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mobydick

SUPPLEMENTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

di Filippo Maria Battaglia

Il boom dell’editoria a carattere spirituale

hi è Gesù? A porsi la domanda, a quanto pare, sono ancora in molti. Scriveva Giovanni Papini nella sua monumentale Storia di Cristo: «La sua memoria è dappertutto. Sui muri delle chiese e delle scuole, sulle cime dei campanili, dei tabernacoli e dei monti, a capo dei letti e sopra le tombe». Quella memoria, con tutta evidenza, non si è affatto esaurita. A darne ulteriore conferma, è la curiosità con la quale il lettore (credente o non credente non importa) guarda ancora oggi al fenomeno religioso. Nell’ultimo scorcio del 2008, infatti, almeno una decina di libri che trattano di fede ha superato quota diecimila copie nelle vendite. È questo il caso, ad esempio, del saggio di Antonio Socci: la sua Indagine su Gesù, pubblicata per i tipi della Rizzoli, ha esaurito in poche settimane diverse edizioni. Ma il giornalista senese non è solo. Oltre al recente libro di Corrado Augias (Inchiesta sul cristianesimo, Mondadori), il sito della più importante rivendita libraria on-line, ibs.it, segnala tra i più venduti due volumi del cardinale Carlo Maria Martini (Conversazione notturne a Gerusalemme, Mondadori; Il coraggio della passione, Piemme) e due saggi dell’arcivescovo Gianfranco Ravasi (Le parole e i giorni, Mondadori; Nuova guida alla Bibbia, San Paolo). Completa la classifica, il libro-intervista di Andrea Tornielli a Vittorio Messori (Perché credo, Piemme). Resta invece in una posizione un po’ più defilata il libro fotografico di Pier Paolo Cito firmato da Luigi Accattoli e interamente dedicato agli ultimi giorni del pontificato di Giovanni Paolo II (Corbaccio). Ma dallo spiritualismo alla riflessione filosofica fino al saggio teologico, sono tantissimi i titoli che trattano di metafisica e dintorni. Così, se l’editore Scheiwiller ha di recente pubblicato le Omelie di Benedetto XVI (senza le quali, come ha correttamente osservato nella prefazione Sandro Magister, «il magistero di questo Papa teologo resterebbe incomprensibile»), la casa editrice Le Lettere ha dedicato un’intera collana alla spiritualità, intitolata significativamente «dal silenzio alla parola».

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Nell’ultimo scorcio del 2008 una decina di volumi sulla fede ha superato nelle vendite quota diecimila copie. Un interesse che coinvolge anche laici e agnostici e che rivela il bisogno di coordinate interiori sempre più solide

I LIBRI DELL’ANIMA 9 771827 881301

90110

ISSN 1827-8817

Parola chiave Biopolitica di Sergio Belardinelli Il canzoniere di Dido tra amori e abbandoni di Stefano Bianchi

NELLE PAGINE DI POESIA

Carlo Betocchi la forma del mistero di Francesco Napoli

Giorgio Vasari l’inventore di Firenze di Claudia Conforti A scuola da Vermeer per un horror con stile di Anselma Dell’Olio

Lee Miller, reporter dell’impensabile di Marco Vallora


i libri dell’

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anima

Le meraviglie del creato catalogate da Al-Qazwini hi prende in esame questo mio libro deve sapere che il suo scopo consiste nel raccogliere quanto era sparpagliato e ricucire quanto era disperso». Così scrive Al-Qazwini, massimo cosmografo del Medioevo islamico. Le meraviglie del creato e le stranezze degli esseri, di recente pubblicato da Mondadori (traduzione di Francesca Barba, 322 pagine, 17,00 euro) è un’enciclopedia di scienze naturali rigorosamente basata sulle opere di Aristotele. Scrive la studiosa Syrinx von Hees che «la struttura dell’opera di Al-Qazwini è rigorosamente gerarchica, chiara e comprensibile e si rifà ai sistemi di scienze naturali che egli intende presentare al lettore. Questa organizzazione gerarchica offre la possibilità, a chi si serve del libro, di collocare ogni singola informazione al giusto posto all’interno del sistema». Un dizionario del sapere, dunque, che va innanzitutto inteso quale «compendio organizzato, che mette a disposizione di qualsiasi persona interessata - sia egli un dotto in materia, oppure uno studente, un principe o un mercante - un serio, ancorché limitato, insieme di conoscenze, fruibile tanto ai fini della lettura quanto a quelli dello studio o della consultazione occasionale». A cominciare dal profilo strettamente astronomico. Il modello dei pianeti utilizzato da Al-Qazwini, infatti, «è sostanzialmente basato sul modello geocentrico formulato dall’astronomo greco Tolomeo. Questi pose la terra al centro dell’universo, con i sette pianeti (nell’ordine, Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno) che ruotano ciascuno in una sfera attorno alla Terra. La Luna, essendo la più vicino alla Terra, è ubicata nella prima sfera, e Saturno, essendo il più lontano, nella settima. Nell’ottava sfera, infine, si collocano le stelle fisse. I primi astronomi arabi conservarono questa divisione in otto

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segue dalla prima Per le cure di Roberto Carifi sono stati così raccolti brevi testi a firma di alcuni tra i più illustri teologi, filosofi e uomini di fede: si va dal Dalai Lama all’Abbé Pierre, passando per Roberto Mussapi e Meister Eckhart. Certo, un simile interesse può apparire anacronistico, eccessivo e sproporzionato. Eppure, nel bel mezzo di una ferrea crisi economica (e culturale), sembra cogliere nel segno e al tempo stesso denunciare la necessità di coordinate spirituali più salde rispetto a quelle del recente passato. Basta poi dare un’occhiata a uno dei più fortunati e riusciti di questi libri, il breviario di monsignor Gianfranco Ravasi appunto, per comprendere come si possa restare interessati a simili temi, anche da un angolo di osservazione non necessariamente cattolico.

Sulla stregua del precedente libro, il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura ha infatti scelto poco meno di quattrocento citazioni letterarie, filosofiche, poetiche dalle quali prendere le mosse per annotare brevi e appassionati commenti che accompagnano il lettore lungo tutto i giorni dell’anno solare. Con scelte e argomenti che, mese dopo mese, si rivelano piuttosto imprevedibili. È questo il caso, ad esempio, della riflessione datata 26 dicembre, che trae spunto da una frase di Giorgio Gaber (sic!): «Il futuro è qual-

MOBY DICK e di cronach

di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa a cura di Gloria Piccioni

sfere, ma in un secondo tempo ne aggiunsero una nona». L’intento dell’enciclopedista islamico resta comunque precipuamente didattico: quello cioè di «rendere accessibile al pubblico un sapere specialistico e comprovato da autorità esperte nella materia». Per raggiungere tale scopo, il contributo decisivo dell’autore «consiste nel selezionare da diverse opere i loro contenuti fondamentali, sistematizzando e organizzando le informazioni raccolte in modo chiaro, secondo un ordine che consenta al lettore uno sguardo d’assieme sul sapere». Con Le meraviglie del creato, il cosmografo non cristallizza solo una concezione religiosa: imprime prima di tutto un’immagine del mondo di carattere filosofico e scientifico-naturale, e al tempo stesso un’enciclopedia destinata ai non addetti ai lavori. A più sette secoli di distanza la casa editrice di Segrate ha così deciso di pubblicare per la prima volta in Italia l’opera, inserendola nella collana Islamica, che raccoglie ogni anno tre volumi di testi arabi, persiani e turchi. Ideata tre settimane dopo gli attentati dell’11 settembre e diretta da Mohammad Alì Amir-Moezzi e Alberto Ventura, la serie ha già ristampato libri di storia, di filosofia, biografie, scritti mistici e testi sunniti e sciiti. Un’iniziativa editoriale che sembra essere prima di tutto un invito al dialogo interreligioso, al netto delle polemiche e delle mille speculazioni del dibattito politico. (f.m.b.)

cosa che ciascuno raggiunge alla velocità di sessanta minuti, qualunque cosa faccia, chiunque sia». In quelle parole - chiosa Ravasi - «c’è una verità indiscussa ma anche un dato imperfetto. La verità è che il fluire del tempo, (fugit inreparabile tempus, “fugge il tempo irrecuperabile”, diceva il poeta latino Virgilio), avanza inesorabile su tutto e su tutti. La sua scansione di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni macina le realtà belle e quelle brutte, spande lacrime e le asciuga, ospita crimini e illumina gesti nobili e gloriosi. C’è, però, una riserva da fare. Se è vero che il tempo oggettivo non guarda in faccia a nessuno e tutto consuma (tempus edax rerum,“il tempo divoratore delle cose”, scriveva un altro poeta latino, Ovidio), è altrettanto vero che il tempo soggettivo è diverso per ciascuno di noi, anzi per ogni stato della nostra esistenza. Sessanta minuti di noia non sono uguali a un’ora trascorsa tra due innamorati. Il tempo può essere “ammazzato” perché non si ha voglia di fare nulla o perché si è disperati e in questi casi pare infinito; ma può essere anche colmato di opere, di creazioni, di pensieri, di ricerca». Argomenti diversi, ma con identico potere di attrazione, tratta invece il libro di Luigi Accattoli e Pier Paolo Cito. Scrive il vaticanista del Corriere della Sera: «Karol Wojtyla muore il 2 aprile alle ore 21, 37 per “shock settico e collasso cardiocircolatorio irreversibile”, un mese e mezzo prima dell’ottantacinquesimo compleanno. Alla vigilia, il Papa era ancora cosciente e il

Progetto grafico di Stefano Zaccagnini Impaginazione di Mario Accongiagioco Società Editrice Edizione dell’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Tipografia: edizioni teletrasmesse Editrice Telestampa Sud s.r.l. Vitulano (Benevento)

portavoce aveva riferito di sue parole, dette “in più riprese”, dalle quali “si è potuta ricostruire la seguente frase”rivolta ai giovani che lo vegliavano nella piazza: “Vi ho cercato. Adesso voi siete venuti da me.Vi ringrazio”. Parole che sono come la premessa della straordinaria risposta del mondo alla sua predicazione, che si manifesterà nei sei milioni di persone che accorrono a Roma per l’ultimo saluto, lungo le prime tre settimane di quell’aprile ricco di commozioni. Anche su quella marea umana - e sulla sua eco che tornerà a farsi sentire nel primo anniversario della morte - vigila l’occhio memore del fotografo», Pier Paolo Cito appunto.

E proprio quell’occhio cristallizzerà gli ultimi tragici giorni del pontificato di Giovanni Paolo II, restituendo, tra l’altro, una delle più drammatiche testimonianze del suo papato: quella legata all’ultima benedizione durante la domenica di Pasqua del 2005. Racconta Cito: «Egli traccia il triplice segno di croce della benedizione, muovendo le labbra come per pronunciare le parole, ma emettendo soltanto un prolungato sospiro. Grande emozione tra la folla. Egli apre e chiude le mani sul bordo del leggio, fa un ultimo cenno di saluto con la mano destra, che muove aperta verso la folla e si ritira». Suggestioni e spunti che lasciano intuire come simili argomenti, al netto delle proprie convinzioni religiose, possano creare un sempre maggiore seguito anche tra lettori laici e agnostici.

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parola chiave

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BIOPOLITICA i sembra che uno dei fenomeni fondamentali del XIX secolo sia stata ciò che si potrebbe chiamare la presa in carico della vita da parte del potere. Si tratta, per così dire, di una presa di potere sull’uomo in quanto essere vivente, di una sorta di statalizzazione del biologico, o almeno di una tendenza che si potrebbe chiamare verso la statalizzazione del biologico». Così si esprimeva Foucault in una lezione tenuta nel marzo del 1976, marcando una specificità che non esiterei a definire inquietante in ordine ai diversi modi in cui il tema della vita si inserisce nelle logiche della politica dai tempi di Aristotele fino alla modernità e ai giorni nostri.

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La tendenza del potere a farsi carico della vita dell’uomo individuata da Foucault è oggi realtà. E la rivendicazione di diritti naturali, come nascita e morte, viene regolata sotto rigoroso controllo statale. Senza tener conto della natura umana...

mente immenso, mi sembra tuttavia che le odierne discussioni in materia di bioetica riflettano bene questo atteggiamento di fondo. L’idea che nella natura possa essere reperibile un qualche telos, un qualche fine o una qualche «normatività» viene rifiutata a priori come «mito» o come «bioteologia». Con un’espressione di Jürgen Habermas, si potrebbe dire che la nostra ragione «riconosce ormai soltanto quei limiti che sono accettati dalla volontà degli interlocutori». Per non dire poi di coloro che considerano l’uomo come un semplice «esperimento di se stesso» (Marc Jongen), grazie al quale coronare finalmente il sogno di realizzare un essere superiore all’uomo (Peter Sloterdjik), o delle esternazioni in favore della subordinazione del diritto alla vita al superamento di determinati test genetici da parte di Francis Crick e James Watson, gli scopritori della doppia elica del Dna.

La nuova resistenza

Per Aristotele la vita costituisce il presupposto naturale della politica, un presupposto che, da un lato, esprime l’ostacolo da superare in vista della semplice sopravvivenza biologica, e, dall’altro, in quanto «vita umana», il criterio di questo superamento in vista della «vita buona» del singolo e della comunità. «Senza il necessario è impossibile sia vivere sia vivere bene», si legge nella Politica. Occorre in primo luogo sopravvivere, primum vivere, affinché si possa realizzare ciò che «è proprio dell’uomo rispetto agli altri animali» e cioè «di avere egli solo, la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori» (sono sempre parole di Aristotele). Tuttavia, vinta la necessità, diciamo pure, la fame, la sete e il freddo, che rendevano tragico il problema della nostra sopravvivenza biologica, tanto tragico da dover persino giustificare l’esistenza di schiavi che, come «animali domestici» o «strumenti animati», provvedessero appunto alle necessità della vita, la «vita buona» finisce poco a poco per essere minacciata proprio dagli strumenti, dalle «astuzie», dalla teche, elaborati per vincere la natura e assicurare agli uomini la loro sopravvivenza sulla terra. Tutto ciò era già stato ampiamente documentato dalla cosiddetta «cultura della crisi» d’inizio secolo XX. Da Max Weber a Toennies, da Scheler a Simmel, da Spengler a Alfred Weber, da Troeltsch a Meinecke, tanto per fare qualche nome, ovunque serpeggiava il timore che la «cultura», il corpo vivo dell’anima occidentale, stesse ormai per lasciare il posto alla sua «mummia», come la definisce Spengler, ossia la «civilizzazione»; un timore, questo, che, attraverso la mistagogia heideggeriana e la «critica della ragione strumentale» elaborata dagli autori della Scuola di Francoforte è giunto fino ai nostri giorni, e che vediamo riemergere rafforzato sul fronte delle odierne tecnologie della vita. Queste ultime ripropongono in modo perentorio la questione antropologica. La possibilità di determinare tecnicamente la struttura della nostra vita biologica ci costringe insomma a rimettere al centro la domanda sull’uomo, sulla sua «natura culturale», diciamo pure, sul modo in cui interpretiamo la relazione che sussiste, nell’uomo, tra natura e cultura, natura e libertà, e sulla capacità che abbiamo di conciliare i due termini senza riduzionismi. Si tratta di una conciliazione che, per

di Sergio Belardinelli

L’idea che nella natura possa essere reperibile un fine o una “normatività”, viene rifiutata a priori come mito. La nostra ragione “riconosce ormai soltanto quei limiti che sono accettati dalla volontà degli interlocutori”. Ma qualcos’altro sta emergendo con forza la filosofia, ha rappresentato pressoché da sempre un compito assai difficile, se è vero che perfino la teleologia greca trovava nell’uomo, non soltanto l’essere più perfetto, perché dotato di ragione, ma anche una sorta di zona d’ombra. A differenza di una ghianda, la cui «natura», il cui telos, la determina a diventare una quercia, l’uomo sembra non avere un telos altrettanto ben definito. Per Platone e Aristotele, esso sarebbe dovuto diventare un buon cittadino della polis oppure un buon filosofo, ma restava pur sempre un essere inquietante, una via di mezzo la divinità e le bestie. E forse è per questo che gran parte della filosofia moderna, anziché prendere lo spunto da tale ambivalenza per cercare di com-

prendere meglio il telos, il fine dell’uomo, ha preferito accantonarne l’idea. La natura dell’uomo consiste in ultimo nella sua gratuita libertà, alla quale si possono certo porre dei «fini» o dei «limiti», ma non certo perché questi siano da ritenersi conformi alla «natura umana», bensì semplicemente perché ci piace, ci è utile, ci troviamo d’accordo a farlo. Quanto al senso complessivo del mondo, oggi non si parla più di ordine o di teleologia, bensì di caos, caso o cose simili. Per usare una nota immagine weberiana, il mondo tende a configurarsi ormai come una «infinità priva di senso». Più ne comprendiamo le leggi e più sembra che esso proceda a caso. So di semplificare un problema letteral-

Si tratta di posizioni, le quali, pur con diverse accentuazioni, indicano una sorta di cambiamento di paradigma nella cultura contemporanea: l’«umano» non è più il «presupposto» dei nostri discorsi e delle nostre azioni, ma tende a diventarne il «prodotto». È questo il nuovo paradigma di una biopolitica. Da un lato si direbbe che le cose si facciano da sole, secondo logiche che trascendono i singoli individui e le comunità, dall’altro tutto sembra venire ricondotto al più radicale individualismo, nella convinzione che ognuno debba poter realizzare come, dove e quando vuole i propri desideri di felicità. Si tratta di due logiche solo apparentemente contraddittorie che nella realtà si sostengono a vicenda. Direi anzi che la «statalizzazione del biologico», come la chiama Fuocault, segua prevalentemente proprio la logica della più radicale individualizzazione. Un po’come accade nei romanzi fantabiologici di inizio secolo XX (si pensi a The Machine Man of Ardathia di Haldane o a Brave New World di Huxley), la rivendicazione del «diritto» a far nascere i figli come e quando vogliamo o del diritto a scegliere come e quando morire sembra configurarsi come un semplice stadio di passaggio sulla via rispettivamente di una sorta di ectogenesi artificiale, fuori del corpo umano, e di una exit strategy, chiamiamola così, ugualmente artificiale, entrambe sotto rigoroso controllo statale e grazie alle quali risolvere qualsiasi problema: dalla discriminazione delle donne all’invecchiamento della popolazione, dal problema dell’inverno demografico a quello dell’ordine sociale. Per fortuna, però, in questo stesso contesto vediamo emergere con forza anche qualcos’altro: da un lato, la resistenza da parte dell’«umano» a sottomettersi alle istanze di un potere che ne definisca i contorni (l’inizio e la fine, il valore e la dignità) in termini puramente funzionali; dall’altro, la riproposizione del tema di una natura umana, la quale, per il fatto di esprimersi in termini di libertà, quindi di cultura, non per questo cessa di essere «natura», quindi «limite», ma anche «fine», telos, il cui rispetto soltanto può consentire all’uomo di essere ciò che egli è «per natura».


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cd

Il canzoniere di

di Stefano Bianchi i quel nome un po’ così, ne farebbe probabilmente a meno. Ma siccome all’anagrafe c’è scritto Florian Cloud de Bounevialle O’Malley Armstrong, Dido resta la migliore delle scorciatoie possibili. E la più redditizia. Chiunque pronunci «daido», non può infatti non pensare a quella cantante londinese che nel 1999 debuttò con l’album No Angel senza farsi troppe illusioni; e due anni dopo se lo ritrovò fra le mani a mo’ di best seller con tanto di pezzo, Thank You, che tutti canticchiavano dalla prima all’ultima strofa. Cos’era successo? Che Eminem, il rapper bianco più tosto di tutti

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quelli neri, si era talmente invaghito della canzone da decidere di campionarla nel singolo Stan, trasformando Dido in un marchio di garanzia. Ci si accorse, proprio per merito di Eminem, che il sottovalutato No Angel era intrigante dall’inizio alla fine. E che la ragazza nata il giorno di Natale del ’71 e diplomata a pieni voti alla London’s Guildhall School of Music, aveva tutte le carte in regola per durare nel tempo. Voce compresa. Difatti anche il disco successivo, Life For Rent del 2003, ha fatto il botto con contorno di tournée durata due anni. Dopodiché, Dido s’è presa una pausa: non tanto per essersi scaricata le pile fra studio d’incisione e palcoscenico, ma per il gusto di riassaporare una vita normale. «Non nego che sia stato un periodo meraviglioso - ha dichiarato - ma avevo proprio bisogno di fare un passo indietro e riprendere contatto con la vita reale. Per poter riversare di nuovo tutte le mie energie sulla musica». E ora che ha deciso di rientrare in scena, Safe

in libreria

musica

Dido tra amori e abbandoni

Trip Home è l’ideale per ricominciare. Undici brani preziosi, sottoforma di ballate acustico/elettroniche (il suo marchio di fabbrica) che non solo la vedono cantare ma suonare di tutto: chitarra, batteria, tastiere, flauto. Benedetta dal produttore Jon Brion (già all’opera con Rufus Wainwright e Fiona Apple); coccolata dal fratello Rollo Armstrong che con lei ha suddiviso la stesura delle canzoni; apprezzata da Brian Eno, che le ha cucito su misura i sei minuti d’elettro-

mondo

nica e atmosfere celtiche di Grafton Street. Ovvero il pezzo più bello del disco, che comunque si ritrova in ottima compagnia fra elegante pop orchestrale (Don’t Believe In Love), delicatezze acustiche (Quiet Times), il passo felpato di Never Want To Say It’s Love, gli effluvi folkeggianti di It Comes And It Goes e Burnin Love. Eccome se ammalia, Dido, con quel canto che mette in risalto morbidi sussurri. Accarezza Look No Further e le sfaccettature esotiche di Let’s Do The Things We Normally Do, per poi ghermire il ritmo di Us 2 Little Gods. Centellina la melodia di The Day Before The Day e nella conclusiva Northern Skies gioca con la tenerezza e la passionalità pedinando il battito della batteria elettronica. Soprattutto fa Dido, in questo canzoniere di amori e abbandoni. Scoprendo che è impossibile rinunciare a quel nome un po’ così. Dido, Safe Trip Home, Sony/Bmg, 18,90 euro

riviste

BURROUGHS SUONA IL ROCK

PRINCE: TRE ALBUM E UN PORTALE

MEGLIO DEI COLDPLAY

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i può discutere sulle doti letterarie di William Burroughs, secondo alcuni uno dei più grandi sperimentatori di nuove forme narrative, secondo altri un pennivendolo con problemi mentali, ma è riconosciuta da tutti l’enorme influenza che lo scrittore americano esercitò sull’estetica del rock fin dai suoi primi anni di vita. A confermarlo arriva ora in Italia Rock and Roll Virus (Coniglio editore, 197 pa-

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embrava che la iperproduttività della quale era rimasto vittima a metà degli anni Novanta fosse acqua passata, ma ora pare che Prince ci sia ricascato. Intervistato dal Los Angeles Times, il musicista di Minneapolis ha affermato di voler pubblicare ben tre album nel corso del 2009: Lotus Flower, Mplsound ed Elixir. Alcune delle canzoni sono state già presentate dal vivo, e non hanno fatto gridare al miracolo chi ha

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Una raccolta di interviste fatte dallo scrittore americano a star come Patti Smith e David Bowie

Per il musicista di Minneapolis inediti per il 2009 e un nuovo sito svincolato dall’industria

Tempo di classifiche dei migliori dischi del 2008. “Dear Science” premiato da “Rolling Stone”

gine, 14,00 euro), raccolta di interviste che lo scrittore realizzò con celebrità musicali quali Patti Smith, Devo, David Bowie e Blondie. Nessuno si aspetti un Burroughs «normalizzato» o concentrato sul ruolo di bravo cronista. Assecondato da star del rock che erano prima di tutto suoi appassionati lettori, l’autore del Pasto Nudo si lancia spesso in una serie di riflessioni decisamente audaci sul ruolo del linguaggio nella narrativa e nel mondo musicale. Un libro istruttivo soprattutto per chi cerca di ricostruire il clima culturale di un’epoca, quella a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, che forse andava colta meglio nelle sue spinte anarcoidi e ingenue piuttosto che in quelle barricadere e ideologizzate.

potuto ascoltarle. Nessuna caduta di stile, ma nulla che si distacchi in qualche modo da tutto quel che l’artista ha proposto al pubblico negli ultimi vent’anni. Il primo album dovrebbe essere fedele a un soul tradizionale rafforzato dalle chitarre elettriche, il secondo sarà tradizionalmente funk e il terzo nascerà da una collaborazione con la sua nuova musa Bria Valente. L’unica novità interessante potrebbe risultare l’unico progetto non musicale, il nuovo sito lotusflow3r.com, grazie al quale Prince intende raggiungere il pubblico senza passare attraverso produttori e case discografiche. Sul portale sarà possibile ascoltare, commentare e acquistare musica in qualunque formato, bypassando del tutto l’industria musicale.

Science dei Tv on The Radio. Secondo la redazione, il nuovo disco di Dave Sitek e soci «rappresenta al meglio l’America del 2008, con le infernali visioni della guerra e la disperazione della crisi economica. Il gruppo ha saputo affrontare il momento storico e ha risposto con la sua musica da party art rock. Il risultato è un album che ha solo il cielo come limite». Il resto della lista è prevedibilmente infarcita di altri artisti americani, a partire dall’eterno Bob Dylan che con la sua ultima raccolta di inediti si aggiudica il secondo posto nella graduatoria. E i Coldplay? Finiti in settima posizione, dietro il re del blue collar rock John Mellencanp.

ennaio, si sa, è mese di bilanci sull’anno passato. Non fanno eccezione le riviste musicali che aprono di solito il primo numero del nuovo anno con un elenco dei migliori album usciti nel corso del 2008. Se la maggior parte dei mensili incorona il piacevole ma prevedibile Viva la Vida! dei Coldplay, l’edizione Usa di Rolling Stone ha fatto una scelta fuori dal coro premiando Dear


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zapping

SAN CHECCO ZALONE a Morgan pensaci tu! di Bruno Giurato an Checcho Zalone, falla tu la grazia e la giustizia sul pirata crinogellato Morgan. San Checco Zalone, unico genio satirico di questa stagione televisiva italiana, tu che dal palcoscenico di Zelig hai massacrato tutti i birignao dei cantanti italiani, tu che hai picchiato i Negramaro (hai scritto una loro parodia intitolata U pollu cusutu ’nculu), su Carmen Consoli (hai fatto capire che l’originale vocalità della cantantessa è dovuta a stitichezza), su Tiziano Ferro e finalmente su Jovanotti, volgi il tuo occhio grifagno su Morgan. Che il Morgan faccia il giurato a XFactor va benissimo, i litigi con una Simo sempre più giovane sono la parte più bella del programma. Che faccia il cantante e il cantautore va bene, anche se chi firma questa nota ha sempre pensato che il beat fu una stagione surreale già di per sé. Ma perché far uscire tutti questi libri? Nel 1999 Morgan pubblicò un libro di poesie intitolato Dissoluzione. C’erano versi come «Come si fa a cambiare il filtro del carburatore/ Se di notte torni a casa troppo tardi e nessuno/ che ti insegni del motore». Mo’ ci riprova con questo In pArte Morgan, un libro intervista con fotine inedite e spartiti parimenti inediti, che contiene anche ineditissimi squarci biografici, abbastanza sconvolgenti. Per esempio si racconta che quando il Morgan fu presentato a David Bowie quest’ultimo gli disse sure!. Durante la presentazione del libro il Morgan ha detto anche che lui non scriverebbe niente perché non sopporta quelli che scrivono sempre. E allora san Checco Zalone facci la grazia (e la giustizia). Occupati del Morgan. Ma anche se non lo fai ti perdoniamo. In effetti fare la parodia delle parodie è un po’ complicato.

S

festival

Se un grande non riconosce i grandi di Adriano Mazzoletti nche quest’anno la sedicesima edizione di Umbria Jazz Winter svoltasi a Orvieto fra il 30 dicembre e il 4 gennaio, ha chiuso i battenti con il solito grande successo di pubblico, l’altrettanto grande successo per l’amministrazione della città Umbra che ha potuto contare su un turismo stanziale diverso da quello di passaggio che caratterizza da sempre la città del vino, ma con grande delusione degli appassionati di jazz che mai come questa volta hanno dovuto assistere a una manifestazione dove il jazz autentico era quasi assente. Dei ventinove gruppi solo otto quelli a carattere jazzistico. Ma procediamo con ordine. La star della manifestazione doveva essere Joao Gilberto, ma il cantante brasiliano programmato per tre serate al Teatro Mancinelli, non si è fatto vivo, un’ernia inguinale, è stato detto. A bocca asciutta sono perciò rimasti i fan dell’indimenticabile interprete di Chega de Saudade, manifesto della bossa nova firmato da Antonio Carlos Jobim e Vinicius De Moraes, che si sono dovuti accontentare di Stefano Bollani che lo ha sostituiMartial Solal to nel corso delle tre serate. Sostituzione azzardata perché di buona musica se ne ascoltata davvero poca. Bollani è un eccellente pianista e quando vuole è anche jazzista capace, ma troppo spesso si lascia tentare da forme si spettacolo da cabaret di terz’ordine. Nel corso di un duo con Antonello Salis, che precedeva quello con Martial Solal, poco è mancato che si tirassero piatti in faccia. Certo tutto ciò piace molto a un pubblico eterogeneo che conosce il jazz solo per sentito dire e che purtroppo si convince che ciò che ascolta presentato sotto marchi prestigiosi, sia una delle forme d’Arte più importanti nate nel secolo appena trascorso. Anche il duo Bollani-Solal che seguiva quello con Salis, ha profondamente de-

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luso. Questo duo ideato da chi scrive, presentato a Genova durante l’Esposizione Universale del Jazz, doveva essere uno dei momenti jazzisticamente più significativi, ma farlo seguire a quello con Salis è stato un errore. Solal ha poi anche partecipato a un quiz. Delle incisioni dei sette pianisti fattegli ascoltare da Ted Panken della rivista Down Beat, il pianista francese non ne ha azzeccata neppure una, malgrado che i solisti fossero Ahmad Jamal, Duke Ellington, Chick Corea, Lennie Tristano, Hank Jones,

McCoy Tyner, Bud Powell. Ma non è detto che un grande pianista sia in grado di identificare lo stile dei suoi colleghi. Dei centotrentadue concerti presentati in cinque giorni, fra mezzogiorno e le due del mattino, solo una trentina quelli che hanno soddisfatto gli appassionati. La palma a Enrico Pieranunzi che si esibito anche in duo con Rosario Giuliani, il quartetto del vibrafonista Joe Lockke con il pianista Dado Moroni, il Quartetto Roberto Gatto e quello di Gianni Basso e Renato Sellani confinato in un ristorante periferico rispetto al centro dove si svolgevano gli altri concerti. Poco per un festival di questa importanza.

danza

Celebrando i cent’anni dei Ballets Russes

di Diana Del Monte ono passati più di cento anni da quando un giovane impresario russo di nome Sergej Djagilev si trasferiva a Parigi, allora considerata la capitale europea dell’arte, per promuovere la tradizione artistica del suo paese, la Russia. Dopo una serie di interventi fortunati al Salon d’Automne e all’Opéra, il giovane impresario, aiutato dal coreografo Mikhail Fokine, decise di fondare una compagnia di danza. Fu così che il 19 maggio del 1909 al Théâtre du Châtelet andò in scena la prima rappresentazione della compagnia che avrebbe rivoluzionato il balletto novecentesco, i Ballets Russes. Se può sembrare strano parlare della storia dei balletti russi come di una favola, non si può negare che la compagnia di Djagilev abbia rappresentato un fatto straordinario del secolo scorso: una congiuntura quasi magica di artisti di estrazione varia che ha fatto nascere capolavori come La sagra

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della primavera, Petrushka, L’après-midi d’un faune, L’uccello di fuoco e molti altri. Sin da principio, l’innovazione più evidente dei Ballets Russes fu il superamento del virtuosismo della danza fine a se stesso verso una fusione delle arti in scena (musica, danza e pittura), ma nei successivi vent’anni la compagnia si distinse soprattutto per la continua spinta innovativa. Molta della fortuna dei Ballets Russes si deve, però, alla personalità del suo fondatore, Djagilev, che, oltre a essere un impresario di grande intuito, fu prima di tutto un intellettuale dalle notevoli doti diplomatiche. La compagnia potè, così, avvalersi di collaborazioni eccellenti con artisti del calibro di Stravinsky, Strauss, Satie, Debussy, Ravel, Bakst, Picasso, Benois. L’avventura dei Ballets Russes, inoltre, coinvolse i mi-

gliori danzatori dell’epoca - Nijinsky, Karsavina, Pavlova, Lifar, Spesivzeva - e mostrò e sviluppò il talento coreografico di artisti come Nijinsky, Fokine, Massine, Balanchine. La forza del fenomeno, che durò due decadi, fu tale che lo scoppio della prima guerra mondiale non riuscì a fermarli. Nonostante ciò, la compagnia rimase legata al suo fondatore in maniera inscindibile, tanto che la morte di Djagilev, avvenuta a Venezia nel 1929, chiuse l’epoca dei Ballets Russes. Quest’anno, però, il mondo della danza si prepara a celebrarne il centenario. Le celebrazioni, in realtà, sono già iniziate l’estate scorsa con la mostra di Sotheby’s a Parigi: Danser vers la gloire, l’age d’or des Ballets Russes, ma l’anno d’oro, in questo

caso, è il 2009. In programma, infatti, ci sono le mostre alla galleria Tretjakov di Mosca e al Victoria and Albert Museum di Londra mentre per maggio la Ballets Russes 2009, associazione culturale fondata per l’occasione dalla Boston University e dal Boston Ballet, ha preparato un grande festival a Boston. Ma in Italia? Anche nel Bel Paese non mancheranno le occasioni per gli amanti del balletto: primo appuntamento fra pochi giorni, il 13 gennaio al Teatro dell’Opera di Roma con Diaghilev Musagete che avrà tra gli interpreti anche VladimirVassiliev, poi il 15 a Firenze con la serata Fokine del Maggiodanza. Per i più curiosi, inoltre, l’Università di Bologna sta preparando una serie di conferenze-spettacolo che da fine gennaio ci accompagneranno fino ad aprile quando, dulcis in fundo, il Teatro dell’Opera di Roma porterà in scena diciassette titoli presi tra i capolavori più noti del repertorio della compagnia, come Le spectre de la rose, affiancati da vere rarità come Le train bleu.


libri Gli ultimi giorni di Tintoretto MobyDICK

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narrativa

di Maria Pia Ammirati a consistenza della scrittura di Melania Mazzucco, lavorata tutta sul versante dell’architettura e dell’intreccio narrativo, chiama in causa il lavoro del critico (e del lettore) per un esercizio che non sia di pura maniera, ma che preveda la puntualità dell’analisi. Pur non allestendo una forma di disarticolata anamnesi con corredo di chirurgia da anatomo patologo, l’ultimo romanzo della scrittrice romana invita a prodursi in sezionamenti, tagli, diagnosi a caldo, evisceramenti. Per prima cosa facendo emergere le tre principali forze centrifughe che appartengono a questo libro, rintracciabili anche negli altri suoi precedenti romanzi: l’emergere della vita così com’è; l’architettura vasta e complessa; l’affresco storico documentato e dovizioso di particolari.Tre direttrici importanti per l’ampio peso di un testo lungo, denso di storie secondarie, complesso negli incroci temporali. La lunga attesa dell’angelo è un romanzo storico sulla vita del pittore veneziano Tintoretto (Jacopo Robusti), vissuto e ope-

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rante in pieno Cinquecento, manierista e, per taluni aspetti (colore e luce), precursore del Seicento, vissuto a lungo per poter essere considerato un pittore prolifico e, infine, anche consacrato dai viventi. Il romanzo è appassionante, scritto come un lungo delirio consegnato dal protagonista al suo destinatario, Dio, invocato ritmicamente a fine di lunghe tirate. Gli ultimi quindici giorni della vita del pittore, dolorosamente narrati dal letto di morte, mentre intorno si aggirano le figure principali della vita di Jacopo, la moglie Faustina il figlio Dominico. Questi ultimi lunghissimi giorni, dal 17 al 31 maggio 1594, segnano i capitoli delle 400 pagine di testo usando, è il caso di dire, un portentoso gioco di sfasature temporali tra il presente (maggio 1594), il passato biografico e artistico del protagonista, il passato di Venezia e di tanti altri comprimari. Come questa puntigliosa biografia d’artista diventi un romanzo, come cioè la schedatura, anche appassionata, si tramuti in una storia ricca di rimandi, piena di sentimento, narrata con sapienza, è il vero punto di svolta del testo. Probabilmente per la calibratura che la Mazzucco dà ai fatti della vita, allo spessore che questi prendono nel tratteggiare i personaggi, al feroce scavo interiore del protagonista, a una sua vera e propria messa a nudo. Jacopo Robusti è un uomo che si rappresenta come figlio della sua epoca: carnale, cinico, lavoratore, prepotente, savio e anarchico. Nel racconto turbinoso di ciò che è stato, la vita e l’opera si sovrappongono costantemente, anzi Tintoretto non si fa schermo di ammettere che l’arte, che lui sempre persegue, è frutto anche di necessità oltre che di virtù. E che mante-

nere una famiglia come la sua, otto figli avuti da una moglie sposata bambina, richiede un lavoro incessante e commissioni affannosamente inseguite. Il punto di incontro tra opera e vita è la prima figlia del maestro, l’illegittima Marietta, la donna che più ama e sublima, per la quale emergono pulsioni incestuose sempre trattenute. Marietta, detta la Tintoretta, diviene l’altra faccia del maestro, si maschilizza per diventare pittore come il padre. È anche simbolicamente il riscatto dell’odio degli altri pittori del tempo, primo fra tutti Tiziano, il maestro che lo cacciò dallo studio per invidia. Proprio la visita a Tiziano, morto di peste nel ’76, accenderà un moto mortifero nella vita di Tintoretto. Non fa torto a un libro così compatto, una prima parte appesantita da un gusto metaforico sovrabbondante che sparisce nel resto del libro. Melania G. Mazzucco, La lunga attesa dell’angelo, Rizzoli, 417 pagine, euro 18,00

riletture

Croce, la filosofia della pratica e un giudizio di Giolitti di Giancristiano Desiderio

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uando qualcuno gli chiedeva un «consiglio filosofico» Benedetto Croce diceva che la filosofia è un castello con cento porte nel quale si può accedere a caso o scegliendo la porta che si vuole. Tuttavia, dovendo dare proprio un «consiglio pratico» il filosofo suggeriva di entrare nel grande castello della filosofia cominciando a leggere il suo libro Filosofia della pratica. Un consiglio che, a prima vista, potrebbe sembrare bizzarro non poco. Cosa c’entra, infatti, la pratica e il suo senso con la filosofia? Non sono, forse, i filosofi quegli strani uomini che, fin dall’Antichità, sono stati raffigurati con il naso per aria e la testa tra le nuvole? A tale proposito, e in particolare a proposito

del citato libro di Croce, si può ricordare ciò che una volta disse il poeta Salvatore Di Giacomo quando vide in libreria esposta la Filosofia della pratica: «Ma quale pratica, se a casa sua si cionca dal freddo» cioè si rimane paralizzati dal freddo che fa. A casa di Benedetto Croce, infatti, pare che non ci fosse un buon sistema di riscaldamento, ma non perché il filosofo fosse sprovvisto di senso pratico, ma semplicemente perché non avvertiva granché il freddo di cui, invece, soffriva non poco il poeta. Fu invece un politico, dunque un uomo pratico o uomo d’azione, e nientemeno che Giovanni Giolitti, a riconoscere al filosofo il suo «senso pratico». Il presidente del Consiglio lo volle fortemente nel suo ultimo governo come ministro della Pubblica istruzione. Giolitti

era scettico non poco: Croce era senatore a vita, ma pur sempre un filosofo, ergo un uomo con la testa tra le nuvole. Quando, però, lo vide all’opera nel suo lavoro ministeriale si dovette ricredere e disse la storica frase: «Però, quanto buon senso ha questo filosofo». Dunque, Croce aveva buon senso pratico? Bisognerebbe mettersi proprio nei panni di quel tale che, incontrato Croce su un treno in terza classe il filosofo aveva l’abitudine di non viaggiare in prima classe -, gli chiese un consiglio e si sentì dire: «Legga per prima cosa la mia Filosofia della pratica». Provate anche voi a prendere in mano quel libro e vedrete la concretezza del pensiero crociano, la conoscenza che il filosofo aveva del cuore umano, la sua esperienza della vita, la coscienza della libertà, la celebre di-

stinzione tra il pensiero che pensa e la volontà che fa e, insomma, il suo buon senso pratico. Si capirà allora perché Croce dava quel consiglio, «legga per prima cosa la mia Filosofia della pratica», e non rimandava invece il suo interlocutore all’Estetica o alla Logica. Perché «filosofia della pratica» non significa «filosofia pratica» ma il rischiaramento della coscienza della distinzione di teoria e pratica che, a conti fatti, è la principale garanzia della nostra libertà. Ma in che edizione leggere quel celebre libro? Ne ho tre copie: una che risale al 1932, una del 1963, entrambe Laterza naturalmente, e una del 1996 per i tipi della Bibliopolis che viene pubblicando l’edizione nazionale dell’opera del filosofo. Quest’ultima edizione, con un po’ di senso pratico la troverete.


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filosofia

Spaemann: Nietzsche ha fallito, Dio no di Maurizio Schoepflin Dio bisogna credere, non perché fa comodo per padroneggiare le contingenze della vita individuale e sociale o perché ci aiuta a diventare più buoni, ma semplicemente perché Egli esiste. È solo perché Dio esiste che esistono la verità e la realtà, che tutto è bene e tutto viene riscattato, che tutto ha un senso»: sono le chiare parole con cui, nella Prefazione, Sergio Belardinelli spiega bene il significato di questo straordinario libro di Robert Spaemann, una delle figure di maggior rilievo della cultura europea contemporanea. Dunque, la diceria che non muore, quella relativa all’esistenza di

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società

Dio, si rivela essere tanto vera quanto decisiva, con buona pace di Friedrich Nietzsche, l’ebbro annunciatore della morte di Dio, con il quale Spaemann si confronta in modo articolato e stringente, mostrando il drammatico fallimento del suo nichilismo eroico. E la diceria immortale ha un’altra caratteristica, sulla quale Spaemann richiama con forza l’attenzione del lettore: è razionalmente accettabile e sostenibile. A tale riguardo, si legge nel libro: «La fede cristiana postula la medesima universalità della ragione. Anzi, pretende dalla ragione che non resti indietro rispetto al suo concetto, e constata che resta indietro se omette la domanda su Dio». Fides e ratio,

come da sempre insegna la tradizione cattolica, confermata con particolare autorevolezza dagli ultimi due Pontefici, lungi dall’opporsi, si completano a vicenda e possono instaurare tra loro un dialogo fruttuoso. A questo proposito, Spaemann si dimostra convinto «contrariamente al grande Pascal, che il Dio dei filosofi non sia altro che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe». D’altra parte, aggiunge ancora il pensatore tedesco, «la fede vuol com-

prendere ciò che crede. Non si può credere in qualcosa senza senso». Si tratta di un atteggiamento che, sequanto condo opportunamente indica Belardinelli, dovrebbero far proprio anche i non pochi «sacerdoti» dell’odierno razionalismo gonfio di sé e opacamente antireligioso. Robert Spaemann, La diceria immortale. La questione Dio e l’inganno della modernità, Cantagalli, 224 pagine, 19,80 euro

di Nicola Fano icono sia stato corto, veloce e inzeppato di tragedie e meraviglie, il Novecento. Giusto. E tra le tante meraviglie c’è stato - nel suo piccolo - anche il jazz, come sottolinea Filippo Bianchi, uno tra i massimi esperti italiani di questa particolare cultura, direttore della rivista Musica Jazz, scrittore, storico organizzatore di tanti e tanti festival del genere e ora autore di una raccolta di riflessioni e ritratti intitolata, appunto, Il secolo del jazz. Di libri sulla musica e sulla cultura neroamericana ne esistono tanti, ma qui Bianchi propugna un’idea nuova: che il jazz sia stato bandiera di pulsioni alternative, di ricerche oblique

thriller

e certosine programmaticamente sovranazionali. Una sorta di monumento vivente e variabile dedicato a uno splendido miscuglio di tradizioni e passioni: il motore pulsante di un organismo informale che ha mandato avanti l’umanità del Novecento. Insomma, l’idea è che il jazz non sia stato solo bianco e nero: americani o europei, i musicisti e i cultori del jazz hanno riscoperto le proprie origini e hanno accarezzato il ritmo dentro di sé, fino a trovare una nuova bandiera che comprendesse tutto. Ma, ecco il punto: una bandiera vastissima e difficile da irreggimentare in un solo paese, in un solo pezzo di mondo, in una sola striscia di società. C’è jazz nello spi-

gnattare delle massaie come nei tamburini delle bande scozzesi (pipes and drums); c’è jazz nel passo veloce dei colletti bianchi della City come nelle giagulatorie rituali. Diciamo che è una condizione di vita, il jazz. E come tale, un oggetto sommamente politico. O almeno così lo identifica Filippo Bianchi, specie ricamando ritratti memorabili (quelli più intensi: Steve Lacy, Ornette Coleman, Han Bennink...) o cercando il senso di qualcosa che trae forza proprio dal suo non avere senso, non avere gabbie né etichette. In una parola jazz è libertà, di quelle che appena ci metti il cappello sopra, sfuggono o si disfano in nulla. Infatti non ha cappelli da sistemare, Filippo Bianchi, ma solo una traccia da inseguire: quella che ci ha fatto capire come il Novecento - secolo del jazz - sia stato inafferabile. Il trucco è lasciarsi trascinare dal ritmo. Filippo Bianchi, Il secolo del jazz, Bacchilega editore, 248 pagine, 16,00 euro

Il jihad? Si organizza nel Gambia

di Massimo Tosti a «coda del diavolo» - per chi conosce la geografia è il Gambia, uno Stato indipendente, un enclave all’interno del Senegal che ha appunto la forma di una coda. In questo romanzo l’autore vi colloca il «quartier generale dell’inferno». Cioè, la base logistica di un gruppo terroristico islamico, l’Azzan, che ha a disposizione un esplosivo di ultima generazione, devastante e invisibile ai controlli. Un’arma di sterminio di massa come quelle che Bush riteneva di trovare in Iraq. A fronteggiare la minaccia è impegnata una squadra speciale interforze italiana. La coda del dia-

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Si può parlare di Dio nella lingua della quotidianità? Certo non è facile ma Manfred Lunz, scrittore tedesco di bestseller c’è riuscito: Dio. Una piccola storia del più grande (Querimana, 288 pagine, 24,50 euro) è un libro dove la questione di Dio si trasforma in una lettura piacevole e affascinante che arricchisce e al tempo stesso rende più scettici, credenti e atei. «Un libro su Dio che oggi voglia essere preso sul serio come scrive lo stesso autore nell’introduzione deve porsi domande tratte dalla vita reale, che riguardino ogni uomo, ogni donna, ogni bambino». Chi l’avrebbe mai

Apologia del jazz, musica inafferrabile

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altre letture

volo è un thriller che prende alla gola e che nasconde un altro giallo riguardante l’identità dell’autore. James C. Copertino è uno pseudonimo che nasconde un ufficiale di complemento in Marina, arruolato nei corpi speciali, specializzato nel trattamento degli esplosivi, nel paracadutismo e nella subacquea. Libano, Iraq e Afghanistan lo hanno visto protagonista di innumerevoli operazioni. Quel che si sa di lui è che oggi lavora come con-

sulente per la sicurezza, dopo essersi congedato con onore alla fine della seconda guerra del Golfo. Tutto quel che racconta (compresa la localizzazione in Gambia dello stato maggiore del jihad) è frutto di pura fantasia, ma la vicenda ha un sapore di palpabile realismo. Leggendo la storia di un fiato (come è inevitabile, dato il contenuto) si resta con la sensazione di un pericolo reale e incombente. Nello sviluppo della trama si incontra

di tutto: il terrorismo islamico, l’Ira, le operazioni di recupero ostaggi, i sottomarini, lo spionaggio, i mercenari, le armi futuristiche, il lavoro oscuro e pericolosissimo degli artificieri. La fantasia - verrebbe da dire - è utile per tenere desto l’allarme nei confronti di un nemico che (dopo le Torri gemelle) potrebbe tornare a colpire in modo anche più devastante. La finzione richiama gli incubi del passato e del presente, con un’ombra inquietante sul futuro. Proprio perché l’autore è uno che sa (e dimostra di sapere) come stanno le cose. James C. Copertino, La coda del diavolo, Curcio editore, 590 pagine, 18,00 euro

detto che San Paolo ci avrebbe dato anche lezioni di leadership. Eppure è proprio così secondo il sociologo Richard Ascough e il consulente aziendale Sandy Cotton, autori di Fare squadra. Lezioni di leadership dall’apostolo Paolo (Edizioni Paoline, 256 pagine, 14,00 euro). Un libro che vale la pena segnalare non solo perché questo è l’anno paolino - si festeggiano infatti fino al giugno 2009 i duemila anni della nascita di San Paolo - ma anche perché è questo un manuale di leadership improntato, evidentemente, a principi cristiani, come la fiducia, la solidarietà, la coscienza della singolarità di ogni rapporto. Merce rara diciamolo in ogni attuale organizzazione umana.

Della morte di Mussolini si è detto di tutto - anche se la tesi ufficiale più accreditata è che fu assassinato da un partigiano comunista davanti al cancello di Villa Belmonte a Giulino di Mezz’egra, sul lago di Como - che però il Duce si fosse suicidato era una tesi inedita. Bene, da oggi non più. Nella Morte di Mussolini. Una storia da riscrivere (Paoletti D'Isidori Capponi Editori, 290 pagine, 18,00 euro) Alberto Bertotto racconta un’altra verità. Su consiglio di Hitler mentre nel luglio del 1944 era ospite in Germania, egli si fece innestare una capsula di cianuro in un dente da un dentista tedesco per non cadere vivo in mano nemica. Prima di essere fucilato Mussolini si sarebbe dunque avvelenato. L’avrebbero fucilato dopo dunque, per mimare un’esecuzione politica che alla resistenza interessava avvalorare.


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ritratti

GIORGIO VASARI CON PENNA, PENNELLO, MATITA E SQUADRA CONTRIBUÌ IN MODO DECISIVO ALLA COSTRUZIONE DI UN MITO STORIOGRAFICO. SECONDO IL QUALE LA RINASCITA DELLE ARTI HA AVUTO COME UNICA CULLA GEOGRAFICA E CULTURALE LA TOSCANA, ORIGINE DI UNA TRADIZIONE DI INSUPERATA ECCELLENZA. LO FECE PER MOTIVI POLITICI, MA NON SOLO…

L’inventore di Firenze di Claudia Conforti ella vita di Leon Battista Alberti Giorgio Vasari (1511-1574), architetto, pittore e storiografo aretino, sottolinea la funzione promozionale che gli scritti teorici possono svolgere per la concreta affermazione di un artista. Scrive infatti che «quanto ad accrescere la fama et il nome ... fra tutte le cose gli scritti sono e di maggior forza e di maggior vita, attesoché i libri agevolmente vanno per tutto … per il che qualunque paese può conoscere il valore dello ingegno … molto più che per le opere manuali...». L’osservazione porta in primo piano una delle numerose componenti che intrecciano la produzione storiografica dell’aretino alla pratica corrente delle arti e che rendono inesauribile la ricchezza delle Vite vasariane degli artisti, sottraendole a ogni univoca categorizzazione letteraria.

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Anche il rispecchiamento che esiste tra gli scritti di Giorgio Vasari e la sua multiforme azione artistica ha numerose sfaccettature, molte delle quali trascendono l’ambizione professionale e svelano orizzonti culturali e obiettivi ideologici ben più ampi e generosi. L’intera, esuberante produzione letteraria di Vasari collabora in termini concreti con la sua versatilità artistica, pittorica e architettonica, alla costruzione di un mito storiografico che ha evidenti risvolti politici. Infatti il mito dell’originalità e del primato dell’arte fiorentina e toscana, viene svolto, soprattutto nella seconda edizione delleVite che data al 1568, in un’accezione schiettamente funzionale al granducato d’Etruria, che avrà il riconoscimento papale appena un anno dopo, nel 1569. Attraverso le parole e le opere artistiche Giorgio è determinato a condurre il lettore

ne futura, destinata a confermare nei secoli a venire il mito della toscanità delle arti, che è esattamente uno degli assunti forti dei suoi scritti. Qui mi limito esclusivamente al rapporto tra la storiografia e l’architettura di Giorgio Vasari (tralasciando le altre arti, soprattutto la pittura, di cui l’aretino fu non trascurabile interprete). Prima di procedere nell’argomentazione è necessaria una premessa: Vasari è uno storico militante, nel senso che i suoi scritti sono programmaticamente ideologici, di parte, al servizio di un progetto che è politico, prima che culturale, e che ha il suo fulcro nell’assolutismo del nuovo duca di Firenze Cosimo I de’ Medici. Quanto detto vale soprattutto per la seconda redazione delle Vite (con annessi Ragionamenti, il testo letterario in forma di dialogo che illustra l’iconografia dei cicli pittorici di palazzo Vecchio), cioè quella uscita nel gennaio-febbraio 1568 dai torchi dello stampatore Giunti. La prima edizione infatti, pubblicata anch’essa a Firenze dallo stampatore Torrentino nel febbraio del 1550, pur essendo dedicata a Cosimo I come la seconda, è più prosaicamente funzionale all’ambizione personale di Vasari di entrare al servizio del duca, come è chiaramente dichiarato nel penultimo capoverso della dedica: «Intanto io mi contento che ella abbia buona speranza di me e migliore opinione di quella che senza alcuna mia colpa n’ha forse concepita ... » (il riferimento è probabilmente al maggiordomo ducale, tale Pier Francesco Riccio, finito pazzo, la cui ostilità fu di ostacolo ai rapporti tra il duca e l’aretino). Questa allusione a meschini intrighi di corte viene ritenuta inopportuna dal prudente don Vincenzo Borghini, il dotto priore dell’Ospe-

Storico militante, i suoi scritti - specialmente la seconda edizione delle “Vite” - sono programmaticamente ideologici, al servizio di un progetto che ha come fulcro l’assolutismo del nuovo duca Cosimo I de’ Medici e il fruitore alla conclusione che la rinascita delle arti ha avuto come unica culla Firenze e la Toscana, ambito geografico e culturale in cui si è affermata una tradizione artistica di insuperata eccellenza. Una tradizione che, a quanto asserisce più o meno implicitamente Vasari, ha caratteri originali inconfondibili, a tal punto da riuscire riconoscibile come fiorentina al primo sguardo.Vasari non si limita a costruire un mito letterario e ad attribuirgli, attraverso l’autorevolezza della storia, il sigillo della verità, ma si spinge oltre e, maneggiando la penna, il pennello, la matita e la squadra, supera lo scarto tra l’affermazione astratta della storiografia e la flagranza materiale dell’opera d’arte. Egli infatti predispone, contemporaneamente agli scritti, degli exempla concreti, che mentre inverano quanto asserito nel versante storiografico, gettano le basi di una tradizio-

dale degli Innocenti, che rimprovera amichevolmente Vasari in una lettera del 17 marzo 1550. Robuste istanze ideologiche contrassegnano con frequenza nel Cinquecento la narrazione storica, quella letteraria, quella antiquaria e perfino quella religiosa, facilmente assoggettate ai disegni e ai miti del potere. Basti pensare, restando in ambito fiorentino, alla fioritura saggistica che si ebbe intorno agli anni Quaranta del Cinquecento sulle presunte origini bibliche di Firenze. Fondata da Ercole Libio, un pronipote di Noè venuto dalla Mesopotamia, la regione che gli ebrei denominavano Aram, Firenze avrebbe radicato e diffuso in Italia lingua e civiltà etrusche, derivandole dagli antichi abitanti di Aram, cioè dagli Aramei. Questa fantasiosa genealogia è ripetutamente argomentata da eruditi fiorentini, che sono tra gli amici di Giorgio e lo aiutano

nella redazione delle Vite: tra essi Giovan Battista Gelli autore Dell’origine di Firenze (1544), e Pierfrancesco Giambullari del Gello (1546).Tra gli obbiettivi di questa improbabile mitologia delle origini si attesta in primo luogo quello di sancire l’antichità primigenia della città di Firenze, di rivendicare la dignità del volgare fiorentino rapportandolo a quella delle antiche lingue morte (greco e soprattutto latino), e di sottacere il mito medievale di Firenze romana, scartando così il difficile confronto, se non il debito di civiltà, con Roma e con gli ideali di libertà repubblicana, che in quegli anni sono artatamente alimentati dall’opposizione antimedicea (che proprio a Roma, dove risiedono il cardinal Salviati e Bindo Altoviti, entrambi oppositori di Cosimo I, trova accoglienza e protezione). Una mitologia politica dunque che, mentre afferma l’antichità e l’autonomia della civiltà etrusca e toscana, procede carsicamente alla legittimazione del principato mediceo, facendo sorprendentemente discendere il giovane (tiranno) Cosimo I nientemeno che dai patriarchi biblici e dai monarchi etruschi. Siamo in una temperie culturale analoga a quella che ha fatto fiorire, anche fuori dell’orizzonte municipalistico fiorentino, le leggende autoctone francesi, incentrate sul bellicoso Ercole Gallico, ideale prefigurazione di François I, come l’Ercole Libico lo è di Cosimo I de’ Medici.

Ritornando a Vasari, occorre tuttavia ribadire che la sua fatica storiografica e la sua multiforme azione artistica non si esauriscono nell’ideologia politica né sono riducibili all’apologia dell’assolutismo mediceo. Coniugando storiografia e pratica dell’arte Vasari asseconda il suo genuino amore per le arti, la consapevolezza del loro valore sociale e del loro impulso propulsivo, la necessità di innalzare socialmente gli artisti a un ruolo analogo a quello riconosciuto ai letterati e ai poeti, che li inserisca con dignità nella società nuova che sta nascendo dal Rinascimento declinante. Oltre a queste istanze, l’azione storiografica di Vasari, in quanto ricerca antiquaria ed erudita sulle origini dell’arte fiorentina e toscana, si inquadra nel più generale flusso di riflessioni e di studi sull’origine, sulla natura e sul ruolo dell’antico Stato fiorentino, le cui istituzioni, costumi e usanze avevano generato la gloriosa Civitas medievale e consentito l’instaurarsi della vita civile. Questo tema affascina l’aretino che lo pone al centro della rifigurazione architettonica e decorativa di palazzo Vecchio. In definitiva Vasari storiografo dispiega sub specie artistica il dibattito sull’origine di Firenze: a


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Da sinistra: Giorgio Vasari in un autoritratto, la piazza degli Uffizi e Cosimo de’ Medici ritratto da Bronzino. Sotto: Palazzo Vecchio e, a sinistra, un autoritratto inciso per l’edizione delle “Vite” del 1568

esso è riconducibile, per esempio, anche il capitolo sugli ordini architettonici incluso nell’Introduzione alle Vite, dove l’aretino riporta a una presunta radice tosco-etrusca non solo la riscoperta dell’uso corretto degli ordini (assegnata al genio di Brunelleschi), e la primigenia invenzione del tuscanico, come è naturale, ma anche la messa a punto del composito, «composto di più maniere dai Toscani» - egli scrive e pervenuto alla sua massima perfezione in virtù e per merito dell’azione di Michelangelo. Si faccia attenzione anche agli esempi con cui sono illustrati i generi degli ordini: l’opera rustica è rappresentata dai palazzi Medici, Pitti e Strozzi, oltre che dalla fortezza da Basso; il dorico dagli Uffizi; il composito dalla Sagrestia nuova e dalla Laurenziana;

realtà, la cui esistenza è asserita preliminarmente dalla sua stessa narrazione storiografica. Mi limiterò qui ad alcuni campioni significativi di questo agire: in primo luogo la ristrutturazione delle «stanzacce torte di sopra e di sotto» - come le definisce il principe Francesco nel dialogo fittizio dei Ragionamenti - di palazzo Vecchio.Vasari dissemina le notizie dei rifacimenti che egli apporta al più simbolico edificio di Firenze nelle vite di Arnolfo, di Andrea Pisano, di Michelozzo e di Baccio d’Agnolo, inanellando in questo modo una coerente genealogia dell’architettura toscana, della quale egli si accredita come erede e prosecutore. Nella finzione letteraria del Ragionamento Primo il principe Francesco pone a Vasari una domanda apparentemente provocatoria: perché, chiede il regale interlocutore, non avete convinto il duca mio padre a gettare a terra tutte queste muraglie vecchie del palazzo dei Signori, facendovi innalzare un edificio completamento nuovo, geometricamente assettato, capace di mostrare «e la grandezza di Sua Eccellenza e la virtù vostra, insieme con la magnificenza di questa città, la quale per i tempi passati si è visto in ogni luogo, per li artefici suoi nelle fabbriche private e pubbliche, il vero esempio della bellezza e della perfezione; confessando tutto il mondo, come sapete, dopo i veri antichi, d’avere imparato il modo del murare e la diligenza dagl’ingegni toscani?». Nella risposta Vasari rivela l’intenzione ideologica del suo agire architettonico istituendo l’equazione simbolica tra architettura e buon governo. Risponde infatti che conservando immutata l’immagine antica del palazzo - «i fondamenti e le mura maternali» - egli ha conferito evidenza visiva all’azione politica di Cosimo, il duca che, pur nel rispetto delle antiche forme di governo fiorentino, ha saputo rinnovarne i contenuti, adeguandoli alle esigenze della società rinnovata. Esattamente

Era consapevole del valore sociale e dell’impulso propulsivo delle arti, così come della necessità di innalzare gli artisti a un ruolo analogo a quello riconosciuto ai letterati e ai poeti, capace di inserirli con dignità nella società gli edifici moderni romani richiamati sono palazzo Farnese e San Pietro, opere entrambe riconducibili al genio toscano nelle figure degli autori Antonio da Sangallo il Giovane e soprattutto Michelangelo.

Con la mitografia aramea di cui abbiamo parlato,Vasari condivide anche la difesa della lingua toscana. Infatti le Vite vasariane degli artisti, come è noto, sono scritte in volgare toscano, nella lingua poetica di Dante, alla quale Vasari, nel momento in cui l’adotta nella sua imponente fatica storiografica, riconosce dignità pari al latino o al greco, lingue in cui sono tradizionalmente tramandate le vite degli uomini illustri (Plutarco in primis) e degli artisti (Plinio ilVecchio), che costituiscono modelli di riferimento per le biografie vasariane. Disseminando nel tessuto vivo di Firenze e delle città toscane edifici esemplari, che materializzano nella pietra quanto i suoi scritti vanno divulgando in merito a un’ideale tradizione fiorentina del costruire, Vasari conferisce immediata e concreta realtà fisica alla sua ipotesi storiografica, in termini tali da porre un’ipoteca sul futuro dell’architettura fiorentina. Con l’azione progettuale Vasari si assume in prima persona l’onere di predisporre le prove tangibili di una

come Vasari ha fatto con i suoi grandiosi interventi di rifunzionalizzazione dell’antico palazzo, come lo scalone e lo stupefacente salone dei Cinquecento. Nelle pur rarefatte prove di edilizia civile, di cui rimangono tracce evidenti in palazzo Corsi a via Tornabuoni, nei lacerti su borgo Santi Apostoli del distrutto palazzo Acciaiuoli e nella sua casa ad Arezzo, e soprattutto negli Uffizi, Vasari mette a punto un calibratissimo repertorio lessicale, che addomestica talune eretiche formulazioni di Michelangelo, e al quale affida la definizione delle facciate. Su uno schermo astratto di intonaco chiaro, che può essere o meno serrato lateralmente dalle linee spezzate delle lisce ammorsature angolari, su sequenze fitte e regolari si dispongono le cornici in pietra serena delle finestre; l’emergenza plastica è affidata alla cornice del portale di accesso, talvolta coronata da una balaustra, mentre l’evidenza gerarchica del piano nobile è segnalata dai legamenti geometrici, in liscia pietra serena, che concatenano le cornici delle finestre, a cui si associa talvolta la cornice marcapiano.

L’astrazione grafica che ne deriva è esaltata dalla bicromia del bianco associato al grigio delle pietra serena, secondo una consuetudine inaugurata da Filippo Brunelleschi nell’Ospedale degli Innocenti. Il tetto con travi in legno a forte sporto, corredate eventualmente da un cordolo bombato in pietra serena, richiama la tradizione medievale fiorentina, distaccandosi da quella romana dei cornicioni in pietra lavorata, pur presenti nei palazzi fiorentini del quattrocento, come palazzo Medici. L’ordine architettonico è rigorosamente bandito dalle facciate, per rifugiarsi eventualmente all’interno delle sale e nei cortili porticati: è un omaggio alla civiltà fiorentina del ritegno, che non perdona chi contravviene le tacite leggi della convenientia, la quale vuole gli ordini associati esclusivamente al potere pubblico o agli edifici religiosi. L’epitome nobile e pubblica dell’architettura fiorentina, secondo la normalizzazione vasariana, si ha nella solenne facciata specchiata degli Uffizi che, senza nostalgia per il passato, incanala lo sguardo dello spettatore sulla piazza del granduca, turbinante di marmi, di bronzi e di fontane che celebrano il trionfo di Cosimo I e della rinnovata dinastia medicea.


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tv

Quell’antipatico del

Dottor House

web

di Pier Mario Fasanotti ettiamo che Homer Simpson, sì, proprio quello dei cartoni animati con la faccia gialla, si sia laureato in medicina e sia più intelligente di quel che è. Potrebbe essere accostato al Doctor House. In comune hanno la scorrettezza, il cinismo e il menefreghismo. Unica differenza, che non è da poco: Simpson ama i suoi figli, anche se in modo sgangherato, mentre House prende in giro tutti e lo fa con cattiveria, quel moto d’anima che deriva dal fatto che non ha minimamente cercato di risolvere i suoi problemi nervosi. L’alibi che dovrebbe attenuare la sua sgradevolezza si fa col tempo stucchevole, poco credibile. Il diagnosta più bravo d’America o perlomeno del New Jersey (stato dove lavora), interpretato dall’inglese Hugh Laurie, è tornato sullo schermo (Fox Life, Fox Crime e Canale 5, la domenica alle 21,30) dal 4 gennaio con gli inediti della quarta stagione. Contemporaneamente l’America manda in onda la quinta serie dedicata allo scorbutico in camice bianco, occhi cerulei spiritati, bastone che usa dopo l’operazione alla gamba - fonte di rancore perché frutto di una diagnosi non fatta in tempo - le solite pillole oppiacee inghiottite nevroticamente (da drogato) che lo rendono strano, anzi completamente bizzarro, imprevedibile (ma fino a un certo punto visto che si ripete spesso), disinvoltamente cafone anche con gli amici, capsula umana che contiene un ego smisurato. Insomma un personaggio irritante. Che però è piaciuto e piace molto al pubblico (su Canale 5 ha avuto il 19,72% di share): staremo però a vedere i prossimi indici di ascolto, tutto può essere capovolto a distanza dalla novità nascente (2004). A tal punto è la sua noto-

M

games

NAVIGARE A VISTA

video rietà che da un sito web si può scaricare sul cellulare una «suoneria House». Piacerà, questo è vero, ma man mano che passa il tempo, Gregory House diventa insopportabile umanamente e professionalmente, e rischia di infilarsi nell’impietosa e artificiale gabbia del macchiettismo. Mi sono stancato di trascorrere delle mezz’ore intere davanti a quel nevrotico, sapendo che non c’è mai via di uscita. Viene da dire: ma la psichiatria non può intervenire in modo più pesante? House continua a essere idolatrato dai colleghi e superiori. Perché? Per il suo genio diagnostico. Sarà pur vera questa caratteristica, ma vi siete accorti che il dottor-Antipatia procede con gli esseri umani come in un laboratorio pieno di cavie? In uno dei recenti episodi non esita a sottoporre a elettroshock un paziente. Gli cancella i ricordi per evitare che il cervello, che memorizza un innamoramento, «uccida il cuore» (malato). Si viene a sapere poi che si è sbagliato, che il via all’antica e pericolosa terapia (Franco Basaglia che avrebbe detto?) è stato dato in base a notizie false. Copione disordinato, inverosimile, intenzionato solo a creare «effetti». Vale quel che una collega dice al frettoloso diagnosta: «Ma ti rendi conto che tu peggiori le persone che ti stanno intorno?». Per lui la cosa più importante è strabiliare. A volte ci prende, a volte no. E i pazienti? Frase a lui rivolta: «Insolito che tu chieda scusa». So che molti giovani scelgono di iscriversi a Medicina piuttosto che a Giurisprudenza in base al fascino di certi serial tv. È dal famoso Dottor Kildare di fine anni Sessanta che succede. Meglio allora il medico della mutua (Alberto Sordi): cialtrone e simpatico. Ma tanto vero.

dvd

VECCHI PASSATEMPI

LA DEBOLEZZA DEL SUPEREROE

I

l web 2.0 è realtà già da qualche anno: ha portato suoni e filmati in un mondo, quello di internet, che era fatto soprattutto di immagini statiche e testi scritti. Ora siti come www.oskope.com cercano, nel loro piccolo, di abituarci a strumenti che ci saranno utili in un futuro web 3.0. Oskope (progetto tutto europeo, sviluppato tra Berlino e Zurugo), una sor-

V

iene quasi istintivo, avvicinandosi a Street Fighter 4, ultima versione del famosissimo «picchiaduro» dei primi anni Novanta, cercare tra le tasche qualche moneta da inserire sulla nostra consolle per cominciare a giocare, come si faceva da piccoli con i primi due storici capitoli della saga. Bisogna ammettere che i curatori del nuovo episodio hanno calcato parecchio la mano sul tasto dei ricordi, offrendo un

l 2008 si è chiuso in maniera egregia per Will Smith, padrone dei botteghini Usa e attore più redditizio secondo i contabili di Hollywood. Mentre la sua ultima fatica con Muccino Le sette verità sbarca in Italia, arriva in dvd un film che forse da noi è stato poco considerato al momento dell’uscita in sala. Senza dubbio Hancock, storia semiseria di redenzione di un supereroe dedito al-

Prove generali per un futuro 3.0 Oskope, versione semplificata delle ricerche tramite ologrammi

Torna il famoso “picchiaduro” degli anni Novanta. Stile classico con qualche innovazione

Will Smith è Hancock sul piccolo schermo mentre esce in Italia il suo nuovo film diretto da Muccino

ta di «visualizzatore di risultati» per Amazon, Yahoo Images, Ebay, Youtube, Fotolia, Flickr: i risultati delle ricerche non sono resi disponibili tramite le solite porzioni di testo, ma con immagini che vengono richiamate e ingrandite non appena le si avvicina con il puntatore del mouse. Insomma, una sorta di versione semplificata delle ricerche tramite ologrammi fatta da Tom Cruise nel film Minority Report. Una volta abituatisi al sistema, si scopre che spesso navigare in questo modo è più semplice e intuitivo, oltre che divertente. Peccato che per avviare le ricerche sia ancora necessario digitare sulla tastiera…

prodotto che si presenta come una semplice evoluzione grafica del simulatore che vent’anni fa spopolava nelle sale giochi di mezzo mondo. Come una volta, l’inquadratura dei combattimenti è laterale, e sfrutta le enormi possibilità della tecnologia in 3D solo quando si compiono mosse particolari o si fa uso del replay. I personaggi, a parte qualche apprezzabile new entry, sono gli stessi sui quali smanettavano gli adolescenti del 1990. Non si pensi comunque che Street Fighter 4 sia un videogame poco curato. La grafica dei personaggi, i movimenti e i campionamenti delle loro voci dimostrano invece che i curatori hanno investito molte energie in questo lavoro, mantenendo però un apprezzabile stile «classico».

l’alcool, non è un progetto del tutto riuscito. Ma va riconosciuto che questa pellicola è uno dei più seri tentativi di analisi della strana sorte dei supereroi. Tutti i personaggi in costume che abbiamo conosciuto tramite i fumetti americani infatti, da Superman a Batman all’Uomo Ragno, vivono con angoscia una eccezionalità che spesso li condanna alla solitudine. Hancock mette in scena quindi quella debolezza che gli eroi Marvel riescono sempre a nascondere. Inutile aggiungere che la visione sul piccolo schermo di un film ad alto tasso di effetti speciali è frustrante rispetto all’esperienza fatta sul grande schermo. Ma la solita messe di extra e speciali dovrebbe consolarvi.

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cinema

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A scuola daVermeer per un horror con stile di Anselma Dell’Olio skar, un efebico dodicenne biondo platino, solitario e trascurato dai genitori divorziati, è vittima quotidiana di compagni di scuola maneschi e torturatori. Sa solo sognare la rappresaglia, e intanto subisce, collezionando coltelli e articoli di cronaca nera. Fino a quando nell’appartamento accanto arriva Eli, una coetanea dai capelli corvini e la pelle di luna come lui, e con un inquietante sguardo scuro, profondo, antico. Sarebbe un grave errore trascurare Lasciami entrare in odio ai film horror. Non si sa chi lodare per primo tra i collaboratori dell’avvincente film svedese, che al Festival di Tribeca ha vinto il premio del pubblico e incantato pure quello di Torino. Partiamo dallo splendore visivo, di straordinaria efficacia nel rendere verosimile una storia surreale di solitudine adolescenziale. Il production design è di Eva Norén; qualcuno ha scritto che il risultato è come se Vermeer avesse girato un horror. La battuta non è peregrina: le immagini sono composte con cura ed eleganza, senza esibizionismi. Sono al servizio del racconto e mai fini a se stesse, come quei «quadri» leccati e pretenziosi in Palermo Shooting di Wim Wenders.

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Il direttore della fotografia, Hoyte van Hoytema, olandese come Vermeer, ha girato un film in cui il bianco e il nero sono i toni dominanti nel gelido paesaggio di scuri alberi spogli, stagliati contro il biancore dell’onnipresente coltre di neve, solcato da improvvise colate di sangue rosso scurissimo. La parentela con l’artista di Delft è negli enormi occhi di Eli, uno sguardo che cela verità indicibili, come quello della Ragazza col turbante. La tensione, la suspense, (con intervalli comici che, come in Shakespeare, danno attimi di sollievo) sono creati da una fluida orchestrazione tra il chiaroscuro della fotografia, il montaggio e un’abilissima colonna sonora priva dei soliti effettacci e accordi premonitori da brivido facile. Non si vedono crocefissi né canini aguzzi. L’ispirata sceneggiatura è dell’autore del romanzo (Marsilio), cosa più unica che rara, poiché è difficile che uno scrittore riesca a immaginare la sua opera tosata di filoni e pezzi di racconto ai quali di solito tiene come fossero gioielli irrinunciabili. Prendiamo la misteriosa figura di Hakan (Per Ragnar, perfetto Frankenstein di periferia). Gli ignari abitanti del sobborgo anonimo pensano che sia il padre di Eli (Lina Leandersson, una rivelazione ultraterrena). Ma è forse solo succube e maldestro famiglio o protettore della ragazza, procacciatore di carne umana da dissanguare per evitare a Eli

la necessità di esporsi. Nel romanzo è una figura segnata da una vena pedofila che nel film è nascosta, appena accennata dalle vittime sempre minorenni (incidenti di percorso a parte.) Lo scrittore e sceneggiatore John Ajvide Lindqvist, forse con l’aiuto del regista Tomas Alfredson, ha capito che un film non può sempre sopportare tutto quello che funziona sulla pagina. Trova giustamente sufficiente l’orrore dei preparativi casalinghi di Hagan per la prima spedizione di caccia, il suo issare la preda per i pie-

scolata la sua razione di emoglobina, la ragazza chiede a Oskar: «Puzzo ancora?». E capiamo che la fame è la causa della puzza di marcio. Il film si eleva sopra il genere per l’articolata psicologia dei ragazzi, non meno importante dei fatti cruenti. La prima volta che Eli vede Oskar (Kare Hedebrant, ideale contraltare chiaro di Eli), il ragazzo sta recitando uno psicodramma solitario: infierisce

“Lasciami entrare” è imperdibile: sarebbe un errore rinunciarci, anche se non si è amanti del genere. È avvincente e misurato, e dal punto di vista estetico è come se lo avesse girato il pittore di Delft. Anche “Matrimonio all’inglese” vale le risate che regala di prima di aprirgli una vena sul collo, e la sua orripilante fine.) Tra gli oggetti usati da Hagan, più che il coltello e la tanica di plastica, fa rabbrividire un semplice, utilissimo imbuto. Il film è così perfetto anche grazie alla misura degli autori, che hanno saputo fermarsi un attimo prima di quella violenza in più, inutile se non dannosa. Omettono pure di elencare «le regole» del vampirismo. Alla celebre ingiunzione di Gertrude Stein agli artisti «Non descrivere, rendere», loro obbediscono lasciandoci vedere che Eli esce a piedi nudi e in camicetta nel cortile innevato, dunque non sente il freddo, che entra ed esce dai palazzi senza usare ascensore o scale, che gira solo col buio (finalmente un film che svela il perché!) e che non può entrare in casa altrui se non su espresso invito. L’unica cosa «detta» è che Eli emette un odore sgradevole, perché il cinema non odora. Ma una volta

su un albero con il coltello, apostrofandolo con gli stessi insulti che il bulletto tormentatore usa contro di lui. Una volta diventati amici e qualcosa di più, Oskar esprime sconcerto per le efferatezze di Eli. «Tu vuoi fare la stessa cosa - gli risponde -, ma per vendetta. Io lo faccio per necessità». Da non perdere.

Matrimonio all’inglese è un libero adattamento di Easy Virtue, commedia giovanile di Noel Coward, celebre per farse e commedie mai tramontate. Qui Larita (Jessica Biel) è un’americana anticonformista, pilota di auto da corsa, che ha sposato «Panda» Whittaker, il rampollo di una grande famiglia. La storia ruota sul ritorno nella stately home dello sposo, per presentare la sposa aVeronica (Kristin Scott Thomas), la mamma comandina e superciliosa, e al suo infelice marito Jim (Colin Firth). È subito guerra, perché non solo Larita è una

«coloniale» spregiudicata e nemmanco ricca, ma intende vivere a Londra, mentre la suocera esige il primogenito in campagna a gestire la tenuta. I dispetti si sprecano. Larita è allergica al polline? La suocera le riempie la camera di fiori. Veronica costringe la nuora (mai montata a cavallo) a fare l’odiata caccia alla volpe? Larita mantiene la promessa, ma in sella a una moto. Ci sono pure due cognate, zitelle e pettegole, che scoprono un tremendo segreto nel passato dell’americana vedova. Il dialogo è tutto una cascata di battute e gag farsesche che demoliscono lo snobismo inglese. Il finale è un po’ triste ma anche scanzonato e strafottente: la suocera cattiva è punita, e la fuga finale della stupenda yankee con un altro uomo ha la benedizione del maggiordomo un po’ losco. Al Festival del film di Roma ha suscitato ilarità infinita, applausi e ottime recensioni. La commedia originale era molto diversa, più buia sotto la superficie scintillante, dalla quale nessuno esce bene, né la famiglia upper class, snob, ipocrita e repressa, né l’americana divorziata e parecchio più usurata dell’ingenuo e

provinciale rampollo. Volgarotta e fuori ambiente, è senza il minimo indizio di cosa sia il preciso cerimoniale della vita di campagna dell’alta borghesia inglese. Si scopre che Larita è stata di una leggerezza imperdonabile sia nel primo sia nel secondo matrimonio, e i Whittaker esibiscono quella nota alterigia autoreferenziale britannica, quel guardare dall’alto in basso tutto ciò che non è conforme ai loro rigidi, introversi, morenti canoni classisti: la scuola giusta, l’accento giusto, le frequentazioni giuste, l’indirizzo giusto. Il dialogo è brillante, come sempre in Coward, ma si ride amaro. Stephan Elliot (regista di Priscilla, regina del deserto, film down under molto spassoso di dieci anni fa) nella sua versione ha qualcos’altro in mente che un equanime character study tra un’avventuriera superficiale e una famiglia stitica, piena di sé e dei propri privilegi, come nell’originale. Sembra più uno «scontro di civiltà», elaborato da un australiano per vendicarsi della madrepatria, mai troppo tenera con i sudditi degli antipodi, discendenti di galeotti scaricati in una colonia lontanissima per fare i mestieri sporchi a maggior gloria dell’impero britannico. In più i colonials sono immediatamente riconoscibili dall’accento iper demotico e disprezzato peggio del cockney. Se Larita fosse australiana anziché americana l’operazione, oltre che riuscita, sarebbe palese. Forse non per palati raffinatissimi, ma a risata donata non si guarda in bocca. Natale a Rio, anyone?


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poesia

Carlo Betocchi, la forma del mistero ipercorrere ancora i passi poetici di Carlo Betocchi (1899-1986) è come sfidare uno strano destino critico che l’ha visto molto considerato in vita nell’ambiente ma poi lentamente obliato. Poeta assimilato all’Ermetismo fiorentino, la sua poesia ne appare invece ben distante, non fondandosi sui procedimenti analogici bensì su un linguaggio diretto, su una sorta di realismo e su una tensione morale del tutto peculiare. Poeta isolato e non arretrato, paragonabile e paragonato a Pascoli come a Saba o a Rebora, nel Novecento il suo percorso risulta dunque alquanto originale. Nato a Torino, fu Piero Bargellini, grande amico nella Firenze dove giovanissimo era andato a vivere, a portarlo nelle colonne del Frontespizio, una rivista di ispirazione cattolica di capitale significato per la nostra storia letteraria. Era in compagnia, tra gli altri, di Gatto, Sinisgalli, Sereni, Parronchi: una bella fetta della poesia italiana nata durante il Ventennio e proseguita nel secondo dopoguerra. Mario Luzi, altro protagonista assoluto nella Firenze di quegli anni, ne sentì il magistero, forse più etico che poetico, e ne conservò sempre un particolare ricordo. Così a cent’anni dalla nascita, in occasione della pubblicazione di Dal definitivo istante. Poesie scelte e inedite curata da Giorgio Tabanelli, ha saputo coglierne con puntualità ruolo e caratteristiche: «Voleva, Carlo, farsi sentire, partecipare. Non era un cantore solitario. Voleva, sì, entrare nel coro ma anche uscirne in assolo che toccavano a lui per letizia e lode o per afflizione e sperdimento: a lui nella buona fede cristiana o nel rimpianto di essa, nel rimorso di averla perduta quando credette di esserne stato abbandonato per un doloroso amoroso più umile e universale».

R

Il titolo della raccolta d’esordio di Betocchi, Realtà vince il sogno (1932), anno di inizio anche di Gatto con Isola, evoca un asse fondamentale della sua poesia: la realtà della vita contrapposta all’ingannevole sogno. Altro tema ricorrente è il senso di fratellanza verso tutti gli esseri viventi nei quali il poeta sente manifestarsi la presenza divina. L’esperienza religiosa di Betocchi non è misticismo, ma si fonda sul sentirsi parte della Creazione (quasi alla Jacopone da Todi, amato, tra gli altri, da quell’Ungaretti a lui ben noto), felicemente in attesa di una Salvezza che porti alla vittoria completa della «realtà» sul vano «sogno». Il linguaggio di Betocchi è semplice e non ha bisogno di complessità perché vuole rispecchiare semplicemente la verità delle cose. Per esempio, nella poesia La via più popolare, la vita semplice e laboriosa degli abitanti di una strada si riflette nella semplicità della ripetizione di rime e di parole, che ritmano il testo come una preghiera: «O benedetta, benedetta sia/ la cristallina,/ benedetta mattina:/

di Francesco Napoli

Io fui. Fui come fu il grano delle battiture; ma non finii nei sacchi; non mi feci pane, e non ricchezza: fuor della spiga io fui come quel dì d’estate nell’aia, fui il sole, l’aria, e quella pula del grano battuto: io non fui che quell’ora, quel momento, quel sole e la sua danza nei campi generosi, lievitanti, e nel lavoro felice dell’uomo. Carlo Betocchi da Poesie disperse edite e inedite in Dal definitivo istante

benedetta la gente/ che va che viene,/ benedetta la mente/ che l’avvia,/ ciascuno alla sua prova». L’ambizione sembra quella di voler svelare significati metafisici negli elementi del paesaggio che tutti i passanti distratti vedono quotidianamente senza attribuirvi il giusto valore: chi intuisce di cosa parlino le cose sono solo il poeta e la via stessa, «allegra» e «dolorosa» perché raccoglie la gioia e l’amarezza di chi la percorre.

Ricorrono in tutto Betocchi parole afferenti al campo semantico della felicità; ma alle soglie della vecchiaia il registro muta, insistendo il poeta su un vocabolario di quel dolore che fu duramente provato per la lunga malattia della compagna di una vita, Emilia de Palma. Vicende personali che in qualche misura gli ispirarono i versi delle Poesie del sabato (1980) e le ultime raccolte, forse le più alte della carriera, fino al tragico epilogo di quel dolore che mutò profondamente la visione religiosa del poeta. E fu in quell’occasione che l’amico Luzi gli dedicò dei versi ormai ben noti a chi si è cimentato nella lettura critica di Carlo Betocchi e polemicamente incentrati sulla religione: «Abiura io? chi può dirlo/ qual è il giusto compimento/ di una fede e poi che fede era?/ era solo il mio allegro/ quotidiano innamoramento quale/ allora illegittimo suggello/ perderla sostengo, negarsi il privilegio/ d’averla, non lei forse,/ la sua sufficienza, la sua teologale ultra superbia (...)». I versi dell’amico sembrano voler giustificare i dubbi religiosi che colsero Betocchi proprio in quegli anni così difficili. Luzi appunto dice chiaramente che se di perdita di fede si trattava, era solo che Betocchi stava perdendo la sua fiducia nella Chiesa fatta dagli uomini, ben dotata di «teologale ultra superbia». Come tanti poeti, e penso alle parole rese in pubblico da Ungaretti in occasione dei suoi ottant’anni o ai montaliani versi di Per finire («Raccomando ai miei posteri/ (se ne saranno) in sede letteraria,/ il che resta improbabile, di fare/ un bel falò di tutto che riguardi/ la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti»), anche Carlo Betocchi ha dettato in versi il personale bilancio della propria vicenda poetica ed esistenziale. Sono i versi richiamati in esergo a questo intervento. Betocchi continua a credere a una poesia che dia conto del movimento dell’uomo verso il mistero, anzi dà forma e sostanza al mistero stesso in quanto riconosce alla vita la sua vera e primitiva identità e alla parola il compito di illuminarne lo straordinario fluire. E forse proprio per questo l’immagine più assimilabile a quella del poeta stesso è quella del grano e del lavoro felice dell’uomo. Betocchi «si fece pane», nonostante quanto scritto, un pane da assaggiare e riassaporare fino a riscoprirne ogni gusto e l’alto insegnamento poetico da lui impresso con l’intera sua opera.


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il club di calliope PERLUSTRAZIONE

UN POPOLO DI POETI Nascemmo e fummo già al limite estremo di noi - fragile il diaframma di anni, sentimenti e giorni ed esile tra essere e non essere-

nel lago della notte clavicembali del carro mantengono rotta dell’eterno ritorno alle cose dei miei luoghi con piccoli grumi di carta che latra e un’orlo di tufo a fatica nell’alba si òra approda inconcepibile incanto a frinire di niente

E la memoria è una pietra senza radici dolcemente piegata sul muro basso che i pruni carezzano tra gli odori luminosi dell'estate Fermò il lapicida, su commissione due cose o tre di noi o forse nessuna Ora certo siamo al di qua del mistero e voliamo con piccole ali di luce sopra il deserto che fummo nella gioia leggera che siamo Per alcuni amici Gian Domenico Mazzocato

Daniele Benvenuto da I chiari

IL BUON SENSO COME ANTIDOTO ALL’OSSESSIONE DEL TEMPO in libreria

di Loretto Rafanelli ice bene la quarta di copertina del libro di Franco Marcoaldi, Il tempo ormai breve (Einaudi, 88 pagine, 10,00 euro), che al centro di queste poesie c’è il tempo in tutte le sue sfaccettature. Ma non solo, aggiungiamo noi (anche se il tempo è il filo conduttore). Meglio sarebbe dire che c’è «…un carillon/ che feroce mi ricorda come un’unica/ cosa per me non abbia fine…/ …l’ossessione». L’ossessione del

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go/ in cui pescare embrioni di pensieri/ che guizzano veloci. Il tempo/ che si chiude li blocca in una rete,/ li essicca e li raggela: dove c’erano/ pesci, ora ci sono croci.»), a volte leggero e piano, comunque versi sempre tesi all’interrogazione continua riguardo le cruciali questioni del vivere. Ciò lo rende un autore intenso e «civile», con lo sguardo volto alle infinite duplici questioni della vita («… sostenere/ un doppio sguardo, capace/ di fissare

Le cruciali questioni del vivere (e del morire) affrontate con intensità e ironia da Franco Marcoaldi nella sua nuova raccolta tempo certo, ma anche per la perenne disputa fra il bene e il male, o per «la parola negata» di fronte alla morte, o per la necessità dell’amore («… la via per far fronte/ al nostro tempo irrimediabilmente/ breve, ha un solo nome: amore»). Marcoaldi (vincitore del Viareggio e giornalista di Repubblica), ha un dettato tagliente che si esprime a volte con sottile ironia («Al banco del bar della stazione/ giace, abbandonato, un guanto./ E la mano che ne era proprietaria?/ Prevarrà il freddo fisiologico/ o un più glaciale sentimento di rimpianto?»), a volte con tratti glaciali («Il tempo che si apre crea un la-

in faccia la rovina/ e assieme la lamina di sole/ che accende ogni mattina.») e con la volontà di parlare «…a chi può coltivare/ la pausa di un respiro pieno,/ il sogno di una sosta, l’attesa/ di una festa», ma pure a chi «…non è stata data/ alcuna chance di un’esistenza…». Marcoaldi è un autore che ci richiama all’esigenza di un semplice buon senso, quindi, di fronte alla giusta riflessione sul «tempo circolare», nel finire e nell’arrivare, ci induce ad «…allentare/ la presa delle cime, lasciar colare/ sulle tempie il tempo,/ senza spavento» e così possibilmente «…cominciare a vivere,/ ecco di cosa si tratta».

Il dolore ha mandibole d’acciaio; torrido raggela algido arroventa rapido frantuma; se addenta tutto trema. È un mostro, un maglio, un maleficio; metallico disanima e poi veglia sul sinolo schiantato e reso nulla. Ancorché tanti sian chiamati È dell’uman prosapia il giglio al tritacarne eletto; non è un’idea, non è un concetto, è di me che sto parlando, l’ammetto. In un baleno tutto ti riempie e quando ama hai paura sia per sempre. Piero Buscioni

ho lasciato il clamore l’improvvisazione trafigge il germe dell’anormalità l’anarchia propone nuovi idiomi Ho lasciato il clamore Lino Giarrusso

«Un popolo di poeti», che ogni sabato esce sulle pagine di Mobydick, è dedicata ai lettori. Chi voglia inviarci versi inediti, troverà accoglienza nella nostra rubrica. L’indirizzo al quale spedirli è: liberal Mobydick, Via della Panetteria 10, 00187 Roma


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mostre

nche se non è strutturato strategicamente come il festival di Aix, o al limite anche quello di Roma, il «mese delle fotografia» di Parigi riserva comunque molte e gradite sorprese. Non tanto quelle più prevedibili e ufficiali, come la pur stimolante mostra su Dennis Hopper la fotografia e l’ambiente della «Nuova Hollywood», ovviamente legata anche ai film e dunque in Cinémateque; o quella sulla cosiddetta «scuola di Düsseldorf», al Museo di Arte Contemporanea, a dimostrazione che ormai la fotografia ha vinto la sua battaglia e può a buon diritto entrare nei musei-steccato, un tempo riservati soltanto all’Arte e basta. Ma la vera sorpresa non sono tanto i già riconosciuti Erich Salomon, giustamente definito «il re degli indiscreti», per i suoi celebri scatti, curiosi e importuni, dentro i retroscena e i corridoi ancora impreparati della politica internazionale e dei fatali meeting storici -un vero e proprio padre del fotogiornalismo d’assalto e malizioso (quando l’assalto possedeva ancora l’allure elegante e dandistica della stoccata da spadaccino-galantuomo). E nemmeno Diane Arbus, ricordata in una curiosa mostra alla Fondazione Kadist, che non presenta irreperibili vintage inediti, ma studia l’attività grafica e fotogiornalistica, une rétrospective imprimée, della torbida visionaria newyorkese, quando lavorava per riviste angloamericane, come Harper’s Bazar, Esquire, Sunday Times. E allora era meno affilata e spregiudicata, anche se è interessante leggerla pure come diligente resocontista d’incontri rapidi e mirati al ritratto, magari mettendo insieme artisti e familiari, come Mariane Moore con Auden, o Borges con la presunta moglie (che forse era in realtà la sorella-pittrice Norah). Più soprendente invece la bellissima retrospettiva su Lee Miller, al Jeu de Paume, che offre anche alcuni inediti, e una prospettiva più «familiare» di questa tormentata artista-modella-fotografa, la cui famiglia però era composta da personalità come quella di Picasso, di Joseph Cornell, del marito pittore surrealista Roland Penrose, del compositore Virgil Thompson (documenta per prima l’opera tutta di colore Four Saints in Three Act, su libretto di Getrude Stein, che avrebbe ispirato Porgy and Bess). Naturalmente sur-

A

Lee Miller

arti

tata (altro che Mona Hatoun!) o farsi fotografare nuda, con stivali militari in agguato, nella tragica vasca che fu di Hitler: simbolo insostenibile della «banalità del male». Non si dimentichi che la Miller fu il primo fotografo ufficiale americano a poter entrare nei campi di sterminio e documentare visivamente, inesorabilmente, l’«impensabile». Bel recupero, invece davvero, quello di un fotografo belga, già omaggiato da una degna mostra al Museo della fotografia di Charleroi, e che è presente a Parigi in un interessante rassegna di fotografi d’architettura «fiamminga», che documentano, con originalità, lo sviluppo e il degrado, talvolta, dell’urbanistica bruxelloise. Marcel Lefrancq, già negli anni Trenta, lasciandosi affascinare dai giochi ottici dell’acciaio nudo e dalle prospettive abissali della città moderna, è anche lui un surrealista nato, e pur essendo isolato nella sua Mons, riflette molto il gusto d’altri surrealisti belgi, come Magritte o Mariens, che lui anticipa o tallona, sempre prediligendo scherzi di luci e una fotografia molto narrativa, polar, simenoniana. Doverosa, infine, la riscoperta dell’ebreo americano Nathan Lerner, che si merita una rapsodica ma emozionante retrospettiva al Musée d’art et Histoire du Judaisme (entrarci è come penetrare in un fortino minato, con interrogatori di terzo grado, al posto di blocco e perquisizioni dure). Erede del Bauhaus a Chigaco, Lerner, più che allievo è un continuatore e amplificatore della lezione astratto-costruttivista di Lazlo MoholyNagy, che lo vuole con sé, lo cita spesso nei suoi libri-manuali, lo stimola a non limitarsi soltanto alla fotografia, ma a diventare (e insegnare) designer. Sua, per esempio, la celebre confenzioncina bambina di miele a forma d’orso, che anticipa di decenni il kitsch compiaciuto di Jeff Koons, che intanto furoreggia a Versailles, raccogliendo lo sdegno dei benpensanti e dell’ultimo dei monarchi spodestati di Francia. Costruttore di macchine ottiche, manipolatore della luce d’astrazione, autore di curiosi filmini domestico-sperimentali e cultore precoce dell’art brut, Nathan Lerner è uno dei quei precurosi geniali (anche delle foto spoglie d’architettura, tra i Becher e Basilico, però decenni prima) che l’Italia metterà secoli a scoprire. Purtroppo.

la reporter dell’impensabile di Marco Vallora

realista (bellissimi i suoi collages poco debitori all’amico Max Ernst) capace di costringere a mangiatoie e aratri, come contadini o mandriani, i suoi sofisticati amici, Ernst appunto, Steinberg o Barr, il direttore del Metropolitan, che nutre i maiali, pur di garantire un servizio sfizioso alla rivista alla moda cui collabora, Lee Miller non s’impedisce poi di fotografare raccapricciosamente due seni sanguinolenti, da Sant’Agata d’avanguardia, appena asportati, su due piatti di por-

diario culinario

L’arte del forno a legna lungo tre generazioni di Francesco Capozza

Q

uando si parla di semplicità, spesso si rischia di essere fraintesi e ancor più sovente di cadere nel banale e nella retorica. Molti, infatti, ritengono - troppo spesso irragionevolmente - che costruire la propria immagine esclusivamente su questa base (la semplicità per l’appunto), sia sinonimo di una certa consapevolezza di non poter arrivare all’eccellenza. Nulla di più sbagliato, nulla di più lontano dalla realtà. La cucina e i cuochi (famosi e non) hanno seguito spesso e volentieri questa logica, abituando l’italico palato alle caratterizzazioni più astruse della realtà gastronomica cui eravamo abituati. Il nostro occhio e la nostra mente sono ancora traumatizzati dalla visione della carbonara «olfattiva» di un cuoco tra i più in voga del momento. Ma c’è chi, fortunatamente, non ha perso la bussola e continua a lavorare la materia

prima nel rispetto della sua essenzialità, quasi seguendo la dottrina michelangiolesca del «levare», piuttosto che quella dell’aggiungere.Tra queste gioiose realtà, non possiamo non citare la famiglia Chinappi, arrivata oggi alla terza generazione, che da 51 anni (era il 20 gennaio del 1957) appaga i palati dei villeggianti e dei cittadini di quella ridente cittadina che è Formia. I capostipiti, Antonio e Vincenza, intuirono da subito le doti del figliolo, Franco, maestro nell’arte del forno a legna e della pizza, e della nuora Anna, magnifica cuoca e dispensatrice di saggezza culinaria, e decisero di dare vita a quella magica officina di sapori che ancora oggi riesce a offrire la freschezza genuina di piatti di pesce tra i più golosi d’Italia e una pizza tra le più fragranti e digeribili in circolazione. Da due anni e mezzo a questa parte, poi, è partita una nuova avventura che ha visto scendere in campo in prima linea la terza generazione della famiglia Chinappi: Stefano, fi-

glio di Anna e Franco, e la sua bellissima moglie Elena, russa di nascita ma italiana d’adozione, hanno lasciato il mare per scoprire un’altra realtà, quella cittadina. Il luogo, questa volta, è Roma, a pochi passi dalla centralissima piazza Barberini. Qui, in quella che per decenni è stata una pizzeria turistica, oggi c’è uno dei migliori ristoranti di pesce della capitale. Con due valori aggiunti: la migliore carta delle bollicine (italiane e francesi innanzi tutto) in circolazione nella città dei papi, e una pizza tra le più gustose che voi possiate degustare a Nord di Napoli. Oscar Wilde, noto anche per i suoi aforismi, diceva di avere dei «gusti semplicissimi» ma di accontentarsi «sempre del meglio». Su questa base, prendendo in prestito le parole del poeta, scrittore e commediografo inglese, potremmo descrivere la sosta golosa da Chinappi. Appena seduti ecco arrivare una strepitosa treccia di bufala di Mondragone con panzanella, entrambe impreziosite da

un filo d’olio extravergine.A seguire, Stefano fa gli onori di casa con un carpaccio di gamberoni di Ponza o con uno spiedino di calameretti al forno a legna di rara bontà. Entrambi sono frutto della saggezza di mamma Anna, ma qui eseguiti da Antonio, giovane di validissima e solida esperienza in casa Chinappi. Seguono un voluttuoso raviolo farcito con ragout di genovese, per non dimenticare la solida vicinanza della natìa Formia con la capitale del regno delle due Sicilie e un filetto di sogliola di rara bontà. Si conclude con una sfoglia croccante con crema chantilly e con un caffè di millimetrica perfezione partenopea. Un’esperienza unica, che vi farà toccare il mare con un dito, pur essendo a pochi metri dalle meraviglie berniniane e da via Veneto. Spenderete sui 55-60 euro. Chinappi, Formia, via Anfiteatro 8, tel. 0771790002; Roma, via di san Basilio 70, tel. 064819005. Chiusi entrambi il lunedì


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10 gennaio 2009 • pagina 15

moda

In cerca di dettagli o a caccia di passato di Roselina Salemi

a moda al tempo della crisi è una bella scommessa. Chilometri di tessuti preziosi potrebbero restare senza compratori, ora che anche gli oligarchi russi tagliano i budget con il machete. E la già vacillante teoria del lusso di massa mostra tutta la sua fragilità. La recessione sta accelerando un processo già in atto da almeno tre anni: da un lato le collezioni

L

teatro

fast fashion (H&M, Zara, Topshop, Target, Gap) firmate da blasonati stilisti (da Karl Lagerferd, a Stella McCartney, da Hussein Chalayan a Sophia Kokosalaki) e rinnovate indipendentemente dagli appuntamenti canonici, dal rito stagionale delle sfilate, ovvero, la moda per tutti, dall’altro il successo dell’artigianato costoso, dell’alta moda, del «su misura», ultimo rifugio della vera ricchezza. Il successo delle catene fast fashion ha sconvolto la lentezza preistorica del sistema moda. Molti (Burberry, per esempio), hanno cominciato a produrre quattro o cinque minicollezioni per ogni stagione. Escada ha lanciato le Hot-fill-in (che sarebbe come dire le «ultimissimeı) e tutti stanno cercando di anticipare i tempi, per non arrivare troppo tardi nei negozi. Le tendenze si bruciano in fretta, la novità si consuma ed è subito outlet. Aiuto. E mentre le grandi firme vestono le star, il dorato mondo hollywoodiano che raramente paga il conto, i veri status symbol sono rappresentati dai dettagli: l’abito che nessuno vedrà mai su un’altra perché Armani Privè te lo ha creato addosso, le scarpe di Christian Louboutin dall’inconfondibile suola rossa (centomila paia all’anno), che hanno scalato la hit parade presidiata

da Manolo Blahnik e Jimmy Choo, la preziosa lingerie di Poupie Cadolle a Parigi, dove un reggiseno su misura può costare 800 dollari, ed è un capriccio condiviso da parecchie attrici (Monica Bellucci, Juliette Binoche), una regina e alcune ballerine del Crazy Horse, il profumo creato da Jean Michel Duriz e imbottigliato in falconi di cristallo Baccarat per la modica cifra di settantamila dollari. Quanto ai gioielli, pavè di brillanti e perle grosse come patate, di Boucheron, di Cartier, di De Grisogono, hanno sempre un mercato. Internazionale, ma piccolo. Così, in zona Pitti e vicinissimi alle sfilate di moda per lui, mentre quelle per lei sono già dietro l’angolo, con le prevedibili, angosciose correzioni di rotta, c’è chi comincia riflettere sul senso dei marchi (da leggere, per esempio, Deluxe, di Dana Thomas), sulla perdita di qualità oggettiva in un mondo che ha sempre più bisogno di abbassare i costi e risparmia oltre che sulla manodopera (cinese) anche sul prezzo del filo, per cui firmatissimi pantaloni ti si scuciono addosso appena infilati. Per quanto resisterà ancora il valore simbolico del logo, se nei fatti offre, soprattutto nelle seconde e terze linee (ma qualche volta anche nelle prime), una qualità molto vicina a quella di Topshop o di Zara? Non per molto. Perciò spopola il vintage, la caccia al passato. Altro che saldi. Non ci sono più i cappotti di una volta.

Tre primedonne per “Les bonnes” di Jean Genet di Enrica Rosso er chi l’avesse perso ritorna a Roma Les bonnes di Jean Genet per la regia di Giuseppe Marini, questa volta ospitato sul palcoscenico del Teatro della Cometa. Ispirato a un fatto di cronaca nera accaduto in Francia intorno alla fine degli anni Trenta, vi si narra la storia di due sorelle, Claire e Solange Lemercier, che prestano servizio nella casa di una ricca signora: Madame. Durante le assenze della padrona le due serve danno luogo a una cerimonia in cui mettono in scena la sua dipartita rivestendo a turno il ruolo di Madame: entrano nei suoi vestiti, permettono che il calore dei loro corpi infligga impronte alle tende, si impadroniscono dei suoi vezzi, la dileggiano; immaginano di ribaltare un destino che le tiene prigioniere giustiziandola, non prima di aver dato sfogo al livore nei confronti della padrona generato

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da una vita spesa per servirla. Nonostante le ossessive ripetizioni, al momento cruciale, le due donne non saranno in grado di coronare il loro sogno facendosi sfuggire la preda e rimanendo loro stesse vittime del loro disegno. Un testo questo che viene rappresentato ciclicamente e si torna a vedere magari per affezione a un allestimento precedente o per semplice curiosità rispetto a una nuova messa in scena. Giuseppe Marini opera delle scelte molto precise

per raccontarci la sua visione della pièce privilegiando il gioco metateatrale fin dall’apertura di sipario quando ci presenta le due protagoniste, schiena alla platea non ancora calate nel ruolo, che descrivono come devono essere interpretate le due serve attraverso le didascalie dello stesso Genet. Non solo, decide di non portare in scena tutta la zona d’ombra del testo, vale a dire che tralascia quella morbosità strisciante tra le righe che caratterizza l’intera opera dell’autore francese riflettendone il vissuto. Focalizza quindi sulla forza evocativa delle parole affidate a due interpreti di prim’ordine immerse in un contesto da obitorio a cinque stelle. Quella che viene riproposta è un’edizione di pregio per vari motivi. La traduzione dall’originale francese di preziosa naturalezza e rara perizia a opera di Franco Quadri. La scena di Alessandro Chiti, che seppure non trovi su questo palcoscenico il giusto respiro, ricrea atmosfere di barocca

magnificenza e luttuosi festini ibridati con bardature da carro allegorico. Un cast di primedonne che vede nel ruolo del titolo Franca Valeri e Annamaria Guarnieri affiancate da Patrizia Zappa Mulas in quello di Madame. Tre attrici importanti che vivono la scena in modo autonomo e profondamente diverso, ognuna di loro impregnandolo del proprio humus. La Valeri è una signora della scena di indiscusso carattere, la Guarnieri porta in dote una voce cristallina e la grazia di una libellula oltre alla sapienza della sua fulgida carriera e la Zappa Mulas con innata eleganza, sostiene un ruolo di grande impatto visivo ma poco strutturato. Alla fine della serata resta impresso l’inchino iniziale, da combattenti, vagamente marziale, che le due bonnes si scambiano prima di dare inizio al loro macabro rituale, i giganteschi oggetti, invadenti come ex-voto nella penombra di questa gabbia dorata, simbolo di un presente da agguantare per sopravvivere e l’ingresso-apparizione, da madonna di paese, di Madame. Cartoline-immaginette di uno spettacolo che ci mette in contatto con la liturgia del teatro.

Les bonnes, Teatro della Cometa di Roma fino al 25 gennaio, Info: 066784380 www.cometa.org


pagina 16 • 10 gennaio 2009

i misteri dell’universo

bbiamo notato altrove come copiare non sia difetto dei soli studenti. Ho letto che Berlusconi, bravissimo in matematica, abbia fatto i primi soldi facendo copiare a pagamento. Chi scrive ricorda un compagno di ginnasio, fumatore di almeno due pacchetti al giorno di sigarette, con le dita tutte gialle, che chiedeva di passargli le traduzioni in greco e latino… Cercavo di fargli ricavare il senso del testo ma finivo per arrendermi. Caro Marco Ballan, mai più rivisto, finché è apparso il suo nome fra gli annunci funebri del Corriere della Sera, insieme a quello di Renata Tebaldi, Voce d’ Angelo. Sorvoliamo su Archimede, il quale negli anni passati in Egitto acquisì risultati sulla geometria e sulle tecniche idrauliche, noti in quel paese da secoli e secoli, ma di cui non riferì l’origine. Diciamo qualcosa su Galileo e proponiamo un’interpretazione di parole che appaiono in una sua poesia. Galileo è considerato comunemente, vedasi i libri di scuola, come un gigante che combattè l’oscurantismo della Chiesa romana. Nulla di più falso. Galileo è considerato l’iniziatore del metodo sperimentale, ma si dimentica come i sufi da secoli fossero non solo grandi matematici e curassero la costruzione del più grande osservatorio del Medioevo, quello presso Samarkanda al tempo di Huyuk Bek, ma anche avessero formulato il principio del metodo sperimentale, vedasi i libri di Gabriele Mandel, attivo, a ottanta anni passati, nel rendere disponibile in Occidente l’opera dei sufi (sufi è lui stesso, come i suoi padri per generazioni e generazioni….). In particolare il telescopio, che alcuni attribuiscono a Galileo, si sapeva già costruire al suo tempo in Europa. Quello che lui usava era di pessima qualità, forse inferiore a quello che Roger Bacon aveva costruito un trecento anni prima, usando il libro di Tolomeo sull’ottica.

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ai confini della realtà

A

Galileo nulla ha a che vedere con l’idea eliocentrica, ben nota ad astronomi greci ma fatta oggetto dell’ostilità di Aristotele (che, pure ostile a Democrito, cercò di procurarsi tutte le copie dei suoi libri e le bruciò: buon esempio per i Diego de Lanza e per le guardie rosse della Rivoluzione culturale). L’idea era stata ripresa dal religioso Copernico, che la pubblicò solo in punto di morte, timoroso di essere accusato di eresia. Era stata rafforzata da Keplero che, ponendo il sole al centro delle orbite planetari aveva ottenuto le famose tre leggi, tuttora di straordinaria importanza. Ebbene, stando a quanto scrive il grande Arthur Koestler nei Sonnambuli, una delle più straordinarie opere prodotte nel Novecento (grazie anche a Von Neumann, il più grande scienziato del Novecento, ebreo e ungherese come Koestler, di lui grande amico, e che con lui passò domeniche e domeniche a discutere il libro, come scritto nel diario della moglie di Koestler), Galileo nelle sue lezioni mai avrebbe citato Copernico e mai avrebbe risposto alle numerose lettere che Keplero gli scriveva. È anche noto che le tesi di Galileo sul moto della terra attorno al sole, esposte al Papa su invito di questi, erano

Con Galileo alla scoperta di Leonardo di Emilio Spedicato

In una poesia l’astronomo associa il nome di da Vinci a “turchi e bergamaschi”. Un enigma rimasto irrisolto fin quando non sono state ritrovate alcune lettere inedite che riconducono ai sufi e a un amico di Bergamo, Michele Alberto Carrara, che ispirò l’artista su diverse questioni

prive di un valido supporto teorico: le sue idee sull’origine delle maree erano errate, pensava che un grave in moto libero seguisse una traiettoria circolare e non lineare… Il papa aveva consulenti di qualità che evidenziarono questi problemi, per cui gli fu detto di presentare pure la sua teoria, ma come ipotesi. Gentile invito cui Galileo rispose con un libello diffamatorio. Fosse ciò avvenuto in uno dei paesi a regime comunista che hanno caratterizzato il secolo passato, sarebbe stato trattato ben peggio degli arresti domiciliari cui fu sottoposto. È curioso notare che il massone Napoleone, dopo avere chiuso in prigione Pio VI che vi morì, portò a Parigi gli archivi vaticani per darne la carta in uso ai mercati generali, e così la documentazione originale del processo scomparve, usata per avvolgere carne o pesce. Dobbiamo qui osservare che la disputa se sia la terra a ruotare attorno al sole o viceversa è invero priva di senso. Infatti è solo una questione di sistema di riferimento, la cui scelta si fa per comodità matematica e non per significati assoluti. Tolomeo, scienziato che per me viene solo dopo Newton e Von Neumann, calcolava perfettamente le eclissi avendo la terra al centro e manipolando quella ampia classe di funzioni, dove le ellissi sono un caso particolare, che sono gli epicicli.

Ma riconosciamo un merito a Galileo. In una sua poesia, recentemente tradotta dal latino dal professor Bignami, direttore dell’Asi, Leonardo da Vinci è associato a turchi e bergamaschi. Il perché di questa associazione è rimasto un enigma, né avrebbe potuto non esserlo in assenza di informazioni note a ben pochi. Turchi si riferisce probabilmente ai contatti che Leonardo teneva con i sufi di Costantinopoli in merito alla costruzione di macchine. Questo fatto è venuto alla luce casualmente quando la Biblioteca Ambrosiana ha incaricato Gabriele Mandel (che oltre a quattro lauree conosce numerose lingue orientali, avendo cominciato da ragazzo a studiare il giapponese e il geroglifico) di studiare un certo fondo. Quale sorpresa nel trovare che non vi erano solo lettere di sufi, ma anche lettere di Leonardo, mai riconosciute perché, scrivendo lui in modo speculare, si era creduto che fossero in arabo! Bergamaschi si riferisce probabilmente al grande amico di Leonardo, Michele Alberto Carrara, la cui opera, giacente come manoscritto presso la Biblioteca May di Bergamo, è stata tradotta qualche anno fa da Giovanni Giraldi, studioso ancora attivo a quasi 95 anni, in quattro volumi, di cui pare esista in Lombardia una sola copia alla biblioteca di Brera. Secondo Giraldi fu Carrara a ispirare Leonardo in molte questioni ed è Carrara il numero uno del Quattrocento italiano! Non ancora tradotte sono 37 pagine dove Carrara introduce la teoria dei massimi e minimi, con secoli di anticipo rispetto agli sviluppi della matematica! Una mia richiesta al Miur per finanziare questa traduzione non è stata accolta, e pure silenzio totale dalla fondazione Tremaglia. Nemo propheta in patria.

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