con l’obiettivo di raccogliere 5 milioni di firme in vista della grande manifestazione del 25 ottobre. Un’iniziativa che finora ha raccolto eccellenti defezioni – il presidente della regione Campania Antonio Bassolino, il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, quello di Torino Sergio Chiamparino – e che appunto restituisce del Partito democratico l’immagine di una forza politica molto diversa da quella che Veltroni tendeva a presentare in campagna elettorale.

I

Costretta a rincorrere sul loro terreno la sinistra radicale e l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Il richiamo della foresta appunto. Solo che ormai sono la sinistra radicale e i dipietristi ad avere fatto dell’antiberlusconismo il proprio logo di riconoscimento. Tanto che se qualcuno all’interno del Pd preoccupato dall’isolamento del partito e dall’asimmetria numerica nei confronti del Pdl poteva pensare di recuperare all’orbita del Pd anche Rifondazione comunista e Sinistra critica – mantenendo l’egemonia dell’area – in queste ore deve già ricredersi. Paolo Ferrero segretario neoeletto di Rifondazione comunista dice chiaramente che fino a quando Il Pd avrà questa linea politica, finchè il peso della sinistra è di un decimo rispetto al Pd non ci sono le condizioni per governare assieme. Nessun alleanza potrà mai essere possibile. Tanto più, aggiunge Ferrero che durante il governo Prodi

«Su tutti i punti fondamentali quando il Pd ha dovuto scegliere non ha scelto la mediazione con Rifondazione comunista ma quella con i potei forti il Vaticano, le banche, le assicurazioni e Confindustria. Ma il segretario di Rifondazione comunista non esaurisce qui il suo attacco al Pd: «Se ci fosse una candidatura di Antonio Di Pietro a presidente della Regione Abruzzo – dice Ferrero – non capisco quale problema potremmo avere a sostenerlo. Mentre il Pd, avendo fallito ed essendo stato coinvolto nella vicenda che ha visto l’arresto di Ottaviano del Turco non può presentare il presidente». Del resto la competizione della sinistra radicale nei confronti del Pd è tornata attuale da giorni: da

nista dei lavoratori di Marco Ferrando, l’ala scissionista di Rifondazione comunista. Insomma sono cominciati i preparativi per una manifestazione alternativa a quella del 25 ottobre organizzata dal Pd. Con Veltroni invece Ferrero ha avuto un incontro tanto cortese quanto sterile sotto il profilo politico: «Sia io che Veltroni - sottolinea il segretario del Prc - sappiamo che non si può mettere insieme un piattaforma unitaria». Nessuna sponda a sinistra dunque per Veltroni, che trova anzi un serrate le file che impedirà per ora un’affluenza al Pd, ma nemmeno ”a destra”, nell’area moderata e riformista del suo partito, Veltroni trova sostegni. «Non sono preoccupato dal carattere flebile dell’opposizione – dice Cacciari – ma del voler gridare quando non si ha voce.

Massimo Cacciari: «Se alle Europee il partito scenderà sotto il 30 per cento dei consensi andrebbe ridiscussa la sua stessa esistenza» quando cioè Rifondazione comunista e Sinistra democratica hanno ufficialmente annunciato «Un lavoro comune per costruire una piattaforma tra tutti i soggetti della sinistra, sia i partiti che le associazioni, con l’obiettivo di creare una grande mobilitazione contro le politiche del governo Berlusconi» che dovrà coinvolgere anche gli altri soggetti dell’antagonismo. Il segretario di Rifondazione infatti ha già incontrato Grazia Francescato dei Verdi e Oliviero Diliberto dei comunisti italiani ma in agenda ci sono gli appuntamenti anche con Sinistra Critica di Salvatore Cannavò, e persino con il Partito comu-

Ci sono momenti in cui bisogna riorganizzare le proprie forze per ridefinire la strategia e radicarsi sul territorio: è questo il lavoro che non viene fatto». Insomma al pd, secondo il sindaco-filosofo sarebbe necessario un vero congresso con un confronto di carattere strategico senza il quale si continuerà a vedere lo spettacolo della continua conflittualità tra gli oligarchi del partito. Ma Cacciari dà anche voce a quanto nel Pd molti pensano senza osare dirlo: «Se il Partito democratico dovesse andare sotto il 30 per cento dei consensi alle europee – dice il primo cittadino di Venezia – andrebbe ridiscussa la sua stessa esistenza». Non è una bella estate quella di Walter Veltroni l’indecisionista.

Ultimo sopralluogo di Silvio Berlusconi a Napoli prima di andare in ferie per qualche settimana. Il premier è tornato nel capoluogo campano per la settima volta dal suo insediamento, a meno di una settimana dall’ultima volta. Ieri, però, per il premier non ci sono stati vertici e incontri istituzionali. Dopo una sosta in Prefettura per alcune interviste, il presidente del Consiglio ha fatto una passeggiata per le strade di Napoli per verificare la situazione e nella serata si è concesso una pizza con i militari e i volontari che si sono occupati dell’emergenza rifiuti.

Alemanno lancia la sua Attali Sarà Giuliano Amato a presiedere la commissione per lo Sviluppo di Roma Capitale. La conferma ufficiale è arrivata ieri, nella conferenza stampa di presentazione del nuovo organismo consultivo alla presenza del sindaco Gianni Alemanno e dell’ex ministro dell’Interno del governo Prodi. Alla commissione bipartisan, cui il primo cittadino si era detto intenzionato a dare vita già nel suo programma elettorale, spetterà il compito di studiare il rilancio della Città Eterna. «Vogliamo far sì che Roma diventi la capitale della creatività, mettere in moto una grande progettualità: per questo serve un lavoro al di fuori degli schieramenti».

Del Turco: ritirata l’istanza di scarcerazione Ritirata l’istanza di scarcerazione per Ottaviano Del Turco e altre sei persone coinvolte nell’inchiesta sulle tangenti nella sanità. La decisione dei legali, che probabilmente percorreranno altre strade per la richiesta di scarcerazione, ha fatto annullare l’udienza davanti al Tribunale del Riesame in programma ieri. L’inchiesta ha coinvolto complessivamente 35 persone indagate a vario titolo con le accuse di associazione per delinquere finalizzata alla concussione e corruzione.

In arrivo gli ”introvabili” di Talete edizioni Riportare alla luce autori e opere difficilmente reperibili sul mercato editoriale. È l’ambizioso compito che si propone la neonata casa editrice Talete Edizioni, che ha esordito due mesi fa lanciando la collana ”Gli Introvabili”. Presidente della casa editrice è Pier Ernesto Irmici. Con la collana ”Gli Introvabili” verrà dato spazio a tutte le discipline, dalla storia alla matematica passando per la politica e le scienze». Due i requisiti per farne parte: essere un testo di valore dal punto di vista culturale ed essere assente dai circuiti editoriali. A inaugurare la collana è stato il ”Saggio sul comunismo e socialismo” scritto nel 1847 da Antonio Rosmini. Prima della fine dell’anno la Talete pubblicherà un quarto libro ”introvabile” riguardante Miguel de Unamuno, mentre per il 2009 e il 2010 sono già in cantiere altri sedici titoli.


politica ROMA. Per i suoi detrattori, nel cosiddetto “effetto Brunetta” sulla pubblica amministrazione c’è più propaganda che sostanza. Ma a leggere gli ultimi numeri diffusi dal ministero per la Funzione pubblica c’è davvero poco da discutere: nel luglio 2008, le assenze per malattia si sono ridotte del 37,1 per cento rispetto allo stesso periodo del 2007. Un calo che è il doppio di quanto rilevato nel mese di giugno (-22,4 per cento) e addirittura il quadruplo di quello registrato a maggio (-10,9 per cento). Il ministro Renato Brunetta non nasconde la sua soddisfazione. La “cura”funziona... Il decreto legge n.112 che abbiamo appena approvato, decreto triennale di stabilizzazione della finanza pubblica che ci dovrebbe portare a“zero deficit”entro il 2011, contiene quella cura di “antibiotici e vitamine”di cui ho parlato martedì nella conferenza stampa di Palazzo Chigi. Sono le medicine necessarie per far sì che il “malato”, cioè l’economia, possa curarsi e rilanciarsi. E nel decreto c’è anche una parte del progetto di riforma della pubblica amministrazione. Quali sono i prossimi passi della terapia? Se riusciamo a consolidare il taglio drastico dell’assenteismo, con la riforma della contrattazione del lavoro pubblico saremo in grado di cambiare le regole del gioco. È importante che si sia affermato il principio secondo cui tutto quello che viene risparmiato con la riforma torna dentro la pubblica amministrazione: potremo finalmente iniziare a premiare il merito. Aggiungiamo la trasparenza e otteniamo il quadro completo del nostro approccio. E in soli sei mesi. Se teniamo questa tabella di marcia fino alla prima metà del 2009, potremmo avere tassi di assenteismo attestati sul dimezzamento, risolto il problema del contratto e ottenuto un dividendo della riforma utilizzabile per un progressivo aumento delle risorse. Una grande rivoluzione. L’inizio del percorso è stato accolto come uno shock… Nel primo anno lo shock è necessario. Ma se i primi dodici mesi si dispiegano tutte le potenzialità della riforma, nell’arco di tre anni potremo avere una pubblica amministrazione in linea con gli standard europei. E questo comporterà risparmi, lavoratori pubblici pagati meglio, maggiore crescita e produttività per il Paese.

8 agosto 2008 • pagina 7

Brunetta a tutto campo: dal PdL al nucleare, dalla burocrazia al Wto

«Europee? Meglio due preferenze» colloquio con Renato Brunetta di Andrea Mancia I sindacati si sono messi di traverso. La loro è un’opposizione solo ideologica? È soprattutto di potere. Il sindacato, che aveva fino a ieri la cogestione di un settore addormentato, per non dire di peggio, non ha avuto la capacità culturale di comprendere il tipo di rivoluzione in atto. L’unica cosa che vogliono è “più soldi”. Questa per me è stata una grande delusione, anche se non ho perso la speranza di conquistare il loro appoggio... E come? Con la condizionalità: datemi una mano e avrete più soldi. Prima dare mano, poi vedere soldi. Parliamo d’altro. Non sembra anche a lei che il centrodestra italiano si stia trasformando in qualcosa di diverso da quello che conoscevamo? Il governo è un’attività fatta in ragione delle congiunture economiche, sociali e politiche, in ragione delle personalità dei ministri e di accadimenti più o meno esogeni. L’insieme di queste componenti costruisce il percorso complessivo.

La cura funziona: a luglio le assenze per malattia si sono ridotte del 37 per cento

Io non mi avventurerei in troppe teorizzazioni. Nella CdL, però, la linea di politica economica “liberista”, o quasi, non era mai stata messa in discussione. Adesso, invece... Secondo me, Tremonti ha svolto un ruolo straordinario di innovazione. Lo stesso stanno facendo Sacconi, Maroni o la Gelmini, attuando in tutto o in parte il programma. E lo sto facendo io, anche innovando rispetto al programma. Il risultato, vista la congiuntura così difficile che non ci aspettavamo, è che il governo ha reagito con tutto quello che è stato fatto. E devo dire che non è poco: la detassazione degli straordinari, Napoli, l’Ici, le cose fatte - “obtorto collo” sulla giustizia, la manovra triennale di stabilizzazione, la nuova Finanziaria, le riforme nella pubblica amministrazione, la svolta sul nucleare, le public utility, le fondazioni universitarie... Un bilancio straordinario per soli tre mesi di governo. Un bilancio che va oltre le

sue aspettative? Assolutamente sì. E se n’è accorto anche il Paese. Non si era mai visto un tale grado di consenso, soprattutto durante una congiuntura così difficile. Basta misurare l’afasia dell’opposizione, che non sa che dire o che dice cose trite e ritrite… Con una parte dell’opposizione è possibile dialogare? Certamente. Penso a Ichino o alla Lanzillotta. Il mio disegno di legge delega per la riforma della pubblica amministrazione è, non dico condiviso, ma sicuramente accolto da loro in maniera positiva. Praticamente lavoreremo insieme per scrivere un unico testo. Può bastare il ritorno al nucleare per risolvere il problema dell’energia in Italia? Io ho una teoria: se tutta l’Europa facesse come l’Italia, il prezzo del petrolio tornerebbe su livelli normali. Basterebbe dare il segnale che i prossimi incrementi di domanda saranno tutti coperti dal nucleare. Al di là delle fluttuazioni cicliche sulla speculazione, se l’Europa dicesse che da domani iniziano le procedure per costruire, entro il 2020, cinquanta centrali termonucleari, il prezzo del petrolio crollerebbe immediatamente. In realtà, sarebbe sufficiente che in Europa si desse vita a un “buyer unico” del petrolio per tagliare le spese del 20-30 per cento. L’Europa, però, attraversa una fase di stallo... Il vero problema è che, dove servirebbe una base giuridica europea, in realtà le competenze sono ancora in mano agli stati nazionali. Un problema antico. Antico, ma da risolvere. Energia, ricerca, scuola, difesa, burocrazia: sono tutte ancora in mano agli stati

nazionali. Mentre sulle altre, come il commercio internazionale... Non mi dica che ha ragione Tremonti... Almeno sull’asimmetria, Tremonti ha in parte ragione. Non si può essere troppo aperti quando gli altri sono chiusi. Quale è il suo giudizio sul fallimento dell’ultimo negoziato Wto? Negativo. Ogni volta che il Wto rallenta o fallisce, rallenta l’economia mondiale. Altri possono essere soddisfatti, ma non io. E si tratta di un fallimento causato da egoismi bilaterali che si sono consolidati in un egoismo comune. Ma mi preoccupo troppo. Non è la prima volta che attraversiamo una fase di rallentamento come questa. Nessuna svolta protezionista del pianeta, dunque? No. Appena la congiuntura economica volgerà al meglio, riprenderà anche il ciclo positivo nell’apertura del commercio internazionale. Ce la farà il PdL ad essere un partito vero prima delle elezioni europee? Assolutamente sì. E molto probabilmente cambierà anche la legge elettorale, con uno sbarramento e meno preferenze. Una sola? Secondo me è più facile conservarne due. Personalmente, vengo da due elezioni europee vinte con le preferenze. Ma mi rendo conto che si tratta di campagne elettorali gigantesche. Meglio ridurre i collegi? Questo complica le cose per altri versi. E tra l’altro siamo divergenti dall’Europa, dove normalmente non esistono le preferenze e la selezione viene fatta dai partiti. Non è meglio che la selezione la facciano i cittadini? Quello che so, è che se mi proponessero ancora di candidarmi alle europee, non accetterei. Troppo faticoso. Quali saranno i prossimi passi verso la costruzione del PdL? Stiamo facendo assemblee comuni, su base regionale e poi nazionale. E poi, prima delle elezioni europee, ci sarà il congresso. Un congresso vero? Verissimo. Come tutti i congressi. Quasi tutti... Questo lo dice lei. McCain o Obama? Nessuno dei due. Avrei preferito Hillary Clinton, anche se è antipatica, o Rudy Giuliani, che però non è piaciuto abbastanza agli stessi americani. Il sistema delle primarie negli Stati Uniti mi sembra stia diventando addirittura peggio di quello italiano. Se dopo tutto questo “ambaradan” il risultato è rappresentato da un reduce e da un “grillo parlante”... viva l’Italia. De gustibus... De gustibus.


pagina 8 • 8 agosto 2008

personaggi Andrea Pininfarina, fotografato accanto a una delle ultime Ferrari disegnate dalla carrozzeria di famiglia. L’imprenditore piemontese è morto ieri mattina in un incidente automobilistico, mentre si recava a lavoro. Unanime il cordoglio da parte del mondo della politica e dell’impresa. Negli ultimi mesi aveva curato un duro piano di ristrutturazione finanziaria del suo gruppo, che sembra però lontano dall’essere concluso

È morto ieri a Torino Andrea Pininfarina, ultimo esponente della storica famiglia di carrozzieri

L’uomo che disse «no» anche al Cavaliere di Alessandro D’Amato ra l’incarnazione della terza generazione degli storici carrozzieri di Torino. Quelli che hanno scritto alcune tra le pagine più belle della storia dell’automobile italiana. Molte delle quali al fianco della Ferrari. Ad Andrea Pininfarina però era capitato il periodo delle difficoltà economiche e finanziarie, gli anni di una complessa ristrutturazione aziendale. Ma lui era sfuggito alla “maledizione dei Buddenbrook” immortalata da Thomas Mann, che vuole il declino dell’industria a conduzione familiare contemporaneo a quello degli eredi, dimostrando la capacità di condurre in porto una ristrutturazione dolorosa ma necessaria per riportare l’azienda ai fasti degli anni precedenti. Tra i tanti messaggi di cordoglio forse è quello di Vincent Bolloré, il finanziere bretone entrato come socio nel gruppo Pininfarina per salvare l’azienda, a dare la misura di un uomo cresciuto con l’imperativo di disegnare auto e poi costretto degli eventi a occuparsi sempre più di diversificazioni e di finanza. «Un genio, convinto», dice Bolloré, «che le forme e i concetti che ha elaborato con le sue equipes resteranno». Andrea Pininfarina è morto ieri mattina a Trofarello, nel Torinese, travolto da un automobile

E

mentre si dirigeva a lavoro sulla sua Vespa grigia. Figlio del senatore a vita Sergio Pininfarina, nasce a Torino nel 1957. Ingegnere meccanico, si laurea al Politecnico nel 1981, poco prima di sposarsi con Cristina Pellion di Persano, e di diventare padre di tre figli e ottimo maestro di sci.

I primi passi, l’anno successivo, sono negli Stati Uniti alla Freuehauf Corp (rimorchi per autocarri), quindi per l’azienda paterna nell’ambito della Fiat Motors North America. Poi il ritorno a Grugliasco con l’incarico prima di coordinatore, poi di program manager del progetto Cadillac Allanté, di cui assume

successo, nell’ambito delle relazioni con General Motors, è l’apertura a Troy nel Michigan della Pininfarina North America. Ma più in generale spinge perché ingegneria e sviluppo diventino il fulcro per l’espansione delle attività produttive. E accompagna la diversificazione del gruppo verso tutti i settori del disegno industriale, al di là del core business auto. Un lavoro che contribuisce alla nomina di Cavaliere del lavoro da Carlo Azeglio Ciampi e di Chevalier de la Legion d’Honneur francese. E che lo catapulta alla guida di Federmeccanica e dell’Unione Industriale di Torino, alla vicepresidenza di Confindustria. Nel 2004 Busi-

Schivo e innovatore, ha sempre rivendicato la centralità dell’industria e la sua indipendenza dalla politica. Anche nel 2006 quando attaccò Berlusconi per il suo comizio al convegno di Vicenza la responsabilità delle fasi non solo di progettazione, ma anche di realizzazione del prodotto e di esecuzione dei processi. Di questa dirà che era stata un’esperienza manageriale fondamentale all’interno della sua formazione. Successivamente scala tutti gradini nel gruppo di famiglia, per diventare nel 2001 Ad e nel 2005 anche presidente. Il primo

nessweek lo inserisce tra le “25 stars of Europe”nella categoria ”innovatori”, mentre nel 2005 “Automotive News Europe” gli dà la patante di Eurostar. Uomo schivo, raggiunse la popolarità nel 2006 quando da vicepresidente di Confindustria polemizzò duramente con Silvio Berlusconi per il suo comizio – e la lite con Diego Della Valle – al convegno di Vicenza.

«Ha fatto», dichiarò in un’intervista, «un’arringa illiberale, violando gli accordi presi e le regole. È stato un intervento antidemocratico, illiberale e, mi permetta di aggiungere, gravemente offensivo della dignità delle persone». Nell’occasione ribadì con forza l’autonomia delle imprese rispetto alla politica. Parole pesanti, per difendere Della Valle e, indirettamente, Montezemolo, che causarono forte tensione tra Confindustria e Palazzo Chigi e polemiche che indebolirono le possibilità di diventare leader degli imprenditori. La sua morte rende fosche le prospettive per l’azienda di famiglia, che vive una profonda ristrutturazione. Proprio ieri il titolo in Borsa ha chiuso, dopo essere stato sospeso per eccesso di rialzo, in rialzo del 20,59 per cento, ipotizzando un passaggio di mano.

Oggi la holding si compone di una fitta ragnatela, che vede il controllo in mano alla Pincar Sapa di Sergio Pininfarina & C., che ha in mano il 50,1 per cento del capitale, (il 54,9 con altre partecipazioni dirette). La Pincar, a sua volta, è controllata al 51 dalla Seglap di Sergio Pininfarina e vede tra gli azionisti la Framel (34,65), che, stando alla Consob, detiene direttamente un 2 della Pininfari-

na spa. La Seglap vede come socio amministratore Sergio Pininfarina e come soci semplici la moglie Giorgia Gianolio e i figli Andrea, Lorenza e Paolo. Il primo agosto scorso il gruppo ha chiuso un accordo con le banche (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Italease, Ubi, Mps e Selmabiemme) per riscadenzare un debito da 600 milioni mentre con la belga Fortis era stata raggiunta un’intesa separata. Un passaggio obbligato per l’aumento di capitale da circa 100 milioni che sarà garantito da Bnp Paribas, Unicredit e Banca Imi. La ricapitalizzazione, prevista per il quarto trimestre dell’esercizio in corso, sarà sottoscritta in parte dalla famiglia Pininfarina stessa e in parte dai nuovi soci Alberto Bombassei, Pietro Ferrari, la famiglia Marsiaj, il gruppo indiano Tata e Vincent Bolloré. Proprio il nome di Bolloré e la presenza della francese Paribas hanno scaldato Piazza Affari, visto che alla produzione di un’auto elettrica – che dovrebbe vedere la luce nel 2010 – l’azienda si è dedicata in partnership con il finanziere bretone. Martedì prossimo è in calendario il Cda che in teoria dovrebbe approvare la semestrale del gruppo. Probabile che a questo punto si parli anche di altro: di un futuro che potrebbe vedere nuovi assetti.


A

otto pagine per cambiare il tempo d’agosto

c c a d d e

o g g i

8

agosto 1963

B r uce R e ynolds al comando della banda inglese

Rapina al treno postale sulla linea Glasgow-Londra di Pier Mario Fasanotti enne chiamata “La Grande Rapina”, proprio con le iniziali maiuscole. Coinvolse quindici persone e passò alla storia come uno dei fatti criminali più curiosi della Gran Bretagna. Ispirò libri e film. Era la sera dell’8 agosto del 1963 quando una banda al comando di un gangster inglese, Bruce Reynolds, assaltò il treno postale Glasgow-Londra. Alla maniera dei fuorilegge americani del vecchio West. In alcuni vagoni c’erano sacchi con banconote. Dopo aver fermato il treno con un finto semaforo rosso, i banditi arrivati sul posto con potentissime Land Rover, salirono a volto coperto e portarono via due milioni seicentomila sterline. Una cifra enorme a quei tempi. Solo in dodici furono poi catturati e condannati. Uno di loro, Ronnie Biggs, considerata la vera mente del “colpo”, riuscì a evadere l’anno dopo. Invano la polizia lo cercò dappertutto. La sua latitanza durò 35 anni grazie a un intervento di chirurgia plastica che gli aveva modificato il viso. Finì in cella quando tornò a Londra, di sua spontanea volontà. Aveva 71 anni. I giornali enfatizzarono la frase che pronunciò il re dei rapinatori: «Ora ho voglia di una birra in un pub inglese». La vita da evaso l’aveva trascorsa in Brasile, al sole di Ipanema, una delle spiagge più famose del mondo, a Rio de Janeiro, tra ozi, champagne, feste con belle donne e prostitute. Al momento dell’arresto era stanco, aveva il fisico provato da tre ictus. Altra sua frase celebre, che in realtà aveva rubato da un film di Woody Allen: «Il crimine paga». In tribunale, difeso da un’avvocatessa bionda, apparve in tutta la sua stanchezza. Dall’angolo della bocca scendeva un rivolo di saliva. Per Biggs, «il criminale del popolo» - così come venne anche chiamato il latitante - si mobilitò il tabloid “Sun”, che scrisse: «Quest’uomo non è un malavitoso comune: l’avere sfidato per più di tre decenni lo Stato arcigno e severo gli ha procurato l’ammirazione di chi, per onestà continua a PAGINA II o timore, subisce la legge».

V

SCRITTORI E LUOGHI

I VIGLIACCHI DELLA STORIA

I SENTIMENTI DELL’ARTE

La City di McEwan

L’ignavia secondo Kitano

di Filippo Maria Battaglia

di Francesco Ruggeri

Galileo Galilei di Massimo Tosti

a pagina IV

a pagina VI

a pagina VII p a g i n a I - liberal estate - 8 agosto 2008


Immagini tratte dal film “The Great Train Robbery” che si ispirò alla celebre vicenda

segue da PAGINA I Prima di partire da Rio, aveva espresso una volontà da condannato a morte: «Il mio ultimo desiderio è quello di entrare da suddito inglese in un pub di Margate e ordinare una pinta di birra». «Scommettiamo che presto ci riesce?» avevano scritto i giornali «Una certa indulgenza, in fondo, a Biggs si può concedere». La rapina al treno postale Grasgow-Londra in realtà non fu un’impresa geniale, anche se la stampa ci ricamò sopra per via del clima western calato nel ventesimo secolo. La banda era scalcinata, Biggs era un modesto malvivente. Aveva il compito di assoldare un macchinista in pensione perchè guidasse il treno fino a un binario morto. Non riuscì a mettersi d’accordo, quindi la banda dovette in un certo senso improvvisare. Il vero conducente si fermò comunque al falso segnale e venne colpito al capo da una randellata. Questa

per la verità fu l’unica violenza. La rapina era stata programmata come un’operazione in guanti bianchi. I banditi non erano neppure armati. Quelli che poi furono chiamati “gli uomini d’oro” furono acciuffati subito dopo. Per scarsissimo professionismo malavitoso. Nella fattoria in cui si spartirono il bottino lasciaro-

utti, meno uno: Ronnie Biggs. Fu lui a gonfiare la leggenda della Grande Rapina al treno, proprio con la sua evasione. Con una scala di corda fatta in cella, scavalcò il muro della prigione di Wandsworth, alto sette metri, e cominciò una fuga rocambolesca: prima a Parigi, dove andò subito a spassarsela alle Folies Bergères e poi si fece cambiare i connotati da un chirurgo plastico, infine in Australia, dove aspettò la moglie e i figli. Era iniziata la caccia all’uomo che aveva del comico e che rischiava di somigliare al film «La Pantera rosa» e alle goffe gesta dell’ispettore Clouseau (interpretato da Peter Sellers). Scotland Yard incaricò di seguire Biggs il commissario Jack Slipper. Un co-

T

Dopo avere fermato il treno con un finto semaforo rosso, i banditi sono arrivati sul posto con potentissime Land Rover, sono saliti a volto coperto e hanno portato via due milioni e seicentomila sterline no centinaia d’impronte digitali. Quando furono condannati, si prepararono a essere dimenticati nelle celle.

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gnome non tra i più nobili: in inglese significa «ciabatta». E Slipper ben presto sarebbe diventato il bersaglio del sarcasmo generale. Appena arrivava nel posto che credeva giusto, la sua preda era già altrove. Stava per prenderlo a Sidney, ma Biggs già volava verso il Brasile. Quando riuscì alla fine ad ammanettarlo a Rio, non pensò che l’ estradizione comportava grandi problemi. Il fuggiasco, che aveva in gran parte scialacquato il bottino con le ragazze di Copacabana, aveva messo incinta una spogliarellista di 19 anni, Raimunda detta Xu Xu. Gli bastò diventare padre di un bambino di nazionalità brasiliana per essere protetto dalla legge: abbandonò la prima moglie, ma fu poi lasciato da Raimunda.Visse da solo, con il figlio Michael. Aveva ancora soldi. Il suo tenore di vita però era troppo alto, non lavorava e non risparmiava. Qualche espediente in ogni caso lo trovò, comunque. Il bandito divenne addirittura una sorta di attrazione turistica: organizzò nel giardinetto di casa ricevimenti a pagamento, incise una canzone con i Sex Pistol, “Nessuno è innocente”, diventò soggetto di film sulla sua vita avventurosa e interpretò egli stesso in spot pubblicitari in cui recitava battute patetiche: «Quando sei in fuga, ti fa piacere una buona tazza di caffè». Ma non perse mai la spavalderia: una volta salì a bordo di una fregata britannica all’ancora a Rio, la Danae, e si fece offrire una birra dalla cambusa, scendendo a terra prima che lo rico-

noscessero e l’arrestassero. Per i suoi 70 anni, era ancora in forma e di buon umore. Una volta organizzò un party che durò cinque giorni. Una rimpatriata di vecchi gangsters, una sfilata pacchiana di piccoli e meno piccoli criminali. I giornali parlarono di «abiti griffati e orologi di Cartier». Un ospite, per non passare inosservato, portò al collo un pugno di ferro che in realtà era d’oro massiccio. a nostalgia dell’Inghilterra spinse Biggs a contattare i cronisti del Sun e con questi, cui raccontò in esclusiva parecchie cose della sua vita, sbarcò a Londra. Si presentò al tribunale con una T-shirt con la scritta del tabloid inglese. Un suo amico dichiarò: «Ronnie non ha mai fatto male a nessuno, è un gentleman del mondo criminale». E lui confermò: «Ho sempre fatto una differenza tra gli imbroglioni e i criminali: e io sono un ex-imbroglione». Della rapina rimase famosa un’automobile, quella usata da Biggs: una vecchia Hotchkiss “Anjou 20.50” del 1950. È la sola rimasta di una serie di sei esemplari venduti in Inghilterra nel 1950. Fu consegnata senza allestimenti interni, realizzati in pelle dalla nota carrozzeria Harold Radford di Londra. Era equipaggiata con il motore “Tipo Parigi-Nizza”, gara alla quale la Hotchkiss partecipò vittoriosamente nel 1937 con il modello denominato “20 CV 686”. Non fu la sola affermazione sportiva di questo marchio. La Casa francese, nata nel 1904 e scomparsa nel 1955, vantava infatti un importante palmarés: vinse il Rally di Montecarlo nel 1933,‘34,‘39,‘49 e ‘50. Ora si trova in Svizzera.

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i sono state nel mondo rapine che hanno destato estrema curiosità per la modalità dell’esecuzione. Una donna di circa vent’anni ha svaligiato quattro filiali della Wachovia Bank, nel nord della Virginia (Usa), senza smettere di parlare al cellulare. Scriveva appunti su un bloc notes e in questo modo impartiva ordini ai cassieri della banca. Agiva senza mai staccare il cellulare dall’orecchio. Ma parlava davvero con qualcuno o faceva finta? Un portavoce della polizia sollevò il dubbio: «Francamente non sappiamo se ci sia stato qualcuno dall’altra parte a parlare con lei oppure no». Durante l’ultimo colpo, la rapinatrice estrasse anche una pistola e la puntò contro l’impiegato allo sportello. Lo fece con assoluto aplomb e, ovviamente, senza smettere di parlare al telefonino. Un docente canadese di sociologia propose questa teoria: «La donna probabilmente non aveva alcun complice, ma soltanto una persona di fiducia in grado di aumentare il suo autocontrollo. Non è escluso che fosse la madre». Nella contea la ragazza diventò la terza rapinatrice più famosa dell’anno. Qui i colpi di questo tipo sono il 25 per cento in più rispetto alla media nazionale. Le statistiche mostrano che le donne sono responsabili di circa il 10 per cento dei furti in banca. La polizia ha indagato a lungo sui telefoni cellulari intercettati nelle zone delle rapine all’ora in cui sono state commesse, ma la colpevole non è ancora stata identificata.

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i fu in passato una rapina perfetta? Quella alla Brink Inc. di Boston nel 1950 sembrava essere davvero tale. La polizia intuì l’identità degli autori del colpo che fruttò circa 3 milioni di dollari. Le indagini portarono anche all’arresto di alcuni membri della banda, ma sempre per reati differenti. I criminali sfiorarono la “buona” notorietà a tal punto che molti iniziarono a sperare che riuscissero a sfuggire alla cattura. Che cosa non funzionò in quella che doveva diventare “la rapina del secolo”? L’avidità, come al solito. Uno dei gangsters, infatti, accusò i suoi complici quando si accorse che, mentre lui scontava una condanna per altri reati, loro gli sottraevano parte della sua quota del bottino. E in Italia? Famosa quella del 1958, avvenuta a Milano, in via Osoppo. Fu chiamata la “rapina delle tute blu”. Era la mattina del 27 febbraio. Alle nove e

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o stesso giorno... nel 1974

I nastri del Watergate costrinsero Nixon alle dimissioni di Filippo Maria Battaglia Un pezzo di nastro, lo zelo di una guardia, la fine di un’era. Un vorticoso tourbillon, che porta l’uomo più potente del mondo a fare un passo indietro e a uscire di scena con queste parole: «Continuare la mia battaglia personale nei mesi a venire per difendermi dalle accuse assorbirebbe quasi totalmente il tempo e l’attenzione sia del presidente sia del Congresso, in un momento in cui i nostri sforzi devono essere diretti a risolvere le grandi questioni della pace fuori dai nostri confini e della ripresa economica combattendo l’inflazione al nostro interno. Ho deciso perciò di rassegnare le dimissioni da presidente con effetto a partire dal mezzogiorno di domani». Un discorso secco, datato 8 agosto 1974, segna la fine di un’epoca, quella del tandem Nixon-Kissinger, di un’America fortissima e odiatissima, che da un giorno all’altro viene travolta dal più grande scandalo politico della sua storia. È il 17 giugno 1972 quando Frank Wills, una guardia che lavora al Watergate Hotel, scopre che un nastro tiene socchiusa una delle porte degli uffici del quartier generale democratico. Siamo in pieno clima di pacifismo, la guerra del Vietnam e la politica occidentale non sono di certo amate. Da quel giorno, il repubblicano Nixon, al suo secondo mandato, ina-

mezzo i rapinatori, in tuta da operai, fermano il furgone blindato di una banca. Con una martellata in testa tramortirono l’autista. Finsero di sparare facendo “ta-ta-ta” con le bocche, ripulirono il blindato e fuggirono. Cinquecentonovanta milioni di allora, una cifra da capogiro. Furono presi. Quel colpo, per così dire, “fece colpo”. I giornali parlarono a lungo della banda di via Osoppo. Indro Montanelli scrisse che «molti italiani erano segretamente orgogliosi che dei compatrioti avessero realizzato una cosa ‘‘seria’’, anche se criminale, come la rapina di via Osoppo». Finì male per gli assalitori, secondo il classico canone dell’euforia che segue l’impresa. Qualche bandito commise l’errore di darsi troppo alla bella vita: gioco, acquisti costosissimi, locali alla moda con belle donne. Facilitarono così il lavoro degli investigatori. Luciano De Maria, uno della gang, scriverà poi un’autobiografia spiegando l’“etica” dei rapinatori: «Un conto è rapinare le banche, che a loro volta rapinano i risparmiatori, un altro è to-

È il mese di agosto quando l’America viene travolta dal rischio di “impeachment”. La “smoking gun” è la scoperta di una registrazione in cui il presidente invita a fare di tutto pur di insabbiare le prove

nella una serie di errori che gli costeranno le dimissioni. Inizia il suo addetto stampa, Ron Ziegler, che definisce l’affaire come «furto di terz’ordine». Del 23 giugno è la telefonata tra il presidente americano e il capo dello Staff della Casa Bianca Haldman, in cui tentano in tutti i modi di ostacolare la vicenda giudiziaria. Arriva poi il processo per gli scassinatori, le udienze tenute dal comitato senatoriale sul Watergate, trasmesse in diretta tv e seguite almeno una volta da otto americani su dieci. Picchiano duro i democratici, ma picchiano duro pure i repubblicani. Resta celebre la domanda del senatore Howard Baker: «Cosa sapeva il presidente e quando venne a saperlo?» La deposizione decisiva è però quella di Alexander Butterfield, assistente vicario del presidente, costretto ad ammettere a denti stretti che ogni parola pronunciata nello Studio Ovale è registrata. Opinione pubblica e magistratura premono dunque per usare i nastri, Nixon reagisce, usa il privilegio dell’esecutivo, rimuove maldestramente il procuratore speciale Cox salvo poi sostituirlo con un altro, ugualmente determinato, Leon Jaworsky. La stampa incalza, con le loro inchieste i famosi Woodward e Bernstein del Washington Post sono già due

gliere la vita che è la cosa più sacra che ci sia». Sembrano, e sono, pensieri d’altri tempi. In-

bancone della banca. Tra i rapinatori “romantici” e artistici, una delle figure di spicco è Luciano Lutring, figlio di un ungherese e di una lattaia milanese, che da ragazzo aveva studiato al Conservatorio e che poi era diventato pittore. Il cosiddetto “solista del mitra”, si vantò di oltre duecento rapine. Ma non sparò mai un colpo. Si dava da fare a Parigi e Milano, a seconda delle donne di cui si innamorava. Il primo ad arrestarlo fu Carlo Alberto Dalla Chiesa. Dichiarò Lutring: «Noi della mala avevamo un codice, usavamo la testa. Stavamo in riga, ben attenti a non farci scappare il ferito, figuriamoci il morto. I delinquenti di oggi invece sono fuori di melone. Arrivano infarciti di coca, pri-

L’assalto si è svolto alla maniera dei fuorilegge americani del vecchio West. La mente del gruppo, Ronnie Biggs aveva il compito di assoldare un macchinista in pensione perché guidasse la locomotiva fino a un binario morto. Non è riuscito a mettersi d’accordo e la banda, piuttosto scalcinata, ha dovuto improvvisare somma, il codice d’onore dei banditi vietava in maniera categorica l’omicidio. el 1967 sparse molto sangue la banda Cavallero, un torinese che sosteneva che la miglior maniera per arricchirsi era quella di scavalcare il

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moloch del giornalismo internazionale, il fronte dei collaboratori del Presidente si spacca, viene integralmente messo sotto accusa e condannato per avere ostacolato le indagini. Il 27 luglio del 1974 la Commissione giudicante per la Casa dei Rappresentati vota a favore dell’impeachment. Anche per Nixon, l’accusa è di avere ostacolato le indagini. Due giorni dopo si aggiungono altri due capi: abuso di potere e ostacolo al Congresso. Nixon resiste, ma la mannaia arriva quando si scopre una registrazione in cui il presidente invita a fare di tutto pur di insabbiare le prove. È la smoking gun, la prova decisiva che chiude drammaticamente due mandati. Molti anni dopo, saranno gli storici e il Congresso a maggioranza democratica a rivalutare la politica del repubblicano diYorba Linda.

ma stecchiscono il cassiere e poi gli chiedono i soldi». Su Cavallero e su Lutring si ispirò un regista di valore come Carlo Lizzani, autore di due film, “Banditi a Milano” e “Svegliati e uccidi”. Attore d’eccezione: Gian Maria Volonté. on l’entrata in scena di Renato Vallanzasca, “il bel Renè” (ancora oggi è in carcere, a Novara, dove sconta l’ergastolo) la mala milanese si adegua a un’altra epoca. Ragioniere mancato, indubbiamente molto intelligente, spaccone e dotato di coraggio e insolita inventiva, Vallanzasca già a 22 anni aveva fama di spietato. Piaceva molto alle donne. E le donne furono la sua arma, ma anche la sua rovina.Tra il ‘76 e il ‘77 collezionò una settantina di rapine e quattro sequestri di persona. Rocambolesca fu anche la sua evasione dall’oblò di una nave. Divenne una specie di mito per migliaia di persone, in gran parte donne. Gli scrivevano al carcere, si proponevano come mogli, gli confidavano i segreti più intimi e anche quelli più imbarazzanti.

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SCRITTORI E LUOGHI

Angoscia e smarrimento NELLA

LONDRA

di Mc Ewan Classica e “underground”, tradizionale e postmoderna la città inglese dello scrittore Il Tamigi

di Filippo Maria Battaglia Nella pagina accanto: Ian McEwan e acune immagini della metropoli britannica

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arbata e violenta, classica e underground, tradizionale e postmoderna. Più di ogni altra capitale europea, Londra, negli ultimi trent’anni, è stata l’immagine dell’implosione di ogni ossimoro. E gli scrittori della City, già da tempo, se ne sono resi conto.Tra tutti, il “giovane classico” Ian McEwan, classe 1948. L’inglese di Aldeshott ambienta qui due dei romanzi di maggiore successo,“Bambini nel tempo” e “Sabato”. La capitale inglese è la città perfetta per l’angoscia e il senso di smarrimento di Stephen Lewis, protagonista di una delle storie nonché celebrato scrittore di libri per ragazzi, vittima inerte della “sparizione della figlia Kate”. La ricerca è disperata, ossessiva, ininterrotta.“Qui a Millbank, però si vedevano solo ex bambini che si trascinavano a lavorare. Più in là, poco prima di Parlamient Square, c’era un gruppo di accattoni autorizzati. Non potevano sostare nella zona del parlamento di Whitehall e

nelle vicinanze della piazza. Ma alcuni di essi cercavano di sfruttare la confluenza di percorsi dei pendolari. Stephen ne intravide i distintivi sgargianti un centinaio di metri prima. Il clima li favoriva ed essi esibivano con impertinenza la loro scelta di libertà. Toccava agli stipendiati di riuscire a evitarli”. E la musica non cambia neppure per il protagonista dell’altro romanzo, Henry Perowne. Anche qui, Londra appare una città solo apparentemente levigata, sempre pronta, da un giorno all’atro, a incrinarsi fatalmente, travolgendo ogni pulsione ed emozione. È già la capitale che l’11 settembre del 2001 ha assistito inerme all’attacco all’America e che del terrore è preda facile e inevitabile. Per rendersene conto, è sufficiente mettersi sulle orme di Henry, così da seguirlo per uno dei suoi brevi percorsi quotidiani: «La palestra si trova su Huntley Street in un ex dormitorio per infermiere; una distanza irrisoria, ma ha

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La City è il palcoscenico perfetto per rivolte e proteste di ogni sorta. Birra, musica e calcio sono invece le tre passioni dell’iperlondinese Nick Hornby preso la macchina perché ha alcune commissioni da sbrigare, dopo. Spudoratamente, si gode sempre la città dall’interno ad aria condizionata dell’auto il cui impianto high-fi conferisce solennità anche ai dettagli più insignificanti: ora ad esempio un trio d’archi di Schubert sta nobilitando il vicolo nel quale transita. È diretto un paio di isolati più a sud, dove attraverserà Tottenham Court Road tagliando ad est. Una volta Cleveland Street era famosa per i laboratori di sartoria al limite della legalità e per le prostitute. Ora ospita ristoranti greci, turchi e italiani – del genere modesto che non finisce mai sulle guide – con i dehors dove la gente mangia in estate».

Tutt’attorno resta la metropoli, “grandiosa conquista dei vivi e di tutti i morti che l’hanno abitata nel tempo; in forma e robusta. Non si lascerà distruggere tanto facilmente. È troppo sana per lasciarsi andare. La vita che la anima non ha fatto che migliorare nel corso dei secoli per quasi tutti, nonostante i tossici e gli accattoni di oggi. L’aria è migliore, nel Tamigi saltano i salmoni, e stanno tornando anche le lontre. A tutti i livelli, materiale, medico, intellettuale e sessuale, la maggior parte della gente vive meglio”. Convulsa e contraddittoria, la City è il palcoscenico perfetto per rivolte e proteste di ogni sorta, come quella che lo scrittore racconta nel bel mezzo della nar-

razione:“Laggiù in Gower Street, la marcia vera e propria ha avuto inizio. Migliaia di persone ammassate in un’unica fitta colonna procedono verso Piccadilly, le insegne eroicamente puntate in avanti, come vuole l’iconografia rivoluzionaria. I volti, le mani, i vestiti, emanano il colore intenso proprio dell’umanità concentrata, quasi come un calore”. irra, musica e calcio sono invece le tre passioni dello scrittore iperlondinese Nick Hornby. “Alta fedeltà” è il ritratto in chiaroscuro dei giovani trentenni che vivono nella suburbe, messo a fuoco così da uno dei protagonisti del romanzo: “il mio negozio si chiama Championship Vinyl. Vendo dischi di musica punk, blues, soul R&B, un po’ di ska, qualcosina delle Antille, alcuni pop degli anni sessanta – tutto per il serio collezionista di dischi, come dice la scritta, ironicamente all’antica, sulla vetrina. Siamo in una tranquilla strada di

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Nelle opere di Antonia S. Byatt i protagonisti incrociano i loro destini alla “London Library, un edificio abitato da poeti e pensatori in carne e ossa. Carlyle era passato di qui; tra queste scansie aveva camminato anche Eliot” ci anni. La regina Elisabetta diventa “la sovrana lettrice”, che – complice uno spiacevole incidente - si imbatte, suo malgrado, nella biblioteca circolante del distretto: “fu tutta colpa dei cani. Di norma, dopo aver scorazzato in giardino salivano da veri snob i gradini dell’ingresso principale, e generalmente li faceva entrare un valletto in livrea. E invece quel giorno, per qualche ragione, si precipitarono di nuovo già dai gradini, girarono l’angolo e la regina li sentì abbaiare a squarciagola in uno dei cortili. La biblioteca circolante di Westminister, un grande furgone come quello dei traslochi, era parcheggiata davanti alle cucine. Era un’ala del palazzo che a Sua Maestà non era molto familiare, e certo non aveva mai visto la biblioteca parcheggiata lì, vicino ai bidoni della spazzatura, e neppure l’avevano mai vista i cani, il che spiegava tutto quel baccano; così la regina, non essendo riuscita a zittirli, salì gli scalini del furgone per andarsi a scusare”. a Londra dei libri è protagonista indiscussa anche delle opere di Antonia S. Byatt. È quindi inevitabile che i protagonisti incrocino i loro destini in uno dei templi sapienziali della capitale: “La London Library era il suo luogo favorito. Era un edificio trascurato ma decoroso, trasudava storia ma era abitato da poeti e pensatori in carne e ossa, che potevi incontrare accovacciati sulle basi metalliche scanalate degli scaffali, o sui pianerottoli, impegnati in piacevoli conversazioni. Carlyle era passato di qui, tra queste scansie aveva camminato George Eliot. Roland ne vedeva le sottane di seta nera, gli strascichi di velluto che frusciavano compressi tra i Padri della Chiesa, ne sentiva il passo fermo risuonare sul metallo tra i poeti tedeschi. Qui Randolph Henry Ash era venuto a salutare la duttilità di mente e memoria con le più disparate nozioni tratte da Storia e Topografia, dalle propizie congiunzioni alfabetiche di Scienza e Miscellanea – Daini, Danza, Delirio, Dermatologia, Digestione, Distribuzione, Divinità, Domestici. Ai suoi tempi, le opere sull’Evoluzione erano catalogate sotto la voce Uomo preadamitico”. Una città di libri, ma pure una città rampi-

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Halloway, prudentemente piazzati in modo da attirare il minor numero possibile di curiosi di passaggio; non c’è nessuna ragione di capitare qui, a meno che uno non viva da queste parti, e la gente che vive da queste parti non sembra esageratamente interessata al mio Stiff Little Fingers etichetta bianca (per voi venticinque sterline – a me ne è costato diciassette, nel 1986) o alla mia unica copia di “Blonde on Blonde”. Insieme al malto, spazio al pallone. Londra, nella prima divisione, vanta infatti ben sette club: Charlton, Chelsea, Fulham,Tottenham,Watford,West Ham e, ovviamente, Arsenal. Non si fa fatica a immaginare uno come Hornby in tenuta da tifoso rosso-bianca, che tra un tempo e l’altro si diletta in confidenze molto british: “penso che noi tifosi dell’Arsenal sappiamo, in fondo in fondo, che il calcio a Highbury spesso non è stato granché, e che quindi la nostra reputazione come squadra più

noiosa nell’intera storia dell’universo non è così mistificante come facciamo finta di credere: tuttavia, quando abbiamo una formazione di successo, molto è perdonato”. Più pop e, se vogliamo, più postmoderno è il racconto del giovanissimo Gautam Malkani. Siamo a Hounslow, un sobborgo londinese nei pressi dell’aeroporto di Heatrow, che diventa una specie di feudo metropolitano guidato da Hardjit, “un tipo strano”, “stracci a livello designer, tigre tatuata sulla spalla sinistra e il Khanda simbolo della religione sikh sul bicipite destro”. Guida una variegata truppa di london eccentrici, viaggia a bordo di una “Biemme di sua madre” e sembra lottare con una città che non gli è affatto amica. a la capitale inglese è pur sempre sede del British Museum e di Buckingham Palace. Della sua regalità (e anche della sua ipocrisia), si fa cantore Alan Bennett con un ritratto tra

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i più godibili e fra i migliori per sense of humour e resa stilistica. Così, fa un certo effetto leggere la descrizione di una tela di un pittore italiano in un museo inglese da parte di uno dei più talentuosi scrittori di Sua Maestà: “l’esempio più notevole è in una delle opere più celebri della National Gallery, ovvero “Il battesimo di Cristo” di Piero della Francesca – ed è l’uomo che si toglie la camicia. C’è qualcosa di misteriosamente rasserenante nel fatto che anche cinquecento anni fa ci si togliesse la camicia proprio come facciamo noi oggi, e questo elemento di naturalismo è ancora più vivido per il contrasto con le figure ieratiche del Cristo e del Battista in primo piano, che sono, come tutte le figure di Piero della Francesca, austere e per niente sorridenti, pochissimo adatte alla pubblicità di un dentifricio”. A Buckingham Palace e alla sua più illustre ospite, Bennett dedica invece uno dei più bei romanzi inglesi degli ultimi die-

cante, che diventa persino rischiosa, specie quando si usano casco e bicicletta. L’aggravante sono le “cinque miglia di maleodorante serpente di traffico sul ponte del Putney, lungo l’Embankement e Parliament Squame”. Resta quale unica alternativa per i residenti della City la campagna che si sviluppa tutto attorno: “C’è un momento, sulla strada per il nord, in cui le case di mattoni rossi cedono il posto alla pietra grigia, e compaiono muri di pietra grigia. Il colore del cielo e dell’erba cambia in relazione a quelle pietre; il cielo è di un azzurro più azzurro, l’erba di un verde più azzurro, e il mondo intero, agli occhi del settentrionale che ritorna, è a un tempo più solido e potenzialmente più liquido, più serio, meno amichevole, più reale” anche per chi come Federica, la protagonista di uno dei romanzi, “è attaccata alle sue molteplici sradicate esistenze londinesi e non riesce a descrivere con precisione la sensazione di appartenere a questi grigi blu e verdi, così scivola nel silenzio”. Città da visitare e rivisitare, dunque, ma forse – e qui fanno fede le cronache di certi scrittori - città meno consigliata per la vita di tutti i giorni. Bibliografia: Ian McEwan, Bambini nel tempo, traduzione di S. Basso, Einaudi, pp. 229, euro 9,50 Ian McEwan, Sabato, traduzione di S. Basso, Einaudi, pp. 292, euro 11 Nick Hornby, Alta fedeltà, traduzione di L. Noulian, Guanda, pp. 253, euro 8 Nick Honrby, Febbre a 90, traduzione di F. Pedrotti e L. Willis, Guanda, pp. 253, euro 7,50 Gautam Malkani, Londonstani, traduzione di M. Bocchiola, Guanda, pp. 343, euro 17,00 A. Bennett, Una visita guidata, traduzione di A. Di Gregorio, Adelphi, pp. 43, euro 5,50 A. Bennett, La sovrana lettrice, traduzione di M. Pavani, Adelphi, pp. 95, euro 13,50 A.S. Byatt, La Torre di Babele, traduzione di A. Nadotti e F. Galuzzi, Einuadi, pp. 614, euro 13,50 A.S. Byatt, Possessione, traduzione di A. Nadotti e F. Galuzzi, Einaudi, pp. 509, euro 11

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I VIGLIACCHI DELLA STORIA

Galileo

Nel 1632 dà alle stampe il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, dove contrappone la tesi del sistema tolemaico alle teorie di Copernico. È quel libro a farlo condannare dal Sant’Uffizio ella scena tredicesima del dramma, Andrea Sarti (il giovane discepolo, figlio della sua governante), pronuncia a voce alta la battuta: “Sventurata la terra che non produce eroi”. Galileo, vecchio, malandato, quasi cieco, entra in scena, e lo corregge: “No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Bertolt Brecht lo ha raccontato così, in “Vita di Galileo”: un uomo provato e piegato, che non ha più la forza di combattere, che ritratta le sue teorie di fronte alla minaccia delle torture e all’incubo del rogo. Un antieroe. I suoi allievi lo abbandonano, e lui si giustifica che nulla vale più della vita e che soltanto chi vive può testimoniare la verità. L’opera di Brecht ebbe una lunga e complessa gestazione. Nella sua prima edizione, scritta fra il 1937 e il 1939 (e rappresentata a Zurigo nel 1943), il protagonista era un personaggio positivo; nella terza (messa in scena postuma, a Berlino, nel 1957, un anno dopo la morte del drammaturgo) la figura di Galileo si carica di ombre e di tormenti, anche a scapito della verosimiglianza storica. Ma a Brecht premeva porre in risalto la sua idea del rapporto fra scienza e potere, che aveva vissuto pagine drammatiche nel decennio precedente, e non soltanto nella Germania nazista. Nell’ultima scena del dramma (la quattordicesima) Brecht mette diretta-

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Il processo lo rese grande ma l’abiura lo condanna tra i codardi di Massimo Tosti

La Chiesa di Giovanni Paolo II ha riconosciuto pubblicamente l’errore commesso riabilitando l’uomo di scienza mente in bocca a Galileo le proprie amare conclusioni: “Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, e ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l’uomo. E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro

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progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande che a ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale. Nella mia vita di scienziato ho avuto una fortuna senza pari: quella di vedere l’astronomia dilagare nelle pubbliche piazze. In circostanze così straordinarie, la fermezza di un uomo poteva produrre grandissimi rivolgimenti. Se io avessi resistito, i naturalisti avrebbero potuto sviluppare qualcosa di simile a ciò che per i medici è il giuramento d’Ippocrate: il voto solenne di far uso della scienza a esclusivo vantaggio dell’umanità”. E, invece,“così stando le cose, il massimo in cui si può sperare è una progenie di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo”.

È molto discutibile l’interpretazione di Brecht. Quando fu condannato dal Sant’Uffizio, Galileo era un uomo vecchio (aveva settannt’anni, vissuti intensamente) e malato, indebolito – fisicamente e caratterialmente – dal processo. Ma appena un anno prima (nel 1632) aveva dimostrato di essere un uomo coraggioso (e non certo un codardo), dando alle stampe il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, un’opera che aveva suscitato uno straordinario clamore scientifico e politico. Nel libro lo scienziato contrapponeva le tesi di due personaggi di fantasia, uno a sostegno del sistema tolemaico (secondo il quale la terra è al centro dell’universo) e l’altro in appoggio alle teorie di Copernico, secondo il quale la terra ruotava intorno al sole. Il primo personaggio svolge

le proprie tesi con argomenti sciocchi e deboli e ha un nome che è di per sé un giudizio (e un insulto): si chiama Simplicio. I controrifomisti più zelanti avevano convinto il papa Urbano VIII che il personaggio fosse una sua caricatura. E fu quel libro (che, oltretutto, viene oggi giustamente considerato un capolavoro della letteratura mondiale, più dei drammi teatrali di Brecht) a promuovere il processo contro di lui. Dopo quattro mesi di interrogatori Galileo fu costretto a cedere. Si inginocchiò (così pretesero i suoi giudici) e lesse ad alta voce – e firmò – un documento in cui confessava che la teoria di Copernico era falsa: “Con cuore sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori et heresie e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o per scritto, cose tali per le quali si possa haver di me simil sospitione, ma se conoscerò alcun heretico o che sia sospetto d’heresia, lo denuntiarò a questo Santo Offizio”. Il processo a Galileo fu l’errore più clamoroso in un periodo storico nel quale di errori ne furono commessi fin troppi. Nonostante la sua ritrattazione, lo scienziato si comportò meglio dei suoi accusatori. L’accusa di fellonia non la meritava: non soltanto perché poteva invocare serie attenuanti per il suo comportamento, ma anche perché il coraggio non rientra nel bagaglio indispensabile per un uomo di scienza. Che riuscì anche a prendersi gioco dei suoi accusatori. Recitata la formula, uscendo dalla basilica, a capo chino, con i passi rallentati dall’età e dagli acciacchi, avrebbe sussurrato, secondo le testimonianze del tempo: “Eppur si muove!”, alludendo – con un sospiro di impotente ribellione – alla Terra. Si potrebbe dire – ricorrendo al linguaggio e alle regole giuridiche di oggi – che patteggiò la pena. Senza scandali, confidando (sicuramente) nel fatto che la verità scientifica avrebbe finito comunque per trionfare, come è inevitabile che accada. E questa è lungimiranza, non vigliaccheria. Resta il giudizio sulla pubblica accusa. Sine ira et studio (come scriveva Tacito), è ormai definitivamente archiviato il contrasto sorto allora fra religione e scienza. Il cardinale Bellarmino (poi elevato all’onore degli altari) fu un fedele interprete degli orientamenti espressi dal Concilio di Trento: un paladino della Controriforma, alla quale la Chiesa si aggrappava allora per frenare il vento impetuoso degli scismi. La Chiesa di Giovanni Paolo II ha ammesso pubblicamente l’errore commesso, riabilitando Galileo. E anche questa è stata una prova di coraggio.


I SENTIMENTI DELL’ ARTE akeshi Kitano: storia di uno straordinario fenomeno cinematografico. In Italia l’abbiamo conosciuto tardi (era la fine degli anni Novanta), ma in Giappone era già una leggenda da almeno una ventina d’anni. Presentatore televisivo, anchorman anomalo, pittore, provocatore, scrittore e ballerino. Dalla fine degli anni Ottanta anche regista, sebbene in Italia non se ne fosse accorto nessuno. Nel 1994 vince il Festival di Taormina con “Sonatine”, nel 1997 quello di Venezia con “Hana-bi”, imponendosi subito all’attenzione della critica come una vera scheggia impazzita. Impossibile da definire. Un po’ Melville, un po’ Bresson, un po’ Peckinpah. Il suo personaggio tipo è quello dello yakuza fallito pronto a redimersi andando incontro alla morte con placida serenità. Non solo. Anche quello dell’ex malvivente intontito o magari fuori di testa, ruolo che Kitano ha forgiato memore delle sue geniali comparsate televisive in Giappone. Caratteristiche? Pigrizia, indolenza, accidia. Il colmo lo ha toccato addormentandosi in diretta tv. Takeshi è il Pulcinella del cinema mondiale: ridendo, dice la verità. E autofilmandosi come individuo dolente e menefreghista, mostra un’acutezza di sguardo e un’implacabilità di vedute che in pochi oggi possono vantare. Nella sua filmografia (ferma per il momento a “Kantoku Banzai!”, non ancora distribuito in Italia), l’opera forse meno compresa rimane tutt’oggi “L’estate di Kikujiro”. Chi si aspettava una piccola variazione sul tema di “Sonatine” o di “Hanabi” ha sbagliato di grosso. Chi ha pensato a una pausa di riflessione pure. La verità è che “L’estate di Kikujiro” è una delle opere più intense, strazianti e complesse degli ultimi anni. In apparenza, un film estremamente semplice, ancorato a un minimalismo piccolo piccolo. La profondità a volte va cercata in superficie. Kitano la trova qui. E si mette in scena (ancora una volta) come l’ultimo dei falliti. Un ex boss di quartiere (il Kikujiro del titolo) tiranneggiato dalla moglie, oppresso dai debiti e ossessionato dalla febbre delle scommesse. Un vero sbandato che non sa far altro di meglio che passare le sue giornate fra il bar che gestisce e la strada che fissa con lo sguardo sconsolato di chi non ha avuto granchè dalla vita. La sua estate sarà però diversa dalle altre. La moglie infatti lo incarica di accompagnare un bambino (Masao) in una loca-

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L’IGNAVIA Il film “L’estate di Kikujiro” di Takeshi Kitano

Difendersi dalla vita rinunciando a esistere di Francesco Ruggeri

Immagini tratte dalla pellicola

lità distante dove andare a cercare la madre (sparita di casa qualche tempo prima). L’uomo accetta, suo malgrado. Non gli va di allontanarsi da casa. Vorrebbe continuare a oziare, a fregarsene del mondo fuori. Ma non dice di no. Anche perché vede nella possibilità di accompagnare il piccolo Masao una buona occasione per star-

sene lontano dagli sguardi della moglie. Che, di solito, lo controlla a vista, impedendogli di bere e giocare. Kitano ama gli outsider. Uomini persi nel loro tempo e incastrati in vite che gli stanno strette. Il re degli ignavi? Senza dubbio Kikujiro. E non fa niente per smentirsi. Appena può, accompagna Masao all’ippodromo, trascinandolo subito dopo in una scorribanda fra alberghi di strada, piscine e luna park. Un uomo a zonzo. Pronto però a diventare qualcos’altro.Perché Kitano ha un potere speciale: quello di trasformare, di mutare, di rivoluzionare. La smorfia di fastidio del suo Kikujiro non è una smorfia punto e basta. Ma una porta spalancata su abissi indicibili, vere e proprie voragini dell’anima. E la sua fastidiosa ignavia un mezzo per difendersi da un passato che gli fa ancora male e un futuro che non vuole affrontare. “L’estate di Kikujiro” segna un passaggio, un attraversamento, un territorio lisergico e liminare. Kikujiro ridiventa bambino, Masao invece cresce. In questa memorabile commedia umana le parti sono interscambiabili,

È una delle opere più intense, strazianti e complesse degli ultimi anni. E solo in apparenza un film piccolo piccolo

Il personaggio tipo del cineasta è quello dello yakuza fallito pronto a redimersi andando incontro alla morte con placida serenità

i vissuti pure. E Kikujiro capisce improvvisamente il dramma del piccolo (la madre si è rifatta una vita, lo ha completamente abbandonato) che magari non è troppo dissimile da quello che ha affrontato lui da piccolo. La strada diventa così il magico luogo in cui elaborare il lutto della perdita, mettere da parte il passato e apparecchiare il presente. Non è semplice, ma chi non cambia muore. Kikujiro lo sa. Si affeziona a Masao, lo traghetta on the road per diversi giorni, poi lo riaccompagna a casa. Apparentemente non è cambiato nulla. In reltà i due non saranno più gli stessi. È vero, Kikujiro tornerà al suo bar, a sua moglie, alla sua indolenza di sempre. Ma con la consapevolezza che una vita continua ad attenderlo da qualche parte. Basta sintonizzarsi sul respiro della strada. E seguire il suo richiamo.

p a g i n a V I I - liberal estate - 8 agosto 2008


Cruciverba d’agosto

“Solchi sull’acqua”

di Pier Francesco Paolini ORIZZONTALI

1) grand oeil ....... dans le ciel curieux – grande occhio aperto nel cielo curioso (Baudelaire) • 7) “Il Principe .......” di Borodin • 11) Iniziali dell’attore Poli • 13) George, autrice del romanzo Mauprat (1837) • 17) cupido sì per avanzar gli ....... / che su l’avere e qui me misi in borsa (Inf. XIX) • 18) Antoine, scrittore satirico francese (1753-1801) • 20) la rifondarno / sovra il ....... che d’Attila rimase (Inferno, XIII) • 22) In provincia di Torino • 23) ...e xxxx, come diciam, chiodo per chiodo (Così fan tutte) • 25 “L’....... d’amore” di Donizetti • 27) Ivi • 28) Madre di Achille • 29) Robert, rivale di Jake Barnes nel Sole sorge ancora di Hemingway • 30) ....... tempesta / turbò sì l’aere e l’onde... (Petrarca) • 32) “....... Jones” romanzo di Fielding • 33) Antenato • 34 “......., sì non furo accorte / le gambe tue alle giostre del Toppo!” (Inferno. XIII) • 35 Oh, falce di luna ....... (D’Annunzio) • 36) Carmelo, attore • 37) Iniz. di Ozerov • 38) un mazzolin di ....... e di viole (Leopardi) • 39) Santo patrono della Baviera • 40) Potentato abissino • 41) cui l’Orsa ....... preme (Leopardi, Bruto Minore) • 43) e altra volta fui a tal ....... (Inferno, XXI) • 44 Ricardo Reis è uno dei suoi molti eteronimi • 47) Gardner, attrice • 48) facevano un ....... il qual s’aggira / sempre in quell’aria sanza tempo tinta (Inf. III) 49) John Xxxx, compositore statunitense • 50) Iniz. dello scrittore Roberto Giardina • 51) che più non si pareggia mo e ....... (Inferno XXIII) • 53) Forma barriere • 54 “Via costà con gli altri .......! (Inferno, VIII) • 55 Erano i capei d’....... a l’aura sparsi (Petrarca) • 56) Materia • 57) Piede di due lunghe, nella metrica latina • 58) Vi si proiettano film • 59) Fiume dell’Albania • 60) Iniz. del poeta Pagliarani • 61) Capoluogo della Nuova Caledonia • 62) “Questi è ....... / che sotto il sasso di monte Aventino” (Inferno, XXV) • 63) Bartolomeo ....... autore di Le sette trombe per isvegliare il peccatore a penitenza • 64 La gente paga e ....... vuole qua (Pagliacci) • 66) Relative a stirpi, popoli • 69) fur guerci / sì della mente in la vita ....... (Inferno VII) • 71) Come gli augei che vernan lungo il ....... (Purgatorio, XXIV) • 72) Iniz. di Tagore • 73) Così sia • 74 ....... Sabri, poeta e uomo di stato egiziano (18581923)

VERTICALI

1) ch’....... gente possedea quel loco (Inferno, IV) • 2) ...ed al travaglio ....... / ciascuno in suo pensier farà ritorno (Leopardi) • 3) Deh quanto in verità ....... siam nui! (Leopardi) • 4 ...quando più l’uom vaneggia / nell’....... prima (Tasso) • 5 Iniz di Rodolphe Töpffer, scrittore svizzero • 6) La concubina di ....... antico (Purgatorio, IX) • 7) Ne è capitale Teheran • 8) Ma seguimi oramai ché il ....... mi piace (Inferno, XI) • 9) Iniz. di Vergani • 10) Dio del sole egizio • 11) l’aquila da ....... là si cova (Inferno, XXVII) • 12) Base di una colonna • 13) Solchi sull’acqua • 14 ....... sacro, sereno / ove Amor (Petrarca) • 15 Nessuna novità • 16) Alain Xxxxx, attore (Borsalino, 1970) • 17) Frattanto, un’....... ascoltate: / felicissimi voi se la imparate (Così fan tutte) • 19) Unità militare • 21) Voi ch’ascoltate in ....... sparse il suono (Petrarca) • 24 In provincia di Milano • 26) Tutte ....... cose e tant’artre nun dette (G.G. Belli) • 29) ....... di bambola • 30) Vi fu stipulato nel 1920 un trattato fra Italia e Jugoslavia • 31) Romanzo di Thomas Mann (1951) • 32) ....... dei D’Ubervilles, romanzo di Thomas Hardy • 34 “Beatrice, ....... di Dio vera” (Inferno, II) • 35 Sedile ......., riservato ai magistrati dell’antica Roma • 36) Fondamento • 38) uscito fuor del pelago alla ....... (Inferno, I) • 39) Nono mese del calendario musulmano • 40) Quanti si tengon colassù gran ....... / che qui staranno come porci in brago (Inf.,VIII) 42) William, scrittore americano (Prigionieri del paradiso) • 43) Ivy Compton, romanziera ingl. (Un dio e i suoi doni, 1963) • 44 ...sì come sa di sale / lo ....... altrui (Paradiso, XVII) • 45 ...Si vede di giustizia ....... arte (Inferno, XIV) • 46) Amo guardare in faccia l’....... / Perché so ch’è sincera—non si può contraffare...(Emily Dickinson) • 48) Jean ......., scrittore americano (Canna, 1922) • 49) Vasi funerari egizi, ove si conservavano gli organi interni degli imbalsamati • 51) Prefisso che vale “sopra” e ”oltre” • 52) ....... ricadde e più non parve fuora (Inferno, X) • 53) Confronto per Uguale • 54) 199 • 55) A questo punto • 57) un gran destrier di pelo ....... (=sauro) (Boccaccio) • 58) Città della Normandia • 59) “La ....... bianca” film di M. Mattoli con Elsa Merlini (1938) • 61) Le prime tre lettere della Divina Commedia • 62) El ....... Guevara • 63) Centro Italiano della Moda • 65 Giorno • 67) ...che ancor piangono per ....... / lacerato dal leone (D’Annunzio, Alcyone) • 68) Centimetro • 70) Iniz. di Renato Simoni.

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L’Almanacco Hanno detto di… snob

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L’origine di… a bizzeffe

Il vero snob è colui che non vuole ammettere di annoiarsi quando si annoia e di divertirsi quando si diverte Henry Ford

Perché si dice “avere fegato”? Di una persona coraggiosa si dice normalmente che “ha fegato”. Il fegato infatti ha sempre rappresentato un simbolo di coraggio e di forza fisica. Per gli antichi greci era la sede della forza, della caparbietà e delle passioni, particolarmente dell’amore sensuale e dell’ira. Sull’argomento esiste anche un mito, quello del titano Prometeo che coraggiosamente rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini. Zeus, scoperto il furto, lo condannò a essere incatenato per l’eternità a una roccia sulle montagne del Caucaso e dispose che ogni giorno un’aquila gigante gli divorasse il fegato. Ogni notte però il suo fegato ricresceva, così che l’aquila potesse tornare a divorarlo il giorno seguente.

L’espressione “a bizzeffe” verrebbe dalla lingua araba dove bizzaf significa “molto”. È interessante però notare anche quanto dice il Minucci nelle “Note al Malmantile”: “Quando il sommo magistrato romano intendeva fare a un supplicante la grazia senza limitazione, faceva il rescritto sotto al memoriale, che diceva ‘fiat, fiat’ (sia sia) anziché semplicemente ‘fiat’, che scrivevasi quando la grazia era meno piena, dipoi per brevità costumarono di dimostrare questa pienezza di grazia con due sole ‘ff ’, onde quello che conseguiva tal grazia diceva: Ho avuto la grazia a ‘bis effe’”.

LA POESIA SENSAZIONE Nelle sere d’estate andrò per i sentieri, pizzicato dal grano, pestando i fili d’erba;

a cura di Maria Pia Franco

ne sentirò, sognante, il fresco sotto i piedi. E al vento lascerò bagnare la mia testa.

LA SOLUZIONE DI IERI 1

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Non dirò più parole,

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ma un amore infinito

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mi salirà nel petto,

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e andrò molto lontano, sarò come uno zingaro, come una donna

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“Pazienza, dissero i conigli”

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pagina 18 • 8 agosto 2008

cultura

”Sbianchettata” dagli storici l’ambigua prole di Salvemini

Quando le colpe dei figli non ricadono sui padri di Roberto Festorazzi piegava nel De oratore Marco Tullio Cicerone: «La storia non è altro che testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzio dell’antichità». Bene. Ma alla domanda: e gli storici? In modo altrettanto illuminante qui ci può venire in aiuto il tedesco Johann Wolfgang Goethe, che in Massime e riflessioni ai suoi tempi tuonò: «Scrivere la storia è uno dei modi per sbarazzarsi del passato». Una tendenza, quella di sbarazzarsi di certa parte della vita di alcuni autori, che non risparmia neanche l’Italia e che qui balza agli occhi dando un’occhiata a quanto accaduto nel caso del nostro Gaetano Salvemini, storico e uomo politico socialista, nato a Molfetta nel 1873 e morto a Sorrento nel 1957, tenace antifascista, maestro dei fratelli Rosselli e nume tutelare del Circolo di Cultura sorto a Firenze negli anni in cui imperversavano il manganello e l’olio di ricino.

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Arrestato nel giugno del 1925, e rimesso in libertà poco dopo, nell’agosto dello stesso anno, Salvemini lasciò clandestinamente l’Italia pagando a caro prezzo la sua ostilità a Mussolini. Dopo aver vissuto dapprima in Francia e in Inghilterra, nel 1934 si stabilì negli Usa, dove insegnò storia italiana all’Università di Harvard. Solo nel 1947 poté rientrare in Italia, riprendendo l’insegnamento universitario a Firenze. Anche da un punto di vista patriottico, Salvemini non era stato un vile. Contrario alla guerra di Libia, fu favorevole all’intervento nel primo conflitto mondiale, e si arruolò volontario per andare a combattere. Eletto deputato nel 1919, divenne uno dei più tenaci oppositori del Duce. Ora, non è per amore di polemica, né per puro spirito di contraddizione, che ci permettiamo di osservare che i biografi (o, meglio, gli agiografi) di Salvemini, lungi dall’ammettere che nella sua vita ci furono anche delle ombre, hanno “sbianchettato” ampiamente la pagina che riguarda i legami familiari che molto imbarazzarono lo stesso storico e antifascista. Se del resto è vero che le col-

pe dei padri non debbono ricadere sui figli, a maggior ragione quelle dei figlioli non dovrebbero infangare l’immacolata onorabilità paterna. Specie se si tratta di figli acquisiti, come nel caso del professor Salvemini. Sta di fatto però che, ancora oggi, è più che rimossa la circostanza che Salvemini sposò Fernande Luchaire, moglie divorziata del professore francese Julien Luchaire (1876-1952), storico, commediografo e titolare della cattedra di letteratura italiana all’Università di Grenoble. I Luchaire avevano vissuto molti anni a Firenze, dove Julien fondò il primo istituto culturale francese al mondo ed ebbe un ruolo molto importante nel sostenere l’entrata in guerra dell’Italia a fianco degli anglofrancesi. Anche attraverso di lui, infatti, giunsero da Parigi i finanziamenti a Mussolini che servirono alla fondazione del Popolo d’Italia.

Nel dopoguerra, Luchaire lasciò Firenze e a Parigi diede vita a un Istituto di cooperazione intellettuale europea, sotto l’egida della Società delle Nazioni di Ginevra. Fonte di notevole imbarazzo, per Salvemini, e di scandalo, per i suoi ammiratori e amici del fronte antifascista, furono i tre figli nati dal primo matrimonio della sua compagna. Jean, Corinne e Florence Luchaire si compromisero alquanto durante il regime collaborazionista di Vichy. Jean era di idee

talmente naziste da essere fatto fucilare da De Gaulle nel 1946. Quanto alle due giovani e bellissime Corinne e Florence, entrambe attrici, non erano da meno del fratello. Corinne, morta non ancora trentenne nel 1950, è ricordata per essere stata l’amante di Otto Abetz, l’intellettuale tedesco che Hitler mandò quale ambasciatore a Parigi durante il periodo dell’occupazione. L’e-

In alto Gaetano Salvemini. A sinistra l’Università di Harvard dove fu titolare di una cattedra per più di dieci anni. A lato Charles de Gaulle, responsabile della fucilazione del primogenito Jean. Sopra Benito Mussolini che incarnava l’ostilità al fascismo di Salvemini po di presentare a Mussolini. La Sarfatti reputava Jean Luchaire uno «charmeur senza rivali». Il giovane le presentò la sorella Co-

I tre discendenti del politico antifascista, acquisiti dal matrimonio con Fernande Luchaire, si compromisero durante il regime di Vichy. Il maschio era talmente nazista che fu fatto fucilare da De Gaulle brea Margherita Sarfatti, per vent’anni amante e consigliera politica di Mussolini, conosceva molto bene la famiglia Luchaire.

Quando, messa in fuga dalle leggi razziali, la bella Margherita fu costretta a rifugiarsi a Parigi, venne accolta dal fior fiore dell’intellettualità francese. Soggiornò una settimana a Montecarlo con Sacha Guitry, s’incontrò con Mauriac, eppoi rivide Jean Luchaire, figlio del suo vecchio amico Julien che probabilmente s’era incaricata a suo tem-

rinne, balzata fuori dall’anonimato artistico per la sua interpretazione nel film di Léonide Moguy, Prision sans barreaux, che nel 1937 aveva reso celebre in tutta Europa il suo volto diciottenne. L’anno successivo, l’attrice aveva rinnovato il successo sugli schermi, con Conflit. Certo, Donna Margherita non poteva immaginare che colei che era divenuta un idolo per il pubblico francese, di lì a pochi anni sarebbe passata attraverso l’atto tragico del periodo collaborazionista. Tuttavia, restano da regolare i

conti con quanti, ancora oggi, espungono dalla biografia salveminiana qualsiasi riferimento ai Luchaire. Gaetano Salvemini, nonostante questo risvolto ambiguo e sconcertante della sua vicenda umana, merita rispetto per le sue scelte di libertà.

Ma, vivaddio, possibile che non si abbia il coraggio di dire che il primo marito di sua moglie Fernande aveva passato a Mussolini l’oro francese del Popolo d’Italia, senza che il professore di Molfetta trovasse ciò disdicevole, anzi ricavandone motivo d’incoraggiamento per legarsi sempre di più a quella donna e ai suoi figli? E perché viene taciuto che i tre figli di Fernande si compromisero fino al midollo nella politica di Vichy? Povero Salvemini: poco lungimirante, come minimo, nelle scelte matrimoniali, tanto da divenire prigioniero del suo imbarazzato silenzio. Ma che dire dei suoi biografi?


cultura

8 agosto 2008 • pagina 19

Nel 150° anniversario della nascita, il celebre compositore italiano rivive attraverso tre inediti filmati

Il baffo modulato di Giacomo Puccini di Mario Bernardi Guardi maschietti, si sa, sono spesso vanitosi come le femminucce. E Giacomo Puccini non faceva eccezione. Oltretutto, agli inizi del Novecento, era un Protagonista, un Divo, un Mito. E così si prestava volentieri all’obbiettivo fotografico. Mettendosi in posa, ma con signorile nonchalance. Sapeva che le immagini arrivano diritte al cuore e contribuiscono all’incantamento. Eccolo, dunque, di foto in foto, l’Incantatore. «Bello e impossibile», dunque accessibile solo alle elette, col cappello sulle ventitre, lo sguardo languidamente mediterraneo che promette carezze ardenti e frementi abbandoni, il modulato baffo che conquista, Puccini è l’Uomo a cui non si può dire di no. Ma è anche il Grande Artista. Dentro quegli occhi intensi, dietro quella fronte ampia, ci sono pensiero, creatività, melodia. E le donne sanno che nessuno è in grado, come lui, di celebrare “la donna”, di innalzarle monumenti immortali nell’impalpabile grazia del canto e della musica.

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Sopra Giacomo Puccini A lato alcuni dei celebri registi estimatori del grande compositore: Martin Scorsese, Ridley Scott, Olive Stone e David Cronenberg

Dunque, l’effige di Puccini irradia un alone magico che “comprende” anche le sue eroine: Cio-ciosan e Mimì, Minnie e Manon, Tosca e Turandot. Puccini “è” anche le sue donne, le donne del melodramma. Già, il melodramma. Un’arte che parla al pubblico più variegato, intrecciando sulla scena suggestioni ed emozioni. Anticipa il linguaggio cinematografico? E visto che proprio in quegli anni la

sentava in termini di “novità”, sia per i suoi mobili fotogrammi sia per la sua possibilità di “moltiplicare” la comunicazione melodrammatica? Beh, da una parte il Maestro considerava il cinema «un’arte minore», e mal tollerava che le varie Bohème, Manon Lescaut, Madama Butterfly, Tosca, La fanciulla del West, via via portate sul grande schermo fossero ac-

Le pellicole, curate dal docente all’Università di Pisa Pier Marco De Santi, verranno presentate al pubblico il 12 agosto nell’ambito del 54° Festival di Torre del Lago, in provincia di Lucca Decima Musa nasce dal cervello dei fratelli Lumière, quale “rapporto” si creerà tra l”immaginario collettivo” e l’opera pucciniana, tra Puccini,compositore e personaggio, e il cinema? Corrispondenza d’amorosi sensi, diffidenza o conflitto? Insomma, Puccini, che tanto amava esser ritratto in fotografia, aveva “percezione” di quel che il cinematografo rappre-

compagnate dalle sue musiche. Gli pareva infatti che venissero declassate a commento sonoro di uno “spettacolo” di rango discutibile, in ogni caso di qualità inferiore a quella teatrale.

D’altra parte, però, il cinema non poteva non incuriosirlo. Come dimostrano tre filmati, di recente ritrovamento, che riprendono il Maestro, interprete

di se stesso, nei momenti topici della sua vita quotidiana. Il pubblico dei melomani che accorre copioso a Torre del Lago per il 54° Festival (e c’è anche un’importante ricorrenza: il 150° dalla nascita del compositore lucchese), potrà vederli il 12 agosto, nell’ambito della Rassegna Puccini al Cinema, frame by frame, allestita nell’Auditorium del Gran Teatro all’Aperto. E curata da Pier Marco De Santi, docente all’Università di Pisa, che, con i suoi collaboratori, ha compiuto una rigorosa opera di “scavo”(ne reca testimonianza un catalogo denso di contributi critici, riccamente illustrato e fornito di una documentazione impeccabile: Puccini al cinema, Aska Editore, pp. 191, euro 38). Davvero un bell’omaggio reso al bel Giacomo: centinaia di documenti-manifesti, locandine, brochure, foto di scena e ben quaranta film ad “illustrarne” le opere o a raccontarne la vita (al centro, ovviamente, gli affetti e le passioni, insomma quell’ «eterno femminino», cui Gia-

como, sposo infedele, consacrava non poche energie). E poi ci sono quelli a vario titolo “ispirati” dal/al compositore lucchese o che ne eleggono la musica a commento “significativo” della vicenda raccontata.

Sono davvero tanti, tra i registi famosi, gli “alfieri”del “puccinismo”: Nanni Moretti, John Huston, Dario Argento, Ken Russell, Martin Scorsese, David Cronenberg, Mel Gibson, Oliver Stone, Werner Herzog, James Ivory, Ridley Scott, Franco Zeffirelli, Gabriele Salvatores, Michele Placido… ma l’elenco è lunghissimo. La mostra, inaugurata il 29 giugno con Madama Butterfly di Frédéric Mitterand, già in luglio ha avuto un calendario fitto di appuntamenti importanti e curiosi.Tra i prossimi ricordiamo: la serata dedicata alle «rarità pucciniane» in prima assoluta, dai filmati sul Puccini “quotidiano”cui già abbiamo fatto cenno, al cinegiornale Pathé con i funerali del Maestro a Bruxelles, alla Tosca, interpretata da Sa-

rah Berhardt nel 1908 e a quella interpretata da Francesca Bertini dieci anni dopo (12 agosto); la Notte bianca con Puccini, che prevede la proiezione non-stop di tutte le sequenze dei film sottolineate dalla sua musica (13 agosto); la prima assoluta della Bohème diretta da Paul Stein nel 1935 (19 agosto) e, a cinquantaquattro anni di distanza, la riproposta di un “classico”come Casa Ricordi, diretto da un pucciniano doc come Carmine Gallone (26 agosto).

In settembre, poi, l’anteprima di Puccini e la fanciulla diretto da Paolo Benvenuti e interpretato da Riccardo Moretti (13 settembre) e quella della fiction Rai Puccini, per la regia di Giorgio Capitani e con un Alessio Boni impegnato a dare volto e anima al Maestro,“confrontandosi” con due “icone”: una cinematografica (Gabriele Ferzetti, Puccini di Carmine Gallone, 1952), una televisiva (Alberto Lionello, Puccini di Sandro Bolchi, 1974). Entrambi memorabili.


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il saggio

Jefferson a Baghdad/3. La terza parte del testo del più famoso politologo americano. La storia giudicherà se l’intervento sia stato un errore di calcolo o di giudizio. Ma non di dottrina

Iraq,la guerra necessaria di Robert Kagan segue dalla prima Dopo tutto, come Maureen Dowd presumibilmente sa, la decisione di Johnson di proseguire ed aumentare il coinvolgimento americano in Vietnam nel 1964 e 1965 rifletteva il giudizio di molti americani, non solo quello di McNamara e Rusk. Non solo la direzione del giornale di Dowd era a favore di tale politica, ma anche l’acuto osservatore del Times David Halberstam, il quale, nel 1965, scrisse che non poteva digerire l’idea del ritiro dal Vietnam perché «il Vietnam era vitale per i nostri interessi nazionali», il ritiro avrebbe danneggiato «il prestigio americano nel mondo», e «la pressione del comunismo nel resto del Sud est asiatico» sa-

per votare a favore della risoluzione per autorizzare l’uso delle forze armate statunitensi contro l’Iraq, gli argomenti favorevoli da lei addotti non erano né nuovi né falsi; erano quelli vecchi dell’amministrazione Clinton che lei conosceva bene grazie alla sua personale esperienza alla Casa Bianca. Perciò di Saddam Hussein disse che era «un tiranno che aveva torturato e ucciso il suo stesso popolo e persino membri della sua famiglia, pur di mantenere il controllo del potere», che aveva utilizzato «armi chimiche sui curdi iracheni e sugli iraniani, uccidendo più di 20.000 persone», che aveva «dato asilo, aiuto e sostegno ai terroristi, compresi membri di al-Qaeda», che aveva «invaso e occupato il Kuwait» e

I DEMOCRATICI E SADDAM Anche l’amministrazione Clinton aveva modificato la sua linea nei confronti del regime: dal contenimento alla cacciata del dittatore

rebbe cresciuta in modo intollerabile. Johnson probabilmente concordava con questa valutazione, e forse metteva da parte i suoi sani istinti politici non perché non avesse il coraggio di ignorare i consigli di Dean Rusk, ma perché riteneva che fosse la cosa giusta da fare. È possibile che anche Hillary Clinton abbia pensato che stava facendo la cosa giusta nel 2002? Quando si alzò sul suo scranno al Senato

che, quando gli Stati Uniti avevano ritirato le loro forze dopo averlo sconfitto, si era vendicato sui curdi e gli sciiti che «si erano ribellati contro di lui su nostro incoraggiamento». La Clinton, inoltre, sottolineò nel 2002 quello che era stato convenientemente dimenticato, cioè che nel 1998 l’amministrazione Clinton aveva modificato la sua politica nei confronti dell’Iraq «dal contenimento al cambio di regime»,

e che aveva cominciato ad «esaminare le varie opzioni per effettuare tale cambiamento». Lei, come Berger e altri funzionari del periodo, temeva che la politica del contenimento stesse fallendo, e che, se «lasciato indisturbato», Saddam avrebbe «continuato a potenziare la sua capacità militare e a sviluppare armi chimiche, biologiche e nucleari. Tutto questo, disse, era «indiscutibile»: il problema era che cosa fare. La risposta della Clinton esprimeva il punto di vista di quello che poteva essere definito l’aspetto liberale della “famiglia di interventisti” dello scrittore e analista politico David Rieff. Si opponeva ad un attacco unilaterale perché, se gli Stati Uniti fossero entrati in guerra da soli o con pochi alleati, questa azione gli si sarebbe ritorta contro; il sostegno e la legittimazione internazionale erano fondamentali perché, «se il risultato militare non era in discussione, dopo gli attacchi e i bombardamenti, non tutte le conseguenze erano prevedibili». Questa osservazione era logica, in quanto le conseguenze imprevedibili temute dalla Clinton all’epoca erano che Saddam Hussein impiegasse le sue armi chimiche e biologiche o che le fornisse ai terroristi, che potevano «tormentare gli Stati Uniti per molto tempo dopo di lui». Tuttavia, pur preferendo ottenere il sostegno internazionale all’intervento militare, Hillary non concordava con chi insisteva che gli Stati Uniti «dovevano ricorrere alla forza soltanto

quando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avesse dato la sua approvazione», perché l’Onu rimaneva un’organizzazione imperfetta. A volte i membri del Consiglio ponevano il veto «per questioni e interessi marginali», e portava ad esempio il Kosovo, quando l’amministrazione Clinton era stata costretta alla guerra senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza perché la Russia aveva

ta dagli otto anni di esperienza alla Casa Bianca, osservando mio marito confrontarsi con sfide serie per la nazione». Forse era stata anche influenzata, disse, dal fatto di essere «un senatore di New York che ha visto da vicino le conseguenze dei terribili attacchi del 2001. Dovendo scegliere tra il rischio di agire e quello di non farlo, io credo che i cittadini di New York, che hanno attraversato le fiamme del-

LA CORSA ALLA CASA BIANCA Come in passato, anche quest’anno gli elettori sceglieranno il nuovo Presidente tra due versioni della stessa visione del mondo

rifiutato di aderire. Di nuovo, «nel caso dell’Iraq recenti commenti indicano che uno o due membri del Consiglio potrebbero non approvare l’uso della forza contro Saddam Hussein fino a quando non avrà effettivamente usato armi chimiche, biologiche o persino nucleari». La Clinton riteneva che valesse ancora la pena provare, anche solo per mettere gli oppositori in una &posizione indifendibile», ma disse chiaramente che gli Stati Uniti avrebbero potuto avviare il conflitto con o senza l’approvazione delle Nazioni Unite. Votare per l’entrata in guerra, affermò la senatrice, era «la decisione più difficile che abbia mai dovuto prendere, ma l’ho fatto con convinzione… Forse la mia decisione è stata influenza-

l’inferno, potrebbero essere più sensibili al secondo rischio. Io lo sono». Non c’è dubbio che ci siano cose che Hillary Clinton avrebbe fatto diversamente se fosse stata alla Casa Bianca nel 2003: è possibile che alla fine non avrebbe optato per la guerra, ma non vi era nulla nella sua concezione di politica estera che le precludesse di farlo. La stessa amministrazione Clinton aveva usato la forza in molte occasioni, in Somalia, Sudan, Haiti, Bosnia, Kosovo e naturalmente Iraq, anche senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite; aveva bombardato e lanciato missili in Iraq nonostante le forti proteste della Francia e di altri alleati, e lo aveva fatto in base alle stesse prove sul programma militare di Saddam che l’amministrazio-

Dwight Eisenhower, presidente dal 1953 al 1961; soldati statunitensi impegnati nella guerra in Vietnam; Il segretario di Stato Robert McNamara


il saggio

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Il presidente Harry Truman; un marine a Mogadiscio nel 1993; Lyndon Johnson. Sotto, la bandiera americana sul volto della statua di Saddam a Baghdad

ne Bush aveva usato per giustificare la sua guerra. Di certo non vi era nulla nella visione globale dell’amministrazione Clinton che potesse impedirle di dichiarare guerra all’Iraq nel 2003, anzi, vi erano molte ragioni a favore, e questo è il motivo per cui quasi tutti gli ex ufficiali dell’era Clinton e molti democratici, dentro e fuori il Congresso, l’approvarono. Solo quando la guerra cominciò ad andare male, così come nel 1898, 1917, 1941 e 1965, gli americani si accorsero di essere stati ingannati e trascinati nel conflitto. La storia giudicherà se la decisione di invadere l’Iraq sia stata un errore o no, ma se lo fu, di quale errore si trattò? Di giudizio, di calcolo o di dottrina, e, in caso, di quale dottrina? Ci potrà essere un dibattito a riguardo, ma è pretestuoso pensare di avviarlo adesso. I critici della guerra all’Iraq fanno spesso paragoni con quella del Vietnam, ma vi era qualcosa di più importante e forse più onesto nel dibattito sul Vietnam degli anni Sessanta e Settanta. Quando David Halberstam e altri della sua generazione si opposero alla guerra, le loro obiezioni andarono oltre le personalità individuali, i trucchi e le menzogne. Il problema non era McNamara, Rush, il mal consigliato comando americano o i politici disonesti; il «vero problema», scrisse Halberstam, era più semplice. Era «il fallimento dell’esame dei presupposti storici del periodo», l’ampio, condiviso presupposto circa la natura della minaccia comunista, degli interessi americani in un luogo lontano come il Vietnam, e - soprattutto - del ruolo dell’America nel mondo. Era tutta l’idea, che poggiava sulla dottrina Truman del contenimento, di un «chiaro destino degli Stati Uniti nel mondo», la convinzione che gli Usa detenessero una verità trascendente di cui erano i migliori e unici difensori. Acheson, Truman e l’intero corpo dirigente postbellico vedevano il mondo in termini di bene e male, pensavano che «la grande minaccia globale fosse il comunismo» e che il ruolo degli Stati Uniti fosse quello di resi-

stere. Lo stesso Halberstam aveva creduto in questo, ma quando cambiò idea e si oppose alla guerra, dichiarò di abbandonare anche la visione del mondo che aveva prodotto quegli orientamenti. Così gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica gli sembrarono «semplicemente due potenze contrapposte in lotta per raggiungere il loro equilibrio», ognuna con uguale e ugualmente assurda visione messianica. Oggi un vero dibattito sulle visioni di politica estera non si limiterebbe ad osservare un neoconservatorismo fittizio, ma ciò che rimane della visione mondiale dominante che Halbertam e la sua generazione hanno criticato. Tale visione ha i suoi attuali critici nel mondo intellettuale, come accaduto già nel passato - da Chomsky a Buchanan a John Mearsheimer - ma nel mondo politico quelli che anche lontanamente criticano questo approccio, come Ron Paul, Ralph Nader o Dennis Kucinich, per esempio, hanno vita difficile. Come in quasi tutte le elezioni presidenziali del secolo passato, anche quest’anno gli elettori

senhower, principalmente perché non mandò truppe in Vietnam a combattere, ma queste virtù sono per la maggior parte sfuggite ai contemporanei, che si domandano se una politica estera basata sulla minaccia nucleare (come fece Eisenhower in più di un’occasione), o sui colpi di stato progettati dalla Cia (come in Iran e Guatemala), fosse davvero così brillante. Ovviamente lo stesso Lind, profondamente confuso, scrisse un libro sostenendo che quella del Vietnam, benché fosse stata un disastro, era La Guerra Necessaria. In realtà l’approccio fortemente idealistico, e a volte militaristico, degli americani in politica estera ha prodotto risultati di importanza storica come la sconfitta del nazismo, dell’imperialismo giapponese e del comunismo sovietico, così come anche alcuni fallimenti e disillusioni, ma non si può dire che i successi fossero il prodotto di un’America buona e i fallimenti di una cattiva. Erano il prodotto della stessa America. I successi e i fallimenti non furono dovuti a innocenza o purezza di inten-

LA FIDUCIA NEL CAMBIAMENTO In politica estera non si possono attribuire i successi a un’America buona e i fallimenti a una cattiva. Sono il prodotto di una stessa America

americani sceglieranno tra due versioni della stessa visione del mondo. C’è qualcosa di problematico in questa filosofia, ma c’è anche molto di cui essere orgogliosi. La gente, comprensibilmente, vuole una concezione di politica estera che produca solo i risultati voluti ed eviti gli errori, ma, sfortunatamente, non esiste. Una dottrina che avesse precluso la guerra in Iraq avrebbe fatto altrettanto con la guerra in Kosovo, così come una strategia che avesse evitato all’America la guerra del Vietnam non avrebbe potuto essere vincente nella Guerra Fredda. Oggi alcuni che si autoprofessano realisti, come Michael Lind, celebrano le virtù di Dwight D. Ei-

ti, o al rispetto di un ideale immaginario di comportamento nel mondo, ma alle vere qualità che spesso rendono gli americani fastidiosi: la loro volontà di accumulare e usare il potere, l’ambizione e il senso dell’onore, la dedizione nella difesa sia degli interessi che dei principi, l’insoddisfazione per lo status quo e la fede nella possibilità di cambiare. Siamo veramente interessati ad abbandonare tutto questo? 3. Fine Le due precedenti parti del saggio di Robert Kagan sono state pubblicate nei giorni di mercoledì 6 e giovedì 7 agosto


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog IMMAGINI DAL MONDO

LA DOMANDA DEL GIORNO

Pechino: gli atleti azzurri devono disertare i Giochi? È GIUSTO BOICOTTARE QUESTE OLIMPIADI, MA LO SPORT NON DEVE SOSTITUIRE LA POLITICA «Perché si chiede allo sport di sostituirsi alla politica?». È la domanda-riflessione, che condivido appieno, che ha posto Gianni Petrucci, presidente del Coni, alla conferenza stampa alla vigilia dell’apertura dei Giochi dopo la cerimonia dell’alzabandiera italiana al villaggio olimpico. Antonio Rossi e gli altri azzurri hanno ricevuto il tricolore dal presidente della Repubblica Napolitano: è per loro e per noi un dovere farlo sfilare nella cerimonia d’apertura, ha aggiunto Petrucci. «Perché non si chiede agli industriali di non investire in Cina? Il Coni è stato il primo a dirsi contrario al boicottaggio e a dire ai nostri atleti di non boicottare. Ma gli azzurri hanno la libertà di esprimere il proprio pensiero, tenendo conto che quando si va a un’Olimpiade ci sono regole Cio da rispettare». E’ proprio questo il punto: trovo sia estremamente giusto boicottare queste particolari Olimpiadi, penso sia doveroso e sacrosanto, per dirla come il ministro della Gioventù Meloni, «dare un segnale forte» e non andare all’inaugurazione, oggi, dei Giochi di Pechino 2008. Ma francamente è assurdo che siano proprio i politici ad affermarlo quando invece dovrebbero essere lo-

LA DOMANDA DI DOMANI

Guarderete le Olimpiadi alla tv oppure le «boicotterete»?

Rispondete con una email a lettere@liberal.it

ro i primi a dare questo «segnale forte». Non certamente gli atleti azzurri. Forse la politica si è accorta del grande imbarazzo in cui si trova?

Marco Valensise - Milano

LA MORALE NON FA DIFFERENZA DI RUOLI: NON ADDITARE IL MALE È IN PARTE PERMETTERLO Nella vita la questione più alta è quella morale. Dalla quale non se ne esce adducendo la differenza dei ruoli: atleti, politici, intellettuali, artisti, imprenditori poco importa. Non additare il male è in parte permetterlo. La viltà è solo una faccia di questa grande medaglia che è la storia: quella che, a causa del tempo che la lucida anno dopo anno, splende di più agli occhi dei posteri. Tuttavia, fare parte di un governo il cui presidente non ha mai lesinato strette di mano e ratifiche di trattati al tiranno - come del resto pure il suo predecessore - e chiedere poi ai fioretti di non incrociarsi per un giorno, quello meno bellicoso, mi pare quanto meno paradossale. Passato il tempo dell’onorabilità, in politica sta passando pure quello dell’accortezza.

Antonio Giovanni Pesce - Catania

IL MINISTRO DELLA GIOVENTÙ GIORGIA MELONI HA RAGIONE, LA SUA FRASE È STATA ”MANIPOLATA” E’ vero, gli atleti non devono entrare in polemiche che invadono la politica: lo sport è trasversale. Perché allora alcuni sportivi, da Pechino, rilasciano dichiarazioni che hanno giudizi politici? Perche si lasciano influenzare da chi, di un Ministro, riporta particolari detti nel contesto di frasi più articolate? La frase del ministro della Gioventù Giorgia Meloni era: «Chiedo agli atleti azzurri e a tutti gli italiani che andranno in Cina, ancora di più ai tifosi, di fare un qualunque gesto e di dire la loro». Perché è stata commentata da alcuni atleti ( Baldini) e riportata a caratteri cubitali dall’Unità con la frase «Fermare gli atleti e continuare ad avere rapporti commerciali con la Cina non mi è mai sembrata la soluzione migliore»? Una medaglia d’oro nello sport è il massimo, ma non autorizza a capire fischi per fiaschi! Grazie per l’attenzione e buon lavoro.

VENDOLA E L’UDC In una recente intervista, il governatore della Puglia Nichi Vendola conferma le porte aperte nel dialogo con il Pd mentre contemporaneamente Latorre del Pd lancia un invito a Vendola ad allargare la maggioranza ai centristi dell’Udc. Angelo Sanza, chiamato in causa, ribadisce che la politica dell’Udc è stata da sempre alternativa a quella della sinistra. Questi tentativi di “apertura” sono il segnale che qualcosa è cambiato dopo il congresso di Chianciano. In effetti credo che lo stesso Vendola non si aspettasse una sconfitta, ritenendo (sbagliando) che la maggioranza degli iscritti al “suo” partito avesse voglia di una svolta nella sua politica in quanto quella prodotta fino ad allora era semplicemente stata fallimentare, e tutto ciò era abbastanza chiaro dopo le ultime elezioni al Parlamento. Ma, inaspettatamente, volano accuse di tradimento all’indirizzo dell’onorevole pugliese, mentre si annuncia la vittoria di Paolo Ferrero. Ha vinto, pertanto, la volontà di essere comunisti a oltranza,

VENA DI SANGUE In lingua Mapuche, «Llaima», così si chiama il vulcano in foto, significa «vene di sangue». E in effetti la lingua incandescente può ricordare una ferita aperta. Alto oltre 3000 metri a quasi 700 chilometri di Santiago del Cile, erutta spesso, ma con moderata intensità

LO STATO E L’IGNORANZA A firma della solita Maria Novella Oppo, trovo sull’Unità: «Partecipavano (a Porta a Porta) tra gli altri Alessandra Mussolini, in rappresentanza del nonno dittatore sanguinario...». Mi domando se sia credibile la firma, la frase o l’intero quotidiano. Se per Mussolini si adopera la parola «sanguinario», per Stalin, Lenin, Breznev,Tito, Mao, Pol Pot, Kim il Sung, Castro, Honecker quali aggettivi sono riservati? La Oppo ha come riferimenti solo Mussolini, Berlusconi e Gasparri? Di Mussolini non me ne importa niente, ma difendo gli anni dedicati allo studio, ai libri, ad acculturarmi, perché, se non lo sa, informo la Oppo che leggiamo anche noi non di sinistra: Mussolini sanguinario è una forzatura come dire che Togliatti, per le ma-

dai circoli liberal L. C. Guerrieri - Teramo

senza vincoli né condizioni, come se la storia si fosse fermata, come se il muro di Berlino non fosse mai caduto. Eppure vale la pena di ricordare che dopo la dittatura sovietica nata nel 1917, si registrarono eventi che gli stessi comunisti italiani valutarono per ciò che erano e ne presero le distanze e alcuni di essi uscirono dal partito Comunista. Ricordiamo l’invasione dell’Ungheria e la sua rivolta del 1956, la Primavera di Praga del 1968 ed infine il crollo della potenza sovietica e del muro di Berlino. Eppure riconosco nel leader pugliese una energia diversa da quella un po’ stantìa e datata del suo antagonista vincitore e allora è inevitabile prendere atto che Rifondazione si pone come un partito di “separati in casa”. Nel frattempo bisogna prepararsi alle elezioni e la ri-candidatura di Vendola sembra scontata, poi ci sono le imminenti scadenze europee: quali politiche saranno adottate dal partito di estrema sinistra? Per il momento ciò che possiamo dire in tutta serenità è che l’Udc è dalla parte di coloro che hanno sempre sostenuto i valori cattolici

lefatte sue in Russia.... Se poi quel quotidiano e di conseguenza lo stipendio della Oppo, attingessero anche ai contributi dello Stato, mi potrei innervosire. Beh, se lo Stato comincia a pagare e finanziare l’ignoranza... i fondi son belli che finiti!

Paolino Di Licheppo

È SBAGLIATO ARMARE I VIGILI Sarà armata la polizia urbana di Roma. Lo ha annunciato due giorni fa il sindaco capitolino Gianni Alemanno. «Dopo 35 anni - ha detto - la polizia municipale di Roma torna ad avere un armamento per garantire l’autodifesa e la difesa dei cittadini». I seimila vigili romani potranno quindi avere delle pistole. Ma siamo proprio così sicuri che sia una cosa giusta?

Gaia Miani - Roma

liberali. Poi per quanto riguarda le alleanze, è forse presto per definirle. Nel recente congresso di Todi e in alcune interviste rilasciate dai maggiori rappresentanti dell’Udc si registra la volontà, in chiave elettorale, di valutare singolarmente le diverse realtà locali. Bene, in Puglia, sarà interessante seguire l’evoluzione degli accordi poiché il peso dell’Udc non è affatto trascurabile. Francesco Facchini CIRCOLO LIBERAL LEVANTE BARI

ATTIVAZIONI Il coordinamento regionale della Campania ha attivato un numero verde per aderire ai circoli liberal del territorio 800.91.05.29


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog L’amico più grande che tutti vorrebbero avere Carissimo Simenon, non c’è dubbio che ho un forte «complesso» nei vostri riguardi se la sola idea che forse a dicembre verrete a Roma e possiamo stare insieme e chiacchierare un po’ mi fa sentire un ragazzetto emozionato fin da adesso. E’ la verità che il vostro talento senza limiti e la vostra sovrumana possibilità di disciplina nel lavoro creano soggezione e meraviglia; bisogna pensare alle vostre qualità umane per ristabilire un rapporto di equilibrio ed ecco che allora uno scopre di volervi bene, anzi, soprattutto questo, e diventate una presenza famigliare, l’amico più grande che tutti vorrebbero avere, un compagno di lavoro e di vita, un punto di riferimento che non delude mai e dà forza. Vi aspetto, caro amico, quando vorrete. Permettetemi di abbracciarvi, caro Simenon, con affetto e gratitudine per la gioia nuova che mi avete procurato. A presto, vostro Federico Fellini a Georges Simenon

L’ITALIA CRESCERÀ, CON O SENZA TREMONTI Il periodo economico non è facile e chiama la sensibilità degli economisti. Ma in Italia siamo in una botte di ferro, e crediamo che ormai non ci sia chi possa mettere in discussione quest’affermazione. Non siamo abbandonati, non c’è proprio da essere pessimisti. La sensibilità, il sentire l’economia e il farla fruttificare è proprio quanto ai nostri politici non difetta. Non abbiamo forse al governo, come ministro dell’Economia, il professor Giulio Tremonti, e all’opposizione, come ministri e controllori ombra, quei puri liberisti e turbocapitalisti di Pier Luigi Bersani, Bruno Tabacci, Stefano Fassina e Giacomo Vaciago? Ossia se non ci riuscirà il ministro a far crescere l’Italia, ci riusciranno i noti e stimati liberisti all’opposizione. Dov’è il problema? Grato dell’attenzione. Distinti saluti.

Pierpaolo Vezzani Correggio (Re)

IL GOVERNO NON VA AVANTI SE DÀ RETTA ALL’OPPOSIZIONE Militari sì, militari no, impronte sì, impronte no, espulsione, accoglienza, ecc. Vorrei sapere: ma

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

8 agosto

questo governo, sostenuto dalla maggioranza degli italiani, può andare avanti ed attuare il programma elettorale (con annessi e connessi) o deve ogni volta avere il ”beneplacito” dell’opposizione? Insisto sul fatto che Berlusconi and Company debbano badare ad avere il nostro beneplacito, di noi suoi elettori. Ci mancherebbe altro adesso che il programma del Popolo della Libertà debba passare attraverso l’approvazione di Walter Veltroni e Compagnia, oppure di Antonio Di Pietro, Pier Ferdinando Casini. Il Partito democratico e le sinistre non hanno avuto la possibilità di governare: ci sarà un motivo, se hanno perso oppure siamo diventati tutti matti? E’chiaro, anzi: palese ed evidente, che l’opposizione non sia d’accordo ai provvedimenti dei prossimi cinque anni e con questo? Altrimenti diranno che le cose buone le hanno volute loro e via discorrendo, come fanno solitamente. Grazie per l’attenzione e buon lavoro.

Lettera firmata

1786 Il Monte Bianco viene scalato per la prima volta da Michael Gabriel Paccard e Jacques Balmat 1848 La città di Bologna caccia, dopo una rivolta popolare, gli Austriaci, che si ritirano a nord del fiume Po 1929 Il dirigibile tedesco LZ 127 Graf Zeppelin inizia un volo in cui compirà il giro del mondo 1945 Lo Statuto delle Nazioni Unite viene ratificato dagli Stati Uniti, che diventano la prima nazione a entrare nella nuova organizzazione internazionale 1956 In Belgio, nella città di Marcinelle, scoppia un incendio nella miniera di carbone. Moriranno 262 lavoratori di 12 nazionalità diverse (136 sono italiani) 1967 Viene fondata l’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico 1974 Scandalo Watergate: il presidente statunitense Richard Nixon annuncia il suo abbandono 2000 Il sottomarino confederato H.L. Hunley viene riportato in superficie dopo 136 anni passati sul fondale marino

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Giancristiano Desiderio,

PUNTURE Berlusconi ancora a Napoli. Questa volta per una passeggiata a via Chiaia e poi una pizza con militari e 200 persone. Poi porterà personalmente i sacchetti della spazzatura nei cassonetti.

Giancristiano Desiderio

Il mondo è come il manicomio: nessuno è stato ancora capace di trovare il direttore SILVIO FIORAVANTI

Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Rossella Fabiani, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

il meglio di DEL TURCO ANCORA IN CARCERE, ANCHE SE NESSUNO LO RICORDA Da tre settimane Ottaviano Del Turco è rinchiuso nella Casa di reclusione (così si chiama il carcere di massima sicurezza) di Sulmona. (...) Le condizioni non sono certo confortevoli. La cella misura tre metri per due; vi è uno stanzino aperto con i servizi igienici, in alto sull’ingresso un piccolo schermo televisivo, poi una mensolina appoggiata al muro dove – immagino – il detenuto consumi i pasti. Il letto sembra quello di un bambino quando dismette la culla ed è assolutamente sproporzionato per le dimensioni di un omone come Ottaviano. Ciononostante Del Turco è trattato con rispetto dal personale di custodia (...), tanto da chiedere di non prestarsi al luogo comune del ”carcere maledetto o dei suicidi”.(...) Del caso Del Turco non si parla più. I pm lo hanno tenuto in isolamento per alcuni giorni, mentre davano libero sfogo ad un’intensa campagna mediatica con l’obiettivo di demolirne l’immagine pubblica; poi sulla vicenda è calato il silenzio. Il gip ha respinto la richiesta di scarcerazione precisando che la detenzione si protrarrà almeno fino al 14 agosto. Sembra evidente che gli inquirenti non hanno trovato elementi sufficienti a sostenere le incriminazioni e che lo tengono in carcere (usando le tecniche dei primi anni novanta del pool di Milano) con la speranza che crolli e ”confessi”. Del Turco ha 65 anni, soffre di diabete. Ma prima ancora delle condizioni fisiche sono quelle psicologiche e morali a pesare. Ottaviano è stato un’importante sindacalista, poi a lungo deputato e senatore, ministro, parlamentare europeo, prima di essere eletto governatore dell’Abruzzo. Chiunque lo abbia conosciuto non riesce a cre-

dere che possa aver compiuto gli atti di cui lo si accusa. Tutto lascia credere che si tratti di un nuovo caso Tortora, di un’inchiesta che si tiene in piedi soltanto grazie alle clamorose inconsistenze ed assurdità di cui è pervasa. In tale contesto, è insopportabile per gli amici e per quanti lo conobbero e continuano a stimarlo, non credendo alla sua colpevolezza, che il Pd lo abbia completamente abbandonato. A Del Turco sono state rivolte soltanto espressioni di solidarietà sul piano umano da parte di alcuni esponenti del suo partito, nello stesso momento in cui Antonio Di Pietro definiva sprezzantemente ”pizzini” tali espressioni. Eppure negli stessi giorni in cui l’ex governatore consumava la sua tragedia la Camera rivolgeva (giustamente) una vera e propria ovazione a Piero Fassino chiamato in causa nell’affare Telecom (altra vicenda assurda). Non a caso l’Unità, dopo l’arresto, non si era fatta scrupolo di definire come ”socialista” Ottaviano Del Turco. Anche in questo caso il Pd conferma di essere un partito eterodiretto dai pm, nonché prigioniero di una base largamente forcaiola. Basterebbe leggere le mail grondanti di odio e di insulti che il sottoscritto riceve da quando ha deciso di difendere l’onore di un caro amico. Nella ormai lunga vita chi scrive ha avuto due grandi amici. Uno, Marco Biagi, lo hanno ammazzato le Brigate rosse. L’altro, Ottaviano Del Turco, lo hanno disonorato (per un uomo politico l’onore è tutto) alla fine di una brillante carriera al servizio dei lavoratori e delle Istituzioni. A volte mi chiedo se non ci sia un filo rosso tra queste vicende apparentemente diverse.

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PAGINAVENTIQUATTRO Un business, 40 miliardi di dollari, che è ormai la prima fonte di reddito del Paese

La guerra al narcotraffico passa per il di Maurizio Stefanini ono stati 2700 i morti nel corso del 2007. Oltre 2600 dall’inizio del 2008. 6mila negli ultimi tre anni. Più di 500 poliziotti uccisi. Utilizzando le tecniche più feroci: uomini bruciati vivi, decapitazioni. Cadaveri mutilati con i macabri messaggi di una delinquenza che si è inventato perfino un macabro culto di Santa Muerte: scheletrino vestito di nero nella venerata posa della Vergine di Guadalupe, cui sicari e boss offrono pistole come ex voto. Sono oltre 2mila le armi che entrano ogni anno di contrabbando dagli Stati Uniti. Di almeno 62mila, dal 1996, si è ricostruito il percorso: kalashnikov, colt, fucili da cecchino, carabine M4, perfino lanciagranate rubati all’esercito Usa.

S

Il business è ormai arrivato a 40 miliardi di dollari l’anno, superando persino i 39 miliardi del petrolio, prima fonte di reddito per il governo messicano. Senza dimenticare le 55 tonnellate di cocaina e le 2800 di marijuana sequestrate l’anno scorso, prima che a luglio la marina intercettasse un sottomarino con 5,8 tonnellate di cocaina. Punta dell’iceberg del fiume di droga che nei mezzi subacquei ha l’ultimo ritrovato di un barocco armamentario variante dai crocefissi in gesso e cocaina agli aerei. 25mila sono invece i soldati che Calderón, dall’11 dicembre del 2006 data del suo insediamento, ha spedito nelle aree a maggior concentrazione mafiosa. Il presidente non si fida più dei poliziotti: spesso corrotti; di frequente intimiditi in base alla logica del plata o plomo, «soldi o piombo». Ovvero, o prendi le mazzette, o muori… C’è il miliardo e 600 milioni di dollari che il Congresso Usa ha stanziato contro i narcos in America Centrale, la cosidetta Iniziativa di Mérida, con l’intervento diretto di Bush per convincere i più riluttanti tra rappresentanti e senatori, che era in ballo la sicurezza degli Stati Uniti. E ci sono i sondaggi. Oltre metà dei messicani ritiene che in questo momento «i cartelli dei narcos stiano vincendo la guerra messicana alla droga contro il presidente Calderón». La Mexican Drug War. Per Wikipedia tra i peggiori conflitti in corso nel mondo, insieme alle guerre in Iraq e Afghanistan. In questo quadro, i due principali «zar antidroga» messicani hanno dato le dimissioni. Uno dopo l’altro, in meno di una settimana. Il 3 agosto vi erano state le dimissioni dalla Procuraduría General de la República, di José Luis Santiago Vasconcelos. Venti anni di attività e diversi attentati contro. Era stato lui, da viceprocuratore giuridico addetto agli affari internazionali, ad autorizzare in due anni l’estradi-

MESSICO zione di oltre un centinaio di delinquenti.Tra di loro il capo del cartello del Golfo, Osiel Cárdenas, e il suo omologo alla testa del cartello di Sinaloa, Héctor El Güero Palma. Ufficialmente un ritiro nell’ambito, «della ristrutturazione che il presidente Calderón ha autorizzato a fare al procuratore generale Eduardo Medina Mora», per permettere a Vasconcelos di «iniziare nuovi progetti personali e professionali». Ma, rinunciando alla Subprocuraduría de Inve-

Perù e Bolivia, e portarla in Colombia, trasformarla in cocaina e smerciarla negli Usa. Una sorta di «empia alleanza» tra governo colombiano, autorità Usa e cartello di Cali, fece fuori la cosca di Medellín. In un intervallo temporale che va dall’uccisione nel 1989 di Gonzalo Rodríguez Gacha a quella nel 1993 di Pablo Escobar. Carlos Lehder è finito in carcere. I tre fratelli Ochoa invece hanno trattato la resa con un salvacondotto che ne ha permesso la fuga. Per il cartello di Cali, un bottino niente male. L’80% del business criminale passava nelle sue grinfie. Era il momento dello scandalo dei finanziamenti alla campagna elettorale di Ernesto Samper, presidente di Bogotà nel 1994. Col Paese messo sotto accusa da Washington, Samper è stato costretto a scegliere le maniere forti. Nel 1995 i fratelli Rodríguez Orejuela finiscono dentro. È il momento della svolta. Ma la riduzione degli aiuti militari Usa, rappresaglia per lo scandalo Samper, permette lo spettacolare ritorno della guerriglia. Le Farc individuano nei narcotici un formidabile strumento di autofinanziamento. La Colombia passa così da Paese di transito a produttore. Il ruolo di intermediazione si trasferisce ai cartelli messicani. Tijuana, Golfo, Sinaloa, Juárez. Nel contempo la coca peruviana e boliviana inizia la nuova rotta verso l’Europa poggiandosi ai nuovi cartelli brasiliani e nigeriani. I due flussi tendono a fondersi nei traffici droga-armi iniziati tra Farc e cartelli brasiliani, nella rotta verso gli Usa tramite Venezuela-Haiti e Repubblica Dominicana, favorita dalla lite con Washington che ha portato Chávez a espellere la Dea.

Oltre 2600 morti dall’inizio del 2008. 6mila negli ultimi tre anni. Più di 500 poliziotti uccisi. Queste le cifre di quella che in Messico sta diventando una vera e propria battaglia tra eserciti contrapposti. Clan locali contro lo Stato stigación Especializada en Delincuencia Organizada, le danze degli abbandoni erano state aperte tre giorni prima da Noé Ramírez. Dimissioni accompagnate da voci di ritiro dello stesso Medina Mora. Peraltro subito smentite.

In Messico la produzione della marijuana è antica, come ricorda la popolare canzone della Cucaracha lo «scarafaggio» che «non può più camminare/ perché non ha/ marijuana da fumare». Di origine messicana è il termine oggi usato per indicare il prodotto delle infiorescenze della canapa indiana (in contrapposizione all’arabo hashish, «erba secca», per il prodotto delle foglie). Negli anni ‘80 la rotta della coca era invece principalmente quella dei grandi “cartelli” colombiani “apolitici”. Medellín e Cali, i più noti, ma anche Bogotá e la Costa. Il loro ruolo era l’intermediazione. Comprare la foglia di coca in


2008_08_08