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Poste italiane s.p.a. Spedizione in abb. postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art.1; comma 1 - Roma • Non acquistabile separatamente da liberal

mobydick

SUPPLEMENTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

ALLA CONQUISTA DI TULPAN Il “cinema di vita” di Sergei Dvortsevoy

di Anselma Dell’Olio radizione vuole che il titolo di un film denoti il protagonista. Tulpan, che ha verosa, spoglia steppa del Kazakistan meridionale, paese reso famoso in OccidenÈ vinto il premio Un certain regard al Festival di Cannes, è una rara ecte grazie al film surreale e iperbolico Borat, il demenziale mockumentary di un canto cezione alla regola. Il titolo del film kazako vuol dire tulipano, ed e con l’impareggiabile Sacha Baron Cohen, nella parte di un assai poco è il nome della ragazza che il protagonista autentico, Asa urbano giornalista televisivo kazako. Bisogna ammettere che le alla cultura nomade (Askhat Kuchininchirekov), un giovanotto da poco congedato spassose esagerazioni satiriche boratiane sulle primitive usanche va scomparendo, sempre dal servizio nella marina militare russa, vuole sposare. ze kazake (specie nei confronti delle donne) qualche appiù attratta dalle lusinghe della La sterminata, arsa distesa giustamente denominapiglio nella realtà l’hanno davvero, come si vedrà. ta la Hungersteppe (landa della fame) è l’insoliAsa è tornato dal servizio militare e si è insediamodernità, il primo lungometraggio del regista to nel focolare dell’adorabile (in tutti i sensi) soto sfondo su cui si snoda una commedia romankazako, autore di documentari rella Samal (SamalYeslaymova) e il suo accigliato matica affascinante, esotica, drammatica, esilarante e di ed etnologo. Una commedia rito Ondas (Ondasyn Besikbasov), pastori nomadi che vigrande finezza cinematografica. Una rom-com originalissivono con i tre figli in un tradizionale yurt, meravigliosi alloggi ma, in cui la scena madre, imperdibile, è la nascita autentica di romantica esotica un agnellino, con l’inesperto Asa come ostetrico debuttante. (Gli attotrasportabili tondi, imbottiti e resistenti a climi rigidi. di grande ri sono tutti non professionisti scelti tra la popolazione nomade del luogo, continua a pagina 2 finezza e sono splendidamente efficaci.) È un film interamente ambientato in quella pol-

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9 771827 881301

90425

ISSN 1827-8817

Parola chiave Mezzogiorno di Gennaro Malgieri Le Labelle (ri)fanno sul serio di Stefano Bianchi

NELLE PAGINE DI POESIA

Laura di Byron un mito in divenire di Roberto Mussapi

L’agente Malaparte di Mauro Canali L’Arabia Saudita raccontata da Addonia di Bibi David

Nell’Olimpo domestico Maugham-Casorati di Marco Vallora


alla conquista di

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segue dalla prima

del mondo intero e vincere, per la limpida, delicata, vibrante avvenenza. Il regista Sergei Dvortsevoy, nato e Shymkent (in russo Chimkent) nel sud del Kazakistan, vicino agli stessi luoghi del film, è un documentarista ed etnografo al suo primo lungometraggio. Prima d’ora ha girato corto e medio metraggi che hanno vinto premi a molti festival. A giudicare da Tulpan, e con l’aiuto del suo co-sceneggiatore Gennady Ostrovsky, è un cineasta-narratore fatto e finito. Nello smilzo press book ci sono poche parole su di lui, sempre un ottimo segno; è assiomatico che più è elaborato, verboso e spiegatizio il materiale promozionale, peggiori sono le possibilità che il film sia riuscito. Telegrafico, Dvortsevoy descrive il suo sguardo filmico come cinema di vita: la descrizione è perfettamente calzante.

Asa fa il suo apprendistato da pastore della steppa a fianco del burbero, scorbutico cognato, dai lineamenti notevolmente più mongoli, rispetto al resto della famiglia. Il suo malumore è in parte giustificato da un fenomeno preoccupante: da qualche tempo le sue pecore partoriscono agnellini morti, rischiando di provocare un disastro economico. Il giovanotto scalpita per avere un gregge tutto suo ma Ondas smorza i suoi entusiasmi sentenziando che non può nemmeno sognarselo prima di essersi sposato, e lui stesso ha dovuto aspettare cinque anni prima che il Capo bastone gli permettesse di avere bestie sue. Un pastore non resisterebbe una settimana in quei luoghi severi e inospitali, dice il cognato, senza la collaborazione di una moglie che pulisce, lava, cucina, e fa il burro e il formaggio. Sono distanti 500 chilometri dalla città, e i mezzi motorizzati sono pochi e antichi: una merce rara.

Nella prima scena troviamo Ondas e Asa (il giovane sembra un extraterrestre nella sua alta uniforme da marinaio, anni luce lontano non solo dal mare, ma persino da uno specchio liquido qualsiasi. Da quelle parti ci vogliono le autocisterne per rifornirsi d’acqua). È arrivato fin là («vicini» è una parola relativa nella steppa sempre meno popolata) per chiedere la mano di Tulipan ai suoi anziani genitori, mentre lei, riservata e timidissima, è nascosta dietro una tenda dalla quale sbircia l’aspirante fidanzato senza farsi vedere. Asa si esibisce nel suo numero forte e unico: la recita delle avventure pericolose vissute in alto mare con fantastiche creature marine come il polipo gigante e il pesce vela. Elaborati e ricamati a dovere, questi racconti sono il suo unico biglietto da visita, la sola ricchezza che il ragazzo ha da offrire per far colpo sui suoceri potenziali, a parte i sogni di futura gloria come pastore. Ma Tulpan manda a dire che non ci pensa nemmeno, perché Asa ha le orecchie troppo grandi e a sventola. Punto. Caparbio e deciso a costruirsi la vita che ha sognato di fare da grande, il giovane non accetta la sconfitta. Asa controbatte che pure il principe Carlo ha le orecchie extra large e sporgenti, e ne mostra la foto strappata da una rivista. Quando i genitori di Tulpan chiedono che razza di principe sarebbe questo Charles, lui risponde convinto «americano». La madre di Tulpan, che comprensibilmente aspira a un partito più rassicurante e solido per il suo tesoro, non si lascia impressionare dall’augusto paragone. Sua figlia è l’unica femmina nubile in tutta la loro steppa e poi vuole trasferirsi in città per studiare all’università. Anche se si comporta da megera con Asa e i suoi, non si può biasimare troppo la vecchia madre: da quei pochi fotogrammi in cui vediamo Tulpan solo di sfuggita e di sguincio, s’intuisce che la magnifica chioma folta, lunga e setosa, di colore oro ramato, incornicia un viso di luminoso splendore. Sono di stravagante bellezza le donne di quelle etnie: Samal Yestyamova (l’attrice esordiente che fa la sorella di Asa, che ha per lui un amore sororale assoluto) può tranquillamente gareggiare con le più belle dive

MOBY DICK e di cronach

di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa a cura di Gloria Piccioni

tulpan

L’ossatura del film è formata dal corteggiamento di Tulpan e dal rifiuto di Asa di darsi per vinto, ed è il motore della divertente, articolata e insolita storia. Ma la sua ricchezza è la vita che pulsa e brulica in ogni fotogramma, anche nei paesaggi in cui si vedono, stratificati, solo la prateria di oro bruciato, sotto un cielo di variegate, soffici tonalità di grigio. Ogni tanto si leva un lungo vortice verticale di polvere, o c’è un cucciolo bianco seduto a guardare l’orizzonte, o una mucca che rimugina. Più sovente intorno allo yurt ci sono una bambina a cavallo di un bastone, un’altra che canta a squarciagola, e Beke, un adolescente con l’orecchio appiccicato alla radio. A richiesta, Beke ripete la propaganda dei radiogiornali di Stato a pappagallo, dai piani quinquennali di sicuro successo alle prime teatrali russe. Qua è la ci sono cammelli che brucano, che insieme a cavalli e asini sono mezzi di trasporto e servono a tenere insieme il gregge. Già in altre opere sui nomadi asiatici, come Il matrimonio di Tuya, Mongolia e La storia del cammello che piange, si era visto, ammirato e anche invidiato uno stile di vita dura, essenziale e accattivante. Il film è anche un canto per una cultura nomade e pastorizia che va scomparendo. Boni, il bracciante buontempone (Tulephergen Baisakalov) è un arrapato ascoltatore di musica reggae, ossessionato dalle poppute pornostar che foderano la sua jeep, e dai grappoli di ninfomani che di sicuro tappezzano la città. Fa di tutto per convincere Asa a fuggire con lui verso le lusinghe della modernità. Il paradiso sognato da Asa, però, è un ranch (come nel West, dice lui) e un gregge tutto suo, uno yurt bianco con i panelli solari per avere l’elettricità, e una padella satellitare con 900 canali; vuole la modernità, ma sotto la luna e il cielo stellato della sua steppa. E con accanto la donna appena intravista e già amata perdutamente, alla quale promette «Ti faccio studiare per corrispondenza». Ma l’autoritarismo del cognato, il corteggiamento in panne e le lusinghe di Boni lo spingono verso la città. La tensione tra queste due scelte di vita è la vera storia di Tulpan. Senza un attimo di noia, il film è apparentemente semplice, con sentimenti complessi e una visione autoriale di una poesia austera e mai insistita: da delibarsi preferibilmente sul grande schermo.

TULPAN

LA RAGAZZA CHE NON C’ERA GENERE DRAMMATICO DURATA 100 MIN. PRODUZIONE GERMANIA 2006 DISTRIBUZIONE BIM REGIA SERGEI DVORTSEVOY INTERPRETI ONDAS BESIKBASOV, SAMAL ESLJAMOVA, ASKHAT KUCHENCHEREKOV, TOLEPBERGEN BAISAKALOV

Progetto grafico di Stefano Zaccagnini Impaginazione di Mario Accongiagioco Società Editrice Edizione dell’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Tipografia: edizioni teletrasmesse Editrice Telestampa Sud s.r.l. Vitulano (Benevento)

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MEZZOGIORNO alendo e scendendo per le contrade meridionali, nella gente incontrata ho sempre visto me stesso. Sicché mi si è formata, da tempo immemorabile, l’idea che il Mezzogiorno è il mio specchio nel quale mi vedo nella mia elementarità, svestito dalle convenzioni necessarie che mi coprono altrove. Sono praticamente nudo nell’attraversamento delle regioni dove ascolto la mia lingua, ne riconoscono le abitudini, il significato di riti e superstizioni, i profumi tra i quali sono cresciuto, l’abbandono, la gioia, la rassegnazione e il dolore vissuti religiosamente. E quel senso di fatalità che non spiega nulla, ma rasserena mettendo nelle mani di Dio ogni accadimento, lo ritrovo ogni qualvolta m’immergo nella mia «meridionalità» come in un mare salvifico e rigenerante. È insomma un attraversamento continuo dell’anima nel regno di uno spirito che mi si palesa gaio come il sorriso dei bambini di strada che giocano con poco o con niente, proprio come facevo io alla loro età, ma anche venato di incrinature come le pieghe amare dei vecchi di questa terra dopo una giornata di lavoro nei campi, nelle piccole botteghe artigiane, o soltanto osservatori disincantati dello spettacolo della vita che fluisce davanti a loro seduti ai bordi di strade una volta polverose e ora indecentemente asfaltate nella bella stagione, mentre d’inverno radunati davanti al camino ricordano anche a chi non ha interesse a ricordare un mondo andato nelle forme, ma che rinviene nella sostanza quando le lacrime scendono o l’aspettativa di brandelli di serenità si fa concreta. L’arrivo di un figlio, per esempio, che per lungo tempo ha disertato la terra dei padri per cercare fortuna altrove.

S

La globalizzazione non è arrivata al Sud, per fortuna. Se non nelle forme esteriori ed evanescenti dell’esibizione di stili di vita apertamente disprezzati da chi è rimasto avvinto alle radici del suo mondo. Quella che da secoli permane è la globalizzazione dei sentimenti: un canto sottile che si fa più insistente nelle fredde giornate invernali o nell’afosa controra estiva, quando anche gli amori avvampano nelle stanze in penombra e il desiderio cresce nelle membra ossigenate da un’aria antica, sempre uguale a se stessa, che si stende su corpi estenuati e mormora di bellezze un po’ selvagge, fascinose e altere come erano al tempo in cui le scrutavo passando per i paesi assolati, quasi vuoti all’ora del riposo diurno. E l’amore va a braccetto con la morte nel Sud che ancora c’è. Laddove lo svuotamento delle carni è quasi sublime, quello dell’anima è tragico. Dove sono seppelliti mio padre e mia madre, mani pietose non fanno mai mancare fiori freschi e l’appuntamento settimanale di qualcuno con loro non è suscettibile di rinvii.Vorrei morire da quelle parti, nel mio Sud, non per essere onorato come mio padre e mia madre, ma semplicemente per stare un po’ ancora con loro, decomposto nel corpo, ma vivo nello spirito: almeno così, noi «sudisti» immaginiamo che debba essere la vita altra, dopo questa passata cavalcando illusioni. Sto descrivendo una figura che non esiste se non nella mia immaginazione? L’antropo-

Esuberante e tragico, religioso e pagano, ospitale e diffidente, fecondo e avaro, rigenerante e fatalista. È l’incanto di un mondo a volte incomprensibile, dove la globalizzazione non è arrivata ma da secoli permane l’universalità dei sentimenti

Quell’essenza da preservare di Gennaro Malgieri

In occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia servirebbe una riflessione attenta sulle ragioni, i modi e gli effetti di una «conquista» le cui ferite non si sono ancora rimarginate. Tanto che l’Italia, oltre che politicamente divisa, è soprattutto culturalmente frammentata logia di un meridionale è certamente diversa dalle altre. Né migliore, né peggiore. È così. Con i suoi caratteri, le sue manifestazioni esuberanti e tragiche, la sua intima religiosità che è pagana e cristiana allo stesso tempo, la sua concezione possessiva e ossessiva dell’amore, la sua consapevolezza del limite dell’esistenza e della mistica credenza che essa continua nell’altro pena la decadenza, il suo attaccamento a una terra e a un mare fecondi e avari al tempo stesso. La musicalità della tragedia è tutt’una con l’assenza di illusioni. Già, fatalista dicevo prima. E personalista. L’uomo del Sud non riconosce altro che chi gli si presenta davanti e lo seziona come farebbe un entomologo. Se potesse affiderebbe se stesso, la sua famiglia, i suoi beni, il suo destino e quello della sua comunità a chi conosce e lo convince piuttosto che a disperate classi di predatori politici che calano nella sua vita come alieni dal linguaggio incomprensibile, dai modi disinvolti, presuntuosi al punto di non ascoltare, ma impartire lezioni a

chiunque. Alla persona si recano doni e disperazioni, allo sconosciuto diffidenza quando pretende di sottrarti l’anima e le piccole cose; generose sono invece le offerte quando l’ospite bussa con umiltà a qualsiasi porta nel Sud, sia essa quella del ricco o del povero, e ne rimane incantato.

È l’incanto di un mondo incomprensibile a chi lo guarda in televisione o leggendo i giornali poiché ci si fa un’idea che non corrisponde alla profonda essenza di chi vive nelle regioni che un tempo erano più splendenti di quanto si potrebbe immaginare, e vorremmo tanto che in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia si proponesse una riflessione attenta sulle ragioni, i modi e gli effetti di una «conquista» le cui ferite non si sono ancora rimarginate, tanto che l’Italia, oltre che politicamente divisa è soprattutto culturalmente frammentata. L’ornamento di una menzogna, peraltro sanguinosa, ha tenuto in un recinto il Mezzogiorno. E fa male tornare a Bronte, a Pontelan-

dolfo, sul Garigliano, a Gaeta, a Civitella delTronto e sentire il cuore battere più forte perché là non troviamo l’Italia, ma gli italiani assassinati e disonorati da una storia scritta da barbari che, dopo un secolo e mezzo, non conoscono ancora la pietà per i vinti. Nonostante tutto, i meridionali ci sono ancora, con i loro tanti difetti e le loro tante virtù. Antropologicamente andrebbero preservati, ma dipende da loro soprattutto. MarcelloVeneziani, in uno scintillante, avvincente e (almeno per me) commovente «viaggio», intitolato appunto Sud (Mondadori), ha scritto: «Il meridionale si riconosce ancora, ha i suoi modi di fare e di dire, di atteggiarsi e di vivere, di gesticolare e di comportarsi. In bene e in male. E questo non impedisce di cogliere anche altre identità più larghe, come quella italiana, europea, occidentale; o altre più strette come adriatico marittimo o campagnolo, barese o napoletano». Queste caratteristiche sono «il suo modo di essere al mondo», dice Veneziani: dunque, perché cancellarle, per quale motivo chiedere al meridionale di «modernizzarsi» (nel senso di involgarirsi), di accettare modelli di vita che non sono i suoi, dal battesimo al funerale, dalla tavola al talamo, dalla prodigalità alla diffidenza tipicamente contadina che si scioglie nell’abbraccio dell’altro quando qualità e valori come la lealtà, la sincerità, l’altruismo si manifestano davanti a un piatto povero e saporito o a un bicchiere di vino che illumina perfino l’occhio più spento? La grazia del Mediterraneo, mare sacro per eccellenza, dove tutto ha avuto inizio, ha «formato» l’uomo meridionale. E la sua essenza non è pertanto quella del gaglioffo che una certa letteratura (pessima) vorrebbe far passare. Inutile dire che il Mezzogiorno non è soltanto criminalità e immondizia: perfino nel caos di Napoli ci sono grazie forse un po’celate che non sarebbe male andare a riscoprire; e nelle crepe calabresi si aprono varchi di umanità gentile difficilmente rinvenibili altrove; e nella sterminata e seducente Puglia l’eleganza e l’accoglienza si tengono per mano dalla Daunia al Salento, come tra i Sassi di Matera e le vestigia egiziane e longobarde di Benevento, mentre la magnificenza s’apre sullo splendore borbonico di Caserta e sulle realizzazione «modernissime» delle dinastia passata alla storia come la più reazionaria della Penisola.Tra i difetti del meridionale c’è l’ignoranza della sua storia e, dunque, la scarsa consapevolezza della propria identità. Se così non fosse si amerebbe di più. Ma forse anche questa caratteristica contribuisce a farne un unicum nel vasto catalogo di tipi italiani. Comunque sia, al Mezzogiorno dategli pure inutili (e un po’ offensive) Casse, elargitegli interventi a pioggia, occasionali o continuativi, fategli pure la carità se tutto questo può in qualche modo servigli. Ma non toglietegli la sua luce, il suo segreto splendore. Non deturpate la sua anima. Fate che non diventi un’altra cosa. Certo, molto dipende dai meridionali stessi, ma li si aiuti a non cambiare più di quanto non sono già cambiati sotto la spinta di quella che chiamiamo «modernità». Di ciò che resta di un popolo così non se ne dovrebbe fare a meno.


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cd

oulez-vous coucher avec moi, ce soir? (Volete venire a letto con me, stasera?). Pruriginosissima frase a luci rosse. E noi adolescenti, nel 1974, sognavamo che prima o poi una ragazza, girandola da plurale a singolare, ce la bisbigliasse all’orecchio. Aspettando il miracolo, ci accontentavamo d’ascoltarla in radio, dalle ugole roventi di Patti LaBelle, Nona Hendryx e Sarah Dash. Quelle parole, erano il pepe di Lady Marmalade: quattrocentosettantanovesima canzone sulle cinquecento più belle d’ogni tempo, secondo la rivista Rolling Stone. Un’ossessione, per le Labelle, ancorate in eterno a quel ritornello a tripla x. In realtà, ben prima di Lady Marmalade, il female group aveva dato gran lustro alla musica nera: nel ’61, come The Bluebelles, con l’aggiunta di Cindy Birdsong e un successo mangiaclassifiche, I Sold My Heart To The Junkman; poi, come Patti LaBelle & The Bluebelles (in trio: la Birdsong aveva nel frattempo preferito le Supremes) e infine Labelle: debutto nel ’71, reinventando Wild Horses dei Rolling Stones e You’ve Got A Friend di Carole King. Sicché, era inutile infilarle nel rhythm & blues. Meglio lasciarle sfogare nel rock, nel soul e nel funk, con licenza «disco». Fino al ’76, quando Patti, Nona e Sarah decidono di proseguire ognuna per la propria strada. Tutt’altro che rivali, si ritroveranno a esibirsi nel ’91 all’Apollo Theater di New York, incideranno nel ’95 Turn It Out per la colonna sonora del film A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar e nel ’99 riceveranno (con Cindy) il prestigioso R&B Foundation Pioneer Award. Ma adesso, con Back To Now, si (ri)fà sul serio. Inguainate come da prassi in abiti trash tutti piume e lustrini (fino

V

musica

Le Labelle (ri)fanno sul serio di Stefano Bianchi

a prova contraria, sono ancora le preferite dalle drag queen), le Labelle mettono in fila dieci canzoni facendosele produrre dall’ex Fugees Wyclef Jean (la più modaiola, Rollout, fra dance e 2-Step), dal chitarrista rockfunkettaro Lenny Kravitz e da Kenneth Gamble & Leon Huff, pionieri del Philadelphia soul e abili supervisori, negli anni Ottanta, di due album solisti di Patti LaBelle: The Spirit’s In It e I’m In Love Again. Come da copione, l’ugola superlativa è sempre quella di Patti, mentre Nona Hendryx si piglia onori e oneri delle composizioni e Sarah Dash svolge il ruolo d’impeccabile backing vocalist. Ogni tanto, le (ex) ragazze vanno un po’ sopra le righe ma nell’insieme funzionano, fra rhythm & blues solleticato dal gospel (Candlelight), soul di classe (Superlover), funky (puro: System; contaminato dal rock: Truth Will Set You Free), ritmi sincopati e virtuosismi vocali (Tears For The World), accorate melodie (Dear Rosa), orecchiabilità che più pop non si potrebbe (How Long). L’ultimo brano in scaletta, è una prelibatezza «vintage»: Miss Otis Regrets, il classico di Cole Porter, rivisitato e inciso nel 1970 con l’indimenticabile Keith Moon degli Who alla batteria. Chapeau. Labelle, Back To Now, Verve, 20,90 euro

in libreria

mondo

HEY JOE, UN LIBRO PER TE

riviste

PIÙ BIANCO NON SI PUÒ

TORNA L’ORA DEL BIG BEN

«H

o deciso di raccogliere i ricordi, le testimonianze, i saluti, tutto ciò che vorrete inviarmi riguardante Joe e i Clash. Cosa ne farò, sinceramente al momento non lo so. Se ci sarà qualche editore disposto a stampare la raccolta di testi, bene, altrimenti spedirò a ognuno di voi il risultato finale di questo lavoro». Così scriveva nel 2002 Luca Frazzi, in seguito alla morte di

L

a più suonata, sentita e diffusa negli ultimi settantacinque anni in Inghilterra. A whiter shade of pale, immortale successo dei Procol Harum, si aggiudica il primato della Ppl, (equivalente britannico della nostra Siae), nella classifica delle canzoni più gettonate degli ultimi tre quarti di secolo. «È una cosa che non mi sarei neanche lontanamente immaginato quando scrissi la

obusto, verace, pieno di tonificante energia, il rock di Relentless7 è impreziosito dalla classe purissima di Ben Harper. Sin dalla prima traccia (Number With No Name) abbiamo le coordinate stilistiche del progetto: garage rock tinto di blues, con la slide di Ben che colpisce dritta al cuore e la sua voce che ti obbliga ad ascoltare. E che, come suggerisce il testo, può

Luca Frazzi dedica un accurato commentario a Strummer, leader dei dimenticati Clash

”A whiter shade of pale” dei Procol Harum è la canzone più diffusa in Inghilterra. Poi i Queen

Harper e Relentless7 danno vita a un album rock imperdibile: ”White Lies For Dark Times”

Strummer, leader di una delle più celebri formazioni punk degli anni Ottanta. A sette anni dal lancio del progetto, il risultato è The Clash. I wanna riot (Arcana, 448 pagine, 18,50 euro). Annotato dalla penna incisiva di Frazzi, il commentario dedicato a un artista e una band entrati troppo bruscamente in un cono d’ombra, si segnala per vivacità e competenza di quanti, appassionati e musicologi a vario titolo, elaborano pagina dopo pagina un originale ritratto dei Clash. A loro agio nel reggae e nel dub, nel rap e nel rockabilly, il gruppo inglese fu più che una compagine punk. Il bel lavoro di Frazzi gliene rende merito dopo tempo.

canzone», commenta Gary Brooker, 63 anni, frontman della band. Seconda, nella delusione di molti, la vincitrice annunciata: un classico della storia della musica come Bohemian Rapsody dei Queen. Seguono con numerose voci in capitolo i Beatles (Hello goodbye, Get back e From me to you le più quotate), mentre tra i contemporanei si afferma l’estro romantico di Robbie Williams con le note Angels, Rock DJ e Strong. Pezzo più vecchio in catalogo, è In the mood di Glenn Miller, che, risalente al 1939, continua a brillare con fascino immutato.

travolgerti sino alla pazzia». Ezio Guaitamacchi di jamonline.it presenta White Lies For Dark Times in termini lusinghieri. Nata come in una favola, con un taxista che fa ascoltare la propria musica alla star affermata, la collaborazione tra la debuttante garage band e il chitarrista, dà vita a un disco soprendente. Energia, forza evocativa, lirismo, sprizzano da un riuscito mix di riff azzeccati e brio ritmico. Il mood acustico di Harper sposa il vigore zeppeliniano dei Relentless7, in una tracklist che non risparmia l’apnea neppure per un momento. A partire dalla grintosa Shimmer and Shine, che dà il la a un tripudio di rock vecchio stampo.

a cura di Francesco Lo Dico

«R


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teatro

zapping

L’ADDIO DI D’ORAZIO e i miti prêt à porter

Il talento di Mr. Cosentino di Enrica Rosso

di Bruno Giurato si sa che sono tempi duri, e si sa che l’agenda spettacolare è tutta della Tv e di YouTube. Alla razza dei giornalisti tradizionali (razza ancora gutemberghiana, gazzettista-illuminista, ideologico-novecentista) resta davvero poco. Il poco che resta ormai sono quasi solo i miti da pagina degli spettacoli. Notizie che si calano in pagina giorno dopo giorno perché gli spazi ci sono e bisogna riempire. Cala oggi, cala domani, la quantità fa attualità, e alla fine trovi su Googlenews 359 (trecentocinquantanove) articoli in una settimana su Stefano D’Orazio, batterista dei Pooh che lascia il gruppo. Trattandosi di percussionista è il caso di dire: Pum! Ecco un nuovo mito da pagina degli spettacoli. Niente da dire sui Pooh, anche perché a casa abbiamo il vinile di Palasport, sappiamo a memoria Parsifal e bisogna pur ammettere che Piccola Kathy ha un grande riff di chitarra. Apprendiamo dall’Ansa che si tratta di una «decisione interiore». Apprendiamo da Emanuela Folliero, compagna di D’Orazio, che si tratta di un «divorzio consensuale». Apprendiamo da tutti che sta per uscire il nuovo disco del gruppo, probabilmente l’ultimo e apprendiamo anche che presto comincerà una tournée, probabilmente l’ultima. Stando così le cose, col solito spirito di servizio abbiamo un buon consiglio per i Pooh e per i fans. Far rientrare D’Orazio nel gruppo subito dopo la tournée, e al prossimo disco annunciare l’abbandono di Facchinetti, a quello successivo toccherà a Battaglia, a quello successivo ancora Canzian. Pubblicità a gratis per i quattro prossimi (e ultimi) dischi, per le quattro prossime (e ultime) tournée. E quattro miti già pronti per le pagine degli spettacoli. Pum!

E

festival

ndrea Cosentino o della variabilità. Drammaturgo, attore, regista e studioso di teatro. Segni particolari: una decisa allergia alle istituzioni teatrali che generano prodotti perfettamente confezionati e prevedibili, inalterabili nel corso delle repliche. La scorsa primavera, nell’ambito della seconda edizione del glorioso Festival Teatri di Vetro, aveva convogliato nello storico quartiere romano della Garbatella alcune energie creative, trasformando il lotto 12 nella culla di una sagra paesana con una spiccata vocazione alla teatralità detta «Festa del Paparacchio». Dall’inizio dell’anno è stato avvistato in diversi teatri romani: all’Arvalia in apertura di stagione, poi al Forte; non più di una settimana fa nello spazio (nonostante tutto in fermento) del Rialto S. Ambrogio dove ha presentato l’evergreen La tartaruga in bicicletta in discesa va veloce. Senza contare l’Avanspettacolo postmoderno a cui ha dato vita, tutte le sere, 15 minuti prima dell’inizio dello spettacolo in programma, nel foyer del Teatro Palladium. In questi giorni si aggira in suolo lombardo dove presenta il suo ultimo nato: Totò le Momò. Avanspettacolo della crudeltà. Una formazione stratificata che contrariamente alle sue esibizioni, non lascia nulla all’improvvisazione e che lo porta, dopo una rapidissima esplorazione dell’offerta nazionale, a orientarsi verso il teatro di ricerca e per affinare il proprio talento, a stabilirsi a Parigi per far sue le tecniche del teatro gestuale di Philippe Gautier della scuola di Jaques Lecoq mimo e clown di fama internazionale. È intorno a questo nucleo plastico che Cosentino costruisce il suo modo di essere mille in uno. Non si può e non si deve, se no si dispiace, parlare

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nel suo caso di autore-narratore… Egli è sì autore delle sue storie e anche unico io narrante delle stesse, ma i suoi racconti viaggiano attraverso canali altri per tracciare un repertorio di varia umanità. Personaggi che diventano persone con l’aggiunta di un gesto, di un sospiro. Una faccia espressiva e mobilissima, piena di occhi, accompagnata da una vocalità ricca e una fantasia straripante sono gli strumenti che usa per comporre i suoi assoli comici a un passo dal divenire altro. Gli spunti che gli sono cari e che ritornano nei suoi monologhi affrontano i temi sociali della solitudine, dell’esclusione, della difficoltà a portarsi a casa la giornata (penso a L’asino albino ispirato al carcere di massima sicurezza dell’Asinara, o a La tartaruga in bicicletta in discesa va veloce che prende spunto dalle esperienze condivise con gli occupanti di una casa famiglia come obbiettore di coscienza) ma anche alla necessità di interagire in modo anticonvenzionale con i media. Ed è scarnificando le scenografie che Cosentino arriva, con la scelta di una comunicazione a tutto campo, a inglobare nel suo lavoro il grande circo mediatico servendosi del solo materiale umano. Scimmiottando con arguzia la televisione spazzatura, entrando in rotta di collisione con le più aberranti invenzioni di intrattenimento da prima serata, ripristina il contatto tra la finzione pronta a tutto e la realtà travestita da finzione (è solito condividere la scena con bambole e fantocci). Con grazia, intelligenza e sensibilità, ci mostra il risvolto buffo e imprevisto delle cose, quello in grado di trasformare un’esperienza difficile in un’avventura esilarante. Una comicità lieve, a tratti surreale. Prossimo obbiettivo, che ci crediate o no, la luna.

A sorpresa, il Blues Boy e Lucille a Umbria Jazz di Adriano Mazzoletti na notizia che immaginiamo riempirà di gioia gli appassionati del blues è quella diffusa pochi giorni fa da Umbria Jazz che B.B. King suonerà all’Arena Santa Giuliana domenica 19 luglio in sostituzione di Donna Summer che ha cancellato il tour europeo. A Umbria Jazz, B.B. King si era già esibito due volte, nel ’93 e nel 2004, anno in cui fu anche insignito di una laurea ad honorem dall’Università del Mississippi. Nel 1987 aveva ricevuto un Grammy alla carriera per la sua «devozione alla verità musicale», così recitava la motivazione. Non sappiamo invece in quale disciplina B.B. King abbia ricevuto la laurea honoris causa. Possiamo pensare che l’Università del Mississippi abbia voluto premiare uno dei figli più illustri di quello Stato, ma abbia voluto anche

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riparare in parte a ciò che la popolazione nera ha dovuto subire in tanti anni di segregazionismo. Nato ottantaquattro anni fa, come Riley King in una piantagione situata fra le città di Itta Bena e Indianola, nipote di uno schiavo che, ricorda, era un eccellente chitarrista, come del resto il padre anch’egli chitarrista e cantante di blues, si impose nel 1946 nel corso di uno spettacolo per dilettanti al W.C. Handy Theatre di Memphis. Gli inizi non furono facili. Si trovò a cantare i suoi blues per le strade di Memphis, soprattutto nella famosa Beale Street, vera e propria palestra per tutti i bluesmen del Sud degli Stati Uniti. Al suo primo ingaggio in un piccolo locale di Memphis venne presentato come Riley King The Blues Boy from Beale Street, ma era troppo lungo. Successivamente venne accorciato in Beale Street Blues Boy, ma anche questo risultò es-

sere poco adatto e finalmente qualcuno decise di chiamarlo semplicemente Blues Boy e da qui B.B. Da quel momento Riley King divenne B.B. King. Sono trascorsi oltre sessant’anni e questo grande bluesman, nipote di uno schiavo, è ancor oggi uno dei maggiori esponenti del blues urbano con al suo attivo un numero impressionante di incisioni, di apparizioni televisive e soprattutto, fatto quasi unico fra gli esponenti del blues autentico, con ben 74 presenze nelle classifiche della rivista Billboard. Per rendersi conto della sua immensa produzione discografica basta sfogliare una qualsiasi discografia. Le sue incisioni coprono lo spazio di oltre trenta pagine. Con la sua chitarra Gibson ES-345 da lui chiamata affettuosamente Lucille, diventata una vera e propria icona del blues, B.B. King è riuscito a imporre la sua musica in ogni parte del mondo.


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narrativa

libri

Detective a Barcellona tra modernità e Medioevo di Pier Mario Fasanotti una delle migliori e più affermate scrittrici della Spagna. Alterna, senza usare pseudonimi, romanzi normali e romanzi di genere poliziesco. Sono questi ultimi, che in quanto a scavo psicologico somigliano ai primi, che le hanno dato fama.Alicia Giménez-Bartlett, nata ad Almansa e abitante a Barcellona, ha creato un’originale coppia di poliziotti: l’ispettore Petra Delicato e il vice ispettore Fermìn Garzon. Il nome della donna, come in un ossimoro, racchiude gli elementi essenziali del suo carattere: dura nel lavoro (come una pietra, appunto) e indipendente nei giudizi fino a rasentare talvolta il ribellismo, delicata verso i deboli e con sentimenti complessi, immersa com’è nel recentissimo terzo matrimonio. Lei senza figli se la deve vedere con i quattro di lui (un architetto innamoratissimo e pazientissimo), che a giorni alternati piombano nel loro appartamento, con l’aggravante che non sono della stessa madre («quando ci sono dei figli non c’è modo di fare la pace con gli ex»). Una bella fatica per una donna orgogliosamente schiava del proprio lavoro che deve affrontare ragazzi dagli otto a 18 anni. Pare che il matrimonio regga, malgrado «la furia» professionale di Petra che in certi giorni

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mette in second’ordine tutto il resto.Anche Garzon, più anziano della quarantenne (e affascinante) Delicado, si è appena sposato e la regolarità coniugale ha smussato certe sue stizzosità da piedipiatti celibe. La Giménez-Bartlett ha sempre incastonato i suoi gialli in situazioni socialmente roventi: storie di senza-tetto, vivisezione di animali, corruzione della medio-alta borghesia catalana. Stavolta si è presa una sorta di vacanza culturale (ha ammesso di essersi divertita molto) e ha piazzato gli omicidi in un convento di suore. Tasselli di modernità quotidiana convivono con brandelli quasi medioevali. Due individui hanno rubato la salma imbalsamata del beato Asercio de Montcada, che da secoli stava dietro una teca, e hanno ucciso frate Cristòbal che esaminava la storia e i resti del santo. Con lo stesso colpo in testa i due hanno anche ucciso Eulabia, una barbona alcolizzata che ha visto portare via con un furgone Asercio, come se si trattasse di un ferito in ambulanza. L’inchiesta passa subito dalla polizia autonoma catalana (Mossos d’Esquadra) a quella nazionale. Petra e Firmìn si chiedono come mai «in un luogo da cui le tentazioni del mondo sono escluse» si possa uccidere. Con l’aiuto di un frate e di una suora, entrambi studiosi di storia, seguono la pista della vendetta postuma. In Spagna, nel 1909, ci fu la Settimana Tragica: anarchici e ribelli devastarono e incendiarono molti conventi e chiese. Una eguale irriverenza contro i luoghi della Chiesa, con stupri e torture, si verificò durante la guerra civile. Ma non basta: si viene a sapere che agli inizi del Seicento ci fu un processo contro tre sacerdoti accusati di aver sottratto, di notte, le spoglie di frate Asercio. La polizia deve affrontare la fantasia macabra dei giornalisti che, affamati di notizie che non ci sono, ricamano storie con un contorno di fanatismo medioevale. Spinti, in questo, dal ritrovamento, in una piazza dove

un tempo sorgeva un edificio religioso, di un piede del frate mummificato. Nell’era della comunicazione e dell’immagine, anche la polizia deve adeguarsi. Quindi chiama un noto (e vanesio) psichiatra, un profiler che, c’era da scommettere, farà un elenco di banalità. Petra e Firmìn seguono il classico fiuto. Il romanzo, un po’appesantito da pagine dedicate alle dinamiche familiari, si muove tra passato e presente. Il presente della nuova Spagna che, popolata di manager trafficoni, di donne saputelle e di emarginati, deve fare sempre i conti con la pesantezza dei decenni e secoli precedenti. Un Paese «con il peso delle colpe dei nostri padri sempre sulle nostre spalle, spagnoli contro spagnoli, il progresso contro la reazione…». In un momento di sconforto, Petra Delicato confessa che le sarebbe piaciuto «essere francese e comprare una baguette appena sfornata». Ma lo sconforto passa: c’è la «caccia al tesoro» con i resti di un santo, c’è la famiglia allargata, ci sono i problemi con i superiori. E c’è anche il divertente rapporto con una madre superiore, avida di tè e di sigarette. Un detective mancato. Alicia Giménez-Bartlett, Il silenzio dei chiostri, Sellerio, 527 pagine, 5,00 euro

riletture

Gli antipatici di Oriana dalla cronaca alla letteratura di Angelo Crespi asterebbe leggere il ritratto-intervista di Salvatore Quasimodo per capire la grandezza di Oriana Fallaci. Il poeta di Tindari viene maltrattato, sbertucciato, ridotto a un piccolo uomo, come chiosa lei, di altezza non superiore al metro e sessantacinque che si erge in tutta la sua «statura» avendo egli vinto il Nobel. Ma il Nobel non è un premio, non è motivo di felicità per Quasimodo, semmai è una malattia che lo condurrà alla morte.Tanto che la perfida Oriana non fa che accentuare questa tiritera, «ho vinto il Nobel», «sono un Nobel», il «Nobel non viene assegnato per caso…», «un Nobel non viene certo vicino a Varese…» e poi come un entomologo amorevole infilza per guardare meglio il proprio scarrafone che alla fine accetta l’invito vicino a Varese. Sì, è proprio questa la dote della Fallaci: luci-

B

do disincanto ma attenzione maniacale per l’animale che in quel momento si trova sotto sua osservazione. E non c’è né ironia mal trattenuta, né compatimento in quello sguardo, solo interesse. Per questo motivo restano assai godibili i diciotto ritratti che Oriana compose febbrilmente per l’Europeo tra il dicembre 1962 e il luglio 1963 e che furono poi raccolti in volume proprio nel 1963 sotto il titolo di Gli antipatici, titolo ora riproposto da Rizzoli nella Bur (364 pagine, 10,00 euro). Diciotto interviste a ricchi, famosi, belli del tempo, appunto «antipatici», su cui la Fallaci trentatreenne, non ancora la Fallaci del Vietnam o quella del «corpo a corpo» coi più grandi uomini della terra (Gheddafi, Gandhi, lo Scia…), affila le proprie armi di intervistatrice, rude ed efficace. Tanto che si fa fatica a trovare un epigone, tra i giornalisti e giornaliste, che regga il confronto, soprattutto pen-

sando che queste intervistine, le prime fatte col magnetofono, sono per lo più dedicate a personaggi del gossip e della mondanità anni Sessanta: Don Jaime de Mora y Aragon detto «Fabiolo», Francisco Pignatari detto «Baby», la contessa Afdera Franchetti compagna di Henry Fonda, Antonio Ordóñez celebre torero in disarmo. Ovviamente, le più dense sono quelle con Nilde Iotti («massiccia e immensa, i capelli pesanti pettinati come una monaca, il volto senza cipria indurito da sopracciglia foltissime che sopra il naso si uniscono, quasi formando una riga»), con Federico Fellini («il suo volto aveva un piglio quasi mussolinesco, i suoi occhi erano gravi, si capiva che non avrei più potuto chiamarlo Pallino…»), con Anna Magnani («quegli occhi cupi, quei denti feroci, quell’aria da uccello ferito che non sa dove sbattere le ali…»), con Natalia Ginzburg

(«l’aria un po’ goffa di certe zie cui si ha sempre un favore da chiedere e di cui non si conosce l’eta…»). Sebbene non cali mai la tensione neppure quando si tratta di dialogare con l’abatino Gianni Rivera. Non sono certo personaggi minori quelli che popolano e incarnano Gli antipatici, sottolinea la giornalista-curatrice del volume, Laura Laurenzi. «Sfila davanti ai nostri occhi un superbo campionario di mostri sacri». Mostri sacri in parte per loro capacità, in parte per capacità della Fallaci di rappresentarli, alla maniera dei grandi scrittori, nei loro tratti più archetipici, nei loro vizi più assoluti, nella povertà estrema di sentimenti, o al contrario nell’esondare di pathos. Fuori dalla loro epoca, soprattutto i playboy e le starlette, resistono dunque per grazia ricevuta, perché quando la scrittura si fa letteratura eterna anche la cronaca.


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religione

I libri su Dio, la vera fede di Augias

di Giancristiano Desiderio io è morto, Dio è risorto. Non si è mai parlato così tanto di Dio come nell’epoca della sua morte. Quando Nietzsche annunciò nella Gaia scienza «Dio è morto» sapeva che l’epoca del nichilismo - l’ospite inquietante - non sarebbe stata definitiva e dopo il tramonto del sole e dopo la notte un altro sole sarebbe sorto. Dio - inteso come il Dio di Abramo e di Isacco, di Francesco e di Jacopone, ma anche come il Dio dei filosofi - è il vero protagonista della storia dell’Occidente: la terra dove il sole tramonta. Senza Dio, la sua nascita e la sua morte, è difficile pensare l’Occidente e la nostra storia.

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narrativa/2

Anche la nostra singola storia. Sarà per questo che nel libro Disputa su Dio e dintorni, i due autori - Corrado Augias e Vito Mancuso - parlano delle loro fedi, dei loro convincimenti, delle loro vite e della storia delle loro anime (scusate ma altra parola non mi viene). Chi sono Augias e Mancuso lo sapete, dunque non aggiungo nulla su loro. Do loro la parola. Il giornalista di Repubblica, che non crede nell’esistenza di Dio ma solo nell’esistenza dei libri su Dio, dice in quarta di copertina: «Non credo che siamo stati creati per volontà di un qualche dio; tanto meno fatti a sua immagine e somiglianza. Non credo che ci sia un’altra vita dopo la morte, sono convinto che con l’ultimo respiro ciò che era

polvere torni a essere polvere, torni cioè nel grande flusso dell’Essere». Dice il teologo sempre in quarta di copertina: «Credo che oltre alla polvere noi consistiamo di un’altra dimensione, l’anima spirituale. Per questo sostengo che la verità definitiva della nostra personalità è l’Essere eterno e personale, quel Dio interpretato dalle diverse religioni in vario modo, e dal cristianesimo come amore». Augias non crede. Mancuso crede. Il giornalista si sente più vicino al Dio dei filosofi, il teologo non è poi così distante dal Dio dei filosofi e aggiunge l’«amore che muove il sole e l’altre stelle» come espressione del cristianesimo. La disputa su Dio è infinita ma necessaria. La «morte di Dio» non è la

fine dell’idea di Dio, quanto la ricerca del senso dell’idea di Dio. Prima della morte, il senso era dato, dopo la morte il senso è da ricercare e la ricerca crea una molteplicità di sensi: il pluralismo sia religioso sia etico. Ma il protagonista della storia occidentale, anche nell’epoca del nichilismo o soprattutto, resta Dio che è da considerarsi come la proiezione del sistema-uomo. L’uomo in quanto uomo è figlio e il figlio è in relazione al padre.Tutti - quasi tutti - gli uomini si misurano con la morte del padre. Tutti gli uomini hanno un padre. Corrado Augias e Vito Mancuso, Disputa su Dio e dintorni, Mondadori, 269 pagine, 18,50 euro

Racconti brevi di un’India smisurata

di Vincenzo Faccioli Pintozzi prezioso e ben fatto, l’ultimo nato della collana Godot dell’editore Gaffi. Le Erbacce del titolo, lontane dall’essere lo scarto di una pregevole produzione letteraria, rappresentano una collana di racconti brevi e puntuali, che narrano con perizia e visioni mistiche uno dei paesi più citati e meno conosciuti dall’Occidente. Quell’India che, nel nostro misero immaginario, si divide fra i vecchi maharaja e Bollywood, fra madre Teresa di Calcutta e il Taj Mahal. E che invece è un mosaico composto da un miliardo di tessere, gli esseri umani che gli autori dipingono - trasponendoli in luoghi e momenti storici diversi con colori unici e irripetibili. Erbacce, dicevamo, ma anche L’incantatore di serpenti, Il Cielo e la gatta, La Capriola. E soprattutto Un figlio devoto, racconto straziante e unico che concilia la pietas in salsa induista e l’ambizione sfrenata che caratterizzano i giovani indiani che si affacciano (con

È

poche speranze e infinite capacità) nel mondo che li circonda. Fa bene leggere Erbacce, a chi cerca una visione reale dell’India, perché a suo modo dipinge il sub-continente e lo libera dagli stereotipi, fa capire il conflitto indo-musulmano e la spiritualità non depredata dai santoni hippy. Aiuta, insomma, coloro che sulla scia dei grandi scrittori-viaggiatori del secolo scorso hanno intenzione e interesse a calarsi in una realtà che già sanno essere sfuggente e sfuocata. Siamo arrivati ad Amrisar, che è il titolo del penultimo racconto, quello che oggi andrebbe letto nelle ultime

società

classi dei licei europei per capire cosa si cela dietro agli spregevoli attentanti di Mumbai. Che spiega senza fronzoli la nascita del Pakistan affidandone le considerazioni a pochi, umili viaggiatori chiusi in uno scompartimento e divisi dall’etnia. Mentre Nostalgia apre uno spaccato pregevole e senza pregiudizi sul mondo chiuso - una casta vera e propria - degli indiani emigrati. Una realtà utile da comprendere, se si pensa che questi rappresentano una sezione importante del futuro mondo occidentale. Sono gli emigrati di questa India, infatti, a ricoprire luoghi cruciali della nostra ricchezza come i call center e le fabbriche di software. Sono loro il motore di tante economie emergenti. Straziante, infine, Un uomo cieco e contento: storia di un padre non vedente e della moglie poco devota, che mettono insieme al mondo una progenie irriconoscente, che il padre non rinnegherà mai. AA.VV., Erbacce, Alberto Gaffi Editore, 259 pagine, 13,50 euro

Il Grande Fratello e il virus della visibilità di Mario Donati

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ualcosa di molto profondo è cambiato in questi decenni. Quindi occorre cambiare anche i codici interpretativi della storia. È quanto suggerisce il filosofo francese Jean Baudrillard (scomparso due anni fa) in questa agile raccolta di saggi che presentò a Madrid. Sbagliato, egli avverte, soffermarsi ancora sul concetto di dominazione. Si deve parlare piuttosto di egemonia, o comunque distinguere bene i due termini così da spazzare via il vecchiume concettuale sul rapporto tra servo e padrone. Dinanzi alla «realizzazione integrale di

ogni desiderio» e all’«emancipazione virtuale» si arriva a una situazione che si fonda sull’egemonia, «sull’interiorizzazione del padrone da parte del servo emancipato». In questo senso non è errato dire che l’egemonia è la fine della dominazione. Il rischio, ammonisce Baudrillard, è quello di inoltrarci in tempi di «asservimento delle menti a un unico modello, a una sola dimensione concettuale, di modo che qualsiasi altra prospettiva, qualsiasi altra posta simbolica, è diventata inconcepibile». Il mondo odierno è segnato dall’«accesso a tutta l’informazione» e dall’«obbligo del piacere». E così alcune conquiste sociali di fat-

to sono nuove forme di servitù. Francamente, noi lettori liberali, facciamo fatica ad aderire a quella sorta di giustificazionismo che Baudrillard fa del terrorismo, come risposta all’egemonia. Così come è difficile seguirlo quando afferma che «non si può più dare scacco al sistema in nome dei propri principi, perché il sistema li ha aboliti». L’interpretazione rigida e radicale del francese - viziata da un peccato d’origine marxista non tiene conto della spiritualità e della dimensione religiosa. Le sue teorie sono però affascinanti, e condivisibili, quando esamina quella che chiama «violenza dell’immagine». L’informazione spal-

mata senza criteri, o senza discrimanti etiche, porta alla «sparizione del Reale». Il virus più vistoso è il Grande Fratello televisivo: il farsi immagine ed esporre tutta la propria vita quotidiana, le sue disgrazie, i suoi desideri e le sue possibilità è violenza. Voyeurismo pornografico? Peggio: «Quello che la gente brama non è sesso, ma spettacolo della banalità, che è il vero porno di oggi, la vera oscenità, ossia piattezza, insignificanza, nullità».Visibilità come «forma più degradata dell’esistenza». Jean Baudrillard, L’agonia del potere, Mimesis Edizioni, 60 pagine, 10,00 euro

altre letture Come si è arrivati all’attuale cataclisma finanziario? Un passo dopo l’altro, si potrebbe banalmente rispondere. Del resto analisti seri ci avevano messo in guardia da tempo sui rischi di un’economia virtualizzata, fondata sulla speculazione, dissociata dal momento produttivo e umano. Da tempo per esempio Ronald Dore - docente alla London School of Economics a Harvard, diceva da tempo nei suoi saggi e articoli che l’economia reale si sarebbe trovata a pagare un conto molto salato. L’accelerazione che ha caratterizzato il processo di finanziarizzazione negli ultimi decenni ha creato le condizioni del cataclisma sistemico che ci troviamo ad affrontare oggi. Dore, in Finanza pigliatutto (Il Mulino, 117 pagine, 9,00 euro), racconta i passi che ci hanno condotto al baratro e dice che la situazione economica in cui ci dibattiamo obbligherà tutti a un ripensamento. «Quello che è certo - sostiene l’economista - è che i Paesi dove vige un capitalismo attento al welfare hanno subito un impatto meno duro e sembrano avere gli strumenti per reagire. Passate le celebrazioni del centenario del futurismo non si smette di studiare un fenomeno che in parte ha scosso la cultura europea in parte ne ha rappresentato le contrazioni. Il Futurismo tra cultura e politica di Angelo D’Orsi (Salerno editrice, 337 pagine, 18,00 euro) racconta come la corrente cui diede vita e impulso Filippo Tommaso Marinetti fu il primo movimento a teorizzare e praticare una concezione totalitaria dell’azione culturale. Il libro di Angelo D’Orsi affronta i temi principali del rapporto tra futurismo e politica, anche alla luce delle analisi di Antonio Gramsci, mettendone in luce i diversi, contraddittori aspetti, dando spazio alle componenti di sinistra del movimento presto emarginate. Che cos’è la società umana? La maggior parte delle teorie sociologiche odierne ritiene che l’interrogativo sia da relegare al regno di una metafisica perduta. La società attuale sarebbe una sorta di sospensione tra un passato che non esiste più e un futuro che non può cominciare, una liquidità in crisi permanente, nella quale la crisi sarebbe allo stesso tempo il sintomo e la terapia prescritta dalle scienze sociali contemporanee. Insomma sembra impossibile pensare a una società a misura d’uomo. In La società dell’umano invece (Marietti 1820, 374 pagine, 24,00 euro) Pierpaolo Donati sostiene che si può ancora pensare di vivere in un mondo in cui la soggettività della persona umana e le relazioni siano differenziate e a misura dell’umano. a cura di Riccardo Paradisi


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storia

MENTRE ESCE DA ADELPHI “KAPUTT”, LA CUI STESURA INIZIÒ NEL 1941 «NEL VILLAGGIO DI PESTCIANKA, IN UCRAINA, IN CASA DEL CONTADINO ROMAN SUCHÈNA», ALCUNI DOCUMENTI INEDITI PROVENIENTI DAGLI ARCHIVI AMERICANI, FANNO LUCE SUI RAPPORTI DELLO SCRITTORE TOSCANO CON I SERVIZI INFORMATIVI DEGLI ALLEATI

L’agente Malaparte di Mauro Canali embra che si sia alla vigilia di una riscoperta del Curzio Malaparte scrittore. La prestigiosa casa editrice Adelphi ha annunciato l’uscita il 6 maggio di Kaputt e poi via via di tutte le opere dello scrittore toscano. La stessa casa editrice con un certo tempismo ha pubblicato l’ultima opera di Milan Kundera Un racconto, in cui lo scrittore praghese, nella galleria degli scrittori che ritiene importanti per la sua formazione intellettuale, inserisce significativamente Malaparte, contribuendo così a questa importante opera di recupero. Kundera colloca La pelle, che definisce l’«arciromanzo», tra le opere maggiori del Novecento (vedi su Mobydick del 18 aprile scorso, l’articolo di Angelo Crespi a pagina 7, ndr). A parte gli indiscussi meriti letterari, riteniamo che sia giunto il tempo di affrontare in modo più complessivo la biografia dello scrittore toscano, che faccia luce su alcuni importanti passaggi della sua vicenda umana e politica. Una certa critica letteraria militante e, ancor di più, una storiografia fortemente ideologizzata hanno collaborato in passato per esiliare Malaparte dal consesso degli scrittori e stendere una cortina di silenzio sulla sua opera e sulle sue vicende politiche, queste ultime spesso non facilmente decifrabili. Malgrado ciò egli continua a resistere a tutti i tentativi di emarginazione o peggio di sommaria liquidazione. La sua opera continua a godere d’un consenso diffuso e di ampia popolarità. Riteniamo tuttavia che, relativamente alla sua biografia, la ricerca storica abbia ancora molto da accertare, soprattutto per il periodo riguardante la guerra e l’immediato dopoguerra. Già alcune piccole tracce sparse dallo stesso scrittore nelle sue opere più note avrebbero dovuto ingenerare negli studiosi interrogativi più ampi, ma esse sono state per lo più trascurate. Prendiamo ad esempio la dedica che Malaparte appone a La pelle, in cui si legge: «all’affettuosa memoria del Colonnello Henry H. Cumming, dell’Università di Virginia, e di tutti i bravi, i buoni, gli onesti soldati americani, miei compagni d’arme dal 1943 al 1945, morti inutilmente per la libertà dell’Europa». Nessuno degli studiosi di Malaparte si è mai chiesto chi fosse H.H. Cumming. Anche i due maggiori biografi dello scrittore toscano, Giordano Bruno Guerri e Giuseppe Pardini, nei loro pur eccellenti lavori su Malaparte hanno mostrato poca curiosità per l’identità dell’ufficiale americano, limitandosi a definirlo genericamente un «colonnello statunitense». Guerri aggiunge poi che Cumming morì improvvisamente, il 10 luglio 1945, «per un fulmineo attacco di paralisi infantile».

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Ora alcuni documenti inediti provenienti dagli archivi americani aiutano ad affrontare meglio la questione dei rapporti, mai chiariti in modo esauriente dalla ricerca storica, tra Malaparte e gli americani nel corso dell’ultima guerra, e consentono di tirare una prima sommaria conclusione, cioè che si trattava di rapporti che venivano da lontano e non certo il risultato degli ultimi eventi bellici. Azzarderei anche a dire che, alla luce di questi documenti, e di altri ancora di cui si può ragionevolmente dare per certa l’esistenza, la parte della biografia malapartiana che va dalla fine degli anni Trenta all’immediato secondo dopoguerra ci appare improvvisamente lacunosa e quindi per buona parte da riformulare. Ma prima di entrare nel merito, e giovandoci di un documento autobiografico inedito, cerchiamo di capire meglio cosa facesse

Malaparte nel periodo giugno 1940-luglio 1943. Mobilitato col grado di capitano sin dal 2 giugno 1940, e arruolato nel 5° Alpini, alla dichiarazione di guerra alla Francia aveva raggiunto il fronte alpino dov’era rimasto fino a metà settembre 1940. Poi, in seguito ad accordi intervenuti tra il ministero della Guerra e il Minculpop, aveva ottenuto il 16 settembre di raggiungere la Grecia, dov’era rimasto sino al 26 ottobre, cioè fino alla vigilia dell’aggressione italiana. In questo periodo egli aveva percorso la Grecia in lungo e in largo, ma avvertito da Roma dell’imminenza dell’attacco, da Salonicco aveva raggiunto la Jugoslavia, dal cui confine riuscì a seguire le vicende

Neanche i più avveduti biografi dell’autore della “Pelle”, che Kundera considera tra le opere maggiori del ’900, si sono interrogati sulla dedica apposta al romanzo. Chi era il colonnello Cumming e che rapporti c’erano stati tra i due? della guerra italo-greca. Alla fine del marzo 1941, prospettandosi l’eventualità dell’estensione del conflitto alla Jugoslavia, Malaparte si spostava in Bulgaria, e di lì il 6 aprile 1941 raggiungeva Bucarest e quindi la frontiera rumeno-jugoslava. Tornato in Jugoslavia, unico corrispondente di guerra straniero al seguito delle truppe tedesche, con una unità corazzata tedesca raggiungeva Belgrado, dove rimaneva fino a quando non riceveva l’ordine di recarsi a Zagabria. Giungeva quindi a Budapest in aereo il 28 aprile del 1941, proseguendo con un’auto per Zagabria, che raggiunse il 2 maggio. Rimaneva in Croazia fino al 10 giugno «per assistere da vicino alla creazione e all’organizzazione del nuovo Stato di Croazia, e percorreva all’uopo la Slavonia, la Bosnia, l’Erzegovina ecc.». Ai primi di giugno, «ricevuto l’ordine di raggiungere la frontiera romeno-sovietica nell’eventualità di un conflitto con la Russia, raggiungeva in macchina Budapest, e di lì in aereo si recava a Bucarest, portandosi successivamente a Jassy, alla frontiera del Pruth. Dall’inizio della campagna, seguiva l’avanzata in Bessarabia e in Ucraina con una divisione della undicesima armata tedesca del Generale von Schobert, caduto poi a Kiew». Fino al dicembre del 1941 seguì la guerra sul fronte orientale al seguito dell’armata di von Schobert. Tornato per una breve licenza in Italia, Malaparte riceveva l’ordine di trasferirsi sul fronte di Smolensk e Leningrado. Lasciata Roma il 7 gennaio 1942 egli si portava in Germania. Da alcuni documenti inediti sappiamo tuttavia che Malaparte non era gradito alle autorità militari tedesche, poiché «avrebbe assunto negli scritti un atteggiamento contrario al nazional-socialismo e avrebbe, fra l’altro, lodato l’efficienza e

l’organizzazione dell’esercito russo in suoi precedenti articoli». Da qui il veto tedesco per il suo ritorno, dopo la pausa natalizia in Italia, sul fronte orientale.

Tornato sul fronte orientale, egli venne infatti tenuto lontano dal teatro delle operazioni, come rivela una nota del Comando Supremo al Minculpop in data 23 gennaio 1942. Quindi la sua permanenza sul fronte orientale tra Smolensk e la Polonia fu di breve durata. In realtà, risulta dai documenti, che, già a metà febbraio 1942, egli s’era trasferito in Finlandia, dove il 25 luglio 1943 lo raggiunse la notizia della caduta di Mussolini. Malaparte utilizzò il materiale raccolto in questi tre anni trascorsi a percorrere l’Europa in fiamme, al seguito degli eserciti in guerra, per scrivere Kaputt, la cui stesura, come riferisce lo stesso autore, venne iniziata nell’estate del 1941 «nel villaggio di Pestcianka, in Ucraina, in casa del contadino Roman Suchèna». Ma veniamo ai documenti americani. Sappiamo ora da un documento redatto dal colonnello americano C.T. Francis della Public Safety Division, che Malaparte, stabilitosi a Capri, venne arrestato una prima volta il 22 novembre 1943 dal Cic, il controspionaggio alleato, e rilasciato alcuni giorni dopo, perché ritenuto il «gobetween between Count Ciano and the Greeks just before Italy started the invasion of Greece». Da allora Malaparte aveva iniziato la sua collaborazione col Cic, riferendo settimanalmente al colonnello Henry Cummings, che del Cic era il responsabi-


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A sinistra, villa Malaparte a Capri; sopra, lo scrittore toscano a Forte dei Marmi (la donna che accarezza il cane è Oriana Fallaci) e Malaparte soldato; nella foto grande, lo scrittore ritratto a Roma nel 1957

le. Cosa riferisse non ci è dato sapere ma senza dubbio la sua collaborazione veniva considerata preziosa, se, al momento del suo secondo arresto, il 22 marzo 1945, questa volta per ordine della magistratura italiana, a liberarlo, qualche ora dopo l’arresto, si presentavano alcuni ufficiali del Cic, il maggiore Fiot e il tenente Turner. I documenti rivelano tuttavia che a operare attivamente a tal riguardo era stato ancora una volta il colonnello Cummings in quel momento di stanza a Livorno. Ma l’aspetto più interessante dei rapporti tra Malaparte e gli americani viene messo in luce da un documento di fonte americana risalente al primo arresto, quello del novembre 1943. La notizia dell’arresto era giunta in America con un certo ritardo, e solo l’11 gennaio del 1944 il Quartier Generale delle Forze Alleate inviava una nota al Quartier Generale del Mediterraneo, con la quale si trasmetteva una dichiarazione di Percy Winner, un alto dirigente dell’Owi, cioè l’Office War Information, uno dei tanti settori dei servizi informativi americani. Winner dichiarava che Malaparte «he has been known to me intimately in France and Italy for the last 19 years. By giving valuable data through me to the American authorities, his anti-Fascism has been established, which I can testify under oath. This was especially so during period 1939 to late summer 1941. William Phillips, then American Ambassador in Rome can attest to the great importance of military and political data given by Malaparte through me to the Embassy». Quindi l’uomo dell’Owi dichiarava che Malaparte aveva fornito a lui, in particolar modo nel periodo dal 1939 all’estate del 1941, importanti informazioni politiche e militari, che Winner, allora residente a Roma, aveva poi trasmesso all’ambasciatore americano. Winner infine s’impegnava a dichiarare tutto ciò sotto il solenne vincolo del giuramento, e invitava nel contempo le autorità americane che tenevano prigioniero Malaparte a interpellare per conferma l’ambasciatore Phillips.

Chi era Percy Winner? Nato a New York il 16 ottobre 1899, aveva studiato dal 1916 al 1918 alla Columbia University. S’era poi trasferito in Francia e aveva continuato i suoi studi alla Sorbona dal 1919 al 1921. Dal 1924 al 1928 era stato corrispondente da Roma della Associated Press. Dopo un periodo trascorso in giro per l’Europa, era tornato in Italia nell’ottobre 1939 a dirigere l’ufficio romano dell’International News Service del gruppo Hearst. Già nel dicembre 1939, dietro informazioni fornite dal Sim, i nostri servizi segreti militari, Winner era stato invitato a lasciare l’Italia «come persona indesiderabile», ma tre giorni dopo il provvedi-

mento era stato sospeso per ordine di Mussolini. Era stato l’ambasciatore americano a Roma a perorare il ritiro del provvedimento presso Ciano e Pavolini. Da quel momento Winner era diventato un sorvegliato speciale della polizia fascista. Nel periodo che intercorre tra l’ingresso dell’Italia in guerra e l’uscita dal nostro paese di Winner dell’estate del 1941, s’infittisce la rete di controllo da parte della polizia fascista attorno al giornalista americano considerato un deciso antifascista. Si sospetta una sua attività di spionaggio e si torna a prendere in considerazione la sua espulsione. Una nota della questura romana sottolinea che «il Winner in questi ultimi tempi si mostra eccessivamente riservato e circospetto anche nel proprio ufficio, ciò che lascia maggiormente a dubitare sulla sua attività». Nell’aprile del 1941, Winner viene inserito in una lista di giornalisti stranieri residenti a Roma «sospettati di trasmettere all’estero, anche tramite le ambasciate e i consolati americani in Italia, notizie pregiudizievoli per il nostro Paese». Nell’estate del 1941 Winner lasciava l’Italia. La sua carriera successiva rivela quanto fossero fondati

cui scrive di aver letto alcuni capitoli a Percy Winner quando questi risiedeva a Roma. La lettera è datata: Ivrea 15 giugno 1940.

«Caro Winner, ho avuto il tuo telegramma (l’ho ricevuto per miracolo, perché avevi sbagliato il mio nome. Io sono il Capitano Curzio Malaparte, e così sono conosciuto anche nell’Esercito. Il Cap. Curzio Suckert non esiste pi��) ma non ho avuto il tempo di assaporare e di gustare degnamente le tue affettuose parole, perché dopo poche ore sono dovuto ripartire per raggiungere il Reggimento, che si trova fra il Monte Bianco e il San Bernardo. (Il San Bernardo è la strada percorsa da Annibale e da Napoleone). Ieri, passando per Milano ho salutato alla stazione Margherita Mondadori, e un forte gruppo di scrittori. Ieri sera ho dormito qui, a Ivrea, ma fra un quarto d’ora parto per Aosta, e di lì, stasera al San Bernardo o al Monte Bianco. Proprio sul più alto monte d’Europa dovevano mandarmi? Margherita e compagni mi hanno riempito di caramelle. Il mio sarà il più dolce Reggimento italiano. Se vuoi scrivermi, domanda il mio indirizzo militare (lo saprò fra

Una certa critica letteraria militante e una storiografia fortemente ideologizzata hanno collaborato nello stendere una cortina di silenzio sull’opera di Malaparte e sulle sue vicende politiche spesso non facilmente decifrabili i sospetti della polizia fascista, poiché nell’agosto-settembre 1942 lo troviamo a ricoprire la carica di special assistant dell’ambasciatore americano a Londra e poi a dirigere la sezione propaganda al seguito del generale Eisenhover; in seguito membro della Psycological Warfare Section del quartier generale delle truppe alleate in Nord Africa; e infine dal dicembre 1942 alla fine del 1944, direttore di dipartimento delle operazioni nel settore europeo dell’Owi. La sua nota del gennaio 1944, riguardante l’arresto di Malaparte, era stata quindi scritta da Winner nel pieno della sua importante carica di responsabile per l’Europa dell’Owi. Alcune lettere scambiate di Malaparte a Winner nel dopoguerra, e messe online dal figlio di quest’ultimo, Christopher, e, soprattutto una lettera inedita di Malaparte a Winner, intercettata dalla polizia politica proprio nel periodo citato, confermano tuttavia gli amichevoli rapporti esistenti tra i due. Rapporti confermati dallo stesso Malaparte nell’introduzione al suo lavoro Don Camaleo, in

qualche giorno) alla Signorina Pellegrini. E se hai qualche sigaretta americana, non fare, ti prego, il porco egoista! Se non ti dispiace, ti manderò una lettera per Jane, la quale mi ha telefonato a Merano da San Diego di California. Povera Jane, è tutta spaventata. Ma presto interverrà anche lei. Ciao, caro Winner molti molti affettuosi (……) dal tuo Malaparte». Il singolare contenuto della lettera attirò l’attenzione dei servizi segreti militari, che, pur concludendo sulla innocuità di essa, tuttavia la sequestrarono. Un aspetto curioso dei rapporti tra Winner e Malaparte è la pubblicazione, nel 1947, di un racconto di Winner dal titolo Dario. A Fictitious Reminescence.Tutti i giornali americani dell’epoca, che lo recensirono, non ebbero dubbi nell’identificare il giornalista e scrittore italiano Dario Duvolti («Dario Two-Faces»), protagonista del racconto, con Curzio Malaparte. Crediamo che solo la documentazione presente negli archivi americani può dire una parola conclusiva sulla collaborazione di Malaparte prima, durante e dopo la guerra, con i servizi informativi degli Alleati.


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Arabia Saudita è il Paese delle ombre. Jeddah è un film in bianco e nero dove sono banditi la passione e il colore. L’amore è proibito, haram. Ma sotto divieti implacabili e dentro un inverno dell’anima che non muore neppure nella luce più accecante, nel calore di un’estate che fa paura, c’è qualcuno che si ribella. Fa terrore la punizione, ma gli amanti sanno correre controvento sul ponte di sabbia che conduce alla libertà». Così Saulamain Addonia, scrittore eritreo fuggito dai campi profughi del Sudan per studiare in Arabia Saudita, ci introduce nel suo romanzo La conseguenza dell’amore, edito da Sperling & Kupfer, che ha conquistato in breve tempo critici ed editori di tutto il mondo. «Dagli anni Novanta vivo a Londra - ci dice ancora Addonia - ma smetterò di tormentarmi solo quando racconterò a tutti senza censure quale insospettabile universo è quello saudita, una sorta di duty-free dalle tinte scintillanti e dal profumo esotico per gli occidentali, e un carcere a cielo aperto, una prigione che soffoca perfino i pensieri per chi vive lì e non può scappare. A volte - continua il narratore - ho nostalgia di Jeddah, delle sue palme, del suo lungomare, perché è una città meravigliosa. Ma non dimentico mai quanto il sistema religioso oppressivo che domina in Arabia Saudita abbia trasformato ogni cosa in una macchina infernale con infiniti spettri che si aggirano ovunque per bloccare qualsiasi espressione di libertà. Quella che i sauditi chiamano la polizia religiosa è in verità molto di più, è la coscienza di un despota impazzito, di quello che Orwell chiamerebbe un“grande fratello”che divora ogni barlume di energia e spontaneità». La conseguenza dell’amore è il suo primo romanzo. Un esordio trionfale, che ha conquistato le classifiche di tutto il mondo, definito da alcuni critici il Romeo e Giulietta degli anni Ottanta (quelli in cui è ambientato il libro). Cosa pensa di questa definizione? Eccessiva, forse. Certamente nel mio romanzo, come nel capolavoro di Shakespeare, è pregnante la battaglia che l’amore avvia contro l’oppressione e l’ottusità. Con sensibilità travolgente e passione i due protagonisti del mio libro sfidano le leggi assurde di un paese cristallizzato nella monotonia, nell’immobilità, convinti che contro l’amore nulla, neppure il rischio della morte, può prevalere. Ci racconti brevemente la storia narrata nel suo libro. Il protagonista Naser, un po’ il mio alter ego, è costretto a trasferirsi in Arabia Saudita dall’Africa per trovare lavoro. Lì scoprirà un paese che non immaginava, un altro mondo dove uomini e donne sono divisi in ogni aspetto della loro esistenza e non si incontrano mai, dove tutto è diviso fra halal e haram, cioè permesso e proibito, e non esiste altra sfumatura nella realtà. Proprio lì però, in una afoso giorno di luglio, una donna coperta come le altre, con una lunga abaya nera, gli porgerà di nascosto un biglietto d’amore. Da quell’istante la sua vita si colorerà. La ragazza, per farsi riconoscere tra le altre sagome scure, indosserà delle scarpette rosa acceso e lo verrà a trovare ogni giorno finché riusciranno a incontrarsi nel punto più distante del lungomare di Jeddah, faranno l’amore e verranno coinvolti in una storia di bellissima tensione erotica, almeno fino a quando la polizia religiosa non spezzerà i loro sogni e li condannerà.

«L’

Giulietta e Romeo a Jeddah Saulamain Addonia racconta l’Arabia Saudita dove l’amore è proibito di Bibi David Si vive dunque così, oggi, in Arabia Saudita? Negli anni Ottanta si viveva così e poco è cambiato. La separazione fra i sessi è radicale: ci sono pareti nelle moschee, barriere divisorie negli autobus. L’islam wahabita che domina il paese è il più oppressivo riguardo alle donne. Il Corano è interpretato in senso estremista da molti imam, c’è

macchine ricchissime, di pubblicità e orde tribali, la città dell’odore affumicato e dolce della shisha, una specie di pipa mediorientale, del caffè caldo aromatizzato al cardamomo dei beduini e degli enormi centri commerciali a cinque piani con negozi di Armani e Kalvin Klein che nulla hanno da invidiare ai più eleganti luoghi dello shopping di Londra o Parigi. Ma so-

Dietro allo scintillante duty-free a uso e consumo degli occidentali si nasconde la peggiore prigione del mondo, regolata da un regime wahabita specialmente oppressivo riguardo alle donne. Così i sogni svaniscono come castelli di sabbia... la pena di morte per le relazioni illecite e per ogni relazione fra persone non sposate. Inoltre c’è molta omosessualità. Perché? Questo è un aspetto importante, che spesso viene trascurato in Occidente. Dato che uomini e donne non possono frequentarsi, gli uomini molto spesso si accoppiano fra loro in attesa del matrimonio. Prima di sposarsi hanno rapporti gay e molti anche dopo continuano ad avere una certa ambiguità. Come descriverebbe Jeddah a un occidentale? Jeddah è la città delle spezie e dei divieti, la metropoli araba fatta di ville, cadillac e

prattutto Jeddah è la più grande prigione del mondo dove, come dico nel mio libro, «proprio perché sono in prigione, le persone fanno cose che altrimenti non farebbero mai» per sfuggire al dualismo assurdo del halal e haram. Come vivono i giovani in Arabia Saudita? Molti purtroppo sono vittime di regole e pregiudizi, sono resi passsivi, spaventati, e non fanno niente per modificare la situazione. In molte parti dell’Arabia Saudita è vietato perfino tenere un televisore, un videoregistratore e tanto più un’antenna parabolica per cui non si conosce altro che la

libri

propria esistenza. Arrivano solo giornali sauditi e yemeniti e la musica è per lo più religiosa. Alcuni però, grazie soprattutto a internet, ai blog e all’astuzia del web - e mi riferisco soprattutto ai ragazzi dei quartieri benestanti di Jeddah - si ribellano allo status quo e seppure sotto il velo e di nascosto cambiano come possono la loro realtà. Come, per esempio? Le ragazze vestono all’occidentale sotto l’abaya, organizzano feste private, si incontrano e scambiano messaggi, comunicano con sms e web. I più facoltosi riescono a scappare all’estero, soprattutto a New York e negli Usa, con il pretesto di fare l’università. E da lì il più delle volte non tornano. Chi non può andare così lontano cerca di trasferirsi nei paesi del Golfo come gli Emirati Arabi dove l’Occidente è arrivato un po’ di più e la religione è meno invasiva e si può godere di una relativa tranquillità. Come vivono oggi i sauditi l’amore? In Arabia Saudita l’amore non esiste. Esiste il matrimonio. Una coppia sposata, come scrivo nel libro, è una coppia che si riconosce perché l’uomo e la donna camminano insieme, nel senso che lui cammina sempre qualche metro avanti, non pensa neppure lontanamente di sfiorare lei e tiene in mano quasi sempre un rosario islamico. Così appare all’esterno e su questa base si fondano la vita in casa e l’intimità. Altra cosa è la passione. È di questo che parlo nel mio romanzo. La passione è nelle lacrime d’amore nostalgiche di un suonatore saudita di oud che canta guardando il mare a una ragazza egiziana che non vedrà più. Di lei conserva i riflessi scintillanti di un periodo passato al Cairo in un bar affacciato sul Nilo. Quando suo padre seppe di questo amore gli distrusse il passaporto e ora il suonatore non la raggiungerà mai. E soprattutto la passione è negli occhi dei due protagonisti del libro, Naser e Fiore, la sua ragazza dei misteri con le scarpe rosa che può incontrare solo di notte, ritagliandosi un posto sulla sabbia del lungomare saudita, ove il canto delle onde sta fuori dal raggio d’azione dei controlli della polizia religiosa, dove, quando tramonta il sole, la sabbia si fa d’argento per nasconderli e il vento soffia con forza sulle dune fino a sembrare una danza tanto che, guardando l’orizzonte del Mar Rosso, si può assaporare la fantasia della fuga e della libertà. Senza dimenticare che, trattandosi dell’Arabia Saudita, i giochi d’amore non durano in eterno e sono belli solo nella loro fragilità. Quale futuro per gli amanti sauditi? Nel romanzo Naser verrà arrestato e costretto a lasciare il Paese su una nave che non sappiamo dove lo porterà. A novembre, quando l’inverno di fuori si sposerà all’inverno che raggela permanentemente gli animi di troppi sauditi, dirà, chiuso in una cella sotto violente luci al neon, con una sola finestra in alto sulla parete: «Sono ossessionato dal tempo… sto ricostruendo il mio personale calendario a partire da quel giorno di luglio… ma ho purtroppo capito che il piccolo regno che avevamo creato era fragile come un castello di sabbia». L’unica certezza che gli resta è che farà di tutto per rendere possibile l’impossibile, per non diventare l’ennesimo aneddoto nei sermoni degli imam per terrorizzare i futuri amanti. Ecco, penso che solo se tutti i giovani faranno come Naser l’asfissia oppressiva dell’Arabia Saudita di oggi finirà.


video Victor Victoria

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tv

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di Pier Mario Fasanotti olti (si fa per dire) si son chiesti se «ci è o ci fa». Victoria Cabello, accento milanese malgrado gli anni passati a Londra dove è anche nata, è una presentatrice che non rinuncia a essere attrice. E questo alleggerisce quel rituale dell’intervistagossip che va tanto di moda oggi in tv. Al contrario di Daria Bignardi (L’era glaciale, Rai 2), non fa l’intellettuale, non veste mai la tunica di chi ha il privilegio (presunto) di saperla lunga o comunque di saperne più degli altri. Il suo programma, in onda su La7 poco prima di mezzanotte di martedì, mercoledì e giovedì, s’intitola Victor Victoria. Sottotilo: «Niente è come sembra». Victoria «ci è» nel senso che dà continue prove di naturalezza, sfiorando sempre il rischio di fare la stessa parte, ossia quella della ragazza rimasta infantile, ostentatamente (ma in modo spiritoso) insicura, un po’ insistente sull’insoddisfazione circa le sue scarse doti pettorali, irriverente, tendente al gergo di strada che però, a parte ammiccamenti ai comportamenti e alle prestazioni sessuali, non si schianta sulla pesantezza da osteria, anzi la sorvola in extremis. Ma al contempo «ci fa» nel senso che adatta il copione alla sua fama di donna dispettosa, con occhi vivaci e intelligenti, la battuta prontissima, e tutto questo lo gioca seguendo il canone che va per la maggiore: l’irriverenza. Che però, alla fine, pare programmata a tal punto che dopo qualche puntata anche il telespettatore più ingenuo s’accorge dove la Cabello va a parare, anzi potrebbe addirittura anticipare le sue mosse. In ogni caso Victoria

M

ma la Cabello ci è o ci fa?

web

offre un senso di freschezza, si propone come l’amica che vorremmo portare fuori a cena per fare due risate intelligenti. Accennavo prima alla vocazione scurrile del programma. Un tipo di «modernità» cui nessuno oggi vuole sottrarsi. Chi più chi meno, partendo sempre dalla paura che l’educazione sia considerata un’ingessatura comportamentale, che il linguaggio, se rinuncia ai vari «sono incazzato», «merdone», «stronzo», «sguardo trombino» e così via, s’inabissi nel forbito, nell’affettato, nell’archeologia semantica. «Ci è o ci fa»: il quesito si ripropone quando la vispa-teresa Victoria accoglie ospiti che francamente hanno molto poco da dire. Questo è stato il caso di Donatella Rettore (classe ‘55), debuttante a Sanremo nel ’74, ricordata da tutti per canzoni suggestive come Splendido splendente. Che cosa cavar fuori da un personaggio che oltre a continuare a cantare e a muoversi come una discotecara ha poche cose da raccontare a parte la sua passione per i cani? Ci pensa Victoria, che la coinvolge in una serie di gag, come se fosse sua sodale da sempre, quasi complice di scorribande e di frequentazioni piccanti. La tenacissima e triste vanità di qualsiasi cantante o attore in inevitabile declino anagrafico diventa, allora, meno imbarazzante. Per lei e per noi che guardiamo e che magari siamo portati a dire, con la nostra incorporata cattiveria di spettatori: «Be’, si tiene ancora, malgrado quell’acconciatura e quell’abbigliamento da ragazzina, anche se…». La un tempo flessuosissima Rettore viene portata per mano ad ammettere, con un sorriso necessariamente stiracchiato, d’essersi rifatta le labbra (pentendosene). Certo, l’ammissione non sorprende, non è uno scoop storico da rivista pettegolo-mondana: ci si chiede semmai come faccia a cantare con quella gabbia orizzontale di carne che le stravolge l’espressione e soprattutto il sorriso. Una sorta di museruola rosa in una donna che, guardacaso, si dichiara passionalmente cinofila. Victoria l’aiuta dicendo che i suoi occhi sono carichi di malizia ormonale, stemprando la battuta proprio «de core» come: ma come fai ad avere sempre la stessa espressione? Colpi di fioretto, a volte sciabolate, in corpore vili. Ma l’ospite, per la gioia di esserlo, mica se ne accorge sempre.

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LA PASSWORD PERDUTA

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MAFIA COLPISCE ANCORA

IL TRENO DEI DESIDERI

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a rete ha spesso il difetto di far rimanere impigliati nei dati personali i navigatori. Per gli smemorati, i fanatici della privacy, e i possessori di innumerevoli caselle e-mail la soluzione è lastpass.com, sito internet che consente di scaricare un programma adatto anche ai più smemorati. Facile da usare, e sicuro, il software consente il salvataggio di tutte le proprie chiavi d’accesso

D

opo il primo capitolo, capace di segnare uno dei punti più alti del crossover tra gioco, cinema d’autore e narrativa, Mafia torna sulle console con il sequel dell’avventura della Softworks partorita nel 2002. Atteso per la seconda metà del 2009, il ritorno del gangster game si preannuncia in grande stile. Secondo le prime indiscrezioni, l’ambientazione nella Londra degli anni 40,

nsieme a una manciata di videomakers abbiamo girato mezza Italia seguendo i binari della linea ad alta velocità. Dalle immagini e dalle voci che abbiamo raccolto affiorano storie poco conosciute, effetti collaterali della più grande opera all’italiana». Manolo Luppichini e Claudio Metallo presentano così Fratelli di Tav, inchiesta che affonda la lama nel mastodontico progetto

”LastPass” consente di salvare le chiavi d’accesso ai propri dati in tutta sicurezza

Ambientazione nella Londra anni ’40 e cura grafica i punti forti del game della Softwork

Luppichini e Metallo firmano ”Fratelli di Tav”, inchiesta sui binari roventi dell’alta velocità

con un semplice clic. E ogni volta che l’utente si trova nella condizione di dover effettuare un nuovo login, LastPass ne richiede il salvataggio. I propri dati vengono criptati nel database e restano invisibili a chiunque, ma attenzione alla password prescelta per accedere al programma. Bisogna stabilire una parola chiave per accedervi, e questa va assolutamente ricordata. In soccorso dei casi più disperati, c’è però un’utile àncora: una serie di domande preimpostate dall’utente, permetterà al navigatore di essere riconosciuto e recuperare la password. L’ennesima perduta. Gratuito e agile, LastPass è un’ottima alternativa all’agenda. Difficile perderselo.

un nuovo protagonista di nome Vito, e l’accuratezza grafica del prodotto sono i punti forti di Mafia II. Il team della 2k Czech incaricato di elaborare le texture ha puntato a ricreare una città viva, in costante mutamento, segnata da eventi atmosferici e minuziosamente attenti alla moda e alla sociologia del tempo.Vito si muove nel cuore di essa, ma a dispetto delle solite comodità del punto di vista, niente vive in sua esclusiva funzione. Una scelta interessante, che permetterà a chi gioca di esplorare liberamente la Londra antica. Bel prodotto, boom annunciato.

del treno a elevate performance che dovrebbe unire (tra altro) l’Italia alla Francia. Affare milionario su cui ha allungato le grinfie la criminalità organizzata, ma anche esempio del ginepraio di appalti e subappalti tipico delle grandi opere nazionali. Viaggio (molto organizzato) nei luoghi dell’alta velocità, il lavoro del duo si nutre di spinose interviste e reportage diretti dai cantieri di lavorazione. Da segnalare gli interventi di Claudio Cancelli, ingegnere e docente del Politecnico di Torino, e di Ferdinando Imposimato, ex giudice e autore del libro Corruzione ad Alta Velocità. Un’analisi scomoda che non fa sconti a nessuno, e che, ça va sans dire, resterà invisibile.

a cura di Francesco Lo Dico

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poesia

Laura di Byron, un mito in divenire di Roberto Mussapi siste un catalogo di donne leggendarie, ha inizio con Elena, la bellissima per cui giustamente, secondo lirici greci e poeti di età successive, fu più che motivata la guerra più lunga e sanguinosa dell’antichità. Fu giusto che per lei i greci e Troia lottassero strenuamente, fino alla distruzione tra le fiamme di Ilio e alla decimazione degli eroi della lega achea. Anche Christopher Marlowe, nel Dottor Faustus, fa apparire Elena al mago che ha venduto l’anima a Mefistofele. Ebbene, il giovane sapiente rovinato dalla superbia, in cambio dell’anima chiede poteri sovrannaturali, e accanto all’ubiquità, al volo, alla capacità di rendersi invisibile, pretende il possesso di Elena: «colei che fece salpare mille vele». Il catalogo delle donne segnate dalla beltà memorabile fa parte della nostra storia, ovvero della poesia che la rende la storia, se non credibile, accettabile, attingendo al suo sostrato mitico. Questa bellezza, immortale, poiché consegnata ai versi, contrasta drammaticamente con la sua breve durata terrena: l’età la porta via, come la gioventù: questo è il tema della rapinosa Ballata delle donne del tempo andato del grande poeta francese François Villon. Le donne la cui bellezza non morrà mai sono segnate però dal prezzo della giovinezza perduta, il loro incanto perdurerà altrove, il loro volto se ne andrà, «come le nevi dell’anno passato». Dall’antichità il catalogo presenta i suoi gioielli indimenticabili: la bionda Didone, che muore per amore di Enea, Semiramide, Cleopatra, fino alle donne angelicate degli stilnovisti, a Beatrice, la cui bellezza trascende quella umana che pure la illumina, e poi a tante altre creature magiche: senza dimenticarne altre del mito come la bellissima Arianna abbandonata da Teseo, ci troviamo in corsa nella selva ariostesca con Angelica, e poi incontreremo la bellissima, eroica Clorinda, fino alle donne dell’età moderna, la toccante, dolcissima Daisy Miller di Henry James, la sensuale, incandescente Santa Rossa, regina di Panama, in Steinbeck, mentre a lato, con il germe decadente della modernità, imbolsisce precocemente nella noia Madame Bovary, negata, come la borghesia che rappresenta, a ogni speranza di sogno o di leggenda.

E

Ma torno alla mia storia, non remota, trenta o quarant’anni fa, all’incirca. Il Carnevale, all’apice, esplodeva di mascherate e lazzi di ogni sorta. Una donna guardava lo spettacolo: non conosco il suo nome, né lo azzardo. Se non vi spiace la chiameremo Laura, perché scivola dolce nei miei versi. Non vecchia né giovane né in quegli anni che certa gente chiama «certa età», che resta in fondo poi l’età più incerta, perché io non ho mai sentito da nessuno né da nessuno sono riuscito a estorcere né con preghiere, né con soldi o lacrime, una definizione propria, a voce o scritta, del periodo esatto che la formula indica e circoscrive, è un assurdo. Laura era ancora in fiore, aveva usato al meglio del tempo, e il tempo in cambio era gentile con lei, che ben vestita con gran classe splendeva di bellezza ovunque andasse. La donna bella è sempre bene accolta, quindi non le si aggrottava mai la fronte. Laura luceva nei sorrisi e ognuno era rapito dai suoi occhi neri. George Gordon Byron da Beppo (Traduzione di Roberto Mussapi)

Di tutte le donne celebrate e fatte leggenda dalla poesia questa Laura del magnifico Lord Byron non ha ancora trovato il proprio spazio nel mito. È solo questione di tempo: credo, borgesianamante, che gli archetipi non si affermino nel mondo sensibile con la subitanea numinosità dell’apparizione, ma piuttosto per un travaglio simile a quello del seme che deve farsi strada nelle viscere della terra, con tutti gli intertempi di gelo, inverno, buio, attesa. Perché questa donna celebrata da Byron, inventata dal sommo poeta inglese che scelse l’Italia e Venezia come sua patria, ha una caratteristica opposta a tutte le bellezze di ogni catalogo: non invecchia. Ci viene presentata con questa caratteristica, che sotto la specie della banalità con cui i poeti geniali celano le rivelazioni, è in realtà straordinaria: non si mantiene bella per merito del poeta, dei suoi versi, ma per merito proprio, della natura, della sua na-

tura, a cui il poeta, umilmente, si accosta, per farsi narratore delle gesta della donna. Gesta tutt’altro che clamorose, anzi, consumate in una festosa e onirica atmosfera veneziana e carnevalesca, come in uno scherzo goldoniano. Ma prima di riassumere la storia di Laura, che è anche la storia di suo marito Beppo, e la storia di Venezia come la vide nella quintessenza Byron, è forse il caso di appuntare qualche antecedente. George Gordon Byron, nato a Londra nel 1788 (morirà in Grecia, a Missolungi, lottando per l’indipendenza di quel popolo, nel 1824), insofferente del clima puritano della madrepatria, che lo bandiva non solo per le sue idee progressiste di lord e dandy impenitente, ma soprattutto per la libera condotta erotica, decise che non ne poteva più delle leggi inglesi, della nebbia inglese, delle amanti e della moglie inglese, fuggì verso l’Italia, il paese del sole, della luce, con la sua Roma barocca e luminosa, il paese, ai suoi occhi, della vita piena, contrapposta a quella cupa e tenebrosa dell’Europa protestante.

Celebre l’incontro che Percy Bisshey Shelley, divennero amici, inseparabili, anche se scelsero residenze diverse: Shelley la Liguria di Lerici, con il suo vento e le onde su cui passare le giornate in vela, Byron Venezia, la città dell’acqua, degli incanti. L’esperienza fu straordinaria per lui: la vita di una città perennemente in festa, perennemente danzante, corrispondeva al suo desiderio di ebbrezza mercuriale, rispondeva alle sue angosce di melanconico. Ma lasciando da parte le sue imprese (anche se è un peccato), il risultato della sua nuova vita a Venezia fu la nascita di un genere poetico che prima non esisteva in Inghilterra, vale a dire in uno dei paesi da sempre ai massimi livelli letterari e poetici. Appreso rapidamente l’italiano, che mescolava adorabilmente al veneziano, fu rapito dal poema eroicomico di Pulci, Ariosto, Boiardo, e inventò l’equivalente inglese, in ottave che suonano come l’archetipo italiano. Nasce una magica produzione poetica di incanti, di cui Beppo, una storia veneziana, è una prodigiosa gemma. Si svolge tutta durante un carnevale. Beppo è un mercante veneziano che naviga al largo della Turchia, Laura la moglie che, non vedendolo più tornare, si procura un marito in seconda, un affascinante e squisito nobiluomo veneziano. E al termine di un ballo, all’albeggiare, al culmine del Carnevale più bello del mondo, Beppo riapparirà, conciato da turco. Alla fine si potrà dire che non è accaduto niente di drammatico, solo una magnifica festa in versi, al cui centro brilla Laura, la cui bellezza non ha tempo e non passa. Forse questa donna che non conosce i segni dell’età rappresenta per Byron qualcosa di più profondo della magnifica protagonista, frivola e ciarliera e pienamente autoconsapevole, di una danzante storia veneziana. Ma il poeta fu così grande da lasciarci questa sensazione come puro sospetto, senza spingersi troppo a fondo. Era il più grande nuotatore del suo tempo, sapeva stare sulla superficie e scivolarvi, come nessun altro.


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il club di calliope TOMBEAU DE TOTÒ Totò diventa cieco, da vecchio. Tutto quell’agitarsi disossato per finire nel buio. Un muoversi a tentoni, un zigzag nelle tenebre. Ma è vero anche il contrario: Totò diventa vecchio, da cieco. Me lo ricordo ancora, sotto casa, in civile, che traversa la strada a un funerale, tra due ali di folla impazzita per lui. E lui stava al gioco, sconnesso, veniva avanti a scatti, senza vedere nulla - solo ora capisco! Cieco, vecchio e meccanico, ma come caricato dalla molla d’acciaio del dialetto, finché, perso lo sguardo, non perde anche la lingua. Nei suoi ultimi film, non potendo seguire le battute, viene doppiato. È questa la leggenda: da cieco che era, ora è muto nella pellicola, mentre un’altra voce sostituisce la sua.

UN POPOLO DI POETI Ho visto il dorso argenteo dell'erba piegarsi docile sotto il vento, nel sole lieve dei miei pensieri che ti abbracciano a ogni ora. Poi l'onda verde si è impennata contro l'azzurro caldo che parlava di cose da scoprire, con quel fremito inatteso degli eventi che ci aspettano, sicuri che verremo, noi, incerti invece del futuro. Ho visto l'erba piegarsi sotto il vento, come io mi piego sotto la tua schiena, e San Luca sfumare all'orizzonte, come in un miraggio estivo. E allora mi è venuto in mente come in un ricordo vago, che tu solo potevi farmi amare questi luoghi.

Totofonia blasfema, alle soglie dell’ombra. Deposta la visione, deposta la parola, il corpo pinzillacchero discende nella Tomba.

Antonella Berni

Valerio Magrelli

LA SAGGEZZA LIBERTARIA DEL POETA-CONTADINO in libreria

di Nicola Vacca

l poeta sa che l’uomo uccide ciò che ama. Proprio per questo motivo confida nella schiettezza della parola nuda per cercare di individuare una rotta nel caos del quotidiano. In nuovo umanesimo si colloca la poesia di Rino Follador, poeta-contadino del Basso Piave. Dal suo grande amore per la terra nascono i versi di Ulisse sarebbe sceso (Piazza editore, 79 pagine, 10,00 euro). Ogni verso scandisce il tempo e il lettore resta subito imprigio-

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gli altri è doveroso mettersi in ascolto. Nasce dall’impegno comunitario la poetica di Follador, che con franchezza guarda a un cristianesimo essenziale nel quale ancora risiedono le radici sane della nostra umanità. La sua è una sensibilità spiccata che nasce soprattutto dall’amore immenso per la terra, luogo nel quale l’essere ha ancora le sue origini. Le parole di questo poeta sono vere, perché egli lavorando la terra si sporca le mani con la vita. Con

Dal grande amore per la terra di Rino Follador nascono i versi di “Ulisse sarebbe sceso”. Una poetica che guarda a un cristianesimo essenziale nato dalla saggezza libertaria e umile di questo cantore inattuale che sogna a occhi aperti, che non rinuncia a scavare nelle macerie dell’uomo, perché nonostante il disastro egli (quindi noi) rimane l’unica possibilità per un mondo migliore. «In un’epoca in cui tutto è stato detto/ rimane da captare la sensibilità// di chi è disposto a farsi toccare,/ come segno di liberazione». Follador abbandona il suo cuore al pensiero. La sua poesia è una forza autentica che travolge il divenire, incontra la storia delle piccole cose. Per capire il mondo bisogna essere umili, per capire

grande libertà Follador attraversa il codice terrestre nella convinzione che tutto è perduto, ma nulla è compromesso. Ogni parola ha un suo destino nella Creazione, questo grande disegno che nessuno ha il diritto di sabotare. Tra interrogativi e inquietudini Rino Follador coltiva con grande umiltà la ricchezza interiore della poesia. In quest’epoca in cui tutto è stato detto, forse è giunta l’ora di ascoltare il cuore. Ne vale la pena, ci suggerisce questo straordinario poeta-contadino che non smette mai di sognare e soprattutto di credere nelle ragioni dell’uomo.

Ho immaginato di fare come se gli occhi non vedessero più. Pensaci bene! Non vedere nulla. Infilare la maglia a rovescio senza accorgermene, toccare le pareti della mia stanza come quelle di una prigione. Poi storta di vedere niente ho pianto. Volevo te. Lì in quel momento in cui tutto era uguale nel buio. In quel niente volevo accorgermi di te sentire che c’eri vicinissimo anche se in silenzio. Mi si è spenta la voce desiderando di sentire la tua. Così ho fatto come allora. Ho cercato un surrogato abbracciando come fossi tu senza sapere il nome. Laura Vallieri

«Un popolo di poeti», che ogni sabato esce sulle pagine di Mobydick, è dedicata ai lettori. Chi voglia inviarci versi inediti, troverà accoglienza nella nostra rubrica. L’indirizzo al quale spedirli è: liberal Mobydick, Via della Panetteria 10, 00187 Roma


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mostre

ell’assenza d’inutili suoni», potrebbe chiamarsi questa affabile, affettuosa mostra «di famiglia», per rubare l’espressione alla curatrice stessa, Mariachiara Donini, che aggiunge pure, presentando i quattro artisti dalle parentele intrecciate: «Dire nel silenzio, nell’esilio della parola, privando i suoni dal rumore che disturba l’essenzialità». In effetti: una sorta d’Olimpo domestico (se non di limbo imburrato di nevischio gentile) di quotidiano eden platonico, perché d’essenzialità anche etica si tratta, di verità del vivere comunitario. In un intoccato mondo più delle cose che delle idee iperuranie, o meglio, delle idee che si son trasmutate in cose concrete, scodelle, brocche, giocattoli. Ma non tirassegni da luna park sbarazzini: pupattoli da stanza dei giochi... E in effetti, ognuno viene dal suo esilio: chi da quello veronese, dopo la morte tragica del padre. Chi da una paternità non lieve. Chi da un mondo in via di disgregazione: quello aristocratico-diplomatico inglese. Chi dall’universo cosmopolita della pittura da Salon. Gea è una vecchia signora, Mabel Hardy Maugham, che proviene ancora dall’Inghilterra di Ivy Compton Burnett e forse ancora più su, di Jane Austin: musicista e «pittrice» insolita, pronipote d’un ritrattista ufficiale della Regina Vittoria, irrequieta, che ha deciso di sostituire i pettegolezzi di casa o i pasticcini del tè pomeridiano con un intreccio smagato e un poco fiabesco di tasselli di stoffe leggere e di voiles, fermati nel tempo delle danze che furono. Patchwork di tessuti leggiadri, che sostituiscono le pennellate liquide e post-impressioniste da provetta acquerellista domenicale. Minerva, la figlia, è un’atena austera e misteriosa, dal bel volto secessionista, che giovanissima ha già conosciuto i suoi successi di pittrice precoce, e incontrato artisti di vaglia, come Denis, Bonnard,Vallotton, e, pur discepola dell’Accademia Rançon, ha contemperato la sua partenza fauve con dolcezze stemperate, anglosassoni, alla Vanessa Bell (la sorella di Virginia Woolf) legate all’estetica libera di Roger Fry: Daphne, figlia del fratello del romanziere Somerset Maugham, è giunta a Torino soprattutto per visitare la sorella Cynthia, ballerina della compagnia Sakharoff, che avrebbe poi lavorato stabilmente nel nascente teatrino di casa del mecenate Gualino, disegnato dall’architetto ex-futurista Sartoris, ma anche da Felice Casorati, di cui Daphne s’innamora. Casorati, che è il vero Juppiter, rapsodico e trasognato di quest’Olimpo domestico, che vive e respira tra lo studio ieratico di via Bernardino Galliari (così ben descritto da Levi, Soldati, Lalla Romano) e la dolce campagna incantata di Pavarolo (mentre l’Ermes di casa, ra-

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diario culinario

Nell’Olimpo domestico

di Daphne e Felice di Marco Vallora

“La colazione” di Daphne Maugham

arti

gazzino che sposa la pittura a quindici anni, quasi a sfida degli altri severi componenti, è Francesco, ribattezzato non a caso Casorati Pavarolo: l’ultimo rappresentante della pittura di casa, ancor oggi più che creativo, tra l’altro omaggiato a Torino da una bella retrospettiva, ove si rinnova il filo dipanato e leggero della sua fantasia, che porta le quinte austere e metafisiche del padre, giù negli abissi marini poco jules-verne o nei cieli stregati delle stellate notti sabaude). In un ambiente ideale risuona dunque questo quartetto haydiano, dolcissimamente dissonante (perché ognuno ha il suo ritagliato mondo fantastico) di narrazioni pittoriche, toccate da un’ipnosi di favola metamorfica, all’Ovidio. Infatti anche la raffinata Galleria bresciana dell’Incisione di Chiara Fasser, figlia di pianista, ci ha abituati ormai a questa felice miscela intemporale d’antica ospitalità, insieme di musica e di pittura (non necessariamente soltanto grafica). Ma in tutte queste opere c’è comunque un senso come d’impaginazione solenne e sapiente dello spazio mentale, gobettiano, assai presbiterian-piemontese, che colpisce, per la forza tenera e la quieta solennità pedagogica. Non è un caso che Casorati si rivelasse il didatta più illustre e influente della sua generazione, a un tempo pervasivo (tutti i suoi allievi, come appunto Lalla Romano, Nella Marchesini, persin Albino Galvano, rivelano alle fonti la sua impronta: un abbraccio quasi soffocante) ma a un tempo, misteriosamente, anche libertario e non oppressivo (un maestro di aforismi e di moralità, più che non di tecnica e di correzioni). Deve molto a lui, anche se non ci fu un discepolato così diretto, un’altra interessante protagonista del mondo anglo-torinese, che fu Jessie Boswell, del venturiano Gruppo dei Sei, cui, per coincidenza, Torino dedica una sontuosa retrospettiva. Ma significativo è sopratttutto il rapporto coniugale tra Felice e Daphne, che fu all’inizio sua allieva: e molto assume, del suo rigore matematico. Ma che non di meno impresta: lo raddolcisce, lo influenza, lo suade a un colore più libero, quasi una carezza nuziale. E che magica quella tensione quieta e silente della domestica à la garçonne, che attende la chiamata, per spargere i monumentini assonnati della colazione padronale; e intanto la ciabatta rosée balbetta, slacciandosi, mentra sfoglia pigramente una rivista. Maugham-Casorati, Storie di Pittura, Brescia, Galleria dell’Incisione, fino al 15 maggio; Francesco Casorati, Quadri nei quadri, Torino, Galleria Carlina, fino al 23 maggio; Jessie Boswell, Torino, Sala Bolaffi, fino al 10 maggio

Cicireddi fritti evocando Marlon Brando di Francesco Capozza l luogo, anzitutto: Messina, quasi Africa, ma con tutto il comfort che ci aggrada. Sole e vento favorevoli, e tappeti di fiori gialli selvatici sparsi ovunque manchi l’asfalto; l’architettura della città offre vestigia di un liberty che, restaurato, potrebbe darle un tono più pomposo, uniti alla solita edilizia spontanea e abborracciata, senz’arte né parte. L’atmosfera, una sorta di pacatezza meridionale, sommessa come il mare calmo dello Stretto, appare ben poco mafiosa, non fosse per il nome della trattoria, Al Padrino, in cui ci rifugiamo dopo una visita al mercato locale (una raffica di occhiate degustative ai banchi di pesce stipati di calamari, stocco, russolidde, spada, e a quelli con la verdura selvatica locale, grassa e pelosa, i pomodori «a scocca» e cumuli di carciofi, co-

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me covoni dopo la mietitura) e finisce che ci si accomoda al tavolo già sgominati dalla forza dell’appetito. Quando si capitola, è senza sacche di resistenza e non si sta tanto a fare i tignosi sul nome del locale (Padrino a Messina è come chiamarsi Meo Patacca a Roma o Don Lisander a Milano, sono quegli appellativi che nell’evocare indispongono), e si sorvola sull’insegna con carattere grafico a tronchetto di legno, che ricorda i bar lungo le strade provinciali nel mantovano. Benvolentieri ci facciamo arringare dal proprietario, che più che lavorare fa teatro da filodrammatica e intrattiene i clienti modulando la voce per abbassarla in un tono sgolato e greve, a simulare la parlata popolana messinese. Mentre lui fa cabaret, una signora di mezz’età dagli occhi di un blu intenso e pescoso, bistrati alla tunisina, sceglie nella vetri-

na e smista ai quattro addetti alla friggitura. Curiosamente il locale non puzza di fritto, benché, osservando oltre il bancone, quella si dimostri l’attività principale della cucina. Ma eccoci di fronte al menù: pasta e ceci riposata (cioè a temperatura ambiente) con olio al peperoncino, e un memorabile bollito mmuddicato (è soffice punta lessata, coperta da uno strato di mollica, limone e prezzemolo, e poi arrostita). Dopo aver terminato con ottimi pasticcini di frolla e ricotta dolce, vedi volteggiare verso un altro tavolo un piatto di cicireddi fritti, i piccoli delle aguglie, più lunghi di un’alice e sottili come matite: non resisti, li ordini e ricominci. I fritti, va detto, li sanno proprio fare, sono impeccabili, chiari, secchi fuori e morbidi all’interno. Infine, ti offrono il cestino della frutta con arance e banane, come nelle mense e nei refet-

tori. Il tutto godendosi lo spettacolo della clientela, non meno teatrale del proprietario, benché di quel teatro spontaneo che è la vita dei ristoranti. Memorabile lo show da implacabile ingollatore di un avvocato, calco di quelli dickensiani: tutto pappagorgia, gotta e trigliceridi, nessuna mobilità della testa cui sembra mancare l’innesto sul collo, ha sviluppato nelle sopracciglia bianche e cespugliose una dinoccolatezza da contorsionista; né gli manca la pelata con chierica di capelli bianchi e lunghi, a tucul. Uno con cui prendere appuntamento solo prima di pranzo. Il caffè arriva dal bar accanto e suggella il conto: con 25 euro si ha accesso a un antipasto, un primo, due secondi, dolce, caffé, acqua e vino locale.

Al Padrino, via Santa Cecilia 54, Messina, tel. 090 29210


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architettura

A Zumthor, l’anti-archistar, il Pritzker Prize di Marzia Marandola

architetto svizzero Peter Zumthor è il vincitore del prestigioso premio Pritzker Architecture Prize del 2009, l’equivalente per l’architettura del premio Nobel. Zumthor,classe 1943, nato a Basilea è un artigiano prestato all’architettura: si forma infatti lavorando con il padre come ebanista e assemblando arredi, prima di passare allo studio dell’architettura all’università americana di New York. Dagli anni Ottanta vive e lavora a Haldenstein, un villaggio nel cantone dei Grigioni: lì nel 1985 costruisce una casa-atelier dove in volontaria solitudine intraprende una meditata attività di progettista. Da artigiano appassionato, Zumthor dedica un’attenzione maniacale alla costruzione e alla componente materica dell’architettura, adottando processi costruttivi più vicini alle tecniche usate per i commessi di pietre dure o per i gioielli di raffinata oreficeria, che non a quelle consuete dei processi edilizi. Zumthor licenzia

L’

un numero di opere decisamente esiguo, soprattutto se confrontato con la febbrile e torrenziale produzione delle grandi firme dell’architettura. In tacita quanto ostinata controtendenza Zumthor infatti, definito l’anti-archistar, persegue un iter progettuale au-

moda

tonomo e di originale inattualità, che approda a capolavori senza tempo, carichi di poesia e di sapienza costruttiva. La prima opera di Zumthor ad assicurarsi l’attenzione delle riviste internazionali di architettura sono le terme di Vals (1990-1996) in Svizzera. Un progetto sofisticato, realizzato con una stupefacente economia di mezzi espressivi, tessuto in pietra locale, perfettamente inserito nel paesaggio di montagne innevate, dopo appena due anni dalla costruzione è stato iscritto al patrimonio nazionale svizzero. L’ultimo capolavoro è il progetto per il Kunstmuseum Kolumba (1997-2007) a Colonia, dove con parchi quanto meditati segni il maestro svizzero ha trasformato i resti archeologici e i ruderi di un’antica cappella gotica in un organismo dove la storia istaura una straordinaria simbiosi con la nuova costruzione. È

proprio quest’ultima opera, già vincitrice di numerosi premi, tra cui l’importante Brick Award 2008 per la migliore architettura in laterizio, a suscitare l’interesse dei giurati del Pritzker, che la segnalano come «un’opera sorprendentemente contemporanea, ma anche completamente a proprio agio con le stratificazione della storia». La Hyatt Foundation è la promotrice e finanziatrice del premio Pritzker che, nato nel 1979 come riconoscimento per gli architetti le cui opere realizzate rappresentino un contributo al miglioramento dell’ambiente e dello spazio urbano, proprio quest’anno celebra i trent’anni dalla sua istituzione. Tra i nove giurati della commissione l’architetto Renzo Piano, premio Pritzker (1998) si affianca al giovane affermato architetto cileno Alejandro Aravena.Thomas J. Pritzker, presidente della Hyatt Foundation, motiva il conferimento del premio affermando che «tutti gli edifici di Peter Zumthor hanno una presenza forte e senza tempo. Hanno una rara capacità di coniugare il pensiero chiaro e rigoroso, con una vera e propria dimensione poetica, in opere che non smettono mai di ispirare». Il 29 maggio è fissato il conferimento del premio, che si svolgerà a Buenos Aires, dove a Zumthor saranno consegnati la medaglia di bronzo e un premio in denaro di 100 mila dollari.

Un po’ Parigi un po’Alghero, il G8 in stile Marras di Roselina Salemi inirà che quest’estate ci toccherà esibire qualcosina firmata Marras, se non altro per averla in comune con Michelle Obama e Carla Bruni. Certo, le vere fashioniste, hanno già due-tre pezzi nell’armadio: l’abito-grembieule, un gilet ricamato, una gonna arricciata. Certo, le giornaliste di moda (gente tostissima) qualche volta hanno pianto davanti alle sue sfilate-spettacolo con angeli danzanti, statue, muretti di pietra, e lo hanno amato subito. Ma per il successo, c’è voluto un po’. All’inizio dicevano che era troppo sardo. Troppi velluti, troppi pastori. Invece, senza spostarsi dalla casa-laboratorio di Alghero dove vive, Antonio Marras ce l’ha fatta: i suoi ricami preziosi, gli strati di gonne, gli scialli, sono diventati il simbolo di una moda eccentrica e visionaria, di un’eleganza un po’ concettuale che mescola riferimenti e citazioni. Klimt e Boltanski, il costume sardo e il kimono giapponese, il costruttivismo russo e il film noir degli anni Trenta e Quaranta, Kiefer e Pina Bausch, per non dimenticare il Medioevo di Eleonora D’Arborea (a lei ha dedicato una collezione nel 2002/2003) e la Parigi di Camille Claudel, che ha ispirato la collezione primavera-estate 2009. L’hanno definito «il più francese degli stilisti italiani». Qualcuno l’ha paragonato a Jean Paul Gautier, ma meno vanitoso. Tutti d’accordo sul

F

fatto che viva nell’incerto confine tra arte e moda. Antonio Marras (che disegna le sue collezioni, oltre a quelle di Kenzo) e ha un vero talento per la scenografia, sarà un po’ protagonista del G8 (1-3 luglio alla Maddalena): curerà il look delle suite e l’accoglienza. Per esempio, nell’hotel ci saranno cento sgabelli-pecora su ruote, nati dalla rielaborazione di una borsa di Kenzo. Hanno veri campanacci e si chiamano Bea: un tuffo garantito nella sardità. Così,

il suo mondo, con le tartarughe, le pietre bianche di Orosei, le graniglie di Alghero, i tappeti di Mogoro, le stuoie di Nule, la terra orgogliosa dei contadini e dei pastori, avrà un palcoscenico diverso dalla solita passerella. Marras lo sa: «Il mio linguaggio locale potrà diventare universale». Intanto si parla già dei famosi scialli Gavoit da regalare alle first lady, (giallo per Michelle Obama? Rosso per Carla Bruni?), delle giacche-camicia, «svuotate e destrutturate» che i Grandi forse indosseranno e forse no, dei tessuti, dei colori, del mirto. Il caso vuole che la collezione donna primavera-estate sia la meno sarda di tutte, anzi è proprio Parigi fine Ottocento. Per chi volesse sintonizzarsi comunque, ci sono meravigliosi abiti drappeggiati i nei toni del tortora, del grigio o del beige, illuminati da lampi di verde o di fucsia, ci sono ruches e volant molto femminili, tulle ricamato, organza e taffetas, contrasto di tessuti. Pesante e leggero, rigido e morbido, lucido e opaco. Un po’ più sarda la collezione-autunno inverno, ispirata a Picasso, alla Spagna dei pellegrinaggi e degli ex voto, ma con l’occhio ai nuraghi. Copia? Qualcuno insinua. Marras, uomo di poche parole (soltanto negli ultimi anni ha imparato a concedersi), sostiene che «i mediocri imitano, i grandi copiano». E lui di Grandi, modestamente, se ne intende.


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fantascienza

na singolare disputa è nata intorno all’ultimo romanzo di Andrea Vitali, Almeno il cappello, recensito anche su Mobydick (Pier Mario Fasanotti, pp. 1 e 2, il 4 aprile scorso, ndr): Vitali è l’erede di Chiara oppure ripete e riscrive monotamente sempre la stessa storia? Il suo è un semplice romanzo «popolare», oppure può aspirare alla grande letteratura? È una storia «di genere» o fa parte del cosiddetto maistream? È un’opera di massa o d’élite? Singolare, perché di questo tipo di dispute non se ne sentiva il bisogno e non se ne constatava la mancanza, e che in parte ci riguarda perché solitamente di narrativa «di genere» ci occupiamo. Non entreremo nel merito del romanzo di Vitali, che non abbiamo letto, ma esso ci serve come spunto per riflettere sulla polemica che ha innescato e che ci sembra significativa. E quindi è il caso di chiederci: che vuol dire, oggi, «popolare» e che vuol dire invece il suo contrario, cioè quel tipo di narrativa adatta a gusti più sofisticati e meno «bassi»? Che differenza c’è? Che cosa li distingue quanto a tematiche e a stile? Poste così le cose, la risposta, oggi ripetiamo, non è difficile. Infatti, si potrebbe rispondere che attualmente c’è ormai una tale mescolanza di argomenti e di linguaggi che una divisione netta e recisa non si può più fare. Infatti, quelle che una volta erano le varianti della narrativa popolare (che alcune volte, ma non sempre, è «di massa») hanno ormai tracimato nelle opere una volta considerate di «alta» letteratura; e lo stile di livello, curato, pulito, corretto, ma anche suggestivo, fascinatore, può benissimo essere di opere cosiddette «popolari». Il romanzo di uno scrittore che va per la maggiore può essere sciatto, trasandato, noioso, ripetitivo, mal costruito, con personaggi senza spessore e psicologia, con una trama abborracciata e inconsistente, quanto una volta potevano essere i romanzacci «d’appendice». Viceversa, un romanzo «di genere», come può essere uno poliziesco, dell’orrore, fantastico, fantascientico, spionistico, «rosa» può avere tutte le opposte qualità. Non è il «nome» dell’autore che salva un’opera: la salva e la fa apprezzare la qualità. Sono i critici che spesso esaltano o condannano un romanzo soltanto per la fama di chi lo firma (per non parlare degli ordini di scuderia, o per l’ostilità ideologica).

U

ai confini della realtà

Dove regna la

contaminazione

Non è da oggi, ma almeno dalla metà degli anni Ottanta, quindi sono quattro lustri, che le cose vanno in questo modo e si stanno accentuando: eppure qualcuno non se n’è ancora accorto. È almeno da dieci anni che sostengo come il «genere» sia morto, e quindi viva il «genere». Nel senso che per affermarsi, il romanzo d’avventura, «gial-

di Gianfranco de Turris lo» o fantascientifico non ha bisogno di una specifica etichetta identificativa, di una collana a esso dedicato, ma vale di per sé: vale per la sua intrinseca qualità. Lo hanno capito i direttori editoriali, i curatori, gli arcifamosi editor come si usa oggi chiamarli, non lo hanno capito alcuni critici. Il «genere» si è quindi annullato in quanto ghetto, recinto, steccato per addetti ai lavori

re che abbiano come sfondo un intrigo investigativo, una vicenda strappalacrime d’amore e di morte, uno spostamento di pochi o molti anni in una società futura, elementi truculenti e orripilanti sovrannaturali o realistici, aperture su altri mondi fantastici sia classici che innovativi. Tutti elementi una volta delle opere «di genere», ma oggi non più.

Ormai l’hanno capito quasi tutti. Solo alcuni critici restano radicati a superate categorie. Ma la letteratura di genere non esiste più. Giallo o avventura, fantasy o fantastico, rosa o noir, i vasi ormai sono comunicanti e quello che conta è la qualità della scrittura, l’originalità della vicenda, il funzionamento della trama (lettori, critici), ma ha vinto la sua partita novecentesca debordando per ogni dove. Non c’è scrittore oggi che non faccia ormai uso degli stilemi e delle tematiche «di genere»: anche il vituperato «romanzo d’amore» ha i suoi corifei giovani e meno giovani. Nessuno si vergogna, o teme, di cimentarsi in ope-

Che metro devono allora utilizzare i critici, invece di nascondersi dietro letture prevenute? Non lo si dovrebbe neppure ricordare: la qualità della scrittura, l’originalità della vicenda, la costruzione dei personaggi, il funzionamento della trama. Ovvio. Se ciò manca in tutto o in parte, in base an-

che ai propri gusti ça va sans dire, beh allora l’opera non va, è bocciata, sia che si tratti di quella di un autore che va per la maggiore sia che si tratti di quella di uno «popolare», sia che abbia vinto importanti premi letterari, sia che scriva solo «di genere».

Quanti anni sono passati da Apocalittici e integrati di Umberto Eco che immise nel nostro lessico e nell mentalità della critica italiana la distinzione fra mass cult e mid cult? Quarantacinque anni! E quanti dal suo Superuomo di massa? Trentatre! E ancora ci si balocca con certe questioni? Ci sono state certamente delle esagerazioni in tutto questo tempo in fatto di «rivalutazioni» e «recuperi», ma sta di fatto che oggi si guarda con occhi assai diversi la letteratura «di consumo», «di massa», «popolare», e si accetta che il tanto bistrattato feuilleton abbia avuto non solo un senso e un significato, ma anche un suo specifico valore. Ripeto: senza voler strafare accettando indiscriminatamente tutto, ma anche ricordando che non solo Salgari ma anche Verga ha pubblicato i suoi come «romanzi d’appendice», e che non son pochi i critici che vedono i nobilissimi Promessi sposi, caposaldo nella nostra letteratura, come una versione italiana del... romanzo gotico! È stata rivalutata non solo Liala, ma addirittura Carolina Invernizio. Si ristampano Mastriani e Natoli. Si scopre che l’Italia non è stata affatto una nazione che, tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento, ha negletto o ignorato una narrativa spiccatamente avveniristica. Che tra gli anni Dieci e gli anni Trenta del Novecento nella Penisola non mancavano affatto riviste e collane che hanno promosso il giallo e il fantastico, oltre che ovviamente l’avventura. Che qui da noi il romanzo poliziesco è nato quasi contemporaneamente alla Francia. E che tutto questo poi, al di là dell’intrattenimento, non era affatto malaccio. Nel Duemila assistiamo ormai, quanto a tematiche, a una contaminazione fra alto e basso, popolare ed elitario. Non ci si deve meravigliare più. I generi, in quanto specificatamente tali, sono morti, ma morendo nella loro ristretta specificità hanno contamitato e influenzato tutta la narrativa. Il fatto è che i lettori non ne potevano (e possono) più di sterili intimismi, di avanguardismi stilistici astrusi e senza senso, di paccottaglia ideologica: vogliono leggere storie, anzi belle storie, che li facciano sognare e pensare al medesimo tempo, che li introducano in una realtà parallela e alternativa per avere poi la forza di rientrare nella realtà reale e vera affrontandola con maggiore coraggio e serenità. Non tutti gli scrittori e i critici lo hanno capito. Peggio per loro.


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