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24 ANNI DI PRESENZA Editoriale In questo periodo si sta rafforzando in tutti gli stati democratici (quelli Comunisti sono, con oculata strategia, evitati) piccoli gruppi violenti che in opposizione al razzismo bianco distruggono statue e invitano a “revisionare la storia” secondo il (loro) pensiero contemporaneo. In difesa della nostra cultura e delle sue immagini e in disacordo con politici senza patria e giornalisti commentatori di parte mi sento in dovere di una riflessione sul razzismo che si sta sviluppando nel continente Africano e precisamente nella Repubblica parlamentare Sudafricana. Incredibile!!!. Ma ritorniamo al nostro interesse principale, quello di cercare e creare stimoli, in chi ci legge, alla ricerca e all’approfondimento delle nostre radici storiche e sociali. Iniziamo a dire che questo numero è molto importante per la nostra La Ciminiera perché ospita una nuova firma che renderà più preziose le nostre letture. Da parte mia e di tutto il Centro Studi Bruttium un grazie e un benvenuto alla prof.ssa Greta Fogliani. Di Greta Fogliani leggeremo con piacere due suoi interventi molto frizzanti “L’incantesimo di Circe” e “Malqart, il dio di Annibale”. Parlare del sesso nel medioevo non è semplice ci aiuta Gabriele Campagnano con la sua ricerca e analisi di testi e documenti dell’epoca. “ Il sesso nel Medioevo” è tutto da leggere. Tra gli innumerevoli papiri sulle origini del cristianesimo vi è anche quello chiamato “Il papiro della moglie di Gesù”. Raoul Elia, con la solita sua accuratezza, ne analizza la storia e ci da tutti i riferimenti che ci aiutano a darci una prima idea della sua importanza o meno. Grazie a Daniele Mancini scopriamo come i nostri antenati Romani gestivano il mese di “Agosto, il mese di Augusto” in un secondo intervento ci informa sul nuovo studio di alcuni Ostraka del VIII secolo a.C. che vengono considerate tra le prime raccolte di antichi scritti ebraici. Angelo Di Lieto continua la sua narrazione di un Sud visto come luogo di tragiche storie d’amore e di morte, con due nuove appassionate vicende: “Il brigante Re Marcone e la moglie” e “La torre di Monteleone e Diana Recco” Nel ringraziare tutti gli artefici di questa meravigliosa avventura do’ appuntamento al prossimo numero. 2 la Ciminiera

Periodico di cultura, informazione e pensiero del Centro Studi Bruttium (Catanzaro) Registrato al Tribunale di Catanzaro n. 50 del 24/7/1996. Chiunque può contribuire alle spese. Manoscritti, foto ecc.. anche se non pubblicati non si restituiranno. Sono gratuite (salvo accordi diversamente pattuiti esclusivamente in forma scritta) tutte le collaborazioni e le prestazioni direttive e redazionali. Gli articoli possono essere ripresi citandone la fonte. La responsabilità delle affermazioni e delle opinioni contenute negli articoli è esclusivamente degli autori.

Anno XXIV Numero 8 - 2020 Direttore Responsabile Giuseppe Scianò Direttore editoriale Pasquale Natali Presidente Raoul Elia Redazione Angelo Di Lieto Bruno Salvatore Lucisano Patrizia Spaccaferro Raoul Elia Rita Boccalone Direzione, redazione e amministrazione CENTRO STUDI BRUTTIUM Iscr. Registro Regionale Volontariato n. 114 Iscr. Reg. Regionale delle Ass. Culturali n. 7675 via Bellino 48/a, 88100 - Catanzaro tel. 339-4089806 - 347 8140141 www.centrostudibruttium.org/blog/ http://csbruttium.altervista.org/ info@centrostudibruttium.org C.F. 97022900795 Stampa: pubblicato sul sito associativo: www.centrostudibruttium.org DISCLAIMER: Le immagini riprodotte nella pubblicazione, se non di dominio pubblico, riportano l’indicazione del detentore dei diritti di copyright. In tutti i casi in cui non è stato possibile individuare il detentore dei diritti, si intende che il © è degli aventi diritto e che l’associazione è a disposizione degli stessi per la definizione degli stessi.


CHI È “BRUTTO, SPORCO E CATTIVO”

?

Noi abbiamo sempre amato, studiato, apprezzato e valorizzato l’arte di tutti,

attenzione a non toccare o vandalizzare la nostra.

Non è vero che nei paesi democratici l’uomo “bianco” è brutto, sporco e cattivo e nel contempo non è vero che nei paesi democratici l’uomo “nero” è brutto, sporco e cattivo e continuando, sempre nei paesi democratici, non è vero che l’uomo “giallo” è brutto, sporco e cattivo. Non bisogna però negare che in tutte le nazioni democratiche vi sono, per fortuna in minoranza (anche se violenti), uomini bianchi, neri o gialli che sono veramente brutti, sporchi e cattivi. Queste minoranze violente e poco propensa alla cultura agiscono per stereopiti, per emulazione riversano la loro ignoranza verso chi non può difendersi e sempre in gruppo. Le più facile ad essere colpiti delle sopracitate minoranze sono i manufatti della cultura come libri, statue, opere d’arte, architetture, simboli sacri ecc. e chi cerca di difenderli viene giustiziato e se non con l’impiccagione (come il povero Khaled Al Asaad curatore delle rovine di Palmira di cui 18 agosto saranno sei anni della sua uccisione da parte di un gruppo jihadista) viene assalito dandogli del “razzista” e/o“fascista” . La stampa italiana, senza nominare i “politici” del momento, sta dando forte risalto ai crimini perpetrati dai nostri vicini o lontani antenati dimenticando di evidenziare le altrui violenze al presente. Valutate voi.. se è solo l’uomo bianco “ brutto, sporco e cattivo”: riporto integralmente un articolo pubblicato su “Africa ExPress” che i nostrani commentatori “corretti” forse nemmeno conoscono.

AFRICA, POLITICA, SUDAFRICA, ZIMBABWE Sudafrica: “Uccideremo tutti i bianchi, i figli, le donne e anche i loro animali” By Franco Nofori on Dicembre 17, 2018 Speciale per Africa Express

L’allucinante delirio di Andile Mngxitama, leader del partito socialista

rivoluzionario del Sudafrica, si scatena contro i cittadini bianchi: “Li uccideremo tutti – urla dal podio – insieme ai loro figli, le loro donne, i loro cani, i loro gatti e tutto ciò che troveremo sulla nostra strada”. Il BLF, partito di cui è a capo, ha una chiara – e peraltro del tutto ostentata – connotazione razzista e sta per “Black First”, cioè: “Prima i neri”. Slogan che ricalca un po’ quelli cari al presidente americano Donald Trump e al nostro attuale ministro degli interni Matteo Salvini, che però non esortano a uccidere e non si riferiscono alle etnie, ma ai propri Paesi e a chi li abita.

Andile Mngxitama, leader del partito rivoluzionario sudafricano BLF, che incita all’eliminazione fisica dei bianchi

L’infuocato discorso del parlamentare è stato tenuto, lo scorso weekend, durante un appello rivolto ai propri sostenitori nella cittadina di Potchefstroom, sua la Ciminiera 3


terra natale, a sud-ovest di Johannesburg, provocando sconcerto e riprovazione sia da parte del pubblico, sia da parte dei media locali. “Per ogni africano ucciso – ha aggiunto Mngxitama – uccideremo cinque bianchi”. Questo recente exploit sciovinista avrebbe origine dalle proteste di molti conducenti di minibus africani che lamentano la concorrenza delle grosse aziende di trasporto pubblico, possedute da bianchi.

così com’era a suo tempo avvenuto nello Zimbabwe a guida Mugabe. Questi appelli alla violenza razziale verso gente, sì europei, ma che ormai da venti generazioni vive in Sudafrica e non ha più altri luoghi in cui rifugiarsi, ha già creato crude violenze contro i bianchi, soprattutto agricoltori, con devastazioni e vittime. Queste azioni, istigate con sempre più virulenza dal partito di Andile Mngxitama, stanno conoscendo un allarmante trend di crescita nei confronti del quale, almeno fino ad ora, non pare siano state adottate adeguate contromisure.

Dimostranti tentano di superare lo sbarramento di polizia per assaltare una fattoria di bianchi

Alle molte e indignate voci di riprovazione, si è recentemente aggiunta l’istanza di deferire Andile Mngxitama, al Tribunale Penale Internazionale (ICC) per incitamento al genocidio e si attende ora la reazione della procura di tale organismo. Il fatto preoccupante è che la posizione assunta dal leader del BLF acquista un sempre più crescente supporto da parte della popolazione di colore che, per suo tramite, invoca, tra altre rivendicazioni, il sequestro delle terre possedute da sudafricani bianchi,

Sono sempre di più i sudafricani bianchi ridotti all’indigenza

Il partito BLF si riconosce pienamente nell’ideologia marxista - leninista e persegue la supremazia delle popolazioni nere, su tutte le altre. Il suo percorso politico è costellato da iniziative e dichiarazioni esplosive, come quella rivolta, nel settembre scorso della portavoce Lyndsay Maasdorp, al giornalista Daniel Friedman, la cui esistenza, per il semplice fatto di essere bianco veniva definita “un crimine”. La stessa Maasdorp, non si faceva neppure scrupolo di affermare: “La nostra aspirazione è

quella di uccidere tutti i bianchi che ci sono nel nostro Paese e questo traguardo dev’essere realizzato quanto prima”.

Il video che segue non consente dubbi in proposito. Sudafricani bianchi protestano contro le violenze e le uccisioni di agricoltori europei 4 la Ciminiera

Anche i giornalisti, soprattutto bianchi, o comunque avversi alle posizioni del BLF, sono spesso soggetti a intimidazioni


d’indigenza. Molti di quelli che se ne sono andati, si sono anche liberati delle attività che conducevano, cedendole alla popolazione locale. Il preoccupante sciovinismo che sta oggi dilagando tra la popolazione di colore, se non verrà affrontato con la necessaria fermezza, tradirà le lodevoli e illuminate aspirazioni di Nelson Mandela e del vescovo anglicano Desmond Tutu, verso una duratura riappacificazione nazionale. e aggressioni da parte di membri di questo partito. Tra i molti che ne hanno fatto le spese, ci sono: Tiso Blackstar, Tim Cohen e Peter Bruce editore del Business Day sudafricano, ma benché queste azioni siano state condannate dall’African Human Right Commission (SAHRC) e dal South Africa National Editor’s Forum (SANEF), il BLF continua indisturbato nelle sue azioni intimidatorie e non solo, ha anche avuto l’ardire di pubblicare una lista di giornalisti bianchi che costituirebbero i loro prossimi obbiettivi. I bianchi tuttora presenti in Sudafrica, che verso la metà del secolo scorso rappresentavano circa il 22 per cento della popolazione totale, sono oggi scesi all’8 per cento, cioè poco più di quattro milioni d’individui di cui non pochi vivono in stato

Il momento della manifestazione di Potchefstroom contro i bianchi. “La mia strada è quella del razzismo” recita il cartello innalzato dai sostenitori del BLF

Franco Nofori franco.kronos1@gmail.com @FrancoKronos1

Il video e la pagina di Africa ExPress https://www.youtube.com/watch?v=RtGydWqmdEc&feature=emb_logo https://www.africa-express.info/2018/12/16/deputato-sudafricano-uccideremo-tutti-i-bianchii-loro-figli-le-loro-donne-e-anche-i-loro-animali/ C’è poi un altro dato storico che gli attivisti fissati con gli “schiavisti bianchi” dimenticano – o forse non conoscono – ed è riportato nel capolavoro di Robert Huges La cultura del piagnisteo (Adelphi): “Il commercio degli schiavi africani, la tratta dei neri, fu un’invenzione musulmana, sviluppata dai mercanti arabi con l’entusiastica collaborazione dei loro colleghi neri, e istituzionalizzata con la più spietata brutalità secoli prima che l’uomo bianco mettesse piede sul continente africano; continuò poi a lungo dopo che nel Nordamerica il mercato degli schiavi era stato finalmente soppresso”. Ma è questa è storia, quella che gli iconoclasti vorrebbero eliminare, soprattutto quella “scomoda” alle loro tesi distruttive. Inside the news Over the world ROBERTO VIVALDELLI - Il Giornale - 14 Giugno 2020 la Ciminiera 5


AGOSTO, IL MESE DI AUGUSTO di Daniele Mancini Agosto era il sesto mese dell’anno, giace nel Silenzio; il Sole ha bruciato denominato prima Sestilis e poi ogni residuo di umidità, trasfigurandola, AVGVSTVS, a questi sacrato, in onore ardendola e l’Essere si è ritirato in se stesso, di Cesare Ottaviano Augusto, simbolo nel seme aureo di etere, compiuto corpo di dell’Apoteosi dell’Eroe Vittorioso che Gloria. rende alla Società la Salvs, nel nome di Sono le FERIAE AVGVSTAE che Apollo Iperboreo Palatino, indirettamente riflettono lo stato di Unità Divina connesso al Satvrnvs Rex dei Satvmia dell’Origine Aurea e, allo stesso tempo, Regna. culmine del Trionfo della Pienezza In questo mese, FORO è equivalente al dell’Avges/Higies, della Salvs/Igea, della FAVRVM/AVGES che indica l’esaltazione Rigenerazione totale. nella Gloria, la Restaurazione del Regnvm All’inizio del mese si festeggiano le Apollinis, superando così il limite Gioviale- Potenze Divine della Vittoria e quindi Iuliano-Cosmico della Felicitas-Beatitvdo, della Salute, e poi il Sole Indigete; si passa si entra nella Pax Avgvsta, Pax Immota, a celebrare l’Opulenza Aurea di Opi e dei Profvnda e Romana che Cesare Ottaviano semi di Ceres, fino all’Elevazione Olimpica ristabilisce in nome di Mars Vltor e Apollo di Ercole, l’Eroe Invitto. Palatinvs. La Purità Primigenia di Diana, i Castores, In agosto si attua l’Empireo e per Divinità della Salute Pubblica, ancora le esso, l’Impero. La PAX QVIRINALIS Camene e Vertvmnvs, effondono alle Idi. AVGVSTA di IANVS QVIRINVS regna Nella seconda parte del mese si celebrano dopo onorevole Vittoria, dopo i precedenti Portvnvs, il Custode delle Arcae, Consvs, Onore, Felicità, generando Pace e Gloria, il Signore del Seme. Con un ciclo che nel completo spirito del primo principe esalta il pieno raccolto, lo propizia, fino a dell’impero. completarsi col dio Voltvrnvs, Signore della Il mese è interamente feriato: nel Divino Ruota del Mondo e con la Festa olimpica si attua lo stato perfetto, immoto, la natura della consacrazione della Vittoria in Curia, ormai completamente ignificata, aurificata da parte di Augusto, il mese si conclude. 6 la Ciminiera


I giorni di agosto più importanti per i Romani: 1 Agosto, Kalendae – Si propizia Vittoria e Spes e si prega Mars Vltor, affinché doni la Firmitas e la Vindicta. Augusto conquista Alessandria 2 A., VI Nonas – DIES RELIGIOSVS – Festa della vittoria di Cesare 3 Agosto, III Nonas – Si ricordano le oche sacre a Ivno Moneta per l’avvertimento sull’invasione gallica 5 A., Nonae – SALVS PVBLICA POPVLI ROMANI – Anniversario della dedica del Tempio sul Quirinale. Si propizia intensamente anche la Salvs Privata, con offerte di Salvia e Alloro 8 A., VI Idvs – LVDI VOTIVI 9 Agosto, V Idvs – Entrata nella fase Aurea, festività del SOL INDIGES e lo si propizia coronati di alloro 10 Agosto, IV Idvs – FERIAE ARAE OPIS ET CERERIS IN VICO IVGARIO CONSTITVTAE SVNT 12 A., Pridiae Idvs – Eracle Invitto presso il Circo Massimo, Venvs Victrix, Honos e Virtvs al Teatro marmoreo 13 Agosto, Idvs – Festa di GIOVE. Anniversario della dedica del Tempio di Diana nell’Aventino. Cadono anche gli anniversari dei Templi di Ercole Vincitore, di Vortvmno, di Castore e Polluce, delle Camene 14 A., XIX Kalendas – DIES RELIGIOSVS 17 Agosto, XVI Kalendas – PORTVNALIA – Si festeggia IANVS PORTVNVS, come Porta e Protettore dei Porti, si procede alla raccolta delle arcae pubblicamente col Flamine Portvnale 18 A., XV Kalendas – AEDES DIVI IVLI DEDICATA 19 Agosto, XIV Kalendas – VINALIA RVSTICA – Si pratica la PROCVRATIO IOVI per propiziare la vendemmia e la PROCVRATIO VENENVM per proteggere gli orti. Festa agricola 21 A., XII Kalendas – CONSVALIA – Flamine Qvirinale e Vestali propizino CONSO per il grano raccolto e la pienezza dei semi. Sono praticate corse di muli nel Circo Massimo 23 Agosto, X Kalendas – VOLCANALIA – Pubblicamente si placa Vulcano con un vitello rosso e un porco maschio, privatamente con alcuni pesciolini, scongiurando il pericolo 24 A., IX Kalendas – MVNDVS PATET – DIES RELIGIOSVS 25 Agosto, VIII Kalendas – OPI CONSIVIA – Si celebra OPS per la Aurea Opulenza, perciò Rex e Vestales nella Reggia le rendano Sacro Sacrificio 27 A., VI Kalendas – Si festeggia IANVS VOLTVRMNVS, Signore che volge tutte le cose. Rituale pubblico del Flamen Voltvrnalis 28 Agosto,V Kalendas – Si offre incenso alla VITTORIA, nel giorno dell’anniversario della sua dedica in Cvria, per opera di Augusto Bibliografia consultata: R. Del Ponte, La religione dei Romani, Milano 1992 G. Dumézil, La religione romana arcaica, Milano 2001 J. Champeaux, La religione dei Romani, Bologna 2002 J. Carcopino, La vita quotidiana a Roma, Bari 2003 A. Brelich, Calendari festivi, Roma 2011 la Ciminiera 7


L’incantesimo di

Circe

Scendendo da un nebuloso Per fortuna basta poco Nord verso un soleggiato per rinfrescare il ricordo Centro-Sud alla ricerca delle della bellezza. sospirate vacanze, si può È sufficiente allontanarsi di Greta Fogliani ammirare sull’autostrada per qualche chilometro la scritta “Siete in un paese dal luogo di lavoro meraviglioso”. per immergersi in una Effettivamente chi, come me, vive a 20- campagna favolosa; in alternativa, se si 30 km da Milano, nella zona forse più decide di rimanere in città, occorre solo “sclerata” d’Italia, oberata dal lavoro e dalle dotarsi di un occhio più attento per scorgere scadenze, certe volte si dimentica di vivere degli angoli pittoreschi o delle costruzioni in uno dei Paesi più belli del mondo. che rivelano il gusto dei nostri antenati. Quest’anno una delle mie mete turistiche mi ha portato nel sud del Lazio, a metà strada tra Roma e Napoli. Il paesaggio che si può osservare nella zona del Circeo è veramente mozzafiato... Come si può non restare stregati da questo mare e questo sole? Del resto, non per nulla si ritiene che proprio in queste zone vivesse una delle maghe più famose dell’antichità: Circe, da cui appunto prende nome il monte Circeo. Vista dal monte Circeo 8 la Ciminiera


Nascita di Circe Solitamente consideriamo Circe come una maga o una strega, ma in realtà si tratta di una vera e propria divinità. Circe nasce infatti dall’unione di Elios, dio del sole, e dell’oceanina Perseide, anche se per alcune fonti la vera madre di Circe sarebbe Ecate, una lugubre dea notturna associata in seguito alla magia. Oltre alla figura del padre, sono numerosi i riferimenti che collegano il personaggio di Circe con il sole. Un fratello della dea è Eete, re della Colchide e custode del Vello d’oro, il cui nome proviene dal greco ἕως, eos, che significa letteralmente “aurora”, “sole”. Anche il nome dell’isola su cui abita Circe, situata nei pressi del promontorio del Circeo, possiede la stessa etimologia: Eea. Infine, lo stesso nome della dea indica chiaramente la connessione a questo astro: Circe deriva da “circolo”, forma dell’orbita che il sole traccia intorno alla terra. Ciò dimostra che non ci troviamo di fronte a una fattucchiera qualsiasi, ma a una creatura soprannaturale dai nobili natali, sorella di Pasifae, moglie del leggendario re Minosse e zia di Medea, la protagonista dell’omonima tragedia di Euripide.

anche dal messaggero degli dèi, Ermes, che gli suggerisce di aggiungere al filtro di Circe un’erba chiamata moly, che avrebbe neutralizzato l’effetto dell’incantesimo. La dea, una volta constatata l’inutilità delle sue arti magiche, è costretta a restituire l’aspetto umano ai compagni di Ulisse. Nonostante la disavventura, Ulisse passa un anno accanto a Circe e ha da lei un figlio, Telegono, fondatore della città di Tuscolo. Altre leggende affermano che dall’unione di Circe e Ulisse sarebbero nati altri personaggi eponimi, come Latino, il fondatore della stirpe dei Latini, Romo, Anziate e Ardeate, che avrebbero dato il loro nome alle città di Roma, Anzio e Ardea.

Il mito Il mito più famoso dove incontriamo Circe appare nell’Odissea, quando Omero racconta dell’arrivo di Ulisse sull’isola di Eea. L’eroe manda in ricognizione i suoi compagni di viaggio, che arrivano al castello di Circe e accettano il cibo e le bevante offerte dalla padrona di casa. In seguito questi vengono trasformati in porci (o, secondo altre fonti, in animali che rispecchiano la natura di ciascuno) tranne Euriloco, che rifiuta di banchettare insieme ai compagni e decide di tornare da Ulisse per riferirgli l’accaduto. Oltre a Euriloco, l’eroe riceve aiuto

Ulisse e Circe, c. 1650-1660 di Giovanni Andrea Sirani

Successivamente, l’eroe riparte e, su consiglio di Circe, si dirigerà nel poco lontano regno dell’oltretomba per parlare con l’indovino Tiresia. Oltre a questa, vi sono altre vicende mitologiche dove compare Circe. La dea si sarebbe unita anche con il re latino Pico e addirittura con Giove, da cui avrebbe generato il dio Fauno. Nell’impresa degli Argonauti, Giasone e Medea giungono nel viaggio di ritorno la Ciminiera 9


all’isola di Circe, che li purifica dai crimini connessi e accoglie la nipote, ma non Giasone. Infine, si deve a Circe anche la trasformazione della fanciulla chiamata Scilla nel mostro che affrontano Ulisse e i compagni nell’Odissea. La giovane era colpevole di aver conquistato il cuore del dio marino Glauco, sul quale aveva messo gli occhi anche la dea. Vedendo la bellezza del Circeo, è facile credere che Circe vivesse davvero in quei luoghi. È come se il suo incantesimo riuscisse anche oggi a rendere il basso Lazio un posto da favola.

Purtroppo, però, Circe non sapeva che avrebbe dovuto fare i conti con l’incuria degli uomini. È vero che abbiamo avuto la fortuna di nascere in un Paese che è già meraviglioso, ma è anche nostro compito prendercene cura e non lasciare che il degrado abbia la meglio sui bellissimi monumenti e paesaggi della nostra terra, come spesso invece accade. Dimostriamoci dunque degni successori degli illustri abitanti che vivevano nella nostra stessa terra e aiutiamo Circe a perpetuare il suo incantesimo. Ricordiamoci di mantenere meraviglioso il nostro Paese.

Fonti: - Wikipedia, voce “Circe”; - Il crepuscolo degli dèi, voce “Circe”; - Voce “Circe” in Enciclopedia dell’antichità classica “Le Garzantine”, Edizione Mondolibri S.p.a. (su licenza Garzanti libri S.p.a.), Milano, 2000; - Miti e...dintorni, voce “Circe”. Il vino di Circe - Edward Burne Jones.

Greta Fogliani è un’insegnante di lingua e letteratura spagnola Per questo la letteratura spagnola e ispanoamericana costituisce un’ampia fetta dei suoi interessi. Un altro argomento che le sta molto a cuore ma che non ha a che fare strettamente con la sua professione è la mitologia. “Fin da piccola ho nutrito interesse per la mitologia greca, poi con la mia tesi magistrale (2012) ho avuto il piacere di approfondire la mia conoscenza di varie aree mitologiche, confrontando i racconti contenuti nel Popol Vuh (detto anche la Bibbia maya) con i miti di diverse culture europee (grecoromana, nordica, celtica e slava)”. Da questo lavoro è nato in lei il desiderio di continuare la ricerca alla scoperta di miti di altre culture per riflettere anche sul significato di alcuni simboli o figure ricorrenti in aree geografiche anche molto lontane tra loro. “Per questo ho creato il blog “Il giardino delle Esperidi”, che mi ha permesso di coltivare la mia passione e al contempo di condividerla con chi avesse avuto piacere di leggermi. Ho sempre creduto fortemente nella divulgazione del sapere e nel piacere di condividerlo con gli altri, come si fa con le belle notizie, e forse questo mi ha portato a fare l’insegnante”. 10 la Ciminiera


IL BRIGANTE RE MARCONE E LA MOGLIE GIUDITTA

Il brigantaggio in anche dimostrare di Calabria, in massima parte, avere umanità e nobiltà sorse a causa dei molteplici d’animo. soprusi che il popolo aveva La storia che verrà subìto dalla giustizia regia raccontata è quella di di Angelo Di Lieto e baronale. I briganti, Giuditta, moglie del consapevoli di essere brigante Marco Berardi, votati a morte, rivolgevano le loro feroci meglio noto come “Re Marcone”, nativo di azioni contro la ricca società baronale e Mangone, in provincia di Cosenza, detto giudiziaria, le quali, senza applicare la anche “l’eretico”, perché valdese. giustizia, violavano la legalità. Il movimento religioso dei valdesi era nato In Calabria, il brigante, ancora oggi, è a Lione, in Francia, nel 1176, ad opera di idealizzato come un eroe, perché toglieva un ricco mercante francese, Pietro Valdo, il soverchio ai benestanti e lo distribuiva ai detto l’Eresiarca (1140-1217), il quale aveva poveri che ne avevano bisogno. Ma spesso avuto una grande crisi spirituale dopo la non era proprio così, perché vi erano morte di un carissimo amico. briganti che pensavano soltanto alla loro Valdo, dopo aver donato tutti i suoi beni personale sopravvivenza ed in modo anche ai poveri, abbandonò la famiglia e si diede particolarmente pretenzioso e spietato nei alla predicazione. Il primo gruppo di confronti di chi era pesantemente ricattato seguaci furono chiamati “I Poveri di Lione”, e minacciato. Ma vi furono anche briganti perché questi laici predicavano la povertà che si diedero alla macchia per motivi evangelica. Successivamente si chiamarono ideologici di natura politica o religiosa. Valdesi dal nome del loro fondatore. Molti furono veramente disumani e In origine avevano tentato l’inserimento feroci, altri, in alcuni momenti, seppero la Ciminiera 11


nella Chiesa Cattolica, ma nel Sinodo di Verona del 1184 furono condannati e dichiarati eretici dal papa Lucio III, in quanto avevano disubbidito al divieto di esercitare la libera predicazione. E così si separarono dalla Chiesa Cattolica. Nella loro dottrina essi sostenevano il diritto dei laici a predicare ed inoltre che i sacramenti dovevano essere somministrati da sacerdoti moralmente integri. Si opponevano poi alla pena di morte, al servizio militare ed ai giuramenti di fedeltà che condizionavano l’uomo. La Chiesa Valdese nel 1532 si organizzò sul modello della Chiesa Calvinista di Ginevra e divenne pubblica ad Angrogna, in Piemonte, nel 1555. Ma nel tempo a causa della scarsità dei mezzi di sostentamento e per poter sopravvivere, furono costretti a spostarsi. Pertanto, alcuni andarono in Provenza, nella Valle di Susa o lungo il Po, altri si diressero nell’Italia Meridionale e precisamente in Puglia, in Calabria ed in altri siti viciniori. Il primo gruppo s’insediò intorno al 1200 sul territorio calabro di Guardia Piemontese, da cui il nome. Dal 1400 il territorio appartenne al Marchese Scipione Spinelli di Fuscaldo, il quale offrì loro delle terre libere ed ubertose, ma a condizione che avessero pagato sulle terre ricevute le rispettive decime ai legittimi proprietari. Così, dopo aver concordato con i magistrati ed i funzionari regi ogni privilegio, come arrivarono sul territorio, edificarono piccoli centri abitativi e si misero a coltivare la terra e a dedicarsi alla pastorizia. Ma vi furono anche quelli che divennero artigiani o commercianti. I feudatari locali protessero sempre questi valdesi, perché avevano riconosciuto in loro una grande professionalità, operosità ed onestà, perciò erano sempre celebrati e lodati anche per le loro doti di riservatezza e di serietà. Le popolazioni del posto, poi, non avevano spunti per inimicarsi con i laboriosi loro vicini, nel mentre i preti ricevevano puntualmente le decime pattuite. I Valdesi, inoltre, non davano fastidio alle Autorità religiose e regie, erano tranquilli, non erano corrotti, non frequentavano 12 la Ciminiera

taverne, non bestemmiavano, erano insomma senza vizi, tanto da essere ammirati ed invidiati nello stesso tempo. Le prime lamentele sorsero per bocca dei preti, i quali, pur riconoscendo intimamente che venivano regolarmente pagati, pur tuttavia, spinti da un’avidità di denaro, deprecavano il comportamento di questi valdesi che non si preoccupavano mai di far dire una messa o orazione per l’anima dei loro morti, che non avviavano nessun figlio verso la vita sacerdotale e monacale, che non partecipavano a processioni con inni, ceri, luminarie o suoni di campane, che nei loro templi non vi erano immagini sacre ed infine che i loro figli venivano istruiti da maestri stranieri, ignorando e disconoscendo di conseguenza la capacità educativa dei preti cristiani del luogo. Così questi Valdesi vissero lungo tempo senza essere molestati e perseguitati nei loro insediamenti di Guardia Piemontese, Montalto Uffugo, San Sisto, Castagna, Vaccarizzo, San Vincenzo La Costa, Argentina ed altri, sino a quando queste lamentele non divennero persistenti e pericolose.


Intanto i Signori feudatari, ed in particolare lo Spinelli, temendo di perdere dei sudditi così utili e produttivi ed immaginando che se il Papa avesse saputo di queste lagnanze si sarebbe immediatamente adoperato per allontanarli e disperderli da quei territori, preferirono frenare i preti con la motivazione che in fondo era buona gente, che era produttiva per il paese, che pagavano agli stessi preti decime sui terreni che prima della loro venuta erano abbandonati ed infecondi, che erano poi persone oneste, caritatevoli verso i poveri e rispettosi verso Dio, e che quindi non vi erano motivi che fossero molestati e mandati altrove. L’equilibrio saltò quando questi Valdesi del Sud, imitando i loro fratelli del Nord, decisero di uscire allo scoperto, rifiutando quasi di continuare a vivere in gran segreto la loro vita spirituale e la loro diversa religione, per questo, decisero di rendere pubblico il culto che professavano, rivendicando il diritto della pubblica predicazione. I valdesi venivano visitati periodicamente dai “barbi” (=zio), i quali, presentandosi durante il loro cammino come artigiani o commercianti, li informavano della nuova linea della Riforma protestante e

dell’adesione ad essa dei fratelli valdesi di Provenza e piemontesi. La situazione ad un tratto precipitò, allorché vi fu da Ginevra l’arrivo in Calabria di un pastore Gian Luigi Pascale. La preoccupazione che si potessero insediare idee calviniste su quel territorio preoccupò la Famiglia di Salvatore Spinelli, la quale ebbe timore che l’Inquisizione, da una cortese ospitalità offerta, avrebbe potuto tutti coinvolgerli come complici delle loro eresie. La conseguenza fu che il marchese agì spropositatamente difendendendosi dalle prevedibili ire ed invettive del Papa, pur pienamente ed intimamente convinto che sarebbe stato molto più giusto lasciarli liberi di scegliersi la propria vita. Infatti, avendo avuto notizie che il Papa Pio IV, (1559-1565) si era allarmato sulle informative che aveva ricevuto proprio dalle sue terre, fece arrestare il 20 maggio 1559 il pastore predicatore Pascale, che era appena giunto sul territorio calabrese. Infatti questi fu rinchiuso prima nel carcere del suo castello di Fuscaldo, poi lo consegnò al magistrato di Cosenza, poi fu condotto prima a Napoli e poi a Roma. L’inquisitore domenicano Michele Ghislieri, futuro papa Pio V, condannò a morte il Pascale perché si era sempre apertamente dichiarato calvinista e non aveva mai voluto abiurare la sua fede, mentre Pio IV assistette alla sua esecuzione, che fu eseguita sulla piazzetta oltre il ponte di Castel S. Angelo di Roma. Il pastore Gian Luigi Pascale fu prima impiccato e poi arso sul rogo. Il feudatario Salvatore Spinelli, signore di Guardia e di Fuscaldo, temendo danni alle sue terre, intervenne e si addivenne col Vicario Vescovile all’accordo che chi avesse abiurato la sua fede valdese, poteva essere perdonato. Così il Vicario, con due frati dell’Inquisizione inviati da Roma, i gesuiti Lucio Crucio e Giovanni Saverio, confessarono la maggior parte dei Valdesi imprigionati sulla base delle denunce redatte da Giovanni Antonio Anania, cappellano del Marchese di Fuscaldo e sulla base anche degli ordini impartiti dal Viceré di Napoli, don Parafan de Rivera e la Ciminiera 13


delle truppe regie, sempre pronte e ligie al S. Uffizio, che di Santo non ha mai avuto niente, che erano al comando di Marino Caracciolo, Vicerè di Cosenza. Questi decisero di sterminare tutti gli abitanti di S. Sisto e di Guardia Piemontese. Gli abitanti di S. Sisto si rifiutarono di abiurare la loro religione e decisero di rifugiarsi nei boschi. Inseguiti dal governatore del duca di Montalto, questi fu ucciso insieme a cinquanta soldati. Da quest’azione di sterminio, il Viceré di Napoli, don Parafan de Rivera, ordinò una crociata contro i Valdesi, applicando anche la taglia di 10 ducati per ogni valdese ucciso e di 200 per ogni loro predicatore catturato vivo. I loro beni furono immediatamente confiscati, che si ritiene che ammontassero a circa cinquemila ducati. Tutti i Valdesi furono accusati di eresia, massacrati e bruciati vivi, escludendo coloro che avevano abiurato la loro fede ed ai quali furono imposti alcuni divieti. Infatti furono essi obbligati a partecipare alle funzioni religiose della loro parrocchia, a non sposarsi fra loro e furono altresì costretti ad indossare “l’abitello, (sul petto e sulle spalle dovevano essere apposte due strisce gialle con la croce al centro). La stessa sanzione fu imposta agli ebrei, che pur di salvarsi, anch’essi dovettero rinunciare alla loro religione. Queste imposizioni discriminatorie dimostrano che certi segni dell’età moderna, acquisiti per raggiungere obbiettivi di persecuzione religiosa, erano sorti nel lontano passato ad opera della Chiesa di Roma e non oggi ad opera di folli razzisti. Così, l’11 giugno 1561, a Montalto Uffugo, sul sagrato della Chiesa di S. Francesco di Paola, ottantotto valdesi furono scannati ed i loro corpi squartati ed impalati. Altri, furono trasportati a Cosenza e lì messi al rogo. Dopo il 1563, invece, solo chi esibiva il certificato di abiuro poteva rientrare nel possesso dei beni confiscati. Secondo alcuni recenti studi, la strage, i luoghi valdesi oggetto di massacri, lo stratagemma ed altri riporti, sarebbero false verità storiche. Infatti, le notizie ricordate sarebbero state frutto di versioni 14 la Ciminiera

orali che si sono tramandate ed arricchite fantasiosamente nel tempo, per cui oggi le pagine trascritte si presenterebbero poco attendibili e particolarmente fantasiose. Però per dovere di obbiettività vengono richiamate. Pertanto, sembrerebbe che la citata strage del giugno 1561 non sia avvenuta a Guardia Piemontese ma a Montalto, per cui “la porta del sangue” di Guardia è mera invenzione. Comunque a titolo di cronaca si riferisce che il Marchese Spinelli, con il suo confessore, il citato abate Anania, aveva messo in atto uno spietato stratagemma. Infatti, una sera, un comandante, fingendo di chiedere ospitalità per quella notte, si presentò alle guardie che erano a presidio della porta di ingresso con dei prigionieri incatenati. Questi, invece, erano dei soldati travestiti, i quali, una volta dentro, presero le loro armi e sgozzarono tutti. Il sangue scorreva a fiume sino alla Porta del paese, che da quel momento fu chiamata la “Porta del sangue”. Ai Valdesi superstiti furono imposte anche numerose limitazioni: per esempio non potevano chiudere le porte dall’interno, perchè il chiavistello doveva stare all’esterno, per consentire ai sorveglianti il controllo dell’intera famiglia in tutte le ore del giorno; non potevano, riunirsi in un numero superiore a sei, oppure recarsi nelle Valli piemontesi o a Ginevra, per timore che prendessero contatti con i gruppi calvinisti; infine, ogni mattina, prima di recarsi al lavoro, dovevano ascoltare la messa e poi ancora dovevano chiedere per la Quaresima un predicatore. Sugli spioncini alcuni contestano questo controllo attribuito alle autorità, in quanto sostengono che gli sportellini che si aprivano dall’esterno era un fatto usuale di alcuni paesi calabresi e quindi non avevano alcuna funzione di sorveglianza inquisitoriale. La fondazione nel 1616 del Convento Domenicano, aveva la funzione di tenere sotto controllo il territorio dal punto di vista religioso. Con gli altri Valdesi, anche Marco Berardi, o Marcone si trovò imprigionato nelle carceri di Cosenza con l’accusa di eresia.


La sua organizzazione fu chiamata la “Banda Eretica” e divenne, per la particolare costituzione militare, il terrore degli Spagnoli e degli Inquisitori. Appunto perché non avevano obbiettivi particolari, degenerarono nelle loro scorribande, ed a questo punto, anche le popolazioni colpite cominciarono a non vedere più con simpatia questo gruppo. Quando il Marcone si accorse che così vivendo non poteva resistere oltre e che aveva dunque bisogno di un luogo fortificato con relativo porto dove resistere e divenire Signore, alla testa di 1500 uomini assediò la Città di Crotone, per farne una sua personale roccaforte. In contemporanea avviò con gli Arabi, - altri invisi della Chiesa di Roma-, stretti patti di alleanza di natura politicoreligiosa ed economica-sociale. Il tentativo di conquista fallì perché il Viceré di Napoli, Don Parafan de Rivera, Duca di Alcalà, inviò tempestivamente dei rinforzi di appoggio agli assediati. La forza, alla testa di Fabrizio Pignatelli, Marchese di Cerchiara e preside della Calabria Citra, era costituita da 600 cavalieri e da 2000 uomini di fanteria spagnola, abili ed addestrati. Re Marcone, invece di attaccare l’esercito regio con la tecnica della guerriglia, così come aveva sempre fatto sulle montagne della Sila, sicuro dell’esperienza e dell’ardore dei suoi uomini, attaccò in campo aperto la fanteria spagnola. Gli irregolari, innanzi ad un esercito armato e ben organizzato, furono immediatamente sconfitti e sbaragliati. Gli Spagnoli, pur di avere definitiva partita

vinta, inseguirono e sterminarono questi briganti ovunque, eliminando, dove vi erano, anche fiancheggiatori e protettori. Così Marco Berardi, abbandonato da tutti, come un Re spodestato, solo, affamato e braccato dall’esercito spagnolo, per sfuggire alla cattura, fu costretto a rifugiarsi sui boschi della Sila. Nella sventura la fedele moglie Giuditta abbandonò la casa, salutò parenti ed amici e corse dal suo uomo che amava, per stargli vicino e per dividere con lui, con eroico affetto, i sacrifici e le privazioni del “Re della Sila”. Quando la notte Re Marcone riposava, ella, con coraggio e con la tenacia tipica delle donne calabresi, gli vegliava accanto, controllando senza paura il territorio. Non avevano viveri e si cibavano solo di radici e di fili d’erba. Sotto la pioggia e la neve che cadeva sui monti della Sila, Marco Berardi e la moglie Giuditta furono per lungo tempo inseguiti e cercati in ogni anfratto dalla gendarmeria spagnola, sino a quando, un giorno, alcuni soldati in perlustrazione, in una grotta inaccessibile e solitaria, rinvennero due cadaveri abbracciati: erano i corpi di Re Marcone e della sua fedele ed eroica moglie Giuditta. La pietà e l’amore vogliono rendere eterna questa triste e nobile storia d’amore e contestualmente bollare l’abominevole Inquisizione, che in nome di Dio, assassinò milioni d’innocenti, vittime del furore e dell’ignoranza di fanatici religiosi e della cieca Chiesa di Roma, sempre avida di ricchezze e di nuove terre.

Bibliografia - Francesco Lenormant = “La Magna Grecia” - Frama Sud - Chiaravalle Centrale (CZ) - 1976. - S. Lentolo = “Historia delle grandi e crudeli persecutioni fatte ai tempi nostri in Provenza, Calabria e Piemonte contro il popolo che chiamiamo valdese”- Torre Pellice - 1906. - Angelo Vaccaro = “Kroton”- Ediz. Frama Sud - Chiaravalle C/le - 1978. - “Rogerius” = “La Leggenda di Guardia” di Luigi Intrieri - Soriano Calabro - Anno VII n° gennaio-giugno 2004. - “Valdismo e Valdesi di Calabria” - Atti del Convegno dell’11/12 ottobre 1985 - Centro Studi Giuseppe Gangale- Ediz. Brueghel - La Tipografica - Crotone - 1988. la Ciminiera 15


Sesso nel Medioevo:

dell’epoca. Oltre al lavoro Parlare del sesso nel non è che ci fossero tanti medioevo non è semplice, svaghi. Niente social poiché si possono trovare media, smartphone, testimonianze originali tv, dvd, videogames, ed erronee concrezioni di Gabriele Campagnano libri (c’erano pochi libri moderne anche all’interno e pochissimi capaci dello stesso testo. di leggere), e chi più ne ha più ne metta. Utilizzerò in prevalenza un libro di G.M. Cantarella, Una Sera Dell’Anno Mille, che Insomma, a parte qualche festa paesana, i rappresenta uno dei più riusciti tentativi di racconti dei familiari e poco altro non c’era miscelare un’opera storiografica con uno molto da fare. A eccezione del sesso. Spesso si parla di quanto fosse avanzato il stile godibile e accattivante. Partiamo dal preconcetto che quasi tutti culto del sesso in Oriente, con il kamasutra hanno sull’argomento: il sesso nel medioevo e le sculture di un famoso tempio che tutti era visto come un peccato osceno, mostruoso, conosciamo, ma gli Europei non eravamo da o, come direbbe un mediocre scrittore di meno. La sessualità nel medioevo era viva e horror per bambini, blasfemo. Chiunque vitale. Anzi, il repertorio delle pratiche oscene fosse sospettato di azzardare qualcosa in più tramandatoci dall’abate di Cluny, Odone, di una modesta posizione del missionario arriva a dei livelli che sarebbero considerati veniva affidato alle cure amorevoli di zelanti “spinti” anche ai giorni nostri. Ecco un passo tratto dai suoi scritti, dove torturatori e poi gettato sul rogo senza tanti enumera una serie di pratiche e peccati complimenti. In realtà conviene spogliarci dei panni sessuali piuttosto diffusi alla fine del primo moderni ed entrare nella pelle di un uomo millennio:

il X Secolo

Hai posseduto tua moglie o altra donna more canino? Hai avuto rapporti sessuali durante le mestruazioni? Hai avuto rapporti con tua sorella o tua zia? Hai forse avuto rapporti omosessuali? hai esercitato la sessualità con un maschio, mimando, come fanno alcuni, l’atto sessuale fra le sue cosce? Ti sei dato all’onanismo reciproco, fino all’appagamento sessuale? Hai forse ricercato la soddisfazione sessuale servendoti di una cavità lignea o altro? 16 la Ciminiera


Odone pensa quindi sia necessario evitare ogni rapporto che preveda posizioni diverse da quella del missionario. Le mestruazioni poi, ritenute umori disgustosi e maligni, sono un ostacolo insormontabile al rapporto.

Non parliamo poi dell’incesto, che in quel periodo ha una certa diffusione anche a causa della modesta dimensione dei centri abitati e della presenza di diverse generazioni all’interno della medesima abitazione.

Odone dedica ampio spazio all’omosessualità, trattando sia la pratica della “simulazione vaginale” (inta coxas), sia la masturbazione reciproca, e non disdegna la trattazione di una pratica bizzarra come la dendrofilia. Anche al

giorno d’oggi si leggono notizie assurde, che raccontano di uomini impegnati ad avere rapporti con biciclette, tubi di scappamento e panchine, ma gli uomini medievali non dovevano essere da meno. Odone continua:

hai avuto rapporti contro natura, unendoti ad un maschio o addirittura con animali, quali cavalle, giovenche o asine? La penetrazione fra due uomini è la terza pratica omosessuale distinta dall’abate, ed anche la peggiore. Egli condanna

fermamente “l’uso femminile della carne maschile” (definizione, per certi versi, geniale). Ciò che lo disgusta è che:

…un maschio nitrisca di voglia per un maschio… Questo è più grave dello stupro. Leggermente al di sotto dell’omosessualità c’è un sempreverde della sessualità umana: la zoofilia. Dal punto di vista medico, sarebbe interessante sapere quante e quali malattie si potevano contrarre facendo delle bestialità del genere. Ad ogni modo, la zoofilia è vecchia quanto l’uomo, visto che già in diversi graffiti preistorici sono rappresentate scene di sodomia fra uomini, cervi, vacche e altre bestie.

confessionali molte di loro facevano delle rivelazioni vergognose.

Finita la reprimenda nei confronti del sesso maschile, il buon Odone passa alle Scultura di Ercolano. Un satiro che sodomizza una donne, dimostrandoci che nel buio dei capra, per di più in posizione frontale. la Ciminiera 17


Ti sei forse comportata anche tu come alcune donne che si fanno oggetti e altri marchingegni a mo’ di membro virile? Li hai adattati alle tue o altrui intimità per provare piacere con altre donnacce o esserne da queste posseduta? anche tu ti sei comportata come alcune donne che provano piacere da sole? Anche tu ti sei comportata come altre donne che, per soddisfare le loro pruriginose voglie, si uniscono fra loro per fare l’amore?Anche tu ti sei comportata come alcune donne che provano piacere sessuale ponendo il loro bambino sulle parti intime, quasi a mimare l’atto sessuale? Anche tu ti sei comportata come quelle donne che, stese sotto un animale, si servono di qualsiasi tecnica per avere con lo stesso un rapporto sessuale? Quanto alla prima affermazione, anche l’uso di dildo rudimentali risale alla preistoria. Nella Grecia antica vengono menzionati più volte (vedi nella Lysistrata di Aristofane) come oggetti ricercati, fabbricati in cuoio e legno da bravi artigiani (seguendo le indicazioni della cliente). Probabilmente il loro uso continua

Dildo di 5.000 anni fa

durante l’epoca romana e raggiunge l’alto medioevo. Le donne dell’epoca però si spingono anche oltre, adattando i falli posticci “alle loro intimità“, forse con legacci o roba del genere, con il lussurioso fine di penetrarsi vicendevolmente. Insomma, i sexy shop di oggi non hanno inventato nulla di nuovo. Le ultime due prassi sono davvero tremende. Non voglio approfondire la prima, perché mi sembra orrenda anche senza specificazioni, mentre la seconda, ovvero la zoofilia passiva, immagino fosse piuttosto complessa. Eppure alcune donne riuscivano a farsi soddisfare da cani e altre bestie, forse puledri o somari. Odone parla di “qualsiasi tecnica“, è quindi evidente che alcune di loro dovevano industriarsi parecchio per ottenere ciò che volevano. Ed ecco la parte peggiore:

Hai fatto quello che alcune donne hanno l’abitudine di fare, e cioè: prendono un pesce vivo e se lo introducono nel sesso fino a che esso non muoia, per poi cuocerlo e darlo da mangiare ai mariti [come filtro d’amore] Condivido e comprendo il vostro stupore. Pescare un pesce e farlo morire al proprio interno, prima di cuocerlo e servirlo come una prelibatezza, è qualcosa di assurdo. Odone passa poi alla necrofilia, alla “fornicazione fra i polpacci o i piedi” di un amico, ecc., completando un repertorio di pratiche sessuali medievali molto

interessanti. Per delle confessioni del genere non possiamo fare a meno di immaginare, come ho detto in testa all’articolo, atroci torture e roghi purificatori, ma in realtà basta qualche penitenza per espiare il peccato. La questione dei filtri d’amore è interessante, visto che Odone cita altre due prassi:

Hai bevuto del sangue o del seme di tuo marito, affinchè lui ti ami di più?… Hai fatto quello che alcune donne hanno l’abitudine di fare, e cioè: si stendono bocconi a terra con le natiche scoperte e ordinano che si faccia il pane sui loro fianchi nudi; poi, cotto quel pane, lo danno da mangiare ai mariti, perchè le amino di più? 18 la Ciminiera


Il famoso albero dei Falli, da un manoscritto francese del XIV secolo

La cosa non deve stupire, per buona parte del medioevo abbiamo migliaia di testimonianze circa impasti di erbe magiche, filtri e altre magie fai-da-te. Anche in questo caso le pene imposte dalla Chiesa erano risibili. Comunque, dal racconto di Odone emerge un rifiuto quasi completo della sessualità, in ogni sua forma e perversione, secondo il modello che andava diffondendosi presso i monasteri. Fra l’altro, presso questi ultimi l’omosessualità veniva spesso a galla, ed era scoraggiata a tal punto che Odone, quando ancora si trovava a Baume, fu punito per aver accompagnato un novizio al bagno, in piena notte, senza accendere la lanterna! Come riporta il Cantarella nel già citato Una Sera Dell’Anno Mille, Odone racconta di come il peccato sia sempre in agguato. Addirittura un valoroso eremita aveva

iniziato una intensa pratica masturbatoria dopo aver avuto delle polluzioni notturne, quindi Odone consigliava di “schiacciarsi le parti inguinali con delle lamine di piombo, come facevano gli atleti antichi per evitare che le polluzioni notturne li privassero delle forze.” In una delicata introduzione ai peccati sessuali, Odone non risparmia gli Ebrei, che prima della distruzione del tempio si vestivano con “vesti esotiche e femminee“, si radevano la barba e “si truccavano la faccia di bianco come le meretrici“. Insomma, oltre al ruolo di untori, divorabambini e perfidi usurai, Odone sembra deciso ad appioppare agli Ebrei anche un riconoscimento speciale anche in materia di sessualità nel medioevo (degenerata)!

http://zweilawyer.com/ la Ciminiera 19


Maria Maddalena in estasi - Caravaggio

Il papiro della moglie di

riportare il santo indietro e rivedere quanto con sicurezza (e forse eccessiva spavalderia, quando non vera e propria sicumera) era stato annunciato. di Raoul Elia E’quasi sicuramente questo il caso del cosiddetto “Vangelo della moglie di Gesù”, in realtà un frammento papiraceo datato al IV secolo Che cos’è il papiro del d. C., scritto in copto, presentato a studiosi vangelo della moglie di Gesù e pubblico nel 2012, che alcuni studiosi hanno proposto di identificare come parte Il mondo della ricerca sulle origini del di un inedito vangelo gnostico o giù di lì. Cristianesimo è pieno di ritrovamenti Qualche dato sul frammento: contrastati, falsi accertati e fonti dubbie. il frammento misura circa 4 x 8 cm. Riporta Ogni tanto emerge un nuovo testo che un testo sia sul recto (r) che sul verso (v) che promette di rivoluzionare la storia del vedete nelle immagini di seguito riportate, Cristianesimo delle origini, salvo poi dover con testo al lato: Questo articolo non si occupa proprio di libri misteriosi, come quelli precedenti, ma di qualcosa di molto simile, potremmo dire anzi un antenato dei libri mysteriosi: un mysterioso papiro, il papiro della moglie di Gesù.

20 la Ciminiera

Gesù


Cosa dice il papiro

Il testo, solo parzialmente leggibile, presenta, in tutta evidenza, passaggi di un dialogo fra Gesù e i suoi discepoli. Al v. 3r si parla di una “Maria” (probabilmente la Maddalena), ai vv. 1r e 1v compare la parola “madre” (nel secondo caso il testo è lacunoso, ma potrebbe nascondere un riferimento a Maria, la madre di Gesù). Ma, a dir la verità ,è al v. 4r che troviamo l’elemento più interessante, soprattutto per i profani: un detto mutilo, attribuibile a Gesù, che comincia con un’espressione inequivocabile: “ta-hime” - forma rara di “ta-shime”: “Mia moglie […]”. Ovviamente questo frammento, anche fosse autentico, non è e non potrebbe essere la prova dell’esistenza storica di Cristo, si rassegnino gli pseudo-studiosi che vedevano in questo papiro frammentario la possibilità di affermare l’esistenza storica del Figlio di Dio, a tutt’oggi indimostrabile. Tuttalpiù, vista la datazione (IV secolo a. C.), peraltro, come vedremo, molto contestata, il papiro potrebbe attestare l’esistenza di gruppi protocristiani che credevano in un Gesù “sposato”. Potrebbe perché, come diremo fra un po’, il ritrovamento e l’interpretazione del papiro sono stati contestati fin da subito. la Ciminiera 21


La contestazione La pubblicazione del papiro ha avviato subito una violenta polemica fra ricercatori. La papirologa Karen L. King, che per prima ha analizzato il frammento e lo ha presentato al pubblico e ai ricercatori, si è detta subito convinta della sua autenticità, sostenendo si trattasse di una traduzione copta di un vangelo apocrifo scritto originariamente in greco nel II secolo, dunque un testo antichissimo. Questa ipotesi sorgeva a causa di alcune somiglianze testuali e stilistiche con i vangeli apocrifi dell’epoca di attribuzione, come il Vangelo di Tommaso o il Vangelo di Maria. Sull’autenticità del frammento, cioè sul fatto che non si tratti di un falso moderno, si sono espressi positivamente molti studiosi, fra cui due eminenti papirologi: Roger Bagnall, dell’Università di New York, e AnneMarie Luijendijk, dell’Università di Princeton. E la loro analisi è stata confermata ,anche sul piano linguistico, dal coptologo Ariel Shisha-Halevy, dell’Università di Gerusalemme. Di pareri contrari ne sbucano però altrettanto rapidamente: cautele sono espresse in modo molto puntuale e circostanziato da Simon J. Gathercole (Università di Cambridge). Ai dubbi di natura paleografica si aggiungono quelli di tipo intertestuale, dato che sono state rilevate fin troppe somiglianze col testo copto del Vangelo di Tommaso; a seguire i pareri negativi di Alin Suciu (Università di Amburgo) e di Stephen Emmel (Università di Münster) sulla matrice copta e l’origine antica del manufatto, mentre Francis Watson (Università di Durham) affronta il problema da un punto di vista redazionale e compositivo. In breve, sul frammento e sulla sua scopritrice piove una messe di critiche e pareri negativi tanto da costringere la studiosa a ritirare la già annunciata presentazione per attendere nuovi esami sul papiro. Poi il silenzio cade sull’argomento fino al 2014, quando viene pubblicato l’articolo e i 22 la Ciminiera

risultati dell’analisi papirologica, favorevole all’originalità dello stesso. Ma le critiche e i commenti negativi ripartono. La polemica viene accentuata, inoltre, dal fatto che le analisi a cui l’oggetto è stato sottoposto portano a risultati discordanti, che oscillano dal V secolo a.C. (cioè 400 anni prima della nascita presunta di Cristo) al 741 d. C. (per intenderci, poco prima dell’affermarsi della dinastia carolingia nell’Europa medievale), rendendo di fatto inaffidabili i risultati per una valutazione storica. Rimaneva dunque una sola strada da perseguire: l’analisi intertestuale e grafologica del testo, ma anche qui, i risultati sono stati concertanti.

La studiosa che aveva annunciato la scoperta del papiro, infine, ci aveva messo del suo per rendere ancora più acre la polemica, non volendo rivelare il nome della sua fonte, cioè il proprietario del papiro, né la via attraverso cui questi ne era venuto in possesso. Nelle sue note, in effetti, si parlava genericamente di un acquisto nel lontano 1977 da parte di un collezionista americano, il quale lo avrebbe acquistato insieme ad altro materiale antico di provenienza egiziana e avrebbe vantato anche il possesso di perizie firmate da illustri cattedratici che garantivano l’autenticità dei reperti. Perché costui si sarebbe degnato di farlo conoscere al mondo accademico solo nel 2012, questo non è dato sapersi. E il dubbio non deve aver sfiorato la ricercatrice neanche di striscio, visto che neanche lei se lo è chiesto.


farsa, c’è ancora in giro qualcuno che dà il famoso papiro (qui nel senso latino del termine) come assolutamente vero e propone l’ennesima teoria del complotto, tesa a smentire una verità chiara a tutti, e cioè che Gesù non era celibe ma sposato (e addirittura con prole).

Farsi o no una famiglia da profeti, ovvero ma Gesù era sposato?

Il mistero svelato (o no?) Nel 2016, però, un’inchiesta giornalistica sembra mettere la parola fine alla contesa non più tanto “accademica”, identificandodefinitivamente il proprietario del papiro incriminato: un cittadino di origine tedesca trasferitosi negli Stati Uniti dopo essersi laureato in egittologia a Berlino ed aver lavorato per alcuni anni in un museo tedesco (da dove, a quanto si dice in rete, sarebbe stato allontanato dopo la scomparsa di alcuni oggetti ma si sa, la rete non è affidabile). L’uomo ammise di esser in grado di realizzare il falso sostenendo, a sua discolpa, di non averne mai preteso l’autenticità. Mah. Comunque, lo scandalo è stato davvero enorme. La studiosa che aveva dato notizia del ritrovamento è stata costretta a ritrattare il suo parere iniziale sull’autenticitàdel frammento e la Harvard Theological Review ha pensato bene, anche se tardivamente, di prendere le distanze affermando anzi di non essersi mai impegnata nella difesa dell’autenticità del papiro (che spergiuri, vero?). Eppure, malgrado tutta questa (pessima)

Il tema della famiglia di Gesù è molto antico. Buona parte degli elementi, a favore dia gusta tesi, però, si basa sull’interpretazione dei vangeli apocrifi ritrovati (la cui affidabilità è, nella migliore delle ipotesi, molto limitata), come il Vangelo di Tommaso cui si accennava sopra, in cui effettivamente si fa accenno a eventuale moglie, ma il senso del riferimento non è chiaro e si presta molto bene anche a interpretazioni di carattere più gnostico e metafisico. Ma perché è così importante il dibattito sulla moglie di Cristo? Innanzitutto, c’è di mezzo la posizione di Cristo nelle religioni monoteiste, che vedono il celibato di Gesù come standard per la propria struttura, secondo un registro mitico per cui il racconto diviene modello di vita per i suoi sacerdotie di approccio al femminile per le strutture religiose (ricordiamo, a titolo di esempio, il celibato dei preti e la misoginia diffusa e apertamente dichiarata nelle tre grandi religioni monoteiste). Ma non è così facile, ovviamente. All’epoca di Gesù, infatti, il celibato era tutt’altro che una “virtù”, anzi. Era molto raro, per un Ebreo maschio adulto, essere celibe, in quanto poteva essere visto come una trasgressione della prima mitzvah (“sii fruttuoso e moltiplicati”) e, se questo era impensabile per un comune ebreo, figuriamoci come dovesse esser visto un rabbi o maestro, come Gesù è chiamato nei Vangeli in più circostanze, celibe. Certo, esistono anche maestri celibi come Giovanni Battista, e Paolo di Tarso, la Ciminiera 23


l’apostolo delle genti, e ve ne erano, pare, soprattutto nelle comunità degli Esseni, a cui forse Gesù apparteneva, ma sono casi estremi (la setta degli Esseni non era considerata ortodossa dalla maggioranza e infatti venne sottoposta a persecuzioni sia dal lato romano che da quello farisaico fino a scomparire). D’altro canto, i vangeli canonici (che comunque non sono proprio il massimo dell’attendibilità sull’argomento) non parlano esplicitamente né del celibato né di un ipotetico matrimonio di Gesù e questo silenzio può essere (e in effetti è stato) interpretato in modi diametralmente opposti.

Il papiro della discordia, gli immancabili Catari e il mistero di Maria Maddalena Un caso emblematico di queste “interpretazioni” un po’ (troppo) forzate è la “manipolazione” della figura di Maria Maddalena, presunta sposa di Gesù. I teorici del complotto e i ricercatori indipendenti sul mondo del catarismo medievale e sul Cristianesimo “alternativo” hanno preso in prestito questo personaggio dei vangeli per le loro teorie, ma attenzione non sono stati né i soli, né i primi. Maria Maddalena, infatti, è una figura problematica fin dall’inizio: rappresentata nei Vangeli canonici come un personaggio importante, non se ne afferrano però ruolo e funzione all’interno della comunità che segue fedelmente rabbi Gesù. Dunque perché Maria Maddalena era così importante da essere ricordata, al contrario di altre donne che seguivano la comunità e di cui non conosciamo neppure il nome? Questa condizione particolare e misteriosa ha spinto fin da subito verso interpretazioni più o meno fantasiose del suo personaggio. Il culto della santa, ad esempio, è particolarmente diffuso in Francia, dove è connesso ad una tradizione locale secondo cui essa avrebbe vissuto in Provenza dopo avere lasciato la Palestina, come riportato nei testi dei poemi cavallereschi e nelle tradizioni, non solo locali, sul Graal. Sarebbe stata lei a portare in Provenza il 24 la Ciminiera

cosiddetto sacro Graal insieme a Giuseppe di Arimatea (che, però, altre fondi danno per fondatore dell’Inghilterra prenormanna). E la Provenza è anche la regione dei Catari, di Rennes Le Chateau ecc… Tematiche di fantastoria alla Dan Brown? Probabilmente. Sta di fatto che il tema è molto diffuso nell’ambiente dei cacciatori di misteri, non solo contemporanei. Anche Otto Rand, ad esempio, famoso (anche qui nel senso latino del termine) cacciatore di misteri del Terzo Reich pare abbia fatto ricerche int sulla zona e ricercato informazioni sulla figura della Maddalena e sulla sua presenza in quei territori. Nel saggio Il santo Graal, edito nel 1982, Baigent, Leigh e Lincoln, ad esempio, ipotizzarono una discendenza dei Merovingi da Gesù, ispirandosi ad una leggenda medievale resa popolare da Jacopo da Varazze nella Legenda Aurea, che narrava lo sbarco di Maria Maddalena in Francia, accompagnata da altre donne (appena) citate nei Vangeli. E il nostro papiro? Ebbene, non ci crederete ma c’è chi associa il sopra citato papiro al mistero della Maddalena e si dice convinto dell’autenticità dello stesso e del valore che dunque avrebbe il cosiddetto Vangelo della moglie di Gesù nella disamina dei misteri di Catari ecc… In barba a tutti i ricercatori scientifici.

La tomba di famiglia di Gesù (?) scoperta il 28 marzo 1980 nel circondario israeliano di Talpiot Est, cinque chilometri a sud della Città Vecchia di Gerusalemme


Castello di Vibo Valentia, antica residenza dei Pignatelli di Monteleone

LA TORRE DI MONTELEONE E DIANA RECCO Nel 1420, la Regina Giovanna II, per un debito di mille ducati contratto di Angelo con Ciarletta Caracciolo, offrì in garanzia la città di Monteleone, sino a copertura del pagamento dell’intero debito con i relativi interessi. Con questa operazione Ciarletta era divenuta castellana del Regio Castello solo per curare l’esazione delle rendite del territorio sino al saldo totale. A Giovanna II successe prima Alfonso I d’ Aragona e poi Ferdinando I, detto Ferrante, il quale, nel 1479, pagò a Ciarletta i mille ducati , restituendo così Monteleone al Regio Demanio. Nella circostanza alcuni Monteleonesi si raccomandarono al Re, impegnandolo che per l’avvenire la città di Monteleone non doveva essere nè venduta, nè data in pegno, nè ceduta per volontà governativa ad altri, nè allontanata per qualsiasi motivi dalla giurisdizione regia. Infatti il Re sulla supplica del 22 gennaio 1480 pose il suo «placet».

Dopo poco tempo, invece, lo stesso Sovrano, diede a Marino Brancaccio, Di Lieto cavaliere napoletano, Monteleone col governo e la castellania per 1.000 ducati e per 3.000 ducati “in perpetuum“ ai suoi eredi e successori. Ovviamente i cittadini di Monteleone, a seguito di questa nuova concessione regia, si misero in armi, e maggiormente si ribellarono all’inizio del 1500, dopo la morte di Giovanbattista Brancaccio, allorché il feudo era passato nella disponibilità dei figli dello stesso Brancaccio e tutelato dalla madre Diana Pignatelli, sorella di Ettore Pignatelli. Infatti, innanzi a questa nuova infeudazione a favore dei figli di Brancaccio, i cittadini di Monteleone, appellandosi all’impegno del 22 gennaio 1480 che il Re Ferdinando aveva assunto nei confronti della Città, insorsero a mano armata. Sembrava tutto finito, quando il 19 agosto 1501, veniva mandato a Monteleone un inviato speciale, Giovanni lo Tufo (e non la Ciminiera 25


Giacomo, perchè Giacomo Invero, Ettore era il figlio), uditore del Pignatelli, con falsi Collaterale, un magistrato diplomi, nel 1508 eletto per rappresentare s’impadronì di Borrello, e coadiuvare il Sovrano, Monteleone, Mesiano, il quale, era venuto per Rosarno, di 32 casali e tutelare i figli di Diana dei diritti della dogana Pignatelli contro i Vibonesi e del porto di Bivona, ribelli. affermando di avere comprato nel 1501 da In precedenza questa Federico II di Aragona vicenda era stata portata i suddetti feudi per a conoscenza di Ettore 15.200 ducati. Pignatelli, zio degli eredi Brancaccio e Luogotenente I Pignatelli erano del Gran Camerario, (= anche castellani di amministratore del denaro Bivona con il titolo pubblico e del tesoro del Re), annesso di Capitano addetto alla formazione di Guerra. I Capitani del Cedolario, il quale, per avevano il diritto di Ettore Pignatelli il tramite dell’uditore Lo arruolare il popolo e Tufo, riuscì a comporre di “patentare“ con una la vertenza tra il Re, Diana Pignatelli ed i “patente“ stampata, soldati, tenenti, alfieri, Monteleonesi. sergenti e caporali, mentre il Castellano L’intesa era che il Re Federico avrebbe aveva autorità e giurisdizione piena. dovuto rilasciare nuovi privilegi demaniali I patentati potevano circolare armati, all’Università di Monteleone, mentre i controllare il territorio marino ed entrare in cittadini dovevano impegnarsi a pagare chiesa con la carabina ad armacollo. Questi agli eredi Brancaccio in due anni, termine venivano anche nominati “spanzuti“, per la che sarebbe cessato il 30 settembre 1502, loro camminata tronfia e pettoruta e per le duemila ducati ed altri mille per penalità, per loro azioni spavalde. Le patenti venivano la disubbidienza manifestata nei confronti date sia ad elementi di buona famiglia che dell’uditore lo Tufo. In contestuale, Diana a soggetti di pessimi costumi. Pignatelli, per conto dei figli, doveva Si racconta anche che due spanzuti, per un incassare i 3.000 ducati e rinunciare nello passero ucciso, sul quale si contendevano stesso tempo a tutti i diritti su Vibo e Bivona. la priorità dello sparo, fecero una strage, Quando, nel 1503 il Re di Spagna, uccidendo ben 17 persone, 7 da una parte Ferdinando II il Cattolico, divenne anche e 10 dall’altra. Re di Napoli, trovò una città nella quale Il Castellano, invece, teneva le carceri il popolo viveva in un clima di miseria, di ed esercitava la giurisdizione baiulare. disordine, di lacerazioni, di atrocità e di Ovviamente per il potere che avevano, i guerre tra fazioni avverse. Da questa data Castellani abusavano della loro carica, così il Regno di Napoli resterà nelle mani degli vietavano ai proprietari terrieri di vendere i Spagnoli per tre secoli, mentre i napoletani frutti della terra a certi prezzi, imponevano diventeranno sudditi della Spagna per tutto tutto a loro vantaggio, non permettevano il periodo della loro dominazione. che altri avessero forni o taverne, perchè In quest’ atmosfera di grande confusione esistendo nel Castello di Monteleone storico-sociale, pensò bene Ettore Pignatelli un forno ed una taverna, tutti i prodotti di approfittarne, utilizzando un documento dovevano essere comprati lì e non altrove. apocrifo, che fu chiamato “Privilegio Reale”, Inoltre sequestravano animali e greggi, perchè uscito dalla Cancelleria del Re, per ed il proprietario, al fine di ottenere la cui, nel 1508, fra gli altri Stati calabresi, restituzione, doveva pagare un carlino per occupò anche Monteleone. i capi grossi e cinque grani per i più piccoli. Avevano anche il diritto di falangaggio, 26 la Ciminiera


(= per i pali montati per gli ormeggi) , di ancoraggio, di quarteria, (= per la rotazione della produzione agraria), di attingimento o di proibizione dell’utilizzo dell’acqua e la tassa per l’occupazione di suolo pubblico. Persino il carcerato doveva pagare la sferratura o l’inferratura. I “prisari“ (= cioè quelli che prendevano), erano invece il terrore dei contadini, in quanto con la scusa di cacciare, rubavano nelle campagne e si riempivano i carnieri di frutta e verdure. Nei secoli i Pignatelli divennero tanto potenti che Antonio Pignatelli, nel 1723, fu nominato da Carlo VI, Principe del Sacro Romano Impero. Inoltre battevano in oro gli zecchini nella Zecca di Vienna, i cui coni venivano successivamente restituiti alla stessa Famiglia Pignatelli. Infine, nella stessa Monteleone, incominciarono a fabbricare cannoni e pezzi vari di artiglieria con lo stemma del loro casato. Gli interventi dei potenti nei confronti del Casato dei Pignatelli furono sempre blandi e non diedero mai risultati a difesa degli interessi lesi. Nella causa intentata dall’Università di Monteleone e di Mesiano, che chiedevano la restituzione della Città venduta, Ettore Pignatelli, presentando una copia del Privilegio dell’8 giugno 1501 che revocava ogni precedente concessione ed esibendo una ricevuta nella quale si attestava il totale pagamento del debito direttamente nelle mani del Magnifico Antonio Grisone, Gran Camerlengo , si preoccupò di dimostrare di aver pagato al Re Federico II il prezzo della vendita di 15.200 ducati, in due volte, il 19 giugno con la corresponsione di 12.000 ducati e poco dopo, il 5 luglio 1501, saldando i restanti 3.200 ducati. Invece il Pignatelli non poteva non conoscere la situazione patrimoniale degli Aragonesi, perchè nella sua veste di Luogotenente del Gran Camerlengo, aveva sicuramente visto tutte le carte che Federico II sottoscriveva, per cui sapeva benissimo che

il Re non avrebbe mai venduto dei beni che non erano più suoi, perchè il Sovrano, nell’atto del 10 aprile del 1500, aveva donato in dote ad Isabella d’Aragona, figlia di Alfonso II, nonchè sua nipote, il ducato di Bari, il Principato di Rosarno, il contado di Borello e tutto ciò che vi era in Calabria. Il Re Federico II, detto il Re gentiluomo, con la vendita non avrebbe mai spogliato la nipote proprio nel momento del maggior bisogno, in quanto rimasta vedova del Duca Galeazzo Sforza di Milano. Infatti Isabella aveva preferito ritirarsi a Napoli, festosamente accolta dal Sovrano, con la sua dote di 130 mila ducati , di cui 1/3 in oro. Quindi il Re sicuramente non vendette mai i beni che erano stati già donati alla nipote. Il Pignatelli, perciò, non pagò mai la somma di 15.200 ducati, invero particolarmente ingente, nemmeno dilazionata, perchè sui registri della Tesoreria Generale non risulta annotato alcun versamento e ciò confermerebbe ulteriormente l’ inesistenza dell’atto di vendita. Pignatelli, pertanto, s’impadronì dei beni che stavano in Calabria con il tradimento, le falsificazioni e l’inganno, per cui, egli, quando ritenne opportuno di essere arrivato il momento, pensò di inviare subito a Monteleone il “Regio Prefetto” per prendere possesso della Città in sua vece.

la Ciminiera 27


Quando i Monteleonesi appresero il motivo della venuta del “praefectus cum satellitibus“, si ribellarono, mettendo in serio pericolo la vita delle stesse guardie reali che lo accompagnavano e che erano stati inviati con lui da Napoli. A questo punto il Pignatelli, indispettito, inviò Giovanni lo Tufo per impadronirsi della Città e vendicarsi. Queste circostanze spiegano quindi il motivo per cui lo Tufo, per non destare sospetti, mise in atto un piano astuto. Così, dopo essere partito da Ischia, invece di puntare direttamente su Monteleone, facendo passare quindi la sua visita come se fosse un viaggio per motivi personali, finse di arrivare a Terranova, dove assoldò 400 uomini, che, dopo qualche giorno, di notte, in grande segretezza, si avviarono con lui verso il Castello e vi si serrarono subito dentro, riuscendo così a sfuggire ai monteleonesi in armi e sentirsi al sicuro da ogni eventuale attacco locale. Il Castello era inizialmente una torre merlata edificata da Ruggero il Nomanno sull’Acropoli della greca Hipponion, mentre i Re angioini ed aragonesi vi avevano costruito poi altre torri. Il Castello occupava la parte più elevata ed era circondato da boschi e da alberi verdi. La vista era meravigliosa, perchè si godeva e si gode, dalla posizione pittoresca su cui era collocato, la Città di Monteleone, oggi Vibo Valentia, la bellezza della Piana di S. Eufemia, nonchè i monti coperti di boschi dell’Appennino, da cui nasce un fiumicello che scorre per tutta la valle. Stando nel maniero, Lo Tufo ebbe notizia chi fossero i Capi della rivolta, per cui con vari pretesti, li invitò dentro le mura. Appena entrati nel Castello, lo “scherano gallonato“, così fu nominato il Lo Tufo, li fece incatenare e buttare in carcere. Nulla si conosce di quelle ore o se vi furono dei colloqui tra i prigionieri monteleonesi ed il Lo Tufo, con certezza si sa solo che i Vibonesi la mattina videro sette teste sanguinolenti pendere dai merli del castello e che furono lasciati lì esposti per essere di monito a tutta la cittadinanza. I decapitati erano Giovanni Recco ed il figlio Ortensio, Giovanbattista Capicello 28 la Ciminiera

o anche Caspicello, però potrebbe essere anche per un errore di stampa o di trascrizione “Capialbus“, (=Capialbi), Santo Onopoli o Noplari o anche Nopoli o Napoli, Domenico Milana, Francesco de Alessandria e Tolomeo Ramolo. Uno storico vibonese, (Vito Capialbi),

Vito Capialbi

per addolcire la storia, riferì che Giovanni Lo Tufo, dopo aver compiuto la strage, salì su di una nave per ritornarsene a Napoli, sennonchè, durante una tempesta, perì annegato tra le onde. Ma Lo Tufo non finì così, in mare, perchè da alcuni documenti lo si trova vivente sino al 1517/1518. Anche in questi avvenimenti vi sono delle contraddizioni. Innanzitutto la strage raccontata non poteva essere avvenuta sette anni prima e cioè nel 1501, ma nel 1508, perchè prima di quell’anno il Pignatelli, nominato anche “l’illustre Tenutario“ , non poteva aver esteso il suo potere su Monteleone, perchè il territorio era rimasto sino al 1508 sotto la giurisdizione regia. Si chiede inoltre come poteva avvenire che il 7 settembre, dopo circa 62 giorni dall’avvenuta occupazione franco-spagnola della Città di Napoli, (8 luglio-7 settembre 1501), un Commissario di Federico II, Giovanni Lo Tufo, per ordine di un Re spodestato, si recasse in Calabria per immettere Ettore Pignatelli nel possesso di Monteleone, operando con baldanza, sotto gli occhi degli Spagnoli anche una strage? Ma era mai possibile che il Re Federico II, che se ne stava chiuso nella Rocca di


Ischia, prima di rifugiarsi definitivamente sotto questo regime molti nobili perdettero in Francia, senza poter esercitare alcun atto i loro privilegi, perciò preferirono emigrare regio, dimenticasse la sua triste situazione e altrove, anche nella vicino Tropea, perchè si preoccupasse invece di Ettore Pignatelli ? era una città non soggetta a potere feudale Sui registri del Regio Tesoriere, risulta ed anche perchè era una località amena inoltre che i Monteleonesi, per liberarsi e raggiungibile da Monteleone in 4 ore, degli eredi Brancaccio, versarono, secondo mentre quelli che restarono, preferirono gli accordi assunti, 1500 ducati l’8 essere considerati “forestieri“. Così emigrarono le famiglie Angeli, novembre del 1500, ducati 211 in data 6 aprile 1501, mentre per il residuale debito Attafii, Barone, Campanile, Coccia, di ducati 1289 nulla risulta annotato, anche Contestabile, Falco, Fazzari, Fonte, una se si presuppone che la cifra sia stata parte dei Franza, Gagliardi, Giovene, interamente saldata, perchè non vi fu mai Giffone, Marco, Mataresi, Milana, Mele, alcuna protesta o richiesta creditoria da Messina, una parte dei Mottola, Oliva, Paola, Plutino, Romano, Schipani, parte parte degli eredi Brancaccio. Sino al 1508 Monteleone, come si è dei Suriano, Vento,Vulcano ed altri. La famiglia Soriano fu quella che attentò rilevato dai documenti dell’Archivio di Stato di Napoli, restò del Demanio Regio, più volte alla vita dei Pignatelli. per cui non può essere che la Città fu Pignatelli Ettore morì il 6 marzo 1535 e fu venduta l’8 giugno 1501 ad Ettore Pignatelli, sepolto nel Convento dei Padri Zoccolanti per impossessarsene il 19 agosto del 1501. (la Chiesa di S. Maria del Gesù, fondata Il martirio dei sette cittadini monteleonesi dallo stesso Pignatelli ), insieme al corpo avvenne quindi il 1508 e non il 1501, anche del figlio D. Camillo di Borrello, portato perchè la vendetta che si ebbe a distanza di dalla Puglia. dieci anni convalida le diverse ipotesi. Nessun sepolcro ducale è stato ivi Ettore Pignatelli ebbe da Carlo V il rinvenuto, perchè sicuramente distrutto nel titolo di Duca di Monteleone e nel 1517 periodo della dominazione francese del fu nominato Vicerè e mandato in Sicilia, 1806-1815, in quante tutte le navate, come con pieni poteri per sedare alcuni tumulti facevano i saraceni quando occupavano scoppiati, utilizzando il metodo Lo Tufo, una chiesa, furono adibite a mangiatoie per nel senso che cercò prima di avere nelle i cavalli del Dragone del Generale Reynier. mani i capi della resistenza e poi tagliò la Il Pignatelli scrisse anche un libro testa ad alcuni, altri furono impiccati, altri “Questione de Amor“ , dedicato alla Vergine morirono in modo diverso, confiscando a Bona Sforza, figlia di Isabella di Aragona tutti i beni e distruggendo e di Gian Galeazzo, Duca loro ogni cosa. di Milano, che, nel 1517 I Monteleonesi dopo andò sposa al Re di Polonia la strage ripresero Sigismondo I Jagellone. vigore manifestando Nessuna potestà si elevò continuamente il loro contro l’usurpazione odio contro l’usurpatore, del Pignatelli, però il quale, inizialmente con la sentenza del 27 tentò di ingraziarsi tutti agosto 1547, chiamata edificando chiese e la “Reintegra“, emessa conventi, stimolando ogni dal Regio Commissario attività artigianale ed Sebastiano della Valle di imprenditoriale, nonchè Cosenza, i cittadini, che sviluppando ogni iniziativa erano stati spogliati dei loro culturale, poi, quando si beni e delle loro libertà, rese conto che nessuno lo furono reintegrati nel loro poteva sopportare, iniziò la patrimonio e nei loro diritti persecuzione nei confronti e privilegi. Stemma del Tufo dei patrizi del posto. Ma la Ciminiera 29


Il 16 agosto 1769, invece, i più rappresentativi cittadini di Monteleone, ricorsero al Re Carlo III di Borbone, che nulla fece. Nel tempo vi furono altri blandi interventi a difesa della libertà di quella Città, finchè la questione non si risolse con l’abolizione del feudalesimo con la legge del 2 agosto 1806, che eliminò le feudalità con tutti i privilegi, rendendo finalmente paghi i Monteleonesi. Per tre secoli Monteleone era vissuta con la speranza di ritornare al Regio Demanio. Anche dal punto di vista storico, gli storici dell’epoca, probabilmente per paura di rappresaglie, furono imprecisi e disattenti nella narrazione dei fatti e degli avvenimenti. Una reiterata lamentela riguardava lo stemma dei Pignatelli posto sulla porta del Castello, che in senso dispregiativo veniva indicato come quello delle “tre pignate“ (forma dialettale per indicare la pentola), perchè segno di feudale signoria e simbolo di un tradimento e di una strage, mentre al suo posto poteva essere collocato lo stemma di Casa Savoia. Una leggenda narra che ogni notte, alla data dell’ 8 giugno, che per i motivi rappresentati va riportata al 1508 e non al 1501, e precisamente al giorno dell’usurpazione e della temporale connessione con l’eccidio ignominosamente commesso, si sentiva correre verso la “scalea“ ripida del Castello un cavallo bianco, che nitrendo terribilmente quasi con disperazione, si precipitava con la criniera al vento e con gli zoccoli ferrati che scintillavano sul selciato, verso le vie principali della Città di Monteleone.

Il cavallo scomparve per sempre il giorno in cui il suo padrone fu finalmente vendicato. Il giorno della vendetta, e cioè un giorno non databile del 1518, si attuò in Lavello, in Lucania, a distanza di dieci anni, durante la celebrazione della festa delle nozze di Maddalena Lo Tufo con Ludovico Abenavoli, che era uno dei Tredici illustri della disfida di Barletta. Infatti, Diana Recco, figlia di Giovanni Recco e sorella di Ortensio, due dei sette martiri della Torre di Monteleone, padre e figlio, morti per la difesa della libertà della loro Città, scegliendo freddamente un momento di grande felicità e gioia, avventandosi con grande determinazione e coraggio contro Giovanni Lo Tufo, padre della sposa Maddalena, alla presenza di numerosi invitati, lo uccise nel suo palazzo con una ferma e precisa pugnalata. Ancora oggi viene considerato incredibile e strabiliante il comportamento di questa giovane donna, che, covando in petto per lunghi anni l’odio e la vendetta, facesse giustizia proprio in un momento di festa e di allegria, certamente inaspettato ed improvviso per tutti ed in particolare per l’ incredulo e sorpreso Lo Tufo, che certamente nella sua vita non avrà mai pensato che un giorno lontano avrebbe dovuto pagare per quella strage, fors’anche dallo stesso dimenticata, e restare ucciso, in un giorno non comune, da una mano punitrice, venuta dalla Calabria, per vendicare l’onore dei suoi familiari e quello di tutti i Monteleonesi.

Bibliografia : - Mons. Dott. Francesco Albanese = “Vibo Valentia nella sua Storia“ - Tip. Carioti di Vibo Valentia - Anno 1962 e Grafica Calabrese - Vibo Val. - Anno 1974. - “Strenna dell’Avvenire Vibonese” = Monteleone - Tipografia Passafaro - Anno VIII - 1889. - Davide Andreotti Loria = “Storia dei Cosentini “ - Napoli - Vol. I e II - 1869. - “Raccolta di notizie e documenti della Città di Monteleone di Calabria“ - Monteleone Tipografia La Badessa - 1926. - “Memorie del Clero di Montelione“ di Vito Capialbi - Napoli - Tipografia Porcelli - 1843. - G.B. Marzano = “Sull’Arma della Città di Monteleone di Calabria - Studi Storici ed Araldici “ - Estratti dal Giornale Araldico- genealogico - Pisa - Anno IV - nn. 2 e 3 - 1876. - “Del Castello di Vibona e della Dualità d’Ipponio“ - Piazza Armerina - Tipografia F/lli Bologna - La Bella - Anno 1896.

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ALLO STUDIO OSTRAKA DELL’VIII SEC. A.C. DA SAMARIA, ISRAELE

Antichi ostraka, quelle Marco Nadler. iscrizioni incise o scritte Le iscrizioni elencano i con inchiostro realizzate dettagli delle spedizione su frammenti ceramici, delle forniture di vino e provenienti dalla regione olio a Samaria, per un israelitica della Samaria a periodo di sette anni. Per Tradotto e rielaborato da datate all’VIII secolo a.C., gli archeologi, forniscono Daniele Mancini rinvenute agli inizi del XX anche informazioni critiche secolo, sono identificati tra sull’infrastruttura logistica del Regno di le prime raccolte di antichi scritti ebraici. Israele/Samaria. Le iscrizioni presentano Nonostante un secolo di ricerche, gli la data di composizione (anno di un aspetti peculiari di quest ostraka rimangono determinato monarca), il tipo di merce (olio, ancora in discussione, comprese le loro vino), il nome di una persona, il nome di precise origini geografiche (ad esempio, una tribù, il nome di un villaggio vicino alla quale dei villaggi della Samaria possa esserne la capitale destinatario della merce. Sulla base provenienza), ma anche il numero di scribi degli studi paleografici, si desume che gli coinvolti nella loro composizione. ostraka sono datati alla prima metà dell’VIII secolo a.C., probabilmente durante il regno Un nuovo studio dell’Università di Tel di Re Geroboamo II di Israele. Aviv, pubblicato sulla rivista PLOS ONE, rivela che solo due scrittori sono stati Secondo Israel Finkelstein, docente coinvolti nella composizione di 31 delle di archeologia, se due scribi scrivessero oltre 100 ostraka rinvenuti e che gli scrittori medesimi ostraka ed entrambi fossero erano contemporanei, indicando che le situati in città piuttosto che in villaggi iscrizioni erano state scritte nella stessa circostanti, indicherebbe una burocrazia città di Samaria. di palazzo al culmine della prosperità organizzativa nel Regno di Israele. Inoltre, La ricerca per lo studio è stata condotta secondo gli studiosi, i risultati della ricerca, da diversi dipartimenti dell’università accompagnati da altre prove, sembrerebbero israeliana, dalla Scuola di Scienze anche indicare una dispersione limitata matematiche a quella di fisica, da docenti di alfabetizzazione in Israele all’inizio di archeologia dell’età del bronzo e del ferro dell’ottavo secolo a.C. e da studiosi dell’Istituto di Archeologia la Ciminiera 31


Il team interdisciplinare ha sfruttato, dunque, un nuovo algoritmo costituito dall’elaborazione delle immagini e da tecniche di apprendimento automatico recentemente sviluppate per concludere che due autori hanno scritto i 31 ostraka esaminati, con un intervallo di correlazione prossimo al 95%.

algoritmo con il quale è stato stimato il numero minimo di scrittori coinvolti nella composizione di ostraka rinvenuti nella fortezza del deserto di Arad. Tale indagine ha concluso che almeno sei scrittori hanno composto le 18 iscrizioni che sono state esaminate, in apparente contrasto con la nuova ricerca.

L’innovativa tecnica potrebbe essere utilizzata in altri casi, anche fuori Israele: lo strumento consente il confronto della scrittura a mano e può stabilire il numero di autori in un determinato corpus.

I ricercatori ritengono che durante questi due secoli trascorsi tra la composizione della Samaria e i corpora di Arad, ci sia stato un aumento dei tassi di alfabetizzazione all’interno della popolazione dei regni ebraici e solo grazie alla ricerca del 2016 si è riusciti a migliorare la metodologia sviluppata, cercando il numero minimo di autori e introducendo nuovi strumenti statistici per stabilire una stima per il numero di mani operanti in un corpus.

La nuova ricerca segue i risultati di uno studio pubblicato nel 2016 dallo stesso team che indicava una diffusa alfabetizzazione nel Regno di Giuda circa due secoli dopo, intorno alla fine del VII secolo a.C. Per quello studio, il gruppo ha sviluppato un

https://www.danielemancini-archeologia.it/

32 la Ciminiera


Melqart, il dio di Annibale

E’ incredibile come anche Ma la prima divinità a le vacanze possano costituire cui è stato associato l’olio un’occasione per imparare cose era il fenicio Melqart. I nuove. Fenici, come li chiamava Omero, o Cananei, come Nell’ultima settimana sono li identificava la Bibbia, stata sulla costa ligure e, su furono tra i primi a conferire insistenza del mio ragazzo (un di Greta Fogliani sacralità al prezioso aspirante tecnologo alimentare), unguento, utilizzato nei abbiamo fatto visita al museo sacrifici a vari dèi, come dell’olio di Imperia. appunto Melqart. Ero partita con tutta la malavoglia del mondo, Nel tempio di questa divinità a Tiro, credendo di sorbirmi una serie di nozioni tecniche infatti, campeggia un ulivo dalle fronde sulla produzione e sulle tecniche di lavorazione lussureggianti, che in altri templi dedicati a delle olive, invece mi sono dovuta ricredere. Melquart diventa un’ulivo di smeraldi. Quel museo si è rivelato una piacevole sorpresa; Ma chi era Melqart? non si trattava di una noiosa illustrazione delle proprietà dell’olio e dei processi di produzione, Si tratta senza dubbio di una divinità ma un’interessante mostra storica sull’ulivo e i misteriosa, la cui natura originaria è suoi frutti, che non appartengono solo alla sfera praticamente sconosciuta. All’inizio naturale, ma anche mitologica e religiosa. probabilmente questo dio possedeva Molte civiltà mediterranee, infatti, assegnano attributi solari e anche marini, e si configurò un posto di primaria importanza all’ulivo, che come protettore dei naviganti. diventa simbolo anche di varie divinità, di cui R. Dussaud ipotizza che Melqart fosse Atena è forse l’esempio più noto. il frutto della fusione tra il dio marino la Ciminiera 33


Sacerdote di Melqart, a Tiro, era secondo solo al re. Divenne d’uso pronunciare il nome di Melqart durante la stipulazione dei contratti, il che rese il dio il nume tutelare dei mercanti i quali, per un popolo di naviganti e commercianti come i Fenici, rappresentavano la classe sociale principale. Per questo, si cominciò a costruire un tempio dedicato a Melqart in ogni colonia fenicia; uno dei più importanti si trova a Cadice, centro fondamentale del culto di Melqart. Perfino in alcuni nomi punici, come Amilcare e Bomilcare, si può notare la forte presenza di questa divinità tra il popolo fenicio. Moneta raffigurante Melqart

Yam e Baal, la divinità più importante delle popolazioni cananee. Tuttavia tale affermazione è priva di fondamento, visto che nei testi poetici di Ugarit le due divinità appaiono in contrapposizione l’una con l’altra. Un’altra scuola di pensiero, capitanata da W. F. Albright, identifica Melqart con una divinità del mondo sotterraneo, Malku, il quale si accompagnava a Nergal, un altro dio mesopotamico (precisamente sumero) dell’oltretomba. Ma anche in questo caso si tratta di mere supposizioni che mancano di prove convincenti. Quel che è certo è che Melqart era il dio poliade di Tiro, una delle città più importanti della Fenicia, e da lì il suo culto si diffuse in altre città puniche, come Cartagine e Gades (o Tartesso), l’antica Cadice. Il nome originario fenicio Milk-Qart significa infatti “re della città” e connette strettamente questa divinità all’istituzione della monarchia, che a Tiro assunse un’importanza peculiare rispetto ad altre città fenicie. Basti pensare che a Tiro si credeva che i bambini sacrificati (tra i Fenici vi era l’usanza di sacrificare infanti, definita moloch) assurgessero, dopo la morte, a una condizione divina e assumessero il titolo di “re”. Questa divinità assunse un’importanza sempre maggiore, tanto che il Gran 34 la Ciminiera

Sembra che anche il grande condottiero cartaginese Annibale Barca, figlio di Amilcare Barca, fosse molto devoto a Melqart. Lo storico Livio ci narra la leggenda che vuole che prima di compiere la marcia verso l’Italia, Annibale si fosse recato in pellegrinaggio a Gades (l’attuale Cadice) e avesse offerto un sacrificio a Melqart. La notte prima della partenza, al condottiero apparve in sogno un bellissimo giovane, inviato da Melqart per mostrargli la via per l’Italia. Il giovane raccomandò ad Annibale di non voltarsi indietro durante il percorso, ma il Barcide non resistette e vide dietro di sé un enorme serpente che distruggeva ogni cosa che incontrasse sul suo cammino. Quando Annibale chiese al suo accompagnatore il significato di quella visione, Melqart stesso gli disse che ciò che aveva visto era la desolazione della terra d’Italia. Quindi, il dio intimò al condottiero di seguire la sua stella e di non indagare oltre riguardo ai disegni oscuri del cielo. In seguito, in epoca ellenistica e romana, a causa dei suoi attributi solari, Melqart venne identificato con Eracle di Tiro (l’Ercole romano) e anche con Crono (Saturno per i Romani). Questo perché nelle relazioni dei loro viaggi, i geografi e gl storici antichi tendevano a riprodurre e a riportare entro i connotati della propria cultura di appartenenza le divinità e le


usanze dei popoli stranieri. Ciò accadde anche a Melqart, che venne identificato totalmente con l’eroe che compì le dodici fatiche.

mitologia fenicia. Per questo gli dedico questo articolo e lo ringrazio per tutti gli spunti che mi ha dato finora e che hanno contribuito all’elaborazione di altri post.

Anche il tempio di Gades venne annotato da Strabone come “il più occidentale tempio dell’Eracle di Tiro” e le sue colonne erano ritenute (erroneamente, secondo lo storico greco) le autentiche colonne d’Ercole, che l’eroe aveva eretto come estremo confine occidentale del mondo.

La mitologia, in fondo, fa parte della quotidianità, anche se non ce ne rendiamo conto.

Questa sovrapposizione di figure mitologiche e religiose di culture diverse sicuramente non aiuta a definire i tratti di questa divinità, per noi sconosciuta ma un tempo tanto importante. Certo è che, se non avessi dato retta al mio “moroso”, come si dice dalle mie parti, forse non avrei mai sentito parlare di Melqart e della

Fonti: - Wikipedia, voce “Melqart”; - Wikipedia inglese, voce “Melqart”; - Enciclopedia Sapere.it, voce “Melqart”; - Sito internet Cronologia.leonardo, articolo “I fenici (in breve)”; - Enciclopedia dell’arte antica Treccani, voce “Melqart”; - VALTORTA, Simone, “Storia dell’olivo - Le origini di una pianta e di una tradizione”; - Enciclopedia Treccani, voce “Melqart”.

Riproduzione di una stele di Melqart

“Il giardino delle Esperidi” la Ciminiera 35


36 la Ciminiera

La scuola nei primi del 1900 e la scuola oggi Il quiz del mese: trova le differenze

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Ciminiera n. 8 2020  

CHI È “BRUTTO, SPORCO E CATTIVO” ?, Agosto, il mese di Augusto, Il brigante Re Marcone e la moglie Giuditta, L'incantesimo di Circe, Circe,...

Ciminiera n. 8 2020  

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