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QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

Carte L’abuso della ragione

e di h c a n o cr di Ferdinando Adornato

Viaggio nel partito

Dario Antiseri Friedrich von Hayek pagina 12

lettera a liberal

Forlani: Berlusconi ha sbagliato, ora diamo forza al Centro pagina 5

Arnaldo Forlani

Poste italiane spa • Spedizione in abbonamento postale d.l. 353/2003 (conv. in L. 27-02-2004 n.46) art. 1; comma 1 - Roma

politica

eticamente anarchico Silvio Berlusconi: «Il mio è un partito monarchico nella leadership perché essa è una sola e indiscussa. Ma è anche un partito anarchico perché sulle questioni morali lasciamo libertà di coscienza».

PUÒ UN PARTITO CHE SI RICHIAMA AL PPE RINUNCIARE ALL’ISPIRAZIONE CRISTIANA?

VERSO L’ACCORDO TRA L’UDC E LA ROSA BIANCA pagina 6

Riccardo Paradisi

israele LA CONTROFFENSIVA AI MISSILI DI GAZA Emanuele Ottolenghi

pagina 10

cultura MORTO BUCKLEY, L’UOMO CHE FONDÒ RONALD REAGAN pagina 20

Andrea Mancia

80229

alle pagine 2, 3,

e

4 9 771827 881004

VENERDÌ 29

FEBBRAIO

2008 • EURO 1,00 • ANNO XIII •

NUMERO

36 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


il partito

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anarchico

Viaggio nel Pdl dopo le dichiarazioni di Berlusconi sul partito “monarchico e anarchico”

Vorrà dire che faremo un compromesso etico di Errico Novi

ROMA. Si può essere anarchici sulle questioni etiche? Con una battuta Silvio Berlusconi ha aperto nel Popolo della libertà un dibattito cruciale, che riguarda non solo l’identità della sua aggregazione politica ma anche il significato della prossima legislatura. Gli impegni e le sfide saranno quelli elusi più o meno abilmente dall’ultimo Parlamento, o come sembra si tratterà di temi molto più centrali nel confronto tra i Poli? Ne abbiamo discusso con alcuni esponenti del Popolo della libertà, di estrazione chiaramente cattolica e in altri casi di provenienza laico liberale. A quest’ultima area appartiene Stefania Craxi, che non vede conflitti interni all’orizzonte e non ritiene necessario superare l’impostazione berlusconiana sulla libertà di coscienza: «Io ho una cultura politica socialista, liberale, riformista, e nel Popolo della libertà, con la mia, convivono tante altre componenti, in spirito appunto liberale: non c’è motivo di credere che questa Gianfranco Rotondi: convivenza «Non dobbiamo certo sia difficile eseguire gli ordini quando si tratdel Vaticano» ta di questioni etiche. Il motivo è semplice: i valori naturali sono comuni a credenti e non credenti. Non possiamo dividerci su questo», dice Stefania Craxi, «e d’altra parte nessuno nel Pdl pensa di mettere in discussione la 194, né di rivedere la normativa sul divorzio». Eppure la sensazione che nel corso della legislatura possano presentarsi altre urgenze rimane. E resta dunque anche l’idea che il Popolo della libertà possa avere bisogno di una posizione più nella sui temi che chiamano in causa i valori cattolici. Ma per Stefania Craxi «meno leggi si fanno sulle questioni etiche e meglio è. Noi non siamo un partito ideologico come il Pd, e sui valori di fondo non abbiamo bisogno di costruire un’identità più tagliente. D’altronde le dico: sulla famiglia non abbiamo visioni diverse, qualsiasi unione deve essere socialmente rispettata, ma nessuno di noi pensa che lo Stato debba investire risorse su qualcosa di alternativo alla famiglia tradizionale». Gianfranco Rotondi è convinto, anche lui, che il problema non si porrà, perché

non si può ragionare «come se la politi- Marx e se la prende con i credenti. Sono ca dovesse obbedire alle gerarchie ec- sempre stati marginali rispetto all’idenclesiastiche». Rotondi è un cattolico, an- tità profonda del popolo italiano, dal zi come dice lui stesso «un cattolico Mondo di Pannunzio alle espressioni conservatore, consapevole però che la più recenti». Democrazia cristiana ha vissuto Non sono dunque la sua stagione migliore fin quanda temere, queste do con De Gasperi, Fanfani e gli posizioni laiciste, e altri suoi leader ha preso decisionon c’è bisogno per ni autonome dal Vaticano. Non ha il Pdl di approntare seguito questo principio solo in una particolare dioccasione del referendum sull’afesa. Non la pensa borto, e forse quello è stato l’inizio esattamente così della sua fine». Autonomi al punto Gaetano Quagliada non dover ridefinire una linea? riello, che fa una diSi è buoni cattolici, dice Rotondi, stinzione: «Ci sono «quando si ragiona con la propria da una parte le testa, con coscienza, e senza sequestioni etiche in guire un calcolo». Quale potrebbe senso generale, che essere oggi un modo opportunistiGaetano Quagliariello: impegnano in co, per il Pdl, di affrontare il nodo «Dovremo avere una realtà la coscienza dei valori? «Approfittare del fatto nostra posizione sulle dell’individuo e riche oggi tira molto Ratzinger, per sfide della biopolitica» spetto alle quali esempio», dice il segretario della Berlusconi ha assonuova Dc, «un Papa molto popolare perché si impegna a ripristinare l’in- lutamente ragione. Ma nella prossima tegrità della Chiesa e perché non ha legislatura ci troveremo di fronte a un perso certo la sua autorevolezza di nuovo tipo di sfida, quello della biopogrande teologo. Ma noi indossiamo un litica. E qui si parla di tecniche che altro abito, e sui temi etici è giusto che hanno a che fare con la concezione

Ci si richiama alla particolare capacità degli azzurri di trovare una linea tra cattolici e laici a prescindere dalle pressioni del leader. «Abbiamo il comune riferimento al diritto naturale», assicurano i forzisti, «e quei principi non sono messi in discussione da nessuno. Non ci saranno conflitti neanche nella prossima legislatura» un partito collocato come il nostro nel- stessa dell’umano. È una frontiera nuol’alveo del Ppe lasci libertà di coscienza, va», dice il senatore azzurro, «rispetto alla quale un grande partito cocome ha detto Berme il nostro dovrà prendere posilusconi». zione». È che ancora non ci siaA richiamare il Pdl mo resi conto, in Italia, dei proha una guardia più blemi posti dalla manipolazione altra potrebbe essegenetica. «Altrove la sensibilità si re però un Partito è dovuta adeguare, penso al Redemocratico assai gno Unito: basta guardare l’ordicondizionato dalle ne dei lavori della Camera dei coposizioni laiciste. muni per rendersi conto di quanRotondi non vede il ta attenzione la politica abbia per pericolo «perché queste pratiche. Visto che in un nel Pd è prevalsa prossimo futuro queste sfide si una linea anticattoproporranno anche da noi in molica che di fatto è do sempre più frequente, dovrà minoranza nel PaeStefania Craxi: «Meno per forza emergere», sostiene se. Fateci caso: nelleggi si fanno Quagliariello, «la differenza tra lo stesso Pci una lisui temi legati un partito liberale e uno relativinea del genere non ai valori e meglio è» sta. Noi liberali dobbiamo avere proveniva dai leauna nostra posizione, senza imder, ma da quel filone radical-chic che oggi ha perduto pedire certo affermazioni di coscienza

individuali diverse dalla scelta del partito. Lasciamo pure agli altri questa pretesa che le posizioni all’interno di una forza politica, su temi del genere, possano essere due, tre o ancora di più. Anche perché se le posizioni possibili sono molteplici, e devono essere tenute tutte insieme come vuol fare il Pd, si arriva prima o poi al paradosso che ce ne siano non due o tre ma mille, di opzioni».

Ci sono buoni presupposti per arrivare a una sintesi forte senza che questa sia imposta dal leader, dice Roberto Rosso, europarlamentare e deputato nazionale piemontese di Forza Italia di limpida estrazione cattolica. «In tutti i partiti di destra e di sinistra viene lasciata libertà di coscienza», dice, «ma questo non ci ha impedito per esempio di arrivare a una linea prevalente sulla fecondazione assistita. Ricordo che prima del referendum per la legge 40 tra noi azzurri ci sono state grandi discussioni, con punti di vista che entravano in conflitto. Il popolarismo cristiano si è confermata alla fine l’identità prevalente perché gli stessi esponenti laici ne condividono il principio di fondo, vale a dire i valori del diritto naturale». E non c’è stato bisogno di Berlusconi, dice appunto Rosso, «nel senso che la sua leadership si è sempre imposta in modo Roberto Rosso: «Sulla netto sulle legge 40 abbiamo questioni ecodiscusso e alla fine ha nomiche, sulprevalso il popolarismo» la sicurezza, senza mai esercitare una particolare compressione sul dibattito etico». Sarebbe, quella di cui parla Rosso, un’originale capacità interna di autoregolarsi sul tema dei valori che Forza Italia ha sviluppato nel tempo. E seppure non bastasse questa a garantire l’armonia all’interno del Pdl, seppure ci fossero posizioni così diverse da rendere impossibile per il governo stabilire un principio d’azione, Benedetto Della Vedova intravede la via d’uscita «nel limite che proprio i governi devono darsi rispetto a queste materie. Berlusconi ha detto una cosa di grande modernità, mentre Veltroni sembra legato a una visione superata quando dice che non ce la si può cavare con la libertà di


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Una vecchia suggestione che per il Pdl è un limite

Addio Lugano bella di Renzo Foa ilvio Berlusconi non ha detto nulla di particolarmente nuovo quando ha parlato di un «partito monarchico» grazie al marchio della sua forte e incontestata leadership. Ha confermato solo che il pregio (soprattutto in termini di consenso elettorale) e il difetto (mancanza di democrazia e aleatorietà della presenza organizzata) di Forza Italia si stanno trasferendo nel Pdl. Ha detto invece qualcosa di nuovo quando ha parlato di «partito anarchico» riferendosi alla vasta sfera delle questioni etiche e quindi dei valori.

S

coscienza. E sa perché? Perché bisogna tenere presente l’esempio dei Repubblicani americani». Proprio negli Stati Uniti la battaglia per la difesa dei valori è stata decisiva. E però Della Vedova nota che «il Congresso non ha certo messo in discussione la libertà di ricerca ma si è limitato a discutere se finanziarla o no. E ancora, l’ormai acquisita candidatura di McCain è partita da idee in materia di questioni etiche che non erano maggioritarie nel partito, finché lo stesso McCain si è adeguato agli altri. Io credo che anche in Italia, dice Della Vedova, «noi liberali dobbiamo trovare le soluzioni più condivise e scegliere cosa fare e, direi soprattutto, cosa non fare. Bisogna Benedetto Della Vedova: tenere conto «Il governo deve porsi della pluraun limite se vuole lità delle porappresentare tutti» sizioni che esistono nel nostro elettorato, se vogliamo condurre un’azione di governo forte».

Riccardo Pedrizzi rappresenta la componente cattolica più intransigente all’interno di An, e pur considerando «accettabile per tutti il principio della libertà di coscienza» ritiene che da questo «non si possa arrivare a una sorta di rompete le righe sui temi etici: noi abbiamo d’altra parte un riferimento chiaRiccardo Pedrizzi: ro che è quel- «Libertà di coscienza, lo del diritto senza rompere naturale, al di le righe sui valori» là di posizioni come le mie che non ho imbarazzi a definire cattolico-intransigenti. Il dibattito deve esserci ma, appunto, questi temi devono essere trattati. Come avviene per le campagne elettorali in altre democrazie europee». E il Pdl cosa deve fare per non lasciarsi trovare impreparato? «Dare visibilità alle sue componenti che sono portatrici di una visione cristiana della vita. E fare in modo che la difesa della vita e della famiglia sia posta al centro del programma con azioni concrete».

ancorate a valori forti sulla vita e sul rapporto tra l’uomo e la scienza convivono senza particolari conflitti. E ha anche dalla sua il fatto che, finora, è stato il centrodestra la rappresentanza maggioritaria dell’elettorato cattolico.

Va subito detto che, attorno alla parola «anarchia», resta un antico fascino legato soprattutto a un connotato, quello dello spirito libertario. Ma non siamo più ai tempi di Addio Lugano bella... E va quindi aggiunto che, quando dal grande disordine dell’Ottocento o del Novecento ci si trasferisce nel XXI secolo e quando si parla in particolare di una forza politica organizzata – qui, in Italia, in Europa, ora, nel momento in cui non è secondario il problema di scelte che investono il destino dell’uomo – ogni discorso pubblico ha bisogno di maggiore precisione. Perfino Walter Veltroni, in questi giorni, ha sentito il bisogno di affrontare con responsabilità ed impegno il tema del rapporto tra laici e cattolici, tra dimensione religiosa e terreno politico. Non ha saputo dare grandi risposte, vi è stato trascinato dal problema aperto dalla coabitazione nelle liste del Pd tra radicali e teodem. E soprattutto ha dovuto parlare avvertendo un pericolo, circa il consenso del mondo cattolico in vista del voto di aprile.

Ma questa libertà che il leader del Pdl si è preso ha comunque posto qualche problema. Ne riferiamo in queste pagine, dove riferiamo le molte e diverse opinioni che abbiamo raccolto. C’è intanto un problema che riguarda le scelte future sulle questioni etiche, da prendere nella legislatura che si aprirà. C’è poi da sottolineare un dato non irrilevante: la definizione di «partito anarchico» è stata data dopo la rottura cercata e ribadita ogni giorno con l’Udc, che difende anche un’identità cattolica, così come la difendeva nella vecchia alleanza della Casa delle libertà. C’è infine la questione, da sottolineare con il lapis blu (anche come conseguenza di questa rottura), della coerenza tra il Pdl e il richiamo alla famiglia europea del Ppe, con i suoi valori. Il Pdl, al pari del Pd, ha al momento la configurazione di un partito «omnibus», dove c’è posto per tutti e dove i punti di riferimento sulle questioni eticamente sensibili appaiono degli optional. Con quella sua battuta, Berlusconi è riuscito a raffigurare in modo compiuto la natura dell’alleanza che ha raccolto e che presenta sotto un unico simbolo alle elezioni. Appunto «anarchica», ma non nel senso di un disordine generico, quanto piuttosto sui valori e le culture di riferimento.

Berlusconi, nonostante un seguito di precisazioni, si è invece sentito più libero di raffigurare il Pdl come un partito in cui il problema delle scelte sui contenuti e sui valori è in secondo piano. Dalla sua ha certamente qualche vantaggio. Se non altro il fatto che «la questione cattolica» non è oggetto di dibattito, nè in Forza Italia nè in An, che in quell’area posizioni laiche, anche «laiciste», e convinzioni

Sul piano strettamente politico è questo il prezzo che si paga normalmente quando si aggregano – e in fretta come è accaduto – forze molto diverse fra loro. Ed è anche il segno che il Pdl non è un soggetto politico nuovo, con una sua organicità, non è quel Partito della libertà a cui si è cercato per anni di lavorare, ma è un cartello elettorale che continua a rinviare al dopo le grandi scelte.

Dopo la rottura cercata e attuata con l’Udc, definire il Pdl «un partito anarchico» equivale a porre qualche serio problema sulla coerenza tra azione politica e valori di riferimento


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anarchico

Savino Pezzotta sulle contraddizioni etiche del duopolio Pdl-Pd

«Ma che bei contenitori, non hanno contenuto!» colloquio con Savino Pezzotta di Susanna Turco

ROMA. Sui temi etici sarebbe meglio non teorizzare la libertà anarcoide, ma nemmeno la sintesi a tutti i costi: i partiti possono elaborare un orientamento di fondo, ma al momento di decidere devono garantire ai loro parlamentari libertà di coscienza. Così, all’indomani del battibecco tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, Savino Pezzotta, tra i leader della Rosa bianca, si spende per ricordare che, in tempi di biopolitica, deve essere il Parlamento e non il partito il luogo nel quale affrontare le questioni eticamente sensibili. L’ex portavoce del Family day muove una critica di fondo alle posizioni espresse dai capi dei due partiti. Al leader del Popolo delle libertà, che si è vantato tra il serio e il faceto di avere un «partito monarchico per quanto riguarda la leadership, ma anche anarchico, perché su questioni di etica e morale, lasciamo libertà di coscienza in tutte le situazioni». Ma anche al segretario del Partito democratico, che ha definito una «furbizia» il ricorso alla libertà di coscienza e predicato la necessità che su questi temi si arrivi a una sintesi «virtuosa» tra «laici e cattolici». Per Pezzotta, in queste risposte c’è il segno di un limite costitutivo di entrambi i partiti. Come si dovrebbero affrontare questioni come aborto, testamento biologico, coppie di fatto, obiezione di coscienza? Ritengo giusto che i temi cosiddetti eticamente sensibili siano affidati esclusivamente al Parlamento, e non alle decisioni dei partiti. È quello il luogo nel quale discutere liberamente, e certo un partito non può conculcare le proprie scelte ai singoli. Lo dice anche la Costituzione. Articolo 67: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

Ecco, appunto: la Costituzione dice che ogni parlamentare rappresenta la nazione, mica un partito. Definisce la libertà del singolo parlamentare, che nessuna disciplina di partito può conculcare. Non si rischia così di scivolare nell’anarchismo? Ci sono questioni sulle quali il partito non può imporre una sua disciplina. Capisco che sulle questioni socio-economiche sia corretto dare un indirizzo unico, ma distinguo queste dai temi etici, che appartengono al Parlamento e là devono tornare. Un conto è parlare del Pil, un conto del testamento biologico. Un partito può dare l’indicazio-

ta e veda se c’è la possibilità di una posizione unitaria. Non lo metto in discussione. Ma la sintesi può essere soltanto suggerita, le decisioni devono essere di

esclusiva parlamentare. In questo particolare momento del dibattito politico, tuttavia, l’alternativa posta dai leader dei principali partiti appare questa: l’anarchismo della «libertà di coscienza in tutte le situazioni» oppure un’

«Sui temi etici, le opposte soluzioni di Berlusconi e Veltroni dimostrano che i loro partiti non hanno una visione antropologica condivisa, quindi non riescono a definire una propria posizione» ne sull’obiettivo di abbassare o alzare le tasse, ma non sul fatto che sia giusto o meno abortire. C’è un limite, che è la coscienza individuale. Altrimenti si scivola verso il partito etico. E non possiamo fare il partito etico. Lo stesso discorso secondo me andrebbe applicato alle decisioni sulla guerra. Perché? Perché in guerra si uccide. Quindi, a meno che non si tratti di una aggressione dalla quale ci si deve difendere, sarei per lasciare libertà di voto. Nel caso dell’intervento in Iraq, ad esempio. È così sbagliato che un partito elabori una sintesi tra difesa della vita e accanimento terapeutico, valorizzazione della famiglia e coppie di fatto? Ma no, che si provi, dibat-

«Noi andiamo ancora avanti con l’idea che il partito debba fare tutto. Ma nell’era della biopolitica affidare i temi eticamente sensibili alle decisioni del Parlamento è una garanzia per tutti»

ossimorica sintesi dei valori. Queste due diverse modalità di affrontare la questione dimostrano che i rispettivi partiti che si stanno costruendo, Pdl e Pd, non hanno una visione antropologica condivisa. Pertanto ricorrono a queste modalità di soluzione: libertà per tutti, estremo tentativo di sintesi. È il segno che c’è qualcosa che non funziona, che si tratta di aggregazioni un po’ strane. La critica, quindi, è ancora più a monte. Si tratta di partiti contenitori, più che orientatori. C’è una questione di fondamento culturale: le antropologie di riferimento sono diverse, per non dire alternative, e così il partito non riesce a definire una propria posizione. È velleitario cercare di fissarne una?Ma è l’idea del partito mamma che non funziona. Ma nel momento in cui dici - come fanno loro che i partiti non identitari servono, allora devi accattare anche le diversità, non sopprimerle. Non c’è il rischio, allora, che su temi come la vita e la morte si producano lacerazioni devastanti? O che, come dice Veltroni, l’anarchismo diventi «indifferenza»? Certo, i rischi che ci sono. Ma il punto vero è che su questioni che riguardano l’umano, a decidere deve essere il Parlamento. E noi, al contrario, stiamo svuotando la funzione parlamentare per affidare la politica ai leader, che sempre di più stanno diventando dei demiurghi. Quale è stato l’orientamento nelle ultime legislature? Si è un po’ sottovalutata la questione, ma non voglio puntare il dito contro nessuno. Non si è capito che le cose nuove che vengono avanti sul terreno dell’antropologia implicano un cambiamento di metodologia. Noi andiamo ancora avanti con l’idea che il partito deve fare tutto. Ma oggi siamo nella dimensione della biopolitica: dare mandato alle Camere è una garanzia, per tutti.


dialoghi

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Una lettera aperta di Arnaldo Forlani a Ferdinando Adornato

Ora ripartiamo dal Centro di Arnaldo Forlani aro Adornato, rispondo a qualche domanda che mi viene rivolta da amici vecchi e nuovi, e ringrazio per la cortese ospitalità. Nella divisione intervenuta sul centro destra credo che Berlusconi abbia le maggiori responsabilità perché spettava soprattutto a lui consolidare un accordo che già c’era, almeno sugli aspetti che gli stavano maggiormente a cuore. Il suo ruolo particolare nella coalizione e la rinnovata candidatura alla guida del governo erano condivisi ed è difficile capire perché in dirittura di arrivo sia stata preclusa all’Udc la possibilità di concorrere all’alleanza nei modi possibili, così come si è fatto per la Lega. L’Udc già nel nome indica l’identità che si richiama direttamente ad una concreta esperienza, ad una forte tradizione culturale e storica. Non è così strano che, pur condividendo le ragioni di una alleanza politica, abbia rifiutato di sciogliersi a comando: cioè per decisione solitaria e autoritativa di altri soci.

C

gislatura possa nascere nel segno della incertezza e della precarietà immagina, forse per consolarsi, la grande coalizione come in Germania. Personalmente ci credo poco e penso piuttosto ai rischi di un vero e proprio naufragio istituzionale. Conoscendo un po’ di uomini e cose non c’è da essere ottimisti. Ecco in poche parole perché condivido e riconosco doveroso l’appello che in questi giorni viene da più parti, responsabili e sicuramente democratiche, a ritrovare al centro le ragioni di un impegno unitario di comune ispirazione, e a non assecondare nuove e infruttuose dispersioni. Rafforzare oggi l’Udc e formare un partito di centro più largamente rappresentativo significa corrispondere anche quella esigenza di raccordo e di sintesi alla quale tu avevi dato periodicamente espressione nei convegni di Todi. Oggi non esistono le condizioni per riproporre un grande centro in analogia alla esperienza realizzata dalla Dc. nel secolo scorso e il mondo cattolico in una prospettiva democratica ritenuta ormai più sicura si esprime sul piano politico per sensibilità e orientamenti diversi. Permangono tuttavia in esso anche vaste e comuni ispirazioni che cercano vie di più coerente espressione rispetto alle attuali frontiere del bipolarismo. A questa realtà nel suo aspetto più serio e costruttivo Casini può offrire possibilità e garanzia di partecipazione e di incontro. Nessuno può dire ora con certezza se

«Nella divisione del centrodestra credo che Berlusconi abbia le maggiori responsabilità, perché spettava a lui consolidare un accordo che già c’era: almeno sugli aspetti che gli stavano più a cuore»

La forma in questo caso è sostanza. Perché dimenticare che Casini aveva concorso a suo tempo ad avviare la prospettiva unitaria possibile? Era stato infatti proprio lui, d’accordo con Buttiglione e Cesa, fra i promotori dell’ingresso di Berlusconi nel partito popolare europeo. È dunque poco credibile che la responsabilità primaria della rottura possa essere fatta ricadere ora sull’Udc. Anzi penso che proprio da qui potrà semmai riprendere una iniziativa seria di chiarimento e di confronto. Non so se il risultato del prossimo aprile sia così scontato come si va dicendo. Chi invece non esclude che anche la nuova le-

sarà possibile ristabilire certi rapporti di collaborazione una volta superato il passaggio elettorale, perché i ponti sono stati appena tagliati in modo brusco e la propaganda favorisce più l’inasprimento dei contrasti che non le ricomposizioni.

L’impegno più utile da assumere mi pare quello da te indicato su questo giornale: aiutare una più larga rappresentatività per un centro libero dalle egemonie, propositivo e capace di confrontarsi con tutti. Ai cattolici che, guardando ai due poli attuali, ritengono di non poter difendere in essi la loro identità non servirebbe però un ripiegamento in qualche immaginario fortino sfuggendo al confronto più largo. Ricordando quel che a so tempo Croce spiegava ai laici per dirsi cristiani, penso che ora quelli che tali vogliono essere, oltre che dirsi, non dovranno confondere proprio loro i piani con orizzonti che non sono della politica e dei partiti. Casini ha fatto bene a chiarire questo aspetto, commentando un articolo di Galli Della Loggia. Nessun gruppo politico cioè, anche ispirandosi alla dottrina sociale della Chiesa deve presumere oggi una rappresentanza in esclusiva del mondo cattolico, che d’altronde nemmeno la Dc. aveva o pretendeva di avere. I processi di integrazione non vanno respinti ma per i cattolici democratici debbono avere a chiaro riferimento e a sicura memoria le strategie che sono state decisive per la rinascita democratica, per gli equilibri internazionali e la pace, per la costruzione comunitaria europea. Anche sul tramonto delle ideologie occorre essere chiari perché c’erano pure in esse, come sistemi coordinati di principi e

valori, idee giuste e altre sbagliate. E questo voi l’avete approfondito bene in qualche vostro convegno, compreso uno al quale ho avuto la possibilità di partecipare. Bisognerà quindi muoversi in ogni caso da riconoscimenti onesti e programmi limpidi oltre che da propositi di potere. Chi intende muoversi nella politica in coerenza con una ispirazione cristiana non può dimenticare che divisioni, orrori e abiezioni del secolo appena trascorso sono stati anche il risultato di una involuzione culturale che voleva sradicare i valori portanti della nostra civiltà. Non possiamo cioè far finta di non vedere che permangono e trovano ampi spazi idee e linee corrosive mirate sempre ad estraniare la società da quelle sorgenti. Unirsi con altre culture e altre buone intenzioni sul terreno politico, a destra e a sinistra, è necessario se si vuole competere nelle sfide attuali che riguardano la difesa della vita, gli sfruttamenti, le ingiustizie, la criminalità, le devastazioni ambientali, lo sviluppo economico, le guerre e la pace, ma questo deve comportare per i cristiani un supplemento d’anima, come dicevano i nostri maestri. Perseguire l’obiettivo di un denominatore comune su valori fondanti, essenziali ad una prospettiva democratica nuova e più sicura, deve essere nel carattere proprio ed originale di un centro che si proponga contributi efficaci e lineari negli equilibri e nella dialettica democratica di oggi. questo non può essere considerato pretesa integralistica, Maritain la definiva semplicemente una politica più umana. Con amicizia e buon lavoro

«Rafforzare oggi l’Udc significa anche corrispondere a quell’esigenza di sintesi alla quale tu avevi dato espressione nei convegni di Todi»


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politica d i a r i o

d e l

g i o r n o

Torna in piazza il popolo del Family day Domenica 2 marzo in 1300 piazze italiane si potrà sottoscrivere la petizione ”Per un fisco a misura di famiglia”. Il popolo del Family day, quindi, si rimette in marcia per raccgliere le firme che saranno consegnate, il prossimo 15 maggio, nelle mani del presidente Napolitano. Di particolare rilievo saranno gli appuntamenti di Roma, Milano, Napoli,Assisi, Parma e Verona. Ci sarà anche una diretta televisiva su Raiuno da Roma e la presenza di testimonial del mondo dello spettacolo, dello sport e della cultura.

Federalismo, un capitolo nel programma Pdl Roberto Maroni, capogruppo della Lega alla Camera si è dichiarato soddisfatto per il via libera di ieri al programma frutto dell’intesa tra Pdl, Lega e Mpa, soprattutto perché «un capitolo intero riguarda il federalismo, come previsto». Maroni ha confermato che il programma sarà depositato oggi al ministero dell’Interno insieme al simbolo; e che sempre questa mattina Silvio Berlusconi lo presenterà in una conferenza stampa.

No della Vigilanza ai faccia a faccia tv

L’Udc e la Rosa Bianca hanno raggiunto un accordo di massima

Non è un voto inutile di Riccardo Paradisi

ROMA. Accordo raggiunto dunque tra Udc e Cosa Bianca. Il premier del nuovo soggetto politico – che avrà come simbolo quello dell’Udc con la dicitura Costituente di centro – sarà Pierferdinando Casini mentre Savino Pezzotta sarà il segretario. Alla nuova formazione parteciperanno anche ex popolari come Gerardo Bianco e associazioni come Italia popolare di Alberto Monticone. Una notizia attesa da giorni che ne produce per moltiplicazione di senso altre due: la prima è che i poli della politica italiana ora sono diventati quattro, la seconda, più importante, è che uno di questi poli rappresenta il Centro. Da parte dei leader dei due maggiori blocchi che occupano la scena politica italiana ora sarà più difficile parlare di “voto inutile”: l’offerta si fa più larga, e anche la possibilità di rappresentanza politica. «Mi sembra che ci siano anche altre nuove realtà ora sulla scena, ha detto ieri a questo proposito il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, non ci sono solo due schieramenti politici». Nessuno ha però intenzione di rifare la Dc garantisce lo stato maggiore del nuovo Centro. La funzione della nuova forza in campo dovrebbe essere quella di costruire e rappresentare politicamente una cultura moderata, riformista e ispirata ai valori cristiani. I temi eticamente sensibili non verranno lasciati da parte insomma in questa campagna elettorale. Ma che fine farà il Movimento, della Rosa

bianca nato con l’uscita di BrunoTabacci e Mario Baccini dall’Udc? «Non scomparirà, dice Pezzotta, la Rosa Bianca avrà sue liste e il suo simbolo alle elezioni amministrative. Correrà da sola per il rinnovo dei comuni, delle provincie e delle regioni».Tabacci sembra comunque avere sciolto il suo dubbio amletico che fino affidava alle pagine del suo blog e che diceva gli aveva procurato notti insonni: «Vado avanti fino in fondo con la Rosa Bianca e cerco di costruire il centro che vorrei per scardinare i due poli correndo il rischio di non arrivare al quattro per cento? O faccio un accordo con l’Udc, costruisco un parti-

Montezemolo: «Non ci sono più solo due schieramenti politici in campo». I sondaggi parlano di un risultato tra l’8 e il 10 per cento to nuovo che nasce già con mille difetti ma almeno non mi assumo la responsabilità storica di frantumare l’unico spazio politico che nel tempo aiuterà l’Italia ad uscire dall’incubo del duopolio in cui si è cacciata?». D’altra parte i sondaggi sembrano molto incoraggianti: insieme, Udc e Rosa Bianca viaggiano tra l’8 e il 10 per cento, ed è un dato di partenza, visto che la campagna elettorale per il nuovo centro non è ancora

cominciata. «È la prospettiva che ha fatto scattare la svolta» ammette Pezzotta. La nascita del nuovo partito sembra peraltro già funzionare da calamita: «Non è in discussione il voto a Berlusconi e al Pdl ma la nostra partecipazione e, dunque, la nostra candidatura» dichiarava ieri il segretario della Dc per le autonomie Gianfranco Rotondi che a tutti i dirigenti del partito ha chiesto di rimettere nelle sue mani la disponibilità a non candidarsi finchè non ci sarà un chiarimento del quadro politico. Se sono rose bianche fioriranno diceva celiando in questi giorni Baccini a proposito delle trattative per l’accordo. Ma le rose hanno anche le spine. In questo caso candidature e seggi. E poi la Rosa storce il naso per la presenza dell’ex presidente della regione Sicilia Totò Cuffaro nelle liste. Inviti ad entrare nella Costituente di centro sono stati invece rivolti a Ciriaco de Mita, fresco di rottura con il Partito democratico ma soprattutto uno che porta in dote quasi 300mila voti e almeno tre senatori in Campania. Sono argomenti che pesano anche questi. Oltre a quelli ribaditi ieri da Casini: «Veltroni un giorno insegue i radicali e l’altro i cattolici. Berlusconi dichiara che il suo è un partito anarchico e se ne vanta pure. Noi cerchiamo di parlare un linguaggio di serietà parlando anche dei temi eticamente sensibili che non possono essere espunti dalla campagna elettorale perché i due partiti maggiori non ne vogliono parlare per comodità».

La commissione di Vigilanza ha deciso le modalità di svolgimento della seconda fase della par condicio che scatterà il 10 marzo e durerà fino all’11 aprile. Sarà una sorta di tribuna politica vecchia maniera. Non ci saranno faccia a faccia tra i candidati premier, ma parteciperanno tutti insieme in una serata su Raiuno per un confronto di un’ora e mezza, dalle 21 alle 22,30, guidato da un giornalista Rai, ed eventualmente con la presenza di altri giornalisti di testate diverse.

«Il Pd chiede ai Socialisti di correre insieme, ma all’estero» Il coordinatore della campagna elettorale del Partito socialista all’estero, Luca Cefisi, polemizza con il Pd. «Oggi ascoltiamo voci preoccupate - dice Cefisi - da parte del Partito Democratico circa la divisione tra le forze del centrosinistra nei collegi all’estero. Questa divisione è da addossarsi alle scelte di Veltroni, che rifiutando l’apparentamento in Italia con il Partito Socialista ha provocato una frattura clamorosa tra le forze che si dichiarano riformiste». Per Luca Cefisi «a questo punto, non rimane ai Socialisti che presentarsi anche agli elettori italiani all’estero con il proprio simbolo e i propri programmi».

Volontè: «Veltroni faccia pubblicare i documenti secretati su Moro» «Veltroni segue alla lettera il progetto di sistematico sterminio delle ragioni dei cattolici ideato da Gramsci, e incolla parole di Aldo Moro ai suoi discorsi». Il presidente dei deputati dell’Udc, Luva Volontè interviene duramente e continua: «Dopo aver ieri garantito l’impossibile mediazioni sui valori non negoziabili - aggiunge - oggi si avventura sulle tracce di Moro. Piuttosto che proseguire con le pagliacciate, decida con Prodi e Amato per la pubblicazione di tutte le carte secretate su Moro. 30 anni di silenzi e complicità bastano e avanzano, fuori gli scheletri».

Arcigay: «Movimento autonomo dai partiti» Il segretario nazionale dell’Arcigay, Riccardo Gottardi, è intervenuto sulla polemica dell’esclusione dei gay dalle liste per le prossime politiche. «Allo stato attuale non vi è nelle liste di nessun partito una reale rappresentanza del movimento gay-lesbico italiano. Le operazioni giornalistiche e le dichiarazioni di esponenti del Pd che accreditano candidature del movimento - ha scritto Gottardi in una nota - sono assolutamente inconsistenti. Si tratta di nomi di facciata, che sono rappresentativi solo di se stessi. Arcigay è e resta indipendente e non collaterale a nessuna forza politica e valuterà le posizioni da prendere rispetto alle forze politiche nella sua assise nazionale a Bologna dell’1-2 marzo. Se un qualsiasi partito chiederà ai nostri leader di candidarsi, starà ai singoli decidere se accettare o meno e rappresenterà uno degli elementi delle nostre valutazioni».


politica

29 febbraio 2008 • pagina 7

Veltroni lascia Roma bloccata di Francesco Lo Dico

ROMA. Smanioso di tenere a battesimo la propria creatura, il sindaco di Roma Walter Veltroni annunciava lo scorso 13 febbraio che la dolce attesa era finita. La Capitale avrebbe avuto entro il 2013 la sua nuova linea metropolitana: sessanta chilometri di binari sotterranei, sui quali treni intelligenti, ma così intelligenti da non arrecare alcun danno al patrimonio archeologico dell’Urbe. Questo diceva il leader del Pd il 13 febbraio, ma ciò che non sapeva, o trascurava, era che il 24 gennaio, il Rapporto della Soprintendenza archeologica, aveva già bocciato senza appello la tratta centrale della nascitura linea C della metropolitana. Che la fecondazione assistita dal ministro delle Infrastrutture Di Pietro, con un assegno da 500 milioni versato nel 2007 come contributo per il Centro storico, e da una dote complessiva di 4 miliardi di euro, era stato cioè un generoso tentativo di dare la luce a una creatura già morta.

Italia Nostra, associazione che vigila sul patrimonio artistico nazionale da più di mezzo secolo, lo andava ripetendo da anni che in quel cuore di tenebra che è Roma antica, pulsano lasciti e memorie sepolte nel buio della terra. Per come il progetto, Modello Roma, era concepito, c’erano scarse o nulle possibilità che un solo metro di ferro fosse autorizzato a trapassarle. Nella persona del soprintendente Adriano La Regina, già nel 2003, si precisava che a fronte di gravi e fondate preoccupazioni, semmai le vanghe si fossero imbattute nella Storia, avrebbero dovuto cederle il passo, e sparire. Voci isolate, spesso intese come voci di sventura ispirate all’oracolo seccante del non fare ,che però avevano già previsto tutto.

L’associazione Italia Nostra aveva denunciato i forti rischi per il patrimonio della Capitale già 13 anni fa. Sarebbe stato meglio seguire l’esempio di Torino con un metro leggero meno invasivo

Che traducono la storia della metro C nella cronaca di un pasticcio annunciato, ma anche nella parabola esemplare di un certo trionfalismo politico, sempre pronto a soffocare la polvere in smisurati tappeti rossi. Tutto inizia nel 1995, quando ormai sotto gli occhi di tutti, le condizioni ambientali della Capitale e i suoi enormi problemi di mobilità consigliavano di varare in fretta una nuova linea

preziose stratificazioni di cui si compone il tessuto storico di una città millenaria come Roma. Già negli anni Settanta, Federico Fellini aveva testimoniato nel documentario Roma, la devastante leggerezza con cui era stato escavato il sottosuolo nel corso della costruzione della metropolitana A e B. Gli anni e gli errori commessi avrebbero fatto sperare in tecniche meno intrusive e indagini preliminari più vincolanti, ma da al-

La Soprintendenza archeologica ha bocciato la metropolitana del centro storico. Ripa di Meana (Italia Nostra): «Scelta tecnologica superficiale e arrogante quella dell’ex sindaco» della metropolitana, in grado di decongestionare il traffico, già a quel tempo uno dei più anomali d’Europa. Italia Nostra, chiede già allora la progettazione di un tragitto sotterraneo poco invasivo, in grado di accompagnare i viaggiatori fino al quartiere Mazzini nel pieno rispetto del patrimonio artistico e archeologico. Le soluzioni approntate a quel tempo, destarono però presso le associazioni ambientaliste molta preoccupazione, perché apparivano del tutto incongrue rispetto alle

lora, nonostante siano emersi modelli virtuosi in altre città d’Europa come Lille, e in altre città italiane come Torino, l’alba sempre più radiosa della nuova tecnologia non sembra aver portato consiglio. Per lo meno nella Capitale, dove sbandierato come un progetto in grado di salvaguardare i beni culturali di questo Paese, oltreché di questa città, il modello Roma ha evidenziato le gravi lacune di cui detto. «Già a quel tempo, c’era grande preoccupazione per la superficialità

e l’arroganza di una scelta tecnologica incompatibile con il teatro archeologico di Roma», spiega Carlo Ripa di Meana, presidente di Italia Nostra. Man mano che il progetto della metro C prende corpo negli anni, diventa sempre più evidente, la sensazione che sia più archeologico del patrimonio che si propone di tutelare. Nel 2000, diventa chiaro che la metro C è concepita sul modello delle due linee precedenti risalenti agli anni ’80. Sono previsti infatti due tunnel sotterranei del diametro di dieci metri ciascuno e stazioni della larghezza di centoventi, dalle dimensioni comparabili a quella di una portaerei. La profondità degli scavi sembra garantire un’apparente tutela dei beni archeologici, perché fissata ben oltre i quindici metri sotto il livello del suolo, ma in realtà le cose stanno diversamente. I collegamenti (scale mobili, uscite di sicurezza, ascensori) con la superficie costituiscono infatti un grande problema. Da qualche parte si dovrà pure scavarli, e i rischi per il patrimonio, ricacciati sottoterra, rientrano dalla finestra. Fra il 2001 e il 2003, Italia Nostra si batte perché il progetto sia sottoposto alla Via (valutazione di impatto ambientale) in ossequio alla legislazione euro-

pea. Il professor Antonio Tamburrino, urbanista, propone frattanto un modello alternativo di metro flessibile, poggiato su gomma, adottato con successo a Torino. Consente di aggirare le aree sensibili e si basa su un unico tunnel di dimensioni ridotte. Sarebbe perfetto anche per Roma perché consentirebbe il trasporto dello stesso numero di passeggeri consentito dai treni vecchia maniera.

Il risultato è che questo progetto alternativo viene ignorato o ritenuto inopportuno, e che il Cipe (Comitato interministeriale per la Programmazione economica) finanzia il Modello Roma, obsoleto e intrusivo, senza attendere la Valutazione di impatto ambientale. Era il 2003, ma spesi cinque anni in indagini e saggi del terreno, non c’è stato alcun progresso. A dispetto delle attese e della liturgia degli annunci, la tratta del Centro storico rimane, come allora, infattibile. A fondi già stanziati, e conseguente sperpero di soldi e tempo, c’è da scommettere che la vicenda andrà ancora per le lunghe. Una vicenda che è l’epifenomeno del Fenomeno Walter e di un’ abitudine tutta italiana. Intessere il reale della materia dei sogni, per seppellirne il vero significato.


pagina 8 • 29 febbraio 2008

L’ITALIA AL VOTO

La comunicazione politica sotto esame

lessico e nuvole

Il pugno alzato di Berlusconi

Alla ricerca dello statista perduto di Giancristiano Desiderio

di Arcangelo Pezza

Non capita spesso, ma ogni tanto accade. Accade che un politico pronunci la parola “statista”. Ieri lo ha fatto il Walter parlando del suo dirimpettaio, il Silvio: «Berlusconi non ha mostrato la stoffa dello statista che accetta la sfida dell’innovazione e cerca di spostare in avanti il mondo». A parte che il mondo sa bene per i fatti suoi dove deve andare, tutti ci accontenteremmo se gli aspiranti statisti facessero semplicemente il loro lavoro, senza manie di grandezza. Sarà per questo che il Walter, presentando i suoi candidati, ha detto che «il Pd è il partito del lavoro». Un tempo il Pci era «il partito dei lavoratori». Però, anche il Walter non scherza mica. Perfetto aspirante statista. Il Micciché ha dichiarato da Calatafimi: «Avrei preferito che si andasse verso la discontinuità rispetto a quello che si era fatto fino ad oggi e rispetto a questa immagine che ha la Sicilia di essere traffichina e mafiosa, ma la mia battaglia politica per un cambiamento reale di metodo alla Regione Sicilia continua più forte di prima». Statista siculo. Mentre Gianfranco Rotondi, scontento per le liste, dice: «Il problema è politico perché il PdL oggi non ha niente a che spartire con il Ppe. E’ una grande destra e noi possiamo anche essere ospiti di questo progetto, l’importante è saperlo». Statista perplesso.

Dopo quindici anni di faccione, Berlusconi ha deciso di smettere i celeberrimi 6x3 con cui cambiò la comunicazione politica degli anni Novanta costringendo tutti gli avversari ad imitarlo. Di primo acchito sembra una scelta in linea con le tendenze del marketing: dal volto, cioè dal prodotto, si è passati al brand, cioè al nome. Come tutti sanno quando un prodotto è maturo, conviene fortificare il marchio. Così fanno Barilla, Coca Cola, Campari, Nike… Ma potrebbe anche essere una strategia: una sorta di rarefazione dell’icona, che svincola, dopo lustri di dileggio, Berlusconi dalla furia iconoclasta dei suoi nemici. Non esiste infatti parodia così ben orchestrata quanto quella costruita a partire dai cartelloni pubblicitari di Forza Italia (per capire basta digitare su Google “berlusconi+manifesti” e si trovano decine di siti di fake e prese per i fondelli). Detto ciò, per ora la scelta minimal del Popolo della Libertà è un’affiche con il logo del nuovo partito, un lapis che lo barra, e a fianco lo slogan: “La sinistra ha messo in ginocchio il paese. Rialzati Italia!”. Claim peraltro non troppo suadente in considerazione della parola sdruciola “riàlzati”, peraltro confondibile con “rialzàti”. E anche il tono che l’esortazione vorrebbe avere, sottolineato dal punto esclamativo, nella mente del passante rischia di suonare non in modo eroico, o profetico alla “Lazzaro alzati e cammina”, piuttosto con un falsetto del tipo “ma cribbio ti vuoi rialzare o noooo?” che fa molto Sabina Guzzanti. Per fortuna ieri, sul Giornale, è comparso un tutto pagina che invita il Pdl a sottoscrivere nei gazebo le priorità del programma. Con un Cav sorridente, pugno chiuso alzato, forse preconizzando l’accordo con la sinistra, poiché “el pueblo unido jamais sera vencido”.

Non vi fidate dei sondaggisti? Fate bene. Meglio fare la “media”, per sbarazzarsi di errori e propaganda

Il sondaggio dei sondaggi Pdl+Lega

la media di oggi Demop. Demosk. Crespi Eurom. Digis Eurisko Ipr 27 febbraio

26 febbraio

25 febbraio

23 febbraio

20 febbraio

20 febbraio

19 febbraio

Udc+Rb

Pd+Idv

Sin-Arc

Destra

Socialisti

44,7

7,0

36,7

7,4

2,0

1,0

45,0 44,0 44,3 46,4 43,4 45,4 44,5

6,0 7,0 7,5 5,7 7,7 7,5 8,0

37,0 36,5 35,5 36,4 38,3 39,0 34,5

8,0 8,5 7,0 7,9 6,6 5,8 8,0

2,0 2,0 3,6 1,2 1,5 1,0 3,0

0,5 1,8 0,8 1,3 0,7 1,5

La “media di oggi”è calcolata sugli ultimi sette sondaggi di istituti diversi. Queste le coalizioni presunte: PdL con Lega e Mpa, Pd con Idv e Radicali, Udc con Rosa bianca e Udeur, Destra e Socialisti da soli. La data è relativa all’ultimo giorno in cui è stato effettuato il sondaggio.

di Andrea Mancia Pubblicati i dati del nuovo sondaggio Demopolis, relativo alle intenzioni di voto del 25-27 febbraio. Rispetto all’ultimo sondaggio dello stesso istituto di ricerca, che però risale a quasi un mese fa (31 gennaio), la coalizione guidata dal PdL resta più o meno stabile (-0,5%), mentre quella guidata dal Pd sale di 5 punti percentuali e arriva al 37%. Scendono anche Sinistra Arcobaleno (-2%) e Udc+Rb (-0,5%), mentre la Destra guadagna mezzo punto e sale al 2%. Non disponibili i dati sui Socialisti (per i quali abbiamo lasciato la media invariata). Malgrado il buon risultato del Pd rispetto al vecchio sondaggio Demopolis, l’uscita dalla tabella di Swg (18 febbraio) provoca l’aumento del distacco tra

PdL e Pd, che torna all’8%. Si conferma la sensazione che la marcia d’avvicinamento del Pd nei confronti della Popolo della Libertà stia attraversando un momento di stallo. Se definitivo o no, soltanto il tempo potrà svelarlo. Intanto, Pietro Vento, direttore dell’Istituto Demopolis, spiega che «molti elettori si dichiarano ancora confusi e cercano di capire come regolarsi dopo la scomparsa del proprio simbolo di riferimento». «Il margine a favore del centrodestra - dice Vento - rimane rilevante, ma l’esito finale del voto, in uno scenario caratterizzato da un alto numero di indecisi, non è comunque scontato, soprattutto al Senato, dove potrebbe risultare determinante la presenza dell’Udc di Casini».


29 febbraio 2008 • pagina 9

L’ITALIA AL VOTO

La novità del Centro. Le previsioni dei politologi/4 Piero Ignazi

Il ruolo dei moderati? La responsabilità nazionale Colloquio con Piero Ignazi di Riccardo Paradisi iero Ignazi insegna politica comparata all’Università di Bologna. Qualche anno fa, quando già si parlava di partito unitario del centrodestra, azzardò una previsione: «Si uniranno Alleanza nazionale e Forza Italia». �� quello che è accaduto, «sono partiti omogenei». Con Ignazi continuiamo la nostra inchiesta sul Centro. Professore il centro è uno spazio vuoto oggi in Italia? In realtà c’è chi ambisce a rappresentare il centro, che poi siano grandi o piccole forze politiche è un altro discorso. Il centro c’è, è quella realtà che comprende i Casini, i Tabacci, i Pezzotta. Il centro c’era anche nel ’94, era quello del Partito popolare di Martinazzoli e del Patto Segni che tentavano di ricostruirlo come spazio politico stabile. Che differenza c’è tra allora e oggi? Che oggi siamo di fronte a una riduzione dell’offerta politica, a una sua semplificazione. Che però non elimina il terzo incomodo, il centro cioè, che sembra irriducibile alla dinamica bipolare che questa legge elettorale però favorisce. Lei parla di bipolarismo, si potrebbe parlare anche di bipartitismo oggi in Italia? Assolutamente no. Il bipartitismo non c’è in questo Paese, in termini politologici non esiste. L’unica cosa che sembra avviarsi è come dicevo una semplifi-

P

Che funzione può svolgere il centro in questo momento della politica italiana? Potrebbe portare un elemento di moderazione che sarebbe il benvenuto visto il clima al calor bianco che si è registrato fino a oggi nel Paese. Però si tratta di vedere come riuscirà il centro a portare questo contributo dopo che Casini si è messo fuori dal gioco bipolare. Magari questo potrebbe essere possibile in un secondo momento al Senato dove il Centro potrebbe essere il ricettore delle migliori indicazioni che provengono da un lato e dall’altro dello scenario politico. Una funzione di equilibrio insomma che può tutelare e difendere posizioni di responsabilità nazionale. Lei come ha interpretato la rottura tra Berlusconi e Casini? Quali sono i veri motivi di questo divorzio? Bella domanda. Di motivi se ne potrebbero trovare diversi e tutti razionali. Ma c’è una risposta secondo più vera di altre. Il motivo fondamentale è uno: Casini aveva capito che Berlusconi preferiva come delfino Fini.

«Un contributo all’equilibrio e alla moderazione sarebbe il benvenuto visto il clima di contrapposizioni al calor bianco che si è registrato fino a oggi nel Paese» cazione minima adel quadro politico, sia nel centrodestra che nel centrosinistra. Semplificazione dice lei, ma in Italia oggi ci sono quattro poli in campo. Se è per questo forse ce ne sono anche 5 contando la Lega. Che è in una posizione defilata e autonoma rispetto al resto della coalizione berlusconiana. Cinque poli non sono pochi, però ammetterà che è un discreto passo avanti rispetto ai trentacinque partiti di prima. La semplificazione non sacrifica la rappresentanza? Io non sono uno che demonizza il sistema proporzionale però questo discorso lo fa di solito chi è proporzionalista. E comunque ci possono essere anche delle modalità che salvano le diversità senza gli elementi negativi di un sistema elettorale che premia tutte le diversità quali esse siano. Diciamoci la verità il sistema proporzionale ha creato degli inconvenienti tremendi ed è necessario evitarne il ritorno. Cercando di non sacrificare la rappresentanza. La formula del voto utile le piace? Non gli dò molto peso. È una formula appunto che viene usata da chi ha convenienza a usarla, è un argomento di polemica politica di chi vuole impostare il confronto su due soli partiti. Non so quanto sia utile come formula però: nel ’96 il voto inutile si diceva fosse quello per la Lega. E comunque il voto utile non è un argomento politologico è un argomento politico, propagandistico.

Poi c’è la dialettica che in questi anni si è sviluppata con Berlusconi e che ha visto sempre Casini in prima linea, non Fini. Lei aveva anticipato qualche anno fa che un partito unico del centrodestra sarebbe nato con la confluenza di An in Forza Italia. È avvenuto proprio questo. Tra Forza Italia e Alleanza nazionale è cresciuta con gli anni una sempre più forte omogeneità. An ha assorbito per esempio tutta questa cultura liberal-liberista che soffia forte negli ambienti berlusconiani. Scusi professore ma An è il partito che ha guidato la rivolta dei taxisti a Roma, che monta la guardia per l’aumento agli statali... Parliano di liberismo all’italiana ovviamente, liberismo alle vongole. Intendo dire che il liberalismo in questo Paese è un concetto molto vago, dentro il quale possono convivere la difesa dei taxisti e la retorica sulle liberalizzazioni. Senza l’Udc il Pdl si sbilancia a destra? Si, molto. Indipendentemente da tante cose – gli strappi di Fini, una rielaborazione ormai compiuta del proprio passato – Alleanza nazionale ha ancora nella platea degli elettori un’immagine di destra dura ed estrema. E questo malgrado la scissione di Storace. Non so quanti consensi la destra possa erodere ad Alleanza nazionale ma dal punto di vista simbolico la scissione è stata ininfluente.


pagina 10 • 29 febbraio 2008

ome da copione, lo scorso novembre 49 nazioni e insigni dignitari si sono radunati ad Annapolis attorno al presidente americano George W. Bush, al primo ministro israeliano Ehud Olmert e al presidente palestinese, Mahmoud Abbas, per rilanciare il negoziato israelo-palestinese. Come da copione, gl’intenti erano e rimangono nobili: pace entro la fine del 2008. Buoni propositi naufragati, era prevedibile, nell’escalation in corso a Gaza. La diplomazia occidentale oggi si trova di fronte non al collasso dei negoziati - essi proseguono tra Olmert e Abbas nonostante gli alti e bassi del barometro mediorientale - ma al fatto che chi vuole la pace non può farla e chi può farla non la vuole. La verità è che chi comanda a Gaza - Hamas - agisce da legittimo sovrano su un territorio che Israele ha abbandonato come richiesto dalla comunità internazionale. Hamas ha scatenato una guerra contro Israele il giorno dopo l’avvenuto ritiro nell’estate del 2005 e due anni e mezzo e 4mila missili dopo la lotta continua. Il che crea una situazione grottesca: da un lato c’è un governo - Hamas - che preferisce mettere la propria popolazione alla fame e farsene scudo pur di continuare la sua guerra contro «il nemico sionista».

mondo Medio Oriente - un desiderio comprensibile oltre che lodevole, ma insufficiente a smuovere un conflitto che elude ogni realistica e ragionevole soluzione da quasi un secolo.

C

Dall’altro c’è un Paese - Israele - il cui governo ha preso i rischi richiesti dalla comunità internazionale per promuovere la pace, ha smantellato gli odiati insediamenti, ha ritirato truppe e civili e si trova oggi con la propria popolazione civile sotto il tiro continuo del fuoco di Hamas e sotto la pressione diplomatica internazionale che rifiuta a Israele, di fronte al cinismo irresponsabile dei fondamentalisti, il diritto fondamentale di difendersi. Difendersi significa sparare, e il linguaggio di ministri e funzionari secondo cui Israele ha diritto di difendersi ma deve farlo in maniera proporzionata alla minaccia è solo vuota retorica: che significa rispondere proporzionatamente a 4mila missili che per la loro imprecisione sono ovviamente progettati per terrorizzare la popolazione civile, non per colpire obbiettivi militari? Israele secondo l’Europa non deve ricorrere alle uccisioni mirate, non deve re-invadere, non deve bombardare, non deve sospendere le forniture di viveri e beni di prima necessità (che follia, un Paese attaccato che deve rifornire l’aggressore!), non deve fare nulla di “ostile”. Deve subire insomma, e parlar di pace con Mahmoud Abbas, che senza la presenza militare israeliana nella Cisgiordania

La controffensiva israeliana a Gaza per fermare i lanci

Che significa rispondere a quattromila missili? di Emanuele Ottolenghi sarebbe spodestato da Hamas in quattro e quattr’otto.Tre le ragioni per smetterla dunque d’illudersi sulle buone intenzioni occidentali e sull’incapacità delle nostre cancellerie di leggere accuratamente la situazione e offrire risposte adeguate alle sfide politiche della regione. Innanzitutto, c’è la debolezza intrinseca dei tre principali attori di quest’ennesima pièce teatrale. Bush si ritrova a meno di un anno dalla scadenza del suo secondo termine presidenziale e ha poco tempo a disposizione. Olmert gode di pochissimo seguito e deve convincere un pubblico scettico che la sua leadership compromessa da scandali, malgoverno e gli errori della guerra del Libano of-

nel dire che Gaza rimane parte integrante dell’Autorità Palestinese. Ma Gaza è ormai un’entità separata e il comportamento di chi la governa - Hamas - rimarrà una costante spina nel fianco di Abbas e dei suoi partners. Abbas non può che esprimere solidarietà ai suoi“fratelli” palestinesi di Gaza - secondo i consueti moduli della retorica panaraba - anche se l’indebolimento di Hamas è l’unica speranza che ha di evitare il collasso completo del movimento nazionale palestinese, almeno nella sua classica accezione Olpista, a favore dell’opzione islamista di Hamas. Hamas mira a far fallire i negoziati attraverso l’escalation contro Israele che va da mesi alimentando con il

portato Israele, l’Europa e gli Stati Uniti, ma non è nemmeno sufficiente a produrre un allineamento diplomatico favorevole a un accordo. Per Israele, il problema principale da confrontare nella regione è il rischio di nuclearizzazione iraniana. Siccome il programma nucleare iraniano minaccia fortemente anche i paesi del Golfo Persico - così ragionano a Gerusalemme - si sta creando un fronte comune fondato sul pragmatico principio del “il nemico del mio nemico è mio amico” che sta portando a un rapprochement tra Israele e Paesi sunniti moderati. La pace con i palestinesi sarebbe quindi facilitata da quest’improvvisa comunanza d’interessi - che in-

Difendersi vuol dire usare la forza. Il linguaggio politico per cui Israele ha diritto di tutelarsi ma deve farlo in maniera «proporzionata» alla minaccia è pura retorica: nessuno spiega cosa sia la risposta «proporzionata» ad Hamas frirà una soluzione migliore a quella da lui perorata tre anni orsono per Gaza. In quanto a Mahmoud Abbas, la sua debolezza è tale da rendere i problemi dei suoi due partner insignificanti a paragone. Il secondo ostacolo è dovuto alla causa principale della debolezza di Abbas - che la crisi degli ultimi giorni ha messo tragicamente in evidenza. Nessuno ha parlato di Gaza ad Annapolis e la comunità internazionale insiste

lancio di razzi sul Negev e Sderot - prima o poi, tale politica scatenerà una reazione militare israeliana su larga scala che otterrà come effetto collaterale l’ulteriore ritardo dei negoziati. Infine, c’è un terzo e importante ostacolo che pochi analisti hanno rilevato. Alla conferenza di Annapolis hanno è vero partecipato anche Paesi arabi come l’Arabia Saudita, ma il motivo della loro presenza non solo differisce da quello che vi ha

coraggia Paesi arabi moderati e Israele a trovare un compromesso sulla questione palestinese per ricompattare il fronte anti-iraniano. Per l’amministrazione americana, al problema iraniano - che a Washington è letto così - si aggiunge l’eredità difficile del Medio Oriente per l’Amministrazione Bush e in particolare il suo segretario di Stato Condoleeza Rice. Invece che per l’Iraq, la Rice vorrebbe esser ricordata per la pace in

L’Europa condivide in parte queste preoccupazioni - ma ritiene che gli Usa da sette anni abbiano ignorato la questione centrale della regione ed è pronta a sostenere ogni tentativo di smuovere Israele e palestinesi, anche se a farne le spese sono le altre irrisolte questioni regionali. L’eccessivo zelo europeo quindi si dirige in direzioni diverse dagli alleati americani e israeliani, tanto più che l’Europa è divisa sulla strategia da seguire sul dossier iraniano, a causa del conflitto d’interessi esistente tra gl’imperativi geostrategici e i legami commerciali con l’Iran. Infine, c’è la motivazione dei Paesi arabi: non tanto di promuovere una pace in cui non credono, ma di non ritrovarsi sulla lista nera dell’Amministrazione quando la situazione nel Golfo potrebbe improvvisamente precipitare. È vero che c’è un nemico comune - ma ciò era vero anche nel 1990, quando il mondo arabo si trovò dalla stessa parte d’Israele contro Saddam Hussein. Anche allora si disse che quel fronte pragmatico aveva creato le premesse per la pace tra Israele e Paesi arabi. E anche allora il principio del nemico comune mostrò i suoi limiti. Gli otto anni di Intifadah hanno reso pressoché impossibile un accordo tra Israele e palestinesi, almeno per adesso. L’orizzonte geostrategico è talmente complesso - l’Iran ha aperto due fronti diretti con Israele attraverso il suo ruolo in Libano con Hezbollah e il suo sostegno a Hamas a Gaza e le minacce per Israele sono tali che difficilmente, nelle attuali circostanze, Israele offrirà le concessioni minime che i palestinesi si aspettano per firmare. Quand’anche questo possa accadere, la loro firma difficilmente varrà più dell’inchiostro con cui sarà siglata. Il 2008 non sarà l’anno della pace. L’unica speranza è invece che i grandi nodi regionali - dall’irrisolta crisi libanese all’Iraq, dall’Iran a Gaza - non si ingarbuglino ancor di più tra qui e dicembre perché se così fosse a risolverli toccherebbe alla prossima amministrazione americana che, almeno inizialmente, avrà poca esperienza per mettervi mano in maniera costruttiva. E intanto, occorre risolvere Gaza. Non con gli aiuti umanitari o le conferenze internazionali. Ma costringendo Hamas a un cessate il fuoco, con le buone o le cattive.


mondo

29 febbraio 2008 • pagina 11

Da internet al supermercato è ormai “mappato” ogni nostro movimento

Come difendersi dal Grande Fratello? di Francesco Guarascio

d i a r i o

d e l

g i o r n o

Bush: non parlerò con Castro Il presidente Usa George W. Bush ha escluso l’ipotesi di dare il via a colloqui bilaterali con Cuba. Parlare con Raul, succeduto questa settimana al fratello maggiore Fidel, significherebbe «abbracciare un tiranno», ha affermato il presidente Usa in una conferenza stampa alla Casa Bianca. Bush ha spiegato di non volere appoggiare un leader che «mette la sua gente in carcere per le loro convinzioni politiche»: sarebbe «un messaggio sbagliato e scoraggiante per coloro che si chiedono se l’America continuerà a lavorare per il rilascio dei prigionieri». «Significherebbe offrire un grande status a coloro che hanno soppresso i diritti e la dignità umani». Hillary Clinton e Barack Obama hanno invece aperto a un dialogo con il successore del lider maximo.

Appello di Sarkozy per la Betancourt delinquenti del futuro non dovranno più scippare o frugare nella borsa delle loro vittime. Basterà che dispongano di un piccolo aggeggio elettronico, già disponibile sul mercato, che consente di leggere a distanza i dati personali contenuti in una quantità crescente di oggetti che portiamo sempre con noi. Una volta messi insieme numero della carta di credito con nome e cognome del povero malcapitato, il gioco è fatto e il conto prosciugato. Tutto questo è possibile grazie allo sviluppo di una tecnologia di per sè molto utile e già presente nella vita di tutti i giorni, seppure ignorata dai più. Si tratta dell’identificazione tramite radio-frequenze, nella sigla inglese Rfid. La complicazione terminologica non dà conto di una realtà abbastanza semplice, applicata agli oggetti più svariati. Quando al supermercato prendiamo una carta fedeltà che non costa nulla e consente di usufruire di alcuni sconti, siamo già nel mondo degli Rfid. Le città che offrono biglietti del bus elettronici, che si autoconvalidano entrando nei mezzi senza bisogno di obliteratrice, sono anch’essi Rfid. Ma anche le valigie che stiviamo negli aerei e talvolta le stesse carte di credito. E nel futuro tutto quello che compreremo nei negozi, che stanno sostituendo i codici a barre con dispositivi Rfid. La tecnologia è semplice. Negli oggetti è inserito un minuscolo chip con informazioni personali che servono ad identificare l’utente, nel nostro caso il cliente di un supermercato o un pendolare. Attraverso un semplice dispositivo di lettura delle informazioni del chip, presente alla cassa di un negozio o all’entrata di un tram, i dati vengono comunicati via radio frequenze. Gli oggetti comunicano tra di loro creando quello che già viene definito l’internet delle cose, con collegamenti invisibili proprio come i link tra i siti Web. Allo stesso tempo, il consumatore usufruisce di un servizio più efficiente e le aziende acquisiscono informazioni sui loro clienti. Ma come spesso accade con le nuove tecnologie, i pericoli sono dietro l’angolo. L’acquisizione di dati personali consente infatti la creazione di profili di utenti, il cui utilizzo può estendersi a pratiche commerciali invasive (pubblicità mirata non richiesta nella posta di casa e nell’email) o sconfinare in attività illegali, come il furto di informazione priva-

Nuove - e cattive - notizie sulle condizioni di salute di Ingrid Betancourt. Secondo i suoi ex compagni di prigionia la donna sarebbe «molto malata», avrebbe l’epatite b e potrebbe morire. Il presidente venezuelano Hugo Chávez ha chiesto al capo delle Farc di trasferire urgentemente Betancourt in un luogo sicuro. E all’appello di Chávez fa eco quello del presidente francese Sarkozy che si è detto disponibile ad andare a cercare di persona l’ostaggio franco-colombiano lungo la frontiera tra il Venezuela e la Colombia. «Chiedo alle Farc di liberare senza indugio Ingrid Betancourt. È una questione di vita o di morte, una questione umanitaria urgente», ha dichiarato Sarkozy. Intanto l’ex deputato colombiano Luis Eladio Perez, liberato ieri dalle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), si è detto certo che una volta tornata alla libertà Ingrid Betancourt «sarà» presidente della Colombia e porterà avanti il suo progetto politico.

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In Kenia tregua fra Kibaki e Odinga te riutilizzabili per fini criminali. La maggioranza dei cittadini ignora l’importanza dei dati personali e i pericoli collegati ad una loro proliferazione. Secondo un sondaggio condotto a livello europeo per conto della Commissione Ue, oltre l’80 per cento dei cittadini ritiene che la questione sia sottostimata. Il problema è anche più evidente su internet, dove è uso comune l’ottenimento e la conservazione di dati personali da parte di aziende che operano nella Rete. I più attivi in sono i motori di ricerca, Google in testa, ma anche Yahoo, Microsoft e i piccoli attori italiani come Virgilio.

Gli oggetti parlano tra loro creando una sorta di “internet delle cose”, con collegamenti invisibili proprio come i link tra i siti web. Ma la gente non lo sa Pochi sanno che le ricerche che effettuiamo su internet sono conservate per anni in immense banche dati. Il motore di ricerca, associando le richieste passate ai dati personali che ci caratterizzano sul Web (in particolare il numero unico attribuito al nostro computer), è in grado di darci una lista dei risultati più in linea con le nostre esigenze. Digitando la stessa parola su Google da due computer diversi, i risultati saranno differenti. Un vantaggio secondo alcuni, ma anche una pericolosa quantità di informazioni sul nostro

conto. Google va anche oltre, fino a monitorare il contenuto di tutte le email che i suoi utenti inviano o ricevono. Chi dispone di un indirizzo Gmail potrà notare che sulla destra di ogni email c’è una lista di annunci pubblicitari collegati all’argomento trattato nel messaggio. Si parla di Cuba con un amico, e ci si trova accanto i siti degli hotel che operano nell’isola. In sostanza un Grande Fratello virtuale ci spia con regolarità. Finora si limita a lucrarci su, vendendo gli spazi pubblicitari. A volte distribuisce i dati alle autorità, come successo in diverse indagini negli Stati Uniti, senza che gli indagati ne fossero a conoscenza. Domani chissà. Di fronte a questi scenari non certo rassicuranti, l’Unione europea ha avviato alcune iniziative mirate a porre alcuni paletti nello sviluppo di queste tecnologie, di cui non si mette certo in dubbio l’utilità. La commissaria per le Telecomunicazioni,Viviane Reding, ha pubblicato questa settimana una lista di principi a cui i fruitori di dispositivi Rfid dovrebbero attenersi. Tra essi, c’è l’obbligo di evidenziare la presenza di questi dispositivi laddove usati, e la richiesta di autorizzazione del cliente per il loro utilizzo nel caso contengano informazioni di carattere personale. Sul versante internet, l’organo che riunisce a livello europeo i garanti nazionali per la privacy, emetterà il prossimo aprile un’opinione giuridicamente vincolante sull’uso di dati personali da parte dei motori di ricerca. La conservazione dei dati verrà limitata a periodi meno estesi e soltanto ad alcune attività.

Il presidente della Repubblica keniana Mwai Kibaki ed il leader dell’opposizione Raila Odinga hanno firmato un’intesa politica che si attende debba mettere fine alle violenze che hanno travolto il Kenya: almeno 1.500 morti e 600mila sfollati, con l’economia in ginocchio. Chiave di volta dell’accordo - mediato dall’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan - è la divisione del potere e la creazione del ruolo di primo ministro, finora non previsto dalla costituzione che assegna tutti i poteri al presidente.

Clima elettorale in Iran Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha affermato che «l’Iran è la prima potenza del mondo» ed ha indirizzato nuove critiche contro i suoi detrattori in Iran, accusati di lavorare per il nemico. «Tutti hanno capito che l’Iran è la prima potenza mondiale», ha detto il presidente iraniano in un discorso pronunciato davanti alle famiglie delle vittime della guerra tra Iran e Iraq (1980-1988). «Oggi il nome dell’Iran risuona come un pugno sui denti dei potenti e li rimette al loro posto», ha aggiunto in diretta dalla televisione pubblica. Queste dichiarazioni giungono mentre la diplomazia occidentale sta lavorando per cercare di varare una serie di sanzioni per spingere Teheran a sospendere il programma nucleare. Inoltre tra due settimane ci saranno in Iran le elezioni legislative e ieri Hassan Rohani, molto vicino alla guida suprema ayatollah Ali Khamenei, ha indirizzato un duro attacco ad Ahmadinejad, accusandolo di dire «frasi atte a strappare gli applausi e da spacconi».

Bloomberg non corre per la Casa Bianca Il sindaco di New York Michael Bloomberg non scenderà in campo. Ma è pronto a dare il suo appoggio. «Se uno dei candidati si dimostrerà indipendente e non fazioso, lo aiuterò a vincere la presidenza Usa».

Gb: fecondazione, al via utero in silicone Un utero di silicone per far crescere per qualche giorno gli embrioni destinati alla fecondazione artificiale in un ambiente più favorevole al loro sviluppo. Il dispositivo inizia ad essere testato in Gran Bretagna e, nelle intenzioni degli inventori dell’azienda svizzera Anecova, potrà permettere in un prossimo futuro di limitare fortemente la stimolazione ovarica delle donne infertili, oggi costrette a veri e propri “bombardamenti” ormonali per indurre la produzione di un numero elevato di ovociti.


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speciale approfondimenti

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L’ABUSO DELLA RAGIONE GEN Per gentile concessione della Rubbettino Editore pubblichiamo ampi stralci di un libro in uscita a fine marzo 2008: L’abuso della ragione di Friedrich A. von Hayek. Uno dei frutti del positivismo è stato la fiducia nell’universale applicabilità di un metodo scientifico unico. Il libro costruisce una formidabile confutazione di questo assunto. La bella prefazione di Dario Antiseri si pone al servizio della causa.

Prefazione di Dario Antiseri li studi sociali «non vertono sulle relazioni tra cose, ma sulle relazioni tra uomini e cose ovvero degli uomini tra loro: il loro oggetto è costituito dalle azioni umane ed il loro fine è spiegare gli effetti inintenzionali o non programmati di esse». Più precisamente ancora: «oggetto specifico delle scienze sociali stricto sensu […] sono le azioni coscienti o consapevoli dell’uomo, quelle cioè compiute da un soggetto che abbia preliminarmente effettuato una scelta fra diverse alternative possibili». Questo scrive Friedrich August von Hayek nel terzo capitolo dell’Abuso della ragione (d’ora in avanti AR). E subito aggiunge che ad agire sono sempre e soltanto gli individui: individui mossi da idee. E qui è di estrema rilevanza distinguere tra le“opinioni motivanti” o “costitutive” da una parte e le “concezioni speculative” o “esplicative” dall’altra. Motivanti o costitutive sono quelle idee o opinioni che, per esempio, inducono gli esseri umani a produrre, vendere o comprare questa o quella merce; speculative o esplicative sono, invece, quelle idee che «la mente popolare ha elaborato a proposito di entità collettive come“società”o“sistema economico”,“capitalismo”o“imperialismo”ecc.».

G

Nelle sue ricerche, lo scienziato sociale afferma Hayek - deve «astenersi dal trattare alla stregua dei “fatti”queste entità astratte», queste idee collettive. Egli, piuttosto, deve «prendere sistematicamente le mosse dalle concezioni dalle quali gli uomini sono indotti all’azione e non dai risultati delle loro teo-

so consiste nel «considerare alla stregua dei fatti quelle che non sono altro che provvisorie teorie […]». È un grave errore, in altri termini, «trattare come fatti quelle che sono tutt’al più vaghe teorie popolari». Il collettivismo metodologico è “realismo ingenuo”: tratta come oggetti reali quelli che invece sono costrutti mentali, e «acriticamente presume che, se certi concetti sono di uso corrente, devono anche esistere in concreto proprio quelle “date” cose che essi designano» (AR,VI). Una siffatta convinzione, diffusa e radicata, è dovuta anche al fatto che «l’esistenza, nell’uso corrente, di termini come “società”o “economia”è ingenuamente considerata come prova evidente dell’effettiva esistenza di determinati “oggetti” che a quei termini concretamente corrispondono. Il fatto che tutti parlino di “nazione”o di “capitalismo”porta a credere che il primo passo, nello studio di quei fenomeni, debba consistere nell’andarne a verificare l’aspetto, esattamente come ci si comporterebbe nei confronti di una certa roccia o di un certo animale». Il collettivismo metodologico è “realismo ingenuo”- una concezione erronea che tratta «alla stregua di oggetti reali gli insiemi, che non sono altro che costrutti e che non possono avere altre proprietà che quelle derivanti dal modo in cui li abbiamo messi insieme a partire dagli elementi componenti - si è manifestato in vane forme, ma, forse più frequentemente nella forma di teorie che postulano l’esistenza di una mente “sociale” o “collettiva” e ha, sotto questo profilo, determinato l’emergenza di pseudoproblemi di ogni genere» (AR,VI). Ad agire, dunque, non sono le entità collettive; agiscono sempre e solo individui. Ora, però, come già messo paradossalmente in luce, tra altri, da Bernard de Mandeville (1670-1733) nella sua Favola delle api- la cui morale è che dai vizi privati possono scaturire pubblici benefici -, le azioni umane intenzionali producono conseguenze inintenzionali. Questa, ad avviso di Hayek, è una scoperta in grado di devastare la pericolosa pretesa di quegli pseudorazionalisti che sono i costruttivisti. E il costruttivismo consiste nell’idea per cui «l’uomo, dato che ha creato egli stesso le istituzioni della società e della civiltà, deve an-

Ad agire, dunque, non sono le entità collettive; agiscono sempre e solo individui rizzazioni sulle proprie azioni […]» (AR, IV). Siamo con ciò in pieno “individualismo metodologico”: i vari tipi di credenze e gli atteggiamenti individuali, le azioni coscienti, sono i «dati delle scienze sociali, gli elementi a partire dai quali noi ricostruiamo le possibili strutture relazionali inter-individuali». In altri termini, lo scienziato sociale non ha da trasformarsi in psicologo, poichè non deve affatto spiegare credenze e atteggiamenti individuali; credenze e atteggiamenti individuali non sono l’oggetto di studio delle scienze sociali. All’“individualismo metodologico” si oppone il “collettivismo metodologico”, con la sua tendenza a scorgere delle realtà sostanziali dietro a concetti collettivi come “società”,“classe”“nazione”,“economia”,“capitalismo”, ecc. Il collettivismo metodologico - scrive Hayek - è un errore bell’e buono: es-

che poterle alterare a suo piacimento in modo che soddisfino i suoi desideri o le sue aspirazioni». Ma di continuo Hayek ribadisce che gli eventi sociali sono sempre“frutto”dell’azione umana, ma non sempre esiti di progetti intenzionali. E se le cose stanno così, è allora chiaro che cartesiani, illuministi e positivisti, dice Hayek, sono stati tutti costruttivisti: non hanno usato la ragione, ne hanno abusato. Di costruttivismo Hayek accusa anche il suo maestro Hans Kelsen, per il quale il diritto si risolve in «una costruzione deliberata a servizio di determinati precisi interessi». Il costruttivismo è una malattia che ha intaccato vasti settori della psichiatria e della psicologia e l’intero socialismo.

E se per Carl Menger l’analisi delle conseguenze inintenzionali delle azioni umane intenzionali è “un”compito delle scienze sociali, per Hayek siffatta analisi è “il” compito esclusivo delle scienze sociali. Ciò per la ragione che gli esiti intenzionali di un progetto, quando il progetto riesce, sono scontati, non fanno problema. «È solo nella misura in cui un certo tipo di ordine emerge come risultato dell’azione dei singoli, ma senza essere stato da alcuni di essi coscientemente perseguito, che si pone il problema di una loro spiegazione teorica». E, in realtà - afferma Hayek - i problemi che le scienze sociali cercano di risolvere si presentano solo in quanto l’azione cosciente di una molteplicità di persone dà luogo a risultati inintenzionali e in quanto si constata l’esistenza di certe regolarità maturate spontaneamente al di fuori di ogni deliberazione programmatica. Se i fenomeni sociali non manifestassero altro ordine di quello conferito loro da una intenzionalità cosciente, non ci sarebbe posto per alcuna scienza teorica della società e tutto si ridurrebbe esclusivamente, come spesso si sente dire, a problemi di psicologia» (AR, IV). L’uomo propone e Dio dispone; di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno: questo ci dice il buon senso. Ma la «mano nascosta» di cui parla Adam Smith; l’idea di Adam Ferguson stando alla quale le istituzioni umane sono frutto dell’azione umana ma non dell’«umano progettare»; i pubblici benefici non dovuti a nessun piano di inventori di cui tratta David Hume; l’«eterogenesi dei fini» di Wilhelm Wundt: sono queste solo alcune testimonianze della consapevolezza per cui le azioni umane intenzionali comportano conseguenze inintenzionali, consapevolezza sulla quale Hayek fonda l’autonomia delle scienze sociali e che egli usa come stru-


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NERA MOSTRI mento per scardinare le pretese dello scientismo e del costruttivismo. «Negare l’esistenza e lo studio dell’emergenza dell’ordine spontaneo, significa negare l’esistenza di un oggetto proprio delle scienze sociali teoriche» (AR,VI). E’ben vero - annota Hayek - che studiosi affetti da «pregiudizio scientista» non di rado hanno negato e negano l’esistenza degli ordini spontanei, delle istituzioni sorte per via spontanea (e hanno quindi negato e negano l’esistenza di un oggetto specifico delle scienze teoriche della società).Tuttavia - precisa Hayek - pochi, o forse nessuno, si mostrano poi coerenti fino al limite estremo: «che almeno il linguaggio rappresenti un insieme ordinato, senza essere il risultato di alcun disegno preordinato, è verità ovvia che neppur essi osano revocare in dubbio». Proprio nelle prime pagine dell’Abuso della ragione Hayek scrive che lo scientismo è l’estensione e l’applicazione acritica dei metodi delle scienze naturali alle scienze sociali: «una meccanica e acritica applicazione di certi ambiti di pensiero a campi diversi da quelli nei quali si sono formati» (AR, I). Lo scientismo o pregiudizio scientista consiste, per Hayek, in «imitazioni pedantesche del metodo e del linguaggio della scienza». L’atteggiamento scientista può venire compreso se pensiamo alla «mentalità di tipo ingegneristico», alla «mentalità dell’ingegnere» che, trasportata in ambito sociale, tende ad una trasformazione intenzionale e programmata della società. Lo scientismo combattuto da Hayek non è né la scienza della natura né il metodo delle scienze naturali - che in un secondo momento Hayek, nella scia di Popper, vedrà molto più simile a quello delle scienze sociali. «Anche le scienze sociali, al pari delle scienze naturali - precisa Hayek (AR,VI) si propongono la revisione delle opinioni correnti che gli uomini professano intorno agli oggetti da esse studiati, per sostituirle con altre più appropriate». E poco più avanti: «[…] la nostra conoscenza sarà, in un certo senso, solo negativa, in quanto ci consentirà soltanto di escludere il verificarsi di certi risultati […]». Ed ecco la conclusione di Scientismo e scienze sociali: «[…] Ci pare opportuno ricordare ancora una volta al lettore che le critiche fin qui svolte hanno a loro unico ed esclusivo bersaglio il cattivo uso della scienza, non lo scienziato nel suo particolare campo di specializzazione, ma l’applicazione del suo ambito mentale a campi estranei alla sua competenza specifica. Non c’è conflitto alcuno fra le nostre conclusioni e quelle della scienza correttamente intesa. La lezione più importante alla quale siamo arrivati è identica a quella che uno dei più acuti studiosi del metodo scientifico (e cioè M.R. Cohen) ha enunciato a conclusione di un panorama dei diversi campi dello scibile: “la grande lezione di umiltà dataci dalla scienza, che non potremo mai essere né onnipotenti né onniscienti, è la medesima lezione che ci danno tutte le grandi religioni: l’uomo non è e non sarà mai l’iddio davanti al quale egli debba inchinarsi”». Ai nostri giorni la conoscenza scientifica gode di un tale prestigio che ben pochi pensano che «essa non costituisca l’unico tipo di conoscenza rilevante»; e appare una vera e propria eresia sostenere

che sempre la conoscenza scientifica «non è la somma di tutto il sapere». Eppure, «una breve riflessione può mostrare che esiste senza dubbio un corpo di conoscenze molto importante, ma non organizzate, che non possono essere considerate scientifiche, nel senso di conoscenza di leggi generali: mi riferisco - annota Hayek - alle conoscenze delle circostanze particolari di tempo e di luogo. Proprio rispetto a questo tipo di conoscenze praticamente ogni individuo si trova in vantaggio rispetto a tutti gli altri, dal momento che egli possiede informazioni uniche che possono essere utilizzate con profitto, ma solo se le decisioni che dipendono da queste vengono lasciate a lui o sono prese con la sua attiva collaborazione». E qui è sufficiente ricordare «quanto ci resta da imparare in ogni occupazione dopo che abbiamo completato l’addestramento teorico, quanta parte della nostra vita lavorativa è dedicata ad imparare lavori specifici, e quale preziosa risorsa sia, in tutte le professioni, la conoscenza delle persone, delle condizioni locali e delle circostanze particolari. Conoscere e mettere in uso una macchina non pienamente utilizzata o le capacità di qualcuno che potrebbero essere impiegate meglio, o essere a conoscenza dell’esistenza di scorte in eccesso a cui si può attingere durante un’interruzione dei rifornimenti, è socialmente altrettanto utile quanto conoscere tecniche alternative migliori. Lo spedizioniere marittimo che si guadagna da vivere utilizzando viaggi vuoti o mezzipieni di carrette a vapore, o l’agente immobiliare la cui conoscenza si limita quasi esclusivamente a quella di occasioni temporanee, o l’arbitrageurche trae i suoi guadagni dalle differenze locali dei prezzi delle merci, tutti svolgono funzioni utili basate sulla particolare conoscenza di circostanze legate all’attimo fuggente ed ignote agli altri». E con ciò Hayek ha individuato un altro possente argomento di ordine gnoseologico contro le pretese dei sostenitori della pianficazione centralizzata. Se non vogliamo fare come il medico che per salvare la diagnosi uccide il malato, dobbiamo far sì che «le decisioni finali devono essere lasciate alle persone che conoscono le circostanze particolari di tempo e di luogo, che hanno conoscenza diretta dei cambiamenti rilevanti e delle circostanze immediatamente disponibili per farvi fronte».

motiv del pensiero di Hayek. Ma, a conclusione di queste pagine, vorrei perlomeno accennare alla soluzione che Hayek offre della questione della solidarietà. In Legge, legislazione e libertà Hayek scrive: «Lungi dal propugnare “uno stato minimo”, riteniamo indispensabile che in una società avanzata il governo debba usare il proprio potere di raccogliere fondi per le imposte per offrire una serie di servizi che per varie ragioni non possono essere forniti - o non possono esserlo in modo adeguato - dal mercato». Così è, afferma Hayek, che molte delle comodità capaci di rendere tollerabile la vita in una città moderna vengono fornite dal settore pubblico: «la maggior parte delle strade […], la fissazione degli indici di misura, e molti altri tipi di informazione che vanno dai registri catastali, mappe e statistiche, ai controlli di qualità di alcuni beni e servizi». E poi - precisa Hayek «pochi metteranno in dubbio che soltanto questa organizzazione [dotata di poteri coercitivi: lo Stato] può occuparsi delle calamità naturali quali uragani, alluvioni, terremoti, epidemie e così via, e realizzare misure atte a prevenire o rimediare ad essi». Ed è ovvio, allora, «che il governo controlli dei mezzi materiali e sia sostanzialmente libero di usarli a propria discrezione». Ma«vi è ancora - aggiunge Hayek - tutta un’altra classe di rischi rispetto ai quali è stata riconosciuta recentemente la necessità di azioni governative, dovuta al fatto che, come risultato della dissoluzione dei legami della comunità locale e degli sviluppi di una societàaperta e mobile, un numero crescente di persone non è più strettamente legato a gruppi particolari su cui contare in caso di disgrazia. Si tratta del problema di chi, per varie ragioni, non può guadagnarsi da vivere in un’economia di mercato, quali malati, vecchi, handicappati fisici e mentali, vedove e orfani - cioè coloro che soffrono condizioni avverse, le quali possono colpire chiunque e contro

Una società che abbraccia la logica di mercato può permettersi fini umanitari

Il sistema dei prezzi come sistema di comunicazione; la teoria soggettiva del valore dei beni; l’impraticabilità della pianificazione centralizzata; la concorrenza come procedura per la scoperta del nuovo; l’indissolubile nesso tra economia di mercato e stato di diritto; la critica dei sistemi totalitari; le origini socialiste del nazismo; la distinzione tra legge (esito spontaneo dell’evoluzione culturale) e legislazione (esito dell’attività dell’autorità legislativa) e la relativa distinzione tra cosmose taxis; il miraggio della giustizia sociale; il declino della fede nella democrazia; la proposta della demarchia: sono questi altri temi - non tutti i temi - oggetto della riflessione di Hayek. In questa premessa si è dato spazio al grande argomento dei limiti della conoscenza umana e delle conseguenze che da siffatta consapevolezza derivano; un argomento che costituisce il problema fondamentale dell’Abuso della ragione e un leit-

cui molti non sono in grado di premunirsi da soli, ma che una società la quale abbia raggiunto un certo livello di benessere può permettersi di aiutare». Una società che abbia abbracciato la «logica di mercato» “può”permettersi il conseguimento di fini umanitari perchè è “ricca”; e “può” farlo tramite operazioni “fuori”mercato e non con manovre che siano“correzioni”del mercato medesimo. Ma ecco quella che, ad avviso di Hayek, è la ragione per cui essa “deve” farlo: «Assicurare un reddito minimo a tutti, o un livello sotto cui nessuno scenda quando non può più provvedere a se stesso, non soltanto è una protezione assolutamente legittima contro rischi comuni a tutti, ma è un compito necessario della Grande Società in cui l’individuo non può rivalersi sui membri del piccolo gruppo specifico in cui era nato». E, in realtà, ribadisce Hayek, «un sistema che invoglia a lasciare la relativa sicurezza goduta appartenendo ad un gruppo ristretto, probabilmente produrrà forti scontenti e reazioni violente, quando coloro che ne hanno goduto prima i benefici si trovino, senza propria colpa, privi di aiuti, perchè non hanno più la capacità di guadagnarsi da vivere».


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speciale approfondimenti

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La lezione liberale di Friedrich A. von Hayek o studio dei fenomeni economici e sociali, durante il suo lento sviluppo, nel XVIII e agli inizi del XIX secolo, fu in genere guidato, nelle scelte metodologiche, dalla natura dei problemi da risolvere una tecnica a questi appropriata venne via via elaborata, senza troppo preoccuparsi del problema dei metodi in generale o dei rapporti di ciascuno di essi con quelli delle altre discipline dello scibile. Gli studiosi poterono alternativamente definire l’economia politica una branca della scienza ovvero della filosofia morale o sociale, senza minimamente preoccuparsi di stabilire se il suo campo di ricerca fosse scientifico o filosofico. Il termine “scienza” non aveva ancora assunto lo specifico e stretto significato che ha oggi, nè si era

L

tirannia che i metodi e la tecnica delle Scienze, nel senso stretto del termine, hanno da allora continuato a esercitare sulle altre discipline. Le quali si misero subito a rivendicare parità di trattamento, mostrando che seguivano gli stessi metodi delle brillanti e fortunate consorelle, invece di preoccuparsi di adattare sempre più i loro metodi alla specificità dei rispettivi problemi. Ormai da centoventi anni circa questa ambizione di imitare la Scienza nei suoi metodi, piuttosto che nel suo spirito, domina gli studi sociali, ma le nostre conoscenze in argomento non hanno progredito di un pollice. Tuttavia non solo quell’ambizio ne continua a disorientare e a screditare l’attività delle discipline sociali, ma si rinnovano persino le sollecitazioni a perseverare nella medesima direzio-

La concezione scientista, non è un tipo di approccio obiettivo alla realtà proceduto ancora a distinguere e isolare il gruppo delle scienze fisiche o naturali, attribuendo ad esse dignità particolare. Quanti si dedicavano alla ricerca in questi campi, impiegavano tranquillamente il termine “filosofia”quando si occupavano degli aspetti generali dei loro specifici problemi, e in taluni casi troviamo perfino una certa contrapposizione tra «filosofia naturale» e «scienza morale». Durante la prima metà del XIX secolo si manifestò un atteggiamento nuovo. L’impiego del termine “scienza” venne sempre più nettamente riservato alle discipline fisiche e biologiche che a loro volta, proprio in quell’epoca, cominciarono a rivendicare, come loro tratti specifici, un rigore e una certezza che le distinguevano da tutte le altre.

I loro successi furono così vistosi che ben presto cominciarono a esercitare uno straordinario fascino sugli studiosi di altre discipline, i quali presero a imitarne l’insegnamento e il linguaggio. Ebbe così inizio quella

ne; e per giunta tali sollecitazioni continuano ad esserci presentate come rivoluzionarie novità dell’ultima ora, la cui attuazione garantirebbe, in brevissimo tempo, stupefacenti progressi. È tuttavia opportuno ricordare che, in genere, i più chiassosi corifei di questo rivendicazionismo non li troviamo affatto tra coloro che più hanno contribuito ad arricchire il nostro patrimonio scientifico. Da Francesco Bacone, il Lord Cancelliere che resterà per sempre il prototipo del «demagogo della scienza», come fu giustamente soprannominato, fino ad Auguste Comte e ai “fisicalisti” dei nostri giorni, la tesi dell’assoluta ed esclusiva superiorità del metodo delle scienze della natura è stata per lo più sostenuta da uomini che non avevano certo tutte le carte in regola per poter parlare in nome della Scienza, e che anzi hanno spesso manifestato anche nella loro attività scientifica lo stesso settario dogmatismo che manifestavano in altri campi. Come nel caso di Francesco

Bacone, che avversò l’astronomia copernicana, e di Comte, che affermò che un’investigazione troppo dettagliata dei fenomeni, con l’impiego di apparecchiature come il microscopio, poteva riuscire dannosa e doveva essere proibita dal potere spirituale della società positiva, codesto atteggiamento dogmatico ha così spesso portato fuori strada uomini di questo tipo, e proprio nel campo di loro specifica competenza, che non c’è alcun motivo valido di prendere per oro colato le loro opinioni su problemi totalmente estranei al particolare settore delle scienze da essi coltivato.

Non sarebbe neppure il caso di sottolineare che nulla di quanto verremo dicendo è diretto contro i metodi della Scienza e l’impiego di essi nell’ambito loro proprio, o intende sollevare il minimo dubbio sulla loro validità. Comunque, al fine di evitare qualsiasi possibilità di equivoco, tutte le volte che avremo a che fare non con lo spirito disinteressato della ricerca scientifica in genere, ma piuttosto con le imitazioni pedantesche del metodo e del linguaggio della Scienza, useremo i termini di “scientismo” e di pregiudizio “scientista”. Sono termini del tutto ignoti in Gran Bretagna,

ma di fatto importati dalla Francia dove, negli ultimi anni, si è generalmente cominciato a usarli nello stesso senso in cui li useremo nel presente lavoro. Si tenga inoltre presente che, nel particolare significato che gli attribuiamo, questi termini indicano senz’altro un atteggiamento che possiamo definire antiscientifico nel vero senso della parola, perchè si risolve in una meccanica e acritica applicazione di certi abiti di pensiero a campi diversi da quelli nei quali si sono formati. La concezione scientista, all’opposto di quella scientifica, non è un tipo di approccio obiettivo alla realtà, ma è già pregiudicata in partenza dalla pretesa di sapere quale sia il metodo più appropriato a una data ricerca prima ancora d’averne preso in esame il contenuto8. Sarebbe quanto mai utile disporre di un termine analogo per indicare il caratteristico atteggiamento mentale dell’ingegnere che, pur distinguendosi da quello scientista, tuttavia per molti versi gli è strettamente affine; ed è appunto in funzione di questa affinità che qui lo prenderemo in considerazione. Non soccorrendoci un termine altrettanto espressivo, dovremo quindi accontentarci di indicare siffatto atteggiamento, anch’esso caratteristico del XIX e del XX

Ebbe così inizio la tirannia delle Scienze su tutte le altre discipline

secolo, con la formula «mentalità di tipo ingegneristico» o «mentalità ingegneristica».

Per comprendere le ragioni delle esorbitanze dello scientismo, dobbiamo tenere presente la lotta che la Scienza stessa ha dovuto sostenere contro concetti e idee che ne ostacolavano il progresso, allo stesso modo che oggi il pregiudizio scientista rischia di ostacolare il progresso delle discipline sociali. Benchè si viva oggi in un ambiente in cui i concetti e gli abiti mentali, nella vita quotidiana, sono in larga misura influenzati dai modi di pensare della Scienza, non dobbiamo dimenticare che le Scienze dovettero inizialmente combattere per aprirsi la propria strada in un mondo in cui, per lo più, i concetti si erano venuti enucleando dal contesto delle relazioni dell’uomo con gli altri uomini e nell’interpretazione delle loro azioni. Era naturale che la forza di inerzia, acquisita in questa lotta, spingesse la Scienza oltre il segno, e desse luogo a una situazione come l’attuale, caratterizzata da un pericolo altrettanto grave, ma di segno opposto, nel senso che oggi è proprio lo scientismo dominante a ostacolare il processo di approfondimento conoscitivo della società. Ma anche se il pendolo si è decisamente spostato nella direzione opposta, è doverosa da parte nostra, se non vogliamo accrescere la confusione attuale, una presa di coscienza dei fattori che hanno dato luogo a questo atteggiamento e lo giustificano nel suo ambito.


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Tre furono gli ostacoli maggiori al progresso della Scienza moderna, la quale li ha combattuti senza soluzione di continuità a cominciare dal momento in cui vide la luce, nell’età del Rinascimento; e la storia dei suoi progressi si identifica in larga misura con la storia dell’assiduo sforzo da essa compiuto in vista del graduale superamento di queste difficoltà. Il primo, ma non il maggiore, di questi ostacoli consisteva nell’abitudine, per varie ragioni contratta dagli studiosi, di concentrare le loro ricerche soprattutto nell’analisi delle opi-

sistenza di una mente direttiva analoga alla nostra. Al contrario, suo compito essenziale è diventato da allora quello di rivedere e ricostruire i concetti che l’esperienza ordinaria va formando via via mediante una sistematica verifica sperimentale dei fenomeni cui si riferiscono, onde poter sempre meglio identificare nel particolare l’esemplificazione provvisoria fornitaci dai concetti comunemente usati. Ma anche le prime distinzioni fra le diverse percezioni trasmesseci dai nostri sensi dovettero cedere di fronte al metodo completamente

La scienza moderna ha smesso di indagare l’uomo e la natura. Li descrive

L’uomo non va mai incontro a errore più grave di quelli che commette quando si ostina a spingersi sempre più innanzi, all’infinito, per la strada lungo la quale ha colto i suoi maggiori successi. D’altra parte, mai orgoglio per le conquiste delle scienze della natura e fiducia nell’onnipotenza dei loro metodi furono più legittimi che nel periodo compreso tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo, quando, per giunta, la sola Parigi ospitava quasi tutti i grandi scienziati del tempo. Se è vero che il nuovo atteggiamento verso i problemi sociali adottato dall’uomo del XIX secolo fu una conseguenza diretta dei nuovi abiti mentali consolidatisi nel diuturno sforzo di conquista intellettuale e materiale della natura, sembra logico attendersi di vederlo venire alla luce, quell’atteggiamento, prima che altrove,

la nuova istituzione che incarnava come nessun’altra il nuovo spirito. è noto che l’Illuminismo francese fu caratterizzato da un generale entusiasmo per le scienze della natura, quale mai si era visto in passato, e che proprio Voltaire promosse quel culto di Newton che poi doveva essere innalzato da Saint-Simon a vertici tali da renderlo ridicolo. La nuova passione cominciò subito a dare vistosi frutti. Inizialmente, l’interesse si concentrò sui settori più strettamente legati al grande nome di Newton. In Clairault e d’Alembert, i più

L’uomo va incontro agli errori più grandi quando si spinge verso l’infinito

nioni altrui: e ciò non solo perchè questo appunto era l’oggetto proprio delle discipline allora più progredite di tutte, come la teologia e la giurisprudenza, ma anche e soprattutto perchè, in seguito al declino della Scienza nell’età medievale, si era radicata la convinzione che il mezzo più sicuro per conquistare la verità nel mondo della natura fosse quello di studiare le opere dei grandi uomini del passato. Più rilevante era il secondo ostacolo, determinato dalla persuasione che le “idee” delle cose fossero dotate di una certa sostanzialità trascendente e che solo muovendo dall’analisi di esse fosse possibile pervenire alla conoscenza parziale o totale dei caratteri della realtà effettuale.

Il terzo e forse massimo ostacolo risiede nel fatto che gli uomini hanno dovunque cominciato a interpretare gli eventi del mondo esterno a propria immagine e somiglianza e a ritenerli animati da una mente simile alla loro. Per questo le scienze della natura si sono sempre trovate di fronte a spiegazioni fondate su analogie di funzionamento con lo spirito umano, a teorie “antropomorfiche”o “animistiche”protese alla ricerca delle tracce di un qualche disegno intenzionale, e soddisfatte se potevano dedurre la prova dell’attiva presenza di una mente ordinatrice. Combattendo contro tutti questi ostacoli, la Scienza moderna ha diretto con costanza i propri sforzi alla conquista della realtà effettuale, liberandosi dell’abitudine di indagare che cosa gli uomini pensassero della natura o di considerare determinate concezioni come immagini autentiche del mondo reale e, soprattutto, sbarazzandosi di tutte le teorie che pretendevano di spiegare i fenomeni facendoli dipendere dall’e-

traria estensione ai fenomeni della società dei metodi di pensiero che poi diventarono il tratto caratterizzante della scuola dello scientismo, ad eccezione forse di alcune idee di Turgot sulla filosofia della storia e soprattutto di alcune enunciazioni dell’ultimo Condorcet. Ma nessuno di essi, che erano del resto tutti individualisti convinti, mise mai in dubbio la legittimità di impiego del metodo astratto e teorico nello studio dei fenomeni sociali. È particolarmente interessante rilevare come Turgot, e la stessa cosa vale per David Hume, sia

stato contemporaneamente uno dei fondatori del positivismo e della teoria economica pura, contro la quale invece il positivismo successivo doveva condurre una guerra spietata. Ma bisogna tuttavia riconoscere che questi uomini, per certi aspetti, e sia pure inconsciamente, si fecero promotori di indirizzi di pensiero da cui in seguito scaturirono, in merito ai problemi sociali, concezioni radicalmente diverse da quelle da essi professate. Ciò è vero soprattutto nel caso di Condorcet. Matematico come d’Alembert e Lagrange, si consacrò poi definitivamente alla teoria e alla pratica politica. E anche se, alla fine, comprese che «soltanto la meditazione può condurci alle verità generali nella scienza dell’uomo», egli non si rivelò soltanto ansioso di verificare questa asserzione con il più largo ricor-

Lo scientismo studia l’animale ma si dimentica dell’uomo nuovo di ordinamento e di classificazione dei fenomeni del mondo esterno da noi elaborato. La tendenza a liberare da ogni traccia di antropomorfismo lo studio del mondo esterno, spinta alle sue conseguenze estreme, ha anche favorito il diffondersi della convinzione che la stessa pretesa di “spiegazione”dei fenomeni affondi le sue radici in una loro interpretazione antropomorfica e che l’obiettivo massimo al quale la Scienza deve consacrarsi tutta è quello di un’esauriente descrizione della natura.

proprio nel luogo in cui la scienza moderna conseguiva i suoi maggiori trionfi.

Tale attesa non andrà delusa: infatti, le due grandi correnti spirituali che nel corso del XIX secolo trasformarono le scienze sociali – il socialismo moderno e quella specie di moderno positivismo che chiameremo scientismo sgorgarono proprio da quel gruppo di scienziati e ingegneri di professione che aveva a proprio centro Parigi e, più specificamente, l’Ecole Polytechnique,

grandi matematici dell’epoca insieme con Euler, Newton ebbe subito degni successori, ai quali tennero dietro Lagrange e Laplace, geni di analoga grandezza. Con Lavoisier, non solo fondatore della chimica moderna, ma anche grande fisiologo, e, in misura minore, con Buffon nella biologia, cominciò il primato della Francia in tutte le maggiori branche delle scienze della natura. Va tuttavia segnalato che in questi grandi pensatori francesi del XVIII secolo non si trova ancora traccia alcuna di quell’arbi-

so possibile all’osservazione, ma anche mostrò talvolta di considerare il metodo delle scienze della natura come il solo legittimo nella trattazione dei problemi della società. Fu in particolare il desiderio di applicare la tanto amata matematica, e specialmente il calcolo delle probabilità, allora di recente formulazione, alla realtà sociale e politica, che lo spinse a concentrarsi sempre più nello studio di quei fenomeni sociali che si possono oggettivamente osservare e misurare.


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speciale approfondimenti

Carte Il positivismo è estraneo all’unico vero culto dell’umanità: la tolleranza

Già nel 1783, nell’orazione pronunciata per la sua ammissione alla Acadèmie, egli formulò quella che doveva diventare una delle idee predilette della sociologia positivistica, l’idea cioè di un osservatore per il quale i fenomeni fisici e sociali si presenterebbero allo stesso modo, perchè, «estraneo alla nostra razza, egli studierebbe la società umana come noi studiamo quelle dei castori o delle api». E, pur riconoscendo che questo è un irraggiungibile ideale, perchè «l’osservatore stesso è una parte della società umana», tuttavia egli ripetutamente esorta gli studiosi a «introdurre nelle scienze morali la filosofia e il metodo delle scienze della natura».

Condorcet cadde anch’egli vittima della Rivoluzione; ma la sua opera servì ad essa in larga misura di guida, soprattutto per le sue riforme educative, concretatesi, verso l’inizio del nuovo secolo, nella nascita della grande organizzazione istituzionalizzata e centralizzata della scienza, che inaugurò uno dei più gloriosi periodi del progresso scientifico e divenne non solo la culla di quello scientismo che è il tema che particolarmente qui ci interessa, ma fu probabilmente anche responsabile in larga misura del relativo declino, nell’ulteriore corso del secolo, della scienza francese, che decadde dalla posizione di incontrastato primato mondiale a un livello inferiore non solo a quello della Germania ma anche di altre nazioni. Come spesso accade nel caso di movimenti culturali, fu soltanto con la seconda o terza generazione che ebbe inizio il processo degenerativo, per il carattere estremistico che i discepoli vollero imprimere alle idee dei loro grandi maestri, pretendendo sconsideratamente di intenderne l’applicazione anche al di fuori dell’ambito naturale loro proprio. Non si insisterà mai abbastanza, a proposito della filosofia di Comte, sul fatto che egli si disinteressava di qualsiasi conoscenza di cui non vedeva l’utilizzazione pratica, e che, per lui, «il fine che si persegue con l’istituzione della filosofia sociale è di restaurare l’ordine nella società». Niente, «neppure lo spirito teologico», gli pare «più ripugnante al vero spirito scientifico», del disordine di qualsivoglia genere, e nulla forse caratterizza l’intera opera di Comte meglio di quella «frenetica aspi-

che a quello che tradizionalmente si considera socialismo. In realtà, in taluni passaggi, questa rassomiglianza con il socialismo prussiano, spinto addirittura fino all’identità delle parole impiegate, è senz’altro stupefacente.

Il filosofo francese Auguste Comte razione all’unità e sistematizzazione» che J.S. Mill ha definito la fons errorumdi tutte le successive speculazioni comtiane. Ma, anche se la «frenesia di regolamentazione» non è nel Coursaltrettanto preponderante che nel Système de Philosophie Positive, le conclusioni pratiche alle quali il Coursarriva, anche

vo unificato, come non lo è mai stato da quando cominciò la decadenza dello stadio teologico, il nuovo obiettivo da perseguire è rappresentato dalla costituzione di un nuovo governo intellettuale in cui solo agli scienziati con specifica competenza sarà consentito di prendere decisioni sulle questioni sociali difficili.

Così quando Comte afferma che, nella società futura, l’«immorale» concezione dei diritti individuali scomparirà perchè ci saranno soltanto doveri; ovvero che nella nuova società non ci saranno persone private, ma soltanto funzionari statali di categorie e gradi diversi, e che perciò la più umile occupazione sarà nobilitata dalla sua incorporazione nella gerarchia ufficiale, allo stesso modo che il più oscuro soldato ha la dignità che gli compete per effetto della solidarietà dell’organismo militare; o finalmente quando, nella parte conclusiva del primo abbozzo del futuro ordinamento,

cettare solo in materie dubbie o indifferenti), non era uomo da ricavare molto da quell’idea, che pur non manca, in se stessa, di una certa grandezza. Per il resto, nulla compendia questa fase conclusiva del pensiero di Comte meglio del celebre epigramma di Thomas Huxley, che la definì un «cattolicesimo senza cristianesimo». In ogni epoca, il contenuto dei dibattiti è costituito dai temi sui quali dissentono le maggiori correnti culturali. Ma, da un punto di vista generale, il clima intellettuale di un’epoca è sempre determinato da quel fondo comune di idee che le correnti stesse, pur nella loro contrapposizione, condividono. Queste idee costituiscono le premesse implicite di ogni ragionamento, la piattaforma comune e incontestabile sulla quale si fonda ogni dibattito. Quando non condividiamo più le premesse implicite di epoche passate, ci è re-

L’«immorale» concezione dei diritti individuali di Comte se appaiono ancora indenni dalle estremistiche esagerazioni proprie dell’opera successiva, tuttavia già presentano alquanto marcata tale impronta. Con l’elaborazione della filosofia «definitiva», del positivismo, la dottrina critica, che ha caratterizzato il precedente periodo di transizione, ha compiuto la sua missione storica e scomparirà, insieme con essa, anche il dogma da lei inseparabile dell’illimitata libertà di coscienza.

Rendere possibile la stesura del Coursera, per così dire, l’ultima funzione necessaria del «dogma rivoluzionario della libera ricerca»; ma, ora che l’opera è compiuta, quel dogma non ha più alcuna ragion d’essere. Ora che tutto lo scibile è di nuo-

Nei movimenti culturali sono le generazioni successive a degenare

Poichè la loro azione sarà, sotto ogni aspetto, determinata dai dettami della scienza, tale governo non potrà affatto dirsi arbitrario e anzi la «vera libertà», che si identifica con «una razionale sottomissione al predominio delle leggidi natura» ne risulterà accresciuta. Non ci interessa, in questa sede, l’illustrazione dettagliata dell’organizzazione sociale che la scienza positiva attuerà. La progettata organizzazione dell’attività economica appare, sotto vari aspetti, molto simile a quella dei primi piani saintsimoniani, soprattutto per quanto riguarda il ruolo preminente dei banchieri nella guida dell’attività industriale. Ma Comte dissente dall’estremistico socialismo degli epigoni saint-simoniani: la proprietà privata non dev’essere abolita, ma ai ricchi è riservato il ruolo necessario di «depositari dei capitali pubblici» e la proprietà diventa una funzione sociale. Questo non è il solo punto in cui il sistema di Comte rassomiglia al posteriore socialismo autoritario di impronta prussiana più

egli riconosce una «speciale disposizione al comando in alcuni e all’obbedienza in altri» e ci assicura che «nella più segreta intimità del nostro cuore tutti sappiamo quant’è dolce obbedire», potremmo affiancare a quasi tutte le sue affermazioni di questo genere identiche dichiarazioni dei teorici tedeschi che elaborarono i fondamenti intellettuali delle dottrine del Terzo Reich. Portato dalla sua filosofia ad aderire alla concezione del reazionario Bonald, per cui l’individuo è «una pura astrazione» e la società globalmente considerata costituisce un unico essere collettivo, egli è necessariamente spinto ad assimilare la maggior parte dei tratti tipici della concezione totalitaria della società. L’ulteriore integrazione di questo insieme in una nuova Religione dell’Umanità con un culto suo proprio, pienamente sviluppato, non rientra nel nostro tema. Basterà dire che Comte, totalmente estraneo com’era alla pratica dell’unico vero culto dell’umanità, la tolleranza (che egli dichiara di ac-

lativamente facile individuarle. Ma diversa è la situazione, quando queste idee costituiscono il substrato dei modi di pensare di età a noi più vicine: in questi casi, spesso non si ha neppure coscienza delle idee fondamentali comuni a sistemi di pensiero anche opposti, idee che, appunto per ciò, sono cresciute senza richiamare su di sè l’attenzione e hanno imposto il loro dominio senza essere sottoposte ad analisi critica. L’importanza di questo fenomeno può diventare decisiva perchè, come sottolineò Bernard Bosanquet, «nel mondo del pensiero, gli estremi si possono incontrare sia nell’errore che nella verità». Errori siffatti talvolta si trasformano in dogmi, semplicemente perchè sono condivisi dalle varie correnti culturali in polemica tra loro su tutte le altre questioni vitali, e possono anche continuar ad essere i fondamenti impliciti del pensiero persino quando sono ormai cadute nell’oblio le teorie intorno alle quali battagliavano i pensatori che ce li hanno trasmessi in eredità.


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Quando ciò avviene, la storia delle idee acquista una decisiva importanza pratica: può aiutarci a scorgere quanto ampiamente il nostro pensiero sia condizionato da fattori di cui non ci rendiamo conto in maniera esplicita. Essa può svolgere, perciò, la funzione di un intervento psicanalitico portando alla superficie fattori inconsci che determinano i nostri ragionamenti, e forse anche può aiutarci a liberare la nostra mente da influenze che continuano a indurci in gravi errori anche sui nostri problemi correnti. è mio proposito richiamare l’attenzione sul fatto che ci troviamo appunto in una situazione di questo genere – più precisamente sul fatto che, nel campo della sociologia, certi orientamenti, caratteristici non solo della seconda metà del XIX secolo, ma anche del nostro, sono stati in larga misura l’effetto di una convergenza di fondo dei due pensatori i cui indirizzi di pen-

I due filosofi che hanno peggiorato il mondo che le hanno messe in luce prima di me. Il lato curioso della faccenda è che codesti rilievi sono sempre stati formulati con l’aria sorpresa di chi fa un’incredibile scoperta, mentre i loro autori sono sembrati sempre sentirsi piuttosto a disagio per

Per entrambi: «non c’è nulla di buono e né di cattivo». Tutto è relativo siero vengono di norma considerati come assolutamente antitetici: l’«idealista» tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel e il «positivista» francese Auguste Comte. Per molti aspetti questi due uomini occupano, in realtà, nel mondo del pensiero filosofico, posizioni così radicalmente divergenti da darci l’impressione di appartenere addirittura a due diverse età e che diversi siano persino i problemi di cui si occupano. Ma tratterò solo per inciso delle loro filosofie come sistemi in sè compiuti, dovendo io in questa sede occuparmi essenzialmente dell’influenza da essi esercitata in campo sociologico, che è appunto il campo nel quale l’influenza delle idee filosofiche può raggiungere la massima profondità e durata. Per comprendere a quanto grande distanza possano far sentire i loro riflessi anche le idee più astratte, non c’è forse argomento più adatto di quello che mi propongo di illustrare. Sostenere che ci troviamo di fronte a una influenza comune di Hegel e di Comte sembra ancor oggi tanto paradossale, che mi pare opportuno mettere subito le mani avanti e ricordare che non sono affatto il primo a rilevare l’esistenza di somiglianze fra di essi. Potrei anzi fornire una lunga lista (ma mi soffermerò soltanto su alcuni esempi di particolare rilevanza) di storici delle idee

tanta temerità e quasi terrorizzati all’idea di andare al di là della mera segnalazione di alcune parziali concordanze. A mio avviso queste concordanze, lungi dall’essere occasionali, sono sistematiche, e il loro influsso sulle scienze sociali è stato molto più importante di quanto finora si sia ammesso.

L’ultima concordanza rilevante fra Hegel e Comte che mi propongo di segnalare è soltanto una conseguenza del loro storicismo, ma ha esercitato, indipendentemente da quest’ultimo, così vasta influenza che mi pare opportuno considerarla a parte. Si tratta del loro integrale relativismo morale, della convinzione che tutte le norme morali possano considerarsi giustificate dalle circostanze dei tempi, o che siano valide soltanto quelle che si possono così esplicitamente giustificare (non è sempre univoco il significato delle loro affermazioni). Quest’idea è ovviamente una pura e semplice applicazione del determinismo storico, della convinzione che possiamo adeguatamente spiegare perchè gli uomini, nelle varie epoche, abbiano professato, certe credenze e non altre. Da questa pretesa conoscenza dei modi in cui il pensiero umano è determinato, deriva la presunzione che sia possibile conoscere quali credenze gli uomini debbono pro-

fessare nelle diverse circostanze date, con il conseguente obbligo di respingere come irrazionali o improprie tutte le norme morali non giustificabili con lo stesso criterio. Sotto questo profilo, lo storicismo rivela chiarissimamente la sua natura razionalistico-intellettualistica. Dal momento che la determinazione di tutto lo sviluppo storico deve risultare intelligibile, si possono considerare operanti, nelle varie circostanze, soltanto le forze che possiamo pienamente comprendere. L’atteggiamento di Comte in argomento non si distacca molto dall’enunciato hegeliano per cui tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è anche reale: l’unica differenza è che Comte, invece di razionale, avrebbe detto storicamente necessario, e quindi giustificato. Ogni cosa egli considera, quindi, nel senso ora precisato, giustificata nella sua epoca, schiavitù e crudeltà, superstizione e intolleranza, perchè – questo non lo dice, ma è implicito nel suo ragionamento – non esistono norme morali da riconoscere come trascendenti la nostra ragione individuale, non esiste nulla di dato e inconscio che si debba considerare come presupposto di tutto il nostro pensiero, e in funzione del quale si debbano valutare le questioni morali. è significativo, infatti, che egli non concepisca altre possibilità all’infuori di quelle rappresentate dall’alternativa: o un sistema morale stabilito e rivelato da un essere supremo o un sistema dimostrato dalla nostra ragione. E di queste due morali, quella «dimostrata» gli sembrava indiscutibilmente e necessariamente superiore. Comte si mostrò più coerente e più estremista di Hegel. Egli aveva fissato, nelle linee essenziali, la sua concezione già nella prima opera, scrivendo a diciannove anni: «non c’è nulla di buono e nulla di cattivo in senso assoluto; tutto è relativo: questa è l’unica affermazione di validità

Il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich HegeI assoluta». Su questo punto particolare può anche darsi, tuttavia, che io attribuisca troppa importanza all’influenza dei nostri due filosofi, e che, in realtà, essi si siano limitati a seguire una tendenza generale del loro tempo e congruente con i loro sistemi di pensiero.

Con quale rapidità si propagasse allora il relativismo morale possiamo vedere da un interessante scambio di lettere fra Thomas Carlyle e John Stuart Mill. Già nel gennaio 1833 Carlyle scriveva a Mill, a proposito di una Storia della Rivoluzione francese di recente pubblicazione: «non ha in petto

biano portato tuttii loro tentativi di imitare i tedeschi nello sforzo di identificarsi col passato. Abituandosi a modificare la propria concezione, per armonizzarla con quella di coloro che essi intendono giudicare, e mantenendosi fedeli al loro fatalismo storico, hanno finito col cancellare ogni discrimine morale, ad eccezione di quello fra successo e insuccesso». È interessante rilevare come il Mill, pur sapendo benissimo che queste idee erano state propagate in Francia dai saint-simoniani, tuttavia attribuisca all’influsso tedesco la loro presenza nell’opera di un giovane storico francese. Accenno appena

La concordanza di Comte ed Hegel sta nel loro integrale relativismo morale questo Thiers uno stupefacente sistema eticò Egli ti dimostra che il potere di fare una cosa quasi quasi (se non proprio del tutto) ti dà il diritto di farla: ognuno dei suoi eroi finisce con l’essere pienamente giustificato – per il semplice motivo che la sua azione è stata coronata dal successo». Al che Mill replicò: «avete colto perfettamente il carattere del sistema etico di Thiers. Ma temo che in esso si esprima paradigmaticamente una tendenza comune dei giovani littèrateurs francesie che, eticamente parlando, a questo solo risultato ab-

al fatto che queste idee portarono sia Comte che Hegel a un assoluto positivismo morale e giuridico – fin quasi a identificarsi talvolta con la dottrina che fa coincidere la Forza col Diritto. Ritengo, infatti che si possa agevolmente dimostrare che essi sono una delle maggiori fonti della corrente moderna del positivismo giuridico. Anche questa, del resto, non è che una manifestazione particolare di quell’unico atteggiamento generale che rifiuta di riconoscere un qualche valore a tutto ciò che non risulti essere espressione della ragione cosciente.


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economia

Gli incomprensibili criteri applicati per le procedure di valutazione d’impatto ambientale

Via, l’arma del ministero dell’Ambiente per bloccare le opere strategiche di Strategicus obiettivi e di pianificazione di interessi. Chi ne fa le spese sono le competenze industriali italiane e i lavoratori, che rischiano di perdere il posto di lavoro. Attualmente sono 5 mila gli addetti del polo chimico di Porto Marghera.

o slittamento in Consiglio dei ministri del provvedimento di riorganizzazione del ministero dell’Ambiente è una buona notizia. Non tanto perché il provvedimento è proposto da Alfonso Pecoraro Scanio, ministro di un governo sfiduciato, quanto per il contenuto del regolamento proposto. L’idea veicolata di una razionalizzazione della struttura e delle risorse, per ridurre i costi della politica, è abbastanza fantasiosa. Un esempio è rappresentato dalla frammentazione delle competenze internazionali. Invece di un ufficio diplomatico unico, ogni direzione del ministero – sei nel piano di ristrutturazione – avrebbe un suo apposito ufficio: quindi, sestuplicando le cariche, con evidente incremento dei costi amministrativi e dirigenziali.

L

Di primaria importanza è un rinnovo generale della legislazione ambientale e, in particolare, degli iter autorizzativi. Le lentezze decisionali sono evidenti. E sono dovute a personale troppo ridotto e, a volte, poco competente per decidere su progetti specifici, così come a ridondanze burocratiche. Confusione di ruoli e responsabilità come assenza di una cultura legislativa ambientalista progressista. Bisogna “ammazzare la Vecchia”(Burocrazia) e puntare all’utilizzo “verde” della tecnologia per costruire infrastrutture e impianti energetici ecocompatibili. Pecoraro Scanio, invece, ha sposato la ”Vecchia”, mantenendo i principi “Vecchi” di un ambientalismo idealista, basato sulla pericolosità della tecnologia per l’ambiente e sulla tutela a oltranza della popolazione. Risultato: blocco totale di ogni iniziativa. Si pensi alle vicende del rigassificatore di Livorno e alla riqualificazione di Porto Marghera. La Via (Valutazione d’impatto ambientale), di competenza del ministero dell’Ambiente, è stata, di fatto, bloccata per entrambi i progetti, ma per motivi differenti. A Marghera la società petrolchimica Ineos ha

A Porto Marghera i Vigili del fuoco è l’Arpav hanno approvato il piano di riconversione del polo chimico, ma non il dicastero. A Livorno è fermo il rigassificatore. Intanto Pecoraro Scanio chiede norme più rigide a Veltroni presentato il primo piano di bilanciamento delle produzioni di Cvm e Pvc, che darebbe il via libera alla cessione del ciclo del clorosoda da Syndial a Ineos, nel 2000. La natura prescrittiva del ministero nella Via – e le lungagini derivanti dal vincolo del parere delle Regioni – ha rimandato al mittente il piano, evidenziando la necessità di variazioni di progetto. Nel 2003 Ineos ha presentato un piano innovativo, per cercare di accelerare l’iter autorizzativo. Pochi giorni fa (nel 2008!) tale piano è stato nuovamente bocciato dal ministero dell’Ambiente.

Alfonso Pecoraro Scanio

L’ultimo piano presentato da Ineos sarebbe un mix ottimale di sviluppo della tecnologia di settore e degli standard di sicurezza e tutela ambientale, dei lavoratori e della popolazione. La commissione composta da Vigili del fuoco e Arpav ha dato responso positivo sul livello di sicurezza dell’impianto. Si attende ora la certificazione ufficiale del Ctr, perché il ministero si pronunci. La “Vecchia” impone la sua esperienza! Non si tratta solo di uno scontro tra un ministero e un’azienda, ma tra due concezioni di ambientalismo, di visione del futuro e di programmazione di

A Livorno, invece, una petizione promossa a inizio febbraio da gruppi ambientalisti locali ha chiesto il blocco della realizzazione dell’impianto offshore del rigassificatore a largo della città, in quanto sarebbe il primo al mondo a essere collocato in mare aperto, con rischio, in caso di incidente, di una catastrofe ambientale, accusando di lacunosità la procedura di Via, con riferimento alla movimentazione dei sedimenti, alla protezione di specie di animali protette (per esempio la posidonia oceanica), alla qualità degli scarichi in mare e all’assenza della valutazione di incidenza sulla rumorosità dell’impianto industriale e sull’impatto sulle popolazioni di cetacei residenti e migratori. I gruppi accusano il ministero di non aver consultato le popolazioni interessate nella Via, prevista dalla normativa europea e recepita nel nostro ordinamento. E qui sta tutta la confusione legislativa ambientale italiana. Non solo industriali e i lavoratori di Marghera sono contrari alla Via di Pecoraro Scanio, ma anche i gruppi ambientalisti di Livorno, vicino ai Verdi, sono in rivolta. Eppure, lo stesso il ministro aveva accusato Veltroni di voler ridurre i tempi di questa procedura a tre mesi, contro i 150 giorni minimi di oggi, impedendo ai cittadini di conoscere quanto avviene sul proprio territorio. Insomma, appare chiara una cosa. Il minimo comune denominatore in queste due vicende è l’assenza di una chiara e lineare Via, rispettosa delle norme internazionali e in linea con il nuovo “ambientalismo progressista e liberale” a tutela di popolazioni e ambiente. Anche se la sindrome Nimby è bipartisan, il fallimento del ministro Pecoraro Scanio – e del suo “ambientalismo retrò” – appare oramai evidente.


economia

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d i a r i o

d e l

g i o r n o

Tar: Alitalia, nessun favore ad Air France Per il Tar del Lazio la trattativa in esclusiva concessa da Alitalia ad Air France non lede i principi della concorrenza. Questa la motivazione con la quale, una settimana fa, il tribunale amministrativo aveva rigettato la richiesta di sospensiva presentata da Air One. I giudici, poi, hanno anche aggiunto che se il suo patron Carlo Toto vuole tornare in gioco, non ha altra scelta che lanciare un’offerta sul mercato. Ipotesi che non piace a Toto, secondo il quale i francesi avrebbero avuto accesso a informazioni riservate durante la trattativa esclusiva: informazioni che lui non potrebbe usare

Alierta: con Telecom maxi sinergie

La campagna (senza fondamento scientico) contro i gipponi

In difesa dei Suv, ultime vittime dell’ideologia di Carlo Stagnaro assessore milanese alla Viabilità, Edoardo Croci, ha risposto alle polemiche sui Suv con un no grazie. All’indomani dell’incidente tra un tram e un autobus causato nel capoluogo lombardo da una Porsche Cayenne, la lobby anti-gipponi è tornata ad alzare la voce, chiedendo – se non il divieto – almeno forti penalizzazioni. L’argomento di Croci è molto sensato: «Non condivido che il Comune intraprenda un’azione sulla base dell’emotività», ha detto, rilanciando però «l’ipotesi di introdurre tariffe differenziate per la sosta in base alle dimensioni dei veicoli».

L’

In teoria si tratta di un’idea interessante, anche se di difficile realizzazione. In ogni caso un tale approccio – fondato su parametri oggettivi – presuppone l’abbandono di un atteggiamento iconoclasta. Infatti, un Suv non si differenzia in nulla, se non nell’aspetto, da una monovolume o vettura equivalente: non nella cilindrata, non nella potenza, neppure nell’ingombro a terra. Esistono, infatti, Suv piccoli e berline grandi, Suv che consumano poco e famigliari che bevono molto. Se le cose stanno così, dove trae alimento la crociata contro i fuoristrada da città? La risposta non è immediata. Agli occhi di chi li disprezza, i Suv rappresentano la quintessenza del capitalismo consumista e sprecone. In verità, non non v’è nulla di male in tutto questo. E seppure il veicolo trasmettes-

se questo messaggio, allora esso dovrebbe essere considerato un vessillo positivo. Infatti, le forze del mercato sono sempre in grado di risolvere i problemi da esse stesse creati. Se si guarda il dato ambientale, e al di là delle incertezze scientifiche sul riscaldamento globale, non si può non riconoscere come la povertà sia una minaccia per l’ecologia, ben maggiore dell’affluenza. Un Paese ricco è in grado di innovare e adottare tecnologie migliori con impatto ridotto. Non a caso i

Questi veicoli consumano, inquinano e costano quanto le normali berline. Allora perché bollarli come simbolo del consumismo più spinto? maggiori disastri ambientali si sono verificati nei Paesi poveri, e in particolare in quelli caratterizzati da pianificazione economica. Che il mercato fornisca la cornice migliore entro cui muoversi è vero anche in relazione alla disponibilità di risorse, e in particolare di petrolio. Il greggio esiste abbondante nel sottosuolo, e quando il prezzo trasmetterà segnali inequivocabili su una diminuzione delle riserve disponibili – come in parte sta accadendo, sebbene gli aumenti del barile non siano dovuti a fattori fisici ma di altro genere, come gli

ostacoli politici nell’accesso ai giacimenti o l’imprevisto e rapido balzo della domanda – le imprese saranno incentivate a cercare alternative. In parte si orienteranno verso fonti fossili non convenzionali (come le sabbie bituminose del Canada), in parte verso invece forme di energia diverse, dal nucleare alle rinnovabili.

Non v’è dubbio che accadrà: non è in ballo il se, ma il quando e il come. Ed entrambe queste decisioni possono essere assunte in modo efficiente solo in un contesto di libera concorrenza. Non saranno, insomma, i Suv a friggere la Terra o a prosciugare i pozzi. La legittima antipatia per i Suv non dovrebbe condurre a prescrizioni di legge. Se ciò accade, è in virtù di un cortocircuito ideologico che porta a vedere nel gippone la traccia di uno stile di vita borghese, il segno tangibile di una società che si arricchisce e che con la ricchezza può scegliere. Desta poi qualche sospetto il fatto che i Paesi in cui la campagna antiSuv è più violenta – Italia e Francia – siano pure quelli i cui campioni nazionali dell’auto non sono competitivi in questo segmento di mercato. Cattivi pensieri a parte, bisognerebbe guardare ai Suv con lo stesso sentimento con cui si guarda alla molteplicità dei gusti e al mistero delle infinite differenze che corrono tra uomo e uomo: non mi piace la tua macchina, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa guidarla.

«Molto soddisfatti, anzi felicissimi dell’alleanza industriale con Telecom Italia. È la più grande alleanza fra ”telecos” in Europa». Cesar Alierta, presidente di Telefonica, smentisce in questo modo le tensioni con gli altri soci di Telco. tanto da annunciare sinergie da 1,3 miliardi di euro entro il 2010. A riprova di un clima più disteso, anche il plauso – lanciato dal numero due del colosso spagnolo, Julio Linares, alla decisione di Franco Bernabè di creare la divisione Open access per superare il problema della rete. «Crediamo che sia un’organizzazione molto efficace dal punto di vista funzionale, molto adeguata alla domanda di convergenza». Ieri Telefonica ha annunciato i dati per il 2007: fatturato di 56,4 miliardi e un utile di 8,9 miliardi (+43 per cento)

Nucleare, la Ue corregge l’Italia La Ue spegne le speranze italiane di ridurre le emissioni di gas serra attraverso il nucleare.A Roma, che deve aumentare entro il 2020 del 17 per cento la produzione da rinnovabili, il portavoce del commissario Ue Andris Piebalgs, Ferran Tarradellas ha fatto sapere: «L’energia nucleare non è considerata una fonte rinnovabile».

Bernanke (Fed): «Non c’è stagflazione» Il presidente della Fed, Ben Bernanke, non certo ottimista sulla situazione attuale dell’America, invita a non fare paragoni che creino allarmismi. «Non prevedo la stagflazione», ha detto davanti alla commissione bancaria del Senato, «Non penso che siamo vicini alla situazione che si e’ verificata negli anni Sessanta». Quindi ha fatto dei distinguo anche rispetto alla crisi del 2001. «Gli effetti della flessione del mercato azionario di allora si sono riflessi primariamente sulle società d’investimento e non sui consumatori. Ora i consumatori stanno subendo il colpo». È sempre più probabile che la Fed riduca di altri 100 punti base il costo del danaro nelle prossime settimane.

Wind, indagati Conti e Sawiris Per la cessione di Wind la Procura di Roma ha iscritto sul registro degli indagati con l’accusa di corruzione l’amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, e l’imprenditore egiziano Naguib Sawiris. Con loro indagate altre 7 persone, tra i quali l’attuale Ad di Wind, Luigi Gubitosi, e il finanziere Alessandro Benedetti. La società di telecomunicazioni fu venduta nel 2005 dall’ex monopolista al gruppo egiziano Orascom. Gli accertamenti erano stati avviati dopo un’inchiesta del programma televisivo ”Report” di Raitre.

Unicredit, finita l’era delle acquisizioni Chiusura della campagna acquisti, in Italia e all’estero, ma crescita per linee interne. Secondo il settimanale Panorama è questa la svolta che Alessandro Profumo vuole imprimere al nuovo piano triennale 2008-2010 della banca.

Mps: Axa sale al 4 per cento Henry de Castreis, numero uno del colosso assicurativo Axa, ha annunciato che la compagnia controlla quasi il 4 per cento di Mps. «L’alleanza con l’istituto guidato da Giuseppe Mussari è strategicamente importante. Tra l’altro l’acquisto di Antonveneta è un’operazione brillante». De Castreis ha anche smentito mire sul concorrente Generali: «Guardiamo i nostri amici di Trieste con simpatia, ma strategicamente ora, con la nostra collaborazione con Mps, abbiamo un accesso assolutamente interessante al mercato italiano a prezzi ragionevoli».

Borsa debole con Fiat e Banche La situazione americana deprime Piazza Affari (-1,22 per cento). Giù la Fiat (-4 per cento) e i bancari. Bene Tiscali e Ti Media.


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cultura

Muore a 82 anni William F. Buckley, il padre del conservatorismo americano

L’uomo che fondò Ronald Reagan di Andrea Mancia

crittore, saggista, giornalista, editore, commentatore, conduttore televisivo, attivista politico, pensatore, organizzatore, filantropo, sportivo, musicologo, teologo e grande umorista: William F. Buckley Jr., scomparso ieri a 82 anni, nello studio della sua casa di Stamford, in Connecticut, era tutto questo. E anche qualcosa di più, se è vero che in molti (compreso chi scrive) lo ritengono il vero padre del conservatorismo contemporaneo. Il fondatore della National Review nasce a NewYork, il 24 novembre del 1925. È il sesto dei dieci figli del petroliere (e avvocato) William Frank Buckley e di sua moglie Aloise Steiner. Il piccolo William, Bill per gli amici, inizia a studiare in Connecticut - dove si è trasferito il padre negli anni Trenta - ma presto si ritrova a Parigi, dove frequenta le scuole elementari, e poi a Londra dove frequenta il liceo cattolico di Beaumont. Fin da giovane, Bill sviluppa gli interessi più diversi - dalla musica alla vela, dallo sci all’equitazione - ma la sua vera passione è quella di raccontare storie. Dopo essere tornato negli Stati Uniti per frequentare la Millbrook School di New York (in cui è il fondatore ed editore del giornale scolastico), Buckley nel 1943 si iscrive alla National Autonomous University in Messico ed entra nell’esercito. Finita la Seconda Guerra Mondiale, si iscrive a Yale, dove diventa membro della società “segreta” Skull and Bones, oltre che membro attivo del Conservative Party e della Yale Political Union. Sarà anche editore dello Yale Daily News, prima di laurearsi nel 1950. Uscito da Yale, Buckley si sposa con Patricia Al-

S

den Austin Taylor e lavora (meno di un anno) alla Cia, spedito nuovamente in Messico con non meglio precisati compiti anticomunisti. Il suo carattere, però, si addice poco alla vita dell’agente segreto. E Bill torna definitivamente negli Stati Uniti, per iniziare la sua lunga carriera editoriale.

Nel 1951 pubblica il suo primo libro “God and Man at Yale” - in cui descrive le degenerazioni del sistema educativo americano. Nel 1954, insieme a L. Brent Bozell Jr., scrive “McCarthy and His Enemies”, difendendo con forza il tanto vituperato senatore del Wisconsin e la sua battaglia anticomunista, con argomenti che soltanto decenni più tardi (dopo l’apertura degli archivi segreti dell’Unione Sovietica) troveranno lo spazio che meritano nella storiografia ufficiale. Nel 1955, Buckley fonda la National Review insie-

remoto intellettuale, in grado di trasformare il conservatorismo statunitense da un coacervo di dottrine locali (del Sud, del Midwest, dell’Ovest) in un vero movimento culturale nazionale. Nella rivista passarono firme come Joan Didion e Gary Wills, ma anche outsider come Whittaker Chambers. Buckley riuscì ad unificare le tre anime principali del movimento - il tradizionalismo, il libertarianism e l’anticomunismo - sotto la bandiera della sua rivista. Come ha scritto Antonio Donno nello splendido libro “In nome della libertà. Conservatorismo e guerra fredda”, «Kirk, Weaver e altri esponenti della tradizione conservatrice dettero il loro contributo fin dall’inizio; accanto a loro, John Chamberlain, Frank Chodorov, Wilhelm Röpke, Max Eastman e Frank Meyer. Un nutrito gruppo di ex comunisti ed ex trotskisti partecipò molto attivamente alla battaglia della rivista: lo stesso Meyer, James Burnham, Willmoore Kendall, William Schlamm, ed altri. In sostanza, la

Party, dando voce all’insoddisfazione della base repubblicana nei confronti della candidatura (troppo liberal) di John V. Lindsay (che infatti, dopo qualche mese, abbandonò il Gop per entrare nel partito democratico); nel 1968 da vita ad una storica serie di dibattiti televisivi con Gore Vidal, durante la convention democratica di Chicago; nel 1973 diventa delegato statunitense alle Nazioni Unite; nel 1980 contribuisce alla straordinaria elezione di Ronald Reagan (e rifiuta un ruolo nella sua prima amministrazione). Nel 1991, infine, un anno dopo essersi ritirato dalla direzione attiva della National Review, Buckley riceve la Presidential Medal of Freedom dalle mani del pesidente George H.W. Bush.

Malgrado la sua immensa attività culturale, politica ed editoriale, la maggior parte dei cittadini americani ricorderà William F. Buckley Jr. grazie alla televisione. In particolare, grazie al talk show “Firing Line”, trasmesso dalla rete pubblica Pbs per 33 anni (dal 1966 al 1999). Proprio con “Firing Line”, gli americani hanno potuto conoscere il lato più vero e affascinante della personalità di Buckley: il suo straordinario senso dell’umorismo, la gentilezza che lo rendeva simpatico anche ai nemici più aspri, la sua capacità di rendere comprensibili al pubblico anche gli argomenti “alti” e i discorsi sulla politica più complicati. Il buon vecchio Bill mancherà a tutti, a destra come a sinistra. Basta leggere i necrologi sui giornali americani, anche quelli più schierati contro i conservatori, per rendersene conto. Mancherà quel suo accento strano, derivato dall’infanzia trascorsa all’estero, quasi un incrocio tra un inglese perfetto e un Mid-Atlantic sofisticato. E mancherà soprattutto il suo sorriso dolce, con il quale riusciva a dire cose capaci di far infuriare - ma non troppo qualsiasi liberal.

Ideatore di National Review e Yaf, ispiratore del moderno partito repubblicano, conduttore televisivo e scrittore: con lui la Right Nation tornò al centro del dibattito politico e culturale me a Frank Meyer, il padre spirituale del “fusionismo”, costruendo una big tent editoriale che avrebbe anticipato, di quasi un decennio, quella eretta da Barry Goldwater per il partito repubblicano. L’idea di base del fusionismo è semplice: la convivenza tra conservatori, liberali, libertarian, anticomunisti e tradizionalisti non è soltanto desiderabile, ma necessaria per far raggiungere alla destra americana quella “massa critica” - culturale, politica ed elettorale - capace di sconfiggere le derive stataliste della sinistra, esplose con il New Deal di rooseveltiano. Con il passare degli anni, la National Review diventa l’epicentro di un ter-

rivista rappresentò un momento di incontro e di confronto tra le varie anime del conservatorismo americano».

Sarebbe sbagliato, però, considerare la National Review come l’unico contributo di Buckley alla storia del movimento conservatore statunitense. Basta scorrere velocemente la sua biografia per rendersene conto: nel 1960 partecipa alla fondazione degli Young Americans for Freedom; nel 1964 è uno dei sostenitori più accesi della candidatura di Barry Goldwater, prima nelle primarie repubblicane contro il governatore di New York, Nelson Rockefeller, e poi nella sfortunata corsa per la Casa Bianca del senatore dell’Arizona; nel 1965 presenta la sua candidatura a sindaco di New York per conto del Conservative


musica

29 febbraio 2008 • pagina 21

Davide Combusti, terzo nelle classifiche internazionali, ad aprile pubblicherà il suo primo album

The Niro «uomo ordinario» astro nascente del folk-rock di Antonella Giuli una prima occhiata c’è da pensare che sia bello a tal punto e giovane quanto basta da far girare la testa a gran parte delle teenager di oggi. E ad ascoltarlo sembra sia talmente bravo da comprendere quei periodici che di recente lo hanno definito ”uno dei quindici cantautori del 2008”, tra i più richiesti e trasmessi del momento nelle principali emittenti radio nazionali. Caschetto castano e viso da ragazzino, look sixties “accuratamente trascurato”, voce dimessa ma sempre gentile, il romano Davide Combusti, in arte The Niro, per la seconda settimana si piazza al terzo posto nelle classifiche internazionali col suo singolo An ordinary man, inserito all’interno dell’omonimo Ep prodotto dalla casa discografica Universal, che da ottobre lo ha ingaggiato per lanciarlo definitivamente sul palcoscenico nazionale (e non solo) della musica folkrock. Fresco di esibizioni in Italia, Francia, Germania, Stati Uniti, Austria e Inghilterra, dove ha anche avuto l’opportunità di aprire come ”spalla” autorevoli concerti come quello dei Deep Purple o di Amy Winehouse, il prossimo 4 aprile pubblicherà in Italia e successivamente all’estero il suo primo album, tredici brani scelti tra i migliori composti negli ultimi tempi. A soli 29 anni, un bell’inizio. Dove vuoi arrivare? Ancora non lo so. Senz’altro voglio camminare con i piedi ben ancorati a terra, e il successo finora ottenuto mi sembra già la realizzazione di molti dei miei sogni. Domenica scorsa ho suonato per la prima volta all’Auditorium di Roma: una vera emozione esibirmi di fronte a un ‘tutto esaurito’. Diciamo pure che tra dieci anni mi piacerebbe scrivere colonne sonore di film, ma in realtà anche prima! Per fortuna dovevi rimanere con i piedi a terra...

Il cantautore Davide Combusti, in arte The Niro, è stato inserito da autorevoli riviste tra ”i quindici artisti del 2008”

A

(Ride) Non è stato semplice arrivare fin qui, ma ci sono arrivato. Ho iniziato nel 2002 con la The Niro Band, un complesso di quattro elementi. Dal 2004 invece ho deciso di esibirmi come solista, come The Niro e basta. Adesso mi sento un cantautore a tutti gli effetti e so che posso farcela. Prima di dedicarti alla musica hai fatto diversi lavori, per due anni anche il giornalista. Quando hai capito quale sarebbe stato il tuo futuro? Una mattina di tre anni fa. Era il 16 marzo del 2005 e la sera precedente avevo suonato al Circolo degli Artisti di Roma assieme al norvegese Sondre Lerche. Fu un vero successo e i giornali iniziarono a parlare di me. Ricordo di aver aperto gli occhi e di essermi detto: ecco, è questa la tua strada Davide. In quel momento ho capito con chiarezza di dover seguire un filo impercettibile che, in realtà, era tracciato da sempre. E l���ispirazione? Ehi, l’ispirazione è una cosa seria. Compongo da quando ho 21 anni e non scorderò mai che per molti mesi, ogni giorno e

Mi ispiro al cinema: a volte abbasso il volume della tivù e ricompongo le colonne sonore

sempre alla stessa ora, le 13 e 46, era la chitarra a ”chiamarmi” e a darmi il ”la”. Sono nate così le mie canzoni più belle. Che però sono tutte in inglese. Perché questo sacrificio dell’italiano? Non è stata una scelta fatta con leggerezza. Anzi, magari riuscissi a esprimere in italiano ciò che sento dentro. Semplicemente l’inglese si adatta meglio alle melodie e ai ritmi dei miei brani. Ma chissà, tutto è possibile, magari in futuro... Quanto Davide c’è in The Niro? Molto. Storie di vita ed esperienze personali di ogni genere che ho provato davvero e fino in fondo. Forse da rintracciare tra le righe e le metafore che piazzo qua e là. Perché quando scrivo testi e compongo musica cerco di evitare gli stereotipi e le frasi fatte, non seguo mai né gli altri né le mode, ma solo me stesso e le mie emozioni. Questa è una frase che va di moda. Però nel mio caso è vera. Scusa ma sembra il tipico atteggiamento di chi inizia a guardare il mondo da su a giù… (Sorride) Niente puzza sotto al naso. Anzi, non perdo mai d’occhio chi mi ha aiutato fin qui e chi lo fa da appena qualche mese, come Gianluca Vaccaro e Roberto Procaccini, i produttori della Universal che mi seguo-

no da vicino. Ma allo stesso tempo mi rendo conto che è anche grazie alla mia tenacia che sono arrivato fin qui. Nessuna influenza esterna, nessun compromesso. Quindi non ti sei mai ispirato a nessuno? Mai, se non al mondo del cinema: un’autentica passione che a volte mi porta a riprendere vecchie pellicole, ad abbassare il volume della tivù e a ricomporre nella mia mente, a modo mio, le colonne sonore delle scene più importanti. L’ultima volta poco tempo fa, con quello splendido film che è Jules et Jim di François Truffaut. Nelle tue canzoni interpreti con straordinario talento l’amore come l’ipocrisia o gli ostacoli da superare, ma mai un accenno alla politica. Neanche lei, come l’italiano, si adatta alle tue corde?

Semplicemente le emozioni che trasmetto e i messaggi che lancio non hanno colore politico né vogliono avere la pretesa di orientare chicchessia. Non ho un particolare pubblico di riferimento, io mi rivolgo a tutti. Ma così come non metto limite alla mia evoluzione artistica, non voglio escludere la possibilità di cimentarmi in brani più impegnati. Cosa diresti a un giovane che ti chiedesse un consiglio? Tenacia, grinta e niente compromessi. Un po’ banale... (Sorride ancora) Vero. Ma è la ricetta vincente. Ma tu sei sempre così gentile? Ci provo. Anche quando ho l’inferno dentro. Ripeto, la grinta è sempre una carta vincente. Tattica o carattere? Sono così. Ma tu non molli proprio mai?


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog LA DOMANDA DEL GIORNO

La lotta all’evasione sta dando risultati? L’unico sistema veramente efficace, detrarre in percentuali diverse le spese essenziali Penso che per risolvere la lotta all’evasione ci sarebbe bisogno di indagini capillari che risulterebbero troppo costose per impegno di uomini e tempo. Forse l’unico sistema per certa evasione sarebbe quello di poter detrarre, in percentuali diverse, le spese essenziali. Non solo quelle mediche o gli interessi passivi dei mutui. Per esempio: mangiare è necessario, indossare scarpe o abiti altrettanto, usare mezzi di locomozione. Questo porterebbe i cittadini a chiedere lo scontrino fiscale sempre e obbligherebbe i negozianti a rilasciarlo. Tutto ciò comporterebbe, forse, la risoluzione almeno di parte del problema. Grazie per l’ospitalità. Cordialmente saluto.

Grazia Mei - Milano

Nessun risultato davvero concreto, i metodi e controlli sono insufficienti e inadeguati Ho notato che né centrosinistra né centrodestra fanno affidamento sui proventi dalla lotta all’evasione fiscale per finanziare le loro promesse elettorali. Che abbiano finalmente capito che la gente non ci crede più? Ricordate il governo Prodi? Dalla lotta all’evasione fiscale avrebbe dovuto ricavare risorse da distribuire ai meno abbienti tali da realizzare l’equità sociale tanto sbandierata da Bertinotti. Panzane e basta. L’impegno ci sarà pure stato, la Guardia di Finanza del resto ha da sempre lavorato per perseguire gli evasori. Ma io credo che non funzionino i metodi o comunque non sono sufficienti i controlli. Di anno in anno l’evasione è sempre cresciuta, mai diminuita. Continuerò a leggere il vostro giornale. Distinti saluti.

Giulio Romei Campo di Giove (Aq)

La questione del Liechtestein? Solo e soltanto merito della Germania Lotta all’evasione: si vedono i primi risultati? E come no! L’ennesima bufala di Prodi &C. Trentacinque milioni di euro da Valentino Rossi, qualcosa da Cipollini, dalla Muti, forse da Capello. Niente di più di quanto abbiamo letto e sentito negli anni precedenti. E quando i nostri governanti dicevano che dalla lotta all’evasione derivavano i tesoretti, mentivano. L’extragettito è derivato al 99% dall’inasprimento fiscale che ci ha ridotti nello stato certificato da Eurispes e Istat ultimamente. Certo l’evasione esiste ed è consistente, ma la lotta ad essa non ha prodotto che minimi risultati. Ora tenteranno pure di farci credere che la scoperta degli oltre cento grandi evasori con ricchi conti correnti nel Liechtestein sia merito della lotta all’evasione. Ma sappiamo che di tale scoperta dobbiamo dire grazie alla Germania.

Carlo Sallusti - Bari

Finalmente arrivano i primi risultati, ma come mai l’Italia continua a peggiorare? Sì, penso che la lotta all’evasione finalmente stia dando qualche risultato positivo. A parte i grandi nomi ”pescati”, mi consta che anche gli anonimi siano sotto tiro e che l’Agenzia delle Entrate stia incassando quanto mai prima accaduto. Certo a volte le cifre richieste sono tanto piccole che viene spontaneo domandarci se convenga o meno, considerando l’alto costo del lavoro. Detto questo come mai nonostante i grandi proventi - il famoso extragettito oppure tesoretto o che dir si voglia - la situazione economica degli Italiani è tanto peggiorata? Cordialità.

Enzo Romiti Torre Suda (Le)

LA DOMANDA DI DOMANI

Pedofilia, la castrazione chimica può essere un rimedio?

Ora che non c’è più Castro, che cosa cambierà a Cuba? Il dittatore comunista Fidel Castro in pensione andrà. Magiche parole che riscaldano il cuore ma che lasciano aperte alcune domande. A Cuba cosa cambierà? Finiranno le censure, i sacrifici e le dogane della libertà o continueranno le mostruosità? E il gruppo dei nostri ”companeros”, Ferrero, Bertinotti, Diliberto e Gianni Minà, cosa farà? Una diversa comprensione della realtà davvero la trionferà? Grazie dell’attenzione. Saluti.

Lettera firmata

Strano, a Badia al Pino ora è vietato avvicinarsi D’accordo, hanno arrestato altri ultras con le accuse che noi tutti conosciamo. Si riapre la questione intercettazioni. Non entro troppo nel merito perché non sono sicurissimo di poter realmente schierarmi da una parte (la giustizia) o dall’altra (i tifosi spiati e incarcerati). Ma una cosa proprio non me la spiego: come mai da quando si sono verificati gli ultimi arresti le forze dell’ordine non solo hanno tolto tutte le sciarpe dall’autogrill che ha visto morire Gabriele Sandri, ma adesso impediscono anche a chiunque di avvicinarsi a quella stazione di servizio?

Flavio Sechi - Arezzo

Alemanno contro Rutelli: a Roma voglia di destra La sfida tra Alemanno e Rutelli rappresenta la grande occasione storica di cambiare finalmente politica e tentare, dopo 15 anni di governo ininterrotto della sinistra, di aprire all’alternanza l’amministrazione della capitale d’Italia. La sfida affrontata da Alemanno due anni fa contro Veltroni non poteva non essere perdente, considerato l’allora quadro politico generale e la artefatta popolarità del sindaco uscente. Oggi, però, è necessario dare seguito a quel confronto con nuove consapevolezze e nuovi scenari e

dai circoli liberal

Rispondete con una email a lettere@liberal.it

RINGRAZIO LIBERAL PER IL PROPRIO SOSTEGNO AL PROGETTO NAPOLI-PARIGI Il canto è centrale a me stessa, al di là delle scene e del successo. Cantare è un’espansione di ciò che non potrei mai dire senza rischiare una vulnerabilità emozionale. E’ una coperta di Linus e al contempo un dialogo con l’universo. Ho iniziato a dodici anni così, d’istinto, senza averne il senso di oggi. Ho incontrato il dolore e le gioie di questo che erroneamente qualcuno chiama ”lavoro”. Ho cantato a Nizza, Lione, Parigi, passando dalla Svizzera e dalla Slovenia. In Rai ho partecipato a ”Una voce per la vita”, ”Occhio al biglietto”, ”Cantainverno”, ”Cantare a Napoli”. Nelle vetrine di casa mia ci sono le tracce del mio breve trascorso: Primo premio all’Eurofestival dei giovani in Belgio, Premio Master Italia ad Ischia, Disco d’oro a Villa d’Angri, Ragazza più di Piombino, Verona 2000. Amo il calcio e quando posso scendo in campo nel ruolo di ala sinistra, tra la preoccupazione dei miei. Non amo delegare ad altri la lettura della mia vita e da questa biografia scrit-

soprattutto con un salto di livello qualitativo che ci permetta di cogliere a pieno l’occasione che si aprirà alla fine del ciclo veltroniano. Nella sfida con Rutelli si è quindi chiamati a combattere su due fronti. Da un lato occorre denunciare con forza il fallimento storico della sinistra che ha riprodotto i mali della città, dall’altro riuscire a vincere la battaglia culturale del rinnovamento della politica e dell’ identificazione tra la nostra forza politica e la città.

ta in prima persona si evince. Ho messo al servizio della canzone napoletana d’autore, oltre la mia voce, la mia laurea in lingue, divenendo traduttrice e adattatrice dei più prestigiosi brani della nostra cultura popolare, in lingua francese, convinta che ciò possa favorire la comprensione altrove, del nostro modo di vivere e sentire. ”Anime in viaggio” è il primogenito di questo percorso e mi auguro che questa terra, dominata e offesa senza soluzione di continuità da secoli, riesca di tanto in tanto a comunicare al mondo nobiltà e forza, insieme al profumo del mare. ”Napoli-Parigi” è più di un progetto. Un binomio di culture che si incontrano e si fondono tra i ritmi rivisitati delle melodie napoletane e le sonorità parigine. L’intenzione è di diffondere in modo innovativo la cultura, la musica e l’arte partenopee, che diventano armi di seduzione tra le calde note latineggianti. ”Scalinatella”, ”Guaglione”, ”Torna a Surriento”, ”Maruzzella”, ”Nun è peccato”, ”Tu sì na cosa grande”, ”Guapparia”, ”Reginella”, ”Canzona appassiunata”, si trasferiscono nel mondo francese!. C’è aria

Ecco perché è necessario “cambiare i codici della politica”. Soltanto interpretando una politica più autentica di quella offerta oggi dalla sinistra, soltanto ripristinando un rapporto evidente e lineare tra parole e realtà, si può evitare di apparire come degli illusi utopisti oppure, all’opposto, come i portatori di una “retorica dell’opposizione” propria di un populismo strumentale e distruttivo. E’ ora di cambiare definitivamente rotta ed interrompere la catena del clientelismo adottata dalla sinistra che ha sempre schierato a Roma, per la carica di sindaco, uomini di forte spessore politico che hanno nel tempo consolidato un rapporto difficilmente contrastabile tra i poteri forti della città, gli organismi associativi e rappresentativi delle categorie ed il circuito mediatico locale e nazionale.

Gaia Miani - Roma

di cafè chantant, profumo di tango, atmosfera da Belle Epoque nella voce e nelle note di ”Ames en voyage”; piccole alchimie che rendono possibile il raggiungimento dell’obiettivo dell’artista: superare l’orizzonte delle diversità nazionali e dare vita a una genialità musicale, ma più in generale, culturale, che riesce a oltrepassare la soglia delle identità nazionali, rendendo impossibile percepire là dove inizia la cultura partenopea e là dove finisce quella francese. Annalisa Martinisi

CIRCOLO LIBERAL CASERTA

APPUNTAMENTI ROMA - MARTEDÌ 8 MARZO 2008 Ore 11, presso il Teatro Valle, in via del Teatro Valle 21 (piazza Navona) Assemblea nazionale dei Club Liberal. Interverranno Pier Ferdinando Casini, Ferdinando Adornato, Angelo Sanza.


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog Se il cuore non si allea con la ragione Tu sei certa dunque ch’io t’amo, o celeste creatura? Oh, sì, io t’amo quanto posso amare. Io sento la passione onnipotente dentro di me, eterna! Sì io t’amo. Io sperava da’ tuoi baci un qualche ristoro; ma io invece ardo ognor più. Il sorriso è fuggito dalle mie labbra; e la profonda malinconia che mi domina non mi lascia se non quando io ti vedo… e ti vedo venire così amorosa verso di me a farmi confessare come, ad onta di tanti mali, la vita è preziosa. Ma io… tremo! Che farai di me ora che sei sicura del tuo potere ? Mi abbandonerai tu alle lagrime e alla disperazione? Io so che mi sarebbero utili le arti del libertinaggio per farmi amare di più: dovrei fingere meno ardore per irritare il tuo amor proprio, dovrei…ah! La mia ragione le conosce tutte queste arti, ma pur troppo il mio povero cuore non sa fare alleanza con la mia ragione. Rispondimi. Addio. Ugo Foscolo ad Antonietta Fagnani Arese

Ci vorrebbero ”nonni civici” in tutte le grandi città d’Italia Riparte anche quest’anno a Stella-San Carlo di Napoli, all’Arena, il progetto ‘Nonni civici’, un servizio di volontariato che consente ai cittadini anziani di dedicare il proprio tempo libero a compiti di pubblica utilità. Nato per garantire attività di vigilanza scolastica presso le strutture materne, elementari e medie, statali e comunali, dislocate sul territorio della Terza municipalità di Napoli, il progetto si avvarrà di ben 70 volontari che, a partire da sabato primo marzo e sino alla fine dell’anno scolastico, stazioneranno davanti ai plessi negli orari di inizio e fine lezioni. Ai ‘nonni civici’ toccherà moderare gli interventi degli automobilisti indisciplinati, aiutare i bambini ad attraversare la strada, collaborare con i genitori per evitare la sosta selvaggia e l’ingolfamento dello spazio antistante l’istituto e soprattutto coadiuvare i vigili urbani nelle operazioni di controllo delle aree a ridosso delle scuole. Direttore, iniziative lodevoli come questa possono essere replicate più spesso e in modo più capillare anche nelle altre grandi città d’Italia? Potrebbe questa essere una

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

delle soluzioni per tentare di arginare il pericolo degli incidenti stradali? Cordialmente.

Alfonso Santagata Napoli

Ennesima ingiusta sterzata a sinistra in Campidoglio Sono in arrivo al centro di assistenza abitativa di Vicolo Casal Lumbroso 75, a Roma, nuovi nuclei familiari provenienti dalla Giustiniana e da Val Cannuta. In pratica, è mancato il rispetto dell’intesa stipulata tra il Comune ed il comitato dei cittadini del quartiere di Massimina Casal Lumbroso in merito a nuove assegnazioni di alloggi a famiglie non contemplate dall’accordo. La dichiarazione d’intenti firmata il

26 febbraio 2007 dall’allora sindaco Veltroni e dal municipio XVI prevedeva, infatti, la sistemazione alloggiativa alle sole 46 famiglie provenienti dal IX ponte del Laurentino 38 le quali hanno già subito nel corso del tempo l’inserimento di ulteriori 4 nuclei familiari. L’accordo sottoscritto da Veltroni, parlava chiaro: ai residenti era stato promesso nero su bianco che non sarebbe stato permesso in alcun modo l’arrivo di nuovi gruppi familiari all’interno dello stabile. Ad oggi assistiamo a questa ennesima volontà del Campidoglio di calpestare le promesse intraprese a suo tempo attentando di fatto alla sicurezza dei residenti e promuovendo ulteriori situazioni di criticità sociali che non possono essere accettate neanche dagli ex occupanti del Laurentino 38, ormai da quasi un anno stabilmente presenti nel residence privato di Vicolo del Casal Lumbroso. Quali i costi sostenuti dal Comune di Roma che sono stati destinati al privato per il pagamento dell’affitto dell’immobile in questione? Tutto questo è l’esempio evidente della politica fallimentare per la casa messa in atto in questi anni dal centrosinistra.

Flavia Valeri - Roma

PUNTURE L’Università italiana è nuovamente fuori corso. La riforma Zecchino non era d’oro.

Giancristiano Desiderio

Peggio dell’indebolirsi dei grandi principi morali, è solo l’irrigidirsi dei piccoli principi morali G.K. CHESTERTON

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei,

Giancristiano Desiderio, Alex Di Gregorio, Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

il meglio di E’ MORTO IL PADRE DEL CONSERVATORISMO MODERNO Si è spento William F.Buckley Jr., il fondatore della ”National Review” e uno degli uomini che di più ha fatto per la storia di tutto l’arcipelago intellettuale che si oppone allo statalismo. Il suo capolavoro è stato quello di portare avanti l’idea del fusionismo, ossia della desiderabilità della convivenza e del dialogo fra liberali, libertari, anticomunisti e tradizionalisti conservatori. Buckley è stato il primo a credere che unificare in un solo movimento, politico e culturale, avrebbe potuto fare la differenza contro lo statalismo ed il collettivismo dilaganti. Forse non è stato il primo a dichiarare che la storia non stava per ”svoltare a sinistra”, ma è sicuramente stato fondamentale nel fornire, almeno negli Usa, una ”casa” a tutti coloro che lo pensavano, a creare un ambiente nel quale, dalla fusione e dal confronto di differenti tradizioni, si è potuto formare un nuovo conservatorismo, dotato di rispettabilità intellettuale e talmente fiducioso in se stesso da fornire alternativa a tutto tondo alla sinistra dilagante. Barry Goldwater, Ronald Reagan, Margaret Thatcher gli debbono molto, moltissimo. Noi europei gli dobbiamo ammirazione e il migliore dei complimenti: l’imitazione del suo esempio. Fino a quando non riusciremo a costruire una vera alternativa a tutto campo allo statalismo, liberale e conservatrice, fino a quando non avremo l’orgoglio di crederci e di poter fare a meno di vivere delle idee e dei rifugiati dal mondo collettivista, i partiti politici di centrodestra vinceranno le battaglie elettorali,

ma perderanno sempre la guerra, perché si ritroveranno a fornire una versione annacquata del verbo socialista.

The Mote in God’s Eye the-mote-in-godseye.blogspot.com

L’ARTE MODERNA E LA SINISTRA L’antipatia della Sinistra Italiana per l’arte moderna è risaputa, il che è un argomento a favore di chi l’accusa di passatismo. Il primo e più clamoroso esempio ha avuto come protagonista Burri. Il 10 aprile 1959 il senatore Umberto Terracini. ex presidente dell’Assemblea Costituente e presidente del gruppo senatoriale comunista presentò un’interrogazione su ”quale cifra sia stata pagata dalla Galleria d’Arte Moderna per assicurarsi la proprietà della vecchia, sporca sdrucita tela da imballaggio che sotto il titolo di Sacco Grande è stata messa in cornice da tale Alberto Burri e che figura attualmente nella sala dedicata ai nuovi acquisti di detta galleria”. E il Sottosegretario alla Pubblica Istruzione Di Rocco spiegò al senatore dalle idee alquanto confuse sull’argomento la differenza tra acquisto e prestito, e sottolineò come le opere di Burri ”risultano acquistate da importanti musei pubblici stranieri ”. E Terracini ribattè: ”L’emerita direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna si affretti a nascondere ben lontano dagli occhi l’indegna sozzura raccattata dalla gerla di uno spazzaturaio”. Evidentemente, quando si pensa troppo alla Rivoluzione e ai Luminosi destini del Proletariato, si ha poco tempo per dedicarsi all’Estetica.

The Brugnols brugnols.splinder.com

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2008_02_29