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Mario Luzi

MARIO LUZI

Su

“La Parola di Dio” a cura di Paolo Andrea Mettel

Prima di copertina: Pietro Tarasco, “A Mario Luzi – Alla vita”, acquaforte, opera vincitrice Premio Santa Croce 2007.

Quarta di copertina:

Luzi, nella sua inconfondibile e profonda scrittura (La Passione di Cristo, Leggendo il Libro di Giobbe, Vangelo di San Giovanni, Sul discorso paolino e Pensieri leggendo) mette in chiaro la misura ardua e complessa della parola divina, i molteplici risvolti del “discontinuo cristiano”.

Mario Luzi nel suo studiolo di via del Bacio a Pienza, (agosto 2003, foto Paolo A. Mettel).

MEUCCI - COPERTA METTEL

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Metteliana

Su “La Parola di Dio”

Introduzione di Bruno Forte

Metteliana

Come parlare di Dio? È un interrogativo che non cessa di sussistere, con la sua sfida che indubbiamente sottende. Tanto più che Cristo è già Signore della Parola, è già testimoniato dai Vangeli ed è davvero arduo giustificare una parola nuova, modestamente umana, accanto ad una parola, che la tradizione ci connota come sacra. Dovrebbe essere invincibile il pudore che spinge al silenzio e nei casi, all’adorazione o all’indifferenza. È noto l’imbarazzo ed anche lo sgomento di Mario Luzi (1914-2005), quando seppe della singolare commissione da parte di Giovanni Paolo II per un atto creativo sulla Via Crucis del 1999. «Non so se sono all’altezza», fu la sua prima reazione. Poi vinse l’obbedienza alla poesia non meno che all’alto invito e abbiamo avuto il felice risultato che sappiamo e che qui si ripropone. Credo proprio che l’annodo tra l’assolutezza della “Parola di Dio” e la consapevole approssimazione di ogni altro detto, sia un po’ la chiave di questi scritti luziani: ciò è evidente nell’invenzione poetica delle fragili parole umane del Christus patiens, ma anche nelle note saggistiche che Luzi in vario tempo ha scritto sul Libro di Giobbe, il Vangelo di San Giovanni, le Lettere di San Paolo, l’Apocalisse, testi già apparsi in preziose edizioni e ora qui per la prima volta riuniti, in una silloge che costituisce il compendio del pensiero religioso del grande poeta.


A Mario Luzi per onorare e ricordare il suo pensiero


“Cristo�, Venturino Venturi, olio su tela, (collezione privata).


MARIO LUZI

SU “LA PAROLA DI DIO” a cura di

Paolo Andrea Mettel Introduzione di

Bruno Forte Postfazione di

Carlo Carena

METTELIANA


TUTTI I DIRITTI RISERVATI È vietata la traduzione, la memorizzazione elettronica, la riproduzione totale o parziale, con qualsiasi mezzo, compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico. L’illecito sarà penalmente perseguibile a norma dell’art. 171 della Legge n. 633 del 22/04/1941 © 2010 Paolo Andrea Mettel


«... LA FEDE SALE AL CIELO, DA SOLA, CON LE SUE ALI...»

«…la nostra esperienza è limitata. Tutto è sotto specie umana, compreso il divino; anche il divino entra nella nostra intelligenza sotto la specie umana» (Mario Luzi, Nel giusto della vita, a cura di Davide De Nigris, RTSI, Lugano 2006). È proprio quel divino entrato nella specie umana, la sollecitante ispirazione, che mi ha convinto a raccogliere i meditati commenti alla Parola di Dio, scritti da Mario Luzi, al quale densità d’amicizia, fattasi personalmente diuturna, sottolinea, come per pochi, una commossa vicinanza di intelligenza e di cuore. Nino Petreni, da sempre segretario del Centro Studi Mario Luzi “La Barca” di Pienza e, ancor prima, allievo prediletto di Luzi e suo fedelissimo braccio destro fino all’ultimo giorno, mi persuase della bellezza e del fascino della nuova impresa: soprattutto mi suggerì di chiedere l’introduzione a Bruno Forte. Una quantità di pagine, raccolte in questo volume, un fervido sgomitolarsi di scrittura, quasi un inesausto correre di penna; pagine tutte addossate alla Parola di Dio che sono il frutto di una genuina fede cristiana divenuta, per divina grazia, in Mario Luzi, autentica persuasione, trasmessa dalla madre e maturata dal carismatico profetismo dell’amico Don Fernaldo Flori. 5


Paolo Andrea Mettel

Sicuro frutto di così sorprendente commento, è stato, il passare e ripassare, meditativamente, sotto gli occhi e nella mente di Luzi, quasi per ogni versetto, nel fargli prefazione Giobbe, la non poca parte del Nuovo Testamento, da san Giovanni a san Paolo e all’Apocalisse. Certo, analisi accurate, decifrazione quasi esegetica della Parola travasano convinzione ed emozione nei possibili lettori. Ma è la sublime virtù teologale della fede in Luzi, che gli fa esclamare: «…Arnolfo, non elevare / tanto in alto / le tue navate, / la fede sale al cielo / da sola, con le sue ali» (Preludio battesimale, da Opus Florentinum, in Autoritratto, Metteliana – Stamperia Valdonega, 2006). Ali della fede, a far steso volo, se, dice Luzi, nelle sue trame si intesse la poesia che è «rapporto fra il durevole e l’eterno». / «…O che officina / è questa delle anime. Lo fu per molti secoli. / Che resti aperta e operosa per i prossimi. / Chi si introduce nel mio ventre / esce / lavorato dal sapere cristiano e dalla preghiera / di molte e molte generazioni …» (Fiore della Fede, da Opus Florentinum, in Autoritratto). Questo libro accoglie, fra mezzo, la ben nota Via Crucis al Colosseo, della quale «l’immaginazione già in moto mi prefigurò un testo poetico di cui Gesù fosse l’unico agonista […] la sua angoscia e i suoi pensieri dibattuti tra il divino e l’umano, la sua afflizione e la sua soprannaturale certezza» (Premessa, pag. 29). Afflizione umana, dilagata nella possibile infelice esperienza di una vita terrena, divenuta tentazione, che suggeriva a Mario Luzi: «Angeli non portate il sole / stamani, le illusioni / dormono nelle vostre mani…» (Le fanciulle, in Poesie ritrovate, Garzanti, 2003). E ancora: «Il dolore, …docile purgatorio… Dio, piange eterno, la dissimile beltà del mondo…» (Passato e presente, ibid.). Soprannaturale certezza di Gesù nella sua passione, consolante e 6


Paolo Andrea Mettel

rassicurante offerta a noi, creature umane, bene commentata dal Nostro: «Se un poeta toccato dalla Grazia / va tra le simili creature / fluido di canti / perché le irrefrenabili rotazioni / approdino nella luce di due lacrime / congenite col caldo firmamento…» (Alla Poesia, ibid.) e «Se l’eternità scende nel cuore umano / e l’annuncio arcano / d’una aerea grandezza a chi ha amato, / la vita senza avarizia / egli vede sé solo…e in tutto l’antico uomo che vanga / la vera causa di se stesso…» (Canzone del tramonto, ibid.). Per farci memoria, se necessario che c’è giustizia, non felicità nella nostra storia.

Paolo Andrea Mettel

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INTRODUZIONE di Bruno Forte

Mario Luzi scrisse l’introduzione a tre testi del Nuovo Testamento, il Vangelo secondo Giovanni, le Lettere di San Paolo e l’Apocalisse 1, e a uno del Primo Testamento, il Libro di Giobbe 2. Egli “sentì” fortemente questi suoi scritti, raccolti ora in forma accurata ed elegante a testimonianza dell’ispirazione della fede biblica che alimentò la sua vita e il suo “pathos”. Se mi accingo a parlarne, lo faccio in forza della medesima passione per le Sacre Scritture, oltre che motivato dell’amicizia, di cui Mario Luzi volle farmi generosissimo dono. 1. Giobbe: la domanda e l’attesa di un Dio diverso. Per Luzi la posta in gioco nel Libro di Giobbe è la più alta, l’unica veramente decisiva: «Giobbe: il tutto e il nulla dell’uomo, la sua insignificanza e la sua dignità. L’idea di Dio che in lui si forma e si trasforma: della quale costante è solo la necessità. È l’amore tempestoso e struggente che supera ogni mutamento di condizione»3. È la grande do1

In Il Nuovo Testamento. Nuovamente tradotto, Stamperia Valdonega, Albizzano (Verona) 2002, 20062, rispettivamente pp. 193203 (Introduzione); 323-330 (col titolo Sul discorso paolino); 515523(col titolo Pensieri leggendo). 2 Il Libro di Giobbe, Introduzione di Mario Luzi, traduzione italiana di Gianfranco Ravasi, Tallone Editore, Alpignano (Torino) 1996. 3 Ibidem, 21.

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Bruno Forte

manda sul dolore, sul suo senso e la possibile dignità dell’umano che può in esso mostrarsi: perciò è anche e inseparabilmente la domanda su Dio. Si Deus justus, unde malum? A Giobbe non piace l’inconciliabilità dei due termini, come non piace a Luzi: il ragionamento di Voltaire – un Dio che tollera il male, o non può evitarlo, e quindi è impotente, o non vuole, e dunque è malvagio – è troppo corto e troppo breve. Non tocca l’abisso del mistero che avvolge tutto ciò che esiste, e risolve ogni cosa in un’evidenza tanto rapida, quanto insoddisfacente. Eliminare Dio vuol dire anche negare l’ultima consistenza alla nostra vita, il suo approdo più alto, la sua sete di eternità. Con Dio o senza Dio cambia tutto. Sul crinale dell’affermazione o della negazione di Lui sta la lotta fra la voracità del nulla e la speranza del tutto, fra la nullità e il significato dell’esserci. Perciò l’idea di Dio nella mente e nel cuore dell’appassionato cercatore del Suo Volto, nascosto com’esso è sotto le piaghe del male del mondo, incessantemente «si forma e si trasforma»: e perciò di questa idea è costante solo la necessità. Di essa è eco «l’amore tempestoso e struggente che supera ogni mutamento di condizione»: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» (Gb 2,10). È questo che gli stucchevoli consolatori di Giobbe non hanno compreso: egli non cerca risposte a buon mercato, asserti consolatori o terribili. Egli “vuole” l’Amato, lo vuole con tutta la passione della Sua anima, e proprio così vuole potergli dire la sua protesta, protestare il suo amore ferito, fedele nonostante tutto, contro tutto. «Il binomio Dio-onnipotenza non avvince davvero Giobbe. A lui, al suo desiderio si addice un Dio fraterno, che non opponga il silenzio e l’indifferenza al grido dell’infelice, ma il fiant aures tuae intendentes in vocem deprecationis meae. Forse un Dio che 10


Introduzione

condivida la sofferenza delle sue creature, un Dio che prefiguri il Cristo»4. In questa luce si comprende l’ardita verità trasmessa dal libro di Giobbe: di fronte al dolore «il primo dramma è del Signore». Inevitabile è il rischio per chi per amore ha creato e per amore rispetta la libertà della Sua creatura: creazione è umiltà, autolimitazione dell’Eterno perché l’essere creato esista e consista, padrone della sua libertà. La grandezza di Giobbe non sta, allora, nelle spiegazioni che potrebbe essere capace di addurre analogamente a quanto fanno i suoi amici-nemici, ma nell’abbandono incondizionato all’Amato, della cui fedeltà non riuscirà mai a dubitare: «La devozione, la fedeltà – questo è in essenza Giobbe»5. Sfidato dalle due forze cosmiche, certo asimmetriche, ma fra cui si tende l’arco di fiamma della sua libertà, «Giobbe è all’altezza di questo grande combattimento avendo dalla sua la fermezza della fede e la pazienza… Lui regge la prova e tace»6. La logica della remunerazione non serve all’enormità del fatto. Occorrerà una logica altra, inquietante: quella di un Dio che faccia suo il nostro dolore, di un Deus patiens, Dio dell’avvento fra noi per bere il calice della nostra sofferenza e farne bevanda di vita, il Deus adveniens. È il Dio più grande del nostro cuore, e proprio perciò capace di farsi minimo, mistero santo che ci supera e ci avvolge, quale si offre nell’estremo abbandono del Figlio in agonia. «Non è la conoscenza che illumina il mistero, ma il mistero che illumina la conoscenza» (Pavel Evdokimov). Mario Luzi lo sa: «La luce – confessa – mi ha occupato molto di più negli ultimi anni rispetto ai miei inizi dove la 4

Ibidem. Ibidem, 12. 6 Ibidem, 13. 5

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Bruno Forte

luce dà sostanza ai colori. Poi mi sono reso conto che la luce è un mondo a sé, autonomo, che crea l’altro. C’è una specie di radiosità o fulgore avvertito come tale e avvertito come mistero»7. La chiusa infuocata del Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994) ne è eloquente conferma: Tutto senza ombra flagra. È essenza, avvento, apparenza, tutto trasparentissima sostanza. È forse il paradiso questo? oppure, luminosa insidia, un nostro oscuro, ab origine, mai vinto sorriso? 8

Il dubbio che si insidia nel cuore è ben comprensibile in chi, come Luzi, ha assistito alle avventure disperate dell’ubriacatura di luce, propria delle presunzioni dell’ideologia moderna. Egli sa che la conseguenza di una troppo forte equazione fra la verità e la luce raggiunta dallo sguardo della mente è la violenza: se la verità è idea, se è visione, allora la verità costringe, perché è inseparabile dal possesso della cosa vista, dalla necessità di abbracciare ogni cosa col dominio dello sguardo. La visione della verità fonda la presunzione di una raggiungibile piena corrispondenza dell’oggetto e della mente nell’atto onnicomprensivo dell’idea: perciò può essere «luminosa insidia». Questa concezione è stata di fatto l’ispiratrice della storia dell’Occidente, la molla della sua forza, il segreto della sua violenza, l’espressione della sua anima 7

M. Luzi, La porta del cielo. Conversazioni sul cristianesimo, a cura di S. Verdino, Piemme, Casale Monferrato 1997, 33. 8 Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, Garzanti, Milano 1994, 212s.

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Introduzione

assetata di dominio. Anche per questo Luzi si sente in sintonia con Giobbe: e il Giobbe di Luzi ci appare di una singolare modernità, in sintonia con noi, compagno dei nostri interrogativi, del nostro essere segnati dalla fragilità post-ideologica, ammaliati dalla cosiddetta “ontologia del declino”, sfidati dal silenzio e dall’indistruttibile nostalgia del Totalmente Altro. Il biasimo di Giobbe verso i suoi consolatori stucchevoli è dunque quello di Luzi, ed è il nostro. Lo si avverte ad esempio in questi versi di Luzi, tratti da Su fondamenti invisibili (19601970), dove il richiamo alla crisi della ragione violenta è esplicito: I morti male, coloro che cadono quando non ci sono più lacrime se non i lucciconi del piccolo, dopo Hiroshima, dopo Mauthausen... Ah vorrei almeno intravederlo il dio accecante che avanza da crimine a crimine, e penetra l’umano di una chiarità d’empireo. Lui che prende luce dalle sue vittime e cresce, canto fermo da cicala a cicala dell’estate, nella maturità dei tempi, nella pienezza della storia, dicono 9.

Altro è il Dio di Giobbe, il Dio di Luzi: quello a cui si approssima, con discrezione e modestia, con nostalgia e intelligenza d’amore, nelle introduzioni ai testi del Testamento Nuovo…

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Il pensiero fluttuante della felicità, 3, in M. Luzi, Tutte le poesie, Milano 19912, 372.

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Bruno Forte

2. Giovanni: il “Dio differente”. Non c’è forse luogo più appropriato dove cercare questo Dio “differente” che il Vangelo secondo Giovanni: «È sempre stato considerato una meraviglia, una vetta del pensiero cristiano. Una intuizione visionaria abbagliante unisce subito il soprannaturale alla storia umana e diviene l’oggetto stesso del libro: impegna immediatamente l’ampiezza e l’altezza del pensiero trascendente. Si annuncia un Vangelo diverso, eppure umilmente fedele alla cronaca che anche gli altri avevano raccontato»10. Mario Luzi ne è convinto: «Il confliggere e il comporsi del quotidiano e dell’intemporale non sono mai stati sensibili ed evidenti come qui»11. La radicalità dell’antitesi fra il Verbo e la carne e l’assolutezza della sintesi compiutasi nell’incarnazione del Figlio stanno insieme nel paradosso giovanneo, lo costituiscono: «Gesù stesso sembra investito dalle rivelazioni che le sue parole contengono, trascinato dalla grandezza e dall’umiltà che in lui coincidono, e vuole che gli altri capiscano e accettino subito, ma gli altri sono soggiogati piuttosto dai “segni”, specialmente quelli meravigliosi, più ancora da quelli vantaggiosi e di lettura immediata come le guarigioni, le resuscitazioni, le sfamature collettive. Resta questo grande iato tra la grevità degli argomenti umani, sia pure benevoli, e gli eventi dello spirito, illuminazioni della conoscenza ideale che solo la libertà può ricevere: libertà dal peccato, s’intende»12. Non un Dio lontano, altro, straniero: ma il Dio con noi, fra noi, uomo come noi, eppure Dio, Verbo eterno, Figlio amato, che dà dignità alla carne e la redime dalle colpe con cui gli uomi10

Vangelo di san Giovanni. Introduzione, in Il Nuovo Testamento, o.c., 193. 11 Ibidem, 194. 12 Ibidem, 197.

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Introduzione

ni l’hanno segnata, precisamente assumendola fino all’abisso della morte di Croce. Proprio così il quarto Vangelo è profezia in atto di realizzarsi: non più solo attesa e desiderio, invocazione e promessa, ma compimento e nuovo inizio. Non più solo la domanda di Giobbe e il suo avvicinarsi alla soglia di un’altra, definitiva rivelazione, ma questa rivelazione: «Quello che ascoltiamo nel Vangelo giovanneo è un parlare profetico. Non solo perché riprende e continua la tradizione dei grandi profeti vetero-testamentari ma perché lo “spirito” soffia con la medesima urgenza, inclina la parola con la medesima forza di ammonizione. Quello che era preannunzio qui è annunzio: la lode lascia il posto al proclama»13. Colui che qui parla ha «parole di vita eterna», parole che sono Spirito e vita: e il pane che dona in cibo è la sua carne per la vita del mondo. Lo sfondo è l’attesa di Giobbe e dell’intero Israele: la realtà è al di là di ogni attesa. «La profezia di Cristo è intimatrice in nome suo, pone al centro della recriminazione e della proposta lui stesso, parla in prima persona. Giovanni è un testimone ma anche un “complice”»14. Il dono supremo di Dio è qui, in tutta la sua assoluta novità, pur essendo compimento di promessa antica: e a noi non resta che la decisione, la scelta. Il faut choisir: improponibile è il rimando, colpevole quanto il rifiuto. All’amore sola risposta adeguata è l’amore, per quanto asimmetrico rispetto all’infinitezza del dono. Se Giobbe sfocia in una domanda, disperata e altissima, confidente e provocatoria, Giovanni pone al centro il dono, compimento della promessa, eppure promessa dell’ultimo, definitivo compimento. Fra il già e il non anco13 14

Ibidem, 198. Ibidem, 200.

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Bruno Forte

ra sta lo spazio della fede: «Il perno del Vangelo giovanneo rimane assolutamente cristico: tutto sta nel riconoscere pienamente l’autorità divina del Figlio inviato dal Padre, esserne certi. L’offesa, il peccato del mondo sono nel non riconoscerlo. Il Padre ha fatto all’umanità questo dono estremo per la sua salvezza. Rifiutarlo, quello è il peccato»15. Proprio così «la testimonianza dell’Evangelista imprime per sempre al discorso cristiano quel fremito da battito d’ali fra il puntualmente terrestre e gli ultraluoghi raggiungibili soltanto con la grazia»16. È il fremito che avverte chi si apre all’avvento divino: il Verbo ha visitato il tempo. Improvvisa, la Sua venuta è come un accadere della «storia della storia», un sovrano addensarsi di vita, come dicono questi versi del Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, eco dei pensieri più profondi del Poeta: Lui non fu mai rigidamente lui ma un ceppo brulicante di ogni vita immaginata vissuta futura passata...

Su tutto domina, però, la Croce, dove le lontananze si incontrano e Dio si dice e si tace nel silenzio più che eloquente della suprema consegna del Figlio: Inchiodami alla croce della mia identità così come fu fatto per te e per la tua da cui prende dolore 15 16

Ibidem, 203. Ivi.

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Introduzione

e senso ogni crocifissione ciascuno ai bracci della sua persona 17.

La Parola abita ormai fra noi, crocefissa sotto le molte parole della storia. Con la guida luminosa di Giovanni va cercata, riconosciuta, amata, pur nell’oscurità delle tenebre che le hanno opposto resistenza: «La parola di Dio arriva spesso in un frastuono che ci ha già stordito e deviato dalla giusta attenzione. Molte parole sono usate per nascondere e mentire il vero senso della parola, e sono avare e taciturne rispetto alle cose reali. La parola di Dio è un’oasi di verità primaria che va riconquistata attraverso questo deserto popolatissimo di chiacchiera»18. È così che Luzi si fa discepolo di Giovanni: e noi con lui, come lui bisognosi della luce che illumina ogni uomo e che giunge dall’alto. La Parola, uscita dagli altissimi silenzi divini, ha messo le sue tende fra noi… 3. Paolo: la novità di vita. Vivere di questa Parola, credere nel Logos della Croce e farne ragione di tutta l’esistenza, lasciandosi far prigionieri dal Vivente, nato da donna, nato sotto la Legge, per renderci figli di Dio e liberi in Lui: è questa la sfida di Paolo, lanciata con la parola e pagata con la vita. «L’incomparabile miscela di umiltà soggettiva e di autorità sovrapersonale che regola la voce di Paolo […] fa sì che la figura individuale dell’apostolo sia quasi divorata dalla sua stessa luminosa e infocata radiazione profetica, non per questo perdendo i connotati della sua personalità»19. Totalmente dipendente da Cristo, suo servo innamorato e fedele, Paolo «mentre 17

Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, o.c., 18s. La porta del cielo, o.c., 65. 19 Sul discorso paolino, in Il Nuovo Testamento, o.c., 323. 18

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Bruno Forte

parla per istruire gli adepti delle comunità si illumina egli stesso di nuovo sapere, è abbagliato e scosso dalla forza di ciò che sul momento gli si presenta come nuovo argomento di rivelazione. Non cessa dunque di essere in atto profeta neppure quando amministra o governa: e si deve a questa esuberanza di profezia se egli può assumere vertiginosamente sopra di sé l’autorità esclusiva di dettare e di interpretare il vero Vangelo. “Il mio Evangelo”, proclama infatti, pervaso fino all’ultimo della luce della folgorazione damascena e delle visioni celesti che la seguirono: e nella sicurezza di essere stato ab aeterno scelto e riservato a questo»20. In questo porsi senza riserve al servizio del Signore e della buona novella di Lui, Paolo schiude ai suoi destinatari i sentieri della vita: e lo fa, appunto, mescolando autorità e tenerezza, come un maestro che insegna e un padre che educa alla verità dell’esistenza, vissuta in prima persona. Perciò, afferma Luzi, non si può non essere «colpiti dalla forza estrema della richiesta paolina, quasi come da un abuso e da un soverchiamento sul limite e sulla mediocrità umana, e nello stesso tempo dalla sovrabbondanza d’amore e di divina gratitudine dell’apostolo: la quale si riversa sulle angustie e colma le insufficienze prevedibili dell’uditorio. Di queste componenti è fatta la persuasione, e la persuasione è incalzata dalla premura appassionata di scongiurare l’errore, e infine dall’ordine più o meno dolcemente ultimativo: “Questo dico e ve ne scongiuro nel Signore” (Galati)»21. La vita nuova offerta in Cristo Gesù è per Paolo la sovversione di tutto quanto la logica umana o l’attesa del cuore potessero prevedere o supporre: come è “differente” il Dio dell’Evangelo, così è “diffe20 21

Ibidem, 324. Ibidem, 325.

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Introduzione

rente” la vita che ne consegue per chi accolga il dono. Paolo è «il primo a far sentire la fede come sublime non-senso. La parola “follia” ricorre più di una volta: e ricorre come rivendicazione di diversità e di privilegio. “Dicono che siamo pazzi: sì, siamo pazzi di Dio”. Si instaura una logica “altra” che non ha e non vuole avere nulla a che fare con quella dell’uomo antico. Paolo esaspera ed enfatizza questa differenza per aumentare lo scandalo della rottura, per mettere in chiaro una volta per sempre la natura sconvolgente della fede»22. Vivere di Cristo, con Lui e per Lui, è la novità di vita che Paolo vive ed annuncia: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). La forza del messaggio paolino, dunque, «sta nell’assunzione totale ed esclusiva del Cristo Gesù come termine di ogni verità e di ogni giudizio. Si tratta anzi di una vera immedesimazione con la sua persona e di una piena integrazione nel suo corpo avvenute (e predicate) mediante il battesimo nella morte di Gesù. In quel momento Gesù è divenuto tutti gli uomini: e tutti i credenti evangelizzati vivono in lui e secondo lui in unità mistica. Paolo fa vibrare al massimo diapason questa certezza ponendola, potremmo dire, come basamento della fede. Essa risolve ogni complicazione, semplifica e sintetizza qualsiasi argomento riconducendolo all’essenziale, che è la salvezza»23. C’è in Paolo un’assoluta “concentrazione cristologica” che si trasmette dal “kérygma” all’intera vita del cristiano, esistenza “differente” perché requisita dalla novità del Signore Risorto. «Lo scandalo degli scandali, e cioè lo choc che viene come supremo dopo la catena degli altri a 22 23

Ibidem, 327. Ivi.

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Bruno Forte

cui la “mente” dei Gentili viene sottoposta […] non è tanto la nascita e l’incarnazione quanto la morte e dalla morte la resurrezione che decide insieme la grandezza del dono fatto all’umanità e il processo della salute. Senza la morte la parola del Cristo non avrebbe avuto valore, e se non ci fosse la resurrezione saremmo stati giocati […] La resurrezione dunque sfolgora come il punto centrale della visione salvifica e del pensiero cristico dell’apostolo Paolo»24. La valenza esistenziale di un tale messaggio è sottolineata da Luzi con una significativa testimonianza personale: «Se penso la mia prima e poi la successiva sempre imperfetta approssimazione cristiana, non incontro tanto presto né tanto spesso san Paolo. La lettura attenta dei Corinti e dei Romani e delle altre testimonianze paoline è stata piuttosto un acquisto dell’età matura e di un certo passaggio della vicenda personale e storica, quando tutto pareva rimesso in causa. Allora questa enorme figura che emerge dal caos dell’errore e della inquieta aspettativa degli uomini per dare un senso alla speranza si propose in tutta la sua imponenza»25. Negli scenari del cuore, come negli scenari del tempo, Paolo e il “suo” Vangelo si impongono nella loro decisiva importanza, nella bruciante attualità con cui ci raggiungono: «Il senso dell’“agonia” in cui si sviluppano l’azione e la parola paoline si ripresentò quasi a nudo in quel crollo di valori e istituti esteriori e interiori, in quel discrimine malcerto tra sopravvivenze inservibili e perfino nefaste e novità ancora indecifrabili in mezzo ai quali ha brancolato a lungo – e più nevroticamente nei nostri decenni – il nostro secolo, e continua a farlo nei nostri giorni per quanto sembri placato dalla sua stessa stanchezza»26. Il 24

Ibidem, 328. Ibidem, 328s. 26 Ibidem, 329. 25

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Introduzione

Paolo di Mario Luzi è vivo, palpitante più dello stesso nostro cuore inquieto, di fronte ai trapassi epocali cui ci ha condotti il tramonto dei “grandi racconti” delle ideologie e l’insorgere delle brume del cosiddetto “postmoderno”. «Su questo sfondo la figura di Paolo, misuratasi con gli eventi e con le genti di un tempo procelloso e decisivo per la storia umana, sembra ripresentarsi vigorosa, come portata dal proprio elemento. La sua parola di fede sfida ancora le inerzie e le ignavie per cui l’uomo si adegua e si rassegna all’errore e all’iniquità»27. Abbiamo più che mai bisogno della novità di vita, che il Cristo annunciato da Paolo è capace di donarci… 4. L’Apocalisse: l’orizzonte e il destino. Toccato dall’incontro col Dio “differente”, il cristiano vive sapendo che le onde del mare del tempo non vanno a tuffarsi nel nulla, ma a riposare sulle sponde dell’eternità. È la certezza che dà al cuore credente la scena grandiosa dell’Apocalisse: l’Agnello sgozzato in piedi, il Cristo cioè morto e risorto, è insieme la chiave della storia e la meta promessa, l’Innocente caricato delle nostre colpe per espiarle e sanarci, e il fulgido centro della Città celeste verso cui siamo incamminati come al nostro vero approdo di pace. È su questi registri che si muovono i Pensieri leggendo, scritti da Mario Luzi a modo di personalissima introduzione all’Apocalisse, l’ultimo – e per alcuni il più difficile – libro della Bibbia. Il tono personale appare già dall’iniziale ammissione, che evoca il giudizio di San Girolamo su questo libro, dove ogni parola è sconcerto, perché mistero che apre sull’abisso («Tot habet sacramenta quot verba»: Epistula ad Paulinum, L, 6): «Se aprire uno scritto sul grande tema con una confessione privata non è profanarlo, 27

Ibidem, 330.

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Bruno Forte

comincerò con l’ammettere che mi trovo in uno strano disagio nell’affrontare il testo che abbiamo di fronte […]. Il disagio è in me, intimamente e mi avvilisce come avvilisce un credente ogni “manco di fede”. C’è, sì, una sospensione di credulità e, ai luoghi supremi, un coinvolgimento di fantasia, ma riesco solo a tratti, sporadicamente, a liberarmi da un senso occulto di non inerenza e di differenza, come accade di fronte alle opere “di maniera”, una maniera, in questo caso, accesa e fulgida ma obbediente ai suoi canoni»28. Eppure, questo dire è «anche la confessione che quelle parole venute da molto lontano si perdono anche lontano, molto lontano dopo aver lasciato una ricca serie di strani bagliori»29: un assaggio di lontananze infinite, un sapore di eternità, uno sguardo che viene da altrove per illuminare abbagliando l’altrove… Proprio così, l’Apocalisse parla: «La prospettiva temporale applicata all’Apocalisse non regge, slitta, sfugge da ogni parte. Non è omogenea con il singolare tenore di quel profetare la misura coerente del tempo umano – e altro non ne conosciamo. Tuttavia se c’è un accentrarsi e precipitare delle epoche nella vita di Cristo come in un baricentro cosmico, a me pare si raggiunga un incremento di pathos se la nostra mente si sente presa come in un duro fermaglio tra la prima e la definitiva parusìa del Cristo. Tutto è detto e fatto in attesa di questa, in questo intervallo»30. E la forza di questa concentrazione sul “già” e il “non ancora” di Cristo mostra tutta la sua pregnanza se accostata al nostro vero bisogno, che non è quello di una salvezza dalla storia, “fuga” o “contemptus mundi”, ma – e ben più in profondo – quello di una salvezza della 28

Pensieri leggendo, in Il Nuovo Testamento, o.c., 515. Ibidem, 516. 30 Ibidem, 517. 29

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Introduzione

storia, di una redenzione della nostra contingenza, di un amore assoluto che salvi il nostro povero esistere: «Solo se riusciamo a tenere stretto questo nesso tra il pericolo imminente e le offerte di scampo, il testo dell’Apocalisse può avere presa su di noi. Esso non è commemorativo, non è incitativo, ma trasfigura una situazione permanente della Chiesa, o meglio dei devoti a Cristo, dell’uomo mortale»31. E se la situazione è quella del nostro tempo, allora l’Apocalisse dischiude il suo scrigno e rivela il suo tesoro proprio per noi. Ed è così: «L’apocalisse che abbiamo vissuto nel secolo scorso, nelle sue varie fasi, non ci dice gran che in quanto a svelamento ed è anche troppo banale come prefigurazione del futuro. Abbiamo visto soprattutto la distruzione dell’uomo come creatura; la sua cancellazione come entità distinta, la sua nullificazione come individuo in sé compiuto, e dunque la sua riduzione a numero, la sua svalutazione totale come essere vivente. Abbiamo visto questo prima nel processo aggregativo del capitalismo trionfante, sotto l’aspetto di massificazione; l’abbiamo visto sotto l’aspetto di genocidio nazista, nell’universo concentrazionario sovietico; nell’immane scempio perpetrato dai Khmer Rossi. Ogni volta la grevità assoluta e irreparabile dell’accaduto schiacciava il nostro pensiero e non lasciava margine per alcun simbolo e per la sua interpretazione»32. Che cosa dunque dice l’Apocalisse a questo nostro bisogno di luce per giudicare, di senso per comprendere, di grazia per perdonare e amare? Molti elementi di risposta offrono la selva dei simboli, dei suoni, dei colori, dei numeri, e il susseguirsi delle scene drammatiche e agoniche. «Ma un punto in cui tutte convengo31 32

Ibidem, 519. Ibidem, 520.

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Bruno Forte

no c’è: è la contrapposizione tra i tempi catastrofici della storia umana e lo splendore dell’eternità in cui matura la vittoria di Cristo, il Regno, la salvazione. La rassicurante certezza si esprime fulgidamente in una puntuale cerimonia iconica destinata a sostenere l’animo […]. Il Cristo sarà salvatore ma anche giustiziere»33. E proprio questo è motivo di consolante certezza, di vivissima speranza: il Giudice farà sì che la verità trionfi; il Salvatore effonderà i fiumi di misericordia; la redenzione del tempo storico non è favola o mito, ma impossibile possibilità, possibile a Dio, impossibile all’uomo solo, possibile alla loro alleanza d’amore. L’orizzonte è di luce, il destino di speranza. È la convinzione di Luzi, credente nonostante tutto, perfino nonostante se stesso, oltre le paure del tempo e la fragilità della vita. Molti suoi versi lo dicono: fra tanti, questi scritti nel cuore del “secolo breve”, il suo Novecento, terribile e titanico: Amici ci aspetta una barca e dondola nella luce ove il cielo si inarca e tocca il mare, volano creature pazze ed amare il viso d’Iddio caldo di speranza in alto in basso cercando affetto in ogni occulta distanza e piangono: noi siamo in terra ma ci potremo un giorno librare esilmente piegare sul seno divino come rose dai muri nelle strade odorose sul bimbo che le chiede senza voce 34.

33 34

Ibidem, 523. Alla vita (1935), in Tutte le poesie, o.c., 31.

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Introduzione

Qui l’Apocalisse giovannea è presente nello sguardo “apocalittico” di Luzi, uomo del suo tempo, eppure tenacemente fedele alla promessa del Cristo, nonostante tutto, oltre le paure della storia e le fragilità della vita. Anche così, il suo indugiante pensare sui testi sacri ci rivela di lui una sorgente nascosta, segreta come lo è ogni vero legame d’amore, eppure luminosa, tale da ispirare e sostenere il suo viaggio “terrestre e celeste”, fra le grandezze e le miserie del tempo verso i pascoli della vita che non finirà.

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PASSIONE DI CRISTO Via Crucis al Colosseo Testo poetico di Mario Luzi


PREMESSA

Quando mi fu proposto di scrivere un testo per le meditazioni della Via Crucis ebbi, superata la sorpresa, un contraccolpo di vero e proprio sgomento. Ero invitato ad una prova ardua su un tema sublime. La Passione di Cristo – ce ne può essere uno più elevato? Non era solo un dubbio di insufficienza e di inadeguatezza, era anche di più il timore che la mia disposizione interiore non fosse così limpida e sincera quanto il soggetto richiedeva. Non mi sentii di rispondere all’istante, né d’altra parte mi era richiesta tale prontezza. Decidemmo con i miei interlocutori dunque di prendere tempo, ma sul punto di separarci mentre fra me e me pensavo che avrei in definitiva declinato la pure esaltante richiesta, l’immaginazione già in moto mi prefigurò un testo poematico di cui Gesù fosse l’unico agonista. In un ininterrotto monologo Gesù nella tribolazione della Via Crucis avrebbe confidato al Padre la sua angoscia e i suoi pensieri dibattuti tra il divino e l’umano, la sua afflizione e la sua soprannaturale certezza. Ne feci cenno fuggevolmente. L’idea piacque, ma tutto rimase in sospeso. Restai a rimuginare e ad ascoltare mentalmente quella affannosa parlata del Cristo che intanto stava prendendo il via nell’intimo del mio convincimento. Ebbi poi la conferma di quella approvazione immediata e allora mi misi anche più decisamente al lavoro. Il testo si andò sviluppando nelle modalità della mia versificazione teatrale. Essa consiste fondamentalmente in un sistema ritmico 29


Mario Luzi

che include la metrica ma non le obbedisce e solo in certi punti speciali la formalizza. Gli attori in genere prediligono questo sistema libero e obbligante allo stesso tempo. Il monologo è in corrispondenza con le stazioni tradizionali della Via Crucis e con i passi evangelici che la raccontano. Io l’ho sentito come una progressione dolorosa al ricongiungimento con il Padre e come un cammino mortale verso la Resurrezione. Mario Luzi

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Su “La Parola di Dio”

Padre, nella tua prescienza conosci tutto prima che sia e quando è lo guardi essere con il tuo sguardo imperscrutabile. Quanto è lontana da te l’angoscia che mi opprime. L’angoscia che mi leggi in viso e nel cuore è quella del presentimento. Tutto ti è comprensibile: anche questo; eppure dubito talora che questa sofferenza non ti arrivi poi subito di questo mi ravvedo perché so la tua misericordia. Padre che sta per accadere che per te non sia già stato? Che cos’è questo sgomento? C’è nel tempo qualcosa che m’affligge, il tempo è degli umani, per loro lo hai creato, a loro hai dato di crearne, di inaugurare epoche, di chiuderle. Il tempo lo conosci, ma non lo condividi. Io dal fondo del tempo ti dico: la tristezza del tempo è forte nell’uomo, invincibile. 31


“Croce di Luce”, Marco Nereo Rotelli, acquerello, 2010.


GESÙ NELL’ORTO DEGLI ULIVI


Mario Luzi

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (26, 36. 39. 47-49)

Gesù andò in un podere, chiamato Getsemani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro questo segnale dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». E subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò.

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Su “La Parola di Dio”

Padre siamo nell’Orto degli Ulivi – così chiamano il luogo qui a Gerusalemme. Mi prostro con la faccia a terra, dico parole dissennate: Passi da me questo calice. Ma non come vorrei, come tu vuoi sia fatto. Ciò che si prepara è nelle Scritture, a quello ho ordinato i miei pensieri punto per punto, eppure esito ancora, farnetico che sia revocabile. Tu entri nel groviglio umano e lo disbrogli pure così lontano come sei nella tua eternità da questi nodi delle esistenze temporali. In te pietà ed amore riempiono l’abisso di questa differenza. Intendimi. Ma ecco viene gente. Sono già qui, è Giuda, uno dei dodici, lo accompagna una moltitudine per niente pacifica. Hanno bastoni e spade, è chiaro in un baleno a che punto della tragedia siamo.

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Mario Luzi

E io che follemente, che umanamente ti chiedevo di rimuoverla! Giuda – tu lo vedi nella notte e leggi i suoi pensieri – mi si accosta, mi dà saluto e bacio. È il segno.

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GESÙ CONDOTTO DI FRONTE ALLE AUTORITÀ TERRENE


Mario Luzi

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (26, 59-60. 63-66)

I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per condannarlo a morte; ma non riuscirono a trovarne alcuna. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto» – gli rispose Gesù. Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Ecco ora voi avete udito la bestemmia; che ve ne pare? ». E quelli risposero: «È reo di morte».

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Su “La Parola di Dio”

Sono ora Padre in balìa degli uomini a cui tu mi hai mandato. Che fare? Io li ho amati. L’amore ha molte forme tutte le ho provate e fatte ardere, anche il rimprovero, anche il duro ammonimento. Mi sono fatto amici in gran numero ma un esercito sono i miei nemici. Io tutti li amo, tutti, ma quanti comprendono? Il male contro cui contendi anche qui ha le sue sedi, i suoi nascondigli. A me come viatico soltanto l’amore è stato dato, non ho avuto altra arma per difendermi. Mi prendono, mi portano dinanzi ai loro giudici. Sono tue creature, sono miei fratelli, hai messo loro in cuore la sete di giustizia ma la presunzione di saziarla non viene da te, viene dal demonio.

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Mario Luzi

Il giusto! Fu acceso quel desiderio contro quale iniquitĂ primaria? Tua, Padre, oppure del maligno contro te? Su questo principio non si placa la controversia umana. Ed ecco in nome tuo succedono empietĂ , soprusi, disegni miserabili, perfidie, ipocrisie. Alcuni uomini giudicano altri uomini.

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LA SENTENZA


Mario Luzi

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (27, 22-24. 26)

Pilato disse alla folla: «Che farò di Gesù chiamato il Cristo?». Tutti gli risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli aggiunse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora urlarono: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla. Allora, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso.

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Su “La Parola di Dio”

Sono dinanzi a loro, nel sinedrio, mi scrutano i sommi sacerdoti, mi vogliono colpevole, covano contro di me pensieri perversi. Mi provocano, irritati dal mio silenzio, mi consegnano a Pilato, mi scherniscono. Applaude la turba dei miei simili, si eccitano tra di loro, si ubriacano di vendetta, mi vogliono in croce, strappano al procuratore la sentenza. In che cosa li ho offesi che mi odiano a tal punto, a che rancore danno sfogo su di me che sono il più vulnerabile? Li guardo Padre come tu li guardi ma il tuo ed il mio sguardo non sono comparabili. Vogliono uccidere il mio divino in me e vogliono questo in nome tuo… Perché Padre, talora mi domando, l’incarnazione è tra gli uomini, perché non in altra specie tra quelle delle tue creature visibili

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Mario Luzi

e che pure ti testimoniano: gli uccelli, i pesci, le gazzelle, i daini… Ma questa perduta specie volevi riconciliarti, mi hai affiliato all’uomo perché, figlio dell’uomo, trafitto dagli uomini, sanguinassi e questo fosse il prezzo del perdono e del ricominciamento. Deliro, non badare, aiutami, ti supplico.

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GESÙ CARICATO DELLA CROCE


Mario Luzi

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (27, 27-31)

I soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la coorte. Spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto e, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: «Salve, re dei Giudei!». E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo così schernito, lo spogliarono del mantello, gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per crocifiggerlo.

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Su “La Parola di Dio”

Questa marmaglia aizzata contro di me ignora tutto di te, di me e dello Spirito non conosce nemmeno il motivo dello scandalo, ha solo in corpo un furore distruttivo da sfogare. Sono anche questo gli uomini a cui tu mi hai mandato e io tra loro sono venuto conoscendo in verità ore di affetto e di dolcezza e altre di amarezza inconsolabile. Questa brutalità mi è nuova. Il divino che è in me, quello vogliono uccidere questa bramosia li eccita. Sfogare sopra un misero e indifeso corpo umano che hanno nelle loro mani, l’astio d’un antico e inconfessato paragone con la divinità, questo li esalta. Ma altri, Padre, odiano in me la mia pochezza, maledicono l’umiltà che ho messo nell’essere il tuo figlio, profanando la grandezza nella quale ti pensano.

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Mario Luzi

Eppure abbi pietà, perdonali. Ho cercato di aprire la loro mente alla tua luce con molte parabole e dettami. Ma l’errore è enorme, devono ancora molto, molto crescere, intanto vedi che scempio fanno di me e che ludibrio: percosse, scherni, insulti di ogni specie punteggiano il cammino all’uscita dal pretorio dopo la resa di Pilato alla turba furibonda. Ancora Padre ti chiedo se questa ignominia è necessaria. Tutto è scritto, lo so, ma nulla è revocabile? “Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà” – questo ho insegnato a dirti. “Come in cielo così in terra” ho aggiunto. Il tuo regno non è venuto ancora. Ecco, mi addossano una croce da portare tra sputi e contumelie. Oh Padre, non vedo venire a me nessuno dei tuoi angeli.

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GESÙ AIUTATO DAL CIRENEO


Mario Luzi

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (27, 32)

Mentre uscivano dal pretorio, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prender su la croce di Ges첫.

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Su “La Parola di Dio”

Sono caduto sotto il peso, hanno dato a portare la mia croce a un Simone di Cirene, temevano che soccombessi, qualcuno ha avuto un pentimento ma è stato solo un attimo. Perché mia madre mi segue e non si allontana? così strazia il suo cuore e il mio non regge al suo martirio. Perché non le ritornano alla mente le parole di Simeone: “Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima”. Eravamo nel tempio in uno dei miei primi giorni. Questo è l’ultimo, il più catastrofico di tutti, rovina su di me il mio edificio Pietro mi sta rinnegando. Lo vedi, Padre mio, e taci. Anche tu mi stai abbandonando?

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Mario Luzi

Da qui passa la via per la resurrezione, da questi orridi luoghi. Ancora chiedo: è volontà tua oppure a questo scempio non hai posto rimedio, rimedio non ce n’era? Talora si perde il mio pensiero se il tuo non lo soccorre. Com’è solo l’uomo. Come può esserlo! Tu sei dovunque ma dovunque non ti trova. Ci sono luoghi dove tu sembri assente e allora geme perché si sente deserto e abbandonato. Così sono io, comprendimi.

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GESÙ INCONTRA LE PIE DONNE


Mario Luzi

DAL VANGELO SECONDO LUCA (23, 27-28. 31)

Lo seguiva una grande folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?».

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Su “La Parola di Dio”

Conoscerò la morte. La conoscerò umanamente, da questa angusta porta mi affaccerò su lei che tu, vita onnipresente, non conosci se non per negazione. Tre giorni durerà per me l’esilio che per altri non ha fine poi la vita mi richiamerà a sé e avrà la vittoria. È previsto fin dal principio. Quella pausa, Padre, m’impaura: è un luogo dove tu non sei e io da solo senza di te pavento. Che cosa mi aspetta, chi governa il nulla, il non presente… il non essente? o è un inganno della veduta umana ciò che io impaurito ti confesso? Devo io portare la vita dove la vita è assente e portarla con la mia morte… e questo è il prezzo, questo supplizio. E così, Padre, io vanamente ti tormento. Più che la morte è la via per arrivarvi, la via crucis, che mi dà angoscia perché è dolorosa e aspra nelle carni

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Mario Luzi

e spezza il cuore di Maria, mia madre, perché infame e odiosa è la ressa di questi uomini e donne aizzati contro me. Mi prende e mi tormenta il dubbio che il mio insegnamento sia fallito. La mia permanenza sulla terra è stata vana. È bella la terra che tu hai dato all’uomo e alle altre creature del pianeta scelto per loro in mezzo all’universo. Io non sono di questo mondo eppure non potevo se non teneramente amarla e ora quell’amore mi si ritorce contro. “Non è su me che voi dovete piangere” ho detto alle donne impietosite, “ma sui vostri figli e su voi stesse. La terra sarà fatta un luogo di dolore” ma il mio sacrificio è scritto che li assolva. Piango anche io, Signore, vedo i miei fratelli che afflitti rifaranno questa via nei secoli, nei millenni.

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GESÙ E IL PENSIERO DELLA MORTE


Mario Luzi

DAL LIBRO DI GIOBBE (30, 10. 12. 19-20. 23-26)

Hanno orrore di me e mi schivano e non si astengono dallo sputarmi in faccia! A destra insorge la ragazzaglia; smuovono i miei passi e appianano la strada contro di me per perdermi. Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere. Io grido a te, ma tu non mi rispondi, insisto, ma tu non mi dai retta. So bene che mi conduci alla morte, alla casa dove si riunisce ogni vivente. Ma qui nessuno tende la mano alla preghiera, né per la sua sventura invoca aiuto. Non ho pianto io forse con chi aveva i giorni duri e non mi sono afflitto per l’indigente? Eppure aspettavo il bene ed è venuto il male, aspettavo la luce ed è venuto il buio.

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Su “La Parola di Dio”

Dall’orizzonte umano in cui mi trovo a guardare il mondo universo che hai creato si affrontano due eternità: la tua vivente e luminosa e l’altra senza luce e senza moto. Anche la morte pare eterna, è duro convincerli, gli umani che non ci sono due eternità contrarie, il tutto è compreso in una sola e tu sei in ogni parte anche dove pare che tu manchi: tuo il regno, tua la potenza. Tuttavia la morte è una regione dove sei, sì, ma non vivente, inerte in un imperscrutato sonno: questo pensano gli umani e pensano ai demoni, pensano alla potenza delle tenebre. Anche io, figlio dell’uomo, temo la prova che mi attende, prescritta anch’essa dall’eternità e irrevocabile. Perdona i miei pensieri infermi, i miei farneticamenti.

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Mario Luzi

Io che in nome tuo ho resuscitato Lazzaro ho paura e dubito che la morte sia vincibile. Ma a questo mi hai mandato, a vincere la vittoria della morte.

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UNA DONNA PIETOSAMENTE


Mario Luzi

DAL LIBRO DEL PROFETA ISAIA E DAL LIBRO DEI SALMI (53, 2-3; 26, 8-9)

Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia. Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto»; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto.

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Su “La Parola di Dio”

Perché, Padre, ti confido quanto già sai e da sempre? ma è dell’uomo compiangersi e mendicare conforto. Qui i soldati si uniscono alla turba mi punzecchiano con le loro lance. Vacillo, sto per cadere una seconda volta. Una donna pietosamente mi passa sul viso un panno umido. Qual è il peccato di tutti questi uomini? Lo stesso dei loro padri: il peccato di essere uomini, genia greve di Adamo. Io lo laverò questo peccato, così è scritto, faremo un patto nuovo, una nuova stabile alleanza: così ho detto nella cena, perché tu mi ispiravi le parole. Il loro peccato non lo sanno, sanno le loro mediocri colpe umane ma il grande peccato per il quale io muoio non lo sanno. Perdona loro anche per questo. Solo un rimorso per loro incomprensibile li attanaglia,

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Mario Luzi

un antico debito con te li affligge i più puri di cuore. Altri sono empi e commettono empietà ma altri non si macchiano di colpe di violenza, di stupro o ruberie, osservano la legge ma con aridità di cuore e sono i più nefasti per il mondo. Il loro peccato non lo sanno ma tutti hanno un loro malessere nel cuore.

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SECONDA CADUTA GESÙ E LA FAMIGLIA UMANA


Mario Luzi

DAL LIBRO DELLE LAMENTAZIONI (3, 1-2. 9. 16)

Io sono l’uomo che ha provato la miseria sotto la sferza della sua ira. Egli mi ha guidato, mi ha fatto camminare nelle tenebre e non nella luce. Ha sbarrato le mie vie con blocchi di pietra, ha ostruito i miei sentieri. Mi ha spezzato con la sabbia i denti, mi ha steso nella polvere.

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Su “La Parola di Dio”

Padre, come vorrei fosse passato questo tempo di appressamento alla morte e alla resurrezione. Sono caduto ancora sotto il peso della croce tra sputi contumelie ed irrisioni; ma più penoso è il cammino che attraversa il paese della mia umana debolezza. È un cammino solitario, nessuna pietosa lamentatrice lo compiange. Il re dei giudei, come dicono per scherno, non ha corte, è lasciato solo, solo com’è solo l’uomo in mezzo alla sua caotica famiglia. L’ho amata la famiglia umana finché era amabile e ben oltre. Ho strappato alla loro i miei discepoli per farne una più grande e santa, ma è stata troppo fragile la costruzione e non ha retto all’urto. Brutalmente la mia famiglia mi rifiuta. Eppure com’era tenero l’accordo, quando c’era e io non ero solo il maestro o il medico prodigio

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Mario Luzi

ma il fratello delle loro miserie e delle loro consolazioni. Ma dovevo, Padre, spesso rientrare in me per ritrovarti e ritrovare in te me stesso. Ho posto troppa distanza tra me e loro, ma volevano in fondo proprio questo: che io li sovrastassi come maestro nella sapienza e nella potenza sanatrice. Puri di cuore erano in pochi e io ne ho molti purificati, molti.

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TERZA CADUTA IL MALE E L’INNOCENZA


Mario Luzi

DAL LIBRO DEI SALMI (87, 2-6)

Signore, Dio della mia salvezza, davanti a te grido giorno e notte. Giunga fino a te la mia preghiera, tendi l’orecchio al mio lamento. Io sono colmo di sventure, la mia vita è vicina alla tomba. Sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa, sono come un uomo ormai privo di forza. Ăˆ tra i morti il mio giaciglio, sono come gli uccisi stesi nel sepolcro, dei quali tu non conservi il ricordo e che la tua mano ha abbandonato.

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Su “La Parola di Dio”

Hai voluto, Padre, conoscessi fino in fondo il malvolere degli uomini, vedessi il loro disamore crescere in odio e in avversione. E infatti non lo conoscevo abbastanza. La perfidia covava in segreto più cruente brame. La canea mi oltraggia, mi insulta, mi deride però non può impedire al lamento dei pietosi di arrivarmi: è flebile, ma giunge fino a te se volessi dargli ascolto. Ma la tua volontà è imperscrutabile. Padre, lo Spirito parlò per bocca di Isaia: quel che disse, lo so, è irrevocabile. “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudichiamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà la salvezza si è abbattuto su di Lui. Per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

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Mario Luzi

Noi tutti eravamo sperduti come un gregge ognuno di noi seguiva la sua strada, il Signore fece ricadere su di Lui l’iniquità di noi tutti”. Padre, il Figlio dell’uomo sente venirgli meno l’amore per gli uomini. Sarebbe la sconfitta più penosa, fa’ che questo non accada.

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IL LAMENTO DEI PIETOSI


Mario Luzi

DAL LIBRO DEI SALMI (23, 3-6)

Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

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Su “La Parola di Dio”

Il panno umido sul viso mi ha dato un breve sollievo. Sono caduto per la terza volta, qualche braccio soccorrevole mi ha sostenuto nel rialzarmi ma il peso per le membra che ho è troppo grave. L’onta e il castigo della carne, questo alla loro ferocia piace molto. Il supplizio della misconoscenza e del tradimento alla loro perfidia è un piacere più sottile, lo delibano i sommi sacerdoti. Ma ora, Padre, sono ingiusto: ci sono anime innocenti, creature pietose che si angosciano, non si danno pace. E questi, ti prego, prediligili. Tra loro c’è mia madre, ci sono uomini e donne di cuore che la accompagnano, e molti altri addolorati e increduli. Sempre, dal principio fino all’avvento

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Mario Luzi

del tuo regno il bene e il male si affrontano. Oggi va al male, secondo appare a noi, la palma. Tra gente come loro ho seminato le beatitudini, erano meravigliati – alcuni un giorno capiranno ma io sarò morto e risorto per tutti quelli che capito avranno e per coloro che saranno rimasti chiusi nell’ottusità. Tutti potranno essere salvi, così vuole l’Alleanza. Ma dove andiamo, dove va questa trista processione? Mi conducono a un’altura.

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GESÙ E LA TERRA DEGLI UOMINI


“O sanguis meus…”, Nino Lupica, incisione, 1999.


Su “La Parola di Dio”

Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto. È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente povera, amabile e esecrabile. Mi sono affezionato alle sue strade, mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti, le vigne, perfino i deserti. È solo una stazione per il figlio tuo la terra ma ora mi addolora lasciarla e perfino questi uomini e le loro occupazioni, le loro case e i loro ricoveri mi dà pena doverli abbandonare. Il cuore umano è pieno di contraddizioni ma neppure un istante mi sono allontanato da te ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi o avessi dimenticato di essere stato. La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa: mi sovvengono i piccoli dell’uomo, gli alberi, gli animali. Mancano oggi qui su questo poggio

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Mario Luzi

che chiamano Calvario. Congedarmi mi dà angoscia più del giusto. Sono stato troppo uomo tra gli uomini oppure troppo poco? il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito? La nostalgia di te è stata continua e forte, tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.

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MI ALZANO ALLA CROCE


Mario Luzi

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (27, 33-35)

Giunti a un luogo detto Golgota, che significa luogo del cranio, gli diedero da bere vino mescolato con fiele; ma egli, assaggiatolo, non ne volle bere. Dopo averlo quindi crocifisso, si spartirono le sue vesti tirandole a sorte.

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Su “La Parola di Dio”

Padre, non giudicarlo questo mio parlarti umano quasi delirante, accoglilo come un desiderio d’amore, non guardare alla sua insensatezza. Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà eppure talvolta l’ho discussa. Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego. Quando saremo in cielo ricongiunti nella Trinità sarà stata una prova grande ed essa non si perde nella memoria dell’eternità. Ma da questo stato umano d’abiezione vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza. Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina, ahi Padre, mi inchiodano le mani e i piedi. Qui termina veramente il cammino. Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità. Ma tu sai questo mistero. Tu solo.

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È DI UOMO INFATTI L’ESTREMO PENSIERO


Su “La Parola di Dio”

Subentro io testimone della passione. Gesù svenuto è in croce fra altri due condannati. A tanto avvilimento ha scelto di abbassarsi. Ma il bene e il buono fioriscono talora nell’infima lordura. Sono ai due lati i due ladroni. Uno irride alla sua impotenza: “Sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi”. L’altro lo segue nella sua passione e redarguisce il compagno di pena: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena: noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni. Egli invece non ha fatto male alcuno”. Poi dice: “Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gesù ripresi i sensi lo rassicura. “Stasera sarai con me in paradiso”. Le guardie si dividono in quattro i suoi indumenti, se li giocano a sorte sopra la sua tunica.

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Mario Luzi

Infuria la misconoscenza, s’abbuia la stortura della loro ragione. O sei tu, Signore, che vuoi perdere questi uomini?

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XVI


Mario Luzi

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (19, 25-30)

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò.

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Dove sono i fedeli di Gesù? Pochi sono rimasti sulla scena. Lo sgomento e la paura hanno fatto il vuoto. Tre donne stanno presso la croce: sono Maria sua madre, Maria di Cleofa, Maria di Magdala. Dall’alto della croce Gesù guarda sua madre distrutta dal dolore, dice “Donna ecco tuo figlio” e indica Giovanni e poi voltandosi al discepolo “Ecco tua madre, abbi cura di lei”. Si stringono legami tra creature nel segno dell’amore di Gesù mentre il mondo di prima va in rovina. Gesù ha sete, gli portano alle labbra una spugna imbevuta di aceto. “Perché Padre mi hai abbandonato?” È il suo ultimo grido umano. È di uomo infatti l’estremo pensiero del Figlio dell’uomo sulla terra. Consummatum est.

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RESURRECTIO


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DAL VANGELO SECONDO MATTEO (27, 59-61)

Giuseppe di Arimatea, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò. Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Magdala e l’altra Maria.

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Gesù è morto. Il cielo si oscura, l’aria si ottenebra, un boato immane, un sussulto spaventoso, il terremoto scuote e squarcia la terra. La vita si ritrae in sé, rientra nelle sue latebre, nei suoi ricoveri. Comincia il pomeriggio più angoscioso che mai sia stato al mondo. La sera un discepolo nascosto, il ricco Giuseppe di Arimatea, si fa avanti e chiede a Pilato il corpo di Gesù. Pilato lo concede. Deposto dalla croce, avvolto in un lenzuolo è sepolto nella tomba che Giuseppe si era fatto scavare nella roccia. Un masso viene fatto rotolare subito a chiudere l’ingresso. Tutto in fretta, prima che la Parasceve finisca e il sabato cominci. Sabato è passato. Presto nella mattina vanno alla tomba le donne portando aromi,

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ma trovano il macigno rotolato via lontano, entrano nel sepolcro ma Gesù morto non c’è. “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” esclamano due angeli in vesti sfolgoranti apparsi all’improvviso. “Non è qui, è resuscitato”. Corrono ad annunciarlo agli apostoli stupiti e increduli.

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CORO, PREGHIERA


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Dal sepolcro la vita è deflagrata. La morte ha perduto il duro agone. Comincia un’era nuova: l’uomo riconciliato nella nuova alleanza sancita dal tuo sangue ha dinanzi a sé la via. Difficile tenersi in quel cammino. La porta del tuo regno è stretta. Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto, ora sì che invochiamo il tuo soccorso, tu, guida e presidio, non ce lo negare. L’offesa del mondo è stata immane. Infinitamente più grande è stato il tuo amore. Noi con amore ti chiediamo amore. Amen.

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LEGGENDO IL LIBRO DI GIOBBE


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Siamo avviluppati e perfino alienati nella nostra cultura occidentale. Così può accadere che ci sorprendiamo di trovare nelle pagine iniziali del Libro di Giobbe il prologo in cielo, per noi inseparabile dalla fantasia poetica di Goethe. Il poeta moderno sembra avere oscurata la fonte; ma a sorpresa ci accorgiamo che ha coperto di vesti e panneggi più maestosi la stessa sostanza, vale a dire il momento venuto della prova. È la prova a cui il Signore sottopone Giobbe; ed è, anche per la sua lungimiranza e potenza, una prova al cospetto dell’avversario e per suo mezzo. * Credo che dobbiamo liberarci dal senso proverbiale connesso con la figura di Giobbe. La proverbialità ha come sempre esaltato e avvilito l’eroe; ma in questo caso lo snaturamento è stato molto forte, la riduzione della figura molto grave. Il grandioso agonismo del Libro che lo riguarda soffre di quella semplificazione e dobbiamo riconquistarne tutto il senso possibile. Il primo dramma è del Signore. Di tanto superiore a Satana in potenza, non si può tuttavia sottrarre alla sua sfida. I poteri di Satana non sono illimitati, ma abbastanza estesi da piegare Jahweh a una dura verifica della sua 103


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onnipotenza. Che umiliazione accettare quel paragone – per necessità? Per pura ostentazione di forza e di sicurezza? Chi è qui il tentato? Il Signore trascinato dalla tentazione di Satana sta al gioco, mettendo in palio il suo prediletto. Riesce a salvaguardare l’incolumità di Giobbe, ma abbandona il suo pupillo alla violenza dell’avversario. È un duello inutile perché non può avere che un esito. È tuttavia inevitabile. Due poteri si affrontano comunque. * «Metto nelle tue mani tutto ciò che egli possiede. Però lui non me lo devi toccare!». C’è dunque una forte scissura tra l’avere e l’essere. Ma non ci si può consolare col pensiero che Satana ha potere unicamente sul primo perché anche il secondo sembra accessibile alle sue mire. Il Signore infatti deve patteggiare per imporre poi la condizione della salvezza personale di Giobbe. La devozione, la fedeltà – questo è in essenza Giobbe. Tutto ciò di cui è fatta la sua vita invece: la famiglia, gli armenti, le ricchezze sono messi sullo stesso piano come un indistinto accessorio e lasciati in preda alla bramosia distruttiva dell’avversario. In altri luoghi biblici quegli stessi beni sono il segno del favore divino, una corona che cinge il beneamato. In realtà due forze cosmiche confliggono nell’universo. Non sono pari, ma sono interdipendenti. Giobbe è all’altezza di questo grande combattimento avendo dalla sua la fermezza della fede e la pazienza. «Jahweh ha dato, Jahweh ha strappato». Lo dice da agonista, incassando il colpo. È un grande atleta leale, fermo sul campo. All’arrivo degli amici solidali, quando anche il suo corpo è caduto in balìa dell’avversario, non si scompone 104


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il suo contegno. Sono gli amici che scoppiano in pianti e grida. Lui regge la prova e tace. * Che è avvenuto di sconvolgente nell’intervallo dal Prologo all’Atto primo? L’atleta si confessa vinto. Maledetto, maledice il giorno della sua nascita. Ma chi è il vincitore della partita? I pezzi hanno cambiato posizione nella grande scacchiera. La parità della contesa è stata spezzata. Giobbe ha assunto la condizione del deietto, a cui Dio ha chiuso ogni scampo. Tuttavia chi è il vincitore? Per uomini come lui «è funesto a chi nasce il dì natale», la morte è l’unico bramato rimedio. Ma anch’essa è negata. Ma chi è l’autore del male? Giobbe gradualmente si prepara a imputarlo al Signore. * Che cosa si è infranto sotto i piedi di Giobbe? Quale fondamento ha preso a vacillare? Quello della pietà, si direbbe; non certo quello della fede. Egli è ferito, ma alle ferite tiene fronte; è anche offeso e all’offesa si rivolta. Non conosce altro interlocutore: è lui, il Signore, il suo aguzzino se non anche l’autore del male. A un certo punto l’identificazione si attua. Il diverbio nasce con lui, Jahweh. Le perorazioni e le reprimende degli amici sono fastidiose e irritanti. Essi non capiscono i termini della grande questione, si limitano a rimestare nel rapporto della remunerazione, una logica tradizionale che non serve alla enormità del fatto. * 105


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Come sono importuni gli amici con la loro enfatica eloquenza! Com’è facile esibirsi in lodi e celebrazioni del Santo quando non si è presi nella morsa della sofferenza; e com’è a buon mercato la lezione che impartiscono a Giobbe, di mettere la sua causa nelle mani dell’Onnipotente, riconoscendo le proprie colpe! Perché dove c’è sofferenza e dolore lì c’è colpa e peccato, Giobbe non può ignorarlo… Ma lui ha una risposta grandiosa, un contrattacco tagliente… Il wadì secco, la sparizione dalla scena dell’acqua, che confonde le carovane… «Così voi siete ora: un nulla. / Vedete il mio orrore e lo temete. / Vi ho forse detto: “Fatemi un regalo”? ecc. / Fatemi capire dove ho sbagliato…». Poi li lascia perdere e ritorna alla sua deprecazione rivolta a Dio. * Qui è il culmine del pathos ed è anche l’essenza del conflitto mentale. L’interrogazione infatti tocca il fondo ontologico del problema. «Ma che cos’è l’uomo perché tu ne faccia tanto conto?». Giobbe, nell’atrocità del suo stato, non perde di vista dunque la sostanza agonistica (eroica) del suo male. Sarebbe tutto risolto se si trattasse di una occorrenza penitenziale, di una disobbedienza da riconoscere, di una offesa da riparare. E invece «Perché mi hai scelto come bersaglio / e in che cosa ti sono di peso?». Il mistero della elezione individuale – perché io? – si alterna alla piena consapevolezza del dramma universale di cui è parte. * Giobbe non dimentica – e come potrebbe? – la lunga, umile, paziente, ossequiosa devozione che lo ha reso 106


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famoso e rispettato. È disposto a riconoscere ogni superiorità, ogni incomparabile potenza al suo Signore, al suo creatore. La meraviglia per le sue imprese è continua. Non accetterebbe mai né Giobbe potrebbe pretendere una parità nel giudizio. E da qui egli parte per una folle immaginazione di abusi, di arbitri e di crudeltà che l’Onnipotente si concederebbe pur di affermare la sua illimitata sovranità. Come un satrapo spietato si spingerebbe fino a qualunque eccesso umiliante per il suo suddito. «Quand’anche fossi giusto, egli mi dichiarerebbe colpevole». Dio dunque ha nella mente di Giobbe assunto le vesti di un nemico implacabile: la causa di tanta ostilità anziché chiarirsi si avviluppa nel suo mistero. È un’antitesi cosmica, noi lo sappiamo, ma Giobbe nella sua fierezza non ignora di essere stato scelto per questa prova. Divenuto Dio da antagonista nemico vincente, la frustrazione e il senso di vanità minacciano di soverchiare Giobbe. «Ma se sono necessariamente colpevole, / perché mi affanno a vuoto?». Senza prove e senza possibili obiezioni, la colpevolezza è stata presuntivamente stabilita e qualunque argomento in contrario è subito svalutato. «Dio non è un uomo come me a cui poter dire: / “Presentiamoci alla pari in giudizio”. / Oh, se tra noi due ci fosse un arbitro / che potesse su entrambi stendere la mano, / che potesse allontanare la verga di Dio / così che essa non mi sconvolgesse più col suo terrore!». È il misconoscimento dei suoi diritti che Giobbe mette al centro della sua tragedia. * «Ed allora, perché mi hai estratto dal grembo materno?». La semplice e terribile domanda dell’uomo tacciato come tale di indegnità. Anche per il bambino, rimproverato per 107


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qualche sua naturale inclinazione, è duro accettare quelle rampogne e piagnucola: «Io non volevo venire»; cioè non ho chiesto io di nascere. La devozione di Giobbe è immensa, la glorificazione del Padre è piena e magnanima. Tuttavia è incomprensibile la sua sopraffazione, umiliante la dismisura della quale si gloria nei confronti delle sue creature. Come meritare udienza presso di lui? Non per onestà di argomenti e ragioni, solo per resa a discrezione dinanzi alla sua onnipotenza e oltracotanza. Qui è il motivo della protesta. «Perché un ipocrita non può comparire davanti a lui». Giobbe, contestando i suoi zelanti interlocutori, rivela la sua esigenza di un leale confronto diretto, senza mediazioni con Dio; e nello stesso tempo lo celebra, lo glorifica. Irride a quei grotteschi avvocati di Dio e impavidamente incalza e stringe il Signore il quale anziché rispondere spaventa e terrorizza. L’argomento è quasi luciferino a rovescio: «L’uomo, quel cumulo di miserie, quell’effimero sudiciume – è su di lui che eserciti la tua potenza, su di lui che concentri la tua perspicacia inquisitoria?» chiede sarcasticamente Giobbe. L’allocuzione di Giobbe non è capita o non è voluta capire da Elifaz né dagli altri. La istanza che egli sostiene è considerata empia, così come sono prova di empietà i guai e le sofferenze che affliggono l’uomo. Giobbe vive su un altro livello e proprio per questo interpreta oltre che la sua personale disgrazia anche l’esigenza di equità degli uomini che lo deridono e lo rampognano. * Giobbe ardisce accusare esplicitamente Dio. Imputa al Signore la sua umiliazione: «Sono immerso negli scherni, 108


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/ i miei occhi vegliano tra insolenze», e ancora: «Mi ha fatto la favola del popolo, / colui al quale si sputa in faccia». A un certo punto i suoi insulsi confortatori diventano i suoi ottusi nemici: «Fosse anche vero che io avessi errato, / il peccato deve sempre persistere in me?». Il suo Testimone è in cielo: «Verrà il suo Vendicatore…». La deprecazione di Giobbe sconfina talora nel delirio. Ma è inevitabile, lo giustifica in pieno lo stato di abiezione in cui è ridotto a causa della immotivata persecuzione… * «A mia moglie ripugna il mio alito, faccio schifo ai figli del mio ventre, anche i monelli mi disprezzano, se tento di alzarmi, mi colmano d’insulti».

La feroce mortificazione che Giobbe subisce si aggrava quando getta gli occhi sul mondo circostante. Allora il motivo della iniquità diventa intollerabile, le sue immagini insultanti. Il malvagio onorato e rispettato gode il beneficio delle sue scelleratezze. «Chi gli rinfaccia la sua condotta? / Sarà scortato solennemente al sepolcro, / si veglierà sul suo mausoleo…». Il contrasto ora sembra decisamente spostarsi sui consolatori. È un conflitto sempre più aspro con le loro “banalità” e ipocrisie. Dio è muto e invisibile. L’oggetto della contesa e della rivolta non si lascia coinvolgere nel diverbio accesosi su lui medesimo. E questo moltiplica il risentimento di Giobbe. Si commettono empietà inenarrabili. Ma Dio resta sordo a questo inferno. * 109


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Stupore alla lettura dell’Inno alla Sapienza. Un controcanto abbagliante alla miseria del primo atto. Le meraviglie, le dovizie del pianeta e l’audacia, l’ingegno dell’uomo per arrivare a possederle. È quasi un canto di esultazione. L’universo è una miniera copiosa e preziosa a cui gli uomini accedono con mirabili artifici… Ma il bene della sapienza e dell’intelligenza non è reperibile. Splendidamente il paragone distanzia la natura e l’uomo. Dio stesso, chi altri? definì la sapienza e la circoscrisse, la insegnò all’uomo. «Temere Dio, ecco la Sapienza. Fuggire il male, ecco l’Intelligenza».

È un bene non pattuito, è se mai stabilito a Deo pro Deo: ma è salutare per l’uomo. * L’offesa che Giobbe non sopporta è l’indifferenza. Non ricevere risposta, non riuscire ad agganciare il sommo oggetto della sua deprecazione: questo lo esaspera. Ha tenuto testa alle prove più atroci, ha elevato con tormento ma con pazienza, talora indignata, la sua protesta d’innocenza. Ma il silenzio ostinato, l’imperturbabilità vistosa di Jahweh è più di quanto egli possa tollerare: «Ti imploro, ma tu non mi rispondi, / ti sto davanti, ma tu non badi a me». Questa corda tesa sta lentamente allentandosi. Con il suo silenzio Jahweh si avvia a riportare la sua vittoria. La parola di Giobbe comincia a flettersi, a declinare verso l’elegia. Mette a contrasto la sua gloria e potenza passate 110


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con la miseria e lo scherno che avviliscono i suoi giorni presenti: ma anche in questo avvilimento nel quale l’agonismo si stempera la professione di innocenza resta integra. Ci sono sfide, invocazioni di castighi anche più gravi nel caso sia vero che egli ha peccato. Rivendica la propria magnanimità soccorrevole, liberale, premurosa. La non ammissione di colpa disarma “quei tre uomini” che finora hanno parlato con grande facondia ma con poca intelligenza, usando argomenti superficiali e convenzionali. La lunga perorazione di Elihu a lode e favore di Jahweh invece cambia i termini del contendere. Dopo di lui, Jahweh tra fulmini e uragani esce alfine dal suo mutismo e prende la parola in risposta. * Dio. Autocelebrazione? Catalogo delle meraviglie del creato e delle creature. Trionfale rassegna dei prodigi e della onnipotenza. Giobbe, toccato nel midollo, non dal sublime pavoneggiamento ma dalla condiscendenza infine mostrata da Jahweh, non si confessa reo ma si proclama umile, ma riconosce di non essere stato al quia. Il mistero del male non è vinto; eppure su questo piano di mutua intelligenza avviene la riconciliazione. Dio è onnipotente – questo è l’argomento principe della Bibbia. Giobbe non mette in causa questo principio. Quando imputa a Dio il male dimostra anzi di osservarlo, sia pure paradossalmente. Tuttavia il binomio Dio-onnipotenza non avvince davvero Giobbe. A lui, al suo desiderio si addice un Dio fraterno, che non opponga il silenzio e l’indifferenza, al grido dell’infelice, ma fiant aures tuæ intendentes in vocem deprecationis meæ. Forse un Dio che condivida la sofferenza delle sue creature, un Dio che prefiguri il Cristo. 111


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* Giobbe: il tutto e il nulla dell’uomo, la sua insignificanza e la sua dignità. L’idea di Dio che in lui si forma e si trasforma: della quale costante è solo la necessità. È l’amore tempestoso e struggente che supera ogni mutamento di condizione. Mario Luzi

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Mario Luzi e Paolo Mettel ricevuti nella Biblioteca privata da Papa Giovanni Paolo II in occasione della presentazione del “Libro di Giobbe”, (Città del Vaticano, 6 dicembre 1996).


Mario Luzi a Palazzo Vecchio. Omaggio per i suoi novant’anni e per la nomina a Senatore a vita, (Firenze, 20 ottobre 2004, foto Paolo A. Mettel).


Mario Luzi con il cardinale Achille Silvestrini, Paolo Mettel e Armando Torno al termine della presentazione di “Opus Florentinum�, (Mendrisio, luglio 2002, foto Michele Alquati).


Mario Luzi con il Sindaco di Mendrisio Carlo Croci per la presentazione di “Opus Florentinum�, (luglio 2002, foto Michele Alquati).


Mario Luzi, il figlio Gianni e altri familiari con gli amici piÚ intimi per la cena dei suoi novant’anni, (Firenze, 19 ottobre 2004).


Mario Luzi con Paolo e Annapaola Mettel e Nino Petreni a Gubbio in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria, (11 febbraio 2005, foto Caterina Trombetti).


Mario Luzi con Cesare Garboli durante l’inaugurazione del Centro Studi Mario Luzi “La barca”, (Pienza, luglio 1999, foto Nino Petreni).


Mario Luzi con Vanni Scheiwiller per il “Premio Lerici Pea�, (Lerici, settembre 1998, foto Archivio Stefano Verdino).


VANGELO DI SAN GIOVANNI


INTRODUZIONE di Mario Luzi

È sempre stato considerato una meraviglia, una vetta del pensiero cristiano. Una intuizione visionaria abbagliante unisce subito il soprannaturale alla storia umana e diviene l’oggetto stesso del libro: impegna immediatamente l’ampiezza e l’altezza del pensiero trascendente. Si annuncia un Vangelo diverso, eppure umilmente fedele alla cronaca che anche gli altri avevano raccontato, mettendo anzi al servizio dei suoi lettori la memoria diretta e minuziosa e viva dei fatti. La suggestione che l’apertura di Giovanni accende nel lettore è di trovarsi a un vertice speculativo nel quale convergono l’ebraismo e la sua millenaria tradizione profetica con la solennità ontologica del platonismo. L’onnipotenza originaria del logos cambia appena nome, anche se lo spirito è differente. Questo squarcio iniziale del testo giovanneo deve, a me pare, essere assunto nella assolutezza della sua pronuncia perché tutto il Vangelo è motivato da quella premessa e modellato sulla sua proiezione nell’universo dell’uomo. Isolo esponenzialmente queste frasi: «In principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era all’inizio con Dio». Era «con», «era». Una progressione nell’identità. La cosmologia prosegue: «Tutte le cose vennero ad essere per mezzo suo e senza di Essa nulla divenne. Ciò che divenne, in Lei fu vita, e la vita fu la luce degli uomini». Capitale è la sequenza: «E la Parola si fece carne e si stabilì fra noi – e vedemmo la sua gloria». Ecco il Cristo, 115


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il Dio incarnato, che egli come discepolo (prediletto) ha seguito e come testimone glorificato. Giovanni il Battista ha avuto un compito essenziale di preannuncio e di preparazione, tuttavia «non era lui la luce, ma un testimone della luce». A lui invece, Giovanni l’Evangelista, è affidata una testimonianza su «l’unico nato dal Padre» nella pienezza della sua assoluta richiesta di fede.

I Quando e come accadono le circostanze e gli eventi nel Vangelo di San Giovanni? A una cronometria minuziosa corrisponde una cronologia vaga e sommaria. L’idea del tempo che il lettore ne ricava è ambigua e tanto più avvincente, con effetto di spaesamento. Il confliggere e il comporsi del quotidiano e dell’intemporale non sono mai stati sensibili ed evidenti come qui. Il Battista ha appena ravvisato tra la folla «l’agnello di Dio, quello che toglie i peccati del mondo». L’indomani lo vede di nuovo «che camminava» e lo indica a due suoi discepoli, questi lo seguono, Gesù li invita a casa sua. Siamo a Betania di là dal Giordano, sono le quattro del pomeriggio… Gesù a cui era stato condotto Simone, entra immediatamente nel pieno della sua investitura: «Tu sei Simone, figlio di Giovanni: tu sarai chiamato Cefa che si traduce con Pietro». L’indomani volle trasferirsi in Galilea… I momenti sono vivi e precisi, la loro successione è affabulata.

II «Segni» chiama Giovanni secondo la terminologia corrente del linguaggio dei sacerdoti, dei dottori, della gente 116


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del Tempio gli eccezionali episodi di testimonianza e di potenza del Cristo. Segni, i miracoli. Anche su questo aspetto la scrittura di Giovanni è allo stesso tempo puntuale e mitica. L’evocazione dei singoli “fatti” si converte nella loro icastica, visibilissima rappresentazione e ci immette nei movimenti e nella sospensione stupefatta dei protagonisti e degli astanti. I particolari non fanno perdere di vista la cornice e anche le parole sono poche ma non sommarie, riprendono perfino nelle loro battute la semplicità e la durezza mentale dei parlanti. Nella storia narrata da Giovanni i «segni» si susseguono con ritmo incalzante, il ritmo della loro narrazione sconvolge il senso ordinario del tempo che abbiamo assimilato e fatto nostro con la nostra biologia. Ciascuno di quei racconti è animato e tuttavia inciso nel suo presente; la loro sequenza e invece un alone del mistero.

III «Due giorni dopo». È un’indicazione precisa. Ma che giorni saranno? Li sentiamo contati con esattezza eppure sottratti al calcolo umano, pervasi di eternità. Siamo alle nozze di Canan – il primo «segno» di Gesù. Quei due giorni sono bastati al mutamento totale delle condizioni. Gesù si e fatto dei discepoli e ha cominciato il suo peregrinare nelle terre di Galilea e di Giudea. Alla festa del matrimonio tuttavia è la madre, si direbbe, familiarmente chiamata dagli sposi e dai loro parenti. Gesù e i suoi seguaci sono invitati anch’essi per magnanimità e cortesia; forse per riguardo alla madre. È lei che prende infatti in mano l’andamento delle cose. Quando nonostante la riluttanza di Gesù dice ai servi «ciò che vi dirà, fatelo», il miracolo in lei e già avvenuto. Lo ha previsto, 117


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lo ha propiziato, lo ha intimato. È di Maria il primo «segno» di Gesù? «Sùbito dopo scese a Cafarnao insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli, e là rimasero per non molti giorni». Non è ancora la pulsione sismica dei giorni cruciali, ma già è in movimento una turba che lo accompagna o lo segue.

IV Nei «segni» di Gesù che Giovanni, a cominciare dalla cacciata dei mercanti dal Tempio, prende a riferire con un ritmo precipitato: Nicodemo, la Samaritana, il figlio del ministro, l’infermo della piscina alla Porta delle Capre, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la camminata sulle acque, l’Evangelista è attento e insieme trascinato a misurare la forza spontanea di amore e la volontà dimostrativa di potere che promuovono quegli episodi. Difficile dire se quella misura osserva sempre l’equivalenza o l’equilibrio e semmai quale delle due componenti prevalga, se il moto caritativo del Maestro o la sua volontà di sbaragliare le resistenze, di ridurre a zero l’incredulità. Il fine è unico dal momento che «questa è l’opera di Dio, credere nel suo inviato». Il riconoscimento del Figlio del Padre, l’accettazione piena e convinta dei poteri assoluti avuti dal Padre non sono semplici richieste preliminari della predicazione, ma sono la sostanza primaria di essa. C’è una renitenza naturale, c’è un’inerzia tradizionale, c’è un’ottusità e grettezza ritualistica: sono tutti limiti da abbattere perché il discorso sulle «cose celesti» possa davvero partire. Il Gesù giovanneo porta in sé questo rimprovero, presuppone l’angustia diffidente e ostile degli uomini a cui 118


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elargisce amore e vera dottrina. Tanto più incalzante è l’enfasi, tanto più alto e ampio il respiro della attenzione, provocatorio il paradosso dell’annuncio.

V La parola di Gesù è secondo Giovanni, nel suo Vangelo, prima di tutto una sfida: alla miseria morale degli uomini e, perché no, alla loro angustia mentale. A questa pochezza è contrapposta l’abbondanza di amore del Padre per il Figlio e nel Figlio a tutti gli uomini. Il tema fondamentale resta proprio quello: la identità di Padre e di Figlio. È il nodo più duro da sciogliere per il mobile uditorio e perfino per i discepoli. Senza che questa verità sia entrata in loro tutto il resto non vale. Per la salvezza universale il pegno è quello e quella è anche la porta. Nella scrittura di Giovanni l’accento della parola è ultimativo. Gesù ritorna sempre sulla primaria proposizione che molti, riluttanti, giudicano una pretesa. Rivolto agli ascoltatori e ai discepoli si dice sempre insoddisfatto del grado di certezza che ha raggiunto la loro fede. Una rampogna latente o dichiarata rimane sempre nel fondo del suo discorso come preludio alle grandi lezioni. Solo nelle previsioni dell’ultimo giorno c’è al cospetto del Padre indulgenza e tenerezza per i Dodici e per i veri seguaci.

VI La autoproposizione apologetica si sviluppa in continue repliche e riprese, sempre in un volo alto e impetuoso di linguaggio. Gesù stesso sembra investito dalle rivelazioni 119


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che le sue parole contengono, trascinato dalla grandezza e dall’umiltà che in lui coincidono, e vuole che gli altri capiscano e accettino subito, ma gli altri sono soggiogati piuttosto dai «segni», specialmente quelli meravigliosi, più ancora da quelli vantaggiosi e di lettura immediata come le guarigioni, le resuscitazioni, le sfamature collettive. Resta questo grande iato tra la grevità degli argomenti umani, sia pure benevoli, e gli eventi dello spirito, illuminazioni della conoscenza ideale che solo la libertà può ricevere: libertà dal peccato, s’intende.

VII I luoghi del Vangelo giovanneo, i posti. Le città nelle quali Gesù entra e si ferma, preceduto dal nome, accolto dalla folla dei cittadini, seguito. Alcuni lo ascoltano, altri oppongono obiezioni, dubbi. I villaggi da cui la gente esce per incontrarlo e vederlo da vicino nei suoi passaggi e spostamenti da Galilea a Giudea, da Giudea a Galilea; Betania, Efrain, Canan, Cafarnao: si va e si ritorna negli stessi luoghi, ci si aggira in uno spazio circoscritto, riconoscibile, visualizzato, e dietro c’è l’infinito… Le figure evangeliche vi sono situate con naturalezza in una dinamica evidenza: l’adultera al pozzo nella campagna; lo sciancato con il suo lettino ai bordi della piscina affollata. Gli echi e le ripercussioni del «segno» nella comunità, nel Tempio. Gerusalemme a cui si sale di quando in quando sovrasta.

VIII Qualche commento autorevole suppone che il Vangelo di Giovanni per essere stato scritto a settanta anni dalla 120


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morte di Gesù, nell’estrema vecchiaia dell’apostolo, sia ancora una testimonianza diretta e fedele, che fruisce però di una più distesa conferma dei fatti e delle loro conseguenze: e si discosti dall’asciutto referto dei sinottici per un disegno letterario, una scelta di stile. Non sono in grado di valutare questa opinione. Che Giovanni abbia avuto tale proponimento mi riesce però difficile pensarlo. Quando nell’Apocalisse lo ha avuto, lo ha esaltato al massimo. Ma in questo caso l’aderenza al vero che lui, discepolo prediletto e amato, conosceva più meticolosamente di qualsiasi altro è una necessità elementare e non compatibile con nessuna “retorica”. Aveva solo da comporre un testo continuo in cui convenissero naturalezza di testimonianza narrativa e eccezionale testimonianza del magistero. Come chiamarlo l’insegnamento che il Gesù giovanneo impartisce? Profezia è la parola più conveniente nella quale il Maestro e l’Evangelista infatti convergono. IX Quello che ascoltiamo nel Vangelo giovanneo è un parlar profetico. Non solo perché riprende e continua la tradizione dei grandi profeti vetero-testamentari ma perché lo “spirito” soffia con la medesima urgenza, inclina la parola con la medesima forza di ammonizione. Quello che era preannunzio qui è annunzio: la lode lascia il posto al proclama. Ma circola la stessa aria naturale e soprannaturale: che Giovanni evengelicamente cattura. X L’Eucarestia annunciata con violenza concettuale e profetica: e insieme con ardimento metafisico. «“Chi gusta la 121


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mia carne e beve il mio sangue, dimora in me e io in lui. Come mi inviò il Padre che ha la vita, ecco che io vivo grazie al Padre, eppure chi gusta di me anch’egli vivrà, grazie a me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come mangiarono i vostri padri, e morirono: chi gusta questo pane vivrà eternamente”. Queste le cose che disse insegnando nella sinagoga a Cafarnao. Molti dei suoi discepoli nell’ascoltarlo dicevano: “È duro questo discorso: chi riesce ad ascoltarlo?”… “Le parole che vi ho detto sono Spirito e sono vita. Ma vi sono fra voi alcuni i quali non credono”… Perciò molti suoi discepoli se ne andarono, senza più accompagnarsi a lui. Disse dunque Gesù ai Dodici: “Non volete ritirarvi anche voi?”. Gli rispose Simone Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”».

XI La metafora Il ricorso continuo, non però sistematico, che Gesù fa alla metafora nei suoi discorsi d’ammaestramento genera in un pubblico ottuso e ottenebrato dal formalismo come era spesso il suo, equivoci e incomprensioni, errori di senso. La metafora innalza il piano della comunicazione e nello stesso tempo dovrebbe avvicinarlo al comprendonio della gente in ascolto. In realtà Gesù parla metaforicamente e i Giudei come i Farisei intendono alla lettera e trovano assurde e blasfeme le sue enunciazioni. Talora lo accusano di «avere un demonio»: «chi non gusta di me, chi non si ciba della mia carne come può…». Del resto anche i discepoli trovano duro il discorso, la loro povera mente è sottoposta a violenza. La parabola, che è il modo più compiuto e disteso di insegnamento, mi domando se non appartiene anch’essa 122


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alla famiglia della metafora, sotto la specie del parlar figurato. L’exemplum fictum dei grandi retori latini potrebbe d’altra parte suggerire l’idea della parentela e, naturalmente, della distanza tra queste forme. Il posto fatto alla riflessione sulle analogie è destinato a dare poco frutto: proprio perché quelle che sono forma nella letteratura, nel Vangelo, acquistano uno spessore di sostanza. Nate come riferimenti alla verità divengono verità in se stesse.

XII Si direbbe che Giovanni scrivendo molto tempo dopo i fatti testimoniati, spazi più liberamente e si fermi con i suoi ricordi precisi per la stretta familiarità con Gesù, spesso diretti, su alcuni momenti mirati. Sono i più significativi della sua cristologia trascendente. Questo gli consente una maggiore indipendenza riguardo alla cronistoria del racconto, che acquista paradossalmente in evidenza, concretezza, credibilità. Mancano in Giovanni pagine e brani che leggiamo pensierosamente negli altri Vangeli, mancano nella loro sequenza molte famose parabole, manca il Discorso della montagna, mancano le Beatitudini, mancano le tentazioni del Maligno. Ma quello che Giovanni ha scelto di testimoniare ha valore apologetico e profetico: è per ritornare senza stanchezze sul primo, fondamentale punto: la divinità del Figlio dell’uomo, la sua piena legittimità e autorità dal Padre. E così chiamare alla fede la moltitudine degli increduli o dei credenti a metà. Tra tutti i “segni”, quello su cui indugia con più puntuale partecipazione è Lazzaro resuscitato: il più eloquente, esterrefatto momento dei poteri soprannaturali del 123


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Cristo, l’insieme della forza illimitata dell’amore e della fede.

XIII «Riprese dunque Gesù a parlare». Ricorre nel testo giovanneo questa formula. La fonte riprende a sgorgare. La Parola prosegue. Un pensiero che non nasce in Gesù ma è sopra Gesù si espande dalla sua voce. Lo Spirito Santo sorprende anche Gesù, lo esalta, lo spinge all’estremo del suo aut aut. Linguaggio pitico e linguaggio profetico si accendono reciprocamente in una chiarezza perentoria. Giovanni interpreta profeticamente il magistero di Gesù dal fondo profetico della sua propria natura e si ha talora il brivido di una aggiunzione di potenza, talora di una sovrapposizione. Presupposto della profezia è il peccato; la colpa, il ravvedimento, la conversione. Non tutto l’ebraismo agisce in un campo così devastato, ma la profezia parte da questo sentimento universale del Male, non può fare a meno di questo elemento. La profezia di Cristo è intimatrice in nome suo, pone al centro della recriminazione e della proposta lui stesso, parla in prima persona. Giovanni è un testimone ma anche un “complice”. Avvicinandosi alla “glorificazione” Gesù si accosta più affettuosamente ai suoi discepoli, mostra una premura più dolce per la loro sorte. Scende sulla terra per loro, ed è per strapparli ai loro pregiudizi. La lavanda dei piedi oltre a ergere un atto dimostrativo e ammaestrativo afferma un vincolo affettuoso fra lui e loro; nello stesso tempo è anche una lezione di umile e amorevole servizio, una 124


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umanissima raccomandazione fatta a tutti loro. La metafora e l’allegoria non prevaricano sulla naturalezza concreta del gesto. Li ha duramente ammaestrati e richiamati fin qui, ora li protegge paternamente. Anche il piano della narrazione trova difficoltà a mantenere il livello e l’equilibrio tra la grande e precisa animazione realistica degli episodi e il vigore profetico che ne deriva. La prosa in alcune di quelle crisi ha uno scarto: «perché non era ancora venuta la sua ora». Giovanni passa dalla evidenza familiare all’inconoscibile.

XIV La necessità Dall’Antico Testamento si prolunga nel Nuovo quella trascendente sintassi, così ostica alla logica occidentale moderna ma forse non a quella platonica e neoplatonica. Si tratta della priorità assoluta della Parola e della necessità che essa afferisce al corso degli eventi. Non solo il Verbo (il logos) ma anche le sue rifrazioni profetiche: «Sebbene avesse compiuto questi segni davanti a loro, non gli credevano, affinché si adempissero le parole del profeta Isaia quando disse: “Signore, chi credette al nostro ascolto? E il braccio del Signore a chi fu rivelato?”». Anche il Vangelo di Giovanni è fitto di questi nodi che stringono una soprannaturale consequenzialità fra il detto, il preannunciato e l’attuazione che sembra si compia per il fine precipuo di non lasciarli inevasi e incomprensibili. Qualunque esso sia. In realtà Dio ha parlato e preveduto attraverso quelle parole, quelle frasi dei suoi profeti (gli oracoli, le pizie…). Potrebbe una sua volontà improvvisa inserirsi in quella grammatica – viene in 125


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mente un pensiero profano – o una vertiginosa necessità inconcepibile dall’uomo, agisce anche nel divino?

XV «Queste cose vi ho detto in similitudine». Similitudini: questo sono infatti le metafore, questo le parabole di Gesù. «Sta venendo un tempo in cui non vi parlerò più per similitudini ma vi parlerò chiaramente del Padre». Il congedo dai discepoli, e la raccomandazione, di essi al Padre, vengono dopo queste dichiarazioni, nel cap. 16: Così parlò Gesù, e alzati gli occhi al cielo disse: «Padre, il momento è venuto. Glorifica il tuo Figlio, affinché il Figlio ti glorifichi, poiché gli hai dato potere su tutta la carne affinché a tutti coloro che hai dato a lui, egli dia una vita eterna. Questa è la vita eterna: conoscere te unico vero Dio e il tuo inviato, Gesù Cristo. Io ti ho reso gloria in terra compiendo l’opera che mi hai affidato da compiere; ora tu, o Padre, rendimi glorioso davanti a te, come fui davanti a te prima dell’esistenza del mondo. Manifestai il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi, e tu li hai dati a me, ed essi hanno custodito la tua parola. Ora hanno riconosciuto che tutto ciò che mi hai dato viene da te, poiché le parole che tu mi hai dato e io ho trasmesso loro, essi le accolsero e le riconobbero come provenienti davvero da te, e credettero che tu mi hai inviato. Io ti domando per loro, non per il mondo ma per coloro che mi hai dato, poiché sono tuoi, e tutto quanto è mio è tuo e tuo è mio, e in essi sono stato glorificato. Io ora non sono più nel mondo; essi lo sono, mentre io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, che mi hai dato, affinché siano una cosa sola come noi. Mentre ero con loro li custodivo nel tuo nome, che mi hai dato, li protessi e nessuno di loro perì, 126


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eccetto il figlio della perdizione per dare compimento alla Scrittura. Ora vengo a te e ciò dico nel mondo affinché abbiano piena in sé la mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li odiò poiché non sono del mondo come io non sono del mondo. Non ti chiedo di toglierli dal mondo ma di proteggerli dal Maligno. Essi non sono del mondo come io non sono del mondo. Consacrali nella verità: la tua parola è verità. Come inviasti me nel mondo, io li mandai nel mondo e per loro mi consacro, affinché siano anch’essi consacrati nella verità. Non però per essi soli io chiedo, bensì anche per quanti credono in me grazie alla loro parola, affinché tutti siano una cosa sola come tu Padre in me e io in te, e così anch’essi in se stessi, affinché il mondo creda che tu mi hai inviato. Io, la gloria che tu hai dato a me l’ho data a loro, affinché siano una cosa sola come noi siamo una cosa sola: io in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell’unita e il mondo riconosca che tu mi hai inviato e li hai amati come hai amato me. Padre, per coloro che mi hai dato voglio che dove io sono siano anch’essi con me, affinché custodiscano la mia gloria, che mi hai dato perché mi hai amato prima della fondazione del mondo. Padre giusto, eppure il mondo non ti conobbe mentre io ti conobbi e costoro riconobbero che tu mi hai inviato, e io feci loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l’amore con cui mi amasti sia in loro, e io in loro».

XVI Il peccato «perché non credono in me» Il congedo degli apostoli comincia con previsioni e certezze dolorose e tragiche per la sua posterità di cui essi sono i testimoni, i depositari, gli artefici. Le ragioni sono riassunte, a un certo punto, in una frase: «Se il mondo vi 127


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odia, sappiate che ha odiato me per primo»; e in quest’altra: «Io vi scelsi dal mondo, perciò il mondo vi odia». Il mondo si conferma una avversità, un malefizio a cui solo il Regno potrà dare risposta adeguata. Ma: «Vi espelleranno dalla sinagoga, e sta venendo un tempo in cui chiunque vi uccida crederà di rendere un servizio a Dio». Ai discepoli spauriti, afflitti e smarriti di fronte all’oscurità del loro domani, Gesù parla cercando il senso confortante di quelle parole disastrose. «Non ve lo dissi dall’inizio, poiché stavo con voi. Ora però vado da chi mi inviò, e nessuno di voi mi chiede: “Dove vai?”, ma per avervi io detto questo, la tristezza invase il vostro cuore». E sembra esporre i termini di un patteggiamento: «Se non parto, non verrà a voi il Protettore; se vado, ve lo manderò. E venendo confuterà il mondo per il suo peccato». Qual è il peccato? Il «peccato perché non credono in me…». Il perno del Vangelo giovanneo rimane assolutamente cristico: tutto sta nel riconoscere pienamente l’autorità divina del Figlio inviato dal Padre, esserne certi. L’offesa, il peccato del mondo sono nel non riconoscerlo. Il Padre ha fatto all’umanità questo dono estremo per la sua salvezza. Rifiutarlo, quello è il peccato. Non dirò, a conclusione, che il Vangelo di Giovanni accresce la forza e moltiplica l’altezza dell’edificio nascente sulla Parola di Gesù. Non tacerò invece che la testimonianza dell’Evangelista imprime per sempre al discorso cristiano quel fremito da battito d’ali fra il puntualmente terrestre e gli ultraluoghi raggiungibili soltanto con la grazia.

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Mario Luzi, primo piano, (1998, foto Ugo Zamborlini).


Mario Luzi mentre legge seduto su una panchina del Seminario a Pienza, (agosto 2003, foto Paolo A. Mettel).


Mario Luzi sulla terrazza di casa in Via Bellariva a Firenze, (1991, foto Luciano Bonuccelli).


Mario Luzi a Pienza nella casa di via del Bacio, (2003, foto Nino Petreni).


Mario Luzi con Don Fernaldo Flori a Sant’Anna in Camprena (Pienza, 15 agosto 1984, foto Nino Petreni).


Mario Luzi con Venturino Venturi, Sala Est-Ovest Provincia di Firenze, (aprile 2001, foto Giovanna Fozzer).


Mario Luzi cammina in via del Bacio a Pienza, (2003, foto Katia Migliori).


Mario Luzi, vincitore del “Premio Lerici Pea� alla carriera, e Stefano Verdino, (Lerici, settembre 1998, foto Archivio Stefano Verdino).


LETTERE DI SAN PAOLO


SUL DISCORSO PAOLINO di Mario Luzi

Mi pare si debba prima di tutto salutare come un segno liberatorio l’uscita dei grandi testi fondamentali del Cristianesimo dall’uso interno, dall’ambito, intendo dire, della pur meravigliosa tradizione esegetica della Chiesa all’incontro con la così detta laicità presente. Naturalmente uscendo da quella riserva essi sono esposti a una incerta fortuna: possono arenarsi nell’acqua bassa e nella sabbia insidiosa di una cultura onnivora e perciò indifferenziata; o possono invece filare sulla corrente della vita. Ancora meglio che nelle versioni correnti seguiamo qui il discorso di Paolo nel suo costituirsi, ora fermo e imperioso, ora «quasi ansante» nell’empito e nelle battute serrate delle dispute, delle diatribe, tra chiarimenti e rimproveri, giustificazioni, raccomandazioni paterne d’una intensità tanto umana che sovrumana. Pur nelle frequenti distonie di un’agitazione perpetua – che qui passa sensibilmente nelle parole – è, questo di Paolo, un discorso di una sicurezza inaudita. Esso infatti può ramificarsi quanto vuole, intrigarsi nelle circostanze più spinose e nelle situazioni locali o temporali più sgradevoli e ostiche; poggia tuttavia su alcuni fondamenti di una stabilità inattaccabile, non teme di smarrirsi o di perdere di vista l’approdo. L’incomparabile miscela di umiltà soggettiva e di autorità sovrapersonale che regola la voce di Paolo – l’oralità è infatti intrinseca a quella scrittura, chiunque sia 131


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realmente lo scriba – fa sì che la figura individuale dell’apostolo sia quasi divorata dalla sua stessa luminosa e infocata radiazione profetica, non per questo perdendo i connotati della sua personalità. È vero, non mancano i passi in cui l’apostolato paolino consiste soprattutto nell’ammaestramento, nella ricerca e nella convalida di criteri di comportamento comuni se non addirittura di precetti, di norme, sebbene, prese le distanze dall’ebraismo, avendo per accordi con Pietro, Giacomo e Giovanni giurisdizione apostolica tra i Gentili, Paolo sia riluttante a ossequiare e tanto più a stabilire la Legge; e rifugga più che può dall’imporre normative e canoni. Ma, se le Lettere obbediscono anche a questo compito di buon ministero, incomparabilmente più si sostanziano e si accendono al fuoco della profezia. Paolo è un apostolo che non si limita a trasmettere ciò che è saputo ma procede a inventare e a fondare un nuovo sapere. Mentre parla per istruire gli adepti delle comunità si illumina egli stesso di nuovo sapere, è abbagliato e scosso dalla forza di ciò che sul momento gli si presenta come nuovo argomento di rivelazione. Non cessa dunque di essere in atto profeta neppure quando amministra o governa: e si deve a questa esuberanza di profezia se egli può assumere vertiginosamente sopra di sé l’autorità esclusiva di dettare e di interpretare il vero Vangelo. «Il mio Evangelo», proclama infatti, pervaso fino all’ultimo della luce della folgorazione damascena e delle visioni celesti che la seguirono: e nella sicurezza di essere stato ab aeterno scelto e riservato a questo. Il senso della parola “profezia” è stato illustrato da Paolo stesso nella prima lettera ai Corinti là dove parla dei carismi: lo distingue, questo della profezia, e perfino lo contrappone al dono delle lingue, alla glossolalia, dichiarando di averli ambedue ma di praticarne uno solo, 132


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il primo, per giovare ai fratelli, perché quello infatti e non questo serve allo scopo della conoscenza e dell’amore. Decisione da considerarsi, credo, capitale perché ha immesso la testimonianza cristiana nella “mente” greco-romana, laddove l’altro carisma, se davvero prevalente, l’avrebbe confermata tra i mysteria dell’Oriente. Non si potrà certo dubitare che la profezia sia l’arma di Paolo: quanto a vigore comunicativo e quanto a metodo insieme di ricerca e di magistero essa è pressoché onnipresente. Ma nel profetizzare dell’apostolo quanto non permane e non riaffiora dell’altra ispirazione repressa, del manifestare per lingue, per invocazioni e profferte immediate? Talora nel calore dell’argomento la parola e la frase insorgono ad anticipare il concetto e la definizione del pensiero. La forza, certo tormentosa, eppure inflessibile del discorso di Paolo discende da alcune rocciose certezze: in questo si sono convertite infatti le sue deliranti («la follia di Dio è più sapiente degli uomini») visioni, rivelazioni, intimazioni. Per asseverare e trasmettere quelle certezze alle quali risale l’autorità del proprio discorso, Paolo, soprattutto nelle grandi lettere teologiche, i Romani, i Corinti, i Filippesi, impiega l’energia travolgente che è implicita nella loro stessa sostanza; vale a dire mette la potenza d’urto della loro novità al servizio della sua causa che è la causa. Affermarsi, farsi credere come indiscussa fonte della vera rivelazione è infatti essenziale per l’opera alla quale è stato chiamato con un appello predisposto prima che il tempo esistesse, cioè per la conversione. A questo fine strategia e fede assoluta sono una cosa sola: «In Cristo Gesù vi ho generato io, con l’Evangelo», rivendica e ammonisce. Quanto a noi, l’aver conosciuto la brutta copia e addirittura la versione infernale di questo sublime invasamento, e cioè la miscela di fanatismo e di astuzia del capo 133


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rivoluzionario moderno, non fa altro che accrescere la nostra meraviglia per quell’inerme, umile e sovrano accentratore di ogni potere apostolico. È un tribolatissimo agone, questo della sua investitura, nel quale deve impegnarsi per la predicazione e poi per la integrità e la salvaguardia della fede. Una volta assicuratosi questo potere, Paolo sottopone i poveri e i provveduti delle spaurite e incerte comunità asiatiche, greche, promiscue alle più alte prove intellettive e al rigetto finale delle loro resistenze egoistiche. Riflettendo sulla pienezza di questa azione, siamo colpiti dalla forza estrema della richiesta paolina, quasi come da un abuso e da un soverchiamento sul limite e sulla mediocrità umana, e nello stesso tempo dalla sovrabbondanza d’amore e di divina gratitudine dell’apostolo: la quale si riversa sulle angustie e colma le insufficienze prevedibili dell’uditorio. Di queste componenti è fatta la persuasione, e la persuasione è incalzata dalla premura appassionata di scongiurare l’errore, e infine dall’ordine più o meno dolcemente ultimativo: «Questo dico e ve ne scongiuro nel Signore» (Galati). In questa onda di commossa energia noi vediamo prosperare il procedimento paradossale del pensiero; un procedimento del resto già familiare ed intrinseco al linguaggio profetico dell’Antico Testamento: ed è un altro modo di debellare gli schemi attraverso la cui breccia deve passare la parola dell’Annuncio, prima premessa perché si attui poi la conversione, ossia il capovolgimento della visuale e dello statuto umani mediante il battesimo. Se il discorso di Paolo può con la massima naturalezza di fede affermare il dominio e rivendicare il predominio assoluto della propria parola, ciò è dovuto in primo luogo allo sbalorditivo privilegio che gli è conferito e al terribi134


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le compito che lo autorizza. Paolo infatti si dice e si costituisce come il latore e l’elargitore dell’Evangelo: e direttamente da Cristo Gesù, sebbene tra gli apostoli sia il più tardivo e il più indegno essendo stato un persecutore («Paolo perché mi perseguiti?»). Non sottovaluta né la persona né il lavoro di Pietro, di Giacomo, di Giovanni che furono discepoli di Gesù e hanno piena giurisdizione nel campo dei circoncisi da evangelizzare; ma proclama di aver avuto un’investitura unica e diretta essendo stato prodigiosamente fatto partecipe di misteri indicibili. L’inestimabile grazia di questa elezione e l’eccezionale responsabilità che ne discende animano l’agonismo assoluto che pervade, proprio come la vita, così anche la parola di Paolo. Giovanni Crisostomo con eloquenza colorita da belle iperboli lo ha celebrato in modo da fissarne nei secoli lo stigma e quasi l’icone. La lettura fatta, per così dire, alla lettera ci fa ritrovare la veridicità quotidiana di quell’immagine: lo spirito paolino, che a tutti noi cristiani o laici arriva endemicamente sia nei suoi effetti dirompenti sia in quelli costruttivi attraverso una storia che è quella della cristianità stessa, lo riconosciamo qui sostanziato dalle sue accidentate riprove. Quello spirito agonico è dunque impegnato continuamente tanto a portare e «dare» l’Evangelo e a vigilare sulla purezza della sua interpretazione, quanto a ribadire la sua personale superiore legittimazione a predicarlo, e a difendere dalle insidie dei falsi profeti una autorità che discende da così alto. La suggestione di titanismo che promana dal Crisostomo si rinnova continuamente, se pure non disdice l’umanissimo fervore di certe paterne e quasi domestiche attenzioni e provvidenze. Il secondo caposaldo della potenza di discorso che è in Paolo sta più all’interno di quanto non sia la sua pur essenziale modalità, della quale abbiamo fin qui parlato. 135


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Riguarda infatti la natura e la materia della fede. L’una e l’altra temprano come per una sfida a tutto il mondo (ancora l’agonismo) la lama dell’espressione e il timbro della parola. «Abramo sperò contro ogni speranza…» può esserne l’emblema. Paolo è tanto Fariseo e tanto romano da sentire come paradossale la sostanza della fede. Così egli inaugura il sentimento tutto moderno dello scandalo della fede. Non è impossibile cogliere una specie di libido nell’uso di arditezze concettuali teologiche che più offendano l’incredulità dei presunti sapienti. È, credo, il primo a far sentire la fede come sublime nonsenso. La parola “follia” ricorre più di una volta: e ricorre come rivendicazione di diversità e di privilegio. «Dicono che siamo pazzi: sì, siamo pazzi di Dio». Si instaura una logica “altra” che non ha e non vuole avere nulla a che fare con quella dell’uomo antico. Paolo esaspera ed enfatizza questa differenza per aumentare lo scandalo della rottura, per mettere in chiaro una volta per sempre la natura sconvolgente della fede. Quanto poi alla materia della fede, immensa e incandescente spera di rivelazioni avute e annunciate dal suo Evangelo, ancora una volta ha ragione il Crisostomo quando ci rappresenta la forza erompente e la capacita illimitata dell’apostolo di risolvere ogni difficoltà. La difficoltà più ardua era quella di tenere insieme e di mettere il patrimonio della Rivelazione, appunto, e del pensiero e dell’esperienza, vivo e dunque non formalizzato come l’antica Legge, e perciò vulnerabile, in grado di reggere il confronto con gli avversari e con gli stessi seminatori di dubbi e di errori e di aberrazioni che allignavano all’interno delle stesse comunità dei seguaci. Il discorso paolino ha comunque la garanzia di non disperdersi e di non smarrirsi. Non lo portano fuori strada – irradia dovunque tale sicurezza – né le minime que136


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stioni culturali, né le inveterate superstizioni che gli si oppongono, né le sottigliezze concettuali degli uomini di dottrina e magari dei troppi evangelizzatori abusivi. Il nucleo della sua forza sta nell’assunzione totale ed esclusiva del Cristo Gesù come termine di ogni verità e di ogni giudizio. Si tratta anzi di una vera immedesimazione con la sua persona e di una piena integrazione nel suo corpo avvenute (e predicate) mediante il battesimo nella morte di Gesù. In quel momento Gesù è divenuto tutti gli uomini: e tutti i credenti evangelizzati vivono in lui e secondo lui in unità mistica. Paolo fa vibrare al massimo diapason questa certezza ponendola, potremmo dire, come basamento della fede. Essa risolve ogni complicazione, semplifica e sintetizza qualsiasi argomento riconducendolo all’essenziale, che è la salvezza. È tanto vertiginoso il capovolgimento del criterio di giustificazione «per la fede in Cristo» («per mezzo suo abbiamo ottenuto con la fede l’accesso alla grazia in cui ci troviamo e il vanto della speranza della gloria di Dio…» Romani) che deve essere del tutto cambiato il meccanismo stesso del ragionare e del perorare. Premessa e conseguenza, causa ed effetto mutano il loro tradizionale rapporto: spesso la spiegazione non è altro che la riconferma della inoppugnabilità dell’assunto. Che bisogno ha di argomentare e di esprimersi come uno dell’Areopago colui che ne vuole abbattere la falsa sapienza e dunque anche i suoi metodi? D’altra parte il discorso paolino non è contestativo ma travolgente e soverchiativo per sovrabbondanza di certezza e di asseverazione: per cui fonda il suo potere e la sua saldezza su altri sostegni formali, così come sono altri e cioè non filosofici ma profetici gli sviluppi sostanziali. Niente di meno poteva accadere a colui che aveva messo al centro del disegno provvidenziale e dunque 137


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della storia umana e cosmica la resurrezione di Cristo. Lo scandalo degli scandali, e cioè lo choc che viene come supremo dopo la catena degli altri a cui la “mente” dei Gentili viene sottoposta, è proprio questo. Non è tanto la nascita e l’incarnazione quanto la morte e dalla morte la resurrezione che decide insieme la grandezza del dono fatto all’umanità e il processo della salute. Senza la morte la parola del Cristo non avrebbe avuto valore, e se non ci fosse la resurrezione saremmo stati giocati. «Se è solo in questa vita che abbiamo sperato in Cristo, siamo i più miserabili di tutti gli uomini». La resurrezione dunque sfolgora come il punto centrale della visione salvifica e del pensiero cristico dell’apostolo Paolo. Su pochi caposaldi inattaccabili – si è detto – si svolge e si dirama, sollecitato dalle occasioni, il discorso; e quando tocca questi nuclei si infiamma oltre ogni misura abituale, fino al vero e proprio inno elevato alla carità che è l’anima vivificante di tutto il sistema. Se penso la mia prima e poi la successiva sempre imperfetta approssimazione cristiana, non incontro tanto presto né tanto spesso san Paolo. La lettura attenta dei Corinti e dei Romani e delle altre testimonianze paoline è stata piuttosto un acquisto dell’età matura e di un certo passaggio della vicenda personale e storica, quando tutto pareva rimesso in causa. Allora questa enorme figura che emerge dal caos dell’errore e della inquieta aspettativa degli uomini per dare un senso alla speranza si propose in tutta la sua imponenza. Uomo venuto da una crisi planetaria riacquista la sua statura conveniente nello sconvolgimento che arrecano appunto le crisi planetarie, alla fine e all’origine ancora indistinte delle epoche. Il sentimento e la coscienza di attraversare un tempo similmente caotico erano (e restano in questi nostri anni) all’altezza di Paolo, rendevano (e rendono) non eccessiva la sua voce. La dismisura era sulla 138


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potenza della passione, ma non sulla casualità del pathos. Il senso dell’“agonia” in cui si sviluppano l’azione e la parola paoline si ripresentò quasi a nudo in quel crollo di valori e istituti esteriori e interiori, in quel discrimine malcerto tra sopravvivenze inservibili e perfino nefaste e novità ancora indecifrabili in mezzo ai quali ha brancolato a lungo – e più nevroticamente nei nostri decenni – il nostro secolo, e continua a farlo nei nostri giorni per quanto sembri placato dalla sua stessa stanchezza. A questo punto quel rigore e quel freddo che alonavano il Santo nella versione che primamente ne avevo ricevuto cedettero alla energia e alla radiosità esplosive di quella che mi si animava di fronte. La insofferenza di Gide per il Paolo legislatore non permissivo – strana sorte di un destabilizzatore della legge in nome dell’amore! – desunto dal calvinismo familiare cominciò ad apparire irrisoria paragonata agli eventi che l’apostolo aveva avuto da fronteggiare governando nella tempesta le anime e le neonate ecclesie in continuo pericolo di sbandamento. Prima di questa messa a fuoco era stato piuttosto Agostino il maestro delle inquietudini della coscienza e della conoscenza che la grande tradizione dei Padri proponeva alla nostra epoca o almeno alla mia prima stagione. Ci arrivava del resto attraverso una lunga discendenza di esemplarità poetiche e morali che avevano modellato fortemente l’Occidente e dunque la nostra cultura da Petrarca a Pascal e Racine, da Manzoni ai più vivi scrittori cattolici del Novecento. Leggere Agostino era risalire alle fonti di ambagi e tormenti che già erano in noi, riconoscerli, prenderne l’ultima consapevolezza. Nessuno meglio di lui poteva presiedere, come già nel Secretum petrarchesco, ai dibattimenti interiori, alle analisi e alle difficili verifiche dell’introversione a cui occorrevano più di ogni altra cosa passione di verità e lucidità impietosa. 139


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Era e resterà sempre il maestro della vita individuale, della speculazione e della confessione introspettiva; e corrispondeva perfettamente all’idea monistica e quasi segregativa che dell’esperienza spirituale e anche di quella artistica si era affermata, forse di necessità, nel turbolento Occidente, specialmente dopo lo sfacelo dei grandi universali del Medioevo; dopo Dante. Ma verso la metà del secolo ormai trascorso una diversa ansietà ha preso a ravvivare il pensiero del destino comune, della salvezza o della perdizione del mondo, lasciando in camera caritatis il grande esercizio insegnato per l’anima da sant’Agostino. L’incidenza di Teilhard de Chardin è ancora oggi difficile a misurarsi, ma gli orientamenti del pensiero teologico concorrono con quelli della scienza “profana” se non a una visione, certo a un’interrogazione totale sul destino umano e universale. Su questo sfondo la figura di Paolo, misuratasi con gli eventi e con le genti di un tempo procelloso e decisivo per la storia umana, sembra ripresentarsi vigorosa, come portata dal proprio elemento. La sua parola di fede sfida ancora le inerzie e le ignavie per cui l’uomo si adegua e si rassegna all’errore e all’iniquità.

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“L’Albero di dolore di Mario Luzi (Crocifissione)”, Pietro Tarasco, acquerello, 1996.


“Omaggio a Mario Luzi”, Luca Macchi, tecnica mista e foglia d’oro su tavola, aprile 2003.


“Mario Luzi e Pienza, dalla finestra di via del Bacio�, Pietro Tarasco, acquerello, 2009.


“La Pietra dell’Eterna Accoglienza”, Nino Lupica, tecnica digitale su tela, 2010.


APOCALISSE DI SAN GIOVANNI


PENSIERI LEGGENDO di Mario Luzi

La profezia, la escatologia di cui anche l’Apocalisse fa parte erano misure e forme intrinseche alla mente religiosa e anche al gusto letterario della tradizione vetero-testamentaria. È stato anzi osservato come trabocchino episodicamente anche nel Nuovo Testamento. Ma lo spirito di quella “rivelazione” come può essere accolto da una religione tanto mutata e sottoposta alla prova di puntigliose analisi di ogni genere? Quanto per un lettore moderno sia pure predisposto si risolve in pura fantasmagoria sacra oppure contiene ammonizioni e avvisi? Che linguaggio è insomma questo, ispirato o convenzionale? Qual è di fronte ad esso la possibile risposta di chi non è iniziato se non ad altro, almeno allo specialismo? Se aprire uno scritto sul grande tema con una confessione privata non è profanarlo, comincerò con l’ammettere che mi trovo in uno strano disagio nell’affrontare il testo che abbiamo di fronte. Non considero qui la difficoltà ermeneutica ed esegetica che è ovvia e anzi presupposta e oggettiva. No, il disagio che mi rende un po’ esitante e disorientato è di altro ordine e neppure le incertezze storiche e filologiche, la problematica identità, la vaghezza delle fonti bastano a spiegarlo. Il disagio è in me, intimamente e mi avvilisce come avvilisce un credente ogni «manco di fede». 143


Mario Luzi

C’è, sì, una sospensione di credulità e, ai luoghi supremi, un coinvolgimento di fantasia, ma riesco solo a tratti, sporadicamente, a liberarmi da un senso occulto di non inerenza e di differenza, come accade di fronte alle opere “di maniera”, una maniera, in questo caso, accesa e fulgida ma obbediente ai suoi canoni Insomma dove era il punto vivo della motivazione? Il cuore con il quale trovare l’unisono? Siamo conformati a quel genere di rispondenza tra il soggetto e l’oggetto delle enunciazioni. E quello dell’Apocalisse appartiene ad un altro genere che aveva forse un altro esito e senso. Altro effetto. Quasi che una pellicola mi scorresse sopra la testa con i suoi quadri senza davvero occuparmi e attraendo in su di quando in quando il mio sguardo con il suo silenzio. Questo è il disagio, una sorta imprecisa di empietà che mortifica l’animo nel sentirsi escluso dal pathos e dal “fuoco” attivo dello scenario. In ogni caso ricordo un’osservazione appropriata di Harold Bloom quando in Poesia e rimozione parla di Shelley che ha come Blake «un temperamento apocalittico». Ma nel Prometeo liberato aveva tentato una Apocalisse umanistica, e può essere un ossimoro. Apocalisse umanistica considerata un ossimoro: non dice tutto, ma dice molto del mio disagio. «Di tipo apocalittico». Proprio questa frase usata, per esempio, nell’introduzione dell’Apocalisse nell’edizione interconfessionale della CEI spiega forse meglio e precisa il senso del mio “disagio”. Di sicuro il testo che noi abbiamo di fronte assume una eccezionalità lampante ma proviene da una tradizione letteraria ancora viva al tempo di Gesù. È definito “tipico” della cultura giudaica quel genere, e questa tipicità la sentiamo anche in un libro come il nostro: ne attenua l’imminenza, frappone il diaframma della maniera tra noi ed il pathos. Interiore e rituale. 144


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È questo, credo, il motivo del mio “disagio” che stempera dentro di me il fuoco emozionale della lettura: e noi ne abbiamo intrinsecamente bisogno, quando il rapporto tra il libro e i suoi lettori era in quella cultura presumibilmente tutto diverso. Ma non è solo un disagio prodotto dal senso critico e dallo scrupolo di una difettiva aderenza allo svelamento, è anche la confessione che quelle parole venute da molto lontano si perdono anche lontano, molto lontano dopo aver lasciato una ricca serie di strani bagliori. Nell’Apocalisse siamo continuamente posti di fronte a figurazioni. Tutto accade figurativamente al ritmo delle dinamiche maestose sequenze figurali. Lo spettatore assiste muto alle mutazioni mirifiche, intento primamente a coglierne il senso, giacché è stabilito a priori che siano munite di un potere di ammonimento e di svelamento. Alla nostra cultura è innegabile però che quel linguaggio filmato parli anche esteticamente, e questa parola va intesa in senso molto comprensivo. A questo aspetto sensibile del testo contribuiscono sia i numeri che le forme e i colori delle figurazioni. Mi rendo conto che è impossibile per noi riportarci al livello della suscettibilità originaria, voglio dire del tempo e della cultura da cui il testo proviene. I numeri o i colori? Chi prevale nella nostra emozione? La numerologia non è così intrinseca al nostro pensiero come lo era nel mondo vetero-testamentario. Le forme e i colori hanno nella cultura a cui apparteniamo preso il sopravvento e agiscono anche sui più distratti di noi. Non ha tempo perché li comprende tutti, non distingue fra passato e presente e vale per il futuro imminente e lontano: questo si dice nella letteratura di chiosa e di com145


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mento. Anche questa mens con le sue conseguenti misure è da ricuperare o conquistare da noi dell’Occidente, figli di una civiltà sostanziata di tempo e di storia. Credo che sia il primo passo, anzi un vero balzo, il più difficile da compiere per portarsi al livello. Chi scrive deve cercare di farlo e di farlo fare. Ecco un primo effetto apocalittico generato dall’Apocalisse. La prospettiva temporale applicata all’Apocalisse non regge, slitta, sfugge da ogni parte. Non è omogenea con il singolare tenore di quel profetare la misura coerente del tempo umano – e altro non ne conosciamo. Tuttavia se c’è un accentrarsi e precipitare delle epoche nella vita di Cristo come in un baricentro cosmico, a me pare si raggiunga un incremento di pathos se la nostra mente si sente presa come in un duro fermaglio tra la prima e la definitiva parusìa del Cristo. Tutto è detto e fatto in attesa di questa, in questo intervallo. Tutto quell’accumulo di simboli che si organizza in allegorie più o meno trasparenti rischia di sedurre in un gioco superiore la mente se essa perde di vista il rapporto con la situazione reale storica e metastorica a cui il testo si riferisce. È proprio quello che accade a noi. Tuttavia c’è un clima di grande inquietudine, di timore, di attesa spaventata del giudizio che si comunica al lettore moderno: nonché una minaccia catastrofica che incombe, un ordine punitivo negli avvenimenti. Più difficile è ritenere questo una necessaria affermazione del Dio vittorioso, del pantocrator bizantino. Un Cristo vindice che ritroviamo nella tradizione pre-giottesca e precavalliniana. Cristo è offeso, è al di là della misericordia. È una giustizia assoluta che deve prevalere. Cristo, generosa elargizione del Padre all’umanità, ha avuto tra gli uomini un’accoglienza che esige castigo, 146


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punizione. Questo è comprensibile alla logica di fondo del giudaismo divenuto cristiano, ma il Cristianesimo rompe quella logica. Che cosa si vuole disvelato e nello stesso tempo occultato all’uomo mediante questa profezia? L’uomo, abbiamo detto, è chiamato in causa come spettatore di un trionfo e di un potere sovrumano. Eppure questa primaria ostensione di gloria e di forza lo concerne direttamente come oggetto della sua autorità e del suo giudizio. L’umanità è l’elemento vile su cui si rovesciano le calamità e i castighi e le catastrofi volute dall’ordine e dalla sua parata. Si può presumere che il fine dell’Apocalisse sia l’affermazione di una grande disparità tra il divino e l’umano. E, sì, può essere vero che il simbolismo enfatico nelle sue alternanze e nelle sue sorprese continue porti a concludere ciò che asserisce in conclusione la Bibbia della scuola di Gerusalemme, cioè che l’Apocalisse è la grande epopea «de l’espérance chrétienne, le chant de triomphe de l’Église persécutée». Si può anche arguire che sia in corso un grandioso paragone di cui viene detto e celebrato l’esito finale di trionfo. Satana è presente ma solo come antagonista corruttore di anime. Confesso che il minore e più convenzionale aspetto dell’opera mi pare il preannuncio degli eventi futuri, un aspetto che tuttavia, data la tradizione, non poteva mancare. Probabilmente lo stato perenne di instabilità e di inquietudine, di precarietà e di attesa imminente nell’umanità sono l’epicentro dell’aspirazione. Non c’è niente di durevole sulla scena umana: e il ritualismo simbolico della scena celeste è una contrapposizione. Allerta, ammonimento, memoria confermata, messa a fuoco della lezione di un passato recente? Il Vangelo inte147


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grato in una teologia stabilita dalla prescienza? Questo si dibatte tra i commentatori dell’Apocalisse. Ma è sempre eccezionale intimazione e imperioso richiamo a una verità che è stata e sarà. Cataclisma del tempo. Ordine dell’eterna, non umana e trionfale stabilità del divino.

Pessimismo Resta per me il mistero della indegnità e colpevolezza pregiudiziale dell’uomo. L’uomo è oggetto di rampogna e di obbrobrio preliminare. Per lui è sempre pronta e imprevedibile la punizione. Punizione per la sua scelleratezza o punizione per essere? Conflagrazioni immense sono presunte, assestamenti cosmici nei quali confliggono male e bene. L’azione di Satana è fortissima, il Tuo regno deve continuamente venire (advenire). Solo se riusciamo a tenere stretto questo nesso tra il pericolo imminente e le offerte di scampo, il testo dell’Apocalisse può avere presa su di noi. Esso non è commemorativo, non è incitativo, ma trasfigura una situazione permanente della Chiesa, o meglio dei devoti a Cristo, dell’uomo mortale. Perché l’umanità deve subire tante prove, perché le cornucopie degli angeli versano tutti quei guai sulla specie degli uomini? Qual è il loro debito, che cosa devono espiare? Questo, torno a ripetere, è il grumo oscuro che è difficile sciogliere. Intanto sulla miseria e le pene degli uomini si snoda la ritualità trionfalistica della Chiesa celeste. Essa, Gerusalemme sovrannaturale, scenderà sulla terra; fino ad allora la giustizia non ci sarà. Siamo dunque associati al dramma del mondo? Siamo chiamati ad esserne parte? O dobbiamo per meraviglia 148


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assistere a una definitiva vittoria? Certo il superiore evento con la sua rivelazione si sviluppa per l’uomo in forme e prodigi che come tali si presentano. L’uomo è dunque un attante, sia pure non proto ma deutero-agonista. A che titolo di dignità, abiezione, a che grado di responsabilità e mistero? Ben poco di “apocalittico” rimane nella nostra corrente accezione di apocalisse, che intendiamo comunemente come catastrofe, abnormità mostruosa, rottura incommensurabile dell’ordine e dello schema. Tuttavia un senso profondo rimane a legittimare questa correlazione. I termini di una tragedia generale dell’uomo possono essere variati, ma permangono gli effetti di una incalcolabile causalità. L’apocalisse che abbiamo vissuto nel secolo scorso, nelle sue varie fasi, non ci dice gran che in quanto a svelamento ed è anche troppo banale come prefigurazione del futuro. Abbiamo visto soprattutto la distruzione dell’uomo come creatura; la sua cancellazione come entità distinta, la sua nullificazione come individuo in sé compiuto, e dunque la sua riduzione a numero, la sua svalutazione totale come essere vivente. Abbiamo visto questo prima nel processo aggregativo del capitalismo trionfante, sotto l’aspetto di massificazione; l’abbiamo visto sotto l’aspetto di genocidio nazista, nell’universo concentrazionario sovietico; nell’immane scempio perpetrato dai Khmer Rossi. Ogni volta la grevità assoluta e irreparabile dell’accaduto schiacciava il nostro pensiero e non lasciava margine per alcun simbolo e per la sua interpretazione. L’uomo nell’occhio del ciclone come noi siamo clamorosamente stati è forse il meno idoneo a ricevere il conforto e l’ammonimento della profezia? Della profezia che lo riguarda? 149


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Di riflesso nasce tuttavia il sospetto che la profezia in realtà non lo riguardi e che la grande ostensione sia nel cielo per i celesti e sia al termine di una contesa capitale in cui il Male sia stato vinto e a Satana rimanga un forte ma angusto potere. L’umanità è vista del resto in grandi ammassamenti ed è oggetto di recriminazione in sé. A questo punto è bene concederci un’ampia e indefinita premessa sulla nostra natura prima di avanzare nel nostro tema: una di quelle premesse philosophiques di cui erano maestri i pensatori illuministi. Ognuno nel proprio campo riprendeva alla base il principio sulle origini del linguaggio, sull’ineguaglianza tra gli uomini, ecc. In questo caso sui caratteri della religiosità umana sarebbe la materia della riflessione di fondo. L’eccezionalità dell’Apocalisse infatti è l’effetto dell’enfasi di prodigi e di aspettative impliciti nella religione come tale. Chi riceve senza particolare reattività l’Apocalisse, sia essa o no il testo giovanneo che la tradizione ha lasciato alla sua difficile identità, si investe dell’essenza del sacro come di un primordio necessario. Ci sarà certo da tener conto di una predilezione profetica della mente israelitica, di un filone della poiesis particolarmente caro alla sensibilità e alla fantasia degli Ebrei, tuttavia si entra nel religioso, forse nel religioso al quadrato, quando sprofondiamo nelle pagine dell’uomo di Patmos. Dunque la prima convinzione soggiacente a ogni altra che nel testo si esprime è la certezza di un ordine soprannaturale. La seconda è che l’ordine oltre di noi o meglio l’ordinamento celeste non si limita ad affermare ostensivamente e simbolicamente la sua perfezione ma coinvolge l’u150


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manità. Purtroppo è un grande debito che l’umanità deve pagare per essere degna. La terza è piuttosto un sentimento: il sentimento dell’antagonismo. Per quanto l’opera sia concepita come trionfo finale dell’assoluta giustizia nel grande conflitto, la presenza del Male, la potenza avversa hanno molta forza di contrapposizione. Il regno di Dio deve avvenire, la figurazione fantastica del monstrum è un’altra richiesta dell’umano al religioso nella specie della minaccia e della consolazione, di ciò che incombe, di ciò che è con noi dalla nostra parte. A parte i riferimenti alle difficili sanguinose vicende della Chiesa nascente che molti esegeti ritrovano, l’Apocalisse è da considerarsi un exemplum ora rituale ora pitico davvero ispirato al sacro ed al santo. Il paradosso che colpisce la nostra mens (la nostra mentalità occidentale) è che lo “svelamento” inerente alla nozione stessa di apocalisse si sviluppi in una serie di visioni da decifrare. Eppure questa fusione di manifestato e di occultato entra nella alta poesia dell’Europa a partire da Dante, che non la riesuma, piuttosto ne prolunga la tradizione poco divulgata ma costante nella cultura religiosa. I rapporti tra apocalisse e allegoria sembrano d’altra parte stretti a tal punto che è difficile non connetterne l’origine, la concezione e lo stile. Qual è il tema, qual è il contenuto dello “svelamento” giovanneo? Quali sono i vari argomenti dell’allegoria? Qual è il sentimento di fondo che la ispira e la sostiene? Si sono avanzate molte ipotesi, profetiche per lo più, ma anche politiche, antiromane. Nulla forse è da escludere, tuttavia non riesco a sottrarmi alla forza intrinseca dell’effato che simile a una sorgente trova in se stesso il proprio incremento, le pro151


Mario Luzi

prie stasi e riprese. Lo spirito è all’erta, la realtà e subdola, l’ordine è superiore comunque. È difficile fermare i sensi e la mente su un passo definitivo dell’opera. La sua natura profetica è anche metamorfica. Nessuna visione è ferma nelle sue immagini. Tutte le immagini traboccano di significazione simbolica e trapassano ciascuna nella successiva. L’anima di questo testo è il mutamento più che la rappresentazione. Tuttavia c’è un punto in cui vorrei che il film si fermasse: non è più importante di altri perché tutti qui sono non solo significativi ma dichiarativi secondo lo spirito dello svelamento. È, sì, immensamente più lieto e confortante, ma il motivo del mio desiderio non è quello, è piuttosto la nitidezza visiva del quadro. E l’angelo mi mostrò il fiume d’acqua della vita, limpido come il cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e al fiume che scorre da una parte e dall’altra, c’è l’albero della vita che produce dodici frutti, dando un frutto per ogni mese; e le sue foglie servono da farmaco per le nazioni. (Apocalisse 22.1-2)

S’incendia la scena di una luce meno barocca e luministica, forte nondimeno e lucente. Visionarietà e limpidezza visiva si fondono: ed è un incontro ad armi pari nella conciliazione della promessa e della speranza degli uomini e del Signore di tutto. L’Apocalisse è un genere letterario parallelo alla letteratura neo-testamentaria. Nessuna apocalisse precedente o seguente ha di questa di Giovanni la forza, la luce e l’autorità. Ma in ognuna, si dice, per quanto differente sia 152


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l’assunto e cioè più pronunciato in senso “politico” oppure in senso spirituale mediante le sue metafore, c’è come fondamento la deplorazione del tempo presente e la certezza di un futuro riparatore. A un tempo attuale di iniquità, miseria e ingiustizia inflitto per qualsiasi empietà commessa, succederà l’ora del trionfo della giustizia. Il tema della giustizia finale e definitiva è la costante di questi componimenti come lo è del pensiero e dell’animo dell’ebraismo. Differenti metodologie, varie scuole d’interpretazione ha fatto nascere l’Apocalisse. Ma un punto in cui tutte convengono c’è: è la contrapposizione tra i tempi catastrofici della storia umana e lo splendore dell’eternità in cui matura la vittoria di Cristo, il Regno, la salvazione. La rassicurante certezza si esprime fulgidamente in una puntuale cerimonia iconica destinata a sostenere l’animo. È per rincuorare gli spiriti terrorizzati? Tutto è già scritto nel linguaggio, questo lo si percepisce: e che il linguaggio di suo sia già un segno di sicurezza e di padronanza sul caos, anche. La convergenza delle scuole ermeneutiche ed esegetiche raggiunge anche un’altra comune focalità: quella dell’abiezione dell’uomo e dell’onnipotenza divina. Il Cristo sarà salvatore ma anche giustiziere. Ritorno sull’aspetto bifronte del testo ancipite, e sembra a noi paradossale: occultamento, disvelamento, rivelazione convivono e procedono di conserva. Qual è il più forte, quale ha il sopravvento? La cultura profetica e forse la mente israelitica in sé toglievano a questi dilemmi l’enigmaticità che noi ritroviamo. Deve essere accaduto anche a questo scritto, qualunque parte vi abbia avuto Giovanni; Giovanni l’evangelista il quale, non dimentichiamolo, ha congiunto nel suo vangelo e nelle sue lette153


Mario Luzi

re testimonianze precise e addirittura capillari e icastiche con l’altezza eccezionale dell’interpretazione. Tra la lettera e lo spirito si produceva certo, diciamo pure, un amalgama che a noi manca e siamo perciò costretti a guardare quelle visioni e ad ascoltare quelle parole con mezzi impropri. Penso anche ai numeri che, sì, nella tradizione della sapienza ebraica hanno un potere di significazione non sconosciuto neppure ai devoti di oggi, ma in quelle “mani” di allora, in quella tradizione ancora compatta, non lacerata né sottoposta a violenze e violazioni secolari e non forzata da custodie gelose dovevano avere un rapporto tutto più naturale ed affabile con il resto del discorso. Misure e sensi che a noi sfuggono ma che lasciano sentire di essere stati presenti. Dunque ancora disvelamento e occultamento ci pervengono intrecciati come fronde di un medesimo ramo.

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APPENDICE


POSTFAZIONE di Carlo Carena La Parola

Questa silloge di “testi sacri” di Mario Luzi non è né risulta alla lettura una semplice raccolta di sia pur monolinei testi sparsi. Bensì un bruciante ritratto interiore (e anche per qualche verso esteriore) e il frutto di una lancinante riflessione su due temi esistenziali per il poeta e il cristiano. L’Autore esplicita e mette a fuoco in tutti, fa affiorare e comunica un ardore interno e una poetica che sono alla base di tutta la sua, grande e profetica poesia, arrancante quanto più può l’opera di un uomo dietro o attorno all’ispirazione e a testi divini. Per nessun poeta del secondo Novecento l’ascolto fu così alto, la tensione così continua, lo scavo così febbrile, disperato e insieme certo che la ricerca è essa stessa il senso, il valore, la sostanza di ogni opera dell’uomo; e la ricerca sul senso della poesia non è un puro problema estetico ma morale. E forse il solo Rebora gli si affianca anche nel cinquantennio precedente. Dinnanzi a loro o a pochi altri si avverte le lievità, la distrazione, la superfluità di tante altre voci. Rileggiamo le ultime righe dell’Introduzione di Mario Luzi Storia di una poesia di Sergio Pautasso: «Luzi dichiara il suo rifiuto di imboccare quella via che, causa l’estenuazione a cui è giunta nel Novecento la parola, pare quasi obbligata al poeta contemporaneo e che conduce al “limbo”». L’alimento che si trae è incommensurabilmente più sostanziale. Scorrendole, queste pagine, si è continua157


Carlo Carena

mente rimandati, in un intreccio non casuale né precario, a poesie e a versi non lontani, a tante altre «domande ed enigmi» (in Al fuoco della controversia), invocazioni, accensioni e spegnimenti che costellano le grandi raccolte: Amici dalla barca si vede il mondo | e in lui la verità che procede | intrepida, un sospiro profondo | dalle foci alle sorgenti (La barca, 1935, 19422); Ma tu persa trascorri, anima mia, | al di là dei tuoi termini sfioriti, | brama la rosa neutra dei paesi | dimenticati all’orlo delle strade deluse (Un brindisi, 1946); Così spira ed aleggia nell’anima veemente | un desiderio prossimo a sgomento, | una speranza simile a paura (Quaderno gotico, 1947); E m’inoltro sospeso, entro nell’ombra, | dubito, mi smarrisco nei sentieri… | Moto triste che il sole non illumina, | né la luce, ma un lume sotterraneo | di materia romita che ci guarda, | fissa come la luce del pensiero | quando il vento della memoria spira (Primizie del deserto, 1952); È qui dove vivendo si produce ombra, mistero | per noi, per altri... | è qui | non altrove che deve farsi luce (Onore del vero, 1957); Che vuoi dirmi ancora, ancora farmi conoscere? (Al fuoco della controversia, 1978).

Il Leitmotiv di tutti è la Parola. La Parola che domina, determina azioni e vicende realissime e trascendenti. La Parola che ispira il racconto e la dottrina degli autori della Sacra Scrittura. La Parola che si pone di fronte a quelle del Poeta, le suscita e le sgomenta. L’estetica e il pensiero di Luzi ruotano continuamente intorno a questo termine che racchiude e illumina ogni dato della storia e della vita. Non v’è altro. Si legge in Naturalezza del poeta (vedi Autoritratto, p. 265): «Infine crolla | su se medesimo il 158


Postfazione

discorso, | si sbriciola tutto | in un miscuglio | di suoni, in un brusio. Da cui | pazientemente | emerge detto | il non dicibile | tuo nome. Poi il silenzio, | quel silenzio si dice è la tua voce». È la Parola l’unica possibilità, sia essa poetica o religiosa, di conoscenza e di rappresentazione. In Poetica e romanzo, che pure sono pagine non ultime (1973), Luzi si diffondeva in un intero capitolo sul nesso tra poesia e religione, così stretto ai suoi occhi da riuscire «inestricabile». La poesia è alle sue origini manifestazione del pensiero religioso, e la religiosità è intrinseca alla poesia almeno in quella «fondamentale interrogazione» sull’uomo e sul mondo che costituisce la sua religiosità peculiare; essa condivide e presta il suo linguaggio metaforico, visionario, intuitivo all’esaltazione e alla profezia proprie dei libri sacri. È essa, la poesia, che «distrugge la lettera per ripristinare ed espandere lo spirito» (perciò questi temi torneranno nel ’90 e nel 2002 nella prefazione “Sul discorso paolino” alle Lettere di san Paolo); «il senso meraviglioso e sofferente della vita è forse il fondamento comune tra queste due esperienze spirituali. […] L’esperienza religiosa include l’idea di progressione irreversibile, l’esperienza poetica non ignora le fatiche di Sisifo del ricominciamento da zero. In altre parole l’esperienza religiosa dà a chi la vive uno stato, l’esperienza poetica mette colui che la vive in una virtualità che s’illumina solo dalle parole trovate, le quali non servono più a chi le ha scritte e non servono per un’altra volta. […] Eppure questa parola friabile [della poesia] può portare luce alla parola fissa della religione» (lì a p. 39). Solo la Parola, quella divina, chiarisce il mondo e il destino dell’uomo, il flusso della vita e della storia e i novissimi: «Tu [Padre] entri nel groviglio umano e lo disbrogli | pure così lontano come sei nella tua eternità | da questi nodi delle esistenze temporali» (Passione, p. 15). E 159


Carlo Carena

«dall’Antico Testamento si prolunga nel Nuovo [in Giovanni] questa trascendente sintassi [dalla evidenza familiare all’inconoscibile] così ostica alla logica occidentale moderna ma forse non a quella platonica e neoplatonica. Si tratta della priorità assoluta della Parola e della necessità che essa afferisce al corso degli eventi» (introduzione al Vangelo di Giovanni). Il riferimento a Platone e ai neoplatonici è quanto mai significativo e indica la linea di pensiero più cara al Poeta e a cui si sente unito. E assieme (Colloquio con Mario Specchio, p. 236): «La parola trovata, trovata nel suo spessore, nella sua autenticità, è giustificazione primaria, la parola che nomina ma anche fa esistere la cosa, in fondo non so più se è religione o se è poesia». Tale poetica non poteva non portare a una lunga, profonda, suggestiva, persino pitica se si vuol usare un termine anche luziano, riflessione sul Prologo del Vangelo di Giovanni che s’incardina e che c’inchioda sul Logos Verbum Sermo su cui si era impuntato e smarrito Erasmo traduttore del Nuovo Testamento: «lógos Graecis varia significat, verbum, orationem, sermonem, rationem, modum, supputationem, nonnunquam et pro libro usurpatur, a verbo légo, quod est dico, sive colligo. Horum pleraque divus Hieronymus aliqua ratione putat competere in filium dei» ecc. E Mario Specchio nel Colloquio osservava (p. 234) a proposito di Per il battesimo dei nostri frammenti che la raccolta si apre con l’esergo del prologo di Giovanni e che di quel libro luziano il motivo centrale è il nome, «il mistero della parola, che è anche mistero della creazione e soprattutto mistero dell’incarnazione». Ma ancora di più, dice lì lo stesso Luzi (p. 190): «Il Logos che si fa carne [...] rinnova il linguaggio, testimoniandolo con sangue, in un certo senso. Questa è la sublimità di questo Logos, insomma, che si è fatto carne, mi pare». 160


Postfazione

Tutti gli scritti di Luzi e questi soprattutto escono di lì e lì intorno ruotano (le tangibili persistenti tracce ermetiche testimoniano gli spasimi delle gestazioni, le difficoltà a capire e ad esprimere, o la necessità di stendere attorno l’alone sacro e misterico, l’inattingibilità del mistero). Le loro parole, la loro parola partecipa di questa pregnanza, di lì trae una tensione agonistica (il termine è suo: «l’agonismo, la lama dell’espressione e il timbro della parola» di san Paolo), una sofferenza a chiarirsi, a esplicitarsi, a uscire dalla nostra «angustia mentale» e miseria morale, riconoscendo la nostra «insignificanza», ma proprio con ciò ricuperando la nostra «dignità» (così nella prefazione a Giobbe). Dovunque in queste pagine serpeggia ancora, trasposto nel discorso poetico, il testo paolino della creazione che «geme» nelle doglie del parto, e noi stessi che possediamo la primizia dello Spirito, anche noi gemiamo nell’attesa dell’adozione e nella speranza di ciò che non si vede, con quel che segue in quel celebre capitolo della Lettera ai Romani.

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NOTA BIOGRAFICA a cura di Stefano Verdino

Mario Luzi nasce a Castello, frazione di Sesto Fiorentino, il 20 ottobre 1914. Il padre Ciro (1882-1965) è il locale capostazione, la madre Margherita Papini (1882-1959), casalinga; ha una sorella maggiore, Rina (1912-2002), a cui sarà sempre molto affezionato. Entrambi i genitori sono maremmani, di Samprugnano (oggi Semproniano, Grosseto) e nel paese avito Luzi trascorre tutte le estati fino al 1940, insieme alla numerosa schiera di zii e cugini. Luzi è legatissimo alla madre, figura centrale in tutta la sua esistenza, ricordata in tante poesie in vita e in morte. A lei Luzi deve la propria radice cristiana: «Mi affascinava il suo trasportare tutte le cose in una interiorità, che forse la società modesta in cui si viveva allora non sentiva come bisogno primario. Il cristianesimo è stato prima di tutto un’ammirazione e una imitazione di mia madre. Io sono entrato per quella porta, che era una porta naturale, ma anche già selettiva. Altre figure di donne di chiesa o l’esperienza catechistica non mi dicevano nulla, anzi di queste ero piuttosto insofferente». Nel 1926 il padre è trasferito alla stazione ferroviaria di Rapolano Terme nel Senese; per evitare al ragazzo un faticoso pendolarismo fino a Siena per la terza ginnasio, nell’ottobre 1926 è affidato allo zio paterno Alberto Luzi (1891-1940), anch’egli funzionario ferroviario e residente a Milano, dove Mario comincia la terza ginnasio al Parini. Ma la lontananza dalla famiglia è troppo gravosa e dopo 163


Nota biografica

pochi mesi, nel febbraio 1927, torna in casa a Rapolano, completando gli studi ginnasiali al Tolomei di Siena, con sistemazioni provvisorie in città da amici e parenti: «Poi rientrai a Siena. E Siena fu la prima rivelazione vera e propria della vita, delle ragazze, dell’amore, e poi dell’arte. E questo è stato il periodo dell’iniziazione all’arte, alla pittura senese, al sogno dell’arte, del fare qualcosa nel campo dell’arte. È un luogo madre Siena, è la città della Vergine, c’è questa associazione femminile a Siena come luogo materno». A seguito di un nuovo trasferimento paterno, Luzi rientra a Firenze nell’ottobre ’29 al Galileo in prima liceo classico; comincia l’epoca delle letture formative: «La mia ambizione era la filosofia. Al liceo spesso marinavo la scuola per andare a leggermi in pace i miei filosofi, specialmente S. Agostino di cui il decimo libro delle Confessioni doveva poi diventare il mio breviario per tanti aspetti». Scrive anche i primi versi, pubblicati su una rivistina studentesca «Il Feroce», animata da Fosco Maraini. Iscrittosi nel novembre 1932 a Legge, a dicembre passa a Lettere: ha come docenti Attilio Momigliano (che non lo entusiasma), Giorgio Pasquali e Luigi Foscolo Benedetto, suoi principali maestri. Tra i compagni incontra per primo il coetaneo Piero Bigongiari. L’anno dopo conosce lo studente salentino di un anno più anziano Oreste Macrí ed i già laureati Carlo Bo e Leone Traverso, con cui si vede al Caffè san Marco, sulla piazza d’accesso all’Università. Importante sulla sua formazione è l’amicizia con Bo, di qualche anno maggiore e già attivo in campo critico, con cui condivide il patrimonio di molte letture, soprattutto di area francese. Particolarmente intensa è l’amicizia con Leone Traverso, padovano e insigne germanista. Completano il quadro dei più cari amici la conoscenza con Romano Bilenchi, Alessandro Parronchi e i 164


Nota biografica

più anziani Carlo Betocchi e Ottone Rosai. Comincia a collaborare con poesie e saggi a varie riviste, tra cui le fiorentine «Il frontespizio» e «Letteratura». In novembre 1933 conosce all’Università la matricola Elena Monaci (Ascoli Piceno 1913 – Firenze 2009), che sposerà nel 1942 e sarà per vari decenni un’apprezzata insegnante liceale a Firenze. Nell’autunno 1935 il battesimo poetico con il libretto di versi La barca (Guanda, Modena) che gli suscita vari consensi (Bo, Betocchi, Vigorelli): il primo è di uno sconosciuto coetaneo, Giorgio Caproni, che da Genova firma la prima recensione (sul «Popolo di Sicilia» del 29 novembre 1935). Dopo la laurea nel ’36 (con Benedetto, su Mauriac), intraprende la carriera d’insegnante: la prima supplenza a Massa (1937), poi, vincitore di concorso, per italiano e latino, insegna a Parma (1938-40), dove conosce Bertolucci e visita spesso a Bologna Morandi. Insegnerà poi a S. Miniato (1941) e sarà distaccato a Roma (1941-43), presso la rassegna bibliografica “Il libro italiano” del Ministero. Frequenta dal ’37 a Firenze il Caffè delle Giubbe Rosse, incontrandosi con Montale, Palazzeschi, Gatto, Landolfi, Bonsanti e Vittorini. Nel 1940 la pubblicazione delle liriche di Avvento notturno da Vallecchi lo addita tra i poeti nuovi più importanti. Nel ’42 pubblica l’edizione riveduta di La barca, la prosa Biografia a Ebe, i saggi di Un’illusione platonica. Alla caduta del fascismo, con Bilenchi, Cancogni, Parronchi e Pandolfi tenta di redigere per «La Nazione» un manifesto liberal-socialista, che sarà poi bloccato dalla polizia badogliana. Ripara con la moglie in avanzata e perigliosa gravidanza in Val d’Arno, sopra Montevarchi, dove nasce il suo unico figlio Gianni, il 17 ottobre 1943. 165


Nota biografica

Rientrato a Firenze dopo la liberazione, insegna a lungo al Liceo Scientifico Leonardo da Vinci, mentre incrementa varie collaborazioni a giornali e riviste (con saggi, recensioni, anche cinematografiche su «La Nazione»). Pubblica i versi di Un brindisi (1946), Quaderno gotico (1947), Primizie del deserto (1952, che gli frutta il Premio Carducci, primo importante riconoscimento), Onore del vero (1957, Premio Marzotto); i saggi di L’inferno e il limbo (1949), Studio su Mallarmé (1952), Aspetti della generazione napoleonica (1956); l’antologia L’idea simbolista (1959). Nel 1959 muore la madre: «Ho dovuto sopportare il più grave dolore che a un uomo possa toccare: ho perduto, il 9 maggio, la mia carissima mamma – scrive all’antica amica Giuseppina Mella. – Sono uscito da questa prova distrutto moralmente e fisicamente». Alla madre verrà dedicata la raccolta complessiva di tutte le sue poesie, Il giusto della vita, edito da Garzanti nel 1960, mentre la sua figura sarà anche al centro delle liriche di Dal fondo delle campagne (1965). Dal 1955 e incaricato di Lingua e cultura francese presso la Facoltà di Scienze politiche Cesare Alfieri di Firenze (dal ’63 per questo esonerato dall’insegnamento al Liceo); vincerà la cattedra solo nel 1981 e sarà pensionato nel 1989. Dal ’62 è invitato dal rettore Carlo Bo a tenere corsi di Letteratura comparata all’Università di Urbino, dove conosce Franca Bacchiega, giovane anglista e scrittrice, fonte d’ispirazione poetica per poesie di Nel magma (1963) e di Su fondamenti invisibili (1971). Nel 1965 nasce Andrea, figlio del figlio Gianni e della moglie Loretta Bollesi; poco dopo muore il vecchio padre Ciro. Comincia l’attività di drammaturgo in versi, che era già stata giovanile tentazione (Pietra oscura nel 1947, edita solo nel 1994) e viene poi di nuovo stimolata dal succes166


Nota biografica

so della propria traduzione in versi del Riccardo II di Shakespeare fatta nel ’65 per Gianfranco De Bosio e Glauco Mauri. Scrive Ipazia, radiotrasmessa il Natale del 1971 e poi più volte posta in scena, a partire dalla realizzazione di Orazio Costa per l’estate di San Miniato (1979) con Ilaria Occhini e Gianrico Tedeschi protagonisti. Frequenti d’ora in poi i rapporti con il mondo del teatro: nel 1983 il Maggio Musicale e lo Stabile di Genova mettono in scena Rosales con protagonisti Giorgio Albertazzi ed Edmonda Aldini, per la regia di Orazio Costa; ha poi varie committenze teatrali: da Pietro Carriglio per il teatro di Palermo (Corale della città di Palermo per Santa Rosalia, 1989, Il fiore del dolore sull’omicidio di don Puglisi, nel 2003) e dalla compagnia di Federico Tiezzi e Sandro Lombardi (la riduzione teatrale dantesca Il Purgatorio. La notte lava la mente, 1990, il dramma sul Pontormo Felicità turbate, 1995; la traduzione di scene da Amleto, 2001). Dal 1972 vive da solo a Firenze nel piccolo appartamento di via Bellariva e trascorre le estati in Val d’Orcia, in particolare a Pienza, dal 1978, ospite di don Fernaldo Flori, un sacerdote di straordinaria spiritualità, suo essenziale interlocutore fino alla morte (avvenuta nel 1996). Conosce una eccezionale vecchiaia, di straordinario vigore creativo: i versi (sempre editi da Garzanti) di Al fuoco della controversia (1978, premio Viareggio), Per il battesimo dei nostri frammenti (1985), Frasi e incisi di un canto salutare (1990), Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994); i drammi Libro di Ipazia (1978), Rosales (1983), Hystrio (1987), editi da Rizzoli; Io, Paola, la commediante (1992, omaggio a Paola Borboni), Felicità turbate (1995), Ceneri e ardori (1997) editi da Garzanti; la raccolta delle prose Trame (1982), i saggi Vicissitudine e forma (1974), Discorso naturale (1984), Naturalezza del poeta (1995), la raccolta di antiche recensioni sulla narra167


Nota biografica

tiva sudamericana degli anni Sessanta (Cronache dell’altro mondo, 1989) e sul cinema degli anni Cinquanta (Sperdute nel buio, 1997, a cura di Anna Maria Murdocca). Dagli anni Settanta viene frequentemente invitato all’estero: negli USA (1974, 1984, 1988, 1993) in Svezia (1974, 1980), in Olanda (1975, 1978), in Irlanda (1977, 1985, 1990), in Francia (1978, 1985, 1987, 1991, 2002), a Praga (1980), in Cina (1980), in Germania (1989, 2000), a Varsavia (1994), a Gerusalemme (1995), in Turchia (1997), in Spagna (1998, 1999), in Grecia (2001), a Lisbona (2002). Si moltiplicano le traduzioni delle sue poesie in varie lingue (francese, inglese, tedesco, spagnolo, rumeno, polacco, russo, turco, ecc.). Dal 1991 per vari anni è ripetutamente candidato al Nobel per la letteratura dall’Accademia dei Lincei. Il 18 gennaio 1997 il Presidente della Repubblica francese Jacques Chirac lo insignisce della Legion d’Onore. Nel 1998 si pubblica nei Meridiani Mondadori L’opera poetica, a cura di Stefano Verdino, che raccoglie l’insieme della sua produzione ultrasessantennale. Su invito di Giovanni Paolo II scrive un testo per la Via Crucis della Pasqua 1999, che viene recitato il venerdì santo (2 aprile) al Colosseo da Sandro Lombardi alla presenza del papa (poi Via Crucis al Colosseo, edita in giugno da Garzanti; La Passione esce anche con un’edizione pregiata a cura di Paolo Mettel presso Tallone, in occasione degli ottantacinque anni del poeta). Dal 1991 a partire dalla Prima guerra del Golfo ha più volte espresso il proprio dissenso nei confronti del ritorno alla pratica armata da parte delle grandi potenze e nel maggio 1999 è estensore di un documento di protesta contro la guerra della Nato in Serbia, sottoscritto da molti scrittori e intellettuali europei, da Harold Pinter a Raphael Alberti a Carlo Bo. Nonostante il moltiplicarsi di viaggi e vari impegni anche di carattere civile continua, alla soglia dei 168


Nota biografica

novant’anni, la sua prodigiosa vena creativa con i versi di Sotto specie umana (1999) e Dottrina dell’estremo principiante (2004); i saggi di Vero e verso (2002), da Garzanti, e i frammenti scenici di Parlate (2003), presso Interlinea. Il 22 dicembre 2000, per il Giubileo, nel Duomo di Firenze rappresentazione di Opus florentinum, protagonista Andrea Jonasson, regia di Giancarlo Cauteruccio, musiche originali di Hideiko Hinohara (edito da Passigli; nel 2002 Paolo Mettel ne darà la versione finale completata presso Armando Dadò Editore a Locarno). Il 3 luglio 1999 a Pienza si inaugura, con Cesare Garboli, il Centro Studi su Mario Luzi “La barca”, animato da Anna Maria Murdocca, Marco Marchi, Paolo Mettel, Giancarlo Quiriconi, Nino Petreni e Mario Specchio (vi è custodita la Biblioteca del poeta ed ogni anno si pubblica un “Bollettino” e si organizzano eventi su Mario Luzi). Nell’ottobre 2001 il bibliofilo Beppe Manzitti segnala il rinvenimento presso un antiquario fiorentino del manoscritto originario di La barca e una serie di inediti anche precedenti, in seguito acquisiti dal centro “La barca” di Pienza e poi editi da Garzanti nel febbraio 2003 con il titolo Poesie ritrovate. Il 21 marzo 2003 è eletto Accademico della Crusca. Il 14 ottobre 2004 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nomina Mario Luzi senatore a vita, dando soddisfazione ai vari appelli in tal senso, organizzati da Anna Buoninsegni e Carlo Fini, con firme di migliaia di cittadini italiani. Il 20 ottobre a Firenze solenne festeggiamento per il novantesimo compleanno; altre manifestazioni e convegni in autunno a Siena, a Pescara, a Belluno, all’Università di Verona, agli Aeroporti di Roma, al Congresso degli Italianisti (Lucca), a Sestri Levante. Molte le concomitanti pubblicazioni (il carteggio con Caproni da Libri Scheiwiller; l’antologia poetica, a cura 169


Nota biografica

di Valerio Nardoni, e l’iconografia Vita fedele alla vita, a cura di Fabio Grimaldi, entrambe edite da Passigli; Toscana mater, con testi in versi e prosa sul paesaggio toscano, a cura di Carlo Fini, Luigi Oliveto e Stefano Verdino, da Interlinea) ed edizioni d’arte (È libera, è pulsante, poesie inedite; E tutto par nato da quella, versi di poeti italiani scelti da Giovanni Raboni, entrambe per le edizioni Colophon di Belluno; Casi, prose, Università di Verona; Il viaggio, la luce, con disegni di Nino Lupica, Città di Pienza; l’anastatica di Avvento notturno, S. Marco dei Giustiniani). Il 9 novembre prima entrata a Palazzo Madama, vi sarà ancora il 15 dicembre e il 10 febbraio; lo accompagna sempre Caterina Trombetti, che gli è vicina da alcuni anni. Prende molto seriamente, ad onta della tarda età, il suo nuovo ruolo senatorio, intervenendo sui rischi di manomissione costituzionale del paese, non senza polemiche, che non poco lo amareggiano. L’11 febbraio 2005 riceve l’ultima sua cittadinanza onoraria da Gubbio con una cerimonia affollatissima e molto commovente, durante la quale difese ancora una volta il primato assoluto della lingua italiana. L’ultimo intervento pubblico è il 18 febbraio 2005 per la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, rapita in Iraq. È attivo in poesia fino agli ultimi giorni, come attesta il libro postumo Lasciami, non trattenermi (Garzanti 2009), dove si legge anche un intenso poemetto dedicato alla moglie inferma. Si spegne serenamente, all’improvviso, nella sua casa di Bellariva 20 (Firenze) al mattino del 28 febbraio 2005. Solenni funerali in Duomo officiati dagli arcivescovi di Firenze Antonelli e Piovanelli, alla presenza del Capo dello Stato, politici e sindacalisti e migliaia di cittadini. Nel breve saluto il figlio Gianni ricorda la ferma testimonianza paterna del «vero, il giusto, il diritto» attraverso la 170


Nota biografica

«parola»: «questi valori per mio padre non sono mai stati negoziabili, e anche in modo intransigente, lo ricordo fin dai tempi della mia infanzia». Riposa nel piccolo cimitero di Castello, al fianco della tomba dei genitori. Nella seduta del Senato del 2 marzo si pubblica il saluto preparato da Mario Luzi e non ancora pronunciato: «L’Italia è un grande paese in fieri, come le sue cattedrali. Lo è secolarmente, non discende da una potestà di fatto come altre nazioni europee, viene da lontani movimenti sussultori fino alla vulcanicità dell’Otto e del Novecento».

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NOTA AI TESTI

I testi di Mario Luzi qui contenuti sono apparsi:

LA PASSIONE DI CRISTO (Tallone Editore, 1999); LEGGENDO IL LIBRO DI GIOBBE (Il Libro di Giobbe, traduzione di GIANFRANCO RAVASI, Tallone Editore, 1996); VANGELO DI SAN GIOVANNI (Il Nuovo Testamento, traduzione di CARLO CARENA, Stamperia Valdonega, 2002); SUL DISCORSO PAOLINO (Lettere di San Paolo, traduzione di CARLO CARENA, Einaudi e Stamperia Valdonega, 1990); PENSIERI LEGGENDO (Apocalisse di San Giovanni, Il Nuovo Testamento, traduzione di FERNANDO BANDINI, Stamperia Valdonega, 2002).

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NOTA SUGLI ARTISTI

Mario Luzi oltre che poeta, saggista e uomo civile di alta levatura, fu anche un attento e raffinato critico d’arte1. Amico di tutti i più grandi artisti italiani del Novecento (Morandi, Carrà, Rosai, Mattioli, Venturi, solo per citarne alcuni) fino agli ultimi giorni della sua vita, non fece mai mancare il suo prezioso contributo e incoraggiamento ad artisti più o meno conosciuti. Proprio per questo suo intenso rapporto con l’arte, nel 2001 si tenne a Pienza, una Mostra giustamente classificata come un evento: “La parola segnata – Luzi e gli amici pittori”2. Nel presente volume Venturino Venturi, Nino Lupica, Pietro Tarasco e Marco Nereo Rotelli rendono testimonianza anche a Luzi critico d’arte, con opere originali che confermano il loro legame di stima e di sincera amicizia con il poeta.

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Per una opportuna documentazione si veda il volume: Luzi critico d’arte, a cura di Nicola Miceli, ed. LoGisma, Firenze, 1997. 2 Si veda il catalogo a cura del Comune di Pienza, La parola segnata – Luzi e gli amici pittori, (con testo critico di Dino Carlesi), ed. Bandecchi e Vivaldi, Pontedera, 1997.

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Nota sugli artisti

VENTURINO VENTURI – scultore

Nacque a Lòro Ciuffenna (Arezzo) il 4 aprile 1918, e ancora bambino seguì i genitori nell’emigrazione prima in Francia poi in Lussemburgo, dal 1922 al ’34, quando decise di tornare in Italia, a Firenze. Già in quell’anno, sedicenne estroso, comparve alle Giubbe Rosse, il caffè classico ritrovo di Ottone Rosai, Montale, Landolfi, Bo, Bilenchi, Traverso, Pratolini, Pea, Gadda, Luzi, Bigongiari. A Firenze Venturino si diploma all’Istituto Statale d’Arte di Porta Romana, e studia all’Accademia di Belle Arti. È dell’aprile 1945 la sua prima mostra di sculture e disegni, alla Galleria La Porta. Dopo un’antologica nella Galleria Il Fiore, tenuta l’anno successivo, lo scultore passa per un periodo (1947-49) a Milano, dove vince alla Permanente il Premio Gariboldi per la scultura. L’artista ritornerà più volte in Lussemburgo, per lasciarvi sue opere, sculture e mosaici. Di quest’ultima tecnica era diventato maestro altissimo lavorando con passione indomita, dal dicembre ’54 al gennaio ’56, alla Piazzetta dei Miracoli di Collodi, il mirabile “monumento” a Pinocchio – uno dei capolavori venturiniani assoluti. Per molti anni ebbe studio e casa a Firenze, vivendo con la famiglia dopo che era tornata dall’estero, poi sceglierà di vivere stabilmente nella sua Lòro. Fu presente più volte, oltre che alla Biennale veneziana del ’52, in altre rassegne e concorsi, come la Quadriennale di Roma e la Biennale di Carrara. Le mostre di Venturino, però, saranno poi pressoché annuali (e da un certo punto in poi, in grande prevalenza alla fiorentina Galleria Pananti): infatti l’artista produsse sempre moltissimo, vivendo in un intenso raccoglimento spirituale. Il lavoro era 176


Nota sugli artisti

il suo solo pensiero, norma di una vita già ordinata e frugale, quasi rito che presto lo richiamava a casa anche dalle occasioni più amabili d’incontro con gli amici. Oltre Luzi e Parronchi, hanno scritto di lui anche G. Pampaloni, C.L. Ragghianti, L. Piccioni, S. Strati, M. Cancogni, e i ritratti di non pochi di loro sono presenti nella straordinaria raccolta di opere da lui donata al suo Comune. Morì il 28 gennaio 2002. «Ritrovando insieme il principio dell’arte e l’emozione della vita allo stato nascente – scrive Mario Luzi – Venturi ritrova anche una casta e profonda sacralità che ci si meraviglia non abbia nulla né di morfologicamente né di spiritualmente arcaico, ma si trovi alla sorgente di ogni possibile interpretazione dialettica di antico e moderno».

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Nota sugli artisti

NINO LUPICA – pittore

Nato a Scordia (CT) nel 1938, studia all’Istituto Statale d’Arte di Catania e all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Segue nel 1961 i corsi della Scuola Libera del Nudo all’Accademia di Belle Arti di Brera in Milano. Ha insegnato figura disegnata al Liceo Artistico di Bergamo e pittura all’Accademia di belle arti “A. Galli” di Como dove ha svolto il ruolo di Direttore, succedendo allo scultore Andrea Cascella e allo storico dell’arte Raffaele De Grada. Sue opere sono state esposte: in Italia, Svizzera, Olanda, Danimarca, Francia, Israele, Spagna, Germania, Polonia, Canada, Portogallo e Grecia. Ha promosso e curato esposizioni di grande rilievo quali: “Immagine oggi in Italia” (1971); “...Que bien resiste” (l’idea di resistenza nell’arte contemporanea, 1974); “Aspetti del naturalismo lombardo da Gola a Morlotti” (1975); “Retrospettiva di Hans Grundig” (1976). Nel 1972, in occasione della mostra personale alla Galleria Gian Ferrari in Milano, riceve dal comune di Milano l’“Ambrogino d’Oro”, quale segno di riconoscimento della qualificata attività svolta come artista e per l’importante contributo offerto nell’ambito delle celebrazioni del Centenario Manzoniano. Nel novembre 2004 Mario Luzi ha inaugurato a Pienza la mostra di Nino Lupica “Il viaggio e la luce” interamente dedicata al Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini.

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Nota sugli artisti

PIETRO PAOLO TARASCO – incisore e pittore

Nato a Matera nel 1956, dove vive e lavora. Nel 1976 realizza le sue prime lastre calcografiche presso la Scuola Libera di Grafica di Matera sotto la guida di Guido Strazza e Giulia Napoleone. Agli inizi degli anni Ottanta incide matrici che illustrano versi di poeti italiani del Novecento: fra i primi, il conterraneo Leonardo Sinisgalli. Negli stessi anni conosce Mario Luzi, che resta affascinato dalla sua arte e dalla sua tecnica, a tal punto che tra i due si instaura una profonda amicizia. Il rapporto, protratto fino alla scomparsa del Maestro, culmina in due libri d’arte, ambedue criticamente prefati da Marco Marchi: Rami foglie radici (Edizioni Stamperia dell’Arancio, 1990) e Matera (Calcos, 2005). A partire dal 1987 ha realizzato ex libris per prestigiose biblioteche e istituzioni pubbliche nazionali ed internazionali. Dal 1990, ancora in collaborazione con Marco Marchi, ha pubblicato cartelle e libri d’arte su testi di Tozzi, Pavese, Caproni, Lolini e Trinci. Ha inoltre illustrato opere di Nigro, De Signoribus, Ghiandoni, Lisi, Grimaldi, Viviani, Morasso e Modesti. Hanno scritto su di lui, tra gli altri, Giuseppe Appella, Paolo Bellini, Dino Carlesi, Floriano De Santi, Mario Luzi, Attilio Lolini, Nicola Miceli, Marco Picasso, Guido Strazza, Gian Carlo Torre. Ha tenuto mostre personali in Italia, Svizzera, Danimarca e Polonia. Le sue opere sono state esposte nelle principali rassegne d’arte a livello mondiale, ottenendo costantemente premi e segnalazioni. La sua produzione artistica, grafica e pittorica, figura nelle collezioni di biblioteche e musei italiani e stranieri.

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Nota sugli artisti

MARCO NEREO ROTELLI – architetto

Nato a Venezia nel 1955, dove sì è laureato in architettura nel 1982. Attualmente vive e lavora a Milano e Parigi. Da anni persegue una ricerca sulla luce e sulla dimensione poetica che Harald Szeemann ha definito come «un ampliamento del contesto artistico». Rotelli ha creato negli anni una interrelazione tra l’arte e le diverse discipline del sapere. Da qui il coinvolgimento nella sua ricerca di filosofi, musicisti, fotografi, registi, ma principalmente il suo rapporto è con la poesia che, con il tempo, è divenuta un riferimento costante per il suo lavoro. Tra le grandi installazioni da lui realizzate si segnalano: nel 1996 l’opera in omaggio al teatro “La Fenice” di Venezia appena distrutto da un incendio, e presentata alla Quadriennale di Roma; nel 2000 l’illuminazione con versi tratti da L’horloge di Baudelaire della facciata del Petit Palais di Parigi; nel 2001 il coinvolgimento di mille tra i maggiori poeti contemporanei, espressione di tutte le tendenze e di tutti i continenti, per l’installazione “Bunker Poetico”, realizzata alla 49a Biennale di Arti Visive di Venezia, fortemente voluta da Harald Szeemann; nel 2002 il recupero, a Carrara, di una cava da anni abbandonata e trasformata, in occasione della 11a Biennale di Scultura, in un grande libro di marmo, scolpendo versi poetici sulle sue pareti; nel 2002 la grande installazione ambientale “Poetry for Peace” a Seoul nel World Cup Park; nel 2005 alla 51a Biennale di Arti Visive di Venezia, il recupero dell’isola di San Secondo, nella laguna venezia180


Nota sugli artisti

na, per cui sarà insignito di targa d’argento della Presidenza della Repubblica; nel 2007 l’installazione permanente per il Living Theatre di New York, voluta da Judith Malina e dedicata alla Beat Generation; nel 2008 a Jinan, in Cina, invitato a partecipare alla Biennale internazionale d’Arte e Design della Shandog University, nell’ambito delle manifestazioni olimpiche, un’installazione dalla dimensione tragica e poetica, nell’anno del terremoto del Sichuan, che gli varrà l’Academy Award of Art and Design: premio che conferma ancora una volta il senso profondo della sua ricerca ammantata di poesia e spiritualità e che si sviluppa, quale atto artistico, in difesa delle identità perdute; nel 2008 a Parigi, l’opera realizzata con cento porte d’oro lungo gli Champs Élysées “The Golden Wood”; nel 2009 la grande opera “Save the Poetry” esposta nelle vetrine dell’Espace culturel Louis Vuitton a Parigi; nel 2009 l’installazione luminosa sulla facciata della cattedrale di Santiago de Compostela per la Fiesta del Apóstol; nel 2010 a Milano il progetto “Poetry. Parola d’Artista” con un’importante retrospettiva alla Rotonda di Via Besana, una mostra con il poeta arabo Adonis a Palazzo Reale, l’installazione scultorea “Le pietre sono Parole” in Piazzetta Reale (Piazza Duomo), l’omaggio a Fernanda Pivano con un’instaurazione lungo Corso Buenos Aires e l’occupazione degli spazi di affissione pubblicitaria della città con “manifesti poetici”. Dal suo interesse per l’Isola di Pasqua, avviò nel 2004 un’indagine sull’alfabeto Rongo Rongo, l’antico e non ancora decifrato linguaggio Rapa Nui, inizia a sviluppare una lunga serie di opere, ispirate alla indecifrabilità dei linguaggi perduti come riscoperta di mondi poetici anco181


Nota sugli artisti

ra sconosciuti, come quello dei Boscimani o i simboli dei Nativi Americani. Nel 2000 fonda il gruppo Art Project diretto da Elena Lombardi e composto da giovani artisti ed architetti, con il quale realizza numerosi interventi e progetti di installazione urbana. Questo suo impegno gli è valso la partecipazione a quattro edizioni della Mostra Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia, oltre a numerose mostre personali e collettive. Le sue opere sono presenti in musei e importanti collezioni private di tutto il mondo. Di lui hanno scritto alcuni tra i più importanti critici d’arte, oltre a poeti, scrittori, filosofi e personalità della cultura internazionale, alimentando un’importante raccolta bibliografica sul suo lavoro.

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INDICE

«... LA FEDE SALE AL CIELO, DA SOLA, CON LE SUE ALI...» di Paolo Andrea Mettel .............................. p.

5

INTRODUZIONE di Bruno Forte .............................. »

9

SU “LA PAROLA DI DIO” PASSIONE DI CRISTO (Via Crucis al Colosseo) ...... »

27

LEGGENDO IL LIBRO DI GIOBBE ............................ » 101 VANGELO DI SAN GIOVANNI .................................. » 113 SUL DISCORSO PAOLINO (Lettere di San Paolo) .... » 129 PENSIERI LEGGENDO (Apocalisse di San Giovanni).... » 141

APPENDICE “LA PAROLA” – POSTFAZIONE di Carlo Carena .... » 157 NOTA BIOGRAFICA a cura di Stefano Verdino ...... » 163 NOTA AI TESTI ........................................................ » 173 NOTA SUGLI ARTISTI ................................................ » 175

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L’editore desidera ringraziare: “Associazione Mendrisio Mario Luzi Poesia del Mondo”, Mendrisio, Svizzera (www. marioluzimendrisio.com) per la cortese concessione dei testi di Mario Luzi; Centro Studi Mario Luzi “La barca”, Pienza, per l’assistenza scientifica e la fondamentale collaborazione alla presente edizione;

L’editore ringrazia inoltre per le fotografie: Archivio fotografico “Associazione Mendrisio Mario Luzi Poesia del Mondo”, Michele Alquati, Luciano Bonuccelli, Giovanna Fozzer, Gianni Luzi, Paolo A. Mettel, Katia Migliori, Annamaria Murdocca, Nino Petreni, Caterina Trombetti, Archivio Stefano Verdino, Ugo Zamborlini.


Finito di stampare a CittĂ di Castello da Centrostampa il 20 ottobre 2010, festa di Santa Irene (novantasei anni dalla nascita di Mario Luzi).

Mario Luzi: Su “La Parola di Dio”  

Edizioni "Metteliana", a cura di Paolo Andrea Mettel. Introduzione di Bruno Forte, postfazione di Carlo Carena.