numero
84
Anno 15 Maggio | Giugno 2025
www.bgsalute.it Poste Italiane spa Sped. in Abb. Postale DL 353/2003 (Conv. in legge 27/02/2004 N.46) Art. 1 comma 1 LO/BG
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Specialità RADIOTERAPIA DEL FUTURO: PRECISIONE, INNOVAZIONE E NUOVE PROSPETTIVE
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Psicologia SENSO DI COLPA, RESPONSABILITÀ E LA CULTURA INCEL
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Coppia STIAMO INSIEME, MA NON DICIAMOLO A NESSUNO (NEANCHE A NOI STESSI)
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Animali QUANDO LA GENETICA PESA SULLA COLONNA VERTEBRALE
Bergamo Salute è sempre con te: leggila integralmente dal tuo computer, tablet o smartphone www.bgsalute.it
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Le Medichesse
Sempre cercando di essere là dove il mondo si muove
Maggio/Giugno 2025 | Bergamo Salute | 1
numero
84
) EDITORIALE 5 La salute non è un lusso. Il lascito di Papa Francesco ) SPECIALITÀ A-Z 6 Cardiologia Così l’intelligenza artificiale ci aiuterà a prevedere il rischio cardiovascolare 8 Chirurgia generale Le ernie della parete addominale. Un confronto con l’esperto 12 Radioterapia Radioterapia del futuro. Precisione, innovazione e nuove prospettive ) PERSONAGGIO 18 Le Medichesse ) IN SALUTE 22 Stili di vita Vivere meglio e spendere meno. La prevenzione che fa bene alla salute e al paese 24 Alimentazione I benefici della dieta mediterranea 26 Quando il menù fa la differenza
) IN ARMONIA 28 Psicologia Senso di colpa, responsabilità e la cultura INCEL 30 Coppia Stiamo insieme, ma non diciamolo a nessuno (neanche a noi stessi)
Anno 15 Maggio | Giugno 2025
) IN FAMIGLIA 32 Dolce attesa Gravidanza. Uno studio analizza i cambiamenti nel corpo femminile 34 Bambini “Che schifo, io non mi pulisco!” 36 Ragazzi Connessioni (dis)connesse 38 Anziani L’importanza dell’approccio logopedico in età geriatrica ) IN FORMA 40 Fitness Il tennis. Uno sport completo per corpo e mente 42 Bellezza il grande ritorno della sauna ) RICETTA 48 Piadina vegan con crema di borlotti freschi ) RUBRICHE 51 Animali Discopatia nel cane. Quando la genetica pesa sulla colonna vertebrale 54 Altre terapie Aromaterapia. Il potere nascosto degli oli essenziali 56 Consigli di lettura In un libro di Zois il viaggio verso la speranza ) VIAGGI DELLA SALUTE 58 Adrenalina ed emozioni da 50 anni a Gardaland ) DAL TERRITORIO 60 Farmacie La farmacia dei servizi
62 Onlus ADB Bergamo, da oltre 35 anni al fianco delle persone con lesione spinale 65 Malattie rare Distrofia corneale maculare 66 Il lato umano della medicina Da Torre Boldone a Londra. Alice, infermiera tra due mondi 68 Testimonianza Il coraggio di Antonietta: “Ho fatto del dolore una missione” 70 News ) PROFESSIONI SANITARIE 72 Violenza contro gli operatori sanitari. L’impegno di OPI Bergamo ) STRUTTURE 74 Casamia Verdello 76 Fisioforma ) ACI 78 Sicurezza sulla strada Contro la pericolosità più responsabilità ) REALTÀ SALUTE 79 Centro Don Orione 81 Tecno System Allegato centrale: Amici di Bergamo Salute PARTECIPANTI ALLA FONDAZIONE ITALIANA PER L’EDUCAZIONE ALIMENTARE
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PRONTI PER il MARE ?
La salute non è un lusso: il lascito di Papa Francesco Al momento della chiusura di questo numero, sono passati solo pochi giorni dalla scomparsa di Papa Francesco, e il mondo – credente o meno – si scopre un po’ più solo. È raro che una figura religiosa riesca a parlare a tutti, eppure Jorge Mario Bergoglio, con il suo sguardo diretto e la sua voce gentile, ha saputo farlo. Anche su un tema come la salute, troppo spesso considerato
CLAUDIO GUALDI Direttore Responsabile
terreno esclusivo della medicina o dell’economia, lui ha voluto portare uno sguardo pastorale, umano, profondamente etico. “La salute non è un lusso”, ripeteva. Non è una frase da slogan, ma un principio che ha ispirato molte delle sue parole e dei suoi gesti. In un mondo che tende a scartare chi è fragile, anziano, malato o semplicemente povero, Francesco ha alzato la voce per ricordare che il diritto alla cura appartiene a tutti, non solo a chi può permettersela. E che il benessere dell’individuo non si misura solo in parametri clinici, ma in relazioni, dignità e giustizia sociale. È il concetto di “salute integrale”, che guarda alla persona nella sua totalità, in armonia con sé stessa, con gli altri e con l’ambiente. Una visione che ritroviamo anche nei contenuti di questo numero: dalla farmacia dei servizi che porta le cure più vicine ai cittadini, alla dieta mediterranea come stile di
EDITORIALE
vita che coniuga prevenzione e cultura. Fino a un’idea di medicina che non si limita a “curare malattie”, ma che si impegna a “prendersi cura delle persone”. Papa Francesco ci lascia una lezione che vale anche per chi non crede: la salute, per essere davvero tale, deve essere condivisa. E non ci sarà futuro se continueremo a trattarla come un privilegio e non come un diritto. Il suo appello a un’“ecologia integrale” – dove il rispetto per il corpo, per la terra e per il prossimo sono parte della stessa cura – resta oggi più che mai attuale. Ci sentiamo tutti un po’ orfani, è vero. Ma l’eredità che ci lascia è un invito a prenderci per mano e a prenderci cura, insieme, gli uni degli altri. Buona Lettura!
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SPECIALITÀ A-Z
CARDIOLOGIA
Così l’intelligenza artificiale ci aiuterà a prevedere il rischio cardiovascolare ∞ A CURA DI SARA CARRARA
Un algoritmo matematico, i parametri comunemente rilevati dagli elettrocardiogrammi e il supporto dell’intelligenza artificiale: è questo il cuore di uno dei primi studi internazionali in materia, frutto del lavoro di un team multidisciplinare. Lo studio sull’intelligenza artificiale e la previsione del rischio cardiovascolare, recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista nordamericana Journal of Electrocardiology, ha suscitato interesse e un vivace dibattito nella comunità scientifica. L’idea nasce a Modena, per iniziativa del dottor Paolo Giovanardi, cardiologo del Dipartimento Cure Primarie dell’Azienda USL di Modena. Al progetto hanno contribuito anche due ricercatori dell’Università di Bergamo: Ettore Lanzarone e Martina Doneda, ricercatrice post-doc.
completamente retrospettivo e anonimo, nel pieno rispetto delle normative. L’obiettivo era costruire modelli predittivi con tecniche di machine learning, in grado di individuare pattern che sfuggono all’occhio umano ma che l’algoritmo riesce a riconoscere come segnali di rischio.
rizzare i dati raccolti in chiave predittiva, cioè non solo per leggere lo stato cardiologico del paziente, ma per stimare il rischio di mortalità nel tempo. Da lì è nata la collaborazione tra clinici, ingegneri e informatici.
COME SONO STATI LETTI QUESTI DATI?
Risultati solidi, tanto da meritare la pubblicazione su una rivista prestigiosa come il Journal of
L’intuizione è stata quella di valo-
CHE RISULTATI AVETE OTTENUTO?
PROFESSOR LANZARONE, COME NASCE LA VOSTRA RICERCA? L’idea viene da Paolo Giovanardi, cardiologo del Dipartimento Cure Primarie dell’Azienda USL di Modena. A partire da una banca dati di dimensioni straordinarie – 60mila elettrocardiogrammi raccolti in 17 anni presso le strutture sanitarie pubbliche modenesi – abbiamo estratto circa un milione di dati numerici dai tracciati ECG, lavorando in modo 6 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
dottor-Paolo-Giovanardi ©AUSL Modena
Electrocardiology, statunitense. Il modello sviluppato è riuscito a stimare il rischio di mortalità con maggiore accuratezza rispetto agli score clinici tradizionali. Questo è rilevante, perché l’ECG è un test a basso costo, non invasivo e disponibile in moltissimi contesti, anche non ospedalieri. Potenziare il suo significato predittivo vuol dire rendere la prevenzione accessibile a più persone, in contesti anche molto diversi tra loro.
CHE VALORE AGGIUNTO OFFRE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE RISPETTO AI METODI TRADIZIONALI? L’AI consente di elaborare enormi quantità di dati in tempi rapidi, trovando correlazioni anche molto deboli, ma statisticamente significative. Non si limita a leggere un singolo parametro, come può fare un medico, ma guarda simultaneamente decine di variabili. Non è una sostituzione della clinica, ma un’integrazione intelligente. L’ECG diventa così una finestra sul futuro, non solo uno specchio del presente.
IL VOSTRO È UNO STUDIO DI POPOLAZIONE. QUANTO È IMPORTANTE QUESTO ASPETTO? È fondamentale. Spesso gli studi sull’AI in medicina si basano su campioni selezionati, magari raccolti in centri di eccellenza. Noi invece abbiamo lavorato su una
popolazione ampia, reale, con tutte le sue complessità: età diverse, patologie associate, qualità variabile dei tracciati. È un approccio più “sporco” dal punto di vista del dato, ma molto più vicino alla realtà della sanità pubblica.
COME È STATO LAVORARE IN UN TEAM COSÌ MULTIDISCIPLINARE? Alla ricerca hanno partecipato attivamente e congiuntamente, in particolare per l’elaborazione statistica e l’interpretazione dei risultati, anche tre università italiane: l’Università di Bergamo, l’Università degli studi di Modena-Reggio Emilia e il Politecnico di Milano. Collaborare con medici, bioingegneri, matematici impone di imparare un linguaggio comune. Ognuno porta il proprio sguardo e le proprie priorità: il medico pensa all’impatto clinico, l’ingegnere alla robustezza del modello, il matematico alla pulizia e formalizzazione del dato. È stato un percorso profondamente arricchente.
DIFFICOLTÀ DURANTE LO STUDIO? La prima è stata sicuramente l’assenza di finanziamenti. Tutto è stato realizzato grazie al tempo e all’impegno volontario dei ricercatori coinvolti. Poi ci sono state le sfide tecniche: armonizzare i dati, gestire formati diversi, risolvere problemi di qualità nei tracciati.
ETTORE LANZARONE Professore associato di Bioingegneria presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale dell’Informazione e della Produzione Università di Bergamo
Infine, c’è sempre la responsabilità di fare un lavoro che, anche se sperimentale, ha potenzialmente conseguenze cliniche importanti.
COME VEDE IL FUTURO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE IN SANITÀ? L’AI non è una bacchetta magica, ma può diventare un alleato formidabile. L’intelligenza artificiale deve essere al servizio della buona medicina, non sostituirla. Il giudizio finale resta sempre umano. Ogni algoritmo deve essere validato, spiegato, discusso con la comunità scientifica. Abbiamo grande attenzione nell’utilizzo di queste applicazioni e un atteggiamento prudente resta doveroso nei confronti delle nuove tecnologie.
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SPECIALITÀ A-Z
CHIRURGIA GENERALE
Le ernie della parete addominale: un confronto con l’esperto ∞ A CURA DI IVANA GALESSI
Le ernie della parete addominale rappresentano un rilevante problema di salute in Italia, con una prevalenza stimata intorno al 5 % della popolazione generale. Questo significa che circa tre milioni di italiani potrebbero esserne affetti. Ogni anno nel nostro Paese si eseguono oltre 200.000 interventi chirurgici per ernie della parete addominale. Ne parliamo con il Dott. Giorgio Quartierini, Chirurgo Generale e Responsabile della U.O. di Chirurgia Generale della Casa di Cura San Francesco di Bergamo.
DOTT. QUARTIERINI, COS’È UN’ERNIA ADDOMINALE E PERCHÉ SI FORMA? L’ernia della parete addominale consiste nella protrusione di organi addominali o tessuto adiposo attraverso un’apertura o un indebolimento della parete muscolare. Questa protrusione crea un rigonfiamento che può causare fastidio o dolore. Gli organi addominali, normalmente, sono contenuti all’interno della cavità addominale grazie alla robustezza dei muscoli e delle fasce della parete addominale; quando c’è un’area di debolezza o un foro, il contenuto può farsi strada e formare un’ernia. Si parla di ernia congenita quando è evidente alla nascita – per lo più 8 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
per mancata obliterazione durante lo sviluppo fetale del canale inguinale e del tramite ombelicale –, mentre è acquisita quando insorge nel corso della vita. Le cause possono includere: obesità, tosse cronica, stitichezza cronica, gravidanza, sforzi eccessivi, debolezza muscolare dovuta all’età avanzata, pregressa chirurgia, accumulo di liquido nell’addome.
QUALI SONO I SINTOMI? Alcune ernie possono essere asintomatiche, mentre altre possono causare un rigonfiamento settoriale visibile o palpabile che diventa più evidente quando si sta in piedi, si tossisce o si spinge con l’addome. Si arriva poi ad accusare un fastidio o lieve dolore nella zona dell’ernia, che può peggiorare con l’attività fisica; quasi sempre si ha anche una sensazione di pesantezza o pressione. Quando il sacco erniario è molto grande, e in esso si delocalizzano ampi tratti di intestino, si può avere dispepsia, nausea, crampi e peggioramento della stipsi.
NE ESISTONO DIVERSI TIPI? Si, alcune sono molto frequenti, altre molto rare e prendono il nome dalla loro localizzazione: > inguinale: la più comune, rappresenta fino al 75% di tutte le ernie addominali, con una netta prevalenza maschile (con un rapporto di circa 8:1). Insorge al di sopra della piega inguinale, occupa il canale inguinale e poi si può estendere sino allo scroto; > ombelicale: insorge nei pressi della cicatrice ombelicale ed è più comune nei neonati, nelle persone obese e negli epatopatici; > crurale o femorale: più frequente nelle donne, eccezionale nell’uomo. Si localizza alla piega inguinale-radice della coscia e ha una spiccata tendenza alla complicanza; > epigastrica o della linea alba: localizzata al centro della parte superiore dell’addome, tra sterno e ombelico,
solitamente si tratta di un’ernia adiposa senza abitazione viscerale; > laparocele (o ernia incisionale): si verifica in corrispondenza di una pregressa cicatrice chirurgica addominale, con un’incidenza del 15% dei pazienti; > lombocele: ernia incisionale su pregressa lombotomia (solitamente per chirurgia renale); > ernia di Spigelio: rara, si forma lateralmente ai muscoli retti addominali; > lombare: molto rara, si forma nella parte posteriore dell’addome; > otturatoria: coronarie, valvulopatie.
COME SI DIAGNOSTICA UN’ERNIA DELLA PARETE ADDOMINALE? La diagnosi si basa sull’anamnesi
e sulla visita clinica, durante la quale lo specialista palperà l’area sospetta per identificare il rigonfiamento. Solo nei casi in cui la visita clinica non è risolutiva, o non si riscontrano impulsi erniari, può essere utile un’ecografia loco-regionale per una corretta diagnosi differenziale. Nel caso di pazienti obesi, o se si vuole indagare la situazione viscerale endoerniaria ed endoaddominale, è meglio effettuare uno studio TAC addominale. Nel sospetto di ernia, il Medico di Medicina Generale invia il paziente allo specialista Chirurgo Generale; sarà quest’ultimo a dare indicazioni di diagnostica ulteriore.
TUTTE LE ERNIE DEVONO ESSERE OPERATE O ALCUNE POSSONO GUARIRE DA SOLE? No, le ernie non possono guarire da sole e l’unico trattamento
DOTT. GIORGIO QUARTIERINI Chirurgo Generale e Responsabile della U.O. di Chirurgia Generale Casa di Cura San Francesco di Bergamo
risolutivo è l’intervento chirurgico. Tuttavia, nei pazienti inoperabili o in quelli che scelgono di non farsi operare, l’adozione di un corretto stile di vita, i presidi di contenzione di parete e la limitazione dell’attività fisica possono rallentare il peggioramento del quadro clini-
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SPECIALITÀ A-Z
CHIRURGIA GENERALE > infezione del sito chirurgico; > problemi di guarigione dei tessuti (es. nel caso di pazienti deperiti, in terapia cortisonica, molto anziani, o malnutriti); > obesità; > mancato rispetto di un adeguato periodo di convalescenza.
co. Nel lungo periodo l’evoluzione è comunque quella di un incremento dimensionale dell’ernia.
COME FACCIO A SAPERE CHE UN’ERNIA ADDOMINALE SI STA COMPLICANDO? Un rigonfiamento erniario evolutivo che non si riesce a spingere in addome (irriducibile) configura il quadro dell’ernia “incarcerata”. Se il contenuto dell’ernia va incontro a sofferenza vascolare con fenomeni ischemici o torsione dei visceri, l’ernia si definisce “strozzata”: il dolore può diventare diffuso, intenso e continuo ed essere accompagnato da vomito. In questo caso richiede un intervento chirurgico urgente.
IN COSA CONSISTE IL TRATTAMENTO CHIRURGICO? L’intervento è finalizzato a riposizionare il tessuto all’interno dell’addome, riparare e rinforzare la parete muscolare con una rete di materiale biocompatibile, per prevenire le recidive. La chirurgia può essere eseguita con tecni-
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che tradizionali o in laparoscopia, cambia solo l’approccio anatomico. L’intervento non è doloroso e viene eseguito in anestesia spinale o generale (per la laparoscopia). In casi selezionati, se l’ernia è piccola e il paziente è collaborante, si può procedere a un’anestesia locale per infiltrazione. L’intervento dura in media 40 – 60 minuti, ma può variare in base alla complessità dell’ernia. Quasi sempre si tratta di degenza in day hospital, con dimissione del paziente entro 24 ore dalla procedura. Le complicanze postoperatorie – l’ematoma dei tessuti molli e l’infezione del sito chirurgico (eccezionale) – non sono frequenti e non sono gravi. Fa eccezione l’anestesia spinale nel paziente anziano, che può essere causa di ritenzione acuta di urina, con necessità estemporanea di cateterismo vescicale.
COSA È UN’ERNIA RECIDIVA? PERCHÉ ACCADE? Una recidiva è la ripresentazione di un’ernia nella stessa sede in cui era stata precedentemente riparata. In altre parole, dopo un intervento chirurgico, si verifica una nuova fuoriuscita di tessuto o organi attraverso la parete addominale indebolita nella stessa area. Le cause possono essere: > debolezza intrinseca della parete addominale; > tecnica chirurgica non ottimale o inefficace;
QUANTO TEMPO CI VUOLE PER GUARIRE DOPO L’INTERVENTO? Se da un lato la degenza in ospedale è breve, dall’altro è bene osservare un periodo di riposo di circa 10/15 giorni e di astensione da attività fisica per almeno un mese: in questo lasso di tempo si concede ai tessuti la possibilità di guarigione e di integrazione della rete protesica nel contesto della plastica muscolare.
SPESSO I PAZIENTI CON ERNIA ADDOMINALE CONVIVONO CON IL DISAGIO FISICO PER MOLTO TEMPO PRIMA DELL’INTERVENTO. COSA NE PENSA? Nonostante si tratti di una patologia benigna, questa ha un forte impatto in termini di inabilità temporanea con assenza dal lavoro, impossibilità di praticare attività sportiva, dolore e timore di insorgenza di complicanze. Negli ultimi dieci anni si è assistito a una sempre maggiore difficoltà da parte del sistema sanitario di far fronte ai nuovi casi; ciò comporta inevitabilmente un allungamento del periodo tra la diagnosi e l’intervento, nonostante la stretta collaborazione e il contributo delle strutture sanitarie private accreditate. Su questo tema le Istituzioni locali e regionali sono sensibilizzate e si resta in attesa di soluzioni efficaci per poter migliorare il servizio ai cittadini.
SPECIALITÀ A-Z
RADIOTERAPIA
Radioterapia del futuro: precisione, innovazione e nuove prospettive
∞ A CURA DI IVANA GALESSI
Come le nuove tecnologie stanno rivoluzionando le cure oncologiche, aumentando l’efficacia e riducendo gli effetti collaterali. Alla luce della “1° GIORNATA BERGAMASCA DI RADIOTERAPIA ONCOLOGICA”, tenutasi lo scorso marzo per fare il punto sui recenti sviluppi della disciplina, approfondiamo le innovazioni tecnologiche al servizio della radioterapia con il dott. Maurizio Portaluri, Direttore della Radioterapia dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo.
DOTT. PORTALURI, COM’È EVOLUTA LA RADIOTERAPIA NEGLI ULTIMI ANNI E IN CHE MODO LE INNOVAZIONI TECNOLOGICHE POSSONO MIGLIORARE L’ESPERIENZA DEL PAZIENTE? Sono due le innovazioni che hanno rivoluzionato la radioterapia: la robotizzazione e l’intelligenza artificiale. La prima consente di modellare con estrema precisione 12 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
la forma del fascio di radiazioni in base a quella del tumore, indipendentemente dalle sue dimensioni (radioterapia 3D). Inoltre, permette di seguirne i movimenti, poiché il corpo umano – e tutto ciò che lo compone – è in continuo movimento a causa della respirazione, del battito cardiaco e del passaggio di gas e liquidi. Grazie a questa tecnologia, è possibile adattare il trattamento in tempo reale, dando vita alla radioterapia 4D.
COME LA RADIOTERAPIA STA DIVENTANDO PIÙ PERSONALIZZATA E QUANTO PUÒ INFLUIRE POSITIVAMENTE SUI RISULTATI DEL TRATTAMENTO? Anche in questo ambito emergono due aspetti. Il primo è di natura spaziale e temporale e consiste nella concentrazione delle radiazioni solo dove necessario e
nell’adattamento del trattamento alle variazioni del tumore nel corso della terapia. Infatti, se il tumore si riduce, è possibile adeguare il volume irradiato per ottimizzare l’efficacia del trattamento. Il secondo aspetto, ancora più promettente e oggetto di numerosi studi, riguarda la personalizzazione basata sulle caratteristiche del tumore, identificate grazie alle cosiddette scienze omiche – come la radiomica, la genomica, la proteomica e la metabolomica. Queste discipline, attraverso l’analisi di enormi quantità di dati con il supporto dell’AI, permettono di individuare le caratteristiche peculiari del tumore e di prevederne la risposta alle radiazioni. Questo approccio consentirà di determinare, per ogni paziente, la dose di radiazioni più efficace e di valutare se sia opportuno irradiare il tumore totalmente, o solo in parte.
COSA SIGNIFICA CHE LA RADIOTERAPIA È SEMPRE PIÙ PARTE DI UN TRATTAMENTO “MULTIDISCIPLINARE”? La radioterapia dovrebbe, a rigore, chiamarsi radio-oncologia. Agli inizi del ‘900, dopo la scoperta dei raggi X da parte del fisico tedesco Wilhelm Roëntgen, la radioterapia nasce insieme alla radiologia, da cui si distacca progressivamente. Per diversi decenni, dopo la chirurgia, è stata l’unica arma contro i tumori. Non a caso, negli anni ‘30 del secolo scorso, la prima società scientifica contro i tumori si chiamava Società di Cancerologia e riuniva tutti coloro che si occupavano di radioterapia. Successivamente, sono stati introdotti farmaci sempre più efficaci, inizialmente in ambito ematologico e poi anche per i tumori solidi, grazie ai progressi della chimica farmaceutica. Oggi, oltre ai farmaci
antitumorali innovativi e ai farmaci “target” – che utilizzano anticorpi specifici contro proteine presenti esclusivamente nei tumori – si è affermata l’immunoterapia, capace di rimuovere i freni al sistema immunitario, attivandolo contro le cellule tumorali. Senza contare le cellule linfatiche ingegnerizzate per colpire specifici tumori (Cart-T) e le nuove tecniche di correzione del DNA responsabile della trasformazione delle cellule normali in maligne. A queste si aggiungono i radiofarmaci, ossia farmaci con molecole radioattive che si localizzano selettivamente nelle cellule tumorali, rendendole visibili e somministrando al contempo una dose di radiazioni in grado di distruggerle. In questo scenario in continua evoluzione, la radioterapia – o meglio, la radio-oncologia – somiglia sempre più a una chirurgia capace di colpire il tumore senza toccare il paziente, grazie a
DOTT. MAURIZIO PORTALURI Direttore della Radioterapia dell’ASST Papa Giovanni XXIII Bergamo
immagini sempre più nitide (risonanza magnetica, TAC, PET-TAC) che permettono di localizzare con precisione il bersaglio. Le terapie disponibili sono numerose e ogni caso deve essere discusso all’interno dei gruppi multidisciplinari, specifici per ciascun tipo
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SPECIALITÀ A-Z
RADIOTERAPIA
di neoplasia, affinché i diversi specialisti coinvolti possano stabilire il trattamento più adeguato per ogni singolo paziente.
QUALI SONO LE PROSPETTIVE FUTURE PER LA RADIOTERAPIA ONCOLOGICA? Le prospettive sono legate alle innovazioni in campo oncologico. Attualmente, il 60% dei pazienti con tumore si sottopone a radioterapia durante il percorso di cura, ma questa percentuale potrebbe aumentare con una maggiore partecipazione dei radio-oncologi alle discussioni multidisciplinari. Infatti, il ruolo della radioterapia moderna, grazie alla sua capacità di eliminare completamente anche aggregati tumorali multipli, potrebbe trovare applicazioni ancora più ampie. Sul piano tecnologico, l’innovazione più rilevante è rappresentata dalla possibilità di irradiare il tumore mentre lo si osserva in tempo reale, grazie a dispositivi di radioterapia dotati di risonanza magnetica integrata. Inoltre, l’accesso a un numero crescente di informazioni sul tumore, fornite dalle scienze omiche, permetterà di utilizzare le radiazioni in base alla sensibilità di ogni singolo tumore al trattamento. Ogni paziente dovrebbe essere inserito in un protocollo di studio, così da garantirgli le migliori cure disponibili in un conte-
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sto di medicina in continua evoluzione. Tutto questo, però, richiede investimenti.
QUESTE INNOVAZIONI STANNO CONTRIBUENDO A MIGLIORARE LA QUALITÀ DELLA VITA DEI PAZIENTI ONCOLOGICI? La moderna radioterapia si concentra principalmente su piccoli volumi contenenti cellule tumorali, permettendo di somministrare dosi più elevate rispetto al passato e aumentando così le probabilità di successo. Allo stesso tempo, le radiazioni dirette agli organi sani circostanti si sono notevolmente ridotte, minimizzando, fino a farli scomparire, gli effetti collaterali durante e soprattutto dopo il trattamento, anche a distanza di mesi o anni. Inoltre, la possibilità di erogare dosi elevate in ogni seduta ha permesso di ridurre il numero delle stesse, offrendo un importante vantaggio ai pazienti: in tempi più brevi possono completare la terapia, tornando rapidamente alle proprie attività o proseguendo eventuali altre cure oncologiche in corso.
QUALI SONO LE PAURE O I MITI PIÙ COMUNI CHE I PAZIENTI HANNO RIGUARDO ALLA RADIOTERAPIA? Le paure più diffuse riguardano gli effetti collaterali. Per anni si è
radicata l’idea che la radioterapia comporti inevitabilmente conseguenze significative, ma grazie alle nuove tecniche questi effetti sono ormai pressoché assenti. Un altro falso mito è la convinzione che la radioterapia sia una terapia palliativa, utilizzata quando non ci sono più alternative. Niente di più sbagliato. Con le tecnologie moderne, la radioterapia può essere paragonata a un intervento chirurgico: l’elevata precisione e le alte dosi di radiazioni, in molti casi, permettono di eliminare le sedi tumorali con un’efficacia simile a quella dell’asportazione chirurgica.
QUALI OSTACOLI VEDE ALLO SVILUPPO DELLA MODERNA RADIOTERAPIA? Gli ostacoli sono legati ai costi elevati, un problema che riguarda tutte le terapie innovative di cui si è parlato. Il rischio è che tutte queste efficaci innovazioni potrebbero non essere disponibili per tutti anche nel mondo occidentale – già non lo sono in molti paesi a medio e basso reddito. Questa evenienza va scongiurata con investimenti in ricerca per ridurre i costi delle nuove apparecchiature e dei nuovi farmaci. Inoltre, potenziando attività di prevenzione primaria sarà possibile ridurre il numero di nuovi casi di tumore che, purtroppo, sono in continua crescita.
PERSONAGGIO
LE MEDICHESSE
Sempre cercando di essere là dove il mondo si muove ∞ A CURA DI IVANA GALESSI
Un progetto sperimentale che porta in scena la vita delle donne medico, tra sfide, passioni e conquiste quotidiane Un camice che diventa costume di scena, una storia vera che si trasforma in racconto teatrale. “Le Medichesse” è molto più di uno spettacolo: è un atto coraggioso, un progetto culturale e umano che mette al centro la figura della donna medico, con le sue gioie, le sue fatiche e i suoi traguardi. Abbiamo incontrato la Dott.ssa Daniela Gianola, vicepresidente della sezione di Bergamo dell’Associazione Italiana Donne Medico e una delle ideatrici del progetto insieme a Silvia Barbieri e Fabiola Bologna. Con lei abbiamo parlato dell’origine de Le Medichesse, delle barriere di genere ancora presenti nel mondo della sanità e del potere trasformativo del teatro nel raccontare — e riscrivere — la realtà. Dott.ssa Gianola, com’è nata l’idea di questo progetto teatrale 18 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
e qual è il messaggio principale che si vuole trasmettere? Il progetto teatrale “Le Medichesse” nasce dall’idea di far conoscere al pubblico il complesso intreccio tra la vita professionale e quella personale della donna medico. È il risultato di un lungo lavoro portato avanti da un gruppo di 15 donne medico appartenenti all’Associazione Italiana Donne Medico, realtà scientifica con sezioni presenti nelle principali città italiane. Al progetto hanno partecipato professioniste provenienti dalle sezioni di Bergamo, Parma, Pavia e Crema: donne medico di età diverse e con specializzazioni differenti, accomunate però dalla stessa PASSIONE per la medicina, intesa non solo come atto medico, ma come ARTE nella cura del malato. Queste donne diventano attrici, narratrici e danzatrici, portando in scena storie
professionali e personali di grande impatto emotivo. Il progetto ha preso forma a partire dalla raccolta delle loro biografie, attraverso laboratori di scrittura condotti dalla scrittrice Adriana Lorenzi. I testi, elaborati da lei, sono stati trasformati in rappresentazione teatrale e sceneggiatura dalla regista Silvia Barbieri. Il teatro, mezzo magico per creare un forte legame emozionale tra attore e spettatore, abbatte ogni filtro e ogni barriera tra chi racconta e chi ascolta una storia vera. La donna medico si presenta al pubblico con e senza il camice: una donna che, come tutte, vive momenti felici e tristi, attraversa successi e insuccessi, conosce preoccupazioni e attimi di spensieratezza. Il “soffitto di cristallo” è un concetto che spesso
viene citato quando si parla delle difficoltà che le donne incontrano nel mondo del lavoro, specialmente in ambito medico. Quali crede siano le principali barriere che ancora ostacolano le donne mediche nell’accesso a posizioni di leadership e come il progetto “Le Medichesse” contribuisce a superarle? “Le Medichesse” evidenzia, sottolinea e rimarca in modo attento e preciso come la parità di genere in ambito sanitario sia ancora una conquista da raggiungere. La donna medico, per accedere a posizioni apicali, di comando e di leadership, deve lavorare, impegnarsi e sacrificarsi sempre più del collega uomo. Nello spettacolo, la parte intitolata “Signore/ Signorine” — divertente, ma allo stesso tempo provocatoria — invita a riflettere: perché? Perché non è nemmeno immaginabile rivolgersi a un medico uomo con l’appellativo “Signore” o “Signorino”, mentre è assolutamente comune chiamare una dottoressa
“Signora” o “Signorina”. Altri appellativi molto diffusi sono “infermiera”, “ostetrica”, “studentessa”, “specializzanda”, senza dimenticare espressioni come “ragazza”, “cara”, “gioia” e simili. “Le Medichesse”, portando in scena queste dinamiche comportamentali — purtroppo ancora radicate nella mentalità comune — possono contribuire a stimolare un cambiamento culturale, che mostri maggiore rispetto e considerazione nei confronti della donna medico. Nel corso della sua carriera professionale, ha mai incontrato situazioni in cui il pregiudizio o la discriminazione abbiano influenzato il suo percorso? In che modo queste esperienze si riflettono nel messaggio dello spettacolo? Vede dei parallelismi tra ciò che racconta la sua esperienza di vita e quello che viene trattato in scena? Anch’io, nel corso della mia vita professionale, sono stata più volte trattata con scarsa considerazione e ho subito comportamenti
poco rispettosi del mio ruolo. Nello spettacolo racconto un episodio in particolare: un paziente, entrando in ambulatorio, rimase sorpreso nel vedermi da sola nella stanza. Davanti a lui c’era una donna con un camice addosso — e ovviamente, ai suoi occhi, non potevo essere “il dottore” — una donna con un tesserino di riconoscimento appeso al taschino, seduta dietro una scrivania. Senza nemmeno salutare, si rivolse a me con tono aggressivo e arrogante, chiedendo: “Dov’è il medico?”. Ricordo ancora, a distanza di anni, il mix di rabbia, disgusto, delusione e malessere che provai. Eppure, ancora oggi mi congratulo con me stessa per essere riuscita a mantenere la calma, rispondendogli con ironia e tagliente lucidità, tanto da farlo sentire un grande idiota. Ancora più grave è quando la parità di genere non viene rispettata all’interno della stessa categoria, da parte dei colleghi uomini — e accade molto più spesso di quanto si possa immaginare. Soprattutto nelle specialità chi-
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PERSONAGGIO
LE MEDICHESSE
rurgiche, le opportunità di eseguire interventi complessi sono decisamente più limitate per le chirurghe rispetto ai colleghi uomini, pur avendo pari competenze. Tutto ciò è in netto contrasto con quanto dimostrato scientificamente: la donna medico mostra una maggiore empatia nella relazione medico-paziente, con effetti positivi sull’intero percorso di cura. Un’empatia che si estende anche ai familiari del paziente, aiutandoli a gestire l’ansia e le preoccupazioni legate alla salute del proprio caro. Cosa si aspetta dal futuro del progetto “Le Medichesse”? Ci sono nuovi sviluppi o altre iniziative in programma per espanderne l’impatto e sensibilizzare ancora di più la società e le istituzioni sull’importanza del ruolo delle donne nella medicina? “Le Medichesse”, la cui prima rappresentazione si è tenuta a Parma lo scorso 5 aprile presso il Teatro del Parco, è uno spettacolo nato da un progetto teatrale sperimentale, il primo in Italia nel suo genere. Mi aspetto che susciti grande interesse in tutti. Per il pubblico, rappresenta un’occasione unica per scoprire cosa si cela dietro le quinte del mondo della donna medico: le sue aspettative, i suoi
20 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
desideri, ma anche gli insuccessi, le sconfitte e le difficoltà quotidiane nel conciliare vita professionale e vita personale. “Le Medichesse” è una vera e propria vetrina sulla sanità al femminile. Permette agli spettatori di comprendere quanto il percorso della donna medico sia lungo, complesso, ma profondamente gratificante. E che, se potesse tornare indietro, lo sceglierebbe altre mille volte. Come recita la Medichessa che apre lo spettacolo con una dedica al “caro Lavoro”, la medicina è puro innamoramento nella cura e nella tutela della salute del genere umano. È anche un messaggio forte per le nuove generazioni che stanno scegliendo la professione medica: un invito a ricordare che, pur richiedendo molte rinunce, grandi energie e tanto tempo, essere medico ripaga con una felicità profonda, quella che si prova quando si riesce a curare, a guarire, a fare la differenza nella vita di un paziente. “Le Medichesse” sperano che questo evento teatrale possa essere rappresentato su larga scala, per coinvolgere emotivamente — e anche divertire — il maggior numero possibile di persone, con l’obiettivo di creare un legame stretto, una fiducia profonda tra le persone, e in particolare tra chi è malato, e la medicina.
Infine, come vede il futuro delle donne nel campo medico? Quali cambiamenti auspica per i prossimi anni per garantire che le donne possano finalmente emergere con pari opportunità e riconoscimenti? Ci si augura che il futuro delle donne in campo medico sia sempre più promettente, e che le opportunità di carriera siano guidate da una reale meritocrazia, non dal genere. Si spera anche che la donna medico venga tutelata, anche a livello giuridico, nel momento in cui desidera diventare madre. L’allontanamento temporaneo per la gravidanza non dovrebbe mai rappresentare un ostacolo, ma piuttosto un momento da sostenere e agevolare nel suo corretto svolgimento. Allo stesso modo, la donna medico deve essere supportata nella gestione della famiglia e nella crescita dei figli. Non si può chiedere alla donna medico di scegliere tra lavoro e maternità, né tra carriera e famiglia. È necessario un intervento concreto da parte delle istituzioni competenti, ma ancora di più serve un cambiamento culturale profondo: una trasformazione della mentalità collettiva, che ancora oggi tende ad attribuire alla donna il compito di occuparsi della famiglia, spesso a scapito della propria realizzazione professionale. Riponiamo molta speranza nelle nuove generazioni: sono loro il futuro. Lo spettacolo si conclude con una lettera che una Medichessa scrive alla giovane figlia nel giorno della sua laurea. È un finale intimo, toccante ed emozionante, in cui si passano idealmente le consegne alle nuove generazioni, rendendole consapevoli dei sacrifici e degli ostacoli che le attendono, ma trasmettendo anche tutta la bellezza di aver scelto la professione più straordinaria del mondo.
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IN SALUTE
STILI DI VITA
Vivere meglio e spendere meno. La prevenzione che fa bene alla salute e al paese
∞ A CURA DI IVANA GALESSI
Secondo l’Osservatorio sull’Economia della Salute, intervenire su fumo, alcol e sedentarietà può far risparmiare oltre 1 miliardo di euro l’anno al Servizio Sanitario Nazionale. Ecco perché gli stili di vita sani non sono solo una scelta individuale, ma una strategia nazionale. Una nuova economia della salute Il 15 aprile scorso è stato presentato ufficialmente l’Osservatorio sull’Economia della Salute Pubblica, un’iniziativa promossa dall’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari (Altems), con l’obiettivo di monitorare in modo sistematico l’impatto degli stili di vita sulla spesa pubblica. Il focus? Fumo, alcol, inattività fisica e cattiva alimentazione, quattro fattori che incidono profondamente sul benessere della popolazione e sul bilancio del Servizio Sanitario Nazionale. I dati non lasciano spazio a dubbi: con azioni mirate di prevenzione, il nostro Paese potrebbe risparmiare oltre 1 miliardo di euro l’an22 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
no in spese sanitarie dirette. Un risultato possibile solo se si inizia a considerare la prevenzione non più come un lusso o una raccomandazione, ma come una vera e propria politica pubblica. I numeri parlano chiaro Il fumo resta il nemico numero uno della salute pubblica italiana. Nonostante le campagne informative e le restrizioni, il 19% degli italiani continua a fumare, una percentuale che è rimasta pressoché stabile negli ultimi dieci anni. Eppure, basterebbe che la metà di questi fumatori passasse a prodotti alternativi senza combustione per ottenere un risparmio di oltre 700 milioni di euro l’anno. Anche il consumo eccessivo
di alcolici pesa sul sistema: il 3% della popolazione assume alcol in quantità elevate, e se anche solo una persona su mille riducesse il proprio consumo, si potrebbero risparmiare 60 milioni di euro ogni anno. Ma il vero campanello d’allarme suona sul fronte dell’inattività fisica: quasi il 40% degli italiani non pratica esercizio fisico regolare. Le conseguenze? Maggiore incidenza di obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e tumori. Secondo le stime Altems, se solo una persona su 100 iniziasse a fare almeno 150 minuti di attività fisica moderata alla settimana, si risparmierebbero 223 milioni di euro. Quanto all’alimentazione, i dati del 2021 indicano 109.000 decessi pre-
maturi legati a una dieta scorretta, un numero che da solo testimonia l’urgenza di agire. La prevenzione come investimento L’Osservatorio non si limita a fotografare la realtà: vuole anticiparla e guidarla. Coordinato da un comitato scientifico multidisciplinare – economisti, statistici, esperti di sanità pubblica e politiche sanitarie – il progetto mira a fornire dati in tempo reale e modelli predittivi. Strumenti essenziali per aiutare i decisori politici a distribuire le risorse in modo efficace, puntando su soluzioni innovative come l’intelligenza artificiale e la digital health. «Il nostro obiettivo è rendere la prevenzione smart, accessibile e partecipata», ha spiegato Giuseppe Arbia, direttore Altems. La parola chiave è coinvolgimen-
to: servono strategie di salute comportamentale che parlino alle persone nella loro quotidianità, valorizzando la responsabilità individuale ma anche il supporto istituzionale. Perché un cittadino in salute è una risorsa, e ogni comportamento virtuoso è un investimento per tutta la collettività. Stili di vita, scelte di futuro In un’epoca in cui il sistema sanitario affronta sfide sempre più complesse – invecchiamento della popolazione, cronicità, sostenibilità – la prevenzione diventa il pilastro del benessere nazionale. Gli stili di vita non sono solo una questione personale, ma un affare pubblico, economico e politico. L’azione dell’Osservatorio dimostra che vivere bene non è solo possibile, è conveniente: per chi sceglie di prendersi cura di sé
e per un Paese che guarda avanti. L’auspicio, ora, è che i dati diventino guida per politiche concrete, capaci di trasformare numeri e stime in realtà tangibili. Perché prevenire, oggi più che mai, non è solo meglio che curare: è l’unico modo per costruire un sistema sostenibile e una società più sana, attiva e consapevole.
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IN SALUT
ALIMENTAZIONE
I benefici della dieta mediterranea ∞ A CURA DELLA DOTT.SSA GIULIA ONGIS
Pubblicate le linee guida “ufficiali” dello stile di vita che rappresenta una vera e propria terapia La Dieta Mediterranea (DM) rappresenta uno dei pattern alimentari più salutari, tanto da poter essere considerata come una terapia in diversi contesti clinici e per numerose patologie. A marzo 2025, infatti, sono state elaborate le prime Linee Guida sulla Dieta Mediterranea, promosse dalla Fondazione Dieta Mediterranea, dalla Società Italiana Nutrizione artificiale e metabolismo (SINPE) e dalla Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare (SIPREC) con il supporto metodologico dell’Istituto Superiore di Sanità. Queste hanno messo in luce gli effetti benefici della DM nella prevenzione e trattamento delle malattie croniche e la sua importanza per la salute del pianeta. La genesi della Dieta Mediterranea Il termine Dieta Mediterranea è stato coniato alla fine degli anni ‘50 dal fisiologo americano Ancel Keys e da sua moglie Margaret nel loro libro “How to Eat Well and Stay Well the Mediterranean Way”. Essi identificarono le abitudini alimentari di paesi come la Grecia – in particolare Creta – e l’Italia meridionale, con estensione ad altre aree geografiche del bacino del Mediterraneo (Spagna, Francia, Marocco, Siria, Tunisia). In base ai loro studi pionieristici, i modelli alimentari di questi paesi me24 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
diterranei erano associati alla longevità e a tassi ridotti di morbilità e mortalità per malattie coronariche, tumori e altre malattie croniche rispetto ad altre tradizioni alimentari. La DM non si limita a un regime alimentare, ma rappresenta un vero e proprio stile di vita salutare e sostenibile, tanto da essere dichiarata nel 2010 “Patrimonio Immateriale dell’Umanità” dall’Unesco. I principi base Alla base della piramide della DM vi sono abitudini alimentari consapevoli – come la scelta di prodotti alimentari a chilometro zero e provenienti da filiera corta e stagionali –, regolare attività fisica, adeguato riposo, convivialità e socialità. Essa promuove anche valori come ospitalità, vicinato, dialogo interculturale e rispetto della diversità, incarnando il concetto di “vivere mediterraneo”. La DM si contraddistingue per: > l’elevato consumo di alimenti di origine vegetale: verdure, frutta fresca, legumi, cereali integrali, frutta a guscio; > olio d’oliva come fonte principale di grassi monoinsaturi; > moderato consumo di alimenti di origine animale: pesce, carne bianca, latticini e uova;
> consumo di modeste quantità di carne rossa; > consumo occasionale di dolci e carni trasformate. Proprio per l’elevato contenuto in alimenti di origine vegetale scelti secondo la loro stagionalità, la FAO (Food and Agriculture Organization) riconosce la DM come uno dei modelli alimentari più sostenibili per la salute del nostro pianeta. Purtroppo, negli ultimi anni, si è avuto un graduale abbandono del regime dietetico “mediterraneo” a vantaggio di stili alimentari meno salutari. Le cause sono da ricercare nell’aumentata accessibilità al cibo, nell’aumentata mobilità delle persone e nella “velocizzazione” delle attività quotidiane che si è tradotta - sempre più frequentemente - in una diffusa abitudine a consumare pasti fuori casa, riducendo i tempi dedicati alla pausa pranzo e alla preparazione stessa dei pasti. Un patrimonio da riscoprire Sarebbe importante ritornare a seguire i principi della DM in quanto è stato osservato che orientare verso di essa le proprie scelte alimentari fin dalla giovane età non solo può aiutare a prevenire eventuali problemi di salute, ma offre anche vantaggi nella cura, nell’assistenza e nella riabilitazione in diversi contesti
clinici e per diverse patologie. Infatti, diversi studi hanno dimostrato come l’aderenza alla DM può: > ridurre l’incidenza di arteriopatia periferica, fibrillazione atriale, ictus e la mortalità per cause cardiovascolari; > diminuire il rischio di numerosi tumori come quelli al colonretto, mammella, fegato, stomaco e polmone grazie all’effetto protettivo dovuto all’elevato consumo di fibre, antiossidanti e grassi sani; > favorire il controllo glicemico, riducendo il rischio di diabete di tipo 2 e migliorando la resistenza all’insulina; > contribuire a mantenere una condizione di normopeso, riducendo l’accumulo di grasso viscerale e migliorando il profilo lipidico; > ridurre l’incidenza di malattia di Alzheimer, Parkinson e depressione, grazie all’apporto
di acidi grassi polinsaturi, vitamine e minerali; > contribuire alla salute ossea, riducendo il rischio di fratture grazie all’apporto di calcio, vitamina D e antiossidanti; > concorrere a preservare la massa muscolare negli anziani, migliorando la forza fisica e la loro qualità di vita; > migliorare il dolore e la funzionalità articolare grazie alle proprietà antinfiammatorie dell’olio d’oliva e degli acidi grassi polinsaturi; > essere associata, nelle donne in gravidanza, ad un minor rischio di diabete gestazionale, pre-eclampsia, parto pretermine e basso peso neonatale; > migliorare la qualità della vita e ridurre i costi sanitari diretti con un impatto positivo sui bilanci dei sistemi sanitari grazie alla diminuzione
DOTT.SSA GIULIA ONGIS Biologa Nutrizionista Specializzanda in Scienza dell’Alimentazione Studio Xenia - Seriate (BG); SSD Malattie Endocrine e Centro Regionale per il Diabete Mellito ASST Bergamo Ovest
dei costi per le cure. Risulta quindi evidente che adottare i principi della Dieta Mediterranea è sinonimo di salute, non solo individuale, ma dell’intera popolazione e dell’ambiente.
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Maggio/Giugno 2025 | Bergamo Salute | 25
IN SALUTE
ALIMENTAZIONE
Quando il menù fa la differenza ∞ A CURA DELLA PROF.SSA ANNALISA CRISTINI
Scelte alimentari consapevoli per la salute delle persone e del pianeta
Da aprile 2025, nelle mense dell’Università degli studi di Bergamo, è stato introdotto il Menù Green – Amico del Clima, un’iniziativa che coniuga salute e sostenibilità, nata dal dialogo tra enti pubblici, istituzioni e mondo della ricerca. Un cambiamento visibile nei piatti offerti ogni giorno, ma che porta con sé una riflessione più ampia sul nostro modo di mangiare, produrre, educare e vivere. Alimentazione sostenibile: una leva per il cambiamento “Il cibo è la principale leva in grado di migliorare la salute dell’uomo e la sostenibilità ambientale sulla Terra”: con queste parole si apre il Report della Commissione Lancet EAT del 2019. Un’affermazione forte, che oggi trova concretezza anche a livello locale, grazie all’introduzione del Menù Green nelle mense cittadine rivolte alla comunità universitaria. Il Menù Green-Amico del Clima è un’iniziativa che nasce nel 2022 da un’idea del Comune di Bergamo e di ATS Bergamo per promuovere un’alimentazione più sana ed ecosostenibile all’interno della ristorazione scolastica. A distanza di due anni, e in 26 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
continuità con le azioni previste dal Climate City Contract, l’iniziativa si allarga ad altre realtà pubbliche del territorio, tra cui anche il sistema universitario, sempre più attento ai temi dell’alimentazione, della salute e del cambiamento climatico. La sensibilizzazione verso la cultura del cibo e le sue molteplici ripercussioni in ambito non solo nutrizionale e sanitario ma anche sociale, economico e geopolitico deve molto, almeno in Italia, al tema scelto per l’Expo di Milano 2015 “Nutrire il pianeta, energia per la vita” che ha dato avvio a significative esperienze e impegni innovativi nel settore dell’alimentazione e del cibo. Cosa significa aderire al Menù Green Adottare il Menù Green significa innanzitutto condividere l’intento di promuovere “un’alimentazione sana ed ecosostenibile volta al recupero della tradizione alimentare mediterranea e al consumo di alimenti di origine vegetale”. Nello specifico questo significa garantire all’interno del menù offerto dalle mense universitarie almeno un’opzione, per ogni portata principale, a base di soli
ingredienti vegetali. Chi sceglie di mangiare in mensa potrà ad esempio trovare pietanze con legumi come ingrediente principale almeno tre volte alla settimana, la presenza nel menù di cereali ‘minori’ come avena, farro orzo, l’utilizzo dell’olio extra vergine di oliva come condimento di base a cui sarà possibile aggiungere semi e frutta secca. Ma il significato del MG va oltre la tavola: è un modo per contribuire alla riduzione della C02 ed essere quindi Amici del Clima. Mangiare green per essere amici del clima Per lanciare l’avvio del Menù Green, l’Università degli Studi di Bergamo ha organizzato un momento di formazione aperto a tutta la comunità universitaria a cui hanno partecipato il prof. Giuseppe Remuzzi – direttore dell’Istituto Mario Negri, la dr.ssa Silvia Goggi – nutrizionista di Plant Based Clinic e il dott. Gianluca Selvestrel – Capo Unità di Sostenibilità Ambientale per i Sistemi Industriali e Sanitari dell’Istituto Mario Negri. Durante l’incontro, il prof. Remuzzi ha sottolineato come diete tradizionali sane, come quella mediterranea, siano anche
quelle più sostenibili e rispettose delle culture locali. È su queste basi che nasce un progetto più ampio che, mappando nutrienti e abitudini alimentari in diverse parti del mondo, punta a favorire la longevità attraverso ciò che mettiamo nel piatto. Anche la dott. ssa Goggi ha evidenziato come le nostre scelte quotidiane – tre o quattro volte al giorno – possano indirizzarci verso alimenti ricchi di fitonutrienti, fibre e sostanze antiossidanti, capaci di prevenire malattie e rafforzare l’organismo. Più vegetali significa più salute e meno impatto ambientale. Il dott. Selvestrel ha infine ricordato che gli allevamenti intensivi sono responsabili di circa un quarto delle emissioni globali di CO₂. Le diete vegetali, oltre a ridurre questo impatto, potrebbero dimezzare il consumo di carni rosse e raddoppiare quello di alimenti benefici. L’obiettivo è costruire filiere ali-
PROF.SSA ANNALISA CRISTINI Prorettore con Delega al welfare e allo sviluppo sostenibile Università degli Studi di Bergamo
mentari sicure e sostenibili, secondo il paradigma europeo Safe and Sustainable by Design, favorendo un’agricoltura integrata e resiliente. Il cibo come una responsabilità condivisa Per un Ateneo che nel proprio Piano Strategico ha reso esplicito
l’obiettivo di diffondere una cultura della sostenibilità alimentare e per il quale lo “Sviluppo Sostenibile” è un asset di crescita, aderire al MG è una scelta di coerenza. Questa iniziativa si inquadra infatti nel percorso più generale che l’Università cittadina ha intrapreso sia al proprio interno, sia come agente del cambiamento contribuendo con le proprie missioni (didattica, ricerca, terza missione) a diffondere la cultura della sostenibilità nelle società e nei territori. Lo dimostra anche l’indagine attualmente in corso, avviata dalle docenti Michela Cameletti, Annalisa Cristini e Silvana Signori, per valutare l’impatto effettivo dell’introduzione del Menù Green. I dati raccolti aiuteranno non solo a capire come cambiano le abitudini alimentari all’interno della comunità universitaria, ma anche a individuare miglioramenti possibili e azioni future.
Maggio/Giugno 2025 | Bergamo Salute | 27
IN ARMONIA
PSICOLOGIA
Senso di colpa, responsabilità e la cultura INCEL ∞ A CURA DEL DOTT. FURIO RAVERA
Un fenomeno silenzioso, messo sotto i riflettori dalla miniserie britannica “Adolescence” Negli ultimi anni, il fenomeno della sottocultura INCEL (letteralmente “celibi involontari”) ha destato crescente attenzione, soprattutto in relazione ai giovani e alle loro difficoltà nel costruire relazioni interpersonali sane. La miniserie britannica Adolescence, diventata virale nelle ultime settimane, offre uno spunto interessante per riflettere su questi temi, affrontando gli effetti del bullismo, del cyberbullismo e delle dinamiche interne che caratterizzano alcuni giovani immersi in questa sottocultura. Uno degli aspetti più significativi della serie è l’approfondimento della personalità del giovane protagonista maschile, che si sviluppa su più livelli: dalle rappresentazioni interne delle figure significative della sua vita, come il padre e il nonno, alla percezione di sé stesso come individuo marginalizzato e privo di valore. In questo contesto, emerge anche la sua rappresentazione della giovane vittima, un’immagine fortemente ambivalente, che rispecchia il suo stesso senso di inadeguatezza e sofferenza. Ciò che colpisce è il modo in cui il protagonista cerca costantemen28 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
te conferme sulla propria identità attraverso il confronto con il mondo femminile. La sua ipervigilanza nelle interazioni, persino con la psicologa che lo segue, riflette una profonda insicurezza. Quando non ottiene il riscontro desiderato, la sua reazione è caratterizzata da paranoia, rabbia esplosiva e svalutazione dell’altro. Un elemento particolarmente critico è la sua capacità di empatia, che non si traduce in un’autentica comprensione emotiva, ma piuttosto in una forma di manipolazione: egli riconosce la paura della psicologa di fronte alla sua aggressività e sembra trarne piacere, un segnale preoccupante che può indicare la presenza di tratti antisociali. Questo ci porta a un interrogativo fondamentale: fino a che punto la rabbia e il risentimento, se non elaborati, possono trasformarsi in forme di violenza diretta o simbolica?
un’unica etichetta. Il termine “incel” identifica persone che faticano a instaurare relazioni sentimentali e sessuali, ma se questa definizione diventa un marchio fisso, si corre il pericolo di irrigidire la percezione di sé e alimentare un circolo vizioso di isolamento e frustrazione. Negli anni Ottanta, la crisi della tossicodipendenza ha mostrato un meccanismo simile: molti giovani si identificavano con l’etichetta di “tossici”, trovando in essa una sorta di identità definita, anche se disfunzionale. La difficoltà nel superare questa autodefinizione rappresentava un ostacolo aggiuntivo nella loro riabilitazione. Anche oggi, con la cultura INCEL, si assiste a un fenomeno analogo: giovani che si autodefiniscono in base alla loro condizione di esclusione rischiano di rafforzare il proprio senso di impotenza, anziché cercare soluzioni e nuove prospettive.
Il rischio della stigmatizzazione Uno degli aspetti più problematici della rappresentazione mediatica di fenomeni come la cultura INCEL è il rischio di ridurre la complessità di un individuo a
Il ruolo dei social e il rischio della “comunità chiusa” Uno dei fattori che alimentano questa rigidità di pensiero è la modalità con cui i social media facilitano la creazione di comunità
chiuse. Questi spazi virtuali, pur offrendo un senso di appartenenza, spesso rafforzano le convinzioni negative degli utenti, trasformandole in una visione paranoide della realtà. Il mondo esterno viene percepito come ostile, con il rischio di identificare un intero gruppo, in questo caso le donne, come responsabile delle proprie sofferenze. Solo rompendo questa spirale e accettando la complessità delle interazioni umane è possibile sviluppare una visione più equilibrata e costruttiva di sé e degli altri. Superare il senso di colpa e sviluppare resilienza Per affrontare questi problemi, è essenziale lavorare sulla capacità di auto-osservazione e sulla costruzione di un’identità più flessibile e resiliente. I giovani che, nei primi anni di vita, non hanno potuto sviluppare un attaccamento sicuro con le figure di riferimento
sono più esposti a problematiche legate al senso di colpa patologico e alla difficoltà nel gestire le proprie emozioni. Per questo motivo, diventa cruciale favorire il contatto con persone che offrano prospettive diverse e modelli di relazione positivi. Se un giovane si identifica esclusivamente con un gruppo che lo conferma nella sua visione negativa del mondo, rischia di restare intrappolato in una dinamica di vittimismo e ostilità. Al contrario, esplorare nuove relazioni e confrontarsi con punti di vista differenti può rappresentare una strada per la crescita e il cambiamento. La sfida che ci troviamo di fronte non riguarda solo il singolo individuo, ma l’intera società. La diffusione di etichette rigide e stigmatizzanti può avere effetti devastanti, impedendo a chi soffre di trovare le risorse necessarie per un percorso di cambiamento.
DOTT. FURIO RAVERA Psichiatra Gruppo Ginestra (Milano – Appiano Gentile, CO)
La responsabilità dei media, dei professionisti della salute mentale e della comunità intera è quella di promuovere un dialogo aperto, che aiuti i giovani a uscire da schemi di pensiero autodistruttivi e a sviluppare una maggiore capacità di comprensione di sé e degli altri.
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IN ARMONIA
COPPIA
Stiamo insieme, ma non diciamolo a nessuno (neanche a noi stessi) ∞ A CURA DEL DOTT. ANTONIO MARASCO
L’amore senza etichette che confonde una generazione Negli ultimi decenni, si sono avute trasformazioni significative di quelle che sono le relazioni romantiche, in particolare tra i millennial e la Gen Z. Le tradizionali dinamiche di corteggiamento, che conducevano a relazioni più “impegnate”, hanno lasciato spazio a connessioni più casuali e indefinite, note come situationship. Queste relazioni, che sono caratterizzate da ambiguità, mancanza di comunicazione chiara e difficoltà nel progredire, sono diventate sempre più comuni tra i giovani adulti. Definizione e caratteristiche delle “situationship” Una situationship può essere definita come una relazione romantica che resiste a definizioni o etichette fisse, pur esibendo molte caratteristiche tipiche di quelle impegnate, come intimità fisica, vulnerabilità emotiva e apparente esclusività. A differenza delle tradizionali storie d’amore, le 30 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
situationship spesso si protraggono indefinitamente, senza che si parli di un impegno crescente o si definiscano chiaramente i parametri del rapporto. Gli elementi cardine di questo schema relazionale sono diversi, tra questi: > l’assenza di definizioni o etichette chiare: i partner evitano di discutere o definire lo status della relazione, lasciando entrambi nell’incertezza riguardo alle aspettative e alle intenzioni dell’altro; > il contatto irregolare: le comunicazioni e gli incontri possono essere sporadici e imprevedibili, creando instabilità emotiva e ansia; > la conoscenza superficiale del partner: la mancanza di comunicazione aperta e onestà impedisce ai partner di conoscersi veramente a un livello profondo; > l’incapacità di progredire o concludere la relazione: le
situationship spesso si protraggono senza che si raggiunga un impegno maggiore o una chiara conclusione. Prevalenza e impatti delle “situationship” Secondo recenti sondaggi, più della metà dei millennial ha avuto almeno un’esperienza di situationship, e spesso queste relazioni durano ben oltre qualche settimana: si parla in media di sei mesi o più. Questo dato sfata un luogo comune diffuso, cioè che si tratti solo di “relazioni fugaci”. In realtà, ciò che spinge le persone a restare intrappolate in questo tipo di dinamica è la mancanza di chiarezza, più che la ricerca consapevole di qualcosa di temporaneo. Le conseguenze emotive, però, possono essere tutt’altro che leggere. L’ambiguità genera ansia e insicurezza: non sapere dove si sta andando, o cosa l’altro prova davvero, logora col tempo. Inoltre,
queste relazioni possono lasciare cicatrici profonde: cali dell’autostima, difficoltà a fidarsi nelle relazioni future e una generale paura di legarsi in modo autentico. Fattori socio-culturali che favoriscono le “situationship” Ci sono diversi elementi culturali e sociali che, negli ultimi anni, hanno favorito la diffusione delle situationship, soprattutto tra i giovani adulti. Innanzitutto, il modo in cui oggi si conoscono le persone è cambiato radicalmente. Le app di incontri e i social media offrono una quantità infinita di potenziali partner, alimentando l’idea che “potrebbe esserci di meglio” dietro l’angolo. Questo rende più difficile impegnarsi, perché si ha sempre la sensazione di non voler rinunciare ad altre possibilità. A questo si aggiunge il fatto che molte tappe fondamentali della vita — come comprare casa, spo-
DOTT. ANTONIO MARASCO Psicologo Clinico e Sessuologo, Esperto di Terapia Narrativa e Terapia centrata sulla soluzione Studio HUMANS (Brescia)
sarsi o avere figli — vengono oggi raggiunte più tardi rispetto al passato. Questo spostamento permette una maggiore libertà personale, ma rende anche meno urgente il desiderio di stabilità affettiva. La precarietà lavorativa e la crescente mobilità, legate ad esempio al lavoro da remoto o alla necessità di spostarsi per motivi economici, aggiungono un ulteriore ostacolo agli impegni stabili. E infine, non va sottovalutata la paura della vulnerabilità: molti giovani evitano legami seri per il timore di essere feriti o di perdere la propria indipendenza. Strategie per affrontare le situationship Per uscire da queste dinamiche poco chiare — o evitare di finirci dentro — serve un approccio consapevole e a più livelli. In primo luogo, è fondamentale
promuovere un’educazione alle relazioni sane. I giovani dovrebbero essere incoraggiati a cercare legami basati sulla comunicazione aperta, sul rispetto reciproco e sulla definizione chiara di confini. Saper riconoscere i segnali di una relazione malsana è un altro passo essenziale. Inoltre, sviluppare abilità comunicative efficaci può fare la differenza. Imparare a esprimere in modo diretto desideri, aspettative e limiti è cruciale per creare relazioni più autentiche e appaganti. Allo stesso modo, ogni persona dovrebbe imparare a definire e mantenere i propri standard: sapere cosa si vuole (e cosa non si è disposti a tollerare) aiuta a proteggersi. Infine, chi si trova coinvolto in una situationship che causa disagio o sofferenza non dovrebbe esitare a cercare supporto. Parlare con amici, familiari o un professionista può aiutare a fare chiarezza e a trovare il coraggio di uscire da dinamiche che non fanno bene. Insomma, le situationship rappresentano una sfida significativa per il benessere emotivo e relazionale dei giovani adulti. Comprendere le loro caratteristiche, i fattori che le favoriscono e i loro impatti negativi è fondamentale per sviluppare strategie efficaci per affrontarle. Attraverso l’educazione, lo sviluppo delle abilità comunicative e la promozione di relazioni basate sulla chiarezza, il rispetto e la responsabilità, è possibile aiutare i giovani adulti a costruire legami più sani e soddisfacenti.
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IN FAMIGLIA
DOLCE ATTESA
Gravidanza: uno studio analizza i cambiamenti nel corpo femminile ∞ A CURA DI SARA CARRARA
Oltre 44 milioni di misurazioni analizzate su 300.000 donne svelano quanto e come la gravidanza trasformi l’organismo, anche molto tempo dopo il parto. Una mappa completa del corpo che cambia Per la prima volta, uno studio ha tracciato una vera e propria “mappa dinamica” delle trasformazioni fisiologiche che la gravidanza imprime sul corpo delle donne. Pubblicata su Science Advances, la ricerca è frutto del lavoro del Weizmann Institute of Science di Israele, che ha raccolto e analizzato un’enorme quantità di dati: si parla di 44 milioni di misurazioni effettuate tra il 2003 e il 2020, relative a oltre 300.000 gravidanze portate a termine da donne sane, tra i 20 e i 35 anni, senza patologie croniche o trattamenti farmacologici. L’obiettivo era studiare l’impatto della gravidanza su 76 parametri fisiologici comuni, tra cui quelli relativi a colesterolo, fegato, reni, infiammazione, cellule del sangue e metabolismo. I ricercatori hanno seguito queste variazioni da quattro mesi prima del concepimento fino a 18 mesi 32 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
dopo il parto, ottenendo il quadro più dettagliato mai costruito sulla biologia della gravidanza. Un effetto prolungato I risultati parlano chiaro: il post parto non si esaurisce nelle classiche “sei settimane” suggerite da molte linee guida mediche. Secondo lo studio, solo il 47% degli indicatori fisiologici torna a valori simili a quelli pre-concepimento entro un mese dal parto, mentre un consistente 41% impiega oltre 10 settimane, e in alcuni casi anche sei mesi o un anno. Alcuni esempi emblematici riguardano i valori relativi alla funzionalità epatica, al colesterolo e alla densità ossea: tutti tendono a rientrare nei limiti normali solo a distanza di mesi. C’è poi un 12% dei parametri che si stabilizza tra le 4 e le 10 settimane dopo il parto, ma una piccola percentuale non torna mai ai valori iniziali nemmeno a distanza di 80 settimane. È il caso
di alcuni marcatori dell’infiammazione e di salute del sangue, il cui alterato equilibrio potrebbe dipendere non solo dalla gravidanza, ma anche dal cambiamento radicale nello stile di vita che segue l’arrivo di un figlio. Il corpo compensa, anche troppo Lo studio ha anche rilevato che non tutti i parametri si limitano a “tornare indietro”. Alcuni, dopo il parto, non solo non si normalizzano, ma superano i livelli precedenti al concepimento, in un tentativo del corpo di compensare lo stress fisiologico della gravidanza. Gli esperti parlano di “montagne russe biologiche”: curve imprevedibili, oscillazioni continue, picchi e cadute che mostrano quanto il corpo femminile sia coinvolto in una trasformazione profonda e non sempre lineare. Alcuni parametri aumentano costantemente fino al parto e poi crollano; altri,
viceversa, restano depressi durante la gestazione per poi salire vertiginosamente dopo la nascita. Tutto questo mostra quanto la gravidanza sia non solo un processo di sviluppo del feto, ma una vera rivoluzione sistemica per l’organismo materno. Verso una medicina predittiva della gravidanza Uno degli aspetti più interessanti di questa ricerca riguarda il potenziale predittivo dei dati raccolti. I ricercatori hanno scoperto che in alcune donne, molti mesi prima del concepimento, erano già visibili alterazioni nei valori che poi si sarebbero associate a complicanze, come pre-eclampsia o diabete gestazionale. Questo suggerisce che, in un futuro non troppo lontano, sarà possibile identificare le donne a rischio prima ancora che restino incinte, semplicemente osservando certi
indicatori nel sangue o nelle urine. Un passo enorme verso una medicina preventiva e personalizzata. Inoltre, lo studio sottolinea come alcune modifiche positive — come l’aumento dell’acido folico o la riduzione di certi marcatori infiammatori — siano riconducibili a miglioramenti nello stile di vita adottati già nella fase pre-concezionale, offrendo una conferma scientifica del valore della preparazione alla gravidanza anche in donne sane. Lo studio del Weizmann Institute non solo ridefinisce il concetto di post-parto, ma evidenzia con forza l’importanza di continuare a monitorare la salute femminile anche dopo la nascita di un figlio. Per troppo tempo, la scienza ha considerato la gravidanza come un evento transitorio, senza analizzare a fondo la sua eredità biologica a lungo termine. Ora, con questi dati, si apre una nuova era
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della ricerca, capace di guardare al corpo femminile non come a un sistema che deve “tornare alla normalità”, ma come a un organismo in continua evoluzione e adattamento.
I nostri servizi: Psicoterapia individuale, di coppia e familiare Psicologia clinica, sportiva e dell’età evolutiva Psicologia giuridica – CTP e CTU Terapia EMDR per trauma e stress Sessuologia clinica Logopedia e disturbi del linguaggio Neurologia Fisioterapia e Osteopatia Nutrizione Pedagogia e sostegno alla genitorialità Neuropsichiatria infantile Tutoraggio DSA e ADHD Training scolastico personalizzato
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IN FAMIGLIA
BAMBINI
“Che schifo, io non mi pulisco!” ∞ A CURA DELLA DOTT.SSA RENATA CANOVA
Le sfide sensoriali implicate nel fare la cacca sono davvero tante e potrebbero essere la spiegazione ad alcuni comportamenti anomali del vostro bambino Tra le attività fisiologiche quotidiane fondamentali ce n’è una di cui a volte si parla con un po’ di imbarazzo: fare la cacca. Per un bambino raggiungere l’autonomia del farla da solo rappresenta un grosso passo perché sono coinvolti aspetti sensoriali, motori, fisici, emotivi e psicologici: parleremo dei primi. Ricordando che l’integrazione sensoriale è l’organizzazione delle sensazioni provenienti dal corpo e dall’ambiente, ne abbiamo approfondito l’influenza mentre si mangia (articolo: “Io questo non lo mangio!” del nr. 83): scopriamo ora quanto gli input sensoriali incidono anche sull’attività della defecazione in ben 3 modalità diverse che prendono il nome di difesa tattile, scarsa percezione somato-sensoriale e insicurezza gravitazionale. La difesa tattile: che cos’è La difesa tattile è una risposta eccessiva a uno stimolo sensoriale che riguarda il tatto. Si tratta di una situazione non considerata a livello diagnostico, ma seria e impattante per la partecipazione 34 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
alle attività quotidiane. Significa, infatti, che il bambino percepisce in modo fastidioso alcuni input che la maggior parte delle persone trovano innocui, con conseguenti comportamenti non sempre socialmente accettabili o costruttivi per il suo sviluppo. Tra gli esempi classici di bambino con difesa tattile si trovano: l’estremo fastidio se qualcuno gli tocca i capelli o il viso, il non voler mettere in bocca lo spazzolino, la selettività alimentare, l’intolleranza a indossare alcuni vestiti, il non volersi sporcare le mani e… trattenere la cacca, oppure rifiutare di pulirsi dopo averla fatta. Come si manifesta nel momento della defecazione In un bimbo con difesa tattile concentrata nella zona anale osserveremo la tendenza a trattenere le feci anche per diversi giorni, con conseguenti fastidi all’intestino e possibile dolore nel momento in cui si scaricherà, a causa dell’ormai scarsa idratazione delle feci stesse. Di conseguenza, non è insolito che questi bimbi seguano terapie di clisteri e lassativi fin
da piccoli anche per lungo tempo, senza però agire sulla vera origine del problema. Inoltre, dopo averla fatta è probabile che il bambino rifiuti di pulirsi. Soprattutto in merito alla difesa tattile è fondamentale ricordare che potrebbero concorrere fattori organici che solo il medico può indagare: si tratta di un contesto in cui il confronto con il pediatra e/o con il gastroenterologo sono fondamentali. Inoltre, scaricarsi ha una valenza psicologica impattante, perciò anche questo aspetto è da
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considerare con attenzione e delicatezza con l’esperto del settore.
po come la fame, il dolore e il bisogno di andare in bagno.
Scarsa percezione somato-sensoriale: cos’è Al contrario del caso precedente, il bambino ha una carenza nella percezione degli stimoli e fatica a sentire quando “gli scappa”. Potrebbe accorgersi all’ultimo momento di doversi sedere sul wc, o rendersene conto quando è troppo tardi… e averla fatta nelle mutandine. Può capitare anche che si trovi sul wc, ma che non capisca se l’ha fatta tutta: di conseguenza potrebbe rivestirsi e sporcarsi in un secondo momento senza accorgersi. In questo caso, il tatto non è l’unico sistema sensoriale coinvolto. Entrano in gioco anche il sistema propriocettivo, legato alla consapevolezza corporea, e il sistema enterocettore, che ci informa sulle sensazioni interne al nostro cor-
Insicurezza gravitazionale: cosa significa L’insicurezza gravitazionale è una condizione che dipende dal sistema vestibolare, deputato a moltissime funzioni, tra cui il movimento e l’equilibrio. Grazie a questo sistema il bambino affronta con successo compiti che richiedono un distacco momentaneo dal terreno con uno o entrambi i piedi come ad esempio scendere le scale, dondolare su un’altalena, sedersi sul seggiolino dell’auto. Situazioni che implicano, seppur per poco tempo, una sensazione di vuoto, impercettibile per la maggior parte delle persone. Il bambino con insicurezza gravitazionale ha generalmente paura di sedersi sul wc perché sente il vuoto sotto di sé: sia sotto il sederino, sia sotto i piedi. Per questo
spesso preferisce fare la cacca nelle mutandine accovacciandosi a terra in un angolo della casa, anche se perfettamente in grado di percepire lo stimolo. I suggerimenti per i genitori Dal punto di vista sensoriale abbiamo accennato ben a tre possibili cause diverse di difficoltà nella gestione: hanno tutte un impatto importante sulla quotidianità del bambino e della famiglia e aspettare che il tempo passi e che la situazione si risolva da sola non è la scelta migliore. In primis perché, se il problema persistesse negli anni, il bambino potrebbe facilmente incorrere in sgradevoli situazioni sociali con conseguenze sulle sue relazioni e sulla sua autostima. Un colloquio conoscitivo con un professionista può già aiutare a far chiarezza prima di eseguire una valutazione più approfondita.
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IN FAMIGLIA
RAGAZZI
Connessioni (dis)connesse ∞ A CURA DI IVANA GALESSI
Le relazioni giovanili nell’era dei social: tra opportunità di vicinanza e rischi per la salute mentale Nell’era digitale, i social network influenzano profondamente emozioni, relazioni e percezione di sé, con effetti spesso ambivalenti sul benessere psicologico. Ne parliamo con la psicologa e psicoterapeuta, dott. ssa Cristina Mattei. Le relazioni tra i giovani stanno cambiando con l’avvento dei social network. Quali sono vantaggi e svantaggi di questa trasformazione dal punto di vista psicologico? L’opportunità di essere costantemente iperconessi supera ogni limite imposto dalla geografia e allarga i confini della conoscenza. Le reti sociali, se utilizzate in modo consapevole, offrono benefici realmente positivi per la crescita e l’apprendimento dei giovani. Ad esempio, permettono di mantenere contatti con familiari e amici lontani, promuovendo un maggior senso di sostegno e inclusione. Offrono l’opportunità di alimentare i propri interessi e di conoscere problemi globali, promuovendo l’empatia verso realtà distanti. Tuttavia, entrare in contatto con l’immenso mondo di possibilità dei social può essere 36 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
disorientante. Spesso le connessioni virtuali divengono superficiali e meno autentiche. Essere continuamente esposti ad un confronto sociale, navigando su Instagram o TikTok, può far emergere sentimenti di inadeguatezza e inferiorità. Ciò può condurre a filtrare in modo accurato i contenuti condivisi nel tentativo di ricevere considerazione e approvazione. Una recente tendenza nata in contrapposizione al mostrare una vita in apparenza perfetta ha portato alcuni influencer a iniziare a condividere le proprie fragilità. Ma vale la pena interrogarsi: quanta autenticità rimane nel registrare un video-selfie mentre si vive un’esperienza intima come il pianto se l’intento sotteso è ottenere il consenso altrui? In un mare magnum di possibilità di espressione di sé rimanere ancorati a sé stessi può risultare complesso, ancor più per gli adolescenti, nel pieno processo di costruzione identitaria. Il fenomeno della nostalgia digitale – il desiderio di tornare a un’epoca pre-social o di rivivere esperienze passate attraverso i ricordi online – può avere un
impatto sulla salute mentale? Come gestirlo? Social come Facebook, Instagram, lo stesso smartphone ripropongono regolarmente ricordi del passato in cui si è catapultati senza alcuna intenzionalità. Questo può creare un “effetto nostalgia” per cui lasciarsi andare al sano e naturale oblio delle cose diventa talvolta complesso, così come elaborare in modo lineare il distacco emotivo al termine di una relazione significativa. Questa esposizione forzata legata all’iperconnessione che caratterizza la tecnologia in un ponte continuo tra presente e passato, può rendere più difficile vivere il qui ed ora rispetto a quando l’accesso ai ricordi aveva inizio con l’atto intenzionale di sfogliare un vecchio album fotografico. Può essere quindi d’aiuto rimettersi in una posizione attiva, cancellare quella chat, decidere di non essere inondati improvvisamente da contenuti indesiderati, preservando confini e imparando a coltivare l’arte del “lasciare andare” quando necessario. I social network influenzano la percezione dell’amore e delle relazioni?
In che modo alterano aspettative, dinamiche di coppia e autostima nei più giovani? Spesso le relazioni che vengono mostrate in tale contesto trasmettono un’idea di perfezione, nella ricerca di una validazione esterna che attesti l’approvazione sociale della coppia. Il potenziale confronto continuo con milioni di persone può consolidare insicurezze e alimentare sentimenti di gelosia e controllo nei confronti del proprio partner. Nell’era delle dating app navigare sulla pagina social di una persona diventa spesso uno dei primi strumenti di conoscenza, prima ancora di incontrarla. Quello con cui si entra in contatto è però una realtà filtrata capace di costruire aspettative illusorie. Differente è la gradualità di una prima conoscenza vis a vis, nella sua naturalezza e imprevedibilità. Ghosting, orbiting, breadcrumbing: sono solo alcune delle nuove dinamiche relazionali nate nell’era digitale. Come impattano sul benessere psicologico e come affrontarli? Il ghosting è l’ultima frontiera della non comunicazione: implica l’azione di scomparire come un fantasma interrompendo in modo improvviso ogni tipo di contatto con l’altro, negando completamente un possibile confronto. Anche l’orbiting è sempre più comune: la persona che ha deciso di interrompere il rapporto conti-
nua a orbitare nella propria sfera social seguendo updates, mettendo like, senza mai dare inizio a una conversazione diretta. Nel breadcrumbing invece si richiama l’attenzione attraverso messaggi ambigui e sporadici senza l’intenzione di impegnarsi ad andare oltre, ma nel tentativo di mantenere l’altro agganciato in una speranza che viene puntualmente disattesa. È facile immaginare come queste dinamiche possano generare sentimenti di confusione, ansia, tristezza, senso di inadeguatezza e abbandono. Riconoscerle è fondamentale per porre confini e comprendere come tali comportamenti dicano qualcosa della persona che li attua e non del proprio valore o amabilità. L’iperconnessione può portare a una dipendenza emotiva? Come distinguere un uso sano dei social da una dipendenza affettiva digitale? Assolutamente si, l’uso eccessivo dei social media può creare a tutti gli effetti una vera e propria dipendenza. In questo caso la persona arriva a farne un utilizzo compulsivo e incontrollabile, aspetto che può influenzare negativamente la propria vita personale, professionale e sociale. Nonostante gli effetti negativi vi è l’incapacità di porre un limite a tale comportamento, dal momento che l’astinenza può tradursi in uno stato di irritabilità, tristezza, forte ansia o malumore generalizzato.
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Oggi quali consigli pratici darebbe a un giovane per costruire relazioni sane e autentiche? Coltivare un uso equilibrato e consapevole della tecnologia è un aspetto chiave per poter costruire relazioni autentiche nell’era social. Per farlo è importante stabilire dei limiti di utilizzo incrementando il tempo dedicato alle attività legate alla disconnessione digitale per promuovere interazioni con gli altri in uno spazio fisico condiviso e in uno stato di piena presenza. Fondamentale è garantirsi tempo relazionale di qualità in cui la distratta istantaneità di una conversazione su Whatsapp possa essere sostituita dall’ascolto pieno in una conversazione fatta di sguardi, suoni, odori e sfumature che non possono trapelare da uno schermo.
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ANZIANI
L’importanza dell’approccio logopedico in età geriatrica ∞ A CURA DELLA DOTT.SSA ALICE CERUTI
Un percorso di cura che valorizza il linguaggio, la relazione e l’autonomia nella quotidianità dell’anziano Sempre più spesso sentiamo parlare di logopedia, soprattutto se si tratta di bambini o di ragazzi. È ormai noto il ruolo di questa figura professionale nella risoluzione dei disturbi del linguaggio in età prescolare, ed è riconosciuto il suo intervento nella diagnosi e nel trattamento delle difficoltà negli apprendimenti scolastici, come la lettura e la scrittura. Tutto vero. Il termine “logopedia”, infatti, deriva dal greco logos “discorso” e paideia “educazione”; dunque, il logopedista è colui che educa, o in alcuni casi ri-educa, all’apprendimento del linguaggio. Se ci pensiamo però, difficoltà nell’utilizzo del linguaggio possono comparire anche in altre fasi della vita, in modo più o meno improvviso, e in conseguenza ad eventi traumatici di diversa eziologia. Negli adulti, ad esempio, la perdita parziale o totale dell’utilizzo della parola (detta anche afasia) si può verificare come conseguenza di Ictus, traumi cranici o neurochirurgia. O ancora, si può presentare in maniera progressiva in presenza di una diagnosi di malattia neurodegenerativa, come Alzheimer, Parkinson, SLA e molte altre ancora. Inoltre, compromissioni a 38 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
carico delle abilità linguistiche e comunicative si possono verificare in età geriatrica per il normale processo di invecchiamento. L’obiettivo dell’intervento logopedico, in questi casi, non è solamente quello di recuperare le funzioni perdute, ma soprattutto quello di migliorare la qualità della vita, favorendo il mantenimento delle relazioni sociali e dell’autonomia. Quando il linguaggio cambia con l’età Con l’avanzare degli anni è naturale che il linguaggio subisca delle trasformazioni. Sostenere una conversazione può diventare più impegnativo a causa di diversi fattori: il normale rallentamento delle funzioni cognitive può rendere più difficile trovare le parole giuste e mantenere il filo del discorso, mentre la memoria a breve termine potrebbe non supportare con la stessa efficacia il recupero delle informazioni. La presenza di eventuali deficit uditivi potrebbe ulteriormente ostacolare la comprensione, soprattutto in ambienti rumorosi. Infine, una minore interazione sociale, tipica del soggetto anziano che vive da solo o che è impossibilitato ad uscire di casa per particolari
esigenze di salute, può impoverire sempre di più il linguaggio. A queste difficoltà fisiologiche se ne possono aggiungere anche altre. Esse vanno ad ostacolare il normale espletamento di bisogni essenziali, come parlare o mangiare, inficiando la qualità della vita nell’anziano. Una patologia molto frequente nella popolazione geriatrica è la disfagia, una difficoltà nella deglutizione che può avere conseguenze serie sulla salute, aumentando il rischio di malnutrizione, aspirazione e infezioni respiratorie. Difficoltà nell’alimentazione e nella deglutizione hanno inoltre un notevole impatto psicologico e sociale, se pensiamo al pasto come a un momento di condivisione e di relazione con gli altri, quindi come ad un’esperienza linguistica e comunicativa. Un’altra condizione molto comune che si può verificare in età geriatrica è la disartria, un disturbo di origine neurologica che si manifesta con un’alterazione dell’articolazione delle parole, dovuta a una ridotta forza, coordinazione o controllo dei muscoli coinvolti nella fonazione. Infine, nei casi di declino cognitivo o demenza, la comunicazione diventa progressivamente più difficile a causa del deterio-
ramento delle capacità mnemoniche, dell’attenzione e delle funzioni esecutive. Le parole possono essere dimenticate, le frasi risultare incomplete o incoerenti, e la comprensione del linguaggio può ridursi, rendendo frustrante sia l’espressione che l’interazione con gli altri. Questo può portare la persona a isolarsi dal mondo che la circonda, aggravando ulteriormente il quadro clinico e il benessere emotivo.
a degenerare, vengono introdotte strategie di comunicazione alternativa, ossia strumenti che permettono di esprimersi anche senza l’uso diretto della parola. Infine, nei pazienti con disfagia, la logopedia gioca un ruolo chiave nella gestione della deglutizione contribuendo, attraverso interventi di tipo riabilitativo e/o compensativo, a rendere l’alimentazione più sicura, riducendo il rischio di complicanze.
Come può aiutare la logopedia? L’intervento logopedico in geriatria è pensato per rispondere a queste sfide in modo mirato e personalizzato. Attraverso esercizi di stimolazione cognitiva e linguistica, il logopedista aiuta a mantenere attive le capacità comunicative, rallentando il declino e migliorando la qualità della vita. Per chi manifesta difficoltà severe o condizioni destinate per natura
Un supporto concreto per una vita migliore Tutte le difficoltà sopradescritte pesano sulla qualità della vita di chi ne soffre e di chi gli vive accanto. La riabilitazione logopedica precoce è essenziale per ridurre questo impatto e recuperare, parzialmente o completamente, le abilità inficiate. Il logopedista, inoltre, può fare la differenza sul benessere psico-fisico del pazien-
DOTT.SSA ALICE CERUTI Logopedista per Adulti e Anziani MindFit Clinic Bergamo
te anziano, aiutandolo a preservare l’autonomia e le relazioni sociali. Parlare, esprimere emozioni, gustare un pasto in sicurezza: piccoli gesti quotidiani che, grazie a un intervento mirato e personalizzato, possono restare parte integrante della vita anche con il passare degli anni.
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IN FORMA
FITNESS
Il tennis: uno sport completo per corpo e mente ∞ A CURA DI OSCAR MAGONI
Che sia giocato su erba, terra, cemento o materiale sintetico, il tennis coniuga prestazione fisica, abilità tecnica e strategia mentale. Un’attività per tutte le età Il tennis è una disciplina versatile, adatta a tutte le età e livelli di preparazione. Nei bambini, rappresenta un’attività ideale per stimolare lo sviluppo motorio, la coordinazione occhio-mano e l’equilibrio. Negli adulti, contribuisce al mantenimento della forma fisica, della tonicità muscolare e della reattività. Negli anziani, infine, favorisce il mantenimento della mobilità articolare, dell’agilità e dell’equilibrio, aiutando anche nella prevenzione delle cadute. La possibilità di modulare l’intensità del gioco e di adattare il ritmo alle capacità individuali lo rende praticabile sia a livello amatoriale che agonistico, trasformandolo in uno sport accessibile e inclusivo. I suoi effetti sul corpo: tra resistenza, forza e controllo del peso Il tennis coniuga lavoro aerobi40 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
co e anaerobico, offrendo un allenamento completo. Le fasi di scatto, tipiche dei punti giocati ad alta intensità, si alternano a brevi momenti di recupero, stimolando il sistema cardiovascolare e migliorando la resistenza cardiorespiratoria. I gruppi muscolari coinvolti sono numerosi: le gambe e l’addome vengono costantemente sollecitati nei movimenti di spostamento laterale e rotazione, mentre le spalle e le braccia lavora-
no nell’esecuzione dei colpi. L’impegno neuromuscolare migliora la coordinazione e la velocità di reazione, rendendo il tennis un efficace strumento di allenamento funzionale. A livello metabolico, inoltre, il dispendio energetico lo rende un valido alleato per la riduzione della massa grassa. Praticato con regolarità, il tennis favorisce anche il rafforzamento delle ossa, contribuendo a migliorare la densità minerale ossea e riducendo il rischio di osteoporosi. Allenamento mentale e stimolazione cognitiva Oltre al fisico, il tennis esercita un impatto significativo sulla mente. Ogni partita richiede concentrazione, velocità di pensiero e capacità di prendere decisioni in tempi molto ristretti. L’alternanza tra momenti di attacco, difesa e strategia impone al giocatore di adattarsi rapidamente alle situazioni e di
sviluppare un pensiero tattico evoluto. Questa costante attivazione mentale contribuisce a migliorare l’attenzione, la memoria di lavoro e le capacità di problem solving. Inoltre, il confronto con l’avversario stimola l’anticipazione delle sue mosse e l’elaborazione di contromosse efficaci, affinando le abilità cognitive e decisionali. Non meno importante è l’effetto sulla gestione dello stress: la pressione del punteggio e l’imprevedibilità del gioco allenano la resilienza e la capacità di rimanere concentrati anche in situazioni complesse. Proprio per questo, il tennis è spesso considerato un efficace esercizio di autoregolazione emotiva e disciplina mentale. Benessere psicologico e socialità Il tennis non è solo uno sport individuale: è anche un potente veicolo di benessere psicologico e
relazione sociale. Durante l’attività fisica vengono rilasciate endorfine, ormoni che favoriscono il buonumore e riducono la percezione dello stress. Questo effetto, unito alla soddisfazione personale legata al miglioramento delle proprie capacità, ha un impatto positivo sull’autostima e sull’equilibrio emotivo. Inoltre, la componente sociale del tennis è tutt’altro che marginale. Che si giochi in singolo o in doppio, la condivisione dell’esperienza sportiva promuove il senso di appartenenza, la collaborazione e il rispetto delle regole. La partecipazione a un circolo o a una scuola tennis diventa così anche un’occasione di incontro, integrazione e costruzione di nuove relazioni, rendendo questo sport uno strumento efficace di aggregazione e inclusione. Per chi si avvicina per la prima volta a questa disciplina, è fondamentale iniziare con gradualità, affidandosi
OSCAR MAGONI Allenatore di calcio professionista e dirigente sportivo Presidente Tennis Club Bergamo
a istruttori qualificati e scegliendo un’attrezzatura adeguata. Una racchetta proporzionata alle caratteristiche fisiche e tecniche del giocatore, insieme a un’attenta fase di riscaldamento e stretching, sono elementi essenziali per prevenire infortuni e trarre il massimo beneficio dalla pratica.
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IN FORMA
BELLEZZA
Il grande ritorno della sauna ∞ A CURA DI SARA CARRARA
Dal benessere individuale al rituale collettivo: il Global Wellness Summit racconta la nuova era della sauna, tra esperienze sensoriali, relazioni autentiche e voglia di riconnettersi. La sauna non è mai scomparsa, ma oggi sta vivendo una vera e propria rinascita globale. A confermarlo è il Global Wellness Summit, che ha individuato in questo ritorno una delle tendenze più forti del settore benessere, definendolo “Sauna Reimagined”. Il classico rituale nordico – temperature elevate, sudorazione profonda, relax – si sta trasformando in un’esperienza sempre più condivisa e social, dove il silenzio individuale lascia spazio a nuove forme di aggregazione. Non si tratta solo di rilassarsi dopo una giornata faticosa, ma di vivere un’esperienza che combina elementi ancestrali e nuove sensibilità contemporanee. In Norvegia, Finlandia e Islanda – paesi dove la sauna è parte dell’identità culturale – stanno emergendo “saune pubbliche di comunità” sul modello delle vecchie case del vapore, frequentate da intere famiglie e gruppi di amici. Lo stesso accade nelle città europee, dove la sauna viene reinterpretata in contesti urbani innovativi: container mobili sulle rive 42 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
dei fiumi, strutture galleggianti, spa integrate nei quartieri metropolitani. La sauna oggi è luogo d’incontro, relazione e scambio umano, capace di attrarre anche le nuove generazioni, sempre più attente al benessere olistico. L’esperienza dell’Aufguss Protagonista assoluto di questa nuova ondata è l’Aufguss, rituale nato nei paesi di lingua tedesca – in particolare in Germania e Austria – e oggi diffusissimo in tutta Europa. Un “maestro di sauna” guida l’esperienza infondendo sul braciere palline di ghiaccio arricchite con oli essenziali, che si sciolgono sprigionando profumi intensi e vapori aromatici. Il vapore viene poi “direzionato” con gesti ampi e coreografici dell’asciugamano, in una sorta di danza teatrale, spesso accompagnata da luci, musica e momenti di narrazione. L’Aufguss non è solo benessere fisico, ma spettacolo, emozione, catarsi collettiva. Si partecipa in gruppo, si respira insieme, si affronta il calore come
una piccola sfida comune. Ogni sessione è diversa: c’è l’Aufguss rilassante con musica ambient, quello energizzante con ritmi tribali, quello meditativo o perfino comico. In molti centri wellness si organizzano vere e proprie competizioni tra maestri di sauna, con coreografie elaborate e scenografie sorprendenti. Dietro l’intrattenimento, però, resta forte la dimensione umana: sudare insieme significa anche lasciar andare le difese, creare connessioni autentiche, sentirsi parte di qualcosa. Una risposta al bisogno di connessione autentica Negli ultimi anni, segnati da distanziamento sociale, isolamento e sovraccarico digitale, la sauna si sta rivelando una risposta potente e concreta a un bisogno diffuso: riconnettersi davvero, con sé stessi e con gli altri. Il report del GWS sottolinea come questo trend rifletta una ricerca crescente di autenticità: uno spazio fisico dove non servono filtri né maschere,
dove ci si presenta così come si è – letteralmente – spogliati da ruoli e sovrastrutture. Che sia in versione full naked, come vuole la tradizione nordica, o con costume e asciugamano nei contesti più “mediterranei”, la sauna oggi è un luogo sicuro per essere presenti, per ascoltarsi e ascoltare, per rallentare e respirare con gli altri. Il calore non è solo termico: è relazionale, empatico, tribale. Nei silenzi condivisi o nei dialoghi spontanei tra una gettata di vapore e l’altra, emergono connessioni profonde. È anche per questo che sempre più centri promuovono serate tematiche che uniscono sauna, cerimonie del tè, meditazioni guidate o pratiche di respirazione, creando vere esperienze immersive di benessere e relazione. Nuove architetture del calore Parallelamente, anche gli spazi
stanno cambiando. Si abbandona la logica delle cabine chiuse e anguste per dare vita a strutture circolari, luminose, dove le persone possono vedersi e interagire. In molte città del nord Europa stanno nascendo veri e propri club della sauna, con eventi settimanali, sessioni notturne, cene
condivise dopo il bagno di calore. In alcuni casi si tratta di saune galleggianti, progettate in chiave eco-sostenibile, che si spostano lungo i canali cittadini o sulle rive dei laghi. La sauna diventa così una piattaforma sociale e culturale. In Italia, questo modello sta iniziando a diffondersi soprattutto nei centri benessere altoatesini e in alcune spa metropolitane che puntano su esperienze di comunità: Aufguss teatrali, serate detox, percorsi sensoriali che uniscono sauna, arte, musica e consapevolezza. Tutto questo senza dimenticare i benefici classici: miglioramento della circolazione, detox profondo, stimolazione del sistema immunitario, riduzione dello stress, qualità del sonno. Ma oggi, più che mai, la sauna è un luogo di umanità condivisa, dove prendersi cura di sé significa anche riconoscere l’altro, lasciarsi ispirare, riscaldare dentro e fuori.
Maggio/Giugno 2025 | Bergamo Salute | 43
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ALBINO Centro Prelievi Bianalisi Albino Via Volta, 2/4 ALMENNO SAN BARTOLOMEO Dott. Luis - Almenno San Bartolomeo Via Papa Giovanni XXIII, 64 ALMÈ Farmacia Visini Via Italia, 2 ALZANO LOMBARDO Ospedale Pesenti Fenaroli / Asst Bergamo Est Via Mazzini, 88 AZZANO SAN PAOLO Fortimed Poliambulatorio Via Cremasca, 24 Iro Medical Center Via del donatore Avis-Aido, 13 Studio Odontoiatrico Dott. Campana Marco Via Castello, 20 BAGNATICA Centro Prelievi Bianalisi Bagnatica Piazza Gavazzeni BERGAMO 20 Fit Via Broseta, 27C ATS Bergamo - Sede Via Galliccioli, 4 AZ Veicoli Via per Curnasco, 70/72 Ambulatorio For.US di Coop. RUAH Via Daste e Spalenga, 15 AniCura / Clinica Veterinaria Orobica Via Zanica, 62 Antares Onlus Via Spino, 10 Associazione Mosaico Aps Via Palma il Vecchio, 18/C Asst Papa Giovanni XXIII Piazza OMS, 1 Athaena Via Ronzoni, 3 Avis Monterosso Via Leonardo da Vinci, 4 Bergamo Assistenza Via Mazzini, 24/c Blu Fit Redona Via Gusmini, 3 Cartolombarda Via Grumello, 32 Casa di Comunità / Bergamo Via Borgo Palazzo, 130 Casa di Cura San Francesco Via IV Novembre, 7 CasaMedica Largo Bortolo Belotti, 5 Centro Acustico Italiano Via San Bernardino, 33/c Centro Borgo Palazzo Via Borgo Palazzo, 43
Centro Medico Boccaleone Via Capitanio, 2/e Centro Sportivo Piscine Italcementi Via Statuto, 41 Centro Tutte le Età / Boccaleone Via Rovelli, 27 Centro Tutte le Età / Borgo Palazzo Via Vivaldi, 5 Centro Tutte le Età / Colognola Via dei Caravana, 7 Centro Tutte le Età / Loreto Via Pasteur, 1/a Centro Tutte le Età / Monterosso Via Leonardo Da Vinci, 9 Centro Tutte le Età / Redona Via Leone XIII, 27 Centro Tutte le Età / San Colombano Via Quintino Basso, 2 Centro Tutte le Età / Villaggio degli Sposi Via Cantù, 2 Cooperativa Sociale Alchimia Via Boccaleone, 17c Dipendiamo - Centro per la cura delle New Addiction Via Torquato Taramelli, 50 Domitys Quarto Verde Via Pinamonte da Brembate, 5 Dott. Ghezzi Marco Via Zambonate, 58 Farma Logica Via Promessi Sposi, 19/C Farmacia Conca Verde Via Guglielmo Mattioli, 24 Farmacia Santa Lucia Via Dello Statuto , 16 Farmacia Sella Piazza Pontida, 6 Fidas Bergamo - Ass. Donatori Sangue Viale Ernesto Pirovano, 4 Fisioforma Via Pitentino, 14/a Forneria Rota Via Silvio Spaventa, 56 Foto Cine Ottica Skandia Via Borgo Palazzo, 102/104 Il Bio di Francesca nel Borgo Via Borgo Santa Caterina, 9/d Il Casaro Bianco Via Gianbattista Moroni, 118 Kids and Us Longuelo Via Mattioli, 18 La Terza Piuma Via Divisione Tridentina, 6/b Lo Spettro delle Delizie - Autismo è Onlus Via Broseta, 44 Medical Farma Via Borgo Palazzo, 112
Methodo Medical Center Via San Giorgio, 6/n Milano Senza Glutine - Bergamo Via Sant’Ambrogio, 19 MindFit Clinic Via Quinto Alpini, 4 Monica Vitali - Centro Italiano Pavimento Pelvico Via Betty Ambiveri, 11 OPI Bergamo Via Rovelli, 45 Ordine Medici Bergamo Via Manzù, 25 Ordine Medici Veterinari Bergamo Via Daste e Spalenga, 15 Ottica Gazzera Via Gasparini, 4/e Palamonti/CAI Via Pizzo della Presolana, 15 Pianeta Sorriso Clinica Dentale Via Zelasco, 1 Poliambulatorio Città di Bergamo Via Madonna della Neve, 27 Poliambulatorio Finazzi Via Berizzi, 45 Residenza Anni Azzurri Via Colognola ai Colli, 8 Selene Centro Medico Via Puccini, 51 Smuoviti Be Well Viale Giulio Cesare, 29 Studio Dentistico Previtali Via Broseta, 112 Studio di Podologia Zanardi Via Suardi, 51 Unipol - Agenzia Bergamo Est Via Broseta, 73 BONATE SOPRA Farmacia Quattro Strade Piazza Vittorio Emanuele II, 17 Ortopedia Tecnica Gasparini Via Milano, 57 BREMBATE DI SOPRA Piscine Comunali Via Bruno Locatelli, 36 CALCINATE Ospedale F.M. Fassi / Asst Bergamo Est Piazza Ospedale, 3 CALUSCO D’ADDA Dott. Luis - Calusco d’Adda Via Bergamo, 335 CASAZZA Centro Prelievi Bianalisi Casazza Piazza della Pieve, 2 Istituto Polispecialistico Bergamasco Via Nazionale, 89 CASNIGO Centro Sportivo Casnigo Via Lungo Romna, 2 Il Casaro Bianco Via Lungo Romna, 51
CAZZANO SANT’ANDREA C.S. Materassi Via Melgarolo, 5 CHIUDUNO Centro Prelievi Bianalisi Chiuduno Largo Europa, 3 Dott. Luis - Chiuduno Via Trieste, 39 Ds Sport Therapy Via degli Astronauti, 2 CLUSONE Casa di Comunità / Clusone Via Somvico, 2 COSTA VOLPINO Centro Prelievi Bianalisi Costa Volpino Via Marco Polo, 2 CURNO Bongiorno Antinfortunistica Via Enrico Fermi, 10 Dm Drogerie Markt Curno Via Enrico Fermi, 39 Dott. Leonino A. Leone Via Lungobrembo, 18/A For Me Centro Medico Via dell’Aeronautica, 19 Il Sole e la Terra Via Enrico Fermi, 56 ItalianOptic Via Bergamo, 32 DALMINE Animal Center Strada Statale 525, 29 Casa di Comunità / Dalmine Viale Betelli, 2 Farmacia Ornati Dott. De Amici Via Papa Giovanni XXIII, 11 Farmacia all’Università Via Marconi, 9 Istituto Medico Sant’Alessandro Via Cavagna, 11 GAZZANIGA Ospedale Briolini / Asst Bergamo Est Via Manzoni, 130 GORLAGO Insieme a Te Via Regina Margherita, 64 Namasté Salute Piazza Gregis, 10/a GORLE Casa di Riposo Caprotti Zavaritt Via Arno, 14 Centro Medico MR Via Roma, 28 GRASSOBBIO Centro Prelievi Bianalisi Grassobbio Via Fornacette, 5 GRUMELLO DEL MONTE Four Dental Via Marconi SNC
AMICI DI BERGAMO SALUTE LOVERE Casa di Comunità / Lovere Piazzale Bonomelli, 8 Ospedale SS. Capitanio e Gerosa / Asst Bergamo Est Via Martinoli, 9 MEDOLAGO Plurimed Via Presolana, 1 MOZZO Dott.ssa Federica Annamaria Legrenzi - Biologa nutrizionista Via San Giovanni Battista, 5 Social Mozzo Via Verdi, 2/B Sportindoor All in One Via Fausto Radici, 1 NEMBRO Bergamo Sanità Via Roma, 43 Centro Medico Santagostino Via Cascina Colombaia, 3 Farmacia San Faustino Via Europa, 12 OLTRE IL COLLE Alp Life Via Drago, 1760 OSIO SOTTO Studio Kinesi Via Milano, 9 OSPITALETTO Dott.ssa Seiti Mara Via Famiglia Serlini Trav III, 16 PEDRENGO Cooperativa ProgettAzione Via Moroni, 6 PIARIO Ospedale M.O. A. Locatelli / Asst Bergamo Est Via Groppino, 22
PIAZZA BREMBANA Fondazione Don Palla Via Monte Sole, 2 PONTE SAN PIETRO Casa di Comunità / Ponte San Pietro Via Caironi, 7 Centro Medico Ponte Via S. Clemente, 54 ROGNO Centro Prelievi Bianalisi Rogno Via Giardini, 3 ROMANO DI LOMBARDIA Avalon Poliambulatorio Via Rinaldo Pigola, 1 Farmacia Comunale Via Duca D’Aosta Ospedale SS. Trinità / Asst Bergamo Ovest Via S. Francesco d’Assisi, 12 ROVETTA Centro Sportivo Rovetta Via Papa Giovanni XXIII, 12/f SAN GIOVANNI BIANCO Farmacia Contenti Via Carlo Ceresa, 44 Ospedale Civile / Asst Papa Giovanni XXIII Via Castelli, 5 SAN PAOLO D’ARGON Centro Prelievi Bianalisi San Paolo d’Argon Viale delle Rimembranze SAN PELLEGRINO TERME In Cammino Coop. Sociale Via de Medici, 13 Istituto Clinico Quarenghi Via San Carlo, 70 SARNICO Casa di Comunità / Sarnico Via Libertà, 37
SCANZOROSCIATE Centro Prelievi Bianalisi Scanzorosciate Piazza della Costituzione SEDRINA Farmacia Micheli Via Roma, 71/a SERIATE B Clinic Seriate Via Nazionale, 122 Casa di Comunità / Seriate Via Paderno, 40 Istituto Ottico Daminelli Via Italia, 74 Ospedale Bolognini / Asst Bergamo Est Via Paderno, 21 STEZZANO B Clinic Stezzano Via Santuario, Snc Dm Drogerie Markt Stezzano Viale Industria, 293 Farmacia San Giovanni Via Dante Alighieri, 1 TELGATE Centro Prelievi Bianalisi Telgate Via Roma, 48 TORRE BOLDONE Top Line Planet Via Leonardo Da Vinci, 7 TRESCORE BALNEARIO Casa di Comunità / Trescore B. Via Mazzini, 13 Consultorio Familiare Zelinda Via Fratelli Calvi, 1 Ospedale S. Isidoro / Asst Bergamo Est Via Ospedale, 34 TREVIGLIO Casa di Comunità / Treviglio Piazzale Ospedale Luigi Meneguzzo, 1
Dm Drogerie Markt Treviglio Via Baslini Krioplanet Via Istria 8B - zona Pip 2 Ospedale di Treviglio - Caravaggio / Asst Bergamo Ovest Piazzale Ospedale Luigi Meneguzzo, 1 Tecno System Via Madreperla, 12/b TREVIOLO Centro Oculistico San Giorgio Via delle Betulle, 21 Farmacia Bianchi Via Roma, 73/b URGNANO Antica Farmacia Via Papa Giovanni XXIII, 435 Dott. Luis - Urgnano Via Piemonte, 105 VALBREMBO Engim Lombardia Via Sombreno, 2 VERDELLO Casa Mia Verdello Via XXV Aprile, 9 VILLA D’ALMÈ Casa di Comunità / Villa d’Almè Via Roma, 16 Farmacia Donati Via Roma, 23 Ortopedia Fagiani Via Fornaci, 6/f ZANICA Farmacia Gualteri Piazza Repubblica, 1 ZOGNO Casa di Comunità / Zogno Piazza Bortolo Belotti, 1/3
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Secondo Piadina vegan con piatto crema di borlotti freschi Difficoltà di preparazione Facile
INGREDIENTI per 4 persone - Per la piadina (8-10 pz) 280 g.............. Farina di tipo 0 o integrale 160-180 ml Acqua 20-30 g......... Olio extravergine d’oliva 2 g.................... Sale fino 8 g.................... Lievito istantaneo PREPARAZIONE
Tempo di preparazione
In una ciotola capiente mettere farina, lievito e sale. Versare a poco a poco l’acqua a temperatura ambiente e impastare prima con un cucchiaio e poi con le mani, unendo adesso anche l’olio. Lasciar riposare il panetto ottenuto, coperto con un panno umido, per 20 minuti. Dividere l’impasto in 8-10 palline; creare poi con le mani, o con il mattarello, delle piadine da cuocere in una padella antiaderente ben calda e oliata per un minuto a lato.
1 ora e 30 minuti INGREDIENTI per 4 persone - Per la crema 290 g............. Borlotti freschi 1 mazzetto Prezzemolo 20-30 g........ Olio extravergine d’oliva qb.................... Olio extravergine d’oliva, pepe e acidulato di umeboshi (condimento tipico della cucina giapponese a base di prugne salate)
PREPARAZIONE
FABRIZIO MARTINELLI Cuoco Il Sole e la Terra, Curno (Bg)
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Cuocere i fagioli in abbondante acqua salata finché diventano morbidi; frullarli con olio d’oliva, umeboshi, prezzemolo tritato e pepe macinato in quantità a piacere. Spalmare la crema sulle piadine e aggiungere alga nori tostata e sbriciolata e cipolla rossa tagliata sottile e lasciata a marinare nell’acidulato di umeboshi per un’oretta.
ANIMALI
RUBRICHE
Discopatia nel cane: quando la genetica pesa sulla colonna vertebrale ∞ A CURA DI SARA CARRARA
Una guida essenziale per comprendere cause, sintomi e strategie di prevenzione nelle razze più a rischio La discopatia intervertebrale è la patologia spinale più comune nei cani e colpisce soprattutto le razze condrodistrofiche, ovvero quelle caratterizzate da zampe molto corte e sproporzionate rispetto al tronco – tra queste il Bassotto, il Basset Hound, il Corgi, il Pechinese, lo Shih-Tzu e molte altre. Ne parliamo con il dott. Stefano Cattaneo, specialista in sanità pubblica veterinaria. Dott. Cattaneo, innanzitutto cosa sono le discopatie? Le discopatie sono un gruppo di patologie che colpiscono i dischi intervertebrali, ovvero le strutture che funzionano come cuscinetti “ammortizzatori” tra le vertebre della colonna vertebrale. Il ruolo dei dischi è fondamentale perché
attutiscono le pressioni quando il corpo è in movimento e favoriscono la flessibilità e la mobilità della colonna. Le discopatie sono patologie legate al logorio e allo spostamento di questi dischi intervertebrali che possono evolvere molto gradualmente con sintomi lievi e progressivi oppure manifestarsi in modo acuto con l’erniazione totale del disco e la conseguente compressione del midollo spinale. In questi casi si possono osservare dolore, difficoltà motorie e, nelle forme più gravi, paralisi. Perché le razze condrodistrofiche sono predisposte alle discopatie? Queste razze soffrono di un problema genetico legato a un gene chiamato FGF4 (i.e. fattore di
DR. STEFANO CATTANEO Specialista in sanità pubblica veterinaria Ambulatorio Veterinario Città di Albino
crescita dei fibroblasti 4), che provoca la produzione di una quantità di proteina FGF4 fino a dieci volte superiore rispetto al normale nei dischi intervertebraMaggio/Giugno 2025 | Bergamo Salute | 51
RUBRICHE
ANIMALI
li. Questa produzione eccessiva porta, già entro il primo anno di vita, a una degenerazione del disco intervertebrale chiamata metaplasia condroide, in cui il nucleo polposo (la parte centrale del disco) si trasforma in tessuto fibrocartilagineo, diventando meno elastico, e poi subisce processi di calcificazione, causando rigidità. Queste alterazioni portano alla discopatia, danneggiano l’anello fibroso con lacerazione e aumentano il rischio che il nucleo polposo possa erniare. La condrodistrofia è inoltre responsabile di altri problemi ortopedici, tra cui, in alcune razze, la tipica conformazione curva delle zampe, che comporta un sovraccarico sulla colonna vertebrale e contribuisce ad aggravare il quadro clinico. Anche le altre razze canine non condrodistrofiche possono soffrire di discopatie, ma non così precocemente, perché ne sono
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affette soprattutto in età avanzata. È possibile effettuare un test genetico, per identificare la predisposizione alla condrodistrofia. Come mi accorgo che il mio cane soffre di discopatia? La malattia insorge più frequentemente fra i 3 e i 7 anni di vita e i segni clinici variano a seconda della gravità della compressione midollare. Tra questi si evidenziano: > dolore alla schiena (il cane guaisce quando viene toccato o sollevato) e rigidità nel movimento; > riluttanza a muoversi o saltare o a salire le scale o saltare sui divani; > cambiamenti nel comportamento, come irritabilità o riluttanza a giocare; > debolezza degli arti posteriori (andatura con trascinamento degli arti);
> paralisi parziale o totale (nei casi più gravi); > incontinenza urinaria o fecale (se la lesione è grave). Nelle razze predisposte, occorre effettuare una visita neurologica una volta all’anno, per poter intervenire precocemente, prima che si manifestino alterazioni neurologiche. In caso di insorgenza acuta, soprattutto se accompagnata da paralisi, è fondamentale agire tempestivamente portando il cane in Pronto Soccorso. Qui potrà essere sottoposto a una visita neurologica per valutare i riflessi e la sensibilità, in modo da individuare con precisione la sede del problema – che può essere a livello cervicale, toracico, lombare o lombo-sacrale. Inoltre, potranno essere eseguiti esami radiografici per escludere altre possibili cause di dolore spinale, e, se necessario, una Risonanza Magnetica o una Tomografia Computerizzata per
confermare la presenza dell’ernia del disco e valutare il grado di compressione sul midollo spinale. Nei casi più gravi, quando la compressione è significativa, si rende necessario il ricorso a un intervento chirurgico per decomprimere il midollo spinale, rimuovendo il materiale discale erniato. Agire rapidamente è fondamentale: un intervento tempestivo aumenta in modo considerevole le possibilità di recupero completo, anche in presenza di paralisi. Quando invece la situazione è meno
grave, può essere sufficiente un approccio conservativo, basato su riposo assoluto e terapia medica. Per il recupero funzionale, risultano particolarmente efficaci la fisioterapia, la laserterapia e l’idroterapia – tutte disponibili, fortunatamente, anche sul territorio della provincia di Bergamo. Come si può prevenire o ridurne l’incidenza? È molto importante controllare il peso forma del proprio cane attraverso una corretta alimentazione,
perché l’obesità aumenta le sollecitazioni della colonna vertebrale, mettendo in sofferenza i dischi intervertebrali. L’attività fisica può tranquillamente essere effettuata – in quanto il mantenimento della muscolatura sostiene la colonna – facendo però attenzione a evitare le eccessive sollecitazioni, ad esempio percorrendo terreni anfratti e scoscesi. Quest’ultima indicazione diviene importante in caso di discopatia attiva, per cui è meglio evitare salite, discese, scale e movimenti incontrollati.
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ALTRE TERAPIE
Aromaterapia: il potere nascosto degli oli essenziali Profumi che curano: un viaggio tra natura, benessere e consapevolezza ∞ A CURA DI IVANA GALESSI
L’olfatto è il più istintivo dei nostri sensi. Un profumo può evocare un ricordo lontano, calmare un’ansia, riattivare la concentrazione o infondere energia. L’aromaterapia parte proprio da qui: dal legame profondo tra ciò che respiriamo e il nostro equilibrio interiore. Ma che cos’è davvero questa pratica millenaria e quali sono i suoi benefici reali? Un sapere antico che parla alla modernità L’aromaterapia è una pratica olistica che utilizza gli oli essenziali estratti da piante, fiori, cortecce
e resine per favorire il benessere fisico, emotivo e mentale. Non si tratta di medicina alternativa in senso stretto, ma di un supporto complementare, sempre più utilizzato in ambito terapeutico, cosmetico e del benessere. Le sue origini si perdono nel tempo: già nell’antico Egitto gli oli profumati erano impiegati per riti religiosi, cure mediche e trattamenti di bellezza. In Grecia, Ippocrate consigliava bagni aromatici per la salute, mentre in India e in Cina la medicina tradizionale ne ha fatto un punto cardine delle pratiche ayurvediche e della fitoterapia. Il termine “aromaterapia” è però relativamente recente: risale agli anni ’30 del Novecento, quando il chimico francese René-Maurice Gattefossé osservò il potere cicatrizzante della lavanda su una bruciatura. Da lì si sviluppò l’idea che le molecole volatili delle piante potessero avere effetti misurabili sul corpo e sulla psiche. Benessere naturale per corpo e mente L’aromaterapia può essere utilizzata in diversi modi, a seconda del
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tipo di olio e dell’effetto desiderato: attraverso l’inalazione (diffusori, spray, bastoncini), l’applicazione cutanea (diluiti in oli vegetali) o i massaggi. Ogni olio ha una sua “personalità”, un ventaglio di proprietà che agiscono in sinergia con le caratteristiche individuali della persona. Ad esempio, la lavanda è nota per le sue virtù rilassanti, utile in caso di stress, ansia o insonnia; il limone stimola la concentrazione e favorisce l’energia mentale; il tea tree ha proprietà antibatteriche e viene usato localmente per piccole irritazioni della pelle. Gli oli agrumati, come arancio dolce o bergamotto, sono perfetti per migliorare l’umore, mentre menta ed eucalipto aiutano a liberare le vie respiratorie e combattere l’affaticamento mentale. Non è un caso che in alcuni ospedali europei l’aromaterapia venga proposta a supporto dei pazienti oncologici, per alleviare tensioni emotive, migliorare il sonno o gestire meglio gli effetti collaterali delle terapie. Anche nel contesto del benessere quotidiano, sempre più persone si avvicinano a questa pratica per ritrovare
uno spazio di connessione e cura personale, spesso trascurato nella routine frenetica. Non solo benefici: precauzioni da conoscere Sebbene gli oli essenziali siano naturali, non significa che siano sempre innocui. La loro elevata concentrazione li rende potenti e potenzialmente irritanti, soprattutto se usati puri o senza le dovute conoscenze. Alcuni oli sono fotosensibilizzanti (come il bergamotto) e possono causare macchie o scottature se applicati sulla pelle prima dell’esposizione al sole. Altri sono sconsigliati in gravidanza, durante l’allattamento o per i bambini piccoli. Inoltre, chi soffre di allergie, epilessia o problemi respiratori dovrebbe sempre consultare un medico prima di utilizzare l’aromaterapia in modo sistematico. È importante acquistare oli essenziali puri,
certificati e di alta qualità, diffidando da prodotti economici o contenenti profumi sintetici. Infine, l’aromaterapia non va intesa come sostituto di cure mediche, ma come un alleato complementare, utile per favorire uno stato di benessere complessivo, in armonia con il corpo e la mente.
ci ricorda l’importanza di prendersi cura di sé in modo autentico e consapevole. A volte basta un profumo familiare per sentirsi meglio. O, semplicemente, per ricordarsi che è il momento di rallentare.
Un approccio sensoriale al benessere quotidiano L’aromaterapia è una porta d’accesso semplice e intuitiva al mondo del benessere naturale. In un periodo in cui siamo costantemente stimolati da rumori, immagini e parole, l’olfatto diventa uno spazio di ascolto silenzioso, capace di riportarci nel corpo, nel respiro, nel presente. Che si tratti di qualche goccia di olio essenziale nel diffusore al termine della giornata, di un piccolo rituale prima di dormire o di un massaggio aromaterapico, questo approccio
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RUBRICHE
CONSIGLI DI LETTURA
In un libro di Zois il viaggio verso la speranza ∞ A CURA DI CLAUDIO GUALDI
Di fronte al dolore, come comportarci? Come la mettiamo con il dolore? Al cruciale interrogativo si cerca di dare risposte dalla notte dei tempi. C’è l’impegno in prima linea dei medici, ma si prodigano da diverse strade anche psichiatri e psicologi, sacerdoti, filosofi, scrittori… Ciascuno con il suo approccio. Anni or sono, esattamente nel 1991, intervenendo a un convegno internazionale dove ci si confrontava se non stiamo andando verso una società indolore, P. David Maria Turoldo portò un suo intelligente e provocatorio contributo. Il frate friulano, che aveva scelto di essere stanziale a Fontanella, sostenne l’utilità del dolore perché aiuta l’uomo a sviluppare la sensibilità, la condivisione, la solidarietà, contro la tentazione dell’egocentrismo. Ma il dolore va anche combattuto, non ci si deve consegnare passivi al fatalismo e alla rassegnazione. Lo diceva lui, da 3 anni già in lotta contro “il drago dentro, insediato nel centro del ventre come un re sul trono” (un tumore al pancreas che l’avrebbe piegato il 6 febbraio dell’anno dopo). Questo viaggio che nessuno vuole spontaneamente intraprendere è l’itinerario di un libro fresco di 56 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
stampa, di cui è autore Giuseppe Zois: “Nella traversata della vita - Dal dolore alla speranza” (ed. Villadiseriane). In queste pagine – nelle quali sono raccolte le voci di oltre trenta personalità di ogni ambito e provenienza – ci sono tre testimonianze che ruotano proprio attorno al delicato tema del rapporto che abbiamo con la sofferenza. Sono un ematologo di fama internazionale, un chirurgo responsabile di un Dipartimento trapianti e una gastroenterologa che un giorno si autodiagnosticò un cancro, poi da lei sconfitto con una svolta anche di vita. In sintesi, tre loro posizioni sul dolore.
LORENZO ALBERIO “Il dolore? Meglio controllato che sconfitto” “Sul versante sociale, c’è stato un tempo in cui il dolore era visto in modo catartico; oggi invece fa paura e lo si vuole evitare con tutti i mezzi possibili. A livello individuale sono sorpreso di vedere come la soglia del dolore varia da persona a persona”. Esordisce così il prof. Lorenzo Alberio, 56 anni, primario di Ematologia generale ed emostasi al Centre Hospitalier Universitaire Vaudois
e docente universitario sempre a Losanna. Alla domanda se il dolore è stato vinto, Alberio preferisce parlare di dolore “controllato” piuttosto che “sconfitto”. E spiega: “Sia fisico che psicologico, il dolore non è solo negatività. Intanto ci rende attenti a un pericolo. Se non percepissimo il dolore attizzando il fuoco, ne saremmo ustionati. Sul piano psicologico poi, è un campanello d’allarme che consente di riconoscere una situazione di disagio personale e reagire per tempo. La medicina oggi ci permette di tenere a bada il dolore. Occorre trovare il giusto equilibrio tra l’utilità delle cure antalgiche, evitando una dipendenza. L’obiettivo è quello di togliere l’angoscia soprattutto nelle cure palliative con i malati terminali. La medicina oggi è capace di rispondere a questo problema. Credo di poter affermare che è possibile vivere degnamente e lucidamente anche la fase di vita finale in presenza di un tumore metastatizzante”.
LUIGI R. FASSATI La “bufera emotiva” che investe il chirurgo A chi gli chiedeva del suo rap-
porto con il dolore, il prof. Luigi Rainero Fassati, ripeteva che 30 anni di camera operatoria e migliaia di interventi di ogni genere dovrebbero mettere al riparo da tempeste emotive, ma non è così. Fassati nel libro di Zois ricorda che uno dei suoi dolori più laceranti fu l’impatto con un bambino di 5 anni, trapiantato di fegato, con un decorso complicato e un mese di rianimazione. “Vivere in una selva di macchinari, con un moribondo da una parte e un malato grave dall’altra che si lamentava in continuazione, traumatizzò a tal punto quel piccolo paziente che non parlò più per 8 mesi. Poi, un po’ alla volta si riprese, ma fu uno choc per me”. E aggiunse: “Il dramma di ciò che può succedere e succede in sala operatoria quando ti muore un
paziente è sconvolgente e ti resta addosso. È una vita che se ne va e porta via anche un po’ della tua. Lo stesso Thomas Starzl, il pioniere dei trapianti di fegato da cui io stesso feci esperienza, si fermò per tre mesi dopo che sotto i ferri gli morì un bambino e assistette allo strazio della mamma disperata… È impossibile cancellare il dolore dalle nostre esistenze, sia quello fisico che quello morale, interiore. Chi vive con un malato terminale o è provato da un lutto, deve farci i conti, non può fuggire, ma è un confronto che serve a crescere. La società senza dolore non esiste”.
MILENA MASSARI Quando un medico si scopre con un tumore “Ero un giovane medico in carriera
al Policlinico di Milano, la vita mi sorrideva, avevo tutto per essere felice. Un brutto, terribile giorno, mi scoprii con un rigonfiamento sul collo, sopra la clavicola destra. Ero appena arrivata al mare a S. Margherita Ligure per una breve vacanza. Non mi ci volle molto ad autodiagnosticarmi quello che subito temetti. Immediato e precipitoso viaggio di ritorno a casa. Corsa in ospedale, esami, analisi e una conferma-choc. Avevo un linfoma non Hodgkin, un tumore che si sviluppa dai linfociti. Quanti angoscianti interrogativi! Fu una dura battaglia, al termine vinta. Lì capii cosa significa davvero ritrovarsi malati oncologici e attendere trepidante qualche parola di speranza. E decisi di mettermi dalla parte di chi soffre e di stargli accanto”.
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VIAGGI DELLA SALUTE
Adrenalina ed emozioni da 50 anni a Gardaland ∞ A CURA DI CATERINA RONCALLI
Un’icona del divertimento in Italia e in tutta Europa, taglia un importante traguardo. L’adrenalina migliora la reattività dell’organismo alle situazioni di stress, preparandolo a reagire a situazioni di pericolo. Non sappiamo se l’enunciato sia applicabile anche a coloro che amano le attrazioni mozzafiato dei parchi divertimento, certo è che qui le scariche di adrenalina sono assicurate: montagne russe, cadute in picchiata verticali, voli da brivido, non sono certo avare di emozioni. Ci vuole coraggio e un pizzico di follìa, ma occorre anche ribadire che ogni singola attrazione anche quella in apparenza più “spericolata” è ipercollaudata e controllata, perché tutto si svolga nella massima sicurezza. Ne sanno qualcosa i frequentatori di Gardaland (www.gardaland.it) a Castelnuovo del Garda (Verona). Qui la nuova stagione celebrerà mezzo secolo di emozioni, con novità 58 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
esclusive, esperienze rinnovate e progetti pensati per affascinare, in particolare, le generazioni future. Proprio quest’anno, Gardaland tocca un traguardo straordinario: ben cinquant’anni di avventure, emozioni e innovazione che l’hanno reso un’icona del divertimento in Italia e in tutta Europa. Dal 1975, Gardaland ha accolto milioni di visitatori, diventando un luogo dove ogni generazione, giovane e adulta, ha potuto creare ricordi indimenticabili. E oggi, continua a essere protagonista dell’intrattenimento internazionale, conquistando i cuori di chi cerca magia e adrenalina. La stagione del 50° anniversario – iniziata lo scorso 5 aprile – offre straordinarie esperienze e novità imperdibili, come le due aree
completamente rinnovate che promettono nuove coinvolgenti avventure. > Animal Treasure Island, creata da Merlin Entertainments, trasporta gli avventurieri in una dark ride sotterranea di seimila metri quadri, fra venti scene inedite e nuovi personaggi creati ad hoc. Animal Treasure Island fa parte di un progetto internazionale che ha l’obiettivo di replicare in altri parchi del mondo, portando l’avventura e il mistero in tutto il globo; > Dragon Empire, invece, attraverso un’area coloratissima e ricca di sorprese trasporta i visitatori in un viaggio immersivo nelle leggende e tradizioni orientali. Fra le altre novità, uno spettacolo innovativo al Gardaland Theatre,
Avventure a 360° Non c’è solo Gardaland a far da corona allo specchio lacustre. La zona vanta tanti altri parchi divertimento. A Caneva Aquapark vicino a Lazise offre più di 10 scivoli, tante piscine e spazio per il relax. Movieland: The Hollywood Park fa rivivere le emozioni dei grandi film? Si può fare da protagonisti, entrando nel set a fianco di attori e stunts, guidando lungo la Route 66, oppure percorrendo i sentieri della jungla alla scoperta dei dinosauri. Medieval Times è l’avvincente rodeo dei cavalieri all’interno di Caneva Aquapark: qui si sfidano i più valorosi cavalieri del regno. In palio c’è la mano della principessa. Il torneo si conclude con un banchetto offerto a tutto il pubblico. A Nago Torbole ecco Busatte Adventure, parco avventura circondato da pinete e ulivi secolari. Emozionanti i percorsi sospesi dedicati a tutte le età. Poco lontano dalle sponde del Garda, a Bussolengo, il Parco Natura Viva ospita alcuni esemplari di specie a rischio, che vengono poi reimmessi in natura. È formato da un parco safari, visitabile a bordo di una jeep, e da un parco faunistico, percorribile a piedi. Infine, Jungle Adventure Park a San Zeno di Montagna (Verona), per chi cerca brividi ed emozioni.
lo show supera ogni barriera linguistica, coinvolgendo il pubblico in un’avventura accessibile a tutti, ispirata a temi di grande attualità che suscitano interesse e creano spunti di riflessione fra le diverse generazioni. Nel corso di questo anno speciale, Gardaland rafforza ulteriormente il suo impegno nel mettere i visitatori al centro, riconoscendo il loro ruolo fondamentale nei 50 anni di successi che hanno contribuito a tracciare la storia del Resort. Per celebrare questa occasione, durante tutta la stagione
saranno proposte esperienze per coinvolgere direttamente gli ospiti con iniziative cucite su misura. La prima sarà l’ingresso gratuito nel giorno del proprio compleanno, un regalo che renderà ancora più speciale la giornata, con un’avventura tra attrazioni, spettacoli e la compagnia delle persone più care. Gardaland Resort si prepara così a scrivere un nuovo capitolo della sua storia, tra tradizione e innovazione, regalando emozioni indimenticabili a tutte le generazioni.
dove tecnologia e creatività si uniscono per dar vita a un’esperienza unica. Grazie all’uso di straordinari effetti speciali e numeri incredibili, Maggio/Giugno 2025 | Bergamo Salute | 59
DAL TERRITORIO
FARMACIE
La farmacia dei servizi Dai consigli sui farmaci alla telemedicina: la farmacia di comunità si prende cura dei cittadini a 360 gradi ∞ A CURA DEL DOTT. ALESSANDRO BONAITI
La Farmacia di comunità sta assumendo un ruolo sempre più centrale come presidio di prossimità per i cittadini, grazie alla sua presenza capillare: nei quartieri urbani, nelle località di villeggiatura, ma anche nei centri più lontani come le aree rurali o montane. Accanto alla figura tradizionale del Farmacista come professionista del farmaco, oggi la società richiede nuove competenze e maggiori responsabilità, che la categoria è pronta ad accogliere. La nascita della “Farmacia dei Servizi” La Legge n. 69/2009, all’art. 11, ha introdotto per la prima volta il concetto di “Farmacia dei Servizi”, aprendo la strada alla possibilità per le farmacie di fornire ai cittadini nuovi servizi in ambito sanitario. Questo nuovo modello ha permesso al Farmacista di prendersi cura dello stato di salute del paziente a 360°, supportandolo nel seguire correttamente la terapia prescritta dal Medico di medicina generale o dallo specialista, fino ad arrivare a una vera e propria presa in carico del paziente. In questo contesto, la Farmacia italiana si sta affermando sempre più come un presidio strategico per l’educazione sanitaria, capace di promuovere campagne di prevenzione e sensibilizzazione sulle principali patologie. Tali iniziative, realizzate a livello nazionale e regionale, includono anche analisi di laboratorio di prima istanza, nei limiti e alle condizioni stabilite da60 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
gli accordi con il Sistema Sanitario Nazionale e Regionale. In ordine cronologico, uno dei primi servizi offerti è stato la misurazione della pressione arteriosa; a questo si sono poi aggiunte le prime analisi ematochimiche, rese possibili da strumenti diagnostici sempre più precisi e affidabili. Naturalmente, la valutazione clinica dei risultati rimane di competenza del Medico curante, a garanzia di un corretto inquadramento terapeutico. Telemedicina e diagnostica in farmacia Accanto ai servizi tradizionali, con il tempo si sono sviluppate nuove competenze professionali per il Farmacista, rese possibili dall’adozione della telemedicina. Oggi, infatti, è possibile effettuare in farmacia esami come elettrocardiogrammi, holter cardiaci, monitoraggio delle 24 ore della pressione arteriosa e spirometrie, offrendo così un importante supporto diagnostico. Queste evoluzioni hanno reso necessario un continuo aggiornamento professionale obbligatorio per tutti i Farmacisti operanti nelle farmacie aperte al pubblico, in collaborazione con gli enti certificanti preposti. La formazione costante, infatti, garantisce standard elevati nella qualità dell’assistenza e nella gestione dei servizi erogati. La possibilità di accedere a esami come l’elettrocardiogramma per attività sportiva non agonistica, o a monitoraggi cardiaci e pressori prima di una visita specialistica, rappresenta un’opportunità con-
creta per i cittadini. Ciò consente di ottenere una valutazione tempestiva, riducendo i tempi di attesa e alleggerendo il carico sugli ospedali, con un impatto positivo sull’efficienza dell’intero sistema sanitario. Non è raro che si renda necessario effettuare un elettrocardiogramma in urgenza, in farmacia, per pazienti che lamentano un malessere improvviso: in questi casi, la possibilità di ottenere un referto in tempo reale da parte di un cardiologo collegato alla piattaforma telemedica in uso ha rappresentato, in più di un’occasione, un intervento salvavita. In altri casi, ha evitato accessi non necessari al pronto soccorso. Attualmente è in corso una sperimentazione con Regione Lombardia, che consente l’accesso a questi servizi in regime SSN solo per alcune categorie di pazienti. L’auspicio è che tali prestazioni possano presto essere estese a tutta la popolazione in convenzione, rendendole ancora più accessibili. I nuovi orizzonti per il Farmacista Durante la pandemia da Covid-19, le farmacie si sono dimostrate un punto di riferimento fondamentale nella gestione dell’emergenza, fornendo servizi diagnostici tramite tamponi naso-faringei. Questi test hanno permesso ai cittadini di monitorare il proprio stato di salute, ottenere certificazioni per la ripresa delle attività lavorative, e comunicare tempestivamente eventuali positività alle autorità sanitarie competenti.
Nell’ambito della Farmacia dei Servizi rientra anche la somministrazione di vaccini, sia anti SARS-CoV-2 che antinfluenzali, da parte di Farmacisti appositamente formati. Tali professionisti, dopo aver superato corsi abilitanti e aggiornamenti annuali organizzati dall’Istituto Superiore di Sanità, hanno contribuito a incrementare in modo significativo il numero di persone vaccinate. Solo nella stagione vaccinale dell’autunno 2024, le farmacie hanno erogato il 25% di tutte le vaccinazioni effettuate nella provincia di Bergamo, a testimonianza della fiducia dei cittadini verso queste strutture. Oggi è sempre più rilevante anche l’attività di prenotazione di visite ed esami diagnostici in regime SSN presso strutture pubbliche o convenzionate, facilitando così l’accesso a prestazioni richieste dal Medico di famiglia. In parallelo, la farmacia contribuisce al
monitoraggio dell’aderenza terapeutica e alla farmacovigilanza, coordinando iniziative per il corretto utilizzo dei medicinali prescritti, in stretta collaborazione con gli altri Operatori Sanitari. Verso un nuovo modello di assistenza Il ruolo del Farmacista si sta evolvendo verso una collaborazione sempre più ampia e strutturata con tutto il sistema sanitario. In farmacia è oggi possibile accedere a prestazioni erogate anche da Operatori Socio-Sanitari, Infermieri e Fisioterapisti, su richiesta del Medico di famiglia. Questo ampliamento delle funzioni ha reso necessario un ripensamento degli spazi interni delle farmacie: sono state realizzate sale apposite, normate secondo specifiche disposizioni di legge, per garantire privacy, sicurezza e comfort durante l’erogazione dei servizi.
DOTT. ALESSANDRO BONAITI Consigliere dell’Ordine dei Farmacisti Socio della Farmacia Borgo Palazzo Bergamo
In sintesi, quella del Farmacista è una professione profondamente trasformata, che ha saputo rispondere con prontezza alle nuove esigenze dell’Amministrazione Pubblica, offrendo ai cittadini soluzioni rapide, qualificate e capillari, anche nei contesti più remoti e lontani dai grandi centri urbani.
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DAL TERRITORIO
TERZO SETTORE
ADB Bergamo, da oltre 35 anni al fianco delle persone con lesione spinale ∞ A CURA DI IVANA GALESSI
Nata nel 1988 da ex pazienti e operatori del Centro di Mozzo, l’Associazione Disabili Bergamaschi è oggi una realtà vitale sul territorio. Inclusione, reinserimento e partecipazione attiva: ecco come l’ADB continua a fare la differenza. Una realtà nata da chi vive la disabilità in prima persona L’Associazione Disabili Bergamaschi (ADB) nasce nel 1988, per iniziativa di alcuni ex pazienti e operatori sanitari dell’Unità Spinale del Centro Fisioterapico di Mozzo. Non si tratta di un’associazione “per” le persone con disabilità, ma “di” persone con di62 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
sabilità che si sono messe in gioco per costruire una rete di supporto concreta, empatica e competente. Le motivazioni erano (e restano) forti e chiare: sostenere chi si ritrova, a seguito di una lesione al midollo spinale, a dover affrontare una nuova condizione di vita; promuovere una cultura della disabilità più consapevole e ri-
spettosa; e creare nel territorio bergamasco una struttura sanitaria ad alta specializzazione per la cura e la riabilitazione delle mielolesioni. Con il nuovo statuto del 1997, l’ADB ha ampliato le sue finalità: favorire il reinserimento familiare, sociale e lavorativo dei mielolesi, guidare le persone nel complesso mondo delle norma-
tive sanitarie e civili, e contribuire alla diffusione di conoscenze aggiornate sulle patologie e terapie. Negli anni, è diventata un punto di riferimento insostituibile, capace di coniugare visione, esperienza e azione. Sport, cultura e autonomia: i progetti dell’ADB Uno dei pilastri dell’azione dell’associazione è il progetto di reinserimento attivo delle persone con disabilità, che si traduce in una molteplicità di iniziative: corsi di lingua e informatica, attività artistiche e culturali, ma anche campagne di sensibilizzazione rivolte al pubblico. Tra i progetti più significativi spiccano l’allestimento di un’aula informatica nella sede di Mozzo, lo studio sull’utilizzo del telelavoro, e un evento culturale –
CASA ADB Via Borgo Palazzo 130 (Padiglione 20) - Bergamo info@adbbergamo.it - Tel. 339.6143343 Presso UOC di Riabilitazione Specialistica dell’ASST Papa Giovanni XXIII Via del Coppo Mozzo - Mozzo (BG) Tel. +39 035.6225242 – 339.6143343
Match – in cui l’arte è stata il mezzo per raccontare la disabilità con autenticità e profondità. Il lavoro di ADB si estende anche alla promozione dell’inserimento lavorativo, alla consulenza sui diritti, al sostegno delle famiglie nella gestione quotidiana di un parente disabile. Tra gli strumenti più innovativi, un camper attrezzato per offrire libertà di movimento e autonomia, e un’agenda-guida che censisce i locali accessibili della provincia, frutto di una mappatura attenta e collaborativa. Non manca l’attenzione alla mobilità:
il recente acquisto di un nuovo pulmino attrezzato per la guida e il trasporto è solo uno degli esempi dell’impegno continuo dell’associazione. Dal 2016, inoltre, la Casa ADB in via Borgo Palazzo è il cuore operativo dell’organizzazione: uno spazio rinnovato, accogliente e funzionale dove si progettano e si realizzano molte delle attività associative. L’evento del 4 aprile: inclusione attraverso lo sport Proprio nel segno dell’inclusione, l’ADB ha aderito come ogni anno
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DAL TERRITORIO
TERZO SETTORE
alla Giornata Nazionale della Persona con Lesione al Midollo Spinale, il 4 aprile 2025, partecipando all’evento “Insieme per le unità spinali”, ospitato dalla Cittadella dello Sport di Bergamo. L’evento ha previsto un pomeriggio di sport paralimpico aperto a tutti: wheelchair basket, wheelchair tennis, tiro con l’arco, scherma e tennis tavolo. Con la formula delle squadre miste, l’iniziativa ha trasformato il gioco in un’occasione di incontro tra mondi diversi con l’obiettivo di sensibilizzare e abbattere le barriere, fisiche e culturali, che ancora oggi limitano la piena inclusione. ADB ha partecipato mettendo in campo non solo volontari e operatori, ma soprattutto esperienza e passione. Il messaggio è chiaro: lo sport non è solo benessere, ma strumento di emancipazione e socializzazione, capace di restituire forza e fiducia a chi affronta il trauma di una lesione spinale. E farlo in uno spazio pubblico, accessibile e condiviso, rafforza 64 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
la percezione – anche sociale – della persona con disabilità come cittadino attivo. Una comunità che cresce con il territorio L’Associazione Disabili Bergamaschi è oggi un punto di riferimento non solo per chi ha vissuto una lesione spinale, ma anche per chi lavora nel mondo della riabilitazione, dell’inclusione e della progettazione sociale. La sua attività quotidiana tiene insieme bisogni concreti, visione politica e comu-
nità: elementi fondamentali per costruire una società più equa e accogliente. In più di 35 anni, ADB ha saputo trasformare il dolore in risorsa, l’isolamento in rete, la fragilità in punto di partenza. E se la giornata del 4 aprile è stata un’occasione per celebrare e visibilizzare queste conquiste, l’impegno vero continua ogni giorno, nella vicinanza alle persone, nella costruzione di progetti, e nella volontà costante di migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità.
A.R.M.R.
Distrofia corneale maculare
Fondazione Ricerca Malattie Rare
INSIEME CONTRO LE MALATTIE RARE Le Malattie Rare sono un ampio gruppo di patologie (circa 7.000 secondo l’OMS), accomunate dalla bassa prevalenza nella popolazione (inferiore a cinque persone per 10.000 abitanti secondo i criteri adottati dall’Unione Europea). Con base genetica per l’80-90%, possono interessare tutti gli organi e apparati dell’organismo umano.
Codice di Esenzione. RFG140 Categoria. Malattie del sistema nervoso e degli organi di senso. Definizione. Opacizzazione della cornea evidente alla lampada a fessura, che mostra zone di opacità irregolari coinvolgenti tutti gli strati dello stroma corneale, con estensione da lembo a lembo. La membrana limitante anteriore della cornea è normale, ma la membrana di Descemet e l’endotelio corneale sono coinvolti. Epidemiologia. Malattia rara a prevalenza non conosciuta; in alcune comunità la prevalenza raggiunge 1 su 500 abitanti. Segni e sintomi. L’esordio della malattia in genere è fra i 5 e i 9 anni, con riscontro di aree di opacità di intensità variabile, progressive, bilaterale dello stroma corneale, che si estendono dalla membrana di Bowman alla membrana di Descemet e da lembo a lembo. La sensibilità corneale può essere ridotta e si possono verificare erosioni epiteliali ricorrenti che provocano fotofobia episodi di dolore. Lo stroma corneale è più sottile che nella norma. L’acuità visiva si riduce significativamente dalla quarta decade di vita, a causa delle opacità corneali diffuse.
Tel. 351 7379867 Sostieni con il 5x1000 C.F. 02452340165 segreteriapresidenza@armr.it WWW.ARMR.IT
Eziologia. La malattia è ereditaria a trasmissione autonomia recessiva. Alcuni casi sembrano correlati a un deficit di proteoglicano cheratan-solfato. Test diagnostici. La diagnosi è clinica e strumentale. Non sono disponibili test genetici. Terapia. La malattia richiede intervento di cheratoplastica penetrante.
Dottor Angelo Serraglio Presidente Commissione Scientifica Fondazione Aiuti Ricerca Malattie Rare (ARMR) Vicepresidente Fondazione ARMR
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DAL TERRITORIO
IL LATO UMANO DELLA MEDICINA
Da Torre Boldone a Londra. Alice, infermiera tra due mondi Ora lavora vicino a Brighton, sulla Manica. «Mi trovo bene sulla costa: in mezz’ora arrivo al mare a piedi. Con l’inglese ormai me la cavo alla grande» ∞ A CURA DI CLAUDIO GUALDI
Dieci anni fa, fresca di laurea in Scienze infermieristiche, Alice Bonacina ha deciso di lasciare l’Italia per un’esperienza all’estero. Partita con alcune amiche alla volta di Londra, il piano iniziale era semplice: qualche mese fuori casa per migliorare l’inglese. Ma le cose hanno preso una piega diversa. Oggi, a 32 anni, vive stabilmente nel Regno Unito, dove lavora come infermiera specializzata in sala operatoria. «Sono cresciuta a Torre Boldone e ho studiato al liceo scientifico “Amaldi” di Alzano – racconta Alice a L’Eco di Bergamo –. Già allora avevo il desiderio di scoprire il mondo, anche grazie all’approccio aperto dei miei insegnanti e al sostegno della mia famiglia». Dopo aver tentato senza successo il test d’ingresso per Medicina, Alice ha scelto di 66 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
iscriversi a Infermieristica all’Università Milano-Bicocca, innamorandosi presto della professione. «Uno dei vantaggi del percorso infermieristico è la possibilità di affrontare tirocini fin da subito: questo ti fa capire in fretta se è la strada giusta». Si laurea nel 2014, nella sede di Bergamo, raggiunta quotidianamente in Vespa. Dopo la laurea, il trasferimento in Inghilterra. «All’inizio facevamo lavori occasionali: cameriera, barista… ho lavorato anche in un ristorante a Covent Garden. Londra mi ha dato una scossa, in sei mesi ho imparato più che in tutta l’adolescenza». L’idea di proseguire come infermiera nasce proprio lì, quando una delle sue amiche inizia a raccogliere informazioni per iscriversi all’albo britannico. Dopo sei mesi di burocrazia, arriva la tanto attesa approvazione:
«Eravamo così emozionate che ci siamo messe a piangere». Nel 2016 Alice inizia a lavorare in un ospedale a Guildford, nel reparto di chirurgia maxillo-facciale e otorinolaringoiatria. Le difficoltà iniziali non mancano, soprattutto per via della lingua, ma il supporto dei colleghi – in particolare di un’infermiera irlandese – la aiuta ad ambientarsi. «Qui in Inghilterra c’è una mentalità più inclusiva rispetto all’Italia. Certo, la Brexit ha cambiato un po’ l’atmosfera, ma resta il fatto che il sistema sanitario inglese dipende fortemente dagli operatori sanitari stranieri. Senza di noi, dicono spesso, l’NHS (National Health Service, ndr.) non potrebbe funzionare». Dopo qualche anno passa alla terapia intensiva, dove riceve una lunga formazione prima di entrare
nel ruolo. È un periodo intenso e impegnativo, che la prepara a ciò che arriverà poco dopo: il Covid. Nel 2019 inizia anche a lavorare in sala operatoria presso il Mount Alvernia Hospital. Ma l’anno successivo la pandemia cambia tutto. «Quando ho visto le prime immagini di Bergamo devastata, qui sembrava che nessuno capisse la gravità della situazione. Io invece ero sconvolta. Vedere la mia città al telegiornale, simbolo della tragedia mondiale, è stato straziante». Nel suo ospedale, convertito a centro per pazienti Covid terminali, le protezioni scarseggiavano: «Ci arrangiavamo con sacchi di plastica per costruirci delle divise di fortuna. Nessuno era preparato a quel che stava per accadere. È stato un incubo lungo un anno». Nel 2021 Alice si trasferisce a Worthing, vicino a Brighton, per
avvicinarsi alla famiglia del compagno. Qui lavora al Goring Hall Hospital, parte del gruppo privato Circle Health, specializzato in ortopedia. Oggi è una “senior theatre practitioner”: affianca i chirurghi durante gli interventi e si sta preparando all’introduzione della chirurgia robotica. «È un cambiamento importante, ma penso che sia il futuro. In sala operatoria ogni dettaglio conta, e la tecnologia può essere un alleato prezioso». La vita in Inghilterra oggi le piace. «Mi trovo bene sulla costa: in mezz’ora arrivo al mare a piedi. Con l’inglese ormai me la cavo alla grande, anche grazie al mio ragazzo, che ho conosciuto in ospedale. Una volta ho perfino risposto a mia madre in inglese al telefono, senza rendermene conto!». Nonostante tutto, Bergamo e le sue montagne le restano nel
In questa rubrica gli operatori sanitari (medici, infermieri etc.) si raccontano, facendo conoscere oltre al loro lato professionale la loro attività di artisti, volontari, atleti... Vuoi raccontare la tua storia su Bergamo Salute?
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cuore. «Mi mancano la Maresana e i miei affetti, ma torno spesso, quasi una volta al mese. Ho trovato il mio equilibrio: un lavoro che amo, un luogo in cui sto bene e la possibilità di restare legata alle mie radici».
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DAL TERRITORIO
TESTIMONIANZA
Il coraggio di Antonietta: «Ho fatto del dolore una missione» ∞ A CURA DI CLAUDIO GUALDI
La giovane parrucchiera di Adrara San Martino ha fondato a Paratico “Maison Sisu”, dove i malati oncologici possono trovare parrucche o turbanti studiati e realizzati su misura. La perdita dei capelli a causa delle terapie oncologiche rappresenta un problema significativo dal punto di vista psicologico e sociale, soprattutto per le donne. Questo disagio si aggiunge alla sofferenza e alle difficoltà della malattia, ai trattamenti invasivi e al complicato processo di recupero che accompagna anche coloro che riescono a superare il cancro. Per chi affronta la perdita dei capelli, il danno va ben oltre l’aspetto estetico: si tratta di una trasformazione profonda che colpisce l’identità della persona e può essere difficile da gestire, considerando l’impatto visivo che comporta. Questo cambiamento non deve essere trattato solo a livello clinico, ma anche psicologico. A Paratico, Antonietta Bergomi di Adrara San Martino, che non si definisce semplicemente parrucchiera, ma una vera e propria 68 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
“head hair stylist”, ha aperto uno spazio pensato proprio per coloro che vivono questa difficile esperienza. Il nuovo centro, chiamato “Maison Sisu”, è nato proprio con l’intento di supportare chi, come è accaduto a lei, si trova ad affrontare una malattia destabilizzante. Antonietta ha spiegato: «L’idea di creare questo luogo è venuta
dopo un anno molto complicato della mia vita, il 2023, durante il quale mi è stato diagnosticato un tumore del sangue. Ho vissuto in prima persona gli effetti della chemioterapia, e una delle cose che mi ha maggiormente colpita è stata proprio la perdita dei capelli: è una trasformazione che ti sconvolge profondamente». Il 10 luglio 2023, il giorno prima della seconda chemio, Antonietta era di fronte alla televisione, appoggiata al cuscino, «ed ho sentito una sensazione di calore in testa. Ho passato la mano tra i capelli e mi sono ritrovata una ciocca tra le dita. Assieme a mio marito, armati di macchinetta, cestino, scopa e paletta, abbiamo salutato ciò che per me sono stati una parte fondamentale di questi 31 anni». A seconda dell’età e della condizione della persona, la reazione alla perdita dei capelli può varia-
re: c’è chi si sente imbarazzato ad affrontare gli altri, chi non accetta di mostrarsi senza capelli in pubblico e chi fatica a riconoscersi allo specchio. Antonietta, che ha 33 anni ed è madre di due bambini piccoli, ha raccontato la sua esperienza: «Può essere davvero spaventoso. Lo specchio ti riflette una persona completamente diversa. Quando, insieme al mio
compagno Mauro, siamo andati per la prima volta a cercare una parrucca, non è stata un’esperienza positiva. Il contesto era troppo freddo, troppo distante. È stato proprio quel momento a far scattare l’idea di Maison Sisu». Con l’aiuto del compagno e della collaboratrice Valentina, Antonietta ha creato uno spazio dedicato
al supporto psicologico e pratico per le persone oncologiche, che possono ritrovare sé stesse attraverso il giusto stile. Grazie alla collaborazione con gli specialisti di Farcaphair, azienda esperta in dispositivi medici estetici, il 27 maggio al Centro Verdelago di Paratico ha visto appunto la luce il suo progetto, «in una data che ha un grande significato per me: è il giorno in cui mi è stata diagnosticata la malattia», ha spiegato. «Sia per i turbanti, sia per le parrucche naturali che non – precisa – ho seguito un percorso di formazione specifica. Con le persone che passano da Maison Sisu o mi contattano, anche da lontano, si creano legami forti: è uno spazio dove condividere la propria esperienza, un progetto che mi ha aiutato a restare nel qui e ora, ma anche a progettare il mio futuro, al di là della malattia».
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DAL TERRITORIO
NEWS
Tromboembolia polmonare: conoscerla per prevenirla Colpisce ogni anno una persona su 100. È tra le principali cause di morte nelle donne dopo il parto, e rappresenta la terza malattia cardiovascolare più diffusa dopo infarto e ictus. Stiamo parlando della Tromboembolia Polmonare (TEP), una condizione spesso silenziosa, ma gravemente pericolosa se non riconosciuta in tempo. La TEP è causata dalla migrazione di emboli, frammenti di coaguli di sangue formatisi in altre parti del corpo (soprattutto nelle gambe), che raggiungono i polmoni ostruendone il circolo sanguigno. A seconda della gravità e della rapidità con cui si manifesta, può causare morte improvvisa, malattie croniche, o disabilità a lungo termine. Eppure, secondo ALT – Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari – Onlus, molte di queste morti si potrebbero evitare. “Le malattie da Trombosi possono colpire le arterie e le vene, sono più probabili in chi ha una genetica sfavorevole, ma sono meno probabili in coloro che riducono i fattori di rischio, soprattutto quelli legati allo stile di vita, che per essere modificati richiedono costanza, testardaggine, disciplina”, spiega la dottoressa Lidia Rota Vender, presidente di ALT. “Per questo lavoriamo ogni giorno affinché nessuno possa dire, un giorno, ‘Io non lo sapevo’”. Le cause possono essere genetiche, come la presenza di mutazioni che aumentano la coagulabilità
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NEWS
del sangue, oppure acquisite o transitorie: immobilità prolungata, interventi chirurgici, ricoveri ospedalieri, terapie ormonali, gravidanza e parto. Anche patologie respiratorie come BPCO o polmonite, e alcune forme di anemia ereditaria, come l’anemia falciforme, aumentano significativamente il rischio. Purtroppo, i sintomi non sempre si manifestano in modo chiaro: dolore toracico o dorsale, mancanza di respiro, tosse con tracce di sangue, battito irregolare o gonfiore a un arto possono essere segnali d’allarme, ma non sempre vengono riconosciuti. È per questo che la TEP è spesso definita “il killer silenzioso”: in oltre il 60% dei casi fatali non viene diagnosticata in tempo. Dati europei parlano chiaro: su 454 milioni di abitanti, oltre 317.000 morti annue sono attribuibili alla TEP, e in molti casi si tratta di diagnosi mai fatte in vita. In Italia, la Trombosi è la prima causa di morte e grave invalidità negli over 65, superando perfino i tumori, ma può essere prevenuta in almeno un caso su tre. Ecco perché la prevenzione è la vera arma. ALT, da quasi 40 anni, lavora su più fronti – informazione, sensibilizzazione, educazione alla salute – attraverso il sito www.trombosi.org, la rivista SALTO, i social network e il canale video Mi Curo di Te, con contenuti pensati per raggiungere tutti: medici, pazienti, cittadini comuni.
NEWS
Parodontite: una malattia della bocca che colpisce tutto il corpo Spesso sottovalutata, la parodontite è una delle malattie croniche più diffuse al mondo: colpisce il 47% delle persone sopra i 35 anni e ben il 60% degli over 65, ed è oggi considerata la sesta patologia più comune su scala globale. Non si tratta solo di una questione di gengive: questa infiammazione cronica del parodonto – il tessuto che sostiene i denti – può infatti avere conseguenze gravi sull’intero organismo. “La bocca e il corpo sono strettamente connessi, in dialogo continuo: la salute orale non è un elemento isolato ma parte integrante del benessere generale. Malattie come la parodontite non si limitano al cavo orale ma possono contribuire allo sviluppo di patologie sistemiche. Prevenire e trattare tempestivamente le infezioni orali è essenziale per proteggere l’intero organismo”, ha spiegato il professor Roberto Weinstein, Direttore Scientifico di Denti e Salute, Gruppo con 40 centri in tutta Italia che collabora con i principali ospedali e poliambulatori Non è solo teoria. Numerosi studi scientifici dimostrano una connessione diretta tra parodontite e malattie cardiovascolari, diabete, malattie respiratorie, artrite reumatoide, malattia renale cronica e persino complicazioni in gravidanza. I meccanismi sono complessi, ma il filo conduttore è l’infiammazione sistemica: i batteri che proliferano nella bocca in presenza di parodontite possono entrare nel
DAL TERRITORIO
flusso sanguigno, diffondersi e innescare reazioni immunitarie dannose in organi distanti. Ad esempio, la parodontite raddoppia il rischio di infarto e triplica quello di ictus, può aggravare il decorso del diabete e aumentare la possibilità di infezioni respiratorie croniche come la BPCO. Nei pazienti con artrite reumatoide, può peggiorare la sintomatologia, mentre nelle donne in gravidanza è associata a un aumento del rischio di parto pretermine e basso peso alla nascita. Non meno importante è il dato che evidenzia come oltre il 90% delle persone affette da parodontite abbia un rischio maggiore di sviluppare il diabete, dando vita a un pericoloso circolo vizioso tra infiammazione orale e disregolazione glicemica. La prevenzione diventa quindi uno strumento non solo odontoiatrico, ma medico a tutto tondo. Mantenere una corretta igiene orale, effettuare visite regolari dal dentista e intervenire tempestivamente in caso di gengiviti o sanguinamenti può fare la differenza. In occasione della Giornata Mondiale della Salute, tenutasi lo scorso 7 aprile, Denti e Salute ha attivato una campagna informativa e una settimana di checkup nei suoi centri tra Centro e Nord Italia. L’obiettivo? Ricordare che la bocca è una vera e propria sentinella della salute, e che prendersene cura significa proteggere tutto il corpo.
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GUIDA ALLE PROFESSIONI SANITARIE
Violenza contro gli operatori sanitari: l’impegno di OPI Bergamo Tecniche di de-escalation, dati allarmanti e nuove misure legislative al centro dell’evento promosso dall’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Bergamo Offrire agli operatori sanitari strumenti concreti per riconoscere i segnali di potenziale aggressione e prevenire l’escalation della violenza: questo l’obiettivo principale del webinar “Violenza e aggressioni contro il personale sanitario”, promosso dall’Ordine delle Professioni Infermieristiche (OPI) di Bergamo e rivolto ai suoi iscritti. L’evento, che ha riscosso grande partecipazione, ha visto la presenza della psicologa e psicoterapeuta Nicole Adami, che ha illustrato un quadro preoccupante sulla diffusione delle aggressioni in ambito sanitario. «Accanto alle tecniche di autoprotezione e alle strategie per evitare i conflitti con l’utenza – ha sottolineato Adami – è importante che la cittadinanza comprenda che i lavoratori sanitari, per lavorare al meglio, devono sentirsi al sicuro sul posto di lavoro». A commentare l’importanza dell’iniziativa è stato anche il presidente di OPI Bergamo, Gian72 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
luca Solitro, che ha lanciato un messaggio forte: «Le aggressioni al personale sanitario sono inaccettabili: servono misure concrete per proteggere chi ogni giorno si prende cura degli altri». Il volto delle vittime e il profilo degli aggressori Durante il webinar sono stati analizzati i dati forniti dall’Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza degli Esercenti le Professioni Sanitarie, da cui emerge che il fenomeno è ampiamente diffuso su tutto il territorio nazionale. Le vittime più comuni sono donne tra i 30 e i 39 anni e tra i 51 e i 60 anni, prevalentemente infermiere o operatrici sanitarie. Questo dato riflette anche la composizione dell’OPI di Bergamo, dove l’87% degli iscritti è di genere femminile. «Anche solo un’aggressione è un fatto gravissimo e non trascurabile», ha dichiarato Marco Ghidini, segretario di OPI Bergamo. I settori più
colpiti sono l’assistenza ospedaliera e residenziale, con particolare incidenza nei pronto soccorso e nelle strutture di assistenza sociale. Per quanto riguarda gli autori delle aggressioni, si tratta prevalentemente di pazienti con disabilità intellettive o psichiche, spesso in stato di agitazione. Seguono i familiari e i caregiver. Le forme più comuni di violenza sono verbali (minacce, insulti, urla) nel 70% dei casi, fisiche (spinte, pugni, schiaffi) nel 25%, e infine danni a oggetti e strumenti di lavoro nel restante 5%. Prevenzione, formazione e risposte legislative Uno dei focus centrali del webinar è stato l’apprendimento delle strategie di prevenzione e delle tecniche di de-escalation. «È fondamentale che gli operatori imparino a riconoscere i segnali precoci di aggressività – ha spiegato la dott.ssa Adami – come il tono di voce alterato, l’aumento della
tensione muscolare o comportamenti minacciosi, per poter agire prima che la situazione degeneri». Tra le tecniche suggerite: usare un tono di voce calmo, mantenere una distanza fisica di sicurezza, impiegare un linguaggio semplice e chiaro. Fondamentale anche l’ascolto attivo, l’empatia e l’offerta di alternative, strumenti che restituiscono al paziente un senso di controllo e possono abbassare il livello di tensione. Adami ha poi sottolineato la necessità di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’uso corretto dei servizi sanitari, per evitare frustrazioni legate a incomprensioni o attese, e ha auspicato l’adozione di protocolli condivisi tra tutti gli operatori per la gestione degli episodi di violenza. Sul fronte normativo, un importante passo avanti è stato segnato dal Decreto-legge 137/2024, recentemente convertito in legge. Il provvedimento introduce pene da
uno a cinque anni di reclusione e multe fino a 10.000 euro per chi commette atti di violenza contro operatori sanitari, sociosanitari, ausiliari e assistenziali nell’esercizio delle loro funzioni. Inoltre, sono previste sanzioni penali per chi danneggia beni destinati all’assistenza sanitaria, con possibilità di arresto in flagranza. L’impegno dell’Ordine: formazione, ascolto e comunicazione L’OPI di Bergamo ha ribadito la volontà di continuare a investire in formazione e sensibilizzazione, impegnandosi attivamente per tutelare i propri iscritti, sia attraverso corsi specifici, sia con azioni concrete di sostegno. «L’aumento delle aggressioni nei confronti del personale sanitario è un fenomeno inaccettabile e allarmante – ha ribadito il presidente Solitro –. Gli infermieri meritano ambienti di la-
voro sicuri e dignitosi. Non possiamo lasciare soli i colleghi vittime di violenza». Tra le iniziative in corso, l’OPI ha lanciato una campagna di comunicazione sui propri canali social, coinvolgendo direttamente infermieri e professionisti del settore, condividendo esperienze reali e strumenti di difesa. Infine, è in fase di sviluppo un nuovo Servizio Peer to Peer, uno spazio di ascolto tra colleghi per offrire supporto a chi ha subito episodi di violenza. L’obiettivo è quello di favorire il benessere emotivo e rafforzare la resilienza del personale infermieristico. L’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Bergamo conferma così il proprio ruolo centrale nella tutela della sicurezza e della salute mentale dei professionisti, promuovendo una cultura del rispetto, della prevenzione e della solidarietà all’interno del sistema sanitario.
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STRUTTURE
CASAMIA VERDELLO
Casa Mia Verdello: sostenibilità ambientale e un Open Day da non perdere!
La RSA Casa Mia di Verdello (BG), con una capacità ricettiva di 100 posti letto – di cui 70 in camere singole – e un team composto da 72 collaboratori, si distingue per l’attenzione riservata non solo alla qualità dei servizi assistenziali, ma anche alla sostenibilità ambientale. Un’eccellenza nel panorama delle
CASA MIA VERDELLO Via XXV Aprile, 9 Verdello (BG) Tel. 035.871.959 verdello@emeis.com
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residenze sanitarie assistite italiane dove l’innovazione e l’attenzione verso l’ambiente convivono con servizi sanitari e assistenziali all’avanguardia. Un approccio responsabile alla costruzione e alla gestione energetica La RSA Casa Mia Verdello è stata progettata e realizzata nel pieno rispetto dell’ambiente, adottando un approccio integrato alla sostenibilità. La struttura è costruita con materiali ecocompatibili, in particolare il legno, selezionato per le sue elevate prestazioni isolanti e il suo basso impatto ambientale. Questo materiale naturale contribuisce in modo significativo al contenimento delle dispersioni
termiche, migliorando l’efficienza energetica dell’edificio e riducendo il fabbisogno di energia per il riscaldamento e il raffrescamento. Una scelta che si traduce in minori emissioni climalteranti e in un’abitazione più salubre e confortevole. Tra le tecnologie adottate, spicca l’impianto geotermico che sfrutta il calore naturale del sottosuolo per climatizzare gli ambienti in modo sostenibile. Questa soluzione innovativa consente di ridurre drasticamente l’uso di combustibili fossili, abbattendo le emissioni nocive e favorendo una gestione energetica più pulita ed efficiente. Nel 2025, la RSA ha compiuto un ulteriore passo verso la transizione energetica con l’installazione di
Open Day alla RSA Casa Mia Verdello – 24 maggio 2025 La RSA Casa Mia Verdello apre le sue porte in occasione dell’Open Day, previsto per sabato 24 maggio 2025. Un’intera giornata dedicata alla scoperta della struttura, pensata per far conoscere da vicino l’ambiente accogliente, il personale qualificato e le numerose attività proposte agli ospiti. Sarà l’occasione ideale per visitare gli spazi, incontrare il team e approfondire le iniziative che fanno di Casa Mia Verdello un punto di riferimento sul territorio. Un luogo pensato per il benessere degli anziani, dove ogni giorno si costruisce una comunità viva e attenta ai bisogni di ciascuno. La giornata si propone come un momento di incontro aperto a familiari, cittadini e a tutti coloro che desiderano conoscere da vicino la filosofia e l’offerta della struttura. Per maggiori informazioni e per confermare la vostra partecipazione, potete contattare il numero Tel: 035.871959, mail: verdello@emeis.com.
giche e risponde alle esigenze di una comunità sempre più attenta alla sostenibilità. La RSA Casa Mia Verdello si propone così come un esempio concreto di come sia possibile coniugare cura della persona e rispetto per il pianeta, dimostrando che ogni intervento mirato all’efficienza energetica è anche un investimento nel futuro del nostro clima Attività all’aperto e iniziative per il benessere degli ospiti La RSA Casa Mia Verdello promuove inoltre momenti di socializzazione e iniziative ricreative pensate per favorire il benessere psico-fisico dei Residenti. Tra le attività organizzate, spiccano due uscite particolarmente apprezzate:
> visita al campo di tulipani: un’esperienza immersiva nella natura, tra colori e profumi primaverili, che offre agli Ospiti la possibilità di trascorrere una giornata serena all’aria aperta; > uscita al luna park del paese: un’occasione di svago pensata per favorire il divertimento e la socializzazione, all’insegna della leggerezza e della condivisione. Queste attività riflettono l’impegno della struttura nel garantire una qualità di vita che vada oltre l’assistenza sanitaria, valorizzando il tempo libero e le relazioni umane all’interno e all’esterno della comunità.
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un impianto fotovoltaico. Grazie alla produzione di energia elettrica da fonte solare, rinnovabile e a zero emissioni, la struttura si avvicina sempre più all’autonomia energetica e contribuisce attivamente alla decarbonizzazione del settore socio-sanitario. L’utilizzo dell’energia solare permette di ridurre il ricorso alla rete elettrica tradizionale e di limitare in modo sostanziale l’impronta ambientale dell’intera struttura. A coronamento delle iniziative green, è stata installata nel parcheggio una colonnina per la ricarica di veicoli elettrici, promuovendo forme di mobilità a basso impatto ambientale. Questo servizio si inserisce in un contesto di crescente sensibilità verso scelte ecolo-
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STRUTTURE
FISIOFORMA
Fisioforma: movimento consapevole per una longevità sana
Da oltre vent’anni, Fisioforma è un punto di riferimento per chi desidera vivere a lungo, ma soprattutto vivere bene. Fondato da Guerrina Antonella Brizzi nel 2001, Fisioforma nasce come studio di fisioterapia, con l’obiettivo di portare un’attenzione nuova alla cura del corpo, fondata sulla relazione, sull’ascolto e su un approccio globale alla salute. Negli anni, il centro si evolve e si arricchisce, integrando metodologie innovative come il Pilates Therapy e il Gyrotonic®, adattate in chiave terapeutica. La combinazione tra competenze fisioterapiche, tecniche di movimento consapevole e terapia manuale specialistica permette di 76 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
costruire percorsi unici, cuciti su misura della persona. Oggi, al centro del lavoro di Fisioforma c’è il concetto di healthy longevity: la possibilità di mantenere benessere, mobilità e qualità della vita anche con il passare degli anni, attraverso un movimento consapevole, sicuro e personalizzato. Il tempo che passa non è un limite, ma una possibilità Viviamo in un’epoca in cui l’aspettativa di vita si è allungata, ma spesso la qualità degli anni
guadagnati è compromessa da sedentarietà, dolore cronico, rigidità e malattie degenerative. L’invecchiamento attivo, invece, è una scelta che si può coltivare ogni giorno. Fisioforma lavora con persone di tutte le età, ma ha sviluppato nel tempo una particolare attenzione al lavoro con adulti e anziani, accompagnandoli in un percorso di autonomia, forza e consapevolezza corporea. Il concetto di healthy longevity non è un traguardo riservato a pochi, ma un cammino accessibile a chi decide di prendersi cura
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di sé in modo profondo, costante e guidato.
percezione corporea e il benessere emotivo.
Un approccio terapeutico, umano e su misura Ogni persona che entra in Fisioforma viene accolta come un individuo unico, con la propria storia, le proprie esigenze, i propri obiettivi. Il lavoro comincia sempre da una valutazione attenta, che tiene conto della condizione fisica, delle eventuali patologie, dello stile di vita e delle aspettative. Da lì, viene costruito un percorso personalizzato, che può essere individuale o in piccoli gruppi, sempre seguito da fisioterapiste specializzate. L’obiettivo non è solo la risoluzione di un sintomo, ma un miglioramento globale della qualità della vita. Attraverso il movimento consapevole e l’utilizzo di interventi mirati di terapia manuale, Fisioforma aiuta le persone a riappropriarsi del proprio corpo, a sentirlo di nuovo capace, stabile, vivo. Questo approccio è particolarmente efficace nei casi post-operatori, nelle problematiche ortopediche e neurologiche, ma anche come prevenzione attiva dell’invecchiamento e delle sue conseguenze.
Una relazione che cura Al centro di tutto c’è la relazione: quella tra terapeuta e paziente, ma anche quella con il proprio corpo. In Fisioforma si lavora in un ambiente intimo, protetto, non giudicante, dove la persona si sente ascoltata e accolta. È questo uno degli elementi chiave che fanno la differenza: la fiducia, l’empatia e il tempo dedicato all’altro. Non è solo una questione tecnica, ma umana. Crediamo profondamente che il corpo abbia una saggezza innata, che va risvegliata e sostenuta. E che la longevità sana si costruisce attraverso piccoli gesti quotidiani, ripetuti con consapevolezza e accompagnati da chi sa guidare con cura.
Il movimento come strumento di cura Il Pilates Therapy e il Gyrotonic® e le tecniche di terapia manuale fisioterapica, nelle mani di fisioterapiste esperte, diventano strumenti potenti di riequilibrio, rinforzo e armonizzazione. Ogni esercizio viene adattato alla persona, con attenzione alla respirazione, al controllo motorio e alla fluidità. Il lavoro è dolce ma profondo, non invasivo ma efficace, e può essere modulato anche in presenza di fragilità o dolore cronico. In questo senso, il movimento diventa una vera e propria “medicina” preventiva e riabilitativa, capace di migliorare la postura, la mobilità articolare, la tonicità muscolare, ma anche la concentrazione, la
Un centro che guarda oltre Fisioforma è anche uno spazio aperto alla comunità, dove il benessere si intreccia con l’arte, la cultura e l’impegno sociale. In occasione dei suoi vent’anni, lo studio ha promosso un evento speciale in collaborazione con Parkinson&Sport, un’associazione che unisce attività fisica, divulgazione e sostegno alle per-
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sone con Parkinson. All’evento ha partecipato anche l’artista Attilio Stefanoni, con una mostra dedicata. Un’iniziativa che rappresenta bene lo spirito di Fisioforma: unire corpo, mente e comunità. Verso il futuro, con radici salde Dopo più di due decenni di lavoro, Fisioforma continua a crescere con la stessa passione degli inizi. L’esperienza maturata e la continua formazione del team permettono oggi di offrire percorsi sempre più mirati ed efficaci. Il nostro sguardo è rivolto al futuro, ma con radici ben salde: cura, ascolto, movimento consapevole e una visione della salute come processo continuo di equilibrio. Perché invecchiare bene non è fortuna, è un progetto. E ogni giorno, con il giusto supporto, possiamo scegliere di farne parte.
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ACI
SICUREZZA SULLA STRADA
Contro la pericolosità più responsabilità ∞ A CURA DI VALERIO BETTONI*
Tutti, per un motivo o per l’altro, siamo quotidianamente utenti della strada. C’è il popolo dei pedoni, c’è quello dei ciclisti – e sono le due fasce più esposte al pericolo – e c’è il grande movimento del traffico motorizzato. Da prima dell’alba e fino a notte, sulle strade scorre la vita del Paese e sono pochi gli intervalli di allentamento. Secondo quanto accertato dall’International center for social research, Bergamo figura all’ottavo posto in Italia nella graduatoria dei capoluoghi di provincia per le strade più pericolose, anche per lo stato delle stesse. Davanti a Bergamo ci sono Roma, Milano, Genova, Firenze, Torino, Bologna, Napoli. Da altra fonte c’è la notizia che le strade più pericolose durante il 2024 sono risultate l’asse interurbano e le vie Borgo Palazzo e Broseta in città e l’ex-statale 741. Altro dato, purtroppo acquisito: 78 | Bergamo Salute | Maggio/Giugno 2025
soltanto nei primi due mesi del 2025, i bergamaschi che hanno perso la vita sulle strade sono stati 12 (il doppio rispetto al 2024). Prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice (14 dicembre scorso) aveva suscitato una certa impressione il quadro diagnostico sui comportamenti di chi guida. Nella fascia tra i 35 e i 44 anni il 65% ha candidamente ammesso di non rispettare appieno le norme e in testa alle infrazioni, come causa risaputa, c’è la velocità (10.5 milioni spingerebbero sull’acceleratore oltre i limiti), seguita dalle distrazioni con il telefonino e simili, poi dall’assunzione di sostanze stupefacenti e dall’abuso di bevande alcoliche. È ancora troppo presto per stilare bilanci sugli effetti – auspicabilmente positivi – che produrrà il nuovo Codice e questo vale per il MIT (Ministero delle Infrastrutture e Traporti) che vede il bicchiere
mezzo pieno e per il fronte di chi non ha risparmiato riserve nel merito, vedendo quindi il bicchiere mezzo vuoto. Una cosa è certa: moltissimo dipenderà dai controlli, quelli effettuati dalle forze dell’ordine e quelli dell’occhio tecnologico, specialmente nei punti più critici e pericolosi. Ancora più decisivo resta il senso di responsabilità di ognuno quando a diverso titolo si mette in strada. L’ACI di Bergamo, che da anni insiste sulla prevenzione con corsi per gli studenti, in primis quelli delle superiori in vista anche del conseguimento della patente, intende intensificare il suo impegno sul territorio con iniziative di educazione, di informazione e sensibilizzazione che ha allo studio. Libertà e facilità di spostamenti non devono sconfinare nel pericolo. * Presidente ACI di Bergamo
REALTÀ SALUTE
Infiltrazioni di PRP al Centro Don Orione di Bergamo Innovazione e competenza per la cura di tendini e articolazioni Al Centro Don Orione di Bergamo è attivo un nuovo servizio di medicina rigenerativa: le infiltrazioni con PRP (Plasma Ricco di Piastrine), una tecnica innovativa e sicura. Terapia rigenerativa all’avanguardia Il PRP è un concentrato di piastrine ottenuto dal sangue del paziente stesso. Una volta iniettato nell’area interessata, rilascia fattori di crescita che stimolano la riparazione dei tessuti danneggiati, migliorano i sintomi e rallentano la progressione delle patologie.
Un’équipe dedicata Il servizio è gestito da due specialisti altamente qualificati: il dott. Alberto Ponzoni, fisiatra esperto
in riabilitazione articolare e medicina rigenerativa, e il dott. Rudy Sangaletti, ortopedico specializzato in chirurgia del ginocchio e del piede-caviglia. Grazie al loro approccio integrato, il Centro garantisce un percorso terapeutico completo, personalizzato e tecnologicamente avanzato.
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Indicazioni e benefici Il PRP trova applicazione in molte
patologie muscolo-scheletriche: tendinopatie acute e croniche (epicondiliti, epitrocleiti, tendiniti rotulee e achillee), lesioni muscolari e legamentose, degenerazioni della cuffia dei rotatori e artrosi iniziali, in particolare di ginocchio e anca. Un’attenta valutazione clinica e strumentale permette di selezionare correttamente i pazienti e di stabilire il protocollo più adatto. Non tutte le condizioni sono candidabili, ed è proprio la corretta indicazione a fare la differenza.
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REALTÀ SALUTE
Un defibrillatore a casa
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Oggi finalmente, grazie alla tecnologia, alla conoscenza e alla cultura, il Defibrillatore Semiautomatico Esterno (DAE) si affaccia anche al contesto domiciliare. Il DAE è un aiuto concreto quando un nostro caro è colpito da Arresto Cardiaco Improvviso (ACC). «Se consideriamo che circa l’80% degli ACC al di fuori delle strutture sanitarie avviene tra le mura domestiche, ecco che prende significato pensare di dotare la propria casa, condominio o quartiere di uno o più DAE», osserva Federico Pelicioli di Tecno System. La nuova legge n. 116 del 2021 prevede l’utilizzo del DAE in caso di emergenza cardiaca anche da parte di persone che non abbiano seguito un corso specifico (BLSD – Basic Life Support Defibrillation). Inoltre, grazie al servizio di emergenza 112, l’operatore di AREU è sempre in grado di guidare il soccorritore nelle manovre da svolgere e nell’uso corretto del DAE. Formazione e responsabilità nell’uso del defibrillatore L’uso del defibrillatore non comporta responsabilità da parte di chi lo utilizza, dopo che abbia chiamato i soccorsi e abbia seguito il protocollo. Di fatto, dopo aver collegato gli elettrodi al paziente,
la responsabilità passa al defibrillatore. Pur essendo possibile utilizzare il DAE anche senza aver svolto un corso specifico, è alla portata di tutti formarsi con un corso BLSD che insegna a riconoscere i sintomi in una persona colpita da arresto cardiaco, le manovre di rianimazione e l’utilizzo del DAE. Quando agire è alla portata di tutti Il corso BLSD è utile sia per lo scopo specifico di utilizzare un DAE, sia per un proprio bagaglio culturale. «Non è necessario tappezzare un complesso abitativo di defibrillatori. Certamente occorre svolgere una minima valutazione sulla struttura e tenere sempre in considerazione che il defibrillatore possa essere raggiunto, prelevato e applicato alla persona colpita da ACC entro 4/5 minuti. Non mi stancherò mai di sottolineare che, in caso di arresto cardiaco improvviso, il tempo è l’unico nostro nemico in quanto per ogni minuto che passa la possibilità di sopravvivenza si abbassa del 10%. Dal punto pratico la postazione del DAE non necessità di
opere murali o elettriche particolari, è sufficiente una parete su cui applicare una teca, un cartello e all’ interno posizionarvi il defibrillatore. Gli unici costi saranno il cambio degli elettrodi e batteria che in base al modello di DAE hanno periodicità differenti e che non comporta per forza la presenza di un tecnico specializzato – a meno che non voglia far eseguire dei controlli funzionali periodici, ma anche in questo caso è giusto sapere che molti DAE eseguono periodicamente degli autotest comunicando successivamente le anomalie e, in questo caso, l’azienda lo sostituirà gratuitamente» conclude Pelicioli.
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Bergamo Salute anno 15 | n° 84 Maggio | Giugno 2025 Direttore Responsabile Claudio Gualdi Redazione Ivana Galessi redazione@bgsalute.it Grafica e impaginazione Marta Milani, AD Communication Fotografie e illustrazioni Shutterstock, Adriano Merigo Stampa Elcograf S.p.A. Via Zanica, 92- 24126 Bergamo (BG) Casa Editrice Devon Srl Via Libertà, 29 - 24068 Seriate (BG) Tel. 035 0741903- info@devonsrl.com Pubblicità info@bgsalute.it Hanno collaborato Sara Carrara, Ivana Galessi, Caterina Roncalli, Claudio Gualdi
Iscr. Tribunale Bergamo N°26/2010 del 22/10/2010 Iscr. ROC N°25539. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione, anche se parziale, di qualsiasi testo o immagine. L’editore si dichiara disponibile per chi dovesse rivendicare eventuali diritti fotografici non dichiarati. I contenuti presenti su Bergamo Salute hanno scopo divulgativo e non possono in alcun modo sostituirsi a diagnosi mediche. Canali di distribuzione: • Abbonamento. • Spedizione a diverse migliaia di realtà bergamasche, dove è possibile leggerla nelle sale d’attesa (medici e pediatri di base, ospedali e cliniche, studi medici e polispecialistici, odontoiatri, ortopedie e sanitarie, farmacie, ottici, centri di apparecchi acustici, centri estetici e benessere, palestre, parrucchieri etc.) • Distribuzione gratuita presso le strutture aderenti alla formula "Amici di Bergamo Salute".
COMITATO SCIENTIFICO • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • •
Dott. Diego Bonfanti - Oculista Dott.ssa Maria Viviana Bonfanti Medico Veterinario Dott. Rolando Brembilla - Ginecologo Dott.ssa Alba Maria Isabella Campione Medicina Legale e delle Assicurazioni Dott. Andrea Cazzaniga Idrologo Medico e Termale Dott. Sergio Clarizia - Pediatra Dott. Marcello Cottini - Allergologo Pneumologo Dott. Giovanni Danesi - Otorinolaringoiatra Dott. Adolfo Di Nardo - Chirurgo generale Dott. Nicola Gaffuri - Gastroenterologo Dott.ssa Daniela Gianola - Endocrinologa Dott. Antoine Kheir - Cardiologo Dott.ssa Grazia Manfredi - Dermatologa Dott. Massimo Masserini - Psicologo Psicoterapeuta - Sessuologo clinico Dott. Roberto Orlandi Ortopedico Medico dello sport Dott. Paolo Paganelli - Biologo nutrizionista Dott. Antonello Quadri - Oncologo Dott.ssa Veronica Salvi - Ostetrica Dott. Orazio Santonocito - Neurochirurgo Dott.ssa Mara Seiti - Psicologa - Psicoterapeuta Dott. Sergio Stabilini - Odontoiatra Dott. Giovanni Taveggia Medicina Fisica e Riabilitazione Dott. Massimo Tura - Urologo Dott. Paolo Valli - Fisioterapista
COMITATO ETICO • Dott. Davide Petrosillo Presidente dell’Ordine dei Farmacisti di Bergamo • Dott. Gianluca Solitro Presidente OPI Ordine delle Professioni Infermieristiche di Bergamo • Dott. Andrea Poerio e Dott.ssa Diana Prada Referenti territoriali di Bergamo e Provincia OPL Ordine Psicologi Lombardia • Dott. Stefano Scioscia Presidente Ordine dei Medici Veterinari di Bergamo • Ordine dei Tecnici Sanitari di Radiologia e delle Professioni Sanitarie Tecniche, della Riabilitazione e della Prevenzione della Provincia di Bergamo nella persona del Dott. Angelo di Naro • Dott. Simone Ruggeri Presidente Ordine Fisioterapisti (OFI) Bergamo Bergamo Salute è sempre con te: leggila integralmente dal tuo computer, tablet o smartphone www.bgsalute.it
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