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DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA • DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK CONSIGLIO DI DIREZIONE: GIULIANO CAZZOLA, GENNARO MALGIERI, PAOLO MESSA

Occidente e di h c a n o cr OTTO PAGINE SPECIALI di Ferdinando Adornato

L’America verso il super martedì Michael Novak John Bolton Enrico Singer

Prodi in agonia, arretratezze da terzomondo, nazione divisa. Le elezioni sono l’unica via d’uscita. Ma governare sarà difficile.

a pagina 9

SOS per il futuro di un Paese ormai piccolo piccolo intervista PEZZOTTA: «ORA BASTA SI VADA A VOTARE» pagina 4

di Susanna Turco

governo PRODI SI GIOCA IL TUTTO PER TUTTO di Gennaro Malgieri Paolo Messa Errico Novi pagina 4/5

C’è ancora l’Italia? 9 771827 881004

80117

Poste italiane spa • Spedizione in abbonamento postale d.l. 353/2003 (conv. in L. 27-02-2004 n.46) art. 1; comma 1 - Roma

revisionismo

Tre proposte per ricostruirla UN PATTO NAZIONALE CONTRO IL DECLINO LA TERZA REPUBBLICA UN NUOVO CENTRODESTRA

FINALMENTE IL VERO BETTINO di Stefania Craxi

economia SI PUÒ ESSERE RICCHI E RISCHIARE IL DECLINO

costituzione CAMBIAMO ANCHE LA PRIMA PARTE di Giuseppe Gargani Adolfo Urso Sergio Valzania

2008 • EURO 1,00 • ANNO XIII •

pagina 8

borse COME IL CRACK COLPISCE L’ITALIA di Giancarlo Galli

pagina 17

polemiche di Franco Cardini

GENNAIO

pagina 7

di Enrico Cisnetto

PROF DELLA SAPIENZA RILEGGETEVI GALILEO

di Ferdinando Adornato PAGINE 2 E 3

23

pagina 6

NUMERO

9 • CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30

pagina 19


pagina 2 • 23 gennaio 2008

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Italia

Il nostro è un Paese da ricostruire interamente: una proposta al centrodestra

PATTO CONTRO IL DECLINO E ASSEMBLEA COSTITUENTE di Ferdinando Adornato I primo numero di liberal quotidiano vede la luce in un momento cruciale della storia d’Italia. II governo Prodi conta finalmente le sue ultime ore. Si dice che il Professore voglia tentare una prova di forza al Senato sperando di cavarsela ancora una volta per il rotto della cuffia. Ma nessuna “resistenza giapponese” potrà alterare il dato politico di un governo ormai finito. Le elezioni ora sono davvero l’unica seria strada percorribile per evitare che l’agonia di Prodi continui a trasformarsi nell’agonia dell’intero Paese. E noi, cari lettori, proprio dell’Italia vogliamo parlare perché su Prodi, davvero, c’è ormai poco da dire. Ora il problema è tutto nostro. Nostro del centrodestra, intendo, perché se l’imminente caduta del governo è una gran buona notizia, l’Italia del 2008 che forse ci toccherà a breve di governare, è un Paese sfibrato, smarrito, diviso. Un Paese“a coriandoli” come ha scritto il Censis. Sbaglieremmo perciò a ritenere che, con il voto anticipato, ogni problema sia risolto. Anzi, per noi la vera sfida comincia proprio

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parlare alla Sapienza, il grandguignol istituzionale di una magistratura che ”dimette” il ministro della Giustizia. La domanda, dunque, non è affatto provocatoria: c’è ancora l’Italia? Cioè: esiste ancora qualcosa che possa definirsi come principio di unità della nazione, di unità dello Stato, tra Ie Regioni, tra le categorie sociali, tra i cittadini? Questa è la voragine oggi aperta nel Paese: e non è facile colmarla. Noi del centrodestra possiamo a buon diritto ricordare la netta superiorità del governo Berlusconi rispetto alla pena inflitta agli italiani da Prodi. Ma se non capissimo che oggi è in gioco qualcosa di più di un cambio di governo, potremo anche vincere le prossime elezioni, ma difficilmente colmeremo quella voragine.

1) Un patto nazionale contro il declino Non so se la scassata Italia di oggi sia in grado di varare un governo di unità nazionale che forse sarebbe la soluzione migliore. Credo di no, perciò è meglio lasciar stare. Quello che so è che il pros-

comune: chi l’ha visto? È un concetto scomparso dalla nostra vita pubblica. E pensare che dovrebbe essere il fine di ogni politica! Il risultato è che nessun governo della Seconda Repubblica è riuscito a trovare il consenso necessario per realizzare riforme incisive. Mors tua, vita mea è stato il motto di un’intera fase storica che oggi dobbiamo avere il coraggio di metterci alle spalle.

2) La Terza Repubblica: Assemblea Costituente Ma nessuno è riuscito anche perché, in Italia, il presidente del Consiglio ha me-

«L’Italia del 2008 che forse ci toccherà a breve di governare è un Paese sfibrato, un Paese “a coriandoli” come ha scritto il Censis. Sbaglieremmo perciò a ritenere che il voto anticipato risolva ogni problema. Anzi, per noi la vera sfida comincia proprio adesso»

adesso e bisogna farsi trovare pronti. Il paesaggio che abbiamo di fronte è popolato di macerie. E’il paesaggio di una nazione che rischia il declino, economico, sociale, culturale, morale. In molti si chiedono: può un Paese che, tutto sommato, è ancora tra i più ricchi del mondo rischiare cosi tanto? Certo che può: la storia ci ha insegnato che perfino gli imperi crollano. E noi, che impero non siamo, soffriamo da quindici anni una claudicante Seconda Repubblica, paralizzata da una sorta di guerra civile sinistra-destra, finora incapace di compiere la Grande Modernizzazione di cui I’Italia ha bisogno per recuperare il tempo perduto. Per evitare, appunto, il declino. Deficit di riformismo era nella prima Repubblica, deficit di riformismo è stato anche nella Seconda. Ci siamo vergognati tutti: lo zapping mediatico del mondo in pochi giorni ha colto, sotto la voce Italia, le inaudite arretratezze da Terzo mondo della spazzatura a cielo aperto, l’efferato diktat che ha impedito a Benedetto XVI di

simo governo deve comunque farsi promotore di un ”patto nazionale contro il declino”. Non basta più, infatti, operare entro i confini della nostra coalizione. Forze industriali, forze sindacali e sociali, forze intellettuali devono essere chiamate ad un ”tavolo di ricostruzione nazionale”, cooperando intorno agli ormai ineludibili obiettivi di modernizzazione. Oltre la logica degli schieramenti. Riformare la pubblica amministrazione per raddoppiarne la produttività e dimezzare gli sprechi, è di destra o di sinistra? Impostare una nuova politica dell’energia basata anche sul nucleare è di destra o di sinistra? Affrontare come ”priorità nazionale”l’allarme che investe la scuola, la ricerca e la formazione, è di destra o di sinistra? E alleggerire il peso del fisco sulle famiglie? Potrei continuare, ma già questo basta a dimostrare come possa e debba essere formulato un ”pacchetto di misure per il bene comune”da sottrarre alla logica dello scaricabarile, al rinfacciarsi reciproco delle colpe, ai veti incrociati che fin qui hanno dominato la scena. Bene

no poteri di un sindaco o di un governatore. Lo sappiamo tutti, proprio tutti. Ma allora, perché sono trent’anni (un terzo di secolo!) che, per un motivo o per l’altro, non si riesce a riformare la Costituzione? La risposta non può che essere la stessa di prima: il maledettissimo germe della ”guerra bipolare” ha impedito ogni dialogo e ogni accordo. L’impotenza della politica è cosi diventata la paralisi del Paese. La Seconda Repubblica, nata per trasformarci in una democrazia matura, simile ad America, Francia, Inghilterra, si sta consumando nella palude del più pericoloso indecisionismo. Ebbene, se cosi stanno le cose, non c’e dubbio che è arrivato il momento di aprire una fase del tutto nuova della nostra storia. La Terza Repubblica. Ma, per favore, evitiamo di fallire ancora. Finora non si è mai riusciti a fare la Grande Riforma per via parlamentare: né ordinaria, né straordinaria (bicamerale). Cosa si aspetta per prendere atto che occorre convocare una vera e propria Assemblea Costituente? Dieci anni fa si obiettava che questa era la via più lun-

ga. Ma intanto il tempo è passato e nulla si è fatto. Sarà pure la via più lunga ma è senz’altro la più certa, per ricostruire i principi di unità della nazione e dello Stato oggi smarriti. Anche qui occorre coraggio e lungimiranza. Ma se non ora, quando? Non è il momento che la politica mostri uno sussulto di serietà e di determinazione? Altrimenti continueremo a galleggiare tra dieci bozze di riforma elettorale e scadenze referendarie (sempre raggirabili) in un valzer segnato unicamente dalle convenienze degli attori del momento.

3) Un nuovo centrodestra Torniamo al punto di partenza. Come detto, siamo noi i principali candidati a vincere le prossime elezioni. Ma, proprio per questo, dobbiamo cambiare passo. Dopo aver dichiarato che la Cdl è finita, non è sufficiente contrattare un nuovo accordo elettorale, solo perchè “conviene” stare insieme. Un accordo del genere, ormai lo sappiamo, si mostrerebbe effimero alla prova del governo. Quel che occorre mettere in campo è un “nuovo progetto per l’Italia”, del quale, a mio avviso, il patto nazionale contro il declino e l’Assemblea Costituente devono essere i pilastri di fondo. Un progetto che valga per vincere insieme le elezioni, ma sopratutto per governare insieme. Un nuovo centrodestra può nascere solo intorno al

triangolo leadership-classe dirigenteprogetto senza oscurare alcuno dei suoi tre lati. La leadership di Silvio Berlusconi produrrà il Grande Cambiamento che ha promesso solo se saprà inverarsi in una classe dirigente forte e coesa. Ciò non è stato nel 2001, ciò deve invece avvenire oggi. Anche per questo non era saggia la tentazione di rompere con i propri alleati, con l’appello di S. Babila, aggirando l’esigenza di fare i conti con An e Udc, e con Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini che sono il migliore prodotto politico degli ultimi anni, e con la stessa Forza Italia che aspira finalmente


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Italia

23 gennaio 2008 • pagina 3

Le parole-chiave di liberal quotidiano

DUE O TRE COSE SULL’IMPRESA di Renzo Foa o scopo con cui liberal si pre- culture moderate. Non rinunceremo senta oggi in edicola come certo ad esprimere in primo luogo le giornale quotidiano è presto nostre idee, ma pensiamo ad un giordetto: cercare di rappresentare nale che sia anche una tribuna dove idee, pensieri e aspirazioni di coloro esprimersi liberamente e dove essere che non ne possono più di un’Italia letti, avviando quella discussione che in cui le classi dirigenti, salvo qual- finora è stata saltuaria e spezzettata. che eccezione, hanno rinunciato alla Se qualcosa, nella stagione bipolare, serietà e al senso di responsabilità e è mancato al centrodestra, questo hanno perso l’abitudine di pensare al vuoto si chiama continuità di una rifuturo. È l’impegno non a raccogliere cerca e di una proposta. Se ne è senmugugni, proteste ed anatemi quan- tita la mancanza. to, al contrario, a contribuire alla de- Questo giornale sarà naturalmente finizione di una via di uscita da una uno strumento di battaglia delle idee condizione ormai insopportabile, at- contro le mitologie di una sinistra traverso la discussione, il dialogo, la che ha smarrito la strada. Anche in ricerca, il confronto delle idee. questo caso non si tratta delle solite Non è un’uscita impolemiche, che hanprovvisata. Da almeno accompagnato no due anni, con Feruna fase in cui nesCercheremo suno ascoltava l’aldinando Adornato, discutevamo di queContro il metodo di rappresentare coloro tro. sta impresa, per dare dell’intolleranza, che maggiore intensità che sono stanchi di classi tanti guai ha provoal lavoro politicocato, ci proponiamo culturale in cui libe- dirigenti che, salvo qualche invece di cercare di ridefinire, senza stanral è impegnato dal eccezione, hanno carci, un linguaggio 1995, con le sue pubcomune, uno sforzo blicazioni e i suoi rinunciato alla serietà e che in parte abbiamo convegni. Due anni già compiuto con la in cui tutto ciò che è all’abitudine di pensare rivista bimestrale. accaduto ha reso anMa soprattutto libecora più urgente al futuro questo progetto. Abral ha l’ambizione di biamo avuto il tempo per accorgerci contribuire a costruire, quanto sia stata sprecata la stagione nell’area del centrodedel bipolarismo, pure caricata di tan- stra, con l’aiuto di tanti altri, una te attese dopo la bufera del 1992-94. nuova politica, pensando che non è Il tempo per riflettere sui limiti del la politica in sè ad aver fallito, ma il quinquennio di governo della Casa suo modo di essere, il suo schiacciadelle libertà e dei ritardi delle sue mento sul presente, la sua incapacità forze politiche. Il tempo per verifica- di alzare lo sguardo verso il futuro re – sulla pelle della nazione – gli ef- indicando ricette e soluzioni. fetti disastrosi del ritorno della sini- È l’inizio di un lavoro che ci impestra al potere, con la paralisi riformi- gniamo a portare avanti lungo due sta e l’anomalia massimalista. Ma parole-chiave: la serietà e la responsoprattutto il tempo per capire che sabilità. Quella stessa serietà e quell’Italia, proprio perché non ha co- la stessa responsabilità che chiediaminciato a risolvere i suoi vecchi mo alle classi dirigenti di un Paese in problemi di fondo non ha potuto affanno. Sapendo che un giornale neanche cominciare a fissare sull’a- quotidiano è la migliore forma di cogenda i nuovi. municazione per discutere, per conCoincidenza vuole che il nostro pri- frontarsi, per cercare linguaggi como numero arrivi in edicola proprio muni e per ricomporre uno spirito nel momento in cui tutto – dalla me- pubblico. tafora dei rifiuti campani, al rinnova- Sapendo anche che non partiamo da to scontro fra politica e magistratu- zero, perché contiamo sull’appoggio ra, poteri ormai deboli, alla paralisi e sul sostegno dei tanti amici che ci sulla legge elettorale, alla rottura hanno accompagnato con il bimenell’Unione e al quiz su Prodi – sotto- strale e con i nostri tanti convegni. E linea l’insostenibilità della condizio- sapendo infine che considero un ne italiana, a cui si aggiungono i col- buon viatico, un colpo di fortuna, la pi inferti dall’instabilità globale. coincidenza della nostra prima usciLiberal si propone dunque come una ta con lo sgretolamento del governo sede di confronto e di ricerca fra le di Romano Prodi.

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«Quel che occorre mettere in campo è un “nuovo progetto per l’Italia” del quale un patto nazionale contro il declino e l’Assemblea Costituente devono essere i pilastri di fondo. Un progetto per vincere, ma soprattutto per governare insieme» a trovare la terra promessa di vero partito, non soltanto carismatico. I l r a p p o r t o l e a d e r - p o p o l o è decisivo, e Berlusconi lo coltiva da par suo: ma è solo uno dei tre lati della sfida politica italiana, sopratutto in una fase di “crisi della democrazia” come questa. Oggi gli italiani chiedono ancora ”facce nuove” ma sentono soprattutto il bisogno di ”facce serie”. Sentono che la politica offre un prodotto scadente e pretendono da chi ha il

privilegio di governarli la qualità di una classe dirigente affidabile, non decisa né dalla vecchia logica delle clientele, né da quella nuova del marketing. Il centrodestra oggi è di fronte a un bivio: riaffermare solo il passato o preparare il futuro. E’ chiaro che bisogna scegliere questa seconda strada. Forza della leadership, unità e serietà della classe dirigente, qualità del progetto: solo dalla combinazione di queste tre issues può nascere un governo capace di scongiurare il declino dell’Italia.


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pagina 4 • 23 gennaio 2008

Italia

Savino Pezzotta: «La partita è chiusa, serve un nuovo inizio»

Ritiene che in un sistema bipolare ci sia spazio per una forza terza?

«ORA BASTA, SI VADA A di Susanna Turco ome vedo la situazione? Ma si preparino a votare! Abbiano un moto di orgoglio! Come si può andare avanti così? Stiamo maciullando il Paese.Veltroni dice di andar da soli? Benissimo: che ognuno corra da solo, così questo bipolarismo lo mandiamo a casa». Così, a caldo, il pur prudentissimo Savino Pezzotta, ex leader Cisl, ex portavoce del Family day, oggi animatore del movimento Officina-2007 nonché nome fisso quando si tratta di indicare il «nuovo che avanza» al centro, conferma l’adagio: anche i moderati, nel loro piccolo, si incazzano. Di rado, per tempi brevissimi, ma lo fanno. La sua, precisa poi, non è propriamente l’indicazione di una linea politica, né l’annuncio che sta per indossare «qualche casacca»: è piuttosto una «metafora» di «quanto siamo arrivati in basso». Uno sfogo - tra le parole di Bagnasco, gli annunci di Mastella e la crisi della politica - nel quale l’analisi si mescola alla provocazione: «Perché io voglio bene al mio Paese e sono indignato. Certo, sono e resto un moderato, ma in questi momenti anche chi è ragionevole si sente nudo, impotente». Allora Pezzotta, l’Italia è «a pezzi», come ha detto il presidente della Cei? Dopo quello che è successo nelle

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ultime settimane, non si può andare più in basso. I rifiuti a Napoli, la magistratura, le condanne: stiamo scontando un degrado che si è accumulato negli anni. Ma la gente ha bisogno di serenità, ha bisogno di buona politica, di ragionevolezza. Abbiamo parlato per mesi di legge elettorale, peraltro cambiando continuamente proposta. Abbiamo chiesto, invocato, siamo stati attenti a piccole cose. Ma di fronte alla situazione

binari di questo Paese: da una parte la gente che fatica, dall’altra la politica, che non si sa bene cosa faccia. Bisogna che tornino a correre insieme. E per questo serve gente nuova. Pensa a Montezemolo? In Italia ci sono tante persone capaci, e io non voglio tirare la giacca a nessuno. Ma si facciano avanti, perché è arrivato il tempo di impegnarsi. Cuffaro e Mastella, Napoli e il ruolo della magistratu-

È ora che i cattolici scendano in campo, serve una forza temperata che si muova sulla base

dei programmi. Ma ci vuole coraggio. Partendo dal consiglio di Veltroni: ognuno corra da solo

di oggi la necessità è un’altra: si deve rifondare eticamente la politica. Bisognerebbe cambiare la classe dirigente, buona parte se possibile. Vuole cacciare via tutti? Ma no, qui nessuno può fare prediche, ma un po’ di indignazione democratica ce la voglio mettere. C’è bisogno di una rivoluzione morale: non parlo di fucili, parlo di far tornare la ragionevolezza, di ricostruire il senso del bene comune, di aprire alla società civile. E, soprattutto, far riconvergere tra di loro i due

ra: come si risponde a questa fase di politica debole? Il momento, per la verità, segnala una povertà vera della politica. Ma quel che serve è proprio riscattarla, reintrodurre il concetto delle virtù repubblicane. Come l’istituto delle dimissioni? Ho apprezzato il gesto di Mastella, è stato dignitoso. Se uno incappa nei giudici deve avere l’onestà di mettersi un attimo da parte. Per non parlare di chi è

condannato. Prodi si appresta alla sfida finale della fiducia: un bilancio del suo governo? Farei piuttosto un bilancio di questa Seconda Repubblica. Doveva risolvere tutti i mali, ma oggi bisogna dichiarare che è fallita. Andare punto e a capo. Ricominciando da dove? Da una riforma elettorale, che prima o poi è nelle cose. Perché è chiaro che il bipolarismo su cui si basava non ha retto. L’Italia è un Paese complesso, nella sua essenza. Non si può pensare di guidarlo se non governando la complessità. E perciò vanno create le condizioni per scrivere un nuovo capitolo. Pellegrino Capaldo dice che una fase di larghe intese gioverebbe. Sì, certo, possono anche esserci periodi di di transizione prima del voto. Il problema è mettere le premesse per un nuovo inizio, che chiami alla responsabilità maggioranza e opposizione, per il bene dell’Italia. E qui entra in gioco lei. Io continuo a lavorare al mio movimento. Ritengo solo che sarebbe bene avviare una ristrutturazione, nella quale abbia spazio una formazione riformista in senso temperato che stia tra i due poli. Un’area di cuscinetto, per costruire un’alternanza fatta sui progetti politici e non sui ricatti.

Mica è detto che il bipolarismo debba avere soltanto due partiti: si guardi il caso l’Inghilterra! Ma lei non avrà certo in mente un piccolo gruppo, un partitino. Un partitino no, certo. Del resto, tutti i partiti hanno una vocazione maggioritaria. Compresa, dunque, questa formazione di mezzo? Senta io non so quanto spazio ci sia, faccio un ragionamento sull’utilità che esista una forza intermedia che si allei con la destra o con la sinistra sulla base dei programmi. E non si tratta, badi, della politica dei due forni. Ciò che conta è il programma, non lo schieramento. E poi, ce ne vogliamo rendere conto? Noi non siamo nella Seconda Repubblica con l’occhio voltato alla Prima. Piuttosto, vogliamo chiudere la Seconda per costruire la Terza. Bum. Era una battuta. Dico però che bisogna costruire una nuova fase, e i cattolici devono scendere in campo perché c’è di mezzo il futuro del Paese. Ci vorrebbe più coraggio, ha sottolineato spesso lei. È ovvio che i partiti maggiori si oppongono alla nascita di una forza di mezzo. Ma il coraggio manca anche in chi dovrebbe farla nascere. E ce ne vuole per rinunciare ai soliti schemi. Spesso poi si ragiona per allargamento. C’è chi dice: mi allargo per fare entrare gli altri. Ma non si può procedere così: nessuno vuol essere allargato. Bisogna rischiare. Adesso cosa significa? Accettare il consiglio di Veltroni: ognuno corra da solo. Mi è sembrata una bella idea, una cosa intelligente. Alla fine così sapremo quali sono le forze in campo. E potremo giocare un’altra partita.

Il passaggio parlamentare, formalmente impeccabile, equivale solo a utilizzare le istituzioni per il proprio gioco di scacchi

Comunque vada il Professore non c’è più omano Prodi c’è. Nel Pantheon di questa tribolata Seconda Repubblica non c’è dubbio che a lui tocchi un posto d’onore. Se sui libri di storia ci sarà il nome di Berlusconi, non potrà mancare quello del politico che, per ben due volte, lo ha battuto. L’occhialuto professore di Bologna ha un aspetto bonario, spesso rassicurante. In apparenza, è il contrario del Cavaliere, esuberante e spumeggiante. Con il fondatore di Forza Italia condivide però una tempra invidiabile. Nel ’96 inventò la formula dell’Ulivo, vinse le elezioni e governò due anni. Dopo essere stato sfiduciato, non mollò e finì per essere promosso a capo della Commissione europea. Conclusa quella prestigiosa esperienza, poteva ritirarsi ben soddisfatto. Invece, complici i dissapori interni ai Ds, ritorna in Italia da salvatore della Patria. Introduce la formula delle pri-

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di Paolo Messa marie e con così riesce ad ottenere quell’investitura diretta che poi cercherà anche Veltroni: un escamotage perfetto. Il capolavoro che ha segnato il passaggio dal Prodi uomo Iri al Prodi ideal-tipo machiavellico. Ancor prima che si votasse, il Professore sapeva che questa sarebbe stata una legislatura complessa. Era consapevole dell’eterogeneità della sua coalizione. Pensava, questo sì, che il risultato elettorale sarebbe stato più generoso. E invece no. La notte dei risultati fu terribile. Ma già lì dette prova del suo carattere autoproclamandosi vincitore. In quelle ore poteva scegliere fra l’ipotesi di un più confortevole governo di grande coalizione (l’esempio della Merkel era freschissimo) e di un più complicato governo di maggioranza. Cosa ha scelto è noto. Ha fat-

to della sua debolezza, la sua forza. In questi mesi gliene sono capitate tante. Persino Berlusconi si stava rassegnando all’idea della spallata. Lui ha resistito così tanto che pensava di poter riuscire nella straordinaria impresa di fare le nomine di primavera (sono in scadenza i cda delle più importanti aziende pubbliche), ridurre le tasse e superare indenne lo scoglio del referendum. Che accadesse quello che è accaduto con Mastella proprio non se lo aspettava. Può finire che proprio quando era sicuro di beffare i suoi avversari (anche interni), Prodi resti beffato. Può, perché non è affatto detto che non riesca a salvarsi anche questa volta. Se il Paese fosse chiamato a dare un premio al temperamento, il premier vincerebbe di sicuro. La questione è proprio

questa, però. La crisi che angoscia gli italiani non è figlia solo della “peggiore classe politica d’Europa”, come impietosamente la definisce il Financial Times, ma è strutturale. Quello che viene chiesto al governo non è una prova di forza ma l’esercizio delle proprie prerogative: il governo, appunto. L’intervento di Prodi alla Camera è encomiabile: chapeau. Ma il risultato è di allontanare ulteriormente i cittadini dalla politica. La scelta di Mastella mette, di fatto, la parola fine all’esecutivo. Il passaggio istituzionale, ancorché formalmente impeccabile, ha un retrogusto disgustoso per gli spettatori (anche quelli di sinistra): significa utilizzare le istituzioni per il proprio gioco di scacchi. Così, deve aver pensato il premier, a subire lo scacco matto saranno tutti e non solo lui. Ne vale la pena? Comunque vada, Prodi non c’è più.


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Italia

23 gennaio 2008 • pagina 5

Slancio da avventurista per il premier, Veltroni teme l’esordio-harakiri

PRODI SFIDA LA SORTE E I DUBBI DEL PD di Errico Novi i aggrappa a quello che capita. Ai senatori a vita, certo. E alla disperata ricerca di qualche altro sì a Palazzo Madama, dove il voto sulla fiducia è fissato per le 8 di domani sera. Romano Prodi ha poche carte su cui puntare, eppure ieri ha cominciato a esibirle davanti all’aula di Montecitorio con una grinta che Paolo Bonaiuti definisce «sospetta». Con cattiveria, anche. Scagliata contro Clemente Mastella e ovviamente il governo Berlusconi «dissennato nella gestione dei conti». Il premier sa che Walter Veltroni non muore dalla voglia di presentarsi alle urne in queste condizioni. E spera dunque negli sforzi del Pd al Senato per recuperare qualche improbabile voto in uscita dal centrodestra. «Prodi ha fatto benissimo a portare la crisi in Parlamento e a rivendicare il lavoro del governo», dice a liberal Giovanna Melandri, ministro vicino al leader democratico, «il nostro impegno è stato frustrato solo dall’instabiltà della coalizione». Non l’ultimo dei problemi. «Se ne esce ritrovando la maggioranza in aula, dopodiché ci dedicheremo alle riforme istituzionali», auspica la responsabile delle Politiche giovanili. Così almeno per ora il presidente del Consiglio riesce a trascinare il maggiore partito dell’Unione nella sua sfida estrema. In un clima pesante. Considerato che la miccia innescata dall’Udeur ha fatto saltare un tavolo già precario dopo le tensioni con il Vaticano. Riuscisse pure a tenersi in piedi, il Professore metterebbe in serissima difficoltà l’ala cattolica dei Pd. Forse è anche per questo che ieri in Transatlantico uno dei più scettici era il popolare Pierluigi Castagnetti: «C’è una forza delle cose alla quale non ci si può opporre, non credo che a Palazzo Madama esistano margini». Dal centrodestra arrivano interpretazioni molto maliziose. Quella di Raffaele Fitto per es-

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La crisi di oggi è l’epilogo di una lunga deca denza

QUESTA di Gennaro Malgieri a sinistra italiana scrive, con la crisi (per quanto non ancora formalizzata) del governo dell’Unione, l’ultimo capitolo della sua decadenza. In realtà era già finita prima delle elezioni del 2006. Ma la vittoria, risicata e rocambolesca, mascherò per qualche tempo la sua inconsistenza esplosa nei mesi successivi quando le fratture al suo interno ne certificarono la fine. Il tentativo di far nascere un’altra cosa rispetto alla sinistra tradizionale, con l’“invenzione”del Partito democratico, è stato significativo sul piano della innovazione del sistema politico in senso bipolare, ma dissonante a fronte di una tradizione storico-culturale che ad un tempo è stata rinnegata senza che il vuoto lasciato venisse colmato da un progetto realistico nel quale riconoscere i segni di una discontinuità autentica. L’assemblaggio di personalità, contenuti, sentimenti e risentimenti ha prodotto le contraddizioni con le quali la leadership del nuovo partito si trova a fare i conti ed alimentano, di conseguenza, una sinistra che si dice “nuova”, o piuttosto “radicale”, la cui proposta è antiquata, irrealistica, legata a logiche che non trovano riscontri nella società contemporanea.

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Sicchè oggi il Partito democratico, veltronizzato, vede svanire il sogno di dar vita ad un soggetto coeso per quanto possibile sul piano valoriale, posto che nulla può stare insieme quando i riferimenti culturali e morali dei suoi dirigenti sono irriducibilmente inconciliabili. Di contro, sulla sua sinistra cresce un fronte nostalgico che riflette sullo stretto perimetro nel quale è costretto ad agire, consapevole che esso non può allargarsi oltre le dimensioni che ha già, ma semmai corre il rischio di restringersi dal momento che la minorità che lo caratterizza è determinata dalla profonda distanza con le componenti più dinamiche ed avanzate della società civile impegnate nel cercare strade percorribili per la realizzazione delle loro legittime ambizioni.

Disperata corsa per strappare senatori al centrodestra, Palazzo Madama vota la fiducia domani alle 20 Ma il tutto per tutto del Professore rischia di esasperare empio, che parla delle circa cento nomine sul tavolo del premier: «Prodi punta a governare la crisi fino alle elezioni per potersi occupare personalmente della pratica, sono in gioco i vertici di Eni, Enel, di Finmeccanica». E per questo il premier si gioca tutto, compromette in modo forse irreversibile il rapporto tra il centrosinistra e la Chiesa? Roba da avventuristi. Strategia che

smash Prodi cade perché non ha difeso la famiglia. Anzi, una famiglia. Quella di Mastella.

potrebbe spiegarsi anche con un altro difficilissimo intento: convincere la coalizione a ricandidarlo. Veltroni in realtà già lavora al dopo. Medita sul dossier più immediato, quello dei rapporti di forza interni al suo partito. Si andasse davvero alle elezioni con la legge attuale avrebbe almeno un’opportunità: negoziare da una posizione di forza con D’Alema, Marini e Rutelli la composizione delle liste. Si troverà di fronte un centrodestra probabilmente ricomposto, nonostante i toni diversi usati ieri da Fini e Casini sulla leadership di Berlusconi. E nonostante la relativa sorpresa dell’opposizione di fronte a una crisi dai tempi così rapidi.

Il fallimento dell’Unione, a prescindere dalle vicende delle ultime ore e dal destino stesso del governo, si iscrive nel novero delle illusioni coltivate da una sinistra che è stata incapace, negli ultimi vent’anni, di rinnovarsi e diventare qualcosa di molto diverso da ciò che è stata. Non si trasformata in niente di assimilabile al New Labour di Tony Blair, non si è pensata come il Partito democratico americano declinato secondo la “filosofia”di Clinton o di Gore, non è riuscita neppure ad imitare lo zapaterismo, ma si è tenuta stretta alle proprie idiosincrasie ritenendosi depositaria di tutto ciò che potesse apparire antimoderno. Non è stata neppure populista perché non ha espresso quel “caudillismo”, per quanto deleterio, che comunque ha rianimato una certa sinistra latinoamericana. Ha legato se stessa, abbracciando la sola visione del mondo che avesse alla portata, il doroteismo, al mondo degli affari, dell’intrallazzo mediatico e bancario, tradendo perfino le aspettative di chi la immaginava, contro ogni evidente prova contraria, ancora capace di esprimere un minimo di riformismo nel campo del lavoro, della previdenza, della sanità, della scuola e delle istituzioni politiche. Ci ha però dato una lezione. Che dovremmo tenere a mente. In politica la morte naturale praticamente non esiste. Esiste soltanto l’eutanasia. La recente storia della sinistra è quella di un’eutanasia annunciata. Da tempo immemorabile.


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pensieri

L’INTERVENTO

Dopo quindici anni un film”revisionista” su Craxi

Finalmente il vero Bettino di Stefania Craxi to constatando con la gioia nel cuore il primo successo della iniziativa della Fondazione Craxi, che ha realizzato un bel filmato sulla vita politica di mio padre. Avevo riposto molte speranze in questo documentario ma le attese sono state superate di gran lunga. Pensavo che ricordare uno a uno i provvedimenti con cui ha tratto l’Italia dal declino e l’ha portata fra i grandi della terra; udire dalla sua voce le speranze che lo animavano, l’onestà dei suoi sentimenti, la versione vera dei fatti criminosi che l’hanno costretto all’esilio, pensavo che tutto questo avrebbe potuto contribuire a ristabilire una verità ostinatamente e pervicacemente negata. Sono passati otto anni dalla sua morte, pensavo, le situazioni mutate, qualche drastico giudizio è stato riveduto, i tempi sono probabilmente maturi per una visione più equa sui fatti di tangentopoli, per restituire a Craxi la figura che gli spetta, quella di un grande patriota che è stato lo statista della rinascita e della nuova modernità italiana. Ero certa di un fatto: che ormai ci fossero solo pochi, pochissimi italiani a credere ancora che Bettino fosse il capo di una banda di criminali e fosse invece maturata la convinzione che egli fosse stato scelto come capro espiatorio di un sistema di finanziamento della politica chiaramente illegale che egli stesso aveva denunciato con parole inequivocabili, alla Camera, il 3 luglio del ’92, nel discorso sulla fiducia al governo Amato. A tutto pensavo, al lavoro che restava e resta da fare per scrivere alfine una pagina di verità su tangentopoli, per attribuirne le giuste responsabilità, che ci sono e non stanno sulla luna, a tutto pensavo fuorché al successo politico dell’iniziativa, alla parte che avrebbe svolto sul convulso scenario politico italiano.

S

Il senso politico dell’avvenimento mi è venuto scrivendo le lettere di invito alla proiezione del film a Berlusconi e a Veltroni. Scrissi a Berlusconi che la sua presenza, specie se in concomitanza con quella di Veltroni, avrebbe dato all’avvenimento un grande risalto sull’intero sistema mediatico. Ma con Veltroni, di cui temevo la defezione, fu ben più completa di argomenti. Nella lettera gli facevo notare che la presenza sua e di Berlusconi alla rievocazione di un personaggio che addirittura quasi trent’anni fa, nel settembre del ’79,

aveva sostenuto la necessità di una profonda riforma costituzionale che abbracciasse le istituzioni, l’amministrazione e la stessa morale del paese, avrebbe significato la volontà di raggiungere oggi quelle riforme per le quali Bettino non trovò mai una maggioranza con cui attuarle. Poi, nella mia lettera, passavo al tema della pacificazione. Gli ricordavo il suo gran merito di aver stretto la mano a Berlusconi, di aver proclamato la fine della politica degli odi, delle demonizzazioni, della violenza ideologica: quale migliore occasione che presenziare alla cerimonia celebrativa di un personaggio emerito che proprio l’odio e la violenza ideologica avevano condotto all’esilio e a una immatura fine? E’ ormai una schiera, aggiungevo, quella delle personalità che fanno salire il malessere della politica italiana agli errori e alle violenze del giustizialismo dei primi anni novanta: perché non tendere la mano, non estendere l’avviata pacificazione anche verso coloro che non hanno mai accettato le false verità della falsa rivoluzione di quei terribili anni? Non so se i miei argomenti, o qualche altra ragione, hanno persuaso Veltroni a dare il suo assenso. Sta il fatto che Veltroni mi ha confermato la sua presenza, per domani, al cinema Embassy di Roma, dove avverrà la proiezione. Ha accettato la sfida in un momento in cui tutti gli sono addosso. E’ un suo gran merito. Anche Fassino mi ha fatto sapere che verrà. Ho il cuore in gola. Siamo alla svolta? Dunque è stato giusto tutto il mio cammino di questi anni, giusta la

mia intransigenza, giusta la mia selezione tra gli onesti disposti ad ascoltare la voce della verità e gli altri ostinati a misurare i vantaggi politici della faziosità giustizialista?

Scrivo queste righe nel pomeriggio di martedì 22 e tremo all’idea che lo sconquasso politico sopraggiunto possa mettere in discussione l’esito della celebrazione. Spero proprio di no, che i principali protagonisti dell’evento, Berlusconi e Veltroni tengano duro e facciano valere anche in così perigliosi frangenti, i principi pacificatori ai quali vogliono ispirare la loro azione politica. Dimenticavo di parlare del film. Le immagini accompagnano la vita di Bettino dagli anni dell’infanzia, quando appena un ragazzo, durante la guerra, aiutava gli ebrei a varcare il confine di Como, alla militanza politica nel Psi, con le sue idee sulla libertà e la democrazia. Poi le lotte nel Psi, l’amicizia di Nenni, la segreteria del partito, l’atto di coraggio sui missili, l’aiuto al dissenso nei paesi totalitari, i tentativi di salvare la vita di Moro. Poi il governo con i successi sulla scala mobile, sull’inflazione, sulla ripresa industriale, sulla cancellazione dalla Costituzione del Concordato mussoliniano, Sigonella, il

“made in Italy”, l’ingresso dell’Italia fra i Grandi della Terra. L’incarico dell’Onu contro la fame nel mondo. Poi tangentopoli. E’ forse una storia che stiamo per chiudere, questa volta politicamente? Le premesse ci sono: se il coraggio non verrà meno.

Ci saranno tutti da Berlusconi a Veltroni alla “prima” del documentario curato da Paolo Pizzolante

Una proiezione bipartisan «I

o parlo, parlerò e continuerò a parlare», promise Bettino Craxi. E a otto anni dalla sua scomparsa, il leader del Psi continua a far parlare di sé con un documentario, La mia vita è stata una corsa, che insieme a parole celebri, ce ne restituisce alcune mai sentite. Fortemente voluto dalla figlia Stefania, che l’ha prodotto insieme alla Fondazione Craxi, il lavoro del regista Paolo Pizzolante verrà presen-

tato giovedì al cinema Embassy di Roma. «Il film comincia con le prime esperienze di Craxi nella politica attiva – spiega Pizzolante – dalla campagna elettorale del ’48, dove suo padre è candidato, fino alle lotte universitarie a Milano». Il racconto, teso e vibrante, prosegue poi con l’invasione di Budapest nel ‘56, la presidenza del Consiglio, Sigonella e il doloroso capitolo di Tangentopoli. Anche in quel

caso, precisa Pizzolante, «Craxi non parla da perseguitato, ma da statista. Avverte sulla pericolosità del vuoto politico e profetizza le sorti di una seconda repubblica basata sulla menzogna». Un’ora e venti di inediti, spezzoni, e interviste meno note che proprio come la vita di Bettino Craxi, vivono di corsa senza mai svanire, lasciando il fiatone persino a chi conserva cattiva coscienza.


&

parole

possibile che l’Italia sia un Paese ricco e nello stesso tempo in declino? Finora questa equazione è stata negata, perché tutte le forze politiche quando si sono trovate all’opposizione hanno creduto fosse loro interesse negare l’assunto della ricchezza diffusa, e quando hanno avuto ruoli di governo hanno pensato bene di negare la strutturalità delle nostre difficoltà economiche. Se a questo si aggiunge il comportamento corporativo delle forze sociali, sindacati in testa, e una diffusa tendenza degli intellettuali a ragionar per schemi, si capisce perché si è affermata l’idea che o «siamo ricchi e quindi il declino non c’è» (Berlusconi), oppure «siamo poveri, per colpa del declino» (sinistra). Spiacenti, ma non è così. Le cose, come sempre peraltro, sono più articolate di quanto il semplicismo imperante vorrebbe che fossero. Dunque, l’Italia è ricca e in declino. Anzi, ha un tasso di ricchezza come pochi altri Paesi al mondo – la Banca d’Italia calcola che il patrimonio privato sia nove volte il Pil, qualcosa come 10mila miliardi di euro – e nello stesso tempo tutti i principali indicatori economici la costringono a occupare il fondo delle classifiche a livello Ocse.

È

Salari e conti in banca, le due facce di un’Italia n ECLINO RICCA e iD che si mangia il suo di Enrico Cisnetto

Così, se si guarda il profilo del reddito, gli italiani appaiono “poveri” – come dimostrano i salari reali (al netto dell’inflazione) dei lavoratori dipendenti, inferiori del 18 per cento a quelli medi europei e addirittura al 23mo posto tra i paesi Ocse – ma se si aggiunge il patrimonio accumulato, fatto per oltre il 70 per cento da immobili e per il resto da attività finanziarie e liquidità, allora il profilo cambia, e gli italiani diventano obbiettivamente “ricchi”. Stante che il reddito è il portato dell’andamento dell’economia reale – e per noi questo ciclo al ribasso dura da quasi 20 anni – mentre il patrimonio è lo stock di ricchezza accumulata, in questo caso nei 50 anni “virtuosi” a partire dall’immediato dopoguerra. Che poi i due periodi storici coincidano con la Prima e con la Seconda Repubblica, è puramente non (e sottolineo non) casuale, e dovrebbe far riflettere con metri di giudizio un po’ diversi da quelli normalmente utilizzati. Si prenda il Pil, per esempio, che rimane pur con tutti i suoi difetti – non a caso Sarkozy si propone di modificarne la concezione – il termometro più attendibile per misurare la temperatura economica di un Paese: dal boom degli anni Cinquanta fino alla fine degli anni Ottanta, l’Italia è cresciuta in media oltre il 3 per cento l’anno, mai superata in velocità né dalla Ue né dagli Stati Uniti; successivamente, la nostra crescita si è fermata a un +1,2 per cento l’anno – dunque decisamente meno della metà del cinquantennio precedente – in media 8 decimi di punto l’anno in meno di Eurolandia, e 2,3 punti in meno degli Usa. Tutto questo, considerato anche l’ampio arco temporale, non può che chiamarsi declino. Il quale si è riflesso su tutte le infrastrutture economiche – dagli assetti del capitalismo al ruolo internazionale dell’Italia – meno che sulla complessiva capacità di spesa, e dunque sugli stili di vita, dei cittadini, perché finora abbiamo sostituito il reddito mancante con quote di risparmio. Da questo punto di vista, i dati forniti ul-

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le cifre

10

mila miliardi di euro. Il patrimonio accumulato dagli italiani tra beni immobiliari e liquidità, uno stock nove volte superiore al Pil del Paese

1.900

euro. Il reddito mensile, secondo l’Istat, della metà delle famiglie italiane

+1,2

per cento. La crescita media annua dell’Italia dal 1990 a oggi. 2,3 punti in meno degli Stati Uniti e 8 decimi in meno rispetto a Eurolandia

-18

per cento. La differenza in percentuale tra i salari italiani e quelli degli altri Paesi europei

timamente dall’Istat – il 50 per cento delle famiglie vive con 1900 euro al mese, il 15 non arriva a fine mese – risultano fuorvianti, proprio perché sono costruiti solo sui redditi, e non sulla loro somma con quella straordinaria ciambella di salvataggio degli italiani che è il patrimonio accumulato. Naturalmente, quest’ultimo è distribuito in modo assai più diseguale dei redditi – che, anzi, sono stati fin troppo appiattiti da politiche egualitariste – ma è pur sempre molto diffuso, come dimostra il fatto che l’84 per cento delle famiglie vive in una casa di proprietà (dato che non ha pari in nessun altro Paese occidentale).

molto a quello, per esempio, che l’Italia patì negli anni Settanta. Naturalmente, questo non significa che col passare del tempo non si sia allargata la fascia degli indigenti, condizione che non riguarda tanto, o soltanto, le fasce di reddito più basse, ma quelle aree di popolazione – numericamente crescenti, anche se per fortuna ancora circoscritte – che non hanno la possibilità di poter affiancare ai guadagni da lavoro dipendente (ma anche taluni da lavoro autonomo) elementi significativi di patrimonio e di risparmio familiare, vuoi perchè non ci sono mai stati, vuoi perchè in questi anni di vacche magre sono stati parzialmente o totalmente erosi. Ma, soprattutto, anche se probabilmente questo ammortizzatore lo potremo sfruttare ancora per un po’ di tempo, che futuro può avere un Paese che vive di rendite e si mangia il patrimonio? (www.enricocisnetto.it)

Gli stipendi sono bassi ma il Belpaese vanta, tra immobili e liquidità, beni pari a 10mila miliardi. Uno stock 9 volte superiore al

D’altra parte, se così non fosse, con una curva dei redditi che ha faticato a tenere il passo dell’inflazione, a quest’ora avremmo avuto un livello di conflitto sociale ben più alto di quello che abbiamo avuto, certamente inferiore e di


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focus La Costituzione sessant’anni dopo

Non si deve cambiare La lacuna è il potere incontrollabile

Cominciamo dall’articolo 1 e con un’Assemblea

Siamo cittadini (e solo dopo siamo lavoratori)

di Giuseppe Gargani

di Adolfo Urso

di Sergio Valzania

i fa una distinzione tra prima e seconda parte della Costituzione, ritenendo che la prima sia immodificabile: non ritengo vi sia una distinzione cosi netta tra le due parti. Ho sempre ritenuto che la Costituzione, avesse un impianto valido complessivamente, con due vistose lacune: le norme sulla magistratura frutto di un compromesso che nella prassi è risultato non valido e il rapporto non equilibrato tra le assemblee parlamentari e il governo. Le norme che disciplinano la funzione della magistratura erano inadeguate anche quando furono scritte e lo sono vistosamente oggi quando la magistratura ha assunto un ruolo completamente diverso da quello tradizionale. La mancata comprensione di questo fenomeno è la causa della crisi che attraversa la magistratura e la ragione del contrasto tra la magistratura e il potere politico. Per questa ragione è mancata una risposta legislativa adeguata. Tutto quello che è avvenuto negli ultimi giorni non può essere compreso fino in fondo se non si tiene conto di questa premessa. La magistratura ha assunto un ruolo più forte e un potere rilevante ma al tempo stesso si è delegittimata da sola e ha perduto credibilità! Nella passata legislatura il Parlamento aveva approvato una legge sull’ordinamento giudiziario che era carente nientedimeno dal 1942 con la quale stabiliva delle regole di comportamento e di organizzazione. Il nuovo Parlamento nel luglio scorso ha approvato una controriforma. Nell’occasione ebbi a dire che si sarebbe andati indietro di molti anni perché quella proposta era peggiore della legge del 1942 e la sfrenata autonomia (non la indipendenza che è sacrosanta) della magistratura avrebbe pesato fortemente sull’assetto istituzionale del Paese. Le ultime vicende dimostrano appunto come si sia fuori, ormai, da un corretto rapporto istituzionale e come il Csm costituisca contro il dettato della Costituzione il “vertice”della magistratura che dispone della vita e della morte del magistrato e comprometta dunque il valore prezioso dell’indipendenza. Nei fatti, il principio dell’equilibrio dei poteri non vale per il potere esercitato dalla magistratura. La Costituzione definisce solo un timido contrappeso istituzionale in un Csm strutturalmente egemonizzato dai magistrati (pur dando rilievo e valore alla presenza politica). Se rileggiamo gli atti dell’Assemblea costituente ci accorgiamo che quale illuminato costituente allora si era reso conto che si stava delineando un sistema che sottraeva la magistratura all’unità istituzionale, che la Costituzione non definiva nessun contrappeso all’autonomia della magistratura, destinata così a diventare, da ”ordine”, un ”potere” dello Stato, e naturalmente un potere incontrollato e incontrollabile. Oggi abbiamo la prova che quelle preoccupazioni erano enormemente lungimiranti e dobbiamo operare di conseguenza e con urgenza.

essant’anni dopo la Carta non ha bisogno solo di un restyling ma di una profonda, radicale revisione che parta dal primo articolo della prima parte, quello dove si definisce che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro. Primo, perché questo assunto non si è mai realizzato pienamente; anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, la nostra repubblica è quella meno fondata sul lavoro, concetto che una volta si sarebbe definito social comunista; semmai essa è fondata sull’impresa, con sette milioni e duecentomila imprese, una ogni otto abitanti, e sulle professioni largamente intese. Il lavoro nell’epopea del dopoguerra doveva essere ovviamente e soprattutto il lavoro dipendente, il lavoro nelle fabbriche e nei campi, e comunque spesso dato e concesso dall’apparato pubblico. Anche per questo l’Italia è oggi più indietro del resto dell’Unione con il minor tasso di lavoratori per abitante e con il minor tasso di produttività. In molti hanno già notato che forse sarebbe meglio far riferimento sul valore delle libertà o su quello dell’impresa largamente inteso; in ogni caso, appare chiaro che solo una revisione globale della Carta può dare risposta compiuta alle esigenze della nostra società che appare smarrita a fronte del degrado politico ed istituzionale a cui si assiste ogni giorno. I tentativi di dividere la Costituzione in due - quella che dovrebbe essere intangibile e quella che potrebbe essere “migliorata”- hanno provocato il fallimento di ogni tentativo di riforma, perché tale certamente non può essere considerata quella portata a termine in zona Cesarini dal governo Amato nell’ormai “lontano” 2001, a pochi giorni dal voto, tra l’altro peggiorando la funzionalità dell’impianto costituzionale nello spacchettamento, assolutamente incongruo, delle competenze tra Stato e Regioni. L’impianto più organico ma ancora parziale della riforma realizzata successivamente dalla Casa delle libertà si infranse e non poteva essere altrimenti nel muro referendario. Cambiare strada quindi necessita. E cambiare strada significa dire con coraggio che occorre rivedere anche la prima parte, perché questo è il solo modo di costringere le parti a trovare un’intesa forte ed alta, e certamente proprio per questo bipartisan. E dire anche che occorre farlo con una Assemblea costituente elettiva su base proporzionale e solo con essa. Un’Assemblea che potrebbe essere convocata anche dall’attuale Parlamento, se questa legislatura dovesse durare ancora. Oppure potrebbe essere eletta in contemporanea con le due Camere, nelle elezioni politiche; oppure, nella prima parte della prossima legislatura e per questo le forze di centrodestra dovrebbero metterlo come proprio prioritario impegno programmatico. Meglio ancora: se ciò fosse fatto anche dal Pd, avremo dato almeno una indicazione comune al corpo elettorale. L’Assemblea elettiva a suffragio universale con il compito di rivedere l’intero impianto costituzionale ci appare come l’unica vera significativa intesa bipartisan sulla quale vale la pena di scommettere.

ideatore del testo del primo articolo della Costituzione italiana è stato Amintore Fanfani. A lui si deve la formula: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. La pietra angolare della nostra convivenza si basa su di una scelta: fra la condizione di cittadino e la prassi del lavoratore il privilegio è per la seconda e questo comporta una serie di conseguenze. Innanzi tutto non ci possono essere equivoci sulla radice dalla quale si ritiene che sorgano diritti e doveri e sul fatto che essa può considerarsi egualitaria solo con una forzatura.Tanto che lo Stato deve farsi garante della condizione di lavoratore per tutti i cittadini, articolo 4, perché è con quella attribuzione che agli italiani è tutelata “l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”, articolo 3. La tradizione liberale, con il suo riconoscimento statico per la pura e semplice qualifica di cittadino, rimane sconfitta rispetto all’affermazione di carattere funzionalista, di origine sia marxista che popolare, che individua la condizione sociale di ciascuno nella sua modalità di contribuzione al benessere collettivo e quindi al suo lavoro. Con il rischio che esso definisca il suo status, differenziato come lo sono i lavori, mentre la cittadinanza è indifferenziata per definizione. Può essere più o meno strutturata, ma è uguale per tutti. Alla base della scelta dei costituenti stava una visione storica del mercato del lavoro che individuava nella fabbrica il luogo capace di accogliere e socializzare tutti. La nostra Repubblica nasce in vista degli anni dell’industrializzazione, dell’inurbamento, del trasferimento al nord. L’esperienza lavorativa viene intesa come una sorta di scuola di vita e di democrazia, attraverso la sindacalizzazione, un vademecum necessario per la piena partecipazione alla vita sociale. Quando però questo modo di essere del lavoro entra in crisi e la sequenza semplice formazione-posto fisso-pensione sotto la tutela dello stato si spappola le troppo diverse identità dei lavoratori si ribaltano nei diritti e nei doveri che la condizione lavorativa garantisce. Allora anche la sinistra ci avverte che qualche cosa ha smesso di funzionare. È Fausto Bertinotti che propone con grande lucidità di costituire per ogni uomo una dotazione di beni, inalienabile, che gli consenta di affrontare con dignità la vita. Di dotarlo di una cittadinanza.

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AFFARI ESTERI

Occidente VI RACCONTO ROMNEY, IL MIO CANDIDATO di Michael Novak

in grado di risollevare le sorti di imprese fallimentari: per questo è diventato famoso negli Stati Uniti. Le olimpiadi di Salt Lake City erano nel caos più totale quando gli venne chiesto di lasciare gli affari e tentare di salvare il salvabile. Mitt Romney accettò e le trasformò non soltanto in un successo, ma in una delle migliori edizioni della storia. È stato eletto governatore di uno stato chiamato ironicamente Taxachusetts, parliamo della terra natale di Ted Kennedy e John Kerry, e lui ne ha risollevato le sorti e ripristinato il nome: Massachussets. Uno dei miei amici più cari, esponente di spicco del movimento antiabortista, mi ha raccontato di quanto il governatore Romney si sia speso per la causa. Un altro amico, professore emerito alla Boston University, mi ha riferito le stesse cose. Ecco perché quando si è candidato alla presidenza, sono stato lieto di aderire al suo consiglio consultivo nazionale. Diciamolo: tengo d’occhio Mitt Romney e la sua campagna elettorale da vari mesi. Per molto tempo, senza dare sostegno ad alcun candidato, mi ispiravo ad un solo criterio, quello dell’Abc, ovvero “Anybody But C…” (chiunque tranne C…, - gioco linguistico tutto americano, ndr) con un unico desiderio: non tornare indietro ai discorsi ambigui degli anni Novanta. Come molti dei miei colleghi di spicco pensavo: «lasciamo che combattano e se la cavino da

È

soli, poi darò il mio sostegno a colui che uscirà vincitore». Nonostante io sia ancora iscritto nelle liste elettorali dei democratici (nel District of Columbia non c’è altro da fare), non voglio votare per alcun candidato che non sia antiabortista e non difenda la vita umana. Forse sarò obbligato a farlo, ma ciò non corrisponde alla mia volontà. Per me l’aborto è uno dei pochi principi (si contano sulle dita) simili alla schiavitù: determina infatti il controllo assoluto e senza limiti di un individuo su un altro essere umano. Un abuso che non è compatibile con il contratto sociale lockiano. Chi ha a cuore i diritti dell’uomo non può propugnarlo né perseguirlo. Per questa ragione ho rivolto lo sguardo ai candidati repubblicani alla presidenza. E fra tutti loro sono stato attratto e convinto dalla lucidità mentale, dal temperamento imperturbabile e dall’indole gioconda di Mitt Romney. Che non sembri sciocco, ma trovo che abbia il phisyque du rôle del presidente e si comporti come tale. Vorrei vederlo al tg del mattino e della sera per i prossimi otto anni. La sua voce, calma e ferma, non risulterebbe stonata. Si comporta da vero manager e non solo da legislatore: fatti, non parole. E la disciplina che ha dimostrato nel corso della sua carriera è indice di uno spirito pratico. Ma c’è continua a pagina 10

Repubblicani e democratici in attesa del supermartedì


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Occidente

L’aborto determina il controllo assoluto e senza limiti di un individuo su un altro. Chi ha a cuore i diritti dell’uomo non può negarlo segue da pagina 9 di più: ammiro il modo in cui onora sua moglie e la sua famiglia, compresi i genitori. Ed apprezzo che - si evince bene dai suoi comportamenti più che dai discorsi - sia un uomo dalla profonda fede religiosa. In qualsiasi romanzo sulla Seconda guerra mondiale c’è, tra le sequenze principali, uno spaccato di tutti i gruppi etnici e religiosi presenti negli Stati Uniti, rappresentati quasi in ogni singolo plotone militare, in ogni squadriglia aerea e su ogni nave. Ricordo ancora quando, da giovane cattolico, iniziai a nutrire ammirazione per il carattere morale degli evangelici dinanzi alle sequenze del film Sergeant York. In guerra, la fede religiosa di ciascuno non ha molta importanza. Se l’individuo in questione è un uomo valoroso, abile ed affidabile si impara a voler bene a questo tipo di compagni. Ad attribuire maggiore valore all’agire altrui che al tipo di funzione religiosa cui gli altri partecipano. In effetti, molti hanno imparato a rispettare gli uomini di altre fedi religiose più di quanto non abbiano mai fatto, semplicemente osservando il modo in cui i loro amici vivevano e morivano. La verità è che l’ecumenismo religioso americano deve la sua origine alla pressione delle battaglie più che ai leader religiosi. Nutro profonda ammirazione per le qualità peculiari di alcuni altri candidati repubblicani. Conosco da più tempo l’eroismo di John McCain, rispetto enormemente Rudy Giuliani per le qualità dimostrate nel guidare la città di New York dopo l’11 settembre 2001 e mi sono “scaldato” abbastanza anche per il buon senso popolare di Fred Thompson e Mike

Huckabee. Ma il mio interesse si è man mano concentrato su Mitt Romney, perché rappresenta meglio la caratura che vorrei vedere in un presidente nei prossimi quattro anni. Negli Stati Uniti il presidente non è soltanto un amministratore o un dirigente, né un semplice “sgobbone” della politica e neppure un primo ministro. Il presidente deve racchiudere queste qualità con il giusto equilibrio. Ma il nostro presidente è altresì, cosa importante, il “nostro re”, nel senso che rappresenta, quasi da solo, la nostra storia nazionale e il nostro modo di narrare l’America. Egli occupa il posto d’onore nella vita e nella letteratura nazionale: nessuna altra categoria di uomini svolge un ruolo eroico quanto quello di Washington, Jefferson, Lincoln, Teddy Roosevelt, FDR e Ronald Reagan. Nel ricordare questi presidenti, desideriamo sentirci orgogliosi del nostro Paese. Vogliamo una figura che sembri balzare fuori dalla nostra storia e ne sia espressione: venuta dal nulla forse, un antesignano, un esemplare dei migliori angeli della nostra natura. Per tutte le ragioni di cui sopra, più una, ho deciso di appoggiare un candidato alla presidenza molto prima di quanto pensassi. E la ragione ulteriore è costituita dal fatto che la religione subisce un trattamento ingiusto ed io non voglio restare fermo a guardare che ciò accada. È importante fermare questo male sul nascere. È per questo che ho anticipato la mia discesa in campo. Ma non solo: in un’epoca piena di pericoli ho osservato la fermezza di Mitt Romney nel resistere agli attacchi e ne sono diventato un sostenitore.

L e pr os si me sf id e Tradizionalmente il calendario delle primarie iniziava dall’Iowa il 14 gennaio. Per le primarie del 2008, tuttavia, molti Stati hanno accorciato i tempi. L’Iowa ha anticipato la sua data al 3 gennaio, seguita l’8 dal New Hampshire, il 15 dal Michigan, il 19 da Nevada e Carolina del Sud (ma solo per i repubblicani, i democratici voteranno il 26 gennaio) e il 22 dalla Louisiana. Si prosegue adesso il 25 dalle Hawaii e il 29 dalla Florida. In Wyoming l’8 marzo voteranno i democratici (i repubblicani hanno votato il 5 gennaio). Il 2 febbraio si vota in Maine (per i repubblicani), ma la fetta più grande è per il 5 febbraio, o Super tuesday, quando sarà la volta di ben 21 stati tra cui New Jersey,

Illinois, California e New York. Segiuranno il 9 la Louisiana, il 10 il Maine (per i democratici), il 12 Maryland, Virginia e Distretto di Columbia, il 19 Wisconsin, Washington e Hawaii (solo per democratici). A marzo è la volta di altri otto Stati (Massachusetts, Minnesota, Ohio, Rhode Island, Vermont, Texas, Mississippi e Wyoming per democratici), mentre ad aprile si vota solo in Pennsylvania, il 22. A maggio sono sette gli Stati in calendario (Indiana, Carolina del Nord, Nebraska, West Virginia, Kentucky, Oregon, Idaho). Chiudono il ciclo Montana, Nuovo Messico e Dakota del Sud il 3 giugno. Il Kansas ha deciso invece di non tenere elezioni primarie per le presidenziali del 2008.


è stato il ciclone Obama che, dopo il primo appuntamento in Iowa, ha messo in crisi tutti i pronostici. Ci sono state le lacrime di Hillary che, già dal New Hampshire, hanno riaperto la corsa nel campo democratico. E, tra i repubblicani, c’è stata la marcia trionfale dell’eroe di guerra McCain che ha turbato i piani di Romney e di Giuliani. Ma a dieci giorni esatti dal supermartedì che, il 5 febbraio, deciderà in un colpo solo le primarie in 22 Stati – compresi NewYork e California – non è ancora possibile avventurarsi in una previsione sul risultato delle nomination per lo scontro finale del 4 novembre che aprirà le porte della Casa Bianca al successore di George W. Bush. Anche gli ultimi confronti – Nevada, South Carolina e Michigan – hanno confermato che la partita è aperta in tutti e due gli schieramenti. Che i veri protagonisti, proprio come in uno di quei serial tv di cui gli americani sono maestri, devono ancora giocare le loro carte migliori. La trama, però, ormai è svelata e, letta da questa parte dell’Atlantico, suscita almeno due considerazioni. La prima è fin troppo ovvia. Ma vale la pena sottolinearla perché è stata quasi ignorata dagli osservatori di casa nostra. La passione dello scontro dimostra che la politica americana ha una grande vitalità. Che coinvolge davvero milioni di cittadini e oppone personaggi capaci di combattersi a fondo. Il confronto con le “primarie” che sono state organizzate in Italia per dare un leader al neonato Partito democratico è inevitabile quanto poco edificante. L’unica incertezza che ha animato la corsa, se così la possiamo chiamare, di Walter Veltroni riguardava la percentuale del suo scontato successo: il distacco che avrebbe inflitto ai suoi concorrenti.Altro che la battaglia tra Obama e Hillary o tra Romney e McCain. Ma se questo deve far riflettere soprattutto chi

C’

ANCHE OBAMA ALLA SCUOLA UNILATERALISTA Né lui né Hillary sono come si immagina in Europa pensa che la politica americana sia soltanto un grande spettacolo, la seconda considerazione che è già possibile trarre dalle primarie ha un interesse più generale. Perché consente di immaginare quale potrà essere l’America del dopo-Bush su uno dei capitoli più sensibili: la politica internazionale. Dalla campagna di tutti i candidati alla nomination, sia repubblicana che democratica, è evidente che i temi che più dividono e che, alla fine, decideranno la partita, sono quelli interni del Paese: la crisi economica prima di ogni altro, poi la stretta energetica, l’istruzione, il welfare. Larry Summers e Martin Feldstein, due autorevoli economisti del fronte democratico e di quello repubblicano, sono convinti che il rischio recessione sia

di Enrico Singer

alle porte e non è un caso che, lunedì prossimo, nell’atteso discorso sullo stato dell’Unione, George W. Bush annuncerà il suo piano d’emergenza per fronteggiare la crisi ed è verosimile che la ricetta presidenziale diventerà subito l’argomento di scontro numero uno tra i pretendenti alla sua successione in vista del supermartedì del 5 febbraio. Bush, naturalmente, parlerà anche di politica estera: della sua recentissima missione in Medio Oriente, della guerra in Iraq e della tensione che continua a crescere con l’Iran. Temi cruciali anche questi per gli elettori americani, ma ancora di più per il resto del mondo e per gli europei in particolare che scrutano ogni possibile novità nell’atteggiamento strategico degli Stati Uniti. Ma attenzione: dall’America del dopo-Bush non c’è da attendersi una svolta a 180 gradi, sia che la Casa Bianca rimanga in mani repubblicane, sia che passi in quelle dei democratici. Nemmeno in quelle di Barack Obama. La vera novità emersa in questo scorcio di primarie è arrivata proprio da lui, il candidato nero che ha fatto del “cambiamento” lo slogan della sua corsa e che, da senatore dell’Illinois, ha più volte reclamato il ritiro dall’Iraq e ha criticato le scelte di

Bush. Ebbene, Obama nel discorso pronunciato dopo il suo successo in Iowa, ha detto che, da Presidente, sarebbe «pronto a difendere, anche in modo unilaterale se necessario, gli interessi degli Stati Uniti contro chiunque li minacci». È una posizione che, in realtà, aveva già chiarito nel 2006 nel suo libro The Audacity of Hope, ma che molti hanno preferito dimenticare per ritagliare attorno al giovane senatore democratico il profilo del paladino del multilateralismo contro l’unilateralismo di Bush. Ma il messaggio che le primarie hanno già lanciato è chiaro. Non soltanto i candidati repubblicani, non soltanto Hillary Clinton (che sull’Iraq, per esempio, propone un ritiro a tappe entro il 2013), ma anche Barack Obama non accetta la politica del cut and run, del disimpegno immediato, né dall’Iraq, né dall’Afghanistan. Qualcuno in Italia può rimanere sorpreso. O deluso. Ma quella che, soprattutto a sinistra, è considerata come la contrapposizione tra unilateralismo e multipolarismo – dove il primo rappresenterebbe l’imposizione del “pensiero unico” del modello americano e il secondo la difesa del pluralismo di tradizione europea – è un concetto estraneo a Obama come a Hillary Clinton o a John Edwards e a tutti i democratici americani. In realtà, bisogna mettersi d’accordo sulle

Incontro tra i candidati in uno studio tv, Da sinistra Romney, Clinton, Giuliani, Huckabee, Obama, McCain, Edwards parole e sul loro significato. Quando George W. Bush afferma di voler «esportare la democrazia» in Iraq o in Afghanistan, non esprime soltanto il suo credo neo-conservatore, ma ripropone in sostanza lo stesso principio applicato dai presidenti democratici Wilson e Roosevelt che decisero l’ingresso degli Stati Uniti nella prima e nella seconda guerra mondiale per riportare la pace in Europa. E non è nemmeno uno scherzo del destino se altri presidenti espressione del partito democratico – da Truman a Kennedy, da Johnson a Carter – sono stati protagonisti di altri momenti-chiave dell’interventismo Usa come la guerra in Corea, la Baia dei Porci a Cuba, la guerra in Vietnam o il fallito blitz a Teheran. Interventismo tanto criticato, quando si manifestò, da un fronte anche trasversale in Italia, per poi ammettere che sono le dittature che minacciano la democrazia così come l’abbiamo costruita in Occidente. E non il contrario. Se per multipolarismo s’intende la ricerca del massimo delle convergenze, dell’alleanza più vasta possibile per combattere l’ultima micidiale miscela tra fondamentalismo islamico e terrorismo, allora non soltanto Obama, ma lo stesso Bush è d’accordo. Il fatto è che dietro questa formula c’è, invece, il rischio di far passare l’idea che la democrazia possa coesistere e venire a patti con dittatori e terroristi che hanno come loro obiettivo proprio quello di distruggere la democrazia. E, in questo caso, anche per Obama, non c’è altra scelta: è meglio l’unilateralismo. Soprattutto dopo l’11 settembre 2001 questa è l’unica idea forte sulla quale concordano tutti i candidati che si contendono la guida dell’America che verrà.


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Occidente

SE VINCONO I DEMOCRATS L’AMERICA PERDERÀ LA GUERRA A BIN LADEN Colloquio con John R. Bolton di Luisa Arezzo

a i mustacchi imbiancati John Bolton, e quel piglio deciso che lo ha reso famoso in tutto il mondo come “il falco” di Bush, pur avendo servito tre amministrazioni repubblicane (Reagan, Bush padre e figlio) ed essersi guadagnato una candidatura al nobel per la pace nel 2006. Figlio di un pompiere di Baltimora, laurea a Yale, oggi Bolton è nel think tank neocon più importante degli Usa: l’American Enterprise Institute. Vi è entrato un anno fa, dopo 16 mesi “di fuoco” passati all’Onu come ambasciatore Usa. Accusato di essere poco diplomatico, guerrafondaio, e di non mandarle certo a dire in punta di penna, è noto per la sua schiettezza. Repubblicano doc, dice di non avere ancora scelto il suo candidato. Ma noi gli abbiamo chiesto: Dove andrà la politica estera americana dopo queste elezioni? E se il nuovo inquilino della Casa Bianca fosse un democratico? Mettiamola così: per i democratici la tragedia dell’11 settembre non può ripetersi e non si sentono in guerra contro il terrorismo. Non hanno proprio la percezione

H

di uno scontro mondiale in atto contro l’islam più radicale. I repubblicani si. Questo è un divario enorme, che si rifletterà non tanto in Iraq, dove il successo della surge policy di Bush li priva di un cavallo di battaglia elettorale e li costringe a non cambiare troppo la rotta. Quanto invece sulle linee di indirizzo della politica estera su armi di distruzione di massa, proliferazione nucleare, scudo missilistico. Sotto questo profilo le presidenziali 2008 saranno fondamentali. I cinque punti alla base dell’agenda post elezioni della Casa Bianca? Uno: non abbassare la guardia nei confronti del terrorismo internazionale. Due: monitorare e arginare la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Non parlo solo del nucleare ma soprattutto delle armi chimiche e biologiche. Tre: fare i conti con la Cina che, non dimentichiamolo, oltre ad essere una potenza economica emergente “governa” la stabilità orientale dal Giappone a Taiwan e fino all’India. America ed Europa devono collaborare su questo punto. Quattro: non perdere di vista

Parla l’uomo forte della politica estera di Bush: «L’Onu è alla frutta, ma anche la Nato rischia il collasso se l’Europa non cambia linea» l’India. Cinque: capire dove va la nuova Russia di Putin. I segnali sono inquietanti: dalla gestione dei prezzi del gas alla ricostruzione sia di un arsenale nucleare che di una forza militare. Il presidente utilizza il suo potere “contro” i Paesi occidentali e soprattutto molte delle sue scelte confliggono con i valori democratici. Chiunque sarà il prossimo presidente dovrà cominciare da qui. Anzi: questi punti sono destinati a scaldare il dibattito elettorale dei prossimi mesi. Perché qui tocchiamo il diritto ad esercitare una sovranità e su questo punto l’elettorato - democratico o

repubblicano che sia - è molto sensibile. Un esempio: molti in Europa dimenticano che Clinton non ha ratificato né il protocollo di Kyoto né lo Statuto sulla Corte penale internazionale. Da noi è invece ben chiaro, perché la sovranità non è solo un esercizio di stile, ma garantisce un controllo democratico sull’operato di una presidenza. Qui in Europa, invece, ci si chiede se la politica estera stelle e strisce continuerà ad essere unilaterale. Recentemente anche Obama si è schierato su questa posizione. Unilateralismo contro multilateralismo. La questione è davvero tutta europea. In America al massimo è tema di studio. La verità è che noi americani siamo pragmatici e realistici. Quello che conta è raggiungere un obiettivo e individuare il miglior mezzo per farlo. Se questo è l’Onu ben venga. Ma se le Nazioni Unite si rivelano incompetenti, corrotte e divise è chiaro che la strada diventa un’altra. Un modo diplomatico per confermare che l’unilateralismo ormai è anche sull’agenda dei candidati democratici. No. Un modo per dire che in


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rivisteria

Francis Fukuyama Michael McFaul Should democracy be promoted or demoted The Washington Quarterly Winter 2008

ra uno degli obiettivi della seconda amministrazione Bush, i suoi concetti sono stati citati decine di volte nel discorso d’insediamento. Parliamo della democrazia, annessi e connessi. Fukuyama traccia lo stato dell’arte di questo progetto alla fine del mandato presidenziale. Secondo le statistiche della Freedom House non ci sarebbe da stare allegri. Se Ucraina e Georgia hanno intrapreso un cammino verso istituzioni democratiche, la Russia sembra aver imboccato un percorso inverso. Nonostante l’impegno, l’Iraq è a fondo scala e l’Afghanistan poco sopra. È come se le democrazie avessero perso slancio. L’analisi spiega che il gap fra obiettivi e strategie ha reso poco efficace la politica statunitense e il prossimo inquilino della Casa Bianca «dovrà fare meglio».

quotidiana, che ci rimanda un’immagine dell’Islam padre di molti dei problemi che l’Occidente è costretto ad affrontare. L’Islam diventa così una pietra di paragone capace di spiegare la complessità di un’attualità che spesso sconcerta. Per alcuni – i neocon dell’«islamofascismo» – è la radice della imminente Terza guerra mondiale. Siamo sicuri che questa lettura spieghi tutti i problemi compresi il terrorismo e l’antiamericanismo montante? Fuller non suggerisce risposte facili e fa una critica «antropologica» alla politica estera americana.

E

assenza di alternative noi andiamo comunque avanti. Detto questo, è evidente che i democratici strizzino l’occhio ad un’Europa politicamente più forte, ma lo fanno per avere un unico interlocutore e non dover gestire rapporti complessi con le diverse sovranità nazionali. I repubblicani, di contro, preferiscono tenere relazioni bilaterali o attraverso la Nato. Detto questo l’Europa è chiaramente padrona del proprio destino e delle proprie scelte, ma è una certezza che i repubblicani vivano con fastidio l’apparato burocratico di Bruxelles. La Nato le sembra dunque ancora efficace? Anche alla luce della situazione in Afghanistan? Che alla Casa Bianca salga un lui o una lei il “toro” dovrà essere preso per le corna. La questione Nato deve essere rivista. Ma non solo dall’amministrazione Usa. Sono gli europei a dover decidere cosa fare. Se garantire un supporto militare anche fuori dai confini Ue - come Gran Bretagna e Francia già fanno - oppure no e condannare l’Alleanza al declino. La Nato deve poter operare a livello internazionale. Non solo: la Nato, e qui condivido la propo-

sta dell’ex presidente spagnolo Aznar, deve essere allargata, globalizzata. Non vedo perché non debbano farne parte Paesi come il Giappone, l’Australia, Singapore, Israele: Stati democratici che condividono i nostri valori e le nostre battaglie. L’esperienza afgana è la cartina di tornasole della visione ortodossa e datata degli europei riguardo alla Nato. Facciamo un passo indietro ché non voglio far cadere nel vuoto le sue parole contro le Nazioni Unite. Non è la prima volta che muove accuse così pesanti, ma certamente è la prima da quando Ban Ki-Moon è diventato segretario generale al Palazzo di Vetro. Un ricambio era quanto mai necessario. L’egocentrismo della conduzione di Kofi Annan era veramente irresponsabile. Ban Ki-Moon possiede una visione più realistica e comunque almeno una visione. Ma il problema vero resta irrisolto: ed è la politica fortemente antiamericana che persegue la maggioranza dei Paesi. Lo stesso dicasi per il Consiglio di Sicurezza. Con una Russia e una Cina che troppo spesso garantiscono e tutelano Stati come la l’Iran e la Corea del

Nord impedendo la risoluzione di problemi urgenti come la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Se non si interviene l’Onu è destinato al fallimento. In tutte le sue risposte non ha mai fatto cenno alla questione israelo-palestinese. Perché? La situazione mediorientale non lascia molte speranze. Israele deve prima risolvere i problemi politici dentro casa mentre l’autorità palestinese è assolutamente a pezzi, con Hamas che controlla la striscia di Gaza e Al Fatah che governa i Territori occupati. Francamente non vedo spiraglio alcuno. Purtroppo nemmeno dopo la visita di Bush. Passi in avanti potranno essere fatti solo dopo aver avviato un dialogo fra arabi e israeliani, disinnescato la“bomba”Libano e arginato il terrorismo di Hezbollah. La peggior paura se vincono i democratici? Che mettano a rischio la sicurezza globale e rendano il pianeta vulnerabile al terrorismo. E se vincono i repubblicani? Che non“vadano giù duri”a combattere la proliferazione delle armi di distruzione di massa.

Graham E. Fuller A world without Islam Foreign Policy January/February 2008

ome sarebbe il mondo senza Islam? Il Medio Oriente sarebbe un’area pacifica e le relazioni con l’Occidente più semplici? A questa ed altre domande tenta di rispondere l’immaginifica analisi dell’autore scavando sotto la cortina della cronaca

C

Vali Nasr Ray Takeyh The costs of containing Iran Foreign Affairs January/February 2008

ostenere l’Islam sunnita, per contenere l’Iran, è il cuore della politica mediorientale di George W. Bush. Una modo per stabilizzare l’Iraq, tagliare le unghie ad Hezbollah e far ripartire il processo di pace arabo-israeliano. Ma quest’approccio, secondo i due autori, membri del Council on foreign relations, è destinato a fallire, non solo, ma destabilizzerà ancora di più la regione. Se molte misure per depotenziare finanziariamente il regime di Teheran stanno funzionando, non si è capito come utilizzare le differenti sensibilità dei Paesi arabi. Se Egitto e Giordania sono preoccupati della perdita d’influenza nel mondo arabo, soprattutto nelle vicende palestinesi, Arabia Saudita e Bahrain temono l’ingerenza dell’Iran nei loro affari interni. Infine il Qatar e gli Emirati arabi uniti, non avendo una minoranza sciita da controllare, mantengono eccellenti relazioni economiche con Teheran. «Engage and regulate» sembrerebbe la formula magica, che emerge dall’analisi, per controllare il crescente potere iraniano all’interno di una cornice di sicurezza per il Medio Oriente.

S

a cura di Pierre Chiartano


ROMNEY

Come Bush, meglio di Bush di Mitt Romney

Raddoppiare Guantanamo, piegare l’Iran, aprirsi alla Cina. Ecco la Mitt’s policy

Un mormone di Salt Lake City «Ho speso molti anni nel settore privato, prima nel campo della consulenza alle grandi aziende e poi in quello delle acquisizioni (...). Durante i quindici anni in cui sono stato socio della Bain capital (la società di private equity di Mitt Romney, ndr) il nostro rendimento netto superava il cento per cento all’anno. Non male. Il segreto? non c’è. Abbiamo cominciato con persone intelligenti, curiose e motivate. Prima di ogni decisione abbiamo raccolto dati e portato a termine analisi rigorose. Poi abbiamo usato queste informazioni per sviluppare una strategia precisa e rendere l’impresa più competitiva. Lo stesso approccio funziona anche nel settore pubblico». Coerenza irachena «Meno di sei anni dopo l’11/9, Washington è ancora divisa sulla politica estera. Il Senato ha confermato all’unanimità la nomina del generale David Petraeus, che promette di realizzare una nuova strategia, a comandante in capo delle forze Usa in Iraq. Giusto una settimana dopo, lo stesso Senato ha varato una legislazione fatta apposta per impedire l’attuazione di questa nuova strategia. In senso più ampio, sono state tracciate le linee che dividono i realisti dai neocon (...) Dopo che il presidente George H. W. Bush lasciò l’incarico nel 1993, l’amministrazione Clinton cominciò a smantellare l’apparato militare, avvantaggiandosi di quello che veniva chiamato dividendo della pace a causa della vittoria della guerra fredda. Ha avuto un dividendo, ma noi non abbiamo ottenuto la pace». Marshall&Muhamad «In nessun posto, come nel mondo islamico, la nostra leadership è necessaria e urgente. Oggi il Medio Oriente sta affrontando una crisi demografica: oltre metà della popolazione è al di sotto dei 22 anni e il Pil di tutte le nazioni arabe messe insieme non raggiunge quello della Spagna. Una popolazione in crescita e la forte disoccupazione creano il terreno fertile per l’Islam radicale. Il Piano Marshall mostrava la nostra ferma convinzione che per vincere la guerra fredda serviva ben più che solo la forza militare». L’indipendenza energetica «Utilizziamo circa il 25 per cento dell’approvvigionamento mondiale di petrolio, per far girare la nostra economia, ma secondo il dipartimento dell’Energia, possediamo solo

l’1.7 per cento delle riserve mondiali di greggio. La nostra forza economica e militare dipende dalla nostra indipendenza energetica. Con l’indipendenza petrolifera riusciremmo a eliminare la nostra fragilità strategica nei confronti di Paesi come l’Iran, la Russia e ilVenezuela, smettendo di alimentare Paesi produttori, con un flusso di circa un miliardo di dollari al giorno, soldi che spesso vengono utilizzati contro i nostri interessi». Nazioni «Unite» «Niente mostra di più il fallimento dell’attuale sistema internazionale che il consiglio per i Diritti umani dell’Onu, un ente che ha condannato il governo democratico d’Israele nove volte, mentre è restato virtualmente in silenzio su una serie di violazioni dei diritti umani dei governi di Cuba, Iran, Myanmar, Corea del Nord e Sudan. Di fronte a tanta ipocrisia è comprensibile che molti americani siano tentati dall’unilateralismo. Ma questa sconfitta non deve farci dimenticare che la forza degli Usa è amplificata quando si unisce con la forza delle altre nazioni». Mitt’s policy «Dobbiamo raddoppiare Guantanamo ed è necessario migliorare le tecniche d’interrogatorio (...) Serve costruire una coalizione internazionale che promuova nel mondo arabo, oltre le riforme economiche e sociali, soprattutto una cultura secolare, secondo le linee del programma Partnership for Prosperity and Progress (...). Per sconfiggere lo jihadismo è più utile piegare l’Iran che risolvere le tensioni fra Israele e i palestinesi (...). Quando i repubblicani vanno a Washington, penso che il mondo si aspetti che riescano a cambiarla. Altri affermano, invece, che è Washington ad aver cambiato i repubblicani e quando i repubblicani cominciano a comportarsi come dei democratici è l’America che perde (...). Il protezionismo (con la Cina) non è utile, anzi potrebbe far diventare l’America la seconda potenza economica mondiale in un paio di decenni». Un Paese senza eguali «Di recente ho avuto il privilegio di passare un po’ di tempo con Shimon Peres. Qualcuno gli aveva fatto una domanda sull’Iraq e lui aveva risposto: “Deve contestualizzarla. L’America è unica nella storia mondiale. Nell’ultimo secolo è l’unica nazione che ha sacrificato centinaia di migliaia di vite dei propri figli senza chiedere niente per se”.


23 gennaio 2008 • pagina 15

Occidente

OBAMA

Il mio modello? Teddy Roosevelt di Barack Obama

Amato dalle star strizza l’occhio anche a Reagan per una leadership forte

Le origini del capitalismo e i campioni della democrazia «Oltre cent’anni fa, vicino al cambio di secolo, la Rivoluzione industriale stava prendendo piede in America, creando un inimmaginabile sviluppo nella crescita delle grandi città in tutto il Paese. Allo stesso tempo in cui le fabbriche si moltiplicavano e crescevano i profitti, gli introiti si concentravano sempre di più nelle mani di pochi capitalisti senza scrupoli, tycoon del settore ferroviario e magnati del petrolio. Fu definita l’Età dell’oro e fu resa possibile da un governo accondiscendente. Dai politici di Washington agli opifici delle grandi città, una vasta rete d’interessi e clientelismo, scandali e corruzione presero forza nelle mani di pochi, mentre gli operai che sciamavano nelle nuove fabbriche trovavano sempre più difficile guadagnare uno stipendio decente, lavorare in un ambiente salubre o potersi prendere un giorno di permesso ogni tanto. Finalmente alcuni leader politici s’impegnarono per le riforme rendendolo noto al Paese, chiedendo una nuova politica che riportasse il governo vicino alla gente. Uno di questi era il giovane governatore di NewYork. Già dal primo anno era riuscito a combattere la macchina politica statale, attaccando il suo sistema di privilegi e regalie aziendali. Firmò anche una legge d’indennizzo per i lavoratori, e licenziò degli alti funzionari per aver preso denaro proprio da quelle aziende che avrebbero dovuto controllare (...) Il suo nome, naturalmente, era Teddy Roosevelt». La lotta ai poteri forti «L’industria farmaceutica e assicurativa ha speso un miliardo di dollari in attività di lobbyng nell’ultimo decennio. Hanno ottenuto ciò per cui hanno pagato, visto che i loro amici al Congresso hanno violato le regole e usato la forza per far passare una legge sulle prescrizioni farmaceutiche che, di fatto, rende illegale per il nostro stesso governo qualsiasi trattative per negoziare prezzi più convenienti per i medicinali». Le riposte ai nuovi pericoli: soft e hard power «Kennedy modernizzò la nostra dottrina militare, rese più solide le nostre forze convenzionali e creò i Corpi della Pace e l’Alleanza per il Progresso. Loro usarono la nostra forza per mostrare, ovunque nel mondo, la faccia migliore dell’America. Oggi siamo di nuovo chiamati a fornire una leadership carismatica. Le minacce di questo secolo sono almeno tanto pericolose in qualche misura più complesse - di quelle che abbiamo affrontato nel passato. Nascono dalle armi di distruzione di massa e dal terrorismo globale che risponde all’alienazione o alla percezione dell’ingiustizia col nichilismo assassino (...) Una forte potenza militare è, più di ogni altra cosa, necessaria per sostenere la pace.

Sfortunatamente l’Esercito Usa e il Corpo dei Marines, secondo i nostri vertici militari, stanno attraversando una crisi (...) Dobbiamo sfruttare questa fase per ricostruire la nostra forza militare e preparare le missioni per il futuro» Iraq e ritiro delle truppe americane «Non possiamo imporre una soluzione militare alla guerra civile tra Sunniti e Sciiti. La migliore chanche di lasciare l’Iraq un posto migliore è quella di fare pressioni sulle parti in conflitto per trovare una soluzione politica duratura. L’unica maniera per rendere efficace l’applicazione di questa spinta è cominciare a programmare il ritiro delle truppe Usa, con l’obiettivo di eliminare ogni unità combattente dall’Iraq entro il 31 marzo del 2008 – una data coerente con l’obiettivo stabilito dal gruppo di studio bipartisan sull’Iraq» A oriente di Washington «Rafforzando la Nato, dobbiamo creare nuove alleanze e parternership in altre regioni vitali. Così come la Cina cresce e Giappone e Corea del Sud si affermano, lavorerò per creare un più efficace quadro politico in Asia, per poter andare oltre gli accordi bilaterali, i summit occasionali e le transazioni ad hoc, come il “Six-party talks” sulla Corea del Nord (...) Incoraggerò la Cina, affinché giochi un ruolo responsabile, come potenza emergente. Noi saremo in competizione con Pechino in alcuni settori e coopereremo in altri (...) La Cina presto soppianterà gli Usa, come primo produttore di gas serra. Lo sviluppo di energia pulita deve essere al centro della nostra politica nelle relazioni con le maggiori potenze europee ed asiatiche. Investirò nelle tecnologie pulite ed efficienti in patria, usando la nostra politica d’assistenza e di supporto all’export per aiutare i paesi in via di sviluppo a saltare la fase di sviluppo basata sull’utilizzo dei carbonfossili». Exporting opportunity Nel mondo islamico e oltre, per combattere i terroristi profeti della paura serve molto di più che lezioni sulla democrazia (...) L’America deve fare tutto il possibile per esportare opportunità. – accesso allo studio e alla salvaguardia della salute, commercio e investimenti – e fornire quel tipo di supporto, per i politici riformatori e la società civile, che ha reso possibile la nostra vittoria durante la guerra fredda. Le nostre convinzioni si basano sulla speranza; quelle degli estremisti poggiano sulla paura. Questo è il motivo per cui possiamo – e vogliamo – vincere questa battaglia (...) Non è passato tanto tempo da quando gli agricoltori in Venezuela e Indonesia davano il benvenuto ai dottori americani nei loro villaggi, avevano appese le foto di Jfk sui muri dei loro soggiorni, da quando milioni di persone, come mio padre, aspettavano ogni giorno una lettera che gli avrebbe assicurato il privilegio di venire in America per studiare, lavorare, vivere o solo essere liberi»


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Occidente

libreria

I compagni di classe di Fidel Castro

Beirut, la città eletta un libro che apre una finestra sull’antropologia araba e islamica, quella legata al rapporto fra uomo e città. L’incipit è sull’etimologia di città, madina in arabo, che vuol dire anche «schiava», e del significato di cittadino, madani, «aggettivo con la stessa radice», come afferma l’autore, saggista e poeta libanese di origine siriana. Poesia e analisi, ragione e immaginario per intuire alcuni passaggi indispensabili per chi voglia saperne di più sull’Islam. La democrazia nasce anche sull’organizzazione dello spazio pubblico, la cittadinanza sulla coscienza del proprio ruolo all’interno di esso. È Beirut la città eletta, di qui parte Adonis per parlarci del principio di fondazione delle città. Da Roma che fu fondata sulla decapitazione di Remo, e dalla visione agostiniana della «città di Dio», costruita sulla Resurrezione, quindi sulla vita, che lo scrittore costruisce un’interessante analisi sul mondo arabo, alla ricerca dell’uomo contemporaneo. «La vocazione degli abitanti di Beirut si realizza di più nel dare la vita o la morte?». La risposta scorre tra le righe di queste pagine, fra citazioni di Roland Barthes e un’interpretazione «semiologica» di Beirut. È la simbologia dell’abitato che parla di conflitti interiori, oltre che della semplice guerra. Oggi assisteremmo a una costruzione basata sulla semplice «distruzione dello spazio», anziché su di una strategia civile ed urbanistica. Un degrado dello «spazio esterno» che conduce inevitabilmente alla dissoluzione di quello interno agli uomini. Adonis - Beirut La Non-Città Medusa Edizioni – 128 pagine – Euro 11

e memorie dei compagni di collegio di Fidel Castro, ricostruiscono mito e realtà di un personaggio che, più nel male che nel bene, avrebbe determinato un cambiamento epocale. Colegio de Dolores è la scuola gesuita di Santiago de Cuba, frequentata dal giovanissimo Fidel e dall’élite borghese e liberale dell’epoca. «Bola de Churba» era il soprannome di Castro che non disdegnava leggere Mussolini e Hitler e che, raramente, ha accennato ai tre anni passati da «dolorino», tra il 1940 e il 1942. L’autore si muove bene tra l’inchiesta e il racconto come un reporter e un romanziere. Descrive le vicende personali e politiche di molti compagni di collegio di Castro, che scelsero di stare altrove rispetto alla revolucion. Patrick Symmes - The Boys from Dolores Pantheon - 352 pagine - $ 26.95

L

È

Basta con le lezioni l’Islam cammina da solo n libro lucido a volte scomodo, a tratti non condivisibile, ma scritto da un esperto di relazioni internazionali che sicuramente pone alcune questioni non più rimandabili. È un Medio Oriente alla ricerca di una sua strada verso la modernità, la libertà, la democrazia, che potrà emergere solo quando una nuova classe dirigente riterrà queste componenti necessarie per la costruzione di una comunità rinnovata. Un Islam che dovrà vedere l’Occidente stare necessariamente «alla finestra», astenendosi dal dare lezioni che, secondo Romano, verranno sempre percepite come forme di neocolonialismo. Il progetto di formazione della categoria di cittadino, già fallito in Iraq, dovrà essere riproposto da chiunque voglia far nascere una democrazia islamica. Un percorso lungo e difficile, come lo è stato per l’Europa e per l’Occidente intero. Sergio Romano - Con gli occhi dell’Islam Longanesi – pagg. 256 – Euro 16,60

U

a cura di Pierre Chiartano

Con le idee donna Prassede si regola come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata Alessandro Manzoni

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LA FORZA

DELLE IDEE


economia

23 gennaio 2008 • pagina 17

Come il crack delle Borse mondiali può colpire l’Italia

I rischi di una Repubblica di Giancarlo Galli l moderno capitalismo ha quattro secoli di vita, e a più riprese è stato colpito da infarti, con epicentro il suo cuore, le Borse. La prima volta fu nel Seicento, ad Amsterdam, con lo scandalo sul traffico dei bulbi di tulipani. Seguirono un secolo dopo, a Parigi, le malefatte dello scozzese John Low, con le speculazioni sui titoli minerari in Luisiana e nei Mari del Sud. Ancora, i crack legati alla costruzione dei Canali di Suez e Panama. Più vicini a noi il drammatico 1929, con la recessione che ne seguì; l’illusione della New Economy, infine il terrorismo islamico, con l’attacco alle Due Torri, nel 2001. Sempre e comunque, anche se pagando prezzi altissimi, i mercati si sono ripresi. Non si tratta di un’affermazione consolatoria, bensì di una constatazione storica. Quindi, anche questa volta, sebbene nessuno possa dire quando e con quali ritmi (probabilmente fra mesi e mesi, addirittura due-tre anni, com’è nella norma dei cicli finanziari), assisteremo a un recupero dei mercati, al ritorno del risparmio azionario. Il che non esime da un severo giudizio: l’attuale débacle che ha visto in poche settimane,

I

con paurosa accelerazione nelle ultimissime ore, pesanti perdite ovunque, sembra avere origini diverse da quelle del passato. Essa va infatti ricondotta non a un evento esterno, a un’operazione sbagliata, bensì a una distorsione strutturale legata al comportamento delle banche. Così rendendo incerta e problematica la prognosi. Tentiamo di spiegare. Per loro

prima con l’intento di favorirne lo sviluppo connesso alla produzione bellica, poi per salvarle. E fu la crisi 1929-1933. Non s’è fatto tesoro di quell’esperienza, e delle tragiche ricadute politiche (“recessione” difficilmente convive con “democrazia”). Poco alla volta, specie nell’ultimo lustro, si è ricaduti nell’errore. Certo il disastro è planetario, e questo non

L’instabilità di questi giorni è dovuta alla fragilità del sistema creditizio e al suo ruolo improprio nel capitale dell’aziende. Senza alcun controllo natura le banche dovrebbero svolgere una funzione di cuscinetto: raccolta dei risparmi (in passato pure la gestione delle finanze di monarchi e principi) e convogliamento verso attività produttive. Ovvero la banca strumento dell’economia reale. In altri termini: da una parte il banchiere, dall’altra l’imprenditore e il mercante. Già dopo la Grande guerra, era accaduto che si creasse un clima di confusione.Voi banchieri entrati a vele spiegate nel capitale delle aziende,

va perso di vista; ciò nonostante quel che accade in Italia può meglio aiutare a capire. Quando si afferma che siamo divenuti, senza accorgersene, una “Repubblica fondata sulle banche” si coglie nel segno. L’intera nostra vita ruota intorno al Credito. Nel bene o nel male (da Draghi a Fazio), il Governatore della Banca d’Italia ha un peso specifico superiore a quello di ogni politico. Considerando che i “verdetti” della Banca centrale europea sono Vangeli, comprendiamo la

Jean-Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea pesantezza del condizionamento. Scendendo per i rami, le banche sono divenute nel nostro quotidiano, indispensabili al pari del fornaio e del lattaio. Ci danno la casa (mutuo), il credito al consumo e via di questo passo. Le aziende ricevono l’ossigeno. Pare un mondo armonico, quasi gioioso. Senonché sotto le vesti di fata turchina e benefica, Banche & Banchieri celano il vero intendimento: monopolizzare l’intero modello capitalistico condizionandone ogni stadio, dalla produzione al consumo. Esempio: non sorgerebbero case se il costruttore non venisse finanziato fin dall’acquisto del terreno; e non se ne venderebbero se non accadesse altrettanto per l’acquirente. Il ruolo della banca è dunque essenziale ma eccessivo e malauguratamente obliquo. Essa infatti si è posta quale principale obiettivo il suo profitto e pertanto gestirà le varie operazioni in modo da incassare le maggiori provvigioni. Non soddisfatta, per trovare il danaro necessario, trasforma con un colpo di bacchetta i crediti che ha concesso con estrema disinvoltura, in titoli da rifilare alla clientela. Come accade alle

catene di Sant’Antonio, vi è un momento nel quale la corda si spezza. E l’intera impalcatura frana. Domande. 1). Perché è stato concesso tanto spazio alle banche? 2). Perché la politica si è lasciata sottrarre le chiavi del potere? Il “caso italiano” offre intriganti risposte. Nessuno ha controllato le banche, poiché queste finanziavano, direttamente o meno, un po’ tutti. Così accade che banchieri plurincriminati possano continuare a occupare poltronissime eccellenti. A loro volta, gli industriali per reggersi nonostante le intime debolezze, si sono posti sotto tutela bancaria. In queste condizioni strutturali, l’uscita dalla crisi non sarà facile. I mali d’Italia ci accomunano ad altri Paesi, ma soffriamo l’handicap supplementare di una struttura, logorata e compromessa, che richiede d’urgenza un ricambio sia politico sia finanziario. Già negli ultimi anni abbiamo pagato questo “gap” con una crescita dell’economia nettamente inferiore alle medie mondiali ed europee. Ora se non promuoviamo, e presto, una nuova classe dirigente, rischiamo di restare invischiati nel pantano della recessione.


pagina 18 • 23 gennaio 2008

mondo

Il bisogno di energia spinge l’India a fare accordi con l’Iran. Ma Washington non gradisce.

La via del petrolio fra Teheran e Nuova Delhi di Pandu R. Kumaraswamy on l’inasprirsi delle tensioni tra Stati Uniti ed Iran, sia Washington che Teheran cercano alleati, mentre Nuova Delhi si trova tra due fuochi. Se negli ultimi anni il sodalizio tra India e Usa è andato rafforzandosi, la posizione indiana sul programma nucleare iraniano suscita apprensione alla Casa Bianca. Sia chiara una cosa: i legami esistenti tra India ed Iran vanno ben oltre le questioni energetiche, ma è esagerato affermare che il riavvicinamento tra Nuova Delhi e Teheran abbia sancito un nuovo asse indo-iraniano. La politica iraniana del governo indiano si basa su un principio cardine implicito: l’India rafforzerà i legami d’amicizia con l’Iran soltanto quando Teheran dimostrerà un atteggiamento più amichevole con i suoi vicini arabi. Negli anni Ottanta, nel momento di massimo fervore rivoluzionario, quando Teheran cercava di esportare la rivoluzione nelle vicine nazioni arabe, le autorità indiane intrattenevano con l’Iran tiepide relazioni. La fatwa pronunziata da Khomeini contro Salman Rushdie raffreddò ulteriormente i rapporti, tanto che Nuova Delhi preferì rafforzare le relazioni con Bagdad non solo perché al-

C

l’epoca l’Iraq era tra i maggiori fornitori di petrolio dell’India, ma anche perché il Partito del Congresso indiano aveva trovato nel laicismo un punto in comune con il partito Baathista iracheno. Un “sodalizio” che convinse Bagdad a sostenere la posizione indiana sul Kashmir (mentre la maggior parte dei paesi arabi si schierava con il Pakistan) e l’India ad assicurare a Saddam il suo appoggio nella lunga guerra con l’Iran. Le relazioni tra i due Paesi crollarono solo dopo l’invasione irachena del Kuwait del 1990, quando Teheran iniziò ad aprirsi al mondo esterno ed a sottolineare le divergenze esistenti con i vicini arabi in maniera più pacifica. Il governo indiano, dal canto suo, avendo perso il tradizionale sostegno sovietico dei tempi della guerra fredda ed allentato i legami con l’Iraq rivedeva la sua politica mediorientale. E se è sotto questa luce che deve essere letto lo scambio di visite ufficiali fra i due Paesi negli ultimi anni, non bisogna dimenticare che in india vive una comunità sciita seconda soltanto a quella iraniana. Detto questo è innegabile che oggi sia l’economia a guidare le danze fra i due “attori”. Nel 1991 Nuova Delhi ha abbando-

nato l’economia controllata di stile sovietico ed avviato una serie di riforme. Le liberalizzazioni avviate dall’allora ministro delle Finanze (ed attuale primo ministro) Manmohan Singh hanno dato luogo ad una crescita costante. Tanto che nel corso dell’ultimo ventennio il fabbisogno energetico è aumentato del 6% annuo. Per colmare tale lacuna è aumentata la dipendenza dall’estero. Attualmente l’India importa i due terzi circa degli idrocarburi necessari a sod-

RasGas del Qatar. In secondo luogo, Nuova Delhi ha sfruttato le sue riserve di divisa estera, pari a più di 200 miliardi di dollari, per promuovere gli investimenti all’estero di aziende indiane statali e private. E questo ha consentito alle autorità indiane di riesaminare le relazioni con l’Iran. Non solo: con l’allentarsi delle tensioni tra India e Pakistan, le autorità di Nuova Delhi hanno ripristinato i progetti per la costruzione di un gasdotto di 2.700 chilometri in

Entro vent’anni il Paese importerà l’87 per cento del greggio e questo impone al governo una strategia di lungo periodo. Che guardi oltre Ahmadinejad senza innervosire troppo gli Usa disfare il suo fabbisogno energetico. Secondo i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia di Parigi entro il 2030, l’87% del fabbisogno indiano di petrolio verrà soddisfatto dalle importazioni. Ecco perché il governo indiano ha adottato una strategia a due binari abbandonando la prassi degli approvvigionamenti ad hoc per perseguire, invece, una politica di accordi a lungo termine con i fornitori. Come l’accordo a 25 anni siglato con la

grado di trasportare il metano proveniente dall’Iran. Nonostante le trattative con le autorità iraniane fossero in corso da più di dieci anni, la proposta è entrata nel mirino statunitense solo nel 2005, quando Condoleeza Rice, durante la sua visita ufficiale in India, espresse apertamente le preoccupazioni americane riguardo al progetto. Le autorità indiane non hanno preconcetti verso l’Iran e sono sempre disposte a rivedere la propria poitica, ma le relazioni

tra i due Paesi resteranno fredde fintanto che il governo iraniano manterrà un atteggiamento conflittuale verso il resto del mondo. È questa la chiave del dilemma indiano. Sulla questione del nucleare non si tratta di scegliere tra Teheran e Washington, bensì tra un Iran belligerante ed i suoi vicini, anch’essi importanti per l’India. Infatti, considerando i 3,5 milioni di emigrati indiani che lavorano in quell’area, le relazioni con i Paesi arabi produttori di petrolio sono molto più importanti per Nuova Delhi di quanto non lo sia l’Iran. E se da un lato le autorità indiane tengono conto delle pressioni statunitensi, dall’altro la sicurezza energetica del Paese è parimenti importante. Il governo di Teheran è il peggior nemico di se stesso e un partner inaffidabile. Forse, una volta conclusasi l’era di Ahmadinejad, le tensioni tra Iran e Paesi limitrofi si affievoliranno. A quel punto, le autorità indiane saranno interessate ad intessere relazioni con Teheran, nella misura in cui la controparte iraniana lo consentirà. (Professore di politica mediorientale alla Jawaharlal Nehru University di Nuova Delhi)


polemica

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Hanno attaccato il Papa in nome della scienza, ma non conoscono bene la storia

Professori della Sapienza, rileggetevi Galileo di Franco Cardini l punto in cui siamo nel nostro povero paese, l’unica cosa da fare a proposito del “pasticciaccio bbrutto” della mancata visita del Santo Padre all’Università di Roma 1 sarebbe stendere un velo pietoso. Dimentichiamocene. Tanto, occasioni per vergognarci dinanzi a noi stessi e al mondo ormai ne abbiamo tante: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Comunque, non si può che concordare con le nobilissime parole di Adriano Prosperi su “La Repubblica”: da questa squallida storia, che ci ha fatto cadere ancora più in basso, nessuno esce vincitore. Men che mai la manciata di docentelli che saranno probabilmente buoni ricercatori e validi insegnanti, ma che – ha ragione Massimo Cacciari – non meritano l’epiteto, a suo modo dignitoso, di “cattivi maestri”. Sono soltanto dei cretini. Così semplicemente. Cre-ti-ni. E si potrebbe chiuderla qui, se non fosse che, naturalmente, in molti hanno tirato fuori dal cilindro il solito Padre della Patria. Nella fattispecie, colui ch’è il padre delle patrie scienze, così come Dante è il padre della patria lingua e il Machiavelli – ricordate i foscoliani Sepolcri? – il padre dell’arte della patria politica. Galileo Galilei, evidentemente: martire della verità scientifica di fronte all’oscurantismo della Chiesa di Roma. Questo, almeno, il bignamesco cliché che le maestrine dalla Penna Rossa che impestano i nostri media rispolverano di tanto in tanto, nella sua ben oliata banalità. Ohibò, l’erede degl’inquisitori nel Tempio laico della scienza! Tantopiù che ormai, addosso a papa Ratzinger è stata cucita la lugubre livrea del reazionario passatista: e chi gliela toglie più? Giorni fa, Benedetto XVI celebrò messa nella Cappella Sistina, secondo il rito conciliare ma servendosi del vecchio altare addossato alla parete: una scelta che non c’è barba di norma del Vaticano II ad aver proibito. Ebbene, si è detto – naturalmente – che il papa “dava le spalle al popolo”. A nessuno è venuto in mente che è dai tempi del biblico Esodo che il popolo del Dio d’Abramo

A

prega così, offrendo al Signore un sacrificio comunitario che viene presentato dal più degno. Il quale non dà affatto le spalle al suo popolo: ma ne è il primo, lo guida al cospetto di Dio, e gli altri lo seguono nell’omaggio. Questo era anche il senso del vecchio rito nella Chiesa cattolica. Non c’è quindi da stupirsi se qualcuno si è richiamato a Galileo, la memoria del quale sarebbe stata offesa dalla presenza del successore di chi lo ha processato e condannato proprio in un luogo nel quale s’insegna la scienza che quella condanna cercò invano di ostacolare. Ma anche questa è una bufala: e bene ha fatto a ricordarlo proprio Giorgio Israel, grande scienziato ma certo uomo non sospettabile di filocattolicesimo, sottolineando come – al contrario di quel che pretende la “Vulgata” – già monsignor Ratzinger aveva preso el difese della memoria dello scienziato fiorentino.

Il bello è che le circostanze di quel processo sembrano essere ignorate dalla gran parte degli italiani. Proviamo a rinfrescar loro la memoria. Galileo si era sempre preoccupato di ribadire la sua fedeltà alla dottrina della Chiesa, che peraltro, in materia di leggi fisiche, non era diversa da quella sostenuta nelle Università protestanti e i cui fondamenti si trovavano in Aristotele e in Tolomeo. Egli aveva trovato un sostegno in un grande principe della Chiesa, il cardinal Roberto Bellarmino, il quale gli raccomandava di mantenersi sul prudente terreno delle ipotesi e di non far nulla che potesse venir interpretato come un’invasione della scienza naturale nel campo della teologia. Ma nel suo trattato del 1623, Il Saggiatore, ch’era pur provvisto di imprimatur (sia pur ottenuto in mo-

do non del tutto limpido), l’aristotelismo caratteristico soprattutto dei gesuiti veniva duramente attaccato; e tra il 1624 e il 1626 il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, pubblicato nel ’32 e decisamente antitolemaico, lo condusse all’arresto e alla comparizione dinanzi al Sant’Uffizio.

Lo scienziato fiorentino non fu processato perché sosteneva che la terra gira intorno al sole, ma perché alcune sue teorie mettevano in dubbio la dottrina della Chiesa sull’eucarestia. E perché aveva deciso di rendere ”troppo accessibili” le sue tesi, scrivendo in volgare (invece che in latino)

In realtà, Tolomeo e Copernico c’entrano solo fino a un certo punto. Pietro Redondi, nel suo studio su Galileo eretico pubblicato nel 1983, ha sostenuto che lo scritto galileiano che aveva condotto all’incriminazione dello scienziato non fu condannato per il suo eliocentrismo, bensì per le sue implicazioni atomistiche le quali, entrando nel delicato campo della struttura intima della materia, rischiavano di determinare un approccio ereticale al dogma della transubstanziazione e contestare pertanto la dottrina del miracolo eucaristico. E’ anche emerso da attenti studi che a determinare la condanna di cui Galileo fu oggetto concorse molto non tanto la sostanza delle sue affermazioni, quanto il modo per certi versi ambiguo, per altri presuntuoso con cui egli le difese. Sta di fatto che sia l’eliocentrismo sia l’atomismo, pur non venendo accettati dalla Chiesa del tempo né in genere dalla scienza ancora aristotelica, erano sostenuti anche da altri scienziati che facevano peraltro professione di fede cattolica – un esempio per tutti: Pierre Gassendi, vissuto tra 1592 e 1655 – e che non vennero mai disturbati. L’accanimento contro Galileo, dunque, se e nella misura in cui ci fu, non dipese tanto dalle sue tesi scientifiche quanto dal suo generale atteggiamento, sul quale si continua a discutere. Certo, come non comprendere

le sue paure, le sue esitazioni, le sue ambiguità? Il fatto è comunque che ci furono. Il Precetto del 1616, impostogli dal Bellarmino, vietava di propagandare in alcun modo le tesi di Copernico: Galileo lo conosceva ed era forse riuscito comunque ad ottenere nel 1623, con una specie di raggiro, l’imprimatur all’opera che poi gli venne rimproverata, Il Saggiatore. Sapeva bene a che cosa avrebbe potuto andar incontro: sapeva di star nella sostanza disubbidendo, anche se al processo cercò di intorbidire le acque.

Ma non basta ancora. Giorgio de Santillana ha dal canto suo suggerito, nel suo Processo a Galileo, che la vera ragione della condanna risiedesse nel fatto che il fiorentino aveva fatto conoscere nel Saggiatore le sue tesi esponendole in un modo semplice e accessibile – e per giunta nel volgare italico anziché in latino -, il che ai nostri tempi sarebbe ovvio ma ai suoi non lo era affatto: significava praticamente saltar a piè pari la fase del controllo delle autorità gerarchiche. la paura della chiesa era che si potesse in qualche modo riprodurre, in un altro contesto, quel ch’era avvenuto all’inizio del XVI secolo con la propagazione delle traduzioni volgari della Scrittura. C’erano quindi preoccupazioni dogmatiche e disciplinari, di forma e di prudenza, che ispiravano le scelte del Sant’Uffizio: è pleonastico che oggi le cose stiano del tutto altrimenti, ma sarebbe antistorico non riconoscere la fondatezza di quelle preoccupazioni dal punto di vista della Chiesa nel contesto del XVII secolo. La Chiesa calvinista aveva paura delle streghe; quella cattolica aveva paura dei “riformati”, dei protestanti; e che la scienza potesse in qualche modo offrire argomenti a chi intendeva inficiare il dogma. I troppo facili schemi del tipo Libertà versus Repressione o Fede versus Ragione o Superstizione versus Progresso non c’entrano nulla. Ma è l’ignoranza della storia che conduce a penosi e grotteschi episodi come quello della “Sapienza”.


cultura

pagina 20 • 23 gennaio 2008

Vittimismo senza azione: i lamenti di Saviano, La Capria e De Crescenzo

Intellettuali di Napoli, fughe e impotenza di Riccardo Paradisi ulla tragedia di Napoli sommersa dai rifiuti e sull’orlo del disastro sanitario e politico, gli intellettuali partenopei sono intervenuti a più riprese in queste ultime settimane. Con teorie che spesso sono sembrate ai più critici attinte dall’ampio archivio delle retoriche che affliggono da sempre il mezzogiorno d’Italia: il vittimismo, la dietrologia, un luogo comunismo disarmante. E d’altra parte ad ascoltarle come sottofondo alle immagini delle rivolte del quartiere Pianura o dei roghi che quotidianamente si accendono per le strade di Napoli, dei blocchi stradali, dei disagi drammatici che subisce la popolazione, l’idea di un ritardo storico della cultura napoletana si affaccia alla mente. Si ha la prova di come la cultura partenopea sia estranea a un pensiero attivo. Geniale nell’elaborazione critica, acutissima nella denuncia e nel racconto dei mali di Napoli, impareggiabile nella lamentazione civile venata di ironia e fatalismo, all’appuntamento con l’impegno e l’azione civile l’intellettuale napoletano non si presenta quasi mai. Come se le forche su cui furono appesi i rivoluzionari del ’99 agissero ancora da deterrente per chi osi con la ragione e l’azione sfidare a Napoli il fato o a’ mala sorte. Ci sono pagine bellissime a questo proposito in Giùnapoli di Silvio Perrella: dove la galleria della napoli artistica e intellettuale appare in tutta la sua capacità di fascinazione e afasia civile. Napoli come un binario morto della storia. Persino Roberto Saviano cui pure va riconosciuto il merito grande di aver sfidato la camorra con un libro inchiesta coraggioso e acuminato come Gomorra non ha resistito alla tentazione di calare ancora una volta la carta del vittimismo nel dibattito nazionale sui fatti di Napoli: «È anche colpa del nord Italia, dice Saviano, se Napoli è sepolta dall’immondizia», come se la cosa peggiore oggi da fare non fosse proprio questo vellicare gli istinti diffusi nella società meridionale all’alibi vittimistico. Sentimento che poi per risonanza attiva al nord simmetrici

S

pregiudizi e rozze chiusure sulle quali si alimenta peraltro quella cultura antinazionale di cui Napoli e il mezzogiorno sono le prime a subire gli effetti. Anche Raffaele La Capria non ha fatto mancare in queste settimane drammatiche il suo contributo. Sul Corriere della Sera ha scritto un lungo articolo che concentra perfettamente il repertorio al tempo stesso vittimistico e rivendicazionista dell’intellettuale napoletano. Sopra la monnezza, dice la Capria, a Napoli c’è la bellezza, una luce che ha aperto agli intellettuali e agli artisti europei una nuova visione del mondo. La musica di Pergolesi al San Carlo, quella di Paisiello e Cimarosa, Napoli è stata una capitale europea, una città cosmopolita e incompresa, piena di risorse, che «ha sette vite come le lucertole». Napoli ha conosciuto tutte le occupazioni, ricorda ancora La Capria: svevi normanni, angioini, aragonesi, spagnoli, austriaci, italiani infine, che a Napoli, sottolinea lo scrittore, sono giudicati i peggiori. Una difesa d’ufficio di

Napoli appunto, legittima, ma olografica e capace di essere irritante in quel ribadire l’italianità come una iattura, gli italiani come occupanti. Una lettura che unisce ancora oggi destre e

sinistre antirisorgimentali pronte a cavalcare ogni occasione per dimostrare che questa nazione è stata in fondo un incidente della storia. Luciano De Crescenzo infine, intervistato

la replica L’autore di ”Ferito a morte”: «Noi possiamo solo denunciare»

«Questa è una città stregata» «Si è vero molto spesso quello degli intellettuali napoletani suona come un lamento senza prospettive. Anche il mio primo articolo sul Corriere della Sera potrebbe essere letto così, per quel suo tentar di salvare l’onore napoletano contro quelli che oggi fanno la morale. Ma nel successivo, pubblicato domenica scorsa, cerco di individuare i nodi strutturali dell’emergenza Napoli». Lo scrittore Raffaele la Capria ammette che la denuncia della cultura partenopea sui mali della città è quasi sempre monca della parte propositiva. Un lamento narrativamente straordinario ma politicamente sterile. Ma che possono fare del resto gli intellettuali per Napoli, si chiede La Capria, se non denunciarne i mali? «A Napoli ci sono solo tre attori in gioco: la camorra, la classe politica e l’alta borghesia. Queste tre espressioni della società napoletana concorrono tutte, con mezzi diversi, ad un unico obiettivo: accaparrarsi il denaro pubblico. Sono tre idre che si alimentano a vicenda in un sistema di mutuo scambio e di interdipendenza continua». In questo terreno affondano le radici del male di Napoli, «una città dove a soffrire sempre è il popolo e dove nessuno è libero dal vincolo della dipendenza pubblica». Ma La Capria va oltre denuncia la condotta della classe politica che ha governato Napoli negli ultimi vent’anni senza dimenticare però che «le responsabilità sul disastro sono anche nazionali». Nessuno si senta escluso insomma.

dal Tg2, di fronte alle strade di Napoli invase dall’immondizia, dai topi e dai liquami, col rischio concreto di epidemie e con un ordine pubblico sempre più precario e minacciato ha trovato opportuno e di buon gusto mettere in forma uno dei suoi paradossi. «Sono contento che Napoli sia invasa dall’immondizia ha dichiarato De Crescenzo, perchè ai miei tempi, quando c’era la povertà, di immondizia se ne produceva poca, adesso questa quantità di rifiuti è invece segno di abbondanza». Astrazioni, vittimismi, paradossi inopportuni: solo allusioni alle responsabilità del ventennio bassoliniano, sulle vischiosità della società civile napoletana, le pigrizie, i ritardi e gli accomodamenti del suo ceto intellettuale. Per l’intellettuale partenopeo il disagio della realtà induce ancora alla fuga, all’astrazione, alla sublimazione artistico letteraria. E che cos’altro è stato il rinascimento bassoliniano d’altra parte se non una delle ultime invenzioni letterarie della borghesia intellettuale napoletana?


pagina 21 • 23 gennaio 2008

video trash Partita l’ottava edizione dell’unico prodotto multimediale italiano

Il Grande Fratello? Meglio Mastella, il Grande Marito di Angelo Crespi rmai il Grande Fratello si è insediato nel nostro immaginario collettivo, un po’ come Sanremo e Miss Italia. Quando scocca l’ora X ti stupisci che un anno è già trascorso e che ci sia ancora qualcuno disposto a scommettere sulla trasmissione. E come per Sanremo e Miss Italia, i vincitori passati sono volti sconosciuti che fatichi a ricordare. Tranne Taricone, il mitico bullo dell’esordio, per il resto il Gf concede ai concorrenti appena la celebrità per essere invitati a qualche comparsata nell’edizione successiva. Il giorno dopo la prima attesissima puntata dell’edizione 2008, neppure un quotidiano tra quelli nazionali ha riportato in prima pagina la notizia nonostante un gruppetto di facinorosi della Fiamma Tricolore avesse assaltato la bolla di vetro dove erano tenuti tre concorrenti in attesa di giudizio, e nonostante con 5 milioni e 616 mila spettatori il programma si sia attestato al 27% di share. Lo strappo di Mastella, almeno dal punto di vista mediatico, ha travolto il format di Endemol, perché in Italia non c’è nulla di più spettacolare, inverosimile e purtroppo vero, della politica. Sfido il casting del Gf a scovare personaggi del calibro dell’imperatore di Ceppaloni, o di Pecoraro Scanio, o di Bassolino, o dello stesso Prodi, grandi eredi di quella tradizione delle farse popolari che dall’atellana risalgono fino alla commedia all’italiana. Eppure, con sprezzo del ridicolo e contravvenendo alla massima di Montaigne – “quando gli uomini si riuniscono, le loro teste si restringono” – gli autori del Gf (supponiamo in numerosi riunioni) ce l’hanno messa tutta per ovviare all’invecchiamento del prodotto. Novità nella selezione dei candidati col televoto, novità nella “casa” (chi non ricorda la “s” strascicata della Bignardi) che adesso è un condominio in costruzione, novità anche nei concorrenti. In una sorta di

O

apoteosi dell’orrido - ma spesso ai vertici massimi il kitsch si avvicina al sublime – c’è un’intera famiglia segregata, gli Orlando, un barman brasiliano, un muratore, una modellina di origine inglese, altri ragazzi meno significanti, un trans di Gallarate (che in verità oggi è una bella donna di Gallarate), e per finire una tragica macchietta del “cummenda” milanese al-

Nessun format televisivo potrebbe essere più spettacolare e inverosimile della saga di Ceppaloni. E nessun casting potrà mai scovare personaggi come Pecoraro Scanio o Bassolino, veri eredi della grande tradizione della farsa popolare la Zampetti, tale Roberto Mercadilli, che si stenta a credere reale, e purtroppo essendolo siamo costretti a non concedergli la benevolenza che si dà di solito e volentieri ai caratteristi. Per inciso qualche parola su Alessia Marcuzzi. La ricordavamo in “Colpo di Fulmine”a metà degli anni Novanta, una popputa ragazzotta, con le gambe sghembe, le orecchie leggermente a sventola, una stupenda chiostra di denti, correre per strada di qui e di lì, di una simpatia inconsapevole, una sorta di compagna di liceo o di università con la quale avresti speso volentieri un’estate in tenda, quasi raggiungibile e per questo tanto desiderata. Ed ora, come una qualsiasi velina dopo aver sposato un calciatore, divorziato, ritentato

con un calciatore, condotto il Festival bar innumerevoli volte e addirittura essersi ridotta il seno, ce la troviamo secca secca, sebbene tornitissima da palestra, tristanzuola nell’essere divertente sul modello di Simona Ventura. Ma torniamo al Gf che è rientrato nell’alveo della normalità malgrado i clamori suscitati agli inizi, quando sociologi ed epifenomenologi facevano a gara per profetizzare la fine del mondo che ne sarebbe derivata. Oggi al massimo è sufficiente un entomologo capace di osservare le interazioni sociali di insetti e blatte in cerca di fama. C’è però un risvolto industriale. Il Gf è una macchina perfetta e risulta infatti l’unico vero prodotto multimediale della nostra italietta. Sotto la sigla si radunano e collaborano vari network e aziende. Ovviamente la casa produttrice Endemol, recentemente aquistata da Mediaset, poi Mediaset che trasmette in chiaro su Canale 5 il programma con una striscia quotidiana e sul digitale Premium l’intera diretta che però è acquistabile e visibile anche in Internet (con Mediaset Rivideo), c’è ovviamente un forum tenuto da una community, si può inviare un video sul modello youtube, si può votare il concorente con un sms al costo di 1 euro in partnership con Telecom, Wodafone, Wind, in più con i tvfonini di 3 è possibile entrare nella casa direttamente dal cellulare. Quest’anno è tornato anche l’accordo con Sky che trasmette tutti i giorni una diretta di 10 ore. Un po’ come il maiale di cui non si butta niente, anche il Gf ci viene servito ciccioli compresi. Se l’idea era che noi spettatori interpretassimo il Big Brother spiando minuto per minuto i concorrenti, rischiamo che il Big Brother ci perseguiti letteralmente con ogni mezzo. Peggio del sistema inventato da Visco per estorcere le tasse. Ma di questa classe politica può essere che ce ne liberiamo presto. Il Gf invece è appena iniziato.


o pinionico m m e n t iletterep rotesteg iudizip roposteLA DOMANDA DEL GIORNO

Clemente Mastella è l’italiano medio? Chi è teatrale si nota di più, ma noi siamo solo un popolo appassionato Non si può essere così ingenerosi, dunque non sono d’accordo. Si è ingenerosi con gli italiani, nel momento in cui si afferma che Clemente Mastella ne rappresenta bene il prototipo. L’ex ministro evoca secondo me uno stereotipo che è solo uno dei tanti: quello dell’italiano ”teatrale”. Drammatizza tutto o trasforma tutto in farsa. Questo modello ha un vantaggio rispetto agli altri in termini di visibilità, come è ovvio. Si fa notare di più, e visto che è abbastanza diffuso soprattutto tra gli italiani del Sud, finisce per sembrare il tipo prevalente. Se si potesse davvero fare una statistica scopriremmo che l’italiano medio è passionale, certo, ma non necessariamente teatrale e incline all’esibizione. Non ho nulla contro questa particolare figura né contro Mastella, che la incarna alla perfezione. Capisco d’altra parte perché vi sia venuta in mente la domanda: molti sono davvero convinti che l’italiano sia un esibizionista che drammatizza sempre tutto. Il punto è che la convinzione è diffusa innanzitutto perché chi drammatizza i toni ruba spazio agli altri. E in subordine per un gioco di specchi riflessi. Da lontano, dall’estero per esempio, capita ancora più spesso che il ”tipo-Mastella” venga considerato prototipo dell’Italia. Gli anglosassoni, gli europei e gli americani in generale, meglio, ci vedono soprattutto così. E come spesso capita, noi riacquisiamo con un processo di ritorno la visione di noi stessi che ci trasmettono gli estranei. Un peccato, e forse un buon lavoro da fare nella società italiana dovrebbe partire proprio da questo principio: fare in modo che i ”teatranti” diventino sempre meno padroni della scena e la lascino agli appassionati sì, ma seri. Francesco Balli Se Clemente Mastella è censurato dalla sinistra che lottizza Infuria su tutti i mezzi di comunicazione la ”questione Mastella e signora”. Come dire, nomine per raccomandazione. Nel caso, raccomandazioni politiche. Ma dove sono novità e scandalo? Non si tratta forse di una questione tutta italiana, e forse non solo? Intanto, già da più parti - da ultimo la dichiarazione del senatore Dini - si ammette che non sembrano emergere responsabilità penali. E poi il senatore Mastella non è forse il tipico italiano medio

(meglio politico medio) convinto che sia ”normale” agevolare e possibilmente incrementare il proprio bacino di influenza facendo favori? Ma tutti gli altri politici e non - cosa fanno di diverso? Non voglio difendere il Mastella (anzi, che viva la meritocrazia), ma stigmatizzare l’ipocrisia dei vari censori, soprattutto quelli di sinistra, che della lottizzazione hanno da sempre il copyrigth. Cordialità. Giulio Imbonati L’italiano medio non ha il potere (e gli indennizzi) del senatore Clemente No, l’ex Guardasigilli non è l’italiano medio. Perché l’italiano medio non percepisce indennizzi parlamentari, non va in giro in auto blu, non può difendersi dalla magistratura in modo soffice dalla Camera dei Deputati. Clemente Mastella è semplicemente un esponente ”morbido” di quegli italiani ”morbidi” che godono di privilegi e possono fare quel che vogliono. Basta con questa commozione e questa sdolcinatissima solidarietà. Lorenzo Romano Malanni di stagione/1 Domanda mal formulata: Clemente Mastella non è l’“italiano medio”. Semmai è l’“italiano mediocre”. E in una delle sue versioni peggiori, per giunta. Come tantissimi altri suoi colleghi, è allo stesso tempo il prodotto di un sistema di potere preesistente e la causa del suo ulteriore scadimento politico e morale. Mastella è il prototipo di chi si guarda intorno e ha come solo scopo quello di imparare a puntino le regole del gioco (si fa per dire “regole”: meglio chiamarli “trucchi”), sì da utilizzarle a proprio vantaggio, come un’aspirina effervescente che rimetta a posto un malanno di stagione. E prova ne è l’assoluta tranquillità con cui, nei giorni scorsi, ha replicato a chi lo accusava di praticare largamente la raccomandazione e, quindi, il “voto di scambio”: ”Embè? – ha detto lui – la politica è questa, la politica si fa così”. Sbagliato Clemente: questa è la politica che hai imparato tu. Dalla vecchia Dc, guarda caso. Marco Lambertini Malanni di stagione/2 In medio stat virus Nina Ghigliottina

LA DOMANDA DI DOMANI

Crisi di maggioranza, si andrà o no al voto? Rispondete con una email a lettere@liberal.it

Mastella politico medio? Colpa degli italiani medi Mastella ha utilizzato la sua posizione per favorire se stesso, la sua famiglia e i suoi conoscenti. A quanti altri politici (ma non solo) si potrebbe muovere la stessa accusa? E soprattutto, chi permette a una classe politica del genere di governare impunita? Il vero problema è che tra qualche mese nessuno se ne ricorderà più. L’italiano medio si preoccupa se il proprio ministro della Giustizia è indagato per sette capi di accusa (tra cui tentata concussione e concorso in associazione a delinquere), esattamente come di occupa del nuovo amanta della soubrettina di turno. L’italiano medio si accorge delle cose che gli accadono intorno solo se riguardano qualche personaggio famoso finito qualche volta in televisione, o se riguardano il suo piccolo mondo individuale. E in questo Mastella è il perfetto italiano medio: pronto a passare sopra tutto e sopra tutti pur di favorire se stesso, la sua famiglia e i suoi amici. Poco importa se, come ministro, aveva la responsabilità di un intero Paese. Forse quello che tutti gli italiani dovrebbero capire è che sarebbe meglio interessarsi di più a quello che succede alla nostra nazione, magari facendo maggiore attenzione nella scelta della propria classe dirigente. Antonio Blocco Mastella si integra nell’Italia dimentica del popolo L’Italia è un Paese strano. Un capo della polizia viene cacciato perché ha detto le bugie sul G8 di Genova e subito dopo viene reintegrato al ministero. Ora fa il ”commissario della monnezza”. Un democristiano arriva nella Seconda Repubblica con il centrodestra, poi tradisce. Fino a qualche giorno fa faceva il Guardasigilli, oggi è diventato il paladino della libertà d’opinione e di credo. Mastella rientra alla perfezione nell’Italia media. Quella che va contro la legge e non paga, che dimentica il suo popolo e i suoi figli, che non sanno più come fare per trovare lavoro e vengono definiti bamboccioni. Ma gli italiani,quelli veri, non ne possono più. Di Mastella, degli stipendi minimi, delle

QUI LO DICO Raul Bova è un attempato quarantenne, lei, la debuttante Michela Quattrociocche, una scolaretta che ha come colore preferito il brizzolato. Angustiati dalle rispettive vicende sentimentali, si innamorano. Questa, a voler essere prolissi, la trama di Scusa ma ti chiamo amore. Non ancora uscito nelle sale, il nuovo film di Moccia ha già sollevato un vespaio di polemiche dopo la proiezione in un liceo romano. Per nulla intimorito dall’accoglienza ostile che i genitori potrebbero riservare alla pellicola, il profeta dei Parioli ha ribadito che l’amore trionfa su qualunque differenza d’età. Il problema è che sotto i sedici, scusarsi non basta.

pensioni che scompariranno, delle polemiche politiche inutili. Alessandra Pruzzo Cambi di residenza Caro direttore, ma secondo lei Clemente Mastella potrà servirsi dell’aereo di Stato almeno per autoesiliarsi ad Hammamet? Con stima illiberale. Anita Livraghi Se potessero avere 1.000 euro al mese... Mastella sì, Mastella no. Elezioni sì, elezioni no. Ma è così tanto difficile tendere a fare il bene della Nazione senza pensare al proprio tornaconto? Ecco, banale. Ma in fondo è questa la soluzione a gran parte dei mali della politica. Per capire meglio le priorità (altro che legge elettorale), consiglierei a Clemente, ma anche a molti altri parlamentari e senatori, un po’ di ”sani” precariato, disoccupazione, lavoro a termine e perché no, una vita con 1000 euro al mese. Magari dai quali detrarre il mutuo e le spese di tutti i giorni. C’è dissapore generale. Cordialmente. Livio Bonanni

dai circoli liberal IL MANIFESTO DEI VALORI, L’IDENTITA’ E LA MISSIONE DEI CIRCOLI LIBERAL “Con questo manifesto intendiamo rivolgerci a chi, come noi, ritiene necessario aprire una nuova stagione di impegno, da cristiani e da liberali, nella politica italiana”. Sono queste le parole con cui il presidente, onorevole Ferdinando Adornato, apre il manifesto dei Circoli Liberal ”liberali e popolari per il partito della liberta”. Una nuova alleanza tra cristiani e liberali, la laicità liberale, la buona politica come cura per l’antipolitica, non solo per vincere ma anche per governare con la qualità, l’unità e la chiarezza di idee necessarie ad un paese “malato”come il nostro. Un Paese dove la maggioranza del popolo italiano, ha da tempo prima degli addetti ai lavori sfiduciato il governo delle tasse, Prodi e la sinistra che sono oramai minoranza nel Paese. È arrivata dunque l’ora di affermare le ragioni di una nuova e buona stagione politica. Di modenizzare il Paese in senso liberale e solidale, ponendo ed affrontando delle priorità come: la riduzione delle tasse, il risanamento finanziario, il ripristino della legalità unitamente alla certezza del diritto, il rilancio della scuola, della ricerca e non da ultimo, una nuova politica ambientale ed

energetica. La piena attuazione del principio di sussidarietà come modello organizzativo del welfare per risolvere la questione meridionale e così fino al cambiamento dell’atteggiamento dell’insieme del sistema e delle classi dirigenti rispetto alle reali esigenze e condizioni del Paese. Un grande partito dei moderati, legato al Ppe, attraverso il rilancio della costituente: partiti e circoli insieme, per non confondere e garantire al popolo del centrodestra italiano la continuità della propria esperienza politica e culturale. Una carta dei valori cui aggiungere la “carta delle regole”, così come si addice ad un grande soggetto politico moderno, aperto e flessibile. Insomma, non un partito di apparati ma un partito di idee, un partito di buon governo a tutti i livelli. I Circoli Liberal, fin dalla loro fondazione, si battono per raggiungere questo grande traguardo. Ed ecco perché oggi diventano soggetto politico e movimento trasversale del centrodestra, senza sentire il bisogno di costruire un altro partito, ma un nuovo e più esteso movimento del centrodestra, cristiano, liberale, riformista, che attraversi, contamini e coinvolga i diversi partiti per costruire un solo grande partito italiano del Ppe. Sentiamo insomma, oggi come ieri, per le stesse ragioni

di ripetere l’appello” ai liberi e forti” di don Luigi Sturzo. L’esigenza di far pesare insieme le nostre idee e organizzarle sul territorio in un momento decisivo della storia del centrodestra e della politica italiana. Chiediamo perciò alle donne e agli uomini del centrodestra di aiutarci a far vincere le nostre idee nella società e nella politica italiana, aderendo e sostenendo attivamente l’azione dei Circoli e del nostro quotidiano. Con viva cordialità. Vincenzo Inverso SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

APPUNTAMENTI BARI - 28 GENNAIO 2008 Aula Aldo Moro - Facoltà di Giurisprudenza piazza Cesare Battisti 1 Presentazione del libro ”Fede e Libertà”, di Ferdinando Adornato e Rino Fisichella ROMA - 31 GENNAIO-1-2 FEBBRAIO 2008 Università Lateranense, Tempio di Adriano, Palazzo dei Congressi Meeting internazionale ”Cambio di stagione: 1968-2008, quarant’anni dopo”


o pinionico m m e n t iletterep rotesteg iudizip roposteLETTERA DALLA STORIA

Sotto il sole del Genio italiano llustre signore, quando ne le passate sere d’inverno leggevo avidamente i suoi bei versi, e gli ammiravo dal profondo dell’animo, e sentivo il cuore battermi forte di affetti nuovi e liberi, mi venne molte volte il desiderio di scriverle una letterina in cui si racchiudessero tutti questi sentimenti e questi palpiti giovanili. Prendevo il foglietto e la penna, ed ascoltando la voce gentile dell’anima tiravo giù le prime righe con una furia e un ardore indicibili; ma nel voltar pagina mi assalivano a un tratto cento curiosi pensieri che mi costringevano a smettere, ed a scuotere la testa come per dire: che gran sciocco son io! Io le parlo co’l cuore su le labbra, e sento dentro di me una commozione vivissima, e mi trema la mano nel vergar queste righe. Io voglio seguire le sue orme: voglio anch’io combattere coraggiosamente per questa scuola che chiamano nuova, e che è destinata a vedere trionfi ben diversi da quelli della chiesa e della scuola di Manzoni; anch’io mi sento nel cervello una scintilla di genio battagliero, che mi scuote tutte le fibre, e mi mette nell’anima una smania tormentosa di gloria e di pugne; anch’io voglio consacrare a l’arte vera i baleni più fulgidi del mio ingegno, le forze più potenti della mia vita, i palpiti più santi del mio cuore, i miei sogni d’oro, le mie aspirazioni giovanili, le tremende amarezze, le gioie supreme. E voglio combattere al suo fianco, o Poeta! Ma dove mi trasporta l’ardore? Mi perdoni signore, e pensi che io ho sedici anni e che son nato sotto il sole degli Abruzzi.

I

Gabriele D’Annunzio a Giosuè Carducci

Bassolino, Mastella e le affinità elettive Non m’interessa capire se Mastella in qualche modo mi somigli (in quanto italiano medio intendo). Né in fondo mi importa sapere cosa avrebbero detto nel centrosinistra se al posto di Bassolino, forse lui sì, italiano medio, si fosse trovato un presidente di Regione proveniente dal centrodestra. Vorrei sapere piuttosto se un qualsiasi Governatore, nei panni di Bassolino, con due suoi assessori indagati e sullo sfondo la miseria maleodorante dei rifiuti non smaltiti – per tacer d’altro – non avrebbe il dovere morale di farsi da parte. Proprio come l’ex ministro Clemente. Cordialità. Camillo Leonardi

Povera Patria, schiacciata dagli abusi del potere Ma sì, Mastella è l’italiano medio. Ed è incredibile constatare come ci sia davvero una specie di ”cittadino italico”che si commuove per le vicende della signora Lonardo, che è sinceramente interessato ad una nuova ”balena bianca”, che si sdegna se a pagare sono persone che hanno modo di parlare alla Nazione dagli scranni del governo. Ma dov’è l’indignazione popolare (e non) per perquisizioni, intercettazioni telefoniche e avvisi di garanzia di ogni genere che colpiscono noialtri italiani medi, magari colpevoli solo di tifare per

di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Gennaro Malgieri, Paolo Messa Ufficio centrale Andrea Mancia (vicedirettore) Franco Insardà (caporedattore) Luisa Arezzo Gloria Piccioni Nicola Procaccini (vice capo redattore) Stefano Zaccagnini (grafica)

una squadra o di lottare per un ideale politico? ”Povera Patria... schiacciata dagli abusi del potere”. Augusto Curino

Il fu Guardasigilli, vittima del teatrino che gli si è scatenato tutt’intorno Mastella si dimette? Ma no, impossibile, è un democristiano vero, non lascerebbe mai la poltrona. L’Udeur toglie l’appoggio al governo? Ma no, impensabile, il ”partito del campanile” è la tipica formazione che si piazza proprio lì dove c’è il potere. E invece no. Sembrerebbe davvero il contrario. Mastella e l’Udeur l’hanno fatta grossa al povero Prodi e a quello che rimane in piedi dell’ex maggioranza di centrosinistra. Il fu Guardasigilli questa volta si è comportato con un minimo di

dignità, strana cosa che l’ha fatto uscire dal computo degli “italiani medi”. Peccato per il teatrino che si è scatenato tutt’intorno. Un sistema politico di uomini piccoli piccoli che cercano di conservare loro stessi. Sempre e comunque. Tanto da far dire a Prodi di “essere orgoglioso” del proprio esecutivo. Tanto da far pensare a qualcuno che anche questa volta ce la farà a rimanere in piedi. Poca importa se non ha più la maggioranza e il governo si sta sgretolando. Intanto gli uomini piccoli piccoli continueranno a fare il male dell’Italia. Oggi è proprio notte fonda. E le luci dell’aurora tardano ad arrivare. Lavinia Imperatore

Chi come lui rotea gli occhi ad ogni domanda non può essere in buona fede Una sommessa proposta. Ho studiato un po’ di tecniche di comunicazione e ho appreso che, per valutare una persona, non ci si deve limitare a ciò che essa dice (“comunicazione verbale”) ma alle espressioni del viso, in particolare degli occhi, alla postura del corpo (“comunicazione non verbale”). Ecco, non credete che sarebbe interessante aprire una vera e propria rubrica – ovviamente affidata a uno o più esperti – nella quale si esaminano i messaggi “non verbali”trasmessi dai vari politici e dagli altri personaggi che influiscono maggiormente sulla nostra vita collettiva? Prendete Mastella. Lo vedevo la sera di lunedì a “Porta a porta”e mi chiedevo chi mai, a meno di essere fatto della sua medesima pasta, può credere che sia davvero in buona fede. Gli fanno domande precise e lui rotea gli occhi come un bambino che intravede la possibilità di una punizione e cerca di scamparla, mostrandosi sorpreso che qualcuno lo ritenga colpevole dell’ennesima marachella. Quanto alla domanda se Mastella sia l’italiano medio, non saprei. Se mi guardo intorno mi viene da dire di sì. Però, ostinatamente,spero di no. Ferruccio Benvenuti

Dio preferisce le persone di aspetto comune; perciò ne fa tante. ABRHAM LINCOLN

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Antonella Giuli, Francesco Lo Dico, Errico Novi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria), Susanna Turco Inserti & Supplementi NORDSUD (Enrico Cisnetto, Francesco Pacifico) OCCIDENTE (Luisa Arezzo e Enrico Singer) SOCRATE (Gabriella Mecucci) CARTE (Andrea Mancia) ILCREATO (Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi) MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton Mauro Canali, Franco Cardini, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale,

Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Giancristiano Desiderio, Alex De Gregorio,Gianfranco De Turris, Luca Doninelli, Pier Mario Fasanotti, Aldo Forbice, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Alberto Indelicato, Giorgio Israel, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Adriano Mazzoletti, Angelo Mellone, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Andrea Nativi, Ernst Nolte, Michele Nones, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrino, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Carlo Ripa di Meana, Claudio Risé, Eugenia Roccella, Carlo Secchi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

il meglio di UN PREMIER AUTISTICO Lunedì mattina non erano in pochi, nel mondo politico e mediatico, coloro che puntavano ancora una volta sul proverbiale fattore “C”di cui ha beneficiato, a dispetto di tutti (soprattutto degli Italiani), Romano Prodi. (…) Le cose invece sono precipitate per cui, non solo la giunta ha respinto le assurde istanze dei ricorrenti, ma è pure arrivato il colpo di grazia col ritiro della fiducia di Clemente Mastella che ha decretato la crisi di governo! (…) Il rischio che di fronte a una richiesta di fiducia questa gli venga accordata esiste e l’attuale agonia istituzionale si potrebbe quindi protrarre pericolosamente, a meno che un numero congruo di alleati non decida di uscire da questa forma di autismo di cui è affetto questo esecutivo, sempre più arroccato nel Palazzo sordo e cieco a tutto. (…) Nell’intervento che ha svolto a Montecitorio questo premierMagoo ha confermato di non essere in grado di vedere la condizione disastrosa nella quale ha gettato l’Italia e procede come se nulla fosse, nonostante intorno a lui e contro di lui cresca il disprezzo della popolazione certificato persino dall’Eurispes proprio ieri (…). Perla Scandinava perlascandinava.wordpress.com LA CRISI DI PRODI RINSALDA L’ALLEANZA TRA FINI E BERLUSCONI L’accelerazione verso le urne fa bene al centrodestra. E riscalda il clima gelido che la rivoluzione del predellino aveva fatto scendere tra i due maggiori alleati della Casa della Libertà. Se si andrà alle elezioni anticipate con l’attuale legge elettorale, il centrodestra andrà unito con Berlusconi candidato premier. Lo dicono quasi in coro Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Dice il Cavaliere: “Se si andrà ad elezioni anticipate ci presenteremo con il Partito del popolo della libertà che negli ultimi sondaggi prima di Natale viene dato al 40%. Ci presenteremo con il Pdl che sarà alleato con gli altri partiti che non vorranno entrarci. Il centrodestra sarà unito perché non ci sono mai state divisioni sul programma né sui valori che sono quelli della libertà e dell’Occidente. Di certo, prima di affrontare le urne il programma

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del cosiddetto ’blocco liberale’ andrà ”aggiornato” per poter garantire ”la libertà dei cittadini oggi minacciata, ridurre le spese dello Stato per ridurre le imposte, rilanciare l’edilizia per quelle famiglie che non hanno la casa di proprietà”. Dice Gianfranco Fini: “Con questa legge non c’è dubbio che andremo alle elezioni tutti insieme come alleati”. Ai giornalisti che gli chiedono se il candidato premier della Cdl sarà ancora una volta Berlusconi, Fini risponde annuendo: “Certo, è ovvio...”. Una via obbligata. A meno che non si punti da un lato o dall’altro al suicidio politico. Krillix krillix.ilcannocchiale.it MASTELLA È ROCK! Il Paese accoglie con dolore la notizia del termine di una esperienza di Governo che aveva unito la nazione, convincendo un po’ tutti. Scene di giubilo per le strade. Suonate di clacson! Questa sinistra al Governo è riuscita nello straordinario risultato, in due anni, di far circolare per il Paese più munnezza che denaro, nessuno di noi poteva sapere con certezza cosa aspettarsi del domani. Nomadi che uccidono innocenti in mezzo alla strada agli arresti domiciliari. Generali della GdF trattati come commessi. Un Ministro degli Esteri a spasso per le strade a braccetto con chi orgoglioso dichiara di detenere teste, membra, dita, gambe di esseri umani. Tasse, tasse bellissime, gabelline da sballo, impostucce accattivanti, impostone per bamboccioni che osano entrare nel mondo del lavoro. Why Not no. Le donne del Cavaliere sì. Bruti Liberati dall’Anm alla Procura di Milano per insabbiare Unipol. Di tutto di più. Ma no, no, tra qualche mese scopriremo di aver sognato: no, non erano tasse, non erano loro che dicevano non le avrebbero aumentate era qualcun altro con Hezbollah, era nessuno, erano tutti ed era già colpa di Mastella, tutto quanto. Anch’esso (incredibilmente) a questo punto passibile di essere etichettato come ’vittima’. Altro che Prodi! Mastella era Rock e Celentano non se ne era neanche accorto! Roark roark-howardroark.blogspot.com

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2008_01_23