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LA NECROPOLI PORTUENSE

. .

Antonello Anappo

Municipio Roma XV - Arvalia Portuense

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2012 - Municipio Roma XV Arvalia-Portuense www.arvaliastoria.it

1째 ottobre 2012. Hanno collaborato: Andrea Di Mario, Moena Giovagnoli.

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Cave romane Purfina Drugstore A. Di Mario - M. Giovagnoli - A. Anappo

Cave

romane,

Purfina,

Drugstore

è

un

termine

convenzionale che descrive una fitta sequenza di interventi umani (antropizzazioni) sulla collina di Pozzo Pantaleo. La collina domina un crocevia naturale, tra la direttrice per il mare (Via Portuense-Campana) e la rotta interna verso il Tevere (torrente Tiradiavoli). Le fasi principali di insediamento sono: cava di tufo (Epoca repubblicana), necropoli portuense (I-IV sec. d.C.), abitato altomedievale, una lunga fase di frequentazioni sporadiche, Stabilimento Purfina (a cavallo tra le due guerre) e infine Drugstore (1966). Quest’ultima incorporazione

fase dei

è

caratterizzata

resti

dalla

necropolari

in

problematica una

moderna

struttura commerciale, inizialmente aperta 24 ore su 24. Nel 2011 sono stati separati gli spazi dei morti dagli spazi dei vivi; il sito sembra così aver trovato pace.

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La cava di tufo

Le

cava

di

tufo

è

attestata

sin

dall’Epoca

repubblicana. Vi si estrae un tipo particolare di roccia, chiamato tufo rosso lionato, estremamente friabile e ricco di venature, impossibile da tagliare in grandi blocchi e per questo lavorato soprattutto in scaglie e polveri allo stato di pozzolana. La cava ha l’aspetto di una latomìa (una cava a cielo aperto, in cui gli sbancamenti a gradoni procedono a partire dalla sommità, creando una sorta di cavea). È presente probabilmente anche un traforo di gallerie, ma oggi ne rimangono porzioni minime: un grottone presso via Bianchi (utilizzato oggi come cantina) e parte di una galleria a piano inclinato presso il Drugstore. Del grottone è contenuta una descrizione nella Guida dell’Agro Romano dell’agrimensore Eschinardi (1750): «A destra si può entrare in una gran grotta, o spelonca, la quale era anticamente un ergastolo da tenervi schiavi». L’Eschinardi fa riferimento alla miserevole condizione delle maestranze della cava, costituite da uomini in schiavitù a seguito di reati: di giorno costretti al lavoro durissimo di cavatori di pietre, in catene e marchiati a fuoco; di notte reclusi nel grottone per evitarne la fuga. Al Museo Nazionale Romano sono conservati dei collari in ferro, ritrovati in zona, i quali riportano con poche varianti la triste medesima epigrafe: «Se fuggo bastonami e riportami al padrone».

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La galleria a piano inclinato misura in origine circa 200 metri e congiunge la cavea con la sottostante Via Portuensis. La galleria (che in alcuni testi è indicata anche con il nome di pozzo obliquo) è probabilmente percorsa da una rampa per il trasporto dei pesanti materiali, e sfrutta la pendenza per ridurne il peso attraverso la forza di gravità. La galleria non è documentata che nella sua parte iniziale (a causa dell’edificazione del condominio sovrastante) e nella parte finale (che esce dove oggi si trova il Drugstore, tra la piccola Tomba C e il grande Colombario).

La Necropoli Portuense

A metà del I sec. d.C., con l’apertura al traffico carrabile del nuovo ramo della Via Campana, che proprio sotto la collina di via Belluzzo si distacca dal vecchio tracciato, il fianco della collina si rende disponibile per l’uso cimiteriale. Vengono realizzate dapprima stanze ipogee e semiipogee scavate direttamente nel tufo, per poi arrivare ad un

utilizzo

estensivo

del

terreno,

che

soppianta

progressivamente la cava. Ad oggi gli studiosi sono soliti dividere la necropoli in quattro settori: I settore (via di Pozzo Pantaleo, Necropoli di Pozzo Pantaleo); II settore (via Belluzzo, ~ del Drugstore); III settore (via Ravizza, ~ di via Ravizza); IV settore (via Bianchi, ~ di Vigna Pia). Il I settore viene individuato nel 1947, quando, in 5


occasione

di

alcuni

sbancamenti seguiti

alla

parziale

dismissione della fabbrica Purfina a ridosso della ferrovia, emergono cinque stele funerarie appartenute a guardie scelte di Nerone (Cippi dei Germani) e viene segnalato un settore cimiteriale con fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. Segue, nel 1951 il ritrovamento di due interi sepolcri: la tomba affrescata dei Campi elisi e la tomba decorata in stucco dei Geni danzanti. Entrambe sono intagliate dal tufo e trasportate al Museo Nazionale Romano, insieme ai cippi dei Germani. Gli scavi sistematici su questo settore iniziano nel 1983 e continuano, a più riprese, fino al 1998. Da essi emergono un edificio funerario a doppia camera (1989, indagato sommariamente), un’intera fila di tombe (Tombe Portuensi, 1996) e un mausoleo circolare (Pozzo Pantaleo, 1998), forse identificabile con la cappellina medievale di San Pantaleo. Nel 2010, a seguito di nuovi ritrovamenti in occasione

della

realizzazione

di

un

nuovo

sottopasso

ferroviario, inizia una nuova campagna di scavi: di essi sarà possibile riferire a breve. Nello stesso anno vengono svolti anche dei sondaggi preventivi sulla vicina via della Magliana Antica: da essa non emergono ritrovamenti e nell’area vengono realizzati un parco giochi e un parcheggio interrato. Il II settore, contiguo al I, viene individuato nel 1966, durante l’edificazione del complesso condominiale di via Belluzzo. Emergono altre cinque tombe, chiamate ciascuna con una lettera dell’alfabeto, in ordine di ritrovamento: Tomba A (Tomba di Ambrosia), B (~ delle lesene), C (~

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bianca), D (Colombario Portuense) ed E (~ della Vaschetta). Nella maggiore di esse, il Colombario, è stato rinvenuto un sarcofago in marmo (Sarcofago di Selene), trasportato al Museo Nazionale Romano. La sistemazione delle cinque tombe avviene nel 1982. In quello stesso anno viene riconosciuto come parte della Necropoli Portuense anche un III settore, posto a 400 metri di distanza dai primi due, su via Ravizza, dal quale emergono due tombe: la tomba 1 (~ dell’airone), e la tomba 2 (~ di Epinico e Primitiva). Un IV settore infine viene individuato nel 2000, sul versante opposto della collina rispetto ai primi due settori, presso via Bianchi durante la costruzione di un parcheggio interrato. Da esso emergono due nuclei di edifici funerari: un colombario ad uso collettivo ed un sepolcro familiare, detto Tomba di Atilia. La sistemazione dell’area si conclude nel 2006.

L’abitato altomedievale

L’utilizzo

della

necropoli

cessa

repentinamente,

dall’oggi al domani, nel terzo decennio del III sec. d.C., probabilmente a seguito di una grande alluvione: intense e prolungate smottamento

piogge di

devono argille

aver

dalle

provocato colline

di

un

esteso

Monteverde,

accompagnato dallo straripamento del Tevere. Il risultato è stato il deposito sopra la necropoli di uno spesso bancone 7


che ha reso impraticabili le aree a ridosso della Via Portuense e ha segnato la fine dell’utilizzo necropolare. Questa informazione è stata acquisita nel 1982, grazie ad uno studio stratigrafico del terreno nell’area tra la Tomba C e l’ingresso della galleria a piano inclinato. Lo strato superiore del terreno esaminato si compone di uno spesso strato di argille delle Colline di Monteverde, tipologia di terreno estranea all’area ed importata qui dalla grande alluvione. Al di sotto di questo strato si trova un terreno di epoca precedente, relativo alla fase di attività della necropoli, datato a partire dalla metà del I sec. (terreno di colore scuro ricchissimo di cocciame e altri frammenti ceramici). Al di sotto vi è uno strato ancora più antico, privo di frammenti ma ricco di detriti tufacei: è questo il terreno relativo alla fase di utilizzo come cava in Epoca Repubblicana. Perduta la funzione di necropoli l’area continua a vivere come postazione commerciale lungo la Via Portuense, sul lato della collina che guarda all’attuale via Quirino Majorana. Peraltro le funzioni commerciali e pubbliche dell’area non sono successive alla necropoli, ma convivono con essa già dal I secolo d.C. Le variegate testimonianze del vissuto dell’area sono indagate a partire dal 1983, e consistono in un tratto di strada basolata (Tratto di Via Campana #1), un edificio termale (Terme di Pozzo Pantaleo) e un edificio identificato come una probabile stazione di sosta (Mansio di Pozzo Pantaleo). Una successiva campagna di scavi inizia nel 1998 e 8


permette di attestare con certezza la frequentazione fino ad oltre il IV sec. d.C., in periodo paleocristiano, e di ipotizzare una frequentazione anche successiva, già altomedievale. Di sicuro l’area è nuovamente abitata nell’anno 1130, quando risulta appartenere, secondo documenti d’archivio della chiesa di Santa Prassede, ad un tale di nome Pantaleo. Il Catalogo di Torino vi riporta anche la presenza della piccola chiesa di San Pantaleo fuori Porta Portese. Di questa chiesina, a parte il nome, non si conosce altro. Nella mappa di Eufrosino della Volpaia del 1547 la chiesina giù non compare più, ma l’immaginetta di un fontanile e di un tabernacolo della buona via (di quelli che ancora oggi, nei paesi, accompagnano i visitatori ad ogni bivio) lascia intendere che una certa frequentazione vi fosse ancora. Probabilmente in questo periodo cessa di esservi un abitato stabile, e si ha un popolamento sparso nelle campagne.

Frequentazioni sporadiche

Le tombe portuensi continuano ad essere conosciute e visitate di tanto in tanto da curiosi, uomini di scienza e illustri viaggiatori. Lo studioso Nibby riporta che tra essi vi fu anche lo scultore Gianlorenzo Bernini, in cerca di ispirazione. Il Bernini rimane impressionato dalla ricchezza delle antiche tombe, che, al punto che riporta Nibby, le volle «imitare ne’ frontistizj del portico di San Pietro». 9


Si

tratta

probabilmente

di

un’esagerazione,

ma

sappiamo che il Nibby, visitando a sua volta i sepolcri portuensi nel 1827, ne rimane anch’egli impressionatissimo e così li descrive: «Sepolcri nobilissimi, adorni di stucchi e pitture, ed uno tra gli altri [...] con alcune urne dentro, nelle quali era significato il nome del padrone che le fece fare». Nelle parole del Nibby sembra di poter riconoscere la Tomba dei Geni Danzanti (stucchi), quella dei Campi elisi (pitture) e infine il Colombario Portuense (nomi graffiti). Alla fine dello stesso secolo visita approfonditamente la zona un altro illustre visitatore, l’archeologo Lanciani. Egli vi documenta una notevole quantità di materiali, ancora presenti sul luogo: cippi, lastre marmoree con iscrizioni, sarcofagi, frammenti di sculture, mosaici e suppellettili funebri. Lanciani inoltre riconosce i manufatti civili per lo scolo delle acque piovane verso il fosso di Pozzo Pantaleo.

Lo Stabilimento Purfina

Nel Novecento nell’area si insedia lo stabilimento Purfina,

sul

quale

non

sono

disponibili

approfondite

informazioni. Un aneddoto popolare vuole che la torre principale della fabbrica poggi le fondazioni sul pozzo, appartenente all’originaria struttura della cava, dalla struttura a piano inclinato esteso per oltre 200 metri.

Probabilmente i

costruttori dello stabilimento scelsero non a caso di 10


posizionare le fondamenta della struttura più imponente della fabbrica nel

punto

più

profondo della latomia,

recuperando il cono del pozzo.

Il Drugstore

A seguito della dismissione dello stabilimento Purfina viene costruito, nel 1966, l’edificio civile noto con il nome popolare di Drugstore, localizzato tra la Via Portuense, via Belluzzo e il terrapieno della ferrovia. Costruito con un parziale sbancamento della collina, lo stabile ingloba negli scantinati i resti di cinque ambienti funerari della Necropoli Portuense. Gli ambienti vengono seriamente danneggiati in fase di costruzione: e quando la Soprintendenza interviene non può fare più nulla per impedire lo scempio. Gli ambienti funerari rimangono chiusi al pubblico fino al 1982, quando i piani inferiori, fino ad allora adibiti a cantine e garages, vengono trasformati in locali commerciali aperti

al

pubblico.

La

Soprintendenza

ne

segue

la

trasformazione con una campagna di studi, imponendo ai proprietari la realizzazione di vetrate di protezione ed infine disponendo il trasporto al Museo Nazionale Romano dei materiali più preziosi. A lavori conclusi viene aperto al pubblico il Drugstore Museum, con ingresso dal civico 313 della Portuense. Le tombe romane si presentano in quell’anno circondate dalle 11


affollate scansie di un supermercato all’americana, nel quale è possibile acquistare ogni genere di prodotto, 24 ore su 24. Questa struttura commerciale, che ha il nome di Drugstore, ha finito per diventare il nome popolare dell’intero complesso e sopravvive anche oggi che il supermercato all’americana non esiste più. Tuttavia la convivenza tra le funzioni commerciali (il c.d. mondo dei vivi) e la necropoli romana (mondo dei morti) si rivela da subito un esperimento infelice: la necropoli, specie nelle ore notturne e nella stagione fredda, finisce per diventare un bivacco per senza fissa dimora. Spesso il Drugstore finisce sui giornali per episodi di degrado e qualche volta persino di violenza e criminalità. Dopo anni di difficoltà la struttura viene chiusa. Segue

un delicato

intervento di

ristruttuazione,

ispirato al criterio di separare lo spazio dei vivi dallo spazio dei morti. La zona commerciale viene resa del tutto autonoma,

mediante

la

costruzione

di

muri

(oggi

il

supermercato è stato sostituito da uno store di elettronica e da un’agenzia di turismo), mentre la zona archeologica, il cui ingresso è ora spostato al civico 317, ospita uffici della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma. La struttura, ribattezzata Drugstore Gallery, dispone di spazi per attività culturali aperti al pubblico.

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Cippi dei Germani

I Cippi dei Germani sono cinque stele funerarie appartenute a guardie scelte di Nerone (corpores custodes), oggi conservate al Museo Nazionale Romano. Alla metà del I sec. d.C. i Germani godono dello status di peregrini (stranieri di condizione libera) e sono organizzati in corporazioni paramilitari, chiamate Cohortes Germanorum. Esse sono a loro volta organizzate in decuriae. La decuria è una speciale famiglia di 10 individui maschi dai legami strettissimi, tomba compresa: l’area ex Purfina ha restituito nel 1947 cinque cippi funerari di altrettanti fratelli d’armi, ciascuna della misura due metri. L’epigrafe cita il nome, la sua famiglia d’armi e il confratello che ne diviene erede. Di cinque cippi solo tre sono integri, e restituiscono i nomi di Indus, Gamo e Fannius. Quest’ultimo è il più giovane (appena 17 anni) mentre Indus è il più anziano (35 anni).

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Noi, guardie di Nerone

A differenza dei primi corpores custodes - schiavi devotissimi

di

origine

germanica,

di

proprietà

dell’Imperatore, addetti alla sua incolumità personale - ai tempi di Nerone (54-68 d.C.) le milizie scelte sono divenuti un corpo paramilitare professionale: sono composte di stranieri di condizione libera (peregrini), organizzati in coorti (Germanorum cohortes). L’unità organizzativa delle coorti è la decuria, speciale famiglia d’armi composta di dieci individui. Ogni decuria ha vincoli strettissimi assimilabili alla parentela di sangue, che unisce

i

componenti

dal

momento

della

cooptazione

(adozione di un nuovo fratello per voto unanime degli altri nove), al momento della difficoltà o dell’infermità (con obblighi di solidarietà, anche patrimoniale), fino momento della sepoltura (a carico della coorte). L’area ex Purfina a Pozzo Pantaleo ha restituito le stele funerarie di cinque germani, uguali fra loro nella forma: due metri circa di altezza e con la sommità stondata. Nell’epigrafe esse citano il nome del milite, la sua decuria e il fratello d’armi che ne diviene erede, e recano la sobria decorazione di una corona di foglie, a rappresentare a tutti la valorosa condotta marziale. Di cinque stele solo 3 sono integre, e conservano i nomi di Indo (Indus), Gamone (Gamo) e Fannio (Fannius). Fannio ha appema 17 anni e fa parte della decuria di Cotino.

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Indo è il più anziano. La sua epigrafe così recita: «Indo, straniero di condizione libera, guardia imperiale della decuria di Secondo, è morto a 35 anni e qui giace. Il fratello d’armi Eumene diviene suo erede e pone questa lapide». Riportano

concordemente

Giovanni

di

Antiochia

(frammento 91n) e Flavio Giuseppe (Antichità giudaiche, XIX) che furono proprio i Germani a favorire l’uccisione di Nerone. Svetonio (Vita di Galba, 12) riferisce che Galba, temendo di fare la stessa fine del predecessore, li abolì: «Germanorum cohortem dissolvit ac sine commodo ullo remisit in patriam» (li sciolse e li rimandò a casa senza buonuscita). Le guardie scelte però, in quei tempi di turbolenze, non sono facilmente rimpiazzabili dai ranghi dell’esercito regolare, al punto che Traiano ne ripristina la funzione, costituendo il nuovo corpo degli equites singulares. Le cinque stele sono oggi al Museo nazionale romano, nel Giardino delle Terme.

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Tomba dei Campi Elisi

La Tomba dei Campi Elisi è un sepolcro del II sec. d.C., le cui pareti affrescate raffigurano le beatitudini dei giusti nel paradiso pagano. La tomba viene realizzata da due genitori colpiti dalla prematura perdita dei due figli. I giovani compaiono raffigurati con fedele realismo in medaglioni all’interno di tabernacoli,

e

vengono

evocati

più

volte

nelle

scene

pittoriche: il passaggio del fiume Lete e le quattro scene dei giochi beati (il plaustrum, gli astragali, la moscacieca, il trigon); i genitori compaiono nella scena di mestizia e nel banchetto dei giusti. Completano gli affreschi la coppia di pavoni, la coppia di caproni, le quattro stagioni. La tomba è scavata nel tufo e presenta 26 nicchie, sei fosse e due sarcofagi. È stata scoperta nel 1951. È stata intagliata e trasportata al Museo Nazionale Romano.

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Alla ricerca del tempo migliore

La Tomba dei Campi Elisi nasce da un incolmabile dolore: quello di due genitori della prima metà del II sec. d.C. che sopravvivono alla morte improvvisa dei due figli, nell’età della preadolescenza. I Romani danno un nome preciso a questo triste evento: «mors iniqua», ovvero morte ingiusta. Si tratta di uno dei lutti più difficili da elaborare per un genitore dell’Antica Roma. Se la mortalità alla nascita o nella prima infanzia è un fenomeno così frequente nel mondo antico da essere persino accettato come un fatto naturale, vedere invece morire un bambino nella fascia d’età a ridosso della pubertà - ma senza esservi ancora entrato - è considerato una grande iattura, un mancato premio a conclusione di un cammino costellato di sforzi. I genitori, committenti di questa tomba sulla Via Portuensis,

superano

questa

dolorosa

perdita

commissionando a ignoti pittori una complessa sequenza di dieci scene affrescate: le ultime tre si rifanno all’iconografia funeraria tradizionale (i pavoni, i caproni, le quattro stagioni), mentre le prime sette, ritenute di grandissima importanza dagli studiosi, hanno insieme contenuto biografico e didattico: esse spiegano infatti, con la semplicità delle immagini, come è fatto e come funziona il paradiso pagano. Esse descrivono, con grande realismo, la vita spensierata dei due bambini (fatta di giochi, della costruzione delle prime relazioni sociali, di esplorazione del mondo), e dei genitori (dal consolidato 18


posizionamento sociale); e tramandano così ai posteri il messaggio consolatorio che ai giusti, nel paradiso pagano, è consentito continuare a vivere nel proprio tempo migliore. La particolarità della tomba è infatti la presenza fin dall’origine di due finestrelle, ai lati della porta d’ingresso, attraverso le quali ciascuno dei molti passanti della Via Portuensis avrebbe potuto ripercorrere la storia dei due giovani e insieme contemplare per immagini la bellezza del paradiso. Scrive il sovrintendente Aurigemma, che negli Anni Cinquanta studiò la tomba: «Nei Campi elisi regna eterna primavera. Ogni dolore è ignoto. Ignota è la vecchiaia. La vita beata attende i giusti dopo la morte. Chi vi perveniva conservava l’età in cui aveva goduto la maggiore felicità». I Romani ritenevano insomma che le anime dei giusti godessero nell’aldilà di uno stato di grazia e di eterna giovinezza.

I ritratti di famiglia

La prima scena, chiamata I ritratti di famiglia, è una sorta di fermo immagine sulla composizione del nucleo familiare al momento della morte dei due giovani. Si compone di tre parti: due medaglioni circolari e la scena di mestizia. I due medaglioni circolari sono dei ritratti, di accuratissimo realismo fisiognomico, dei due giovani defunti: un maschio e di una femmina. I medaglioni sono posti nei 19


timpani di due tabernacoli nella parete di fondo, ospitanti ciascuno le ceneri dei due giovani. La scena di mestizia, di piccole dimensioni, si trova sotto un terzo tabernacolo (in posizione centrale tra i due tabernacoli dei figli, riservato alle ceneri dei genitori quando sarà il loro momento). La scena raffigura i due coniugi, seduti e raccolti in una sommessa conversazione, facendosi forza l’uno con l’altra. Lui indossa una tunica scura; la consorte è in tunica chiara. Essi sono raffigurati da soli, senza altri figli o prossimi congiunti a sostenerli nel dolore. La scenetta di solitudine rivela il dramma familiare di non avere altri figli che possano continuare la discendenza: i coniugi sanno che, perduti gli unici due figli, il nome della famiglia si estinguerà. La ricchezza della tomba autorizza a pensare ad una famiglia decisamente benestante, proveniente forse dal prossimo abitato del Trans Tiberim, dotata anche di un folto stuolo di servitori. Alcuni graffiti nello stucco della parete di sinistra ne tramandano i nomi: gli schiavi Timius frater Horinae (Timio fratello di Orinna), Pardula anima bona (Pardula dal buon carattere), e un’ancella di nome Asclepia. La ricchezza della famiglia è attestata anche dal gran numero di servitori affrancati, cui è stata cioè donata la libertà: i liberti Alexander, Philetus, Aphrodisia, Eutychia, Felicissima e Protus Zosimus. Il piccolo cippo marmoreo di quest’ultimo, ritrovato nella tomba, cita il nome del suo patrono, Publius Aelius, che con buona probabilità è anche il pater familias costruttore della tomba e il padre dei due

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giovani defunti. Complessivamente schiavi e liberti devono essere tra i 15 e i 23, perché nella parete di sinistra è presente un colombario con 15 nicchie (disposte su tre file da cinque, in gran parte inutilizzate), e altre 8 nicchie sono sparse nella parete frontale. La tomba è nel complesso piccola (misura soltanto 9 metri quadri) e, al momento della scoperta gli archeologi

vi

hanno

individuato

anche

sei

fosse

per

l’inumazione e due sarcofagi, aggiunti successivamente.

La navicella sul fiume Lete

La seconda immagine, chiamata Navicella sul fiume Lete, è collocata nel soffitto sopra la porta d’ingresso, racchiusa da una cornice. Prosegue idealmente la narrazione, raccontando il viaggio dei due giovani defunti verso la dimensione beata dei Campi Elisi. La scena propone un florido paesaggio fluviale, con una parete rocciosa come scenario, con un pino marittimo a fare da quinta prospettica. Il fiume è il Lete, il fiume dei Campi Elisi, speculare all’Acheronte dell’Ade. Su di esso naviga una graziosa barchetta a vele gonfie, nell’atto di accostarsi delicatamente alla riva, con un uomo intento alle manovre. È il nocchiero dei Campi Elisi, figura speculare a Caronte. Sulla riva, ad attenderlo, ci sono le due figurette di due giovani: una è impiedi, quasi a salutare il nocchiero; l’altra

è

seduta

sulla

sponda

in

serena

attesa.

Il 21


sovrintendente Aurigemma vede in questa rappresentazione, come spesso accade nei contesti funerari, anche la citazione colta di un famoso episodio omerico: Ulisse nel Paese delle Sirene. La narrazione prosegue a questo punto su una terza parete, la parete di destra, dove sono collocate in sequenza quattro immagini, le quali insieme prendono il nome di Scene dei giochi beati. Ai due giovani, che in vita si sono condotti secondo pietas e iustitia - la pietas è il rispetto delle leggi divine; la iustitia è il rispetto delle leggi degli uomini -, una volta giunti nei Campi Elisi, è concessa la ricompensa di rivivere il loro tempo migliore. Le preziosissime scene, che sono insieme un flashback della vita passata e una proiezione di cosa li aspetta nei Campi Elisi, misurano complessivamente circa 2 metri e sono inventariate con il numero AFS331131. Si tratta di un rettangolo orizzontale, in campo bianco, sormontato da un festone a tema vegetale. All’interno sono dipinte in sequenza quattro immagini, ognuna delle quali raffigura un gioco infantile. Esse sono, nell’ordine: il plaustrum, gli astragali, la moscacieca, il trigon.

Il plaustrum

La terza immagine, chiamata Il gioco del plaustrum, raffigura un giovane svestito, con le sole pudenda coperte da un panno. La scena sarebbe di per sé poco significativa, se non fosse per il curioso oggetto di alta tecnologia che il

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ragazzo conduce in corsa: un plaustrum, cioè un carro in miniatura,

sorprendentemente

simile

ad

un

moderno

monopattino. Pare che si tratti dell’unica testimonianza visiva di un monopattino pervenutaci dall’antichità. Il plaustrum è descritto in vari testi dell’antichità: a quattro, una o tre ruote. I più comuni sono quelli a quattro ruote, vere e proprie miniature dei carri più grandi, trainati da animali di piccola taglia, legati con un laccio di cuoio: in genere cani o caprette, ma non mancano testimonianze fantasiose di carretti volanti trainati da oche, colombi e fenicotteri, o racconti di carri trainati da servi o, a turno, da altri compagni di giochi. Con un plaustrum i monelli fanno scorribande ad alta velocità, e non sempre la corsa finisce in maniera tranquilla: spesso le bestiole si divincolavano dal laccio, o qualche amico buontempone lascia andare il compagno di giochi proprio in prossimità di una discesa. C’è poi un altro tipo di carro a ruota unica, che consiste in un asse di legno o un semplice bastone (che funge da timone), con all’estremità una forcella nella quale è montata una sola ruota. I bambini costruiscono i carri monoruota

in

casa.

Stare

in

equilibrio

sul

bastone

monoruota non deve essere un’impresa facile, ma pare che questo gioco abbia goduto di una certa popolarità. Infine la terza tipologia è una variante della seconda, in cui al timone viene aggiunto anche un telaio orizzontale di base, sorretto da altre due rotelle posteriori. Su questo spleciale plaustrum a tre ruote la trazione non è data da un animale, ma dal suo stesso conducente, che con una gamba 23


si tiene in equilibrio sul telaio, e con l’altra sospinge la sua corsa. Si tratta di un oggetto straordinariamente moderno, che potremmo tranquillamente trovare in vendita in un mercatino artigianale di oggi.

Gli astragali

La quarta immagine, chiamata Il gioco degli astragali, raffigura un gruppetto di quattro ragazzini seduti per terra, con lo sguardo rivolto verso un quinto, all’impiedi, nell’atto di lanciare in aria dei piccolissimi oggetti. Essi sono stati riconosciuti

dagli

studiosi

come

astragali,

sorta

di

succedaneo povero (e diffusissimo) dei moderni dadi. L’astragalo è un ossicino del tarso posteriore dei caprini, situato tra calcagno e bicipite, dalla forma cubica. A differenza dei dadi ognuno di questi ossicini cubici ha sole quattro facce utili, in quanto le altre due sono di forma arrotondata e non stanno in equilibrio. Le quattro facce utili sono a loro volta diverse fra di loro: la faccia del cane è perfettamente piatta e corrisponde all’1 dei dadi moderni; la faccia del cavo è concava e corrisponde al 3; la faccia del dorso è convessa e vale 4; infine l’ultima, la faccia di Venere, è anch’essa perfettamente piatta: è la più desiderata e vale ben 6 punti. La somma delle facce opposte dà sempre 7; mancano il 2 e il 5. Se con gli astragali gli adulti praticano il gioco d’azzardo, vincendo o perdendo delle fortune, ai più giovani 24


è consentito un innocente gioco di iniziazione, chiamato gioco delle tre prove. Il gioco è una sequenza di tre esercizi di destrezza, di livello via via crescente: vince il primo che le porta a termine tutte e tre senza errori. La prima prova consiste in esercizi di lancio. Si tratta di tirare in aria con la mano sinistra cinque astragali, facendone cadere almeno uno sul dorso della mano destra. È possibile recuperare da terra gli ossicini caduti, effettuando lanci di recupero, durante

i

quali

sono

richiese

complesse,

tutte

minuziosamente

posizioni descritte

acrobatiche da

testi

dell’antichità. Nella seconda prova gli astragali sono poggiati su un piano (generalmente per terra), e l’abilità consiste nel manipolarne quattro, componendo diverse sequenze (ad esempio la prima è dorso-cavo-cane-Venere), nel breve tempo del lancio in aria del quinto astragalo. Si arriva così alla terza e più difficile prova: effettuare dei veri e propri esercizi ginnici - chiamati raffica, cerchio e pozzo - anch’essi nel breve tempo di un volteggio in aria di un quinto astragalo. Secondo un’altra interpretazione, però, gli oggetti scuri nell’affresco non sono astragali, ma le popolarissime noci,

utilizzate

dai

giovani

della Roma

imperiale

per

un’infinità di giochi: prove di destrezza come negli astragali, percorsi simili alle moderne biglie, oppure una sorta di antenato del gioco del bowling, tirando una noce contro una barriera (cappa) di altre noci. Conosciamo i giochi con le noci attraverso il poeta Ovidio, che dedica un’intera opera all’età dei giochi, chiamandola emblematicamente Nuces (Le Noci). Il gioco preferito del giovane poeta è il Ludus castellarum (il

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gioco delle torri). Si tratta di comporre delle torri disponendo a triangolo tre noci con sopra poggiata una quarta, fino a comporre un’intera cintura di torri, che simulano un castello da assediare: l’avversario, lanciando ripetutamente un’altra noce come fosse un ariete, deve espugnare il castello, abbattendone una ad una tutte le torri. L’utilizzo delle noci è insomma così popolare e multiforme che esiste addirittura una frase comune, «relinquere nuces» (smettere di giocare alle noci),

per

indicare

il

passaggio

dall’età

dei

giochi

gioco

della

all’adolescenza.

La moscacieca

La

quinta

immagine,

chiamata

Il

moscacieca, mostra tre giovani in tunica corta. Uno di essi ha gli occhi coperti da una mano, mentre l’altra è protesa verso gli altri due giocatori, che cerca di afferrare. Il nome latino del gioco è musca eburnea, che letteralmente significa mosca di bronzo e fa riferimento alla sgradevolissima mosca cavallina, dall’addome iridescente e capace di riflettere i colori, proprio come le superfici a specchio del bronzo. Il gioco simula la caccia a questo animale: un giocatore è il cacciatore mentre gli altri sono mosche cavalline da acchiappare. A differenza della versione moderna del gioco, che si pratica

a

viso

bendato,

al

cacciatore

dell’antichità

è

semplicemente richiesto di mettersi una mano davanti agli 26


occhi, confidando nella sua onestà. Il regolamento ci è tramandato da uno scritto di Pollione. Il cacciatore si copre il viso e i compagni lo fanno girare più volte su se stesso, fino a fargli perdere l’orientamento. Mentre ruota recita una filastrocca, che in italiano suona così: «Acchiappo la mosca di bronzo». I compagni gli rispondono «La cerchi, la trovi, ma non l’acchiappi», in modo che il cacciatore, attraverso il senso dell’udito, possa individuarne la posizione, lanciandosi subito dopo in un goffo inseguimento tra sberleffi grossolani. Racconta Pollione che è consentito sferrare qualche colpetto, dolorosi calci sul sedere o, persino scudisciate con frustini di cuoio. Finché, fatalmente, qualche ardimentoso si avvicina troppo al cacciatore, e la mosca viene presa. Come per il gioco precedente esistono altre letture. Potrebbe trattarsi di un gioco simile, chiamato «muida», antenato della moderna acchiapparella. Oppure, se leggiamo nei movimenti delle braccia il gesto scenico di un oratore, potrebbe anche trattarsi di un gioco molto diverso - raffinato e forse persino noioso per i tempi d’oggi -, chiamato «iudices» (gioco dei giudici). Elio Sparziano riferisce che questo gioco poco rumoroso è l’unico consentito durante le cerimonie ufficiali, le processioni e i contesti altolocati. Si tratta di un gioco di imitazione degli adulti, in cui i piccoli a turno interpretano i ruoli di giudice, imputato, avvocati e testimoni in un immaginario processo, raccontando con compostezza delle storie

inventate e

incredibili, rendendole verosimili: il giudice ha il delicato ruolo di smascherare l’impostore o premiare le capacità di

27


affabulazione.

Il trigon

La sesta immagine, chiamata Il gioco della palla, raffigura tre ragazzini in tuniche variopinte posizionati ai vertici di un triangolo, con il braccio destro alzato a colpire una palla fluttuante nell’aria. In questa scena è stato riconosciuto il gioco sportivo del trigon, che è una specialità a tre giocatori, simile alla moderna pallavolo, del comune gioco dello sphaeristerium (il gioco della palla). La palla usata per i giochi aerei è la pila trigonalis; è una palla dura, realizzata con un sacco di pelle conciata, imbottito di sabbia o sassolini. Caratteristica del gioco è l’obiettivo comune e collaborativo di mantenere la sfera sospesa in aria il più a lungo possibile, finché, compiuta una determinata sequenza di palleggi, uno dei giocatori può porvi termine con un lancio in schiacciata. Il trigon è ancora oggi praticato

nelle

scuole

italiane,

con

il

nome

dello

schiacciasette. Il trigon era un gioco leggero, praticato dai ragazzi più giovani o dalle ragazze. Ai maschi, in genere più grandi di età, era invece assai gradito un altro gioco con la palla, ben più invasivo: il pulverulentus. Il polverulentus (letteralmente: gioco che genera nuvole di polvere) si gioca in grandi spazi sterrati con una palla dura, l’harpastum (simile alla pila trigonalis ma più piccola), con un regolamento ibrido tra il 28


calcio e il rugby, in cui bisogna contendersi il possesso di una palla e scagliarla infine nel settore avversario. Agli infanti è riservata una palla più grande e leggera, la paganica, riempita delle piume di animali da cortile. Esiste infine un quarto tipo di palla, gonfiata di aria, il follis, con cui giocano adulti e persino anziani, soprattutto all’interno delle terme. Con il follis si pratica il ludere expulsim (oggi: palla respinta o palla prigioniera). Ma il follis è un lusso davvero per pochi: nella Tomba dei Campi Elisi per rappresentare la felicità del paradiso basta una pila trigonalis. Con il trigon si chiude la sequenza dei giochi beati. Va detto che nella Roma imperiale vi sono almeno altri tre giochi, popolarissimi, che, sebbene non compaiano nella tomba portuense, meritano comunque di essere citati: i galli, la morra, i bellatores. Plutarco racconta delle guerre tra galli. Ogni monello ha il suo galletto da combattimento, sul quale scommette

in

combattimenti

dal

grande

pathos.

Essi

possono concludersi con la morte del galletto, e il padroncino piange sonoramente quando il suo galletto ha la peggio. Molto diffuso è anche il gioco della morra, che consiste nell’aprire repentinamente la mano mostrando un certo numero di dita (da 0 a 5), cercando di indovinare la sommatoria dei tiri di tutti i giocatori. Nelle famiglie più ricche sono infine presenti delle scacchiere, di varie forme e dimensioni, alle quali si gioca con modalità di complessità crescente: come nel moderno gioco del filetto; in maniera simile alla dama (gioco delle dodici linee) o agli scacchi

29


(Latrunculi o Bellatores). Per i Romani, insomma, giocare era l’anticipazione in terra della beatitudine del paradiso.

Il banchetto dei giusti

La settima scena, chiamata Il banchetto dei giusti, torna ad evocare l’immagine dei genitori. Ad essi - proprio come i figli - spetta di godere nei Campi Elisi del proprio tempo migliore. Il paradiso pagano è una dimensione senza tempo, in cui ognuno vive nell’età che gli ha dato la maggior felicità, dilettandosi con le attività più gradite. E se per i figli il tempo migliore è quello dei giochi innocenti, per Publio Elio e la sua amata il tempo migliore è l’età dei vent’anni, subito dopo il matrimonio: li ritroviamo ritratti in un momento di banchetto, nell’atto di distribuire agli altri commensali le poste iniziali per il gioco d’azzardo. La scena (posta al di sotto del lucernario di destra) raffigura i due coniugi sdraiati su un elegante triclinio con spalliera. La moglie ha accanto a sé la serva prediletta, e le impartisce con autorevolezza alcuni ordini, puntando l’indice verso un tavolino a tre piedi sul quale sono poggiati tre piattelli vuoti. La consuetudine vuole che siano i padroni di casa ad offrire le poste iniziali dei giochi conviviali, deponendole su piattelli. Chi durante i giochi esaurirà le poste potrà scegliere se ritirarsi dal gioco, oppure proseguire mettendo sul tavolo denari propri. 30


Il gioco d’azzardo con gli astragali si pratica con una logica abbastanza simile al monderno gioco del poker. Ogni giocatore

lancia

quattro

astragali

e

ad

ogni

faccia

corrisponde un punteggio da 1 a 6. I punteggi di norma si sommano, attribuendo la vittoria a chi ottiene il punteggio maggiore, ma la massima ambizione del giocatore di astragali non è fare sommatoria, bensì di realizzare una delle 35 combinazioni speciali - un po’ come la doppia coppia, il full, il poker, la scala reale di oggi -, ordinate secondo una speciale gerarchia, che il giocatore provetto conosce a memoria. Conosciamo queste combinazioni attraverso il più celebre

giocatore

dell’antichità,

l’Imperatore

Ottaviano

Augusto, che scriveva al figlio adottivo Tiberio lunghi resoconti delle sue prodezze al gioco, con lettere ora giubilanti, ora mestissime. Ad esempio, la combinazione più sventurata è l’1-1-11, ovvero quando tutti e quattro gli astragali mostrano la faccia del cane. Questa combinazione è chiamata «Anubis» o colpo del cane e chi la fa deve corrispondere agli altri giocatori una vertiginosa penale. Un altro lancio ben sventurato è il «Sex» o colpo del sei, composto dalla combinazione di tre cani e un cavo (1-1-1-3). Testimonia Augusto in una lettera: «Caro Tiberio […], gettati gli astragali, chi faceva cane o sei doveva mettere per posta sul tavolo tanti denarii quanti erano i punti degli astragali degli altri giocatori. Vinceva tutte le poste chi faceva Venere». Il «Venus» o colpo di Venere è la combinazione più felice, caratterizzata da quattro facce tutte diverse l’una

31


dall’altra. Chi fa Venus allarga le braccia e arraffa tutte le poste sul tavolo. Del Venus, sogno proibito di ogni giocatore, parla un celebre epigramma di Marziale, il quale avendo donato ad un amico quattro astragali d’avorio, così gli scrive: «Aspetta a ringraziarmi: fallo soltanto quando nessuno degli astragali ti presenterà un volto uguale». Va detto infine che nel gioco, durante il banchetto conviviale, è richiesto un certo stile, caratterizzato dalla magnanimità. Ad esempio, alla fine del banchetto, è buona norma che coloro i quali hanno vinto restituiscano al padrone di casa le poste iniziali. E se, durante il gioco, un giocatore ha una fortuna così sfacciata da lasciare tutti gli altri senza altri denari per proseguire, ha quasi l’obbligo di donare agli altri nuove poste per proseguire il gioco, ricevendone in cambio una grande ammirazione. Augusto ci lascia una preziosa testimonianza della concezione romana del fair play: «Caro Tiberio, alla fine ho perso 20.000 sesterzi. Ma sia chiaro: solo perché come al solito sono stato generoso. Se solo avessi richiesto indietro ai commensali le poste iniziali, quelle che ho condonato loro quando ho vinto, e quelle che ho aggiunto via via per alimentare il gioco, alla fine di sesterzi ne avrei avuti in mano 50.000. Preferisco così! La mia generosità mi farà finire direttamente in paradiso!».

I temi funerari

Con il Banchetto dei giusti terminano le immagini

32


biografiche, ma la decorazione pittorica è tutt’altro che conclusa. Seguono altre tre grandi immagini, anch’esse di elevatissima qualità pittorica, che attingono all’iconografia funeraria tradizionale, e, pur non aggiungendo elementi nuovi alla nostra conoscenza dei Campi Elisi, meritano comunque di essere descritte. Nella parete di sinistra, al di sopra del colombario, è presente

un’ottava

scena, chiamata

Coppia di pavoni

affrontati che bevono alla fonte della vita. Si tratta di una composizione offertoriale con al centro una grande coppa colma di vino (che raffigura simbolicamente la fonte della vita), alla quale si abbeverano due pavoni dalle lunghissime e variopinte code (simbolo dell’immortalità dell’anima). Nella parete di destra, come spesso avviene nei sepolcri

familiari,

si

trova

un’immagine

esattamente

speculare, la nona, chiamata Lotta tra due caproni. Essa raffigura due montoni selvatici dal pelame mai tosato e con un superbo palco di corna. Accanto ad essi sono raffigurati un cratere (un vaso basso e aperto) ed uno scudo. Il soffitto è l’unica parte danneggiata della tomba, ma nelle parti di intonaco non cadute è possibile distinguere motivi

geometrici

e

larghe

fasce

purpuree.

Sono

perfettamente conservati i quattro spigoli, nei quali trovano posto quattro medaglioni circolari con figure femminili a mezzo busto, i quali raffigurano insieme la decima e ultima immagine del sepolcro, chiamata I geni delle quattro stagioni. Su di essi la studiosa Felletti-Maj ha scritto: «L’avvicendarsi delle stagioni, l’addormentarsi e rinascere delle forze della 33


natura, è espresso simbolicamente nell’arte per mezzo di questi genii, che vengono così ad assumere un significato di resurrezione». Completano

la

decorazione

pittorica

numerose

immaginette di offerte votive situate soprattutto nella parete frontale (due brocche da acqua, una coppa, un calice da vino, piccoli volatili e fiori) e un cesta colma di frutta nella parete d’ingresso: i melograni, le pere, i rametti verdi, così come gli intarsi in vimini della cesta, sono raffigurati con impressionante realismo. La tomba è stata scoperta nel 1951, insieme all’altra tomba chiamata Tomba degli stucchi. L’Istituto Centrale per il Restauro ha curato il taglio dal costone tufaceo che la conteneva e il trasporto al Museo Nazionale Romano, dove è oggi visitabile. La tomba è stata restaurata nel 2008.

34


Tomba dei Geni danzanti

La Tomba dei Geni danzanti è un piccolo e prezioso sepolcro

a

camera,

decorato

in

stucco

con

figurette

mitologiche diverse, tutte nell’atto di correre e danzare. La volta è organizzata secondo un originale impianto geometrico, nel quale si inseriscono, iscritte in medaglioni circolari, le raffigurazioni in movimento di divinità minori: il genio alato, il satiro, la ninfa in nudità, la ninfa con le vesti mosse dal vento, i cupidini (putti alati) alla guida di una biga, i dioscuri al galoppo dei loro destrieri, i genii a cavallo di un ariete, e infine la tigre, il caprone, il grifone. La parete frontale presenta due cupidini in volo, che sorreggono un festone vegetale. Il sepolcro è datato tra II e III sec. d.C.; è scavato nel tufo e presenta nicchie per le urne cinerarie e fosse per l’inumazione. È stato scoperto nel 1951, intagliato e trasportato al Museo Nazionale Romano.

35


La danza della vita

Il sepolcro presenta sia cremazioni che inumazioni ma non

trasmette

informazioni

dirette

sugli

occupanti.

L’osservazione ci permette di immaginare un piccolo nucleo familiare (lo attestano le ridotte dimensioni: appena cinque metri quadri), di condizioni economiche agiate (lo attesta la presenza di costose decorazioni), colpito da un lutto in qualche misura previsto e facilmente elaborato, avvenuto tra la metà del II sec. d.C. e gli inizi del III. Quest’ultimo elemento si desume dalla modalità di svolgimento

delle

opere

funerarie.

Esse

sono

state

probabilmente curate da almeno un paio di prossimi congiunti, desiderosi di archiviare la pratica in maniera dignitosa ma sbrigativa, con una certa organizzazione e suddivisione dei compiti. La parte di lavori relativa alla parete frontale e alla volta è adempiuta con grande solerzia, mentre le pareti restanti sono solo preparate per le decorazioni ma sono rimaste spoglie. Possiamo immaginare che il congiunto incaricato di questa parte del lavoro - e questo può accadere in ogni buona famiglia -, abbia incontrato qualche difficoltà, rimandandone l’adempimento a tempi migliori. La

volta

è

strutturata

secondo

un

impianto

geometrico estremamente ingegnoso, basato sull’intersezione di cerchi e quadrati, che permette l’inserimento alternato, come in una scacchiera, di una trentina di decorazioni modulari giustapposte: dei medaglioni circolari di uguale 36


dimensione. Ciascun medaglione è finemente decorato in stucco color bianco-avorio. La metà di essi riporta un chiché, cioè una decorazione ripetitiva composta da un fiorellino al centro di un quadrato dai lati concavi, a sua volta iscritto in un cerchio con alle estremità un giglio stilizzato. L’altra metà dei medaglioni riporta invece dei motivi figurativi, l’uno diverso dall’altro, tutti accomunati dal tema della danza della vita, con il messaggio consolatorio del perpetuo rinnovarsi delle forme e delle energie vitali. È stato osservato che - per un particolare gioco della geometria - le quattro concavità dei quadrati, poste perpendicolarmente tra di loro, formano a loro volta degli altri cerchi. Il più noto e accurato tra i medaglioni è il genio alato danzante

(una

figuretta

dal

morbido

panneggio

in

movimento, e dai lunghi capelli). Insieme al genio alato danzano una serie di altre divinità: un satiro, una ninfa in nudità, un’altra ninfa (o comunque una figura femminile non meglio identificata) dalle delicate vesti mosse dal vento. Vi sono inoltre tutta una serie di personaggi in corsa: i cupidini (putti alati) alla guida di una biga, i dioscuri al galoppo dei rispettivi cavalli, dei genii che cavalcano un ariete. E infine tre animali dell’iconografia tradizionale, esotica o immaginaria: il caprone, la tigre, il grifone. Il tema della danza della vita prosegue anche sulla parete frontale, dove sono rappresentati altri due cupidini, anch’essi in stucco, che sostengono in volo due festoni vegetali. In piccolo, al di sotto di essi, è raffigurata una 37


siringa, sorta di flauto a canne tipico del mondo rurale. La tomba è stata rinvenuta nel 1951, a poca distanza dalla Tomba dei Campi Elisi e, come questa, è stata intagliata,

trasportata

restaurata nel 2008.

38

al

Museo

Nazionale

Romano

e


Tomba di Petronia Moena Giovagnoli

La Tomba di Petronia è l’edificio funerario di maggior pregio tra quelli emersi nel 1996, durante la posa di cavi elettrici sulla Via Portuense. La tomba presenta un pavimento a mosaico a tessere bianche e nere, con decorazioni ad arabesco. L’iscrizione, consacrata agli Dei Mani, è dedicata dai genitori alla defunta figlia Petronia. Le altre tombe sono tutte disposte in fila, lungo l’asse del vicino Tratto di Via Campana. Le tecniche costruttive sono le più varie. Si tratta di strutture in elevazione, con murature in mattoni e opus reticulatum; i pavimenti sono in opus spicatum e talvolta a mosaico; le decorazioni interne sono su intonaci dipinti a fresco o con stucchi.

Gli

usi

funerari

sono

misti, con

prevalenza

dell’incinerazione (si hanno nicchie, talvolta a colombario, ed esternamente si hanno dei recinti per le ceneri dei servi).

39


Lo scavo del 1996

Nel 1996, durante saggi di scavo per la posa di cavi dell’alta tensione, emergono sulla Via Portuense in località Pozzo Pantaleo dei resti di edifici funerari romani. Si tratta di una serie allineata di tombe a camera, le cui celle sono ordinate secondo l’asse del vicino tratto di Via Campana, individuato e scavato fra il 1983 e il 1989. Le celle sono variamente delimitate da muri in opera mista, reticolata e laterizia, con pareti ornate con stucchi e intonaci dipinti. Talvolta sulle pareti si aprono le nicchiette di colombari (dove venivano deposte le urne funerarie) o dei recinti (piccoli spazi chiusi per la deposizione delle ollette con le ceneri dei defunti più poveri). Le pavimentazioni sono in opus spicatum (a listelli alternati, a comporre il disegno di spighe) e talvolta musivum (a mosaico). Tra di esse la tomba più interessante è quella detta di Petronia. Il mosaico del pavimento presenta uno schema decorativo ad arabesco vegetale e animale, in tessere nere su fondo bianco. L’iscrizione funeraria - studiata da Tomei nel 2006 - è in tessere di pasta vitrea, inserite nell’ordito. Essa porta una dedica con consacrazione ai Mani, le divinità dell’Oltretomba, offerta dai genitori per la defunta figlia Petronia. Tali ritrovamenti, in posizione esterna al terreno ex Purfina, dove erano già avvenuti significativi ritrovamenti archeologici, rafforzano l’ipotesi che la superficie della

40


necropoli si estenda ben al di là dell’area oggetto di indagini.

41


42


Pozzo Pantaleo A. Di Mario - M. Giovagnoli - A. Anappo

Pozzo Pantaleo è un mausoleo romano, che deve il nome al riutilizzo come cisterna (pozzo) e, successivamente, come chiesina dedicata al culto di San Pantaleo. L’edificio risale al I o II sec. d.C. Viene scoperto dalla Sovrintendenza di Roma nel 1998. Ha pianta circolare ed è in opera laterizia, con corridoio anulare esterno e copertura a volta. L’interno presenta una sequenza di nicchie, tamponate con muratura in opera quasi reticolata. La struttura viene in seguito foderata di malta idraulica e reimpiegata come cisterna e poi come pozzo, rimanendo in uso fino ad oltre il IV sec. L’agrimensore Eschinardi annota un riutilizzo da parte della Comunità ebraica, mentre in epoca medievale è attestata in loco una chiesina cristiana, con il nome di San Pantaleo fuori Porta Portese. In epoca rinascimentale della chiesina si perdono le tracce.

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La chiesina di San Pantaleone

Pozzo Pantaleo è un mausoleo romano, di forma circolare in opera laterizia, indagato dalla Soprintendenza tra il 1998 e il 1999, durante la terza campagna di scavi archeologici a Pozzo Pantaleo, grazie ai fondi per il Giubileo del 2000. Esternamente vi era un corridoio anulare coperto a volta. L’ingresso alla camera sepolcrale era da un ampio ingresso con soglia in marmo, aperto a nord. L’ambiente interno, intonacato con malta idraulica alta circa metà dell’alzato, presenta una sequenza di ampie celle radiali, alternate ad altre di dimensioni più piccole, tamponate con muratura in opera quasi reticolata di tufo. Al mausoleo sono legati altri ambienti ipogei, oltre ad una serie di tarde sepolture a cappuccina. Nella sua descrizione della Vigna in loco detto Pozzo Pantaleo Eschinardi annota: «Si dice che […] i Gentili se ne servissero superstiziosamente». L’agrimensore, solitamente ben informato, attribuisce ai Gentili (la comunità ebraica romana) il riutilizzo del mausoleo circolare come piccolo tempio (cfr. lo spregiativo termine «superstiziosamente»). Eschinardi frequentazione

è

tuttavia

ebraica,

il

mentre

solo

a

numerose

riportare sono

una quelle

attestanti una frequentazione cristiana. Ad esempio il medievale Catalogo di Torino descrive l’edificio come una piccola chiesa dedicata a San Pantaleone, chiamata San

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Pantaleo fuori Porta Portese. In epoca

rinascimentale

la chiesina

sembra

in

abbandono, e al suo porto il cartografo Eufrosino della Volpaia (1547) torna a disegnare un pozzo (rappresentato come un fontanile) affiancato ad un’edicola sacra non meglio identificata. Infine, l’agronomo Eschinardi annota che nel 1750, anno in cui scrive, nemmeno il pozzo è più in funzione: «Ora è ripieno di terra».

45


46


Tomba di Ambrosia Antonello Anappo

La Tomba di Ambrosia è una camera funeraria del II sec. d.C., che deve il nome popolare alla raffigurazione della ninfa Ambrosia, nel momento della sua morte cruenta. Per gli archeologi la tomba è denominata Tomba A, in quanto è la prima delle cinque tombe scoperte nel 1966 durante la costruzione del Drugstore Portuense. La struttura risale a metà del II sec. e subisce forti rimaneggiamenti alla fine del secolo. È interamente scavata nel tufo, con volta a botte. Da un gradino si accede all’ambiente quadrangolare, intonacato in giallo e porpora, con un nicchione centrale e numerose nicchiette e loculi. Il pavimento in mosaico bianco e nero raffigura, tra scene di vendemmia, Licurgo ubriaco che, colto da folle frenesia, uccide la ninfa Ambrosia a colpi di scure: la ninfa ottiene dagli dèi di sopravvivere nella linfa delle viti, generando il rosso nettare del vino.

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Una storia di famiglia

La tipologia costruttiva della Tomba A è quella del sepolcro familiare. Si tratta di un ambiente unico, di forma quadrangolare, con al centro nella parete di fondo il nicchione

rettangolare

destinato

alle

ceneri

del

pater

familias. Accanto e intorno (nelle pareti laterali), si trovano, disposte simmetricamente, le altre sepolture dei componenti dell’unico nucleo familiare, discendenti o affini che fossero. Sono stati rinvenuti, in tutto, i resti di otto individui e ceneri di cremazione, ma non sono state trovate scritte che attestassero i nomi o le vicende familiari. Non sappiamo quindi se il pater familias era l’effetivo capofamiglia, il capostipite o, come anche poteva accadere, un parente ricco, generoso finanziatore della camera funeraria. La grande nicchia rettangolare è sormontata da una calotta a forma di conchiglia, in stucco bianco. Al di sotto si trova un loculo, che ospitava due sepolture e ospitava due discendenti o affini importanti, morti un paio di generazioni dopo il pater familias. La decorazione pittorica della parete è assai ricca. La parte inferiore è organizzata per riquadri a fondo bianco, contornati con una fascia color porpora, in cui sono raffigurati policromi elementi geometrici e figurativi. La parte superiore è intonacata in colore giallo. Ai lati della nicchia centrale vi sono due figure volanti con scudo in stucco bianco. Le pareti laterali presentano in origine due file di 4

48


nicchie su per ciascun lato, destinate a contenere le urne cinerarie dei defunti. Nel II sec. d.C. succede tuttavia che l’uso della cremazione dei defunti (incinerazione), tradizionale nella cultura romana, viene via via soppiantato dalla deposizione della salma integra (inumazione). Questo porta in genere, nei sepolcri di famiglia di questa fase storica, ad interventi di restauro nelle camere funerarie esistenti, per adattarle

al

passaggio

da

una

tipologia

all’altra,

trasformando le nicchie per le urne cinerarie in loculi e arcosoli. Questo fenomeno ha interessato anche questo sepolcro. Nella parete di destra, particolarmente evidente è l’ingrandimento della seconda nicchia da sinistra della fila inferiore, cui è stata aggiunta una copertura ad arco ribassato. I lavori di edificazione del Drugstore hanno danneggiato la prima e la seconda nicchia a destra della fila superiore e la prima nicchia di destra della fila inferiore. Nella parete di sinistra i lavori moderni sono stati ancora più invasivi, e i rifacimenti delle nicchie sono oggi difficilmente interpretabili. Si cercava in genere, nei sepolcri familiari, di mantenere una certa simmetria, per cui possiamo immaginare anche qui un

doppio

nicchiette,

altri

tagliate

poi

per

ricavarvi

filare loculi

di per

l’inumazione. Si nota inoltre lo scavo, alla base, di un loculo aggiuntivo. Poco o nulla rimane della parete d’ingresso. Il pavimento è decorato in mosaico bianco e nero e si conserva integro, con la sola eccezione di una fossa intagliata sul lato destro, realizzata quando i loculi alle 49


pareti erano ormai tutti occupati. Nella fossa è stata rinvenuta una moneta di Caronte raffigurante l’imperatore Clodio Albino, il cui breve regno ci permette di datare la sepoltura nell’anno 196 d.C. Questa fu probabilmente l’ultima sepoltura della tomba.

Ninfa Ambrosia: vino, sangue, oblìo

Il mosaico pavimentale propone una rappresentazione dionisiaca - una terribile scena di stupro e morte -, nella quale, tra immaginette di lavori per la vendemmia, compare centralmente il tristo personaggio di Licurgo. Vuole la tradizione che Licurgo, inebriato durante la vendemmia fino a perdere il lume della ragione, abbia assalito la ninfa Ambrosia, intenzionato a violarla. Alla resistenza della ninfa, Licurgo brandisce una scure bipenne, infierendo sul suo corpo: perché se la ninfa non può essere sua, costei non sarà di nessun altro. La ninfa invoca gli dèi affinché le concedano la salvezza, o per lo meno cancellino, nell’Aldilà, il ricordo della brutalità dell’assalto.

La

sua

richiesta

viene esaudita

all’istante e la ninfa sfugge al carnefice trasformandosi in un tralcio di vite. Da allora Ambrosia vive all’interno di ogni vite, e accompagna chi beve il rosso nettare che la vite genera, concedendogli il potere di dimenticare, insieme a lei, il male della vita. La raffigurazione musiva rappresenta il momento più 50


drammatico del mito, quello in cui Licurgo si avventa sulla ninfa scagliandole contro colpi di scure. La ninfa appare già trasformata in un ramo di vite. Il mosaico è contornato, ai lati, da una fascia decorativa composta di tralci di vite intrecciati. Ai quattro angoli sono raffigurati quattro kantaron (grandi vasi), dai quali si originano i rami. Al centro di ogni lato si distinguono quattro figurette maschili, che rappresentano ognuna una diversa fase della vendemmia.

Il sincretismo religioso

Questo tipo di decorazione a tema dionisiaco non connota necessariamente il capofamiglia come un seguace del dio Bacco. Al contrario, testimonia la moda dell’epoca (il c.d. sincretismo religioso), in cui la religione romana classica convive con i culti emergenti di provenienza straniera, sapendone cogliere e integrare gli aspetti mancanti nella religiosità tradizionale (in questo caso: il superamento e l’elaborazione del dolore ingiusto). Dopo la conquista della Grecia e del Vicino Oriente, Roma si apre con benevolenza ad un sistema religioso complesso, in cui le fedi dei vinti e dei vincitori convivono e si permeano a vicenda: tre tipologie di culti - quelli romani arcaici

(detti

indigeni),

quelli

tradizionali

(il

pantheon

classico) e importati (detti esotici) - trovano l’elemento di coesione

e

rispetto

nel

comune

riconoscimento

della 51


auctoritas dell’Imperatore. Una quarta tipologia di culto è costituita dai culti tradizionali greci, che vengono assimilati direttamente nel pantheon romano. Così Poseidon è la declinazione greca di Nettuno, ed è per i naviganti di entrambe le culture l’indiscusso signore dei mari, il comune destinatario delle loro preghiere. Allo stesso modo Zeus-Giove è per tutti il padre degli dèi; Athena-Minerva è l’immagine universale della sapienza, ecc. In alcuni casi l’assimilazione è imperfetta (Dioniso greco ha tratti completamente diversi dal Bacco romano), e in altri casi ancora l’assimilazione è impossibile, come per le divinità lunari Diana e Selene, che rimangono distinte. Le simpatie verso una religione non escludevano l’appartenenza all’altra (e spesso i culti si contaminavano, rendendo i confini incerti). Le nuove religioni, fin tanto che non sconfinavano in violazioni delle leggi dello Stato Romano, erano per lo più tollerate.

52


Tomba delle lesene

La Tomba delle lesene è una piccolissima camera funeraria della prima metà II sec. d.C., decorata all’ingresso da due finte colonne, chiamate in architettura lesene. È la seconda delle tombe scoperte nel Drugstore, e per questo tra gli archeologi è chiamata Tomba B. La struttura è in parte scavata nel tufo, in parte costruita in muratura. L’esterno

in

mattoni

rosso-arancio

presenta,

ai

lati

dell’ingresso, due finte colonne scanalate (lesene), anch’esse in laterizio. Le pareti laterali, con decorazioni floreali e geometriche, hanno una doppia nicchia per lato (ciascuna ospitava

un’olla

cineraria).

Della

parete

di

fondo,

danneggiata, si conserva la sezione inferiore di una nicchia, nel cui foro, sigillato da un coperchietto, sono state trovate ceneri intatte. Si tratta dunque di una piccola tomba familiare. All’esterno è stato rinvenuto un recinto funerario.

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Il recinto funerario

Sul lato sinistro della Tomba B (rispetto all’ingresso) è presente un recinto funerario della fine del I sec. d.C. I recinti sono dei giardinetti, per lo più rettangolari, destinati a contenere nella terra nuda le urne cinerarie dei servi. In origine i recinti sono delimitati agli angoli da quattro massi. Nel rettangolo ideale che essi disegnano, sono deposte olle, anforette e contenitori varia natura, con dentro le ceneri dei servi, partendo dagli angoli e occupando via via le porzioni centrali. Poiché la Tomba B è di epoca successiva al recinto, si può ipotizzare che essa sia stata ricavata riducendo l’area originaria del recinto. In questa fase debbono essere stati edificati (o più probabilmente ricostruiti) i due muri di recinzione che gli archeologi chiamano Muro a e Muro b. Nel Muro a sono state individuate sette nicchie (di cui tre ancora integre e contenenti, ciascuna, due olle). Si può ipotizzare che le olle rinvenute al momento della costruzione della Tomba B riano state qui pietosamente traslate. Il Muro b, sul lato opposto, presenta varie fasi di rifacimento e una conformazione di più difficile lettura. Quando poco distante viene edificata anche la Tomba A, il rettangolo si chiude, e all’interno viene deposto un nuovo strato di terra, potendo così ospitare nuove sepolture. I recinti, essendo destinati ad individui di umilissime condizioni, presentano spesso questa conformazione a strati

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sovrapposti, e spesso caotici. Ăˆ stato rinvenuto, al centro del recinto, anche un pilastro in laterizio, che lascia supporre che il giardinetto, sia stato, in una fase tarda, dotato di un tetto e trasformato in una cemera funeraria per inumazione.

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Tomba bianca

La Tomba bianca è una camera funeraria di piccole dimensioni, utilizzata tra il I sec. d.C. e l’inizio del III. Le sue pareti intonacate non hanno dipinti. La struttura è parzialmente ipogea ed è intagliata nel tufo, con la parete d’ingresso in muratura. Vi si accede da una scala con quattro gradini. Sulla parete di destra è presente un loculo a cassone scavato nel tufo, mentre sulla parete di sinistra c’è un secondo cassone con la parte esterna in mattoni. La parete di fondo è stata danneggiata dal posizionamento di un pilastro in cemento armato durante

l’edificazione

presente

un’unica

del

fossa.

Drugstore.

Sul

pavimento

Complessivamente

è

sono stati

rinvenuti tre individui inumati, dei quali uno è un bambino di 4 anni, con corredi ceramici. Tra gli archeologi è chiamata Tomba C.

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Colombario Portuense

Il Colombario Portuense

è

una grande camera

sepolcrale ad uso collettivo, in uso tra fine I sec. d.C. - inizio II e primi decenni del III sec. È il quarto tra gli ambienti del Drugstore, chiamato anche Tomba D. È di forma rettangolare (stretta e lunga), con tre lati intagliati nel tufo. La tomba è stata danneggiata dall’edificazione dell’edificio sovrastante e dal passaggio di una conduttura fognaria: si conserva integra la parete d’ingresso in muratura, con la facciata interna organizzata a columbarium, con nicchiette per le urne cinerarie disposte in file ordinate. Successivamente vi vengono ricavati loculi per l’inumazione e banconi per i sarcofagi (due di essi si trovano oggi al Museo Nazionale Romano). Esternamente è stato individuato un focolare (con resti di ossa animali e frammenti ceramici) per i banchetti in onore dei defunti.

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Vicini come colombe

La parete in muratura, lunga circa otto metri, si presenta oggi, all’esterno, priva di finiture, con i resti di un piccolo avancorpo per proteggere l’ingresso. Lo studioso Nibby, che visita il colombario nel 1827, attesta invece che all’epoca era ancora impiedi una «facciata di colonne, architrave, fregio e cornice, tutto di terracotta ». Dal piccolo avancorpo,

scesi

tre

gradini,

sepolcrale,

parzialmente

si

ipogeo.

accede La

all’ambiente

facciata

interna,

intonacata di colore giallo chiaro, ha una struttura a columbarium (colombario). Il colombario è un tipo di costruzione funeraria ad uso collettivo, suddivisa in file orizzontali di nicchie nelle quali vengono conservate le urne cinerarie dei defunti. Il nome deriva dal fatto che le nicchie scavate nel muro ricordano, nell’aspetto, le cavità in batteria per l’allevamento dei colombi. I colombari hanno la massima diffusione nel periodo tra metà I secolo a.C. e il I secolo d.C., che coincide col periodo di massima diffusione della pratica della cremazione. Il colombario del Drugstore (come del resto gli altri

due

colombari

dell’area)

è

quindi

un

esempio

relativamente tardo. Questo tipo di sepoltura infatti estremamente funzionale ed economico, potendo contenere in spazi limitati le ceneri di molte persone - è tipico dei contesti

urbani

in

rapida

espansione

ed

incremento

demografico, come lo era in effetti il Suburbium del I-II sec. d.C. La curiosità è che anche le moderne cappelle funerarie 60


nei cimiteri delle città più popolose (come Prima Porta, a Roma) spesso hanno struttura a colombario. Il colombario del Drugstore è decorato in basso da uno zoccolo color porpora, ed è organizzato in quattro file di nicchie, ciascuna delle quali è contornata, nell’archetto, da una fascia anch’essa di color porpora. Sull’intonaco sono spesso graffiti i nomi dei defunti. Nella fila inferiore, sopra l’arco dell’ottava nicchia, si trova l’epigrafe di Ianuaria («Ianuariae») e, poco prima, sopra la quarta, l’epigrafe curvilinea di Brigantina («Brigantine», con errore nel caso genitivo). A pochi metri di distanza è stato rinvenuto un altro piccolo colombario da 15 nicchie (nella Tomba dei Dipinti), e, di recente, nella vicina Necropoli di Vigna Pia è stato rinvenuto un terzo colombario. Altri colombari si trovano, sempre sulla Via Portuense, nella Necropoli dell’Isola Sacra.

I quattro sarcofagi

Nel Colombario Portuense sono stati ritrovati, in tutto, quattro sarcofagi. Sul un lato dell’ingresso viene rinvenuto un sarcofago in marmo (sarcofago n. 1), poggiato sopra un bancone in muratura addossato alla parete. Il marmo, anch’esso sprovvisto di coperchio e datato alla stessa epoca del sarcofago di Selene, presenta il clipeo con una dedica per una donna che aveva superato i 40 ma non ancora raggiunto 61


i 50 anni. Il dedicante è il marito. Il sarcofago n. 1 si trovava poggiato su un bancone in muratura addossato alla parete d’ingresso, sulla sinistra. Si tratta di un sarcofago in marmo, ritrovato senza coperchio, che presenta al centro un occhiello con un clipeo con una dedica per una donna anziana (per l’epoca!), di età compresa fra i 40 e i 50 anni. Il dedicante è il marito. Il sarcofago è stato datato ai primi decenni del III secolo d.C. È oggi conservato al Museo Nazionale Romano. Il sarcofago n. 2 si trovava anch’esso su un bancone, simmetrico a quello del sarcofago n. 1 rispetto all’ingresso. È anch’esso in marmo, senza coperchio e datato ai primi decenni del III secolo d.C. È decorato a lenos, con due clipei con all’interno le sculture in bassorilievo dei due busti delle divinità esotiche Helios e Selene, simboli del perpetuo alternarsi del giorno e della notte. Nel sarcofago gli archeologi hanno rinvenuto lo scheletro di una bambina di dieci anni con il suo corredo: un braccialetto d’oro e due orecchini, anch’essi in oro. Sia il sarcofago n. 2 che il corredo si trovano oggi al Museo Nazionale Romano. Il sarcofago n. 3, in marmo, senza decorazioni, si trovava accanto al n. 2. Gli archeologi vi hanno rinvenuto, all’interno, i resti di un bimbo di 7 anni, senza corredo. Il sarcofago è ancora conservato nel Drugstore. Il sarcofago n. 4, in terracotta e anch’esso senza decorazioni, si trovava vicino al 2 e al 3. Gli archeologi vi hanno rinvenuto due scheletri di età adulta, privi di corredo. Anche questo sarcofago è stato lasciato nel Drugstore. 62


Non è nota la relazione intercorrente tra i defunti del Colombario Portuense, ma in genere si tratta di componenti di un’unica famiglia allargata (clan familiare), compresi affini, schiavi, liberti, clientes (persone in rapporti d’affari) e persino amici sprovvisti di una tomba propria: nei colombari non si guardava insomma al legame di sangue al momento della nascita, ma soprattutto ai rapporti di cooperazione avuti in vita. Altre volte il vincolo è dato dall’appartenenza della medesima corporazione (ma non sembra questo il caso), e infine, soprattuto nei contesti extraurbani, talvolta i colombari finivano per andare oltre i confini del clan, aprendosi a tutti i componenti della comunità locale (ipotesi che al Drugstore potrebbe anche essere verosimile).

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Tomba della Vaschetta

La Tomba della Vaschetta è un ambiente funerario di piccole dimensioni, in opus reticulatum e blocchetti, sul cui pavimento è intagliata una vasca rettangolare. Si tratta della quinta tomba del Drugstore in ordine di scoperta (Tomba E). La sua edificazione risale alla fine del I sec. d.C. La struttura muraria è parte in laterizi di tufo, parte in opus reticulatum. La presenza di vistosi interventi di rifacimento nei muri lascia supporre un utilizzo prolungato nel tempo. Nell’ambiente si accede da una piccola scala di tufo. Internamente non presenta né intonaci né decorazioni. Gli archeologi non vi hanno rinvenuto né resti umani né corredi funerari. L’ambiente ha quindi importanza assai modesta e la sua specificità risiede nella presenza di una vasca rettangolare, intagliata nel tufo ad una profondità di circa 40 cm. La sua funzione non è nota.

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Sarcofago di Selene

Il Museo Nazionale Romano conserva un nobile sarcofago in marmo, rinvenuto nel Drugstore Portuense nel 1966, raffigurante la divinità esotica Σελήνη (Selene). Durante le indagini sul Colombario Portuense (Tomba D),

viene

rinvenuta

un

cassone

marmoreo,

privo

di

coperchio. Esso è databile ai primi decenni del III secolo d.C. in base alla moda delle decorazioni a scanalature ondulate (lenos o strigili). Su un lato è scolpito in un occhiello (clipeo) il busto in bassorilievo di Selene, con gli attributi della torcia accesa e del crescente. Selene rappresenta il perpetuo alternarsi del giorno e della notte, con il fratello-amante Helios, rappresentato sull’altro lato del sarcofago in un altro clipeo. Nel sarcofago gli archeologi hanno rinvenuto lo scheletro di una bimba di dieci anni con il suo corredo: un braccialetto in oro e due orecchini, anch’essi in oro.

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Un culto esotico

Σελήνη è una divinità lunare importata dalla Grecia a Roma nel II sec. d.C., non assimilabile a Diana, la divinità lunare romana del pantheon classico. Per entrambe le culture si tratta della personificazione della luna. Ma se per i Romani Diana è soprattutto la dea della caccia, per i greci ha tratti propri, narrati nella Teogonia di Esiodo (371): dea della fecondità, della morte e della rinascista, del perpetuo rigenerarsi delle cose. Selene è la dea delle fasi e dei cicli, ma è anche la dea indulgente delle eccezioni a quanto la natura ha prestabilito. Quando un pagano di epoca imperiale doveva chiedere una cosa impossibile (e a Roma ogni cosa possibile aveva il suo nume tutelare) non rimaneva altro che dirlo alla Luna. Fra tutte le cose impossibili vi erano soprattutto gli amori proibiti. Il culto lunare arriva (o ritorna) quindi a Roma in forme del tutto nuove, come un culto esotico e seducente, mai provato prima. Selene è una donna matura, ancora bellissima, dal viso incredibilmente pallido, tanto da far impallidire al suo passaggio anche le stelle. Il suo attributo, una torcia dalla fiamma d’argento, le riflette sul viso, mentre un secondo attributo, un fermaglio a forma di luna crescente, le raccoglie ordinatamente i capelli. È raffigurata con lunghe vesti ariose, su una biga d’argento tirata da una coppia di candidi buoi, nell’atto di inseguire senza riuscirvi la quadriga d’oro del

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fratello Ἥλιος (Helios), personificazione del sole. A Selene si attribuiscono quattro amori - tutti diversi, importanti e tutti proibiti -, corrispondenti ognuno ad una fase della vita, crescente o calante che sia: quello giovanile (ed incestuoso) con il fratello che diventerà l’amore di sempre;

quello

rubato

da

Pan

con

la

violenza

che,

trasformatosi in passione, lascerà il posto al rimpianto; quello effimero con il maturo Zeus che si dimenticherà presto di lei; e infine quello fulmineo e terribile (perché associato al sonno e alla morte) con il giovane figlio di Zeus, Endimione.

Selene e gli amori proibiti

Helios è il fratello di Selene, ed entrambi sono figli del titano Iperione e di sua sorella Theia e hanno una sorella minore: Eos (l’aurora). È rappresentato alla guida della quadriga d’oro, tirata da cavalli che sputano fuoco dalle narici. Il carro sorge ogni mattina dal mare e traina l’astro d’oro (il sole) nel cielo, da est a ovest. Dall’alto della sua posizione, Helios vede tutto: non c’è accadimento umano che gli sia sconosciuto, sempre che avvenga alla luce del sole. Per questo i Romani, nei giuramenti, sono spesso soliti invocarlo a testimone: ancora oggi si dice «alla luce del sole» per indicare un fatto incontrovertibile. Al termine della sua giornata, al tramonto, Helios adagia la sua quadriga sull’orizzonte marino, proprio mentre la biga di Selene dal

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mare è in procinto di iniziare la corsa nel cielo notturno, portando con sé al traino l’astro d’argento (la luna). In questi fugaci istanti i due fratelli, secondo il mito, si incontrano e si amano in gran segreto. Con l’irsuto, greve e oscuro, indesiderabile dio Pan Selene ha una passione travolgente e rubata. Alla dea, romantica e radiosa, che non lo degna della minima attenzione, Pan prepara un inganno, rendendosi invisibile ai suoi occhi ricoprendosi con il vello di una pecora bianca. Quello che avviene dopo lo lasciamo alle parole di Karoly Kerenyi: «Nascosto il pelo nerastro sotto il vello di una bianca pecora, ha potuto avvicinarla convincendola a salire sulla sua groppa per poi goderla, ormai consenziente». Selene dunque, oltre al suo simile (Helios, la luce solare) ama anche il suo contrario (Pan, l’oscurità e le tenebre), di cui accetta l’abbraccio avvolgente nella notte. Si dice che Selene abbia perdonato la brutalità di Pan, e che questi le abbia fatto il dono riparatorio della pariglia di candidi buoi che trainano il suo carro nella notte, per poi sparire per sempre dalla vista dell’amata. A Selene si attribuisce anche una amore con Zeus, dalla quale nascono Pandia ed Erse (la rugiada). È l’amore della maturità, per un amante farfallone che dopo averla avuta si dimentica presto di lei. E quando Selene, lasciato il padre, incontra il figlio Endimione, giovane e bellissimo, l’amore è fulmineo. Il mito riferisce che Selene scorge la prima volta Endimione addormentato, in una grotta del Monte Latmo, in Asia 70


Minore. Non sopportando l’idea di non potersi avvicinare all’amante giovanissimo se non mentre dorme, perché da sveglio probabilmente la respingerebbe, Selene si siede accanto a lui nella notte, lo bacia sulle palpebre e da allora Endimione cade in un sonno eterno, un torpore simile alla morte, nel quale Selene può ammirarlo e baciarlo, con bramosia e crudeltà insieme. Da Selene e Endimione nasceranno ben cinquanta figlie femmine. Vuole il mito che, se Zeus l’ha dimenticata e Pan non osa più avvicinarla, Selene continua a incontrare Helios ad ogni tramonto. Per tre giorni al mese però, durante la luna nuova, Selene scompare alla vista di chiunque: si reca di nascosto a far visita ad Endimione.

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Tomba dell’airone

La Tomba dell’airone (o Tomba 1) è un sepolcro familiare del II sec. d.C., con gli affreschi di un airone, un pavone, una colomba, un’anatra e tre cavalli marini. I quattro volatili rappresentano il volo dell’anima verso l’Aldilà, mentre i tre cavali marini (animali fantastici dal corpo di serpenti e il busto di cavalli) hanno la funzione apotropaica di proteggere la tomba dagli spiriti dell’Ade. Tra le pitture la più suggestiva è quella dell’airone, raffigurato nell’atto di levarsi in volo trasportando un nastro flessuoso. Il nastro disegna nell’aria la lettera « M », interpretata come iniziale della famiglia proprietaria del sepolcro. Le pareti ospitano nicchie per le urne cinerarie (disposte a colombario e intorno all’arcosolio del pater familias); il pavimento contiene fosse e banconi per le inumazioni. Il sepolcro è interamente scavato nel tufo, con volta a botte.

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Anime in volo, come aironi

Il sepolcro si trova in una porzione periferica nella vasta area necropolare portuense, probabilmente legata al diverticolo di collegamento tra l’interno (Monteverde) e Pozzo Pantaleo.

La

tomba

è

sopravvissuta

alla

rovinosa

speculazione edilizia della zona perché si trova sotto una strada pubblica, l’attuale via Ravizza. Vi si accede dal garage condominiale al civico 12: dopo una percorrenza interna, attraverso una porticina in ferro, si arriva sotto la strada, nella camera funeraria sotterranea. L’edificazione risale al II sec. d.C. È interamente scavato nel nel tufo (dimensioni 6,40 m × 4,20), con la volta a botte. Il pavimento contiene sia fosse che sarcofagi a cassone, mentre le sepolture alle pareti sono all’interno di un colombario disposto in file ordinate di nicchie, e altre ve ne sono in ordine sparso vicine al nicchione (arcosolio) del pater familias. I quattro affreschi principali riproducono con vivido realismo altrettanti volatili, di specie diverse. Essi sono tutti rappresentati nel momento in cui stanno per spiccare il volo o

lo

hanno

appena

intrapreso,

e

rappresentano

simbolicamente le anime dei defunti che, staccatesi da terra, si levano in volo verso la dimensione dell’Aldilà. L’affresco dell’airone (posto alla destra dell’entrata) ha tratti di grande realismo. Il volatile è rappresentato nell’atto di distendere le ali per alzarsi in volo, con colori di tonalità

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che vanno dal bianco al grigio al rosa. L’animale afferra con le zampe un nastro flessuoso di color porpora, il quale compone nell’aria, con alcune volute, il monogramma « M ». Il monogramma cela probabilmente il nome della famiglia proprietaria del sepolcro. Che si tratti addirittura dei Manlii, l’antica Gens Manlia all’origine del toponimo Magliana? L’ipotesi è improbabile ma comunque suggestiva, perché in questo caso si tratterebbe della tomba zero dell’intero territorio. Si tratta comunque di una famiglia benestante e ben in vista se, per evocarla ai contemporanei, era sufficiente citarne solo l’iniziale. Sopra la nicchia del pater familias si trova il secondo affresco, il quale raffigura un pavone in movimento, a terra, con le ali ancora chiuse e la coda distesa. Sulla parete sinistra è presente una colomba già in volo che si abbevera in un vaso: infine un terzo affresco raffigura un’anatra.

Il «drago» portuense

Sono

presenti

anche

tre

piccoli

affreschi

che

riproducono animali fantastici (due nella nicchia del pater familias; un terzo in una nicchia laterale), definiti nel linguaggio comune draghi. Si tratta più propriamente di cavalli marini - per metà serpenti marini e per metà cavalli - che gli archeologi chiamano con il nome di ippocampi. Il cavallo marino è un elemento

spesso

presente

nell’iconografia

portuense, 75


raffigurato tra l’altro nella vicina porzione di necropoli di Vigna Pia. Negli ippocampi gli studiosi ravvisano una funzione apotropaica: essi hanno il compito di spaventare gli spiriti dell’oltretomba proteggendo cosÏ la tomba stessa da presenze indesiderate. Nella tomba sono infine presenti altre decorazioni minori. Esse riproducono un piattello offertoriale (una patera), graziose roselline rosse sbocciate (della varietà campagnola, ben diverse da quelle che si trovano oggi dai fiorai!), una cesta con fiori, un candelabro, una maschera.

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Tomba di Epinico

Si ha notizia, poco distante dalla tomba dell’airone su via Ravizza, di una seconda tomba, chiamata Tomba 2 o Ipogeo di Epinico o Ipogeo di Epinico e Primitiba. Essa prende il nome dal proprietario del sepolcro e dalla sue consorte. In essa è stato rinvenuto un mosaico di buona

fattura,

sembrerebbe,

recante

dalle

un’epigrafe.

scarne

Tale

informazioni

sepolcro disponibili,

accessibile solamente agli studiosi, per via di un percorso di ingresso non agevole e di una certa fragilità della struttura. Come la tomba dell’airone tale tomba si è salvata dalla colata di cemento che ha investito l’area perché si trova non all’interno di una proprietà privata, ma al di sotto di una strada

pubblica:

via

Ravizza

per

l’appunto.

Maggiori

informazioni, purtroppo, non sono disponibili. La cura della tomba è in carico alla Soprintendenza Archeologica di Roma.

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Necropoli di Vigna Pia Moena Giovagnoli

La Necropoli di Vigna Pia è un complesso funerario, composto di: tomba collettiva (Colombario di Vigna Pia), tomba familiare (~ di Atilia Romana) e una parte interrata. Il settore collettivo si compone di più ambienti organizzati a Colombario, con file ordinate di nicchiette e qualche sepoltura intagliata nel pavimento (a mosaico o in opus spicatum) o in arcosoli. Vi è una cucina funeraria per i banchetti in onore dei defunti.

Le decorazioni raffigurano

rose, volatili e cavalli marini. La tomba familiare è dedicata ad Atilia Romana, defunta moglie di Atilius Abascantus, raffigurata in un ritratto a mosaico in tessere bianche e nere. Una terza area (oggi ricoperta) ha restituito delle semplici murature. L’area viene individuata nel 1998, vicino il ristorante La Carovana.

Nel 2000 iniziano gli scavi e nel

2006 l’area viene sistemata e aperta al pubblico.

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La Tomba di Atilia

Nel

luglio

1998,

durante

lavori

di

archeologia

preventiva per la realizzazione di box auto nell’area tra le vie Riccardo Bianchi, Ettore Paladini, viale di Vigna Pia e via Portuense, emerge una nuova porzione del vasto complesso necropolare Portuense, di cui sono già note le aree di Pozzo Pantaleo, del Drugstore e di via Ravizza. Tutte e quattro le aree

afferiscono

infatti

alla

viabilità

dell’antica

Via

Portuensis. I resti sono oggi compresi nella fascia centrale del terreno del ristorante La Carovana, posto su un diverso piano di calpestìo. Gli scavi iniziano nel 2000 e continuano anche nel biennio successivo. La successiva sistemazione pubblica (con la realizzazione di tettoie protettive) si conclude nel 2006. Nell’area sono presenti strutture funerarie di diverse tipologie, appartenenti a diversi modi di trattare il corpo del defunto: l’inumazione (data la presenza di sarcofagi, tombe a cappuccina e anche fosse ricavate nel terreno, a volte anche distruttive per quanto riguarda i mosaici) e l’incinerazione (sono state trovate ollette e anfore, usate per conservare le ceneri del defunto). Complessivamente, la Necropoli di Vigna Pia risulta articolata in tre sezioni: il Sepolcro di famiglia, l’area del Colombario e un’area con murature oggi ricoperta. Il sepolcro di famiglia è dedicato da Atilius Abascantus alla defunta moglie Atilia, citata in un’epigrafe e raffigurata a mezzo busto nel mosaico a tessere bianche e nere. Proprio la

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scoperta del sepolcro dedicato a questa donna porta gli archeologi a nominare l’intera area con il nome di Necropoli di Atilia.

Il Colombario di Vigna Pia

L’area del Colombario presenta pavimenti in mosaico a tessere bianche e nere, con figure ad elemento vegetale, geometrico o simbolico (come il nodo di Salomone). Il colore che spicca di più sulle pareti, all’inizio identificate solo di colore bianco, è il rosso porpora, il quale delinea anche le nicchie

del

colombario.

Le

pareti

presentano

anche

decorazioni a motivo floreale (roselline) oppure volatili, animali

ultraterreni

(ippocampi)

e

anche

raffigurazioni

simboliche di carattere dionisiaco (la maschera). È stata evidenziata la presenza di fumo sulle pitture: queste tracce stanno ad indicare l’uso di una cucina funeraria, unica testimonianza nel Territorio Portuense, sebbene sappiamo che l’uso di banchetti per cerimonie e commemorazioni di defunti sia stato molto diffuso nella civiltà romana. Al centro tra le due aree principali si trova una terza area nella quale sono state trovate delle murature. Tali muri, ritenuti di minor rilevanza, sono stati indagati con la finalità di individuare un diverticolo o un nuovo tratto di Via Campana. La strada non è stata trovata e l’area è stata ricoperta di terra. 81


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Tratto di Via Campana #1 Moena Giovagnoli

Nel terreno ex Purfina di Pozzo Pantaleo è visibile un tratto di strada romana basolata, identificato come parte della Via Portuense-Campana. Nel 1983 i sondaggi per la realizzazione di una centrale operativa ACEA in località Pozzo Pantaleo rilevano la presenza di resti del tracciato stradale. La successiva campagna di scavi della Soprintendenza Archeologica di Roma, protratta fino al 1989, porta alla luce una porzione lunga circa 50 metri e larga 6, pavimentata con basali (pietre di lava leucitica di forma poligonale). Secondo alcuni studiosi il tratto non è propriamente da identificarsi non con l’antica Via Campana, ma con un suo diverticolo, cioè una diramazione di servizio, forse a congiunzione tra la Campana e la Portuense.

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Terme di Pozzo Pantaleo Moena Giovagnoli

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un impianto termale pubblico di epoca imperiale, di cui sono stati scavati il calidarium e una parte del frigidarium. Nel calidarium si svolgevano i bagni caldi e i bagni di vapore. Lo speciale pavimento è sorretto da suspensurae, al di

sotto

delle

quali

passa

l’aria

calda

prodotta

nel

praefurnium (non scavato). Le pareti in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo) presentano dei tubuli, anch’essi destinati al passaggio dell’aria calda. In un secondo ambiente,

identificato

come

frigidarium,

sono

presenti

pavimenti con figure mitologiche in mosaico bianco e nero. Gli spogliatoi e la sala per i massaggi non sono stati invece individuati. Lo scavo è stato condotto tra il 1983 e il 1989; la struttura è riconoscibile, tra i vari manufatti di Pozzo Pantaleo, per la presenza di una tettoia protettiva.

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Per lavarsi e per parlare

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato ai bagni (abluzioni in acque calde e fredde), al ritrovo e la socialità. Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere. È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche. Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico.

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Mansio di Pozzo Pantaleo Moena Giovagnoli

La Mansio di Pozzo Pantaleo è una sosta per viandanti di

epoca

imperiale,

in

cui

era

possibile

rinfrescarsi,

consumare un pasto frugale, trovare ospitalità e compagnia. Il sito, indagato parzialmente, emerge durante la campagna di scavi della Soprintendenza fra il 1983 e il 1989 e si trova poco più ad ovest rispetto alle Terme. Si tratta di un gruppo di piccoli ambienti in opera mista, affiancati l’uno all’altro, con affaccio comune sul Tratto di Via Campana. Gli ambienti sono preceduti da un portico. L’edificio è dotato di un doppio sistema idraulico, in cui acque potabili e acque reflue circolano separatamente. Le acque sono attinte dal vicino fosso Tiradiavoli o, per la stagione estiva, da un pozzo. È presente un ambiente con una vasca in malta idraulica. Affiancato alla Mansio è stato sommariamente indagato anche un edificio funerario a doppia camera.

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La sosta dei viandanti

La Mansio della Via Portuensis è un manufatto romano di epoca imperiale, identificato come una sosta per viandanti, qualcosa di molto simile ad un moderno snack bar, in cui era possibile trovare ristoro, breve ospitalità e persino compagnìa. Il sito emerge durante la campagna di scavi del 19831989. A margine dell’indagine principale (Via Campana e impianto termale) si esplora anche un settore periferico più ad ovest. Ne emerge un gruppo di ambienti in opera mista, non completamente esaminati, posti in serie l’uno accanto all’altro, e affacciati sulla strada attraverso un porticato. Gli ambienti sono serviti da un doppio sistema idraulico (acque chiare e acque scure) alimentato dal vicino torrente e con cunicoli fognari per smaltire il refluo. Sono presenti anche una vasca impermeabile, foderata con malta idraulica, e un pozzo (per sopperire all’essiccazione estiva del torrente). I viandanti potevano godere della frescura della vasca

e

dell’ombra

del

porticato

e,

con

l’occasione,

consumare a pagamento un pasto frugale, un bicchiere di vino o, magari, un incontro amoroso a pagamento. L’indagine ha restituito anche i resti di due ambienti in opera laterizia appartenenti ad un edificio funerario, con ingresso opposto alla Via Campana, caratterizzati dalla presenza di sepolture in formae (sotto tegole).

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Sommario

Cave romane Purfina Drugstore...................................... 3 La cava di tufo ................................................................ 4 La Necropoli Portuense.................................................... 5 L’abitato altomedievale ................................................... 7 Frequentazioni sporadiche .............................................. 9 Lo Stabilimento Purfina ................................................. 10 Il Drugstore ................................................................... 11 Cippi dei Germani .........................................................13 Noi, guardie di Nerone .................................................. 14 Tomba dei Campi Elisi ..................................................17 Alla ricerca del tempo migliore ...................................... 18 I ritratti di famiglia ........................................................ 19 La navicella sul fiume Lete............................................ 21 Il plaustrum .................................................................. 22 Gli astragali .................................................................. 24 La moscacieca............................................................... 26 Il trigon ......................................................................... 28 Il banchetto dei giusti .................................................... 30 I temi funerari ............................................................... 32 Tomba dei Geni danzanti...............................................35 La danza della vita ....................................................... 36 Tomba di Petronia .........................................................39 Lo scavo del 1996 ......................................................... 40 Pozzo Pantaleo ..............................................................43 La chiesina di San Pantaleone ...................................... 44

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Tomba di Ambrosia....................................................... 47 Una storia di famiglia ....................................................48 Ninfa Ambrosia: vino, sangue, oblìo ..............................50 Il sincretismo religioso ...................................................51 Tomba delle lesene ....................................................... 53 Il recinto funerario .........................................................54 Tomba bianca ............................................................... 57 Colombario Portuense................................................... 59 Vicini come colombe .......................................................60 I quattro sarcofagi .........................................................61 Tomba della Vaschetta .................................................. 65 Sarcofago di Selene ....................................................... 67 Un culto esotico ..............................................................68 Selene e gli amori proibiti...............................................69 Tomba dell’airone ......................................................... 73 Anime in volo, come aironi .............................................74 Il «drago» portuense........................................................75 Tomba di Epinico.......................................................... 77 Necropoli di Vigna Pia ................................................... 79 La Tomba di Atilia .........................................................80 Il Colombario di Vigna Pia .............................................81 Tratto di Via Campana #1 ............................................. 83 Terme di Pozzo Pantaleo ............................................... 85 Per lavarsi e per parlare ................................................86 Mansio di Pozzo Pantaleo .............................................. 87 La sosta dei viandanti ...................................................88 Sommario ......................................................................... 89

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La Necropoli Portuense  

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