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INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

Gran finale di stagione con “City Island”

SEGRETI DI FAMIGLIA di Anselma Dell’Olio

ity Island è una delizia di opera indipendente; ha vinto il Premio del ranti di pesce (specialità astice al pomodoro e minestra di ostriche), tea room È Pubblico al Tribeca Film Festival nel 2009, ed è l’ultimo film dele piccole botteghe di antiquariato. Popolata da una grande comunità itaun film la stagione da non perdere. È una commedia famigliare che lo-americana, collegata via ponte con l’isola-madre di Manhattan, ruota intorno alla famiglia Rizzo, che da tre generaziol’indigeno Raymond De Felitta vi ha ambientato la sua storia delizioso da non ni risiede nell’anomalo quartiere del Bronx che si trova in di una sconocchiata, riottosa famiglia disfunzionale piena perdere quello di Raymond mezzo a Long Island Sound, più simile a un isolotto di segreti. Il capofamiglia Vince Rizzo è una guardia De Felitta, bravo autore dei pescatori del New England che al famigeracarceraria («Agente di custodia, prego», corregto borough della metropoli al quale apparge sempre, inutilmente). Vince è Andy Garindipendente amato da pubblico e critica cia, l’attore cubano americano che spesso intiene per ragioni amministrative. «The ma poco sostenuto nei finanziamenti terpreta parti di italo-americano (Il padrino III di Bronx? No thonx!», motteggiava il celebre versae nella distribuzione. Un intricato Francis Coppola, Gli intoccabili di Brian DePalma e tore umorista Ogden Nash, collaboratore del New Yorker e paroliere di un musical su Kurt Weill. Varrebbe la Ocean’s 11, 12 e 13 di Steven Soderbergh). Vince è il marito e divertente intreccio pena di vedere City Island solo per scoprire questa simpatica cudi Joyce, centralinista in uno studio legale, brava madre e mocon un ottimo riosità geografica semi-sconosciuta, dal nome città-isola, che pare un glie, molto suscettibile e sospettosa da quando il marito è spesso fuocast ossimoro. Grande un miglio quadrato, la main street conta numerosi ristori casa e la trascura.

C

Parola chiave Cratocrazia di Franco Ricordi Rileggendo Parise del “Prete bello” di Leone Piccioni

NELLA PAGINA DI POESIA

Gli incantesimi di Stevenson, nostro fratello di Roberto Mussapi

Il Signore del Kalevala di Marco Respinti La petite musique del Maestro Céline di Pier Mario Fasanotti

Capolavori dimenticati del nostro Novecento di Marco Vallora


segreti di

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gno erotico è di foraggiare una cicciona. Fuma di nascosto pure lui. La sorella Vivian torna a casa per le vacanze estive, ma senza dire che non frequenta più l’università perché ha perso la borsa di studio per infrazione delle regole, né che lavora come lap dancer e spogliarellista in un locale per soli uomini. Spera così di risparmiare abbastanza da pagarsi gli studi da sola. E volete che non fumi di nascosto pure lei? La giovane Garcia-Lordo è figlia di Andy, il quale dice di essere fuggito dal set quando la figlia discinta girava le scene scabrose.

Lei non crede alla balla delle partite di poker, convinta che Vince la tradisca. Joyce è la ben ritrovata Juliana Margfulies, la premiata attrice della serie E.R., amata per la sua interpretazione di Carol Hathaway, infermiera dalla massa di riccioli corvini con una turbolenta storia d’amore con il medico Doug Ross (George Clooney). In City Island è quasi irriconoscibile, molto truccata e con una parrucca mora liscia. Vinnie Jr. è Ezra Miller, visto spesso in ruoli di liceale in preda a confusione ormonale. Si è fatto notare nel suo debutto Afterschool, opera prima di Antonio Campos (Tribeca 2008) e in Beware the Gonzo (Tribeca 2010). Ha fatto molta tv di qualità (Californication, Law & Order: Special Victims’ Unit) e nella prossima stagione sarà il protagonista di We have to talk about Kevin, opera molto attesa di Lynne Ramsay (Morvern Callar, Ratcatcher) con Tilda Swinton. Vivian Rizzo (Dominik Garcia-Lordo) completa il quadretto famigliare; ventenne universitaria con borsa di studio, sarà la prima della famiglia a laurearsi. Ha un segreto inconfessabile, come tutti. È vero, Vinnie non gioca a poker come racconta alla moglie, ma la tradisce non con una donna ma con lezioni di recitazione a Manhattan. Il suo professore è il sempre magnifico e spiritosissimo Alan Arkin (Little Miss Sunshine, Comma 22, Havana, Gattaca). Attori, registi o aspiranti tali non devono perdere le scene delle sue classi serali. Chi ha frequentato corsi del genere, si contorcerà dalle risate. De Felitta propone con conoscenza di causa vezzi, pretese e delusioni del mestiere. Impagabile la scena in cui Vince, che vuole realizzare il suo sogno di recitare, trova la forza di andare a un’audizione aperta per il ruolo di un tipo working class in un film di Scorsese. Sussulta quando scorge il suo maestro (Arkin) disciplinatamente in fila che studia avidamente le pagine da recitare per il provino, esattamente come lui. È proprio il professore che scatena la trama, dando come compito alla classe di prendersi come partner la persona accanto, alla quale rivelare la vicenda più vergognosa, più imbarazzante, più taciuta della vita. Alla lezione successiva si dovrà recitare un monologo basato sul proprio segreto.

Il partner di Vince è Molly (la delicata e incisiva Emily Mortimer: Shutter Island, Match Point). Tra lei e Vince non è amore, ma simpatia e solidarietà reciproca, in cui confluisce l’energia di un’attrazione naturale ma trattenuta. Vince confessa non solo di aver nascosto le sue ambizioni artistiche a moglie e figli, ma anche di avere un figlio illegittimo,Tony Nardella (l’assai promettente e yummy Steven Strait, 10,000 B.C. e StopLoss) che ha scoperto essere detenuto nel suo carcere. Tony potrebbe avere la libertà condizionata, e scontare da uomo libero gli ultimi due anni dei cinque comminati, se un famigliare fosse disposto a prenderlo in affido a casa propria. Vince decide di fare «la buona azione», senza rivelare né al ragazzo, in carcere per furti e rapine, né tanto meno alla famiglia, che è suo figlio.Vince aveva diciannove anni durante la storia con la madre di Tony, più grande di lui e destinata a una vita in discesa; quando era rimasta incinta, lui si era eclissato senza farsi mai più rivedere. Poi aveva incontrato e sposato Joyce, l’amore della sua vita, senza aver mai trovato il modo di aprire il suo cuore sul figlio abbandonato. Non vuole nemmeno dirle che fuma ancora, dopo averle giurato di smettere.Vinnie Jr. (Miller) cova una passione ciclopica per le donne obese. Frequenta i loro siti e scopre che la sua Bbw (Big Beautiful Woman) preferita è la vicina della porta accanto, che inizia a spiare dal tetto mentre lei prepara leccornie in cucina. Il suo soanno III - numero 25 - pagina II

famiglia

CITY ISLAND GENERE COMMEDIA

REGIA RAYMOND DE FELITTA

DURATA 104 MINUTI

INTERPRETI ANDY GARCIA, STEVEN STRAIT, EMILY MORTIMER, ALAN ARKIN, JULIANNA MARGULIES, DOMINIK GARCÍA-LORIDO, EZRA MILLER, SHARON ANGELA

PRODUZIONE USA 2009 DISTRIBUZIONE MIKADO

Le danze cominciano sul serio quando Vince firma le carte per avere in affido Tony; lo porta a casa sua ammanettato, per nervosismo e paura che scappi. A Joyce spiega che il ragazzo passerà l’estate da loro a ristrutturare la vecchia rimessa-barca fatiscente, che lei minacciava di demolire se non si sbrigava a sistemarla. Tony avrà vitto, alloggio e un compenso corretto. Abbiamo raccontato solo le premesse per un film che De Felitta ricama ed elabora con humour, autorevole mestiere e il piglio di un autore che ama i suoi personaggi, con tutti i loro difetti e vergogne. Il pubblico, quando riesce a vedere i suoi film indipendenti, se ne innamora. Qualcuno ha osservato che una volta uno come De Felitta sarebbe diventato un regista di Hollywood a cui affidare quei film comico-drammatici a grosso budget con star affermate, che gratificano le platee e arricchiscono i produttori. Il primo lungometraggio, Café Society, è del 1990. Basato su un celebre scandalo sessuale newyorchese degli anni Cinquanta, in cui l’erede diseredato di un’immensa fortuna è coinvolto in un giro di prostituzione, con attori bravi come Peter Gallagher (Sex, Lies and Videotape, opera prima di Steven Soderbergh) e Laura Flynn Boyle (Twin Peaks di David Lynch), il film ha avuto buone recensioni, anche dal NewYork Times, e una distribuzione molto limitata. L’apprezzamento del pubblico e le ottime critiche per il suo secondo film non facilitano il finanziamento del lavoro successivo. Two-Family House (Premio del pubblico a Sundance 2000) è sempre la storia di un italo-americano che vive su un’altra isola accanto alla Grande Mela, Staten Island. Se Vince Rizzo sogna una carriera d’attore, Buddy Visalo aspira a una casa bifamigliare, per abitare al piano di sopra e gestire un bar al pianterreno. La moglie Estelle disapprova e gli inquilini irlandesi al piano superiore non intendono sloggiare, tanto più perché c’è un bambino in arrivo. Michael Rispoli e Katherine Narducci, star della stimata serie Hbo I Soprano, sono la coppia Visalo. Cinque anni dopo, il musicista De Felitta gira un bel documentario su un bravissimo cantante jazz d’origini italiane, conosciuto quasi unicamente da addetti ai lavori, Jackie Paris («Chet Baker moltiplicato per dieci», così lo descrive un collega). ’Tis Autumn: the Search for Jackie Paris accende i riflettori sulla carriera di un grande talento mancato; dopo i primi successi in tournée con Dizzy Gillespie e Charlie Parker, non realizza la carriera che merita, per le solite, incasinate ragioni di genio e sregolatezze. Molto lodato e poco distribuito, De Felitta ci mette un lustro a trovare i cinque milioni di dollari per girare City Island, budget assai modesto per un film americano. La storia è geniale, ben scritta e girata, e gli attori si fanno onore. Il regista gestisce bene il complesso intreccio, inclusa la scena-madre finale in cui cadono i veli di tutti. Anche Molly ha un segreto, forse il più scottante, e il modo in cui viene rivelato scopre il Dio nascosto nel cuore di questo simpatico, divertente, very satisfying film. Da vedere.


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parola chiave

26 giugno 2010 • pagina 13

CRATOCRAZIA a parola esiste già, qualcuno ne ha parlato, tuttavia non ha ancora una precisa definizione. Ma se è già stata utilizzata è anche segno che in qualche maniera è pure nell’aria, ovvero sta entrando nel nostro lessico; così cercheremo di darne una giusta visione. Letteralmente significa «potere del potere», ovvero «dei poteri». Una sorta di sovrapposizione della struttura del potere su se stesso. Chi ha il potere non sono i pochi o i molti, gli anziani o i tecnici, gli uffici o i partiti: è la stessa struttura del potere che comanda se stessa. Ma allora chi sono o chi è questa entità, questo cratos che comanda o comanderebbe oggi, rendendosi in qualche maniera autoritario? Ciò che colpisce è anzitutto l’insensata tautologia, ovvero il blocco ontologico che la stessa parola viene implicitamente a significare: cratocrazia allude anche all’impossibilità di esercitare il potere, o nella migliore delle ipotesi a una struttura del potere assolutamente o quasi del tutto bloccata da se stessa. E qui forse ci avviciniamo ulteriormente a ciò che intendiamo: cratocrazia vuol dire «blocco del potere», potere che blocca il suo stesso esercizio, o magari vive proprio di questo blocco, di questo veto continuo che impone a se stesso.

L

La cratocrazia è la tendenza inevitabile della società in questo primo scorcio del XXI secolo. Essa è la diretta conseguenza di questa nostra democrazia che annaspa, e nella quale confluiscono alla fine, in maniera inevitabile, tutte le suddette categorie: dalla tecnocrazia alla gerontocrazia, dalla burocrazia alla partitocrazia fino alla telecrazia. La cratocrazia è il risultato dell’intreccio che si è creato fra le varie strutture di potere che si sono confrontate nel nostro paese che, come noto, è stato fra i più difficili da governare negli ultimi sessant’anni in Europa. È un fenomeno solo italiano? Certo che no, ma la tendenza più evidente si è espressa in Italia. Perché? Semplice: il nostro paese è stato, fra gli europei, il più bloccato negli ultimi sessant’anni. La Democrazia cristiana e il Partito comunista (il più forte dell’Occidente) ne sono stati gli attori principali. E il risultato di tutto questo è stata la cratocrazia. Dalla connivenza, ovvero implicito accordo, fra le forze politiche di maggioranza e di opposizione, e dalla loro storica spartizione settoriale: la cultura, l’istruzione e la magistratura all’opposizione; i poteri economici, bancari e politici alla maggioranza. Ma questo sistema durato per più di mezzo secolo alla fine è imploso su se stesso, anche se per molti versi non ce ne siamo accorti. E così continuiamo ad andare avanti senza riflettere sulle deleterie conseguenze che si sono create. E se vivessimo davvero in un regime di cratocrazia? La verità è racchiusa nel-

“Potere del potere” è il suo significato letterale che nasconde però una tautologia perché allude anche all’impossibilità di esercitarlo. Un blocco che si sta imponendo globalmente su tutta l’umanità

La dittatura del compromesso di Franco Ricordi

È la tendenza inevitabile della nostra società, diretta conseguenza di una democrazia che annaspa e in cui confluiscono tutte le categorie: dalla tecnocrazia alla gerontocrazia, dalla burocrazia alla partitocrazia, alla telecrazia, in un intreccio di potere tipico di un paese difficile da governare la diretta conseguenza di quella realtà italiana che, pur non essendosi mai concretizzata, ha dominato profondamente la nostra storia dal secondo dopoguerra: il compromesso storico. La cratocrazia è l’istituzione invisibile del compromesso continuo che ci ha accompagnato per tutta la nostra vita. Non è facile capirlo: la cratocrazia si esprime infatti attraverso un condizionamento che è di «tutti e nessuno», e che da sempre ci sovrasta nella struttura sociale. La nascita, scriveva Pasolini, è tutto. È ingenuo e anche pretenzioso opporsi a essa; qualcuno ci ha forse provato? Senza dubbio: tutti coloro che hanno parlato, positivamente, di meritocrazia; l’onore al merito e quindi il governo e il

potere dei meritevoli. La cratocrazia trae la sua forza anche dalla debolezza e dalla pretenziosità di coloro che perseguono, in maniera a tratti anche pericolosa, il principio della meritocrazia. È evidente come in teoria saremmo tutti d’accordo nell’attribuire alle eccellenze meritevoli gli onori professionali di competenza; ma una simile prospettiva non tiene conto delle strutture che ci sovrastano dalla nascita: la famiglia, la società, lo Stato. In queste l’onore al merito rappresenta una percentuale assai esigua della propria organizzazione, e di fronte all’interesse delle tante associazioni e corporazioni la forza dell’individualità inevitabilmente soccombe. È così fin dalla nostra nascita, anche se noi ci sforziamo di

liberarci dalle sue tenaglie, anche se tutti vorremmo «farci da soli». E in questo modo si impone il regime cratocratico in cui viviamo, l’accettazione del senso che indica nella maniera più giusta le soluzioni ricercate. È evidente come tale politica delle relazioni sia sempre esistita, ma nella nostra epoca si è esasperata: se pertanto nella meritocrazia si vorrebbe tenere lontana la raccomandazione, ovvero l’aiuto esterno per il conseguimento dell’affermazione professionale, la cratocrazia rappresenta l’acquisizione più matura e ufficiale dell’impossibilità di tale evenienza. Una disillusione, che però a ben guardare è frutto di una più autentica visione della realtà. Le strutture esterne superano l’individuo che, come tale, non potrà mai pretendere di farne a meno, anche se in misura ridotta. Pertanto il compromesso dell’individuo nella società è inevitabile.

È evidente come in un paese debole dove la democrazia è sempre a rischio, il fattore cratocratico si imponga sempre di più. Ma questa sindrome italiana, quel compromesso che è riuscito in qualche maniera a tenere unito il nostro paese dopo la seconda guerra mondiale, si sta sempre più estendendo su scala continentale. La cratocrazia non è soltanto italiana, ma inevitabilmente europea. L’odierna Unione, che persegue soltanto la tenuta dell’euro, sta assumendo sempre più i connotati di un grande patto si stabilità che poi, immancabilmente, si ritorcerà sulle dinamiche delle singole nazioni che ne fanno parte. E questo creerà un ulteriore blocco continentale che, seppure a suo beneficio economico, provocherà una nuova congestione politico-sociale. Infine la cratocrazia si esprime e sempre più sarà riferita a un livello mondiale: per il semplice «patto di non belligeranza» (anche se qualche paese sarà escluso) che dovrà crearsi fra le nazioni del mondo, al fine di evitare la catastrofe universale. Nell’epoca in cui si sta mettendo in crisi la sopravvivenza della vita, non solo attraverso le armi di distruzione di massa ma anche le possibilità virtuali di cui «non si sa», ecco che l’umanità intera è portata a «bloccare se stessa», a preferire il male minore, a rifugiarsi in un possibile compromesso con se stessa, che peraltro salvaguardi la propria esistenza in vita. E in questo senso la cratocrazia è il pendant diretto di ciò che è stato definito globalizzazione. La possibilità di controllo del mondo, soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione di massa, a beneficio dei pochi dirigenti che saranno registi di tale operazione. Cratocrazia: blocco di potere che si sta imponendo su scala nazionale, europea e infine universale. Un compromesso storico globalizzato.


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Pop

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musica

Impariamo da Louis, IL GENIO CHE RIDE di Bruno Giurato

di Stefano Bianchi el 1978, mentre in Inghilterra il punk sbotta anarchia, al di là dell’oceano (Akron, Ohio) cinque musicisti si presentano in scena vestiti da operai/schiavi delle macchine. Muovendosi a scatti, assecondano ritmi centrifugati e cortocircuiti elettronici. Alle loro spalle, scorrono le immagini di In The Beginning Was The End: The Truth About De-Evolution, video grottesco e nichilista. La loro musica/plastilina, intreccio di pop sperimentale e voci su di giri, piace a David Bowie e a Iggy Pop. Ma è Brian Eno, alla fine, a produrre il disco d’esordio intitolato Q: Are We Not Men? A: We Are Devo!. Contraddicono la teoria di Charles Darwin, i Devo. Scandendo i principi della de-evoluzione, puntano all’essere umano che si affida alla tecnologia omologandosi, serializzandosi, automatizzandosi. È un sofisticato uomo primitivo, quello de-evoluzionista: incapace di manifestare emozioni, regredisce fino alla stupidità accompagnato da suoni che rovesciano il sistema dall’interno, anziché mordergli le caviglie come fa il punk. Demoliscono ogni cliché del rock, i Devo, a tal punto da robotizzare e destrutturare (I Can’t Get No) Satisfaction dei Rolling Stones accusandoli di avergliela copiata poiché il mondo non solo va a rotoli ma pure alla rovescia. Album dopo album (fedeli alla linea Duty Now For The Future del ’79 e New Traditionalists dell’81, da poco ristampati con un bel po’ di inediti) la band si trasforma in Devo-demenziale sostituendo l’avanguardia con un pop sintetico, di bocca buona, dalle connotazioni dance. Anno dopo anno, però, l’annunciata deevoluzione si è tradotta in realtà: alzi la mano chi non si sente schiavo di pc, smartphone, email, sms, HD, 3D… C’era una volta l’homo sapiens, oggi c’è l’homo stupidus. D’accordo: negli anni Ottanta i Devo profetizzarono il caos del Ventunesimo secolo mentre oggi somigliano a goffi personaggi d’un fantascientifico B movie. Il mondo, probabilmente, s’è mes-

N

Jazz

zapping

uardiamolo un po’ questo Genio dell’Occidente moderno con la faccia da funerale, pronto allo sbadiglio, al concetto, al tedio. Guardiamolo mentre sogna patiboli fumando il narghilè. Pensiamo ai movimenti bizzarri di un Paganini, tra il cane e l’automa come ebbe a scrivere Henrich Heine, pensiamo al vino dell’assassino di Baudelaire, alle bestemmie di Rimbaud (ma prima c’era stato l’angelo che si fa la ragazza di Blake), pensiamo in un crescendo di disperazione vampirica agli squali in formalina di Hirst, ai bambini impiccati di Cattelan. Alla faccia di Antonio Scurati in televisione. In Occidente chi vuol fare il genio deve anche fare il tenebroso, sembra che le due cose siano coessenziali. Genio e tenebra. Genio e vampiro come in The Addiction di Abel Ferrara. Il genio dell’Occidente moderno è costituzionalmente triste, forse perché a ripetere tra sé e sé la parola «io» viene fuori un raglio, come da ciuccio solitario. Ma per fortuna non c’è solo l’Occidente. Per chi coltiva nostalgie tribali, rituali, gioiose c’è questa biografia: Pops. A Life of Louis Armstrong di Terry Teachout. Dove si vede che l’inventore del jazz - giriamola, friggiamola, facciamola al sugo, ma quello è Armstrong - ebbene sì, era un tipo che esprimeva gioia. Gioia intelligente, gioia ruffiana da giullare quale era, gioia comica, gioia sardonica. Armstrong che aveva sudato nella calca dei funerali marcianti di New Orleans all’inizio del Novecento, quando tornando dal cimitero ci si scatenava in balli su tempi veloci. Armstrong che aveva imparato dal suo primo caporchestra King Oliver la massima che ci piacerebbe ripetere a ogni genio triste del palloso Occidente: Never wear the trouble in your face: «non metterti i guai in faccia».

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Devo

la colonna sonora del mondo che affonda so a correre più in fretta di quanto potessero immaginare; eppure la loro musica suona ancora moderna, lucida, amara, velenosa. Ascoltare per credere i dodici pezzi di Something For Everybody: dentro, come allora, ci sono i fratelli Mothersbaugh (Mark e Bob) e i fratelli Casale (Gerald e Bob) con l’aggiunta del batterista Josh Freese, ex Nine Inch Nails e Guns N’Roses. I Devo, come allora, sfoggiano l’energy dome (cappellino di plastica a forma di vaso rovesciato) e tutine giallo limone da laboratorio. Se li accusate di fare i catastrofisti, vi rispondono: «Siamo semplici osservatori di un mondo ridicolo. Non vogliamo spaventare nessuno, ma intrattenere tutti mentre

affondiamo. Proprio come l’orchestra del Titanic». E allora, in attesa di andare a fondo, ecco il ritmo forsennato ma orecchiabile di Fresh con l’heavy metal che prende a ceffoni l’elettronica; l’onda d’urto techno e il rap dell’altro mondo di What We Do; il technopop e le chitarre barricadere di Mind Games e Step Up; il rockabilly cibernetico di Please Baby Please e il rock & roll da science fiction di Don’t Shoot (I’m A Man). E ancora, Human Rocket che sta fra i Rockets e Sweet Dreams degli Eutythmics; Sumthin’ e Cameo, schizzate e danzerecce come certe canzoni dei B-52’s; il rock parossistico di Later Is Now; la bizzarra, cabarettistica No Place Like Home e March On, che è tutto un risuonare d’anni Ottanta. I Devo son tornati. E con loro, i seguaci sparsi in giro per il mondo. Devootes, li chiamano.Tutti insieme, appassionatamente, guardano in faccia la realtà. Devo, Something For Everybody, Warner Bros, 19,50 euro

Big Bill Broonzy e la lingua segreta del blues l 26 giugno del 1893 a Scott, piccola città rurale dello Stato del Mississippi nasceva uno dei più grandi cantanti di blues della storia, William Lee Conley Broonzy detto «Big Bill» per la sua corporatura. Figlio di una schiava scomparsa nel 1957 a centodue anni, Big Bill è stato uno dei rari cantanti di blues del primo periodo ad aver raccontato, in un libro autobiografico, la sua vita professionale iniziata a Chicago negli anni Venti e terminata, sempre a Chicago, il 14 agosto 1958. La biografia di Big Bill raccolta dallo studioso belga Yannick Brynoghe, inizia con alcune righe che fanno nascere immediatamente una grande curiosità: «Io penso - racconta - che ognuno di voi vorrebbe sapere la verità sui neri dello Stato del Mississippi, che cantano e suonano il blues. Di questi neri sono il più anziano» - quando raccontava Big Bill aveva solo ses-

I

di Adriano Mazzoletti santadue anni - «e io voglio che tutti sappiano che noi cantanti di blues del Mississippi diamo una grande importanza al nostro modo di suonare, cantare e vivere il blues». I blues di Big Bill, che ebbe l’occasione di incidere i primi dischi nel 1926 per il catalogo race records (dischi incisi da neri e distribuiti solo nei quartieri neri) della casa discografica Paramount, raccontano storie straordinarie. In molti blues e non solo in quelli di Big Bill, i testi sono spesso incomprensibili. L’utilizzo di frasi a doppio senso, di vo-

caboli con un diverso significato da quello normale sono utilizzati da tutti i cantanti di blues. Nel corso degli anni però, il significato di queste frasi e vocaboli cambia completamente. Ad esempio, quando un cantante di blues, negli anni Venti, utilizzava il vocabolo bread - che in inglese significa «pane» - intendeva parlare dell’organo sessuale femminile. Negli anni Quaranta la stessa parola significava «soldi», «danaro». Negli anni Cinquanta ad esempio, buttercup - letteralmente «tazza di burro» - significava «ragazza

innocente» o «ragazza senza esperienza». E gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Il mondo segreto del blues, il linguaggio incomprensibile ai bianchi e a volte anche agli stessi neri, sarà oggetto di un serata, esattamente quella di sabato 17 luglio, nel corso dell’annuale Torre Alfina Blues Festival che si svolgerà dal 15 al 18 nello splendido paese laziale in provincia di Viterbo. A raccontare la storia del blues e a svelare i suoi segreti sarà Mark Hanna, chitarrista e cantante che da molti anni suona e spiega i blues con un suo complesso formato da due chitarre, contrabbasso e armonica secondo lo stile classico di Big Bill, ma anche Blind Lemon Jefferson, Lonnie Johnson, Robert Johnson e di tutti i grandi bluessingers che viaggiavano, con le loro chitarre, in lungo e in largo negli Stati bagnati dal Mississippi.


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arti Mostre

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di Marco Vallora

a piacere che, in questo clima di trionfalismo del Contemporaneo spinto, con l’apertura concordata del Maxxi e poi del Macro (subito richiuso, per ultimare i lavori), anche il Novecento storico (se vogliamo romano, che tante frecce ha al proprio arco) faccia sentire, in parte, la sua flebile ma doverosa e autorevole voce. In effetti è abbastanza scandaloso che la Galleria Comunale d’Arte Moderna, che dopo molti mutamenti e traslochi era finalmente giunta nell’ex-convento delle Carmelitane scalze di via Crispi, trovatavi una sua degna ospitalità (anche se inadeguata visto che le opere di qualità, acquistate dal comune a partire dagli anni Venti, con prestigiose collaborazioni d’esperti, sono oltre cinquemila, e solo un centinaio in rotazione si potevano qui mostrare al pubblico), è dal 1995 almeno che non fa ascoltare un vagito di vitalità e addirittura dal 2003 che è chiusa, definitivamente, per una complessa vicenda di messa a norma dei locali e di solita burocrazia organizzativa. Sta di fatto che quadri bellissimi, spesso poco conosciuti o non adeguatamente studiati, da troppi anni non si possono ammirare, giacendo in una inoperosità imperdonabile. Si approfitti dunque di questa felice occasione, di fuori-uscita dal convento imbalsamato, per ammirare una settantina di opere di grande fascino, che un comitato di funzionarie della galleria, tutte al femminile, hanno scelto come campionatura del complesso secolo Novecento e come assaggio di quello che si potrà apprezzare, nell’auspicabile riapertura della Galleria stessa. Elisa Tittoni, Federica Pirani, Maria Catalano e Cinzia Virno hanno scelto, non sappiamo come spartendosi il lavoro di taglio e scelta, opere

F

renità, del ’25, che è una complessa risposta, quasi «dereniana», ai vecchi Déjeuner sur l’herbe di tradizione paraimpressionista, ma anche alle Bagnanti di Cézanne e Renoir, e ai baudleriani Luxe, calme et volupté di Matisse. Non male nemmeno la lezione della scultura del periodo, con il Pastore-capolavoro, estatico e terrestre, di Arturo Martini, un notevole esempio di bagnante di Marino, un riottoso Cavallino di Arturo Dazzi e un curioso Busto di Adolescente di Ettore Colla, benissimo tornito, ancora alla Rossellino, poco prima di passare alle vie di fatto dell’avanguardi, e alla scultura di ricupero di materiali ferrosi, da automa. L’avanguardia storica, qui, è rappresentata da un folto gruppo di futustisti, soprattutto aeropittori, con una bella invenzione grafica di apertura alare delle onde, dopo il passaggio d’un motoscafo, che porta la firma di Benedetta Cappa, moglie siciliana di Marinetti: e poi tutto il circuito d’obbligo di pittori asserviti al dogma della velocità aerea, da Gherardo Dottori, a Monachesi, da Tato a Crali, chi vedendo il mondo distorto dalla carlinga, chi lasciandosi catturare dai vortici d’una ventosità artificiale d’aeroplano, chi scendendo in picchiata, sulla pittura stessa. Ma anche il periodo decadentesimbolista mostra i suoi charmes, che sia una signora dall’abito intonato con il salotto di Amedeo Bocchi, o con un’arancia maliziosa, di Arturo Noci, tra opere di Janni e Ziveri, senza dimenticare il bellissimo-fotografico ritratto di fanciulla simbolista, di schiena, di Balla, prima d’esser travolto dal tornado futurista. E poi ancora, ovviamente, una maternità assai petrosa di Sironi, una scena di gladiatori da camera di De Chirico, pronta a entrare nella celebre stanza da pranzo del gallerista Rosenberg, e infine, sempre sottovalutato ma come sempre intrigante, Melli.

Capolavori dimenticati del nostro Novecento

Architettura

interessanti che permettono di ritracciare un ritratto dei diversi «percorsi» che hanno attraversato il Novecento, e raggrumare alcune tematiche o correnti stilistiche o periodi storici, che si dividono le varie sale del Casino dei Principi di Villa Torlonia, sede dell’Archivio della Scuola Romana, che ha ispirato anche questa bella mostra, a capitoli. Per rimanere alla Scuola Romana, un capolavoro assoluto è il visionario Cardinal Decano del ’30, di Scipione, paonazzo di malesseri crepuscolari e di sopori demonici, che ha ispirato anche il Fellini di Roma e delle sue folli sfilate cardinalizie. E

poi un bellissimo interno di donne che si spogliano, di Mafai, del ’34, veri fantasmi d’appartamento arresi alla violenza e quasi tarantolati, e un non meno bello, disassato romanzo di nudità morbosa, una palestra a firma Fausto Pirandello. Per non citare poi i paesaggi stregati di Donghi o altre liriche prove dei cosiddetti «tonalisti», gli ancora per poco figurativi Cavalli e Capogrossi, prima d’intraprendere la via del l’astrattismo segnico. Incredibile infine che non fosse mai stato mostrato a Roma, dove pure Carena ha avuto un lungo periodo di apostolato didattico, il suo bellissimo e rilassato Se-

Percorsi di arte del Novecento, Roma, Casino dei Principi di Villa Torlonia, fino al 4 luglio

Due giganti (Nervi e Morandi) alle Olimpiadi

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uest’anno ricorrono i cinquant’ anni dalle XVII Olimpiadi di Roma del 1960, un evento straordinario per la capitale che per l’occasione fu rinnovata nell’assetto urbano, estendendosi oltre il quartiere dei Parioli, verso l’area semidisabitata del Flaminio. Questa parte di città venne destinata alle attrezzature sportive e alle residenze per gli atleti: il magistrale villaggio Olimpico, un progetto corale che coinvolse maestri del calibro di Luigi Moretti e Adalberto Libera. Sotto il profilo delle grandi opere a far da protagonisti sono i due grandi ingegneri italiani del Novecento: Pier Luigi Nervi (1891-1979) e Riccardo Morandi (1902-1989), incaricati di numerosi ed eccezionali cantieri. Tra il 1957 e il 1960 Nervi, in collaborazione con altri progettisti, costruirà nella zona olimpica l’elegantissimo palazzetto dello Sport, il viadotto di Corso Francia, lo

di Marzia Marandola stadio Flaminio; mentre all’Eur innalzerà, con l’inaffondabile Marcello Piacentini, il monumentale palazzo dello Sport. Contemporaneamente Morandi realizza il cavalcavia di Corso Francia e (in collaborazione) l’avveniristico aeroporto Leonardo da Vinci a Fiumicino. La grande occasione di mostrare al mondo la sapienza e la modernità costruttiva dell’Italia è offerta dalle Olimpiadi aggiudicate alla città caput mundi, che dopo aver mancato le previste Olimpiadi del 1940, annullate a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale, diviene finalmente teatro dell’evento planetario. Mentre per le Olimpiadi del 1940 le nuove strutture erano previste ad ampliamento del complesso del foro Mussolini (oggi Italico), per il 1960 Roma appronta una straordinaria scenografia architettonica che si avvale, contemporaneamente, dei luoghi fastosi dell’antichità e di quelli tecnologicamente innovativi appena edificati. Le gare olimpiche si svolgono infatti tra le antiche terme di Caracalla e il palazzetto dello Sport, tra le solenni volte a lacuna-

ri della Basilica di Massenzio e le moderne piscine del nuoto al foro Italico. Si tratta di una scelta strategicamente dimostrativa, mirata ad attestare la forte continuità costruttiva (e di civiltà) tra la Roma imperiale e quella moderna e democratica. Nervi e Morandi sono messi a confronto e in competizione; attraverso due visioni assai diverse della progettazione strutturale i due geniali costruttori hanno esaltato con le opere per le Olimpiadi le possibilità estetiche della costruzione in calcestruzzo. Da una parte Nervi brevetta e costruisce in spessori sottili di «ferrocemento», una miscela di cemento spalmata su griglie di metallo, dall’altra Morandi persegue il primato assoluto del cemento armato precompresso, secondo un sistema personale che brevetta e utilizza in tutte le sue opere. Nervi è già un ingegnere famoso, quando Morandi, di 11 anni più giovane, entra nel mondo della costruzione. Nei cantieri per le Olimpiadi si svolge un equilibratissimo e costante confronto a distanza ravvicinata, che tuttavia non si risolverà mai in una diretta collaborazione. Agli sfaccettati apporti delle Olimpiadi del 1960 è dedicato un importante incontro internazionale: il convegno multidisciplinare, organizzato dal professor Corey Brennan, The 1960 Rome Olympics games, che si terrà dal 30 settembre al 2 ottobre 2010 all’American Academy in Rome, via Angelo Masina 5.


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il paginone

Elias Lönnrot, filologo, medico, botanico. È lui che creò a tavolino la bibbia che doveva rifondare l’orgoglio e l’identità finlandese. Quella “Terra di Kaleda”, grande poema epico solo in parte basato su testi antichi e carmi diffusi nella tradizione orale finnica, ora riproposto in una nuova traduzione italiana di Marco Respinti ei balsami il più antico è l’acqua,/ dei farmaci la schiuma della cascata,/ dei guaritori il Creatore stesso,/ dei taumaturghi Dio in persona». Così Joukahainen prega nel terzo dei runot, italianizzato in runi (canti), di cui si compone il Kalevala, il poema nazionale finnico, malinconico e a tratti tragico, psicologico ed eroico, autentico e al contempo finto. In parte, infatti, il poema raccoglie certi canti popolari diffusi nelle terre che oggi identifichiamo (più o meno) con la Finlandia, scritti, almeno in gran parte, in careliano, la variante del finnico (lingua agglutinante di ceppo uralico) parlata in un angolo conteso di terra nordica (oggi, ancora una volta, diviso fra Finlandia e Russia), «magico», «atavico», «originario».

«D

In parte invece è creazione a tavolino del filologo, medico e bota-

culturale del popolo finlandese. La sua storia è davvero importante. La nuova traduzione completa in lingua italiana e in versi poetici, curata da Marcello Ganassini, Kalevala. Il grande poema epico finlandese (Edizioni Mediteranee, Roma, 369 pagine, 24,50 euro), offre l’occasione per tornare a frequentarla. Come scrive nella Prefazione Luigi G. De Anna, filologo dell’Università di Turku, in Finlandia, l’opera di Lönnrot nasce da un bisogno preciso, fortemente avvertito nella prima metà dell’Ottocento, allorché «il movimento di identità nazionale finlandese esigeva […] un modello culturale e linguistico cui rifarsi, che diventasse il simbolo della ritrovata finnicità, ritenuta essere stata oppressa prima dall’appartenenza al regno di Svezia e, dopo il 1809, all’impero zarista». Quella che diverrà la Finlandia, infatti, era stata un po’ la Polonia del Grande Nord, anzi

forza dell’utopia armata d’imporre ai tempi umani una seconda alba, il Vecchio Continente si trovò scosso in lungo e in largo da una nuova coscienza, un po’ semplicisticamente definita romantica, ma in realtà voce di quell’insopprimibile desiderio di senso e di storia che anima gli uomini e dunque i popoli.

La Finlandia però non esisteva, e i suoi intellettuali di punta parlavano tutti svedese. Così, osserva De Anna, «un’intera classe dirigente cambiò pelle, […] mutò la propria lingua madre dallo svedese al finlandese, cambiò il proprio cognome per prenderne uno di fantasia o calcato sull’antico». Una operazione artificiale, certo, ma il riappropriarsi della memoria è sempre una costruzione volontaria. Il Kalevala, dunque, narrazione eroica ma pure «ricostruzione del cammino storico del popolo finnico»

La prima edizione uscì nel 1835, suddivisa in 32 runi, cioè più di 12 mila versi. Autentica e al contempo finta, è una grande testimonianza, nell’evo moderno, della forza suggestiva della creazione artistica nico finlandese Elias Lönnrot (1802-1884), che dunque ne figura come l’autore, il quale affermò di basarsi su alcuni cicli di carmi diffusi nella tradizione orale di quelle latitudini e resi popolari e celebri da cantastorie come Arhippa Perttunen, che si diceva ne dominasse a memoria più di mille. Il titolo significa «Terra di Kaleva», dal nome del progenitore mitologico del popolo finnico, e ancora oggi simboleggia l’unità

peggio, e cioè una terra contesa fra vicini potenti e spesso capaci di grandi rapacità, smembrata, ridotta al lumicino, i suoi territori annessi soprattutto con la forza ad altri stranieri, la sua lingua svilita e sostanzialmente cancellata, la sua peculiarità smarrita. Dopo il fallimento dell’universalismo illuminista, che durante il Settecento aveva cercato di cancellare ogni afflato identitario nei popoli d’Europa tentando con la

(De Anna), fu lo strumento che in quel preciso momento storico la nascente nazione finlandese cercava come l’aria per respirare. Scrive l’autore della Prefazione alla nuova traduzione italiana del poema che «il Kalevala non rappresenta un’operazione puramente filologica di collazione di antichi testi; anzi, in molte parti risulta essere di pugno di chi aveva trascritto quel materiale, cioè Elias Lönnrot, il quale

Il Signore aveva raccolto, grazie ai viaggi fatti in molte province della Finlandia, anche quelle più isolate, una enorme quantità di materiale epico e di materiale lirico, circa 2400 poemi per 75.000 versi complessivi. Il primo formerà il nucleo del Kalevala e il secondo della Kanteletar, raccolta di poemi lirici del popolo finnico».

Quanto, in quei versi, c’è dunque di originale e quanto di ricostruito? Domanda sbagliata, direbbero in coro i finlandesi. Infatti, «che […] il Kalevala fosse in realtà assai poco storico nella verità effettuale, poco importò ai finlandesi, pronti a credere che la loro nazione esistesse già in età antichissima, e che il suo declino

fosse dovuto proprio allo scomparire di quell’antica società, fatta di maghi dai molti incantesimi, di fabbri capaci di dar vita ai simulacri, di cavalieri terribili con i nemici e dolci con le dame». Un grande falso, insomma, ma trasparentissimo, di cui coscientemente vengono accettate le norme e le regole; non una menzogna inavvertita spacciata subdolamente per verità. Accadeva infatti che il senso comune di un popolo smembrato chiedesse in quell’istante ragione di sé e così, per iniziare a rispondersi con qualche pregnanza, esso firmò un patto non scritto che vincolava ogni singolo finlandese al suo Poeta. Lönnrot e i finlandesi si accordarono allora «giurando» di

Alcune illustrazioni del “Kalevala”, la copertina della nuova edizione italiana e di due diverse edizioni in inglese. Al centro un ritratto di Elias Lönnrot (1802-1884), filologo, medico e botanico finlandese, autore del poema anno III - numero 23 - pagina VIII


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modalità di trasmissione impediscono ai cicli gemelli, più autonomi, di allontanarsi troppo dai nuclei originali, dall’altro sono spesso costretti ad attingere a essi per restare al passo con i motivi lirici in voga».

Operazione scorretta? Niente affatto. Il narrare, tutto il narrare è costruito in questo modo, in specie quello identitario; e una narrazione che non sia identitaria, cioè riconoscibile, trasmissibile, «classica» già nel momento stesso della sua stesura, è destinata all’oblio. La letteratura che non costruisce pagine per ricostruire popoli e persone è quella che viola

tro un’ottica voluta e ampiamente intenzionale: quell’itinerarium mentis in Deo che, come il Kalevala è la costituzione letteraria della Finlandia, è la costituzione teologica della cristianità. Dietro di lui, modello anch’egli esplicito di Eliot, si staglia Virgilio (70-19 a.C.) con il suo canto supremo della latinitas, pure esso intenzionale e politico come non mai nel voler ricondurre la civiltà romana (che Eliot definirebbe forse provvidenziale) al grembo degli dèi dell’Olimpo. Per non parlare dei Lusiadi, il poema epico dello scrittore portoghese Luís Vaz de Camões (1524 ca.-1580), o di William Shakespeare (1564-1616).

Come Dante ed Eliot prima di lui, Lönnrot ha trasformato la “fictio” in mito. Un’operazione a cui si è ispirato anche Tolkien per redigere, trasfigurandolo in modo del tutto originale, il suo legendarium

e del Kalevala prestare fede ai carmi del Kalevala, di cui a tutti interessava anzitutto la verità narrativa e non principalmente la fattualità letteraria. Fra le due, infatti, può stendersi l’abisso. Ciò che è vero dentro una fictio è il costrutto coerente, il tessuto intelligibile, la cogenza delle metafore, non l’accuratezza solo materiale degli eventi narrati. Per questo il linguaggio scelto per il Kalevala è la sublimazione della storia in epica, la lettura simbolica della storia che si fa mito, l’essere le sue vicende reali in quanto vere nel significato che possiedono. A un popolo in cerca di sé, a un uomo che ricerca la propria anima, servono bibbie non enciclopedie.

La prima edizione del Kalevala, nota come Vanha Kalevala («Vecchio Kalevala»), uscì nel 1835, suddiviso in 32 runi cioè 12.078 versi. Nel 1849 ne fu pubblicata la seconda edizione definitiva, l’Uusi Kalevala («Nuovo Kalevala»), 50 runi per 22.795 versi, quella oggi riproposto integralmente anche in italiano. Ora, per l’edizione del 1835 Lönnrot

vergò una «confessione» (la intitolò Autenticità dei Runi del Kalevala) che disperse nella pagine, a tratti professorali, della sua Prefazione. Eccola, magistrale. «Queste strofe - scrive il filologo finlandese - vengono cantate ancora oggi con lo stesso scopo di un tempo in tutta la Carelia da ambo le parti del confine russo-finlandese nonché in Ingria e, localmente, in Savonia e Ostrobotnia, e nel corso del tempo è probabile che in essi come verosimilmente in altri Runi siano state aggiunte frasi e luoghi nuovi che è oramai difficile o pressoché impossibile distinguere all’interno dei canti epici originarî». Ma, aggiunge subito, «è […] preferibile tralasciare queste distinzioni e considerare tali canti come semi gettati sul terreno del racconto folcloristico, sul quale nel corso di secoli e forse millenni è germogliata e cresciuta la ricca messe di materiale lirico così come ci è pervenuta fino a oggi». La premessa, pro domo sua, è stesa; Lönnrot può procedere. «Per quanto riguarda l’autenticità dei Runi la questione è così sintetiz-

zabile: durante banchetti o altri eventi sociali il rapsodo ascolta un canto nuovo e si sforza di tenerlo a mente. Quindi in un’altra circostanza recitando il medesimo canto di fronte a un altro uditorio egli ricorderà con maggior precisione il soggetto rispetto allo svolgimento del racconto parola per parola. Se in un passaggio egli ha dimenticato le frasi originali ricorrerà a parole proprie apportando miglioramenti al canto che aveva udito. Può infatti accadere che alcuni passi poco significativi vengano tralasciati e sostituiti da materiale frutto della propria fantasia. Analogamente altri rapsodi cantano i versi che hanno udito e il canto è soggetto a ulteriori variazioni non tanto nel tema generale quanto nei dettagli narrativi e lessicali. Accanto a questo genere di tradizione orale ve n’è un altro che tende a mantenere le parole originarie e la sintassi relativa: è quanto accade quando i bambini apprendono i canti dai genitori e li ripetono identici di generazione in generazione. Se da un lato i canti derivati da questa

volontariamente il patto non scritto fra autore e lettore, quel patto che rende assolutamente vera persino la creazione più fantasiosa dentro quel recinto di norme non derogabili che essa si è data e a cui il pubblico sceglie, accingendosi a leggere, volontariamente di sottostare. La fictio, infatti, non è falsità, ma mito. E «inventandosi» (alla latina: scoprendo e creando al contempo) il Kalevala, Lönnrot altro non fa che rifare ciò che gli antichi aedi e scaldi e bardi già fecero, non meno autentici di lui per il solo fatto di essere giunti a noi anonimi. Lönnrot, insomma, è la grande testimonianza, dentro l’evo moderno, della forza suggestiva che la creazione artistica possiede e della potenza evocatrice che la poesia usata pedagogicamente, politicamente e documentalmente ha. Quel che con il Kalevala egli fa è concedere ai finlandesi, che l’invocano a gran voce, una costituzione, una costituzione letteraria, non meno cogente di quelle politiche. Il Thomas Stearns Eliot (1888-1965) che a modo proprio rivisita la «materia graalica» nel Paese guasto (traduzione assai migliore del noto The Wasteland, 1922, che non La terra desolata), o che si riappropria di Dante Alighieri (12651321), o che ripercorre fra cronaca e mito la storia della cristianizzazione dell’Inghilterra in La Roccia (1934) non agisce diversamente da Lönnrot. E, persino più di Lönnrot, confessa tutto nell’indimenticabile saggio Tradizione e talento individuale (1919). Del resto, lo stesso Dante era un altro manipolatore di storie, vicende e persino miti den-

Come scordare, infine (e del resto Luigi De Anna è un esperto del tema), che l’erede più lucido di Lönnrot è John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973), filologo supremo al pari dello studioso finlandese, che a lui s’ispirò direttamente per redigere il proprio sontuoso legendarium, traendo sì spunto da fonti storiche, epiche e mitologiche, fra cui proprio alcune scene e alcuni personaggi del Kalevala (sulla lingua finnica egli modellò pure una delle proprie lingue elfiche, «artificiali»), ma sempre trasfigurandole in modo assolutamente originale e per uno scopo preciso. Dare all’Inghilterra, che egli giudicava povera di miti fondativi, una coscienza identitaria che la legasse direttamene al trascendente e che riverberasse nel tempo in dimensione sacrale. L’insieme delle storie tolkienane infatti prende abbrivio da Ilùvatar, il Padre di tutte le cose. Bibbie, vogliono gli uomini e i popoli, non enciclopedie.

Ridotta all’essenziale, la trama di tutto il legendarium tolkieniano è tratta pari pari dal Kalevala. Storia di eroi plumbei e di raggi improvvisi di sole che squarciano inaspettati le coltri del cielo, creature magiche, incantesimi e divinità capricciose o latenti che si trascinano interpretando segni enigmatici, il tutto fino al giorno in cui (questo è il Kalevala) «il vecchio mondo deve farsi da parte per lasciare il posto al fanciullo concepito dalla vergine Marjatta» (De Anna). In Tolkien, parimenti, tutto è propedeutico al tramonto degli elfi onde far posto agli uomini, là dove il mito si salda con la storia fattuale. Perché per Tolkien, oltre il mito, il sangue degli Alti Elfi misto a quello degli uomini che si pentirono di aver tentato le potenze angeliche genererà nella nostra storia la salvezza del Figlio dell’Uomo. Il puer della IV Egloga di Virgilio. Come in Elias Lönnrot, nessuna enciclopedia. www.marcorespinti.org


Riletture

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unica amicizia della signorina Immacolata - ricca e un po’ stagionata - era Don Gastone Caoduro, il cappellano della Chiesa dei Servi di Maria: era un prete molto alto, giovane e bello; dicevano che fosse avvocato, che avesse biancheria tutta di lino e calze di organzino di seta. Ogni settimana passava per il portico della custodia biciclette con una borsa nera sotto il braccio; dentro quella borsa c’era la biancheria che portava a mettere in ordine dalla serva della signorina Immacolata. Ma - rivela il testimone del romanzo di cui si parla - credo che fosse piuttosto quest’ultima a occuparsene perché in quelle rare occasioni in cui si chiamava in casa, la trovavo a cucire o piuttosto a esaminare con occhio di paradiso, centimetro per centimetro, le mutande, le camicie, le sottovesti e i calzini neri e sottili come un velo». La signorina Immacolata era evidentemente innamorata di Don Gastone, che passava imperturbabile un po’ chiuso in sé, tutto d’un pezzo. Ma non solo la signorina Immacolata era innamorata di lui; c’era anche la signorina Camilla e le sorelle Waleska, e insieme ad altre invidiavano a Immacolata le confidenze vestiarie che aveva con Don Gastone. Ma Immacolata tentò una carta che credeva risolutiva per togliere Don Gastone dalla sua freddezza: gli regalò un’automobile. Non sortì alcun effetto. Così all’inizio di Il prete bello di

libri Goffredo Parise IL PRETE BELLO Adelphi, 259 pagine, 19,00 euro

«L’

Goffredo Parise in una foto di Lorenzo Capellini

Parise

e le tentazioni di Don Gastone “Il prete bello” è un romanzo allegro, scritto dal narratore vicentino con l’intenzione di allontanare il freddo e la solitudine della sua opera d’esordio di Leone Piccioni Goffredo Parise del ’54 ristampato recentemente da Adelphi. Il romanzo ebbe un clamoroso successo.

Ma riprendiamo il filo del racconto. La signorina Immacolata non demorde e riusciva a somministrare a Don Gastone ogni gior-

Il bibliofilo

no delle pillole che lei chiamava ricostituenti. Si trattava invece, secondo la scritta della boccetta, di «EROS pillole ormonali per combattere la debolezza e la nevrastenia sessuali». La sentenza fu decisiva: Don Gastone era impotente. È qui che entra in scena la bella ragazza Fedora che va ad

abitare in una soffitta nello stesso palazzo delle signorine innamorate. Don Gastone la incontra quando va a casa sua a benedire per le feste pasquali. Intanto gli inquilini hanno avvertito un gran rumore di sciabole di ufficiali della guarnigione che, uno dietro l’altro, fanno frequentemente visita a Fedora. Insieme a loro ci sono due personaggi maschili di grande rilievo: il segretario Federale fascista e il cavaliere Esposito, vedovo e padre di cinque figlie tenute in casa, che si gode due soli beni: il gabinetto, perché è l’unico inquilino a possederlo e il Duce. Entrambi si scontrano per ottenere i favori di Fedora. Ma neanche Don Gastone si sottrae. Il giorno dopo la benedizione, torna da Fedora con il pretesto di fare un’altra benedizione e via via, giorno dopo giorno, va dalla ragazza: «Pareva che non avesse ancora commesso peccato, lui era timido, balbettava, si vergognava, scappava via»… Ballavano al suono del grammofono e a baciarla c’era arrivato di sicuro. Anche Fedora si innamora. Don Gastone non è im-

Quel giovane talento bacchettato da Neri Pozza eri Pozza pubblicò nel 1951 Il ragazzo morto e le comete, scritto quando Goffredo Parise non era ancora ventenne, in una tiratura di 1000 copie. Il romanzo, il cui titolo originario era Il ragazzo di quindici anni, venne accolto nella collana «Narratori moderni italiani» in cui uscirono opere campali del nostro Novecento come In quel preciso momento di Buzzati (1950) e Il primo libro delle favole di Gadda (1952). Nel verso e nel recto della fragile sovracoperta campeggiano due spaccati di ville palladiane su fondo rosso che sembrano preludere all’aspetto visionario della trama, incentrata sulle vicissitudini di un ragazzo quasi coetaneo del suo autore. Il volume, molto difficile da trovare sul mercato antiquario in buone condizioni, deve preferibilmente essere completo del dépliant accluso, in cui Neri Pozza, dopo una lunga e travagliata vicenda editoriale, prende le distanze dal suo pupillo, reo di non aver accolto i consigli stilistici offerti: «Nella nostra professione la scoperta di uno scrittore nuovo è il premio di un’attenta amministrazione, il risultato di letture di centinaia di manoscritti. Ma

N

di Pasquale Di Palmo quando lo scrittore che si presenta è addirittura un giovane, non soltanto la professione perde peso e acquista di colpo una fisionomia affascinante, ma solleva di colpo le più vive speranze. Così è per questo romanzo, l’autore del quale ha compiuto da poco vent’anni e che è stato scritto a Venezia, tra l’inverno e l’estate del 1950. [...] Senonché conviene all’editore aggiungere ancora qualche notizia. Dopo la prima lettura dell’opera egli ha insistito presso l’autore perché tornasse pazientemente sul testo a togliere storture ed errori. L’autore ha rifiutato di farlo con l’ostinazione spavalda di chi ha davanti una vita e si ripromette di trarre da questa nuove esperienze ed opere. Così il romanzo è rimasto tale e quale era nato e oggi si pubblica: frutto dolorosamente di un grande talento». Sembra paradossale che la quotazione attuale di tale edizione, aggirantesi intorno ai 500 euro, riguardi la stessa opera che, esposta nelle vetrine dei librai vicentini, incontrava lo scherno pressoché unanime degli avventori, come ricordava ancora Neri Pozza: «[…] il letto-

Cinquecento euro per la prima edizione del “Ragazzo morto e le comete”

re d’oggi deve cercare di figurarsi quel che successe a Vicenza quando il libro andò in vetrina […]. Non ci fu un lettore, al di sopra della giovinezza, che dicesse una parola di consenso. Parise era, per i suoi venticinque lettori,“matto da legare”». Ma, sul versante critico, bisogna segnalare i lusinghieri apprezzamenti riservati da critici d’eccezione come Geno Pampaloni, Enrico Falqui e Giuseppe Prezzolini che, dal suo esilio statunitense, si adoperò al fine di far tradurre il romanzo presso la prestigiosa casa editrice Farrar, Straus & Young di New York nel 1953. Nello stesso 1953 Parise pubblicò, nella stessa collana, anche il suo secondo romanzo: La grande vacanza. Il libro uscì con una litografia dello stesso Neri Pozza in sovracoperta, riproducente un volo di pipistrelli che si estende anche alla quarta. Fu la fine della collaborazione tra i due autori vicentini. L’anno successivo uscì per Garzanti Il prete bello che, nonostante sia considerato uno dei primi best-seller del dopoguerra, non ha lo stesso fascino dei due libri d’esordio di Parise. L’autore rivide in seguito le proprie posizioni rimaneggiando Il ragazzo morto e le comete nelle successive ristampe allestite da Feltrinelli ed Einaudi. Forse un tardivo credito ai suggerimenti del suo lungimirante primo editore.

potente e lo dimostra mentre sorge in lui anche la gelosia per Fedora. Nel Prete bello ci sono anche spassose pagine su una visita del Duce. Si arriverà a una malattia di Don Gastone per una tubercolosi: «Una malattia così brutta e disonorevole per la gente ignorante del rione». Goffredo Parise (1929-1986) si presentò nel ’51 con un libro che suscitò molta emozione: Il ragazzo morto e le comete. Un linguaggio nuovo tutto tenuto su una frenata liricità, con colori tenui, colori pastello, e un’intima, grande e poetica malinconia. Eugenio Montale scrisse di «una sostanza poetica che ribolle e rifiuta di assestarsi entro schemi definitivi». Il prete bello, come s’è detto, arriva nel ’54. È Parise a dirci che ha voluto scrivere un romanzo allegro per allontanare il freddo e la solitudine del primo libro. Si tratta, infatti, come si è potuto vedere nel racconto della trama, di un libro comico. Non derivato da una comicità involontaria ma direttamente comico e divertito. Rimanendo sui libri che sono caposaldi della carriera di Parise eccoci a Il padrone del 1971. Un libro polemico, ironico che prende a pretesto la figura di un editore infaticabile gestore e operaio, personaggio facilmente riconoscibile.

Liricità, dunque, comicità, polemica, ma Parise non si sottrae a un’altra prova diversa, forse la più importante della sua carriera: i Sillabari numero 1 e numero 2 tra il ’72 e l’82. Sceglie vocaboli semplici e ricchi dal punto di vista dei sentimenti. Personaggi consueti di tutti i giorni; fatti neanche destinati alla cronaca, ma momenti in cui ognuno si può riconoscere. Una prosa fluida, chiara come l’acqua di fonte che commuove con semplicità. Qui si potrebbe chiudere il ricco panorama di uno dei maggiori e multiformi scrittori di questi tempi. Parise è stato anche un personaggio di grande originalità e spregiudicatezza: i suoi interessi erano vasti a cominciare da quelli della visione politica delle cose. Poteva diventare anche, sul tipo di Pasolini, un commentatore dei fatti ideologici e politici di quegli anni. Famoso per i suoi scherzi, per le sue burle, spesso destinate a sorprendere l’ingenuità di Carlo Emilio Gadda che fu un suo amico. Se ne potrebbero raccontare delle belle, e io ci ho provato in un ritratto a lui dedicato nel libro Maestri e amici del ’69. Ma nel ’79, alla vigilia della morte, Parise ci dà anche un libro con un tono molto diverso: nell’Odore del sangue c’è rabbia, c’è violenza, c’è intolleranza certamente dovute a un suo periodo di crisi fisica e sentimentale. Ma noi - come dicevamo - preferiamo chiudere la parabola narrativa di Goffredo Parise con i Sillabari, mentre ancora sorridiamo con le pagine del Prete bello.


Personaggi

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ntipatico? Sì, anche molto. E poi: cinico, sbruffone, vittimista, attore, polemista dalla testa ai piedi. Ma a leggere certe sue interviste, viene il dubbio che siano state le tremende tribolazioni «in un cervello morbosamente sfrenato», a renderlo così. Il dottor Louis-Ferdinand Destouches, medico dei poveri, firmava i suoi romanzi con il nome di una nonna molto amata: Céline. Dopo varie peregrinazioni, raggiunse la Danimarca. Ricevette alcuni giornalisti, molti dei quali capirono poco di lui o perché non lo conoscevano abbastanza o perché cercavano una macchietta, un burattino tragico da far parlare a ruota libera. Solo che Céline, che era sempre tra paranoia e lucidità, si accorgeva e tirava poi fuori ciò che potremmo definire come la colonna sonora delle sue pagine tragiche: la risata. Ovviamente caustica: «Io sono qui per divertire la platea».

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ALTRE LETTURE

L’UOMO OCCIDENTALE SECONDO SCRUTON di Riccardo Paradisi

A

È molto utile, per conoscere l’uomo Céline e magari correggere certi giudizi imprecisi su di lui, scorrere le pagine di Polemiche (1947-1961) edito da Guanda (120 pagine, 12,50 euro). Misurata ed essenziale l’introduzione di Ernesto Ferrero, il quale chiarisce subito che Céline «le grane se le andava a cercare». È scrittore dell’insoddisfazione, esaltato da un «altrove» che poi in realtà lo deluderà sempre, è dalla parte dei diseredati, degli «scombussolati» del secolo guerresco, e di loro parla con linguaggio che a volte pare una petite musique, un tango o una mazurca, ma che in realtà - ed è lo stesso artista che lo precisa - non è mai libertà senza regole, ma lavoro faticoso e assiduo per cercare uno stile (è quel che importa, aggiunge, visto che la trama è niente e oggi c’è assai poco da inventare) al fine di traslare su pagina il suono autentico delle frasi della gente. Inevitabilmente i cronisti vanno al punto dolente delle sua vita. Scrisse Bagatelle per un massacro e questo decretò la sua fama di antisemita. La pagò cara: la sua casa parigina fu devastata dai «rossi» (qualcuno si scusò, dopo), fu processato, imprigionato, ritenuto un collaborazionista all’epoca dell’occupazione nazista. Sta di fatto che Céline, odiava i tedeschi, non scrisse mai su un giornale filo-germanico (Sartre invece sì). Ha attraversato la Germania devastata dalle bombe, assieme alla seconda moglie Lucette e il gatto Bébert, ed è approdato a Copenaghen perché lì aveva qualche risparmio. La Francia chiede l’estradizione, il governo danese traccheggia e intanto gli infligge 14 mesi di carcere duro. L’accusa che viene da Parigi è di alto tradimento. Pochissimi gli stanno vicino, pare abbia la lebbra. Ma Henry Miller lo venera come un maestro. Passano tanti anni prima che la sua opera entri nella Pléiade di Gallimard. Il dottore dei poveri non se ne può rallegrare: muore un anno prima (1961). Céline, con il suo dolente funambolismo, divide tutti. Sconcerta. Il romanzo più noto, Viaggio al termine della notte (1932), pare ad alcuni un libro di sinistra. Se i comunisti non sanno bene se apprezzarlo o censurarlo, gli anarchici e gli antimilitaristi vedono in lui uno di loro, un «refrattario». L’imbarazzo della sinistra lo si può capire. Nel 1936 Céline, con Mea culpa,

uomo occidentale, soprattutto quello europeo, è prigioniero di una tendenza che lo porta a negare la propria identità storica e culturale e a cercare sempre nuovi riferimenti in un non meglio definito «universo dei diritti». È intorno a questa intuizione, peraltro dolorosa, che ruota Il suicidio dell’Occidente, la bella intervista di Luigi Iannone a Roger Scruton pubblicata da Le Lettere (71 pagine, 9,50 euro). Prigioniero di una società sempre più edonistica e priva di riferimenti al sacro, l’uomo occidentale secondo Scruton - sta cedendo alle suggestioni teoriche dei negatori della tradizione e si trova a doversi misurare con le pulsioni antioccidentali dell’Islam e delle sue degenerazioni. Un’intervista che tocca i temi più scottanti dell’attualità politico-culturale, rilasciata dal maggiore pensatore conservatore contemporaneo.

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La petite musique del Maestro Céline Smettiamola di ridurre la sua grandezza al “Viaggio” e a “Morte a credito”, afferma Henri Godard nella prefazione della “Trilogia del Nord” (appena pubblicata da Einaudi). È, a tutti gli effetti, un innovatore del Ventesimo secolo. E per conoscerlo meglio basta scorrere le pagine di “Polemiche”... di Pier Mario Fasanotti aveva bastonato tutti coloro che avevano aderito acriticamente al comunismo: «Tutta quella roba è abietta, spaventevole, incredibilmente fetida. Vedere per credere. Un orrore. Sporco, povero, ripugnante. Una prigione di larve.Tutta polizia, burocrazia e caos fetido. Tutto bluff e tirannia». Questo è per lui il «socialismo reale». La prova dell’uomo difettoso, sadico e feroce. Butta qua e là giudizi al cianuro. Parla male di Albert Camus, dice che è uno che vuole insegnare sempre agli altri. E qui il rancoroso Céline restringe la sua intelligenza: Camus era uomo sobrio, stava dalla parte degli sconfitti, mai fu vanesio e profittatore. Schierato a sinistra, ma non in modo ottuso. Curioso quello che Céline afferma del suo Voyage: «Il mio libro non è letteratura, è la vita com’è. La miseria umana mi sconvolge, sia essa fisica che morale. L’uomo è nudo, spogliato di tutto, perfino della fede in se stesso. Questo è il mio libro». Ma, diciamo noi, come poteva non accorgersi che Camus era dalla sua stessa parte e addirittura fu lui per primo a parlare dell’«uomo nudo»? Antisemitismo: Céline sostiene che Bagatelle profetizzava il massacro dei francesi. Sarà anche così, ma il libro ha tratti rivoltanti. Eppure Céline ha amici ebrei. Nel ‘44 il Movimento nazionale ebraico lo difende: «Il suo individualismo, la sua solitudine intellettuale

lo fanno fratello degli ebrei». Male informato da certe letture, credette a un complotto delle alte sfere giudaiche. Ha una cattiva parola per tutti, comunque: anche contro la cultura di massa che presto sommergerà il mondo sotto una coltre di banalità (non male come profezia). Chiama Bedain (trippa) il maresciallo Pétain, Hitler lo ribattezza col nome di un clown, Dudule. Ride delle «fesserie di Hitler», infarcite di «satanismo wagneriano». «La mia colpa? Aver sempre detto la verità. Senza barare» dice a un giornalista.

In questi giorni Einaudi pubblica La trilogia del Nord. Nella prefazione, Henri Godard scrive una cosa importante: smettiamola di considerare Céline solo come autore del Viaggio e di Morte a credito. C’è altro materiale letterario che «colloca Céline entro la linea dei grandi innovatori del Ventesimo secolo». E spiega come l’autore abbia descritto «esseri stralunati» che vagano tra le rive d’Europa. Godard insiste anch’esso sul falso mito della incontrollabilità delle passioni del medico-narratore: «Al contrario, il suo lavoro è perfettamente lucido, e rivolto verso tutt’altra cosa che l’affermazione delle sue idee o la soddisfazione dei suoi rancori». Céline: «Quando si scrive, il foglio di carta, se ne fotte… bisogna sedurlo». E ancora: «Di tanto in tanto qualche testardo mi scova… forse devo farmi una ragione d’essere lo smerda-pagine che si legge di più».

BACHOFEN, EVOLA E L’ETÀ MATRIARCALE *****

reparata negli anni Trenta ma pubblicata soltanto nel 1949 la silloge di scritti delle opere di Jakob Bachofen dal titolo Le madri e la virilità olimpica (Mediterranee, 268 pagine, 24,50 euro) presenta una vera e propria metafisica dell’antichità. Una teoria secondo la quale l’età matriarcale sarebbe stata propria di ogni popolazione, quindi anche di quelle uranie, secondo l’espressione con cui il curatore di questa opera, Julius Evola, parla delle civiltà tradizionali. In questo libro viene proposta una scelta ampia e significativa delle principali considerazioni dello studioso svizzero.

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L’ESSENZA DELLA FILOSOFIA NEI DIALOGHI DI PLATONE *****

l pedagogista americano Jerome Bruner sosteneva che quello che conta nell’educazione è «la struttura della conoscenza. È infatti questa struttura a dare significato a ciò che possiamo imparare e a rendere possibile il dischiudersi di nuovi regimi d’esperienza». Seguendo questo approccio, Dialogo con Platone di Stefano Cazzato (Armando editore, 62 pagine, 8,00 euro) intende proporre un metodo per lo studio della filosofia che metta al centro della didattica il testo con le sue connessioni interne e con le sue idee organizzative; il coinvolgimento attivo dell’alunno nell’apprendimento delle strutture e delle abilità fondamentali della disciplina come le tecniche argomentative. I dialoghi platonici analizzati in questo libro - dal Crizia al Minosse, dal Clitofonte al Carmide - sono un’occasione per parlare appunto dell’essenza stessa della filosofia: della forma dialettica dei processi logici e delle finalità del discorso filosofico.

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pagina 20 • 26 giugno 2010

di Enrica Rosso l 17 giugno scorso John Malkovich ha inaugurato Opificio Jm, la sua bottega nel centro di Prato. Giovani attori non illudetevi, non si tratta di una scuola di teatro bensì del primo di una serie di store in cui lanciare articoli vari, dal vino all’abbigliamento, di fattura rigorosamente artigianale. L’idea è quella di creare una catena in grado di esportare un modello di gusto senza altre intermediazioni. Non stupitevi, l’eclettico Malkovich che già disegna e firma una linea di abbigliamento, la Tecnobohemien, ama stupire e non pone limiti alla creatività. A giorni porterà in Italia - per sole tre date: 1 luglio a Ravello, 2 luglio a Spoleto e 16 luglio proprio a Prato - uno spettacolo che rappresenta in pieno la sua voglia di novità. Si tratta di una commedia teatrale per orchestra barocca, due soprano e un attore: The Infernal Comedy, ovvero confessioni di un serial killer. Scritto e diretto da Michael Sturminger il testo si ispira alla vita di Jack Unterweger. Abbandonato in tenerissima età dalla madre prostituta, spenderà l’intera esistenza a vendicarsi. Imprigionato in seguito all’omicidio della moglie userà i quindici anni di galera per diventare scrittore e poeta. Una volta scarcerato guadagnerà la stima della critica e il favore del pubblico. Durante i suoi primi dodici mesi in libertà si macchierà di sei omicidi tra Praga,Vienna e New York: tutte giovani donne, molte prostitute. Definito «uno psicopatico sessualmente sadico con tendenze narcisistiche e istrioniche», nuovamente catturato è condannato all’ergastolo e nel ’76 si toglierà la vita impiccandosi in carcere. La regia mette in scena la presentazione, in diretta dagli inferi, del suo ultimo best seller in cui svelerà i retroscena della storia. Da sempre innamorato della musica, Malkovich è accompagnato in quest’avventura dalla Wiener Akademie Orchestra diretta da Martin Haselbock e dalle

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Teatro

MobyDICK

spettacoli DVD

Viaggio all’Inferno

con John Malkovich Tre date italiane per la commedia con orchestra barocca interpretata dall’attore americano

Televisione

due soprano Laura Aikin e Alexsandra Zamojska che interpreteranno le vittime dell’omicida. Lo spettacolo si snoda quindi in un racconto-conferenza in cui la forza della musica e le parti cantate, tematicamente collegate al racconto, come avveniva per la musica barocca, offrono degli approfondimenti emotivi. Il fascino dell’operazione, oltre alla possibilità di ascoltare dal vivo la voce suadente di una delle star più carismatiche di Hollywood, è quello di godere di un repertorio musicale di grande potenza espressiva eseguito live da un’orchestra formidabile, impegnata in un repertorio che spazia da Gluck a Boccherini a Vivaldi e che prevede arie di Mozart, Hendel, Beethoven, Haydn, Carl Maria von Weber in un rincorrersi di parole e note che, abbinate alla classe di Mister Malkovich, daranno vita a un eccezionale ibrido tra opera e teatro. Nato 56 anni fa in una cittadina dell’Illinois da padre croato e madre scozzese, Malkovich deve proprio al teatro il suo primo riconoscimento importante, l’Emmy Award del 1984 per la trasposizione in video di Morte di un commesso viaggiatore al fianco di Dustin Hoffman. Da lì ha preso il via una densa carriera cinematografica che lo ha visto misurarsi anche col ruolo di regista, anche se spesso torna a calcare le assi del palcoscenico. The Infernal Comedy segna il suo debutto italiano. «Mi piacciono le nuove forme, mi piacciono le nuove sfide, mi piace tutto ciò in cui potrei fallire in ogni momento… Il teatro è un’onda, devi solo lasciarti andare, sperando di catturarla e cavalcarla». Detto così sembra facile e noi non vediamo l’ora che ce lo dimostri.

LE ROTTE PERDUTE DI CRISTOFORO COLOMBO ivinò un mondo e fu deriso: lo scoprì e fu calunniato: lo diede a un re e n’ebbe catene». Così Mario Rapisardi riassunse il paradosso di Cristoforo Colombo, grande esploratore che si vide riconosciuti solo dai posteri gli immensi meriti della sua scoperta. E proprio al marinaio genovese è dedicato il doppio documentario di Cinehollywood, a lui intitolato. La prima parte ripercorre le vicende biografiche del navigatore, dalle prime esperienze in mare al sogno di raggiungere le Indie. La seconda si concentra sull’ ultimo viaggio di Colombo, alla luce del ritrovamento di un antico vascello nel 2000. Godibile e puntuale.

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TOURNÉE

CARMEN, L’EROINA DEI DUE MONDI stata una fortuna poter ascoltare la sua musica in una maniera intima che rappresenta al meglio il suo cambiamento musicale». È un Jon Pareles entusiasta quello che commenta l’ultimo tour di Carmen Consoli in terra americana. Dalle colonne del New York Times, il grande critico statunitense loda la cantautrice siciliana che ha incantato tutti nei brillanti concerti tenuti a Chicago, Boston, Montreal, Toronto e New York. E proprio nella Grande Mela, la «superstar italiana» si è esibita nel prestigioso club del Poisson Rouge. E a riprova del feeling instaurato con gli States, Harvard e Columbia University hanno prenotato un’esibizione della «cantantessa» per la prossima primavera.

«È

di Francesco Lo Dico

Velone, il “non è mai troppo tardi” imbandito da Iacchetti a signora Vittoria è romana e ha 72 anni. Sale sul palco e racconta una storia drammatica e commovente. Quando aveva quattro anni, quindi in tempo di guerra, era stata affidata assieme al fratello all’Istituto dei bambini figli dei combattenti, a Roma. Un giorno c’è una retata dei nazisti, i quali vogliono prelevare i bimbi ebrei. Le suore si agitano, ma hanno la prontezza di dire ai piccoli: fuggite, fuggite! Vittoria torna poi all’Istituto e vede due suore impiccate, le stesse che si erano opposte all’intimazione dei tedeschi. Enzo Iacchetti commenta come può quella «tristezza», ma poi, come da copione, l’accantona. Con garbo. Lì sul palco salgono le donne di una certa età che provano, per una serata, a fare le «veline». Siamo in una bella piazza italiana, c’è aria da strapaese anche perché ogni concorrente si porta dietro parenti e amici. Il programma, su Canale 5 in prima serata, si chiama Velo-

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ne. Ogni concorrente o balla o canta, poi lo «stacchetto» dopo la performance: imitazione del sinuoso agitarsi delle giovanissime veline, quelle che scommettono sul proprio sedere. Ecco: a sentire quella vicenda raccontata in un contesto così assurdo è roba da brividi. C’è un solo aggettivo cui far ricorso: indecente. Tocca a Maria Luisa, 65 anni, contadina di Sulmona, il cui sogno è da tempo quello di «toccare» Iacchetti. Lì lo può fare perché, assieme al conduttore (a volte teneramente imbarazzato, a volte forzatamente spiritoso), si esibisce nel «tuca-tuca», quel ballo lanciato da Raffaella Carrà. È la volta di Luci, al-

banese, 67 anni. Anche lei racconta la sua dolente storia: nell’87 suo fratello fu arrestato al confine, lei subì le ripercussioni del regime a tal punto da essere costretta a divorziare per evitare i lavori forzati al marito (ma lei lì subì). In Italia, Luci ha trovato il sole della libertà, non quello dell’«avvenire» di marca sovietica. Ma anche tanto cattivo gusto: quello di Mediaset, che ha inquinato molti italiani. A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: perché accanirsi sul gioioso outing di donne che magari sono sole, che magari non hanno occasione di stare in mezzo alla gente? Sbagliato: da quello che abbiamo visto, le mature starlet hanno raccontato di avere una vita sociale intensa. D’altra parte a

un’emarginata o a una depressa verrebbe mai in mente di mettersi in fila per una competizione (con tanto di voti) che dura fino a settembre? Proverebbero un’immediata sensazione di vergogna, come la provano le donne che convivono in equilibrio con l’avanzare dei propri anni e sicuramente imbarazzate nel vedere coetanee dimenarsi in minigonna. Il programma è un circolo di perfidia, un insulto con consenso preventivo. «An vedi ‘sta vecchia! E daje, mòvete, buzzicona!»: potrebbe essere questo il commento, o al bar o sul divano di casa. Accanto a Iacchetti c’è la bonazza di turno: Nina Senicar, 22 anni, ex miss Jugoslavia. Il suo curriculum: laureata alla Bocconi (così si legge nel suo sito), fa calendari, compare a Striscia la notizia. Flirt con Eros Ramazzotti. Questa è una parte dell’Italia. Quella che apprezza quei politici quando raccontano barzellette o fanno mo(p.m.f.) struose gaffes.


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poesia

26 giugno 2010 • pagina 21

Stevenson, nostro fratello di Roberto Mussapi l lettore si prepari a un prodigio, se inizia la pagina con queste mie parole, prima di accostare i versi del grande, meraviglioso Robert Louis Stevenson. O, se ha già letto i versi, vi ritorni un istante: qui, in una poesia sull’infanzia, volutamente semplice nel lessico, quanto perfetta nell’alchimia metrica, si sta svelando una verità su un rapporto fondamentale nella storia dell’uomo: quello tra la poesia e l’anima. Tra le parole svelanti del poeta, il suo definire immagini in forme chiuse e perenni, quanto fatte di materia impalpabile, e quell’entità sfuggente ma certa a molti, da Platone, a Plotino, a Jung, che noi chiamiamo Anima. Il lettore abbia pazienza, tra poche righe avrà gli antefatti, la collocazione della lirica nell’opera del suo autore, quella del suo autore nella storia della grande letteratura di tutti i tempi. Mi conceda un salto, non cronologico, ma di campo: da Stevenson, l’autore dell’Isola del tesoro, passiamo a un altro scrittore dell’Ottocento, uno dei poeti massimi, lontanissimo dall’omerico narratore scozzese: Charles Baudelaire. Fermiamoci su un verso folgorante di Baudelaire: Vous, hypocrite lecteur, mon semblable, mon frère, dove hypocrite non va tradotto con l’aggettivo «ipocrita», poiché indica l’attore, chi sta recitando: «Tu lettore recitante, mio simile, fratello».

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Che cosa significa questo strano, paradossale affratellamento tra il poeta e il lettore? Il grande Baudelaire sa benissimo che hypocrite è comunque aggettivo ambiguo, ma lo spinge in una direzione sola, a chi sa intendere: poiché la poesia è «il mio cuore messo a nudo», definizione leggendaria dello stesso Baudelaire, esiste una sola condizione perché agisca, compia l’incantesimo: che il lettore vi si immedesimi totalmente, come un attore (stanislaskiano, aggiungerei oggi, a quel tempo non era necessario). Pensiamo ad Amleto, quando il principe esamina gli attori per la recita a corte: si

il club di calliope

A OGNI LETTORE Come ti vede mamma dal salottino giocare intorno agli alberi in giardino così vedrai, se tu vorrai guardare dalle finestre del libro da sfogliare, molto lontano da te un altro bambino giocare lontano, in un altro giardino. Ma sappi bene che se vorrai bussare alla finestra, non ti potrà ascoltare. Tutto rapito e chiuso nel suo gioco non ti sente né vede neanche un poco. Da questo libro non lo potrai rapire, perché da tanto tempo, devi capire, egli è cresciuto e se ne è andato via, per questo tu non sai bene chi sia: è d’aria, è tutto d’aria quel bambino che indugia ancora in questo giardino.

domanda come abbia fatto il capocomico a immedesimarsi così completamente nel compianto per Ecuba quando per lui, uomo del XVI secolo e non del mito greco e romano, Ecuba non è nessuno. Se non esisti tu e non sei recitante, non sillabi il mio verso, scrive Baudelaire al lettore, io non esisto. Per questo sei mio simile, anzi, in crescendo, fratello. Perché la poesia agisce, compie il miracolo? Perché il lettore vi si riconosce, anche se chi parla è un uomo mai conosciuto, di un altro paese e di un altro tempo. Ma se il lettore si immedesima, se recita con le proprie labbra il verso del poeta, si scopre suo fratello, rende vera, reale, la poesia. Che cosa sarebbe della Divina Commedia se nessuno avesse mai aperto il libro? Attenzione: avere un lettore o un milione di lettori certo è diverso per un poeta (preferirei averne cinquecentomila che cinquemila, tanto per essere espliciti), ma non cambia l’essenza della situazione. Se esiste un lettore esiste il libro, se non c’è un solo lettore il libro è al buio, non parla, non è ancora stato scoperto, non è ancora nato. Ora torniamo a bomba sulla poesia qui presente. È quella che conclude A child’s garden of verses, da me tradotto e curato in italiano per Feltrinelli con il titolo Il mio letto è una nave. Che è il titolo di una poesia centrale per comprendere l’opera, e che i lettori di liberal hanno trovato su queste pagine più di un anno fa. Un compatto canzoniere o poemetto di poesie sull’infanzia, in rima, filastrocche magiche in cui Stevenson rievoca gli anni, in cui, nel giardino della bella casa edimburghese, nacquero i sogni del futuro scrittore. Il piccolo Stevenson era di gracile salute, ma lungi dall’abbattersi se ne infischiava, e trasformava le lunghe ore a casa (la tisi non scherzava) in occasioni per organizzare le prime avventure, escursioni nel giardino che diveniva savana, giochi nella vasca che simulavano partenze e approdi di pirati, evasioni notturne dove si trovava, fuori dalla sua cameretta, al cospetto magnificente del cielo stellato. Tutto il suo mondo futuro si disegna nei giochi d’infanzia, tra i bagliori del camino e le ombre sotto i divani: in queste filastrocche magiche e rapinose noi vediamo già le avventure dei suoi personaggi lanciati verso l’alto mare aperto, ma anche la percezione del «doppio», che porterà al sinistro e profetico racconto di Jekyll e

Robert Louis Stevenson (Traduzione di Roberto Mussapi)

Hyde, non solo, ma pure alla «strana coppia» Jim Hawkins e Long John Silver. È evidente infatti che qualcosa del losco pirata dalla gamba di legno alberga anche nell’animo del giovane che salpa verso l’isola del tesoro, così come Silver non nasconde la sua simpatia per il ragazzo. Stevenson, con grande semplicità, scopre la natura dell’ombra, che intuisce come indizio dell’anima.

E ora, che si sta congedando dal libro illustrato, si rivolge al lettore, un bambino come era lui a quell’epoca: «Guarda tra i versi e le figure - gli dice - e vedrai un altro bambino, simile a te. Ero io. Ma se busserai alla finestra non ti potrà aprire, non lo potrai incontrare, toccare. Eppure è lì. È il bambino che ero io, il poeta, ora adulto, ma in quei versi è ancora lì. È d’aria quel bambino, si è fatto d’aria grazie anche ai miei versi, per passare a te: non puoi toccarlo, perché è già parte di te». Così la poesia mette in comunicazione l’anima degli individui, ne affratella gli afflati e i sogni. «Lettore recitante, mio simile, fratello». Stevenson lo sta dicendo a un bambino, uno che in quelle pagine è ancora egli stesso bambino, mentre da tempo è altrove, e sa bene dove. L’anima individuale non ha sede stabile, la poesia la rende però visibile, piena, generante.

I BAGLIORI DI STEINER SU DANTE in libreria

POLVERE, ERBA

di Loretto Rafanelli

Quanta polvere hai portato varcando la mia soglia. Leggerissima d’estate, quasi bianca, senza peso, raggrumata nell’autunno, greve di graniglia, quasi nera nell’inverno, si colora in primavera, è già pronta a germogliare. Sì, germoglia nella mia stanza! È nata una vita d’erba sotto i tuoi passi, mio fioritore. Rosita Copioli

eorge Steiner collaborò per trent’anni (dal ’67 al ’97) al New Yorker, cioè alla rivista culturale più prestigiosa del mondo. I suoi erano interventi che spaziavano su tematiche di vario tipo: dalla poesia alla storia, dall’arte all’attualità politica. Saggi non solo di una profondità straordinaria, ma «guide» uniche per comprendere libri, personaggi, vicende storiche. Steiner, dall’alto delle sue infinite conoscenze, della sua eccezionale intelligenza, mette in ogni scritto qualcosa di originale, pur partendo da posizioni che paiono semplicemente oggettive. Nel suo ultimo libro, uscito come di solito da Garzanti (Letture. George Steiner sul «New Yorker», 400 pagine, 22,00 euro), c’è una sezione intitolata Italiana, dove il critico scrive di Dante, della nostra nazione, di Garibaldi, dell’arte italiana (Michelangelo, Borromini, ecc.), del caso Moro, di Salvatore Satta, mostrando sempre amore e attenzioni particolari per il nostro Paese. A leggere Steiner si rimane affascinati e si scopre il piacere della lettura, le sue pagine sono infatti avvincenti come un rapinoso romanzo, colme di sorprese, di intuizioni, di bagliori.

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i misteri dell’universo

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MobyDICK

u molti anni fa che in Inghilterra trovai il libro di Heinrich Harrer, Seven years in Tibet, in vendita per pochi pence in uno di quei mercatini, chiamati car boot sales, che il sabato e la domenica delle belle giornate si trovano un po’ dappertutto, con oggetti di ogni tipo disposti sui verdi prati. E le occasioni di trovare cose rare e anche di valore si offrono spesso. Fu quel libro, affascinante come pochi libri di viaggio-avventura del Novecento, a introdurmi al grande alpinista, esploratore e antropologo, morto da non molto a oltre novant’anni di età. Nei suoi ultimi anni, terminate le scalate e i viaggi in zone poco frequentate, si era ritirato sulle montagne della Carinzia dove era nato, nel paesino di Huettenberg, non lontano da Klangenfurt, in una zona ricca di boschi, verdissima, sede di antiche miniere di ferro ora trasformate in un museo, a un migliaio di metri di altezza. Qui viveva in una villetta dal giardino pieno di sventolanti e colorate strisce di stoffa tipiche del Tibet. Qui gli telefonavo alcune volte per avere la sua opinione su certe parole sumere che avevo ritrovato nella geografia del Tibet, e che lui, in particolare riferendosi a Nimush, mi disse che erano comuni in Tibet. Aveva apprezzato i miei lavori sulla geografia dell’Eden e dei viaggi di Gilgamesh (recentemente l’indologo Raniero Gnoli, discepolo di Tucci, avendoli letti, mi ha incoraggiato a farne subito un libro. Proposta che vorrei realizzare ma nell’ambito di una collaborazione con la Fondazione Aga Khan e l’Università del Karakorum a Gilgit).

ai confini della realtà

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erano contenti di passare il tempo nel campo di concentramento, e dopo più di un tentativo riuscirono a fuggire ed entrare nel Tibet il cui accesso era proibito ai bianchi. E in Sette anni in Tibet si ha lo straordinario racconto delle due fasi in cui si svolse la loro esperienza. La prima fu la traversata di una parte del desolato altipiano, alto fra i 5000 e 6000 metri, popolato da pastori di yak e pecore, e da banditi. Soffrirono fame e freddo e solo la loro capacità di arrampicarsi su pendii assai ripidi li salvò almeno in un caso dai banditi. Poi, entrati a Lhasa e venendo protetti da una famiglia nobile, Harrer divenne tutore del giovane Dalai Lama, cui insegnò inglese, matematica, geografia... e lo aiutò nella sua passione per la meccanica, insegnandogli ad aggiustare orologi e anche un’auto, regali del passato e fermi da tempo. E lo accompagnò quando il Dalai Lama fuggì a seguito dell’arrivo dei cinesi in Tibet, le cui tragiche conseguenze sono ben note (distruzione di quasi tutti i templi e biblioteche, sterilizzazione forzata, cambiamento forzato delle coltivazioni locali, arrivo di immigrati cinesi che in futuro potrebbero ridurre a minoranza i tibetani...). Harrer ritornò in Tibet con la liberalizzazione in Cina, dichiarando, nel libro che poi scrisse, che la grande civiltà di un tempo era stata ampiamente cancellata.

Nel Tibet segreto di Heinrich Harrer

Presso la sua villa si trova il Geozentrum, dove non ebbi difficoltà a tenere due volte conferenze sui citati lavori geografici, davanti a un pubblico di geografi e geologi dell’Università di Vienna, il cui commento fu che solo un matematico poteva arrivare a quelle conclusioni. Conferenze la cui proposta fu subito accettata, mentre in Italia la risposta usuale è il silenzio tombale. Non lungi dalla sua casa si trova il Museo Harrer dedicato al Tibet, ricco di materiale da lui donato. Qui sta una sala con la replica del trono del Dalai Lama, inaugurata proprio da questa alta autorità religiosa. Harrer iniziò la sua carriera di conquistatore di montagne inviolate e di esploratore di terre remote quando, appena passato l’esame di laurea in Austria, inforcò la moto e raggiunse tre compagni in Svizzera, ai piedi della parete nord del monte Eiger. Parete inviolata, su cui si erano sacrificati una ventina di scalatori, difficilissima non solo per la sua estensione di oltre 2000 metri in verticale, ma per la pericolosità della roccia, con vaste aree di superficie instabile, oltre che ghiacciata. I quattro ce la fece-

di Emilio Spedicato ro, partendo il 19 luglio e raggiungendo la vetta a 3970 metri il 21 luglio 1938. Ora so che un alpinista della Cecoslovacchia, in un solo giorno, muovendosi da una base all’altra con un elicottero, ha scalato la parete nord dell’Eiger e due pareti nel Monte Bianco e nel Cervino! Ma oggi, a parte la dotazione più sicura, si sa quale strada fare perché più sicura o veloce. Non è più l’esplorazione di una volta, dove la cono-

Quando non fu più giovane, Harrer si dedicò a vari viaggi esplorativi e a imprese minori, ma sempre importanti (come fece anche Walter Bonatti).Andò in Nuova Guinea, nella parte indonesiana, dove fu scoperta una gigantesca miniera di rame puro a 4000 metri di altezza, il cui sfruttamento

Conquistatore di montagne inviolate ed esploratore di terre remote, si è rivelato al grande pubblico con il suo resoconto dei sette anni vissuti sul “Tetto del mondo”. Tutore del giovane Dalai Lama è morto ultranovantenne nel suo paese natale in Carinzia dove si era ritirato, fondandovi anche un museo

Sopra: Brad Pitt nei panni di Heinrich Harrer nel film tratto dalla sua opera “Sette anni in Tibet”; Harrer da giovane e, ormai anziano, col Dalai Lama. Sotto un’immagine di Lhasa

scenza mancava e doveva essere costruita. Dopo l’Eiger, Harrer partì per l’India con l’amico Anstreicher, cercando di essere tra i primi a conquistare l’Everest. Ma nel frattempo c’era stato l’Anschluss, l’Austria era divenuta parte della Germania, e come tedeschi i due furono internati dagli inglesi padroni dell’India. La conquista dell’Everest toccò poi nel 1953 a Hillary e Tenzing - ricordo la copertina della Domenica del Corriere che ne celebrava il trionfo - ma Harrer ebbe poi la soddisfazione di salire sul difficilissimo Naga Parbat (dove Messner perse il fratello...). I due austriaci non

ha avuto tragiche conseguenze ecologiche. Qui rischiò di morire scivolando lungo un canalone. Citiamo poi la sua scalata della più alta montagna nelle isole Andamane, fra India e Malesia, dove vive una delle poche popolazioni primitive (in parte) protette. Montagna di solo 800 metri, coperta di giungla e infestata dalle sanguisughe (note per poter uccidere in pochi minuti un uomo per dissanguamento). Scrisse che fu questa la scalata più difficile della sua vita. E al termine si contarono 108 ferite da sanguisughe sul suo corpo. 108 numero sacro e rituale su cui ritorneremo...


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