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QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

L’attivismo del presidente francese non ben visto da tutti

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Così Sarkozy vuole salvare l’Europa: in Medio Oriente

di Ferdinando Adornato

di Enrico Singer o ha ammesso anche Carla Bruni: la dote migliore del suo Nicolas è la testardaggine. Che, tradotta in politically correct, diventa determinazione. Sarkozy lo ha dimostrato nella conquista della top model italiana come nella corsa all’Eliseo. E adesso vuole dimostrarlo anche da presidente di turno dell’Unione europea. Nonostante il siluro irlandese al Trattato di Lisbona che ha scombussolato tutti i suoi piani e che ha messo a nudo, per l’ennesima volta, la fragilità del patto tra i Ventisette. Raccontano i fedelissimi che venerdì scorso, quando il risultato del referendum in Irlanda si è fissato su 862.415 ”no” contro 752.451 ”sì”, sul volto di Sarkò è comparsa una smorfia che tradiva senza veli quel mix di delusione, rabbia e irritazione poi travasato nel gelido comunicato congiunto firmato con Angela Merkel qualche minuto dopo. «L’Europa va avanti» è la parola d’ordine di Sarkozy. E la strategia per calare dei contenuti in quello che, altrimenti, rischia di rimanere soltanto uno slogan, in fondo, è molto semplice. Nicolas il testardo vuole fare esattamente quello che aveva messo in cantiere prima del siluro irlandese. A partire dal vertice con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo già convocato per il 13 luglio, alla vigilia della festa nazionale francese del 14, come rampa di lancio dell’Unione del Mediterraneo che Sarkozy immagina interlocutore privilegiato dell’Unione europea.

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IMPROVVISAMENTE CAMBIA LA SCENA POLITICA

9 771827 881004

80618

ISSN 1827-8817

Berlusconi torna all’antico: presenta leggi ad personam e attacca i magistrati. Così di colpo si riavvelena il clima. A chi conviene?

Vecchio Silvio non fa buon brodo alle pagine 2 e 3

Dopo le elezioni amministrative

Malessere tra i soldati italiani

Sicilia, l’Udc Sicurezza: lancia un segnale le Forze Armate ad Arcore non sono uno spot

s eg ue a pa gi na 12 n el l ’i n se rt o Oc ci de n te

Oggi viene presentata la manovra

Strappo annunciato con il Pdl

Partito democratico: contrordine compagni

Il piano di Tremonti (avremo nuove tasse?)

di Alfonso Lo Sardo

di Stranamore

di Francesco Rositano

di Insider

Le elezioni amministrative in Sicilia hanno sancito un successo di tutto il centrodestra (che qui si ritrova unito) ed in particolare del partito dello scudocrociato.

Sia pure annacquato, il provvedimento che ri-porta, per l’ennesima volta, l’Esercito per le strade vede la luce. Il che non vuol dire che vedremo immediatamente soldati e fucili d’assalto in giro.

Lo strappo con il Pdl è consumato. Il segretario del Pd lo ha annunciato nei giorni scorsi e, molto probabilmente, lo ribadirà anche all’Assemblea Costituente di venerdì e sabato.

Per il momento è soltanto pretattica. Oggi il consiglio dei ministri varerà il decreto di luglio. Un leggero antipasto prima del piatto forte: il Dpef, con il quale tracciare la prossima Finanziaria.

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MERCOLEDÌ 18

GIUGNO

2008 • EURO 1,00 • ANNO XIII •

NUMERO

113 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Berlusconi old fashion: leggi ad personam e attacco ai magistrati. Cambia il clima politico: a chi conviene?

Improvvisamente, un’altra legislatura di Errico Novi

ROMA. Con comprensibile apprensione il capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro arriva al punto chiave: «Una legislatura nata con propositi costituenti rischia di assumere il carattere di una brutta legislatura». Ai democratici non fa piacere l’improvviso cambiamento di clima, se non altro perché mutare l’opposizione costruttiva in scontro aperto non è cosa semplice. Eppure adesso le cose stanno così, Veltroni parla di «tela del dialogo stracciata dal Cavaliere» e non sarà facile tornare al punto di

la del Senato. A scatenarli è la missiva del premier riferita parola per parola dal presidente Renato Schifani. Forse per la prima volta in tre lustri di conflitti sulla giustizia Berlusconi riconosce apertamente che un provvedimento servirà anche a tutelare la sua posizione giudiziaria. Annuncia il ritorno del lodo Schifani, già bocciato dalla Consulta, e spiega che c’è «una magistratura di estrema sinistra» determinata a colpirlo. È questo il passaggio che scatena il pandemonio nell’emiciclo di Palazzo Madama.

fermo di Sandro Bondi intercettato a Milano dai cronisti: nessun commento sugli emendamenti al decreto sicurezza che sospendono per un anno il processo Berlusconi-Mills, nessun riferimento alla tensione tra il governo e il Quirinale: «Mi sono dato la regola di non intervenire su argomenti che non siano di mia competenza». In guerra bisogna usare le munizioni con cautela. E serrare le fila. Così a Palazzo Grazioli si succedono incontri tra Silvio e i suoi generali, da Giulio Tremonti ai capigruppo.

provato oggi in Consiglio dei ministri. L’occasione serve a chiarire le perplessità del Capo dello Stato sulla sospensione dei processi introdotta dopo il via libera del Colle al decreto sicurezza.

A sconcertare Napolitano è però anche l’improvviso snaturamento della legislatura. La cieca determinazione del premier nel conflitto con i magistrati congela all’improvviso la prospettiva delle riforme. Non è più all’ordine del giorno il dialogo rasserenante tra Berlusconi e Veltroni. Non potrà esserlo finché la maggioranza non sarà

presentano nei confronti di Nicoletta Gandus, presidente della sezione del Tribunale di Milano che conduce il processo Berlusconi-Mills. Bisogna spostarlo, si sostiene nell’istanza, giacché il giudice avrebbe rilasciato in passato dichiarazioni che attesterebbero una «inimicizia grave» nei confronti dell’imputato. Ecco la trincea. Berlusconi ne delimita il perimetro anche nella lettera a Schifani: «Si tratta dell’ennesimo stupefacente tentativo di un sostituto milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un tribunale anch’esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria». Il presidente del Consiglio non si fa scrupolo di colle-

Il premier ricusa il giudice del processo Mills e attacca le toghe «di estrema sinistra» nel messaggio a Schifani, che il presidente del Senato legge in Aula tra le proteste furibonde dell’opposizione partenza. L’affondo di Silvio Berlusconi sulla giustizia provoca tutti i sintomi classici di una legislatura da guerriglia permanente. Innanzitutto il profluvio di interventi dell’opposizione nell’Au-

Se l’opposizione, con diverse gradazioni, torna ai toni del 2001-2006, la maggioranza scava a sua volta trincee profonde. Lo si capisce anche da piccoli segnali, come il silenzio dolce ma

Fino al redde rationem tardo pomeridiano: un lungo colloquio al Quirinale con il presidente Giorgio Napolitano, già fissato per illustrare il documento sullo sviluppo economico che sarà ap-

uscita dalla trincea.Tutto sembra ricordare i toni forzati che hanno accompagnato il precedente governo Berlusconi. Tutto, compresa la ricusazione che gli avvocati del presidente del Consiglio

gare il discorso con il sostegno del governo agli emendamenti che sospendono i processi.

La risposta di Magistratura democratica non si fa attende-

Stefano Folli: Berlusconi è interessato al dialogo, con Napolitano come con Veltroni, finché non gli costa niente

«È cambiato, ma non se sono in gioco i suoi interessi» colloquio con Stefano Folli di Francesco Capozza

ROMA. «Rispetto al 2001 Berlusconi è senz’altro più consapevole della situazione generale in cui versa il paese, però è anche l’uomo di sempre che quando deve sistemare una posizione personale non esita, di fronte a nulla e certamente non lo frena l’idea di un fantomatico dialogo con un Pd di cui, tutto sommato, mi sembra, non ha grande esigenza». Ieri lei ha scritto un editoriale molto forte sulla situazione politica che ruota attorno alla ri-proposizione del cosiddetto “lodo Schifani”, già il titolo “Il lodo Schifani come il colpo di pistola di Sarajevo” lascia pochi dubbi; siamo di nuovo di fronte ad un muro contro muro? Sì, e per motivi diversi. Da una parte c’è Berlusconi che di fronte a certi aspetti che riguardano certe vicende giudiziarie personali non ha alcuna intenzione di demordere, è evidente. È stata una visione un po’ ingenua quella di chi ha creduto che Berlusconi potesse diventare un altro perché aveva bisogno del dialogo con Veltroni.Veltroni, poi, si è trovato di fronte alla necessità di cor-

reggere una strategia che non lo portava da nessuna parte, per molti motivi, non da ultimo il fatto che deve risolvere una serie di situazioni interne al Pd non di poco conto. Il problema che a mio avviso Veltroni si deve porre è come fare l’opposizione. Non mi sembra che Berlusconi faccia da sponda a Veltroni per far evolvere il Pd nel suo ruolo d’opposizione in parlamento. Che interesse avrebbe, d’altronde, a mettere il suo competitore nella condizione di avere il consenso interno al proprio partito. Mi sembra un controsenso. Questo, devo dire, riguarda un po’ anche l’Udc; anche Casini, a dire il vero, deve trovare da solo il modo di fare opposizione. Un’opposizione propositiva, certo, ma sempre consapevole che deve saper stare in parlamento con questo ruolo. Tutto come cinque anni fa, da Apicella al conflitto con i giudici? No, assolutamente. Questa maggioranza, rispetto a quella che portò Berlusconi al governo nel 2001, sia più in grado di affrontare le sfide che la grande emergenza economica e sociale pone. Domani, per esempio,

Tremonti presenterà un piano economico e finanziario molto ambizioso rispetto al passato e ciò potrebbe anche porre delle difficoltà all’opposizione che non ha avuto mai la stessa capacità di porre sul tavolo certe riforme così importanti dal punto di vista economico. Penso anche che Berlusconi, come dicevo, di fronte a certi problemi che riguardano la sua persona, non abbia alcuna intenzione di trattare. Da questo punto di vista è, come allora, un uomo ben determinato. Forte anche di una maggioranza amplissima – seppure, per certi versi, poco coesa – non teme di affrontare certe tematiche che lo riguardano in prima persona. Veltroni – anche su pressing dei dalemiani, della Bindi e di Arturo Parisi- minaccia la chiusura del dialogo, Lei che ne pensa? Io penso che Veltroni debba capire bene che tipo di opposizione vuole fare. A mio avviso l’opposizione deve essere dura, chiara, netta. Ha ragione l’Economist quando dice: «Veltroni? Too nice». Il problema di


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Il vero Lodo Schifani va bene: a due condizioni… erlusconi non ha difficoltà ad annunciare che ci sarà una riproposizione del lodo Schifani. Autorevoli rappresentanti del Pdl al Senato confermano che sarà così. Lo scandalo non deriva da questo. Nell’idea secondo cui le più alte cariche dello Stato vanno messe al riparo da questioni giudiziarie c’è un principio di civiltà. Tutto sta a intendersi sugli effetti della norma. Se si tratta di consentire un regolare svolgimento delle proprie funzioni a chi è in carica, si può essere d’accordo, a condizione appunto che a fine mandato il processo possa riprendere, e che dunque l’imputato rinunci a nuove investiture istituzionali, che si tratti del Quirinale o di una consulenza. Altrimenti gli impegni politici diventano un’impropria tutela. L’altro presupposto è che il provvedimento sia presentato con un disegno di legge e non per decreto. La materia merita comunque un dibattito ampio e non le fozature di queste ultime ore.

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La lettera inviata da Berlusconi a Schifani è stata letta ieri in Aula dal presidente del Senato. Nel testo si conferma il sostegno agli emendamenti al decreto sicurezza che sospendono i processi re: «È una ferita irreparabile: non è bastato il ricorso alla legge ad personam, come in passato, stavolta l’interesse personale impone addirittura un provvedimento generale, iniquo, irragionevole, che sospende tra gli altri anche il processo

«È il Cavaliere a bloccare il dialogo», dice Veltroni: torna il clima del 2001-2006. Lungo colloquio al Quirinale tra il premier e Napolitano

per i fatti di Bolzaneto». Non fa sconti il Csm, che apre una pratica a tutela dei giudici di Milano. Antonio Di Pietro non incontra difficoltà nel sottrarre a Pd e Udc il primato di opposizione ultragiustizialista: «Quella di Berlusconi è una strategia criminale». Pier Ferdinando Casini invita di nuovo il governo a «riflettere e ritirare certi provvedimenti, queste ultime iniziative sono dissenna-

Veltroni è che non può, d’altra parte, cadere nel“dipietrismo”, cioè definire un’opposizione che sia diversa da quella di Di Pietro. Dev’essere un’opposizione liberale. Se tutto questo farà in modo che il dialogo possa riprendere un domani non saprei, anche se sono un po’ scettico. A mio avviso fino alle Europee del 2009 c’è poco spazio per un dialogo realistico. Forse dopo… Chi ha avuto modo di sentire in privato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo descrive come fortemente irritato. «Non è più il decreto che ho firmato io!» avrebbe detto a Gianni Letta. E’ già finita la luna di miele tra Palazzo Chigi e il Colle? Vale un po’ lo stesso discorso che ho

te». E Veltroni spiega che «a questo punto il dialogo salta, non per scelta ideologica del Pd ma per volontà della maggioranza. Fidarsi di Berlusconi? È lui che preferisce lo scontro». Lo scenario è improvvisa-

mente riallineato a quello delle due precedenti legislature.

Non se ne esce con l’ennesima retromarcia, a questo punto. Peseranno i rilievi mossi da Napolitano, ma dopo l’inedita esposizione di Berlusconi a sostegno degli emendamenti la maggioranza sembra condannata a tenere il punto. E l’improvviso deragliamento rischia di provocare una paralisi. Perché lo scontro sulla giustizia sottrae fatalmente tempi ed energie sia alle riforme istituzionali che agli interventi

fatto in precedenza per il rapporto tra Veltroni e Berlusconi. Finchè il dialogo non costa nulla a Berlusconi, lui è disposto a portarlo avanti, quando si tratta, poi, di tener conto del punto di vista dell’interlocutore, allora Berlusconi diventa molto più difficile da gestire. E’ evidente che Napolitano si è trovato in una situazione di imbarazzo, di grande imbarazzo. Effettivamente la maggioranza ha presentato in parlamento un decreto differente rispetto a quello firmato dal Capo dello stato, ma questo non mi stupisce da parte di Berlusconi. Il fatto che abbia cercato, e forse trovato, un dialogo di cortesia istituzionale con il Presidente della Repubblica, non fa sì che Berlusconi accetti di venir meno a quella tutela personale su cui non transige. Secondo Berlusconi contro di lui ci sarebbero le solite toghe di sinistra,“ non intendo governare sotto ricatto dei giudici”. È persecuzione o paranoia? Certamente Berlusconi è stato sottoposto ad un’infinita serie di inchieste giudiziarie come nessun altro italiano probabilmente. Questo è vero. Ed è anche vero che alcune di queste inchieste danno un po’ il senso di una vessazione. Io però penso che gli italiani vorrebbero un po’ voltare pagina rispetto a questo. Vor-

più o meno condivisi per lo sviluppo. Lo si capisce dallo scontro anche procedurale registrato ieri al Senato, dove l’opposizione ha contestato Schifani e ha provato inutilmente a bloccare il passaggio all’esame degli articoli. Nessun indizio spinge a credere che il governo corra rischi di tenuta: anche la Lega difende la sospensione dei processi. Ma come dice un senatore Idv a Palazzo Madama «si può governare o sgovernare per cinque anni, eppure ormai c’è una pietra tombale sul dialogo».

rebbero vedere, in questa legislatura, un film diverso rispetto al passato. Riproporgli tale e quale l’eterna querelle sulle vicende giudiziarie del Presidente del Consiglio credo che non interessi molto agli italiani. Poi, può anche darsi che abbiano ragione i sondaggi: che i cittadini hanno fiducia in questo governo perché sotto molti aspetti, specie quelli economici, si sta muovendo bene e che il capitolo giudiziario personale del premier sia per loro cosa secondaria. Berselli su Il Giornale scrive“Salva premier? Ma se per lui non cambia nulla!”è d’accordo? No, non sono pienamente d’accordo. Queste norme sono fatte per sospendere dei processi in corso. Io, tuttavia, penso che sia giusto che le cinque più alte cariche dello stato (dal premier ai presidenti di Camera e Senato, dal Capo dello stato al presidente della Consulta) siano protette dall’accanimento giudiziario. Non credo che sia opportuno che ci sia una fibrillazione istituzionale causata da un procedimento nei confronti di una di queste cinque personalità. A mio avviso, però, questa tutela andava fatta tramite una legge ad hoc, magari con una riforma costituzionale. È sbagliato ed inopportuno, immetterla nel sistema legislativo con un decreto del governo. Secondo Lei ci sarà di nuovo la“mossa del gambero”, ovvero, il governo tornerà ancora una volta sui suoi passi? Non credo francamente. Perché dovrebbe?


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politica

I Democratici abbandonano la strategia del dialogo con il Pdl. All’assemblea di venerdì emergerà una linea più intransigente

Contrordine compagni di Francesco Rositano

o strappo con il Pdl è consumato. Il segretario del Pd lo ha annunciato ieri e, molto probabilmente, lo ribadirà anche all’Assemblea Costituente di venerdì e sabato. Certamente questa sarà un’occasione per elaborare una riflessione seria su quello che sta accadendo, dopo la netta sconfitta alle elezioni provinciali in Sicilia e dopo le tensioni all’interno del Partito per una linea troppo morbida verso la maggioranza. Una preoccupazione, quest’ultima, incarnata soprattutto dai prodiani e ribadita dall’ex ministro della Difesa, Antonio Parisi, che recentemente non solo si è scagliato con la miriade di correnti che attraversano il Pd («sembriamo i Balcani»), ma dopo la sconfitta siciliana ha invitato i vertici ad una attenta riflessione sul futuro di una forza politica che rischia comunque di perdere colpi. Senza trascurare la presa di posizione dei cattolici che militano nel nuovo soggetto politico, in-

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carnando il ruolo di «guardiani» dei cosiddetti valori non negoziabili. Certamente, se dalla Costituente emergerà una linea politica più intransigente verso la maggioranza sarà anche l’effetto della posizione del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sul cambiamento delle norme che riguardano l’assetto dei processi giudiziari. Che il dialogo sia cessato lo ha ribadito ieri lo stesso Veltroni, affermando chiaramente: «Basta. Berlusconi ha scelto lo scontro».

Giorgio Tonini, senatore del Pd e attento osservatore della vita del suo partito, non ha dubbi nel dire che è colpa del presidente del

«Se noi confrontiamo la lettera che Berlusconi ha inviato al presidente del Senato con le dichiarazioni programmatiche, mi sembrano due persone duverse. Uno sembra il Berlusconi che volva aprire un nuovo corso nella politica italiana, che ragionava in termine di interesse generale del Paese e su quello chiamava l’opposizione ad un confronto. Invece, questa lettera che è arrivata oggi mi sembra presa interamente dalla XIV Legislatura. Sembra di avere a che afare con una specie di dottor Dottor Jackyl e Mister Hyde. Ma è chiaro che non sono compatibili e che questa seconda faccia gettta un’ombra di

Luigi Nicolais: «La sconfitta in Sicilia ci deve far pensare. Ma siamo un soggetto giovane, abbiamo bisogno di tempo. Il dialogo con il governo? Hanno pensato a sé e non al Paese. E noi andiamo per un’altra strada». Consiglio se il dialogo con la maggioranza ha subito una brusca battuta d’arresto.

inattendibilità sulla prima. Dopodiché il Pd ha preso atto con rammarico di questo cambiamento. L’idea che noi abbiamo del dialogo non è un dialogo tra forze politiche, ma un dialogo istituzionale per il bene del Paese».

Che il dialogo non sia obbligatorio lo sostiene anche l’onorevole Paola Binetti, da sempre in prima linea nel difendere i valori cattolici all’interno del Pd, che afferma: «Non è che il dialogo lo abbia prescritto il dottore. Laddove rintracciamo l’avvio di un circolo virtuoso per il Paese non abbiamo alcun indugio a confrontarci con la Maggioranza. Ma per il resto andremo dritti per la nostra strada». Una strada che per la stessa Binetti non è priva d’ostacoli. «Ci sono molti nodi, molte tensioni da sciogliere. Quello che a noi cattolici ci sta a cuore è certamente la collocazione dei cattolici nel nuovo partito. Insomma, alla fine questo deve diventare casa nostra. Anche perché non abbiamo l’intenzione di rompere la nostra alleanza con questo soggetto politico. Siamo convinti, infatti, che i cattolici in un sistema bipolare come quello attuale, devono stare sia a destra che a sinistra. E che in

In alto il segretario del Partito democratico, Walter Veltroni. In basso a sinistra, l’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema. In basso a destra il sociologo Luca Ricolfi

entrambe le parti hanno molto da fare. Ecco la nostra sfida: vogliamo rendere trasparente a tutti che il Pd non sarà l’ennesima evoluzione (Pci, Pds, Ds). E ci riuscirà solo se sarà capace di assumere profondamente e dall’interno la sua anima cattolica. I cattolici del Pd sognano una grande operazione capace di coinvolgere tutto il cosiddetto Terzo settore. E di essere realmente una forza che sia in grado di rispondere alle emergenze della società». Per Enrico Morando - senatore del Pd e coordinatore del governo ombra del partito - non c’è assolutamente un’idea di cambiare rotta. «Non credo che nel Pd ci sia assolutamente una contestazione della linea di Veltroni. Purtroppo afferma - se il dialogo si è fermato non è colpa nostra. Ma di Berlusconi che evidentemente ha dimostrato di tenere più a sé che al bene del Paese. Quanto al Pd sono convinto che debba agire in due direzioni: rafforzare il suo radicamento sul territorio, aumentando la partecipazioni, aprendo ai giovani. E, poi, mantenendo salda la sua identità politica: fare del Partito democratico l’asse dell’alternativa di governo senza ricorrere alla logica delle coalizioni disomogenee programmaticamente». Quanto alle divergenze all’interno del Partito sostiene: «Non conosco nel mondo un partito che abbia una percentuale su-

periore al 10% in cui non ci sia una vivace ed evidente dialettica interna. L’unica cosa che va ristrutturata è che questa dialettica interna non sia incarnata delle correnti del Pd, ma sia incarnata dalle correnti di Ds e Margherita. Questo è il punto che non funziona. Il vero problema è che abbiamo una dialettica interna che tende ad organizzarsi non sulle basi delle correnti del Pd, ma sulla base delle correnti di Ds e Margherita. Il rimescolamento deve riguardare anche le correnti interne. E’ questo il punto. Quanto alla collocazione europea, anche qui dobbamo tenere conto della nostra identità: noi siamo un grande partito di centro-sinistra che non è fatto solo di socialisti, è fatto anche di socialisti. Quindi, fermo restando il fatto che dobbiamo trovare una soluzione adeguata, sono connvinto che le varie anime del Pd non debbano rinunciare alla loro natura».

Luigi Nicolais, ex ministro per la Funzione Pubblica nel precedente governo di Romano Prodi, non nasconde le difficoltà in cui naviga il nuovo soggetto unitario, anche alla luce della sconfitta in Sicilia. «Abbiamo bisogno - afferma - di fare un momento di riflessione su come è stato interpretato dagli elettori il partito democratico. Personalmente credo che esso abbia biosgno di un maggiore radicamento nel territorio. Basta


politica

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Parla il politologo che denuncia lo snobismo della sinistra

«La verità è che il Pd ancora non esiste» colloquio con Luca Ricolfi di Riccardo Paradisi

ROMA Si capirà entro la fine di questa settimana,

pensare che in alcune città non esistono nemmeno delle sezioni. Poi non possiamo trascurare il fatto che il nostro è stato un partito che si è trovato dopo pochi mesi ad affarontare una campagna elettorale senza aver maturato una vera familiarità con i cittadini. Quanto alle critiche provenien-

quanto riguarda il dialogo con la maggioranza: «Come facciamo a dialogare con un governo che si presenta in questo modo. Il primo decreto è stato quello «Salva Rete 4», poi sono state proposte misire che servono a qualcuno e non al Paese. La maggioranza non ci permette di

Enrico Morando: «In Sicilia abbiamo perso, ma non possiamo tornare indietro. E’ finita l’epoca dell’Ulivo. Basta alle alleanze che non siano programmatiche. Il Pd nel Pse? Ci sono tante anime e non possiamo non tenerle in considerazione» ti dall’ala prodiana del partito, Nicolais risponde così: «Sono un veltroniano. Parisi ha avuto sempre questa posizione, ha sempre voluto dare una smossa al partito per omogeneizzare il sistema. I prodiani si sono sentiti un po’più fuori dal giro, questo è stato un problema fin dall’inizio. Il problema è che siamo un sistema complesso, e non è una cosa semplice portare avanti un partito che risponda in maniera univoca ad una sola persona come succede nel Pdl. E’ chiaro che da noi c’è un sistema più democratico, più pensieri che devono confluire in una direzione unica. E questo richiede più tempo, maggiore interazione tra le varie aree». E per

operare in un’ottica di collabporazone. E noi andiamo per un’altra strada»

appena concluso il comitato nazionale del Partito democratico, se la fase del conflitto costruttivo tra Veltroni e Berlusconi avrà ancora un futuro. «Intanto, dice il politologo Luca Ricolfi a Liberal, sono tutti in emersione i rischi di un ritorno ai vecchi riflessi del recente passato: una sinistra che grida al regime e si fa tentare dalla scorciatoia antiberlusconiana e una destra che torna all’attacco sui temi della giustizia e del conflitto di interesse». Professore, in questi giorni torna in libreria aggiornato il suo Perché siamo antipatici (Longanesi) il libro dove lei sferzava lo snobismo della sinistra italiana. Ora lei legge la sconfitta alle politiche come un salutare bagno di umiltà. Vista la crisi in cui si dibatte ora il Pd però esiste il rischio di un ritorno al vizietto? Penso di no. Ci sono dei trend politici che è difficile fermare. Più che lo snobismo e il complesso di superiorità quello che può riaffiorare è piuttosto l’antiberlusconismo. Un tossico che toglie alla sinistra lucidità politica. In che senso? La sinistra fa benissimo a rimproverare a Berlusconi le leggi ad personam, il lodo Schifani, Rete 4, la battaglia contro le intercettazioni impostata in quel modo ma questo non dovrebbe rompere, come sta accadendo, l’intesa riformista sulle politiche economico-sociali e sulla sicurezza. Così la sinistra confonde i piani e torna ad essere grottesca quando confonde la legittima critica ai colpi di mano di Berlusconi con l’allarme sul ritorno del fascismo, sull’avvento del regime. Veltroni sembra vittima di una pluralità di spinte centrifughe: Repubblica, Di Pietro, i prodiani, D’Alema. Sono queste pressioni a fargli perdere la bussola? Certo: le pressioni hanno il loro peso. Ma non sono la causa della crisi del Pd e della sinistra italiana. Sono semmai la conseguenza inevitabile del fatto che Veltroni non ha costruito un partito. Il Pd non è un partito? Il Pd non esiste. Le sedi locali non funzionano, non c’è l’ombra di pluralismo, in compenso ci sono le correnti anche se non si deve dire. Un vuoto che non consente a Veltroni la sicurezza di uno sguardo strategico. Da qui allora la tentazione del ritorno ai vecchi schemi. Una tentazione pericolosa. Eppure lei nel suo libro dice che alcune idee di senso comune come la sicurezza sono ormai diventate anche patri-

monio della sinistra. È così, resta però quello che io ho chiamato ”il primato della cornice”: le stesse cose cioè vengono giudicate a seconda di chi le fa. E infatti sull’esercito a Napoli la stessa sinistra che aveva applaudito all’operazione Vespri siciliani ora protesta. Un’atteggiamento incomprensibile: avrei capito di più se la contestazione fosse sull’efficacia del metodo usato, ma la sinistra contesta proprio l’uso dell’esercito. La realtà è che la sinistra sul tema della sicurezza non ha ancora compiuto un vero salto culturale. Capisce che è un nodo fondamentale – i sindaci di sinistra l’hanno capito da anni, essendo costretti a un maggiore realismo del territorio – ma il riflesso ideologico scatta alla prima occasione. Come nella battaglia contro il reato di immigrazione clandestina: la destra colpisce gli ultimi si è gridato. Insomma la sinistra è cambiata, ma non troppo. C’è ancora molta strada da fare per arrivare a un nuovo equilibrio. Che servirebbe al Paese anzitutto. Voglio insistere su questo punto: sulla sicurezza la sinistra compie l’errore speculare a quello di Berlusconi. Un doppio strabismo: da un lato si monta la guardia ideologica alla difesa dei cosiddetti deboli, gli immigrati clandestini, dall’altra, da parte della destra, si fanno leggi come quella sulle intercettazioni volte a tutelare i crimini dei colletti bianchi: una giustizia di classe si sarebbe detto una volta. Nessuno che faccia un discorso di legalità bipartisan. Per agire senza demagogia Veltroni avrebbe bisogno di più potere e capacità di decisione: torniamo al discorso iniziale. Il rischio della demagogia e soprattutto della navigazione a vista è quello dell’implosione: insomma la sinistra italiana è completamente introflessa, concentrata e preoccupata solo dei suoi giochi interni, indifferente al dramma di un Paese che rischia di non modernizzarsi. A proposito di riforme come giudica fino ad ora l’operato del governo Berlusconi? Bisogna distinguere. A me pare che Berlusconi abbia più che altro a cuore i suoi interessi: le Tv, i conti da regolare con la magistratura, la sua carriera istituzionale. Tremonti, Brunetta e Sacconi hanno una visione più prospettica del Paese. Prevale però la forza di Berlusconi, mentre la sinistra non ha la forza di fare un’opposizione efficace, che entri nel merito, capace di essere dura su certi versanti e collaborativa su altri. Un’incapacità politica che sarà di nuovo il paese a pagare in termini di ritardi sulla sua modernizzazione. Ricolfi, secondo lei la leadership di Veltroni è a rischio? Nel medio periodo si. Se al Pd vanno male anche le prossime elezioni europee Veltroni salta. Prima no. Dentro il Pd nessuno ha il coraggio di metterlo in discussione adesso.

Il partito non ha una strategia, naviga a vista, spinto dalle correnti e dalle pressioni delle sue troppe anime


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politica

Mentre il Pdl, a livello nazionale, cerca di azzerare il partito di Casini, nell’isola arriva un boom di consensi ic manebimus optime. Questa la citazione di Salvatore Cuffaro in occasione della convention di Palermo dello scorso 2 dicembre a Palermo. L’ex presidente della Regione che poi si sarebbe dimesso rivendicava per il partito dell’Udc una posizione politica che non poteva allontanarsi dal centro. Cosa è cambiato in tutti questi mesi? Molto, anzi tutto. Il centrodestra di Berlusconi è ritornato al governo ma senza l’Udc di Casini, un partito nei confronti del quale il cavaliere ha sferrato prima, durante e dopo la campagna elettorale, un attacco senza precedenti. La colpa dell’Udc? Essenzialmente quella di esistere e di non essersi sciolto nel Pdl. Ebbene, le elezioni politiche hanno confermato - in un quadro generale di dissolvimento dei partiti della sinistra e di alcune formazioni del centrodestra - il diritto ad esistere e a fare politica dell’Udc. A decretarne il ruolo politico gli elettori che hanno dato fiducia alla leadership. Pier Ferdinando Casini si è quindi ritrovato a svolgere il ruolo di una opposizione costruttiva, ripromettendosi di valutare di volta in volta quali leggi votare e a quali negare il voto.

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Le stesse elezioni regionali che si sono tenute lo stesso giorno delle politiche in Sicilia hanno visto l’Udc mantenere le posizioni e, per ultimo, le amministrative del 15 e 16 giugno, con il rinnovo di otto consigli provinciali su nove e quello di 147 comuni ha sancito un successo di tutto il centrodestra che quì si ritrova unito ed in particolare del partito dello scudocrociato che ha in Totò Cuffaro e nel segretario regionale Saverio Romano i propri luogotenenti. Sono due facce della stessa medaglia Cuffaro e Romano, uno cuore, baci e abbracci, l’altro mente abbracci e baci e un cuore che è meglio nascondere ma che c’è e batte in silenzio. Un modo di fare politica con la “P” maiuscola imparato alla scuola nobile della Democrazia Cristiana dove il contatto con le esigenze della comunità, il confronto continuo, la capacita di mediare sino al parossismo la fanno da padrone. E alle amministrative di tre giorni fa il centrodestra ha fatto en plein: otto province su otto, due delle quali, Palermo e Trapani, vedono la presidenza di due uomini che più Udc di loro non si può, Giovanni Avanti e Mimmo Turano. Due giovani che hanno iniziato da piccoli e che ora hanno una esperienza politico-amministrativa invidiabile. Ci si chiede adesso

Sicilia, l’Udc lancia un segnale ad Arcore di Alfonso Lo Sardo

Le elezioni amministrative nell’isola confermano un quadro generale di dissolvimento della sinistra che cosa farà l’Udc a livello nazionale e quali imbarazzi potrebbe creare il trovarsi all’opposizione al governo nazionale e invece presenti eccome al governo regionale ed in quello di tutte le province della regione siciliana. Saverio Romano ha le idee molto chiare: «gli elettori hanno dato fiducia alla linea politica intrapresa ed alla nostra coerenza. Continueremo a rispettare gli impegni assunti con l’elettorato perché siamo da sempre contrari ai cambiamenti in corsa e siamo convinti che le alleanze si debbano fare prima delle elezioni. Siamo in modo forte e autorevole al governo della regione con un presidente, Raffaele Lombardo, che abbiamo voluto fortemente e dal quale ci sentiamo rappresentati. Siamo anche al governo di tutte

leprovince regionali ed abbiamo espresso due presidenti. Non ci sono motivi per virare a sinistra perché la nostra formazione e cultura politica è di tutt’altra natura, non abbiamo alcuna intenzione di virare a destra perché siamo naturalmente contrari alle derive autoritarie e plebiscitarie e quindi non ci resta che restare convitamene e fortemente al centro della politica italiana con la moderazione e la forza dei nostri ideali politici». Va avanti il progetto della costituente di centro di Casini e l’obiettivo ultimo è quello

di creare un polo che aggreghi coloro che si riconoscono nel progetto politico dell’Udc. Ancora una volta la Sicilia potrebbe, secondo alcuni attenti osservatori, rappresentare un laboratorio per formule politiche che potrebbero essere mutuate a livello nazionale. Ma quali sono i rapporti fra le forze del centrodestra in Sicilia?

Non sono tutte rose e fiori sia chiaro: nel Pdl esistono diverse anime in quella che fu Forza Italia e l’Udc di Romano riesce a dialogare in modo costruttivo soltanto con quella capeggiata dal neoministro An-

gelino Alfano e dal presidente del Senato Renato Schifani. Con l’altra ala, quella di Micciché e company ci si guarda a vista. Con quella che fu Alleanza nazionale già c’è più feeling ed il merito è, a sentir parlare i maggiorenti Udc, della saggezza politica di Pippo Scalia, plenipotenziario di An in Sicilia. E poi c’è l’Mpa della sfinge Raffaele Lombardo, un uomo con il quale non si riesce a dormire tenendo tutti e due gli occhi chiusi e dal quale ci si può sempre aspettare un coupe de theatre. Ne sa qualcosa l’Udc che si è vista negare, nella fase della composizione del governo regionale, un posto da assessore a Nino Dina, uomo da 25mila preferenze e pupillo di Cuffaro. Una pillola che non è andata ancora giù. Ma il dato sorprendente che deve far riflettere è quello della coesione del centrodestra in Sicilia. Una coesione che è data dalla condivisione dei programmi, dal modo di fare politica, dalle prospettive di sviluppo e di crescita per la Sicilia che vengono maturate oltre che dalla consapevolezza della propria forza. Riuscirà questo modello ad essere esportato anche a Roma? Al momento sembrerebbe di no ma l’anomalìa in Sicilia non sembra essere quella della Sicilia quanto quella della formula dell’attuale governo. Una cosa è certa: chi voleva la morte dell’Udc dovrà rivedere i propri piani ed i propri desideri. La questione meridionale non è mai stata risolta e la politica del governo Berlusconi che si fa sempre più condizionare dalle priorità e dagli egoismi della Lega di Bossi deve rivedere qualcosa, soprattutto per quello che riguarda i fondi necessari alla realizzazione di infrastrutture e di servizi capaci di sostenere l’imprenditoria locale. L’autonomismo di Lombardo sembra aver perso smalto e l’Udc sembra, proprio per la posizione di opposizione al governo nazionale e per il disinteresse iniziale di quest’ultimo per il Sud, aver fatto proprie le giuste esigenze di chi chiede soltanto la possibilità di eguali condizioni di partenza e di eguali opportunità. Certo, il panorama politico è molto contraddittorio, ma la sua semplificazione non può procedere a colpi di editti e di proclami quando non anche attraverso slogan. Il cittadino chiede risposte sicure e anche coloro che non sono andati a votare, e sono molti, meritano ascolto e attenzione. La Sicilia attende risposte da Arcore.


politica

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Malessere nelle Forze armate dopo la decisione (inutile) di utilizzarle per scopi civili

I soldati non sono uno spot di Stranamore

d i a r i o ia pure annacquato, il provvedimento che ri-porta, per l’ennesima volta, l’Esercito per le strade italiane vede la luce. Il che non vuol dire che vedremo immediatamente soldati e fucili d’assalto in giro per le 10 città selezionate. No, per fortuna quella dell’impiego dei militari è solo una possibilità, che potrà essere attivata dal ministro degli Interni, di concerto etc. e comunque solo per un anno. Speriamo che non si debba ricorrere a questa misura, che non è giustificata da alcuna “emergenza”, ma che rappresenta soltanto una operazione cosmetica, un “gonfiare i muscoli”più mediatico che sostanziale. E che non è per nulla gradito né dai militari né tantomeno dalle Forze di Polizia. Solo in un’ottica più ampia i vertici militari considerano positivamente che si chieda l’impiego dell’Esercito per compiti di sorveglianza ed ordine pubblico sul territorio nazionale, perché questo è un argomento in più per giustificare la difesa degli attuali livelli organici nel momento in cui un ridimensionamento della consistenza dello strumento militare appare inevitabile (del resto basta guardare alla riforma coraggiosa appena decisa dalla Francia di Sarkozy, la quale dedica alla Difesa risorse di gran lunga superiori a quelle italiane, che prevede un taglio del personale del 16%). Questa però è una battaglia di retroguardia, considerando che lo strumento militare italiano è già drammaticamente sottocapitalizzato, sia per quanto riguarda le spese per l’esercizio sia, in misura minore, per quanto concerne l’investimento. Perché l’unica spesa che non è comprimibile è quella degli stipendi.

S

Tornando alla proposta La Russa, che si tratti di iniziativa inutile lo dicono le cifre: 3mila uomini (prima erano 2.500) distribuiti su 10 città, considerando turni di servizio e rotazioni sono davvero poca cosa. Non bastano neanche per fare “ammuina”, per mostrare all’opinione pubblica che si fa sul serio. Di certo non ci sarà nessuna deterrenza nei confronti della criminalità organizzata o di terroristi. Si, certo, in Francia è normale vedere soldati in assetto di combattimento nelle stazioni ferroviarie, aeroporti, metropolitane. È comunque sbagliato. Posto che la Francia ha Forze Armate ben più consistenti di quelle italiane. Perché si deve fare ricorso ai soldati solo in caso di assoluta e reale emergenza e in ogni caso per periodi limitatissimi, altrimenti si ottiene l’effetto opposto a quello desiderato: si dice all’opinione pubblica che la situazione è talmente grave che l’apparato di sicurezza non è in grado di farvi fronte. E considerando il gigantismo del sistema di sicurezza interna nazionale in

d e l

g i o r n o

Ue: Ronchi, con il Trattato si va avanti «Il processo di integrazione non può e non deve fermarsi perché con il voto irlandese non è stata sconfitta l’Europa, ma soltanto una certa idea fredda e burocratica dell’Europa. È pertanto doveroso ripartire e ricercare un nuovo modello di governance continentale, interrogandosi sulle ragioni dell’ impopolarità che l’Unione sembra scontare». Sono le dichiarazioni del ministro delle Politiche europee Andrea Ronchi, nel corso di un’audizione presso la commissione delle Politiche dell’Ue del Senato. «Di fronte a questa impasse -ha assicurato l’esponente del governo - non esistono scorciatoie possibili».

Emergenza rifiuti, Casini polemizza con Fini

realtà non dovrebbero esservi problemi di sorta. Non sfugge neanche come, dopo l’intervento del Colle e la pressione delle opposizioni, la composizione del pacchetto di forze sia mutata: prima si parlava di soldati, ora si dice che in prevalenza si farà affidamento sui carabinieri. Meglio, ai carabinieri che svolgono compiti in ambito Difesa. E che non sono quindi normalmente impiegati per i compiti di sicurezza interna. In questo modo il numero dei soldati da impiegare si riduce. Ma si va a toccare un altro aspetto delicato. Perché ci si dimentica che i carabinieri, grazie ad uno scellerato provvedimento, sono stati qualche anno fa

Che l’iniziativa sia inutile lo dicono le cifre: 3mila uomini per 10 città, considerando turni di servizio e rotazioni, sono davvero poca cosa trasformati in Forza Armata, perché hanno ordinamento militare, ma soprattutto perché svolgono compiti propri delle Forze Armate, sia all’estero sia in Italia, soprattutto compiti di polizia militare e difesa installazioni. Ma se i carabinieri delle Forze Armate tornano a fare sicurezza interna…che senso ha l’unicum italiano che vede l’Arma trasformata in Forza Armata? L’ex Ministro Parisi aveva cercato di rendere un po’ più sostanziale il ruolo dei carabinieri come Forza Armata, aumentandone il ruolo Difesa. Qualcuno aveva anche proposto di spaccare

l’Arma in due: fino a 20mila militari per la Difesa, il resto trasferito definitivamente agli Interni. Ma non se ne è fatto nulla. Forse sarebbe il caso di riparlarne, anche se a nessun politico fa piacere toccare certi temi.

Quanto ai soldati, non sono affatto contenti di andare a svolgere il ruolo di sentinella o di partecipare alle “ronde di stato”, sempre sotto tutela di poliziotti o carabinieri, non sia mai detto. Il punto è che nell’era dei Vespri siciliani si utilizzavano per le strade soldati di leva, manodopera a basso costo e larga disponibilità. Oggi invece sono professionisti iperqualificati rispetto a quello che si chiede loro, un compito che è una diminutio. Anche evitando di parlare della gloriosa“difesa del pattume”, che pure è stata assegnata ai soldati. Ma come, militari professionisti, che costano come e più dei tutori dell’ordine e che sono in grado di mantenere o imporre sicurezza a Kabul, nel Kosovo o nel Libano meridionale devono fare le belle statuine davanti a qualche obiettivo pregiato oppure svolgere pattugliamenti sotto supervisione di agenti di pubblica sicurezza che con tutta probabilità sono molto meno esperti di loro in operazioni del genere? I tutori dell’ordine poi non gradiscono affatto questa concorrenza “interna”. Non l’hanno mai desiderata e sempre e solo subita. Senza contare che i soldati hanno altro da fare, soprattutto quelli davvero impiegabili sul campo. Servono per assicurare la rotazione ai colleghi impegnati fuori area, per costituire una riserva di pronto impiego in caso di guai e crisi e dovrebbero effettuare cicli di addestramento dedicati. Il che non comprende giocare a guardie e ladri.

«Lei presidente Fini è arbitro di questa partita. Io sono convinto che non si trasformerà in giocatore». Così il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, si è rivolto al presidente della Camera, Gianfranco Fini, a proposito del ruolo di garante che deve avere nel caso specifico del vaglio di ammissibilità degli emendamenti ai dl. Lo spunto è stato il decreto legge sull’emergenza rifiuti in Campania dove il governo, ha polemizzato Casini, ha introdotto emendamenti estranei alla materia come «il riordino di enti di ricerca e delle agenzie di protezione dell’ambiente: si tratta di modifiche estranee e non attinenti alla materia del decreto». Su questo, ha spiegato Casini, «noi non siamo pregiudizialmente contrari ad una razionalizzazione, ma non si può fare con un blitz, con un’operazione generica e affrettata».

Follini: Berlusconi come sette anni fa «Il centrodestra che vedo all’opera in queste ore mi pare che stia covando le stesse anomalie di sette anni fa. Rispetto ad allora non ci sono più alcuni disturbatori della quiete pubblica come il sottoscritto. La quiete della maggioranza c’è tutta, la quiete del Paese un po’ meno». Sono le pungenti dichiarazioni di Marco Follini, senatore del Pd

Minniti: la lotta alla mafia deve continuare «È mafia potente e invasiva quella a cui i Carabinieri e la Procura Antimafia di Reggio Calabria, con una operazione di grande professionalità, hanno assestato un colpo micidiale fermando una trentina di persone». Lo ha dichiarato Marco Minniti, ministro ombra dell’Interno del Partito Democratico. «Alla Procura e all’Arma, un ringraziamento e complimenti vivissimi. Operazione che merita il plauso di tutti perché colpire la mafia che allunga le mani sugli appalti significa liberare il mercato e l’imprenditoria dalle ipoteche violente che comprimono e impediscono lo sviluppo».

Mons. Fisichella nuovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita Monsignor Rino Fisichella è stato nominato dal Papa nuovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Vescovo titolare di Voghenza e attuale rettore della Pontificia Università Lateranense e ausiliare della diocesi di Roma, subentra al vescovo Elio Sgreccia che ha presentato le dimissioni per per raggiunti limiti d’età. «Questa notizia - ha affermato l’esponente dell’Udc Ferdinando Adornato - mi giunge particolarmente lieta dati rapporti di amicizia personale e di confronto intellettuale dei quali monsignor Fisichella mi onora, ma soprattutto perché sono certo che dopo aver illuminato la cultura italiana ed europea come rettore della Lateranense, mons. Fisichella saprà con questo nuovo prestigioso impegno proporre un momento di riflessione e di ineludibile sviluppo delle relazioni tra fede e scienza e tra etica e politica. Legami dei quali la nostra cultura ha estremo bisogno».


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pensieri

Seminario di riflessione trasversale per riproporre il modello elettorale tedesco

Casini e D’Alema a porte chiuse di Guglielmo Malagodi roprio nel giorno in cui il tanto discusso “dialogo” tra Veltroni e Berlusconi viene minato dalle polemiche sulle leggi salva-premier, Massimo D’Alema torna a fare lo skipper della politica italiana. L’ex Ministro degli Esteri, infatti, in qualità di presidente della Fondazione Italianieuropei, ha riunito ieri presso l’Hotel Quirinale di Roma, chi nella scorsa legislatura ha sostenuto una riforma elettorale in senso tedesco. Oltre alla Fondazione di D’Alema, promotrici dell’incontro sono state anche Astrid e Glocus, di Franco Bassanini e Linda Lanzillotta. D’Alema ha deciso di far ripartire il dialogo sulle riforme rivolgendosi in particolar modo all’Udc, rappresentato nel’incontro, oltre che da Casini, dal segretario Lorenzo Cesa, da Ferdinando Adornato e da Bruno Tabacci. L’ex titolare della Farnesina ha però voluto guardare anche a sinistra, visto che al seminario

P

che si è svolto a porte chiuse hanno partecipato esponenti della Sinistra Democratica come Cesare Salvi e Massimo Villone e della componente di sinistra del Pd come Paolo Nerozzi e Vincenzo Vita. Ad aprire i lavori è stato Franco Bassanini, seguito dal costituzionalista Leopoldo Elia. Tra i sostenitori del modello tedesco presenti alla riunione anche l’ex presiden-

nunciato la propria presenza, non ha preso parte al seminario perché, stando a quanto riferito dal suo staff era impegnato nella stesura della relazione all’assemblea del Pd che si terrà venerdì e sabato. Al suo posto il vice segretario Dario Franceschini. Nel suo intervento Casini, più che sul modello tedesco, ha voluto lanciare una riflessione su quello che ha chiamato «il bipartitismo di comodo». Il «bileaderismo finto» - ha detto “non corrisponde alle vere esigenze democratiche del Paese”. Al seminario si e’ affrontato anche il tema della riforma della legge elettorale europea: tutti gli intervenuti hanno ribadito la loro contrarietà all’ipotesi di «restringere lo spazio di libertà dei cittadini eliminando le preferenze». Ma tra l’Udc e il Pd si può aprire qualcosa di più di

Il leader dell’Udc attacca il «bileaderismo di comodo che non serve al nostro Paese» te del Senato Franco Marini, gli ex Ministri Pierluigi Persani, Paolo Gentiloni, Giuliano Amato, Linda Lanzillotta, Livia Turco, Enzo Bianco e i “tecnici”Stefano Rodotà, Giovanni Sartori e Salvatore Vassallo. Il segretario del Pd Veltroni, che in un primo tempo aveva an-

un’intesa sul sistema elettorale? Massimo D’Alema, conversando con i cronisti al termine dell’incontro si è detto seccato per come i giornali hanno annunciato il seminario di ieri, promosso dalla sua fondazione Italianieuropei: «Questo è un seminario di fondazioni culturali di diverse aree scandisce - non una riunione di una corrente politica e sono state fatte vergognose distorsioni dagli organi di informazione». D’Alema spiega che il seminario serve per preparare un convegno, che si terrà a luglio, «per discutere del problema del funzionamento della nostra democrazia, della riforma dei regolamenti, della Costituzione ed elettorale. Al convegno inviteremo il governo, la maggioranza e

le forze politiche di opposizione». Del resto, anche se «c’è un clima non positivo per il dialogo, la legge elettorale è per forza in agenda, c’è un referendum tra un anno», così come «di riforma costituzionale si parlerà in Parlamento». Per ora i vari protagonisti dell’incontro si sono soltanto “annusati”. Ma se son rose fioriranno.

Il programma di governo (che non c’è) del nuovo sindaco di Roma

Alemanno l’improvvisatore di Marco Palombi unedì 28 aprile. Pomeriggio inoltrato in una sala del Campidoglio. Gianni Alemanno lascia la finestra mentre i suoi, in piazza, ancora lo acclamano. Lo circondano gli uomini e le donne che gli sono stati accanto in campagna elettorale. Lui li guarda e domanda: «E mo’ che famo?». Chi abbia seguito la breve attività della giunta presieduta dall’ex ministro di An sa che a quell’interrogativo non si è ancora trovata risposta. Chi aveva salutato l’arrivo di Lupomanno - il gagliardo soprannome giovanile di quando tentava di bloccare a mani nude l’arrivo a Nettuno dell’odiato Bush senior come una sorta di calata dei barbari che avrebbe innervato di maschio vigore la città rammollita dall’edonismo veltroniano, ha dovuto presto ricredersi. Eppure il neo sindaco s’era presentato in linea con le attese: demoliamo la teca di Meyer, disse alla prima uscita. Poi ci ha ripensato e Dagospia l’ha ribattezzato Retromanno. De-

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Qui sopra, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Nella foto in alto, l’ex ministro Franco Bassanini, organizzatore del seminario romano

dicherò una via ad Almirante, scandì poi. Ma di fronte alle proteste della comunità ebraica, lungamente coccolata in campagna elettorale, il nostro congelò l’iniziativa guadagnandosi qualche sguardo sospetto alla sua destra e lo sferzante “Gerusalemanno” con cui lo appellò “Il Foglio”. Tra le perigliose dichiarazioni del neosindaco non si possono dimen-

Ha passato la vita a tentare di subentrare a Fini, ma al momento giusto non era pronto ticare quelle sulla Festa del Cinema: in campagna elettorale era un costoso carrozzone che, sotto la guida del destrorso eretico Pasquale Squitieri e legata ai David di Donatello, sarebbe divenuta il volano dell’asfittica cinematografia nazionale. Si sa come è andata a finire: tutto in mano al reperto dc Gian Luigi Rondi, niente David e

niente autarchia. Stesso discorso per lo spoil system selvaggio annunciato all’indomani della vittoria: una trentina di dirigenti veltroniani mandati a casa a mezzo comunicato stampa e che ora, almeno in parte, il sindaco pensa di recuperare. Purtroppo il problema di Alemanno e del suo entourage non è l’inesperienza: a stare ai fatti sembra proprio che i quindici anni di opposizione da destra a Roma non abbiano prodotto non solo una cultura dell’amministrazione, ma nemmeno un’idea accettabilmente articolata di città. Non vale invocare il coraggio – come pure ha fatto addirittura “Il Secolo d’Italia” – quando non si sa verso cosa rivolgerlo. L’improvvisazione della destra di governo romana la si ritrova anche nelle linee d’azione che Alemanno ha illustrato al consiglio comunale e di cui si trova traccia nel sito del comune: un programmino in cui non si capisce cosa vorrà fare il sindaco quando avrà smesso di occuparsi di campi rom e immigrati vari. Generico sulla mobilità, generico sull’urbanistica, i piani per le periferie e le

cosiddette centralità - il vero buco nero degli anni veltroniani - silenzioso su quale sia la Roma a cui pensa quando dice Roma. Alemanno e i suoi, in realtà, sanno di essere in una situazione complicata: l’uomo che ha passato la vita a tentare di subentrare a Fini, si è ritrovato in mano l’occasione della vita, ma forse non era ancora pronto e sicuramente non lo è il suo milieu. Per questo ora è paralizzato dal timore di sbagliare e si nasconde dietro al buco lasciato da Veltroni (dall’origine, in realtà, assai più annosa e complessa). Per riuscire avrebbe bisogno di lucidità e sfrontatezza, ma non pare avviato su quella strada; al contrario sembra impegnato ad appoggiarsi al solido, eterno potere romano, lo stesso che così bene aveva convissuto col centrosinistra. Durante una recente cena, raccontano, il sindaco ha chiesto una mano anche a Comunione e liberazione, che in An a Roma è ben rappresentata dal giovane ma assai introdotto Samuele Piccolo. Niente barbari nemmeno a questo giro, insomma, ma almeno i cielle conoscono l’arte della gestione.


& er il momento è soltanto pretattica. Oggi il consiglio dei ministri varerà il decreto di luglio. Un leggero antipasto prima del piatto forte dei prossimi giorni, il Dpef, con il quale tracciare la prossima Finanziaria. Le notizie sono ancora frammentarie. Un piccolo elenco di cose da fare. Piccolo non solo per il range degli interventi, ma per l’impatto complessivo che quelle misure, pur positive, avranno sull’evoluzione della situazione del Paese. Far “piangere” un po’ i più ricchi, specie se hanno il volto poco amato dei petrolieri, va bene. Tanto più se questi prelievi saranno utilizzati per alleviare la condizioni delle famiglie meno abbienti. Quelle che non giungono a fine mese.

P

E ancora: eliminare le imposte sulle bilance, trasferendo le competenze dalle Camere di commercio ai Comuni, è senz’altro utile.Va incontro alle richieste più volte avanzate dalle aziende, ma può essere questa la “cifra” della new economy? È una manovra risolutiva, in grado di spostare il clock che misura il rischio della recessione prossima ventura? Gli altri provvedimenti annunciati si muovono, più o meno, sulla stessa lunghezza d’onda. Abolizione degli Enti pubblici – alcuni anacronistici anche nei nomi (Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente) – benefit a favore di coloro che, tra anni, vivranno a cotè delle centrali nucleari, aumento del massimale per le transazioni in contanti, divieto di imitare Vincenzo Visco e la sua pubblicazione on line dei 730, agevolazioni per pescatori e agricoltori. Poi qualcosa di più consistente: abolizione del divieto di cumulo tra pensione e reddito di lavoro, soppressione delle comunità montane e delle (quasi tutte) leggi incomprensibili, liberalizzazione dei servizi pubblici locali, Banca del Sud, taglio di alcune province a favore delle città metropolinane. Nel complesso trionfa la “leggerezza”. Se Tommaso PadoaSchioppa prediligeva Seneca, Giulio Tremonti sembra affascinato da Italo Calvino. Ma i conti, prima o poi, dovremo farli. E sarà allora il momento della verità. Finora al neoministro per l’Economia è stato facile riferirsi al suo predecessore. I maligni vedono in questo il fumus di manovre politiche rivolte verso l’Europa. Si vuole dimostrare – questa la tesi – una linea di continuità. Quindi acquisire un endorsement comunitario da utilizzare nel gioco un po’ barocco degli equilibri di maggioranza. Ma chi sospetta questi machiavellismi dimentica i momenti di at-

parole

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Oggi viene presentata la manovra. Con poco spazio per lo sviluppo

Il piano di Tremonti (avremo nuove tasse?) di Insider

trito di Tps, quando, pressato dalla sinistra-sinistra, tuonava contro l’eccesso di liberismo degli burocrati di Bruxelles. Per il momento quel paracadute tiene. La manovra che Giuseppe Vegas ha anticipato, nell’ultima riunione della StatoRegioni, è quella descritta da Padoa-Schioppa nell’ultima Relazione di cassa. A marzo si

parlava di una manovra 32 miliardi da realizzare in 3 anni, per giungere, nel 2011, al pareggio di bilancio.

Per il sottosegretario all’economia quei numeri non sono cambiati. La manovra preannunciata sarà, infatti, di 34,8 miliardi. Tutto bene quindi? Ci si divide politicamente, ma la

continuità burocratica della Ragioneria generale è alla fine quella che guida le danze. Chi ragiona così ha la memoria corta. Dimentica per esempio i “tesoretti”di cui è stata lastricata la precedente legislatura. Somme che, all’improvviso, uscivano dal cilindro di via XX Settembre: pronte per essere impegnate in nuove avventure.

Brescia e il contrappasso dell’Ici di Carlo Lottieri nche i primi della classe possono finire dietro la lavagna. È quanto rischia la città di Brescia (ma non è la sola città) dopo aver sostanzialmente anticipato di un anno la quasi totale cancellazione dell’Iri decisa ora dal governo Berlusconi. E adesso potrebbe subire una seria penalizzazione sul piano dei trasferimenti. La vicenda è semplice. Lo scorso anno il sindaco ds Paolo Corsini decise di tagliare in maniera assai consistente l’Ici, anche accogliendo richieste provenienti dall’opposizione. Poi il centro-destra ha vinto ovunque, a Roma come a Brescia, e l’imposta sulla prima casa è stata abolita quasi per tutti, con la promessa di restituire ai Comuni quanto perderanno in termini di gettito. Questo calcolo si fa sull’ultimo bilancio comunale e così Brescia potrebbe, che nel 2007 ha

A

incassato meno, rischia di perdere i circa 6 milioni di euro che recuperava ogni anno. Il neosindaco Adriano Paroli (Pdl) ora prova a rimediare, contando pure sull’azione di Daniele Molgora, pure lui bresciano e sottosegretario leghista all’Economia, dei parlamentari della zona del Pd come Corsini. Così alla commissione Finanze della Camera, dove si discute del decreto fiscale, il relatore Maurizio Fugatti (Lega) ha annunciato che il governo starebbe valutando di prendere in considerazione per il rimborso Ici non il gettito del 2007, ma quello dell’ultimo trienno. Questo aiuterebbe Brescia e le altre realtà in una situazione analoga, mitigando il danno. La libertà dei comuni di tassarsi da sé sembra di là da venire, e purtroppo nessuno ne parla davvero. Così non resta che lavorare per non penalizzare le amministrazioni più virtuose.

Metodo che gli elettori, a quanto pare, non hanno particolarmente apprezzato. E allora, è questa la strada migliore? Qualche dubbio sorge inevitabilmente. Attenti, quindi, a non scherzare con il fuoco. Del resto il successo di Silvio Berlusconi si deve anche al coraggio dimostrato nel dire al Paese verità sgradevoli. Tornare indietro potrebbe essere pericoloso, nonostante questa luna di miele. Speriamo che Giulio Tremonti possa dimostrare che tutto quadri. Che l’entità di una manovra, non certo leggera, sia coerente con il sottostante quadro economico e finanziario. Noi, almeno al momento, ne dubitiamo. Ne dubitiamo perché tutti i dati dimostrano il contrario. Le entrate fiscali crescono ad un ritmo pari a più del doppio rispetto alle previsioni di Tommaso Padoa-Schioppa. Il fabbisogno dello Stato migliora vistosamente, muovendosi in controtendenza rispetto alle stime di fine anno. La stessa economia, non soltanto quella italiana, va meno peggio rispetto a quanto si riteneva solo fino a qualche mese fa. Insomma, il quadro è meno decifrabile e richiede, forse, un necessario aggiornamento. Saranno semplici sime da economista? Se non si crede ai numeri, si ragioni di politica. Le previsioni di Padoa-Schioppa dovevano essere improntate al più nero pessimismo. Era l’unico modo per tagliare le unghie al partito della spesa. A quella sinistra-sinistra che parlava di «redistribuzione sociale» e di «rivoluzione dall’alto» per costruire una società migliore. Era inevitabile che lo scenario fosse dipinto a tinte più fosche. Ora quelle illusioni sono fuori dal Parlamento. Sarebbe quindi opportuno cambiare strategia e partire dalle reali condizioni del Paese. Questo è il primo compito a cui Giulio Tremonti deve assolvere. Il resto viene dopo.

Ci si levi dalla testa che esso sia un esercizio inutile. Ne va non solo della credibilità dell’esecutivo, ma degli esisti finali della stessa manovra. Se questa si dimostrasse eccessivamente pesante, a fine anno avremmo brutte sorprese. Non soltanto una pressione fiscale più alta, rispetto al lascito del governo Prodi, ma un inutile salasso ai danni di famiglie e consumatori, già vessati da un inflazione debordante. Insomma, se non si parte con il piede giusto, si rischia un accanimento terapeutico che rischia di uccidere un paziente da tempo debilitato, frenando ulteriormente le già scarse possibilità di sviluppo. Una iattura che deve essere scongiurata.


mondo

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Olmert non conferma, ok palestinese

Tregua Israele Hamas? di Matteo Milesi na tregua fra Hamas e Israele, ottenuta con la mediazione dell’Egitto, dovrebbe entrare in vigore dalle 5 del mattino di giovedì nella Striscia di Gaza. La notizia, anticipata dall’agenzia egiziana Mena, è stata confermata all’Ansa da Ahmed Yusef, consigliere politico del premier Ismail Haniyeh, che ha aggiuto che tutte le diverse fazioni palestinesi hanno sottoscritto l’accordo. Da parte israeliana, una nota dell’ufficio del premier Olmert frena: secondo la radio pubblica israeliana, fonti definiscono governative l’annuncio della tregua prematuro e fanno sapere che il cessate il fuoco ci sarà solo se saranno accolte tutte le condizioni di Israele. L’emittente ha aggiunto che Amos Gilad, inviato del ministero della Difesa addetto ai negoziati indiretti sulla tregua, è precipitosamente partito per il Cairo per un viaggio fuori programma legato all’annuncio egiziano sulla tregua, apparentemente al fine di ottenere chiarimenti. Alcune fonti esprimono comunque “cauto ottimismo”, «Quello che è importante non sono solo le parole, ma i fatti - si è limitato a commentare il portavoce del governo israeliano Mark Regev - Se ci sarà un’assenza totale di attacchi terroristici da Gaza contro Israele, se si metterà fine al rafforzamento degli arsenali nella Striscia di Gaza e se ci saranno novità sulla questione dell’ostaggio Gilad Shalit, allora ci sarà una nuova realtà». E sul rilascio di Shalit, fonti della difesa israeliana hanno detto di aspettarsi che negoziati possano iniziare sabato, in una tacita ammissione che la tregua per allora sarà già operativa. «La tregua entrerà in vigore alle 6 di giovedì» (le 5 in Italia), ha dichiarato invece un funzionario palestinese. Il cessate il fuoco, ha assicurato, entrerà in vigore nonostante l’uccisione di almeno sei palestinesi ieri nella striscia di Gaza. I raid sono stati confermati da una portavoce dell’esercito israeliano.

U

Anticipiamo il piano anti-violenza voluto da Gordon Brown e che sta già scatenando polemiche

Labour, la repressione si chiama Louise Casey di Silvia Marchetti

LONDRA. Una tuta fosforescente stile detenuti di Guantanamo, un badge identificativo e poster “wanted” per chi si macchia di un crimine, anche se minorenne. Sono alcune delle misure punitive che il governo inglese presenterà in settimana all’interno di un nuovo piano anti-violenza con un duplice obiettivo: restaurare la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario e contrastare il fenomeno dilagante del crimine. Madrina del rapporto è la “tosta” Louise Casey, già a capo della Respect Unit voluta da Tony Blair per sradicare la delinquenza in Gran Bretagna, che oggi potrebbe tornare al governo con un ruolo di primo piano nella riforma della giustizia criminale. La strategia di Casey della tolleranza zero verso chi infrange la legge prevede punizioni più severe e una maggiore protezione alle vittime dei reati. Tra le misure ipotizzate che qui anticipiamo: la pubblicazione dei poster dei condannati; l’obbligo di indossare una tuta identificativa da parte dei criminali destinati ai servizi sociali; la nomina di un commissario pubblico in rappresentanza delle vittime; maggiori poteri alla polizia e rafforzamento delle pene da scontare presso i servizi sociali. I detenuti dovranno lavorare tre notti a settimana e un giorno nel weekend se occupati, 5 giorni a settimana se invece disoccupati (oggi si lavora sei ore una volta a settimana). Inoltre, il ministro dell’Interno non dovrà più pubblicare le statistiche criminali (nel tentativo di recuperare la credibilità presso il pubblico); le corti saranno obbligati a pubblicare on-line le condanne emesse ( e i condannati) e al pubblico verrà dato un posto di rappresentanza all’interno

dei collegi che stabiliscono le linee-guida da rispettare nell’emanare una sentenza.

Il rapporto di Louise Casey pare abbia già ricevuto il sostegno del ministro degli Interni, Jacqui Smith, ma all’interno del Labour ci sono forti perplessità circa i benefici di un simile inasprimento contro il crimine. Il timore è che un ulteriore giro di vite abbia un effetto boomerang, sia sul Paese che sul governo. Insomma, che invece di sradicare la violenza la accresca. Brown ha ereditato “l’agenda del Rispetto” dal suo predecessore e ha tutte le intenzione di continuare su questa strada per ripulire le città dai teppisti, specie quando in questo modo leva ai Conservatori un’arma elettorale non indifferente. Il tema della sicurezza, a destra come a sinistra, continua a essere al centro del dibattito politico, in Inghilterra come

inglese l’84 percento dei ragazzi colpiti dalle punizioni torna poi a delinquere. E ironia della sorte, Louise Casey è stata per anni direttrice dell’Unità Asbos.

Non ancora presentato, il rapporto ha già creato un putiferio e oggi Brown ha più dubbi che certezze sul fronte sicurezza. Il suo dilemma è questo: come coniugare l’intransigenza verso i criminali e un sistema giudiziario autorevole con il recupero e il reintegro in società dei delinquenti, soprattutto dei giovani? La commissione per l’infanzia del Regno Unito la scorsa settimana ha presentato un allarmante rapporto all’Onu sui mali che colpiscono i bambini del Paese, tra cui il “sistema punitivo giudiziario” e la povertà infantile, tra le più elevate d’Europa, che colpisce un bambino su tre. È per questo che Brown ha deciso di muoversi su un doppio binario, incaricando alcuni suoi ministri di mettere a punto entro l’estate un piano d’azione contro il crimine giovanile più orientato alla prevenzione che alla punizione. L’obiettivo è investire maggiori fondi nell’assistenza ai giovani in difficoltà, eliminando all’origine le disfunzioni sociali che alimentano la spirale di violenza. Il governo vorrebbe trasferire a istituti esterni locali il recupero del piccolo delinquente, che verrebbe così tolto dal carcere. Ma se da una parte questo piano è appoggiato dal ministro per l’Infanzia Ed Balls, dall’altra il potente responsabile della Giustizia, Jack Straw, si oppone allo smantellamento dell’attuale sistema in vigore di cui è artefice. Insomma, ci sono troppe posizione divergenti nel Labour, ora spetta al premier prendere una decisione.

Tra le misure ipotizzate: pubblicazione dei poster dei condannati; obbligo di indossare una tuta identificativa se destinati ai servizi sociali; 3 notti di lavoro se occupati, 5 giorni se disoccupati nel resto d’Europa. Ma spesso le strategie individuate non hanno gli esiti desiderati, soprattutto quando c’entra la criminalità minorile. Basta guardare, in questi ultimi dieci anni, al fallimento delle politiche laburiste. Le baby gang continuano a proliferare e le misure correttive si sono rivelate un flop. Gli asbos – le punizioni contro i comportamenti anti-sociali – sono diventate le “medaglie d’onore”per ogni piccolo delinquente in cerca di notorietà. Ma il governo Brown ha dovuto riconoscere la loro inefficienza: stando ai dati della giustizia


mondo Il new deal dei sauditi

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Retroscena: a Rijad hanno deciso di aumentare la produzione di petrolio per fare cassa in vista di nuovi investimenti

di Antonio Picasso

d i a r i o a recente decisione dell’Arabia Saudita di aumentare la produzione giornaliera di greggio del 2 percento, 200mila barili in più al giorno entro l’inizio di luglio, potrà comportare ripercussioni solo impercettibili e comunque più di natura politica che economica. Prima di tutto perché la percentuale di per sé, partendo da una produzione quotidiana di 11milioni di barili, appare esigua. E non può far sperare in incidenze favorevoli sul mercato internazionale. Questo lo si è percepito immediatamente quando, all’apertura di Wall Street lunedì mattina, i futures sul greggio con scadenza a luglio avevano toccato quota 139,89 dollari al barile, prima di riassestarsi sui 133,86 dollari al termine delle contrattazioni. Inoltre il Regno saudita è sì il primo produttore mondiale di oro nero, ma ciò non significa che una decisione unilaterale, come quella di domenica, possa ridimensionare totalmente i prezzi. Anzi, la crisi iraniana, accompagnata dalle difficoltà di produzione petrolifere della Nigeria e dalla ostilità del Venezuela agiscono in perfetta controtendenza con qualsiasi segnale di apertura di Riyadh. Se si vuole che il petrolio scenda, quindi, la decisione non può che nascere di comune accordo all’interno dell’Opec. Quest’ultimo ha fissato un summit per il prossimo 22 giugno. Ma lo stesso Kuwait – che certo non è noto per essere ostruzionista – ha già fatto sapere che non è sua intenzione seguire l’esempio saudita.

L

La scelta di re Abdullah, quindi, va ricercata altrove, piuttosto che nel nobile gesto di contribuire a far risparmiare il consumatore occidentale. Da un lato il petrolio a 140 dollari può provocare nuovi attriti tra l’Arabia e gli Usa. Gli al-Saud, notoriamente amici della famiglia Bush, non solo temono di far loro un torto, ma è plausibile che vogliano proprio far un favore alla Casa Bianca. Dall’altro aumentano le possibilità per un ulteriore incremento delle ricerche sulla produzione di energie alternative e di apparati tecnologici non più vincolati così eccessivamente al petrolio, ma soprattutto sempre più economicamente convenienti. Infine, il caso della Honda, che ha lanciato la produzione della prima auto a idrogeno, insegna che il futuro può non essere fatto solo di oro nero. Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce l’intera strategia araba. C’è un motivo infatti per cui il petrolio è caro. Un motivo che

d e l

g i o r n o

Pakistan, annunciato successore Musharraf Il Partito del Popolo Pachistano (Ppp) è pronto a nominare un nuovo presidente pachistano al posto di Pervez Musharraf. Lo ha detto ieri a Lahore il co- presidente del partito, Asif Ali Zardari, il vedovo di Benazir Bhutto, suggerendo il nome dl Salman Taseer, primo ministro della provincia del Punjab, senza però precisare né la data per l’avvicendamento né il modo. Il leader del Ppp ha ribadito di non riconoscere Pervez Musharraf come presidente costituzionalmente legittimato e di non riconoscere neanche tutte le riforme e le leggi varate dall’ex generale il 3 novembre scorso dopo la proclamazione dello stato di emergenza.

A Bagdad tornano le autobombe Sono almeno dieci le vittime e 42 i feriti a Bagdad per un’autobomba esplosa nel pomeriggio di ieri. Lo riferiscono fonti della polizia. L’esplosione è avvenuta nei pressi di una stazione degli autobus in un quartiere nord-occidentale della capitale irachena abitato in prevalenza dagli sciiti.

Pena di morte, Zapatero scende in campo

Il caso della Honda che ha lanciato la prima auto a idrogeno, insegna che il futuro non è dell’oro nero esula dai problemi legati all’Iran, oppure dall’inesauribile domanda della Cina. Per quanto entrambi fondamentali. I grandi produttori stanno semplicemente “facendo cassa”, accumulando cifre incredibili di dollari. La riserva saudita ha di gran lunga superato gli 800 miliardi in “biglietti verdi”. Certo, è vero che il dollaro è debole, tuttavia resta la moneta-base di tutte le transazioni internazionali. E, per quanto preoccupati, gli analisti pare si stiano convincendo che l’euro a 1,5 dollari abbia anche una dimensione speculativa che difficilmente intaccherà simili ricchezze. Questo significa che l’Arabia Saudita, come pure Emirati Arabi e Kuwait, hanno una disponibilità di contanti senza precedenti che permette loro di realizzare quei tanto sperati progetti di diversificazione industriale interna, i quali a loro volta potrebbero costituire un’ancora di salvezza nel caso il petrolio finisse davvero. Il ragionamento va compreso in un’ottica di lungo periodo. Il punto di partenza è che la ricchezza degli sceicchi si poggia sulla disponibilità di giacimenti e riserve. Tendenzialmente le stime

ne prevedono una sensibile riduzione nell’arco di mezzo secolo. Di conseguenza le economia monoproduttive devono fin da ora trovare delle fonti di utili alternative.

L’esempio di Dubai è significativo. Perché la città non vive più dei proventi del greggio, sebbene questi continuino ad arrivare, ma grazie a quelli degli alberghi di super-lusso e scambi commerciali tra oriente e occidente. Dubai, in questi ultimi dieci anni, ha saputo integrarsi nella globalizzazione, divenendone un faro nel Mare Arabico. Non è un caso, allora, che il sovrano saudita, lo stesso che ha promesso un ritocco della produzione del suo petrolio, abbia elogiato personalmente l’avvio di un progetto simile nel suo regno. Per il 2020 è prevista infatti l’inaugurazione di “King Abdullah Economic City”, un nuovo agglomerato urbano, con 400 km quadrati circa di superficie, a un centinaio di chilometri da Jeddah e, secondo i piani, dotato di uno dei più estesi porti del mondo, peraltro sul Mar Rosso, quindi strategicamente ben posizionato. La nuova città aspira a diventare la punta di diamante di una nuova economia saudita, non più fatta di sceicchi che navigano nell’oro nero, ma che si arricchiscono sfruttando le occasioni del mercato globale. Il tutto per salvare il loro tenore di vita divenuto ormai proverbiale. Ricercatore Ce.S.I

La Spagna vuole guidare la campagna contro la pena di morte alle Nazioni Unite assumendo il ruolo finora svolto dall’Italia: in un discorso sulle linee della politica estera spagnola, il premier José Luis Zapatero ha detto che l’iniziativa contro la pena di morte in sede Onu «non può essere rinviata, ma finora non ha avuto l’appoggio sufficiente e dev’essere rafforzata». Per questo ha annunciato la proposta di «creare una commissione internazionale per l’abolizione della pena di morte» a partire da «due misure concrete: l’applicazione di una moratoria effettiva della pena di morte fino al 2015», e un divieto definitivo di esecuzioni di minori e incapaci «in nessuno Stato del mondo».

Afghanistan, pronto attacco a Kandahar Fuga nell’Afghanistan meridionale. La gente, intere famiglie, abbandona i villaggi per timore di trovarsi intrappolata. Nella zona si sono concentrati circa quattrocento militanti talebani e i soldati afghani, sostenuti dalla Nato, si preparano ad attaccarli, quattro giorni dopo l’evasione di massa dalla prigione di Kandahar.

Google verso il monopolio Crescita più crescita. L’espansione del motore di ricerca fondato da Sergey Brin, non sembra conoscere limiti. E ora, attraverso la collaborazione con Yahoo, Google non farà altro che aumentare il volume dei suoi affari nel mercato della pubblicità online. 11 miliardi di dollari di fatturato, tanto è stimato il suo valore. Il 75 percento di questi va a Google. Un impero che, insieme al 13 percento di Yahoo, avrà dimensioni gigantesche e ben presto potrebbe trovarsi in una condizione di quasi monopolio. L’aumento dei costi della pubblicità online, conseguenza inevitabile, alla fine sarebbe pagato dai consumatori.

Chavez a Cuba: la rivoluzione è viva Il presidente venezuelano Hugo Chavez e il leader cubano Fidel Castro si sono incontrati. Nel “summit” - durato oltre un’ora - hanno discusso dei temi della crisi alimentare mondiale e del rincaro dei prezzi di petrolio e gasolio. Da quando il “lider maximo” si è ammalato, a fine luglio 2006, Chavez è volato a Cuba a trovarlo una decina di volte. Fidel è «vivo e vegeto, pensa, scrive e detta importanti strategie per Cuba e per la nostra America Latina», ha dichiarato il capo di Stato di Caracas. E ancora: «La rivoluzione cubana sta marciando a ritmo di tamburo ed è più viva che mai».


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speciale esteri

Occidente

Il presidente francese non vuole rinunciare ai suoi progetti per reagire al no irlandese sul trattato di Lisbona

ECCO L’EUROPA DI SARKOZY IL TESTARDO di Enrico Singer segue dalla prima Tra gli invitati alla riunione di Parigi ci saranno anche Ehud Olmert e Bashir el Assad e la speranza di Nicolas Sarkozy è quella di farli incontrare a quattr’occhi, anche soltanto per pochi minuti. Un faccia a faccia tra il premier israeliano e il presidente siriano sarebbe un bel successo personale per il capo dell’Eliseo. Da più di un mese, ormai, con la mediazione della Turchia, israeliani e siriani hanno stabilito un contatto: i due emissari di Gerusalemme, Yoram Torbowicz e Shalom Turjeman, avrebbero già ottenuto i buoni uffici di Damasco per la liberazione dei due soldati israeliani, Eldad Regev e

do, in pratica, il suo diritto a esistere - e se taglierà il cordone ombelicale con i fondamentalisti di Hezbollah in cambio, magari, di una road map per la restituzione del Golan. Di sicuro, però, Sarkozy potrà rivendicare il merito di avere fatto tutto il possibile per favorire uno sviluppo positivo nella crisi mediorientale e, forse, otterrà un risultato che né il segretario di Stato americano, Condoileezza Rice, né, tantomeno, l’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Javier Solana, hanno finora centrato.

Per Sarkozy è questo che conta: dimostrare che, se dalle parole si passa alle azioni concrete, si possono ottenere dei risul-

Il suo sogno: rilanciare la Ue in campo internazionale avvicinando Olmert e Assad Ehud Goldwasser, catturati dai miliziani di Hezbollah il 12 luglio 2006. Quel rapimento scatenò una guerra che durò 34 giorni in Libano. È difficile dire oggi se i due soldati israeliani saranno davvero liberati - molti temono che, in realtà, siano già morti - e se, alla fine, Nicolas Sarkozy riuscirà a mettere uno di fronte all’altro Olmert e Assad. Soprattutto, è difficile dire se la Siria si deciderà a dialogare apertamente con Israele - riconoscen-

tati. La ricetta francese per superare la crisi dell’Europa, rivelata anche dal referendum perso in Irlanda, passa proprio per il rilancio di un ruolo attivo della Ue. La sfiducia dei cittadini europei nei confronti delle istituzioni dell’Unione nasce, certo, da molti malintesi e dall’impressione che Bruxelles rappresenti più vincoli che vantaggi. Ma si alimenta, poi, dalla sensazione - più difficile da contestare - che sia un gigante dai piedi d’argilla tutto preso a

risolvere i suoi problemi interni in un gioco di continui compormessi e che sia incapace di affrontare le grandi questioni aperte sulla scena globale: dalla crisi energetica alla pace dall’altra parte del Mediterraneo. L’attivismo di Nicolas Sarkozy non è, di per sé, garanzia di successo. Ma, almeno, è una risposta alla generale delusione. Il guaio è che l’attivismo di Sarkozy non fa l’unanimità nella Ue. Anche Angela Merkel, che pure firma con lui comunicati congiunti e che si considera l’altro motore della locomotiva europea, è determinata a reagire al ”no”dell’Irlanda restituendo inziativa all’Europa. Ma ha in testa altri obiettivi. L’Unione per il Mediterraneo che tanto sta a cuore all’Eliseo, è vista a Berlino come un obiettivo subordinato all’espansione della Ue in direzione dei Paesi dell’Est che sono in lista d’attesa: a cominciare dall’Ucraina. È evidente che la geografia e gl’interessi economici spingono la Germania a farsi madrina di un grande blocco continentale, piuttosto che a preoccuparsi delle relazioni tra le due rive del Mediterraneo. Così come la Gran Bretagna continua a considerare i suoi rapporti con gli Stati Uniti importanti almeno quanto quelli con il resto dell’Europa, se non di più.

Ecco che gli egoismi tornano a farsi sentire e mettono in discussione anche le buone intenzioni di Nicolas Sarkozy. Che non sfugge, del resto, alla regola degli interessi naziona-

Nicolas Sarkozy alla sfilata del 14 luglio dell’anno scorso. Alla vigilia della prossima festa nazionale francese, il capo dell’Eliseo ha convocato un vertice con i Paesi del Mediterraneo e spera di far incontrare a tu per tu il premier israeliano Ehud Olmert (in alto a destra) e il presidente siriano Bashir el Assad (a fianco) li perché è chiaro che la sua voglia di accreditarsi come il capofila dell’Unione del Mediterraneo è anche uno sgambetto a Italia e Spagna. Ma nei prossimi sei mesi, da presidente di turno della Ue, Sarkozy il testardo dovrà anche evitare di entrare in rotta di collisione con gli altri big dell’Unione del cui appoggio avrà bisogno se vorrà salvare anche un altro capitolo del suo programma iniziale. Il più delicato: quello che investe l’ossatura futura del potere europeo. È vero che la scelta del primo presidente stabile della Ue e del suo primo responsabile per la politica estera - che era prevista per il prossimo dicembre in base al Trattato di Lisbona - slitterà a causa del siluro irlandese. Ma è anche vero che un rinvio fi-

nirà per far coincidere i tempi delle nomine con il più generale rimpasto al vertice che seguirà le elezioni europee della primavera del 2009. E questo, secondo alcuni osservatori, potrebbe anche rivelarsi un vantaggio. Dopo le elezioni europee, quando verosimilmente anche l’Irlanda sarà in qualche modo rientrata nei ranghi, le poltrone da assegnare non saranno più soltanto due. Al presidente del Consiglio e al responsabile della politica estera si aggiungeranno il presidente della Commissione, i nuovi 27 commissari, il presidente dell’Europarlamento. Un pacchetto di nomine che potrà accontentare più Paesi: un modo per coniugare, ancora una volta, i grandi obiettivi con la realpolitik.


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4 priorità (difesa, immigrazione, clima, agricoltura) più il Mediterraneo

Il piano è zoppo ma non impossibile di Michele Marchi

PARIGI. Al di là delle reazioni a caldo, il sentimento dominante in vista della Pfue (Présidence française de l’Union européenne) è che il «no» irlandese complichi non poco il quadro.Vi è innanzitutto un danno di immagine da non trascurare. Come ha ricordato Ségolène Royal (pessima esperta di questioni internazionali, ma grande cultrice della polemica politica) gli irlandesi votando «no» hanno prima di tutto voltato le spalle al Presidente francese. È infatti lui il vero padre putativo (insieme a Merkel) del Trattato di Lisbona, sviluppo negoziato del «trattato semplificato» presentato dallo stesso Sarkozy nel settembre 2006. Accanto a questo problema di forma c’è poi quello legato alla sostanza dei sei mesi di presidenza francese. Chiusa la questione istituzionale con la firma del Trattato a Lisbona il 13 dicembre 2007 e avviato il percorso delle ratifiche, l’obiettivo principale della presidenza di turno francese era quello di occuparsi di questioni istituzionali e preparare il terreno diplomatico per l’elezione del Presidente del Consiglio e del’Alto Rappresentante. In sintesi: lo sforzo francese doveva essere dedicato a perseguire alcuni fondamentali obiettivi strategici, finalizzati alla trasformazione dell’Ue da «teatro strategico» (caratteristica dell’epoca di Guerra fredda) in «attore strategico». Nel suo primo anno di presidenza Sarkozy si è impegnato in prima persona e ha impegnato la sua diplomazia con l’obiettivo di strutturare la presidenza di turno dell’Unione attorno a quattro obiettivi strategici, ai quali si deve aggiungere il contrastato progetto di Unione per il Mediterraneo. Al primo posto sta il rafforzamento dell’Europa della difesa, quella Pesd che il 4 dicembre del 2008 festeggerà il suo decimo anniversario. Due gli ostacoli con i quali Parigi si deve misurare. Da un lato il sospetto, soprattutto avanzato da Londra, che la Pesd possa rappresentare un pericolo per la sopravvivenza della Nato o comunque che si possa creare una concorrenza. Il percorso avviato da Sarkozy per il reintegro di Parigi nel comando unificato Nato, abbandonato da de Gaulle nel 1966, è un gesto simbolico decisivo per dimostrare la non contraddizione tra

Europa della difesa e Patto Atlantico. Il secondo nodo riguarda le reali capacità militari europee, con particolare riferimento ai bassi investimenti che la maggioranza dei Paesi continentali destinano alla difesa (Francia e Gran Bretagna coprono con i loro bilanci militari i due terzi degli investimenti totali dei 27 Paesi Ue). Impossibile un protagonismo europeo in materia di difesa in queste condizioni.

La seconda grande sfida riguarda ambiente e questione energetica, in particolare le riduzioni di emissioni di gas serra e la sicurezza energetica dell’Ue. L’obiettivo è quello di portare l’Europa alla Conferenza Onu sul clima del dicembre 2009 con le credenziali per giocarvi un ruolo da protagonista. Per riuscire in questo progetto la strada è stata tracciata dalla presidenza tedesca del primo semestre del 2007, con il «Piano 2020», seguito dalla proposta di direttiva della Commissione di gennaio 2008. Compito della presidenza francese dovrebbe essere quello di far accettare ai Paesi membri le quote nazionali stabilite per l’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera. Da Parigi ci si attende anche attivismo sul tema della sicurezza energetica, proponendo una road-map da sviluppare in un contesto europeo il cui dato più controverso è la mancanza di uniformità tra i 27 nei meccanismi di approvvigionamento e produzione. Terzo grande cantiere quello della Pac. Quella politica agricola comune alla base di numerose querelle, ma anche simbolo dei successi dell’Europa delle origini, prevede oggi un accordo fino al 2013. In vista di questa data spartiacque la presidenza francese tenterà di avviare un processo di riforma che tenga conto delle condizioni economiche, ambientali ed alimentari mutate. Come ricordato dallo stesso Presidente il 23 febbraio scorso quattro dovranno essere le priorità di una Pac rinnovata: la sicurezza alimentare dei consumatori europei, un migliore contributo alla sicurezza alimentare mondiale, la lotta ai cambiamenti climatici dovuti ad interventi agricoli non controllati e la protezione dei territori europei. continua a pagina 14


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speciale esteri

Occidente

segue da pagina 13

Infine, la proposta di «patto europeo per l’immigrazione», variante continentale dell’approccio francese dell’immigration choisie, illustrata dal ministro Hortefeux ad inizio giugno alla commissione Affari interni del Parlamento europeo, fatta propria pochi giorni dopo dai ministri degli Interni dei 27 e ora al vaglio degli eurodeputati a Strasburgo. Oltre ad un rafforzamento dei controlli alle frontiere, la vera novità è il tentativo di fissare norme comuni per regolarizzazioni ed espulsioni, fino ad arrivare ad un’unica procedura per l’ingresso di lavoratori qualificati e legati alle esigenze del tessuto produttivo dell’Ue. Direttamente riconducibile al tema immigrazione, ma in generale corollario al progetto di presidenza transalpina, è poi il lancio dell’Unione per il Mediterraneo, per alcuni mesi fonte di scontro con Berlino, ma oggi tramutatosi in un progetto più ridotto e di sostanziale ripartenza dell’anemico Processo di Barcellona del 1995. Accanto alle posizioni critiche di Libia e Algeria non mancano le aperture di Siria ed Egitto. Dal numero di Paesi della sponda sud del Mediterraneo che saranno presenti alla conferenza di Parigi del 13 luglio prossimo si potrà capire se il progetto avrà o meno un futuro. Ebbene, di fronte al «no» irlandese come mutano queste priorità? Quante possibilità vi sono che la presidenza francese non venga travolta dalla nuova impasse imposta da Dublino? Sarkozy ha ribadito che il vero obiettivo del semestre sarà quello di scongiurare che «un incidente si tramuti in una crisi». Il ministro degli Affari europei, Jouyet, ha aggiunto che il dossier istituzionale non doveva essere prioritario e non lo sarà nemmeno dopo il «no» di Dublino, ma la linea ufficiale è quella di proseguire con le ratifiche e lasciare all’Irlanda una pausa di riflessione. Al Consiglio europeo di ottobre si riprenderà in mano l’argomento. Nel concreto almeno due delle quattro priorità, difesa e immigrazione, hanno poche possibilità di andare in porto senza le regole del Trattato di Lisbona. Sarkozy comunque promette di tornare ad insistere sull’«Europe protectrice», in grado di incidere sulle priorità quotidiane dei suoi cittadini. Jouyet conclude: «L’Europa ha ottimi progetti a medio e lungo termine, ma è poco reattiva sulle priorità immediate». A Sarkozy ora l’arduo compito di fare la sintesi tra priorità di ampio respiro e l’ondata di populismo che ogni «no» referendario sempre si porta dietro.

La foto di famiglia dei leader europei sorridenti al termine del vertice di Lisbona del dicembre 2007. Da domani si rivedranno a Bruxelles, ma il clima è cambiato. Nella pagina a destra il ministro degli Esteri Franco Frattini

Domani al via la due giorni del Consiglio europeo con i 27 capi di governo della Ue

Trattato sospeso, summit in tilt di Maria Maggiore

BRUXELLES. Hanno anticipato di un giorno la grande manifestazione europea contro il caropetrolio. Ma la stonatura resta. Oggi 400mila tra camionisti e pescatori europei sfileranno, arrabbiatissimi, nelle strade di Bruxelles contro l’aumento folle del prezzo del barile, che sta rendendo impossibile le loro vite rischiando di mandare a picco settori vitali per l’economia di alcuni Paesi, come la pesca. Poche ore dopo, giovedi pomeriggio, i 27 capi di Governo della grande Europa allargata si ritroveranno al quinto piano del granitico Palazzo Justus Lipsius per parlare del trattato di Lisbona e di come uscire dall’imbarazzo del No irlandese al referendum. Da una

d’interesse dell’euro, per lottare contro l’inflazione, arrivata quest’anno oltre il limite rosso del 3% sul Pil. Questo significa esportare con ancor più difficoltà. Eppure i ministri delle Finanze dei 27 non sono convocati giovedi a Bruxelles, nonostante il piatto forte del vertice dovesse essere la crisi del caro-petrolio con le possibili soluzioni da trovare in ogni Paese. Perchè, come ha giustamente detto un diplomatico tedesco, «si continuano a coltivare false promesse, come se l’Europa potesse risolvere tutto e intanto l’Ue non fa niente. La realtà è che l’Unione non ha competenze sulle materie fiscali o sul prezzo del gasolio, ma questo i capi di governo non lo dico-

Avanti con le ratifiche, oggi tocca a Londra, poi Polonia, Svezia, Repubblica Ceca e Italia parte i cittadini con i loro problemi reali. Dall’altra i governanti che da quasi dieci anni discutono di nuove regole istituzionali, senza dare risposte concrete a chi sta nella strada.

Il vertice di giovedi e venerdi rischia, ancora una volta, di trasformarsi in un’inutile vetrina di star politiche, incapaci di fornire le chiavi di svolta della crisi economica del vecchio continente. La Banca centrale europea ha annunciato di voler alzare i tassi

no ai cittadini». Il draft delle conclusioni del Consiglio recita una bella paginetta di buone intenzioni, su come lottare contro l’aumento dei prezzi. Si ripete il verbo della Commissione (valido, per carità) di concentrarsi sul risparmio e l’efficienza energetica, di aumentare le riserve di petrolio per liberarsi dall’isteria dei mercati. Si sconsigliano le misure fiscali, se non a breve termine (come la Robin Hood Tax di Tremonti) perchè rischiano di avere effetti

distorsivi sugli investimenti così come l’idea allettante, ma poco realista, di Sarkozy di abbassare la tassa sull’Iva della benzina. Bocciata a Bruxelles perchè aumenterebbe i consumi e l’inquinamento da CO2, contro cui lotta l’Europa. Poi si chiede alla Commissione di trovare altre vie. Nei prossimi mesi. E la palla passa a un esecutivo che ha dimostrato negli ultimi quattro anni di non avere la statura, nè il coraggio, nè appunto il potere, di agire.

Nei due giorni di riunioni, bisognerà anche trovare delle risposte politiche dopo lo schiaffo degli irlandesi al nuovo Trattato. La discussione si terrà giovedi durante la cena di lavoro. Si attende la relazione del premier Brian Cohen, un’analisi del No e le sue richieste per uscire dalla crisi. Il ministro degli esteri irlandese Michael Martin le ha già avanzate lunedi a Lussemburgo. «We need time and space», abbiamo bisogno di tempo e margine, ha detto Martin ai colleghi presenti. Si parla di almeno un anno prima di poter riproporre un referendum nell’isola. Intanto il Trattato delle tante speranze, erede della già defunta Costituzione europea, il testo che dovrebbe dare agilità e modernità all’Europa, è di fatto sospeso. La strategia delle capitali, con in testa Parigi e Berlino, è chiara e sarà ribadita al vertice. Si va avanti con le ratifiche, oggi dovrebbe toccare proprio all’euroscettica Londra, sperando a ottobre di aver finito il giro. «In questo summit di giugno

non si dovrebbe quindi decidere niente, per rispetto del voto irlandese, ma stabilire una road map fino al prossimo consiglio di ottobre e lì fare il punto tutti insieme chiedendo eventualemente all’Irlanda di tornare al voto», spiega un alto diplomatico italiano. Qualunque nuovo elemento, come vorrebbero proporre i francesi, aprirebbe il vaso di pandora del Trattato e significherebbe ricominciare con le ratifiche. Una modifica esterna per Dublino potrebbe essere invece «una dichiarazione che calmi i timori irlandesi, come la fine del divieto dell’aborto, della neutralità militare e della libertà fiscale di imporre basse aliquote alle imprese. Temi della campagna referendaria che non sono contenuti nel Trattato», continua il diplomatico. Come se la crisi mostrata dal No irlandese si potesse ridurre a una dichiarazione-rassicurazione e l’Europa ripartire come se niente fosse. Sempre che il percorso delle ratifiche non incontri altri ostacoli. Occorre infatti la firma dell’imprevedibile presidente Kaczinsky in Polonia, l’ok della Corte Costituzionale in Repubblica Ceca e la fine di un complicato percorso parlamentare in Svezia. E ancora il semaforo verde in Italia, con le bizze della Lega. Intanto possiamo dire addio al presidente stabile dell’Unione, al ministro degli Esteri europeo e al voto a maggioranza (invece dell’unanimità) in 40 materie. Questo era comunque un modo concreto per fare avanzare l’Europa. Seppur difficile da spiegare ai cittadini.


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Parigi guarda al Sud del Mediterraneo, Berlino all’Europa dell’Est, Londra agli Usa. E noi?

L’Italia rischia il fuorigioco di Raffaele Cazzola Hofmann ll’indomani del “no” decretato dagli irlandesi al Trattato di Lisbona la linea delle maggiori potenze continentali è che l’Unione europea non si può e non si deve bloccare. L’Italia è capofila di questa linea. Lunedì, al vertice dei ministri degli Esteri europei in Lussemburgo, il titolare della Farnesina, Franco Frattini, ha affermato: «L’Unione europea non si ferma. Dobbiamo continuare il processo di ratifica, anche se non possiamo ignorare il no irlandese e la difficoltà dell’Europa di reagire». Analizzando con Liberal gli scenari del dopo-referendum irlandese, il sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi, sottolinea i rischi legati al fatto che «l’Europa rischia il fallimento finché verrà percepita come l’Europa delle banche e delle burocrazie più che dei cittadini». Infatti, dice il sottosegretario, è necessario che «l’Europa si occupi dei problemi concreti parlando al cuore dei cittadini e sapendo che ogni nazione della Ue, se si muove da sola e senza coordinarsi con le altre, non può essere in grado di fronteggiare grandi temi come quelli riguardanti l’immigrazione o l’energia».

tro fronte la Francia, con ancor più forza e convinzione, dopo la doccia gelata irlandese ha deciso di insistere sul suo progetto di far nascere l’Unione per il Mediterraneo. Nicolas Sarkozy si appresta ad assumere la presidenza semestrale della Ue. Un’opportunità unica per far sì che il già programmato vertice parigino del prossimo 13 luglio tra i Paesi delle due sponde del Mediterraneo sia la vetrina da cui mostrare una Francia in grado di destare da sola la Ue dal torpore delle euroburocrazie di Bruxelles.

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Queste, insomma, sono le ragioni portate avanti dall’Italia in favore dell’appoggio alla continuazione del processo di ratifica del Trattato di Lisbona da parte di tutti i Paesi ancora chiamati a farlo entro la fine dell’anno. I Paesi mancanti all’appello sono solo nove su ventisette. Tra di essi figura anche l’Italia. «La settimana scorsa, il giorno prima del referendum irlandese - dice al nostro giornale il senatore Francesco Amoruso (Pdl), segretario e componente dell’ufficio di presidenza della com-

missione Esteri di Palazzo Madama illustrando lo stato dell’arte - abbiamo effettuato la prima seduta dedicata alla ratifica con l’illustrazione dei contenuti del Trattato di Lisbona. Il “no” dell’Irlanda, come avevano suggerito i sondaggi della vigilia, era nel novero delle possibilità. Ma la bocciatura al Trattato non può e non deve fermare il lavoro del nostro Parlamento. Sul piano geopolitico la Ue è l’unica strada per il Vecchio continente di rimanere sul proscenio mondiale alla pari degli Usa, della Russia e dei nuovi giganti asiatici». Ma la partita europea è un complicato insieme di intrecci che va al di là delle ratifiche parlamentari. La deflagrazione

libri e riviste

ome gli Stati del Sud, il Dixiland, hanno formato la nuova coscienza politica del partito repubblicano? Ce lo spiega l’autore, membro del Council on foreign relations. È un percorso culturale e politico che ha visto il profondo Sud passare da caposaldo dei democratici alla lenta e costante deriva verso un’alleanza fra conservatori, nata già ai tempi del new deal roosveltiano. La storia di Lowndes parte dal secondo dopoguerra e passa attraverso l’era nixoniana, che considera il periodo formativo di una nuova idea di destra americana. La rivolta dei dixiecrats nel 1948 e la campagna presidenziale di George Wallace sono alcune di queste tappe. Un filo conduttore costituito dagli articoli della National Review dell’epoca e dal clima prodotto dalle corse presidenziali

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di Eisenhower, Goldwater e Nixon. L’implosione della cultura segregazionista produsse un riallineamento nell’ideologia del partito con nuove alleanze tra conservatori del Nord e del Sud. Dove la “cultura bianca” razzista dovette fare i conti con la realtà ed evolvere, producendo la cosiddetta bourbon politics of the black belt regions che mediava fra il tradizionale populismo e le esigenze della nuova borghesia metropolitana che guardava al futuro. Joseph E. Lowndes From the New Deal to the New Right Yale University Press 224 pagine – 35 dollari

decretata dal 53 per cento dei votanti irlandesi rischia di rompere il faticoso equilibrio tra la dimensione mediterranea e quella nord-orientale della Ue.

Sono passati appena cinque giorni dal voto in Irlanda. Eppure sono già emersi molti ed eloquenti segnali in tal senso. La Germania punta in modo esplicito al progetto polacco-svedese per una partnership della Ue con l’Ucraina e con gli altri Paesi ex sovietici. La Gran Bretagna, come confermato dalla sintonia tra George Bush e Gordon Brown sulle missioni in Iraq e Afghanistan da rafforzare, potrebbe defilarsi dallo scenario europeo. Su un al-

n testo che torna utile, anche oggi, a due anni dalla prima edizione, per capire meglio i meccanismi dell’economia mondiale e globalizzata. Dalla seconda guerra mondiale in poi i free trade agreement sarebbero stati utilizzati come un mezzo per raggiungere non solo accordi commerciali, ma anche politici. Un sistema other than politic per governare i rapporti internazionali. Ma negli ultimi decenni qualcosa era cambiato. Ogni giorno una massa di denaro, circa 2mila miliardi di dollari, attraversava le frontiere nazionali e il 90 per cento di queste transazioni non era più legato allo scambio di merci, come era stato negli anni Settanta. Un’inversione di tendenza era dunque pronosticabile e spiegherebbe uno dei motivi del perché oggi i soldi stiano tornando verso le commodity. Benn Steil e Robert E. Litan Financial Statecraft Cfr/Yale Univ. Press - 224 pagine – 38 dollari

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E’ proprio in questa Europa che sembra propensa ad andare avanti ad almeno tre velocità (quella tedesca che spinge a privilegiare l’area nord-orientale della Ue; quella britannica che punta al rapporto con l’altra sponda dell’Atlantico; infine quella francese che vuole egemonizzare la scena mediterranea) che l’Italia rischia di rimanere sotto il pericoloso incrocio di tre diversi “fuochi”. Questo scenario è tutt’altro che ipotetico. E anche alla Fernesina ce n’è coscienza. Il sottosegretario Craxi si sofferma soprattutto sull’iniziativa francese nel Mediterraneo: «Come insegna la lunga tradizione di rapporti con le altre realtà affacciate sul nostro mare, abbiamo davvero tutte le potenzialità e le risorse per giocare un ruolo perfino più importante di quello della Francia. Ma scontiamo i ritardi e le omissioni del governo precedente incapace di prendere una qualsiasi iniziativa mediterranea. Così è effettivo il rischio di essere spiazzati dalla Francia che finora ha investito più di noi sulla politica estera proiettata nel Mediterraneo e mostra forti segnali di iniziativa».

prigionieri di Camp Delta della base Usa di Guantanamo, nel lembo orientale di Cuba, potranno fare ricorso alle corti federali. Il rispetto dell’habeas corpus sarà di nuovo garantito, grazie ad una storica sentenza della Corte Suprema statunitense. Secondo l’autore questo aprirà prospettive infauste per la lotta al terrorismo. Alla base della sentenza, firmata dal giudice Anthony Kennedy, nominato da Ronald Reagan, c’è una scelta che deve attuare la politica: come proteggere i valori costituzionali mentre si combatte la guerra al terrorismo. Matthew Continetti The Gitmo nightmare The Weekly Standard – 23/06/08

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a cura di Pierre Chiartano


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economia In alto, da sinistra, il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, e il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Nella foto piccola, i segretari generali di Cisl, Uil e Cgil: Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti e Gugliemo Epifani. Oggi imprese e confederali si vedono per discutere della riforma contrattuale: tutti d’accordo a rafforzare il secondo livello, ma con diversi strumenti

Nuovo incontro tra le parti per la riforma contrattuale

Confindustria studia deroghe ai minimi? di Vincenzo Bacarani

ROMA. Ricomincia stasera alle 18, nella sede di Confindustria, la trattativa tra organizzazioni sindacali e imprenditori, sullo scottante argomento della riforma contrattuale. Dopo il primo incontro, sostanzialmente di facciata – servito però a dimostrare la volontà di continuare il confronto – quello di stasera sarà un altro vertice interlocutorio in cui Confindustria, da una parte, e Cgil, Cisl, Uil, dall’altra, presenteranno le loro rispettive posizioni.

La serie di incontri proseguirà poi, di tappa in tappa, per arrivare entro il 30 settembre – data di presentazione da parte del governo della Finanziaria – a un accordo che stabilisca nuove regole e che, soprattutto, faccia carta straccia dell’accordo del luglio del 1993. Ma la strada si presenta abbastanza in salita. I sindacati che hanno fatto uscire dalla porta la scala mobile, tentano ora di farla rientrare dalla finestra introducendo una sorta di osservatorio sul costo della vita in relazione agli stipendi. I termini “inflazione programmata” e “inflazione reale” vanno in sostanza cancellati e sostituiti con la dicitura “inflazione realisticamente prevedibile” puntel-

lata da “parametri ufficiali di riferimento”. Se i sindacati pongono questioni di non facile soluzione, altrettanto si può dire della Confindustria. Viale dell’Astronomia presenterà come sua piattaforma “il piano per i nuovi assetti contrattuali” del settembre 2005, che però è figlio di un’epoca – quella montezemoliana – ormai lontana. Si parla di riportare legare la definizione di produttività e aumenti nel secondo livello, in sede aziendale, e di ridurre in maniera sostanziosa il numero

saranno fatte per la revisione delle regole contrattuali terrà anche conto del nostro esempio e riuscirà a concordare con le organizzazioni sindacali un modello flessibile». Come quello realizzato per i chimici. Deroghe salariali sono da tempo applicate in Europa. Ma si tratta di una proposta che Confindustria presenterà nel corso della trattativa in maniera graduale. Anche perché ci sarà da affrontare l’ostacolo della contrattazione di secondo livello che i sindacati vorrebbero anche territoriale.

In viale dell’Astronomia ne ha parlato apertamente soltanto il presidente di Federchimica Squinzi, ma sono molti gli imprenditori che sperano di ripetere in Italia quanto si fa in Germania o in Francia. Cgil, Cisl e Uil pronte alle barricate dei contratti di categoria. Oggi oltre 400. Ma il non detto nella loro piattaforma sembrerebbe una deroga sui minimi. L’unico che finora ne ha parlato apertamente è stato il presidente di Federchimica, Giorgio Squinzi. «Siamo certi», ha detto, «che il nuovo presidente di Confindustria nelle scelte che

Così quest’ipotesi, assieme con la nuova inflazione programmata, diventa per Confindustria il primo spettro da combattere: un tale meccanismo, se unito a un rafforzamento del minimo salariale nel contratto nazionale, porterebbe costi del lavoro altissimi in aree già poco attrattive.

Meglio una contrattazione di secondo livello per categorie, accompagnata dall’incentivazione di quelli che nel 2002 vennero definiti enti bilaterali: organismi (composti da sindacati e imprenditori) già previsti nei contratti dei chimici e degli edili e che si occupano di sicurezza del lavoro o di previdenza integrativa. I minimi contrattuali per Cgil, Cisl e Uil sono sacri. «La semplice derogazione», spiega Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl, «sarebbe inaccettabile. Sento dire che la categoria dei chimici l’ha già sperimentata. Ma attenzione: si è trattato di deroghe sulla parte normativa non sui salari. C’è una bella differenza». Un no decisivo? «Siamo solo all’inizio del confronto», aggiunge Santini, «aspettiamo l’evolversi della trattativa. Il sindacato ha dimostrato di essere aperto al confronto. Vediamo. L’importante per noi è rispettare le scadenze e arrivare in tempo alla conclusione entro il 30 settembre». Oggi i sindacati torneranno a parlare di carovita. «I dati sull’inflazione sono davvero allarmanti», spiega il segretario Cisl, «Il governo deve intervenire con provvedimenti che tendano

a raffreddare il termometro dell’inflazione». Il pericolo, secondo via Po, è che la trattativa sulla riforma contrattuale possa essere in qualche modo vanificata dal galoppare dell’inflazione, «che rende tutto più difficile».

Per complicarsi di più la vita, la Cgil in questi giorni ha azzerato la sua segreteria. Il leader, Guglielmo Epifani, ha deciso – proprio mentre è in corso una trattativa storica sulla riforma contrattuale – di rivoluzionare il suo sindacato facendo sfiduciare tutti i componenti della segreteria e cancellando il dissenso interno. Oltre a Paolo Nerozzi e Achille Passoni (eletti senatori nel Pd) e a Carla Cantone (nuovo segretario del sindacato pensionati) fuori anche Marigia Maulucci e Mauro Guzzonato. Entreranno in segreteria, accanto ai confermati Fulvio Fammoni, Paola Agnello Modica, Nicoletta Rocchi e Morena Piccinini, Susanna Camusso (segretario Cgil Lombardia, prossima futura leader), Agostino Megale (presidente dell’Ires), Enrico Panini, Fabrizio Solari e Vera Lamonica (segretaria Cgil Calabria), una pupilla del segretario.


economia

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Oggi il piano di Scajola sull’energia: liberalizzazione dei distributori, meno tasse e ritorno al nucleare

Carobenzina,un tesoretto da 2,2 miliardi di Alessandro D’Amato

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L’Antitrust contro banche e coop L’Antitrust Ue mette nel mirino i vantaggi fiscali previsti dalle normative italiane per le maxi cooperative. Fonti Ue hanno spiegato che sarà nell’interesse di Roma rispondere al più presto ai dubbi di Bruxelles circa la compatibilità di tali sgravi con le norme Ue sugli aiuti di Stato. In caso di risposta insoddisfacente la commissione potrebbe decidere di procedere contro l’Italia nella cornice di un’indagine per gli aiuti esistenti.

Scajola fa slittare la class action La legge sulla class action entrerà in vigore a partire dal primo gennaio dopo un «percorso di revisione con le parti interessate». È quanto ha detto il ministro per le Attività Produttive, Claudio Scajola, a margine di un incontro a Palazzo Marino, aggiungendo che «il governo è favorevole al provvedimento». «Qualcuno - ha spiegato Scajola nel corso di un incontro con la stampa - ha interpretato il rinvio dell’entrata in vigore della legge come un disconoscimento della sua validità, ma non è così». Secondo Scajola, la normativa sulla class action è «di assoluta validità e importanza per i consumatori», anche se «per produrre effetti positivi ha necessità di essere ritoccata».

Sanzionati i panificatori di Roma ROMA. Sono gli “effetti collaterali” del petrolio alle stelle. E alcuni di questi – in attesa del pacchetto energia di Scajola, oggi in Consiglio dei ministri – non risultano particolarmente sgraditi al governo. Come quel “tesoretto” creatosi nelle pieghe delle casse dello Stato a causa del consequenziale aumento degli introiti derivanti dal contemporaneo aumento delle entrate. Come fa sapere la Cgia di Mestre, negli ultimi due anni e mezzo l’erario ha incassato più di due miliardi di euro in accise e Iva grazie ai rincari di benzina e gasolio. Dallo studio emerge che tra gennaio 2006 e maggio 2008 l’aumento dei prezzi dei carburanti ha portato nelle casse dello Stato un maggiore importo pari a 1.747,8 milioni di euro di Iva e 440,1 milioni di accise. Grazie agli aumenti del 51 per cento del prezzo del gasolio (l’Iva conseguente è salita del 47 per cento, l’accisa del 5) e del 39 di quello della benzina (con un’imposta sul valore aggiunto in crescita del 39), l’Erario si è trovato in cassa 2,187 miliardi di euro in più. Poi ci sono anche i collaterals positivi, come quelli per l’ambiente: l’aumento dei costi del carburante ha costretto gli italiani ad abbandonare l’uso dell’auto a tutti i costi. E questo, secondo le stime del centro studi Promotor (Csp), dall’inizio dell’anno ha portato a mancate emissioni di CO2 vicine al mezzo milione di tonnellate. Questa diminuzione, pari al risparmio che si avrebbe se 700mila pen-

Con il petrolio alle stelle l’Erario ha incassato di più in termini di Iva e accise. Calano anche le emissioni di CO2 dolari decidessero di passare dall’auto al treno, è stata calcolata a partire dai dati resi noti la scorsa settimana dal ministero dell’Economia. «I minori consumi sono dovuti», ha spiegato Gian Primo Quagliano, direttore del Csp – in parte a comportamenti diversi da parte degli automobilisti dettati dai prezzi, in parte al rinnovo del parco macchine che favorisce sempre di più il gasolio, meno inquinante. Questa è una tendenza degli ultimi anni: il consumo di benzina quest’anno è calato del 7,4 per cento, mentre nel 2007 del 6,1. E la differenza è dovuta ai prezzi». Ma il caro carburanti – con conseguenti polemiche – al di là di qualche effetto positivi preoccupa comunque il governo. Per questo, oggi al consiglio dei Ministri, approderà il piano energia del ministro dello Sviluppo Claudio Scajola. Si prevedono una serie di interventi per affrontare la crisi: misura più incisiva un decreto per liberalizzare la rete di distribuzione dei carburanti, rimuovendo vincoli di prossimità e permessi necessari per l’apertura delle stazioni di servizio, in questi anni spesso introdotti dalle Regioni.

Nel pacchetto anche un rafforzamento dei poteri del Garante dei prezzi per combattere le speculazioni: questo sarebbe il segno di un cambio di linea della maggioranza, visto che molte voci al suo interno non risparmiarono ironie quando l’authority venne istituita. Anche se non è ancora chiaro come potrà Mister prezzi incidere su un prezzo “di cartello”, sul quale la competenza è dell’Antitrust. Quindi la misura principe, la sterilizzazione degli aumenti dell’Iva sui carburanti. Secondo il progetto del ministro, dopo ogni due punti percentuali di aumento del prezzo del greggio rispetto al valore di riferimento in euro indicato nel Dpef, scatterebbe in automatico una riduzione dell’accisa di pari valore, a compensazione del maggior gettito Iva derivante dalla crescita del prezzo industriale dei prodotti.

Nel piano di Scajola dovrebbero anche rientrare i primi passi per ritornare al nucleare, annunciato in pompa magna solo qualche settimana fa. Allo Sviluppo hanno lavorato sul quadro normativo e sui criteri per l’individuazione dei luoghi idonei dove far sorgere le centrali. Non soltanto l’atomo nella testa del ministro. Proprio ieri Claudio Scajola ha dichiarato: «La settimana prossima sarò ad Atene per cercare di concludere un importante accordo su un gasdotto che arriva dal Mar Caspio e ci consentirà di avere una ulteriore diversificazione sulle forniture energetiche per non dipendere solo da pochi».

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato l’Unione panificatori di Roma e provincia, per aver messo in atto un’intesa restrittiva della concorrenza, «divulgando indicazioni di prezzo minimo o di aumenti minimi consigliati, per tutte le tipologie di pane vendute dai panifici attivi nella zona». Ne ha dato notizia l’Antitrust in una nota che evidenzia come «l’Unione Panificatori di Roma è un’associazione di imprese, l’Autorità, che ha giudicato l’intesa molto grave, ha potuto calcolare la sanzione, pari a 4.430 euro, solo sul totale delle entrate associative (55.372 euro)».

De Meo: Fiat non è marchio low cost «Il marchio Fiat non appartiene al segmento del low cost e anzi oggi rappresenta bene il made in Italy, espressione di particolare qualità». Lo ha affermato Luca De Meo, responsabile marketing per il gruppo Fiat e amministratore delegato di Alfa Romeo. «Abbiamo cercato di rendere il marchio Fiat meno low cost possibile - ha spiegato De Meo - noi vendevamo arance al prezzo di patate. Oggi Fiat ha un posizionamento, in particolare sul mercato italiano, che non ha mai avuto nella sua storia».

Commercio estero, calano gli scambi Ad aprile il deficit degli scambi commerciali tra l’Italia e il resto del mondo è pari a 1.004 milioni di euro, in calo rispetto a quello di 1.285 milioni registrato nello stesso mese del 2007. Lo ha reso noto l’Istat, sostenendo che le esportazioni sono aumentante del 18,8 per cento, mentre le importazioni hanno registrato una crescita del 17 per cento. Rispetto a marzo, invece, le esportazioni sono aumentate del 2,7 per cento, mentre le importazioni sono cresciute del 3 per cento. Nei primi quattro mesi del 2008, aggiunge l’Istat, il saldo è risultato negativo per 6.095 milioni di euro, contro il deficit di 6.971 milioni rilevato nello stesso periodo del 2007.

Popolare di Vicenza sotto mira di Bankitalia Gli ispettori di Bankitalia hanno sollevato tre elementi di contestazione al cda della Banca Popolare di Vicenza, oltre a diversi altri non di competenza degli amministratori. Tra i rilievi al board c’è quello relativo alla mancata vigilanza sulla vendita di derivati, che nel corso del 2007 era proseguita anche dopo la delibera del consiglio che in luglio limitava l’operatività ai prodotti di copertura.


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er un’intera vita mi sono domandato quale fosse la mia vera identità: io, nato in un’isola dei Caraibi, indiano di origine, di cultura, vissuto a Londra, a quale nazionalità appartenevo davvero? Adesso ho smesso d’interrogarmi. Ho accettato di essere in qualche modo un ibrido, e questo ora mi dà gioia. Mi dà l’euforia di sfuggire a ogni etichetta: e questo, per chi scrive, è semplicemente meraviglioso». Così si racconta Vidiadar Surajprasad Naipaul, settantacinquenne premio Nobel per la Letteratura nel 2001 e unanimemente considerato uno dei massimi autori di lingua inglese dell’ultimo secolo. Lo incontriamo a Roma, dove questa sera sarà protagonista del Festival Letterature alla Basilica di Massenzio, e presenterà al pubblico un testo inedito sul tema «Parola e silenzio». Parla con lentezza, Naipaul, e sorride spesso, quasi volesse contrappuntare d’ironica noncuranza le frasi. A ogni pausa, lo sguardo si posa un istante sull’interlocutore, per poi subito fuggire lontano, forse a inseguire l’esattezza implacabile di un’espressione, il rigore di un concetto da enunciare senza esitazioni. Risponde con garbo alle nostre domande, ma alla fine ci s’accorge che è lui, il bramino educato in Inghilterra, a guidare l’interlocutore, a persuaderlo, talora a interrogarlo a sua volta come se, invece che rispondere a un’intervista, stesse discorrendo davanti al fumo di un infuso, ai tavolini di una sala da tè di Londra o dell’India del tempo coloniale. Lei, Naipaul, è autore di venticinque romanzi e di molti saggi. Come è cambiato, negli anni, il suo rapporto con la letteratura? È cambiato moltissimo. All’inizio, quando mi mettevo a scrivere, avevo l’ambizione di raccontare una storia, di creare personaggi. Penso a libri come Una casa per Mr Biswas o Alla curva del fiume o a L’enigma dell’arrivo. Con il tempo, ho fatto una scoperta amara, dolorosa, ma anche esaltante. E cioè che il romanzo, la cosiddetta fiction, non hanno più niente da dire. Sì, il romanzo è morto. Dopo aver raggiunto il suo culmine nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, si è inaridito, fino a spegnersi. Non ha più energia, e ogni opera di narrativa, anche se valida, magari piacevole o brillante, scritta con intelligenza e capacità, altro non è che una ripetizione di qualcosa di già fatto, di già detto. Cosa rimane, dunque, agli scrittori? Tutto il resto, cioè il meglio. La saggistica, ad esempio. E per saggistica intendo quel modo unico, straordinario di osservare la realtà e raccontarla, di guardare la vita e il mondo e interpretarli, che è, a mio avviso, l’essenza della scrittura, la sua stessa ragion d’essere. Parliamo della realtà, allora. Come vede, oggi, l’India?

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personaggi Incontro con lo scrittore indiano Naipaul

«Non illudetevi, l’Islam non è integrabile» colloquio con V. S. Naipaul di Tommaso Debenedetti dedicato il libro Fedeli a oltranza. A cosa si deve, a suo avviso, il predominio dell’islam più estremista? Ci sono varie cause. Ma, in quest’ultimissimo periodo, ritengo che il motivo forse principale sia l’esistenza di un regime iraniano feroce, insieme fondamentalista, espansionista e filoterrorista. Io credo che non si debbano fare sconti all’Iran. Mi spiace essere

così severo, ma ritengo che gli iraniani abbiano fatto, già prima di Ahmadinejad, errori gravissimi. Hanno distrutto una monarchia con forti connotati occidentali e potenzialmente democratici quale quella dello Scià per portare al potere l’estremismo sanguinario e teodegli cratico ayatollah. Hanno avuto una breve occasione,

Le responsabilità dell’Iran, le elezioni americane, l’immigrazione, il rapporto con la letteratura... Lo scrittore si racconta L’India è tante cose. L’India è un continente, forse è un mondo intero, un universo nell’universo. La guardi e ti sfugge. Credi di averla vista e compresa, ma poi ti accorgi che devi ricominciare da capo. È magica e straziante, l’India, ti sconvolge con la sua pace e le sue malinconie. E fa paura: spaventa anzitutto gli indiani, quelli dell’élite ricca e istruita che oggi vogliono fuggire la loro cultura, la loro terra. Vogliono diventare americani o inglesi e far perdere ogni traccia delle loro origini. Non è giusto, ma questa è la realtà. Anche perché la paura è più che motivata. Il conflitto religioso, in India, non è stato mai tanto forte, e si vive in un clima teso, come se tutto fosse pronto a esplodere e nessuno facesse niente per evitare la spaventosa deflagrazione. Credo che una delle cause di questo clima sia un islam sempre più forte, ma pure sempre più aggressivo, in cui l’estremismo sembra sul punto di avere la meglio. Lei è un profondo conoscitore del mondo islamico, cui ha

Vidiadar Surajprasad Naipaul, 75 anni, premio Nobel per la Letteratura nel 2001

qualche anno fa, per tornare alla democrazia e poi hanno eletto Ahmadinejad. Hanno portato la guerra e la tensione in tutta l’area, e ora ne pagano le conseguenze!. Cosa pensa dei rapporti fra islam e Occidente? Premetto: l’islam è una enorme civiltà e certo non coincide con Al Qaeda o con il terrorismo mediorientale. Ma non ritengo che esso possa essere assimilato alla cultura occidentale, o trovare una fusione col modo di vita delle democrazie dell’Europa. Quindi ritengo che chi parla di islam europeo non solo compia un grave errore, ma anche agisca per interesse. Non crediamo, per favore, a quegli intellettuali islamici che, per vendere meglio i loro libri, si presentano con una faccia diversa in Occidente, ingannando i creduloni sulla possibile esistenza di un islam integrato con i valori dell’Europa! In Europa, si discute molto del tema dell’immigrazione. Quale è la sua opinione? Io sono in qualche modo un immigrato e un cittadino del mondo. Indiano di famiglia, caraibico di nascita, inglese di appartenenza. Quindi non credo di poter essere accusato di xenofobia o di razzismo se dico che bisogna stare attenti. Far entrare gli immigrati va bene, ma la legislazione deve essere severa, molto più severa di quella che si è avuta finora. E non solo per la sicurezza dei cittadini o per questioni economiche, ma anche perché, in un mondo dove tutto è interconnesso e gli scambi culturali sono continui, si rischia lo sradicamento, l’impoverimento. A forza di immigrazioni, di movimenti di popolazione, si sta perdendo molto della cultura asiatica, o africana, e la stessa cultura europea perde il senso di se stessa. Accogliere va bene, ma bisogna che nessuno perda il senso della propria storia. Veniamo alle elezioni americane. Obama o McCain? Confesso di essere rimasto colpito molto favorevolmente da Barak Obama. La sua storia personale, il fenomeno del suo arrivo alla candidatura per i Democratici, hanno qualcosa di straordinario. Apprezzo i suoi discorsi, mi piace il suo coraggio. Credo che potrà vincere, che potrà diventare presidente degli Stati Uniti. Ma a questo punto mi domando: riuscirà a essere davvero un uomo nuovo, come promette di essere, o alla fine i meccanismi del potere, i piccoli giochi della politica coinvolgeranno anche lui, e la presidenza Obama sarà una grande delusione, un disastro? Questo è il vero interrogativo. A cosa sta lavorando, Naipaul? Sto lavorando. Lavorando molto. Un nuovo libro è quasi pronto, ma mi permetta di non dire altro. Parlare di quel che si sta scrivendo porta male, e io sono superstizioso!


anniversari

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Il primo religioso del Pime arrivò a Hong Kong nel 1858, quando l’isola era colonia britannica

Missionari in Cina, 150 anni dopo di Rossella Fabiani i può essere cristiani in Cina? A un anno dalla lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi e alla vigilia delle Olimpiadi che catapulteranno Pechino sotto i riflettori di tutto il mondo, proviamo a mettere un punto. E a chiederci come vive la Chiesa nel più grande Paese d’Oriente. Tante le sofferenze. Ma anche successi e speranze.

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Nell’aprile scorso la diocesi di Hong Kong ha festeggiato i 150 anni di missione del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) con una messa solenne, presieduta dal vescovo della diocesi di Hong Kong, il cardinale Joseph Zen, celebrata nella cattedrale dell’Immacolata, che fu fatta costruire 120 anni fa dal primo vescovo di Hong Kong, padre Timoleone Raimondi. Alla liturgia hanno partecipato oltre 1200 persone, 100 sacerdoti e 3 vescovi: l’ausiliare di Hong Kong e quelli di Macao e di Teramo. Un ambiente completamente diverso da quello incontrato dalla prima missione dell’Istituto che si concluse in modo drammatico: missionari martiri, uccisi dalle febbri, fuggiti. L’isola era da poco diventata colonia britannica, nel 1842, quando vi sbarcò il primo missionario del Pime, padre Paolo Reina. Arrivava dalla missione della Papua Nuova Guinea e, insieme ad altri tre compagni, cominciò il suo lavoro come cappellano delle truppe irlandesi al servizio di Sua Maestà britannica. Quasi subito,

di Hong Kong il riconoscimento del valore legale delle scuole cattoliche e a ricevere aiuti dal governo dopo una lunga battaglia. Come sta lottando oggi anche il cardinale Zen per impedire al governo di Hong Kong di nazionalizzare le scuole creando strutture di controllo politico, al di fuori della proposta educativa. La Caritas a Hong Kong nasce negli anni ’70 quando l’isola diventa la patria di migliaia di profughi che fuggivano dalla repressione e dalla persecuzione comunista. L’organismo pastorale si è preso cura di accoglierli, curarli e nutrirli. Inserendoli e facendoli divenire uno dei pilastri dello sviluppo economico che ha poi caratterizzato la colonia. Tra i meriti del Pime c’è l’impegno sociale per i diritti umani e la democrazia cinese per il quale molti leader di oggi del movimento democratico sono riconoscenti all’educazione e al sostegno ricevuto dai missionari del Pime. E anche la nascita dell’archeologia con i primi scavi neolitici a Hong Kong, è opera di padre Raffaele Maglioni, con i reperti esposti al Museo di Storia della città. Oggi a Hong Kong ci sono 40 padri missionari del Pime. Quest’anno la diocesi di Hong Kong ha battezzato quattromila nuovi cristiani adulti.

Giussani sbarca a Tokyo Tradotto in tutta Europa, pubblicato negli Stati Uniti nel 1997 e due anni fa nel mondo arabo, da pochi giorni il libro di Don Giussani, ”Il senso religioso”, è sbarcato anche in Estremo Oriente. La versione giapponese, la diciottesima lingua in cui viene tradotto il volume, è stata presentata all’Istituto italiano di cultura di Tokyo. L’incontro del fondatore di Comunione e Liberazione con la cultura buddista, che si è espressa in particolare nell’amicizia con Shodo Habukawa, docente all’Università del Monte Koya e responsabile del tempio buddista Muryokoin, risale agli anni Ottanta. Don Giussani parlava sempre dell’esperienza del Mistero e il libro vuole essere uno strumento per comunicare in maniera accessibile le ragioni di un’esperienza religiosa. L’opera di monsignor Giussani raccoglie una serie di riflessioni nate dalla preoccupazione educativa del sacerdote milanese di comunicare la ragionevolezza del ”Fatto cristiano”, precisamente attraverso l’esperienza della propria umanità. Ogni uomo, infatti, per il fatto stesso di esistere, afferma nella sua esistenza, anche incosciamente un significato esauriente per cui valga la pena di vivere. In questo senso appare come esigenza della ragione quella di riconoscere lo scopo dell’esistenza e della storia, vale a dire ciò che tutti hanno sempre chiamato ”Mistero”, o Dio. Nel Sol Levante ”Il Senso religioso” è stato pubblicato dalla Don Bosco Press.

Una storia di sofferenze e di grandi successi: dall’opera del gesuita Matteo Ricci, fondatore della moderna sinologia, ai difficili rapporti con il regime di Pechino però, i tre missionari cominciarono a interessarsi della popolazione locale visitando villaggi di pescatori, di pirati, territori del Guangdong sotto l’impero cinese e fondando le prime comunità di cattolici locali. Tutto questo fuori dal territorio controllato dagli inglesi e rischiando quindi anche la vita.

I missionari sono andati incontro alla gente usando il metodo tipico del periodo: l’annuncio e la predicazione. Ma anche con attenzione ai bisogni reali della gente: fame, salute e – importantissima – l’educazione. Sono stati i missionari del Pime ad aprire scuole per tutti: scuole per ragazze, scuole per sordomuti, scuole private di istruzione. Con l’aiuto delle suore canossiane. E ancora oggi le 300 scuole cattoliche sono considerate le migliori, dall’asilo al college, alle scuole professionali, gestite dalla diocesi di Hong Kong. E’ stato lo stesso padre Raimondi a ottenere dal governatore inglese

Padre Leone Nani, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere, partito per la Cina nei primi del ’900. In alto: Don Luigi Giussani La Chiesa che un secolo e mezzo fa era costituita da alcune decine di stranieri o di cinesi di Macao, oggi abbraccia 300mila cattolici, senza contare gli oltre 100mila filippini che lavorano nel territorio, ed è una delle più vive dell’Asia. Ma la prima presenza cristiana in Cina risale al VII secolo con l’arrivo di alcuni monaci siriani stabilitisi a Chang An, lungo la via della seta. Giudicati“scandalosi” per il loro modo di vivere – senza schiavi – i monaci furono espulsi dall’Impero nell’845. Sono stati, invece, ben accolti dalla dinastia Yuan, XIII secolo, alcuni piccoli gruppi di Francescani e di Domenicani, inviati dal Papa e dal re di Fran-

cia. Nel 1368 la nuova dinastia dei Ming scatenò la persecuzione contro i cristiani.

Duecento anni dopo, nel 1583, il gesuita Matteo Ricci (nato a Macerata il 6 ottobre 1552 e morto a Pechino l’ 11 maggio 1610), raggiunse la Cina continentale sulle orme di san Francesco Saverio, morto alcuni anni prima durante la sua missione in Asia orientale, che realizzò il suo grande sogno. L’anno dopo il suo arrivo, Matteo Ricci stampò il Catechismo, il primo libro prodotto da europei in Cina. Il gesuita cominciò ad approfondire la conoscenza della cultura cinese, in particolare il confucianesimo, costruendo un

ponte attraverso cui far conoscere il contenuto della fede. Ricci in Cina venne molto rispettato. Considerato il fondatore della moderna sinologia e un maestro delle scienze matematiche e dell’astronomia, ha tradotto in cinese alcuni testi fondamentali come i primi sei libri di Euclide. Il gesuita tradusse nella lingua orientale anche il “Manuale” di Epitteto intitolandolo “Il libro dei 25 paragrafi” e parafrasandone in senso cristiano molti passi. Alla sua morte, i cristiani in Cina erano duemilacinquecento. In un edificio che adesso ospita una scuola per i funzionari del partito comunista a Pechino, la School of Beijing Municipal Committee, sono state sepolte le sue spoglie. Alla fine degli anni ’70, il personaggio di Matteo Ricci uscì anche come argomento nell’esame di Stato della Cina. Nel XVIII secolo cominciò un periodo di declino della comunità. E nel 1773 Roma decise di sopprimere l’ordine dei Gesuiti consegnando le missioni ai Domenicani. La presenza cristiana a Pechino contava quasi 100mila anime. Dopo la sconfitta nelle Guerre dell’oppio, la Cina aprì all’evangelizzazione. Furono fondate, da alcuni ordini di suore, le prime scuole femminili, orfanotrofi e ospedali. Nacquero anche le prime università cattoliche. Ma all’inizio del 1900 il movimento xenofobo dei Boxers fece strage dei cattolici: quasi trentamila i morti. Un altro triste periodo è quello che si è aperto con l’avvento del comunismo in Cina a cui sono seguite persecuzioni, violenze, prigionia, torture e processi. Una fase che la comunità cristiana cinese sta cercando ora, finalmente, di superare.


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musica

A Torre del Lago, dove il compositore italiano abitò per trent’anni, il Festival inaugura il nuovo teatro all’aperto

Puccini memorial di Jacopo Pellegrini a grazia è discesa dal cielo» proclama «in una esaltazione mistica», e in uno squillante la maggiore, Suor Angelica rivolta alle consorelle; e con lei, meno mistici e più concreti, gioiscono ed esultano i fortunati 3370 convenuti a Torre del Lago per la serata inaugurale del nuovo teatro all’aperto, un quadrilatero blu in cemento legno e cristallo di 6600 m2 - sotto la gradinata a cielo aperto trovano posto un auditorium di 500 posti, un grande foyer a forma di chiglia di nave con immense travi di legno a vista, gli uffici del Festival pucciniano, camerini, sartoria, sale prove -: mentre tutt’intorno pioviggina o temporaleggia, sulle rive del Lago di Massaciuccoli, dove Giacomo Puccini tenne dimora per trent’anni tra il 1891 e il 1921, le nubi minacciose e cupe non osano scaricarsi, accontentandosi di ghiacciare gli spettatori con staffilate d’aria ghiacciata: se si siano trattenute per rispetto al genius loci, di cui, come sapete, ricorre quest’anno il 150simo della nascita, o per tema delle reazioni che uno scroscio d’acqua avrebbe provocato nel cavalier Bruno Ermolli, braccio destro finanziario d’un altro ancor più celebre cavaliere nostrano, nonché presidente del Comitato Nazionale Celebrazioni Pucciniane (tutte maiuscole, ben s’intende!), non è dato sapere.

«L

Certo, però, Puccini atto IV. Inquietudini moderniste, ultimo tassello d’un progetto quadriennale intorno al compositore lucchese patrocinato da Ermolli, ovvero, per dirla papale papale, quattro antologie operistiche nazional-popolari (con giusto una spolveratina di rarità giovanili nei programmi degli appuntamenti precedenti), si è svolto senza soverchi patemi metereologici alla presenza di un parterre fitto di volti noti e lietamente bipartisan: Simonetta Puccini, nipote di Giacomo, e Guia Farinelli Mascagni, pronipote del musicista livornese, amico e rivale del festeggiato; Sandro Bondi, mini-

stro dei beni culturali e quasi «indigeno» (è di Fivizzano, in provincia di Massa), e Claudio Martini, presidente della regione Toscana (Pd); i «prezzemolini» Stefano Zecchi e Gigi Marzullo; Mirella Freni, grande indimenticato soprano, e Umberto Veronesi, oncologo di fama e padre di Alberto, direttore artistico e musicale del festival torrelaghese, il quale nel cognome ha trovato l’elemento in grado di assicurare saldezza e spicco alla sua attività. Entusiasta, al-

meno alla fine, il pubblico, rimasto incomprensibilmente apatico distratto e intempestivo (applaudiva poco e a sproposito) per tutto il corso della serata. Si potrebbe obiettare più di qualcosa sul sottotitolo del concerto (replicato a Roma, al Parco della musica), in particolare sull’aggettivo «modernista»: se mai Puccini è stato qualcosa, egli di sicuro appartenne alla categoria del moderno tout court, senza bisogno di avalli o

Tre momenti della serata inaugurale del nuovo teatro: gli invitati, la platea, l’orchestra. Sotto, un ritratto di Giacomo Puccini. In alto a destra, la casa di Torre del Lago dove il Maestro dimorò tra il 1891 e il 1921. In basso, Massimiliano Pisapia e Svetla Vassileva

È perfettibile, migliorabile... (ambientalisti permettendo). E infatti, dopo l’esecuzione di “Inquietudini moderniste” i pareri sull’acustica erano discordi...

Il programma del Festival OMAGGIO A PUCCINI domenica 6 luglio, una coproduzione con l’Accademia Chigiana in Siena

TURANDOT venerdì 11 luglio, sabato 19 luglio, venerdì 25 luglio, domenica 3 agosto, domenica 10 agosto, sabato 23 agosto

TOSCA sabato 12 luglio, venerdì 18 luglio, domenica 27 luglio, venerdì 8 agosto, venerdì 22 agosto

MADAMA BUTTERFLY domenica 20 luglio, sabato 26 luglio, sabato 2 agosto, domenica 17 agosto

giustificazioni ulteriori; non gli fu necessario perseguire o adeguarsi alle tendenze, culturali artistiche spirituali, più moderne (tale il significato di modernista e modernistico), poiché le formulava e propugnava in proprio, fin dagli inizi. Cosa peraltro ben chiara alla mente di Riccardo Chailly, per fortuna di Ermolli e nostra, responsabile musicale del quadruplice appuntamento. Il direttore milanese, sciorinando il Preludio del giovanile Edgar (1889) e l’Intermezzo della Manon Lescaut accanto al Finale I della Bohème («Gelida manina» e «Sì. Mi chiamano Mimì» incluse), alla parte conclusiva di Suor Angelica (viene reintegrata la cosiddetta Aria dei fiori, pagina moderna se mai una ve ne fu, e proprio per questo eliminata, contro il parere dell’autore, dopo le prime esecuzioni), al secondo quadro dell’atto II di Turandot e all’immancabile «Nessun dorma», individua nel sinfonismo, nel ruolo protagonistico assegnato all’orchestra, la chiave per accedere al cuore segreto e pulsante della drammaturgia pucciniana.

EDGAR per la prima volta a Torre del lago, sabato 9 agosto, sabato 16 agosto (tutti gli spettacolo iniziano alle 21,15)

Impiega una tavolozza accesa, corposa, iridescente, e, sulla scia del suo ben noto oltranzismo energetico, si trascina die-


musica

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Tutto si è disposti a perdonare a Chailly in considerazione del suo apostolato pucciniano, persino il do acuto del tenore aggiunto in fondo al primo quadro della Bohème (un effetto tradizionale che sciupa la bellissima disposizione lata dell’accordo, voluta dal compositore); ma i cent’anni di Purgatorio per quel trapasso improvviso da «Nessun dorma» al coro finale della Turandot, con tanto di modulazione a re, chi potrà risparmiarglieli?

Quanto all’acustica del nuovo teatro, i pareri l’altra sera risultavano parecchio discordi. Occorrerà attendere l’inizio del festival vero e proprio, il prossimo 11 luglio

tro l’Orchestra Filarmonica della Scala, altra partner fissa di questa maratona, il Coro dello stesso teatro, che sotto la guida di Bruno Casoni ha scoperto il piacere di gonfiare le gote a più non posso, e un pugno di cantanti non tutti allo stesso livello. A fianco di due soprani ben attendibili, Martina Serafin (Turandot luminosa e fascinosamente lirica, ma, fossi in lei, non insisterei troppo con la parte) e Svetla Vassilieva (Mimì, Angelica e, per una frase, Liù: al centro magro, non confacente a questo repertorio, corrispondono acuti saldi e intensità emotiva - meno abuso di portamenti, però), i maschietti, eccezion fatta per l’ottimo Altoum di Carlo Bosi, fanno ben magra figura. Si fa per dire, considerate le epe prominenti di Massimiliano Pisapia (Rodolfo) e Antonello Palombi (Calaf).

- nuovo allestimento di Turandot a firma Maurizio Scaparro (scene e costumi Frigerio e Squarciapino, sul podio Veronesi) -, cogli strumentisti in buca, per capirci qualcosa di più. Per adesso, l’impressione è d’un buon equilibrio nel primo settore, anche ai lati, e d’un’orchestra al limite dell’inudibile più indietro, eccezion fatta per l’ultimissima fila, dove invece predomina sulle voci. Eppure, a dispetto di tutto e di tutti, non si possono non condividere le parole di Manrico Niccolai, presidente del Festival pucciniano e grande fautore della nascita del teatro e del parco che lo circonda (al posto del quale, non dimentichiamolo, era inizialmente previsto un insediamento abitato): «è perfettibile, migliorabile, ma è un vero teatro». Potrebbe giovare la già prevista installazione di pannelli acustici sui fianchi e sul fondo, forse il ricorso a una leggera (e pericolosa) amplificazione, soprattutto la copertura del palco e della fossa orchestrale, cosa che consentirebbe oltretutto di effettuare gli spettacoli anche in caso di pioggia. Il progetto esecutivo dell’edificio prevedeva questa soluzione, ma contro di essa sono insorte le associazioni ambientaliste, preoccupate per l’impatto delle quattro torri di sostegno sul paesaggio lacustre (in muratura ne sono rimaste solo due). L’appuntamento, dunque, è colla prossima stagione estiva: oltre a Turandot, un concerto di Yuri Temirkanov a capo del Bol’\u0161oj di Mosca (6 luglio), riprese di Tosca (12, 18, 27 luglio, 8, 22 agosto) e Madama Butterfly (20, 26 luglio, 2, 17 agosto), e un secondo nuovo allestimento: per la prima volta a Torre del Lago, il raro Edgar (9 e 16 agosto), proposto nell’ultima versione in tre atti (1905), direttore Pier Giorgio Morandi, regia di Vivien A. Hewitt, scene del ben noto artista grafico Roger Dean, autore delle copertine di moltissimi album rock, Pink Floyd inclusi.


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LA DOMANDA DEL GIORNO

È opportuno utilizzare l’esercito per la sicurezza? ALMENO A NAPOLI È INDISPENSABILE C’è un caso in Italia che ben conoscete e che necessita di un discorso a parte: è quello di Napoli. Personalmente sono favorevole all’utilizzo dell’esercito per pattugliare le città italiane, se si dovesse trattare di una presenza visibile ma non eccessivamente invasiva. A Napoli dovrebbe essere invece parecchio invasiva, altro che. In generale credo che le condizioni in cui versa la ormai ex capitale del Sud siano quasi irrecuperabili. L’emergenza rifiuti è solo la manifestazione maleodorante di un degrado civile generalizzato. Credo che per certi versi Napoli non sia più in grado di governarsi da sola. Certo gli italiani potrebbero anche fare spallucce, e dire: ve lo meritate. Ma credo che una metropoli ridotta così in termini di criminalità, impoverimento dell’economia, mancanza di lavoro, dissesto ambientale, rappresenterà sempre più un costo insostenibile per l’intero Stato. Il resto del Paese se ne sta già accorgendo (penso anche alle polemiche della Lega sul finanziamento per l’emergenza di cui avete parlato qualche giorno fa). Si può anche fare finta di nulla ma poi il conto arriva lo stesso. Immaginatevi solo l’enorme quantità di criminali medi e piccoli che ogni giorno vanno in trasferta a Milano o a Roma per mettere a segno rapine, borseggi, truffe. Buona

LA DOMANDA DI DOMANI

Elezioni: il “modello Sicilia” si può esportare nel resto del Paese?

parte dell’economia napoletana, locale e esportata, sfugge all’Erario. Lo Stato sociale, in Campania, costa molto ma offre pessimi servizi. Una presenza più visibile, a cominciare dai militari schierati per le strade, sarebbe un buon punto da cui cominciare.

Gerardo Caione Portici (Na)

LE SPARATE DEI FUCILI AD ACQUA Non c’è dubbio che in Italia siamo abituati a sentire annunci ad effetto,“sparate”mediatiche che poi vengono seriamente ridimensionate. Insomma spesso i governi – ed è accaduto anche con l’esecutivo di Romano Prodi - annunciano interventi con i missili, ma poi, alla fine, ci si ritrova a sparare con un fucile ad acqua. Il punto è che quella di utilizzare i militari (fortunatamente ci risparmiano i missili) è entrata nel decreto legge sulla sicurezza. Ma basterà spostare i soldati da una parte all’altra a risolvere i permettere ai cittadini di camminare in strada senza temere agguati? Di aumentare le forze ordinarie - carabinieri e polizia - e soprattutto aumentare loro questi stipendi da fame il governo non ci ha mai pensato? Quando si tratterà di inviare i soldati nelle missioni internazionali, si richiameranno indietro quelli utilizzati in città? Certamente, visti i precedenti, c’è da fare una riflessione seria. Se il governo pensa che ai cittadini basti vedere uomini in divisa per liberarsi dall’angoscia, può anche ritirare la misura dal decreto. Sarebbe un’altra sparata “da fucile ad acqua”. Siamo d’accordo che, con l’estate, rinfrescarci un po’ non fa male. Ma questa nuova figuraccia, il governo potrebbe anche risparmiarsela.

Cristiano Pizzolli Rieti

NON BISOGNA AVERE PAURA C’è chi parla di regime morbido, chi di scivolamento verso il fascismo. Io, personalmente, non ho paura dell’esercito italiano, che ha dimostrato quello che vale nei lunghi anni della nostra democrazia. Ho più paura di chi non rispetta la legge del nostro Paese.

Rispondete con una email a lettere@liberal.it

LA SOCIETÀ CHE VORREMMO NON PUÒ ESSERE SOLO UNA QUESTIONE DI COSCIENZA Il nostro Paese, come ormai è sottolineato da tutti i principali osservatori, necessita di grandi riforme economiche, sociali ed istituzionali, che vadano incontro alle reali esigenze dei cittadini. Una grande opera di riforma, però, non la si può pensare limitandosi esclusivamente ad inseguire le necessità contingenti dei cittadini in un dato momento storico; compito della politica, la politica con la “P” maiuscola, è quello di determinare dei modelli di sviluppo, facendo discendere le singole proposte ed iniziative come conseguenza di una visione generale di società che trovi fondamento in un insieme di valori stabili e duraturi, che vadano anche oltre il singolo momento storico. Da tale riflessione discende, a nostro avviso, l’esigenza di tornare ad affrontare la questione etico morale, avendo il coraggio di affermare con determinazione un modello di società che non ceda al secolarismo, alla cultura materialista ed edonistica, all’individualismo esasperato, al nichilismo morale.

Paolo Messina

CHIEDI CHI ERANO I BEATLES Il “White Album”, il viaggio in India e le sue conseguenze, il cinema (“Magical mystery tour” e “Yellow submarine”): queste le tappe fondamentali della storia dei Beatles nel Sessantotto. In mostra, nello Spazio Oberdan di Milano fino a settembre.

NON È PIÙ COME UNA VOLTA Egregio direttore, non è un buon momento per gli antiberlusconiani. Sì, non è più come una volta. All’orizzonte dell’oggi, l’antiberlusconiano lo cerchi e lo ricerchi e proprio subito non lo trovi. Sembra che, anche solo a parlarne, si faccia un’operazione amarcord. Quasi da memorie dal sottosuolo. Tra i primi a estrarre e a lavorare l’antipatia e l’odio per Silvio Berusconi figuravano comunisti, azionisti, comunistelli di sacrestia, neofascisti, magistrati, verdi, burocrati, sindacalisti, pauperisti, giustizialisti, falsi moralisti e invidiosi vari. In zona, c’è però ancora un fabbro, Tonino Di Pietro, che, in una piccola bottega, chiamata Idv, fa affari d’oro. Forgia il ferro rigorosamente a mano, realizzando pezzi unici che

dai circoli liberal

Bisogna riprendere consapevolezza di come esistano alcuni valori che hanno ispirato la storia dell’Italia e dell’Europa (e di tutto il mondo occidentale), e che ancora oggi ne determinano quella identità culturale profonda senza la quale si dissolverebbe lo stesso senso di appartenenza sociale e di provenienza storica. Non si può relegare l’affermazione di tali valori ad una sfera prettamente personale, considerandola esclusivamente come una questione di coscienza. La società alla quale aspiriamo è una società che sappia realmente porre la persona al centro della propria riflessione, che sappia tutelare la vita ed il diritto inalienabile alla vita, che sappia rispettare la dignità di ogni essere umano senza mai trasformare l’uomo da “qualcuno” in “qualcosa”, che creda nella famiglia fondata sul matrimonio quale cellula fondamentale di ogni comunità umana, che sappia proporre validi modelli di sviluppo senza rinunciare alla solidarietà, che riscopra il senso dell’etica e della responsabilità. Se questo è il quadro di riferimento, allora si può

vanno a ruba. Il suo lavoro è molto apprezzato e acquistato. Ma nell’ignoto. I suoi clienti desiderano restare sconosciuti. Per ora. Grato dell’attenzione. Distinti saluti

Pierpaolo Vezzani Correggio (Re)

DONADONI A CASA Caro direttore, le scrivo prima della partita che la nazionale italiana giocherà contro la Francia. Non so, dunque, se riusciremo a qualificarci per i quarti di finale degli Europei. Quello che so, però, è che comunque vada a finire - il ct Donadoni non è all’altezza del suo ruolo di grande responsabilità. L’Italia non ha idee e gioca male. Ridateci Lippi!

Antonio Persico Siracusa

sperare di affrontare con successo le più spinose questioni al centro del dibattito politico, per ridare ai cittadini italiani quella fiducia nel futuro minata dall’insicurezza diffusa di questi ultimi anni. Aspettiamo il Governo, e tutte le forze politiche responsabili, alla prova dei fatti. Mario Angiolillo LIBERAL GIOVANI

APPUNTAMENTI TODI - 10 LUGLIO 2008 Ore 12.00, Hotel Bramante Prossima riunione nazionale dei coordinatori regionali e dei presidenti dei Circoli liberal


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog Cara Hannah, grazie per il regalo Hannah, qualche giorno fa, il giorno prima che io partissi per venire qui, arrivò attraverso la Svizzera il tuo bel regalo, del tutto inatteso. Mi sono portato dietro il suono di questo straordinario quartetto. Te ne sono profondamente grato, e anche Elfride ti ringrazia di tutto cuore. È bello sentirti sempre particolarmente vicina, quando questi suoni, espressione di nobili sentimenti, fanno vibrare le loro onde dentro la mia stanza. È stato difficile, in questo settembre così umido, tempestoso e freddo, trovarne una carlina bella e adeguata a te. Essa deve custodire tutto in sé e salutarti ogni giorno in quanto è cresciuto in prossimità del mio pensiero. Scrivi poco di te. Perciò tengo a portata di mano la tua foto di quest’estate e ti auguro in cuor mio di continuare per la tua strada. Ciò che si svolge a livello di storia mondiale è un intrigo misterioso, da cui le nostre concezioni limitate ci tengono lontano. Ma nello stesso tempo ci sono onde e vicinanze e qualcosa di inesauribile nel ricordare, per cui il nostro lustro rimane soltanto un cenno.

Martin Heidegger a Hannah Arendt

LA PENA DI MORTE, IN ALCUNI CASI... Leggo oggi (ieri, ndr), sul sito del Corriere della Sera, che è stato giustiziato in Giappone, Tsutomu Miyazaki, il serial killer che confessò di aver ucciso quattro bambine tra quattro e sette anni, di averne mutilato i corpi delle sue vittime e bevuto il sangue, credendo che i suoi crimini avrebbero fatto resuscitare il nonno, morto qualche mese prima. Durante il processo, Miyazaki non ha mai manifestato rimorsi per le proprie azioni nè si è scusato con i familiari delle vittime. Addirittura suo padre, incapace di sopportare i crimini compiuti dal figlio, si è suicidato qualche anno dopo. Ora, il Giappone è l’unico Paese industrializzato, oltre agli Stati Uniti, dove è in vigore la pena capitale.Tanto che, dopo una moratoria di qualche mese, dal 2006 ad oggi sono già state eseguite 23 condanne capitali. Già m’immagino le assoziazioni “umanitarie” protestare contro la “barbarie” della pena di morte. Ma, oggettivamente, sarebbe stato sufficiente il carcere a vita per punire adeguatamente il responsabile di questi delitti. È anche soltanto ipotizzabile pensare ad una fun-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

18 giugno 1155 Italia: Incoronazione di Federico Barbarossa

zione di “recupero” per individui simili, che non hanno la più pallida idea di quanto malvage siano state le loro azioni e di quanto dolore hanno provocato nelle loro vittime e nei familiari delle loro vittime? Io resto contrario, in linea di principio, alla pena di morte, perché credo che lo Stato non possa arrogarsi il diritto di disporre della vita dei suoi cittadini. Ma ci sono dei casi, come questo in Giappone, che fanno vacillare vistosamente questa mia convinzione...

Antonio Mantica Bergamo

CAPPOTTO SICILIANO I risultati dell’ultima tornata di elezioni amministrative siciliane non possono essere sottovalutati. Il centrodestra, Udc inclusa, ha vinto in tutte e otto le province dove si è votato, (comprese le roccaforti “rosse” di Enna, Caltanissetta e Siracusa) e stravince nei tre comuni capoluogo Catania, Messina e Siracusa. Un “cappotto”di dimensioni storiche, che dovrebbe far riflettere i leader della sinistra, ma anche quelli del centrodestra “diviso”.

Carmelo Alaimo Alcamo (TP)

1815 Guerre napoleoniche: La Battaglia di Waterloo porta all’abdicazione di Napoleone Bonaparte dal trono di Francia per la seconda volta 1836 Istituzione del corpo dei Bersaglieri da parte del Generale Lamarmora 1858 Charles Darwin riceve da Alfred Russel Wallace un documento che contiene conclusioni quasi identiche alle sue sull’evoluzione 1928 Amelia Earhart diventa la prima donna ad attraversare in aeroplano l’Oceano Atlantico 1929 Nasce Jürgen Habermas, filosofo tedesco 1940 Winston Churchill pronuncia il “Discorso dell’ora migliore” 1979 L’accordo Salt II viene firmato da Stati Uniti ed Unione Sovietica 1982 Il corpo del ”Banchiere di Dio”, Roberto Calvi viene trovato a Londra

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Giancristiano Desiderio,

PUNTURE Il governo ha annunciato che sopprimerà le Comunità montane. Sarebbe meglio se sopprimesse solo le Comodità montane.

Giancristiano Desiderio

La gioventù è un errore, la maturità una lotta, la vecchiaia un rimpianto BENJAMIN DISRAELI

Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Rossella Fabiani, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

il meglio di (S)COPPOLA SICILIANA In Sicilia è successo qualcosa di inspiegabile. Com’è possibile ci sia stato un simile cappotto elettorale a favore del centrodestra, l’ennesimo, a pochi mesi dalla vittoria delle politiche e dopo tutte le polemiche scatenate praticamente su tutti i provvedimenti presentati dal governo, tacciati dall’opposizione di essere l’ennesimo tentativo di insaturare un regime, una dittatura dolce, da cui difendersi con le unghie e con i denti? Come’è possibile mi chiedo: non ci stavano dicendo che la luna di miele degli italiani col Cav era ormai esaurita e che questo atteggiamento prepotente di Berlusconi che usa lo Stato come scudo ai suoi interessi personali aveva già stancato la gente? Aspettate un attimo. Ma certo che tutto si spiega: eh… semplicemente perchè a dirlo sono gli stessi che erano convinti che Veltroni potesse vincere le elezioni dell’aprile scorso, quelli che dicevano che ormai Berlusconi era bollito, quelli che credevano che il PdL fosse l’ennesima trovata pubblicitaria del Cav e che non potesse andare lontano se paragonata al solido, coerente e stabile progetto politico del Pd. Ebbene, siamo al punto di partenza: Berlusconi incassa sempre più il consenso del popolo italiano, ad ogni latitudine, ma da sinistra, invece che interrogarsi sulle ragioni della sconfitta continuano a cantare il solito ritornello dell’antiberlusconismo, arrivando a punte di antipatia con cui fanno prevalere nei loro commenti post-elettorali le loro convinzioni di esseri-

moralmente-superiori. Quando vince il centrodestra, insomma, è sempre perchè quell’elettorato è più sempliciotto, fatto di gente abbindolabile dalla televisione. E se mai ce ne fosse bisogno, per i soliti noti, è la dimostrazione che in Italia c’è un regime e che l’informazione è imbavagliata. Insomma, qualcosa non funziona nei modi di intendere il confronto politico tra maggioranza e minoranze, inteso da alcuni come “scontro” con la persona del presidente del consiglio. Non funziona perchè se da una parte c’è chi inveisce attaccando Berlusconi guardando ai suoi personalissimi guai giudiziari e privati, dall’altra c’è una larga, larghissima parte della popolazione che ormai ha capito che c’è qualcosa in più del conflitto d’interessi: ad esempio, su quello che oggi in molti si affrettano a battezzare emendamento “salva-premier”, in tanti hanno capito che non c’è una norma che impedisca a Berlusconi di essere giudicato, ma solo una norma che sospende i processi e che rimanda quel giudizio (che ci sarà) per sveltire altre pratiche che stanno in cima alla classifica delle priorità della gente comune. Ma delle due l’una: o in Campania, Puglia, Calabria e Sardegna sono altrettanto delinquenti gli elettori del centrosinistra che privilegiano la camorra , la sacra corona unita, la ndrangheta e l’anonima sequestri; oppure qualcosa non funziona neanche in questo ragionamento.

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