Issuu on Google+

ARVALIA S-Z

Atlante dei beni culturali del Municipio Roma XV Arvalia-Portuense. Parte III

Antonello Anappo

Municipio Roma XV - Arvalia Portuense

1


Š 2013 - Municipio Roma XV Arvalia-Portuense Pubblicato il 1° marzo 2013. Hanno collaborato: Andrea Di Mario e Moena Giovagnoli. Sito web: www.arvaliastoria.it

2


Sacra Famiglia

Abstract non disponibile.

3


4


Sacri cuori di Ges첫 e Maria

Abstract non disponibile.

5


6


San Francesco Saverio

Abstract non disponibile.

7


8


San Girolamo

Abstract non disponibile.

9


10


San Gregorio Magno

Abstract non disponibile.

11


12


San Paolo a Poggio verde

Abstract non disponibile.

13


14


San Raffaele

Abstract non disponibile.

15


16


Santa Maria di Porto

Abstract non disponibile.

17


18


Santa Passera

Santa Passera compone di due elementi sovrapposti (chiesa superiore ed inferiore), più una cripta ipogea nella quale si ritenevano collocate le spoglie dei martiri egiziani Ciro

e

Giovanni.

Il

nome

Passera

deriverebbe

dalla

distorsione di Abbas Cirus (Appàciro > Pàcera). La chiesa superiore del XIII sec. è a navata unica, con un presbiterio absidato incorniciato da un arco e soffitto a capriate lignee. La facciata, rivolta verso il Tevere, è in laterizio preceduta da una doppia rampa di scale. Gli affreschi absidali raffigurano il Cristo benedicente tra i martiri ed altri santi, gli ordini superiori il Cristo tra gli apostoli, mentre gli ordini inferiori sono dedicati a figure devozionali. L‟affresco in parete destra è dedicato a santi orientali. La chiesa inferiore è un oratorio del V sec., composto di un‟aula quadrangolare (le cui pitture consunte raffigurano 19


tre vescovi) e di un avancorpo allungato. L‟architrave edell‟XI sec. evoca con un‟epigrafe i nomi dei santi martiri. Una stretta scala immette alla cella ipogea, un sepolcro romano del III sec. Vi si conservano le pitture della Giustizia e di un atleta, tra quadranti e stelle decorative. Vi era dipinta una Vergine con bambino, rubata nel 1968.

Michele contro il Drago

Michele contro il Drago è un affresco della metà del XIII secolo, situato in posizione centrale

nella curva

dell‟abside di Santa Passera. La scena raffigura il terribile combattimento tra angeli e demoni narrato da San Giovanni nell‟Apocalisse: “Scoppiò quindi una guerra nel cielo : Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli. Ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo” (vv. 12, 7-8). La rappresentazione è allegorica: il solo Michele sta a simboleggiare le schiere angeliche e il Drago morente rappresenta le turbe del Maligno, sconfitte. Di Michele sono ancora ben visibili i duri lineamenti di guerriero, le vesti, parte delle ali e la lancia con cui ha trafitto la rossa figura del Drago, agonizzante ai suoi piedi. Si ritiene che il Drago sia stato aggiunto in un secondo momento (non compare nel disegno 8936 della Collezione Dal Pozzo conservata a Windsor: al suo posto vi è una figuretta di orante inginocchiato). La tradizione vuole 20


che tale raffigurazione del Demonio sia stata così realistica e terrificante che nel XVII secolo fu necessario coprire tutto l‟affresco con un sovraddipinto, raffigurante Santa Prassede che lava i corpi dei martiri (scompaiono le ali di Michele; l‟attributo del globo crociato nella mano sinistra diventa una spugna; il Drago è coperto da un recipiente per lavare i corpi sanguinolenti dei martiri). L‟immagine dell‟angelo guerriero e del suo sconfitto antagonista è tornata alla luce durante un restauro del 1934.

21


22


Santa Silvia

Abstract non disponibile.

23


24


Santi Aquila e Priscilla

Santi Aquila e Priscilla (Parrocchiale dei SS. Aquila e Priscilla) è una chiesa parrocchiale di epoca contemporanea. Non disponiamo di notizie storiche dettagliate su questo bene. La proprietà è, per quanto noto, di ente ecclesiastico. Non disponiamo di notizie architettoniche o funzionali più dettagliate. Si trova in Via Pietro Blaserna, 113.

È

visibile

da

strada

e

l‟accesso

è

libero,

compatibilmente con gli orari delle funzioni religiose.

25


26


Santo Rosario

Abstract non disponibile.

27


28


Santo Volto

Il

Santo

Volto

è

un

complesso

parrocchiale

contemporaneo, progettato da Piero Sartogo e Nathalie Grenon. Si compone di due blocchi architettonici - chiesa e canonica -, con in mezzo il sagrato aperto, delimitato dalla alla Croce sospesa di Mattiacci. La chiesa ha pianta semicircolare

e

riceve

luce

dalla

Vetrata

solare

in

ferrocemento di Michetti e Breccia. Le linee essenziali degli interni disegnano uno spazio astratto, disposto radialmente intorno all‟altare. Sulle pareti l‟affresco Luce dalle tenebre di Tirelli e le formelle della Via crucis di Paladino. Nei corpi di servizio (cappella feriale, sagrestia, confessionale) altre opere: Vetrata in sicofoil di Accardi e Volto di Cristo di Ruffo. L‟edificio è sormontato dalla Semicupola in travertino romano. La Canonica ospita la casa del parroco, foresterie e

29


sale comunitarie, con le Nuvole concettuali di Dynys. Il perimetro è delineato dalla Cancellata di Uncini.

La cappella di Padre Kolbe

La cappella di Padre Massimiliano Kolbe, martire polacco, nasce nel 1975 dentro un locale commerciale in via della Magliana Nuova, al piano terra di un palazzo. La cappella è alle dipendenze della Parrocchia San Gregorio Magno. La parrocchia si costituisce il 28 ottobre 1985, con decreto del Cardinal Vicario Ugo Poletti, con il titolo di San Massimiliano Kolbe alla Magliana, ed è affidata al clero diocesano. Il 1° giugno 1992 viene nominato il primo parroco, don Luigi Coluzzi, che è anche il parroco attuale. Il territorio, desunto da quello di San Gregorio Magno, con decreto del Cardinal Vicario Camillo Ruini del 19 marzo 1992, è determinato entro i seguenti confini: “Ferrovia Roma-Pisa a nord, partendo da Via Guido Miglioli (tutta di S. Gregorio Magno) fino all‟altezza del bivio di Via della Magliana - Via della Magliana Antica - da qui linea ideale che raggiunge il fiume Tevere - Fiume Tevere fino all‟altezza di Via Teodora (tutta della parrocchia) - detta Via - Via della Magliana che si percorre a sud - Via Guido Miglioli - Ferrovia Roma-Pisa”.

30


Con successivo decreto dello stesso Ruini del 27 aprile 1994 passano alla parrocchia: “Via Pian Due Torri (solo i numeri dispari) - Via Sesto Fiorentino - Via Pescia Lungotevere della Magliana nel tratto Via Teodora - Via Pian Due Torri”. La parrocchia cura allora circa 15.000 anime. E la cappella di Padre Kolbe si rivela insufficiente. Don Luigi scrive: «Sapevo bene che avere una nuova chiesa non sarebbe stato facile. Intorno non c’erano terreni edificabili. Ma era necessario, perché ci radunavamo in un garage». Nel 1998 l‟Opera per la Provvista di nuove chiese commissiona agli architetti Piero Sartogo e Nathalie Grenon la

«progettazione della nuova chiesa e del complesso

parrocchiale San Massimiliano Kolbe», composto di «aula per il culto e organismo per i servizi parrocchiali con sei aule ed una polifunzionale». E alla fine viene individuata anche l‟area da edificare, in via Caprese 1, traversa di via della Magliana, altezza civico 71. Il contesto è estremamente problematico, perché si innesta su un tessuto urbanistico preesistente, in una situazione urbanistica già definita. I problemi sono «i palazzi a ridosso e il perimetro murato verso i grandi volumi dell’edificato», dice Sartogo in un‟intervista (Arvalia News, 15). E il progetto, lentamente, prende forma. «All’inizio il progetto sembrava impossibile - dice Sartogo -. Poi l’idea è

31


venuta di getto, perché a volte i vincoli possono diventare uno stimolo». I progettisti strutturano l‟impianto architettonico in due grandi blocchi: l‟Edificio liturgico, che affacia su strada, e la Canonica, in posizione interna. L‟Edificio liturgico si compone a sua volta di: aula ecclesiale, sacrestia, confessionali e cappella feriale; la Canonica si compone di: residenza del parroco, foresterie e sale per la comunità. Il 14 febbraio 2001 intanto, con decreto del Cardinal Ruini, la parrocchia cambia titolo e viene dedicata al Santo Volto di Gesù. Il Santo Volto è una reliquia, che raffigura un viso maschile con i capelli lunghi e la barba divisa a bande, conservata

presso

il

Santuario

del

Santo

Volto

di

Manoppello. Si tratta di un velo tenue di tessitura (17 × 24 cm), apparentemente sprovvisto di pigmenti ed elementi di pittura, che riproduce il Santo Volto di Gesù nelle tonalità leggere del marrone, tali da annullare ogni aspetto materiale.

La costruzione della nuova chiesa

Nel 2003 viene poggiata la prima pietra. L‟edificazione dura meno di tre anni (con una spesa di 4,5 milioni di euro). L‟inaugurazione avviene il 18 marzo 2006, mentre la solenne dedicazione, presieduta dal Cardinale Vicario Camillo Ruini, avviene il 25 marzo.

32


Sartogo e Grenon sono due architetti di raffinatissima matrice concettuale. Sartogo, cresciuto nello studio di Walter Gropius, fondatore della Bauhaus, si caratterizza per la capacità di rovesciare le concezioni tradizionali della stabilità e l‟abilità di rendere un edificio compatto e al tempo stesso trasparente, e trasformare la costruzione in un‟opera d’arte totale, con il contributo di artisti, artigiani e designers. Il suo primo lavoro, la Palazzina dell‟Ordine dei medici a Roma (1971) riceve gli elogi di Bruno Zevi. Il suo edificio più noto è l‟Ambasciata italiana a Washington. Lo stile di Sartogo si condensa nella frase: «La mia architettura è culturale. Prima di tutto viene il ragionamento rispetto all´ambiente dove l’edificio si va a calare, poi subentrano la tecnica e il talento. Scopo finale è che l’edificio acquisti il genius loci». Sua moglie Nathalie Grenon, di origine canadese, contribuisce con la sua esperienza internazionale. La Grenon porta con sé l‟esperienza di progettazione maturata con il progettista newyorkese Richard Meier alla grande chiesa di di Dio Padre Misericordioso a Tor Tre Teste. Altra opera stilisticamente affine è la chiesa di San Francesco di Sales all‟Alessandrino, di Lucrezio Carbonara. I tre

edifici,

insieme,

costituiscono

le

tre

avanguardie

architettoniche dell‟arte sacra a Roma. I tre edifici hanno in comune la scelta del bianco splendente. Le differenze sono nella presenza della cupola in Sartogo (manca in Mejer); nella scelta più marcatamente lineare e minimalista di Meier; nell‟emergere in Sartogo e Grenon dell‟uso prepotente 33


del colore (blu, verde rame, fucsia). Roma a cavallo del Duemila si pone come un laboratorio della grande architettura, che porta alcuni autori a parlare di un «Nuovo Rinascimento architettonico». Basti citare la Moschea di Portoghesi, l‟Auditorium di Piano, il Municipio di Fiumicino di Anselmi, la nuova Fiera di Roma di Valle, la Stazione Tiburtina di Desideri e la Multisala di Rebecchini. All‟inaugurazione il sindaco Veltroni afferma: «Roma comincia ad avere una collezione di opere moderne che segnano una nuova era». Un‟altra delle caratteristiche di Sartogo e Grenon è la coralità dell’opera architettonica, che riprende l‟antica prassi del coinvolgimento di uono stuolo di artisti nella «fabbrica» fin dalla fase progettuale. Il connubio tra il lavoro di diversi artisti segna il dialogo materiale e spirituale tra uomini di fede, architetti, pittori e scultori. Dice Sartogo: «Volevamo riprendere una prassi secolare, oggi spesso abbandonata, quella di concepire una chiesa, un tempio, come un’opera corale».

Prosegue:

«Abbiamo

interagito

con

gli

artisti

integrando pittura, scultura ed architettura in un unicum». Ferraresi: «»All‟attiva domanda della comunità di quartiere desiderosa del luogo per il culto risponde la scelta programmatica della progettazione estesa, in certo qual modo partecipata, condotta in èquipe fra gli architetti Sartogo e Grenon e la selezionata cerchia di pittori e scultori convocati

a

concertare

il

programma

di

realizzazione

dell‟architettura e contestualmente della traduzione artistica della comunicazione liturgica. 34


Alberto guadagna osservazioni

Ferraresi:

«»Esposta

alla

giudizi

positivi,

pur

sulla

tettonica

ritenuta

critica,

registrando da

l‟opera alcune

taluni

non

pienamente convincente, sulle tonalità decise degli annessi, sugli esiti formali additati come post-modern, sulla tipologia ricondotta alle soluzioni “a capanna” in quanto prassi diffusa scartante l‟opzione della gerarchia degli spazi fra aula principale ed ambiti più raccolti. L‟analisi di Massimo Locci sul numero 58/05 del Bimestrale dell‟Ordine degli Architetti di Roma e Provincia ci pare più di tutte entrare in profondità: «» “I concetti di assenza e virtualità, che Sartogo padroneggia dagli anni Sessanta, grazie anche al rapporto stretto con il mondo dell‟arte, sono qui intesi come segni forti e strutturanti, capaci

di

decostruire

la

massa

edilizia,

sezionarla

e

scomporla in più elementi, come se una faglia orizzontale avesse attraversato il manufatto («» “l‟architettura è un genere che vuole essere attraversato”) facendo emergere il corpo architettonico che era inglobato nella sagoma, come un calco michelangiolesco dello spazio in negativo. Non a caso “Vitalità del negativo”, una mostra che ha segnato una generazione, è stata allestita nel 1970 al Palazzo delle Esposizioni proprio da Piero Sartogo e Achille Bonito Oliva. Ferraresi: Quest‟ultimo a tal proposito evidenzia: «» “Sartogo ha sempre lavorato tra l‟interno e l‟esterno, tra il pieno e il vuoto, creando una sorta di spazio dell‟eco, uno spazio di rimbalzo dello sguardo (…) ha lavorato sul dormiveglia che credo sia l‟ossatura, la nozione fondante

35


dell‟arte; quel luogo del confine in cui si può delirare ma in cui si può anche riflettere”. Caratterizzano la chiesa, inoltre, una grande semicupola che poggia direttamente sull‟edificio e non su un tamburo (tipico delle moschee musulmane). Ferraresi:

«»Oltre

ai

talenti

d‟impianto

e

di

programma, l‟opera giunge particolarmente al fruitore per lo spiccare notevole del corpo semisferico centrale, da alcuni ritenuto partecipare alla citazione dell‟elemento „cupola‟ mediante fogge più proprie dell‟uso mediorientale piuttosto di quello latino. Ferraresi:

«»Il

volume

si

mostra

infatti

netto,

puristicamente vestito di lastre litiche dall‟impatto esteriore omogeneo

ed

è

solo

lievemente

scalfito

dalle

leggere

spigolature del rivestimento in conci di geometria definita precisamente in travertino romano. Ferraresi: «»Quanto invece al suo rapporto con i pieni e vuoti in cui si articola interiormente il progetto, venendo dunque alla significatività della porzione mancante della sfera ed agli esiti architettonici con cui quest‟assenza prende in verità corpo, è stato più volte già scritto da altri. Ferraresi: «»Il ricorso esteso al travertino romano ci pare assuma significati molteplici: dall‟affidamento alle risorse

ed

alle

parallele

suggestioni

del

genius

loci,

all‟assonanza ed al richiamo fisico alle realizzazioni romane alte dell‟antico testimoniato nelle più parti della città, come pure del moderno con riferimento speciale all‟Eur. Il tono

36


elevato conferito dalla scelta materica coincide con l‟esito della valorizzazione della spazialità sacrale; l‟applicazione in interno e parimenti in esterno costituisce legante sottile tra vita pubblica e spirituale. La specificità del tipo romano classico, entro la famiglia comune ai travertini delle rocce sedimentarie calcaree, risiede nella provenienza dalle zone ai margini del vulcano laziale, in particolare da Tivoli. Il lapis tiburtinus, il conseguente nome comune latino, introduce in modo pacato e solenne all‟ampio spazio sacro, in cui ambiti definiti sono prescelti per alloggiare tonalità forti spiccanti nella luminosità d‟insieme.

L’aula ecclesiale

L‟Edificio liturgico, caratterizzato da volumi netti rivestiti con lastre di travertino romano, è caratterizzato dalla Semicupola alta 20 m, che poggia alla moresca direttamente sull‟edificio (anziché su un tamburo). Nello spazio

sacro,

a

pianta

semicircolare,

linee

essenziali

disegnano forme astratte, disposte radialmente intorno all‟altare. L‟ambiente prende luce dalla Grande vetrata alta 34 m, dalla struttura circolare in ferrocemento realizzata dagli ingegneri Michetti e Breccia. Dalle pareti emergono opere dai forti cromatismi: l‟affresco Luce dalle tenebre di Marco Tirelli e le 15 formelle della Via crucis di Mimmo Paladino.

37


L‟aula è uno spazio essenziale, con volumi dalle linee pure, dove la luce entra a profusione dall‟immenso rosone verticale, gioca con i colori tenui delle panche, viene esaltata dal bianco del travertino romano. Linee rette e curve disegnano lo spazio astratto che si diffonde intorno all‟altare, in posizione centrale. La grande vetrata cattura la luce “con una tonalità di colore tridimensionale, unitaria, pareti, soffitti e pavimenti, quella del travertino”, rotta solo dal colore verde-rame delle porte e dagli improvvisi blu della sagrestia e della cappella feriale. L‟interno della chiesa ha luci molto tenui e quasi neutre sul prevalere dell‟elemento della luce. “Il profilo curvilineo

dell‟aula

valorizzano

la

spazialità

sacrale

modellata dalla luce”, dice Sartogo.

La Semicupola

La cupola, rappresentazione cosmica dell‟aspirazione al trascendente, presenta caratteristiche architettoniche uniche. Alta 20 m e coperta in travertino romano, manca di un tamburo (caratteristica che la assimila frontalmente alle cupole moresche). Dell‟origine medioorientale della nuova chiesa ama parlare il parroco Don Luigi, che ricorda come in un viaggio 38


con i suoi parrocchiani a Gerusalemme, davanti al muro del pianto e alla bellezza di un tempio sacro che sorge proprio di fronte, abbia pensato a una chiesa con la stessa forte e potente bellezza. La cupola manca del tutto i pilastri, appoggiandosi a sbalzo sulla struttura circolare in acciaio che delimita la vetrata circolare di 17 m. Commenta

Alberto

Ferraresi:

«La

cortina

vitrea,

vicendevolmente occhio verso il cielo e verso l’aula, cela entro rivestimenti leggeri l’arditezza dell’ingegnerizzazione dei suoi sostegni: la cupola si regge infatti senza ausilio di pilastri, a sbalzo rispetto alla struttura circolare in acciaio». «Per raggiungere questo risultato, è stato necessario vincere una sfida difficilissima», dice Sartogo. «Montarla è stata una vera impresa, resa possibile da alcuni collaboratori straordinari come gli ingegneri Antonio Michetti e Ignazio Breccia». Vista lateralmente rivela il taglio verticale della Vetrata, che divide la cupola in due: una interna, reale, ed una esterna che si lascia solamente immaginare. È una sfera che si divide in altrettante semicupole, una reale che abbraccia l‟aula destinata alla funzione sacrale. E l‟altra virtuale, esterna, evocativa, che allude all‟inconoscibile, alla dimensione irraggiungibile del sacro. Dice Sartogo: «Osservandola dall’interno, la cupola divisa può somigliare a un anfiteatro che riceve la luce dal grande occhio costituito dalla vetrata circolare. E, nello stesso

39


tempo,

un’impressione

di

continuità

con

l’esterno,

rafforzando l’atmosfera di spiritualità che la pervade». La centralità della cupola ha fatto sì che la chiesa fosse senza facciata.

La Vetrata solare

Il grande rosone-vetrata che inonda di luce l‟aula ecclesiale è costituito da una struttura circolare in acciaio a mozzo eccentrico, del diametro di 20 metri. L‟ordito metallico del rosone è opera di Carla Accardi e rappresenta un sole. La Vetrata solare ha un duplice significato: appare sia come un occhio rivolto al cielo sia come uno sguardo che dall‟alto si posa sui fedeli. Il cerchio centrale della vetrata (l‟occhio del rosone), in cristallo, avrebbe dovuto ospitare il viso del Christus Pathius in fusione di ghisa dal greco Jannis Kounellis. L‟opera non è però stata approvata dai committenti. Kounellis è stato incaricato della parte più delicata, cioè incidere il viso del Cristo che dà il titolo alla chiesa. Jannis Kounellis nasce in Grecia nel 1936 e si trasferisce a Roma nel 1956 per frequentare l‟Accademia di Belle Arti. Nella città ha le prime esperienze espositive, dove appare evidente la volontà di uscire dalla stagione artistica informale e del Dopoguerra per delineare un nuovo codice visivo

40

in

cui

convivano

l‟arcaico,

il

classico

e

il


contemporaneo. Su questo filone a metà anni Settanta nascono i Senza titolo, lavori in cui la materia vivente reca il suo colore, il suo peso, la sua forma su rigide strutture di supporto.

Dopo

avere

contribuito alla

nascita

e

alla

formulazione dell‟Arte Povera, negli ultimi anni il lavoro di Jannis Kounellis definisce con cruciale incisività il nodo e i rapporti con la tradizione e l‟epos popolare, affrontando i problemi riguardanti l‟esempio civile dell‟arte nella società contemporanea.

Paladino: smalto e croci

Mimmo Paladino (Paduli, 1948) realizza nel 2006 nella chiesa del Santo Volto le formelle di ceramica smaltata della Via Crucis. L‟opera

si

compone

delle

quattoridici

stazioni

tradizionali, più una quindicesima, la Resurrezione, secondo l‟uso introdotto da Papa Wojtila. I temi figurativi, popolati di ancestrali e larvate figure e degli strumenti del lavoro manuale, raccontano il “cammino doloroso” del Cristo fatto uomo e insieme il percorso, scandito anch‟esso da stazioni, della vita umana in quanto tale. Paladino esordisce negli anni Settanta, con i collages, ispirati a temi primitivi, tribali e mitologici, legati ai concetti della “vita come sacrificio” e della morte. Paladino recupera tecniche antiche (come l‟encausto e il mosaico) ma è anche il pioniere della pittura polimaterica, nella quale trovano posto 41


gli “oggetti trovati per caso”. Dai primi anni Ottanta realizza i totem in bronzo, legno e calcare, partecipando alla Biennale di Venezia e a rassegne in Germania. Negli anni Novanta realizza le installazioni permanenti Hortus Conclausus (92), Montagna di sale (95) e I Dormienti (1998). Paladino è considerato il principale esponente della Transavanguardia, movimento che si caratterizza per il ritorno alla pittura, dopo le correnti concettuali degli anni Settanta.

Con

tratti

violenti e

colori

accesi

Paladino

trasforma le immagini in “segni fondamentali”, cioè le sole “forme fisse che il tempo non riesce a scalfire”. Primo artista italiano ad esporre in Cina, è membro della Royal Academy di Londra. Sue opere sono al Metropolitan di New York. Al completamento dell‟edificio contribuiscono artisti moderni, tra cui Mimmo Paladino, che realizza la Via Crucis composta di formelle di ceramica smaltata.

La sacrestia e la Luce rivelata

Marco Tirelli (Roma, 1956) realizza nel 2006 il dipinto murario

“Luce

dalla

tenebre”,

nell‟ambulacro

dell‟aula

ecclesiale del Santo Volto. L‟opera rappresenta la comparsa della Luce sulla Terra primitiva, per mano del Dio-Creatore. L‟impianto pittorico segue i canoni formali della Transavanguardia, con tratti ridotti alla sola forma essenziale, e sviluppa i vv. 1-2 del Libro della Genesi: “La Terra era informe e vuota e le 42


tenebre

ricoprivano

raffigurata

come

la

faccia dell‟abisso”. La Terra è

una

sfera

incolore,

dai

caratteri

indifferenziati; le tenebre sono la corona circolare che avvolge la Terra, color nero impenetrabile; l‟abisso cosmico è lo sfondo blu della parete. I successivi vv. 3 e 4 (“Dio disse: “Sia luce”. E la luce fu”) sono resi non attraverso la pittura ma con un suggestivo espediente ottico: in talune ore della giornata la luce solare proveniente dalla Grande vetrata di Michetti e Breccia penetra nell‟ambulacro e invade il dipinto murale, aprendo così uno squarcio di luce sacra nel velo delle tenebre. Taluni critici hanno osservato che le due opere - il murale e la vetrata - sono l‟una l‟immagine ribaltata in camera oscura dell‟altra (replicano specularmente la stessa struttura geometrica) e sono poste fra di loro in confronto dialettico. Il murale sta ad indicare la promessa biblica; la vetrata,

che simboleggia

l‟avvento del Messìa,

il

suo

mantenimento. Tirelli ha esordito negli Anni Settanta nel solco della metafisica italiana e dell‟astrattismo europeo, per aderire negli Anni Ottanta alla Nuova scuola romana. La produzione attuale è ispirata alle architetture di luoghi immaginari.

I confessionali e il Cristo di Ruffo

Sono affascinato dalle forme parassitarie, forme che nascono sugli organismi prendendone l‟energia vitale per 43


crescere e riprodursi fino a causare la morte dell‟organismo ospitante. Nell‟ambito del mio lavoro sono particolarmente attento

a

questi

fenomeni

perché

costituiscono

delle

trasposizioni/trasformazioni di energia. Il mio lavoro nasce da una ricerca incentrata sulla costruzione

di

immagini

basate

sull‟alterazione

e

l‟accoppiamento di scale grafiche esistenti in natura ma non abitualmente fruibili: elementi a grandezze differenti vengono accostati per creare un nuovo sistema visivo, che prescinde dalle gerarchie imposte dalla natura. Sono

state

constatate

delle

impressionanti

congruenze strutturali e di assemblamento dei vari elementi in immagini di scala enormemente diversa. Tramite l‟analisi di mappe formali costruisco nuove strutture, componendo e scomponendo quelle esistenti. Queste strutture,formano quindi nuovi sistemi insistendo sul principio che il tutto è differente dalla somma degli elementi che lo compongono. Nel mio ultimo progetto Dementia 8, una grande immagine

fotografica

cattura

il

peso

e

la

leggerezza

dell‟attimo del passaggio di una vecchia monaca che si libera dell‟ingombro e del nero dei suoi abiti e sembra ansiosa di raggiungere il suo Dio, mentre in trasparenza affiora dietro il suo volto l‟immagine dipinta di un polline che è ancora materia generatrice di vita. La monaca, mistica e serena ritornerà materia, natura vivente in un perenne ciclo. L‟occhio nei confessionali di Pietro Ruffo (che ha dipinto in trasparenza il volto di Gesù nello spazio per le confessioni). 44


Negli oblò che danno luce ai confessionali, Pietro Ruffo ha registrato in trasparenza il volto di Gesù, usando una foto sua personale, in base al credo che «Cristo è in ogni persona» e alla coincidenza che l‟artista assomiglia realmente all‟immagine iconografica tradizionale. All‟alternarsi di lucido e opaco, segni e figure, colore e passione di Paladino, si contrappone il blu profondo (che ricorda quello usato da Yves Klein) scelto da Sartogo e Grenon per i confessionali: due stanze che prendono luce da una piccola finestra sulla quale Pietro Ruffo ha dipinto, in trasparenza, il volto del Salvatore. È questa,

per il

momento,

l‟unica

concessione

figurativa al titolo della chiesa.

La cappella feriale

Nei corpi di servizio - la Cappella feriale dedicata al Santissimo Sacramento, la Sagrestia e il Confessionale l‟impiego dei colori è ribaltato: sono le pareti ad avere forti cromatismi mentre le opere d‟arte hanno tinte tenui e quasi monocrome: la Vetrata in sicofoil di Carla Accardi e il Volto di Cristo di Ruffo. Carla Accardi (Trapani, 1924) realizza nel 2006 la “vetrata in sicofoil” della Cappella feriale del Santo Volto, dalla trama geometrica bianca. Il sicofoil, materiale plastico trasparente simile al plexiglass, caratterizza la lunga carriera dell‟artista siciliana. 45


Accardi, a Roma dal 1946, fonda nel 47 il gruppo astrattista “Forma”, con Attardi, Consagra,

Dorazio e

Turcato. Il dibattito era allora dominato dallo scontro tra realisti e astrattisti: “Alla Sinistra non piaceva l‟arte astratta”, scrive la Accardi, “e al PCI men che meno. Però quasi tutti noi facevamo parte della Sinistra: scegliemmo allora con forza di considerarci indipendenti”. Il 1954 segna il passaggio a quadri a fondo nero con violenti tratti pittorici bianchi, cui si affianca la produzione a colori: “La pittura non era mai stata fatta col bianco e nero, mi piaceva andare controcorrente! Poi invece ho voluto far quadri con un colore così squillante da riprodurre il contrasto bianco-nero: una cosa parallela”. Nel 1966 il fondo nero cede il posto al sicofoil. La scomparsa visiva del supporto permette di affidare i segni allo spazio, e il quadro perde la dimensione piana per diventare “diaframma luminoso”. I rapporti tradizionali figura-fondo-spettatore saltano: nelle “tende” (1965-1971) l‟opera d‟arte diventa una struttura abitabile, nei “rotoli” (1965-70) diventa scultura, nei “telai” (1968) il colore si sposta dal quadro al contorno. Il percorso si completa con i “lenzuoli” (1971-1980), grandi tele con segni geometrici. Gli anni Ottanta e Novanta sono caratterizzati dal recupero della dimensione piana e dei larghi e intricati segni colorati di inizio carriera. Opere della Accardi sono al Guggehneim di New York. Carla Accardi, che realizza una vetrata di contenuti astratti, che divide la cappella del Santissimo Sacramento 46


dall‟aula liturgica.

Il sagrato e la Croce sospesa

Il sagrato a forma di v taglia in due il complesso edilizio, e converge nella croce sospesa dello scultore Eliseo Mattiacci. Si tratta di una croce in ferro verniciato bianco, alta 15 metri. Altissima e lineare, il suo carattere è potente e minimale. Sembra galleggiare nei riflessi del sole, quasi ad apparire pura essenza. Mattiacci nasce a Cagli (Pesaro-Urbino) nel 1940. Espone a 21 anni il suo Uomo meccanico alla Galleria Nazionale d‟Arte Moderna di Roma, ed espone le sue installazioni alle gallerie romane dell‟epoca: Tartaruga, L‟Attico, La Salita. Mattiacci manipola oggetti d‟uso comune o materiali industriali, posti ad altezza d‟uomo, lasciando che il visitatore ne viva gli aspetti tattili, di gravità, peso e magnetismo. «Amo esserci fisicamente nelle cose - scrive lo scultore -: poggiarci le mani, analizzarle e comprimerle, attraversarle. Perché esistono. Per questo i materiali che uso sono vari: mi interessa vedere come reagiscono, come si piegano. Mi piace vedere una materia compressa da un peso, osservata in trasparenza, assistere a come si muove e varia nell’aria, nel sole, nella pioggia; quel che galleggia, si arrotola. E le azioni improvvise e instabili, l’incontro fortuito».

47


Negli Anni Ottanta e primi Anni Novanta conosce il successo con le sue «opere spaziali, cosmiche, astronomiche», come Alta tensione astronomica, Scultura stratosferica, Torre dei filosofi, Cervo volante, Carro solare, Porta del sole. Dal 1994 le sue opere diventano scultura del territorio: Le vie del cielo (in ferro e cemento) è installata nell‟alveo del fiume Bidente; Equilibrio compresso domina lo sperone della Rocca di

San

Gimignano;

Riflesso

dell’ordine

cosmico

contraddistingue il vecchio porto di Pesaro. La croce di Mattiacci può dunque considerarsi il punto generatore di tutta la configurazione architettonica. È il punto cardinale del progetto, insieme incipit e meta. Sartogo definisce il lungo sagrato come «un vettore verso il punto di fuga costituito dalla Croce al di là dell’edificio ecclesiale». Rappresenta idealmente il cammino di vita del cristiano. Spiega Sartogo: «La città è disegnata dai vuoti, dalle piazze, dalle vie, non dai pieni; vive delle sue cavità. La v del sagrato, che parte dalla strada e arriva fino alla Croce, è un vettore in tutti i sensi: la città penetra nello spazio sacro, diventa un tutt’uno con la chiesa. In questo modo, abbiamo superato un grave difetto di gran parte della progettazione moderna

e

contemporanea:

la

chiusura

dell’organismo

architettonico in se stesso, l’idea di essere quasi un oggetto poggiato sul territorio». È «un segnale forte della città che dialoga con lo spazio sacro». Ma se la città dialoga con il sacro, è vero anche il contrario. «Non avevo pensato - scrive Sartogo -, per la verità, 48


che visto dalla parte della Croce, il sagrato diventa il gesto dell’accoglienza. È stato chiaro a tutti che si trattava di un gesto biunivoco e rappresentava sia un traguardo che un richiamo». La v diventa così, nella parte che si apre verso la città, il luogo dell���accoglienza. La prospettiva si apre in un abbraccio verso la città. È uno spazio di vita e di incontro per il quartiere, un luogo urbano, una piazza. È una sorta di «grande abbraccio», come il colonnato di San Pietro. «Il mio sagrato rappresenta due braccia, ma distese», dice Sartogo. «Suggerisce l’idea della città-comunità che penetra lo spazio sacro. È proprio il sagrato l’elemento forte, anello di congiunzione tra la città e il sacro. E i sedili nel muro perimetrale dello spazio lo rendono simile a una piazza, che non è più solo uno spazio urbano, ma ha una componente in più data da questa prospettiva che si proietta verso la grande croce» (Piero Sartogo, intervista su Italia Oggi, 25 marzo 2006).

La casa parrocchiale

Il blocco architettonico della Canonica ospita le tipiche funzioni della casa parrocchiale: residenza del parroco, foresterie e sale per la vita comunitaria. «Nelle aule per la catechesi - scrive Sartogo - il concetto della piazza è suggerito e rafforzato dalla presenza della copertura vetrata». Le pareti interne - e soprattutto gli spazi 49


dedicati agli incontri dei bambini e della comunità - i colori sono vivaci e gioiosi: rosso lacca, giallo limone, violetto, rosa, verde e arancio. Nel vano longitudinale negli spazi parrocchiali si trovano,

sospese,

le

due

Nuvole

concettuali

della

giovanissima artista Chiara Dynys. Si tratta di una coppia di composizioni scultoree luminose, in cui lo spettatore può leggere due passi di Sant‟Agostino su Amore e Fede. La Dynys è l‟unica quasi-esordiente del gruppo di artisti ingaggiati nella chiesa. Le opere della giovane artista si caratterizzano per la frammentazione e per l‟utilizzo della parola scritta come punto di partenza accessibile, affiché lo spettatore possa poi lasciarsi trasportare in un‟elaborazione personale. Le Nuvole sono sospese, e per questo libere da norme stilitistiche e interpretative, e lo spettatore decide quanto, come e cosa coglierne.

La cancellata di Uncini

All‟essenzialità e alla luce della croce di Eliseo Mattiacci, si contrappone la Cancellata di Giuseppe Uncini, che corre lungo il perimetro esterno. È un intrico dei tondini di ferro, raccolti in fascine, che affiorano dal muro di cinta o dal piano del sagrato. L‟idea di fondo della cancellata è liberare i tondini in ferro dalla morsa del cemento. Del resto, tutta la poetica di uncini si basa sulla dialettica tra tondini di ferro (=struttura) 50


e cemento (=materia), prevalendo ora gli ora l‟altra a seconda della fase produttiva dell‟artista. Uncini nasce nel 1929 a Fabriano. Studia all‟Istituto d‟arte d‟Urbino, ma la sua formazione è tutt‟altro che continua, tra guerra e difficoltà, che lo portano ad alternare il lavoro di disegnatore-litografo a quello per il lavoro manuale. Nel 1953 si trasferisce a Roma, dove alloggia nello studio di Burri a via Margutta. Burri è il suo genio ispiratore. In quegli anni si contrappone un dibattito stanco: da una parte ci sono i fautori del realismo; dall‟altra quelli dell‟astrazione e dell‟informale. Burri e Fontana propongono invece una terza via: la materia, lo spazio. Uncini se ne fa immediatamente un sostenitore. Le sue prime opere impiegano sabbia, cemento, terre e cenere, sopra sopra supporti di masonite. «Ma le superfici che ero in grado di ottenere - dice Uncini - non riuscivano ad avere né il peso né l’autonomia delle operazioni fatte su di esse. Le rappresentazioni che poco o niente si relazionavano con i materiali e le tecniche da me usate». Nel 1959 nascono i cementarmati: tavolette di cemento grezzo, rinforzate da rete e ferri, che sono insieme l‟opera e il suo supporto. «Finalmente costruivo l’oggetto e, lasciando a nudo tutti i procedimenti tecnici del suo farsi, riuscivo a porre il primo punto fermo nell’iter del mio lavoro. Non ottenevo più un quadro rappresentante ma un oggetto autosignificante ». In quegli anni lavora con Mario Schifano, Francesco Lo Savio e Piero Manzoni, alla galleria Appia Antica di Roma, 51


che è un cenacolo di nuovi artisti romani. Ad essi si aggiungono Franco Angeli e Tano Festa. E una straordinaria stagione creativa: nei cementarmati l‟esito coincide con il suo processo,

lasciando

la

materia

scabrosa

e

corrugata,

scandita dalle tracce delle casseforme, mentre i ferri si contorcono e piegano, s‟infilzano liberamente nel cemento per fuoriuscirvi ancora più sofferenti. La costruzione non è frutto di progetto ma di processo: Uncini affida direttamente alla materia la sua gestualità di pittore. Ma già nei Cementarmati del ‟62 l‟artista intraprende una strada diversa, in cui il progetto vince sul processo. I ferri si raddrizzano e si dispongono non più a caso ma a formare tralicci; il cemento si riduce e si leviga; gli esiti sono più lucidi e rigorosi. «Quando cominciai a usare il ferro e il cemento - racconta Uncini -, la scelta di queste materie non fu determinata da interessi espressionistici o materici, ma solo come mezzo per realizzare un’idea. E l’idea è sempre quella, un’idea fissa, costante: il costruire, lo strutturare». In quel periodo Uncini forma con Carrino, Biggi, Frascà, Pace e Santoro, il Gruppo Uno, nei cui proclami ricorrono le parole progetto, spazio, geometria, collaborazione. Risale

al

1966

la

conquista

dello

spazio.

La

componente pittorica del cemento scompare: reticoli di ferro occupano

lo

spazio

come

diaframmi

trasparenti.

E

l‟attenzione lascia la materia, per spostarsi sull‟ombra, sul problema di come dare consistenza al vuoto.

52


Si tratta di forme astratte da cui non è possibile risalire all‟oggetto che le ha generate. Uncini allarga la cerchia dei materiali costruttivi, includendo il mattone. Nel 1979, in questo alternarsi di bidimensionalità e volume, Uncini riconquista la parete. Opere bidimensionali in cui ritorna il disegno, inciso nel cemento con semicerchi, rettangoli e trapezi. Nell‟82 Uncini fa ritorno allo spazio. Spazi di ferro combinano quinte di cemento con intrecci fittissimi di ferro in vere e proprie costruzioni che alternano il pieno alla trasparenza. Nel 1993, nuovo ritorno alla parete, e l‟inizio di una felice stagione creativa. La materia torna protagonista; pur non scabrosa come agli esordi, ma con visibili tracce del processo di lavorazione. La parete stessa è incorniciata in modo aperto e dinamico da tondini e ferro.

53


54


SARA

Abstract non disponibile.

I ragazzi di Monte delle Capre

Fra il 1946 e il 1958 è attivo al Trullo un gruppo di inventori, meccanici e fotografi, riuniti intorno all‟idea della macchina reflex italiana e all‟esperienza produttiva Rectaflex. Il primo nucleo si compone di tre compagni di scuola: Aldo Pardini, appassionato di scienze, Luigi Picchioni, di impronta tecnica, e Telemaco Corsi, eclettico e sognatore. Hanno in comune la passione per il gioco degli specchi e le immagini riflesse e ribaltate in camera oscura. Pardini diventerà

medico

condotto

alla

Magliana,

Picchioni

oftalmologo all‟Ottica Salmoiraghi e Corsi avvocato alla Cisa Viscosa. 55


Corsi

in

particolare

si

appassiona

di

tecnica

fotografica. Nel 1939 smonta un apparecchio Daguerre, che ha all‟interno uno specchio inclinato di 45°: l‟immagine risulta invertita, con il sotto sopra e la destra a sinistra. Intuisce già da allora che, con una serie ben congegnata di specchi, si può ottenere una visione raddrizzata. In quel periodo ai

tre si aggiunge

Palamidessi,

un quarto amico:

soprannominato

Manidoro.

Emilio

Introverso,

scrupoloso, assembla con precisione da orologiaio i pezzi pensati dal trio. Lo scoppio della Guerra scioglie il gruppo di amici. Corsi

intanto

fa

carriera,

fino

a

diventare,

dopo

la

Liberazione, amministratore della Sara, una società satellite della Cisa, i cui stabilimenti si trovano a via Monte delle Capre. La Sara recupera per usi civili i residuati bellici. Autoblindo, sidecar, barchini esplosivi, con abili colpi di fresatrice diventano ambulanze, moto della PS o addirittura natanti da diporto. Corsi torna a riunire i tre amici intorno all‟idea della macchina fotografica perfetta, che, come l‟occhio, fotografa esattamente quel che si inquadra attraverso una visione riflessa da specchi interni. Ne fissa le caratteristiche meccaniche: deve essere piccola, leggera e maneggevole come una 35 mm; usare le ottiche più diverse senza problemi di tiraggio e parallasse; avere una messa a fuoco facile e precisa; avere tempi di posa lunghi e brevi. Nella primavera del 1946 Corsi va alla XXIV Fiera Campionaria di Milano, in cerca d‟idee. Gira in lungo e in 56


largo, diventa amico del designer Giò Ponti, interroga decine di inventori alla ricerca di finanziatori. Corsi è benestante ma non è certo in grado di finanziare una produzione in serie. Pur consapevole di questo limite decide ugualmente di lanciarsi, e acquista il brevetto della Gamma, una ingegnosa macchina a telemetro con tendina metallica curva, ideata dai Fratelli Rossi. Conta di convincere la sua azienda, la Cisa, a mettere denari nell‟impresa. E l‟avventura inizia. Nella primavera 1946 Telemaco Corsi, amministratore delegato della Sara, acquista da Ireneo Rossi il brevetto della macchina fotografica a telemetro Gamma. Corsi mette parte del capitale per l‟avvio della fabbrica, e chiede agli amici di sempre, i c.d. ragazzi di via Monte delle Capre - Emilio Palamidessi, Aldo Pardini e Luigi Picchioni -, di prendervi parte. Palamidessi investe con una quota di capitale, mentre il posto di Pardini e Picchioni viene preso dal costruttore Flamman, che mette un‟altra quota significativa. Nel gennaio 1947 viene costituita l‟azienda Gamma, per la quale viene acquistata un‟officina in via Monte delle capre, 39, a fianco della Sara. Intanto, nel sodalizio dei quattro di Monte delle Capre si aggiunge un quinto uomo. È il paparazzo Assenza, giovane di bell‟aspetto che si guadagna da vivere ritraendo i soldati americani. Corsi rimane affascinato dal suo apparecchio Kinoflex, su cui Assenza ha montato un pozzetto con dentro tre

specchi

inclinati:

l‟immagine,

formatasi

sul

vetro

smerigliato, si riflette nello specchio superiore, poi in quello frontale ed infine viene restituita ad angolo retto in un

57


mirino ad altezza d‟occhio. Corsi acquista la Kinoflex modificata al prezzo di 10.000 £ e assume a stipendio fisso Assenza come riparatore. La Gamma a questo punto perde di interesse per Corsi: la Gamma è ingegnosa ma non rivoluzionaria. E, a quanto pare, insorgono pure dei contrasti con Flamman, che riacquista da Corsi e Palamidessi le loro quote e inizierà la produzione in serie della Gamma un anno e mezzo dopo. I cinque di Monte delle Capre tornano quindi a lavorare nei locali attigui, presso la Sara, da cui nascerà presto la Rectaflex. Rectaflex e Gamma rimarranno sempre ubicate fianco a fianco, ma ognuna seguirà la sua strada. Si trovano alcune interessanti similitudini costruttive tra i due apparecchi: l‟attacco dell‟ottica a baionetta, il tagliapellicola, il contafotogrammi, il dorso completamente rimovibile, la pesantezza e la sensazione di robustezza dell‟oggetto. Non si troveranno, per contro, nella Rectaflex la tendina metallica curva della Gamma, il piano-pellicola ribaltabile, il telemetro, l‟otturatore con i soli tempi veloci, ecc.

Il pentaprisma

Verso la fine del 1946 al gruppo dei quattro (Corsi, Pardini, Picchioni e Palamidessi) si aggiunge un quinto uomo, il giovane signor Assenza, fotografo della dolce vita che è solito girare per Roma con un apparecchio singolare, 58


una vecchia Kinoflex con un pozzetto esterno con dentro tre specchi inclinati. Il gioco di specchi permette al paparazzo di vedere nell‟obiettivo un‟immagine raddrizzata, correggendo l‟inversione del sotto con il sopra delle macchine tradizionali, e

scattare quindi

con grande

rapidità.

Corsi

rimane

affascinato da questa intuizione, e mette subito all‟opera il meccanico Gaetano Judicone, il tecnico specializzato Manlio Valenzi e il fotografo Emilio Altan per testare l‟invenzione. La svolta avviene grazie ad un altro meccanico, Michele Frajegari, che sostituisce il pozzetto di Assenza con un prisma ottico monolitico a cinque facce: due riflettenti, due rifrangenti, una neutra. Lo specchio riflettore a monte dell‟ottica proietta l‟immagine capovolta sulla superficie rifrangente; l‟immagine arriva alla seconda faccia riflettente e la proietta sulla terza, anch‟essa riflettente; infine la terza riproduce

l‟immagine

raddrizzata

sulla

quarta

faccia

rifrangente, e la restituisce raddrizzata all‟oculare. I ragazzi di via Monte delle capre, quell‟inverno, lavorano sette giorni la settimana. Un amico di Corsi, l‟architetto e designer Giò Ponti (1897-1979) realizza una cassa

cromata

dai

lati

arrotondati,

che

incorpora

il

pentaprisma e gli ingranaggi in un blocco monolitico. La prima rectaflex in pratica è pronta. Il prototipo della «macchina che raddrizza l’immagine» viene presentato alla Fiera Campionaria di Milano del 1947, destando la curiosità del pubblico. Mentre Corsi mostra orgoglioso la sua invenzione, si verifica però un incontro sgradito. Un uomo in divisa da carabiniere, il colonnello 59


Armando Pelamatti, lo critica aspramente: la macchina è in grado di correggere l‟inversione sopra-sotto, ma non l‟altra inversione delle macchine tradizionali, l‟inversione destrasinistra, che effettivamente Corsi ha trascurato. Corsi, amareggiato ma non vinto, arruola Pelamatti tra i ragazzi di Monte delle Capre e si mette al lavoro per cercare una soluzione. La fiera milanese era necessaria per ottenere la conferma del pubblico, correggere i difetti, e avere così solide basi per chiedere alla Cisa Viscosa di finanziare l‟impresa produttiva. Di ritorno a Roma Corsi ottiene un incontro con gli amministratori della Cisa. Riferisce il vivo interesse, e mostra le prime prenotazioni. I responsabili Cisa non paiono molto convinti, ma le richieste di Corsi sono moderate: poter iniziare le ricerche negli Stabilimenti Sara, utilizzandone le attrezzerie, e l‟acquisto di pagine pubblicitarie sul Progresso Fotografico, la principale rivista di settore. Con questo prima via libera dalla Proprietà Corsi si mette al lavoro per risolvere l‟inversione destra-sinistra osservata dal pungente Pelamatti. Pare che la soluzione gliel‟abbia fornita, nella prima metà del 1947, un meccanico della Sara addetto al recupero del materiale bellico. L‟uomo, magrissimo e altissimo, e per questo soprannominato Sellerone, mostra a Corsi un congegno periscopico contenuto nei

collimatori

ottici

dei

carriarmati.

Immediatamente

Picchioni lo adatta al pentaprisma, creando il nuovo pentaprisma a tetto spiovente, che sdoppia la terza faccia (quella superiore) in due facce riflettenti a 90° tra loro.

60


L‟immagine arriva alla faccia finale con visione finalmente rettificata. Corsi bussa all‟Ufficio centrale dei Brevetti, a cavallo tra la fine dell‟anno e il 1948. Sa bene di non poter brevettare una tecnologia militare, ma sa di essere il primo ad impiegarla in tempo di pace. Per questo, insieme a Picchioni

richiede

un

brevetto

migliorativo.

Il

solerte

funzionari dell‟Ufficio Brevetti però rifiuta l‟invenzione, motivando correttamente che il periscopio col tetto è stato inventato un secolo prima, nel 1850, dal geodeta francese Carlo Mosé Goulier. In realtà sul pentaprisma sono in molti a lavorare in quel periodo: nel 1932 l‟architetto Staudinger ha brevettato la Pentagon, una 35 mm con mirino prismatico con tetto, mai commercializzata; nel 1938 la Zeiss Ikon ha presentato una richiesta per un brevetto simile. Un brevetto simile è stato invece ottenuto nel 1941 dall‟inglese De Wouters d‟Oplinter. Anche gli svizzeri dell‟Alpa lavorano a soluzioni simili, partendo però da un diverso tipo di prisma. E ci sono anche gli ungheresi della Gamma Works, che brevettano

il

pentaprisma

col

tetto

senza

mai

commercializzarlo. Ironia della sorte, nello spesso periodo la anche la Wray Optical Co. presenta un brevetto per un pentaprisma col tetto. Lo ottiene senza fatica il 21 maggio 1947. Tuttavia, se Corsi non può ottenere l‟esclusiva dell‟invenzione, non gli è precluso farne uso. E decide che sarà il primo a commercializzare una macchina fotografica di questo tipo. Corsi e Palamidessi si recano dunque alla Omi di Valco San Paolo e commissionano una prima serie di

61


pentaprismi.

Prove tecniche di produzione

Il

16

aprile

1948

Corsi

e

Picchioni

bussano

nuovamente alle porte dell‟Ufficio Brevetti, per depositare lo stigmometro,

un

meccanismo

per

la

messa

a

fuoco

infinitamente più semplice del telemetro ad immagine spezzata allora in uso. Il brevetto dello Stigmometro - Sistema ottico per la determinazione del punto focale viene concesso alla fine dell‟anno. L‟aneddoto

vuole

che

lo

stigmometro

sia

stato

inventato a seguito di una delusione. Pare che Corsi si sia recato personalmente in Francia dal professor Dodin, inventore del telemetro, per chiedergli il permesso di utilizzare la sua invenzione, ricevendone una richiesta di denari

esosissima.

Picchioni,

che

sul

Demoralizzato, momento

Corsi

inventa

si un

rivolge

a

dispositivo

semplicissimo, composto solo di una lentina cilindrica incollata sulla superficie inferiore del vetro smerigliato. Più precisamente, si legge dai carteggi del brevetto, si tratta di un «elemento di lente cilindrica il cui piano nodale anteriore è materialmente determinato in modo esatto, così da poter essere portato a coincidere col piano dell’immagine di cui si vuol analizzare la messa a fuoco». Si legge ancora nei carteggi: «Viene così ottenuto un effetto di telemetro, per mezzo di dispositivi di pura ottica e senza che occorra alcun

62


meccanismo». La meccanica di base, dunque, è pronta; la visione reflex c‟è; la messa a fuoco pure; perché la macchina sia completa occorre ancora un sistema per effettuare i tempi di posa lenti. Se ne occupano Emilio Palamidessi e Luigi Picchioni,

partendo

probabilmente

dal

ritardatore

già

progettato per la Gamma a telemetro. Picchioni trova nello scappamento ad àncora, utilizzato in orologeria per calibrare uniformemente l‟impulso dato dalla molla di carica, il sistema per ottenere l‟esatto intervallo di tempo della molla che regola lo scorrimento delle tendine. I tempi lenti vengono impostati tramite un selettore separato rispetto a quello dei tempi veloci, facendolo entrare in funzione al momento dello scatto. Si comincia quindi a ragionare su una preserie, cioè una produzione artigianale di più esemplari uguali, su cui impostare in seguito la linea di montaggio per la produzione in serie. I modelli di preserie prendono il nome di Standard 947, ricordando così l‟anno di nascita del pentaprisma. Questa macchina, prodotta in pochissimi esemplari, ha il formato Leica (con pellicola cinematografica da 35 mm), si compone di 280 pezzi in tutto e pesa 680 grammi. Ha un bottone unico per far avanzare il film e caricare l‟otturatore. La visione è diretta ad altezza occhio, lo specchio riflettore è collegato al pulsante di scatto (con ritorno istantaneo senza bisogno di riarmare l‟otturatore), i tempi di posa sia lunghi che veloci (tramite un otturatore a doppia tendina e il ritardatore), le ottiche sono intercambiabili.

63


In un depliant pubblicitario si legge: «Il sistema di messa a fuoco deriva dal complesso di due distinti elementi: un’applicazione reflex e un dispositivo ottico con effetto di telemetro. Uno specchio a 45° riflette su di un particolare sistema ottico l’immagine proiettata dall’obiettivo. Questo sistema ottico fa sì che l’immagine stessa ruoti di 90° nel piano verticale e di 180° in quello orizzontale. Qualunque sia l’orientamento dell’apparecchio il soggetto si presenta dunque alla visione attraverso l’oculare nella grandezza naturale e nel senso reale, così, come l’occhio lo vede. Le velocità di posa sono sistemate su di un indicatore a due vie: un bottone girevole per le velocità da 1/25 ad 1/1000, e un disco rotante per quelle lente da 1 secondo a 1/10. Queste ultime sono ottenute per mezzo di uno scappamento ad ancora di precisione, montato su 8 rubini». Nel maggio 1948 arriva una nuova edizione della Fiera Campionaria di Milano, la XXVI. Anche quell‟anno Corsi è lì. Il suo obiettivo è raccogliere molte ordinazioni del suo prototipo, per convincere il Consiglio di amministrazione della Cisa Viscosa a stanziare fondi per trasformare lo Stabilimento Sara, assumere il personale qualificato e iniziare la produzione in serie. Nello stand Rectaflex c‟è una Standard 947 e un opuscolo con lo slogan Rectaflex, la reflex magica. Il corpo macchina costa 65.000 lire. La si può prenotare in abbinamento con ottiche Angénieux, Berthiot o Boyer e alcuni accessori. L‟esordio Rectaflex è accompagnato da un servizio redazionale sul Progresso fotografico, dal titolo Il miracolo Rectaflex. Stavorta er miracolo viè da Roma.

64


«La Rectaflex è la macchina di oggi e dei domani - vi si legge - in un’aristocratica categoria a parte. Anche lavorando verticalmente, l’immagine appare sempre diritta, con a destra quello che è a destra, a sinistra quello che è a sinistra. I caratteri vi si leggono normalmente. Non ci si venga a dire che questo

particolare

interessa

relativamente,

poiché

nell’inquadratura è bene vedere le cose come realmente sono: tanto nei gruppi che nella composizione di nature morte od altro, scene sportive in particolare, poiché è più facile seguire un’auto nella sua vera direzione che in senso inverso... Il nuovo telemetro non può conoscere guasti perché incorporato nel prisma ricevente l’immagine. Esso lavora solidale col prisma, e si chiama stigmometro (dal greco stigma = segno, punto, stimmata); è costituito da una minuscola lente cilindrica che presenta la nota caratteristica di deformare l’immagine quando essa non è perfettamente a fuoco, qualunque sia la lunghezza focale dell’obbiettivo impiegato, ed a tutte le distanze. Lo stigmometro garantisce finalmente la matematica messa a fuoco con qualsiasi focale a qualunque distanza. Nessuno ci aveva pensato prima! Il rallentatore dei tempi, tanto ammirato dai meticolosi tecnici svizzeri, e montato su rubini non sintetici, costituisce un gioiello di moderna e sicura orologeria... Partita vinta!». La fiera milanese è per Corsi un successo. L‟avvocato torna a Roma con un portafoglio di 300 ordinativi.

65


66


Sarcofago di Selene

Il Museo Nazionale Romano conserva un nobile sarcofago in marmo, rinvenuto nel Drugstore Portuense nel 1966, raffigurante la divinità esotica Σελήνη (Selene). Durante le indagini sul Colombario Portuense (Tomba D),

viene

rinvenuta

un

cassone

marmoreo,

privo

di

coperchio. Esso è databile ai primi decenni del III secolo d.C. in base alla moda delle decorazioni a scanalature ondulate (lenos o strigili). Su un lato è scolpito in un occhiello (clipeo) il busto in bassorilievo di Selene, con gli attributi della torcia accesa e del crescente. Selene rappresenta il perpetuo alternarsi del giorno e della notte, con il fratello-amante Helios, rappresentato sull‟altro lato del sarcofago in un altro clipeo. Nel sarcofago gli archeologi hanno rinvenuto lo scheletro di una bimba di dieci anni con il suo corredo: un braccialetto in oro e due orecchini, anch‟essi in oro.

67


Un culto esotico

Σελήνη è una divinità lunare importata dalla Grecia a Roma nel II sec. d.C., non assimilabile a Diana, la divinità lunare romana del pantheon classico. Per entrambe le culture si tratta della personificazione della luna. Ma se per i Romani Diana è soprattutto la dea della caccia, per i greci ha tratti propri, narrati nella Teogonia di Esiodo (371): dea della fecondità, della morte e della rinascista, del perpetuo rigenerarsi delle cose. Selene è la dea delle fasi e dei cicli, ma è anche la dea indulgente delle eccezioni a quanto la natura ha prestabilito. Quando un pagano di epoca imperiale doveva chiedere una cosa impossibile (e a Roma ogni cosa possibile aveva il suo nume tutelare) non rimaneva altro che dirlo alla Luna. Fra tutte le cose impossibili vi erano soprattutto gli amori proibiti. Il culto lunare arriva (o ritorna) quindi a Roma in forme del tutto nuove, come un culto esotico e seducente, mai provato prima. Selene è una donna matura, ancora bellissima, dal viso incredibilmente pallido, tanto da far impallidire al suo passaggio anche le stelle. Il suo attributo, una torcia dalla fiamma d‟argento, le riflette sul viso, mentre un secondo attributo, un fermaglio a forma di luna crescente, le raccoglie ordinatamente i capelli. È raffigurata con lunghe vesti ariose, su una biga d‟argento tirata da una coppia di candidi buoi, nell‟atto di inseguire senza riuscirvi la quadriga d‟oro del

68


fratello Ἥλιος (Helios), personificazione del sole. A Selene si attribuiscono quattro amori - tutti diversi, importanti e tutti proibiti -, corrispondenti ognuno ad una fase della vita, crescente o calante che sia: quello giovanile (ed incestuoso) con il fratello che diventerà l‟amore di sempre;

quello

rubato

da

Pan

con

la

violenza

che,

trasformatosi in passione, lascerà il posto al rimpianto; quello effimero con il maturo Zeus che si dimenticherà presto di lei; e infine quello fulmineo e terribile (perché associato al sonno e alla morte) con il giovane figlio di Zeus, Endimione.

Selene e gli amori proibiti

Helios è il fratello di Selene, ed entrambi sono figli del titano Iperione e di sua sorella Theia e hanno una sorella minore: Eos (l‟aurora). È rappresentato alla guida della quadriga d‟oro, tirata da cavalli che sputano fuoco dalle narici. Il carro sorge ogni mattina dal mare e traina l‟astro d’oro (il sole) nel cielo, da est a ovest. Dall‟alto della sua posizione, Helios vede tutto: non c‟è accadimento umano che gli sia sconosciuto, sempre che avvenga alla luce del sole. Per questo i Romani, nei giuramenti, sono spesso soliti invocarlo a testimone: ancora oggi si dice «alla luce del sole» per indicare un fatto incontrovertibile. Al termine della sua giornata, al tramonto, Helios adagia la sua quadriga sull‟orizzonte marino, proprio mentre la biga di Selene dal

69


mare è in procinto di iniziare la corsa nel cielo notturno, portando con sé al traino l‟astro d’argento (la luna). In questi fugaci istanti i due fratelli, secondo il mito, si incontrano e si amano in gran segreto. Con l‟irsuto, greve e oscuro, indesiderabile dio Pan Selene ha una passione travolgente e rubata. Alla dea, romantica e radiosa, che non lo degna della minima attenzione, Pan prepara un inganno, rendendosi invisibile ai suoi occhi ricoprendosi con il vello di una pecora bianca. Quello che avviene dopo lo lasciamo alle parole di Karoly Kerenyi: «Nascosto il pelo nerastro sotto il vello di una bianca pecora, ha potuto avvicinarla convincendola a salire sulla sua groppa per poi goderla, ormai consenziente». Selene dunque, oltre al suo simile (Helios, la luce solare) ama anche il suo contrario (Pan, l‟oscurità e le tenebre), di cui accetta l‟abbraccio avvolgente nella notte. Si dice che Selene abbia perdonato la brutalità di Pan, e che questi le abbia fatto il dono riparatorio della pariglia di candidi buoi che trainano il suo carro nella notte, per poi sparire per sempre dalla vista dell‟amata. A Selene si attribuisce anche una amore con Zeus, dalla quale nascono Pandia ed Erse (la rugiada). È l‟amore della maturità, per un amante farfallone che dopo averla avuta si dimentica presto di lei. E quando Selene, lasciato il padre, incontra il figlio Endimione, giovane e bellissimo, l‟amore è fulmineo. Il mito riferisce che Selene scorge la prima volta Endimione addormentato, in una grotta del Monte Latmo, in Asia 70


Minore. Non sopportando l‟idea di non potersi avvicinare all‟amante giovanissimo se non mentre dorme, perché da sveglio probabilmente la respingerebbe, Selene si siede accanto a lui nella notte, lo bacia sulle palpebre e da allora Endimione cade in un sonno eterno, un torpore simile alla morte, nel quale Selene può ammirarlo e baciarlo, con bramosia e crudeltà insieme. Da Selene e Endimione nasceranno ben cinquanta figlie femmine. Vuole il mito che, se Zeus l‟ha dimenticata e Pan non osa più avvicinarla, Selene continua a incontrare Helios ad ogni tramonto. Per tre giorni al mese però, durante la luna nuova, Selene scompare alla vista di chiunque: si reca di nascosto a far visita ad Endimione.

71


72


Scalino del Cardinale

Abstract non disponibile.

In nome del Papa Re

Nel 1866 un fatto di donne (e di coltelli) genera una sanguinosa faida tra i popolani di Vigna Jacobini e soldati zuavi dell‟Esercito Pontificio, di stanza alla vicina Vigna Santucci. Sullo sfondo lo scenario complesso degli scontri tra Patrioti, favorevoli alla Repubblica, e Lealisti, sostenitori di Pio IX, ultimo papa re. Gli “zouaves” sono arrivati al Portuense da molto lontano.

Sono

in

origine

unità

di

fanteria

berbere,

regolarizzate nell‟esercito francese dal 1830 e distintesi eroicamente ad Algeri, Sebastopoli, Balaclava, e Palestro, nella Seconda guerra d‟indipendenza italiana. Dal 1860 sono 73


sotto ingaggio a Roma, al comando di La Morcière e De Charette. Gli zuavi “romani” sono quindi prevalentemente francesi, belgi, americani, canadesi e irlandesi, conosciuti dal popolo per una certa grevità di costumi e guasconeria, ma animati da fede sincera ed assoluta dedizione alla monarchia papalina. Senza conoscere fatica lavorano alla costruzione di trincee contro l‟odiato Garibaldi e al tramonto è possibile vederli rincasare alla villa-caserma dei Santucci lungo via Portuense, cantando con enfasi i versi finali del Noi vogliam Dio, riferiti a Papa Pio IX: “La corona che cinge sua fronte / non si strappa / la regge il Signor!”. Il racconto popolare vuole che questi giovani dai capelli ed occhi chiari, dalle uniformi sgargianti con i calzoni a sbuffo, la cintura di tela, la giacca corta e il fez, abbiano subito infiammato i cuori delle fanciulle portuensi. E pare anche che qualche zuavo, forse dopo aver ecceduto nel vino all‟Osteria del Cardinale, abbia pure ecceduto in galanterie, rifiutandosi però di convolare a nozze riparatrici. I congiunti delle fanciulle pensano in un primo tempo di lavare l‟affronto secondo la consuetudine cavalleresca, in singolar tenzone. Ma il “pubblico ristoro dell‟affronto” viene precluso. Con Garibaldi alle porte e la Sede pontificia che traballa, gli zuavi sono l‟ultima milizia effettiva di Santa Romana Chiesa contro l‟armata dei “senza-Dio”: eliminare anche uno solo tra gli zuavi avrebbe avuto un pericoloso risvolto antinazionale, e con ogni probabilità avrebbe esposto la Tenuta Jacobini alle rappresaglie di un potere temporale disfatto ma ancora crudelmente rabbioso.

74


La contromossa degli uomini di Vigna Jacobini, comunque, non tarda ad arrivare. Si decide quindi per l‟”accoppamento”, la pugnalata volante sulle spalle di norma riservata agli “infami”, cui segue la sparizione del corpo senza lasciare traccia. Per nascondere i corpi i popolani ricorrono ad un singolare

stratagemma,

che

lascia

supporre

l‟implicita

approvazione dei Signori locali. “Poiché le rappresaglie militari non sono un‟invenzione recente - ha scritto Stelvio Coggiatti, sulla Strenna del 1972 - i gelosi vendicatori escogitano un momentaneo ma sicuro nascondiglio per i resti mortali di quei soldati, vincitori di battaglie amatorie, ma caduti in azioni di rappresaglia”. Il nascondiglio sono le botti vuote: le salme vengono deposte sul fondo, e le botti sono ben allineate con le altre piene di buon vino, nelle cantine di Vigna Jacobini.

75


76


Scuola Collodi

La Collodi è una scuola elementare comunale, dedicata alla figura di Carlo Lorenzini (in arte Collodi, 18261890), autore del romanzo per ragazzi Le Avventure di Pinocchio (1883). La decisione di intitolare una scuola allo scrittore e giornalista toscano è presa nel 1940, quando, essendo trascorsi cinquant‟anni dalla morte, Pinocchio diventa di pubblico dominio ed entra a pieno titolo nella didattica italiana. Grande sostenitore di Pinocchio è l‟intellettuale Benedetto Croce, che nel burattino di legno dalla bugia facile vede

la

metafora

acquisendo via

del

fanciullo

che

via consapevolezza di

diventa sé e

ragazzo, valori

di

riferimento, secondo il principio “sbagliando s’impara”. Individuato il sito, presso l‟allora Borgata Ciano (Trullo) in costruzione, la costruzione inizia nel 1942 ed è subito interrotta a causa degli eventi bellici. L‟edificazione 77


riprende nel Dopoguerra e i corsi regolari iniziano nel 1948. Negli Anni Sessanta, per il crescente popolamento, alla sede di via Massa Marittima si affianca il Secondo plesso su via Porzio (a Montecucco), chiamato Collodi II. In quegli anni insegna nella scuola la maestrina Maria Luisa

Bignaretti:

i

suoi

scolari

sono

d‟ispirazione

al

giornalista Gianni Rodari nel romanzo breve La torta in cielo (1966).

Rodari e la Torta in cielo

Nel 1964 Gianni Rodari (1920-1980) scrive un classico della letteratura per ragazzi - il romanzo La torta in cielo -, raccontando un colossale sbarco UFO sulla collina di Montecucco, al Trullo. La storia, scritta insieme agli scolari della signorina Maria Luisa Bignaretti, maestra alla Elementare Collodi, appare prima a puntate sul Corriere dei Piccoli e poi nel 1966 come romanzo per l‟editore Einaudi. «Un giorno è venuto nella mia classe», ha scritto la Maestra. «Non posso dimenticare il suo sorrisetto divertito, perché rimasi stupita nel vederlo proprio lì! I bambini presero subito confidenza. Rodari s‟interessava di tutto. Se gli chiedevano qualcosa lui non rispondeva direttamente, ma li metteva in condizione di rispondere: questa è un‟arte! Chiese il permesso di tornare ancora, per provare le sue storie, perché uno scrittore non sa mai se funzionano... E tornò, dicendo che voleva inventarne 78


una tutta nuova, insieme ai bambini. I due protagonisti erano proprio due bimbi della classe, Paolo e Rita, così come sono reali gli altri personaggi della borgata». La storia è delle più semplici. Un oggetto non indentificato, dalla forma di una gigantesca torta, atterra sulla collina di Montecucco. Il vigile Meletti, papà di Paolo e Rita, accorre subito sul posto per difendere il quartiere, e alla Centrale operativa nessuno sa che pesci prendere. Tutti hanno paura: si teme una bomba H lanciata da un nemico misterioso. Ma Paolo e Rita hanno già capito che le cose stanno diversamente: uno scienziato pasticcione ha trasformato un fungo atomico nella più colossale torta mai cucinata! «Ce n‟è per tutti i bambini di Roma!», esclama Paolo. E non rimane che chiamarli: la folla urlante dei piccoli inseguiti dalle mamme scavalca il cordone sanitario e invade la collina, per una scorpacciata liberatoria. «Quando ci presentò le prime pagine - ha scritto la Maestra - capii come si legge. Lui recitava! Cambiava la voce, faceva i rumori! Chiedeva il parere e ne teneva conto. Disse: „Che ci mettiamo sopra questa torta?‟. E i bambini non finivano più di dire ingredienti! Li ritrovate tutti nel libro». In questa favola moderna i cattivi sono i “mostri” della Guerra fredda e i buoni sono i bambini, capaci di affrontare il futuro liberi dai pregiudizi.

Montecucco disegnato da Gürtzig 79


Abstract non disponibile.

80


Scuola Pascoli A. Di Mario - P. Di Lodovico - A. Anappo

La Scuola Pascoli (Palazzina degli Uffici, Portineria, Nursery, Refettorio, alloggi dei dirigenti, poi Scuola) è un edificio

scolastico,

già

fabbrica

dismessa,

di

epoca

risorgimentale-unitaria. Fa parte del Complesso storico della Mira Lanza. Non disponiamo di notizie storiche dettagliate su questo

bene.

Non

disponiamo

di

notizie

architettoniche/funzionali più dettagliate. Si trova tra Via Pacinotti e via Pierantoni. È visibile da strada. Per visite rivolgersi al dirigente scolastico dell‟Istituto. Per saperne di più: Roberto Banchini, Scheda inventariale n. 970903 Sopr. BBAA e Paesaggio Roma. Catalogo di Sara Isgrò.

Scuola Pascoli, primi in igiene

81


Correva l‟anno 1928. Gli alunni della scuola rurale della Magliana eccellono nella lettura, nel far di conto, ma soprattutto nell‟igiene personale, con la quale si proteggono dalle febbri malariche. L‟insegnante Fedra Angelelli li iscrive alle gare d‟igiene del Governatorato, e, con grande stupore, la sua classe IV si piazza prima su tutta Roma. Un anno più tardi il Governatore di Roma, Sua Eccellenza Principe Francesco Boncompagni Ludovisi, decide di scrivere alla maestra della Magliana, e le conferisce lo speciale diploma (su pergamena cm 50 × 34, con firma autografa dello stesso governatore), che potete vedere in foto e che Rivaportuense ha acquisito nella sua Collezione. Il testo, sormontato da tre corone d‟alloro, il fascio littorio e l‟epigrafe S.P.Q.R., recita: “Gare d‟Igiene anno scolastico 1927-28. Diploma di I° premio conferito all‟insegnante sig.[ra] Angelelli Fedra della classe IV - Scuola Magliana, distintasi nella gara fra le scuole elementari rurali del Governatorato. Dal Campidoglio, il 21 aprile 1929, anno VII. Il Governatore Francesco Boncompagni Ludovisi”.

Caproni, maestro senza metodo

Giorgio Caproni, maestro elementare, poeta e critico letterario, nasce il 7 gennaio 1912 a Livorno e trascorre l‟infanzia a Genova. La famiglia, di origini modeste, lo incoraggia agli studi musicali e alla lettura. Conosce i nuovi 82


poeti dell‟epoca: Ungaretti, Barbaro e soprattutto Montale, rimanendo colpito dagli Ossi di seppia. Scrive versi suoi, che dal

1933

pubblica

su

riviste

letterarie.

Conseguita

l‟abilitazione magistrale, dal 1935 insegna alla scuola elementare di Loco di Rovegno, in Val Trebbia. Pubblica il volumetto

Come

un‟allegoria

e

nel

1938

Ballo

a

Fontanigorda, ispirato dall‟incontro con la sua futura sposa, Rosa Rettagliata, cui si rivolge con il nome letterario di Rina. Con lei si trasferisce a Roma, dove prende servizio come insegnante ordinario alla Scuola Pascoli. Il soggiorno romano dura solo quattro mesi. Il richiamo alle armi e lo scoppio della Seconda guerra mondiale lo portano sul Fronte occidentale. Dopo l‟8 settembre 1943 Caproni entra nella Resistenza, nella brigata partigiana della Val Trebbia, maturando l‟adesione al Partito Socialista. Dopo la Liberazione riprende ad insegnare a Roma, nelle

scuole

Pascoli

e

Crispi.

Affronta

un

problema

immediato: i ragazzi non vanno a scuola. Decide di andarli a cercare. Su un registro del 1946 annota con grafia nervosa: “Accordàtomi con il Signor Direttore ho fatto un giro nelle case dei recidivi e ora le frequenze sono tornate alla normalità”. L‟abitudine di scrivere cronache scolastiche lo accompagnerà soddisfazioni,

per

tutta

ostacoli

la

carriera:

burocratici,

perplessità

ritardi,

tutto

e con

un‟umanità profondissima e lucida. Negli Anni Cinquanta collabora a ritmi frenetici con La Nazione, L‟Avanti, Mondo operaio, Il Punto, La fiera Letteraria. Traduce dal francese il Tempo ritrovato di Proust, 83


cui seguono altri classici: Fiori del male di Baudelaire, Morte a credito di Céline, Bel-ami di Maupassant. Conosce scrittori e intellettuali - tra cui Pratolini, Cassola e Fortini - ma si tiene alla larga dai salotti letterari. Rifiuta opportunità di comodo disimpegno, convinto della dignità del ruolo di maestro. Su un registro del 1952 annota soddisfatto: “è che a furia di far parlare questi marmocchi, facendo finta di „non insegnare‟, sono in parte riuscito a far loro coordinare le idee”. Il 1959 è l‟anno di Il passaggio di Enea, in cui ordina i temi ricorrenti - Livorno, Genova, il viaggio, la madre, la guerra, la Resistenza - con perizia metrica e chiarezza di sentimenti, mescolando lingua popolare e lingua colta, raccontando l‟attaccamento sofferto al quotidiano e all‟epica casalinga. Continua ad insegnare. I vecchi scolari ricordano il Trenino Rivarossi al centro di un‟aula sgombrata dai banchi, i concertini di violino, gli schizzi sulla lavagna per invogliare al disegno, ma anche le bocciature sdegnose ai disegni stereotipati o di maniera. Caproni sa di essere amato e rispettato. E ricambia con garbo e sorridente comprensione. Nel 1961 scrive: “Son tutti di 8 anni. Mi salgono sulle spalle, sulle ginocchia. Finiranno col saltarmi anche in testa, come i piccioni di Piazza Grande. Sono morto di fatica ma mi trovo bene tra i piccioni!”. Nel

1965

pubblica

Congedo

del

viaggiatore

cerimonioso e poi Terzo libro. Passa a una metrica spezzata, esclamativa, con una sintassi ansiosa che riflette la scoperta dall‟assurdità dell‟esistenza. è di questi anni l‟amicizia con il

84


giovane collega Pier Paolo Pasolini. Nel frattempo cerca la via per far crescere umanamente e intellettualmente i suoi scolari, senza ricette predefinite, definendosi un “maestro senza

metodo”.

Incoraggia

la

spontaneità,

educa

alla

curiosità e allo stupore, inventa le lezioni fuori programma, fa fare le ricerche nella Bibliotechina scolastica, organizza la visita alla fabbrica Ferrobedò. Soprattutto, apre un varco alla

poesia,

in

una

didattica

ancora

basata

sull‟apprendimento mnemonico. La burocrazia scolastica, da sempre sospettosa dell‟anticonformismo, lo guarda con diffidenza. Caproni ricorda: “Ero la disperazione dei direttori didattici!”. Dopo il pensionamento arriva il grande successo di pubblico, con Il muro di terra, del 1975. Seguono i volumetti Erba francese e Franco cacciatore, fino all‟ultimo libro, il Conte di Kevenhuller del 1986. L‟ultima produzione, segnata da un‟aspra solitudine, accenna ad una religiosità senza fede. Caproni scrive: “Ah, mio dio. Mio Dio. Perché non esisti?”. Muore il 22 gennaio 1990, lasciando Res amissa alla pubblicazione postuma. Il libro Feci il maestro

per caso, di Marcella

Bacigalupi e Piero Fossati, rilegge gli appunti di Caproni in oltre 30 registri e si interroga, raccogliendo gli insegnamenti del Maestro, sulle sfide della scuola attuale. La biblioteca personale del poeta e materiali del Fondo Caproni sono oggi alla Biblioteca di via Cardano.

85


86


Sepolcro dei Martiri Portuensi

Abstract non disponibile.

Simplicio, Faustino e Beatrice

I fratelli Simplicius, Faustinus e Viatrix (Simplicio, Faustino e Beatrice) sono martiri cristiani, venerati dalla Chiesa il 29 luglio. Essi sono noti con lâ€&#x;appellativo di Portuensi, in memoria del luogo di sepoltura, le Catacombe di Generosa lungo la via Portuense (qui iuxta viam Portuensem dormiunt riporta il De locis sanctis). La

tradizione

agiografica

riporta

la

cattura

di

Simplicio e Faustino, durante la persecuzione del 303. I due fratelli rifiutano di spargere lâ€&#x;incenso di fronte alla statua di Diocleziano - gesto simbolico che ne avrebbe attestato la devozione al culto pagano imperiale, scagionandoli da ogni 87


accusa -, opponendo il sovversivo messaggio dell‟uguaglianza cristiana, riassunto nella frase: “Non più schiavi, ma liberi e fratelli, perché figli dello stesso Padre”. Simplicio e Faustino vengono torturati e di seguito gettati al Tevere, ante diem IV kalendæ augustæ, il 29 luglio, giorno assunto come loro dies natalis (festa liturgica). Non si conosce il luogo esatto del sacrificio, se non attraverso un versetto che ne indica l‟annegamento per pontem qui vocatur Lapideum, dal “ponte di pietra”. Gli studiosi identificano questo ponte per assonanza con il Ponte di

Emilio

Lepido

all‟Isola

Tiberina.

Una

suggestiva

interpretazione però, riporta al ponticello di pietra sul torrente Affogalasino, nel cui sinistro nome (“asini” era lo spregiativo epiteto con cui erano chiamati i primi cristiani), potrebbe essere sopravvissuta memoria dell‟antico martirio. Sospinte dalla corrente le due salme raggiungono l‟Ansa della Magliana, nota in antico come Ad Sextum Philippi, il VI miglio della via Portuense-Campana, nelle terre di un tale Philippus. La sorella Beatrice, aiutata dai presbiteri Crispo e Giovanni, ne cura la pietosa sepoltura in una vicina cava di tufo. L‟archeologo Giovanni Battista De Rossi ha rinvenuto in un testo agiografico la narrazione di questo episodio: Viatrice, con i preti Crispo e Giovanni, salita per la paurosa via entro i sentieri del bosco, giunse tosto al vicino campicello della cristiana Generosa. E quivi, entro spelonche arenarie, nascose alla meglio il Santo deposito. Il nome Generosa non è in realtà reale: la prassi liturgica attribuisce infatti, ai personaggi di cui non si 88


conosce il nome, un nome di fantasia che ne indica le qualità cristiane: Generosa è il semplice attributo della coraggiosa matrona, disposta ad accogliere nel suo possedimento le spoglie mortali dei pericolosi santi sovversivi. Beatrice segue poco dopo il destino di sacrificio dei due fratelli. Arrestata e condotta di fronte al tiranno Lucrezio, Beatrice confessa fermamente la sua fede in Cristo, finendo anch‟ella uccisa. La nobile matrona Lucina provvede alla sua sepoltura vicino ai fratelli, nella stessa cava della Magliana. Il sito, vuole la tradizione, cessa da quel momento di essere cava per diventare esclusivo luogo di venerazione. Le spoglie dei Martiri rimarranno lì fino al 682, anno della traslazione in Santa Bibiana all‟Esquilino. Loro reliquie si trovano anche nelle chiese di Santa Maria Maggiore, di San Nicola in Carcere a Monte Savello, in un santuario delle Marche e nella Cappella di San Lorenzo all‟Escorial di Madrid. La parte più significativa delle reliquie si trova però in Germania, nelle città di Fulda, Lauterbach, Amorbach e Hainzell.

89


90


Serve dei Poveri

Abstract non disponibile.

91


92


Sopraelevata Isacco Newton

Abstract non disponibile.

93


94


Sorelle dellâ€&#x;Immacolata

Abstract non disponibile.

95


96


Stadio del rugby

Lo

stadio

del

rugby

di

Corviale

è

un campo

regolamentare in erba con tribuna da 300 posti, torri per l‟illuminazione notturna, spogliatoi, primo soccorso, uffici, bar e parcheggio. Si sviluppa su 1287 mq ed è il terzo impianto pubblico di Roma dopo l‟Acqua Acetosa e le Tre fontane. È stato progettato nel 1998 dai tecnici comunali del XII dipartimento. Il cantiere è iniziato nel dicembre 2003 ed è terminato nel marzo 2005. Con la tribuna e il parcheggio, realizzati successivamente, lo stadio è costato 920.000 euro. Il Municipio ne ha affidato la gestione per bando alla società sportiva Arvalia-Villa Pamphili Rugby Roma. La società è stata fondata nel 1980 da Salvatore Gallo (attuale presidente), già atleta di fama nell‟Amatori Catania, Cus Roma, SS Roma e insegnante di ginnastica all‟ITC Ceccherelli. La squadra si è allenata a Villa Pamphili e poi 97


alle Tre fontane e vi hanno militato l‟azzurro Angelo Bencetti, l‟ex-capitano della SS Lazio Francesco D‟Angelo, le atlete Anna Basile, Serena Oliva e Cristina Tonna (team manager della Nazionale). Basile e Oliva sono oggi responsabile del giovanile e allenatrice della prima squadra. I colori sociali sono bianco-verde. Il campo è stato inaugurato il 25 giugno 2007 dal capitano della Nazionale Andrea Lo Cicero e dal sindaco Veltroni. Nel primo torneo “Corviale Rugby Seven” gli “All Reds” hanno segnato la prima meta e i locali hanno vinto la prima partita. La competizione è stata vinta dai “Prætoriani”.

98


Stagni di Fiume morto

Abstract non disponibile.

99


100


Stalla Lauricella

Abstract non disponibile.

101


102


Stalla Pino Lecce

Abstract non disponibile.

103


104


Stalla su vicolo del Conte

Il Casale 2 al vicolo del Conte è un edificio rurale verosimilmente dell‟Ottocento, sito su una strada poderale nei pressi del vicolo omonimo al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599122A, Sacchi G. - cat. Giampaoli-Fracasso).

105


106


Stazione Fiera di Roma

Abstract non disponibile.

107


108


Stazione Magliana

Abstract non disponibile

1921, disastro alla Magliana

La Collezione di Rivaportuense ha acquistato il numero

de

La

Tribuna

illustrata

(con

la

copertina

dellâ€&#x;illustratore Morini) dedicato allâ€&#x;incidente ferroviario della Magliana, del 17 aprile 1921. Verificare illustrazione e copertina: in altra versione illustratore A. Minardi e data 11 settembre 1921. Quel giorno, una domenica, un treno viaggiatori stracolmo, partito da Roma Ostiense e diretto a Ladispoli, inaugura una precoce stagione balneare. Nella cittadina rivierasca celebri atleti si esibiscono in tuffi e i piĂš temerari azzardano un bagno in mare. Al ritorno avviene la sciagura, 109


presso l‟attuale sottopasso di via del Trullo, in un tratto allora intersecato dai binari a servizio delle industrie di zona. Il fotocronista Ferri accorre tra i primi e racconta con crudo

realismo:

malauguratamente

“Un affidato

treno

merci

alle mani

in

manovra,

inesperte di

un

fuochista diciassettenne, è andato a cozzare come un ariete sulle vetture centrali del treno, che filava velocemente su Roma. Il cozzo è stato terribile”. I vagoni deragliano, precipitano nella scarpata di Montecucco. “24 viaggiatori, in gran parte donne e bambini, v‟hanno perduto miseramente la vita, e oltre 100 individui han lasciato brandelli delle loro carni e frammenti delle loro ossa in quel groviglio immane di ferri contorti e legname stroncato”. Il bilancio finale superò le 30 vittime. L‟episodio (definito “uno dei più terribili disastri che mente umana ricordi”) colpì duramente l‟opinione pubblica, incrinando i miti della ferrovia e del mare per tutti.

110


Stazione Muratella

Abstract non disponibile.

111


112


Stazione Ponte Galeria

Abstract non disponibile.

Lettere dal Lager 5A

Nell‟inverno 1944 Angelo D., Gefangenennummer (prigioniero n.) 44233 nel M.-StammLager 5A, scrive due commoventi lettere, mai recapitate. Una è per il figlio maggiore Antonio e l‟altra è per la moglie Emilia, abitanti alla Stazione vecchia di Ponte Galeria, via Portuense, 1445. Al figlio scrive: “Carissimo Antonio, ti scrivo per farti sapere che io mi trovo in Germania internato. Fammi sapere come state perché io ancora non ricevo una notizia da voi. Saluti cari a te e i tuoi fratellini e tua madre. Tuo padre” (27.2.44). Alla moglie scrive: “Carissima Emilia, ti scrivo questo 113


biglietto per farti sapere che io sto bene e così spero che sia anche di te, unita con i nostri cari bambini. Io già ti ho scritto altre cinque volte. Credo che le avrai ricevute. Saluti cari a te e ai bambini. Vi auguro una buona salute. Tuo marito” (31.1.44). Le due lettere arrivarono ad un soffio dall‟essere recapitate. Quando i campi vennero liberati la U.S. Army inoltrò la corrispondenza in sospeso. Le due lettere (con timbro americano) arrivarono fino all‟ufficio postale di Ponte Galeria (che a sua volta le timbrò nell‟aprile 1945, 14 mesi dopo). All‟indirizzo indicato però, il postino non trovò nessuno. Le due lettere, acquisite nella collezione del Fondo Rivaportuense, sono state messe a disposizione dei familiari, tramite la parrocchia di Ponte Galeria: speriamo, 63 anni dopo, di riuscire a recapitarle.

114


Stazione Trastevere

Stazione

Trastevere

è

un

complesso

terminal

ferroviario, il quarto per traffico passeggeri a Roma con 5 milioni di transiti l‟anno, dopo Termini, Tiburtina e Ostiense. L‟impianto originario si articola su una coppia di stazioni ravvicinate: Porta Portese (1859) per il traffico passeggeri e merci, e San Paolo (1863) per lo smistamento. Su di esse si innesta una terza stazione, Trastevere Scalo (1894) su cui viene convogliato il traffico merci, e una quarta, l‟attuale Stazione Trastevere (1911) per i viaggiatori, con il monumentale Fabbricato Viaggiatori dell‟Ingegner Bo. Dismessa già dal 1894 la prima stazione, lo scalo merci nel 1950 e la stazione di smistamento nel 1990, oggi Trastevere è una stazione passante, unita operativamente con Stazione Ostiense, con cui forma un unico snodo. Si sviluppa su 6 binari e serve la Dorsale Tirrenica e tre linee regionali.

115


L’assetto del 1859

L‟idea di una grande stazione ferroviaria a Porta Portese, una sorta di ingresso ovest per la città, è contenuta nel documento-manifesto di Pio IX in favore delle ferrovie, la «Notificazione per la costruzione di tre grandi linee» del 1846. La realizzazione richiede 13 anni, e l‟inaugurazione della Stazione Porta Portese avviene il 16 aprile 1859. La

stazione

funziona

come

capolinea

merci

e

passeggeri della tratta costiera nord per Civitavecchia della Linea Pio Centrale. Si trova sull‟attuale viale Trastevere, circa 500 m più a nord rispetto alla stazione attuale. Poco dopo la realizzazione della Stazione Porta Portese si mettono in cantiere un attraversamento sul Tevere, con l‟avvenieristico Ponte dell’Industria, e la costruzione di una diramazione, che costituisce l‟odierno Anello ferroviario intorno a Roma. Nel 1863, nel punto di bivio con la diramazione (dove oggi ci sono i giardini di piazza Ampère), viene realizzata una seconda stazione, con il compito di presiedere alle delicate operazioni manuali di scambio dei binari, l‟inversione dei treni e la preparazione dei locomotori. La nuova Stazione San Paolo si trova in realtà ad una certa distanza dalla Basilica da cui prende il nome: ma la Piana di Pietra Papa è allora libera da costruzioni, e la sagoma della basilica si staglia solitaria in un orizzonte piatto.

116


Le sistemazioni del 1894 e 1911

La scelta di una doppia stazione con funzioni distinte è senz‟altro ben calibrata per collegare la piccola Capitale pontificia con il mare. Ma quando Roma diventa la Capitale d‟Italia - e con l‟inurbamento diventa anche una famelica divoratrice di derrate alimentari (che arrivano via mare) -, l‟impianto di Porta Portese improvvisamente non basta più. Si mette in cantiere una terza stazione, molto più capiente della prima, destinata ad accogliere il sempre crescente traffico merci. La scelta dell‟area cade su un terreno alle spalle del popolare quartiere di Trastevere, che oggi corrisponde a piazza Ippolito Nievo. Qui nel 1894 viene inaugurata la stazione Trastevere Scalo, raccordata alla tratta esistente con una diramazione di 1 km. Sullo Scalo viene via via accorpato anche il traffico viaggiatori, ancora davvero esiguo, tanto che la Stazione Porta Portese viene abbandonata. Il caseggiato ospita oggi l‟Istituto sperimentale FS. fino a qualche anno fa, a ricordare a tutti l‟antica funzione, una locomotiva da museo color nero lucente faceva bella mostra di sé davanti agli ingressi. Ma nel 1894 lo snodo di Trastevere (che si regge sulla coppia di stazioni Trastevere Scalo e San Paolo) non funziona ancora bene. Si mette così in cantiere una quarta stazione, intermedia tra le tre, per il traffico viaggiatori. E questa volta è la volta buona. La nuova stazione sorge presso l‟attuale piazzale 117


Flavio Biondo al km 8,200 e viene inaugurata l‟11 maggio 1911, con il nome di Stazione Trastevere. È dotata di un monumentale

Fabbricato

Viaggiatori,

progettato

dall‟Ingegner Paolo Bo. A cavallo tra le due guerre operano nello snodo di Trastevere ben tre stazioni dalle funzioni ben organizzate e distinte: la stazioncina di servizio San Paolo smista il traffico, Trastevere accoglie e saluta i viaggiatori, lo Scalo rifornisce di derrate la Capitale. Sono gli anni di massimo splendore dello snodo di Trastevere. Nel Dopoguerra però qualcosa

cambia:

il

traffico

merci

su

rotaia

cala

vistosamente, a vantaggio del trasporto su gomma. Gli allora dirigenti FS, siamo nel 1950, decidono la dismissione dello Scalo, considerato ormai un gigante inutile, e dirottano il residuo traffico merci su Stazione Trastevere, dove c‟è in verità spazio sia per i viaggiatori che per le merci.

Da Italia 90 ad oggi

Quarant‟anni dopo la dismissione dello scalo merci si decide la dismissione anche della Stazione San Paolo, la stazioncina fantasma (che i Romani non conoscono, perché aperta solo agli addetti ai lavori) che per 128 anni ha operosamente regolato gli scambi dello snodo di Trastevere. L‟occasione è offerta dai Mondiali di calcio di Italia 90. Grazie 118

a

ingenti

finanziamenti

vengono

separate

le


percorrenze della Dorsale Tirrenica (che viaggia ora sul nuovo Passante di Maccarese) dalle linee regionali (che continuano sul tracciato di Pio IX), e vengono accentrate, nella vicina Stazione Ostiense, le funzioni di smistamento delle linee. Il 25 maggio 1990 la Stazione San Paolo, avendo perduto la sua funzione, viene chiusa. Di essa oggi non rimane praticamente nulla e al suo posto si trovano i giardini di piazza Ampère. Lo snodo di Trastevere diventa così una ordinaria stazione passante (i treni in transito possono attraversarla senza dover fermare in stazione). Nello stesso anno avviene la fusione operativa della Stazione Trastevere con la Stazione Ostiense.

Pur

mantenendo

per

i

viaggiatori

due

denominazioni distinte (Trastevere e Ostiense) le due stazioni costituiscono un unico snodo, a cavallo delle due sponde del fiume, fornito di moderne interconnessioni. Roma Trastevere è oggi gestita da Centostazioni, società del Gruppo Ferrovie dello Stato. Si presenta come una stazione di superficie a 6 binari, con una robusta dotazione di servizi: biglietteria a sportello, biglietteria automatica, sala d‟attesa, deposito bagagli, servizi di ristoro, stazionamento Polfer. È dotata di sottopassi accessibili ai portatori di handicap. Nel 2011, per i cento anni della stazione, viene avviato un ulteriore intervento di potenziamento e restauro. La stazione serve oggi la Dorsale Tirrenica Roma-PisaLivorno e tre linee di ferrovie regionali: la FR1 FiumicinoOrte, la FR3 Roma-Viterbo (di cui costituisce il capolinea) e la FR5 Roma-Civitavecchia. Vi transitano una moltitudine di 119


linee speciali, tra le quali il Leonardo Express per lâ€&#x;Aeroporto, la linea diretta per gli imbarchi per la Sardegna da Civitavecchia, e una linea speciale per il trasporto dei rifiuti in discarica. Sullâ€&#x;antistante piazzale Flavio Biondo è presente, oltre alla stazione dei taxi, una fitta rete di interscambi con autobus e tram. Al momento in cui scriviamo (estate 2012) vi sono 9 capolinea di autobus e tram: 3, 228, 766, 786 (diurni); 773, 774, 871 (diurni feriali); N14 e N16 (notturni). Fuori

dalla

piazza

si

trovano

i

due

fermatoni

su

Circonvallazione Gianicolense e verso Porta Portese, dove passano altre linee tram e bus: H, 8, 170, 719, 780, 781 (diurni); C6 (diurno sabato e festivi); N8 (notturno).

120


Stazione Villa Bonelli

Abstract non disponibile.

121


122


Strada arcaica al Marriot

Abstract non disponibile.

123


124


Strada di Ponte Galeria

La Strada glareata di Ponte Galeria è un asse viario verosimilmente di epoca romana, sito nei pressi della via omonima a Ponte Galeria. Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l‟Ente).

125


126


Struttura arcaica alla Mira Lanza

Presso lo stabilimento industriale dismesso della Mira Lanza sono emersi, durante recenti sondaggi di archeologia preventiva, alcuni resti di opere murarie di età arcaica. La Soprintendenza Archeologica di Roma pubblicherà a breve la relazione di scavo. Ci limitiamo qui ad anticipare la notizia del ritrovamento. L‟area non è al momento visitabile, sebbene il cantiere - protetto da una rete metallica a larghe maglie - sia comunque visibile dall‟esterno, dalla vicina via Pierantoni.

127


128


Struttura idraulica romana al Marriot

Abstract non disponibile.

129


130


Struttura in opera poligonale

Abstract non disponibile.

131


132


Suore Oblate

Abstract non disponibile.

133


134


Teatro Arvalia

Il Teatro Arvalia (Teatro del Municipio XV) è un teatro di epoca contemporanea. Non disponiamo di notizie storiche dettagliate su questo

bene.

Non

architettoniche/funzionali

disponiamo più dettagliate.

di Si

notizie trova

Via

Quirino Majorana, snc. È in collocazione interna; l‟accesso agli spettacoli è a pagamento (si organizzano spesso rappresentazioni gratuite, pubblicizzate sul sito internet del Municipio).

135


136


Teatro India

Il Teatro India è una fabbrica dismessa del Primo novecento, sita sul lungotevere dei Papareschi a Marconi. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970903A, Banchini R. - cat. Isgrò S.). Il recupero dei capannoni del Complesso industriale della ex Mira Lanza - restato a lungo in abbandono, sebbene riconosciuto

fin

dagli

anni

Settanta

come

esempio

importante di archeologia industriale della città - è iniziato nel 2002, con il Teatro India. L‟area ospita anche una scuola elementare e un istituto superiore, oltre al Laboratorio di restauro Medici. Il riutilizzo dell‟area ex-industriale è ancora

in

137


divenire: i capannoni, recentemente andati a fuoco, sono destinati ad ospitare l‟Accademia di Arte drammatica Silvio D‟Amico, e nell‟area antistante gli stessi, l‟architetto Purini ha progettato alcune residenze per gli studenti universitari dell‟Università Roma Tre.

138


Tempio della Fortuna al I miglio

Le fonti latine attestano in Riva destra il culto pagano della Dea Fortuna (“Fors, huius aedes Transtiberim est”). Ne sono noti tre templi: uno a Pietra Papa, uno al complesso arvalico della Magliana e uno agli Orti di Cesare. Il Tempio di Fortuna è stato scoperto a metà Ottocento. Scavi sommari individuano che si tratta di un complesso religioso dal doppio sistema murario: i muri interni risalgono all‟epoca di Tiberio, mentre quelli esterni (forse un rifacimento) sono dell‟epoca di Traiano. Gli scavi riprendono prima nel 1915 e poi nel 1939. L‟archeologo Jacobi rinviene parte del fregio, un altare e un idoletto con cornucopia, grazie al quale attribuisce il tempio alla

dea

incontrano

Fortuna. delle

Le

conclusioni

perplessità,

sia

di per

Jacobi

tuttavia

l‟esiguità

dei

ritrovamenti, sia perché le fonti collocano il tempio al I miglio (i ritrovamenti avvengono a II miglio inoltrato). Il sito è oggi 139


interrato. Una descrizione letteraria del tempio compare nei Fasti del 24 giugno, del poeta latino Ovidio (8 d.C.). Il tempio è descritto con un tetto d‟oro; presso di esso si celebravano i Fortunalia. Gli altri due templi sono uno al VI miglio, sotto la Stazione ferroviaria della Magliana, e l‟altro agli Orti di Cesare. Quest‟ultimo non è noto archeologicamente, ma solo attraverso la narrazione di Plutarco. Lo storico greco riferisce che Cesare, giunto alla dittatura, volle ringraziare la sua buona stella edificandole un tempietto nella sua villa suburbana.

140


Tempio della Fortuna al VI miglio

Abstract non disponibile.

141


142


Tempio di Dia

Il Tempio di Dia (o degli Arvali) è un santuario di epoca augustea, sito nella via omonima, presso il ristorante La Tavernaccia, alla Magliana vecchia. Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada (è al di sotto

del

piano

stradale).

è

stata

studiata

dalla

Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l‟Ente).

143


144


Tenuta dei Massimi

Abstract non disponibile.

145


146


Tenuta Pian Due torri

Pian Due Torri è una proprietà fondiaria, dislocata entro l‟omonima ansa del Tevere, appartenuta dal 1565 alle confraternite romane del Gonfalone e del Sancta Sanctorum. Le confraternite conducono la tenuta a pascolo, seminativo e maggese fino al 1839. Dal 1870 monsignor Angelo Bianchi unificando la proprietà di pianura con la collina retrostante, introducendo l‟uso vignarolo. Nel 1923 l‟ingegnere Michelangelo Bonelli inizia la bonifica idraulica e avvia orticultura e frutticoltura. La Grande alluvione del 1937 mette fine al sogno agrario di Bonelli. Si costruisce la prima casa, e un nucleo di altre nel 1948. Nel 1949 il Ministero dei Lavori Pubblici autorizza la costruzione intensiva, disciplinata dal Piano regolatore del 1954 e dalla Variante del 1962. Da allora la vicenda della Tenuta finisce e inizia quella di un nuovo quartiere: la Magliana Nuova.

147


Lentulo Lentuli, scapolo impenitente

La studiosa Carla Benocci ha ricostruito i passaggi di proprietà della Tenuta Due Torri, riportando alla luce un vivace quadro di vita rinascimentale. Il primo padrone conosciuto è tale Carlo Boccabella, nominato nel testamento di Mariano Castellani (1526). Questi lascia la proprietà, composta “di prato e grotticella”, alla moglie Bernardina Rustici, che a sua volta designa come erede Lentulo Lentuli (1538). Lentulo è scapolo e, a quanto pare, per nulla desideroso di formare una famiglia. Per ricondurlo a costumi più

tradizionali

la

Vedova

Bernardina

aggiunge

nel

testamento, in punto di morte, una pesantissima condicione (1544): l‟obbligo per Lentulo di sposarsi e di avere una discendenza legittima; in caso contrario la tenuta sarebbe passata alle pie arciconfraternite romane del Gonfalone e del Santissimo Salvatore ad Sancta Sanctorum. Divenuto erede, Lentulo si applica nell‟adempiere alle volontà della defunta, sposando Donna Gerolama De Nigris, e dimostra anche una certa accortezza nella conduzione della tenuta: prima ne estende i confini comprando il “prato al Casale dei Doi torri” da Pietro Paolo Fabi (1545) e poi compra anche un vicino poderetto (1554). Nel 1556 Lentulo vende la tenuta a Bernardino Capodiferro, e questa è l‟ultima sua notizia. Dalla spartizione ereditaria, che si concluse l‟11

148


marzo 1565, deduciamo che Lentulo Lentuli non ebbe figli ma diede vita ad un florido fondo suburbano (“con certo prato volgarmente detto Prato Rotondo, canneto di sei pezze e vigna di sei pezze con casa, vasca e tino”). La tenuta venne divisa

in

tre

quote

di

proprietà

indivisa:

una

alla

Confraternita del Gonfalone, una alla Confraternita del Salvatore

e

una

alla

Vedova

Gerolama.

L‟acquirente

Capodiferro fu escluso (la vendita venne probabilmente annullata o riscattata), anche se un nome vagamente assonante

(Guastaferri)

ricorre

tempo

dopo

come

proprietario nella mappa catastale di Francesco Calamo del 1660, che cita: “Casale detto Li Doi Torri, proprietà delle Arciconfraternite […] e dei signori Fabrizio Guastaferri e Costantino Gigli, proveniente dall‟heredità della quondam Bernardina Rustici de‟ Castellani”.

Storie di antiche confraternite

Le compagnie ecclesiastiche del Gonfalone e del Sancta sanctorum gestiscono ininterrottamente Pian Due torri dal 1565 al 1839. Esse hanno antiche origini e godono di grande considerazione.

Il

Gonfalone

nasce

nel

1246

come

congregazione di flagellanti, custodi della reliquia del “Salus populi Romani”; la tradizione vuole che nel 1351 abbiano salvato Roma dalla tirannide dei Savelli schierando il popolo sotto le insegne (il “gonfalone”) di Maria. L‟arciconfraternita

149


del Santissimo Salvatore conserva l‟altra sacra icona del “Santo volto di Gesù”, dal 1381 al Sancta Sanctorum del Laterano. Intanto, al lascito di Bernardina si aggiungono altri donativi: Francesco di Pietro da Saluzzo lascia nel 1570 una “vigna con certo poco di canneto di pezze 4, posta in loco detto le Doi Torri”, e la devota Cecilia Bovara si fa carico nel 1583 di “rimondare il fosso maestro” e costruire un “ponticello a traverso della strada”. La mole di atti ritrovati dalla studiosa Benocci negli archivi del S.S. testimonia un‟amministrazione agraria efficiente. Le “taxae” per le strade datano 1554, 1555, 1602 e 1604, e nel 1634 c‟è una apposizione dei termini. La taxa del 1693 riporta che il “Piano delle Due Torri, prato spettante a Sancta Sanctorum, Gonfalone e signori Gesiglieri” misura 36 rubbie e paga 5,67 scudi. Nello stesso documento si citano i “vicini” dell‟epoca: le monache di Santa Cecilia, il Capitolo di S. Pietro, le famiglie Mattei, Serlupi, Nobili, Cenci, Fabi, Ginetti, Raggi e Vipereschi. Mappe successive nominano Filippo Chigi. Nel Settecento la tenuta è invasa dalle acque e funestata dalle febbri malariche. La devastante inondazione del 1813, stimata dall‟agrimensore Pietro Sardi, segna l‟inesorabile declino. Dopo il lungo sonno, la tenuta di Pian Due torri si risveglia nel 1818. Con acquisizioni successive fino al 1839 la confraternita del Sancta sanctorum, una delle due confraternite proprietarie, rileva le quote indivise dell‟altra confraternita, la confraternita del Gonfalone, e di altri 150


proprietari minori, fino a costituire la proprietà unitaria “Tenuta di Pian due Torri, tutta in piano”, coltivata a rotazione tra seminativo e maggese.

Monsignor Bianchi, il primo pioniere

Nel 1839, unificata la Tenuta Pian Due torri, il Sancta sanctorum non ha in mente un vero e proprio progetto agrario. Semplicemente, ha inteso unificare la prorietà per poter più facilmente riuscire a venderla e fare cassa con una proprietà fondaria fino ad allora praticamente improduttiva. E la vendita avviene, al conte Filippo Cini di Pianzano. Non molto dopo la proprietà passa in successione al figlio, finché nel 1870 essa viene rivenduta a monsignor Angelo Bianchi, esponente della nobile casata locale. Il monsignore è considerato il primo pioniere moderno della tenuta. Il Monsignore tenta l‟unificazione della piana con la sovrastante collina di S. Passera, con motivazioni assai semplici: differenti quote altimetriche tengono al riparo dai capricci del fiume e permettono di variegare le colture. Le stesse intuizioni, mezzo secolo dopo, saranno alla base dell‟opera dell‟agronomo Michelangelo Bonelli. La studiosa Benocci ha ricostruito le acquisizioni fondiarie di Angelo Bianchi: i primi acquisti di “terreni e casali ad uso vignarolo” datano 1870, in comproprietà con Salvatore, figlio del capostipite Luigi Bianchi; alla morte di Salvatore, nel 1885, la sua quota passa al figlioletto Luigi 151


(con lo stesso nome del nonno); quando anche monsignor Angelo muore, nel 1897, il giovane Luigi eredita la quota dello zio, e si ritrova unico proprietario di un latifondo da 72 ettari. Luigi rimane proprietario fino al 1912, anno in cui la proprietà si frammenta nuovamente, fra parte di piana e parte di monte.

Michelangelo Bonelli, il secondo pioniere

Nel 1923 la famiglia Bianchi vende la Piana Due torri ad un eccentrico senatore piemontese, l‟ingegnere agronomo Michele Angelo Bonelli. Bonelli sceglie quella piaga acquitrinosa - acquisita al prezzo conenientissimo di 20-25 centesimi ad ettaro quadro, ma totalmente inadatta all‟agricoltura! - con il preciso intento di dimostrare la teoria della coltivazione razionale, una teoria da lui stesso elaborata e formalizzata in un voluminoso tomo in due volumi. La teoria afferma che le terre incoltivabili non esistono: anche la piaga più desolata, sapientemente

diretta

da

un

agronomo

e

con

l‟uso

dell‟ingegneria idraulica e con appropriati concimi, può diventare

produttiva,

rivelandosi

economicamente

più

conveniente di un terreno già messo a coltivo. Bonelli dunque si imbarca in questo sogno. E per fare di Pian Due torri un giardino ha bisogno di molta, moltissima forza lavoro. Il reclutamento avviene tramite la società anonima 152


GIT, Gestione Immobili Torino, costituita nello stesso anno dallo stesso Ingegnere. Testimone dell‟epopea agraria di Bonelli alla Magliana è il signor Tullio, uno dei suoi primi mezzadri, la cui vita è stata raccolta in una lunga intervista nel 1978 da sociologi dell‟Università La Sapienza. Tullio arriva alla Magliana il 26 gennaio 1926. È un ragazzino di 15 anni ed è da poco rimasto orfano. Alla Magliana lo attende suo zio, anche lui mezzadro nella Tenuta di Bonelli. Alla Magliana ci sono già 7 o 8 famiglie mezzadrili. «Nella pianura, dalla ferrovia al fiume, c’è solo prato», racconta Tullio. Al centro, più o meno all‟altezza dell‟attuale via Pescaglia, c‟è una vaccheria, impiantata a suo tempo da Monsignor Bianchi. Il primo intervento di Bonelli è sciogliere la vaccheria, e frazionare la pianura in 7-8 terreni, affidando ciascuno a una famiglia di mezzadri. Sulla riva del fiume, all‟altezza di via Pian Due Torri, fa installare una grande pompa idraulica che estrae acqua dal Tevere, al ritmo di un metro cubo al secondo. In seguito si aggiungono altre tre pompe, dislocate in punti diversi. «Di giorno l’acqua va nei vasconi - spiega Tullio - mentre di notte serve ad irrigare i prati». I primi tempi sono tutt‟altro che facili. «È una zona infetta di zanzare. Appena arrivato mi becco la malaria e sono ricoverato al Policlinico per ben quattro mesi». Le condizioni di lavoro sono dure. «Per vangare il

153


terreno si prendono 8 lire al giorno. Oltre alla metà del raccolto, dobbiamo pagare l’acqua e la forza motrice per le pompe. Bonelli ci fa anche pagare il concime, che fa prendere al Mattatoio e sul quale si prende un buon beneficio». I ritmi sono serrati. «Non abbiamo orari: lavoriamo 10, 12 ore. Dobbiamo lavorare a turno, anche di notte per via dell’acqua. Per quanto lavoriamo, abbiamo sempre debiti verso il padrone». L‟entusiasmo

del

primo

raccolto

-

carciofi

in

coltivazione estensiva: «All’inizio coltiviamo i carciofi. È pieno di carciofi!» - cede il posto alla desolazione della alluvione del 1929. Il Tevere straripa, e inonda tutta la piana. Si ricomincia da capo: né Bonelli né i mezzadri hanno intenzione di cedere. «La vita si fa ancora più dura. Si sta male», racconta Tullio. Bonelli è un padrone severo: temuto, stimato, senza sconti. Le sue idee progressiste, ma solo in fatto di coltivazione, sono talora guardate con diffidenza. Ad esempio Bonelli non vuole animali nella sua tenuta: coltivazione e allevamento sono due arti distinte. «Tentiamo di tutto per guadagnare di più», prosegue Tullio. «Malgrado tutto questo lavoro non riusciamo a cancellare i nostri debiti verso l’Ingegnere». Bonelli è costretto allora a cedere qualcosa. Concede alle famiglie mezzadrili di ricavare un piccolo extra, allevando dei maiali per conto proprio. Si arriva a 300 o 400 maiali per famiglia. «Ogni mezzadro per nutrirli va a prendere i resti del magiare della caserma del Genio: sono maiali tirati su a pastasciutta!».

154


Tre anni dopo, quando la vita sembra ripresa e si inizia a differenziare le colture, arriva il duro colpo della seconda alluvione. Tullio racconta un aneddoto: «Quando c’è l’alluvione le bestie per metterle al sicuro, le facciamo salire sopra al monte. Mi ricordo bene che un mezzadro di nome Mezzalira non fa in tempo a mettere i maialetti in salvo, e se li porta al secondo piano, nella sua camera da letto. Come dei figli, insomma!».

Nel

1929

la

piana

rimane

a

lungo

sott‟acqua. «Via della Magliana, che è 2 metri più bassa di quella attuale, è un fiume. Ci si va in barca. Ci sono andato io!». E la piana, come promesso da Bonelli, con la scienza, la tecnica e la tenacia del lavoro, si trasforma in un giardino, in cui sono presente coltivo, frutteto e vigna. «Nel 1935 piantiamo un frutteto. Nella zona chiamata Recupero, vicino via Vaiano, ci sono viti da vino. Si raccolgono ogni anno cento botti di dieci quintali di vino. Si raccoglie anche uva da tavola, nella zona dell’incrocio tra via dell’Impruneta e via della Magliana. Dalla parte di via Pian Due Torri e sul monte invece ci sono prugne e pesche. Da via della Magliana alla ferrovia si coltivano gli ortaggi».

La «freccia verso il mare»

Mentre l‟acquitrino Pian Due torri sotto l‟opera dei mezzadri di Bonelli si trasforma in un giardino, i progetti del Governatorato di Roma vanno in tutt‟altra direzione.

155


Urbanisti e intellettuali stanno infatti pianificando la costruzione della Terza Roma, la Roma del Fascio littorio, caratterizzata dall‟espansione verso il mare: con un nucleo terminale a Ostia, un nucleo mediano alle Tre Fontane dove sorgerà il nuovo quartiere espositivo, e tutto quello che sta in mezzo, in questa «freccia» scagliata fra Roma e il mare, da urbanizzare senza lasciare vuoti in mezzo. La tenuta di Bonelli alle Due Torri, orgogliosa nelle sue battaglie contro le intemperie del fiume, si trova in una posizione di grande intralcio. L‟idea della «freccia verso il mare» viene lanciata a metà anni Venti, con una serie di opere pioniere: la Ferrovia del Lido, la Via del mare, il Porto fluviale, l‟Idroscalo di Ostia, seguite dai progetti di Snodo merci di Ponte Galeria, Rettificazione del Tevere a Mezzocammino e Idroaeroscalo della Magliana. Il primo disegno urbanistico complessivo compare nel Progetto-documento per l’Esposizione del 1942 di Vittorio Cini, chiamato con una sigla E42. Cini propone di realizzare «nuclei urbani senza soluzioni di continuità tra vecchio e nuovo», nelle aree lasciate libere dall‟ultimo Piano regolatore del 1931. Mussolini stesso ne approva il progetto il 14 febbraio 1937. A Pian Due Torri sono previsti un Ponte monumentale e una Grande Circonvallazione ferrotranviaria. L‟aneddoto

vuole

che

Michelangelo

Bonelli,

subodorato che la costruzione di un ponte fosse l‟avamposto di un‟urbanizzazione, si sia opposto sdegnosamente al progetto di Cini, rifiutandosi di vendere la Tenuta Due Torri per qualsiasi cifra. Ma anche al Governatorato non si fanno

156


molte illusioni: urbanizzare la Magliana significa affrontare enormi costi di arginatura, di reinterro per le parti più basse e l‟avvio di una bonifica sanitaria generale. Insomma: Bonelli non vuole, ma il Governatorato non chiede. In quei giorni di ammiccamenti tra amministratori civici e l‟Ingegnere arriva improvvisa una nuova alluvione, la grande alluvione del 1937, che colpisce l‟intera città. «La volta precedente - racconta il mezzadro Tullio - la nostra zona era invasa dalle acque e su Roma c’era sole. Stavolta anche San Pietro è pieno d’acqua, che arriva ad un metro sopra l’Occhialone di Ponte Sisto. A Ponte di ferro il Mulino Biondi è allagato. Vicino a piazza della Radio, dove all’epoca di sono solo campi, c’è un negozio di tabacchi: il negoziante non fa in tempo

a

salvare

nulla.

Io

ho

visto

francobolli

che

galleggiavano sull’acqua». Quella

del

1937

sarà

l‟ultima

alluvione

della

Magliana. Ma questo né i mezzadri né Bonelli possono saperlo. Un senso di precarietà mette fine agli entusiasmi, in Tenuta Due Torri, e si fa largo l‟idea che urbanizzare la Nuova Magliana non sia poi il peggiore dei mali. Bonelli tenta però ancora un colpo di coda. Nel 1938 trasforma la sua società anonima, la GIT Gestione Immobili Torino, in una società in nome collettivo, cercando di coinvolgere nuovi soci. L‟iniziativa non ha successo, anche perché è ormai chiaro che lo zelo bonificatore di Bonelli non gode che di simpatie di facciata, presso il Regime. Bonelli da parte sua, è un liberale di vecchio stampo: ha condiviso la riforma fondiaria di Mussolini, ma le sue aderenze al fascismo

157


terminano qui. Nel 1940 scoppia la guerra - calamità su calamità! -, e i mezzadri lasciano il lavoro nei campi diretti al fronte. L‟esperienza della tenuta, privata della forza lavoro e dello slancio iniziale, è ormai al capolinea. Nel 1941 Bonelli si arrende, e abdica nella gestione della tenuta in favore del genero Adriano Tournon, discendente di Camille De Tournon (prefetto di Napoleone dal 1809 al 1814, considerato il primo urbanista della Roma moderna). È ancora il mezzadro Tullio a raccontare le vicende familiari dell‟Ingegnere: «Il Conte Tournon sposa una delle due figlie di Bonelli, anzi non il celebre Conte ma suo figlio. Bonelli è un amico dei potenti: la seconda figlia la sposa ad un principe del Kenia. Il Conte Tournon costruisce la prima casa, in via Pescaglia, nel luogo dove prima c’era la vaccheria e dove poi si installerà la prima parrocchia. Le altre case iniziano a costruirle nel 1948, nella zona dove c’è la farmacia, in via della Magliana». E Bonelli si ritira dalla pianura alla collina, nella sua Villa Bonelli. «Dopo la guerra io ho visto Einaudi, il Presidente della Repubblica, De Gasperi e Frassati, un miliardario che veniva a giocare a bocce da Bonelli. È da quell’epoca che l’ingegnere ha cominciato a lottizzare e a vendere». Alla morte di Bonelli il Conte Tournon eredita la tenuta. «È a lui che si deve la distruzione degli alberi e la lottizzazione», conclude amareggiato Tullio.

158


Una matita disegna la nuova Magliana

Di urbanizzare la Tenuta Pian Due torri si comincia a parlare concretamente solo nel Dopoguerra, sotto la spinta del genero di Bonelli, il conte Adriano Tournon. Tournon intende procedere alla valorizzazione fondiaria dei terreni agricoli: vuole cioè renderli edificabili e procedere alla vendita frazionata ai costruttori. Un carteggio del 1949 tra gli uffici tecnici del Comune di Roma e quelli del Ministero dei Lavori Pubblici (studiato negli anni Settanta dal Comitato di quartiere Magliana) ne documenta i passaggi preliminari. Nella prima lettera il Comune interpella il Ministero per conoscere se la Tenuta Due torri si trovi dentro o fuori i confini del Piano regolatore. La differenza è sostanziale: nel primo caso i costi di urbanizzazione (fogne, strade e servizi) ricadono sul Comune; nel secondo sui costruttori. In tutta evidenza la Tenuta si trova fuori dal Piano del 1931. Tuttavia la risposta ministeriale è affermativa: “In relazione alla nota suindicata […] la zona indicata nella unita planimetria con tratteggio color turchino, sebbene non sia colorata con i simboli delle destinazioni edilizie, deve ritenersi compresa entro il perimetro del vigente Piano Regolatore”. La costruzione della Nuova Magliana può dunque iniziare.

Il Piano regolatore del 1954 159


Il primo piano regolatore della Magliana Nuova è approvato il 10 aprile 1954 e rimane in vigore per 8 anni, fino al 1962. L‟iter

comincia

il

24

gennaio

1950,

con

la

presentazione al Ministero dei Lavori Pubblici di una variante di zona al Piano regolatore generale del 1931. Il documento,

chiamato

Piano

particolareggiato

n.

123,

prevede standard intensivi, con caseggiati alti 8 piani. La risposta ministeriale è favorevole (si legge: “è rispondente alle esigenze

di

un‟organica

composizione

di

un

nuovo

quartiere”), seppur condizionata da pesanti prescrizioni. La principale di esse è il cosiddetto reinterro. Si stabilisce cioè che, per prevenire gli allagamenti, nessun edificio dovrà sorgere sotto l‟Argine fluviale. L‟argine diventa così la quota zero dell‟intero piano regolatore, e tutto quanto si trova al di sotto deve essere ricoperto (reinterrato) con materiali di risulta. Si tratta della più vasta previsione di movimento-terra mai contenuta in un piano regolatore: basti pensare che la quota del suolo è in alcuni punti anche 7 metri più bassa dell‟argine. Il Comune, elaborando le prescrizioni, presenta il nuovo piano 123 bis, in cui accetta anche la riduzione dell‟altezza massima dei caseggiati da 8 a 7 piani, “onde non sia preclusa la vista della retrostante zona collinare”. Nel 54 il piano è approvato. Tuttavia esso viene ignorato dai costruttori, che trovano più conveniente investire in altre aree senza obbligo di reinterro. Fino al 1962, anno del Nuovo 160


Piano regolatore generale, non viene rilasciata alla Magliana alcuna licenza edilizia.

161


162


Tenuta Somaini

Tenuta Somaini è un insediamento agrario, esteso sui due lati della Via Portuense a ridosso del Grande Raccordo Anulare, in località originariamente denominata Casa Mattei, su una superficie di 600 ettari. Sorge tra il 1922 e il 1930, per volere del Regime corporativo, come opera di bonifica e riconquista dell‟Agro Romano. Il nucleo di colonizzatori è costituito da 90 famiglie, tutte provenienti da paesi poverissimi del Veneto. La comunità si costituisce nella forma della tenuta agraria, e svolge principalmente le attività di coltura del latifondo (grano e ortaggi, secondo i cicli di rotazione) e l‟allevamento di bovini. Il nucleo edilizio, disteso sui sue lati della Via Portuense, si sviluppa in casali ad uno o due piani, stalle, fienili e capannoni, nonché tutte le altre attrezzature comunitarie per la produzione e allo stoccaggio, come ad 163


esempio grandi silos, fornite dal Regime. Vi sono anche edifici amministrativi e di servizio, dalla scuola alla chiesetta dedicata a San Francesco Saverio. I coloni veneti, liberati dalla necessità di raggiungere Roma per provvedere alle proprie necessità, mantengono a lungo costumi e tradizioni dei paesi d‟origine, e soprattutto il grazioso dialetto veneto. L‟Azienda agricola, da cui proveniva parte del latte della gloriosa Centrale di Roma, si scioglie nel 1954. Dopo alcuni passaggi di proprietà, il grosso degli edifici appartiene attualmente ad una compagnia assicurativa. Dai casali sono stati ricavati miniappartamenti che hanno progressivamente perduto la vocazione rurale a vantaggio di quella residenziale e persino terziaria. La sociologa Nicoletta Campanella, che visita la tenuta nei primi Anni Ottanta, rileva che tra le attività tipiche di allora vi sono una carrozzeria, uno studio fotografico e una tipografia. Parte del latifondo aveva l‟utilizzo di cava. Rileva la Campanella come al termine delle attività estrattive questi «grossi buchi» corrano il rischio di trasformarsi in discariche a cielo aperto. «Intorno ai Casali Somaini - scrive la sociologa - ci sono svariate cave. Alcune sono abbandonate. Gli abitanti sperano che non diventino dei depositi di rifiuti, come già è successo a Ponte Galeria, dove esiste un inceneritore che raccoglie i rifiuti di ben 27 comuni intorno a Roma».

164


Terme di Pozzo Pantaleo Moena Giovagnoli

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un impianto termale pubblico di epoca imperiale, di cui sono stati scavati il calidarium e una parte del frigidarium. Nel calidarium si svolgevano i bagni caldi e i bagni di vapore. Lo speciale pavimento è sorretto da suspensurae, al di

sotto

delle

quali

passa

l‟aria

calda

prodotta

nel

praefurnium (non scavato). Le pareti in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo) presentano dei tubuli, anch‟essi destinati al passaggio dell‟aria calda. In un secondo ambiente,

identificato

come

frigidarium,

sono

presenti

pavimenti con figure mitologiche in mosaico bianco e nero. Gli spogliatoi e la sala per i massaggi non sono stati invece individuati. Lo scavo è stato condotto tra il 1983 e il 1989; la struttura è riconoscibile, tra i vari manufatti di Pozzo Pantaleo, per la presenza di una tettoia protettiva.

165


Per lavarsi e per parlare

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato ai bagni (abluzioni in acque calde e fredde), al ritrovo e la socialità. Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l‟aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch‟essi destinati alla circolazione dell‟aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere. È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche. Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico.

166


Tetrastylum

Abstract non disponibile.

167


168


Tevere

Il fiume Tevere è il maggior corso d‟acqua dell‟Italia centrale. Nasce in Romagna sul Monte Fumaiolo, a 1268 m sul livello del mare, e, dopo un percorso di 403 km tra Toscana, Umbria e Lazio, si getta nel Mar Tirreno. A Roma scorre a quota +15/20 m slm, in una valle delimitata ad ovest dalla Dorsale Monte Mario-Monte Piche (+139 slm a Monte Mario, +60 slm al Monte delle Piche), e ad est dai tradizionali Sette colli di Roma (+40/50 slm) e dall‟Altopiano Casilino (+50/60 slm). Il Tevere è alimentato da due sorgenti stabili: il Peschiera

e

le

dell‟impermeabilità

Acque

Marce.

dell‟alveo,

gli

Tuttavia, apporti

a

causa maggiori

provengono da tre suoi affluenti: il Paglia, la Nera e l‟Aniene, che ne determinano il carattere stagionale e torrentizio, ben descritto dal poeta Virgilio con le parole: “Tevere, fiume vorticoso e quieto insieme”.

169


Negli ultimi 30 anni la portata media (misurata dal Servizio idrografico a partire dal 1921 in 232 metri cubi al secondo) è diminuita e si è fatta più regolare, per via della captazione di acqua potabile e delle dighe. I valori massimi si registrano a febbraio; i minimi ad agosto. Il livello del pelo d’acqua (misurato dall‟Idrometro di Ripetta fin dal 1704) si classifica in quattro livelli: magra (inferiore a 5 m), ordinario (5-7), intumescenza (7-10) e piena (10-13). Nella sua storia il Tevere ha registrato, per circa quaranta volte, stati di piena straordinaria (13-16 m) o eccezionale (oltre).

170


Tomba alla Torre del Giudizio

L‟Ipogeo alla Torre del Giudizio è un sepolcro di età romana, sito in via Teodora alla Magliana nuova. Per quanto noto, la proprietà è pubblica e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada (è al di sotto

del

piano

stradale).

È

stata

studiata

dalla

Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l‟Ente).

171


172


Tomba bianca

La Tomba bianca è una camera funeraria di piccole dimensioni, utilizzata tra il I sec. d.C. e l‟inizio del III. Le sue pareti intonacate non hanno dipinti. La struttura è parzialmente ipogea ed è intagliata nel tufo, con la parete d‟ingresso in muratura. Vi si accede da una scala con quattro gradini. Sulla parete di destra è presente un loculo a cassone scavato nel tufo, mentre sulla parete di sinistra c‟è un secondo cassone con la parte esterna in mattoni. La parete di fondo è stata danneggiata dal posizionamento di un pilastro in cemento armato durante

l‟edificazione

presente

un‟unica

del

fossa.

Drugstore.

Sul

pavimento

Complessivamente

sono

è

stati

rinvenuti tre individui inumati, dei quali uno è un bambino di 4 anni, con corredi ceramici. Tra gli archeologi è chiamata Tomba C.

173


174


Tomba dei Campi Elisi

La Tomba dei Campi Elisi è un sepolcro del II sec. d.C., le cui pareti affrescate raffigurano le beatitudini dei giusti nel paradiso pagano. La tomba viene realizzata da due genitori colpiti dalla prematura perdita dei due figli. I giovani compaiono raffigurati con fedele realismo in medaglioni all‟interno di tabernacoli,

e

vengono

evocati

più

volte

nelle

scene

pittoriche: il passaggio del fiume Lete e le quattro scene dei giochi beati (il plaustrum, gli astragali, la moscacieca, il trigon); i genitori compaiono nella scena di mestizia e nel banchetto dei giusti. Completano gli affreschi la coppia di pavoni, la coppia di caproni, le quattro stagioni. La tomba è scavata nel tufo e presenta 26 nicchie, sei fosse e due sarcofagi. È stata scoperta nel 1951. È stata intagliata e trasportata al Museo Nazionale Romano.

175


Alla ricerca del tempo migliore

La Tomba dei Campi Elisi nasce da un incolmabile dolore: quello di due genitori della prima metà del II sec. d.C. che sopravvivono alla morte improvvisa dei due figli, nell‟età della preadolescenza. I Romani danno un nome preciso a questo triste evento: «mors iniqua», ovvero morte ingiusta. Si tratta di uno dei lutti più difficili da elaborare per un genitore dell‟Antica Roma. Se la mortalità alla nascita o nella prima infanzia è un fenomeno così frequente nel mondo antico da essere persino accettato come un fatto naturale, vedere invece morire un bambino nella fascia d‟età a ridosso della pubertà - ma senza esservi ancora entrato - è considerato una grande iattura, un mancato premio a conclusione di un cammino costellato di sforzi. I genitori, committenti di questa tomba sulla Via Portuensis,

superano

questa

dolorosa

perdita

commissionando a ignoti pittori una complessa sequenza di dieci scene affrescate: le ultime tre si rifanno all‟iconografia funeraria tradizionale (i pavoni, i caproni, le quattro stagioni), mentre le prime sette, ritenute di grandissima importanza dagli studiosi, hanno insieme contenuto biografico e didattico: esse spiegano infatti, con la semplicità delle immagini, come è fatto e come funziona il paradiso pagano. Esse descrivono, con grande realismo, la vita spensierata dei due bambini (fatta di giochi, della costruzione delle prime relazioni sociali, di esplorazione del mondo), e dei genitori (dal consolidato 176


posizionamento sociale); e tramandano così ai posteri il messaggio consolatorio che ai giusti, nel paradiso pagano, è consentito continuare a vivere nel proprio tempo migliore. La particolarità della tomba è infatti la presenza fin dall‟origine di due finestrelle, ai lati della porta d‟ingresso, attraverso le quali ciascuno dei molti passanti della Via Portuensis avrebbe potuto ripercorrere la storia dei due giovani e insieme contemplare per immagini la bellezza del paradiso. Scrive il sovrintendente Aurigemma, che negli Anni Cinquanta studiò la tomba: «Nei Campi elisi regna eterna primavera. Ogni dolore è ignoto. Ignota è la vecchiaia. La vita beata attende i giusti dopo la morte. Chi vi perveniva conservava l’età in cui aveva goduto la maggiore felicità». I Romani ritenevano insomma che le anime dei giusti godessero nell‟aldilà di uno stato di grazia e di eterna giovinezza.

I ritratti di famiglia

La prima scena, chiamata I ritratti di famiglia, è una sorta di fermo immagine sulla composizione del nucleo familiare al momento della morte dei due giovani. Si compone di tre parti: due medaglioni circolari e la scena di mestizia. I due medaglioni circolari sono

dei ritratti, di

accuratissimo realismo fisiognomico, dei due giovani defunti: un maschio e di una femmina. I medaglioni sono posti nei 177


timpani di due tabernacoli nella parete di fondo, ospitanti ciascuno le ceneri dei due giovani. La scena di mestizia, di piccole dimensioni, si trova sotto un terzo tabernacolo (in posizione centrale tra i due tabernacoli dei figli, riservato alle ceneri dei genitori quando sarà il loro momento). La scena raffigura i due coniugi, seduti e raccolti in una sommessa conversazione, facendosi forza l‟uno con l‟altra. Lui indossa una tunica scura; la consorte è in tunica chiara. Essi sono raffigurati da soli, senza altri figli o prossimi congiunti a sostenerli nel dolore. La scenetta di solitudine rivela il dramma familiare di non avere altri figli che possano continuare la discendenza: i coniugi sanno che, perduti gli unici due figli, il nome della famiglia si estinguerà. La ricchezza della tomba autorizza a pensare ad una famiglia decisamente benestante, proveniente forse dal prossimo abitato del Trans Tiberim, dotata anche di un folto stuolo di servitori. Alcuni graffiti nello stucco della parete di sinistra ne tramandano i nomi: gli schiavi Timius frater Horinae (Timio fratello di Orinna), Pardula anima bona (Pardula dal buon carattere), e un‟ancella di nome Asclepia. La ricchezza della famiglia è attestata anche dal gran numero di servitori affrancati, cui è stata cioè donata la libertà: i liberti Alexander, Philetus, Aphrodisia, Eutychia, Felicissima e Protus Zosimus. Il piccolo cippo marmoreo di quest‟ultimo, ritrovato nella tomba, cita il nome del suo patrono, Publius Aelius, che con buona probabilità è anche il pater familias costruttore della tomba e il padre dei due

178


giovani defunti. Complessivamente schiavi e liberti devono essere tra i 15 e i 23, perché nella parete di sinistra è presente un colombario con 15 nicchie (disposte su tre file da cinque, in gran parte inutilizzate), e altre 8 nicchie sono sparse nella parete frontale. La tomba è nel complesso piccola (misura soltanto 9 metri quadri) e, al momento della scoperta gli archeologi

vi

hanno

individuato

anche

sei

fosse

per

l‟inumazione e due sarcofagi, aggiunti successivamente.

La navicella sul fiume Lete

La seconda immagine, chiamata Navicella sul fiume Lete, è collocata nel soffitto sopra la porta d‟ingresso, racchiusa da una cornice. Prosegue idealmente la narrazione, raccontando il viaggio dei due giovani defunti verso la dimensione beata dei Campi Elisi. La scena propone un florido paesaggio fluviale, con una parete rocciosa come scenario, con un pino marittimo a fare da quinta prospettica. Il fiume è il Lete, il fiume dei Campi Elisi, speculare all‟Acheronte dell‟Ade. Su di esso naviga una graziosa barchetta a vele gonfie, nell‟atto di accostarsi delicatamente alla riva, con un uomo intento alle manovre. È il nocchiero dei Campi Elisi, figura speculare a Caronte. Sulla riva, ad attenderlo, ci sono le due figurette di due giovani: una è impiedi, quasi a salutare il nocchiero; l‟altra

è

seduta

sulla

sponda

in

serena

attesa.

Il 179


sovrintendente Aurigemma vede in questa rappresentazione, come spesso accade nei contesti funerari, anche la citazione colta di un famoso episodio omerico: Ulisse nel Paese delle Sirene. La narrazione prosegue a questo punto su una terza parete, la parete di destra, dove sono collocate in sequenza quattro immagini, le quali insieme prendono il nome di Scene dei giochi beati. Ai due giovani, che in vita si sono condotti secondo pietas e iustitia - la pietas è il rispetto delle leggi divine; la iustitia è il rispetto delle leggi degli uomini -, una volta giunti nei Campi Elisi, è concessa la ricompensa di rivivere il loro tempo migliore. Le preziosissime scene, che sono insieme un flashback della vita passata e una proiezione di cosa li aspetta nei Campi Elisi, misurano complessivamente circa 2 metri e sono inventariate con il numero AFS331131. Si tratta di un rettangolo orizzontale, in campo bianco, sormontato da un festone a tema vegetale. All‟interno sono dipinte in sequenza quattro immagini, ognuna delle quali raffigura un gioco infantile. Esse sono, nell‟ordine: il plaustrum, gli astragali, la moscacieca, il trigon.

Il plaustrum

La terza immagine, chiamata Il gioco del plaustrum, raffigura un giovane svestito, con le sole pudenda coperte da un panno. La scena sarebbe di per sé poco significativa, se non fosse per il curioso oggetto di alta tecnologia che il

180


ragazzo conduce in corsa: un plaustrum, cioè un carro in miniatura,

sorprendentemente

simile

ad

un

moderno

monopattino. Pare che si tratti dell‟unica testimonianza visiva di un monopattino pervenutaci dall‟antichità. Il plaustrum è descritto in vari testi dell‟antichità: a quattro, una o tre ruote. I più comuni sono quelli a quattro ruote, vere e proprie miniature dei carri più grandi, trainati da animali di piccola taglia, legati con un laccio di cuoio: in genere cani o caprette, ma non mancano testimonianze fantasiose di carretti volanti trainati da oche, colombi e fenicotteri, o racconti di carri trainati da servi o, a turno, da altri compagni di giochi. Con un plaustrum i monelli fanno scorribande ad alta velocità, e non sempre la corsa finisce in maniera tranquilla: spesso le bestiole si divincolavano dal laccio, o qualche amico buontempone lascia andare il compagno di giochi proprio in prossimità di una discesa. C‟è poi un altro tipo di carro a ruota unica, che consiste in un asse di legno o un semplice bastone (che funge da timone), con all‟estremità una forcella nella quale è montata una sola ruota. I bambini costruiscono i carri monoruota

in

casa.

Stare

in

equilibrio

sul

bastone

monoruota non deve essere un‟impresa facile, ma pare che questo gioco abbia goduto di una certa popolarità. Infine la terza tipologia è una variante della seconda, in cui al timone viene aggiunto anche un telaio orizzontale di base, sorretto da altre due rotelle posteriori. Su questo spleciale plaustrum a tre ruote la trazione non è data da un animale, ma dal suo stesso conducente, che con una gamba 181


si tiene in equilibrio sul telaio, e con l‟altra sospinge la sua corsa. Si tratta di un oggetto straordinariamente moderno, che potremmo tranquillamente trovare in vendita in un mercatino artigianale di oggi.

Gli astragali

La quarta immagine, chiamata Il gioco degli astragali, raffigura un gruppetto di quattro ragazzini seduti per terra, con lo sguardo rivolto verso un quinto, all‟impiedi, nell‟atto di lanciare in aria dei piccolissimi oggetti. Essi sono stati riconosciuti

dagli

studiosi

come

astragali,

sorta

di

succedaneo povero (e diffusissimo) dei moderni dadi. L‟astragalo è un ossicino del tarso posteriore dei caprini, situato tra calcagno e bicipite, dalla forma cubica. A differenza dei dadi ognuno di questi ossicini cubici ha sole quattro facce utili, in quanto le altre due sono di forma arrotondata e non stanno in equilibrio. Le quattro facce utili sono a loro volta diverse fra di loro: la faccia del cane è perfettamente piatta e corrisponde all‟1 dei dadi moderni; la faccia del cavo è concava e corrisponde al 3; la faccia del dorso è convessa e vale 4; infine l‟ultima, la faccia di Venere, è anch‟essa perfettamente piatta: è la più desiderata e vale ben 6 punti. La somma delle facce opposte dà sempre 7; mancano il 2 e il 5. Se con gli astragali gli adulti praticano il gioco d’azzardo, vincendo o perdendo delle fortune, ai più giovani 182


è consentito un innocente gioco di iniziazione, chiamato gioco delle tre prove. Il gioco è una sequenza di tre esercizi di destrezza, di livello via via crescente: vince il primo che le porta a termine tutte e tre senza errori. La prima prova consiste in esercizi di lancio. Si tratta di tirare in aria con la mano sinistra cinque astragali, facendone cadere almeno uno sul dorso della mano destra. È possibile recuperare da terra gli ossicini caduti, effettuando lanci di recupero, durante

i

quali

sono

richiese

complesse,

tutte

minuziosamente

posizioni descritte

acrobatiche da

testi

dell‟antichità. Nella seconda prova gli astragali sono poggiati su un piano (generalmente per terra), e l‟abilità consiste nel manipolarne quattro, componendo diverse sequenze (ad esempio la prima è dorso-cavo-cane-Venere), nel breve tempo del lancio in aria del quinto astragalo. Si arriva così alla terza e più difficile prova: effettuare dei veri e propri esercizi ginnici - chiamati raffica, cerchio e pozzo - anch‟essi nel breve tempo di un volteggio in aria di un quinto astragalo. Secondo un‟altra interpretazione, però, gli oggetti scuri nell‟affresco non sono astragali, ma le popolarissime noci,

utilizzate

dai

giovani

della Roma

imperiale

per

un‟infinità di giochi: prove di destrezza come negli astragali, percorsi simili alle moderne biglie, oppure una sorta di antenato del gioco del bowling, tirando una noce contro una barriera (cappa) di altre noci. Conosciamo i giochi con le noci attraverso il poeta Ovidio, che dedica un‟intera opera all‟età dei giochi, chiamandola emblematicamente Nuces (Le Noci). Il gioco preferito del giovane poeta è il Ludus castellarum (il

183


gioco delle torri). Si tratta di comporre delle torri disponendo a triangolo tre noci con sopra poggiata una quarta, fino a comporre un‟intera cintura di torri, che simulano un castello da assediare: l‟avversario, lanciando ripetutamente un‟altra noce come fosse un ariete, deve espugnare il castello, abbattendone una ad una tutte le torri. L‟utilizzo delle noci è insomma così popolare e multiforme che esiste addirittura una frase comune, «relinquere nuces» (smettere di giocare alle noci),

per

indicare

il

passaggio

dall‟età

dei

giochi

gioco

della

all‟adolescenza.

La moscacieca

La

quinta

immagine,

chiamata

Il

moscacieca, mostra tre giovani in tunica corta. Uno di essi ha gli occhi coperti da una mano, mentre l‟altra è protesa verso gli altri due giocatori, che cerca di afferrare. Il nome latino del gioco è musca eburnea, che letteralmente significa mosca di bronzo e fa riferimento alla sgradevolissima mosca cavallina, dall‟addome iridescente e capace di riflettere i colori, proprio come le superfici a specchio del bronzo. Il gioco simula la caccia a questo animale: un giocatore è il cacciatore mentre gli altri sono mosche cavalline da acchiappare. A differenza della versione moderna del gioco, che si pratica

a

viso

bendato,

al

cacciatore

dell‟antichità

è

semplicemente richiesto di mettersi una mano davanti agli 184


occhi, confidando nella sua onestà. Il regolamento ci è tramandato da uno scritto di Pollione. Il cacciatore si copre il viso e i compagni lo fanno girare più volte su se stesso, fino a fargli perdere l‟orientamento. Mentre ruota recita una filastrocca, che in italiano suona così: «Acchiappo la mosca di bronzo». I compagni gli rispondono «La cerchi, la trovi, ma non l’acchiappi», in modo che il cacciatore, attraverso il senso dell‟udito, possa individuarne la posizione, lanciandosi subito dopo in un goffo inseguimento tra sberleffi grossolani. Racconta Pollione che è consentito sferrare qualche colpetto, dolorosi calci sul sedere o, persino scudisciate con frustini di cuoio. Finché, fatalmente, qualche ardimentoso si avvicina troppo al cacciatore, e la mosca viene presa. Come per il gioco precedente esistono altre letture. Potrebbe trattarsi di un gioco simile, chiamato «muida», antenato della moderna acchiapparella. Oppure, se leggiamo nei movimenti delle braccia il gesto scenico di un oratore, potrebbe anche trattarsi di un gioco molto diverso - raffinato e forse persino noioso per i tempi d‟oggi -, chiamato «iudices» (gioco dei giudici). Elio Sparziano riferisce che questo gioco poco rumoroso è l‟unico consentito durante le cerimonie ufficiali, le processioni e i contesti altolocati. Si tratta di un gioco di imitazione degli adulti, in cui i piccoli a turno interpretano i ruoli di giudice, imputato, avvocati e testimoni in un immaginario processo, raccontando con compostezza delle storie inventate e incredibili, rendendole verosimili: il giudice ha il delicato ruolo di smascherare l‟impostore o premiare le capacità di

185


affabulazione.

Il trigon

La sesta immagine, chiamata Il gioco della palla, raffigura tre ragazzini in tuniche variopinte posizionati ai vertici di un triangolo, con il braccio destro alzato a colpire una palla fluttuante nell‟aria. In questa scena è stato riconosciuto il gioco sportivo del trigon, che è una specialità a tre giocatori, simile alla moderna pallavolo, del comune gioco dello sphaeristerium (il gioco della palla). La palla usata per i giochi aerei è la pila trigonalis; è una palla dura, realizzata con un sacco di pelle conciata, imbottito di sabbia o sassolini. Caratteristica del gioco è l‟obiettivo comune e collaborativo di mantenere la sfera sospesa in aria il più a lungo possibile, finché, compiuta una determinata sequenza di palleggi, uno dei giocatori può porvi termine con un lancio in schiacciata. Il trigon è ancora oggi praticato

nelle

scuole

italiane,

con

il

nome

dello

schiacciasette. Il trigon era un gioco leggero, praticato dai ragazzi più giovani o dalle ragazze. Ai maschi, in genere più grandi di età, era invece assai gradito un altro gioco con la palla, ben più invasivo: il pulverulentus. Il polverulentus (letteralmente: gioco che genera nuvole di polvere) si gioca in grandi spazi sterrati con una palla dura, l‟harpastum (simile alla pila trigonalis ma più piccola), con un regolamento ibrido tra il 186


calcio e il rugby, in cui bisogna contendersi il possesso di una palla e scagliarla infine nel settore avversario. Agli infanti è riservata una palla più grande e leggera, la paganica, riempita delle piume di animali da cortile. Esiste infine un quarto tipo di palla, gonfiata di aria, il follis, con cui giocano adulti e persino anziani, soprattutto all‟interno delle terme. Con il follis si pratica il ludere expulsim (oggi: palla respinta o palla prigioniera). Ma il follis è un lusso davvero per pochi: nella Tomba dei Campi Elisi per rappresentare la felicità del paradiso basta una

pila

trigonalis. Con il trigon si chiude la sequenza dei giochi beati. Va detto che nella Roma imperiale vi sono almeno altri tre giochi, popolarissimi, che, sebbene non compaiano nella tomba portuense, meritano comunque di essere citati: i galli, la morra, i bellatores. Plutarco racconta delle guerre tra galli. Ogni monello ha il suo galletto da combattimento, sul quale scommette

in combattimenti dal

grande

pathos.

Essi

possono concludersi con la morte del galletto, e il padroncino piange sonoramente quando il suo galletto ha la peggio. Molto diffuso è anche il gioco della morra, che consiste nell‟aprire repentinamente la mano mostrando un certo numero di dita (da 0 a 5), cercando di indovinare la sommatoria dei tiri di tutti i giocatori. Nelle famiglie più ricche sono infine presenti delle scacchiere, di varie forme e dimensioni, alle quali si gioca con modalità di complessità crescente: come nel moderno gioco del filetto; in maniera simile alla dama (gioco delle dodici linee) o agli scacchi

187


(Latrunculi o Bellatores). Per i Romani, insomma, giocare era l‟anticipazione in terra della beatitudine del paradiso.

Il banchetto dei giusti

La settima scena, chiamata Il banchetto dei giusti, torna ad evocare l‟immagine dei genitori. Ad essi - proprio come i figli - spetta di godere nei Campi Elisi del proprio tempo migliore. Il paradiso pagano è una dimensione senza tempo, in cui ognuno vive nell‟età che gli ha dato la maggior felicità, dilettandosi con le attività più gradite. E se per i figli il tempo migliore è quello dei giochi innocenti, per Publio Elio e la sua amata il tempo migliore è l‟età dei vent‟anni, subito dopo il matrimonio: li ritroviamo ritratti in un momento di banchetto, nell‟atto di distribuire agli altri commensali le poste iniziali per il gioco d’azzardo. La scena (posta al di sotto del lucernario di destra) raffigura i due coniugi sdraiati su un elegante triclinio con spalliera. La moglie ha accanto a sé la serva prediletta, e le impartisce con autorevolezza alcuni ordini, puntando l‟indice verso un tavolino a tre piedi sul quale sono poggiati tre piattelli vuoti. La consuetudine vuole che siano i padroni di casa ad offrire le poste iniziali dei giochi conviviali, deponendole su piattelli. Chi durante i giochi esaurirà le poste potrà scegliere se ritirarsi dal gioco, oppure proseguire mettendo sul tavolo denari propri. 188


Il gioco d‟azzardo con gli astragali si pratica con una logica abbastanza simile al monderno gioco del poker. Ogni giocatore

lancia

quattro

astragali

e

ad

ogni

faccia

corrisponde un punteggio da 1 a 6. I punteggi di norma si sommano, attribuendo la vittoria a chi ottiene il punteggio maggiore, ma la massima ambizione del giocatore di astragali non è fare sommatoria, bensì di realizzare una delle 35 combinazioni speciali - un po‟ come la doppia coppia, il full, il poker, la scala reale di oggi -, ordinate secondo una speciale gerarchia, che il giocatore provetto conosce a memoria. Conosciamo queste combinazioni attraverso il più celebre

giocatore

dell‟antichità,

l‟Imperatore

Ottaviano

Augusto, che scriveva al figlio adottivo Tiberio lunghi resoconti delle sue prodezze al gioco, con lettere ora giubilanti, ora mestissime. Ad esempio, la combinazione più sventurata è l‟1-1-11, ovvero quando tutti e quattro gli astragali mostrano la faccia del cane. Questa combinazione è chiamata «Anubis» o colpo del cane e chi la fa deve corrispondere agli altri giocatori una vertiginosa penale. Un altro lancio ben sventurato è il «Sex» o colpo del sei, composto dalla combinazione di tre cani e un cavo (1-1-1-3). Testimonia Augusto in una lettera: «Caro Tiberio […], gettati gli astragali, chi faceva cane o sei doveva mettere per posta sul tavolo tanti denarii quanti erano i punti degli astragali degli altri giocatori. Vinceva tutte le poste chi faceva Venere». Il «Venus» o colpo di Venere è la combinazione più felice, caratterizzata da quattro facce tutte diverse l‟una

189


dall‟altra. Chi fa Venus allarga le braccia e arraffa tutte le poste sul tavolo. Del Venus, sogno proibito di ogni giocatore, parla un celebre epigramma di Marziale, il quale avendo donato ad un amico quattro astragali d‟avorio, così gli scrive: «Aspetta a ringraziarmi: fallo soltanto quando nessuno degli astragali ti presenterà un volto uguale». Va detto infine che nel gioco, durante il banchetto conviviale, è richiesto un certo stile, caratterizzato dalla magnanimità. Ad esempio, alla fine del banchetto, è buona norma che coloro i quali hanno vinto restituiscano al padrone di casa le poste iniziali. E se, durante il gioco, un giocatore ha una fortuna così sfacciata da lasciare tutti gli altri senza altri denari per proseguire, ha quasi l‟obbligo di donare agli altri nuove poste per proseguire il gioco, ricevendone in cambio una grande ammirazione. Augusto ci lascia una preziosa testimonianza della concezione romana del fair play: «Caro Tiberio, alla fine ho perso 20.000 sesterzi. Ma sia chiaro: solo perché come al solito sono stato generoso. Se solo avessi richiesto indietro ai commensali le poste iniziali, quelle che ho condonato loro quando ho vinto, e quelle che ho aggiunto via via per alimentare il gioco, alla fine di sesterzi ne avrei avuti in mano 50.000. Preferisco così! La mia generosità mi farà finire direttamente in paradiso!».

I temi funerari

Con il Banchetto dei giusti terminano le immagini

190


biografiche, ma la decorazione pittorica è tutt‟altro che conclusa. Seguono altre tre grandi immagini, anch‟esse di elevatissima qualità pittorica, che attingono all‟iconografia funeraria tradizionale, e, pur non aggiungendo elementi nuovi alla nostra conoscenza dei Campi Elisi, meritano comunque di essere descritte. Nella parete di sinistra, al di sopra del colombario, è presente

un‟ottava

scena, chiamata

Coppia di pavoni

affrontati che bevono alla fonte della vita. Si tratta di una composizione offertoriale con al centro una grande coppa colma di vino (che raffigura simbolicamente la fonte della vita), alla quale si abbeverano due pavoni dalle lunghissime e variopinte code (simbolo dell‟immortalità dell’anima). Nella parete di destra, come spesso avviene nei sepolcri

familiari,

si

trova

un‟immagine

esattamente

speculare, la nona, chiamata Lotta tra due caproni. Essa raffigura due montoni selvatici dal pelame mai tosato e con un superbo palco di corna. Accanto ad essi sono raffigurati un cratere (un vaso basso e aperto) ed uno scudo. Il soffitto è l‟unica parte danneggiata della tomba, ma nelle parti di intonaco non cadute è possibile distinguere motivi

geometrici

e

larghe

fasce

purpuree.

Sono

perfettamente conservati i quattro spigoli, nei quali trovano posto quattro medaglioni circolari con figure femminili a mezzo busto, i quali raffigurano insieme la decima e ultima immagine del sepolcro, chiamata I geni delle quattro stagioni. Su di essi la studiosa Felletti-Maj ha scritto: «L’avvicendarsi delle stagioni, l’addormentarsi e rinascere delle forze della 191


natura, è espresso simbolicamente nell’arte per mezzo di questi genii, che vengono così ad assumere un significato di resurrezione». Completano

la

decorazione

pittorica

numerose

immaginette di offerte votive situate soprattutto nella parete frontale (due brocche da acqua, una coppa, un calice da vino, piccoli volatili e fiori) e un cesta colma di frutta nella parete d‟ingresso: i melograni, le pere, i rametti verdi, così come gli intarsi in vimini della cesta, sono raffigurati con impressionante realismo. La tomba è stata scoperta nel 1951, insieme all‟altra tomba chiamata Tomba degli stucchi. L‟Istituto Centrale per il Restauro ha curato il taglio dal costone tufaceo che la conteneva e il trasporto al Museo Nazionale Romano, dove è oggi visitabile. La tomba è stata restaurata nel 2008.

192


Tomba dei Geni danzanti

La Tomba dei Geni danzanti è un piccolo e prezioso sepolcro

a

camera,

decorato

in

stucco

con

figurette

mitologiche diverse, tutte nell‟atto di correre e danzare. La volta è organizzata secondo un originale impianto geometrico, nel quale si inseriscono, iscritte in medaglioni circolari, le raffigurazioni in movimento di divinità minori: il genio alato, il satiro, la ninfa in nudità, la ninfa con le vesti mosse dal vento, i cupidini (putti alati) alla guida di una biga, i dioscuri al galoppo dei loro destrieri, i genii a cavallo di un ariete, e infine la tigre, il caprone, il grifone. La parete frontale presenta due cupidini in volo, che sorreggono un festone vegetale. Il sepolcro è datato tra II e III sec. d.C.; è scavato nel tufo e presenta nicchie per le urne cinerarie e fosse per l‟inumazione. È stato scoperto nel 1951, intagliato e trasportato al Museo Nazionale Romano.

193


La danza della vita

Il sepolcro presenta sia cremazioni che inumazioni ma non

trasmette

informazioni

dirette

sugli

occupanti.

L‟osservazione ci permette di immaginare un piccolo nucleo familiare (lo attestano le ridotte dimensioni: appena cinque metri quadri), di condizioni economiche agiate (lo attesta la presenza di costose decorazioni), colpito da un lutto in qualche misura previsto e facilmente elaborato, avvenuto tra la metà del II sec. d.C. e gli inizi del III. Quest‟ultimo elemento si desume dalla modalità di svolgimento

delle

opere

funerarie.

Esse

sono

state

probabilmente curate da almeno un paio di prossimi congiunti, desiderosi di archiviare la pratica in maniera dignitosa ma sbrigativa, con una certa organizzazione e suddivisione dei compiti. La parte di lavori relativa alla parete frontale e alla volta è adempiuta con grande solerzia, mentre le pareti restanti sono solo preparate per le decorazioni ma sono rimaste spoglie. Possiamo immaginare che il congiunto incaricato di questa parte del lavoro - e questo può accadere in ogni buona famiglia -, abbia incontrato qualche difficoltà, rimandandone l‟adempimento a tempi migliori. La

volta

è

strutturata

secondo

un

impianto

geometrico estremamente ingegnoso, basato sull‟intersezione di cerchi e quadrati, che permette l‟inserimento alternato, come in una scacchiera, di una trentina di decorazioni modulari giustapposte: dei medaglioni circolari di uguale 194


dimensione. Ciascun medaglione è finemente decorato in stucco color bianco-avorio. La metà di essi riporta un chiché, cioè una decorazione ripetitiva composta da un fiorellino al centro di un quadrato dai lati concavi, a sua volta iscritto in un cerchio con alle estremità un giglio stilizzato. L‟altra metà dei medaglioni riporta invece dei motivi figurativi, l‟uno diverso dall‟altro, tutti accomunati dal tema della danza della vita, con il messaggio consolatorio del perpetuo rinnovarsi delle forme e delle energie vitali. È stato osservato che - per un particolare gioco della geometria - le quattro concavità dei quadrati, poste perpendicolarmente tra di loro, formano a loro volta degli altri cerchi. Il più noto e accurato tra i medaglioni è il genio alato danzante

(una

figuretta

dal

morbido

panneggio

in

movimento, e dai lunghi capelli). Insieme al genio alato danzano una serie di altre divinità: un satiro, una ninfa in nudità, un‟altra ninfa (o comunque una figura femminile non meglio identificata) dalle delicate vesti mosse dal vento. Vi sono inoltre tutta una serie di personaggi in corsa: i cupidini (putti alati) alla guida di una biga, i dioscuri al galoppo dei rispettivi cavalli, dei genii che cavalcano un ariete. E infine tre animali dell‟iconografia tradizionale, esotica o immaginaria: il caprone, la tigre, il grifone. Il tema della danza della vita prosegue anche sulla parete frontale, dove sono rappresentati altri due cupidini, anch‟essi in stucco, che sostengono in volo due festoni vegetali. In piccolo, al di sotto di essi, è raffigurata una 195


siringa, sorta di flauto a canne tipico del mondo rurale. La tomba è stata rinvenuta nel 1951, a poca distanza dalla Tomba dei Campi Elisi e, come questa, è stata intagliata,

trasportata

restaurata nel 2008.

196

al

Museo

Nazionale

Romano

e


Tomba dell‟airone

La Tomba dell‟airone (o Tomba 1) è un sepolcro familiare del II sec. d.C., con gli affreschi di un airone, un pavone, una colomba, un‟anatra e tre cavalli marini. I quattro volatili rappresentano il volo dell‟anima verso l‟Aldilà, mentre i tre cavali marini (animali fantastici dal corpo di serpenti e il busto di cavalli) hanno la funzione apotropaica di proteggere la tomba dagli spiriti dell‟Ade. Tra le pitture la più suggestiva è quella dell‟airone, raffigurato nell‟atto di levarsi in volo trasportando un nastro flessuoso. Il nastro disegna nell‟aria la lettera « M », interpretata come iniziale della famiglia proprietaria del sepolcro. Le pareti ospitano nicchie per le urne cinerarie (disposte a colombario e intorno all‟arcosolio del pater familias); il pavimento contiene fosse e banconi per le inumazioni. Il sepolcro è interamente scavato nel tufo, con volta a botte.

197


Anime in volo, come aironi

Il sepolcro si trova in una porzione periferica nella vasta area necropolare portuense, probabilmente legata al diverticolo di collegamento tra l‟interno (Monteverde) e Pozzo Pantaleo.

La

tomba

è

sopravvissuta

alla

rovinosa

speculazione edilizia della zona perché si trova sotto una strada pubblica, l‟attuale via Ravizza. Vi si accede dal garage condominiale al civico 12: dopo una percorrenza interna, attraverso una porticina in ferro, si arriva sotto la strada, nella camera funeraria sotterranea. L‟edificazione risale al II sec. d.C. È interamente scavato nel nel tufo (dimensioni 6,40 m × 4,20), con la volta a botte. Il pavimento contiene sia fosse che sarcofagi a cassone, mentre le sepolture alle pareti sono all‟interno di un colombario disposto in file ordinate di nicchie, e altre ve ne sono in ordine sparso vicine al nicchione (arcosolio) del pater familias. I quattro affreschi principali riproducono con vivido realismo altrettanti volatili, di specie diverse. Essi sono tutti rappresentati nel momento in cui stanno per spiccare il volo o

lo

hanno

appena

intrapreso,

e

rappresentano

simbolicamente le anime dei defunti che, staccatesi da terra, si levano in volo verso la dimensione dell‟Aldilà. L‟affresco dell‟airone (posto alla destra dell‟entrata) ha tratti di grande realismo. Il volatile è rappresentato nell‟atto di distendere le ali per alzarsi in volo, con colori di tonalità

198


che vanno dal bianco al grigio al rosa. L‟animale afferra con le zampe un nastro flessuoso di color porpora, il quale compone nell‟aria, con alcune volute, il monogramma « M ». Il monogramma cela probabilmente il nome della famiglia proprietaria del sepolcro. Che si tratti addirittura dei Manlii, l‟antica Gens Manlia all‟origine del toponimo Magliana? L‟ipotesi è improbabile ma comunque suggestiva, perché in questo caso si tratterebbe della tomba zero dell‟intero territorio. Si tratta comunque di una famiglia benestante e ben in vista se, per evocarla ai contemporanei, era sufficiente citarne solo l‟iniziale. Sopra la nicchia del pater familias si trova il secondo affresco, il quale raffigura un pavone in movimento, a terra, con le ali ancora chiuse e la coda distesa. Sulla parete sinistra è presente una colomba già in volo che si abbevera in un vaso: infine un terzo affresco raffigura un‟anatra.

Il «drago» portuense

Sono

presenti

anche

tre

piccoli

affreschi

che

riproducono animali fantastici (due nella nicchia del pater familias; un terzo in una nicchia laterale), definiti nel linguaggio comune draghi. Si tratta più propriamente di cavalli marini - per metà serpenti marini e per metà cavalli - che gli archeologi chiamano con il nome di ippocampi. Il cavallo marino è un elemento

spesso

presente

nell‟iconografia

portuense, 199


raffigurato tra lâ€&#x;altro nella vicina porzione di necropoli di Vigna Pia. Negli ippocampi gli studiosi ravvisano una funzione apotropaica: essi hanno il compito di spaventare gli spiriti dellâ€&#x;oltretomba proteggendo cosĂŹ la tomba stessa da presenze indesiderate. Nella tomba sono infine presenti altre decorazioni minori. Esse riproducono un piattello offertoriale (una patera), graziose roselline rosse sbocciate (della varietĂ  campagnola, ben diverse da quelle che si trovano oggi dai fiorai!), una cesta con fiori, un candelabro, una maschera.

200


Tomba della Vaschetta

La Tomba della Vaschetta è un ambiente funerario di piccole dimensioni, in opus reticulatum e blocchetti, sul cui pavimento è intagliata una vasca rettangolare. Si tratta della quinta tomba del Drugstore in ordine di scoperta (Tomba E). La sua edificazione risale alla fine del I sec. d.C. La struttura muraria è parte in laterizi di tufo, parte in opus reticulatum. La presenza di vistosi interventi di rifacimento nei muri lascia supporre un utilizzo prolungato nel tempo. Nell‟ambiente si accede da una piccola scala di tufo. Internamente non presenta né intonaci né decorazioni. Gli archeologi non vi hanno rinvenuto né resti umani né corredi funerari. L‟ambiente ha quindi importanza assai modesta e la sua specificità risiede nella presenza di una vasca rettangolare, intagliata nel tufo ad una profondità di circa 40 cm. La sua funzione non è nota.

201


202


Tomba delle lesene

La Tomba delle lesene è una piccolissima camera funeraria della prima metà II sec. d.C., decorata all‟ingresso da due finte colonne, chiamate in architettura lesene. È la seconda delle tombe scoperte nel Drugstore, e per questo tra gli archeologi è chiamata Tomba B. La struttura è in parte scavata nel tufo, in parte costruita in muratura. L‟esterno

in

mattoni

rosso-arancio

presenta,

ai

lati

dell‟ingresso, due finte colonne scanalate (lesene), anch‟esse in laterizio. Le pareti laterali, con decorazioni floreali e geometriche, hanno una doppia nicchia per lato (ciascuna ospitava

un‟olla

cineraria).

Della

parete

di

fondo,

danneggiata, si conserva la sezione inferiore di una nicchia, nel cui foro, sigillato da un coperchietto, sono state trovate ceneri intatte. Si tratta dunque di una piccola tomba familiare. All‟esterno è stato rinvenuto un recinto funerario.

203


Il recinto funerario

Sul lato sinistro della Tomba B (rispetto all‟ingresso) è presente un recinto funerario della fine del I sec. d.C. I recinti sono dei giardinetti, per lo più rettangolari, destinati a contenere nella terra nuda le urne cinerarie dei servi. In origine i recinti sono delimitati agli angoli da quattro massi. Nel rettangolo ideale che essi disegnano, sono deposte olle, anforette e contenitori varia natura, con dentro le ceneri dei servi, partendo dagli angoli e occupando via via le porzioni centrali. Poiché la Tomba B è di epoca successiva al recinto, si può ipotizzare che essa sia stata ricavata riducendo l‟area originaria del recinto. In questa fase debbono essere stati edificati (o più probabilmente ricostruiti) i due muri di recinzione che gli archeologi chiamano Muro a e Muro b. Nel Muro a sono state individuate sette nicchie (di cui tre ancora integre e contenenti, ciascuna, due olle). Si può ipotizzare che le olle rinvenute al momento della costruzione della Tomba B riano state qui pietosamente traslate. Il Muro b, sul lato opposto, presenta varie fasi di rifacimento e una conformazione di più difficile lettura. Quando poco distante viene edificata anche la Tomba A, il rettangolo si chiude, e all‟interno viene deposto un nuovo strato di terra, potendo così ospitare nuove sepolture. I recinti, essendo destinati ad individui di umilissime condizioni, presentano spesso questa conformazione a strati

204


sovrapposti, e spesso caotici. Ăˆ stato rinvenuto, al centro del recinto, anche un pilastro in laterizio, che lascia supporre che il giardinetto, sia stato, in una fase tarda, dotato di un tetto e trasformato in una cemera funeraria per inumazione.

205


206


Tomba di Ambrosia

La Tomba di Ambrosia è una camera funeraria del II sec. d.C., che deve il nome popolare alla raffigurazione della ninfa Ambrosia, nel momento della sua morte cruenta. Per gli archeologi la tomba è denominata Tomba A, in quanto è la prima delle cinque tombe scoperte nel 1966 durante la costruzione del Drugstore Portuense. La struttura risale a metà del II sec. e subisce forti rimaneggiamenti alla fine del secolo. È interamente scavata nel tufo, con volta a botte. Da un gradino si accede all‟ambiente quadrangolare, intonacato in giallo e porpora, con un nicchione centrale e numerose nicchiette e loculi. Il pavimento in mosaico bianco e nero raffigura, tra scene di vendemmia, Licurgo ubriaco che, colto da folle frenesia, uccide la ninfa Ambrosia a colpi di scure: la ninfa ottiene dagli dèi di sopravvivere nella linfa delle viti, generando il rosso nettare del vino.

207


Una storia di famiglia

La tipologia costruttiva della Tomba A è quella del sepolcro familiare. Si tratta di un ambiente unico, di forma quadrangolare, con al centro nella parete di fondo il nicchione

rettangolare

destinato

alle

ceneri

del

pater

familias. Accanto e intorno (nelle pareti laterali), si trovano, disposte simmetricamente, le altre sepolture dei componenti dell‟unico nucleo familiare, discendenti o affini che fossero. Sono stati rinvenuti, in tutto, i resti di otto individui e ceneri di cremazione, ma non sono state trovate scritte che attestassero i nomi o le vicende familiari. Non sappiamo quindi se il pater familias era l‟effetivo capofamiglia, il capostipite o, come anche poteva accadere, un parente ricco, generoso finanziatore della camera funeraria. La grande nicchia rettangolare è sormontata da una calotta a forma di conchiglia, in stucco bianco. Al di sotto si trova un loculo, che ospitava due sepolture e ospitava due discendenti o affini importanti, morti un paio di generazioni dopo il pater familias. La decorazione pittorica della parete è assai ricca. La parte inferiore è organizzata per riquadri a fondo bianco, contornati con una fascia color porpora, in cui sono raffigurati policromi elementi geometrici e figurativi. La parte superiore è intonacata in colore giallo. Ai lati della nicchia centrale vi sono due figure volanti con scudo in stucco bianco. Le pareti laterali presentano in origine due file di 4

208


nicchie su per ciascun lato, destinate a contenere le urne cinerarie dei defunti. Nel II sec. d.C. succede tuttavia che l‟uso della cremazione dei defunti (incinerazione), tradizionale nella cultura romana, viene via via soppiantato dalla deposizione della salma integra (inumazione). Questo porta in genere, nei sepolcri di famiglia di questa fase storica, ad interventi di restauro nelle camere funerarie esistenti, per adattarle

al

passaggio

da

una

tipologia

all‟altra,

trasformando le nicchie per le urne cinerarie in loculi e arcosoli. Questo fenomeno ha interessato anche questo sepolcro. Nella parete di destra, particolarmente evidente è l‟ingrandimento della seconda nicchia da sinistra della fila inferiore, cui è stata aggiunta una copertura ad arco ribassato. I lavori di edificazione del Drugstore hanno danneggiato la prima e la seconda nicchia a destra della fila superiore e la prima nicchia di destra della fila inferiore. Nella parete di sinistra i lavori moderni sono stati ancora più invasivi, e i rifacimenti delle nicchie sono oggi difficilmente interpretabili. Si cercava in genere, nei sepolcri familiari, di mantenere una certa simmetria, per cui possiamo immaginare anche qui un doppio nicchiette,

tagliate

poi

per

ricavarvi

altri

filare loculi

di per

l‟inumazione. Si nota inoltre lo scavo, alla base, di un loculo aggiuntivo. Poco o nulla rimane della parete d‟ingresso. Il pavimento è decorato in mosaico bianco e nero e si conserva integro, con la sola eccezione di una fossa intagliata sul lato destro, realizzata quando i loculi alle 209


pareti erano ormai tutti occupati. Nella fossa è stata rinvenuta una moneta di Caronte raffigurante l‟imperatore Clodio Albino, il cui breve regno ci permette di datare la sepoltura nell‟anno 196 d.C. Questa fu probabilmente l‟ultima sepoltura della tomba.

Ninfa Ambrosia: vino, sangue, oblìo

Il mosaico pavimentale propone una rappresentazione dionisiaca - una terribile scena di stupro e morte -, nella quale, tra immaginette di lavori per la vendemmia, compare centralmente il tristo personaggio di Licurgo. Vuole la tradizione che Licurgo, inebriato durante la vendemmia fino a perdere il lume della ragione, abbia assalito la ninfa Ambrosia, intenzionato a violarla. Alla resistenza della ninfa, Licurgo brandisce una scure bipenne, infierendo sul suo corpo: perché se la ninfa non può essere sua, costei non sarà di nessun altro. La ninfa invoca gli dèi affinché le concedano la salvezza, o per lo meno cancellino, nell‟Aldilà, il ricordo della brutalità dell‟assalto.

La

sua

richiesta

viene esaudita

all‟istante e la ninfa sfugge al carnefice trasformandosi in un tralcio di vite. Da allora Ambrosia vive all‟interno di ogni vite, e accompagna chi beve il rosso nettare che la vite genera, concedendogli il potere di dimenticare, insieme a lei, il male della vita. La raffigurazione musiva rappresenta il momento più 210


drammatico del mito, quello in cui Licurgo si avventa sulla ninfa scagliandole contro colpi di scure. La ninfa appare già trasformata in un ramo di vite. Il mosaico è contornato, ai lati, da una fascia decorativa composta di tralci di vite intrecciati. Ai quattro angoli sono raffigurati quattro kantaron (grandi vasi), dai quali si originano i rami. Al centro di ogni lato si distinguono quattro figurette maschili, che rappresentano ognuna una diversa fase della vendemmia.

Il sincretismo religioso

Questo tipo di decorazione a tema dionisiaco non connota necessariamente il capofamiglia come un seguace del dio Bacco. Al contrario, testimonia la moda dell‟epoca (il c.d. sincretismo religioso), in cui la religione romana classica convive con i culti emergenti di provenienza straniera, sapendone cogliere e integrare gli aspetti mancanti nella religiosità tradizionale (in questo caso: il superamento e l‟elaborazione del dolore ingiusto). Dopo la conquista della Grecia e del Vicino Oriente, Roma si apre con benevolenza ad un sistema religioso complesso, in cui le fedi dei vinti e dei vincitori convivono e si permeano a vicenda: tre tipologie di culti - quelli romani arcaici

(detti

indigeni),

quelli

tradizionali

(il

pantheon

classico) e importati (detti esotici) - trovano l‟elemento di coesione

e

rispetto

nel

comune

riconoscimento

della 211


auctoritas dell‟Imperatore. Una quarta tipologia di culto è costituita dai culti tradizionali greci, che vengono assimilati direttamente nel pantheon romano. Così Poseidon è la declinazione greca di Nettuno, ed è per i naviganti di entrambe le culture l‟indiscusso signore dei mari, il comune destinatario delle loro preghiere. Allo stesso modo Zeus-Giove è per tutti il padre degli dèi; Athena-Minerva è l‟immagine universale della sapienza, ecc. In alcuni casi l‟assimilazione è imperfetta (Dioniso greco ha tratti completamente diversi dal Bacco romano), e in altri casi ancora l‟assimilazione è impossibile, come per le divinità lunari Diana e Selene, che rimangono distinte. Le simpatie verso una religione non escludevano l‟appartenenza all‟altra (e spesso i culti si contaminavano, rendendo i confini incerti). Le nuove religioni, fin tanto che non sconfinavano in violazioni delle leggi dello Stato Romano, erano per lo più tollerate.

212


Tomba di Epinico

Si ha notizia, poco distante dalla tomba dell‟airone su via Ravizza, di una seconda tomba, chiamata Tomba 2 o Ipogeo di Epinico o Ipogeo di Epinico e Primitiba. Essa prende il nome dal proprietario del sepolcro e dalla sue consorte. In essa è stato rinvenuto un mosaico di buona

fattura,

sembrerebbe,

recante

dalle

un‟epigrafe.

scarne

Tale

informazioni

sepolcro disponibili,

accessibile solamente agli studiosi, per via di un percorso di ingresso non agevole e di una certa fragilità della struttura. Come la tomba dell‟airone tale tomba si è salvata dalla colata di cemento che ha investito l‟area perché si trova non all‟interno di una proprietà privata, ma al di sotto di una strada

pubblica:

via

Ravizza

per

l‟appunto.

Maggiori

informazioni, purtroppo, non sono disponibili. La cura della tomba è in carico alla Soprintendenza Archeologica di Roma.

213


214


Tomba di Petronia Moena Giovagnoli

La Tomba di Petronia è l‟edificio funerario di maggior pregio tra quelli emersi nel 1996, durante la posa di cavi elettrici sulla Via Portuense. La tomba presenta un pavimento a mosaico a tessere bianche e nere, con decorazioni ad arabesco. L‟iscrizione, consacrata agli Dei Mani, è dedicata dai genitori alla defunta figlia Petronia. Le altre tombe sono tutte disposte in fila, lungo l‟asse del vicino Tratto di Via Campana. Le tecniche costruttive sono le più varie. Si tratta di strutture in elevazione, con murature in mattoni e opus reticulatum; i pavimenti sono in opus spicatum e talvolta a mosaico; le decorazioni interne sono su intonaci dipinti a fresco o con stucchi.

Gli

usi

funerari

sono

misti, con

prevalenza

dell‟incinerazione (si hanno nicchie, talvolta a colombario, ed esternamente si hanno dei recinti per le ceneri dei servi).

215


Lo scavo del 1996

Nel 1996, durante saggi di scavo per la posa di cavi dell‟alta tensione, emergono sulla Via Portuense in località Pozzo Pantaleo dei resti di edifici funerari romani. Si tratta di una serie allineata di tombe a camera, le cui celle sono ordinate secondo l‟asse del vicino tratto di Via Campana, individuato e scavato fra il 1983 e il 1989. Le celle sono variamente delimitate da muri in opera mista, reticolata e laterizia, con pareti ornate con stucchi e intonaci dipinti. Talvolta sulle pareti si aprono le nicchiette di colombari (dove venivano deposte le urne funerarie) o dei recinti (piccoli spazi chiusi per la deposizione delle ollette con le ceneri dei defunti più poveri). Le pavimentazioni sono in opus spicatum (a listelli alternati, a comporre il disegno di spighe) e talvolta musivum (a mosaico). Tra di esse la tomba più interessante è quella detta di Petronia. Il mosaico del pavimento presenta uno schema decorativo ad arabesco vegetale e animale, in tessere nere su fondo bianco. L‟iscrizione funeraria - studiata da Tomei nel 2006 - è in tessere di pasta vitrea, inserite nell‟ordito. Essa porta una dedica con consacrazione ai Mani, le divinità dell‟Oltretomba, offerta dai genitori per la defunta figlia Petronia. Tali ritrovamenti, in posizione esterna al terreno ex Purfina, dove erano già avvenuti significativi ritrovamenti archeologici, rafforzano l‟ipotesi che la superficie della

216


necropoli si estenda ben al di lĂ  dellâ€&#x;area oggetto di indagini.

217


218


Torre Cocchi

Abstract non disponibile.

219


220


Torre del Giudizio

La Torre del Giudizio è una torre medievale, situata in via Teodora, tra via della Magliana e il fiume Tevere. Essa poggia su un preesistente manufatto romano un sepolcro circolare, probabilmente del I sec. d.C. - nelle vicinanze

dellâ€&#x;insediamento

portuale

fluviale

di

Vicus

Alexandri. Lâ€&#x;elevazione della torre, su pianta quadrata, risale verosimilmente al Milleduecento. Oltre alla tradizionale funzione di vedetta, la torre ha avuto a lungo anche quella di dogana. La torre - insieme ad una seconda torre, situata sulla riva opposta - regolava la circolazione mercantile lungo il fiume. Una pesante catena, tesa tra le due vedette, apriva o ostruiva il passaggio come un moderno passaggio a livello, imponendo il dazio a quanti dal mare volessero raggiungere Roma o viceversa. Da ciò deriverebbe il toponimo di Doi torre (Due torri), sebbene le interpretazioni non siano unanimi. 221


La torre si trova su terreno demaniale e, per quanto noto, è occupata abusivamente da un privato. È stata oggetto di studi delle Belle arti (1997) e dalla Soprintendenza archeologica (2004) ed è in attesa del vincolo di interesse storico-artistico

come

“caratteristica

difensiva dell‟Agro Romano verso il mare”.

222

dell‟organizzazione


Torre di Rogers

Abstract non disponibile.

223


224


Torre Righetti

Torre Righetti è un casino di caccia, situato in posizione

panoramica

sulla

sommità

della

collina

di

Montecucco. La sua edificazione è attribuita al banchiere Righetti. Torre Righetti è un casino di caccia del 1825, di cui rimangono il corpo centrale in laterizio e il basamento circolare in pietra. Aveva forma di un tempietto circolare, secondo la moda neoclassica del Valadier. Sul tamburo centrale si innalzava una cupola, e intorno correva un giro di colonne. I quattro finestroni allineati coi punti cardinali davano luce agli ambienti sotterranei,

destinati alla

convivialità

dopo

le battute

venatorie e alla cottura della selvaggina in un ampio camino. La porta ovest aveva una doppia rampa; quella est un timpano. Una seconda iscrizione ancora in loco racconta con 225


orgoglio l‟edificazione del sito, voluto dal banchiere Righetti: “Fui luogo ignoto e inospito. E s‟or rallegro e incanto ha di Righetti il vanto, l‟arte, l‟ingegno e l‟or”. Una lastra in marmo oggi scomparsa recitava: “Ogni molesta cura, ogni timor qui tace. Qui fero arte e natura, tranquillo asil di pace”. Il basamento aveva precedentemente funzione di cisterna, per la vicina casa signorile del 1607. La presenza di ambienti ipogei lascia supporre una frequentazione in epoca più antica. Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970746A, Banchini R. - cat. Peixoto J.R.). Il malinconico rudere in primo piano è la Torre Righetti, che le ingiurie del tempo hanno menomato fino a renderla irriconoscibile nelle forme originarie. Torniamo con la fantasia indietro al 1825, anno di edificazione: restituiamo al tamburo centrale la sua cupola; rimettiamo al suo posto, sul basamento circolare, il giro di colonne; vedremo ad un tratto la torre tornare ad essere quello che era: un tempietto circolare secondo la moda neoclassica del Valadier, un villino di delizia per la convialità dopo le battute venatorie! Questo era, in origine, la casina di Righetti! Un‟epigrafe racconta la sua storia: “Fui luogo ignoto e inospito / E s‟or rallegro e incanto / Ha di Righetti il vanto /

226


L‟arte, l‟ingegno e l‟or”. Cioè: ero un luogo solitario e persino pericoloso. Se tu, visitatore, trovi qui il ristoro, sappi che l‟idea, la costanza e i denari pe farlo provengono da Righetti”. Righetti era una specie di banchiere, un prestasoldi ingegnoso, dallo spirito brillante, nonostante le origini popolane. Righetti sposa una figlia del ramo cadetto degli Orsini. Con la scarsissima dote acquisisce tuttavia quello che ancora gli manca: una storia da continuare e una terra, povera ma permeabile a progetti e sogni venuti da fuori, capace per necessità di accoglierli e farli parte di sé. È questo “l‟oro” che Righetti ha trovato alla Magliana.

Uccellacci uccellini

Nel maggio 1965 Pier Paolo Pasolini scrive tre soggetti (Falchi e passeri, Il Corvo, L‟aquila) che nell‟autunno dello stesso anno si fondono nel lungometraggio Uccellacci e uccellini (85 minuti, bianco/nero), girato nelle location romane di Montecucco, Torre Righetti, Villa Kock, Monte delle Capre e Piana di Affogalasino. I protagonisti sono Totò (descritto in sceneggiatura come “un uomo tosto e fantasioso”) e Ninetto Davoli (suo figlio, “un po‟ stupidello e tutto riso”). Essi attraversano le campagne portuensi diretti ad un casolare di loro proprietà, per sfrattare una famiglia contadina morosa con l‟affitto. Lungo il cammino ai due (che rappresentano il popolo minuto, ingenuo ed estraneo alla Storia) si unisce un corvo 227


parlante,

un

“compagno

irrichiesto”

dai

tratti

dell‟intellettuale di sinistra, reso fragile e inquieto dalla crisi ideologica

del marxismo

tradizionale. In sceneggiatura

Pasolini abbozza il Corvo con poche nitide parole: “un marxista non disposto a credere che il marxismo sia finito”. E già allora il regista commentava: “Mai ho scelto un soggetto così difficile”. La piccola compagnìa procede ascoltando le storie petulanti del corvo (doppiato da Francesco Leonetti). Una di esse, ambientata nel Medioevo, assume un significato speciale. Si tratta del racconto di due fraticelli (Fra‟ Ciccillo e Fra‟ Ninetto, interpretati ancora da Totò e Ninetto) che ricevono da Frate Francesco da Assisi il compito di evangelizzare gli uccelli. I due annunciano la Lieta Novella ai falchi, e poi ai passeretti, ma quando le due specie si incontrano i primi predano inevitabilmente i secondi. La metafora dell‟incomunicabilità tra le classi sociali (la classe degli uccellacci predatori, cioè la borghesia, e la classe degli uccellini predati, cioè il proletariato) è evidente. Quando i due fraticelli si presentano scoraggiati a Francesco, il sant‟Uomo risponde loro nell‟unico modo possibile: “Tornate e ricominciate da capo”. Dopo questo flash Totò e Ninetto indossano di volta in volta le piume degli uccellacci o degli uccellini: sono falchi quando giunti al Villa Kock sfrattano la famiglia contadina, in condizioni di grandissima miseria, non in grado di pagare l‟affitto; e passeretti quando un ricco creditore (L‟Ingegnere) li fa assalire dai cani per non aver onorato un debito.

228


L‟incontro con una prostituta (Luna, interpretata da Femi Benussi), con dei saltimbanchi, il suicidio di due amanti (episodio girato a Monte delle Capre) e infine i funerali di Palmiro Togliatti, segnano per Totò e Ninetto le tappe verso l‟incontro con la Storia. Fondamentale è la sequenza girata a Torre Righetti, in cui il paesaggio lunare di Montecucco si apre improvvisamente sulla skyline dell‟EUR, simbolo della modernità che non si può non vedere. Vi sono anche degli episodi grotteschi, come il convegno dei Dentisti dantisti, l‟inseguimento di un autobus in corsa (girato a via Porzio di fronte alla Scuola Collodi in costruzione) e quello della contadina che difende, fucile in pugno, il suo terreno dall‟intrusione di Totò e Ninetto, costringendoli ad una rocambolesca fuga (girato alla Piana di Affogalasino). Ma a questo punto il film evolve già verso una piega tragica, e la fine del corvo è prossima. L‟animale parlante ha esaurito il suo ruolo di guida, e il suo gracchiare si fa insopportabile. Spinti dai morsi della fame, Totò e Ninetto gli tirano il collo senza troppi complimenti, improvvisando un banchetto ristoratore. è questo - secondo un Pasolini tragicamente profetico - il compito più alto del poeta: “morire per nutrire il popolo”. L‟assassinio rituale finisce così per indicare nella tolleranza fra le classi e nell‟ascolto della parola dei poeti la via per uscire dal caos sociale. “Continuate - confida idealmente Pasolini - a predicare ad uccellacci ed uccellini”. Il richiamo al sincretismo (convergenza di valori tra 229


marxismo tradizionale e francescanesimo) suscitò consensi, ma soprattutto critiche. Gli insuccessi di botteghino non impedirono al regista di essere orgoglioso del suo lavoro: “L‟ho amato, e continuo ad amarlo di più”, scrisse. “Non ho mai messo al mondo un film così disarmato, fragile, delicato”.

Il Corvo di Montecucco

Abstract non disponibile.

230


Tratto di Via Campana #1 Moena Giovagnoli

Nel terreno ex Purfina di Pozzo Pantaleo è visibile un tratto di strada romana basolata, identificato come parte della Via Portuense-Campana. Nel 1983 i sondaggi per la realizzazione di una centrale operativa ACEA in località Pozzo Pantaleo rilevano la presenza di resti del tracciato stradale. La successiva campagna di scavi della Soprintendenza Archeologica di Roma, protratta fino al 1989, porta alla luce una porzione lunga circa 50 metri e larga 6, pavimentata con basali (pietre di lava leucitica di forma poligonale). Secondo alcuni studiosi il tratto non è propriamente da identificarsi non con l‟antica Via Campana, ma con un suo diverticolo, cioè una diramazione di servizio, forse a congiunzione tra la Campana e la Portuense.

231


232


Tratto di Via Campana #2

Il Tratto di Via Campana al km 17,500 della moderna Via Portuense è un viadotto sopraelevato sorretto da ponti di pietra, costruito con tecniche simili a quelle degli acquedotti. Al momento della scoperta, nel 1996, viene scambiato per una condotta idrica, anche perché la carreggiata era ormai

spoglia

dei

basoli.

Gli

scavi

del

2001

e

gli

approfondimenti della Tuccimei (2008) ne hanno invece permesso la corretta interpretazione: si tratta di una sopraelevazione realizzata al tempo di Traiano (I sec. d.C.), con cui la strada supera una palude idrotermale, interessata da continue fuoriuscite di fanghi, vapori e gas, talvolta tossici. Lo strato arcaico è stato datato con il metodo del carbonio e risale all‟anno 643 a.C. Gli archeologi hanno individuato, poco distante, anche una necropoli e un impianto rurale.

233


La palude, un varco per l’Inferno

L‟area di scavo si trova in località Fiera di Roma, ad una quota di piano di campagna fra +2 e +5 m s.l.m., che ha oggi l‟aspetto uniforme della pianura di bonifica realizzata sotto il fascismo. Non era così, però, nell‟antichità. Lo strato di bonifica sovrasta completamente le strutture archeologiche: si compone di terra di aratura, terra di riporto e di un fondo limoso-argilloso di colore grigiastro portato da un‟alluvione recente, probabilmente quella del 1915. Al di sotto troviamo uno strato di argilla compatta blunerastra su cui scorre la falda superficiale, insieme a sedimenti alluvionali del paleosuolo preromano: è in questo strato che si trova la Via Campana. Ancora più sotto, però, troviamo uno strato profondo che i geologi chiamano Fondovalle tiberino, cioè quello stretto e profondo canyon, scavato subito dopo l‟ultima glaciazione dal fiume Tevere, che scende giù in profondità fino a 60-70 m sotto il livello del mare. Il Fondovalle tiberino (chiamato anche paleo-alveo) non coincide con l‟alveo attuale del fiume (che scorre alcune centinaia di metri più a sud, ed è molto meno inciso) e si compone di sedimenti olocenici di notevole spessore, e, solo nella parte superiore presenta gli elementi della pianura costiera recente della Campagna Romana con depositi marini, dunari, lagunari ed alluvionali dell‟Olocene. La caratteristica di questo strato profondo, seppur spesso, è di non essere del tutto impermeabile e di costituire

234


all‟occorrenza una valvola di sfogo per le espulsioni di acque, fanghi, vapori e gas termali delle c.d. attività finali del Vulcano dei Colli Albani. Nel Lazio si conoscono altri punti come questo: le Acque Albule, Cava dei Selci, l‟Acqua Acetosa Laurentina, Ardea, la Zolforata di Pomezia e Tor Caldara di Lavinio. In epoca romana dunque il suolo doveva quindi offrire uno scenario ben diverso dall‟attuale, dai caratteri luciferini: sbuffi di gas e acque mineralizzate, pozze di acque bullicanti spesso a elevate temperature, circondate da croste calcaree, patine ferruginose e depositi di minerali sulfurei e cristalli di gesso. La superficie pianeggiante si apriva in improvvise depressioni coniche profonde alcuni metri e larghe una decina, che rappresentavano i camini di fuoriuscita dei materiali idrotermali. Gli archeologi, in questo tratto di scavo, ne hanno individuate ben 10, distanti tra loro variabilmente tra i 30 e i 100 metri. Tutta l‟area comunque doveva apparire butterata di continui saliscendi, ed apparire avvolta di una nebbia irreale, che in occasione di fenomeni particolarmente intensi, doveva avere livelli di tossicità elevati, tali da uccidere a volte gli animali in transito. Una descrizione

di

questo

luogo

paludoso

interessato

da

fenomeni di risorgive tossiche, sembrerebbe esservi in Vitruvio (3, 3, 17): «[In] Via Campana […] est lucus in quo fons

oritur;

ibique

serpentium ossia

avium iacentia

et lacertarum apparent».

Ma

reliquarumque l‟iscrizione

è

abbastanza controversa. È facile comunque immaginare che i Romani, e prima

235


di loro Etruschi ed Italici, abbiano attribuito alla palude idrotermale caratteri di luogo maledetto, raffigurandolo come un naturale punto di comunicazione fra il mondo degli Inferi e quello dei vivi, e per questo da evitare, o da oltrepassare in fretta se proprio non si poteva evitare. La studiosa Serlorenzi ha ipotizzato che la Via Campana arcaica finisse grossomodo qui, a due passi dal mare, senza raggiungerlo. Come detto, gli uomini non dovevano recarvisi con piacere, e si poteva incontrare qui solamente la comunità abbrutita dei cavatori di sale. A loro servizio dovevano esservi un sistema di passarelle sorrette da pali, o forse più in là nel tempo un sistema di ponti in legno. I

resti emersi

durante lo scavo non risalgono

comunque alla fase arcaica della Via Campana, ma ai rifacimenti in pietra di Epoca traianea (fine I sec. - inizio II sec.

d.C.),

a

loro

volta

sovrapposti

agli

interventi

dell‟Imperatore Claudio di mezzo secolo precedenti. In questo settore l‟antica Via si sviluppa da N-E a S-O, con un tracciato e una direzione diversi dalla Via Portuense moderna (che segue un asse da E a O). L‟angolo tra le due vie è di circa 35° (il punto di incidenza tra le due arterie è al km 17,500 della Portuense moderna). Questo aspetto ha messo in crisi il luogo comune che vuole il percorso antico, se

non proprio sovrapposto,

quantomeno

parallelo

al

percorso moderno. L‟area viene individuata nel 1996 e a fine decennio e nel 2005 vengono effettuate delle prospezioni archeologiche 236


in trincea, che permettono agli archeologi di risalire fino al paleosuolo naturale ferruginoso. Da segnalare che nel corso degli

scavi

archeologici

l‟attività

delle

risorgive,

lungi

dall‟essere storicamente conclusa, è riemersa, con una polla di forma conica profonda mezzo metro, che ha provocato la fuoriuscita di acqua mista a anidride carbonica (con circa il 25% di CO2): del resto fuoriuscite occasionali di acque mineralizzate sono effettivamente state segnalate in zona.

I 13 ponti

L‟asse viario antico è costruito in elevato, come un moderno viadotto, sorretto da una sequenza di ponti. Il viadotto è sostruito da due muri di contenimento laterali in materiale cementizio, con paramento in opera reticolata con cubilia di tufo, in alcuni casi di diverso colore. I muri di contenimento sono muniti di contrafforti esterni, posti a circa 4,50 metri di distanza l‟uno dall‟altro. L‟impalcato stradale misura 5,30 metri. Uno dei motivi per cui il viadotto è stato in un primo tempo confuso con un acquedotto è che la sede stradale ha subito, probabilmente in epoca medievale, una spoliazione della originaria pavimentazione in basoli di selce, per cui, della pavimentazione rimangono solo i livelli di preparazione (strati di terra alternati a strati di ghiaia). Il tracciato interseca in una decina di punti le depressioni idrotermali del paleosuolo. In corrispondenza 237


delle depressioni la Via adotta la soluzione ingegneristica del ponte, a campata unica, oppure a doppio fornice con pilone centrale. Ne sono stati complessivamente individuati 13. I

ponti

hanno

spalle

in

calcestruzzo,

rivestite

internamente da blocchi di tufo. Al di sopra dei blocchi si imposta una volta a botte munita di costolature laterizie di rinforzo. La volta è rifinita in facciata da archi con ghiere, anch‟esse in laterizio, di cui rimangono i resti delle reni. Tra i ponti, quello di maggiori dimensioni è il n. 9, che supera ben due polle idrotermali ravvicinate. La struttura presenta una tecnica costruttiva differente dagli altri ponti, con fondazioni realizzate in cassaforma (con ancora visibili le impronte di tavoloni verticali in legno), con una gettata di conglomerato cementizio con caementa legati da malta pozzolanica. Sul Ponte n. 9 sono ben visibili i segni di numerosi interventi di restauro (tanto da non consentire agli archeologi di ricostruirne la fisionomia originaria): ciò indica che l‟attività delle due polle idrotermali doveva essere particolarmente intensa. L‟ipotesi è che comunque il Ponte n. 9 avesse due condotti laterali ed una pila centrale in struttura piena, forse alleggerita da un occhione. I restauri sul Ponte n. 9 debbono essere andati avanti per tutta l‟epoca classica, e anche in epoca tarda deve essersi proceduto ad interventi più grossolani, nel tentativo di riempire le polle o di aggirarle con deviazioni del tracciato. Gli archeologi hanno in effetti riscontrato maldestri tentativi di riempimento con di materiali inerti e la presenza di pianciti (viottoli di aggiramento in pezzame di tufo). 238


La datazione al carbonio

Le opere di fondazione del Ponte n. 9, per la supposta virulenza delle due polle contigue che le investono, sono state scavate in profondità, al fine di rilevare la stratigrafia dei depositi carbonatici e permettere, con il supporto dei geologi, la datazione al carbonio. I rilievi hanno individuato quattro diversi livelli di incrostazioni

minerali:

uno

più

antico

(tagliato

dalle

strutture di fondazione, quindi anteriore ad esse), un secondo e un terzo coevi all‟utilizzo della strada (uno inferiore relativo alle prime fasi di utilizzo, e uno superiore più tardo), e infine un quarto (successivo all‟abbandono del tracciato, in Epoca rinascimentale). È stato costituito un pool multidiciplinare di studiosi (Paola

Tuccimei,

Michele

Soligo,

Antonia

Amoldus-

Huyzendveld, Cinzia Morelli, Andrea Carbonara, Marilena Tedeschi, Guido Giordano), cui è stato affidato il compito di indagare i sedimenti e datare al carbonio il 2° e il 3° livello (cioè i due contemporanei all‟utilizzo della strada). Sono stati quindi prelevati dei campioni, ed inviati al Laboratorio di Geologia Isotopica dell’Università di Berna in Svizzera, dove sono stati analizzati con il metodo detto U/Th (frazionamento degli isotopi di uranio e torio). I campioni sono stati macinati, lavati, messi in soluzione con spike contenente isotopi di uranio e torio e di seguito sono stati calcolati i c.d.

239


rapporti di attività. L‟analisi spettrometrica ha così dato il suo responso. Lo strato n. 2, il più antico, ha un‟età media di 2650 anni e risalirebbe all‟anno 643 a.C. (si ricordi comunque che la datazione al carbonio presenta un margine di errore di ±250 anni). In quell‟anno dunque la Via Campana già esisteva. Lo strato n. 3, il più recente, ha un‟età media di 1025 anni e risalirebbe all‟anno 982 d.C.: nella fase più buia del Medioevo la Via Portuense-Campana era ancora affiorante in superficie, non ancora sommersa dai detriti alluvionali.

240


Tratto di Via Campana #3

Il 3° tratto di Via Campana archeologicamente noto si trova sulla destra della Via Portuense moderna, al km 17,500 in località Torre della Bufalora (Fiera di Roma). L‟opera - riportata in luce nel 2001 per 130 m attraversa tutte le fasi della lunga vita della strada (dal periodo

arcaico

all‟edificazione

medievale

della

torre

semaforica), replicando la forma del viadotto su ponti già visto nel 2° tratto. In questo punto, lo ricordiamo, si trova una faglia idrotermale, che gli abili costruttori romani superarono elevando la strada su arcate. L‟importanza dello scavo risiede però nel rinvenimento eccezionale di una fossa, sorta di altare-deposito sotterraneo dedicato al genius loci, Nettuno, ninfe e demoni. La presenza di una tibia umana ha riaperto un antico dibattito: si praticavano sacrifici umani a Roma in occasione della costruzione di ponti?

241


La fossa di fondazione

Lo scavo viene condotto tra il 2000 e il 2001, a seguito di sondaggi per la costruzione di alcuni padiglioni della Fiera di Roma e del locale stadio. L‟indagine - diretta da Mirella Serlorenzi, con G. Ricci e A. De Tommasi - porta alla luce un tratto di viadotto sorretto da ponti ad arco, della lunghezza di 130 metri, con cui l‟antica Via Portuensis prosegue il difficile attraversamento della faglia idrotermale al km 17,500. Lo scavo è stato svolto in tre sezioni. Il Saggio A ha indagato un ponte (Ponte n. 1), interrotto non appena ci si è resi conto che il ponte era uguale ad altri 12 ponti del 2° tratto. Lo stesso è avvenuto per il Saggio B, dove i ponti trovati sono stati ben 2 (Ponte n. 2 e Ponte n. 3). Di particolare importanza si è invece rivelato il Saggio C, condotto a maggiore profondità fino a raggiungere la viabilità di Epoca medio-repubblicana, databile tra fine IV e inizi III sec. a.C. In esso è stato rinvenuto un deposito di materiali, identificato come una fossa di fondazione, contenente al suo interno i resti del sacrificio di espiazione per la costruzione dell‟opera, offerti in dono alle divinitù. Più precisamente, il deposito è costituito da due fosse sovrapposte: la prima misura 2,60 × 7,80 m (profondità 30 cm); la seconda 2,00 × 6,35 m (profondità 11 cm). Gli

242

oggetti

ritrovati

(tutti

coerenti

per

fascia


cronologica: fine IV - primo trentennio del III sec. a.C.) sono: frammenti di uno strumentario di oggetti ceramici per la libagione e il banchetto; piattelli, coppette miniaturistiche e bruciaincensi per le offerte votive; una moneta; una conchiglia; un chiodo; un osso umano. Ciascuno di essi, come si vedrà, ha un significato rituale preciso. Lo strumentario è assai ricco e completo: un mortaio da cucina (per triturare i cibi), un bacile (per contenere i cibi non ancora cucinati), pentole e coperchi (per la bollitura), brocche, anfore, skyphos e coppe (per la mescita di acqua e vino). Lo strumentario votivo si compone di piattelli ceramici (Ø cm 14) di tipo Genucilia a figure rosse, coppette miniaturistiche in ceramica a vernice rossa o nera, alcune delle quali a forma di thymiaterion (bruciatore di essenze). La conchiglia (concha) è una conchiglia di mare (Cerastoderma glaucum). Il chiodo (con borchietta) è in ferro. La moneta è un bronzo romano-campano (serie RRC 16 databile tra il 300 e il 270 a.C.). Infine, l‟osso umano è una tibia di un maschio adulto, con epifisi incomplete, cioè priva dei rigonfiamenti alle due estremità. Gli archeologi sanno che scavare le fondamenta è estremamente

difficile.

Perché

allora

come

oggi

nelle

fondazioni si gettava di tutto e di più, senza andare molto per il sottile con la qualità dei materiali, preoccupandosi più che altro di riempire in fretta, prima che qualche spiritello approfittasse del solco aperto nella terra per evadere dall‟Oltretomba. Per lo più quindi, gli archeologi ritrovano nelle fondamenta materiali eterogenei e ripetitivi, delle

243


epoche più disparate, di modestissimo valore. Nello scavo sulla Via Campana siamo invece di fronte a fondamenta pulite, dove sono stati rinvenuti uno scarso numero dei reperti, concentrati nella sola fossa. La natura estremamente selezionata dei reperti (un unico esemplare per ogni tipo) ha permesso di interpretare la deposizione come volontaria. E ha aperto il dibattito sul suo significato, lasciando il campo agli antropologi e agli studiosi della primitiva religiosità romana.

Il rituale della Via Campana

Uno studio di Tuccimei (2007) mette in luce le precarie condizioni idrogeologiche del terreno al km 17,500: 60-70 m più sotto c‟è la faglia del Fondovalle tiberino, da cui affiorano, a cadenze periodiche, fanghi, vapori e gas. La studiosa ne conclude però che costruire una strada in una palude interessata da fenomeni di termalismo, per quei profondi conoscitori dell‟arte delle strade che sono i Romani, non è affatto un tabù sul piano tecnico: la soluzione del viadotto

rettilineo

poggiato

su

ponti

in

pietra

è

anzi

convincente sul piano ingegneristico e garantisce un‟opera durevole nel tempo. Ma la situazione è ben diversa se si passa dalla geologia all‟antropologia. Quasi a proseguire lo studio della Tuccimei, la Serlorenzi rileva che i tabù infranti sono molti. Un primo tabù è la costruzione di un ponte: secondo la

244


religio romana unire ciò che la natura ha separato è un atto molto delicato, che sovverte l‟ordine naturale e, arrecando un‟offesa agli spiriti del luogo, richiede un atto di espiazione. Un secondo tabù è che il ponte non unisce lembi di terra asciutta, ma attraversava un acquitrino salmastro, rendendo necessario anche riconciliarsi con Nettuno, nume tutelare delle Saline. Un terzo tabù è che nell‟acquitrino ci sono delle sorgenti: chiudere le polle o imbrigliarle tra piloni e casseforme, richiede di confrontarsi anche con le capricciose Ninfe, divinità delle fonti. Infine, un quarto tabù è la presenza di acque bullicanti, che, generate dalle profondità dell‟Ade, avvertono circa la presenza di un pericoloso corridoio fra mondo dei vivi e mondo dei morti, da cui è lecito aspettarsi la fuoriuscita di demoni e iatture. La Serlorenzi ne conclude che costruire non un ponte solo,

ma

consacrate, problema

una

sequenza di ponti,

sorgive e per

la

maledette

comunità,

è

che

su

acque

davvero entra

insieme

un grosso in

conflitto

contemporaneamente con quattro ordini di divinità del pantheon arcaico: genius loci, Nettuno, Nymphae e demoni. Per risolverlo, secondo la studiosa, è stato svolto lungo la Via Campana uno straordinario rito di espiazione, un super-rito che unisce i caratteri dei riti riservati alle singole divinità. Il cerimoniale, secondo la studiosa, si è svolto in giornate diverse, seguendo una unica regia coordinata da un pontefice: una prima volta in forma solenne ad inizio delle opere per la purificazione del suolo, per poi essere ripetuto in forma ridotta per ciascun ponte da costruire. Il servizio

245


ceramico utilizzato per la prima volta, al termine dev‟essere stato frantumato e conservato in frammenti selezionati dal pontefice, incaricato di ricomporlo per parti in ciascun ponte (pars pro toto). L‟ipotesi è che un così complesso cerimoniale, capace di scomodare così tante divinità insieme, e per un così grande numero di volte, non poteva non lasciare un segno permanente nel terreno. Soccorre qui Varrone, che spiega che i segni nel terreno possono essere di tre tipi: altari se si scomodano divinità celesti, are per quelle della terra, e fosse per le divinità del sottostuolo: «Altaria ab altitudine sunt dicta, quod antiqui diis superis in aedificiis a terra exaltatis sacra faciebant; diis terrestribus in terra; diis infernalibus in effossa terra». Dei quattro destinatari del cerimoniale, due (Ninfe e demoni) hanno sicuramente un carattere ctonio, e Nettuno e genius loci debbono averli seguiti per attrazione. Come

dicevamo,

l‟eccezionalità

di

questa

indagine

archeologica è che la fossa di fondazione, contenente doni per le divinità del sottosuolo, sembrerebbe essere stata trovata.

Sacrifici umani per costruire ponti?

Alla base della religio romana vi è la pax deorum, ovvero il patto di rispetto reciproco tra uomini e dèi che permette a entrambi di godere di esistenze serene: chi vive in pace con gli dèi ne riceve benevolo sostegno; chi muove

246


guerra agli dèi – e mal gliene incorra! – è ripagato con rappresaglie, vendette, e distruzioni. Tra le azioni che rompono il patto con gli dèi vi sono tutte quelle che alterano l‟integrità naturale, come ad esempio la costruzione di «opera» (case, templi, città, ecc.), considerati una violenza nei confronti degli spiriti del luogo, un‟invasione ingiusta. Anche la costruzione di strade rientra tra

le

opere

invasive

dell‟equilibrio

naturale.

Ma

l‟infrastruttura oltraggiosa per eccellenza è il ponte, per la sua caratteristica di unire ciò che è naturalmente separato. Secondo la religio romana l‟atto costruttivo deve essere prontamente riparato con un atto di espiazione (piacula operis faciundi), cioè un rito di purificazione seguito da un sacrificio, che assicura in maniera retroattiva l‟assenso degli spiriti del luogo, e ne scongiura la vendetta. In particolare, i riti per la costruzione di ponti consistono in offerte, incruente oppure con vittime, e replicano il primo rito effettuato a Roma per la costruzione del Ponte Sublicio, durante il quale vennero offerte al Dio Tevere delle vittime umane. La cerimonia era presieduta dallo stesso costruttore del ponte, che prende il nome di pontefice (da pontem facere, secondo la definizione di Varrone), ed era celebrata fino al III sec. a.C. con il nome di Sacrificia Argeorum (Processione degli Argei), in cui vengono gettati dal Ponte Sublicio, in sostituzione degli uomini, dei fantocci di giunco (Plutarco, Numeri 9, 6). La studiosa M. Eliade individua l‟origine dei rituali di

247


costruzione nella credenza secondo la quale la morte rituale, interrompendo una vita non vissuta interamente, può trasferire la residua vis (forza) alla nuova costruzione. L‟anima della vittima, seppellita nelle fondamenta del nuovo edificio, continua a vivere nel nuovo corpo architettonico, e ne diventa anche lo spirito guardiano, impedendo la risalita dei demoni dal sottosuolo. L‟istituzione di sacrifici umani (pro animis humanis) risalirebbe al re Tarquinio il Superbo. Scheletri rinvenuti sotto il muro perimetrale della Domus regia, nelle Mura palatine, nell‟Equus Domitiani e al Carcere mamertino sembrerebbero attestarne un‟ampia diffusione nell‟VIII secolo a.C. Col tempo il sacrificio umano è stato considerato un atto estremo e aberrante, fino al divieto esplicito, introdotto dal console Bruto. Tuttavia la storiografia ricorda una certa casistica

di

uccisioni

rituali

anche

in

tutta

l‟Epoca

repubblicana (228, 215 e 113 a.C.), e Cicerone descrive il sacrificio di un fanciullo persino durante la congiura di Catilina. Per non parlare poi delle accuse di sacrifici umani imputate agli adepti di religioni scomode: Giudei (cfr. Giuliano l‟Apostata, II 89 ss.), Baccanti (Livio XXXIX 13, 13) e Cristiani (Plinio Ep. X, 96, 7). I sacrifici umani vengono definitivamente banditi da un senatoconsulto del 97 a.C., e il fatto che una legge abolisca una cosa già considerata vietata la dice lunga sul fatto che, di tanto in tanto, se ne faceva ancora qualcuno. Di pari passo gli antichi riti cruenti vengono via via addolciti con uccisioni simboliche, come i simulacra (sorta di bambole)

248


offerte ai Lari in occasione dei Compitalia, o ancora altri surrogati, come i pisciculi, gli oscilla e i sigilla. Ad un primo esame, dunque, l‟osso di tibia della Via Campana - ritrovato tra due blocchi di tufo, vicino al thymiaterion miniaturistico - sembrerebbe evocare scenari sinistri nel Territorio Portuense del IV secolo a.C., non ancora pienamente civilizzato e distante quanto basta dall‟Urbe da permettere qualche eccezione alle leggi degli uomini in favore di quelle degli dèi: una barbara ripetizione dell‟antico rituale del Ponte Sublicio, insomma, offerta alle quattro divinità della faglia idrotermale. E invece lo scenario ricostruito dagli antropologi è ben diverso, persino raffinato e civile: alle quattro divinità portuensi vengono offerte le ossa di un uomo già morto da tempo (lo proverebbero le epifisi della tibia mancanti), replicando sì il rito del Ponte Sublicio in maniera tale da rispettare la legge divina, ma in forma simbolica, cosicché anche la legge degli uomini fosse rispettata. La studiosa Eliade ne dà questa spiegazione: «La rappresentazione rituale simula e rende presente simbolicamente l’avvenimento: non annulla il beneficio che si attende da quella autentica, anzi la equivale».

L‟anima

agli

edifici

viene

trasmessa

«per

partecipazione», attraverso una parte simbolica (una tibia) di un corpo vivente, e questo è ritenuto sufficiente per garantire allo stesso tempo la pax deorum e non fare del male a nessuno.

Una conchiglia in dono alle Ninfe 249


Ma il ponte non è che il primo dei problemi. Perché se il ponte incatena l‟acqua, o i piloni ne frazionano le correnti, allora occorre chiedere il permesso anche al nume delle acque. La letteratura abbonda di citazioni: Stazio (Silv. 4, 7680) racconta di Domiziano che fa sacrifici al fiume Volturno, all‟atto di costruirvi sopra un ponte; nella Colonna traiana c‟è il disegno del sacrificio di un toro durante la costruzione di

un

ponte

sul

Danubio.

Due

episodi

riguardano

direttamente la storia portuense. Svetonio (Iul. 81) racconta il passaggio del Rubicone di Giulio Cesare con il seguito dei suoi cavalli da guerra: Cesare li consacra al dio fluviale, costituendoli in mandria sacra, e rende poi ai cavalli la libertà, lasciandoli vivere bradi agli Orti di Cesare. Tacito (Ann. 6, 37, 2) riferisce che Vitellio, l‟imperatore-arvale, costruendo

un

ponte

sull‟Eufrate,

replica

ai

confini

dell‟Impero la cerimonia portuense del suovetaurilia (il sacrificio di un maiale, una pecora e un toro). Le Saline sulla Via Campana sono considerate un‟estensione del mare, e sono poste sotto la protezione del dio Nettuno (un‟epigrafe rinvenuta in un contesto vicino, riporta la dedica a Nettuno di due conductores Campi salinarum romanarum). Appare quindi plausibile che Nettuno sia, insieme al genius loci, uno dei destinatari del super-rito: il dono della moneta sarebbe interpretabile come il pedaggio al dio per il superamento delle sue acque. Una credenza richiedeva il lascito di una moneta negli attraversamenti 250


angusti o comunque pericolosi: una sorta di offerta per la buona riuscita del transito. Ma vi è dell‟altro. Il ponte, che passa sopra l‟acqua, attraversa anche una pluralità di sorgenti, e le bocche delle sorgenti per dare stabilità al ponte sono state chiuse o deviate. Nulla è infatti più sacro di una fonte («Nullus enim fons non sacer»), e questo deve aver richiesto nel super-rito anche l‟ottenimento del consenso delle divinità delle acque sorgive, le Ninfe (Nimphae). Il ritrovamento nella fossa della conchiglia, secondo gli studiosi, è interpretabile come un dono per le capricciose divinità, che secondo la tradizione hanno una smodata cuppidigia di conchiglie. Come ipotesi alternativa alle Ninfe, è possibile che i doni sacri siano per il dio Fons, nume tutelare di sorgenti e corsi d‟acqua («deus qui fluminibus et fontibus praeest»), titolare di un proprio culto al VI miglio della Via Campana. Le Ninfe tuttavia appaiono più probabili, perché Fons non ha un carattere ctonio. C‟è da dire poi che nemmeno gli antichi sapevano bene distinguere le divinità minori legate all‟acqua: un‟epigrafe famosa dedicata alle Ninfe di Poggio Bagnoli recita: «Nymphae, sive quo alio nomine voltis appellari» (CIL XI, 1828). A voi, o Ninfe! …o in qualunque altro nome vi chiamiate.

Il chiodo, per fermare i demoni

251


L‟ultimo

tassello

di

questo

complicato

caso

di

archeologica magica e religiosa è il chiodo in ferro, con relativa borchietta. Gli archeologi chiariscono subito che il chiodo è stato trovato al di fuori della fossa. Potrebbe essere stato

messo

intenzionalmente,

per

chiuderla

simbolicamente, ma potrebbe anche essere finito lì per caso: sulle strade passano molti carri, che spesso perdono qualche pezzo a forma di chiodo: come l‟innesto di un timone, l‟ancoraggio delle tirelle dei cavalli, o parte di un calzare. Il vicino ritrovamento del thymiaterion (un brucia-essenze), spesso presente nelle offerte agli dei infernali, lascia buoni margini di dubbio. Tuttavia, ammesso che si tratti di un chiodo, il significato apotropaico è abbastanza evidente: il chiodo serve a fissare nel sottosuolo gli spiriti dell‟oltretomba, le cui scorribande nel mondo dei vivi (evento infelice di per sé) sono sempre accompagnate da eventi nefasti, come inondazioni, crolli e malattie (in questo caso si può persino pensare alle intossicazioni da gas), che è bene scongiurare. L‟espiazione potrebbe essere stata compiuta con il rito del clavum figendi (l‟infissione del chiodo), che ricorre spesso nei riti di fondazione. È possibile poi che la moneta non fosse un pedaggio per Nettuno, ma per gli spiriti infernali, visto che le fondazioni vanno a poggiarsi nel sottosuolo. Va citata anche un‟altra credenza, che lega fonti e Ade, che vuole che i morti potessero riemergere dagli Inferi passando per le sorgenti (cfr. mito di Anfiarao), poiché le acque palustri sono

252


considerati un passaggio verso l‟Ade. Un‟ultima ipotesi, suggestiva, è che la moneta non sia un dono, ma un amuleto per proteggere gli scavatori delle fondazioni, affinché potessero incidere la terra senza essere molestati dagli spiriti dell‟Ade. La moneta è un oggetto magico per definizione, circolare e di metallo: la credenza vuole

che

agli

attraversare

spiriti

oggetti

maligni

tondi.

La

non sia moneta

consentito era

di

insomma,

un‟idealizzazione di uno scudo. Il super-rito dev‟essere stato insomma un fatto grosso, nella vita della comunità locale del IV secolo, in cui convivevano speranza nel progresso (costruzione di una strada), timore delle divinità ctonie, e una razionale e rispettosa rivisitazione della tradizione (l‟osso in sostituzione del sacrificio umano). Furono presenti insomma caratteri avanzati, più che regressivi. Il servizio in vasellame (mortai e bacini per la preparazione del cibo; olle e coperchi per la cottura; coppe, skyphos, brocche e anfore per la mescita del vino) permette di affermare che la cerimonia si basò su una libagione e sull‟offerta di cibo. Circa il cibo consumato nel rito, soccorre il De Agricultura di Catone (passo 75), che in base ai supporti ceramici

spiega

i

cibi

che

vi

si

preparavano.

In

quell‟occasione si consumò, probabilmente, mola salsa insieme a focacce non lievitate (libum o turunda), annaffiate con parecchio vino. Parte del cibo, deposto su piattelli Genucilia o sulle coppette ministuristiche, venne poi offerto agli dèi, mentre il 253


thymiaterion bruciava incensi in un‟atmosfera rarefatta. Il mancato ritrovamento di ossa di animali permette di affermare che il rito fu incruento, e che il sacrificio umano obbligatoriamente dall‟antico rituale del pontem facere fu sostituito con la deposizione simbolica di una tibia, presa da chissà quale necropoli.

Altri ritrovamenti su via Sabadino

Lo scavo di questo 3° tratto, sostanzialmente identico per

caratteristiche

architettoniche

al

tratto,

ha

determinato gli studiosi a reinterrare il tratto. Tuttavia la Via Campana non finisce sicuramente lì. Un nuovo tratto dei rifacimenti traianei della Via PortuenseCampana è stato segnalato nel 2001, durante lavori su Via Sabadino, traversa della Via Portuense poco distante da questo tratto di Via Campana. Le rilevazioni satellitari infine permettono a occhio nudo di distinguere (come una linea di colore più scuro) che la Via prosegue lungo l‟asse NE-SO, verso la Chiesuola di Ponte Galeria, dove sembra effettivamente avere termine.

254


Trullo (zona urbanistica)

Il Trullo è la quarta delle sette zone urbanistiche del Municipio XV, popolata da circa 28 mila abitanti. Prende il nome dal Trullo dei Massimi, un sepolcro romano a tumulo divenuto chiesetta nel Medioevo, unico punto di riferimento in una campagna allora acquitrinosa e insalubre. Nel Settecento inizia il ripopolamento agrario, al seguito delle Vigne portuensi degli Jacobini, Gioacchini, Neri e Consorti. Nel 1940 inizia l‟edificazione moderna, intorno al nucleo fascista della Borgata Costanzo Ciano, cui seguono nel Dopoguerra edificazioni abusive non pianificate. Oggi il comprensorio del Trullo si compone di un abitato continuo fra Monte delle Capre e Montecucco, affiancato dall‟abitato residenziale delle Vigne e da un settore di riserva naturale tra la Collina di Montecucco e la Piana di Affogalasino. Nel 2009 il Trullo ha fatto da set al film «Cosmonauta».

255


Il Trullo, dalle origini al 1940

Il settore prende il nome da un sepolcro romano a pianta circolare lungo la riva del Tevere, dalla caratteristica forma a tumulo, simile ai trulli pugliesi. Riporta il Tomassetti che in epoca medievale il sepolcro romano appartiene alla famiglia dei Massimi, e nel 1011 risulta riadattato nelle forme di un casale. È indicato con il nomignolo di Trullus (o Truglio) de Maximis (dei Massimi) ed in talune mappe è indicato come chiesuola rurale. Alcuni

documenti

rinascimentali

testimoniano

l‟impianto di vigne e un primo recupero fondiario. Ma è dal Settecento che si verifica un diffuso popolamento agrario, con la nascita delle efficienti tenute fondiarie degli Jacobini, Gioacchini, Neri, Consorti e altre.

La Borgata Costanzo Ciano

La Borgata Costanzo Ciano è una delle borgate ufficiali romane, sorte intorno al 1940 per iniziativa dell‟Istituto Fascista Autonomo Case Popolari. La decisione, nel 1936, di edificare alle Tre fontane il nuovo quartiere fieristico per l‟Esposizione Universale di Roma del 1942 (in breve E42 o EUR), aveva già posto le basi per nuovi insediamenti abitativi nelle aree circostanti. 256


Tuttavia è solo con l‟imminente scoppio della guerra - e con la prospettiva di un fulmineo ritorno in Patria degli Italiani emigrati in paesi esteri e non naturalizzati - che si decide di urbanizzare la Borgata del Trullo. La collocazione è tutt‟altro che favorevole: in mezzo tra Via Portuense e via della Magliana (e lontano da entrambe), in uno stretto fondovalle acquitrinoso, solcato dal Fosso di Affogalasino, apportatore, fino a pochi anni prima di febbri malariche. L‟edificazione avviene, in grande fretta ma con

grande

diligenza

costruttiva,

secondo

le

forme

razionaliste dei progettisti Nicolosi e Nicolini. La struttura abitativa della borgata è pensata come un insieme integrato di residenze, verde e servizi, che ne fanno, ancora oggi un modello di pianificazione del territorio ed un esempio di edilizia popolare riuscita. Nel

Dopoguerra

è

molto

diffusa

una

cartolina

illustrata del quartiere, che ben rappresenta il clima di ottimismo e fiducia che si viveva in quegli anni nella borgata. Essa riproduce un‟immagine del V Lotto, ultimato da pochi mesi, nello scatto del celebre fotografo Emilio Altan, ed è edita dal locale Bar tabaccheria di Domenico Pescolloni. La didascalia recita: Roma - Borgata del Trullo (Magliana). Di

questa

cartolina

conserviamo

una

copia

nell‟Archivio Storico Portuense. Si tratta di un esemplare viaggiato, scritto il 22 giugno 1949 ed avviato al destinatario il giorno stesso dal locale ufficio postale. Il messaggio, scritto con grafia insicura a firma Maria e Vincenzino, è rivolto ad una famiglia del Palermitano. Bastano quattro parole per 257


esprimere tutta l‟ansia sognatrice di un‟Italia in attesa degli anni Cinquanta e del boom economico: «Buon 50 romantico baci». Ancora oggi è possibile riscontrare il clima popolare e multiculturale della borgata, ascolta gli anziani parlottare tra di loro in francese, in arabo o persino in greco, lingue d‟origine dei paesi abbandonati nel 1940.

Una cosmonauta al Trullo

«Cosmonauta» è un film di Susanna Nicchiarelli (Fandango,

2009),

ambientato

nel

Trullo

degli

Anni

Cinquanta e Sessanta. Si tratta di un racconto di formazione, in cui la ragazzina Luciana, cresciuta nel mito delle esplorazioni spaziali e dell‟infinitamente grande, va alla scoperta del mondo di prossimità: il quartiere, il gruppo di amici, le passioni politiche, gli amori, imparando a conoscere se stessa. La vicenda è ambientata nel 1963, quando, in piena Guerra fredda, due modelli sociali alternativi - l‟America capitalista e la Russia comunista - si contendono il primato ideologico sul campo della corsa allo spazio. I Sovietici sono avanti: hanno mandato fuori atmosfera la cagnetta Laika, i missili orbitanti Sputnik e il primo uomo nello spazio (Yuri Gagarin), e si preparano a lanciare la prima donna (Valentina Tereshkova). L‟Occidente invece segna il passo, e le missioni lunari Apollo sono ancora soltanto un progetto. 258


L‟Italia sta a guardare, in bilico tra Est e Ovest, assistendo con ingenuità e fascinazione a quella corsa simbolica contro la forza di gravità. La protagonista è una bimbetta alle prese con il dolore per la perdita del padre e la difficoltà di accettare un nuovo

patrigno

deciso

ad

educarla

secondo

schemi

convenzionali (interpretato da Sergio Rubini). Durante la cerimonia della Prima comunione (la scena è girata alla chiesa di San Raffaele Arcangelo) la piccola improvvisamente fugge e inizia a correre a perdifiato per le campagne di Montecucco: è l‟inizio della sua corsa verso l‟adolescenza, che procede come il lancio di un razzo negli slanci e l‟incanto dell‟esplorazione del Cosmo. Accanto a Luciana (l‟attrice è una ragazzina di liceo, l‟esordiente Miriana Raschillà) c‟è il fratello maggiore Arturo (Pietro Del Giudice, anche lui esordiente). Arturo è un sognatore, appassionato delle missioni spaziali sovietiche e dei cosmonauti (attenzione a non confondere i cosmonauti sovietici con gli astronauti, che sono americani!). Arturo soffre di epilessia e la sua corsa all‟adolescenza finisce presto in un‟orbita cieca, tutta interiore. I due fratelli si iscrivono alla FIGC, l‟associazione giovanile del PCI, dove sono accolti con affetto e tenerezza. La sezione del PCI che fa da location è una vera sezione di partito ed è l‟attuale sezione del PD del Trullo, che gli scenografi hanno riallestito dipingendo un grande murale con i ritratti di Marx, Engels e Lenin, ancora oggi visibile. E Luciana

cresce,

affascinata

da

Valentina

Tereshkova, 259


simbolo di un nascente femminismo e della scoperta dell‟identità femminile. Arrivano i primi amori e i primi baci, girati nei prati sotto il casolare diroccato di Villa Usai. Negli

amori

Luciana

è

impulsiva,

persino

spregiudicata e aggressiva. E di pari passo porta avanti sogni sconfinati e straripanti. La ragazzina, inevitabilmente, finisce per combinare disatri. Come quando incendia la sezione dei compagni del PSI, che incolpa di aver tradito gli ideali accettando il compromesso con la DC, o come quando ruba il fidanzatino alla compagna di sezione, beccandosi una sospensione al liceo (qui la location è la Scuola Collodi). In breve, Luciana compromette la sua reputazione e si ritrova a fare i conti con la rigida disciplina richiesta dalla sezione. Perché, tra i comunisti di allora, spesso maschilisti e moralisti, la liberazione sessuale non esiste ancora: «Avere più di un fidanzato e rubare il ragazzo a una compagna - ha scritto la regista - sono cose che non si fanno». Quando arriva la condanna da parte dei compagni adulti, Arturo non è più al fianco di Luciana come quando erano bambini, e al suo fianco non c‟è nemmeno Marisa, la compagna saggia, la zia che tutti vorrebbero (interpretata dalla stessa Nicchiarelli), da sempre sua alleata. «Non volevo prenderli in giro e non volevo che fossero grotteschi - scrive la Nicchiarelli -. Sono adolescenti, umani e goffi. Sono degli ottimisti ma poi alla fine sbagliano. Li giustifico perché sono pasticcioni». Neanche a dirlo, in famiglia i litigi col patrigno diventano quotidiani. Luciana non sopporta lui e il modo in cui cerca di mantere un precario equilibrio tra gli scossoni di 260


quegli anni. Per la madre (interpretata da Claudia Pandolfi) è una situazione difficilissima, divisa fra le apprensioni per la salute di Arturo e la comprensione per le esuberanze di Luciana. In tutto ciò Luciana cresce, imparando dalle proprie debolezze e da quelle di chi la circonda ad accettare la propria fragilità, a fare i conti con la sconfitta, a riprendere con più slancio dopo ogni battuta d‟arresto la sua corsa verso l‟esplorazione del Cosmo di prossimità. Le riprese del film sono durate sette settimane e hanno coinvolto come comparse gli abitanti del quartiere. La produzione è della Fandango, in collaborazione con Rai Cinema con il sostegno del Ministero dei Beni culturali. È stato premiato a Venezia (Controcampo, 2009), Colonia (Miglior esordio alla regia, 2010) e Roma (Premio Verdone, 2010). Cosmonauta, seguendo i passi della ragazzina anticonformista in un tempo di grandi trasformazioni, fa il ritratto dei comunisti romani pre-68, in cui si sapeva fare bene i conti senza perdere di vista la prospettiva delle grandi utopie sociali. La narrazione - tenera, drammatica, spesso fiabesca - finisce così per raccontare una storia senza tempo, in cui i sogni di conquista dei cosmonauti si incrociano con gli sguardi dei ragazzi-adolescenti di ogni epoca.

Il Trullo, dal Dopoguerra ad oggi

Nel Dopoguerra, sull‟originario nucleo del Trullo, si innestano alterne fasi di edilizia popolare, residenziale e

261


caotica e abusiva, sui due versanti collinari che attorniano la valle dove dorge la borgata. Sul versante di Montecucco si insediano le palazzine popolari dello IACP, che danno alloggio agli sfollati romani. Sul versante opposto di Monte delle

Capre si

verificano le lottizzazioni abusive e incontrollate della Zona F1 (ristrutturazione urbanistica) e della Zona G4 (case unifamiliari

con

giardino).

Particolarmente

difficile

è

l‟urbanizzazione di Monte delle Capre, dove sorge una grande concentrazione di residenze prive di servizi e di verde. Così come il Trullo puà definirsi una borgata ufficiale (pianificata), la vicina Monte delle Capre rientra nel numero delle borgate abusive. La zona urbanistica del Trullo si estende oggi su un‟area grossomodo quadrata, compresa tra il Tevere a sud e la Via Portuense a nord, e delimitata ad ovest e ad est da due corsi d‟acqua: il fosso della Magliana ad ovest verso la Magliana Vecchia, e il fosso di Papa Leone ad est verso il Portuense (che oggi scorre in canalizzazione sotterranea, sotto viale Isacco Newton). Nell‟area del Trullo è possibile distinguere oggi tre fasce di insediamento: l‟abitato continuo di Monte delle Capre-Trullo-Montecucco, le Vigne (sul fianco sinistro della Portuense, residuo delle tenute settecentesche) e infine la Collina di Montecucco e la Piana di Affogalasino (sul versante che dà sul Tevere), oggi costituiti in riserva naturale (parte della Valle dei Casali). Una quarta fascia, quella di Colle del

262


Sole (già Borgata Magliana), pur facendo parte del quadrante del Trullo, è associata nel comune sentire a quello di Magliana Vecchia. Vi si trovano due chiese parrocchiali (San Raffaele Arcangelo e i Martiri Portuensi). Tra i beni culturali simbolo di

questo

quadrante: Torre Righetti,

il

Cimitero della

Parrocchietta, e le Case razionaliste del Trullo. Vi risiedono, al dicembre 2009, 28.372 abitanti.

Miscellanea

Nell‟area del Trullo esistono cinque siti archeologici in corso di studio da parte della Sovrintendenza: Murature romane del Trullo, Cisterna di via Collemandina, Tagliate alle Vigne, Pozzi romani alle Vigne e Struttura romana alle Vigne. Nonappena pubblicati i libri di scavo, ve ne daremo conto. Esisono inoltre due siti storici per i quali ci riproponiamo di realizzare una autonoma scheda: la Borgata Costanzo Ciano e l‟abitato di Monte delle Capre.

263


264


Trullo dei Massimi

Il Trullo dei Massimi è un mausoleo romano del I sec. a.C., situato sulla sponda destra del Tevere allâ€&#x;altezza dello stabilimento Pischiutta. Il nome deriva dalla forma conica della volta, simile ad un tumulo etrusco, e dalla nobile famiglia dei Massimi, che ne fu proprietaria nel XII secolo. Si compone di un basamento quadrato (oggi ricoperto di sedimenti alluvionali) e della volta a trullo (affiorante). In epoca medievale è stato riutilizzato come casale rustico, con pozzo e cappella, e rappresentava

una

sosta

lungo

la

via

per

il

mare.

Abbandonato, e spogliato dei marmi che in origine lo ricoprivano, nel 1951 sono state rinvenute alcune lastre che si ipotizza siano appartenute al sepolcro. Una di esse racconta in bassorilievo la storia di Iulius, plurivincitore nei giochi gladiatorii.

265


Un nobile mausoleo

Oggi del mausoleo è visibile soltanto la cupola schiacciata, realizzata in muratura a sacco, in tufo e pietrisco, su cui si apre l‟unico lucernario. Essa poggia su una base quadrangolare, a grossi blocchi di pietra, oggi interamente coperta alla vista dalle frequenti alluvioni e dai riporti di terra dell‟arginatura del 1926. L‟ingresso, protetto da una cancellata, introduce in un ambiente circolare oggi parzialmente ipogeo (il piano di calpestìo

originario

era

di

poco

sopraelevato

rispetto

all‟antico piano di campagna). Le pareti contengono 7 grandi nicchie simmetriche con finitura in laterizio, dove in antico erano poste le urne cinerarie dei defunti. L‟ambiente si completava con stucchi, epitaffi, ritratti e scene di vita in affresco, andati perduti. Si ipotizza che il sepolcro sia appartenuto ad una ricca famiglia urbana, forse del Trastevere e forse di antiche origini etrusche (sembrerebbe indicarlo la scelta edilizia del tumulo,

sebbene

il

rito

funerario

della

cremazione

appartenga già al mondo romano).

Il Casale dei Massimi

Il Trullo, per così dire, ha avuto una seconda vita in epoca medievale. Essa ci è nota soprattutto grazie alle 266


ricerche negli Archivi vaticani condotti dallo studioso locale Emilio Venditti. Venditti ha individuato nel Regesto sublacense, antico registro di atti pubblici, un documento dell‟anno 984, nel quale si parla di una mola sul Tevere, collocata «in apendice que vocatur Trullio». Un altro atto, datato 4 aprile 1011, accenna anche alla presenza di un casale, appartenente ad un tale Erminzanote, che viene venduto al Monastero dei Santi Ciriaco e Nicolò. Lo stesso casale, che svolge anche la funzione di sosta lungo la strada e di cappellina per i devoti, viene poi rivenduto alla famiglia romana dei Massimi. Per circa due secoli i Massimi conducono in zona una estesa campagna di acquisizioni fondiarie, fino a consolidare una proprietà unitaria, estesa dalla riva del Tevere all‟entroterra. In questo periodo il nome del Trullo si consolida nella denominazione in latino volgare di Trullus de Maximis. La proprietà dei Massimi sembrerebbe terminare nel 1286. Un documento catastale riporta che in quell‟anno il casale viene venduto al prezzo di 300 fiorini. Nel Trecento si attesta in zona un‟altra importante famiglia romana, i Merlo. Un documento del 1322 indica tutta la località con il toponimo Contrada Trulli Meruli. Lo studioso Coste, che incrocia queste informazioni con altre successive che collocano in zona un casale di proprietà dei Canonici di Santa Maria in via Lata, ne deduce che il casale del Trullo dovesse aver acquisito dimensioni ragguardevoli, o che sovrintendesse ad una porzione di territorio estesa. Gli scavi archeologici più recenti hanno tra l‟altro rilevato, nel

267


pavimento del Trullo, che l‟insediamento era anche fornito di un pozzo. Nella prima metà del Quattrocento del Casale si perde ogni traccia. Possiamo ipotizzare una piena eccezionale del Tevere,

che

abbia

travolto

le

strutture

medievali,

risparmiando solo i robusti blocchi di pietra della struttura del Mausoleo.

Al Truglio a cavar marmi

Si torna a parlare del Trullo nel 1458, in un documento del tempo di Papa Pio II. L‟interesse che spinge qui gli incaricati pontifici è però ben diverso dai precedenti, e si evince da un libro paga del 1458: «A Mastro Cencio e Mastro Pietro Goputo, co’ manuali, ducati 50 per cavar petre a lo Trullo». Il 21 maggio 1461 un altro libro paga riporta l‟acquisto di «25 barili de vino corso, dato pe’ li manuali e scarpellini, li quali ano lavorato a cavar marmi a lo Trullo». A distanza ravvicinata un altro documento riporta: «A Mastro Petro marmoraro, per costo di subbia e mazzola pe’ li scarpellini a lo Trullo». E un altro ancora: «A Palombello carraro e Giorgio Schiavo carraro, per carreggiatura de marmi da lo Trullo». Altre somme di denaro sono date «A li 23 de gennaro 1462 a Mastro Silvestro per tiratura de sette carrate de marmo condocti co’ suoi bufali da esso Trullo a esso fiume». Da questa nota si evincerebbe che i marmi più pesanti vengono caricati su imbarcazioni, e di lì trainati da

268


buoi in risalita lungo il fiume fino a Roma. Per quattro anni circa, dunque, dal 1458 al 1462, viene operato al Trullo un grande saccheggio di pietre nobili, che lo riducono alla condizione miserevole di oggi, in cui rimangono solo le scheletriche murature in tufo. Il Lanciani, nella sua Storia degli scavi di Roma, edito nel 1912, arriva peraltro alla stessa conclusione senza aver consultato

gli

archivi

vaticani,

ma

semplicemente

osservando la nudità delle murature a sacco, prive di coperture in laterizio. Possiamo immaginare che quei marmi siano finiti a Roma, per alimentare il grande cantiere papalino

che

preparava

il

risveglio

dal

lungo

sonno

medievale. L‟ultima notizia documentale del Trullo risale al 1547. Nella

Mappa

della

campagna

romana

del

cartografo

Eufrosino della Volpaia il luogo è citato solamente con il nome di Turlone. Nel 1951 una draga urta casualmente un relitto navale, sulla riva destra del Tevere all‟altezza del km 6,300 della via Ostiense, di fronte al Trullo dei Massimi. Il pesante carico in essa contenuto rende impossibile la rimozione e, quando

i

sommozzatori

si

calano

all‟interno

per

un

intervento, davanti a loro si offre lo spettacolo dell‟intero bottino

di

spoliazione

di

un

sepolcro

romano,

molto

probabilmente il nostro Trullo.

Giulio che (v)inse (v) volte

269


L‟elemento principale è una lastra di marmo lunense cm 120 × 75 × 37, oggi conservato al Museo nazionale Romano.

La

combattimento

lastra tra

raffigura

due

in

gladiatori

bassorilievo della

classe

un dei

provocatores, con a fianco un terzo e un quarto in attesa (il quarto è incompleto). L‟epigrafe è una delle più corte, e insieme delle più curiose che la letteratura latina ricordi. Essa recita soltanto: «IUL W». La studiosa Sabbatini Tumolesi, chiamata a decifrare la misteriosa epigrafe, l‟ha così sciolta: IUL(ius) V (quinquies) V(icit).

Ovvero: Giulio vinse cinque volte. Giulio è la seconda

figuretta di gladiatore, vittorioso in cinque incontri. Al sesto, probabilmente, morì. La doppia V sta dunque a significare l‟unione del numerale cinque (il cui simbolo è la lettera V) e dell‟azione VICIT

(vinse). Riportare cinque vittorie consecutive era un

grandissimo onore per un gladiatore, una sorta di grande slam, meritevole di essere trascritto sulla sua tomba. Ancora oggi si è soliti indicare i pluri-campioni con l‟uso enfatico della lettera W. Se nella tomba avessimo invece trovato lo stesso simbolo rovesciato (la M di missus) o peggio ancora un cerchio (la O di obiit), ciò sarebbe stato ad indicare una sconfitta con grazia (al gladiatore veniva cioè risparmiata la vita), o una sconfitta senza grazia (il gladiatore veniva ucciso, sotto gli occhi in visibilio dei rozzi plebei romani raccolti

270


negli stadi). A fare la differenza fra la grazia o la condanna era un semplice gesto dell‟Imperatore: pollice su o pollice giù. Il pollice levato indicava che il gladiatore, seppur sconfitto, aveva combattuto con onore, e meritava di aver salva la vita e di poter combattere ancora. Il pollice verso (per la verità evento piuttosto raro nei giochi gladiatori), indicava che con esso terminavano insieme la carriera e la vita del gladiatore. Per sei anni, fino al 1956, l‟allora sovrintendente Salvatore Aurigemma tira fuori uno a uno i marmi sottratti dal sepolcro. Ne tira fuori in tutto 20, tra cui un‟altra bella scena gladiatoria, 3 stele virili togate e una testa. Nel 1981 la studiosa Rita Paris, chiamata a datare il sepolcro in base agli indumenti indossati dai gladiatori, ne conclude che il sepolcro si può datare al primo trentennio del I sec. a.C., grazie soprattutto all‟analisi dell‟elmo a paratigmidi distinte (a volto scoperto).

Il Trullo, solitario sull’argine

In quegli anni il Trullo è stato nuovamente oggetto dell‟interesse della Soprintendenza, con una campagna di studio, pulizia e svuotamento (il sepolcro risultava infatti riempito da fanghi alluvionali), e con l‟aggiunta del cancello di ingresso per impedire che balordi vi si accampassero. Il Trullo oggi giace abbandonato sul piè d‟argine fluviale. Gli ortolani sono soliti chiamarlo Torraccio, o al femminile

Torraccia.

Eppure,

abbiamo

riscontrato

con 271


piacere, ciascuno di loro conosce che la Torraccia è il nobile mausoleo che dà il nome al moderno quartiere Trullo, ed è disponibile ad indicare ai visitatori la strada non agevole per arrivarvi. Il Trullo si trova alle spalle dello Stabilimento Pischiutta di via delle Idrovore della Magliana, 49. Si può raggiungere in automobile il Collettore della Maglianella e di lì proseguire a piedi lungo il piè d‟argine sul vecchio selciato dei bufalari. Occorre procedere fino al traliccio dell‟alta tensione. Il mausoleo è lì accanto. Sono state segnalate tuttavia

diverse

situazioni

di

pericolo,

che

rendono

sconsigliabile andarci da soli: cani sciolti, insediamenti abusivi, allagamenti in periodo invernale.

272


Valle dei Casali a Montecucco

Abstract non disponibile.

273


274


Valle dei Casali a Portuense

Abstract non disponibile.

275


276


Vasca quadrata

Abstract non disponibile.

277


278


Vecchio Ponte della Magliana

Il Vecchio Ponte della Magliana è un attraversamento fluviale, oggi non più esistente, la cui memoria è legata alla sanguinosa notte di combattimenti fra l‟8 e il 9 settembre 1943. Si tratta di un ponte di ferro, sorretto da piloni in muratura, la cui collocazione originaria (a fine Ottocento) è nel Settore nord di Roma, con transito a pedaggio. Terminata la concessione il ponte viene smontato e rimontato alla Magliana, con l‟aggiunta di una campata centrale apribile per il transito dei vaporetti. Le cronache parlano del ponte nel 1905, per la visita di Sibilla Aleramo alla comunità di pastori stanziata al vicino fosso di Papa leone; nel 1910, per l‟incidente in cui perde la vita l‟aviatore Vivaldi-Pasqua; e nel 1937, per la grande alluvione della Magliana: il ponte, semisommerso,

resiste alla

piena. Nel

1943

il ponte

costituisce il Quinto caposaldo del sistema difensivo di

279


Roma, sotto la responsabilità del 1° Reggimento della 21a Divisione Granatieri di Sardegna. Viene assaltato alle ventuno dell‟8 settembre dai paracadutisti tedeschi della 2a Divisione Fallshirmjäger. Il ponte viene difeso, perso all‟una, riconquistato e riperduto nella nottata, e infine riconquistato dagli Italiani alle sette del mattino (da un contingente composto di Lancieri di Montebello, Carabinieri e Coloniali) per essere abbandonato poco

dopo.

La

Battaglia

di

Ponte

della

Magliana

è

considerata il primo atto della Battaglia di Roma: l‟ostacolo frapposto alla avanzata tedesca fa guadagnare ore preziose per organizzare le difese della Montagnola, di San Paolo, Porta San Paolo e del Centro città. Sulle ragioni che rendono necessario l‟abbattimento del ponte esistono solo fonti orali. Una versione vuole il ponte

compromesso

durante

la

terribile

nottata

di

combattimenti; un‟altra vuole il ponte colpito dalle bombe il 12 febbraio 1944, durante l‟attacco aereo alla stazione ferroviaria di Mercato Nuovo (oggi fermata Eur-Magliana della Metro B). Il ponte è comunque all‟epoca già vetusto: il progetto di demolizione e rifacimento esisteva già dal 1930, a firma dell‟architetto Raffaelli. Del vecchio ponte sono ancora oggi visibili, in riva sinistra, la stampella su via del Cappellaccio e la cabina dei comandi elettrici e, in riva destra, la stampella su via Asciano e le strutture di un piccolo imbarcadero.

Vivaldi-Pasqua, pioniere dell’aria 280


Vittorio Ugolino Vivaldi-Pasqua marchese di San Giovanni

è

il

primo

caduto

dell‟aviazione

italiana,

schiantatosi in un terribile impatto al suolo il 20 agosto 1910, nei pressi di Ponte della Magliana. Vivaldi-Pasqua nasce a Genova, il 2 luglio 1885. Avviato alla carriera militare, consegue il grado di tenente di cavalleria nel 25° Lancieri di Mantova e fa parte del Battaglione specialisti del Genio. A 24 anni apprende i rudimenti dell‟aria alla École de Mourmelon in Francia ed acquista a sue spese un aereo Farman con motore Renault da 65 cavalli. Nell‟aprile 1910 prosegue le esercitazioni in Italia, sorvolando per primo i cieli di Bologna, distinguendosi per non comuni ardimento e passione. Nell‟estate è a Roma, con il tenente-pilota Umberto di Savoia, con cui condivide la passione per il volo. Il 18 agosto, presso il Campo di Centocelle, ottiene il brevetto aeronautico n. 6 del Regno d‟Italia. La sorte, appena due giorni dopo, lo lega ad un tragico destino. L‟ultimo volo, con partenza da Centocelle, prevede il sorvolo di Maccarese, Ladispoli e Civitavecchia. Tutto fila liscio ma, al ritorno, giunto alla Magliana, il motore si arresta. Lo schianto al suolo, poco distante da Ponte sul Tevere, è terribile. Vivaldi-Pasqua muore sul colpo. Ha appena 25 anni. Lo ricorda una targa nel Museo storico del Genio militare di Roma, posta a fianco del rottame del motore. La sua biografia è narrata nel libro Salvat ubi lucet di Mauro 281


Antonellini, ed anticipata nel n. 78 della rivista specializzata Ali antiche.

Battaglia al Quinto caposaldo

Alle 19,45 dell‟8 settembre 43 Badoglio annuncia per radio l‟armistizio con gli Alleati. Tre quarti d‟ora dopo le truppe tedesche sono alla periferia sud di Roma. Alle 20,30 i paracadutisti della 2a div. Fallschirmjäger espugnano il caposaldo di Vitinia, il deposito carburanti di Mezzocammino e il blocco stradale che precede Ponte della Magliana. Alle 21 sono al “Quinto caposaldo”, un complesso difensivo delimitato dal ponte, dalle batterie di artigliera poste sulla scalinata del Palazzo dell‟Impero e da forte Ostiense, dove si trovano 800 uomini del 1° reggimento della 21a div. Granatieri di Sardegna. I Tedeschi chiedono di parlamentare col comandante di caposaldo Meoli. Ma è una trappola: Meoli è fatto prigioniero, mentre il delegato tedesco, condotto al comando della Garbatella, apostrofa il gen. Solinas dicendo che „la guerra degli Italiani è finita‟. Solinas regisce con un ultimatum: se entro le 22,10 non saranno restituiti uomini e blocco stradale i granatieri attaccheranno. Due vampe sulla collina E42 segnano l‟apertura del fuoco e l‟assalto, condotto dal III battaglione. I tedeschi rispondono con un contrattacco in massa di paracadutisti e artiglieri, e lanciano altri 4 attacchi simultanei verso i 282


capisaldi n. 6, 7 e 8 e dentro l‟E42. A Mezzanotte la mischia è furibonda. I registri annotano: “situazione critica”. E Solinas scrive: “Salve di artiglieria, raffiche di mitragliatrici, scoppi di bombe a mano si susseguono senza interruzione”. All‟una la Fallschirmjäger sferra un nuovo attacco. I feriti sono accolti nelle case della Montagnola e all‟ospedale allestito dalle suore di S. Anna al forte. Si raccontano episodi eroici: Suor Teresina affronta armata di un crocifisso in ottone un tedesco a mitra spianato; le altre suore incuranti delle bombe raccolgono i feriti dal campo di battaglia; la croce rossa sulle giubbe, mancando il colorante, è dipinta col sangue. Nella notte al forte arrivano armi e munizioni, ma è ormai iniziato l‟ultimo decisivo attacco tedesco: cadono il ponte e il Palazzo dell‟Impero, e i granatieri arretrano dentro il forte. Alle 5,50 le artiglierie italiane vengono ridirette dai tedeschi contro il bastione di forte Ostiense. Alle 7, racconta il cappellano Don Pietro, “non c‟era più un vetro sano”. Quando il forte viene incendiato tocca a lui formalizzare la resa. Quando tutto sembra perduto arrivano in rinforzo 3 squadroni dei Lancieri di Montebello con autoblindo e semoventi, insieme ad un battaglione di allievi carabinieri e 200 guardie coloniali. Alle 7 il col. Giordani lancia più attacchi simultanei disorientando i tedeschi, e il II battaglione si reimpossessa dell‟E42. L‟azione principale è sotto il cavalcavia ferroviario dell‟Ostiense:

carabinieri

e

coloniali,

in

inferiorità

di 283


artiglierie, costringono i tedeschi ad arretrare. Orlando De Tommaso, comandante degli allievi carabinieri, morirà da eroe: “mosse i suoi all‟attacco con slancio superbo. Dopo tre ore di aspra lotta non esitava a balzare in piedi allo scoperto, sulla strada furiosamente battuta. Colpito a morte da una raffica di arma automatica, cadeva gridando: „Avanti, viva l‟Italia!‟”. I tedeschi arretrano, i coloniali li incalzano. Alle 10 del mattino anche il Quinto caposaldo è riconquistato. Le luci del giorno contano 38 morti e portano la battaglia alla Montagnola, con i civili a fianco dei regolari. Il partigiano

De

Filippi,

il

fornaio

Roscioni

e

il

cap.

Incannamorte diventeranno eroi. Il giorno seguente la battaglia è S. Paolo, poi S. Giovanni e Termini. Il 12 Roma è occupata: lo sarà fino al 4/6/44.

La resa del Quinto Caposaldo

All‟una della notte tra l‟8 e il 9 settembre 1943 la II divisione germanica Fallschirmjäger riceve rinforzi e lancia una seconda violenta offensiva contro il Caposaldo della Magliana. I Tedeschi si impadroniscono del Ponte, per poi perderlo, riconquistarlo e infine riperderlo. I feriti sono numerosi da entrambe le parti. Quelli italiani sono raccolti dentro forte Ostiense e assistiti dalle suore di Sant‟Anna, che fanno la spola con il campo di battaglia, incuranti delle bombe. Un macabro aneddoto vuole che, essendo finito il colorante, le suore si fossero rese 284


riconoscibili disegnando una croce rossa sulle vesti con il sangue. Un altro aneddoto vuole che Suor Teresina, di fronte ad un tedesco che le sbarrava il passaggio a mitra spianato, lo abbia affrontato con una croce in ottone. A notte fonda i Tedeschi lanciano il terzo e decisivo attacco. Nel frattempo gli italiani hanno ricevuto dei rinforzi, ma decidono di non contrattaccare. Si rivelerà un errore: i tedeschi si impadroniscono senza contrasto del Palazzo dell‟Impero (oggi della Civiltà italiana), di Ponte della Magliana e poi dell‟intero Caposaldo n. 5. Gli italiani riparano confusamente dentro forte Ostiense. Alle 5,50 le artiglierie italiane di Palazzo dell‟Impero sono ridirette contro il bastione centrale di forte Ostiense, e il forte è posto sotto un pesante cannoneggiamento. Sappiamo, dalle note del cappellano militare don Pietro che dentro il forte “alle 7 non v‟è più un vetro sano”. Quando nel forte scoppia un terribile incendio, tocca a don Pietro formalizzare la resa.

Le insegne del Reggimento Magliana

La Collezione di Rivaportuense ha recuperato lo specimen cartonato (cm 12,50 × 17,50) delle insegne militari del XIII° Reggimento di artiglieria campale “Magliana”, distintosi per valore nella battaglia dell‟8/9/‟43 al Ponte della Magliana. Le insegne riportano sul medesimo scudo i simboli 285


locali affiancati da quelli del corpo dei Granatieri: la Lupa (Acca Larentia, madre degli Arvali) che allatta i gemelli Romolo e Remo, e i Quattro mori di Sardegna. Lo scudo è sormontato da elementi di artiglieria con il n. 13 indicativo del reggimento ed un elmo che identifica l‟appartenenza di corpo. Il cartiglio propone il motto: “DURA LA VOLONTA‟; FERMA LA FEDE”. Il retro contiene un appunto che permette di identificare il contingente con certezza: “13° Gr.A.cam. Magliana” (gruppo di artiglieria da campagna). Il 13° Magliana - efficiente ed armato con cannoni 75/27, obici 100/17 e mortai da 81 mm. - tenne testa con strenuo valore alle artiglierie mobili della II Fallshirmjager Division germanica, al Ponte della Magliana (8-9 settembre 1943). Il gen. Solinas, nelle sue memorie sulla tragica notte della Magliana, riporta che furono gli Artiglieri ad aprire la battaglia, allo scadere dell‟ultimatum italiano: “Alle 22,10 precise

due

vampe

sulla

collina

dell‟Esposizione

mi

annunciavano, prima del suono dei colpi, che i pezzi dislocati sul Caposaldo n. 5 avevano aperto il fuoco”. L‟ultimatum nasceva da un‟imboscata tedesca: “Mi assalì allora un impeto di sdegno - scrisse Solinas - , e decisi senz‟altro di dare la parola al cannone”.

286


Via Portuense-Campana M. Giovagnoli - A. Anappo

La

Via

Portuense-Campana

è

un

asse

viario

dell‟antichità, che costeggia la riva destra del Tevere congiungendo l‟Urbe con le Saline e il Porto. La strada è data dalla sovrapposizione, in epoche diverse, di almeno sei tracciati. I quattro tracciati storici sono la Via Campana arcaica (IX sec. a.C.?), la Via Campana monumentale (Età Claudia), la Via Portuensis (Età Traianea) e i rifacimenti medievali; i due tracciati moderni sono la Strada provinciale n. 1 Via Portuense (insieme, per alcuni tratti, a via della Magliana) e l‟Autostrada A91 RomaFiumicino (con il recente tratto di complanare). La viabilità moderna urbana ed autostradale, pur insistendo su tracciati diversi da quelli storici, ne replica sostanzialmente la funzione di arteria stradale del settore sud-occidentale fra Roma e il mare.

287


La Via Campana arcaica

La

Via

Campana

prende

il

nome

dalla

sua

destinazione, il Campus Salinarum Romanarum, le Saline alla foce del Tevere (citate nell‟epigrafe CIL XIV, 4285), identificabili grossomodo con la parte meridionale degli Stagni di Maccarese. La

strada

non

nasce

da

una

pianificazione

urbanistica ma da una rotta commerciale naturale, che congiunge l‟abitato arcaico di Roma al Foro Boario con i giacimenti di sale, seguendo la riva destra del Tevere. Fin dal IX sec. a.C. il sale insieme ad altre merci dirette a Roma vengono stivate su imbarcazioni a fondo piatto (naves caudicarie o anche semplici chiatte), e risalgono il fiume controcorrente, trainate da coppie di buoi. Convenzionalmente il percorso della Via Campana si fa nascere dalle Mura Serviane, dalla Porta Trigemina. Assecondando i meandri del fiume la Via raggiunge il Santuario di Fors Fortuna e l‟abitato di Pozzo Pantaleo, per piegare poi nuovamente verso il fiume, lungo un tracciato che si ipotizza grossomodo sovrapponibile con l‟odierna via della Magliana, toccando il porto fluviale di Vicus Alexandri (Santa Passera). Tra il V e il VI miglio la Campana interseca il secondo Santuario di Fors Fortuna, parte del Lucus dei Fratres Arvales. Questo punto, che segna il confine dell‟Ager Romanus Antiquus, è anche il punto di metà percorrenza. Da qui in poi le fonti si fanno avare. A Parco de‟

288


Medici sono stati ritrovati una coppia di ponti romani di età imperiale, ma gli archeologi dubitano che siano direttamente collegati alla Via Campana. La strada raggiunge così il Rio Galeria, affluente di destra del Tevere, superandolo con un ponte. Gli studiosi concordano sul fatto che il ponte romano non

debba

essere

molto

distante

dal

moderno

attraversamento carrabile. Di questo avviso è ad esempio, Laura Cianfriglia, che ritiene i resti di un pilone di età romana, situato nelle vicinanze, come fortemente indiziato di far parte dell‟antico ponte. Il ponte risulta comunque ancora praticabile nel 1548, quando il maestro di caccia della Corte papale Giandomenico Boccamazza lo descrive come un «ponte di pietra, ch’è sopra il Galera». Per l‟ultimo tratto in direzione delle Saline i recenti ritrovamenti archeologici (2006-2008) ci forniscono un quadro sorprendente: la strada attraversa la piana con un rettilineo diagonale, in viadotto sopraelevato, distaccandosi dal corso del fiume. Questo taglio obliquo ha generato più di un dubbio

interpretativo,

perché secondo

le

fonti

la

Campana assecondava integralmente il corso naturale del fiume. Il fatto è stato spiegato da Tuccimei e Serlorenzi con la localizzazione, in questo tratto, di un pantano idrotermale: il modo migliore per oltrepassarlo era tirar dritto con un percorso rettilineo, poggiato in antico su ponti di legno. E là dove finiscono i ponti finisce anche la Via Campana, giunta ormai a destinazione nel cuore delle Saline. Taluni

hanno

ipotizzato

la

prosecuzione

della

Campana con una carreggiata di servizio fino al mare,

289


relativa alla fase di controllo degli Etruschi di Vejo. L‟ipotesi si è rivelata corretta solo per metà, perché gli Etruschi non commerciavano con le flotte fenicie e greche sulla costa, ma aspettavano che esse giungessero via Tevere direttamente alle Saline, che erano un grande emporio a cielo aperto. Eppure, la strada di servizio esiste per davvero (un tratto è stato ritrovato nel 1973), sebbene non risalga che al IV sec. a.C., quando l‟area è ormai romanizzata. Almeno per le origini la Campana aveva l‟aspetto di un battuto stradale, creato più dal prolungato passaggio dei bovini che dall‟intervento di maestranze operaie organizzate. Una datazione al carbonio su resti della Via Campana in località Nuova Fiera di Roma, condotta nel 2008, ha permesso di datare i più antichi interventi edilizi intorno al 643 a.C. La tecnica costruttiva è grossolana ma solida. Si scavava una trincea sul piano di campagna, e vi si gettava un sottofondo stradale (piccole e medie schegge di tufo ben compattate). Al di sopra veniva poggiata la carreggiata (massi di tufo sbozzati, cementati insieme dal limo argilloso estratto durante

l‟escavazione

della

trincea).

Infine,

sopra

la

carreggiata veniva posto il pavimentum (uno strato compatto di ghiaia), delimitato da una fila di crepidini laterali per impedire

l‟invasione

delle

acque

piovane

e

costituire

all‟occorrenza un rudimentale marciapiede. La Via, si è detto, iniziava (o terminava) al Foro Boario. Ma questo non era la fine (o il principio) di tutto: passata l‟Isola Tiberina, la strada si immetteva nella Via Salaria, che proseguiva la risalita del fiume Tevere verso le

290


parti più interne e remote dell‟Italia centrale. Per questo gli studiosi parlano anche di un unico Asse viario SalaroCampano,

indicandolo

come

il

principale

percorso

di

comunicazione dell‟Italia centrale di epoca pre-romana. In epoca romana la gestione amministrativa della strada è affidata ad un magistrato. Il Curator viarum della Via Campana presiedeva anche ad un‟altra via, la Via Ostiensis, che può definirsi la gemella della Via Campana e compie un percorso

speculare

sulla

riva

sinistra

del

Tevere,

raggiungendo il porto di Ostia. Questa lunga fase iniziale di vita della Via, che va dall‟Epoca arcaica ai primi anni dell‟età imperiale, è detta dagli studiosi Periodo 1.

La Via Campana monumentale

La Via Campana, via di penetrazione ideale verso l‟interno per commercianti cartaginesi, greci, etruschi e latini delle origini, alla metà del I sec. d.C. non basta più. Le chiatte trainate da buoi, cariche non solo di sale ma di merci di ogni genere dirette ad una metropoli da un milione di abitanti, generano continui litigiosi ingorghi. Senza contare che il Porto di Ostia, ormai troppo piccolo, riversa sulla Via Ostiensis in riva sinistra un traffico pesante dagli stessi vertiginosi livelli di traffico della Via Campana. L‟imperatore Claudio decide così di decongestionare il porto di Ostia, avviando la costruzione di un secondo bacino 291


marittimo a nord di quello di Ostia, a ridosso delle Saline alla foce del Tevere. Per la Via Campana inizia così quella che potremmo definire una seconda vita e che gli studiosi chiamano Periodo 2 o

«monumentalizzazione» della Via

Campana. Il saggio Imperatore Claudio realizza tre interventi: il raccordo con il mare, la circonvallazione tra Ponte Galeria e Pozzo Pantaleo ed il rifacimento e allargamento degli altri tratti. Il raccordo collega le Saline al mare (più precisamente, al Porto), riadattando la viabilità di servizio del IV sec. a.C. (gli archeologi ne hanno indagato un tratto, al Km 19,700, presso il Tempio di Portuno): la Campana risulta così finalmente collegata al mare. La circonvallazione si distacca dalla Via Campana al XIV miglio, in località Chiesuola di Ponte Galeria, e si riunisce alla Campana al II miglio, in località Pozzo Pantaleo, tagliando con un rettilineo di circa 6 miglia le alture e le selve portuensi, ed evitando i meandri tortuosi del Tevere, che sono lunghi circa il doppio. La circonvallazione consente di snellire di 1/3 a percorrenza complessiva. Con il rifacimento e allargamento della Via Campana (ed

il

declassamento

circonvallazione

al

solo

del

tratto

traffico

sostituito

pesante)

Claudio

dalla non

immagina, probabilmente, di avere di fatto costruito una nuova

strada,

ma

si

pone

l‟obiettivo

di

adeguare

razionalmente la strada esistente alle esigenze della Capitale imperiale, smistandone i flussi di traffico in base al volume 292


di carico: il traffico pesante (le merci che dal mare raggiungono Roma) continua a seguire il percorso originario lungo il fiume, mentre il traffico leggero (cui si aggiunge il traffico di ritorno, alleggerito dei pesanti carichi) segue invece la circonvallazione nell‟entroterra. Questa fase di rinascita della Via Campana ha durata brevissima: un cinquantennio dopo l‟Imperatore Traiano mette nuovamente mano sulla via per il mare.

La Via Portuensis

Alla fine del I sec. d.C. anche il Porto di Claudio si rivela insufficiente ad approvvigionare l‟Urbe. Così Traiano interviene sul porto esistente e avvia la costruzione di un secondo bacino, interno, collegato attraverso canali al Porto di Claudio e al Tevere. La

realizzazione

del

bacino

interno,

di

forma

esagonale, avviene rinunciando a parte delle Saline, che vengono scavate e allagate. Intorno fioriscono magazzini di stoccaggio merci ed il porto diviene una vera e propria città, che prende il nome di Portus. In questa fase Traiano avvia il nuovo completo rifacimento della Via Campana, abbandonando i tratti dei meandri e utilizzando la circonvallazione rettilinea di Claudio come percorrenza principale. Si viene così formalmente a costituire una seconda via, che, in onore della sua destinazione Portus prende il nome di Via Portuensis. 293


In questa fase la Portuense si allarga, viene lastricata di basoli in crepidine in grado di sopportare un robusto traffico di carri, e, nei tratti soggetti ad allagamento, viene sopraelevata con percorrenze ad arcate simili ad acquedotti, assicurandone la percorribilità in ogni stagione. Questa fase della Via Campana, che assicura alla strada la sopravvivenza al lungo sonno medievale, è detta dagli studiosi Periodo 3.

I rifacimenti medievali

Il tratto finale della Via, quello tra Ponte Galeria e le Saline, richiede continue manutenzioni, la cui qualità è sempre più scadente man mano che l‟Impero lascia il posto al Tardo Antico e poi al lungo sonno dell‟Età di mezzo. In particolare i tratti finali della Via, in viadotto sopraelevato circondato dalle acque, sono soggetti a continui crolli e vengono continuamente rattoppati con interventi di qualità scadente. Oppure, quando in epoca medievale non si possiedono più le cognizioni per restaurare i ponti, vengono aggirati mediante la creazione di viottoli di servizio che nei punti di crollo discendono dalle arcate perdute e poi risalgono all‟arcata successiva. E se poi la stagione è quella delle precipitazioni invernali, con continui allagamenti, nemmeno i viottoli sono sufficienti a raggiungere il mare, per cui il collegamento si interrompe e bisogna attendere la nuova bella stagione. Una datazione al carbonio, effettuata in occasione di 294


recenti scavi sul tratto presso la Nuova Fiera di Roma, ha indicato l‟anno 982 d.C. come il momento critico della vita della Via, sommersa da detriti fluviali probabilmente a seguito di una piena eccezionale. L‟indagine al carbonio si incrocia, del resto, con una fonte storica, la bolla di Benedetto VIII (1° agosto del 1018) che descrive la zona fra Ponte Galeria e le saline come riconquistata dalle selve e impantanata:

«cum

terminis

limitibusque

suis,

terris,

casalibus, sylvis atque pantanis, cum ponte et ipsum vicum qui vocatur Galera». Si ha notizia di rifacimenti in epoca medievale, attribuiti all‟architetto Giuliano da Sangallo. I committenti pontifici sono in realtà molto più interessati all‟edificazione di vedette semaforiche, più che al recupero della funzionalità stradale. Succede così che a distanza di pochi anni le piene eccezionali del 1530 e del 1557 ricoprono definitivamente di fanghi

l‟antica

arteria

stradale.

Le

torri

di

guardia

sopravvivono invece ancora oggi. Nel 1660 l‟agrimensore incaricato di descrivere l‟area delle Saline nel Catasto Alessandrino vi annota la presenza di uno stagno, attraversato dalle arcate sopraelevate della strada romana ancora visibile, sebbene non più percorribile. In didascalia, al numero XXVIII, annota: «ponte rotto, che segue passato Ponte Galera».

La viabilità moderna

295


La viabilità moderna replica il percorso funzionale antico, pur insistendo su un tracciato diverso e non sovrapponibile alla Via Portuense-Campana antica. Sorprende tuttavia notare che, così come in antico, il collegamento fra Roma e il mare si basa su un doppio tracciato: uno sinuoso e a scorrimento lento - la Strada Provinciale 1 Via Portuense e via della Magliana -, e uno rettilineo a scorrimento veloce - l‟Autostrada A91 RomaFiumicino -. L‟autostrada viene messa in cantiere nella seconda metà degli Anni Cinquanta per congiungere Roma con il suo aeroporto,

allora

in costruzione presso

Fiumicino.

La

denominazione ufficiale di autostrada è assunta nel 1969, anche se si tratta in realtà di una strada statale (la n. 201) attrezzata per lo scorrimento veloce, e attualmente senza pagamento di pedaggio. Il tracciato si sviluppa per 18,5 km, di cui 6,5 in tratto urbano (il nome tecnico del tratto cittadino è tronco di penetrazione urbana), e 12 km fra lo svincolo del GRA e l‟Aeroporto (tronco autostradale). Il km 0 è posto nello stretto gomito di distacco dal Viadotto della Magliana, in prossimità delle uscite Via della Magliana e Viale Isacco Newton. Dopo aver superato con un ponte sospeso a tracciato curvilineo il tratto panoramico presso l‟Ansa della Magliana, l‟autostrada assume l‟aspetto di un rettilineo. Dopo l‟uscita Parco dei Medici interseca al km 6,600 il grande svincolo a quadrifoglio che immette sul Grande Raccordo Anulare e sulla nuova viabilità complanare. 296


La Complanare permette di accedere alle uscite delle c.d. nuove urbanizzazioni: Ponte Galeria, Fiera di Roma e Parco Leonardo, mentre il troncone principale dell‟autostrada procede

spedito

verso

l‟innesto

dell’Autostrada

Roma-

Civitavecchia (al km 14,300) e verso la sua destinazione, ai terminal dell‟Aeroporto internazionale Leonardo da Vinci (km 18,500). I lavori di costruzione sono stati svolti dall‟ANAS (che ne è anche l‟esercente attuale) e si concludono nel 1959, in tempo per l‟apertura al pubblico dell‟Aeroporto. Nel 1965 una frana investe il viadotto presso l‟Ansa della Magliana: il tratto viene smantellato e ricostruito con un ponte sospeso ad unica luce, che porta oggi il nome del suo progettista, l‟ingegner Riccardo Morandi. In occasione del Giubileo del 2000 l‟autostrada viene ampliata, con la costruzione della terza corsia, nel tratto che va

dal

Grande

Raccordo

Anulare

all‟Aeroporto,

e

ammodernata, dotandola di un impianto di illuminazione arancione e LED rossi sui lati. Nel maggio 2010 si concludono i lavori della Complanare.

297


298


Vicolo di Pietra Papa Andrea Di Mario

L‟antica viabilità del Piano di Pietra Papa - oltre a quella principale rappresentata dalla via Portuense e via della Magliana - consisteva in un eseguo numero di strade minori, che avevano origine dalla via Portuense e che raggiungevano una strada che costeggiava la riva del Tevere. La più importante tra di esse era il Vicolo di Pietra Papa. Esso, allora come oggi, iniziava dalla via Portuense e aveva tre diramazioni. La prima, che corrisponde all‟attuale via dei Papareschi, raggiungeva il Tevere con un percorso pressoché rettilineo. La seconda, con continui cambi di direzione, raggiungeva anch‟essa il Tevere ma un po‟ più a valle della precedente. Di tale percorso sopravvivono oggi alcuni spezzoni come l‟odierno omonimo vicolo di Pietra Papa e la parte terminale di via Pietro Blaserna presso il Tevere. La terza diramazione, a differenza delle altre due, non raggiungeva le rive tiberine ma si fermava nei pressi di un

299


canale di irrigazione dalle parti dell‟odierna via Antonio Roiti (della parte iniziale di questa terza diramazione resta oggi traccia nella via dei Prati dei Papa e in via Carlo Sereni). Altra strada di una certa importanza presente nella Piana era l‟antico vicolo di Pozzo Pantaleo. Esso si staccava dalla via Portuense nel punto in cui oggi sorge l‟oratorio della Parrocchia

Gesù

Divino

Lavoratore

ma

buona

parte

dell‟antico percorso è stato cancellato dai moderni edifici. Solo il percorso dell‟attuale via Vincenzo Brunacci conserva la memoria della parte terminale del vicolo, quella verso il Tevere, che nei primi anni del Novecento aveva però cessato di chiamarsi vicolo di Pozzo Pantaleo ed era diventata parte della più recente via di Vigna Corsetti. Il resto della antica viabilità del Piano di Pietra Papa consisteva in un esiguo numero di strade minori. Il percorso di tali vicoli era influenzato dai confini degli appezzamenti che avevano il compito di raggiungere; ne risultava una serie di sentieri con andamento sinuoso e non di rado con brusche svolte ad angolo retto, stretti tra i muri di confine delle proprietà.

300


Vicus Alexandri

Abstract non disponibile.

301


302


Villa al Monte delle Piche

Abstract non disponibile.

303


304


Villa Baccelli

Abstract non disponibile.

305


306


Villa Bonelli

Villa Bonelli è il nome del casale rurale restaurato ad inizio Novecento dall‟architetto Busiri-Vici su commessa dell‟agronomo Michelangelo Bonelli, oggi sede del Municipio Roma XV. Nasce come casino agricolo del 1839; passa nel 1906 ai Balzani e nel 1925 all‟ing. Bonelli, già proprietario dal 1923 della attigua paludosa Proprietà Due Torri. L‟opera di bonifica condotta da Bonelli avrà del prodigioso: unificate le proprietà, prosciuga le acque stagnanti con idrovore di sua invenzione, scava canalizzazioni (se ne possono riscontrare i tracciati nelle attuali via della Magliana nuova e via di Pian Due torri) e, con vasche e chiuse, porta l‟acqua per l‟irrigazione sù in collina. In pochi anni la valle si copre di carciofi e altri ortaggi, il pendìo collinare di vigna pregiata e frutteto. ingenti

Bonelli

commissiona

ristrutturazioni

sul

all‟architetto

Busiri-Vici

casolare

esistente

307


(trasformandolo in villa, con l‟aggiunta di un nuovo corpo di fabbrica e una serra-studio). Il parco si addolcisce con scalinate, fontane e terrazze prospettiche, e con alberature di querce, pini e cipressi. La tenuta rimane produttiva fino agli anni Sessanta, per

poi

frazionarsi

e

conoscere

una

attività

edilizia

speculativa. Negli anni „80 Villa Bonelli passa al Comune; nel 2004 gli architetti Panunti e Santarelli hanno progettato il restauro, completato nel marzo 2005. Il parco (con accessi da via Camillo Montalcini, 1 e via Domenico Lupatelli, snc) misura oggi 4,5 ettari. Nella Villa risiede la Presidenza del Municipio XV Arvalia-Portuense. Villa Bonelli è stata studiata dalla Sovrintendenza Comunale di Roma e dalla Soprintendenza ai BB.AA. e del Paesaggio di Roma (cfr. Roberto Banchini, Scheda inventariale n. 970673 - Sopr. BBAA e Paesaggio Roma. Catalogo di G. Tantini). Villa Bonelli (ingressi da via C. Montalcini e via D. Lupatelli,

secc.

XIX-XX)

è

una

proprietà

comunale

dell‟estensione di 4,5 ettari. Esistente già dal 1839, quando consisteva in un corpo a L in corrispondenza dell‟edificio principale, indicato fin dal 1906 come Villa Balzani. Nel 1925 l‟ingegner Michelangelo Bonelli (1896-1961), piemontese, acquistò la tenuta per trasformarla in azienda e applicare i nuovi sistemi di coltivazione agricola sperimentati in Umbria e molto apprezzati. Fece piantare vigneti e alberi da frutta, oltre che ingrandire l‟edificio, detto da allora Villa

308


Bonelli. La villa attuale risulta dunque dalla fusione delle tenute di Pian Due torri e Villa Balzani. Consta di una struttura principale a torre angolare a più piani (tre più un mezzanino), alla quale si addossano altri due corpi di fabbrica, dei quali uno adibito allora a serra. Un giardino con scalinate e fontane, scalate lungo il pendio, completava la villa, acquistata negli anni Ottanta dal Comune di Roma e adibita a sede del Municipio XV. La villa è stata restaurata nel 2004.

Pagani, vignarolo in leasing

Un documento fiscale del 1693 nomina l‟abate Cenci e monsignor Pallavicini, proprietari della vigna “in contrada Vicolo Inbrecciato”, per la quale pagano le tasse più alte del comprensorio. Un secolo dopo e oltre, il Catasto gregoriano (anno 1818, mappa 159, particella 235) attesta una “casa con corte per l‟uso del Vignarolo”, primo nucleo della moderna Villa Bonelli, su una superficie di 32 centesimi catastali. La proprietà è ancora ecclesiastica - precisamente della chiesa di S. Maria in via Lata - ma su di essa il vignarolo Giuseppe Pagani vanta il diritto di “enfiteusi perpetua”, una sorta di affitto a basso canone, riscattabile, molto vicino al moderno contratto di “leasing”. Non solo. Pagani ha in enfiteusi anche l‟intera “vigna” 309


(particella catastale 234) che misura 8 quadrati, 8 tavole e 27 centesimi, e il “fienile” (particella 233) che misura 6 centesimi. Verso il 1839 l‟operoso vignarolo aggiunge al casale un corpo perpendicolare (visibile nella mappa della Congregazione del Censo), ma verso metà Ottocento l‟attività deve conoscere un rapido declino: nelle mappe la nuova ala è crollata, e un documento del 1878 annota che il fienile è ormai “diruto”. L‟enfiteusi

sarà

“riscattata”

(pagando

il

valore

capitalizzato del canone) verosimilmente intorno al 1870, anno in cui la piena proprietà passa a Giuseppe Balzani.

Memorie di Casa Balzani

I Balzani (e poi i Trinchieri) sono proprietari di Villa Bonelli per mezzo secolo, dal 1870 al 1926. Le loro vicende familiari sono state ricostruite dagli studi attenti di Carla Benocci. Alla morte del capostipite Giuseppe Balzani, nel 1885, ereditano congiuntamente la vedova Virginia Ciocci-Balzani e i figli Saverio, Giuseppe e Silvia. Virginia Ciocci-Balzani muore due anni dopo, nel 1887, e la proprietà si consolida nei tre figli. La comproprietà non deve essere stata facile, tanto che il 28 gennaio 1900 si arriva ad una spartizione: la tenuta Balzani viene assegnata in via esclusiva alla figlia femmina, andata sposa ad Emilio Trinchieri. Alla morte di Silvia Balzani-Trinchieri, nel 1902, la 310


proprietà passa in eredità congiuntamente al marito Emilio e alla

numerosa

figliolanza:

Virginia,

Giuseppe,

Emma,

Giovanna, Giovan Battista e Marcello. Intorno al 1906 sono attestati degli abbellimenti che portano la dimora ad assumere carattere signorile e “forma ad L”, e ad essere indicata nelle mappe come “Casa Balzani” o già “Villa Balzani”. La sua estensione, delimitata dalle attuali vie Montalcini, Fuggetta, Baffi, Ribotti e Valli, è di 113 mila mq. Gli eredi Trinchieri vendono la propetià a Bonelli il 29 ottobre 1925.

Ultime vicende della Tenuta Bonelli

Fra il 1818 e il 1839 il Sancta sanctorum rileva le quote „pro indiviso‟ del Gonfalone e dei proprietari privati, e costituisce la proprietà unitaria “Tenuta di Pian due Torri, tutta in piano”, coltivata a rotazione tra seminativo e maggese. Poco dopo vende al conte Filippo Cini di Pianzano, e suo figlio rivende a monsignor Angelo, della casata locale dei Bianchi. Il Monsignore tenta l‟unificazione della piana con la sovrastante collina di S. Passera, con motivazioni assai semplici: differenti quote altimetriche tengono al riparo dai capricci del fiume, e permettono di variegare le colture. Le stesse intuizioni, mezzo secolo dopo, saranno alla base dell‟opera di Bonelli. La studiosa Benocci ha ricostruito le acquisizioni 311


fondiarie di Angelo Bianchi: i primi acquisti di “terreni e casali ad uso vignarolo” datano 1870, in comproprietà con Salvatore, figlio del capostipite Luigi Bianchi; alla morte di Salvatore, nel 1885, la sua quota passa al figlioletto Luigi (con lo stesso nome del nonno); quando anche monsignor Angelo muore, nel 1897, il giovane Luigi eredita la quota dello zio, e si ritrova unico proprietario di un latifondo da 72 ettari. Luigi rimane proprietario fino al 1912, anno in cui la proprietà

si

frammenta

nuovamente.

La

piana

viene

acquistata nel 1923 da Bonelli, che nel 1926 la gira alla società anonima GIT (“Gestione Immobili Torino”). Nel 1938 la società diventa in nome collettivo, e dal 1941 passa ad Adriano Tournon, genero di Bonelli.

312


Villa delle Suore Eucaristiche

La Congregazione delle Suore Eucaristiche è un convento visibile già dal catasto del 1807, sito in via della Casetta Mattei, 12, nelle adiacenze via degli Adimari, al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e risulta funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599148A, Sacchi G. - cat. Fracasso-Giampaoli).

313


314


Villa Giulia

Abstract non disponibile.

315


316


Villa Giuseppina

Abstract non disponibile.

317


318


Villa Kock

Villa Kock (o Vaccheria Prosperi) è una dimora signorile del 1607, sita nella collina di Montecucco al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970747A, Banchini R. - cat. Peixoto J.R.).

319


320


Villa Lucia

Villa Lucia è una dimora signorile di inizio Ottocento, sita in via dell‟Imbrecciato, 205, al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970744A, Banchini R. - cat. Peixoto J.R.).

321


322


Villa romana dellâ€&#x;Infernaccio

Abstract non disponibile.

323


324


Villa romana di Pietra Papa

Presso l‟argine demaniale di Lungotevere Gassman è stata scavata fra il 1915 e il 1939 una villa romana, oggi completamente interrata, ad eccezione di alcuni resti murari ancora visibili dalla pista ciclabile. La proprietà è pubblica e di interesse archeologico. Presso la Soprintendenza Archeologica di Roma è disponibile materiale inventariale ad uso degli studiosi.

325


326


Villa San Vincenzo

Abstract non disponibile.

327


328


Villa Sandra

Abstract non disponibile.

329


330


Villa Soraya

Clemente Busiri-Vici realizza tra il 1956 e il 58 la superba villa di Soraya, ultima principessa di Persia. La proprietà si compone tre corpi di fabbrica, disposti intorno al grande atrio dalla cupola moresca. Il parco con piscina presenta un bosco mediterraneo (nord) e un palmeto (sud). Soraya nasce in Iran nel 1932, da un diplomatico iraniano e dalla tedesca Eva Klein, da cui eredita la straordinaria bellezza. A 17 anni, il 12 febbraio 1951, sposa lo scià di Persia Reza-Pahlevi, con una cerimonia da sogno, avvolta in un vestito nuziale di Christian Dior. Ma la vita alla corte di Teheran è diffile: lo Scià è assorbito dal governo, e i costumi europei e la condizione femminile mal si adattano ad

un

mondo

di

tradizioni

secolari.

I

giornali

la

soprannominano “principessa dagli occhi tristi”. Il 6 aprile 1958 lo Scià la ripudia, per non avergli dato figli. Pare che il matrimonio, combinato, fosse sfociato in una 331


passione sincera. Il dolore di Soraya negli anni dell‟esilio è immenso. Inizia un vorticoso giro di viaggi, con basi a Roma e Parigi. Soraya insegue il sogno giovanile della recitazione (la

principessa

somigliava

sorprendentemente

ad

Ava

Gardner). Nel 1965 è al fianco di Alberto Sordi ne “I tre volti” e sul set conosce, innamorandosene, il regista Franco Indovina. La sfortuna però torna a colpire: Indovina muore, in un incidente aereo. Da allora Soraya vive nel turbinio degli eventi mondani e nel dolore interiore più cupo. Ricca, famosa e divorata della depressione, si spegne a Parigi nel 2001.

332


Villa Usai

Abstract non disponibile.

333


334


Villino al vicolo del Conte

Il Villino al vicolo del Conte è una dimora signorile verosimilmente dell‟Ottocento, sita nella via omonima, al civico 48, al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599130A, Sacchi G. - cat. Fracasso-Giampaoli).

335


336


Villino alla Fanella

Il

Villino

alla

Fanella

è

una

dimora

signorile

verosimilmente dell‟Ottocento, sita sul distacco della via omonima al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599150A, Sacchi G. - cat. Fracasso-Giampaoli).

337


338


Villino Cantone

Il Villino Cantone è una dimora signorile del 1660, sita in via della Casetta Mattei, 322, al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599140A, Sacchi G. - cat. Fracasso-Giampaoli).

339


340


Villino di via Casetta Mattei 115

Il Villino alla Casetta Mattei è una dimora signorile verosimilmente dell‟Ottocento, sita nella via omonima al civico 115, al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599141A, Sacchi G. - cat. Fracasso-Giampaoli).

341


342


Villino di via della Magliana 642

Abstract non disponibile.

343


344


Sommario

Sacra Famiglia ............................................................... 3 Sacri cuori di GesÚ e Maria ............................................ 5 San Francesco Saverio ................................................... 7 San Girolamo ................................................................. 9 San Gregorio Magno ......................................................11 San Paolo a Poggio verde ...............................................13 San Raffaele ..................................................................15 Santa Maria di Porto .....................................................17 Santa Passera ...............................................................19 Michele contro il Drago .................................................. 20 Santa Silvia ..................................................................23 Santi Aquila e Priscilla ..................................................25 Santo Rosario ...............................................................27 Santo Volto ...................................................................29 La cappella di Padre Kolbe ........................................... 30 La costruzione della nuova chiesa ................................ 32 L’aula ecclesiale............................................................ 37 La Semicupola............................................................... 38 La Vetrata solare .......................................................... 40 345


Paladino: smalto e croci .................................................41 La sacrestia e la Luce rivelata .......................................42 I confessionali e il Cristo di Ruffo...................................43 La cappella feriale .........................................................45 Il sagrato e la Croce sospesa .........................................47 La casa parrocchiale......................................................49 La cancellata di Uncini ..................................................50 SARA............................................................................ 55 I ragazzi di Monte delle Capre .......................................55 Il pentaprisma ...............................................................58 Prove tecniche di produzione .........................................62 Sarcofago di Selene ....................................................... 67 Un culto esotico ..............................................................68 Selene e gli amori proibiti...............................................69 Scalino del Cardinale .................................................... 73 In nome del Papa Re ......................................................73 Scuola Collodi .............................................................. 77 Rodari e la Torta in cielo ................................................78 Montecucco disegnato da GĂźrtzig ..................................79 Scuola Pascoli .............................................................. 81 Scuola Pascoli, primi in igiene........................................81 Caproni, maestro senza metodo ....................................82 Sepolcro dei Martiri Portuensi ....................................... 87 Simplicio, Faustino e Beatrice ........................................87 Serve dei Poveri ............................................................ 91 Sopraelevata Isacco Newton .......................................... 93 Sorelle dellâ€&#x;Immacolata ................................................. 95 Stadio del rugby ........................................................... 97 Stagni di Fiume morto .................................................. 99 Stalla Lauricella ......................................................... 101

346


Stalla Pino Lecce ......................................................... 103 Stalla su vicolo del Conte ............................................ 105 Stazione Fiera di Roma................................................ 107 Stazione Magliana ....................................................... 109 1921, disastro alla Magliana ...................................... 109 Stazione Muratella ...................................................... 111 Stazione Ponte Galeria ................................................ 113 Lettere dal Lager 5A ................................................... 113 Stazione Trastevere ..................................................... 115 L’assetto del 1859 ...................................................... 116 Le sistemazioni del 1894 e 1911 ................................ 117 Da Italia 90 ad oggi .................................................... 118 Stazione Villa Bonelli................................................... 121 Strada arcaica al Marriot ............................................. 123 Strada di Ponte Galeria ............................................... 125 Struttura arcaica alla Mira Lanza ................................ 127 Struttura idraulica romana al Marriot ......................... 129 Struttura in opera poligonale ....................................... 131 Suore Oblate ............................................................... 133 Teatro Arvalia ............................................................. 135 Teatro India ................................................................ 137 Tempio della Fortuna al I miglio .................................. 139 Tempio della Fortuna al VI miglio ................................ 141 Tempio di Dia ............................................................. 143

347


Tenuta dei Massimi .................................................... 145 Tenuta Pian Due torri ................................................. 147 Lentulo Lentuli, scapolo impenitente ........................... 148 Storie di antiche confraternite ..................................... 149 Monsignor Bianchi, il primo pioniere ........................... 151 Michelangelo Bonelli, il secondo pioniere .................... 152 La «freccia verso il mare» ............................................. 155 Una matita disegna la nuova Magliana ...................... 159 Il Piano regolatore del 1954 ........................................ 159 Tenuta Somaini .......................................................... 163 Terme di Pozzo Pantaleo ............................................. 165 Per lavarsi e per parlare ............................................. 166 Tetrastylum ................................................................ 167 Tevere ........................................................................ 169 Tomba alla Torre del Giudizio ..................................... 171 Tomba bianca ............................................................. 173 Tomba dei Campi Elisi ................................................ 175 Alla ricerca del tempo migliore .................................... 176 I ritratti di famiglia ...................................................... 177 La navicella sul fiume Lete ......................................... 179 Il plaustrum ................................................................ 180 Gli astragali ................................................................ 182 La moscacieca ............................................................ 184 Il trigon ....................................................................... 186 Il banchetto dei giusti ................................................. 188 I temi funerari ............................................................. 190 Tomba dei Geni danzanti ............................................ 193 La danza della vita ..................................................... 194 Tomba dell‟airone ....................................................... 197 Anime in volo, come aironi .......................................... 198 Il «drago» portuense..................................................... 199 Tomba della Vaschetta ................................................ 201 348


Tomba delle lesene ...................................................... 203 Il recinto funerario ....................................................... 204 Tomba di Ambrosia ..................................................... 207 Una storia di famiglia ................................................. 208 Ninfa Ambrosia: vino, sangue, oblÏo ............................ 210 Il sincretismo religioso ................................................. 211 Tomba di Epinico ........................................................ 213 Tomba di Petronia ....................................................... 215 Lo scavo del 1996 ....................................................... 216 Torre Cocchi ............................................................... 219 Torre del Giudizio........................................................ 221 Torre di Rogers ........................................................... 223 Torre Righetti .............................................................. 225 Uccellacci uccellini....................................................... 227 Il Corvo di Montecucco ................................................ 230 Tratto di Via Campana #1 ........................................... 231 Tratto di Via Campana #2 ........................................... 233 La palude, un varco per l’Inferno ................................ 234 I 13 ponti..................................................................... 237 La datazione al carbonio ............................................. 239 Tratto di Via Campana #3 ........................................... 241 La fossa di fondazione ................................................ 242 Il rituale della Via Campana ....................................... 244 Sacrifici umani per costruire ponti? ............................. 246 Una conchiglia in dono alle Ninfe ................................ 249 Il chiodo, per fermare i demoni .................................... 251 Altri ritrovamenti su via Sabadino .............................. 254 Trullo (zona urbanistica) ............................................. 255 Il Trullo, dalle origini al 1940 ...................................... 256 La Borgata Costanzo Ciano ........................................ 256 Una cosmonauta al Trullo ........................................... 258 349


Il Trullo, dal Dopoguerra ad oggi................................. 261 Miscellanea................................................................. 263 Trullo dei Massimi ...................................................... 265 Un nobile mausoleo .................................................... 266 Il Casale dei Massimi ................................................. 266 Al Truglio a cavar marmi ............................................ 268 Giulio che (v)inse (v) volte ............................................ 269 Il Trullo, solitario sull’argine ....................................... 271 Valle dei Casali a Montecucco ..................................... 273 Valle dei Casali a Portuense ........................................ 275 Vasca quadrata .......................................................... 277 Vecchio Ponte della Magliana ...................................... 279 Vivaldi-Pasqua, pioniere dell’aria ............................... 280 Battaglia al Quinto caposaldo .................................... 282 La resa del Quinto Caposaldo .................................... 284 Le insegne del Reggimento Magliana .......................... 285 Via Portuense-Campana ............................................. 287 La Via Campana arcaica ............................................ 288 La Via Campana monumentale .................................. 291 La Via Portuensis........................................................ 293 I rifacimenti medievali ................................................ 294 La viabilità moderna ................................................... 295 Vicolo di Pietra Papa ................................................... 299 Vicus Alexandri .......................................................... 301 Villa al Monte delle Piche ............................................ 303 Villa Baccelli............................................................... 305 Villa Bonelli ................................................................ 307 Pagani, vignarolo in leasing ........................................ 309 Memorie di Casa Balzani ............................................ 310 Ultime vicende della Tenuta Bonelli ............................ 311 Villa delle Suore Eucaristiche...................................... 313 350


Villa Giulia.................................................................. 315 Villa Giuseppina ......................................................... 317 Villa Kock ................................................................... 319 Villa Lucia .................................................................. 321 Villa romana dellâ€&#x;Infernaccio ....................................... 323 Villa romana di Pietra Papa ......................................... 325 Villa San Vincenzo ...................................................... 327 Villa Sandra ................................................................ 329 Villa Soraya ................................................................ 331 Villa Usai .................................................................... 333 Villino al vicolo del Conte ............................................ 335 Villino alla Fanella ...................................................... 337 Villino Cantone ........................................................... 339 Villino di via Casetta Mattei 115 .................................. 341 Villino di via della Magliana 642 .................................. 343 Sommario ....................................................................... 345

351


352


Arvalia S-Z