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numero Poste Italiane spa Sped. in Abb. Postale DL 353/2003 (Conv. in legge 27/02/2004 N.46) Art. 1 comma 1 LO/BG

PERIODICO DI CULTURA MEDICA E BENESSERE

Mirko Ronzoni

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anno 6 - gennaio - febbraio 2016

ATTUALITÀ VACCINAZIONI IN CALO: RISCHIO EPIDEMIE? ACUFENI CHE TORMENTO! INSONNIA LE REGOLE PER COMBATTERLA DIETA SENZA GLUTINE ATTENZIONE ALL'EFFETTO "MODA"

LA SALUTE? COMINCIA NEL PIATTO. PAROLA DI CHEF


numero

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anno 6 - gennaio - febbraio 2016

PERIODICO DI CULTURA MEDICA E BENESSERE

Editoriale

compie 5 anni Attualità Vaccinazioni in calo: rischio epidemie?

SPECIALITÀ A-Z

5 Bergamo Salute 6

10 Cardiologia

Infarto, i segni da riconoscere 12 Chirurgia Calcoli della cistifellea, Più diffusi di quanto si pensi, ma spesso silenziosi 14 Otorinolaringoiatria Acufeni che tormento!

PERSONAGGIO

La salute comincia nel piatto. Parola di chef

16 Mirko Ronzoni

IN SALUTE 18 Stili di vita Dormire bene per vivere meglio 20 Alimentazione Dieta senza glutine? Solo per celiaci e intolleranti 22 Lenticchie 7 buoni motivi per mangiarle tutto l'anno

IN ARMONIA

Curiosità: segno di vivacità o invadenza?

24 Psicologia

26 Coppia

60 Il lato umano

Quando il terzo incomodo è l'HIV

IN FAMIGLIA

Tosse: quando preoccuparsi?

IN FORMA

della medicina Andiamo in Palestina per ridare il sorriso a chi soffre per la guerra 63 Malattie rare Associazione A.R.M.R. 64 Testimonianza Per dieci ore sono rimasto sotto una slavina ma sono vivo

Nordic walking

Vuoi smettere di mangiarti le unghie? Prova così

28 D  olce attesa Mamme a 40 anni: pro e contro 30 Bambini

32 Fitness

34 Bellezza

RICETTA 44 Torta con radicchio e pinoli RUBRICHE 46 Altre terapie Metodo Feldenkrais 48 Guida esami Curva da carico di glucosio 50 Animali Animali in condominio: le regole per vivere tutti bene e senza stress

STRUTTURE

66 Habilita 68 Fondazione G. C. Rota

71 73 75 77 79

REALTÀ SALUTE Oleificio Coter 20Fit Centro Borgo Palazzo Medicalfarma Centro MR

Allegato centrale: AMICI DI BERGAMO SALUTE

DAL TERRITORIO

52 News 54 Onlus

Con la mia passione ho salvato 7500 bambini indiani 58 Farmacie Cure e prevenzione più vicine al cittadino con la Farmacia dei Servizi

PARTECIPANTI ALLA FONDAZIONE ITALIANA PER L’EDUCAZIONE ALIMENTARE


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EDITORIALE

BERGAMO SALUTE COMPIE 5 ANNI

Tra tanti progetti e altrettanti ancora da realizzare

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ennaio: ricomincia un nuovo anno con nuovi propositi e nuovi progetti. L’inizio dell’anno però è anche un momento per fare bilanci su quello che ha caratterizzato l'anno precedente. Anche per noi di “Bergamo Salute”. E così nell’ottica di migliorare sempre il nostro lavoro per i nostri lettori, pur se proiettati verso il futuro (come è giusto che sia), ci siamo presi qualche momento per valutare e “tirare le somme” di un anno che ha segnato sicuramente una svolta professionale molto importante. Nel 2015 abbiamo rivisto totalmente la veste grafica della nostra rivista rendendola più fresca e giovanile, allo stesso tempo abbiamo aumentato il numero di pagine per offrire sempre più notizie ai nostri lettori con nuove rubriche di sicuro interesse. Abbiamo inoltre sviluppato collaborazioni importanti con i principali Enti Istituzionali della nostra Provincia. Infine, ma non per importanza, abbiamo potenziato il nostro sito, www.bgsalute.it, con nuovi contenuti, in più rispetto a quelli della rivista cartacea, scelta che ci ha premiato con una crescita esponenziale di visualizzazioni durante tutto l’anno. Insomma ci siamo rinnovati, senza però mai dimenticare il nostro obiettivo: offrire informazioni chiare, scritte in termini semplici ma senza rinunciare (anzi!) alla serietà e scientificità, di cui sono “garanti” i medici che collaborano con noi e il comitato scientifico che, anno dopo anno, si è arricchito di nuovi specialisti.

A proposito di “anno dopo anno”, questo numero di gennaio-febbraio rappresenta inoltre un traguardo davvero importante per il quale siamo estremamente fieri e felici. Quale? “Bergamo Salute” compie gli anni! Ebbene sì, sono esattamente 5 anni che la nostra rivista è presente nelle sale d'attesa e nelle strutture del nostro territorio. Sono stati anni molto intensi dal punto di vista dell'impegno lavorativo, ma ricchi di grandi soddisfazioni. In tempi di recessione economica e di crisi di tutto il comparto della carta stampata, credere e portare avanti un progetto editoriale come il nostro denota un'ambizione e una determinazione che solo un team composto da persone speciali poteva dimostrare andando contro la tendenza negativa di mercato. Ci godiamo queste candeline e continuiamo a fare il nostro lavoro con entusiasmo e professionalità. Voi lettori continuate a sostenerci e a leggere e, se vi va, consigliatela a parenti e amici (cosa che in realtà molti di voi, lo sappiamo, fanno già) per far conoscere sempre più la nostra testata ai cittadini bergamaschi. Buon anno a tutti...

Elena Buonanno Daniele Gerardi Bergamo Salute

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ATTUALITÀ

VACCINAZIONI IN CALO: Rischio di epidemie? Sono sempre di più i genitori che scelgono di non vaccinare i figli. Gli esperti mettono in guardia: così si aprono le porte al ritorno di malattie che si pensavano debellate. Un esempio su tutti? La pertosse a cura di ELENA BUONANNO

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ono fra le scoperte scientifiche più importanti per il genere umano, eppure continuano a essere guardati con sospetto da una parte dell'opinione pubblica. Sono i vaccini. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), in Italia, il tasso di vaccinazioni nel 2014 (ndr. ultimo dato disponibile) è stato al di sotto degli obiettivi minimi previsti dal piano vaccinale. Al di sotto del 95% le vaccinazioni per poliomielite, tetano, difterite ed epatite B e la percentuale cala ulteriormente per le vaccinazioni contro il morbillo, la parotite e la rosolia che raggiungono una copertura dell’86%. Il calo riguarda anche gli adulti, con l’immunizzazione contro l’influenza, che la scorsa stagione si è fermata al 13,6% per tutte le fasce di età, restando al di sotto del 50% anche negli anziani, quelli per cui è più indicata, toccando il minimo degli ultimi 10 anni. Dati che, come sottolineato dall’Iss, destano non poca preoccupazione. Calando le percentuali di bimbi immunizzati, infatti, si rivedono casi di morte evitabili per malattie come il morbillo e la pertosse. E la campagna contro le vaccinazioni non riguarda solo l’Italia, ma anche Paesi come gli Stati Uniti e la Germania, dove nei primi mesi del 2015 si sono avute le epidemie di morbillo più numerose degli ultimi anni, e la Spagna, dove si è verificato un caso di difterite che ha causato il decesso di una bambina. Senza contare che a poche ore di volo dall’Italia ci sono ancora casi di poliomielite e le difficoltà nel controllo dei flussi

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Bergamo Salute

migratori rischiano di creare, quindi, problemi di salute pubblica. Ma perché tutta questa diffidenza nei confronti dei vaccini? Quanto sono giustificate le paure di mamme e papà? Che rischi reali si corrono se ci si vaccina e quali, invece, se non solo si fa? Diamo la parola a Fabrizio Pregliasco, Professore Aggregato di Igiene Generale e Applicata presso il Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano e Direttore Sanitario dell'IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano. Prima però sgombriamo il campo da equivoci: come rivista scientifica non abbiamo nessun, e ribadiamo nessun, interesse (men che meno economico) a spingere verso le vaccinazioni, come invece ci è stato contestato in occasione di un articolo sui vaccini pubblicato anni fa. Il nostro unico interesse è fare chiarezza su un tema delicato, intorno al quale spesso circolano e rimbalzano, soprattutto nel web, informazioni non supportate da evidenze scientifiche, avvalendoci di una delle massime autorità in materia, il professor Pregliasco.

sia in associazione con altri vaccini. Non solo. Anche dopo l’autorizzazione all’utilizzo continua la sorveglianza sulla sicurezza dei prodotti e sulla compatibilità in associazione tra loro attraverso un costante rilevamento degli eventi avversi. Certo, come tutti i farmaci, in alcuni soggetti possono provocare effetti collaterali di lieve entità, come dolore, arrossamento e gonfiore nella zona dell'iniezione, febbre modesta, irrequietezza o sonnolenza. Questi sintomi compaiono in genere entro 48 ore e regrediscono spontaneamente con l'aiuto di farmaci antifebbrili e antinfiammatori. Molto raramente possono manifestarsi febbre elevata ed eccezionalmente reazioni neurologiche o allergiche di tipo anafilattico. A fronte di questi rari effetti collaterali, la valutazione e quanto si è fatto fino a ora in termini scientifici conferma l’opportunità della vaccinazione. Emblematico è, invece, che cercando “vaccini” in un qualunque motore di ricerca in internet troviamo una comunicazione di mamme, cittadini e persone varie che mettono in dubbio l’efficacia dei vaccini.

PROFESSOR PREGLIASCO, QUANTO SONO SICURI I VACCINI? I vaccini in uso sono sicuri e ben tollerati. Ogni vaccino infatti, prima di essere approvato viene sottoposto a una lunga sperimentazione per valutarne la tollerabilità e sicurezza oltre che la capacità di indurre una risposta immunitaria efficace e duratura, sia somministrato singolarmente

MA DA COSA DERIVA TUTTO QUESTO SCETTICISMO? Le vaccinazioni subiscono un problema di fondo legato al fatto che mentre siamo abituati a utilizzare abitualmente i farmaci, di cui magari comunque conosciamo possibili effetti collaterali, perché abbiamo i sintomi della malattia e quindi l’urgenza di utilizzarli per stare meglio (pensiamo a un forte mal di denti!)


IL 20% DELLE FAMIGLIE ITALIANE (DATI ISPO PER CONTO DELLA FONDAZIONE VERONESI, 2013) SI DICHIARA CONTRARIO ALLE VACCINAZIONI DI PROFILASSI IN ETÀ PEDIATRICA

IL MECCANISMO D’AZIONE

per un vaccino dobbiamo invece convincerci dell’utilità di accettare una scommessa sul futuro (la possibile esposizione a un virus o un batterio) a fronte di possibili effetti collaterali da scontare nell’immediato. Inoltre l’efficacia stessa delle campagne vaccinali riduce la percezione della pericolosità delle patologie che esse stesse prevengono. Un esempio eclatante riguarda la poliomielite che sino a due generazioni fa era ampiamente diffusa anche nella popolazione italiana. Oggi invece che la malattia è stata eradicata almeno nel nostro continente grazie all’uso del vaccino, se ne mettono in evidenza in eccesso i suoi possibili effetti collaterali. A tutto questo si aggiungono poi altri fattori, come i “presunti” allarmi sui vaccini che ciclicamente tornano a farsi sentire e che ogni volta risollevano i dubbi. Mi riferisco, ad esempio, alle problematiche riguardanti il ritiro del vaccino antinfluenzale da parte del Ministero nel 2012 per presunte imperfezioni poi non confermate o

all’ipotesi di correlazione nel 2014 con decessi successivi alla vaccinazione antinfluenzale, anch'essa successivamente non confermata, per non parlare del ritiro cautelativo da parte della stessa azienda produttrice di un vaccino esavalente. Questi interventi invece che essere interpretati come un'attenzione particolare alla sicurezza, come peraltro avviene per altri prodotti farmaceutici, sono stati ribaltati come una prova certa della pericolosità dei vaccini.

Un vaccino è un prodotto biologico che può essere costituito da: •agenti microbici virali o batterici interi vivi e attenuati o inattivati o uccisi (morbilloparotite-rosolia-varicella, antipoliomielite) •componenti del microrganismo (antiinfluenzale) o sostanze da esso sintetizzate (antidifterite, antitetano) o proteine ottenute sinteticamente (antiepatite B) •antigeni polisaccaridici coniugati con proteine di supporto per aumentarne l’immunogenicità (anti pneumococco, antimeningococco, antihaemophilus)

MA È IN QUALCHE MISURA GIUSTIFICATO QUESTO CLIMA DI SOSPETTO? Se si guarda ai numeri e alle nude cifre, si può chiaramente comprendere come sia più frutto di un timore irrazionale che di una realtà di fatto. Partiamo da un presupposto utile a chiarire i termini della questione: le vaccinazioni nel loro insieme costituiscono uno dei più sicuri ed efficaci metodi per garantire la salute pubblica, per cercare di immunizzare ampie fasce di popolazione nei

I componenti del vaccino sono in grado di stimolare il sistema immunitario senza provocare le manifestazioni dell'infezione che si vuole prevenire. Tali componenti, detti antigeni, a seconda del tipo e della modalità di preparazione, possono richiedere l'aggiunta di sostanze (adiuvanti) che aiutano il sistema immunitario a sviluppare una protezione migliore e più duratura. Bergamo Salute

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ATTUALITÀ CONTROINDICAZIONI

confronti di agenti patogeni (virus e batteri) che - lasciati liberi di circolare all’interno della nostra società - potrebbero creare ondate epidemiche con gravi ricadute in termini di salute pubblica. L’efficacia della pratica è dunque legata alla sua diffusione: si cerca infatti di avere una immunità cosiddetta di gregge tale da evitare il contagio anche tra coloro che per vari motivi non possono essere vaccinati. In questo modo è possibile ottenere risultati da un punto di vista sanitario: basti pensare alla vaccinazione antivaiolosa che ha permesso l’eradicazione totale della malattia in tutto il mondo nel 1978. Solo venticinque anni prima questa malattia contagiava 50 milioni di persone, con un tasso di mortalità vicino al 35%. Attualmente i dati indicano un successo delle pratiche vaccinali: nel decennio 2000-2010 c’è stata una riduzione consistente dei casi di epatite B, che sono calati dell’81,54%. I casi di morbillo del 73,37%, di rosolia del 98,20%. Nel 2002 l'Italia, così come tutta la regione europea, è stata dichiarata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità polio-free. I casi di difterite sono stati 0 e 57 quelli di tetano. Anche la parotite è diminuita sensibilmente: da 37.669 casi del 2000 siamo giunti, nel 2010, a 534 casi, con un decremento del 98,58%. Si tratta di risultati importanti, ma ancora 8

Bergamo Salute

lontani dagli obbiettivi: la copertura del 95% della popolazione per assicurare l’immunità di gruppo. TRA LE PAURE PRINCIPALI DEI GENITORI, PERÒ, C’È QUELLA CHE IL VACCINO POSSA CAUSARE L’AUTISMO, LEGAME CHE È STATO IN PASSATO CONFERMATO ANCHE DA UNO STUDIO SCIENTIFICO… Tutto nasce con un “famoso” (ma sarebbe più corretto dire “famigerato”) studio apparso sulla rivista medica Lancet che avrebbe dimostrato la correlazione tra autismo e vaccino contro il morbillo. Questo studio, condotto nel 1998 da un medico inglese, Andrew Wakefield, rappresenta un falso riconosciuto dallo stesso autore. Wakefield aveva truccato i dati al fine di evidenziare come il calendario vaccinale (più ancora dello stesso vaccino, tra l’altro) potesse predisporre alcuni bambini verso il disturbo autistico. Sulla base di tale studio si era fatto promotore - con tutti i diritti correlati, anche da un punto di vista economico - di una campagna di vaccinazione da lui messa a punto. Lancet, riconosciuto l’errore, pubblicò per la prima volta nella sua prestigiosa storia una smentita con tanto di scuse, ma ormai il danno era compiuto. E la teoria falsa di Wakefield rimane tutt’ora un’arma in mano al fronte

Esistono delle controindicazioni temporanee e permanenti. Al momento della vaccinazione, la persona deve essere in buone condizioni di salute. Malattie poco importanti, come il raffreddore o lievi infiammazioni delle prime vie aeree, non costituiscono una controindicazione alla vaccinazione, che invece deve essere rinviata quando sono in corso affezioni acute febbrili, manifestazioni allergiche, terapie con farmaci che riducono la risposta immunitaria al vaccino. Le controindicazioni permanenti sono rappresentate da: malattie neurologiche evolutive, in particolare per alcuni vaccini; malattie del sistema immunitario, per i vaccini costituiti da virus o batteri vivi attenuati; ipersensibilità accertata ai componenti del vaccino; importanti reazioni alle dosi precedenti dello stesso vaccino.

degli antivaccinatori che ignorano la conclusione della storia. Lo studio di Wakefield ha avuto comunque un merito, benché indiretto: da quel momento sono iniziate interminabili verifiche di tipo epidemiologico, mirate proprio a studiare la possibile correlazione tra vaccinazioni e disturbi di vario genere, dai disordini autoimmuni alle malattie tumorali. Ebbene nessuna di queste review ha mai dimostrato un legame concreto tra la pratica della vaccinazione e un aumento del rischio di contrarre queste malattie. UN’ALTRA OBIEZIONE FREQUENTE DA PARTE DI CHI È CONTRO I VACCINI È CHE LE CAMPAGNE VACCINALI SIANO “SOSTENUTE” DALLE GRANDI AZIENDE FARMACEUTICHE. COME STANNO DAVVERO LE COSE?


Secondo gli “antivaccinatori” i protocolli vaccinali messi a punto non sarebbero altro se non i frutti di un accordo perverso tra governi e case farmaceutiche per garantire alle ultime un fatturato derivante dall’obbligatorietà della vaccinazione stessa. In realtà, dagli anni ’50 in poi , l’impegno e la ricerca sui vaccini sono diminuiti: lo studio e l’approvazione di un nuovo vaccino sono estremamente dispendiosi a fronte di un fatturato che non è poi così ricco come si potrebbe immaginare. A livello mondiale, il mercato dei vaccini è di circa 8 miliardi di euro, una cifra che rappresenta soltanto il 2% dell’intero mercato farmaceutico, una somma equivalente più o meno alle vendite di un solo farmaco di successo contro l’ulcera. MA COSA RISCHIANO I GENITORI CHE NON VACCINANO I PROPRIO FIGLI? Ormai è in atto una depenalizzazione anche se a tutt’oggi l'obbligo vaccinale non è stato abolito (vedi

box). In Veneto ad esempio OBBLIGATORIE O da alcuni anni si è atFACOLTATIVE Oggi in Italia l’obbligo vaccinale tuata una sospensione riguarda 4 delle 13 vaccinazioni offerte dell'obbligo vaccinadal Servizio Sanitario Nazionale, mentre 9 le con l'intento di sono quelle raccomandate dal Ministero della arrivare all’adeSalute e quindi da Regioni e Asl: sione spontanea grazie a un serio • obbligatorie: poliomielite, difterite, tetano ed lavoro di sensiepatite B bilizzazione e • raccomandate: pertosse, Hemophilus influenzae, soprattutto di morbillo, rosolia, parotite, meningococco C, predisposiziopneumococco, influenza e – recentissimo ne dei servizi papillomavirus. vaccinali già in atto da tempo A parte le 4 obbligatorie, quindi, le altre, nella Regione. Di sebbene il Sistema Sanitario Nazionale fatto alcune disposile proponga gratuitamente, zioni già in essere che sono facoltative. vedono preponderante, giustamente, l’interesse alla scolarizzazione rispetto all’adesione alle vaccinazioni, permettono alle scuole di accettare gli alunni, indispensabile un passaggio prosalvo avvisare le ASL dell’inadem- gressivo dall'obbligo alla persuasiopienza vaccinale. La strada mi- ne, dall’imposizione poliziesca al gliore sarebbe sostituire l'obbligo consenso informato; ma tutto ciò vaccinale al genitore con l'obbligo deve essere compensato con un’amdi proposta vaccinale dei medici e pia campagna di informazione che dei servizi sanitari. È quindi ormai coinvolga tutta la popolazione.


SPECIALITÀ A-Z

CARDIOLOGIA

Infarto

I SEGNI DA RICONOSCERE Non sempre si associa a un dolore al petto, ma a stomaco e a dorso a cura di BRUNO PASSARETTI

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tà, inquinamento ambientale, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, diabete, fumo, obesità e sovrappeso, stress e sedentarietà. Sono solo alcuni dei nemici del nostro cuore che possono esporci a un maggior rischio di infarto. Fattori di rischio in alcuni casi modificabili in altri no. Ecco perché se da un lato la prevenzione gioca un ruolo fondamentale, dall’altro conoscere e riconoscere per tempo i campanelli d’allarme può fare davvero la differenza. SE LE CELLULE DEL CUORE MUOIONO PER MANCANZA DI NUTRIMENTO Per infarto si intende la morte di alcune cellule del cuore che non ricevono più nutrimento (sangue, ossigeno) a causa dell’occlusione (chiusura) della coronaria deputata a nutrirle. Le coronarie sono le arterie che avvolgono il muscolo cardiaco portando alle sue cellule il sangue necessario alla vita delle cellule stesse. Se una coronaria si occlude (in genere questo succede per la rottura di una placca aterosclerotica o di grasso il cui contenuto si riversa nella coronaria), le cellule che abitualmente vengono nutrite dalla coronaria a valle dell’occlusione non ricevono più sangue e

quindi nutrimento. A questo punto iniziano a soffrire e dopo, in media sei ore, muoiono. Se la coronaria torna a perfondersi (cioè a ricevere sangue) prima della morte cellulare si ha un attacco di angina che non arriva all’infarto (classico esempio è l’angina da sforzo che regredisce col riposo), se invece le cellule muoiono si ha l’infarto. L’infarto potrà essere più o meno esteso a seconda della coronaria che si occlude, della vastità del territorio interessato e del tempo che passa prima che la coronaria venga riaperta. Se si riesce a riaprire la coronaria entro i primi 90 minuti, virtualmente nessuna cellula muore; se si interviene dopo, oltre sei ore, gran parte delle cellule saranno già morte. ATTENZIONE A NON SOMMARE FATTORI DI RISCHIO EVITABILI Esistono fattori di rischio non modificabili come familiarità, sesso maschile, età, menopausa, inquinamento ambientale (non modificabile dal singolo ma da serie politiche ambientali), e fattori di rischio modificabili come ipertensione arteriosa, diabete, aumento dei grassi (colesterolo e/o trigliceridi), aumento dell’acido urico, fumo, obesità e sovrappeso, stress e sedentarietà. Questi fattori agiscono in modo

ANCHE I GIOVANI NON SONO IMMUNI DAL RISCHIO D'INFARTO. SE IL GIOVANE PRESENTA MOLTI FATTORI DI RISCHIO (AD ESEMPIO È OBESO, FUMATORE, DIABETICO O CON FAMILIARITÀ POSITIVA) SI PUÒ AMMALARE. LE DONNE GIOVANI SONO INVECE PROTETTE DAGLI ESTROGENI, ED È ESTREMAMENTE RARO CHE UNA DONNA SI AMMALI PRIMA DELLA MENOPAUSA

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Bergamo Salute

DOTT. BRUNO PASSARETTI Specialista in Cardiologia - RESPONSABILE UNITÀ DI RIABILITAZIONE HUMANITAS GAVAZZENI BERGAMO -

quasi esponenziale: chi ne presenta uno solo non rischia granché ma chi presenta più fattori rischia tantissimo. È quindi evidente che se si ha qualche fattore di rischio non modificabile (basta vivere in Pianura Padana per averne uno, l’inquinamento) bisogna porre particolare attenzione a non aggiungerne altri. I CAMPANELLI D’ALLARME DA NON SOTTOVALUTARE Il dolore tipico dell’attacco cardiaco è raramente trafittivo o violento; più spesso un’oppressione o una costrizione (come avere un peso o una morsa al torace), talvolta irradiata a una o entrambe le braccia, alla mandibola, allo stomaco o al dorso, fra le scapole. A volte manca addirittura il dolore al torace e si localizza esclusivamente allo stomaco o al dorso, diventando difficile da distinguere da un banale mal di stomaco o un mal di schiena. Altre volte ancora si associa a nausea, mancanza di respiro, senso di stordimento o svenimento. Quando si manifesta un disturbo del genere è opportuno chiamare entro qualche minuto il 112 (numero unico per l’emergenza in tutto il mondo) e non prendere


iniziative personali. Innanzitutto perché il personale dell’ambulanza spesso può iniziare un trattamento efficace già a domicilio del paziente; inoltre effettua un elettrocardiogramma e lo invia tramite la rete cellulare/Internet all’ospedale più vicino, in modo da informare il cardiologo di guardia e poter interagire con lui. Il cardiologo avviserà il personale reperibile (medico, infermieri, tecnico di radiologia) che potrà arrivare in ospedale prima ancora del paziente. In questo modo quando il paziente sarà in Pronto Soccorso tutti sapranno che ha un infarto e verrà inviato in Sala Emodinamica per riaprire la coronaria senza perdere altro tempo (attraverso una procedura chiamata coronarografia verrà applicato uno stent, cioè una piccola protesi metallica che rimarrà in sede tenendo forzatamente aperta la coronaria). Se invece il paziente arriva per conto proprio senza avvisare nessuno dovrà magari farsi strada in un Pronto Soccorso intasato, farsi fare un elettrocardiogramma, e verrà allora avvisato il cardiologo di guardia. Solo a quel punto si saprà che ha un infarto e si potrà avvisare il personale reperibile che dovrà arrivare da casa. Inoltre l’infarto talvolta si complica di un’aritmia fatale che porta all’arresto

DOTT. BRUNO PASSARETTI Cardiologo - RESPONSABILE DELLA RIABILITAZIONE DI HUMANITAS GAVAZZENI -

LA SINDROME DA CREPACUORE: QUANDO LO STRESS METTE A RISCHIO IL CUORE Si chiama cardiomiopatia da stress ed è un infarto che colpisce nonostante un circolo coronarico normale. In questo caso la coronaria si occlude per uno spasmo dovuto a un improvviso stress, spavento, stato emotivo di improvvisa e violenta tensione. Colpisce soprattutto il sesso femminile e può avere in fase acuta le stesse complicanze dell’infarto, tra cui aritmie anche molto severe. Questa sindrome, identificata per la prima volta in Giappone, è anche detta “Tako-tsubo”, dal nome che i nipponici danno a una specie di anfora che si usa per la pesca del polpo: un contenitore con la base larga e il collo stretto in modo che il polpo una volta che entra non riesca a uscire. Il cuore colpito da questo attacco acuto assume la forma di quest’anfora, con l’apice infartuato che si dilata e la base che per reazione si contrae in modo vivace restringendosi. Se si supera la fase acuta (come in genere fortunatamente accade) la prognosi a distanza è buona e in genere il cuore torna a una funzionalità sostanzialmente normale.

cardiaco. Se questa aritmia avviene mentre il paziente è in ambulanza il personale è in grado di risolvere favorevolmente la complicanza; se avviene mentre è in macchina con un familiare l’esito sarà nefasto. LA VITA DOPO L’INFARTO La qualità di vita dopo un infarto dipende dall’entità dell’infarto stesso. Se l’infarto dovesse essere stato molto esteso ci si potrebbe trovare con un cuore con una funzione di pompa molto ridotta, a rischio di

scompenso cardiaco. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, si potrà tornare a una vita assolutamente normale. In ogni caso sarà molto importante evitare tutti quei comportamenti dannosi che hanno portato all’infarto. Occorrerà quindi smettere di fumare, mangiare in modo sano privilegiando i prodotti vegetali (frutta, verdura, cereali, legumi) a quelli animali (carne e formaggi), secondo i principi della piramide alimentare, adottare uno stile di vita attivo e non sedentario praticando attività fisica di grado moderato (camminata rapida, corsa leggera, bicicletta, nuoto) e non intenso (uno sforzo che consenta di riuscire a parlare con chi sta a fianco), frequente (mezz’ora tutti i giorni o un’ora a giorni alterni). Inoltre bisogna gestire in modo efficace tutti i fattori di rischio che si hanno, assumendo in modo scrupoloso tutti i farmaci prescritti: sia quelli per la cura dei fattori di rischio (antiipertensivi, antidiabetici, statine per abbassare il colesterolo), sia quelli per far guarire il cuore dall’infarto (betabloccanti e ACE-inibitori), sia gli antiaggreganti per fare in modo che lo stent appena impiantato rimanga aperto e l’organismo non formi su di esso un trombo (accumulo di sangue) che potrebbe rioccludere la coronaria. Bergamo Salute

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SPECIALITÀ A-Z

CHIRURGIA

Calcoli della cistifellea PIÙ DIFFUSI DI QUANTO SI PENSI, MA SPESSO SILENZIOSI

Le cause: un’alimentazione troppo ricca di grassi e la familiarità a cura di GIOVANNI SGROI

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i stima che i calcoli alla cistifellea (o colecisti) interessino circa l'8% delle persone dopo i 40 anni, con una frequenza che tende ad aumentare con l'età. Nella maggior parte dei casi non danno sintomi, vengono scoperti casualmente e devono essere solo “sorvegliati”. Quando però provocano fastidio o dolore è bene intervenire. Come? Con farmaci o, in casi selezionati, con la chirurgia. UNA QUESTIONE DI GRASSI La cistifellea (o colecisti) è una vescichetta che si trova sotto il fegato sul lato destro dell’addome. La sua funzione è raccogliere la bile, liquido prodotto dal fegato che permette di digerire i grassi. Quando il nostro intestino, dopo un pranzo, necessita del succo biliare, allora la colecisti si contrae e spreme il proprio contenuto, ovvero la bile, nel coledoco (dotto biliare principale) che lo porta in duodeno (prima porzione dell’intestino tenue). La bile contiene acqua, colesterolo, sali biliari, proteine e un prodotto di scarto, la bilirubina. Normalmente questi componenti sono disciolti in piccolissime particelle. Però nel caso in cui uno di essi diventi eccessivo (nella maggior parte dei casi si tratta del colesterolo), si cristallizza, ovvero forma degli agglomerati dentro la cistifellea, prima piccoli (fango biliare) e poi sempre più grandi (calcoli). La malattia che ne deriva si definisce “calcolosi della colecisti”: può essere rappresentata da un calcolo solitario, anche di parecchi centimetri, o da innumerevoli calcoli di differenti dimensioni da pochi millimetri al centimetro.

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IL RISCHIO, CHE “MIGRINO” CAUSANDO UNA COLICA Si tratta di una malattia estremamente frequente di cui, spesso, non si è a conoscenza. Molti pazienti (circa il 70%) con calcoli alla cistifellea non presentano alcun sintomo: sono detti “calcoli silenti” e non interferiscono con la funzionalità di cistifellea, fegato o pancreas. Quando invece un calcolo ostruisce lo sbocco della colecisti verso il coledoco, questa si gonfia e si contrae con forza provocando dolore importante e con caratteristiche altalenanti (non continuo) sotto le costole di destra e sotto la spalla destra. Questo quadro viene comunemente definito come “colica epatica”. Quando poi al dolore colico si aggiunge anche l’infezione, si parla di “colecistite calcolosa” che comporta anche la febbre. In alcuni casi invece i calcoli migrano dalla colecisti verso il dotto coledocico causando ittero o talvolta anche pancreatite acuta. A questo proposito è maggiore il rischio nei casi di calcoli piccoli e plurimi, rispetto a calcoli grossi, poiché più facilmente possono migrare nel coledoco e procurare ittero o pancreatite. LA CURA: CIBI AMARI, ALIMENTI O CHIRURGIA A SECONDA DEL TIPO DI CALCOLI E DEI SINTOMI Fin quando le concrezioni sono piccole (meno di un millimetro) si può tentare di farle sciogliere, diluendo la bile attraverso l’assunzione di particolari alimenti (verdure amare, tra cui carciofi, tarassaco, cicoria, asparagi, ruco-

la e radicchio) o farmaci (derivati dell’acido chemodesossicolico e ursodesossicolico) da assumere per un massimo di sei-otto mesi. Nei casi di calcoli asintomatici, non c’è indicazione ad alcun trattamento ma è tuttavia opportuno un periodico controllo (ogni due-tre anni) con ecografia. L’ecografia peraltro serve a verificare che veramente la calcolosi sia silente, poiché talvolta il paziente non riferisce sintomi, ma all’esame ecografico si riscontrano segni di infiammazione cronica (colecistite cronica con ispessimento delle pare della cistifellea). In tutti i casi di sintomatologia o riscontro ecografico di alterazioni della colecisti, invece, il trattamento unico (e senza alternative) è la colecistectomia, ossia un intervento chirurgico che consiste nell’asportazione della cistifellea con tutto il suo contenuto. Attualmente questo intervento viene eseguito (se non esistono controindicazioni) con tecnica laparoscopica: in anestesia generale, l’asportazione avviene attraverso quattro piccoli fori di un centimetro

I FATTORI DI RISCHIO Molteplici sono i fattori che alterano la concentrazione dei vari componenti della bile, inducendo la precipitazione e quindi la formazione dei calcoli. Tra i più comuni, la pillola anticoncezionale, un’alimentazione eccessivamente grassa, la familiarità.


Ostruzione del dotto

Colecisti sana in addome, nei quali si inseriscono la telecamera e gli strumenti. Il ricovero per questo tipo di intervento è di uno-due giorni e permette una rapidissima ripresa del paziente, con tassi di complicazioni postoperatorie vicine allo zero. Per questo motivo è raccomandabile eseguire l’intervento in elezione, ossia programmato, poiché l’intervento in urgenza talvolta è reso difficile e complesso dall'infiammazione in atto. Nei casi invece di calcolosi della colecisti complicata da ittero o pancreatite, si deve verificare l’eventuale presenza di calcoli nel coledoco per asportarli. Per fare ciò si esegue un esame endoscopico simile alla gastroscopia (Colangiografia Retrograda Endoscopica detta comunemente ERCP), con il quale si fa un esame radiologico con contrasto diretto nelle vie biliari e

Colecisti con calcoli se necessario si asportano eventuali calcoli. Dopo qualche giorno dalla rimozione dei calcoli il paziente potrà essere sottoposto alla classica colecistectomia laparoscopica. VIVERE NORMALMENTE SENZA CISTIFELLEA? SI PUÒ Una buona parte dei pazienti si chiede se sia possibile vivere una vita normale senza la colecisti. La risposta è sì, in quanto la colecisti non produce bile, ma la raccoglie per il momento di maggior bisogno (dopo un pranzo). Per questo dopo l’intervento, ma solo per qualche settimana, è consigliato eliminare cibi molto conditi, ricchi di grassi saturi soprattutto di origine animale, condimenti come burro e strutto, insaccati e formaggi più stagionati. Meglio frazionare i pasti in modo da agevolare la digestione e punta-

re su frutta e verdura e tanta acqua. Inoltre, poiché tra le conseguenze dell'asportazione della colecisti c'è una maggiore prediposizione a soffrire di diarrea o di stipsi, bisogna limitare, sempre per il periodo iniziale, cibi irritanti, tra cui anche caffè e cioccolato, latticini, alcool e bibite gassate.

PROF. GIOVANNI SGROI Specialista in Chirurgia - DIRETTORE DIPARTIMENTO SCIENZE CHIRURGICHE, DIRETTORE CHIRURGIA 2ª ONCOLOGICA OSPEDALE DI TREVIGLIO -

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SPECIALITÀ A-Z

OTORINOLARINGOIATRIA

Acufeni

CHE TORMENTO! Legati quasi sempre a una perdita uditiva, possono migliorare con terapie alternative come il feedback acustico o TRT a cura di GIOVANNI DANESI

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onzii, tintinni, stridori, fischi, fruscii, soffi, sibili e talvolta suoni pulsanti. In chi soffre di acufene (o tinnitus), l’orecchio (uno solo o entrambi) percepisce una serie di rumori in modo costante o intermittente, debole o forte. Rumori “fantasma” che gli altri, dall’esterno, non possono percepire, ma possono causare a chi ne soffre altri sintomi come mal di testa, ansia, difficoltà di concentrazione, rendendo a volte anche molto difficile svolgere le normali attività quotidiane. LE CAUSE? IN GENERE UNA PERDITA DI UDITO DOVUTA A INFIAMMAZIONI, TRAUMI, ETÀ L'acufene è la percezione di un suono all'interno dell'orecchio di varia tonalità. Le ultime ricerche

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scientifiche suppongono che esso si generi a livello della corteccia cerebrale come segno di una perdita uditiva, una sorta di cicatrice di un udito che non c'è più. Infatti nella maggioranza dei casi l'acufene non trova una causa specifica ma si associa semplicemente a una perdita uditiva di varia entità. Il deficit uditivo può essere legato a diversi fattori: malattie dell'orecchio, traumi, processi degenerativi legati all’età, utilizzo di farmaci ototossici che possono colpire l’orecchio interno sia nella sua porzione uditiva sia in quella vestibolare. Altre volte, invece, l’acufene può essere associato ad alcune malattie dell’orecchio come l’otosclerosi (che consiste in una crescita microscopica anomala di osso nelle pareti dell'orecchio interno), la sindrome di Meniere, la

presenza di un neurinoma (tumore benigno) del nervo acustico, alcune patologie tumorali benigne di tipo vascolare dell'orecchio (paragangliomi con acufene pulsante). Altre cause generali che possono favorire l’insorgenza di acufene sono il diabete, l'ipertensione arteriosa, alcune malattie dei grossi vasi arteriosi a livello del collo (stenosi carotidea). POCHI FARMACI EFFICACI. MEGLIO LE TERAPIE ALTERNATIVE COSIDDETTE DI CONDIZIONAMENTO Come accennato, anche se la perdita uditiva è certamente la più frequente, le cause di acufene possono essere diverse. Per questo il primo passo per una corretta terapia è una corretta diagnosi. Una volta accertata la causa (o l’insieme di cause)


L’ACUFENE NON È UNA MALATTIA, MA UN DISTURBO CARATTERIZZATO DALLA PERCEZIONE DI SUONI NON LEGATI A STIMOLI ESTERNI. SI STIMA CHE CIRCA IL 20% DELLA POPOLAZIONE GENERALE NE ABBIA SOFFERTO ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA, PERCENTUALE CHE SALE AL 40% NELLA FASCIA D’ETÀ SOPRA I 65 ANNI. CIRCA OTTO MILIONI DI ITALIANI, INVECE, NE SOFFRONO IN MODO CRONICO, CON FORTI RIPERCUSSIONI SULLA QUALITÀ DI VITA

PROF GIOVANNI DANESI Specialista in Otorinolaringoiatria - DIRETTORE U.O. OTORINOLARINGOIATRIA E DIPARTIMENTO NEUROSCIENZE ASST PAPA GIOVANNI XXIII BERGAMO -

LA RIABILITAZIONE: ALLENARE UDITO E CERVELLO A SUONI PIACEVOLI La TRT (Tinnitus Retraining Therapy) è una metodica riabilitativa messa a punto da Jastreboff all’inizio degli anni Novanta. È la più nota e diffusa fra le terapie basate sul concetto di "sound habituation" cioè di desensibilizzazione alla percezione dell'acufene attraverso la somministrazione di suoni terapeuticamente adeguati. L’obbiettivo non è eliminare l'acufene (ad oggi non esiste alcuna “terapia”),

che ha scatenato l’acufene si può stabilire quale sia il trattamento più indicato per quel caso, tenendo presente che l’obbiettivo primario è rendere sopportabile il disturbo. Se ad esempio l’acufene è generato da una patologia accertata, come quelle descritte, può trovare giovamento dalla soluzione della causa principale mediante intervento chirurgico o terapia medica a seconda dei casi. In tutte le altre situazioni, cioè acufeni associati a una perdita uditiva, l’approccio farmacologico al momento non ha trovato soluzioni che abbiano dimostrato una reale efficacia scientifica sul sintomo. Purtroppo le novità sul fronte della ricerca delle cause degli acufeni (eccetto i

ma allenare l’apparato uditivo e il cervello del paziente a sopportarlo come qualcosa di naturale. Il nostro cervello, infatti, ha un alto grado di "plasticità" che gli permette di abituarsi a qualsiasi suono se questo non ha implicazioni negative. La TRT ha proprio lo scopo di eliminare queste implicazioni e a far diventare l’acufene un rumore “neutro”: questo rende più facile abituarsi alla sua presenza. Per facilitare il raggiungimento di questa abitudine si usa spesso la tecnica cosiddetta dell’arricchimento sonoro: il paziente viene sottoposto

casi descritti in precedenza in cui è possibile ricondurre il sintomo a una malattia ben precisa) non sono altrettanto incoraggianti quanto invece lo sono le terapie alternative basate sulle tecniche di condizionamento (feedback acustico o TRT - Tinnitus Retraining Therapy) che mirano ad attenuare l'intensità percepita dal soggetto mediante un miglior funzionamento dei sistemi di adattamento uditivo del cervello. In alternativa, vengono proposti sistemi protesici di emissione di rumori di mascheramento a varia intensità e frequenza che mirano sempre ad attenuare la percezione del suono, confondendolo con altri di sottofondo non “invasivi” e non fastidiosi.

a stimolazioni acustiche di bassissima intensità attraverso generatori sonori che, in sottofondo, producono suoni che si mischiano all’acufene; si tratta di suoni piuttosto gradevoli che permettono una facile e breve abitudine. Il suono dell’acufene si confonde in mezzo a questo sottofondo e diventa così più difficile da percepire. La terapia TRT ha una durata non inferiore a 12-18 mesi, talvolta 24. Al termine, il paziente avvertirà ancora l'acufene, ma in modo molto meno intenso, solo concentrandosi su di esso e quindi senza provare fastidio.

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PERSONAGGIO

UNA SFIDA A COLPI DI MENU “Hell’s Kitchen” (letteralmente la cucina dell’inferno”) è un reality show statunitense, o meglio cooking show, che consiste in sfide di cucina condotto dallo chef Gordon Ramsay dal 2003. La versione italiana, trasmessa da Sky Uno e condotta dal famoso chef Carlo Cracco, ha una marcia in più rispetto alle altre 26 edizioni trasmesse nel mondo: il vincitore diventa per sei mesi executive chef in un vero ristorante. Il format è ambientato in un vero ristorante e vede due squadre di cuochi alle prime armi darsi battaglia a colpi di menu per conquistare l’ambito contratto da executive chef presso uno dei più noti ristoranti della Costa sud della Sardegna. La gara vede tra i suoi ospiti anche un pubblico di appassionati della trasmissione registrata proprio in questi mesi che a tu per tu con i cuochi assaggeranno i piatti. Alla fine vince solo uno degli aspiranti cuochi che vola poi in Sardegna. La nuova edizione è in onda su Mtv in chiaro su canale 8.

La salute? Comincia nel piatto. Parola di chef a cura di LUCIO BUONANNO

Ph. Stefano Borghesi

MIRKO RONZONI

L’

anno scorso ha vinto l“Hell’s Kitchen”, la versione italiana del talent show culinario più famoso e longevo al mondo, condotta dallo chef Carlo Cracco su Sky Uno ed è diventato executive chef nel ristorante di uno dei più famosi alberghi del sud della Sardegna. Nel suo sito lo chef ricorda la sua straordinaria avventura televisiva, e si definisce così: «Classe 1990, cresciuto a Dalmine ma cittadino del mondo. Comunicativo, istrionico, socievole, amante della moda, degli accessori, del ben vestire ma sempre con un tocco personale ed eccentrico. Non passo inosservato grazie a una spiccata personalità che mi


ha messo in evidenza in programmi televisivi e giornali, in numerosi eventi promozionali tra cui GourmArte a Bergamo, Salone del Gusto di Milano e Eataly a Torino. È proprio questo che caratterizza la mia cucina: tradizione, tecnica, ricerca a dir poco maniacale delle materie prime, ma sempre con un giusto tocco personale». A leggere queste note si ha la sensazione che Mirko Ronzoni, 25 anni, sia un giovane di belle speranze ma un po’ montato. Sensazione che evapora quando lo incontriamo a Dalmine, dove vive con la mamma. La sua passione nasce in quarta elementare quando frequenta un corso di cucina. «Da allora non mi sono più fermato» ci dice. «Ho sfogliato enciclopedie, libri e soprattutto ho frequentato una vicina di casa napoletana che al pomeriggio, dopo i compiti, mi intrigava con le sue ricette. Ricordo ancora i miei due primi esperimenti: involtini al prosciutto e una zuppa di pesce. La mia era pura passione e così dopo le scuole medie la scelta di iscrivermi all’Istituto Alberghiero di Nembro è stata naturale anche se avevo mille paure. Io non ero mai uscito da Dalmine e ora dovevo prendere due autobus e fare un’ora e mezza di viaggio. A scuola ho imparato tanto, ma anche frequentando i corsi di cucina dell’Accademia del Gusto dell’Ascom (Associazione commercianti) di cui ora sono Chef docente e facendo stage in ristoranti famosi della Bergamasca scoprendo l’alta ristorazione, i piatti gourmet». Come quelli che ha preparato per la serata finale di “Hell’s Kitchen”: capesante croccanti con crema di castagne come antipasto; risotto alle barbabietole come primo; animelle al burro e yoghurt, petto d’anatra con brodetto di cicala di mare; e infine il dolce, uno scrigno di cioccolato, burro di arachidi e sorbetto al mango piccante. «È stata una strabiliante esperienza» continua. «Mi ha dato notorietà e un po’ ha cambiato la mia vita. Ora tengo corsi di cucina, mi chiamano per organizzare eventi o cene in case private. Sono un cuoco freelance, anzi un cuoco “pret a porter” che ama una cucina provocante, nuova, fuori dagli schemi ».

Una cucina creativa che ha già portato in televisione quando con l’Istituto Alberghiero partecipò alla “Prova del cuoco” e che ha elaborato in giro per il mondo: a Londra nel ristorante di un hotel a 5 stelle, a Bucarest dove con un amico bresciano aprì un locale italiano; a New York in una start up con soci romani. «In America però sono stato solo tre mesi. Avevo fatto domanda per partecipare alla seconda edizione di “Hell’s Kitchen” e mi chiamarono. Una gara massacrante, davvero infernale. Sono rimasto rinchiuso per 42 giorni senza telefono, senza poter uscire, senza poter parlare con nessuno se non in trasmissione. E alla fine Cracco mi ha chiamato “teleimbonitore”, ma non mi sono assolutamente offeso. A me piace il mondo televisivo anzi spero di rimanerci anche se ci sono troppi programmi di cucina, un eccesso che andrebbe scremato. Comunque bisogna anche dire che grazie a questi talent show la gente si è avvicinata a una nuova cultura del cibo e fa attenzione a quello che mangia. Me ne accorgo anche quando tengo il corso di showcooking all’Humanitas Gavazzeni, preparando e spiegando i piatti che faccio. Anche se la mia cucina è estetica, colorata, provocante, influenzata dalle tradizioni di tutto il mondo per non correre rischi con la salute il segreto è evitare i grassi, cuocere gli alimenti a vapore o sottovuoto e soprattutto mangiare le giuste dosi senza esagerare e senza abbuffarsi». Mirko ora culla un suo sogno. «Oltre a entrare stabilmente nel mondo della Tv mi piacerebbe aprire un bistrot dove si può mangiare 24 ore al giorno e tutta la settimana. Intanto con una nota agenzia immobiliare sto portando avanti un progetto collegato al territorio: creare nel loro show-room uno spazio dove poter organizzare eventi e corsi gastronomici con assaggi di piatti preparati al momento». Come quello della ricetta che più lo rappresenta. «Gnocco arrosto, stracciatella di bufala, tartare di gambero rosso, chorizo croccante, bisque di gamberi come brodetto rosso». Un mix di sapori originale e sorprendente proprio come lui. Ne sentiremo parlare presto. Nell’attesa date un occhio alla sua pagina Facebook.

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IN SALUTE

STILI DI VITA

DORMIRE BENE

per vivere meglio I consigli dell’esperto per fare sogni d’oro

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ispetto a decenni fa in Occidente si dorme meno: in particolare, secondo i dati del Centro del Sonno del San Raffaele di Milano (centro di riferimento a livello internazionale), gli italiani negli anni hanno “perso” per strada un’ora di sonno e oggi il 30% della popolazione soffre d’insonnia o di privazione di sonno. «Nel mondo industrializzato si è verificato un importante mutamento negli schemi del riposo e del sonno, che ne ha causato una netta diminuzione» conferma il professor Luigi Ferini Strambi, neurologo responsabile del Centro di Medicina del Sonno San Raffaele Turro – Milano e President della World Associaton of Sleep Medicine (WASM). «William Dement, professore emerito della Stanford University, ha affermato che l’umanità è nel bel mezzo di una “pandemia di stanchezza”. Secondo Dement, la popolazione dei Paesi industrializzati dorme oggi in media ogni notte circa 90 minuti meno di quanto avrebbe fatto un secolo fa. Chiaramente lo stile di vita nelle società industrializzate si è modificato radicalmente: viviamo in un'epoca in cui molte persone hanno I CIBI AMICI un orario di lavoro lungo, ma anche Mentre caffè, alcool, molte opportunità in più per dicioccolato, the stimolano i vertirsi. Così l’umanità si è crecentri della veglia, impedendo un facile addormentamento, ata un mucchio di ragioni per alimenti come pasta, riso, pane, orzo, non dormire». Con pesanti, lattuga, radicchio rosso, cipolla, aglio, e spesso sottovalutate, conzucca, rape, cavolo, formaggi freschi, seguenze negative sulla sayogurt, uova bollite possono facilitarlo. lute pisco-fisica. Già, perché Nello specifico, pasta, riso, orzo e pane dormire, e dormire bene, è contengono il triptofano, un aminoacido fondamentale per stare bene, che favorisce la sintesi della serotonina, poter affrontare al meglio le il neuromediatore strettamente giornate sia dal punto di vista legato allo stato di benessere, fisico sia psicologico e di rendial rilassamento e al sonno mento e anche per prevenire diverprofondo. se patologie. Bergamo Salute

Specialista in Neurologia - PRESIDENT ELECT DELLA WORLD ASSOCIATON OF SLEEP MEDICINE (WASM) -

a cura di MARIA CASTELLANO

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PROF. LUIGI FERINI STRAMBI

PROFESSOR FERINI STRAMBI, A COSA SERVE IL SONNO? PERCHÉ È COSÌ IMPORTANTE? Dormire bene è fondamentale per la salute in generale, per l’efficienza del sistema immunitario, per le corrette funzioni organiche e per il benessere quotidiano. Abbassa la pressione, perché inibisce la produzione di cortisolo (l’ormone dello stress), e aiuta quindi a prevenire malattie cardiovascolari. Incide anche sul peso forma: durante il sonno avviene il normale rilascio di leptina, l’ormone che porta il messaggio di sazietà al cervello e viene invece inibito il rilascio di grelina, prodotta dallo stomaco e responsabile del senso di appetito. Dormire male al contrario altera questo meccanismo: inibisce la produzione di leptina a favore della grelina, aumentando la sensazione di fame, con conseguente aumento del peso. Inoltre la mancanza di sonno, oltre ad interferire con i processi di crescita e ridurre le difese immunitarie, produce effetti negativi sulla concentrazione, sulla capacità di decisione e sull’efficienza in generale. MA QUANTE ORE DOVREBBE DURARE IL SONNO PER TRARRE QUESTI BENEFICI? È un’esigenza soggettiva. In genere, si può dire che la durata media del sonno notturno è di circa sette ore. Ma bisogna tenere conto che il sonno di ogni persona ha caratteristiche distinte che dipendono dal DNA. Per questo si parla di “ipnotipo”. Ma c’è anche un altro aspetto da considerare e che dipende sempre dalla genetica: il “cronotipo”. Ecco allora che accanto ai “gufi”, cioè a coloro che vanno a letto tardi e si alzano tardi,


ci sono le “allodole”, che si svegliano all’alba e si addormentano presto. Ciò che conta è conoscere il proprio cronotipo e adattare a esso i propri ritmi di sonno-veglia, tenendo conto che l’ideale è andare a dormire quando si ha sonno. PER ALCUNE PERSONE PERÒ RIUSCIRE A DORMIRE BENE SEMBRA UN MIRAGGIO. QUANDO SI PUÒ PARLARE DI INSONNIA? Il termine insonnia definisce la percezione individuale di sonno insufficiente o poco ristoratore o comunque inadeguato allo svolgimento efficace delle attività quotidiane. In altre parole l’insonnia è l’incapacità di dormire in modo o in quantità insufficiente per recuperare le forze spese durante la giornata e quindi affrontare con la giusta dose di energia ciò che aspetta il giorno seguente. Per arrivare a una diagnosi precisa e quindi a un’adeguata terapia, bisogna in prima battuta distinguere le diverse caratteristiche dell’insonnia: difficoltà di addormentamento (il tempo per addormentarsi può essere considerato normale se non supera la mezz’ora); difficoltà di mantenimento del sonno (frammentazione), risveglio troppo precoce (il soggetto dorme 3-4 ore, si sveglia e non riesce a riprendere sonno). È importante riferire al medico il tipo di insonnia di cui si soffre per facilitare la diagnosi. È ESPERIENZA COMUNE CHE DONNE E ANZIANI SIANO PIÙ SOGGETTI A PROBLEMI DI INSONNIA. COME SI SPIEGA? L’insonnia è più frequente nelle donne anche perché ansia e depressione, che rappresentano la causa di circa il 50% di tutte le insonnie, sono maggiormente presenti nel sesso femminile. Per quanto riguarda l’età, la prevalenza dell’insonnia aumenta con l’avanzare dell’età per diversi fattori fisiologici, compresa la diminuzione del rilascio di melatonina, sostanza che facilita il sonno. Tuttavia oggi negli ambulatori di medicina del sonno si vedono sempre più giovani affetti da insonnia. Il non rispetto di

una corretta igiene del sonno (vedi box) è sicuramente alla base di questo fenomeno. CORRETTA IGIENE DEL SONNO A PARTE, CHE ALTRO SI PUÒ FARE PER CONCILIARE IL SONNO? INTEGRAZIONI DI MELATONINA, SPESSO CONSIGLIATE, POSSONO ESSERE UTILI? La melatonina è una sostanza prodotta durante la notte (al buio) dalla ghiandola pineale alla base del cervello che ha la funzione di facilitare lo “scivolamento” verso il sonno. Non è un ipnotico vero e proprio. La sua azione è riequilibrare il ritmo sonno-veglia, rallentando le funzioni dell’organismo. Quindi è utile nella “sindrome da fase di sonno ritardata”, cioè in quelle persone, chiamate comunemente “gufi”, che la sera non andrebbero mai a dormire, mentre al mattino fanno fatica ad alzarsi; nei casi di jet-lag, perché migliora sia il sonno sia i sintomi che compaiono di giorno (malessere generale,

8 REGOLE PER UN BUON SONNO 1. Andare a letto sempre alla stessa ora: l’ideale sarebbe attorno alle 22.30-23, un orario che asseconda il normale ritmo di alternanza luce-buio. Attorno a quest’ora la temperatura del corpo comincia ad abbassarsi, la pressione arteriosa cala, il battito cardiaco rallenta e si avverte un piacevole torpore. 2. Svolgere regolare esercizio fisico, ma non nelle 3-4 ore prima di coricarsi. 3. Evitare di vedere la televisione o utilizzare computer, tablet, cellulari in camera da letto: la luce della televisione e dei dispositivi elettronici inibiscono il rilascio di melatonina e aumentano il senso di allerta, rendendo più difficile addormentarsi. 4. Eliminare caffè e fumo: sono sostanze eccitanti che rendono

disturbi gastrointestinali); e negli anziani, perché spesso, come già accennato, la sua secrezione si riduce con il progredire dell’età. Attenzione però al fai da te o a rimedi consigliati dall’amica o dalla collega. L’insonnia, non curata tempestivamente, di qualunque natura essa sia, può portare a un circolo vizioso. È sufficiente una settimana senza chiudere occhio per portare a un condizionamento negativo e alla cronicizzazione del disturbo: una volta sdraiati a letto, il pensiero e la paura di non addormentarsi agevoleranno un’altra notte in bianco. Al primo campanello di allarme è indispensabile consultare il proprio medico. Una terapia farmacologica è necessaria in circa il 70% dei casi di insonnia: il trattamento farmacologico, con la possibilità di interrompere rapidamente il circuito vizioso caratterizzato dalla triade coricamento allertamento-insonnia, consente soprattutto di evitare l’instaurarsi di un condizionamento negativo e quindi il rischio di cronicizzare l’insonnia stessa.

più difficile “spegnere” i centri della veglia. Meglio astenersi da queste sostanze nelle 3-4 ore prima di andare a dormire. 5. Bere una tisana rilassante: un infuso caldo di camomilla, melissa, verbena, valeriana o altre erbe con effetto rilassante possono aiutare a prendere sonno. 6. Evitare le attività eccitanti: leggere un libro impegnativo o pauroso, studiare o lavorare dopo cena ha l’effetto di tenere la mente sveglia e attiva, impedendo che si presenti la fase del rilassamento pre-sonno. 7. Alzarsi da letto se non si prende sonno: se dopo oltre mezz’ora il sonno non arriva, è inutile rigirarsi. Meglio alzarsi e dedicarsi a un’attività rilassante, che distolga la mente dal pensiero dell’insonnia. 8. Evitare i sonnellini pomeridiani se si ha difficoltà di addormentamento serale. Bergamo Salute

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IN SALUTE

ALIMENTAZIONE

DOTT.SSA CHIARA CORTIANA Biologa Nutrizionista

DIETA SENZA GLUTINE? Solo per celiaci e intolleranti Per tutti gli altri non apporta necessariamente benefici a cura di ELENA BUONANNO

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utte pazze per la dieta senza glutine. Sono sempre di più le star italiane e internazionali appassionate di questa dieta, ovvero il regime alimentare per celiaci che rischia di diventare una moda per chi celiaco non è. Una dieta che, a sentire i suoi seguaci, farebbe dimagrire ed essere più tonici. Ma ha davvero senso togliere il glutine dall’alimentazione per chi non soffre di celiachia? Facciamo chiarezza sull’argomento con l’aiuto della dottoressa Chiara Cortiana, biologa nutrizionista. DOTTORESSA CORTIANA, INNANZITUTTO, CI SPIEGA DI PRECISO CHE COSA È QUESTO FAMIGERATO GLUTINE? Nel corso degli anni il glutine è diventato onnipresente nei discor-

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si riguardanti l’alimentazione e il corretto regime alimentare, spesso caratterizzato da una connotazione prettamente negativa. Il glutine è un complesso proteico presente in numerosi cereali di uso comune (frumento, kamut, farro, orzo, segale, spelta) dei quali costituisce buona parte della frazione proteica. IN QUALI CASI PUÒ AVERE SENSO ELIMINARLO DALLA DIETA? Ovviamente nel caso di pazienti celiaci. Una delle proteine che costituiscono il glutine è la prolamina che viene denominata gliadina nel caso del frumento: in soggetti predisposti una reazione avversa a questa molecola può provocare l’insorgenza di una patologia denominata celiachia. In un pa-


ziente celiaco l’ingestione di uno dei cereali sopra elencati provoca reazioni immunitarie abnormi dirette contro il glutine in essi contenuto. Durante queste reazioni gli anticorpi del paziente attaccano i villi intestinali portando progressivamente all’instaurazione di una situazione infiammatoria cronica della mucosa intestinale con graduale riduzione dei villi intestinali stessi e conseguente diminuzione della superficie (e quindi della capacità) di assorbimento dell’intestino. Se non curata la celiachia può provocare dissenteria, distensione addominale, alterazione dei parametri epatici, anemia, osteoporosi, ritardo nella crescita (nel caso in cui insorga in età infantile o pediatrica), astenia cronica e, nei casi più gravi, aborto, convulsioni, attacchi epilettici e adenocarcinoma (cancro intestinale). La diagnosi di celiachia viene effettuata tramite un prelievo ematico in cui vengono testati gli anticorpi specifici (antitransglutaminasi in primis) e, nel caso di positività agli anticorpi, tramite biopsia duodenale necessaria per valutare lo stato di conservazione dei villi intestinali e quindi la gravità della malattia. Per queste persone il glutine è “veleno” e deve assolutamente essere eliminato dalla dieta in modo totale. A questo scopo possono essere utilizzati cereali naturalmente privi di glutine come riso, quinoa, mais, amaranto, grano saraceno oppure utilizzare gli appositi prodotti sen-

za glutine presenti in commercio. Ci sono poi alcuni pazienti che soffrono di un’intolleranza più lieve al glutine, definita gluten-sensitivity. In questo caso gli esami sierologici sono negativi e non può essere fatta una diagnosi di celiachia (gli anticorpi sono inferiori a 10 volte il limite massimo dell’intervallo di normalità). ANCHE IN QUESTO CASO È MEGLIO EVITARLO? IN MODO DEFINITIVO? Nelle persone intolleranti, il glutine causa problemi digestivi o infiammazione intestinale, senza tuttavia raggiungere mai la gravità dei sintomi della celiachia. Perciò è necessario eliminare ogni traccia di glutine dalla dieta quotidiana per almeno 3-4 mesi prima di iniziare una graduale reintroduzione monitorando la reazione dell’organismo a dosi crescenti di gliadina. In molti casi risulta tuttavia necessario moderare sempre la quantità di glutine nella dieta giornaliera pur non dovendo attenersi alla totale esclusione come nel caso dei pazienti celiaci. E PER CHI NON SOFFRE NÉ DI CELIACHIA NÉ DI INTOLLERANZA? NON MANGIARE GLUTINE PUÒ AIUTARE A PERDERE PESO E SENTIRSI MENO GONFI E MEGLIO? No. Se è vero che pazienti celiaci o sensibili al glutine devono evitare di

introdurlo nell’alimentazione quotidiana è altrettanto vero che tutti coloro i quali non manifestano alcuna reazione immunitaria contro la gliadina possono consumare glutine con assoluta tranquillità. Il glutine infatti ha un elevato tenore proteico ed è spesso utilizzato come sostitutivo della carne nei regimi alimentari vegetariani. Senza contare che, come tutte le proteine, ha un forte potere saziante e quindi, al contrario di quanto a volte si pensa, può aiutare a perdere peso. È inoltre utilizzato come addensante nelle formulazioni farmacologiche in tavolette o pastiglie, nell’industria dolciaria per conferire viscosità e coesione ai prodotti da forno, mentre nella pasta serve a trattenere l’amido durante la cottura. La moda della dieta senza glutine è nata dal fatto che celiachia e ipersensibilità al glutine sono molto diffuse e si è di conseguenza fatta largo l'idea erronea che i prodotti senza glutine siano più sani degli altri. Falso. I prodotti senza glutine non sono obbligatoriamente più sani o meno calorici: spesso infatti l’alimentazione aglutinata, se non viene ben bilanciata, porta a un aumento di peso dovuto all’alto contenuto di grassi e zuccheri presenti in alcuni prodotti senza glutine. Inoltre con un’alimentazione rigorosamente priva di glutine non solo non si trae nessun beneficio, anzi si potrebbe incorrere in carenza di alcune vitamine importanti quali acido folico e ferro presenti invece nei cereali integrali (quindi con glutine).

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IN SALUTE

ALIMENTAZIONE

LENTICCHIE 7 buoni motivi per mangiarle tutto l'anno a cura di VIOLA COMPOSTELLA

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on solo a Capodanno. Ad alto valore nutrizionale e basso contenuto di calorie, le lenticchie rappresentano un alleato prezioso per la  salute tutto l’anno. Molte sono infatti le virtù di questo legume: fanno bene al cuore, sono ricche di proteine, aiutano a tenere sotto controllo il colesterolo nel sangue, favoriscono la perdita di peso, prevengono stitichezza e problemi intestinali e molte altre ancora. Vediamole un po’ più nel dettaglio con la dottoressa Roberta Delmiglio, dietista.

1.

UNA VALIDA ALTERNATIVA ALLA CARNE PER VEGETARIANI E NON «Come tutti i legumi, fatta eccezione per i fagiolini, le lenticchie non sono da considerarsi una verdura né un contorno. Per il loro elevato contenuto proteico esse sono infatti a tutti gli effetti un secondo piatto, proprio come la carne, il pesce, le uova o i formaggi, ma di origine vegetale» spiega la dietista. «C’è da dire che le lenticchie (come tutti gli altri legumi, eccetto la soia) sono deficitarie di un aminoacido essenziale, la metionina, che è presente però nei cereali e derivati, di cui fanno parte pasta, riso, pane, patate, etc., nei quali

invece scarseggia l’aminoacido lisina, di cui tutti i legumi sono forniti. Dunque un piatto composto da un alimento della categoria dei cereali insieme a uno dei legumi, fa sì che i due, ciascuno manchevole di un aminoacido, si completino a vicenda, andando a costituire una proteina completa: la cosiddetta carne dei poveri». Per questo motivo le lenticchie, come gli altri legumi, sono alla base dell’alimentazione quotidiana di vegetariani e vegani. Ma non solo: rappresentano un’ottima alternativa alla carne anche per chi non lo è. Le Linee Guida per una Sana Alimentazione Italiana del Centro di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (ex INRAN) infatti raccomandano di ridurre il consumo settimanale di proteine animali a favore di quelle vegetali. Qualche idea per un piatto unico sano, equilibrato e appetitoso, a cui aggiungere solo un contorno di verdura? Pasta e lenticchie in brodo, polenta con lenticchie in umido, polpettine/ burger di lenticchie e patate, zuppa di lenticchie con crostini di pane.

2.

UNA MINIERA DI FERRO Oltre a essere tra i legumi più ricchi di proteine, dopo la soia, le fave e i fagioli, insieme a questi ultimi

SECONDO LA TRADIZIONE LE LENTICCHIE, PER LA LORO FORMA, SIMBOLEGGIANO IL DENARO. PER QUESTO MOTIVO IN ITALIA FANNO PARTE DEL MENU DI SAN SILVESTRO E VENGONO CONSUMATE COME AUGURIO DI PROSPERITÀ PER IL NUOVO ANNO.

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la lenticchia detiene il primato della ricchezza in ferro. «Paragonata alla carne (in media tra vari tagli di pollame, manzo e maiale), si può facilmente notare come la lenticchia non abbia nulla da invidiarle né per quanto riguarda il contenuto proteico né per l’apporto di ferro» sottolinea la dottoressa Delmiglio. «Bisogna però specificare che il ferro contenuto negli alimenti di origine animale viene assorbito meglio rispetto a quello dei vegetali, in quanto si trova in parte nella forma eme, il cui assorbimento è abbastanza costante, mentre nei vegetali si trova unicamente nella forma non-eme, che per essere assorbita necessita di una particolare reazione che viene accelerata da sostanze come la vitamina C. Per favorirne l’assorbimento, quindi, è buona abitudine aggiungere del succo di limone o altri alimenti ricchi in vitamina C a un pasto che contenga ferro».

DOTT. SSA ROBERTA DELMIGLIO Dietista - A STEZZANO E TREZZO SULL'ADDA -


3.

AMICHE DEL CUORE Numerosi studi hanno dimostrato che il consumo di lenticchie riduce il rischio di malattie cardiovascolari. Le lenticchie sono infatti ricche di fibre solubili, che aiutano a tenere sotto controllo i livelli di colesterolo nel sangue, contribuendo a tenere pulite le arterie e riducendo così il rischio di ictus e malattie cardiovascolari. «Essendo vegetali, i legumi sono gli unici secondi piatti a fornire fibra: 100 grammi di legumi secchi forniscono circa la metà del fabbisogno giornaliero di questo prezioso composto» spiega la dottoressa Delmiglio. «La loro natura vegetale comporta anche un altro vantaggio: la totale assenza di colesterolo (che è tipico unicamente degli alimenti animali) e della scarsissima presenza di grassi saturi, entrambi, se in eccesso, possono compromettere la salute di cuore e arterie». Anche la buona presenza di magnesio e acido folico le rende amiche del cuore: il magnesio migliora il flusso sanguigno, mentre l'acido folico riduce i livelli di omo-

INFORMAZIONI NUTR

Magnesio (mg) Calcio (mg) Fosforo (mg)

7.

PER LA SALUTE IN MENOPAUSA «Le lenticchie sono una buona fonte di isoflavoni (insieme alla soia, ai piselli, ai cavolini di Bruxelles e al grano saraceno), i quali sono dei fitoestrogeni, ovvero sostanze con struttura ed azione simili a quella degli estrogeni, utili per contrastare i sintomi della menopausa e come protettivi nei confronti di malattie cardiovascolari e osteoporosi post–menopausale» conclude la dottoressa Delmiglio.

PER UN INTESTINO PIÙ REGOLARE «Contenendo molte fibre, le lenticchie trattengono acqua nel colon, contrastando così la stitichezza, favorendo la regolarità intestinale e riducendo il rischio di cancro del retto» continua la dietista. La fibra alimentare insolubile inoltre può prevenire altri problemi digestivi come la diverticolosi VERDI, ROSSE, NERE... e la sindrome dell'inteTANTE VARIETÀ PER TUTTI I GUSTI stino irritabile.

La lens culinaris, volgarmente conosciuta come lenticchia, è una pianta della famiglia delle leguminose, originaria delle regioni temperate calde, i cui semi commestibili sono appunto le lenticchie. Coltivata nel mondo intero, numerose sono le varietà esistenti, che differiscono per colore (rossa, gialla, verde, marrone) e dimensione. L’Italia vanta un tipo di lenticchia, quella di Castelluccio di Norcia, che ha ottenuto la certificazione di Indicazione Geografica Tipica (IGP), oltre a svariati presìdi Slow Food, come la lenticchia di Ustica, quella di Villalba, di Rascino o di Santo Stefano di Sassanio.

IE SECCHE CRUDE

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22.7

Proteine (g) Ferro (mg)

5.

A TUTTA ENERGIA «Le lenticchie sono anche un’ottima fonte di vitamine B₁, B₂ e B₃, essenziali per il corretto svolgimento di molte reazioni chiave dell’organismo umano» sottolinea l’esperta. Le vitamine B sono importanti anche per contrastare la stanchezza e mantenere alte le energie.

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Lipidi totali (g) Carboidrati disponib

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ALLEATE DELLA LINEA Povere di calorie, ricche di fibre e ad alto potere saziante, le lenticchie possono diventare un’arma in più anche per perdere peso. Un esempio? Una tazza di lenticchie cotte ha circa 230 calorie e rende sazi.

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IZIONALI

G DI LENTICCH VALORI RIFERITI A 100

Kcal

cisteina, un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari. Infine, contribuiscono andando a stabilizzare la glicemia post-prandiale (ovvero i livelli di zucchero nel sangue) e a ridurre il rischio di diabete di tipo 2.

ili (g)

51.1 8 83 57 376 Bergamo Salute

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IN ARMONIA

PSICOLOGIA

CURIOSITÀ Segno di vivacità o invadenza? a cura di MARIA CASTELLANO

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intomo di vivacità intellettuale e desiderio di conoscere oppure invadenza? Quando si tratta di curiosità a volte il confine può essere sottile. Quello che alcuni percepiscono come interessamento, da altri ad esempio può essere visto come una violazione della privacy. Altre volte la sete di informazioni può sconfinare nella morbosità (ad esempio quando si tratta di gossip su persone famose o no). C’è poi chi la considera un pregio, chi invece un difetto. In realtà la curiosità è molto più di tutto questo: è un sentimento naturale, un motore indispensabile che ci spinge a esplorare e conoscere il mondo intorno a noi, fatto non solo di persone ma anche di cose ed esperienze. L’importante, in ogni caso, è saperla dosare bene. Come ci spiega la dottoressa Laura Grigis, psicologa.

DOTTORESSA GRIGIS, DA UN PUNTO DI VISTA PSICOLOGICO ED EVOLUTIVO COS'È E CHE RUOLO HA LA CURIOSITÀ? Possiamo definire la curiosità come il desiderio di conoscere, colmare un vuoto, avere informazioni e stimoli mentali nuovi, mossi da motivazioni intrinseche (interne). Secondo la mitologia greca, Zeus regalò a Pandora un vaso, raccomandandole di non aprirlo; la giovane però, che aveva ricevuto dal dio Ermes il dono della curiosità, tolse il coperchio al vaso, liberando così tutti i mali del mondo. Da questo mito deriva il famoso detto “la curiosità è femmina”. Nonostante la mitologia greca rimandi a un'accezione negativa, la curiosità ha un ruolo importan24

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tissimo per il genere umano: basti pensare a tutte le scoperte che hanno portato il mondo a essere quello che noi vediamo oggi. Da un punto di vista psicologico ed evolutivo, è l'esigenza di mantenere in equilibrio il livello ottimale di stimolazione, al di sopra e al di sotto del quale reagiamo con comportamenti di stress o noia: la chiave per comprendere la naturale tensione umana verso la curiosità sta nel riconoscere che il processo di soddisfazione della curiosità è di per sé piacevole (Loewenstein G., “The psychology of curiosity: a review and reinterpretation”, 1994). La psicologia dello sviluppo, in particolare, ha da sempre studiato i cosiddetti comportamenti esplorativi, cioè quei comportamenti che possiamo vedere negli animali e negli uomini (soprattutto nei bambini piccoli) e che sono espressione di curiosità, finalizzati all'esplorazione dell'ambiente, oggetti e persone che li circondano. Studiando il comportamento di un bambino di pochi mesi (attraverso il protocollo della Infant Strange Situation ideato nel 1978 da Mary Ainsworth) si evidenzia che l'attivazione di comportamenti di curiosità ed esplorazione, è resa possibile solo a condizione che siano stati soddisfatti i bisogni primari (nutrizione, attaccamento, sicurezza etc.). Questo è quello che succede anche negli adulti e nella società in generale, dove la curiosità e le scoperte (scientifiche o di altro genere) che migliorano la vita dell'uomo trovano terreno fertile quando sono garantite condizioni di sicurezza e di benessere al singolo e alla collettività.

SI PUÒ DIRE ALLORA CHE SIA SINONIMO DI INTELLIGENZA? Tutti i grandi scrittori, filosofi, commediografi, pittori, scultori, scienziati, matematici sono stati dei gran curiosi. Curiosità e intelligenza però non sono sinonimi, bensì variabili che s'influenzano a vicenda in diversi modi: grazie alla spinta della curiosità si cercano risposte a quesiti nuovi o vecchi, aumentando così le nostre conoscenze e diventando “più intelligenti”; grazie all'intelligenza invece si formulano nuovi quesiti e si esplorano alternative alla classica visione delle cose. La curiosità, come abbiamo detto finora, è motore di conoscenze, di scoperte e in generale di crescita ed evoluzione: per questo motivo viene considerata un fenomeno positivo. Sia che si tratti di curiosità verso le persone (per conoscerle meglio,

UN AIUTO PER LA MEMORIA E L’APPRENDIMENTO Neuroscienziati e psicologi dell'Università della California hanno dimostrato che quando qualcosa stimola la nostra curiosità, nel cervello si attivano i collegamenti fra i centri della ricompensa e l'ippocampo, una regione cruciale per il consolidamento della memoria. Questa condizione si mantiene per un certo periodo di tempo e rende più facile il ricordo e l'apprendimento non solo di quanto ci aveva interessato, ma anche di altre informazioni ricevute nello stesso momento.


per farci un giudizio su di loro, per mostrare interesse etc.), sia che il nostro interesse si rivolga ad oggetti, materiali ed elementi vari. È la curiosità che ci spinge a viaggiare, leggere, assaggiare nuovi cibi e fare amicizia. QUANDO DA DOTE POSITIVA PUÒ TRASFORMARSI IN NEGATIVA, COME MORBOSITÀ O INVADENZA? Quando l'esplorazione non ha un obbiettivo chiaro e condiviso: le numerose domande personali che ci pone il nostro medico durante una visita sono un esempio di curiosità sana, volta all'obiettivo di una corretta diagnosi; se le stesse domande ce le ponesse uno sconosciuto, seduto accanto a noi sull'autobus, la sua invadenza ci infastidirebbe molto. Quando lo scopo finale non è la semplice conoscenza: se, dopo aver “curiosato”, sentiamo di aver ottenuto delle informazioni e delle conoscenze che migliorano la nostra vita, anche per piccole cose, allora si tratta di curiosità “intelligente"; diversamente, siamo caduti nel pettegolezzo e nell'invadenza. In questo secondo caso, probabilmente, siamo stati mossi non dalla sete

Adriano Merigo

di conoscenza, ma dalla volontà di cogliere l'altro in errore, giudicarlo negativamente, mantenere o imporre la nostra posizione di superiorità su di lui all'interno della relazione. In altre parole, la curiosità “negativa” è quella che ci spinge a ottenere informazioni per poi utilizzarle per secondi fini e non per la semplice voglia di conoscere. Questa accezione negativa della curiosità è sempre più stimolata ai giorni nostri, soprattutto per la facilità e la velocità con cui si trovano informazioni su cose e persone; informazioni che però il più delle volte non servono davvero per formarci un'opinione e sicuramente funzionano meno di un “Buongiorno, come sta?” detto al nostro vicino di casa di cui però già conosciamo luoghi di vacanza, opinioni politiche e passioni musicali attraverso i social! MA ALLORA COME SI FA A ESSERE CURIOSI IN MODO “SANO”? Innanzitutto facendo anche molte domande, ma solamente per ottenere informazioni che ci interessano veramente e mostrando empatia quando ci rivolgiamo alle persone.

Importante è poi avere sempre presente che l'obbiettivo è ottenere nuove conoscenze, imparare cose nuove, ma senza ambire alla perfezione o alla “conoscenza assoluta” e non accontentarsi di informazioni “per sentito dire” ma cercare sempre di approfondire e crearsi una propria opinione. Non dimentichiamo poi che essere curiosi aumenta il nostro livello di autostima: le persone curiose infatti sono maggiormente portate alla relazione e allo scambio con ciò che li circonda, esponendosi a sfide che solitamente superano e grazie a questo processo acquisiscono e migliorano le proprie capacità per il raggiungimento di livelli sempre superiori.

DOTT. SSA LAURA GRIGIS Psicologa - A MOZZO -

Bergamo Salute

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IN ARMONIA

COPPIA

QUANDO IL TERZO INCOMODO

è l'HIV

Non sembra più fare paura, eppure continua a contagiare a cura di MARIA CASTELLANO

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italiani, uomini e donne, nel 2014, hanno scoperto di essere sieropositivi, un dato che non si è modificato negli ultimi tre anni. È questa la fotografia scattata dal Centro Operativo dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss) in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS che si celebra ogni anno il primo dicembre. Anche se la malattia negli ultimi dieci anni è praticamente sparita dalle prime pagine dei giornali (salvo ritornarvi per fatti di cronaca come quelli degli ultimi mesi con protagonisti giovani uomini che avrebbero contagiato volontariamente decine di "vittime" ignare) e non è più oggetto di campagne di prevenzione, questo non vuol dire che non ci sia più. Anzi il numero delle infezioni non solo non è diminuito negli ultimi anni, ma ha ricominciato ad aumentare costantemente. «Secondo i dati dell’ISS, ben l’81% delle infezioni è attribuibile a rapporti sessuali non protetti: il 43% dei contagi avviene tra eterosessuali, il 38% per rapporti tra maschi» dice la dotto-

DOTT. SSA MARIA RITA MILESI Psicologa e Psicoterapeuta - A BERGAMO -

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Bergamo Salute


ressa Maria Rita Milesi, psicologapsicoterapeuta e sessuologa. «Se all’inizio dell’epidemia, quindi, erano quasi esclusivamente gli omosessuali a essere a rischio di infezione, da molto tempo non è più così. Anche le coppie eterosessuali, contrariamente a quello che solitamente si è portati a credere, sono colpite dal virus». DOTTORESSA MILESI, MA PERCHÉ LE PERSONE ASSUMONO COMPORTAMENTI IRRESPONSABILI PUR SAPENDO CHE CORRONO DEI RISCHI? Si adottano comportamenti imprudenti per diversi motivi. Innanzitutto la percezione del rischio personale è di gran lunga inferiore alla percezione del rischio altrui: gli eventi negativi sono visti molto più probabili per qualcun altro piuttosto che per se stessi. Nel caso dell’AIDS, inoltre, il rischio è percepito più verso gruppi specifici (ad esempio omosessuali o tossicodipendenti) piuttosto che comportamenti specifici. Inoltre le persone si sentono relativamente poco minacciate, in quanto gli esiti negativi della malattia sono lontani nel tempo rispetto al comportamento rischioso: possono passare anni dalla contrazione del virus al manifestarsi della malattia vera e propria, l’AIDS. In secondo luogo, oggi l’HIV fa meno paura e questo espone le persone a un maggior rischio di contagio. Rispetto ai primi anni in cui emerse l’allarme, quando non esistevano farmaci in grado di contrastare il virus, l’AIDS era una malattia con una mortalità del cento per cento. Le terapie antiretrovirali hanno fortunatamente cambiato il decorso della malattia trasformandola da invariabilmente mortale a malattia cronica. Infine, un altro fattore riguarda la difficoltà a negoziare l’uso del preservativo. Il profilattico è una barriera fisica che elimina quasi totalmente il rischio di contrarre il virus, tuttavia ancora oggi molte persone hanno rapporti sessuali non protetti, correndo così un serio pericolo per la propria sa-

lute o per quella del proprio partner nel caso in cui un membro della coppia abbia rapporti con altre persone senza protezioni. MA PERCHÉ CI SONO TANTE RESISTENZE ALL’USO DI QUELLO CHE IN MOLTI CASI POTREBBE ESSERE UN “SALVAVITA”? I rapporti sessuali si configurano come una situazione emotivamente e fisicamente coinvolgente in cui può essere estremamente difficile concordare con il partner l’utilizzo di precauzioni efficaci, soprattutto se si è insicuri nella gestione della relazione con l’altro sesso. E così vergogna, oppure il timore di allontanare o perdere l’altro, hanno il sopravvento. Questo è vero soprattutto per le donne, che spesso evitano di chiedere al partner di utilizzare protezioni poiché ne temono il giudizio; oppure il loro ruolo nella coppia non consente sufficiente spazio alla contrattazione sul suo uso, anche per il fatto che la scelta di utilizzarlo non può essere gestita in prima persona dalla donna e richiede necessariamente la collaborazione dell’uomo. COSA SUCCEDE ALLA COPPIA QUANDO UNO DEI DUE PARTNER SCOPRE DI ESSERE SIEROPOSITIVO? Chi contrae il virus HIV fa i conti innanzitutto con grandi preoccupazioni relative alla malattia e allo stigma che si associa all’essere sieropositivo, ma deve anche convivere con ripercussioni psicologiche notevoli (ad esempio ansia e depressione). Se la persona ha una relazione di coppia stabile il senso di colpa prevale: oltre a dover confessare il tradimento, c’è il tormentoso timore di aver contagiato il partner, così l’attesa della negatività del test HIV si carica di

grande angoscia per entrambi. Nel partner che ha subito il tradimento e che scopre di essere stato messo in pericolo proprio da chi ama emergono rabbia, delusione, sfiducia, paura. Se il test conferma il contagio difficilmente la coppia trova le risorse per rimanere insieme. Se invece il partner sano non è stato contagiato, la coppia deve affrontare vissuti di smarrimento, paura, rabbia, inadeguatezza, fallimento e incomunicabilità che mettono comunque a dura prova la tenuta della relazione, soprattutto perché emergono aspetti prima sconosciuti del partner sieropositivo. L’aspetto più colpito è sicuramente quello della sessualità. L’uso corretto del profilattico permette di prevenire l’infezione del partner negativo e di evitare gravidanze a rischio per il neonato (gravidanze che, se programmate, sono comunque possibili). Tuttavia, il preservativo può essere avvertito come una barriera all’intimità o come un costante ricordo dell’infezione. Vi sono coppie che decidono di rinunciare alla sessualità privilegiando gli aspetti affettivi della vita a due. In casi estremi e patologici, invece, il partner negativo rifiuta le precauzioni come estremo gesto d’amore per dimostrare all’altro la sua illimitata accettazione attraverso la condivisione dello stesso destino. Spesso la coppia vive l’incubo di un segreto che grava come un macigno sulla relazione: la sieropositività è nascosta a tutti, persino ai familiari, per via dello stigma e dell’ignoranza che ancora resistono nella società. Purtroppo, proprio lo stigma associato alla sieropositività è una delle ragioni principali per cui troppe persone non adottano precauzioni facilmente disponibili e per cui addirittura temono di effettuare il test HIV.

IL VIRUS COLPISCE PREVALENTEMENTE GLI UOMINI. QUESTI RAPPRESENTANO BEN IL 79,6% DEI CASI NEL 2014, MENTRE CONTINUANO A DIMINUIRE LE NUOVE DIAGNOSI NELLE DONNE. L’ETÀ MEDIA PER I PRIMI È DI 39 ANNI, PER LE DONNE DI 36 ANNI. LA FASCIA DI ETÀ MAGGIORMENTE COLPITA È 25-29 ANNI (15,6 NUOVI CASI OGNI 100.000)

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IN FAMIGLIA

DOLCE ATTESA

MAMME A 40 ANNI

Più tardi è meglio? a cura di ELENA BUONANNO

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l desiderio di maternità non ha età e infatti le gravidanze cosiddette tardive sono sempre più numerose soprattutto nei Paesi dell’Occidente industrializzato. L’Italia non fa eccezione. Basti pensare che, secondo i dati dell’Istat, oggi otto bambini su cento nascono da una mamma over 40, circa il 70% in più rispetto agli anni Novanta. E i dati sono in aumento anche tra le donne ultracinquantenni. «Inutile dire che dal punto di vista prettamente naturale un corpo femminile è più preparato a ospitare un bambino a 25 anni, piuttosto che a 35, ma questo non significa che le analisi e i monitoraggi oggi disponibili non possano garantire una gravidanza tranquilla e un'altrettanto tranquilla maternità» commenta il dottor Francesco Clemente, ginecologo. «Il più grande problema che deve affrontare una donna, probabilmente, è riuscire a rimanere incinta a 40 anni. La fertilità di una coppia e le probabilità di restare incinte per ogni ovulazione infatti sono determinate da tanti fattori, dalle condizioni di salute generali degli aspiranti genitori allo stile di vita. Ma è soprattutto l’età a giocare un ruolo determinante. Se a 23 anni, ogni ovulazione ha il 28% di probabilità di trasformarsi in gravidanza, a 40 ne ha il 12% e queste scendono drasticamente di anno in anno. Gli ovociti, di numero definito alla nascita, non solo diminuiscono, ma peggiorano di qualità. Inoltre ovaie, utero ed endometrio sono meno ricettivi.  Restare incinta diventa più difficile e donne poco fertili prima dei 40 avranno più probabilità di fallimento anche ricorrendo a tecniche di fecondazione artificiale». DOTTOR CLEMENTE, QUALI RISCHI COMPORTA UNA GRAVIDANZA IN ETÀ AVANZATA? • Un maggior rischio di aborto spontaneo. In una donna sana prima dei 40 anni il rischio di aborto spontaneo arriva fino al 25% dei casi, aumentando sensibilmente nei casi di fecondazione assistita. Essendo causati nella maggior parte dei casi da anomalie cromosomiche, dopo i 43 anni questa probabilità raddoppia.  • Un maggior rischio di patologie cromosomiche per il feto. L'età della madre rappresenta un fattore di rischio fondamentale per l’insorgenza di anomalie cromosomiche. La Sindrome di Down  (probabilmente la più conosciuta e causata dall’alterazione del cromo28

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DOTT. FRANCESCO CLEMENTE Specialista in Ostetricia e Ginecologia - PRESSO L'OSPEDALE M.O.A. LOCATELLI DI PIARIO -

soma 21) passa da un rischio di una gravidanza ogni 1530 a 20 anni ad un rischio di 1 su 17 a 46 anni. Per la diagnosi di queste patologie possiamo avvalerci dei test di probabilità (come il Duo test e la determinazione del DNA fetale libero circolante nel sangue materno) o di certezza (villocentesi e amniocentesi, questi ultimi non esenti da rischi in quanto invasivi). • Aumento di possibili malattie ginecologiche. Fibromi uterini o alterazioni pretumorali sono più frequenti.  • Complicanze legate all'età. Sebbene una quarantenne di oggi goda spesso di ottima salute (rispetto a una donna matura di 30 anni fa) l'età si fa sentire. I rischi di ipertensione, gestosi, disfunzioni della tiroide, problemi di coagulazione del sangue e diabete aumentano.  • Maggiori pericoli per il feto. Con l'avanzare dell'età aumentano i pericoli di prematurità, ritardo di accrescimento intrauterino e mortalità perinatale (ma anche mortalità materna, sebbene entrambe rare).

GLI ESAMI DA FARE Gli esami del sangue sono i medesimi, sia a 30 sia a 40 anni, e servono a escludere infezioni in atto e monitorare il benessere materno-fetale. Negli esami di base sono previste in genere tre ecografie standard, una serie di esami del sangue e delle urine e il test per lo streptococco vaginale. Dai 35 anni in poi è consigliabile la diagnosi prenatale, con la villocentesi o l'amniocentesi per individuare eventuali anomalie cromosomiche, il cui rischio è più elevato.


I PRO Secondo un recente studio inglese i bambini nati da quarantenni hanno un rischio più basso di ricovero in ospedale nei primi tre anni di vita, ma non solo. I figli delle donne “mature” sembra che sviluppino migliori capacità linguistiche rispetto ai bambini con madri ventenni. Probabilmente le spiegazioni vanno ricercate nella maggior esperienza data dall’età, che porta a una gestione più serena e matura della maternità. E c'è di più. Secondo un altro studio, pubblicato dall'autorevole rivista Nature, chi riesce ad avere figli dopo i 40, in modo naturale (ovvero senza fecondazione artificiale), ha quattro volte più probabilità di superare il secolo di vita: quattro volte più delle altre. A questi benefici si aggiungono poi: una maggiore consapevolezza ed equilibrio e un minor rischio di disturbi come depressione e ansia post-partum.

E PER QUANTO RIGUARDA IL MOMENTO DEL PARTO? Partendo dal presupposto che l'esperienza del parto naturale può essere più o meno dolorosa a prescindere dall'età, c’è da dire che le gravide più avanti negli anni hanno maggiori probabilità di essere affette da patologie varie come diabete o ipertensione e di essere sovrappeso. Uno studio dell’Università di Dublino ha evidenziato che su una casistica di oltre 36.000 gravidanze, nelle primi gravide oltre i 40 anni ben oltre il 54 % ha dovuto ricorrere al taglio cesareo per motivi diversi. MA ESISTONO ANCHE “RISCHI” PSICOLOGICI NEL DIVENTARE MAMME TARDI? I 40 anni sono il tempo della maturità piena: la psiche è ormai strutturata in modo solido. Un cambiamento così radicale nelle abitudini può essere vissuto come una sottrazione, invece che come un arricchimento. Sono i casi in cui la donna cerca il figlio non perché lo sente veramente, ma perché l'orologio biologico si avvicina alla menopausa; c'è la donna che si è dedicata alla carriera e ora sente di dover acquisire anche il ruolo di madre. Per vivere bene questo bellissimo momento è importante per la futura o neomamma non fare troppi confronti con le mamme più giovani; non farsi condizionare dai dubbi e dalle paure degli altri e soprattutto non farsi influenzare dalle aspettative dei familiari.

SE UNA DONNA VUOLE PROGRAMMARE UNA GRAVIDANZA IN ETÀ AVANZATA QUALI CONSIGLI LE SI POSSONO DARE PER PREPARARSI AL MEGLIO? Sicuramente quando si prende una decisione come quella di partorire un figlio a 40 anni è bene pensare anche al futuro e non solo al parto e alla gravidanza in sé: ad esempio, il bambino vorrà che gli siano organizzate delle feste di compleanno in età scolare ed è certo diverso organizzare una festa per bambini così piccoli se si hanno 40 o 50 anni, ma se si è decisi e si è valutato bene tutto ciò che concerne il futuro prossimo e remoto della propria maternità, avere un figlio a 35 o 40 anni è certamente possibile e il giudizio a un genitore non può certo basarsi sull’età. In fondo una donna più grande ha anche un fardello di esperienza maggiore e può insegnare a un figlio più di quanto non possa fare una ragazza molto più giovane. Per quanto riguarda invece la forma fisica sarebbe bene che l’aspirante mamma (ma questo vale a tutte le età) arrivasse alla gravidanza con un peso il più vicino possibile al peso-forma. Il sovrappeso in gravidanza infatti rappresenta un fattore di rischio per il diabete gestazionale. In caso soffra di ipertensione o altre patologie per le quali sta seguendo una terapia (evenienza più frequente dopo una certa età) deve parlarne con il proprio ginecologo e valutare insieme a lui se sia il caso di modificarla o rimodularla. Importante infine è che segua sempre un’alimentazione che sia la più varia possibile in modo da assicurarle tutti i principi nutritivi di cui ha bisogno per la sua salute e quella del nascituro. Bergamo Salute

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IN FAMIGLIA

BAMBINI

TOSSE quando preoccuparsi? Meccanismo di difesa fisiologico e indispensabile, non si deve sottovalutare ma evitiamo “allarmismi” eccessivi

DOTT.SSA ERMINIA FERRARI Esperta in Omeopatia Pediatrica - A GORLE -

a cura di ELENA BUONANNO

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uò essere secca o grassa. Persistente o manifestarsi in particolari momenti della giornata. È la tosse, un disturbo molto comune soprattutto in questa stagione fredda, in cui va di pari passo con l’influenza e le sindromi parainfluenzali. Un problema che spesso preoccupa molto i genitori, anche più del dovuto. «Una delle ragioni di questa grande preoccupazione è che nella nostra memoria, anche a livello inconscio, permane la paura di patologie come la polmonite, che soltanto un secolo fa, mieteva tantissime vittime in tenera età» osserva la dottoressa Erminia Ferrari, pediatra. «Gli antibiotici, fortunatamente, hanno cambiato il volto del mondo e ormai, ai giorni nostri, di polmonite non si muore più, a esclusione di casi clinici gravi e complicati in partenza. Non bisogna dimenticare, invece, che la tosse è un meccanismo fisiologico che il nostro organismo mette in atto per liberare le vie aeree da un accumulo di muco e/o dalla presenza di sostanze irritanti per la mucosa. Quindi rappresenta una difesa fisiologica, necessaria e indispensabile». COMINCIAMO DALLA TOSSE GRASSA, MOLTO FREQUENTE TRA I PIÙ PICCOLI. A COSA PUÒ ESSERE DOVUTA E COSA SI PUÒ FARE PER RISOLVERLA E LIMITARE IL FASTIDIO? I bambini, a causa della non completa maturazione dell’apparato immunitario, soprattutto nei periodi di cambi stagionali e ai primi freddi, sono più esposti alle infezioni virali delle alte vie aeree (il cosiddetto raffreddore) che sono caratterizzate per lo più da manifestazioni catarrali. Quando le secrezioni catarrali sono chiare, anche se importanti come quantità, non c’è da preoccuparsi. In questi casi è necessario liberare il naso, attraverso lavaggi con soluzioni e/o spray salini, che aiutano a diminuire l’accumulo catarrale e quindi la tosse stessa. Si può inoltre favorire la risoluzione dei sintomi con la somministrazione di sciroppi o granulati mucolitici, non necessariamen30

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te farmacologici, ma anche di derivazione naturale erboristica (ad esempio a base di grindella, miele, propoli, plantaggine, ribes, timo) e/o di formulazione omeopatica (ad esempio a base di drosera, ribes nero). Anche l’aerosol, se ben tollerato, eseguito solo con della soluzione fisiologica salina, offre molti benefici. Il merito è del sale, che rappresenta uno dei più efficaci mucolitici esistenti in natura. A questo proposito si possono associare anche sedute dentro le grotte di sale (che sono oltretutto molto amate dai bambini, perché momento di gioco con la mamma o con il papà), cercando di scegliere non la struttura più economica, ma quella maggiormente attrezzata. QUANDO INVECE LA TOSSE PUÒ DIVENTARE PREOCCUPANTE? Quando si accompagna a secrezione catarrale con muco giallastro o verdastro e/o febbre, soprattutto se elevata (ovvero al di sopra dei 38,5°C) e caratterizzata da un’insorgenza con brividi. In questi casi è bene sottoporre il bimbo a una valutazione da parte del

DIVENTA CRONICA SE… Si parla di tosse cronica quando dura per più di quattro settimane. A differenza degli adulti in cui dipende spesso da asma, rinosinusite e reflusso gastroesofageo, nel bambino, specialmente in età prescolare, la cause principale è la bronchite batterica protratta. Questa patologia è caratterizzata da una tosse catarrale. Nella maggior parte dei casi si risolve con terapia antibiotica mirata e prolungata.


pediatra, per escludere patologie più importanti delle basse vie aeree. Infatti, a seconda dell’età del bambino, la tosse può essere sintomo e segno di bronchiti e bronchioliti (nei più piccolini) o di polmoniti e broncopolmoniti. La valutazione è fondamentale per instaurare precocemente la terapia più adeguata. LA TOSSE SECCA, INVECE, DA COSA PUÒ ESSERE CAUSATA? La tosse secca, “abbaiante” o “da foca” può essere sintomo di laringiti o laringotracheiti, soprattutto se associata a raucedine fino ad arrivare alla disfonia/ afonia. Anche in questo caso, è consigliabile una visita pediatrica. Se l’insorgenza è notturna o serale e il bambino, comunque, respira bene, in attesa della valutazione del proprio pediatra, si può iniziare una terapia aerosolica con beclometasone o budesonide associato a salbutamolo o ipratropio bromuro (i dosaggi verranno indicati dal pediatra di fiducia). Se, invece, il bambino respira male, producendo dei suoni aspri provenienti dalla gola (il cosidetto cornage, rumore inspiratorio musicale di cornamusa) è segno di laringospasmo. DI COSA SI TRATTA? Il laringospasmo è una contrazione spastica improvvisa, involontaria e incontrollata dei muscoli della laringe che può associarsi anche a contrazione spastica delle corde vocali. In questo caso, il bambino

riesce a parlare con difficoltà, presenta una tosse convulsa e incessante ed è agitato. Il consiglio è non agitarsi, per non agitare maggiormente il bambino. Il vapore con oli balsamici può risolvere la crisi, a volte in modo anche rapido. Ma se ciò non accade è necessaria una valutazione clinica urgente. Nel caso di bambini con predisposizione al broncospasmo e/o notoriamente asmatici, le mamme e i papà, di solito, hanno già delle indicazioni da parte del pediatra di fiducia e sanno come affrontare la crisi respiratoria, in quanto, in casa, hanno già i farmaci per la terapia di controllo della patologia, come corticosteroidi (beclometasone, fluticasone ad esempio), beta agonisti a breve durata d’azione (salbutamolo ad esempio) e antimuscarinici (ipratropio ad esempio) inalatori. Le mamme e i papà dei bambini asmatici in genere hanno anche in casa corticosteroidi a breve durata d’azione da somministrare per via orale, come il betametasone in compresse effervescenti, che nelle crisi acute è assolutamente necessario. Se però la crisi asmatica non si risolve, bisogna andare al pronto soccorso per una valutazione clinica e una terapia urgente; suggerimento che vale anche nel caso di un primo attacco asmatico o asmatiforme (broncospasmo), caratterizzato da tosse incessante accompagnata da i cosiddetti “fischi”. In conclusione, un ultimo consiglio: ricordare sempre che affrontare la tosse dei bambini con un atteggiamento ansioso, non li aiuta, rallentandone spesso la guarigione. Bergamo Salute

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FITNESS L’ABBIGLIAMENTO GIUSTO Inizialmente può essere sufficiente l’abbigliamento utilizzato per il jogging, adattato ovviamente all’ambiente in cui si va a praticarlo e al clima. L’ideale comunque sarebbe un vestiario tecnico con tessuti ultratraspiranti e nello stesso tempo impermeabili e antivento. Per avere la massima libertà l’abbigliamento sulle articolazioni dovrebbe essere sagomato, elastico e con tessuto più morbido, con aperture di areazione sotto le ascelle e non ultimo inserti catarifrangenti per le uscite serali o notturne.

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ermette di mettere in movimento il 90% dei muscoli di tutto il corpo. Aumenta il metabolismo. Migliora la postura. Aiuta a scaricare lo stress. Ed è alla portata di tutti. Unica condizione: la coordinazione. È il nordic walking, letteralmente “camminata nordica”, una forma di cammino che prevede l’utilizzo di appositi bastoncini e che si sta affermando in tutto il mondo. In primavera-estate-autunno ma ora anche in inverno, grazie al winter nordic walking, versione invernale sviluppata dalla Scuola Italiana Nordic Walking (www.scuolaitaliananordicwalking. it) che permette di godere dei benefici di questa disciplina anche quando c’è la neve. «Nato nei Paesi Scandinavi tanti anni fa era inizialmente praticato dagli atleti dello sci di fondo durante la preparazione a secco estivo-autunnale. Successivamente, venne perfezionato e sviluppato in un vero e proprio esercizio di fitness» spiega Pino Dellasega, presidente della Scuola Italiana. «Consiste in una camminata con i bastoncini. Ma attenzione! Il bastoncino è usato per spingere e non come appoggio. Non bisogna pensare che si va più veloci o si faccia meno fatica perché il principio fondamentale di questa nuova disciplina è quello di coinvolgere il maggior numero possibile di muscoli e, di conseguenza, aumentare il dispendio energetico a parità di velocità e di distanza percorsa e favorire un esercizio benefico a livello cardiocircolatorio. Per ottenere comunque il massimo dei benefici e avere la massima efficienza dai movimenti, la tecnica diventa determinante».

QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DI QUESTO SPORT DAL PUNTO DI VISTA TECNICO? Per sviluppare correttamente la tecnica del nordic walking, i punti principali sono: la coordinazione nel passo alternato (cioè l’alternanza dei movimenti di braccio e gamba opposti); il recupero di una camminata naturale; l’ampiezza di movimento delle gambe e delle braccia, il rilassamento delle spalle; la postura eretta e la rullata del piede. E CHE BENEFICI OFFRE? Il nordic walking può essere a ragione considerato una delle attività sportive più complete in assoluto con benefici che riguardano sia il corpo sia la mente. Dal punto di vista fisico:

IL WINTER NORDIC WALKING PREVEDE LA CAMMINATA NORDICA ANCHE SU PERCORSI DI NEVE BATTUTA. L’ATTREZZATURA È COMPOSTA DALLA RAK (UNA SORTA DI CIASPOLINA MOLTO LEGGERA) E DA UNO SCARPONCINO MOLTO COMODO E SEMPLICISSIMO DA METTERE E TOGLIERE 32

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• permette un consumo energetico superiore del 20 – 30% rispetto al walking senza bastoncini; • si ottiene un coinvolgimento di circa il 90% della nostra muscolatura (oltre 600 muscoli); • grazie al coinvolgimento attivo della muscolatura ausiliaria dell’apparato respiratorio, è incrementata l’ossigenazione dell’intero organismo • mantiene in esercizio quattro delle cinque forme principali di sollecitazione motoria: resistenza, forza, mobilità, coordinazione; • scioglie le contrazioni nella zona delle spalle e della nuca (zona cervicale); • ritarda il processo di invecchiamento; • stimola l’eliminazione degli ormoni originati dallo stress; • aumenta la frequenza cardiaca di 10-15 pulsazioni al minuto rispetto alla camminata tradizionale alla stessa andatura; • rinforza il sistema immunitario; • migliora la postura e favorisce la mobilizzazione della colonna vertebrale; • alleggerisce il carico sulle articolazioni e sull’apparato motorio in genere Dal punto di vista mentale-psicologico, invece: migliora il tono dell’umore perché il nostro corpo libera delle sostanze, le endorfine e le serotonine (ormoni della felicità); si regolarizza il respiro, che invece nei momenti di ansia e di paura tende a farsi corto e superficiale e si scaricano le tensioni muscolari accumulate senza

PINO DELLASEGA - PRESIDENTE DELLA SCUOLA ITALIANA NORDIC WALKING -

il rischio di strappi o stiramenti; stimola il pensiero creativo. Diversi studi hanno dimostrato che il nordic walking è un’attività particolarmente indicata anche in chi soffre di sovrappeso, diabete, morbo di Parkinson e sclerosi multipla. Inoltre aiuta a prevenire osteoporosi e artrosi: uno sforzo moderato e costante stimola la capacità delle ossa di assimilare il calcio e produce sostanze come l’elastina e il collagene che formano le cartilagini. È indicato anche per le donne operate di tumore al seno nella fase di riabilitazione. MA LO POSSONO PRATICARE TUTTI? Sì, dai bambini agli anziani. Camminare con i bastoncini è un’attività sportiva sana e naturale che può essere praticata ovunque, durante tutto l’anno e a tutte le età. Inoltre è stato dimostrato che con il nordic walking si abbassa notevolmente la percezione della fatica: questo consente di poter effettuare una attività fisica più lunga, rendendolo adatto anche a persone non sportive o poco allenate.

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un problema estetico ma non solo. Rovina le mani rendendole più tozze e “disordinate”, ma le espone anche al rischio di fastidiose e dolorose infezioni. Parliamo dell’onicofagia, ovvero l’abitudine di mangiarsi le unghie. Un vizio che non riguarda solo bambini e adolescenti ma anche molti adulti, in particolare donne, e tende a peggiorare in periodi di stress. Secondo le stime, a mangiarsi le unghie sarebbero infatti il 28% dei bambini fra i 7 ed i 10 anni, il 44% degli adolescenti, il 19-29% dei giovani adulti, il 5% fra gli anziani. Come è possibile liberarsi da questa cattiva abitudine? Esistono strategie efficaci? E una volta smesso di rosicchiarle, torneranno come prima? Lo abbiamo chiesto al professor Antonino Di Pietro, dermatologo.

PROF. ANTONINO DI PIETRO Specialista In Dermatologia - DIRETTORE DELL'ISTITUTO DERMOCLINICO VITA CUTIS PRESSO CORPORE SANO SMART CLINIC STEZZANO -

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Bergamo Salute

I DANNI? ALLE UNGHIE, ALLA PELLE E ALLA BOCCA «Chiamarlo vizio è riduttivo. Sono molti infatti i danni, anche permanenti, che si possono provocare alla salute delle unghie. Innanzitutto, soprattutto se non ci si limita a mangiare le unghie ma si tormentano anche le cuticole, cioè le pellicine, e i tessuti intorno all’unghia, si determina una “ferita” cronica alla matrice dell’unghia (ossia la parte responsabile della crescita dell’unghia) che si manifesta con alterazioni di superficie e di colore dell’unghia» spiega il professor Di Pietro. Talvolta, soprattutto nel bambino, l’unghia presenta piccole chiazze bianche che migrano con la crescita della lamina (leuconichia puntata). La leuconichia è dovuta al fatto che la matrice dell’unghia danneggiata dal trauma, produce un’unghia parzialmente immatura e non completamente cheratinizzata. «Inoltre la rimozione delle pellicine fa sì che la matrice non sia più sigillata e quindi molto più esposta a infezioni batteriche. Infezioni frequenti sono anche quelle che colpiscono le pieghe tra l’unghia e la pelle, il cosiddetto “giradito” e le verruche intorno all’unghia». E non è tutto. Mettere continuamente le dita in bocca favorisce il trasporto continuo di batteri, virus e


funghi dalle mani alla bocca, oltre a danneggiare lo smalto dei denti. I TRUCCHI PER SMETTERE: DALLO SMALTO AMARO AL DIARIO Insomma è chiaro: smettere non è anche ma non solo una questione estetica. Come fare allora? Nei bambini a volte può bastare utilizzare appositi smalti particolarmente amari. Più complesso invece è negli adulti, nei quali il vizio spesso è spia di problemi di ansia. «In questo caso, oltre a smalti amari o olii essenziali dal sapore e odore sgradevole (ad esempio quello di Tea Tree), possono essere prescritte sostanze usate nel trattamento di disturbi compulsivi, in grado di aiutare a tenere sotto controllo situazioni di stress. È comunque sempre opportuno consultare uno specialista neurologo o psichiatra prima di assumerle» suggerisce il dermatologo. «Oltre a questo, nelle donne può aiutare applicare unghie finte o ricostruire le proprie con il gel. Utile è anche tenere un diario sul quale annotare tutte le volte che si sente l’impulso irrefrenabile di mangiarsi le unghie». Mettere nero su bianco cosa si stava facendo o provando in quel momento aiuta a comprendere meglio cosa innesca il desiderio, noia, nervosismo o altro, e a “prendere tempo” vincendo così la tentazione. Alcune ricerche suggeriscono anche di indossare un braccialetto al polso, una sorta di segnale visivo che renda consapevoli prima di compiere il gesto e ricordi che si vuole smettere. Spesso infatti, come succede con altre forme di dipendenza, si è “vittime” di automatismi e di riflessi non del tutto consci. Altri invitano invece a dedicarsi a degli hobby: giardinaggio, decoupage, origami. Si può scegliere quello che si preferisce: l’importante è tenere le mani occupate. SEI MESI E TANTE “COCCOLE” PER TORNARE NORMALI Ma una volta che si è riusciti a smettere, le unghie torneranno mai normali? Sì, anche se ci vuole tempo. «I danni durano almeno sei mesi. Il ricambio di un’unghia della mano richiede 6 mesi (di un’unghia del piede un anno e mezzo). Tendono però a crescere più fragili. Per questo vanno curate con maggiore attenzione (vedi box) in modo da aiutarle a rinforzasi» continua il professor Di Pietro. Come? Innanzitutto con l’aiuto dell’alimentazione. «Una dieta varia ed equilibrata fornisce tutti gli elementi di cui anche le unghie hanno bisogno: proteine (carne, legumi, pesce, uova, latticini); vitamine A, B, C e minerali (calcio, ferro e zinco), presenti in buone quantità nei diversi tipi di frutta e verdura; vitamina E che si trova in particolare nell’olio extravergine d’oliva spremuto a freddo e nella frutta secca, come mandorle e noci» suggerisce l’esperto. Utili possono essere poi anche gli integratori, sotto forma di capsule da assumere via orale oppure sotto forma di smalti idrosolubili o olii da mettere direttamente sulle unghie un paio di volte a settimana. «Questi ul-

IL GIRADITO Chiamato in termini medici patereccio, è una malattia infettiva che interessa la pelle ed è caratterizzata da un’infiammazione talvolta dolorosa, che colpisce le parti molli delle dita, sia dei piedi sia delle mani. In genere compare intorno all’unghia; più raramente, invece, sul polpastrello. Nella maggior parte dei casi è causato da un batterio chiamato Streptococcus pyogenes, altre volte i responsabili possono essere funghi, come la Candida albicans, oppure virus, come l’Herpes simplex. Questi microrganismi normalmente presenti sulla pelle non danno alcun disturbo fino a quando non penetrano nell’organismo da una piccola lesione come quelle provocate dall’abitudine di mangiare unghie e pellicine o anche da manicure troppo aggressive. Se colpisce l’unghia, la pelle diventa tesa, la zona intorno all’unghia s’infiamma, si arrossa e si gonfia. Se invece colpisce il polpastrello, lo stesso diventa particolarmente gonfio e arrossato, si avverte un senso di pulsazione all’interno del dito, come se “battesse” oppure fosse punto da numerosi spilli. In entrambi i casi possono essere utili garze imbevute di disinfettanti e creme antibiotiche.

timi contribuiscono a “nutrire” le unghie rese fragili da anni di rosicchiamenti con complessi multivitaminici (selenio, silicio, urea etc.) o sostanze come il pantenolo e la jojoba. Tra gli integratori alimentari, invece, i più comuni sono gli aminoacidi solforati (cistina, arginina, treonina) che costituiscono naturalmente l'unghia; oligoelementi come zinco, selenio, silicio, ferro e calcio; vitamine A, C, E; omega 3 e la biotina. Quest'ultima, in particolare, è detta vitamina dei capelli e delle unghie: non solo migliora le unghie, ma ne accelera la crescita». Fondamentale, infine, è rispettare alcune regole per una corretta manicure. «È importante tagliare le unghie regolarmente con forbici dedicate o tronchesini. Attenzione però: l’ideale è tagliare l’unghia quadrata, ma arrotondata agli angoli, evitando di scollarla o scalfirne la superfice per non creare un varco a eventuali germi. Per la limatura, invece, meglio usare la lima di cartone al posto di quella in metallo, più aggressiva. Importante, poi, è non rimuovere le cuticole, la pellicina che protegge le unghie: basta ammorbidirle in acqua o con gli appositi prodotti e spingerle indietro con un bastoncino di legno morbido (arancio, betulla o rosa) dalla punta arrotondata. Infine, per rimuovere lo smalto, bisognerebbe privilegiare un solvente povero di acetone, che disidrata e indebolisce» conclude il professor Di Pietro. Bergamo Salute

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amici di Bergamo Salute ALBINO • Caredent Galleria Commerciale Valseriana Center Via Marconi ALZANO LOMBARDO • Ospedale Pesenti Fenaroli Via Mazzini 88 • Rihabilita Via Provinciale 61 AZZANO SAN PAOLO • Fortimed Italia srl Via Cremasca 24 • Iro Medical Center Via del donatore Avis Aido 13 • Studio Odontoiatrico dott. Campana Via Castello 20 BERGAMO • ASST Papa Giovanni XXIII Piazza OMS 1 • ATS Bergamo Via Gallicciolli 4 (e tutti i distretti) • Boutique dell'olio Via Borgo Palazzo 81/A • Caredent c/o Galleria Commerciale Auchan • Cartolombarda Via Grumello 32 • Centro Acustico Italiano Via San Bernardino 33/C • Centro Chiropratico Salus Via C. Maffei 14/A • Centro Medico Igea Via Quinto Alpini 6 • Centro Medico San Luca Via Quinto Alpini 6 • Centro Sportivo Piscine Italcementi Via Statuto 41 • Centro Studi Superiori - Synapsy Via Moroni 255 • Clinica Castelli Via Giuseppe Mazzini 11 • Dott.ssa Marta Barbieri Via Vincenzo Monti 11 • Dott. Diego Bonfanti Via Tasso 55 • Dott. Paolo Locatelli Via Dei Celestini 5/B • Dott. Paolo Paganelli Via A. Maj 26/D • Dott.ssa Grazia Manfredi Via Paglia 3 • Dott.ssa Tiziana Romano Via Garibaldi 4 • Fisioforma Via G. D’Alzano 5 • Habilita San Marco Piazza della Repubblica 10 • Ipasvi Via Rovelli 45 • L’ortopedia Via Bellini 45 • Medic Service Via Torino 13 • Ordine dei Medici di Bergamo Via Manzù 25 • Ortopedia Burini Rotonda dei Mille 4 • Palamonti / CAI Via Pizzo della Presolana 15 • Studio Medico Odontoiatrico dott. Vincenti & Vecchi Via Palazzolo 13 • Porto di Telemaco Via S. Francesco d’Assisi 3 • Still Osteopathic Clinics Via Calzecchi Onesti 6 • Studio dott.ssa Ost. Monica Vitali Via Camozzi 111 • Studio Odontoiatrico dott. Maggioni Maurizio Via Zelasco 1 BOLGARE • Studio Dentistico dott. Stefano Capoferri Via G. Verdi 6/A BONATE SOPRA • Ortopedia Tecnica Gasparini Via Toscanini 61 BONATE SOTTO • Habilita Laboratorio Analisi Mediche Via Vittorio Veneto 2 • Poliambulatorio Biomedicals Via Vittorio Veneto 2 • PrivatAssistenza Via F.lli Calvi 8 BREMBATE SOPRA • Piscine Comunali Via Locatelli 36 CALCINATE • Ospedale F. M. Passi Piazza Ospedale 3 CASAZZA • Istituto Polispecialistico Bergamasco Via Nazionale 89 CASNIGO • Centro Sportivo Casnigo Via Lungoromna 2 CHIGNOLO D’ISOLA • Isola Medical Via Galileo Galilei 39/1 CLUSONE • Habilita Poliambulatorio Via N. Zucchelli 2 COLOGNO AL SERIO • Farmacia Comunale Piazza Garibaldi 6/A CREDARO • Porto di Telemaco Via Diaz 7 CURNO • Dott. Sergio Stabilini Via Emilia 12/A FIORANO AL SERIO • Grotte di sale La Luce Via Donatori di sangue 11 GAZZANIGA • Ospedale Briolini Via A. Manzoni 130 GORLE • Centro Medico MR Via Roma 32

GROMLONGO DI PALAZZAGO • Tata-o Via Gromlongo 20 LOVERE • Ospedale SS. Capitanio e Gerosa Via Martinoli 9 MOZZO • Studio Dentistico dott. Diego Ruffoni Via Ambrosoli 6 • Studio di Psicologia Relazionale dott. S. Gelfi Via Manzoni 20 NEMBRO • Dott. Antonio Barcella Via Locatelli 8 • Ortopedia Burini Via Monsignor Bilabini 32 OSIO SOTTO • Ortopedia Burini Via Milano 9 OSPITALETTO (BS) • Dott.ssa Mara Seiti Via famiglia Serlini Traversa III 16 PIARIO • Ospedale M.O. Antonio Locatelli Via Groppino 22 PIAZZA BREMBANA • Fondazione Don Stefano Palla Via Monte Sole 2 PONTE SAN PIETRO • Policlinico San Pietro Via Forlanini 15 PRESEZZO • Dott. Rolando Brembilla Via Vittorio Veneto 683 ROMANO DI LOMBARDIA • Avalon Via R. Pigola 1 • Caredent Centro Commerciale Il Borgo • Ospedale Santissima Trinità Via San Francesco d’Assisi 12 ROVETTA • Centro Sportivo Rovetta Via Papa Giovanni XXIII SAN GIOVANNI BIANCO • Ospedale Civile Via Castelli 5 SAN PAOLO D’ARGON • Every Service Onlus Via Francesco Baracca 28 SAN PELLEGRINO TERME • Istituto Clinico Quarenghi Via San Carlo 70 SARNICO • Habilita Ospedale di Sarnico Via P. A. Faccanoni 6 SCANZOROSCIATE • Dott.ssa Sarah Viola Via Giassone 22 • Vega srl Via Aldo Moro 6 SERIATE • Albero di Psiche Via Marconi 90 • Caredent Via Italia 131 • Centro Medico San Giuseppe Via Marconi 11/A • Istituto Ottico Daminelli Via Italia 74 • Ospedale Bolognini Via Paderno 21 STEZZANO • Caredent c/o Centro Commerciale 2 Torri • Corpore Sano Smart Clinic c/o Centro Commerciale 2 Torri • Farmacia San Giovanni Via Dante 1 TRESCORE BALNEARIO • Consultorio Familiare Zelinda Via F.lli Calvi 1 • Caredent Via Nazionale 46 • Ospedale S. Isidoro Via Ospedale 34 • Terme di Trescore Via Gramsci TREVIGLIO • Caredent Via Roma 2/A • Centro Diagnostico Treviglio Via Rossini 1 • Koala Amb. Polisp. Riabilitativo Via A. Crippa 19 • Krioplanet Via Pontirolo 18/C • Ospedale di Treviglio P.le Ospedale 1 • Porto di Telemaco Via Matteotti 11 URGNANO • Antica Farmacia Via Papa Giovanni XXIII 435 • Occhiali Prezzi Pazzi Via del Commercio 110 VILLONGO • Consultorio Familiare Zelinda Via Roma 35 VILLA D’ALMÈ • Caredent Via Roma 20/D • Farmacia Donati Via Roma 23 ZANICA • Farmacia Gualteri Piazza della Repubblica 1 ZINGONIA • Casa di Cura Habilita Via Bologna 1 • Policlinico San Marco Corso Europa 7


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Torta con radicchio e pinoli

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Un piatto unico gustoso ed equilibrato INGREDIENTI PER 4 PERSONE 250 G DI FARINA DI GRANO SARACENO 400 G DI RADICCHIO PULITO 120 G DI PATATE 4 UOVA 200 G DI RICOTTA

2 CUCCHIAI DI PARMIGIANO 4-5 CUCCHIAI DI PINOLI 1 CUCCHIAINO DI SEMI DI CUMINO 1 CUCCHIAINO DI CURCUMA 3-4 CUCCHIAI DI OLIO EXTRA VERGINE D’OLIVA SALE PEPE

PREPARAZIONE Lessate le patate e lasciatele intiepidire. In una ciotola impastate la farina di grano saraceno, le patate schiacciate, 1 uovo, la curcuma e un pizzico di sale. Aggiungete infine, gradualmente, 50 ml di acqua fino a ottenere un impasto compatto e morbido che metterete a riposare in frigorifero per 30 minuti. In una padella tostate i pinoli per qualche minuto a fuoco basso, quindi aggiungete l’olio e il cumino e lasciate insaporire brevemente. Unite il radicchio tagliato a strisce

sottili, salate e fatelo appassire per 5 minuti prima di toglierlo dal fuoco. Frullate la ricotta e il parmigiano con le 3 uova rimaste, una presa di sale e una macinata di pepe. Togliete la pasta dal frigorifero e stendetela in una teglia foderata con carta da forno avendo cura di formare un bordo alto almeno 2 cm. Unite i il radicchio raffreddato al composto di uova e distribuite il tutto nella teglia. Infornate a 180° per circa 30minuti.

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LE RICETTE STACCABILI DELLA SALUTE

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RUBRICHE

ALTRE TERAPIE

METODO FELDENKRAIS

®

Conoscersi e migliorare attraverso il movimento a cura di GIULIA SAMMARCO

I

mparare ad aumentare la propria flessibilità fisica e mentale e ad utilizzare meglio le proprie risorse attraverso il movimento. Con gesti semplici e non stressanti, adatti a ogni età, da fare “ascoltandosi”. Questa è la promessa del metodo Feldenkrais. Ideato negli anni Cinquanta da Moshè Feldenkrais oggi questo metodo è riconosciuto in tutto il mondo come valido supporto in ambito sanitario (ad esempio per chi soffre di mal di schiena, disturbi legati alla postura, limitazioni motorie dovute a traumi etc.), educativo, artistico, psicologico (per ridurre lo stress emotivo). Ne parliamo con Viola Esposti Ongaro, insegnante certificata.

DI CHE TIPO DI TECNICA SI TRATTA? Il Metodo Feldenkrais® è un sistema di apprendimento basato sul movimento che aiuta a migliorare il livello generale di benessere e autonomia delle persone, attraverso un processo organico. Il suo inventore Moshè Feldenkrais (1900-1984), scienziato e pioniere occidentale nello studio della relazione mentecorpo-ambiente, osservò che larga parte di ciò che facciamo durante la nostra vita non è consapevole ma meccanico, compulsivo. Il metodo da lui elaborato aiuta quindi le persone a rendersi conto di ciò che realmente stanno facendo mentre si muovono, portando la loro attenzione sulla connessione fra un mo-

IL METODO FELDENKRAIS, OLTRE AD AUMENTARE IL BENESSERE PSICO-FISICO, AIUTA ANCHE A MIGLIORARE L’ESPRESSIONE ARTISTICA E LA CREATIVITÀ NELLA DANZA, NEL CANTO, NEL TEATRO E A INCREMENTARE LE PRESTAZIONI FISICHE NELLA PRATICA SPORTIVA 46

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vimento e l’altro, tra una parte e l’altra del corpo. Sperimentando delle variazioni rispetto ai propri schemi motori abituali, le persone hanno così accesso a nuove possibilità di azione e di percezione di se stesse. QUALI SONO I BENEFICI CHE OFFRE? Il Metodo Feldenkrais®, i cui principi trovano conferma in numerosi studi sulla neuroplasticità (la capacità del cervello di rinnovarsi costantemente), favorisce un processo di apprendimento organico, simile a quello di un bambino che impara a camminare, non automatico né imposto ma basato sul piacere, la percezione delle sensazioni, l’esplorazione di possibilità sempre nuove. Guidati dalla voce o dal tocco non invasivo dell’insegnante, durante lezioni di un’ora, si esplorano movimenti che a volte risultano inconsueti perché non rientrano nelle nostre abitudini. Come renderli facili senza attivare sforzi dannosi? Quante parti di noi stanno realmente collaborando


a ciò che facciamo? Muovendoci in modo non abituale, proviamo sensazioni nuove. Cambia la nostra “auto-immagine” e così l’uso complessivo che facciamo di noi stessi: tutte le parti del nostro organismo sono “sveglie” e collaborano in modo equilibrato, senza che ve ne siano alcune sovraccariche ed altre rigide. A partire da queste sensazioni impariamo un nuovo modo, più facile e gratificante, di agire nella vita quotidiana. In altre parole i benefici si ripercuotono sia sul corpo (flessibilità, migliore postura, riduzione del dolore, maggiore libertà e precisione nel movimento etc.), sia sulla mente (riduzione dello stress, consapevolezza di sé, maggiore capacità di apprendimento etc.) MA IN QUALI CASI E PER CHE FASCE D’ETÀ È INDICATO? È indicato a tutte le età: in caso di dolori e disagi cronici (mal di testa, mal di schiena, stress etc.); per

migliorare coordinazione, postura, flessibilità fisica e mentale; per favorire ottimismo e fiducia in se stessi; nella riabilitazione; in presenza di disturbi neurologici e dell’apprendimento; per ottimizzare le prestazioni sportive e artistiche. La pratica è molto dolce e non invasiva e per questo è adatta a tutti e non presenta alcuna controindicazione. Prima di iniziare comunque è consigliabile una valutazione clinica da parte di un medico specialista. PER AVERE BENEFICI, QUANTE VOLTE A SETTIMANA BISOGNEREBBE PRATICARLO? MEGLIO CORSI DI GRUPPO O INDIVIDUALI? Il Metodo Feldenkrais® è uno strumento per acquisire maggiore consapevolezza e autonomia, per questo una pratica costante garantisce che i suoi effetti si integrino nella vita quotidiana: l’ideale sarebbe partecipare settimanalmente a due incontri di gruppo. Nel caso di problematiche specifiche, si con-

sigliano cicli di almeno 5/6 lezioni individuali. La guida dell’insegnante è fondamentale perchè le persone possano entrare in un ascolto profondo di se stesse, per aiutarle a portare l’attenzione su cosa realmente stanno facendo mentre si muovono e per stimolarle a sperimentare nuove possibilità: questo richiede tempo e calma anche se l’efficacia del metodo è tangibile fin dal primo incontro. Col tempo le persone integrano dentro di sé queste modalità di ascolto e di movimento: hanno così uno strumento prezioso di cui disporre nella propria vita.

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RUBRICHE

GUIDA ESAMI

CURVA DA CARICO DI GLUCOSIO Conosciamo meglio l’esame principe per diagnosticare il diabete a cura di MARIA CASTELLANO

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i stima che nel 2035 la diagnosi complessiva, a livello mondiale, dei diversi tipi di diabete potrebbe arrivare a 595 milioni di casi: in Italia i casi di diabete potrebbero arrivare a 5 milioni. Ad oggi nel nostro Paese sono circa 3 milioni (5% circa dell'intera popolazione italiana) le persone affette, ma almeno 1 milione (circa 1.6% della popolazione italiana) ne soffrirebbe pur non sapendolo. Dati preoccupanti che rendono necessario da un lato prevenire l'epidemia dall'altro monitorare il fenomeno. Come? Con periodici controlli della glicemia e con il test di tolleranza a carico orale di glucosio, esame di laboratorio che viene utilizzato per porre diagnosi di diabete mellito in presenza di valori glicemici dubbi a digiuno e in gravidanza per lo screening del diabete gestazionale. Ma in cosa consiste? E come si svolge? Ce lo spiega la dottoressa Alessandra Contardi, biologa.

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DOTTORESSA CONTARDI, INNANZITUTTO CHE TIPO DI PATOLOGIA È IL DIABETE? DA COSA DIPENDE? Il diabete è una malattia cronica che si caratterizza per la presenza di elevati livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia) conseguenti a un’alterazione della quantità di insulina prodotta dal pancreas o alterazioni della funzione dell’insulina. L’insulina è un ormone che regola la quantità di glucosio nel sangue e il suo utilizzo da parte delle cellule come fonte energetica. Quando questo meccanismo è alterato il glucosio si accumula nel circolo sanguigno, portando a condizioni patologiche quali il diabete (vedi box). QUALI SONO I SINTOMI CHE POSSONO FAR SOSPETTARE LA PRESENZA DELLA MALATTIA? La sintomatologia di insorgenza della malattia dipende dal tipo di diabete. Nel caso del diabete tipo

1 di solito si assiste a un esordio acuto, spesso in relazione a un episodio febbrile, con sete (polidipsia), aumentata quantità di urine (poliuria), sensazione di stanchezza (astenia), perdita di peso, pelle secca, aumentata frequenza di infezioni. COME SI PUÒ DIAGNOSTICARLA CON CERTEZZA? Con il test di tolleranza a carico orale di glucosio (OGTT Oral Glucose Tolerance Test), un esame di laboratorio che permette di differenziare tra diabete (glicemia a digiuno o dopo carico di glucosio superiore a 200 mg/dl) e altre situazioni cliniche in cui la glicemia non supera i livelli stabiliti per la definizione di diabete ma comunque non costituisce una condizione di normalità. Tra queste: • un’alterata glicemia a digiuno (IFG), che si manifesta quando i


DIABETE: NON NE ESISTE SOLO UNO DIABETE TIPO 1. Riguarda circa il 10% delle persone con diabete e in genere insorge nell’infanzia o nell’adolescenza. Nel diabete tipo 1, il pancreas non produce insulina e si rende necessaria la somministrazione di insulina ogni giorno e per tutta la vita. La causa del diabete tipo 1 è sconosciuta, ma caratteristica è la presenza nel sangue di anticorpi diretti contro antigeni presenti a livello delle cellule che producono insulina. Questo potrebbe essere legato a fattori ambientali (tra i quali, sono stati chiamati in causa fattori dietetici) oppure genetici, individuati in una generica predisposizione a reagire contro fenomeni esterni, tra cui virus e batteri.  Per questo

valori di glicemia a digiuno sono compresi tra 100 e 125 mg/dl; • un’alterata tolleranza al glucosio (IGT), che si verifica quando la glicemia due ore dopo il carico di glucosio è compresa tra 140 e 200 mg/dl. Si tratta di situazioni cosiddette di “pre-diabete”, che indicano un elevato rischio di sviluppare la malattia diabetica anche se non rappresentano ancora una situazione di malattia. Spesso sono associate a sovrappeso, dislipidemia (valori superiori alla norma di colesterolo e trigliceridi) e/o ipertensione e si accompagnano a un maggior rischio di eventi cardiovascolari (infarto e ictus). COME SI SVOLGE L’ESAME? La determinazione della curva da carico di glucosio si basa sulla somministrazione per bocca di una quantità fissa di glucosio in soluzione acquosa (in genere 75 grammi di glucosio in 250-300 ml

motivo, il diabete di tipo 1 viene classificato tra le malattie cosiddette “autoimmuni”. Tra i possibili agenti scatenanti la risposta immunitaria, sono stati proposti i virus della parotite (i cosiddetti "orecchioni"), il citomegalovirus. DIABETE TIPO 2. È la forma più comune di diabete e rappresenta circa il 90% dei casi. La causa è ancora ignota, anche se è certo che il pancreas è in grado di produrre insulina, ma le cellule dell’organismo non riescono poi a utilizzarla. In genere, la malattia si manifesta dopo i 30-40 anni e numerosi fattori di rischio sono stati associati alla sua insorgenza. Tra questi: familiarità, scarso esercizio fisico e eccessiva sedentarietà,

di acqua) che deve essere assunta in un tempo che va dai 30 secondi ai 5 minuti, a cui seguono due prelievi ematici a intervalli di tempo prestabiliti. Questi prelievi ripetuti nel tempo (prelievi ematici basali ovvero prima dell’assunzione di glucosio e due ore dopo l'assunzione del glucosio) sono necessari per la determinazione della curva glicemica (ovvero per definire l’andamento della concentrazione di glucosio nel sangue). In caso di donne in gravidanza, i prelievi sono tre (il primo a digiuno, poi a distanza di un'ora e successivamente di due ore dall'assunzione della soluzione glucosata). Durante l’esecuzione della curva da carico di glucosio il paziente non deve bere, mangiare (non è consentito masticare chewing gum), fumare, deve restare seduto osservando una condizione di riposo e non deve abbandonare il laboratorio fino al termine dei prelievi. Generalmente il riscontro

sovrappeso e appartenenza a alcune etnie. Il diabete di tipo 2 in genere viene diagnosticato tardivamente rispetto alla sua insorgenza in quanto l’iperglicemia (valori innalzati di glucosio) si sviluppa gradualmente e nelle fasi iniziali non si manifesta con i classici sintomi del diabete. Solitamente la diagnosi avviene casualmente (prelievo di controllo annuale) o in concomitanza con una situazione di stress fisico, quale infezioni o interventi chirurgici. DIABETE GESTAZIONALE. Si definisce così ogni situazione in cui si misura un elevato livello di glucosio circolante per la prima volta in gravidanza. Questa condizione si verifica nel 4% circa delle gravidanze.

di glicemia superiore a 200 mg/dl dopo due ore da carico di glucosio indica (se confermato una seconda volta) la presenza di diabete mellito anche con un valore di glicemia a digiuno inferiore a 126 mg/dl.

DOTT.SSA ALESSANDRA CONTARDI

Biologa - DIRETTORE LABORATORIO ANALISI HABILITA BONATE SOTTO -

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ANIMALI

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ANIMALI IN CONDOMINIO: le regole per vivere tutti bene e senza stress a cura di ELENA BUONANNO

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ono uno dei motivi più frequenti di liti tra i vicini: cani che abbaiano di giorno e di notte, gatti che come funamboli si spostano da un balcone all’altro, uccellini e altri volatili che non smettono di cantare disturbando la quiete. Eppure esistono leggi che permettono di godere della sacrosanta compagnia dei nostri amici a quattro (o due) zampe, anche se si vive in condominio, nel rispetto della salute

psico-fisica di tutti, vicini compresi. «Anche i giudici e i legislatori si sono accorti da tempo dell’importanza del rapporto tra uomo e animale domestico per lo sviluppo e l’espressione della personalità dell’individuo e più in generale per il suo benessere psico-sociale. Tant’è che da tempo ritengono che questo rapporto meriti garanzie addirittura costituzionali (vedi box)». Chi parla è il geometra Roberto Bertola, responsabile

GLI ANIMALI DOMESTICI? MEMBRI DELLA FAMIGLIA, ANCHE PER LA LEGGE

• La Cassazione (che è il massimo organo di governo e indirizzo dei giudici), con decreto del 13-03-2013, ha precisato che esiste un “vero e proprio diritto soggettivo dell’animale da compagnia nell’ambito dell’attuale ordinamento giuridico” che impone di ritenere l’animale collocabile non più nell’area concettuale delle “cose” ma “come essere senziente”.

• Il Tribunale di Varese, con sentenza del 07-12-2011, ha riconosciuto il diritto di visita in ospedale al cane del paziente ricoverato. • Il Tribunale di Vercelli, con sentenza del 24-10-2004, ha consentito al cane del detenuto il diritto di visita in carcere, in quanto “membro della famiglia”.

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dell'Ufficio SICET-CISL di Bergamo. Ci siamo rivolti a lui, esperto in questo ambito, per orientarci un po’ meglio tra diritti e doveri degli animali in condominio. PARTIAMO DAI DIRITTI. COSA DICE LA LEGGE RIGUARDO AGLI ANIMALI IN CONDOMINIO? È POSSIBILE VIETARNE LA PRESENZA? Ormai non più. La Riforma della disciplina del condominio ha aggiunto nel giugno del 2013 un nuovo comma in coda all’art. 1138 del Codice Civile che dice “le norme del regolamento non possono vietare di possedere o detenere animali domestici”. Cioè, in parole semplici, la maggioranza dell’assemblea dei condomini non può vietare agli abitanti del condominio di detenere animali domestici nei loro appartamenti. Con questo nuovo comma il condominio non è però diventato l’arca di Noè. Si parla infatti di “animali domestici”, cioè destinati ad abitare in casa, creando con il “padrone” un legame di affezione. Intende insomma quegli animali che rientrano nelle ordinarie consuetudini familiari (cani e gatti, uccellini da gabbia, pesci di acquario, criceti) e non quelli esotici (pappagalli), selvatici (iguane), pericolosi (pitoni o tigri) o quelli che possono essere in qualche modo “addomesticati” (scimmiette) o che possono essere fonte di reddito o allevati a fini alimentari (tipo mucche, asini, capre, pecore e galline). Con il nuovo comma dell’art. 1138 del codice civile, ancora, il condominio non si è nemmeno trasformato in area di libero transito, razzolo o gioco di animali, in quanto già da tempo esistono regole per l’incolumità degli individui e il loro vivere civile. In linea generale le esigenze in condominio si riassumono nella comprensibile preoccupazione sotto il punto di vista della sicurezza e della incolumità fisica da un lato, del vivere civile e della tranquillità (immissioni acustiche e olfattive, oltre che utilizzo delle parti comuni) dall’altro, da cui derivano una serie di doveri e obblighi per i proprietari degli animali domestici.


GEOM. ROBERTO BERTOLA - RESPONSABILE DELL'UFFICIO SICET-CISL DI BERGAMO -

CI PUÒ FARE QUALCHE ESEMPIO? L’ordinanza del Ministero della Salute, entrata in vigore il 23 marzo 2009 e aggiornata il 3 settembre 2013, già prevedeva misure di cautela generale quali, tra le altre, l’obbligo per i proprietari di un cane di mantenere pulita l’area di passaggio, utilizzare un guinzaglio di misura non superiore a 1 metro e mezzo e, nel caso di animali aggressivi, applicare la museruola, oggetto che peraltro deve essere

sempre portato con sé. Inoltre, con riferimento all’art. 2052 del Codice Civile, il padrone ha la generale responsabilità della custodia dei suoi animali, che in un condominio diventa cura della pulizia e dell’igiene delle parti comuni, sia per evitare che queste ultime vengano sporcate dall’animale sia per intervenire in caso di effettivo imbrattamento. E PER QUANTO RIGUARDA L’ABBAIO, UNA DELLE “ABITUDINI” CONSIDERATE PIÙ MOLESTE DAI VICINI, QUALI SONO LE REGOLE? Si ha vera e propria molestia solo e soltanto quando l’abbaiare sia tale da superare la normale soglia di tollerabilità (art.844 Codice Civile). Per inciso, il semplice abbaio viene considerato un fatto naturale del cane il cui suono rientra nei normali rumori di fondo che caratterizzano il vivere collettivo. La Cassazione ha precisato che la normale tollerabilità viene superata solo quando i latrati siano

insistenti e quindi non episodi saltuari, visto che la natura del cane non può essere coartata (costretta) al punto da impedirgli del tutto di abbaiare (Cass. n.7856 del 2008). Capita a volte che alcuni padroni siano fuori casa per lavoro tutto il giorno e che, seppur inconsapevolmente, lascino in un vero e proprio stato di abbandono i loro cani, provocando disagi al resto dei condomini a causa di escrementi, esalazioni maleodoranti, latrati, pericoli di aggressioni e quant’altro. In caso di raggiungimento di livelli insostenibili e non di solo fastidio, il vicino può contattare prima il proprietario degli animali e in seconda battuta ricorrere in via d’urgenza (ex art. 700 Codice di Procedura Civile) al magistrato per ottenere l’allontanamento dell’animale molesto, sia per tutelare in tempi brevi il proprio diritto alla salute minacciato da un pericolo che potrebbe essere imminente e irreparabile, sia per rimuovere lo stato di disagio abitativo e psicologico.

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DAL TERRITORIO

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ATS E ASST: IL NUOVO VOLTO DELLA SANITÀ E ASSISTENZA TERRITORIALE DOPO LA RIFORMA A seguito dell’entrata in vigore della legge regionale n. 23/2015, a partire dal 1° gennaio 2016 la “vecchia” Asl di Bergamo è stata “sostituita” dall’ATS (Agenzia di Tutela della Salute) con compiti di programmazione dell’offerta sanitaria, accreditamento delle strutture sanitarie e sociosanitarie e negoziazione e acquisto delle prestazioni sanitarie e sociosanitarie. Accanto all’ATS è stato istituito un nuovo soggetto giuridico, le ASST (Aziende Socio Sanitarie Territoriali), cui spettano le mansioni di erogazione delle prestazioni sanitarie e sociosanitarie. In particolare le ASST di Bergamo sono: • l’Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII, ora ASST Papa Giovanni XXIII, che include anche l'Ospedale di San Giovanni Bianco, il Distretto di Bergamo, il Distretto Valle Brembana e Valle Imagna (ambiti di Villa D'Almè e di Zogno), il Sert di Bergamo, il Centro per il bambino e la famiglia e i Consultori Familiari di Bergamo, Villa D'Almè e Sant'Omobono Terme, i cui servizi socio-sanitari prima della riforma erano direttamente erogati dall'ASL di Bergamo; • l’Azienda Ospedaliera Bolognini di Seriate diventata ASST di Bergamo Est, che comprende tutte le strutture dell’Azienda Bolognini, cui si aggiungono l’Ospedale di Calcinate, i Consultori Familiari e i Distretti dell’Est Provincia e della Valle Seriana /Valle di Scalve, i Sert di Lovere e Gazzaniga; •l’Azienda Ospedaliera di Treviglio diventata ASST di Bergamo Ovest, che raggruppa sotto la sua egida, l’Ospedale "Santissima Trinità" Romano di Lombardia, il Poliambulatorio Dalmine, il Poliambulatorio Treviglio, il Poliambulatorio Brembate di Sopra, il Poliambulatorio Calusco d'Adda, i Consultori Familiari Pubblici di Dalmine, Treviglio, Ponte San Pietro, Romano di Lombardia, i Sert di Martinengo, Treviglio e Ponte San Pietro, il Distretto di Dalmine, dell’Isola Bergamasca e della Bassa Bergamasca.

ASSOCIAZIONE GENITORI ATENA E DISCOTECA BOLGIA INSIEME PER PROMUOVERE IL DIVERTIMENTO “SICURO”

Una serata per permettere ai genitori di conoscere un po’ più da vicino i luoghi frequentati dai propri figli e sensibilizzare sull’importanza di un divertimento sano, consapevole e sicuro. S'intitola “Per i genitori che vogliono sapere” ed è organizzata dall’ Associazione Genitori Atena e si terrà sabato 6 febbraio alle 21.00 presso la Discoteca Bolgia. Obbiettivo dell’evento: creare le premesse per un dialogo genitori – figli; far vivere concretamente ai genitori il progetto guida sicura – safe driver. Ma soprattutto gettare le basi per un protocollo d’intesa che possa incrementare l’attività dei baristi etici che promuovono il bere analcolico, aumentare all’ingresso i controlli dell’età dei ragazzi, impedire l’ingresso a chi è in stato d’ebbrezza palese, favorire la segnalazione di ragazzi in stato d’ebbrezza o di confusione per evitare di servire altri alcolici. Per informazioni www.associazionegenitoriatena.it atenassociazione@gmail.com 035.221518

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INAUGURATO IL PRIMO “BABY PIT STOP” COMUNALE

È stato inaugurato a metà gennaio il primo “baby pit stop” comunale, ovvero uno spazio pensato per le esigenze dei più piccoli, con fasciatoi, poltrone e giochi, tutto a misura di bimbo e di mamma. Il baby pit stop si trova proprio all’ingresso del palazzo comunale, già molto frequentato dai bambini e dai loro genitori grazie alla presenza del frequentatissimo parco interno. Nell’iniziativa sono stati coinvolti anche gli studenti delle terze della Scuola d’arte Fantoni di Bergamo che hanno ideato progetti per la decorazione delle pareti della sala. Obbiettivo finale, suggerito dalle linee guida Unicef a livello mondiale, come dichiarato dal Sindaco Gori, è arrivare ad avere una vera e propria rete di “baby pit stop” sul territorio.


DAL TERRITORIO

ONLUS

CON LA MIA PASSIONE HO SALVATO

7500 bambini indiani a cura di LUCIO BUONANNO

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ettemila 236 bambini adottati, strappati alla strada, alla miseria, alla morte grazie alle cure mediche; 44 scuole dove i ragazzi imparano un mestiere e si aprono a un futuro più roseo; cinque cliniche di cui una mobile che va nei posti più sperduti; 250 pozzi artesiani per portare l’acqua nei villaggi e nei campi che ora danno anche tre raccolti l’anno; decine e decine di casette per i più disperati; un intero villaggio con 50 appartamenti e una stalla; 36 ragazzi sieropositivi e decine di portatori di handicap fisici e psichici che vengono seguiti con amore; 4 mila persone che si sono trasformate in “padrini” e “madrine”, versando un contributo mensile, per adottare un bambino a distanza o hanno contribuito a costruire una scuola o un dispensario per le cure mediche. Ecco, in sintesi, i risultati ottenuti in 23 anni da Helene Ehret, fondatrice e presidente dell’associazione onlus “Missione Calcutta” (www.missionecalcutta.it). La incontriamo nel suo ufficio di Scanzorosciate. Ha 81 anni, ma una verve incredibile e lavora per i suoi bambini indiani dalla mattina alla sera. Ogni anno parte per l’India con collaboratori e volontari per verificare di persona i centri dove è presente la Missione. Una delle sue preoccupazioni è ora la scelta del suo erede. «Quando ho cominciato non avevo 54

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una lira» ci racconta. «Eppure sono riuscita, grazie al generoso contributo di amici e di tanti “padrini” a realizzare in India progetti che sembravano impossibili. Ma perché proprio in India? Nel 1974 avevo adottato a distanza una ragazzina indiana. L’ho mantenuta agli studi per diversi anni e infine l’ho fatta venire in Italia. Non è stato facile. Ho capito però che sradicare la gente dalla propria terra è un vero e proprio atto di violenza». Il suo sogno, che si è trasformato in un ininterrotto impegno verso i più deboli e diseredati, comincia quando aveva solo 11 anni, subito dopo la guerra, in un collegio-orfanatrofio. I suoi genitori avevano problemi economici e lei e i fratelli vengono mandati in un istituto in Borgogna dopo che l’Alsazia era diventata francese. «C’erano ragazze dai 6 ai

21 anni», racconta commovendosi «alcune con traumatiche conseguenze della guerra. Per un anno e mezzo, fino a che mio padre non trovò un lavoro e ci riportò a casa, ho assistito a punizioni violente, sadiche e pensavo che era ingiusto che i bambini soffrissero. Ricordo il trattamento inflitto a quei miei coetanei che non avevano nessuno che li venisse a trovare, mentre quelli come me che ricevevano visite erano trattati con più riguardo. Quell’esperienza mi ha segnato e mi sono riproposta che da grande avrei aiutato i piccoli abbandonati e in difficoltà. Ma solo quando sono andata in pensione ho potuto realizzare il mio sogno». Nel 1992 Helene scrive a Madre Teresa di Calcutta chiedendole come potesse aiutarla. «Lei mi rispose: Dio la benedica, e mi consigliò di ri-


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volgermi al Centro di aiuto presieduto dal suo stretto collaboratore, l’arcivescovo Henry D’Souza; cosa che feci subito. Poco dopo ricevetti le foto e le storie di 15 ragazzi del villaggio di Silda, a 170 chilometri da Calcutta, che non avevano la possibilità di frequentare una scuola se non venivano aiutati. Ci voleva un padrino per ognuno di loro, occorrevano 20 mila lire al mese. Non sapevo dove trovare i soldi ma il pensiero di aiutare questi bambini mi attanagliava e io, che non mi sarei mai sognata di chiedere denaro a qualcuno, trovai il coraggio di rivolgermi ai miei ex colleghi di lavoro». Comincia così Missione Calcutta. A quei quindici ragazzi se ne sono aggiunti negli anni più di 7 mila in varie zone dell’India. Sono state costruite scuole, dispensari medici e cliniche come quella ortopedica e quella oftalmica. «Con la collaborazione del Lions Club locale organizziamo giornate per l’intervento gratuito alla cataratta ; mentre nel centro ortopedico facciamo la riabilitazione motoria e curiamo con medicine alternative; ogni settimana distribuiamo generi alimentari e abiti ai più poveri, portiamo l’acqua nei villaggi scavando pozzi in profondità perché in superficie le falde sono inquinate dall’arsenico». Alle spese contribuiscono i 4 mila  padrini  e  madrine che versano 20 euro al mese. Ma ci sono anche sostenitori importanti come un imprenditore napoletano che ha regalato 750 mila euro per la costruzione di una scuola che ora ospita 2500 ragazzi; o come le due mamme che hanno perduto i loro figli in incidenti stradali e hanno donato a Missone Calcutta i risarcimenti dell’assicurazione permettendo la costruzione di un dispensario a Basinda ora gestito dalle Suore di Madre Teresa. O come la signora di Pontirolo Nuovo che ha stanziato i fondi per costruire la clinica ortopedica che, ogni giorno, accoglie e cura oltre 100 pazienti. «Tutto questo ha davvero dell’in-

credibile» dice Helene. «Grazie alla generosità di sostenitori come questi e di volontari che mi aiutano in mille modi siamo riusciti a portare a termine tanti progetti. E penso alle parole di Madre Teresa: Dio vi benedica. Sono sicura che Dio mi ha benedetta veramente». Ma Helene Ehret è già pronta a vararne altri. Tornata un mese fa dall’India, come sempre è rimasta colpita dall’indigenza di tanta gente, soprattutto degli anziani. Così ha deciso di dedicarsi anche a loro,

costruendo una casa per chi vive e dorme per strada solo, abbandonato, malato. E vuole dare loro un po’ di speranza come sta facendo con i 36 ragazzi sieropositivi. «Sono curati bene, hanno ritrovato il sorriso e intravedono il futuro. Il mese scorso ho parlato a lungo con due di loro: uno mi ha confidato che da grande vuole fare l’artista, l’altro l’ingegnere. Ecco: la nostra Missione è aiutare queste persone sottoprivilegiate a sperare in un futuro più umano e vivibile».

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DAL TERRITORIO

FARMACIE

CURE E PREVENZIONE PIÙ VICINE AL CITTADINO

con la Farmacia dei Servizi

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Bergamo Salute

Farmacista - VICE PRESIDENTE DELL’ORDINE DEI FARMACISTI DELLA PROVINCIA DI BERGAMO -

a cura di VIOLA COMPOSTELLA

a qualche anno, ve ne sarete accorti, le farmacie hanno cambiato volto. Non più solo farmaci, ma anche servizi, molti e diversi, dal prelievo del sangue alla misurazione e controllo della pressione arteriosa fino all’assistenza domiciliare infermieristica e fisioterapica. Tutto per rendere cure e prevenzione sempre più alla portata dei cittadini. «La farmacia è un servizio in continua evoluzione, che ha affrontato almeno tre grandi cambiamenti negli ultimi cento anni» dice il dottor Ernesto De Amici, Vice Presidente dell’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Bergamo. «Negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, grazie allo sviluppo dell’industria farmaceutica e dei farmaci di origine industriale, dagli scaffali delle farmacie sono scomparsi le bottigliette di vetro scuro e i vasi di ceramica, che contenevano le erbe e le sostanze per allestire i farmaci e che suscitavano tanto mistero e fascino. Era la farmacia dello Speziale, dove ogni medicamento (detto galenico) era preparato ad personam e in ogni preparazione il farmacista trasferiva la cultura e la conoscenza acquisita in anni di studio e di pratica. Successivamente, con il miglioramento delle condizioni economiche, è mutato il concetto stesso di salute: da “assenza di malattia“ a “ben-essere”, “stare bene”». Le persone hanno così iniziato a entrare in farmacia non solo per curarsi, ma anche per mantenere lo stato di salute, obbiettivo raggiunto con la diffusione di nuovi prodotti per l’igiene, la cosmesi, per adulti e bambini. «A tutto questo le

DOTT. ERNESTO DE AMICI

farmacie hanno risposto alla nuova necessità allargando l’offerta, mantenendo sempre la conoscenza e la formazione e arricchendola con il consiglio» continua. Ora stiamo assistendo alla terza rivoluzione, “La Farmacia dei Servizi”. «Sfruttando una delle caratteristiche che da sempre ha caratterizzato il mondo della farmacia e cioè la sua presenza capillare sul territorio, basandosi su innovazioni normative (D.Lvo 153/2009 e D.L 69/2012) e contando sul gradimento che gli italiani ad ogni sondaggio dimostrano, la farmacia ha da qualche tempo cominciato a offrire una serie di servizi: dalle analisi di primo livello, volte al mantenimento e al controllo dello stato di salute, alla Telemedicina, passando per la messa a disposizione di prestazioni infermieristiche, fisioterapiche e di assistenza domi-

ciliare» continua il dottor De Amici. «L’evoluzione della proposta è stata molto significativa: si è passati da alcuni servizi offerti alla "Farmacia dei Servizi". Non parliamo più di soli farmaci, ma, facilitati dallo sviluppo tecnologico che negli ultimi anni ha permesso la realizzazione di nuovi strumenti, il progresso porta verso un più complesso presidio sanitario sul territorio, vicino ai cittadini». La Farmacia dei Servizi è… • Esami del sangue. A un costo contenuto si possono controllare i principali e più comuni parametri attraverso l’analisi di qualche goccia di sangue capillare. Si possono controllare l’ematocrito, le transaminasi oppure il colesterolo e la glicemia. • Diagnostica di secondo livello. Attraverso strumenti precisi e affidabili si può controllare subito la pressione arteriosa. Se i valori pressori


sono estremamente variabili, si può noleggiare uno strumento dedicato per la misurazione continua nelle 24 ore. Alla fine del test lo strumento produrrà un report. Il farmacista provvederà a stamparlo in modo da poterlo fare vedere al medico per una corretta valutazione dei risultati. Con la Telemedicina è inoltre possibile effettuare in farmacia un elettrocardiogramma oppure un Holter Dinamico. • Prevenzione. Attraverso strumenti a tecnologia a ultrasuoni è possibile controllare la propria densità ossea senza alcun rischio, l’analisi viene fatta sull’osso del calcagno. Il farmacista fornirà tutte le informazioni necessarie per il corretto uso degli strumenti.

«Verrebbe da domandarsi se questa trovarenuova via non allontani la farmacia dal farmaco, prima e più imporDI SALE tante ragione d’essere dell’istituziobase di ne, come si capisce anche dal nome della facoltà: Scienze del Farmaco» IMALAYA osserva il Vice Presidente. «In real-

tà come la comparsa del farmaco di origine industriale non ha cancellato la preparazione galenica, ma ha donato alla pratica di laboratorio della farmacia la competenza e conoscenza mutuata dall’industria, così la Farmacia dei Servizi ha sfruttato le tecnologie di comunicazione per rendere più accessibile sia l’acquisizione del farmaco (con la consegna a domicilio per chi ne ha bisogno) che il consiglio professionale (via web, Facebook, e-mail etc.)». Ogni cittadino, presso la sua farmacia, potrà usufruire di tutte le prestazioni della "Farmacia dei Servizi" all’interno di uno spazio riservato, per tutelare la sua privacy e la sua sicurezza. Inoltre la

"Farmacia dei Servizi" può aiutare a risolvere anche il problema delle medicazioni, dei prelievi a casa e delle iniezioni mettendo in contatto con infermieri professionali; infine si possono prenotare visite ed esami negli ospedali di tutta la Regione e si può essere messi in contatto con uno psicologo per un aiuto. «Come tutti i grandi cambiamenti, anche questo non si realizza dall’oggi al domani, ma la strada è stata imboccata e le farmacie sono decise a percorrerla, per offrire servizi di qualità e competitivi, in collaborazione e integrazione con gli altri professionisti della salute. Per sapere quali servizi sono disponibili basta chiedere alla propria farmacia» conclude De Amici.

IL VOLTO DELLA FARMACIA È CAMBIATO CON I DECRETI MINISTERIALI DEL 16 DICEMBRE 2010 E DELL'8 LUGLIO 2011 SULLA "FARMACIA DEI SERVIZI", CHE HANNO PREVISTO L'EROGAZIONE DI SERVIZI E PRESTAZIONI PROFESSIONALI AI CITTADINI ANCHE DA PARTE DELLE FARMACIE

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IL LATO UMANO DELLA MEDICINA

ANDIAMO IN PALESTINA PER RIDARE

il sorriso a chi soffre per la guerra Intervista a Enrico Robotti, primario di chirurgia plastica al Papa Giovanni XXIII che da anni va a Gaza a operare i ragazzi deformati dalle bombe a cura di LUCIO BUONANNO

I

n sala operatoria, quando non è in giro per il mondo per convegni e dimostrazioni, ci sta tutta la giornata. Finora ha fatto oltre 7 mila interventi (in realtà sono probabilmente 9000 ma poco importa), alcuni molto complessi, altri quasi disperati. Ma non ama le interviste. Come spiega nel suo sito internet, che è stato costretto a realizzare su richiesta dei pazienti, cerca sempre di evitare un’eccessiva pubblicità personale specie televisiva e sui media. Con noi fa un’eccezione. Non vogliamo parlare della sua attività di chirurgia plastica, di cui è primario all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ma del suo impegno nel PCRF, Palestine Children Relief Fund “Fondo di soccorso ai bambini palestinesi”, un’associazione ONG statunitense fondata dal giornalista Steve Sosebee. Il professor Enrico Robotti, genovese di nascita, bergamasco di adozione, è uno dei massimi esperti mondiali di chirurgia ricostruttiva e di rino60

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Il professor Robotti (terzo da destra) e la sua équipe plastica ed è stato presidente della Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed è vicepresidente della “Rhinoplastic Society Europe” oltre che docente alle Università di Milano e Torino. «Il mio impegno per i palestinesi è cominciato per caso una decina di anni fa» ci racconta. «Ero stato alcuni anni a specializzarmi negli Stati Uniti e tornato in Italia mi ha chiamato il mio maestro Armand Versaci che per me era un secondo padre. “Perché non vieni anche tu in Palestina a dare una mano? L’organizzazione è la migliore possibile” mi ha detto. Ho accettato subito. D’altronde ero già stato per quattro mesi in Bosnia durante la guerra civile, come esperto del Ministero Affari Esteri italiano realizzando un reparto di chirurgia plastica per curare i feriti. Era giusto fare qualcosa per i più sfortunati. Ho coinvolto la mia équipe e siamo andati all’European Hospital di Khan Yunis, a Gaza dove gli israeliani e i palestinesi si combattono ogni gior-

no, scontri che provocano decine di morti e centinaia di feriti. La prima volta, nel 2003, abbiamo operato 53 persone, soprattutto bambini con ustioni causate da incidenti domestici o che portavano visibili sul loro corpo gli esiti delle ferite causate da proiettili e bombe. Queste ustioni se non vengono trattate adeguatamente provocano vaste cicatrici, soprattutto testa e collo, tronco, con gravi problemi funzionali e deturpazioni. Prima abbiamo fatto uno screening su un centinaio di pazienti e abbiamo deciso di intervenire su quelli più gravi. Per una settimana abbiamo vissuto in pratica in sala operatoria dalla mattina alla sera con una breve pausa per il pranzo». Tra i piccoli pazienti anche una bambina con il volto segnato da una malattia della pelle. «Riuscire a eliminare o a ridurre i danni causati da ustioni e ferite ha un’importanza anche sociale in Palestina. Una bimba con il volto deturpato


difficilmente da adulta riuscirà a trovare marito» commentò allora. L’équipe bergamasca, tutta proveniente dall’ospedale attualmente Papa Giovanni, e composta nelle più recenti missioni dall’anestesista Alberto Benigni, il chirurgo Bernardo Righi e le infermiere Elisabetta Piazzalunga e Isabella Pesenti e fino all’anno scorso dal chirurgo Luca Ortelli, scomparso recentemente, (i componenti sono in realtà cambiati alcune volte e sono rimasti gli stessi nelle ultime missioni) ha effettuato quasi 500 operazioni, le ultime 27, di cui alcune ricostruttive, a Nablus un mese fa. «Scegliamo i casi più delicati» spiega il professor Robotti. «Quelli che hanno bisogno di interventi complessi, ricostruttivi, ma non tali da richiedere follow-up e tempi chirurgici ulteriori difficilmente proponibili nella realtà pratica locale. Sono quelli che operiamo per primi nella nostra settimana di volontariato così possiamo seguirli meglio durante la degenza, affidandoli poi ai nostri colleghi palestinesi

che, pur non avendo conoscenze specialistiche di chirurgia ricostruttiva, hanno una solida esperienza chirurgica generale e si sono dimostrati in generale disponibili. Il post intervento è infatti molto importante per il buon esito dell’operazione». Tra i tanti interventi che Robotti e la sua équipe hanno fatto in Palestina, il professore ne ricorda in particolar modo due recenti. Il primo riguarda un ragazzo, nato con problemi fisici che presentava un'insensibilità a un piede e aveva un’ulcerazione profonda con infezione al calcagno. Un’operazione difficile: gli hanno ricostruito il tallone e sono riusciti a farlo camminare di nuovo. «E questo ragazzo ha dimostrato una serenità e una capacità di sopportazione straordinaria come quasi tutti i bambini che operiamo» dice Robotti. «Sono purtroppo abituati a tollerare ciò che accade intorno a loro». L’altro caso è di una donna ustionata con retrazioni al collo e viso deturpanti e soprattutto

che le impedivano alimentazione e movimento del collo. Le hanno ricostruito la bocca, il viso e l’hanno rimessa in sesto. Il professore ci fa vedere una serie di foto con bambini e adulti sfigurati: sono raccapriccianti. Eppure lui e la sua équipe ricostruiscono i volti, le braccia, i piedi, parte del corpo senza esitazioni e senza provare alcuna repulsione e riescono a ridare un sorriso ai loro pazienti. Come d’altronde il professore ha fatto anche in Bosnia venti anni fa quando ricuciva corpi dilaniati dai proiettili e dalle bombe. E la missione continua nelle sale operatorie di chirurgia plastica dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII. Intanto il professore ci deve lasciare: lo aspettano in sala operatoria mentre sulla sua scrivania ci sono gli inviti e i depliant del “Fifth Bergamo open rhinoplasty course” uno dei più importanti appuntamenti mondiali dei medici di rinoplastica che arriveranno da tutti i continenti il 17 marzo prossimo e che si tiene a Bergamo ogni due anni.

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INCONTRI CON I SOCI E GLI AMICI DI A.R.M.R • 24 GENNAIO Apertura nuova delegazione A.R.M.R. a Foresto Sparso • 29 GENNAIO Ore 16 - Premiazione Cav. Lav. Ing. Augusto Cosulich – Prefettura di Genova da parte della Delegazione A.R.M.R di Genova Ore 17 - Presentazione del romanzo di Angelo Roma "Ancora più vita"(Mondadori). L'autore dialogherà con la Dott.ssa Daniela Gennaro Guadalupi, Presidente della Fondazione A.R.M.R. Sala Consiliare della Provincia - Genova

Codice esenzione. RN1060 Categoria. Malformazioni congenite. Definizione. Sindrome mal formativa caratterizzata da difetti malformazioni della regione mediana del viso, gravi anomalie degli arti, grave ritardo di crescita e mentale. Epidemiologia. L’esatta incidenza della condizione è sconosciuta. Entrambi i sessi sono colpiti in eguale percentuale. Segni e Sintomi. I difetti a carico degli arti sono caratterizzati da tetra focomelia (grave malformazione per cui gli arti superiori e/o inferiori non sono sviluppati in parte o in toto) o difetti di riduzione meno gravi. Il peso alla nascita è basso; successivamente i pazienti mostrano un ritardo di crescita post-natale. È frequente il riscontro di microcefalia; i soggetti affetti sviluppano solitamente un ritardo psico-intellettivo di grado assai variabile. A livello genitale è evidente un criptorchidismo (mancata discesa di uno o di entrambi i testicoli). A livello del viso è evidente una labioschisi (labbro leporino), con coinvolgimento o meno del palato; sono presenti anche occhi sporgenti, ipoplasia delle narici, opacità delle cornee, padiglioni auricolari anomali, micrognatia. Molti piccoli pazienti decedono alla nascita; quelli che sopravvivono hanno gravi difetti di crescita e di sviluppo. L’assenza di palatoschisi, un minor ritardo di crescita intrauterino e la presenza di difetti agli arti meno importanti costituiscono fattori prognostici favorevoli. Eziologia. La malattia riconosce un’eziologia genetica. Test diagnostici. La malattia riconosce un’eziologia genetica. Terapia. Oltre agli interventi di chirurgia per i difetti di volto e arti, ci si avvale di trattamenti sintomatici di supporto. Utile la consulenza genetica per i genitori dei soggetti affetti. Dott. Angelo Serraglio Vice Presidente Commissione Scientifica ARMR

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DAL TERRITORIO

TESTIMONIANZA

PER DIECI ORE SONO RIMASTO SOTTO UNA SLAVINA

Ma sono vivo a cura di LUCIO BUONANNO

«S

ono un sopravvissuto, ho visto la morte in faccia sepolto per dieci ore sotto una slavina a pochi metri dalla cima del Pizzo Tre Signori. Se sono ancora vivo è un vero miracolo». E “Miracolo di Natale” Alessio Pezzotta ha titolato il libro in cui racconta la sua straordinaria quanto terribile esperienza. Lo incontriamo a Nembro dove vive. Alessio ha scoperto 25 anni fa la passione per la montagna a cui ha dedicato tanti volumi pubblicati dalla sua casa editrice (L’Alpe). «Per almeno mille volte sono salito sulle vette oltre 2000 metri» spiega con una punta di orgoglio. «Ho sempre affrontato con prudenza le scalate, ma quel giorno, il 18 dicembre del 2014, ho voluto strafare sottovalutando il pericolo della neve fresca. Un errore imperdonabile. Bisogna infatti aspettare almeno 4/5 giorni dall’ultima nevicata anche se non è una regola assoluta e non azzera il rischio, ma ne abbassa la percentuale. Con due miei amici siamo saliti al Pizzo Tre Signori. Fino ai 1600 metri c’era pochissima neve, poi abbiamo dovuto mettere le ciaspole. Uno non le aveva e ha preferito tornare indietro, io e l’altro siamo arrivati ai 2300 metri, a 250 dalla cima. A questo punto anche l’altro amico ha preferito abbandonare. Sono rimasto solo ma ho deciso di andare avanti, vedevo la grande croce sulla cima. Erano le tredici ed ero a cento metri dalla vetta quando la neve fresca sotto i miei piedi è collassata e io con lei. Sono scivolato giù con la slavina. Una caduta incontrollata. Non saprei dire di quanti metri, cer64

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to non è durata poco. Avevo paura di urtare qualche roccia, qualche sasso. Mi sono girato e rigirato più volte, ho “nuotato”, come dicono di fare, per restare a “galla”. La slavina si è fermata e mi sono ritrovato sepolto. Ho pensato: “da qui non riuscirò più a uscire”». Sono momenti terribili. Ma Alessio riesce a stare calmo, non si fa prendere dal panico anche se ha le gambe e il braccio destro bloccati. Ce lo racconta ricordando tutti i particolari, le emozioni, come stesse ancora vivendo quella terribile esperienza. «Riesco a muovere solo il braccio sinistro. Sono rassegnato, convinto che quando l’aria comincerà a mancare morirò. Forse è proprio questo pensiero che mi impedisce di lasciarmi andare. Per il momento riesco a respirare. Non ho neve sulla faccia, anzi c’è una piccola bolla d’aria. Sopra di me c’è mezzo metro di neve, ma intravedo una

luce fioca: comincio a scavare con la mano sinistra, molto lentamente, per evitare di farmi crollare la neve sulla faccia e in bocca: rischierei di soffocare, di uccidermi con le mie stesse mani». Pezzotta continua a scavare. «Lentamente continuando a ripetermi “Scava Alessio, scava, scava, adagio ma scava. Minuti lunghissimi. Ogni tanto devo fermarmi, ho freddo, mi tremano i denti, sento la fatica anche delle 5 ore fatte prima con la scalata. Fortunatamente ho i guanti, altrimenti ora avrei dei moncherini al posto delle mani. Insisto. Riesco ad aprire il buco. Ma sono stanco, l’ipotermia avanza. Non posso mollare. Uscirò e tornerò a casa da quella santa donna di mia moglie Ornella. Prego i miei genitori morti da anni. Avverto la loro presenza, mi sembra di sentire le loro voci, il loro incitamento. Continuo a scavare e finalmente sento una leggera sferzata di aria fresca che


mi rigenera incredibilmente. Non morirò soffocato! Cerco di aprire ancora un po’ il buco. Ci riesco, grido “aiuto”, ma nessuno mi sente. Un po’ alla volta riesco a liberare anche l’altra mano. Per sette ore cerco di resistere. Poi crollo». Intanto i suoi amici non vedendolo tornare al rifugio dove si sono dati appuntamento chiamano il Soccorso Alpino della Val Brembana che allertano anche i colleghi della Val Biandino nel Lecchese e quelli della stazione valtellinese di Morbegno (ndr. il Pizzo Tre Signori è lo spartiacque di tre province: Bergamo, Lecco e Sondrio). Partono le ricerche. Difficili perché ormai è buio. Verso le 23:15 i soccorritori avvistano il luogo della slavina e notano il buco nella neve fatto da Alessio che in stato di incoscienza agita scompostamente la mano. Lo vedono e lo tirano fuori da quella che poteva diventare la sua bara. “È incredibile, è ancora vivo” racconta uno dei primi soccorritori. In barella, tra mille difficoltà con la paura di un’altra slavina, lo trasportano alla casa dei guardiani della diga del lago d’Inferno dove ad aspettare c’è l’elicottero della Rega svizzera che porta Alessio all’Ospedale Papa Giovanni XXIII. «Ero incosciente. Mia moglie mi ha detto dopo che i medici erano molto scettici sulle mie condizioni. Avevo una temperatura corporea di 26 gradi. Un paio di gradi in meno e non sarei qui a parlare con lei. In ospedale c’è stato un altro miracolo. Mi hanno ”scongelato”, mi hanno intubato, ho avuto tre arresti cardiaci, dovuti probabilmente al fatto che riscaldandosi il sangue provocava qualche problema al cuore, sono stato in coma farmacologico tutto il giorno. Quando mi sono risvegliato, alla sera del giorno dopo, ho subito chiesto di mangiare. Mi sentivo bene, ma in realtà non stavo bene. Avevo tutti i valori sballati, l’ormone tiroideo per alcuni giorni quasi a zero come valore, anemia, ferro al minimo storico. I medici però mi hanno rimesso in sesto e poi per qualche settimana ho dovuto fare

cure mirate. Ho anche avuto problemi alle mani e alla spalla». La sua terribile avventura l’ha voluta riportare nel libro per aiutare chi va in montagna a non commettere i suoi stessi errori. Per ringraziare i suoi “salvatori” e per i medici, “perché”, come scrive nel

I SEGRETI PER NON RISCHIARE NELLE SCALATE SULLA NEVE Tre libri sulle Orobie (Occidentali, Centrali, Orientali), guide di itinerari per salite su tutte le vette oltre i 2000 metri, “La grande traversata delle Alpi, dalla Liguria al Friuli”, “50 itinerari insoliti sulle Prealpi”, “Mille volte oltre i 2000 metri”. Sono solo alcuni dei volumi che ha scritto e pubblicato Alessio Pezzotta. Nonostante la sua esperienza, sul Pizzo dei Tre Signori ha commesso un errore che poteva costargli la vita. Quali consigli dare a chi vuole fare escursioni invernali? «Innanzitutto la prudenza, un fisico allenato; non sottovalutare mai i passaggi semplici che possono diventare i più pericolosi perché non ci si concentra» spiega. «Non affrontare la neve fresca se non dopo 4/5 giorni dall’ultima nevicata anche se non è una regola assoluta e non

libro “serva loro a non mollare e crederci fino in fondo che qualche volta i miracoli accadono, specie a Natale”). E per dare uno spiraglio di fede come ha spiegato nell’introduzione. Intanto un altro miracolo lo ha già fatto. È tornato in piena forma e ha già ripreso le scalate sulle sue amate vette.

azzera il rischio. Controllare il bollettino delle valanghe, ma soprattutto quello del vento: se ce n’è troppo meglio rinviare la scalata. E portare nello zaino l’arva, il segnalatore di posizione utile per eventuali soccorsi, il casco, i ramponi e le ciaspole». Lo zaino è importante. Pieno pesa 30-35 chili. Ma cosa metterci dentro? Le guide alpine consigliano: guanti, giacca antineve e anti pioggia, un cambio completo di abbigliamento in goretex o lana, coltellino multiuso, occhiali da sole, un kit di pronto soccorso, un telo termico, torcia frontale con batterie di ricambio, bastoncini da trekking, bussola, altimetro, ghette per evitare che la neve entri negli scarponi, piccozza, corda da almeno 30 metri e l’arva. Attenzione anche all’alimentazione. Barrette energetiche, frutta fresca, ma soprattutto un litro e mezzo di bevande calde. Bergamo Salute

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STRUTTURE

HABILITA

Chirurgia orale conservativa e sostitutiva DUE SOLUZIONI PER UN SOLO RISULTATO, UN SORRISO SANO E SPLENDENTE Grazie alla professionalità degli specialisti, alla qualità del servizio e alla fiducia e collaborazione con il paziente

S

orridere è un atto inconscio e spontaneo che corrisponde al nostro stato d’animo. Perché controllarlo e far di tutto per evitarlo, o celarlo con una mano, solo per nascondere la nostra dentatura? Perché soffrire, cercando di sopportare il famigerato “mal di denti”, per pigrizia o paura? Il servizio di odontoiatria e ortodonzia di Habilita Zingonia può affrontare questi problemi in base alle esigenze e aspettative di ognuno, garantendo un lavoro di alta qualità. Il valore aggiunto è dato dalla sinergia interprofessionale delle specialità ambulatoriali presenti. Ne parliamo con il dottor Andrea Abate, odontoiatra presso la struttura. 66

Bergamo Salute

DOTTOR ABATE, COSA È LA CHIRURGIA ORALE E DI COSA SI OCCUPA? La chirurgia orale è una branca della chirurgia che include l’implantologia e la parodontologia. In particolare, si occupa di estrazioni dentarie più o meno complesse di elementi non recuperabili, asportazione di cisti o epulidi (lesioni-iperplasie del tessuto connettivo della gengiva o del parodonto), allungamenti chirurgici della corona con finalità estetica o mirante al recupero di elementi compromessi, innesti di osso o gengivali per supplire la mancanza volumetrica di zone in cui vengono estratti denti naturali. Ogni caso differisce dall’altro, per questo l’équipe procede elaboran-

do una diagnosi precisa dopo una prima visita, che prevede l’osservazione diretta delle arcate dentarie, completata con il supporto diagnostico dell’esame panoramico. Ogni referto necessita di soluzioni personalizzate. Nei casi più fortunati entra in gioco la paradontologia, in cui la prevenzione e la terapia delle patologie che interessano i tessuti di sostegno dei denti naturali hanno un ruolo fondamentale. Questa rappresenta la soluzione preferibile, poiché permette la conservazione dei denti naturali, e al tempo stesso rimane una soluzione da praticare con estrema serietà, precisione e capacità professionale da parte dello specialista. La chirurgia implantare, invece, “sostituisce” i den-

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a cura di GIULIA SAMMARCO


ti mancanti o da estrarre perché troppo compromessi, con impianti endossei in titanio, che sono in grado di supportare protesi dentarie di vario tipo e dimensione. Il team di professionisti, in poco tempo, vanta già ottimi risultati, con trattamenti portati a termine con successo. Ruolo fondamentale ha certamente la collaborazione del paziente, che deve seguire pedissequamente le indicazioni fornite. Nei casi in cui si constata una carenza ossea, è possibile eseguire interventi di rigenerazione con tecniche ad invasività ridotta: le procedure sopra citate sono molto affidabili ed efficaci e richiedono naturalmente un grado di esperienza clinica, come nel caso dei nostri specialisti. Complementare alla professionalità del chirurgo è l’utilizzo di impianti di prima qualità, che permettono di ridurre al minimo la possibilità di un rigetto: gli impianti adottati, realizzati in titanio, sono compatibili in toto con il nostro organismo e garantiscono, al tempo stesso, resistenza e longevità. Da non trascurare è anche la possibilità di ospitare denti provvisori, posizionati immediatamente dopo l’estrazione dei denti compromessi e l’immissione dell’impianto osteointegrato. In questo modo l’intera procedura chirurgo-protesica può svolgersi nei suoi vari step, in diverse settimane, senza creare al paziente il disagio, sia estetico

sia masticatorio, di rimanere senza denti nelle zone interessate. Le due diverse opzioni terapeutiche, una conservativa (parodontologia) e l’altra sostitutiva (implantologia), non sono in antitesi fra di loro, ma rappresentano scelte terapeutiche differenti che rispondono a diversi requisiti e a differenti gradi di entità del problema. Talvolta esistono presupposti per attuare terapie parodontali che consentono il recupero del dente naturale; in altri casi è necessario e inevitabile estrarre il dente e sostituirlo con un impianto, evitando trattamenti che risulterebbero inefficaci. PERCHÉ SCEGLIERE IL SERVIZIO DI ODONTOIATRIA DI HABILITA DI ZINGONIA? I pazienti possono accedere facilmente al nostro servizio, senza lunghi tempi di attesa e potendo contare su disponibilità e qualità,

caratteristiche costanti e primarie di Habilita. I piani di cure si basano sulla prima visita odontoiatrica, avvalendosi dell’ausilio diagnostico di una panoramica e/o di una radiografia endorale effettuata in loco. A questo punto il medico odontoiatra organizza i trattamenti al paziente, consapevole dell’eventuale necessità di un altro specialista presente in struttura: igienista, chirurgo, protesista, ortodonzista, pedodonzista. I diversi specialisti, oltre a seguire l’intero ciclo di cure dei pazienti, lavorano fianco a fianco e, laddove necessario, aiutandosi e completandosi a vicenda: è utile e vantaggioso lavorare in sinergia, cosa impossibile da fare in uno studio monodisciplinare. Oltre a essere in grado di trattare i problemi con cui il paziente si presenta, i medici di Habilita insistono sul concetto di prevenzione: il controllo periodico e una corretta igiene del cavo orale preservano il benessere dei denti. Per questo, a fine trattamento, si raccomanda sempre al paziente di mantenere la bocca sana per non rendere vana la riabilitazione effettuata con sacrificio. Il personale, alla fine del ciclo di cure, si assume direttamente l’incarico di fissare gli appuntamenti di follow up, per controllare che tutto si preservi in salute nel tempo. Il giorno precedente un SMS ricorda al paziente la data e l’ora dell’appuntamento. In conclusione, viene fornito un servizio di qualità, svolto da professionisti che amano il proprio lavoro; i pazienti sono ascoltati e ricevono sempre una risposta precisa a qualsiasi domanda, sia di natura clinica sia economica.

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STRUTTURE

FONDAZIONE G. C. ROTA

La normalità

DEI DOLORI DELL'ANIMA Riabilitazione geriatrica e cura della sofferenza psicologica unite in un progetto innovativo

«A

volte è la casualità di un incontro a generare momenti, relazioni, pensieri e azioni, che poi rimarranno fissi nella memoria di alcuni. E il 3 dicembre è stata davvero una serata in cui per “alcuni” si è data una forma a contenuti ancora troppo nascosti o negati, forse misconosciuti, che invece “gridano” uno spazio e un loro riconoscimento, un significato, a dispetto di un atteggiamento “scientifico” che attribuisce alla condizione di malattia mentale un significato di “diversità”». È racchiuso in queste parole del dottor Filippo Tancredi, psichiatra e psicoterapeuta presso il Centro di Psicologia Clinica Anisè, il leitmotiv dell’incontro, dal titolo “La normalità dei dolori dell’anima”, che si è tenuto il 3 dicembre presso la “Fondazione G. C. Rota ONLUS” di Almenno San 68

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Salvatore. Un incontro nato per affrontare, senza stigma, il tema della sofferenza mentale, dal quale è nata la volontà di dare avvio a un progetto “pilota” innovativo in grado di unire due “saperi”: quello legato alla riabilitazione geriatrica, per il quale la “Fondazione G. C. Rota ONLUS” di Almenno San Salvatore rappresenta un punto di riferimento importante sul territorio, e quello che ha al suo centro l’attenzione e la cura delle patologie depressive e ansiose (anche nell’anziano), ambito nel quale il Centro di Psicologia Clinica Anisè si distingue per interventi individualizzati sulla persona e non soltanto sulla malattia, volti a perseguire un “benessere dell’anima” mediante la giusta integrazione tra ascolto, relazione, ambiente, cura farmacologica e interventi psicoterapici.

«Si è parlato di “normalità” e di “malattia”, con-fondendo i confini virtuali che sono stati eretti negli ultimi due decenni tra malattia mentale e società civile - questo per esigenze scientifiche, e non solo- ponendo per troppi anni delle distanze crescenti tra la sofferenza dell’anima e la dimensione “normale”, rinforzando così lo stigma e accentuando il convincimento che soffrire di “tristezza” o “avere paure immaginarie” siano esperienze aliene. Questo perché la medicalizzazione della patologia psichica, attribuendone forma e dignità, ha dimenticato che l’esperienza del dolore dell’anima è unica e non riproducibile e, come tale, da considerarsi oggetto di studio delle scienze umane e non semplicemente delle scienze naturali» continua il dottor Tancredi. «L’intervento medico della sofferenza mentale, indispensabile per un efficace processo

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a cura di MARIA CASTELLANO


di cura, non deve mai disgiungersi dall’attenzione nei riguardi dell’uomo, che diviene così centrale e “unico”. In due ore d’incontro circa 200 persone si sono avvicinate e forse hanno dato un nome a quella sofferenza o a quel disagio che, probabilmente, ha spinto tutti noi in una notte fredda e nebbiosa a cercare senso e significato al proprio dolore. E in quelle due ore, per “alcuni” di noi, quel disagio ha trovato il proprio spazio, la propria misura, per poi comprendere che la sofferenza della nostra anima vive nell’uomo, in tutta la sua normalità, attraverso le numerose sfumature dell’animo umano». «Forse non è semplice causalità se si pensa che una serata così intensa nasca da una Fondazione che, da tempo, vive e “respira” i significati della vita attraverso lo sforzo continuo di rendere lieto e armonico il lento consumarsi dell’esistenza. Un passo inevitabile per chi restituisce futuro e speranza senza giungere a compromesso con il tempo. Perché si può, anzi si deve, progettare e desiderare, anche a 100 anni, nell’attesa di un tempo migliore» continua il dottor Tancredi. «L’incontro della “Fondazione G. C. Rota ONLUS ” con il Centro di Psicologia Clinica “Anisé” di Bergamo è stato un passo inevitabile, ritrovandosi entrambi su un medesimo terreno di lavoro, che ha visto l’intersecazione di due percorsi paralleli autonomi, disgiunti, che da origini lontane e differenti, hanno poi delineato un palcoscenico comune di intervento, ipotizzando e sviluppando nuovi ambiti su cui operare e agire in sinergia».

to e poco definito della mente» racconta ancora lo psichiatra. Da anni impegnata con la sofferenza legata all’invecchiamento, con lo sguardo costante verso il mondo intrapsichico, la “Fondazione G. C. Rota” incontra un mondo così apparentemente distante dal proprio, ma costantemente connesso dall’esperienza soggettiva del malato. «Il passo verso la creazione di un’area comune d’intervento è stato quindi “naturale”, così come la collaborazione scaturita, da intendersi come un’esperienza pilota, che potrebbe condurre davvero a un’integrazione di questi due “saperi” su specifici ambiti. E i protagonisti sono certamente l’esperienza soggettiva dell’invecchiamento, interpretata e sostenuta da tutti i presidi di cura volti a rendere tale il vissuto più fun-

zionale e meno doloroso, ma anche la sola esperienza di disagio psichico, fenomeno verso cui la Fondazione vuole conoscerne le forme, gli aspetti e rendersi inoltre promotrice di nuovi tragitti di cura. L’attenzione della Fondazione Rota verso la patologia depressiva e ansiosa, ma anche verso l’area psicosomatica e dei Disturbi Somatoformi, dove “cuore e psiche” dialogano in modo affascinante e misterioso, ha aperto nuovi scenari, in cui è la stessa Fondazione a volersi cimentare, mantenendo costante lo sguardo attento verso un sapere da cui attingere e attraverso cui rendere più incisivo il proprio intervento, dando forma alla sofferenza mentale e allo stesso tempo restituendone una dignità libera da ogni stigma» conclude il dottor Tancredi.

Da qui l’ipotesi di creare uno spazio d’intervento terapeutico comune sulla patologia acuta dell’umore e dell’ansia. «L’idea è stata subito accolta dalla Fondazione G. C. Rota che, pur dedita all’area riabilitativa geriatrica e all’intervento assistenziale a domicilio, ha da tempo un continuo confronto con la dimensione psicologica. Un’attenzione che certamente ha reso quasi inevitabile la curiosità verso il mondo sconfinaBergamo Salute

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Dal vinacciolo al baobab a cura di FRANCESCA DOGI

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irasole, ibiscus, vinacciolo, jojoba. Sono moltissimi i semi da cui si possono ottenere olii per gli usi più vari, sia in campo alimentare sia in campo cosmetico o dermatologico. «Il segreto per ottenere il meglio da quanto la natura ci offre è il metodo di spremitura» ci spiega l'ingegner Franco Giacomo Coter, bergamasco, da 40 anni nel settore, fondatore della Bracco srl, azienda specializzata nello studio e realizzazione di macchine e impianti agroalimentari per l'estrazione di olii ed essenze. Coter ha collaborato con Università e Istituti di ricerca per la messa a punto della sua tecnologia di estrazione meccanica a freddo, che è impiegata in tutto il mondo, dal Congo all'Etiopia, dal Sud-America alla ExUnione Sovietica. Ma la sua attività non si ferma alla fornitura del knowhow: in Kenya la sua azienda coltiva 500 ettari con diverse specie di semi, l'oleificio di Bagnatica produce e vende direttamente sia al dettaglio sia all'ingrosso olii come quello di vinacciolo o olii biologici per uso alimentare o cosmetico e nella Boutique dell'Olio di Bergamo, in via Borgo Palazzo, porta i suoi prodotti LA BOUTIQUE DELL'OLIO Cosmetici e Accessori Via Borgo Palazzo, 81/A Bergamo bottegaolio.arte@yahoo.it tel. 334/8129341

fino al consumatore. «La nostra presenza in tutte le fasi della filiera produttiva dell'olio, dalla coltivazione del seme allo scaffale del negozio attraverso la tecnologia di spremitura più avanzata, è stata una scelta vincente che ci ha portato a triplicare quasi il fatturato nel corso degli ultimi anni» conferma Coter. Chi entra nella Boutique dell'Olio scopre un mondo di prodotti naturali, alcuni dei quali ancora poco conosciuti da noi, tutti accomunati dalla tecnica di produzione con spremitura a freddo, quindi senza l'ausilio di solventi, reagenti o vapore, intatti nelle loro caratteristiche e nell'aroma. «L'olio di baobab ad esempio è ideale dopo il bagno o il massaggio perché lascia la pelle morbida e idratata senza ungere. E del baobab proponiamo anche la farina integrale, estratta con mulini a pietra tradizionali, ricca di vitamina C» dice Coter. «Molti olii vengono usati sia nell'alimentazione sia per la pelle, è il caso del conosciutissimo olio d'oliva, ma anche del meno noto olio di vinacciolo che sul viso e sul corpo combatte i segni del tempo, mentre in cucina si sta affermando sempre di più perché molto adatto a cotture ad alta temperatura (frittura), per il suo elevato “punto di fumo”. È ottimo come condimento, è privo di colesterolo e contiene Omega-3”». In campo cosmetico gli olii vengono usati sia puri sia in formulazioni di creme o saponi, non solo per la pelle ma anche per i capelli e le unghie, come nel caso dell'olio di Sachi Inchi, estratto dai semi di una pianta originaria delle foreste fluviali del sud America dalle sorprendenti caratteristiche ristrutturanti. Bergamo Salute

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DELL’ALLENAMENTO FISICO IN 20 MINUTI La palestra del futuro sbarca a Bergamo. 20fit permette in una sessione di 20 minuti di dimagrire svolgendo un allenamento pari a 4 ore di palestra, coinvolgendo più di 300 muscoli! a cura di FRANCESCA DOGI

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orreste iscrivervi in palestra ma non avete tempo per andarci in modo costante e regolare? A Bergamo è nato 20fit, un metodo rivoluzionario di allenamento che permette in soli 20 minuti a settimana di rimettersi in forma. Ma in cosa consiste? «Si tratta di un allenamento innovativo che tramite l’utilizzo della nuova elettrostimolazione EMS permette di coinvolgere il 100% delle fibre muscolari diver-

samente dalla palestra tradizionale che ne coinvolge solo il 65% e di raggiungere obiettivi di dimagrimento e tonificazione in soli 3 mesi» spiegano Luca e Matteo, esperti Personal Trainer Laureati in Scienze Motorie e specializzati in ambito posturale e nutrizionale che lavorano nel fitness da più di 10 anni. «L’efficacia di questa stimolazione è stata dimostrata da una serie di studi svolti da importanti Università come quelle di Colo-

nia, Beyreuth, Erlangen e Nuremberg e dal prestigioso istituto Bad Oeynhausen Heart Clinic in Germania. In Europa il fenomeno è già stato consolidato, esistono infatti più di 1500 centri che utilizzano questa consolle tedesca certificata. Grazie a questa tecnologia associata all’esercizio fisico si ottengono risultati misurabili dopo solo 2/3 mesi di allenamento adatto a tutti e per tutte le età» dichiarano i due trainer, che seguono personalmente il percorso di ogni cliente. «Tra i vantaggi ricordiamo la tonificazione, il dimagrimento, la diminuzione della massa grassa e degli inestetismi della cellulite, la riduzione del mal di schiena, il miglioramento della circolazione sanguigna e linfatica e l'aumento del metabolismo basale». 20 fit offre la possibilità di fare una prova gratuita su appuntamento per conoscere la nuova tecnologia EMS. 20FIT Via Broseta, 27 C - Bergamo info@20fit.it - www.20fit.it tel. 035/0142344 da lunedì a venerdì 7:30 - 21:00 Sabato 9:00 - 16:00

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CON ERISIMO L’ERBA DEI CANTORI

Katia Ricciarelli ha scelto


REALTÀ SALUTE CENTRO BORGO PALAZZO

Approccio multidisciplinare

E TECNOLOGIE D'AVANGUARDIA Un punto di riferimento per prevenzione, diagnosi e cure a misura di donna a cura di FRANCESCA DOGI

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ompetenza, rapidità e accoglienza. Sono le caratteristiche del Centro Borgo Palazzo, poliambulatorio medico per la donna dove trovare professionisti di grande esperienza e tecnologia all'avanguardia per diagnosi e terapie personalizzate in campo senologico e ginecologico. Il Centro, elegante e accogliente, si trova in piazza Sant'Anna, nel cuore di Bergamo, e si propone come un punto di riferimento costante e affidabile per le donne di tutte le età nel loro percorso preventivo, diagnostico e curativo, capace di offrire risposte qualificate per tutte le problematiche femminili. «Ci è caro in particolare il tema della prevenzione» spiega la dottoressa Elena Fengoni, senologa e direttore sanitario del Centro Borgo Palazzo. «Per questo il Centro offre alle donne un servizio di monitoraggio e controllo periodico, sia ginecologico sia senologico, con visite e controlli strumentali. I dati epidemiologici indicano che qualità e rapidità portano a un miglioramento nella diagnosi e consentono di impostare terapie più efficaci, favorendo la guarigione e riducendo la CENTRO BORGO PALAZZO www.csbp.it info@csbp.it Via Borgo Palazzo, 43 Bergamo Tel. 035 224128

mortalità. Per questo i controlli ginecologici e senologici sono indicati già a partire dall’età giovanile e vanno effettuati con regolarità. L'organizzazione interna del Centro, che prevede coordinamento e lavoro di équipe tra specialisti differenti, permette un'assistenza a tutto tondo e semplicità di accesso alle prestazioni, facilitando l'approccio delle pazienti. Ad esempio rendendo possibile un check up completo, ginecologico e senologico, in un unico appuntamento». La strumentazione tecnologica del Centro è all'avanguardia e permette indagini accurate e di grande affidabilità. «Naturalmente per quanto riguarda la senologia lo screening prevede, insieme alla visita specialistica, ecografia e mammografia, con la possibilità di indagini ulteriori, a partire da quelle citologiche, con risultati in tempi molto rapidi, entro le 24/48 ore, grazie anche alla stretta collaborazione col laboratorio cito-istologico SmartPath, nella stessa struttura in piazza Sant'Anna» continua la dottoressa Fengoni. «Per quanto riguarda invece l'ambito ginecologico e ostetrico al Centro è possibile effettuare, oltre alle visite specialistiche, alle ecografie

e indagini di routine, come il Pap Test, esami importanti come l’HPV DNA Test per verificare la presenza di DNA del Papillomavirus. Si tratta di un accertamento, come hanno dimostrato studi internazionali, più efficace del Pap Test nel rilevare le lesioni che potrebbero, nel tempo, evolvere in tumori. In particolare si rivela utile dopo i 30-35 anni. Non solo: al Centro è possibile effettuare la colposcopia, esame di secondo livello particolarmente importante per chi deve approfondire magari un Pap test positivo». Prevenzione e cura per le donne di tutte le età, ma anche diagnosi prenatale. «Anche in questo caso possiamo offrire gli esami più opportuni, a partire da amniocentesi e villocentesi. Quello però che vorremmo ci qualificasse sono la metodologia di lavoro collegiale e la stretta collaborazione tra specialisti differenti, avendo al centro le pazienti, con l'intenzione e la capacità di seguirle nel complesso dei loro percorsi preventivi e curativi, individuando di volta in volta i loro bisogni e gli interventi necessari, sempre con estrema attenzione anche per gli aspetti emotivi e psicologici» conclude la dottoressa Fengoni. Bergamo Salute

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Ortesi e Magnetoterapia INSIEME IN UN DISPOSITIVO INNOVATIVO CONTRO IL MAL DI SCHIENA

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a cura di FRANCESCA DOGI

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n prodotto innovativo contro il mal di schiena che unisce i vantaggi della stabilizzazione con ortesi e della terapia fisica con magnetoterapia. È quello nato dalla sinergia tra due aziende leader nel mercato nazionale: I.A.C.E.R. S.r.l., azienda veneziana, primo produttore mondiale di dispositivi per magnetoterapia e TENORTHO S.r.l. azienda monzese che progetta e produce in Italia tutori per ortopedia. L’obbiettivo di questa collaborazione è rendere disponibile in un unico prodotto le esigenze di protezione e riabilitazione al fine di velocizzare i tempi di recupero in caso di problemi e patologie della colonna vertebrale (protrusioni discali, ernia del disco, strappi muscolari, fratture vertebrali, crolli vertebrali) che, oltre a essere dolorose, spesso minano anche la sicurezza del paziente, lo rendono

meno attivo e di conseguenza, meno tonico muscolarmente. «Come sanno bene gli specialisti, un paziente inattivo è un paziente difficile da riabilitare. Per questo motivo sempre più spesso vengono prescritti al paziente presidi che siano in grado di stabilizzare la colonna, consentendo però alla muscolatura di lavorare» spiega Luca Lutti, tecnico ortopedico di Medical Farma, azienda leader che da più di 25 anni è radicata nella nostra provincia con più punti vendita, a Bergamo, Treviglio e Cassano D’Adda, dove da gennaio è disponibile questo dispositivo. «Il paziente è stabilizzato dove serve (la colonna in questo caso) ma rimane mobile, attivo, in efficienza fisica. Molte aziende producono ortesi con tali caratteristiche (stabilità+mobilità) che permettono di scegliere tra materiali e colori diversi, un po’ per tutti i gusti. Per completare efficacemente il percorso di riabilitazione, accanto alla indispensabile ortesi, viene suggerita la fisioterapia. Non sempre quest’ultima però è agevole a causa dei costi elevati e della mancanza di tempo. Fra le terapie più in uso negli

ultimi anni la magnetoterapia e la diatermia la fanno da padrone. Solo la magnetoterapia può essere eseguita in autonomia dal paziente». Da qui l’idea di “fondere” i benefici dei due approcci, in modo da ottimizzare i risultati. «L’ortesi contiene un solenoide (bobina a forma cilindrica) per magnetoterapia, unico nel suo genere, brevettato, sottile e indossabile, assolutamente impercettibile da parte del paziente. Anche l’ortesi ha una particolarità unica: è dotata di doppia tasca, ispezionabile, una per il frame di stabilizzazione che può essere modellato sul paziente, e una per il solenoide di magnetoterapia che può così essere posizionato dal paziente e dallo specialista esattamente in corrispondenza della zona o vertebra da trattare grazie alla serigrafia interna. Una volta completato il periodo di riabilitazione che può durare da 3 a 6 mesi, i due dispositivi possono essere usati separatamente. La magnetoterapia in particolare può essere impiegata dallo stesso paziente per altre patologie oppure ne possono beneficiare altri membri della famiglia» conclude Lutti.

PER ORTESI SI INTENDE QUALSIASI APPARECCHIO APPLICABILE AL CORPO COME CORRETTIVO FUNZIONALE

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REALTÀ SALUTE scenti in alcuni casi si preferisce una variante studiata appositamente per i teenager, che prevede un compliance indicator (un dispositivo che cambiando colore permette di misurare il tempo di utilizzo), funzioni speciali per facilitare la crescita dei canini, dei secondi premolari e dei secondi molari e alcune mascherine sostitutive in caso di perdita o danneggiamento. SI PUÒ CORREGGERE QUALSIASI DIFETTO ORTODONTICO? I difetti che si possono correggere sono molti ma non tutti, sarà l'ortodontista a valutare caso per caso.

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Mascherine trasparenti PER DENTI “IN LINEA” A TUTTE LE ETÀ

a cura di FRANCESCA DOGI

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hi l’ha detto che l’apparecchio è una cosa da bambini? Oggi anche gli adulti che vogliono riallineare i denti, recuperando così non solo l’estetica ma anche una buona funzionalità della bocca, possono farlo… senza dare troppo nell’occhio. In modo discreto e pratico. Grazie a “mascherine” quasi invisibili, create su misura per i denti di ciascun paziente. Comode, trasparenti e rimovibili, sono state ormai collaudate da più di tre milioni di pazienti nel mondo. Ci spiega meglio il loro funzionamento la dottoressa Brunella Ruzic che opera da anni presso il Polo Odontoiatrico del Centro di Radiologia e Fisioterapia di Gorle, dove vengono eseguiti tutti i tipi di ortodonzia per adulti e per bambini, da quella classica a quella invisibile. CENTRO DI RADIOLOGIA E FISIOTERAPIA www.centroradiofisio.it info@centroradiofisio.it Via Roma, 28 24020 Gorle Tel. 035 295718 Fax 035 290358

COME QUESTE MASCHERINE TRASPARENTI RIESCONO A RADDRIZZARE I DENTI? Utilizzando un’avanzata tecnologia di imaging digitale tridimensionale l'ortodontista elabora il piano di trattamento, partendo dalla posizione iniziale dei denti fino alla posizione finale desiderata. È quindi possibile vedere già dall'inizio del trattamento la simulazione del risultato finale. Viene poi realizzata, presso i laboratori di un’azienda specializzata, una serie di mascherine trasparenti su misura dette aligner, ognuna delle quali viene indossata per circa due settimane, finché non si arriva all'ultima mascherina che corrisponde alla posizione finale desiderata. Le mascherine sono praticamente invisibili quando sono indossate e possono essere facilmente rimosse per mangiare e per l'igiene quotidiana. QUESTA TECNICA È ADATTA A TUTTE LE ETÀ? L'ortodonzia invisibile si utilizza nell'adolescenza e nell'età adulta, non nei bambini. Per gli adole-

È DOLOROSO? In alcuni casi si percepisce un lieve disagio temporaneo simile a una condizione di pressione all'inizio di ogni nuova fase del trattamento, quando viene indossato un nuovo aligner. È il segno che gli aligner stanno spostando gradualmente i denti verso il risultato finale. Il fastidio sparisce in genere nel giro di un paio di giorni. QUANTO DURA IL TRATTAMENTO? La durata totale dipende dalla complessità del caso ma generalmente equivale a quella degli apparecchi tradizionali, orientativamente dai 9 ai 18 mesi. IL RISULTATO RAGGIUNTO SI MANTIENE NEL TEMPO? Dopo qualsiasi trattamento ortodontico è importante mantenere i denti stabili nella loro nuova posizione. In molti casi l'ultimo aligner costituirà una contenzione temporanea idonea. L'ortodontista consiglierà poi una soluzione di contenzione a lungo termine. L'ORTODONZIA INVISIBILE È PIÙ CARA DI QUELLA TRADIZIONALE? In generale il costo del trattamento con le mascherine è paragonabile a quello con i “ferretti”. Bergamo Salute

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Bergamo Salute anno 6 - n°1 - gen. - feb. 2016

PERIODICO DI CULTURA MEDICA E BENESSERE

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Bergamo Salute - 2016 - 1 – gennaio/febbraio  
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