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LA COLONIA ITALIANA

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Editoriale

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QUEL SOTTILE FILO ROSSO DELLA MANUALITÀ La componente umana rende ineguagliabili i mestieri d’arte, anche quando interviene la tecnologia più avanzata. E persino l’imperfezione si fa meraviglia Sfogliando il numero di Mestieri d ’Arte & Design che avete in mano, prima di dare il «visto si stampi», mi sono soffermato a osservare un dettaglio, forse scontato ma significativo. Devo premettere che fare il giornale è il mio diletto, vorrei dedicare tutto il mio tempo alla creazione delle pagine che daranno forma ai servizi delle mie riviste, anziché fare soprattutto l’editore. Vi chiederete dove si nasconda tutto questo piacere... Mettere insieme gli argomenti, infatti, è un’attività tutt’altro che banale, almeno se si vuole fare un prodotto di qualità: i servizi non sono un’accozzaglia di temi diversi tra loro, ma un unicum organico, le cui parti devono saper dialogare le une con le altre. Le fotografie, ma anche i titoli, gli occhielli, i sommari, gli articoli sono fotogrammi dello stesso film. Bisogna iniziare la sceneggiatura con lo stupore, poi liberare il racconto alternando ritmi e colori. Ebbene, c’è un fil rouge che tiene insieme ogni numero di Mestieri d’Arte & Design: la manualità. È vero, anche a me piace fare i giornali con le mani, ritagliare le fotografie per migliorare gli accostamenti, usare le squadre per verificare gli allineamenti... Ma avete notato anche voi quante volte compaiono le mani nei servizi di Mestieri d’Arte & Design? Mani che lavorano l’argilla. Mani che cuciono una scarpa. Mani che ricamano un tessuto. Mani che dipingono la porcellana. Perché i mestieri d’arte sono ineguagliabili proprio grazie alla componente umana, che qui si esprime più con le mani che con i volti.

antiche. Ricamo cinese, architettura ottomana, manoscritto indiano, pizzo francese: la perfezione tecnica di Vacheron Constantin si fonde all’incanto di queste lavorazioni composte ad arte. Un viaggio in un mondo di colori, pietre preziose, meccanismi e ispirazioni, senza eccessi né ostentazioni, solamente per il piacere di evocare e sedurre con le decorazioni, una rara capacità che è invece tipica della casa ginevrina, sin dalle origini.

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C’è una mano persino in copertina, anche se non si vede. È quella del maestro di Vacheron Constantin che applica foglie di pietre preziose e pistilli in oro su uno dei quadranti della nuova collezione della serie Métiers d’Art: Les Fabuleux Ornements, creati per celebrare i 260 anni della Maison. Segnatempo dedicati alle donne, vere e proprie sculture che evocano la dimensione della fiaba, del sogno, col tocco raffinato di consuetudini

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Ma la manualità è perfezione anche quando risulta imperfetta. Come ci insegna Jun Isezaki, maestro di ceramica Bizen, nominato Tesoro nazionale vivente, che maneggiando consuetudini antiche crea un universo di simbolismi affascinante proprio perché imperfetto. La sua tecnica è la più antica del Giappone essendosi sviluppata oltre mille anni fa nell’area dell’omonima cittadina e il forno nel quale si prepara la ceramica è uno dei «Sei antichi forni» del Paese. Ogni pezzo nasce dall’incontro fra uomo, fuoco e argilla, un connubio primordiale che rappresenta al meglio lo spirito nipponico wabi-sabi, ovvero «niente è eterno, niente è compiuto, niente è perfetto». E dove non arriva la manualità, corre in soccorso il cervello, in questo caso sinonimo di cultura. È ciò che dimostra lo straordinario lavoro dell’architetto Andrea Pacciani. Appassionato di torniture ornamentali, si è dovuto scontrare con la realtà: i torni con cui nei secoli passati venivano realizzati quegli straordinari manufatti, diletto degli zar di Russia e dei re di Francia, non esistono più. Come fare allora? Pacciani è riuscito a ricreare quella magia utilizzando avanzatissime tecnologie figlie della stampa 3D. Le immagini parlano da sé. E il bello è che il digitale in questo caso non soppianta il manuale, ma lo supporta per innalzare i manufatti a un livello superiore. Sì, manufatti. Perché la macchina lascia spazio all’artigiano che attraverso strumenti e tecniche senza tempo regala loro un’anima. Manualità 2.0 che non manca, però, di meraviglia.

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Botteghe Libri Premi Iniziative Fiere Mostre ALBUM di Stefania Montani

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Manuale digitale GIOIE DA RE di Mattia Schieppati

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In copertina, foglie e pistilli in oro vengono applicati al quadrante ispirato al ricamo cinese, per un modello della collezione Métiers d’Art di Vacheron Constantin.

Capolavori della terra il principe giardiniere di Julie El Ghouzzi Tessitori di meraviglia IL GIARDINO DEL PARADISO di Isabella Villafranca Soissons

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Le forme del comfort IL DESIGN È ASSEMBLATO di Ali Filippini

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Decoratori di attimi LE QUATTRO BELLEZZE di Alberto Cavalli

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Tesoro nazionale vivente IL FASCINO DELL’IMPERFEZIONE di Akemi Okumura Roy Cotto alla perfezione LAB CHE PASSIONE di Simona Cesana

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Virtuosismi femminili MICROMOSAICI SIBILLINI di Federica Cavriana

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Orme di famiglia CALZATA PERFETTA di Alessandra de Nitto

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Il valore agli oggetti RINNOVATA MEMORIA di Stefano Follesa

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Arte dello spettacolo GUARDARE IL SOGNO NEGLI OCCHI di Caroline Roberts

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Editoriale quel sottile filo rosso della manualità di Franz Botré

Il gusto del sapere DALLA RUSSIA CON SAPORE di Alessandra Meldolesi

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Legno sostenibile per fare un tavolo di Susanna Ardigò

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Missione in solitaria UN’ALTRA DIREZIONE di Giovanna Marchello

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Contaminazioni espositive IL MUSEO DELLE IDEE di Vincent Lemarchands

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La ritualità della materia L’OPERAIO DELL’ANIMA di Ugo La Pietra Il linguaggio della personalità ARMONIA CHE ILLUMINA di Alberto Cavalli Saggi del mestiere LA MISURA DELLA MAESTRIA di Alessandra de Nitto

Opinioni 14

Fatto ad arte di Ugo La Pietra LA DIVERSITÀ DIVENTA PROGETTO

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Preparare all’eccellenza di Hedwige Sautereau tutelando l’intelligenza della mano

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Pensiero storico di Massimo Bignardi IL GESTO CREATIVO CHE PLASMÒ IL PROPRIO MONDO

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Ri-sguardo di Franco Cologni LA FORMULA SEGRETA DEL DETTAGLIO

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Collaboratori

A RTI G I A NI D E L L A PA R O L A MASSIMO BIGNARDI

Insegna storia dell’arte contemporanea, arte ambientale e architettura del paesaggio presso l’Università di Siena ove dirige la Scuola di specializzazione in beni storico artistici. Dal 2002 è direttore del Museo-Fondo regionale d’arte contemporanea di Baronissi.

Dopo essersi occupata della comunicazione per grandi brand del lusso, lascia Tokyo e il natio Giappone per seguire a Londra il marito, fotografo inglese. Lavora ora come corrispondente per numerosi media nipponici.

GIOVANNA MARCHELLO

ISABELLA VILLAFRANCA SOISSONS

Cresciuta in un ambiente internazionale tra il Giappone, la Finlandia e l’Italia, appassionata di letteratura inglese, vive e lavora a Milano, dove si occupa da 20 anni di moda ed è specializzata in licensing.

Torinese, laureata al Politecnico in restauro architettonico e diplomata restauratore a Firenze. Appassionata di arte in tutte le sue forme, vive e lavora a Milano, dopo una lunga esperienza come conservatore a New York e Londra. Ha insegnato presso vari master e corsi di aggiornamento.

ALI FILIPPINI

VINCENT LEMARCHANDS

ALESSANDRA MELDOLESI

STEFANO FOLLESA

CAROLINE ROBERTS

JULIE EL GHOUZZI

Ha un dottorato in design presso l’università Iuav di Venezia con una ricerca sulla storia dell’esporre in ambito sia merceologico sia culturale. Collabora con riviste di settore, affiancando all’attività giornalistica ed editoriale quella formativa e curatoriale.

Dopo gli studi universitari ha conosciuto il coup de feu e il coup de foudre dell’alta cucina dietro i fourneaux di Parigi. Oggi è appassionata food writer che miscela saperi e sapori, giornalista e traduttrice specializzata, con un vero debole per la cucina d’avanguardia.

Vive a Hong Kong e ha una lunga esperienza nel mondo del lusso, avendo lavorato nella regione dell’Asia-Pacific per brand come Louis Vuitton, Giorgio Armani, Dolce & Gabbana. Ha un’avviata attività di consulenza in marketing e comunicazione e coordina nella regione numerosi progetti editoriali.

Direttore editoriale: Gianluca Tenti Grafica: Francesca Tedoldi

MESTIERI D’ARTE Semestrale – Anno V – Numero 10 Dicembre 2014 Direttore responsabile ed Editore: Franz Botré Editor at large: Franco Cologni Direttore creativo: Ugo La Pietra

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AKEMI OKUMURA ROY

Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte Direttore generale: Alberto Cavalli Editorial director: Alessandra de Nitto Organizzazione generale: Susanna Ardigò Hanno collaborato a questo numero Testi: Augusto Bassi, Andrea Bertuzzi, Massimo Bignardi, Alessandro Botré, Federica Cavriana, Simona Cesana, D&L Servizi editoriali (revisione testi), Julie El Ghouzzi, Ali Filippini, Stefano Follesa, Vincent Lemarchands, Giovanna Marchello, Alessandra Meldolesi, Stefania Montani, Akemi Okumura Roy,

Cofondatore del Gruppo Totem nel 1980, ha coordinato la prima Biennale del design di Saint-Étienne. Professore alla Scuola Superiore d’arte e design di Saint-Étienne, ha sviluppato un insegnamento che privilegia la «co-conception» fra ingegneri e tecnici plastici. È presidente di Hs-Projets.

Architetto, designer. Svolge attività didattica e di ricerca presso il Dipartimento d’Architettura DIDA dell’Università degli Studi di Firenze. È autore di libri e pubblicazioni sull’architettura e sul design e curatore di mostre ed eventi. Vive e lavora a Firenze dove ha il proprio studio professionale.

Avendo ottenuto un master in filosofia alla Sorbona e all’Università di Bologna, e un master in storia dell’arte, nel 2007 assume la direzione del Centre du luxe et de la création di Parigi, think tank e do tank tra i più importanti, dedicato ai protagonisti del lusso e dei mestieri d’arte.

Caroline Roberts, Hedwige Sautereau, Mattia Schieppati, Francesca Squillante (traduzioni), Isabella Villafranca Soissons Immagini: Marc Danton, Mauro Davoli, Giuseppe Millaci, Elena Montobbio, Claudio Morelli, Kimimasa Naito, Bob Noto, Kevin Preiksaitis, Donald Pyper, Susanna Pozzoli, Youness Taouill, Emanuele Zamponi.

Pubblicazione semestrale di Swan Group srl Direzione e redazione: via Francesco Ferrucci 2 20145 Milano Telefono: 02.3180891 info@monsieur.it

Mestieri d’Arte & Design è un progetto della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte Via Lovanio, 5 – 20121 Milano www.fondazionecologni.it © Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.

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Tutti i diritti riservati. Manoscritti e foto originali, anche se non pubblicati, non vengono restituiti. È vietata la riproduzione, seppur parziale, di testi e fotografie.

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Nuove strade per la scoperta dei nostri mondi

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la diversità Diventa progetto L’esigenza e il piacere di recuperare i valori di tutto ciò che non è stato omologato stanno trovando terreno fertile anche nel mondo dell’impresa, attraverso la transizione fra il vecchio design industriale e quello territoriale

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Il settore del gusto da tempo ha avvertito l’esigenza di recuperare i valori legati alle diversità dei prodotti alimentari: attraverso il recupero di coltivazioni quasi scomparse, la conservazione delle specie vegetali e animali e la banca dei semi, nel tentativo di valorizzare le produzioni che nel tempo hanno caratterizzato i nostri territori. La diversità sta diventando sempre più un valore!

territorio. Per una «progettazione artistica per l’impresa» (dove per impresa si può intendere quella individuale, autoproduzione, o quella di un laboratorio artigiano come anche una piccola e media industria o un’istituzione pubblica o privata), occorre quindi iniziare a guardare dove, come e su quali risorse poggia l’impresa per cui intendiamo fornire il progetto. Le risorse che occorre avere alla base delle scelte progettuali sono spesso non così facili da individuare in territori (come il nostro) che hanno radici profonde: radici fatte di storia, di cultura, di tradizioni artisticoartigianali. Così come ogni città o paese rivendica un proprio modo di realizzare pietanze, espressioni della propria realtà e quindi identità culinaria, allo stesso modo ogni luogo può dare al progetto la possibilità di esprimersi attraverso un design che possiamo definire territoriale.

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Anche la cultura del progetto sembra finalmente accorgersi dell’importanza della diversità con la valorizzazione delle poliedriche realtà territoriali. La riscoperta e il recupero di risorse culturali, materiali, di lavorazione (sommerse da troppo tempo da un intransigente «design industriale» che aveva bandito tutto ciò che era piccola produzione, lavorazione artigianale, caratteri formali e decorativi legati a una tradizione) è stato un processo lungo e faticoso che ha caratterizzato questi ultimi decenni. Ora, sulla spinta anche delle positive esperienze affrontate da altre aree disciplinari (come quella legata all’alimentazione), il mondo del progetto sta iniziando a guardare ciò che aveva brutalmente cancellato ma che fortunatamente si è conservato, una realtà sommersa e sempre più occultata. La nuova progettualità dovrebbe quindi prendere slancio non più da un’idea sostenuta da un modello omogeneo di società, ma seguendo un percorso che, prima di qualsiasi idea, guardi con attenzione alle risorse del

Ogni progettista sa riconoscere la diversità tra un territorio urbano e uno suburbano, periferico o legato alla cultura contadina, balneare o termale… Il designer deve saper guardare alla realtà che lo circonda e quindi scegliere se lavorare per la diversità o per un sistema globalizzato in cui egli stesso non si riconosce! I valori che si celano in ogni città, paese, piazza, strada… Design territoriale vuol dire quindi progettare oggetti che nascano dall’osservazione di ciò che da sempre rappresenta il valore più grande dell’umanità e del suo rapporto con la realtà che la circonda: «la diversità».

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Pensiero storico

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il gesto creativo che plasmò il proprio mondo

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La Ricostruzione futurista dell’universo, luminoso manifesto che compie 100 anni, fu lo sprazzo che liberò il genio del fare dall’ideologia della storia Il manifesto della Ricostruzione futurista dell’universo compie 100 anni. Un secolo nel quale il rapporto tra pensiero creativo e sapere delle mani ha trovato e trova una profonda identità. Manca poco al centenario del manifesto che Giacomo Balla e Fortunato Depero pubblicano l’11 marzo del 1915, anche se, va detto, la stesura li aveva visti impegnati già dall’autunno del 1914. Manifesto che si fa espressione di una chiarezza progettuale, traducendo, in sintesi, la volontà di far convergere la molteplicità di pratiche, di invenzioni, di espressioni, di compresenti livelli comunicativi che agitano la fervida congiuntura segnata dal movimento ideato da Marinetti, oramai giunto nel pieno della sua maturità. L’obiettivo di questi artisti, ai quali si affiancherà Enrico Prampolini e poi un’ampia schiera di giovani, tra i quali Pannaggi, Fillia, Dottori, Tullio d’Albisola, Dal Monte, Diulgheroff, Thayaht le cui esperienze segnano l’intensa stagione del «Secondo futurismo», sarà di chiamare in causa più livelli sensoriali, mirando al raggiungimento dell’opera totale.

è libero». Da quella data l’orizzonte estetico disegnato dai futuristi apre all’attualità viva e creativa della tradizione artigiana, con l’intento di «riconquistarla» per rinnovarla nelle sue radici, imbrigliate nell’ideologia della storia: dalla moda all’arredamento, dalla grafica pubblicitaria all’editoria, dalla ceramica agli oggetti d’uso, alle ambientazioni urbane spaziando nella dimensione del quotidiano, senza però rinunciare a quel sapere manuale, alla dimensione del faber, vale a dire all’abilità di pratiche del fare, patrimonio culturale che, ancora oggi, fa da sostrato al nostro design. La parola d’ordine era «ricostruzione», quindi affermazione anche di una rinnovata «educazione estetica» evocata da Virgilio Marchi, implicando in essa «un diverso spirito e una diversa capacità della maestranza». Il gesto creativo d’ora innanzi spazierà su un universo estetico che varca i confini e dilata la vitalità dell’astrazione nel dinamismo della nuova realtà urbana, toccando diversi gradi della comunicazione pronti a investire la dimensione immaginativa di un tempo rigenerato.

Sullo sfondo la volontà di estendere, ha evidenziato Paolo Fossati, l’«esteticità al tutto»; ciò implica un ravvicinato rapporto «esteticità-artigianato» che mette in gioco «materiali capaci di ricreare la realtà fantasiosa del mondo […]». Ed è proprio tale rapporto che spinge oggi a ripensare al manifesto della Ricostruzione come a una pagina significativa dell’identità che incide e differenzia l’arte contemporanea, interrompendo la linea di continuità che la storia dell’arte, a partire dall’età moderna, ha disegnato fino alle avanguardie. L’arte, scrivono Balla e Depero, «diventa Presenza, nuovo Oggetto, nuova realtà creata cogli elementi astratti dell’universo. Le mani dell’artista passatista soffrivano per l’Oggetto perduto; le nostre mani spasimano per un nuovo Oggetto da creare. Ecco perché il nuovo oggetto (complesso plastico) appare miracolosamente fra le vostre». Parlando di «vostre mani» l’allusione è sia all’universo sociale al quale si rivolge il gesto creativo sia a quelle molteplici degli artigiani, degli artieri interpreti di quella genialità che per Adorno è «modo dialettico», dunque, accogliendo la lettura che ne fa Abbagnano, «ciò che non è schematico, non è ripetuto, ma

Una prospettiva operativa della quale gli artisti e artieri italiani daranno testimonianza con le opere esposte in occasione dell’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative e Industriali Moderne di Parigi, del 1925, ove Balla e Depero espongono proposte di arredo e Prampolini rinnovati allestimenti scenografici. Proprio da questa scena internazionale partirà il radicale rinnovamento impresso da Tullio d’Albisola alla ceramica, trasformando l’oggetto d’uso in un dispositivo che, nel tempo, conquisterà l’ambiente. Infatti, nel corso degli anni 30, i rivestimenti ceramici sconfinano nella scultura, nell’opera-ambiente, come i 40 metri quadri della parete allestita da Tullio d’Albisola alla Triennale milanese del 1936. È una linea che si spinge sino a incontrare le razionali forme che Diulgheroff sperimenta per la casa del XX secolo. Così sarà, per l’ambito della moda, con la nuova linea essenziale disegnata da Ernesto Thayaht per il «vestito moderno» lanciato nel 1926, a distanza di un lustro dalla sua celebre Tuta per uomo del 1919, ma anche con i ricami, le cravatte, le stoffe ideate da Balla che integreranno il corpo nel ritmo della «modernità».

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* Direttore della Scuola di Specializzazione in beni storico artistici dell’Università di Siena.

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La pittrice di trame

LANA, SETA, CAHSMERE, LINO, COTONE. IVANA ORTELLI COMUNICA ATTRAVERSO IL TESSUTO Accessori da uomo e donna, foulard, sciarpe, pochette, biancheria per la casa, tovagliato. Ivana Ortelli lavora su cashmere, cotone, lana, seta, lino, pashmina, velluto e qualunque supporto tessile, purché sia naturale. Disegna nel suo atelier di Cernobbio, sul lago di Como, esclusivamente a mano con pennello e tempera su cartoncino tedesco Schoeller, ciò che comparirà sulle collezioni di alcuni tra i più importanti marchi d’abbigliamento e accessori. «Disegni realizzati in esclusiva, con un processo che parte dalla matita fino alla stampa e al prodotto finito», spiega. Un’artigiana del bello che fatica a dare una definizione di sé («una pittrice? una ricamatrice? Una stilista? Non saprei...»), ma dà una definizione bellissima del proprio mestiere: «Creo esclusività e la comunico tramite il tessuto». Per un disegno ci vogliono solitamente tre o quattro giorni, perché ogni opera deve essere in grado di comunicare una storia: «L’importante», racconta Ivana Ortelli, «è che il disegno piaccia al cliente: se ama per esempio identificarsi con i cavalli, bisogna costruirvi una storia attorno».

Il tipo di decorazione viene scelto in funzione del tessuto: per esempio su lana e cashmere i disegni si perdono, quindi ci vorrà una creatività aperta, meno dettagliata, perché le sfumature e i particolari non riescono a essere ben valorizzati. Ivana coltiva la passione per il disegno fin da ragazzina. Dopo il liceo artistico, negli anni 80 ha lavorato in uno studio di alta moda a Como, dove disegnava collezioni per Etro, Versace, Les Copains e altri grandi marchi della moda. Poi la scelta, 14 anni fa, di intraprendere la nuova strada e portare avanti un prodotto dal disegno all’accessorio finito, seguendo tutti i passaggi della produzione: decidere il tessuto, seguire l’incisore, la stampa a mano... La sua seta, prodotta in esclusiva a Como, viene stampa a mano e ricamata personalmente. «Tutto ciò che riguarda la manualità mi affascina» continua. «Pennello, ago, filo. Ogni collezione deve trasmettere emozioni. Quando vedo la felicità attraverso gli occhi del cliente, per me è una felicità che vale doppio». Il prossimo passo? Dar vita a un proprio marchio, mantenendo la stessa cura e attenzione al bello.

Sopra, da sinistra, pochette in seta twill stampata a mano; rosa dipinta a mano su camicia in cotone; sciarpa stampata a mano in lana e seta; un disegno preparatorio a tempera su carta, tutte opere di Ivana Ortelli. A fianco, foulard in twill di seta (www.ivanaortelli.it)

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di Stefania Montani

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Botteghe Libri Premi Iniziative Fiere Mostre

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ALBUM La Fucina di Efesto Milano, via Arrivabene 24 Una ex stalla del ’600, nella vitalissima zona della Bovisa, a poca distanza dal nuovo Politecnico di Milano, è stata trasformata nel secolo scorso in fucina. Nel 1997 Alessandro Rametta, giovane studente amico del nipote del proprietario, rimase affascinato sia dal luogo sia dalla magia della lavorazione, tanto da decidere di apprendere i segreti del mestiere. Da allora ha affiancato allo studio della materia quello delle diverse tecniche con una ricerca continua di nuovi strumenti, per dare vita a forme scultoree, complementi d’arredo, scale e cancelli, strutture architettoniche. Oggi, a quasi 20 anni dall’inizio di questa avventura, Alessandro continua con passione l’arte del fabbro assieme al socio Andrea Capriotti. Lavorano tutti i metalli (ferro, rame, ottone, a eccezione dell’alluminio), ottenendo colorazioni, sfumature ed effetti particolari con procedimenti ad hoc: brunitura, acidatura, trattamenti a cera. Utilizzano spesso materiali differenti, con procedimenti di tarsia e abbinamenti di materiali di diversa consistenza. Realizzano oggetti modernissimi che riprendono la tradizione rinnovandola con le nuove tecniche. Partendo dallo studio del progetto assieme al committente, Alessandro e Andrea proseguono nell’elaborazione grafica al computer, nella scelta dei materiali più adatti, nella realizzazione delle forme sia manualmente, con utensili della tradizione, quali pinze, martelli, cannello e fiamma ossidrica, sia con taglio laser e saldatura tig, secondo le esigenze. Una parte importante è costituita dalla messa a punto degli accostamenti cromatici sulla base di una ricca campionatura di materiali. Rametta e Capriotti hanno curato progetti con Creative Academy e con Ugo La Pietra, hanno esposto alcuni loro lavori in Triennale, collaborano spesso con il Politecnico. www.lafucinadiefesto.com

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ALBUM botteghe Stamatis Ftoulis Skyros, Magazia & Molos È il ceramista più noto di Skyros, l’isola delle Sporadi con una millenaria tradizione ceramica: si narra infatti che anticamente i pirati su questa rotta scambiassero il vasellame e gli oggetti frutto di razzie con i beni locali. Ben presto gli isolani iniziarono a copiare gli oggetti più belli e a creare una loro produzione, dando il via a una nuova cultura tuttora fiorente. Sono infatti numerosi i laboratori di Skyros, molti dei quali hanno un negozio sulla via principale della Chora. Tra questi Chitarre Amalia RamÍrez Madrid, calle la Paz 8 e General Margallo 10 Amalia Ramírez descends from a dynasty of guitar makers. Her ancestor José Ramírez I was only 12 when he started making guitars. He invented designs to improve the sound of the guitars for the most important flamenco and classical musicians of his time. He developed the tablao guitar, favoured by flamenco players. Amalia learned the trade from her father, José III. She perfected her skills with her brother and makes her own guitars since 1993. A precious collection of instruments dating from the 18th and 19th centuries is displayed in her shop in Calle la Paz, very close to where her ancestor opened his first workshop. The workshop is in General Margallo; here the workbenches are ridden with the many tools of the trade, tins of glue, natural polishes and the different types of wood that are used to make these excellent instruments: rosewood, maple wood, cedar wood and ebony. Her instruments are created here, including the extraordinary “Conservatorio”, entirely handmade, and the “Auditorio”, which features a double top to increase the acoustics, and a series of other models which can be personalised according the requirements of the musicians. Amalia has also perfected new techniques for the construction of polyphonic MIDI guitars that can be connected to computers, tuners and sound modules. Her niece and nephew are the fifth generation of the Ramírez family to work in the atelier. www.guitarrasramirez.com

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c’è anche quello di Stamatis. La sua famiglia possiede da generazioni un laboratorio, nei pressi di Atene, dove vengono prodotte artigianalmente varie forme di ceramica che lui decora con vera maestria nella sua bottega di fronte al mare, a pochi passi dalla spiaggia di Magazia. Un luogo magico, con scaffali affollati di piatti, ciotole, brocche e un grande forno, sul fondo, ad alta temperatura, per la cottura e il fissaggio dei colori. Per terra, tante ceramiche bianche: Stamatis le decora una a una, con pigmenti naturali di vari colori, sul lungo tavolo vicino all’ingresso. Notevoli i disegni monocromi sul blu, che riprendono forme fantastiche di uccelli, pesci, velieri. Originali quelli con castagne, foglie e melograni dalle intense colorazioni. Ftoulis realizza anche servizi di piatti personalizzati, su ordinazione, per clienti che provengono da varie parti del mondo. Le sue creazioni sono esposte e vendute anche nel negozio sulla via principale della Chora. Tel. +30.22220.92220

Atelier Dumetz Marsiglia, 24 rue Châteaubriand Jérôme Dumetz è un giovane designer artigiano di 31 anni, diplomato all’Ensa di Marsiglia, già vincitore nel 2013 dell’Audi Talents Awards Art Contemporain et Design per la sua capacità di creare mobili e lampade di grande praticità, innovazione e personalità. Nel suo atelier nel centro di Marsiglia Dumetz ha fatto della sperimentazione il suo credo: partendo dal disegno, che poi elabora in corso d’opera, realizza complementi utilizzando materiali base quali il legno massiccio di quercia e l’acciaio laccato a fuoco, che rifinisce poi con dettagli accurati, fatti per durare nel tempo. Tra i progetti realizzati vi è anche Les Ensembles, una collezione di mobili da costruire da soli a partire da una gamma di pannelli di legno e giunti, che si basano su una modularità concepita per la costruzione di sei modelli e colori da assemblare a piacere. Per presentarla, Dumetz è stato invitato al Palais de Tokyo di Parigi dove, in un atelier ricreato ad hoc, ha invitato designer e artisti a creare da soli i propri progetti. Belli di linea, economici e resistenti. Tra i complementi d’arredo realizzati nel suo laboratorio c’è lo sgabello Stojil, la panca Bancok, i tavolini Oaké o Ariane, la lampada in kit. È un minimalista, e ci spiega che lavora per sottrazione, cercando di creare qualcosa di significativo con il minimo del materiale possibile. Con i suoi tavoli ha arredato il ristorante all’interno del Museo Regards de Provence, mentre per il Teatro della Libertà a Tolone ha realizzato un’originalissima libreria mobile. www.jeromedumetz.com

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ALBUM libri

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The Shoe Book

a cura di Nancy MacDonnell (Editions Assouline) «Le scarpe sono come gli amici: non ne hai mai abbastanza!»: con questa citazione di Charlotte Olympia si apre la bella pubblicazione di Assouline che illustra in 300 immagini la storia, i materiali, la tecnologia delle più belle e innovative calzature di tutti i tempi. Alla ricerca hanno collaborato con l’autrice Manolo Blahnik, Christian Louboutin e Sarah Jessica Parker.

the School of fashion

Alistair Croll Londra Alistair Croll è un giovane artigiano di talento che ha iniziato la sua brillante carriera a Londra negli anni 90 distinguendosi come maestro pasticciere all’Hotel Claridge. Poi, la scoperta del cioccolato si è trasformata in vera passione quando è entrato in contatto con alcuni maître chocolatier quali Jerry Lagundas (all’Hotel Savoy) e Frédéric Bau (capo pasticciere di Harrods), tra i migliori allievi della scuola francese di cioccolato Valrhona. Così nel 2004 Croll ha deciso di mettersi in proprio, preparando e testando nella sua cucina le ricette che mescolano il cioccolato puro con i liquori, le essenze di frutta, creando straordinari piccoli macaron dalle molteplici varianti di gusto. Lo si può trovare nei mercati più raffinati di Londra, in Kings Road, Chelsea, Regent Square, oppure alle fiere di settore come il Festival del cioccolato a South Bank. Le ricette che utilizza sono il risultato di una ricerca e di una sperimentazione approfondita durante gli anni di pratica nei grandi alberghi e a contatto con i maggiori maestri pasticcieri dai quali ha appreso l’arte difficilissima di temperare la cioccolata. Ottimi i suoi tartufi al Whiskey e i piccoli, preziosi macaron. Per ordinare le sue prelibatezze, basta scrivere al suo indirizzo mail oppure telefonare al suo cellulare. In attesa che il giovane talento decida di attrezzarsi con una sede fissa, per la gioia dei suoi golosi ammiratori... simplyhandmade@live.co.uk Tel. +44.07813255672

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di Simon Collins (Editions Assouline) Da oltre un secolo Parsons The New School for Design è sinonimo dell’eccellenza della moda in America, formando grandi talenti creativi. Scritto dal direttore Simon Collins, importante designer che ha collaborato con Zegna, Nike e molti altri, il volume riporta immagini e interviste dei maggiori stilisti usciti da questa mitica scuola, tra i quali Donna Karan e Alexander Wang.

Dries Van Noten

Autori vari (Editions Musée des Arts Décoratifs) L’opera raccoglie gli elementi che sono alla base dell’ispirazione del creativo designer belga: moda, pittura, cinema, fotografia, musica, dall’Oriente all’Occidente. Una sorta di collezione personale di camera delle meraviglie del Rinascimento. Attraverso questo viaggio nel mondo del designer, compresi la sua casa e il giardino, il fotografo Koen de Waal propone le immagini delle sue collezioni dal 1986.

Il Giardino del Paradiso

di Emanuela Nava, illustrazioni di Patrizia La Porta (Carthusia) Il piccolo libro per ragazzi, promosso dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte e da Open Care - Servizi per l’Arte nella collana Storietalentuose, racconta la storia di un magnifico tappeto persiano del ’500, di proprietà del Museo Poldi Pezzoli di Milano, realizzato in occasione della mostra dello straordinario manufatto presso il museo milanese. Una fiaba illustrata di grande suggestione.

Trame Le forme del rame tra arte contemporanea, design, tecnologia e architettura

a cura di Antonella Soldaini e Elena Tettamanti (Skira) Un catalogo per chi ha perso la mostra al Triennale Design Museum, ideata da Elena Tettamanti e coprodotta da Eight Art Project. Una serie di oggetti di uso comune, realizzati in rame, da grandi artisti che hanno spaziato tra le molteplici tecniche di realizzazione, come Fontana o Ponti.

Birds of Paradise

Autori vari (Lannoo Publishers) Il libro esplora il ruolo di piume e pennacchi durante gli ultimi due secoli per disegnare creazioni esclusive. Concentrandosi sui Plumassiers de Paris (artigiani famosi per la loro competenza nella preparazione e composizione di piume) il volume è un viaggio attraverso i disegni di creazioni indossate da star del palcoscenico e dello schermo, come Marlene Dietrich e le flapper girls degli anni 20.

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ALBUMfiere 1

Mayfair Antiques & Fine Art Fair Londra, The London Marriott Hotel Grosvenor Square 8-11 gennaio 2015 Il Mayfair Antiques & Fine Art Fair è la vetrina londinese per gli amanti dell’artigianato e delle arti applicate. In mostra manufatti d’arte e di antiquariato, mobili raffinati, sculture, argenti, dipinti a olio e acquerelli, gioielli, mappe e stampe, vetri, orologi, tappeti orientali, ceramiche d’arte e molto altro ancora. www.mayfairfair.com Heimtextil Francoforte, Fiera 14 -17 gennaio 2015 Quest’anno l’importante fiera mondiale dell’arredamento tessile propone un nuovo spazio interamente dedicato al tappeto, alla Hall 4.0. E una free app «Navigator Heimtextil» da scaricare per orientarsi nei diversi settori. Tanti i tessuti per l’arredo prodotti dai più importanti editori tessili del mondo, proposti da oltre 2.600 espositori. Ogni anno Heimtextil edita il Trend Book con le ricerche sulle ultime tendenze, in anteprima. www.heimtextil.messefrankfurt.com

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allegra e conviviale. L’esposizione parigina a cadenza semestrale illustra le nuove proposte firmate dalle più note aziende e dai designer, affermati ed emergenti. Nel padiglione 4, intitolato Craft, lo spazio è interamente dedicato ai mestieri d’arte. Tante le soluzioni per l’architettura d’interni, l’arte della tavola, i tessuti. www.maison-objet.com

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Homi Milano, Fiera 17-20 gennaio 2015 Dieci visioni dell’abitare e del vivere grazie all’inedita proposta di dieci aree satelliti dedicate a ogni momento della vita dell’uomo e della donna di oggi. Proposte per gli stili di vita del consumatore multiculturale contemporaneo per il benessere, l’abitare della casa e del giardino, la tavola, il bagno, il tessile, i gioielli. Tanti i manufatti in ceramica, vetro, porcellana, metallo, legno, cuoio, tessuto, materiali lapidei. Con particolare attenzione all’eccellenza italiana. www.homimilano.com 2

Salon International de la Haute Horlogerie Ginevra, Palaexpo 19-23 gennaio 2015 L’importante manifestazione ginevrina festeggia un quarto di secolo. Nel segno dell’eccellenza, l’anteprima mondiale dell’alta orologeria mette in mostra le ultime creazioni delle più importanti marche. Un atteso appuntamento frutto del lavoro di ricerca e della collaborazione tra creatori, maestri orologiai e designer. Presenti A. Lange & Söhne, Audemars Piguet, Baume & Mercier, Cartier, Greubel Forsey, Jaeger-LeCoultre, Iwc, Montblanc, Panerai, Parmigiani, Piaget, Ralph Lauren, Richard Mille, Roger Dubuis, Vacheron Constantin, Van Cleef & Arpels. www.sihh.org Maison & Objet Parigi, Nord Villepinte, Quartiere espositivo 23-27 gennaio 2015 Il filo conduttore di questa edizione è «Sharing», condivisione creativa: informatica e materia di scambio, anche nell’arredo. Per una vita più

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BRAFA – Brussels Art Fair Bruxelles, Foire des Antiquaires de Belgique 24 gennaio-1 febbraio 2015 Brafa è una delle fiere di arte e antiquariato più importanti d’Europa. Grazie alla sua natura eclettica, raccoglie ambiti molto vari, dall’antichità al XXI secolo, tra cui la gioielleria, la numismatica, la porcellana, la fotografia, i mobili, i tappeti e molto altro, compresa la scultura e pittura antica e contemporanea. www.brafa.be

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Altri Appuntamenti AF-L’Artigiano in Fiera 29 novembre-8 dicembre 2014 Milano www.artigianoinfiera.it Showcase. Il meglio della creatività irlandese 18-21 gennaio 2015, Dublino www.showcaseireland.com Fiera di Sant’Orso 30 e 31 gennaio 2015 Aosta www.fieradisantorso.it Expocasa 7-15 marzo 2015 Torino, Lingotto Fiere www.expocasa.it

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ALBUM premi iniziative

R.I.T.R.A.TTO È nata R.I.T.R.A.TTO, la task-force per promuovere il saper fare italiano, elaborare strategie e strumenti di supporto alle imprese. Promosso da Ente cassa di risparmio di Firenze, cinque dipartimenti dell’Università degli studi di Firenze, Osservatorio dei mestieri d’arte (Oma) e Fondazione Tema (Tecnologie per i beni culturali e l’artigianato) per la valorizzazione dell’artigianato di qualità, il progetto vuole tutelare la cultura del made in Italy e del prodotto pensato e realizzato nel nostro Paese, rafforzandone l’identità sui mercati internazionali e sviluppando nuove forme di comunicazione basate sull’esperienza del prodotto e sul racconto delle storie nelle quali l’identità del territorio si intreccia con quella dell’impresa. www.osservatoriomestieridarte.it 1

Sumampa Le Huarmis Sachamanta, «donne del monte», il gruppo di tessitrici dell’Associazione Sumampa («acqua pura di sorgente»), sono state insignite di un prestigioso premio per l’alta qualità dei loro manufatti nell’America Latina e per il recupero di una tradizione manifatturiera e di una cultura che ha origini antichissime. Sumampa ha ricevuto dalla IE Business School di Madrid il premio come miglior progetto sostenibile in Sudamerica: «IE Awards on Sustainable Premium and Luxury Products». Sumampa è un progetto culturale che mira alla conservazione e allo sviluppo dell’arte tradizionale e della cultura argentina, in parti-

colare dell’antica cultura quichuasantiagueña di Santiago del Estero. Grazie al ricavato delle sue vendite, ha costruito pozzi per la raccolta dell’acqua, vivai e orti, un ambulatorio medico munito di radio e telefono, laboratori di tessitura e di falegnameria, borse di studio per la formazione universitaria. www.sumampa.com Open Museums Museo della Moda e delle Arti Applicate A Gorizia ha da poco riaperto i battenti, grazie ai fondi del progetto europeo Open Museums, il Museo della moda e delle arti applicate, uno tra i più importanti del settore in Europa. Completamente rinnovato e ampliato, l’allestimento vuole dare al visitatore la sensazione di immergersi nella vita e nell’atmosfera dei secoli, di cui gli abiti esposti sono elegante testimonianza, dalla fine del ’700 agli anni 20 del ’900. Come filo conduttore è stato scelto il tema dell’ornamento scintillante: filati metallici, paillettes, perline di vetro, canottiglie e strass fanno rilucere le toilette da sera di bagliori preziosi. Tra i pezzi esposti uno spettacolare abito neoclassico realizzato in un raro tipo di tulle di seta ricamato in ciniglia e paillettes d’argento, con applicazioni in crespo di seta, e due abiti degli anni 20 provenienti da Vienna e appartenuti a Margaret Stonborough-Wittgenstein, sorella del filosofo Ludwig Wittgenstein, ritratta da Gustav Klimt. www.gomuseums.net 1

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Museo del Vetro Grazie al recupero di nuovi spazi quali la preesistente area museale di Palazzo Giustinian e di una parte delle Conterie, il Museo del Vetro di Murano potrà affiancare alle mostre dei laboratori, una biblioteca e permettere la rotazione della collezione permanente, il tutto finalizzato alla valorizzazione dell’identità del territorio. L’allestimento dei pezzi, curato da Gabriella Belli, già direttrice del Mart di Rovereto e della Gam di Torino, è cronologico e va dai reperti di epoca romana al Rinascimento, dallo sviluppo delle forme e dei colori attraverso i secoli fino alla gloriosa stagione del ’900, con i grandi nomi del design e dell’architettura. www.museovetro.visitmuve.it

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Prix Liliane Bettencourt Pour l’Intelligence de la main Sono aperte le candidature per la 16a edizione del premio promosso dalla Fondation Bettencourt Schueller. Nelle due sezioni Talents d’exception e Dialogues, il concorso premia la maestria e il know-how artigianale di giovani talenti. Dalla sua creazione il premio, aperto ai professionisti dei mestieri d’arte, ha consacrato e fattivamente sostenuto il talento d’eccezione di oltre 60 maestri. intelligencedelamain.com Heritage Crafts Awards La britannica Heritage Crafts Association, sotto l’egida del Principe di Galles, celebra per il secondo anno i mestieri d’arte tradizionali attraverso una serie di riconoscimenti. Tra questi: il «Maker of the Year» e il «Made in Britain» che annunceranno i vincitori nella sessione autunno/inverno 2014. awards.heritagecrafts.org.uk

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ALBUM mostre niristica ha sostenuto la manualità e la creatività delle arti e dei mestieri, quale parte integrante dell’eredità culturale americana. Coinvolgendo, grazie alla sua trascinante personalità, anche istituti che ancora oggi sono parte integrante dell’educazione alle arti manuali, quali l’American Craft Council, la School of American Craftsmen e il World Craft Council. L’esposizione mette in luce l’importanza della sua visione, affiancando numerosi manufatti e testimonianze di altri filantropi sostenitori dei mestieri d’arte. madmuseum.org

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Horst: Photographer of Style Londra, Victoria & Albert Museum Fino al 4 gennaio 2015 Horst P. Horst è stato uno dei maggiori fotografi di costume e società del XX secolo. La mostra di Londra gli rende omaggio esponendo 250 fotografie di questo eclettico artista, tra gli anni 30 e 90 dall’alta moda, con Coco Chanel ed Elsa Schiaparelli, al cinema, con Marlene Dietrich, Rita Hayworth, Bette Davis e Noël Coward; dall’arte, con Salvador Dalí e Jean-Michel Frank, ai designer e personaggi del mondo dello spettacolo quali Herb Ritts, Robert Mapplethorpe, Bruce Weber e Madonna. Esposte anche 90 copertine realizzate per Vogue. Tante le fonti di ispirazione di Horst che qui vengono esplorate: dall’arte classica antica ai moderni ideali del Bauhaus e del Surrealismo nella Parigi degli anni 30, fino agli ultimi anni 90. Notevole e di grande modernità il suo Patterns From Nature dove l’investigazione delle meraviglie della natura diventa motivo di ricerca per elaborare tessuti, tappeti, carte da parati, vetri, materie plastiche. www.vam.ac.uk What Would Mrs. Webb Do? A FOUNDER’S Vision New York, Museum of Arts and Design Fino all’8 febbraio 2015 Con una selezione di oggetti che dal 1950 spaziano in un arco di tempo lungo 70 anni, il Mad vuole celebrare la sua fondatrice Aileen Osborn Webb, che con la sua visione avve-

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DONI D’AMORE Donne e rituali nel Rinascimento Rancate (Mendrisio), Pinacoteca cantonale Giovanni Züst Fino all’11 gennaio 2015 L’esposizione propone una selezione di oggetti creati tra il XIV e il XVI secolo per essere offerti alla donna in occasione di un fidanzamento, di un matrimonio o per la nascita di un erede. La mostra, articolata in tre sezioni, propone preziosi manufatti destinati alla figura femminile: cofanetti contenenti piccoli oggetti in avorio, preziose cinture, gioielli e suppellettili, regali nuziali, cassapanche interamente dipinte, vari arredi della metà del XV secolo per riporre il corredo. Tema dominante è la lettura delle valenze simboliche attribuite dalla società del tempo

ai manufatti realizzati per questi eventi, attraverso i quali è possibile delineare una storia del ruolo della figura femminile in epoca tardogotica e rinascimentale. Tra i capolavori in mostra, la valva di specchio eburnea con la scena dell’Assalto al castello d’amore, il cassone inedito dipinto e dorato proveniente dal Museo veronese di Castelvecchio e la testa di martora in cristallo di rocca con smalti e rubini della collezione Thyssen-Bornemisza. www.ti.ch/zuest

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Ugo La Pietra dal 1960 a oggi Milano, Triennale Design Museum 26 novembre 2014-15 febbraio 2015 La Triennale presenta la prima grande mostra monografica dedicata al lavoro di Ugo La Pietra, artista, architetto, designer, ricercatore nella grande area delle arti applicate, dal 1960 a oggi, con l’obiettivo di mettere in luce l’a-

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27 spetto umanistico di questo progettista eclettico. La mostra si inserisce in un percorso tracciato da Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum, che rivendica la continuità di una ricerca volta a rivalutare i non allineati, gli eretici, i sommersi, da Gino Sarfatti a Piero Fornasetti, via via fino a Ugo La Pietra. Attraverso una selezione di oltre 1.000 opere, l’esposizione si struttura secondo un percorso che, dalle origini concettuali del pensiero di La Pietra, si manifesta attraverso un racconto (per ricerche e sperimentazioni, oggetti e ambienti) che dall’individuo si propaga verso l’osservazione, la riappropriazione, la progettazione dello spazio e della realtà. www.triennale.it 4

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Bellissima Roma, MAXXI 2 dicembre 2014-3 maggio 2015 a cura di Maria Luisa Frisa, Anna Mattirolo e Stefano Tonchi Oltre 20 anni di moda in un’esposizione che restituisce le atmosfere e gli stili di un periodo che ha contribuito in modo straordinario a definire il carattere italiano a livello internazionale con una meravigliosa stagione di pura creatività. Abiti d’epoca realizzati dai maestri dell’haute couture italiana e indossati da manichini che Vanessa Beecroft ha ideato, ispirata dalle fotografie di Pasquale De Antonis. Da Simonetta e Fabiani a Irene Galitzine, dalle Sorelle Fontana a Maria Antonelli e ancora Balestra, Carosa, Capucci, Gattinoni, Schuberth, Ferdinandi, Eleonora Garnett, Mingolini-Guggenheim, Valentino, Biki, Gigliola Curiel, Mila Schön, Jole Veneziani, Germana Marucelli. Per ricostruire una galassia dove i diversi protagonisti prendono forma e risalto attraverso abiti iconici, immagini, filmati. www.fondazionemaxxi.it

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da collezionisti privati nel corso del tempo, principalmente tra la seconda metà del XIX secolo e il XX secolo. Gli oggetti, tutti di notevole valore manifatturiero, sono un invito a scoprire tecniche e saper fare artigianale e a penetrare in un universo non solo di differenti tecniche manuali, ma anche di diverse forme e concezioni di colore. Le prime sale raccolgono opere provenienti dal Museo cinese di Fontainebleau inaugurato dall’imperatrice Eugenia nel 1863, affiancate da altre raccolte durante le Esposizioni universali, che sollecitarono i collezionisti e i primi amatori illuminati di queste forme d’arte. www.lesartsdecoratifs.fr Costumes de légende. 20 ans de création à l’Opéra de Lyon Lione, Museo del tessuto e delle arti decorative. Fino al 4 gennaio 2015 Sono 130 gli straordinari costumi dell’Opera di Lione selezionati per questa mostra, allestita presso i suggestivi spazi del Museo del tessuto e delle arti decorative della città francese, capitale della seta, della cultura e della gastronomia. I costumi più rappresentativi, più estrosi o più emblematici tratti da significative produ-

zioni degli ultimi 20 anni sono allestiti con una sontuosa messa in scena, che rivela i caratteri dei personaggi e li inquadra in alcune macro-aree di riferimento; una stanza è interamente dedicata alla formazione delle figure professionali del teatro d’opera, come appunto i costumisti. La mostra è stata allestita per celebrare un doppio anniversario: i 150 anni del museo e i 20 del restauro di Jean Nouvel, che ha portato l’Opéra di Lione a nuova vita. www.mtmad.fr Altri Appuntamenti Del món al museu. Disseny de producte, patrimoni cultural Extraordinàries! Col-leccions d’arts decoratives i arts d’autor (segles III - XX) El cos vestit. Siluetes i moda (1550-2014) Disseny Hub Barcellona Da dicembre 2014 With their heads held high. Headgear from all over the world Schmuckmuseum-Pforzheim 30 novembre 2014-22 febbraio 2015 Pergamene fiorite. Pitture di fiori dalle collezioni medicee fino al 14 dicembre 2014 Museo degli Argenti, Firenze Unraveling Identity: Our Textiles, Our Stories Washington, Textile Museum 21 marzo-24 agosto 2015

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De la Chine aux arts décoratifs Parigi, Musée des Arts Décoratifs Fino all’11 gennaio 2015 In mostra per la prima volta tutti gli oggetti, monili, complementi d’arredo acquisiti dal Museo durante i primi decenni della sua istituzione o donati

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fedele alla bellezza originale Un portagioie realizzato con sinterizzatore digitale e rifinito in grafite e oro da Andrea Pacciani. A fianco, il disegno originale della tornitura ornamentale della collezione di Grollier De Servière, una Wunderkammer di metà ’600.

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gioie

di Mattia Schieppati

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da re Far rivivere, attraverso la tecnologia della stampa 3d, le torniture ornamentali del ’600. La sfida di andrea pacciani

foto di Mauro Davoli

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Laser e finiture artigiane Due modelli di portagioie realizzati da Pacciani. Qui l’ammanitura in bolo, brunitoio e gommalacca avvicina il manufatto alla percezione eburnea degli originali secenteschi.

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Mettetevi nei panni di un artigiano del 1600. Non di un artigiano qualsiasi, ma di colui che apparteneva a quella cerchia elitaria e molto gelosa del proprio sapere costituita dai maestri delle torniture ornamentali. Un’arte padroneggiata da pochissimi iniziati che si tramandavano il sapere di padre in figlio. Così come segreti erano e restano gli strumenti impiegati per il loro lavoro: particolari torni a rocchetto capaci di lavorazioni raffinatissime, su un materiale d’eccezione come l’avorio. Un’abilità tecnica che apriva a questi artigiani (tedeschi per lo più, e fiamminghi) le porte delle corti d’Europa: le torniture erano il diletto degli zar di Russia e dei re di Francia, che si rivolgevano alla bravura e alla fantasia di questi maestri non solo per arricchire le collezioni delle loro Wunderkammer, ma addirittura per apprendere quest’arte e applicarsi in prima persona. Un hobby da re, insomma. Un mondo silenzioso che ha attraversato XVII e XVIII secolo ed è silenziosamente scomparso nel corso dell’Ottocento, praticamente senza lasciare traccia, salvo qualche pezzo raro che compare in asta (con aggiudicazioni che oscillano intorno ai 100mila euro), e salvo la più bella e ricca collezione di oggetti di questo genere, conservata al Museo degli argenti di Palazzo Pitti, a Firenze, poco si conosce. Ad appassionarsi a questi oggetti, e a decidere di mettersi nei panni del misterioso artigiano secentesco, è Andrea Pacciani, architetto parmense, 49 anni, un creativo multiforme che applica la sua filosofia («recupero e ricreo degli oggetti del passato per continuare a goderne la bellezza eterna», dice) in campi diversissimi e sorprendenti, che vanno dall’edilizia, al restauro, alla realizzazione di tappeti artigianali, fino alla tornitura artistica, appunto, sua ultima passione. Reinterpretata, però, attraverso l’utilizzo di tecnologie avanzatissime come il sinterizzatore laser, fratello maggiore della stampante 3D, strumento capace di modellare figure geometriche complesse attraverso un processo di cristallizzazione di una polvere di resina speciale. «Una spinta verso la tecnologia che parte da un dato di fatto imprescindibile: i raffinatissimi torni con cui nei secoli passati venivano

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Oggi è possibile ricomporre quella frattura che ha separato sapienza progettuale e tecniche realizzative

realizzati questi manufatti non esistono più, e nessuno saprebbe più nemmeno ricostruirli. I macchinari stessi facevano parte di quella sapienza artigiana fondata sulla tradizione orale, che è andata perduta». Quella per le torniture ornamentali è una passione, quasi una mania, che accompagna Pacciani da anni: «Provare ad approcciare l’universo di questi oggetti è un sogno che ho sempre coltivato. Quando ho iniziato le mie prime esperienze al tornio tradizionale guardavo le immagini di questi manufatti e mi chiedevo: ma come faceva un artigiano di 400 anni fa a raggiungere tali vette di perfezione?». Di domanda in domanda, ripercorrendo la storia di questi oggetti d’arte e le storie dei loro creatori, Pacciani è arrivato a una riflessione sulle possibilità che offre la tecnologia nel «ricomporre quella frattura che si è creata a un certo punto della storia tra chi sa progettare e chi sa realizzare. Questa divisione di competenze ha portato l’artigiano a perdere le conoscenze del saper disegnare, e allo stesso modo il percorso del progettista si è allontanato dalle tecniche realizzative. Il mio obiettivo è riunire, far tornare a convivere queste due competenze in un’unica persona, il creativo-artigiano». È questa la grande potenzialità, e il fascino, dell’artigianato artistico che incontra la tecnologia, in genere vista come nemica dell’ideale saper fare manuale. Il lavoro di Pacciani parte da un’erudita ricerca filologica, il recupero dei disegni e dei progetti originali delle torniture («esiste una scarsissima letteratura e iconografia in proposito», dice), dalla loro traduzione digitale affinché siano leggibili e «traducibili» dal sinterizzatore. Quindi, la macchina passa di nuovo le consegne all’abilità manuale del Pacciani-artigiano, che attraverso materie e tecniche senza tempo, quali il bulino, la colla di pesce, il bolo armeno, la grafite, rifinisce gli oggetti, dando loro un’anima e rendendoli unici. La sua prima mini collezione di portagioie ha visto la luce la scorsa estate, e più che una prospettiva commerciale (i costi vanno dai 400 ai 1.500 euro per i manufatti realizzati su commissione) «si tratta di una grande soddisfazione personale», dice Pacciani. Un piccolo, e raffinato sogno che prende forma.

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un gioco gioioso di geometrie Pacciani ha chiamato la sua collezione Porta Gioia, perché «rende felici solo il guardarli». I manufatti sono alti circa 33 cm e la base ha un diametro di 12,5 cm (andreapacciani.com).

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Guardare il

sogno negli occhi

sullo storico palco dell’opera di pechino, gli attori rappresentano una realtà incantata in cui, oltre a recitare, sono anche artigiani dei loro personaggi di Caroline Roberts

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* tradotto dall’originale inglese da Alberto Cavalli

il volto della fenice Nell’Opera di Pechino, ogni attore pensa in prima persona anche a tutto ciò di cui necessita per andare in scena, dal trucco ai costumi. Per il ruolo femminile, detto Dan, sono necessarie numerose operazioni complesse per ottenere i cosiddetti «occhi della fenice» (a fianco).

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le decorazioni sono un’attrazione cinese Oltre alla realizzazione del trucco scenico, fondamentale per creare l’identità del personaggio, anche ogni elemento dei costumi è interamente fatto a mano, fino alle scarpine ricamate. Il cosiddetto Manto delle Nuvole (a fianco) è una delle vesti più elaborate.

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Ogni rappresentazione dell’Opera di Pechino è l’espressione di diverse forme d’arte: musica, interpretazione drammatica e talento espressivo ma anche le nascoste, quasi segrete abilità degli artigiani, artefici dei sontuosi costumi che gli attori indossano sul palco. E gli attori stessi non sono soltanto i protagonisti del racconto: spesso sono essi stessi artigiani del loro personaggio. Ognuno, infatti, crea il proprio trucco e la propria acconciatura secondo precise indicazioni tradizionali. Lo spettacolo è dunque il sedimento di un’esperienza antica di secoli; e tutti i personaggi che si muovono di fronte al pubblico esprimono il loro status, i sentimenti, le emozioni e le identità non solo attraverso le azioni, ma anche tramite l’eloquenza del loro aspetto. Rigorosamente ottenuto a mano. Dietro lo storico sipario dell’Opera di Pechino, nella Lao She Teahouse, tutto è creato secondo ferree regole per mantenere l’incanto di un mondo perfetto, di un mondo di sogni. Sogni

fatti da artigiani e artisti di grande esperienza. Ognuno di questi splendidi sogni inizia con il trucco, che deve tendere a uniformare i veri volti dei protagonisti e a caratterizzarli nei rispettivi ruoli. Pennelli di tutte le grandezze sono necessari per disegnare le sopracciglia, creare i pattern grafici e applicare i colori; il trucco per il viso può essere solubile a olio (è il caso del rosso, dell’oro, dell’argento, del giallo e del nero) o ad acqua (blu, verde, bianco e viola). Il celebre aspetto bianco e rosso tipico del Sheng (ruolo maschile) e del Dan (ruolo femminile) è chiamato Yan Zhi Zhuang. La trasformazione in Dan richiede una serie di operazioni piuttosto complesse. L’attrice deve in primo luogo applicare degli speciali adesivi alle palpebre, per ottenere una forma chiamata Occhi della fenice, tipica della tradizione cinese: poi deve usare l’eye-liner per disegnare gli occhi, creando segni sottili nell’angolo interno e altri spessi, decisi nell’angolo esterno. La brillantezza degli occhi è accentuata dalle ciglia finte, opportunamente annerite. Un colore rosso al di sopra e al di sotto degli occhi, assieme a un blush dello stesso colore applicato sugli zigomi e sulle tempie, e a un effetto sfumato sulle palpebre contribuiscono a formare il bellissimo e seducente colorito della Dan e dello Sheng. Il trucco Hua Lian deriva invece dalla maschera che, fino a un paio di secoli fa, veniva indossata per impersonare un Jin, un guerriero: la maschera limitava notevolmente le capacità espressive dell’attore, ed è stata pertanto sostituita dal make-up. I disegni e la combinazione dei colori identificano i diversi personaggi e i ruoli dei Jin: il rosso indica integrità e lealtà, il bianco spietatezza, il nero forza e onestà, il blu e il verde coraggio. I guerrieri del Palazzo del cielo usano un trucco dorato. Il caratteristico Chou, figura maschile di clown, ha un trucco caratterizzato dal naso bianco. Nel fissare le proprie acconciature, gli attori devono saper montare con grande precisione una serie di elementi di protezione e sostegno (Ruan Tou Mian): così stretti devono essere i nodi, e così complicate sono le operazioni, che non sono rari fenomeni di nausea, superabili solo dopo una lunga esperienza. Le acconciature di una Dan

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Arte dello spettacolo

sono virtuose e complesse, come il suo cuore di eroina. La fronte e le tempie devono essere incorniciate da ciocche di capelli curve, in due larghe bande (curva del Doppio salice) o in cinque, o addirittura sette, curve. L’ovale del viso è accentuato dalle ciocche laterali. Le corone, alcuni fiori e gli spilloni che impreziosiscono l’acconciatura di una Dan sono chiamati Tou Mian e si dividono in tre categorie: gli spilloni argentei indicano un ruolo di vedova o di donna povera; quelli realizzati effetto-diamante sono per i ruoli più delicati e seducenti; le signore aristocratiche si adornano con spilloni che un tempo erano realizzati con le piume turchesi del martin pescatore, e che sono ora creati con seta e smalti. Ognuna di queste creazioni è composta da 50 spilloni di vario tipo, cui si aggiungono i fiori: rosso per la felicità, bianco per la tristezza. Una Dan si avvale anche di copricapi di grande effetto, come il casco delle Farfalle o delle Sette stelle. Decori di fenici, frange di perle e inserti serici sono le note che rendono aggraziata la Corona delle cinque fenici, utilizzata per i ruoli di regina o principessa; per la parte di Yu, protagonista di Addio, mia concubina!, si utilizza una speciale corona di giada disegnata da uno degli ultimi grandi maestri dell’Opera di Pechino, Mei Lanfang. Anche gli elmetti usati per i ruoli maschili non sono da meno quanto a spettacolarità e artigianalità nella realizzazione. Se il cappello Xue Shi è uno dei più riconosciuti (realizzato in seta, con alette in giada e due nastri sul retro) e indica il ruolo dello studioso, l’eroe porta invece il Hua Luo, sempre in seta ma con decorazioni che ne riprendono il costume. I principi indossano invece una Zi Jing, corona imperiale impreziosita con perle e medaglie in forma di drago. E infine, i costumi: ognuno di essi è riccamente decorato, interamente ricamato e molto costoso. Si dividono in quattro categorie: i capi più esterni e ampi, come l’abito Mang (decorato con immagini di dragoni o di onde) indossato da imperatori, imperatrici, concubine e ministri, sono soprattutto nei colori del giallo imperiale, del rosso Cina, del verde, del bianco e del nero. Pei e Zhe sono abiti da giorno, meno formali. Ci sono poi i capi per i guerrieri e i lottatori:

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la spettacolare Kao, armatura per i generali, e la più aggraziata Gai Liang Kao, sempre e comunque meravigliosamente decorata. La terza categoria include scarpe, stivali e tutti gli abiti indossati sotto i precedenti. E infine, gli accessori: tra questi, il manto di nuvole noto come Yun Jian è uno dei più poetici. Tipico della tribù cinese Han, è di solito ricamato in broccato di seta e riccamente decorato con immagini di fortuna e felicità, come pipistrelli (fortuna), cervi (fato), pesche, gru e tartarughe (longevità), giade, peonie, nuvole, farfalle, uccelli. La tecnica di ricamo con cui è realizzato ogni manto è raffinatissima, e concorre a fare del risultato finale un capolavoro dell’artigianato cinese. Colori, elementi decorativi, tecniche antiche di secoli, talento manuale e visione artistica si incontrano ogni sera per creare, sulla scena, un sogno che continuamente muore al chiudersi del sipario e continuamente risorge, proprio come la leggendaria fenice, rivelando la quintessenza della cultura cinese.

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per impreziosire l’ACCONCIATURA Ogni personaggio che va in scena prevede una precisa vestizione, che si estende agli accessori. Gli spilloni (qui sopra) decorati con i cristalli, sempre realizzati a mano, sono tipici dei ruoli di corte. Quelli con effettodiamante sono per le figure più delicate e seducenti.

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Capolavori della terra

LOUIS-ALBERT DE BROGLIE HA ELEVATO IL CASTELLO DE LA BOURDAISIÈRE A LABORATORIO BOTANICO E SCIENTIFICO

Il principe

GIARDINIERE di Julie El Ghouzzi (tradotto dall ’originale francese da Alberto Cavalli)

La nobile famiglia dei de Broglie ha dato i natali ad alcuni grandi servitori dello Stato francese, che nei secoli si sono distinti negli ambiti della politica, delle scienze, delle arti e delle lettere. Ma Louis-Albert de Broglie, insignito nel 2013 del premio Talent du luxe et de la création per la categoria Audacia, è il primo esponente della dinastia a essere divenuto celebre come servitore… di madre natura. Lasciato il suo ruolo di banchiere, nel 1992 acquista il castello de La Bourdaisière, gioiello del XIV secolo nel cuore della Turenna, dove realizza la sua prima piantagione: un progetto

che nel 1996 sarebbe diventato il Conservatorio nazionale del pomodoro. Ma la curiosità scientifica del principe non si arresta ai mestieri del giardino e dell’orto: in un ideale percorso di coerenza scientifica ha anche ripreso l’eredità del celebre tassidermista Deyrolle, nonché lanciato una marca di mobili e accessori per il giardino. Colui che viene oggi definito «il principe giardiniere» ha accettato di rivelarci i segreti di un mestiere che celebra i tesori della natura. DOMANDA. Qual è la sua definizione di «art de vivre»? RISPOSTA. La cosiddetta art de vivre

è innanzitutto un processo di continuo aggiustamento tra le nostre aspirazioni, la fugacità del tempo che passa e il nostro ambiente, così come lo osserviamo, come lo comprendiamo e lo condividiamo con il resto del creato. Questa ricerca di armonia è un processo lungo, sinuoso e al contempo profondo. L’art de vivre non è dunque basata su qualcosa di materiale. Al contrario, è fortemente spirituale e forse cosmica; in tutti i casi, iniziatica. D. Come è avvenuto il suo incontro con il castello de La Bourdaisière? Lo si può definire una sorta di laboratorio? R. L’avventura ha avuto inizio 23 anni

CONSERVATORIO NAZIONALE DEL POMODORO A destra, Louis-Albert de Broglie. La sua prima piantagione al castello de La Bourdaisière è stata nominata dal 1996 Conservatorio nazionale del pomodoro. Le varietà che vi si coltivano, rare e preziose, oltre a essere ottimi ingredienti per piatti raffinati, sono anche splendidi elementi decorativi (sopra).

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42 97 UN ABISSO SEPARA GLI UOMINI CRESCIUTI NEL XXI SECOLO DA COLORO CHE NON SI SONO MAI SEPARATI DALLA NATURA E NE RICONOSCONO LE VIRTÙ

mio soprannome di principe giardiniere, che solleticava gli ammiratori o i curiosi, non ha fatto che apportare un po’ di sale a questa storia. Ma la portata di questa avventura è di tanto più seria, in quanto quest’ambito tocca fattori sia ambientali, sia sociali. D. Perché ha deciso di riprendere l’antica Maison Deyrolle, e quali sono i suoi progetti? R. Deyrolle era per me il tempio dell’osservazione e della curiosità, ma rappresentava anche una Maison scientifica e pedagogica. Tuttavia, prima di scoprirne gli archivi, non avevo calibrato la portata universale e transgenerazionale del linguaggio Deyrolle, e delle sue famose tavole esplicative. Questa istituzione, con il suo spirito e il suo metodo, fu presente in circa 120 Paesi tra il 1850 e il 1960, e ha toccato tutti gli aspetti delle scienze naturali, dalla botanica alla zoologia, passando per la fisica, la chimica, l’educazione civica, il corpo umano tramite quelle che in Francia chiamiamo «la leçon des choses», ovvero le grandi tavole scientifiche illustrate… D. C’è un elemento che lega fra di loro tutte le sue attività? R. È la curiosità, il risveglio delle coscienze, il bisogno di osservare

per poter comprendere, apprendere, sognare, meravigliarsi, preservare e trasmettere. Ma soprattutto portare il nostro sguardo verso le soluzioni… e dunque, verso l’azione. E tutto questo senza mai perdere di vista l’evoluzione: la «grande evoluzione», anzi, che è una somma eccezionale di cose belle, di begli esemplari che occorre guardare come fossero opere d’arte. Io dico spesso che Deyrolle eleva le scienze naturali al livello di opere d’arte. Non sarebbe opportuno desiderare che l’uomo traesse soddisfazione da ciò che è naturalmente bello? Piuttosto che perseguire sempre il Graal del consumo, spesso sinonimo di distruzione e di caos? D. Qual è il ruolo della mano dell’uomo nella conservazione della natura e della biodiversità? R. La mano dell’uomo, oggi, è fondamentale. Se prendiamo il semplice tema dell’alimentazione e dei pesticidi, per esempio, è chiaro come l’uomo possa esserne la soluzione se riconosce le minacce e ammette l’essenziale. Ovvero che l’intelligenza della mano, quella comprensione del creato che passa dalla «leçon des choses», sono le chiavi di volta per la sopravvivenza e l’armonia dell’uomo e della natura.

LE SCIENZE NATURALI AL LIVELLO DI OPERE D’ARTE Sopra, la ricchissima documentazione scientifica della Maison Deyrolle, acquistata da Louis-Albert de Broglie, è da oltre un secolo fonte di scoperte e di meraviglia. Nella pagina a fianco, una vista della facciata del castello de La Bourdaisière, in piena Turenna.

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MARC DANTON

fa, con la trasformazione dell’orto della Bourdaisière. Un progetto in cui decisi subito di unire l’utile al dilettevole. Vi ho creato una collezione di piante aromatiche tipiche di un giardino a scopo alimentare, dove però la scoperta delle antiche varietà si coniugava con la curiosità per specie ormai quasi scomparse. Ma un abisso separa gli uomini formatisi nel XXI secolo da coloro che non si sono mai separati dalla natura, che vivono l’alternarsi delle stagioni e riconoscono le virtù delle piante, degli animali, degli ecosistemi. E questo abisso l’ho misurato quando il mio progetto si è confrontato con delle realtà terrificanti: la volontà di alcune imprese di appropriarsi dei brevetti sul creato, per esempio, o la totale ignoranza in merito alla diversità di alcuni frutti all’interno della loro stessa filiera, come nel caso del pomodoro. Ho quindi iniziato a immaginare che la Bourdaisière avrebbe potuto diventare un laboratorio dedicato alle culture di queste diversità, un luogo di osservazione della bellezza del creato, dove sperimentare tecniche ambientali innovative. E questo pur mantenendo un’alta qualità estetica di tutto ciò che producevamo. Il

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Capolavori della terra

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di Isabella Villafranca Soissons*

il giardino

dopo un lungo restauro, al museo poldi pezzoli di milano * D i re t t r i c e d e l D i p a r t i m e n t o d i re s ta u ro e c o n s e r v a z i o n e O p e n C a re - S e r v i z i p e r l ’ A r te

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Te s s i t o r i d i m e ra v i g l i a

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del paradiso  torna all’antico splendore il sublime tappeto «delle tigri»

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Te s s i t o r i d i m e ra v i g l i a

S Sicuramente prodotto da una pregiatissima manifattura reale, il Tappeto delle tigri, di proprietà del Museo Poldi Pezzoli di Milano, è un meraviglioso esemplare persiano Safavide del XVI secolo, acquistato nel 1855 dal conte Gian Giacomo Poldi Pezzoli a un’asta privata per 80 lire austriache. Si tratta di uno dei più importanti tappeti storici conservati presso un’istituzione museale italiana. La sua storia assomiglia davvero a una fiaba e come vedremo ha infatti ispirato un racconto poetico, oltre a una splendida mostra. Fu annodato cinque secoli or sono nel cuore della Persia, dove artigiani di altissima maestria tessevano tappeti di qualità superiore già nei primi tempi della dinastia Safavide (1501-1732). Il tappeto è la rappresentazione artistica di un giardino: non un giardino qualsiasi, bensì quello divino, decorato con motivi iconografici, creature animali e specie vegetali a volte fantastiche, desunti da mondi assai lontani che, tuttavia, convivono in perfetta armonia ed equilibrio artistico. Su uno sfondo di color rosso rubino, tigri, leoni, draghi, serpenti, gazzelle si aggirano tra gigli rossi, rose gialle e alberi dalle lunghe e ramificate fronde. Al centro vi è un medaglione blu quasi circolare con una decorazione di fiori e uccelli. Intorno a questo mondo idilliaco, quasi a contenerlo, corre una cornice blu con una inscrizione, tessuta con un filato in broccato d’argento. Si fa riferimento al giardino magico, fonte di energia e di vita per «il Dario dell’Universo», simbolo di regalità e potenza: potrebbe trattarsi del grande Shah Tahmasp, che regnò in Persia tra il 1524 e il 1576. La bordura perimetrale, con un fondo verde celadon, rappresenta il confine che separa il giardino divino dal mondo terrestre. In questa fascia il decoro diviene più geometrico secondo la tipologia del motivo «herati», che alterna palmette a coppie di foglie falciformi, che circoscrivono un fiore. Anche qui non mancano animali terrestri come cani, leoni, caprioli, volpi, leprotti, tigri, realizzati con estrema dovizia di particolari. I filati, dai colori vividi, sono stati tinti con una quindicina

In queste pagine, il tappeto persiano noto come Tappeto delle tigri, tessuto nella Persia centrale nel 1565 circa, di proprietà del Museo Poldi Pezzoli di Milano. Con trama e ordito in seta, nodo in lana e broccato in filato d’argento, misura 227x507 centimetri. Si tratta di uno dei più importanti tappeti storici conservati presso un’istituzione museale italiana.

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Eccellenze dal mondo

di coloranti di origine naturale, creando un esemplare di rara bellezza e armonia. La trama e l’ordito sono in seta, mentre il finissimo vello in lana ha una densità di circa 9mila nodi per decimetro quadro; questo particolare testimonia l’immenso lavoro occorso per la realizzazione dell’opera, considerando le importanti dimensioni del manufatto che in media è largo 230 cm e raggiunge una lunghezza di più di 5 metri. Questo tesoro è stato appeso per più di un secolo a parete: la modalità espositiva e la fragilità del supporto hanno dato luogo nel tempo a una serie di danni, causando un degrado strutturale particolarmente esteso, anche a causa dei ripetuti interventi di restauro invasivi e sovrabbondanti effettuati nei secoli. Il tappeto era stato pertanto ritirato dall’esposizione e collocato nei depositi del Museo, dai quali è finalmente uscito nella primavera del 2013 per essere sottoposto a un lungo e laborioso intervento che gli ha permesso di rivedere la luce, per la gioia del pubblico, degli studiosi e degli appassionati. Il restauro, preceduto da un prolungato periodo di studio e analisi, è stato realizzato dai laboratori milanesi di Open Care – Servizi per l’Arte, seguendo fasi specifiche in accordo con il Museo e la Sovrintendenza. Il restauro conservativo è iniziato con la rimozione dei tessuti in eccesso applicati sul retro del manufatto in precedenti interventi, per poi proseguire con la stabilizzazione, resa possibile grazie al consolidamento del perimetro e della fascia centrale su tessuto in lino. Le lacune sono state consolidate su piccole porzioni di tessuto appositamente tinte, in modo da creare una sorta di «tampone ottico» che accompagnasse lo sguardo dell’osservatore senza interrompere la lettura del decoro. Si è poi deciso, ove possibile, di rimuovere i vecchi restauri incongruenti riportando alla luce le porzioni autentiche. Il meticoloso lavoro realizzato sotto la direzione di Luisa Belleri è durato un anno ed è stato possibile grazie alla generosità della Fondazione Bruschettini per l’Arte Islamica e Asiatica e di Open Care: un felice esempio di collaborazione che ha visto coinvolte a vario titolo istituzioni pubbliche, fondazioni e società private. Nella primavera del 2014, il tappeto è stato esposto nella preziosa mostra «Il Giardino del Paradiso nel tappeto «delle tigri» del Museo Poldi Pezzoli e nei tappeti persiani del XVI secolo», a cura di Michael Franses, ricercatore associato di importanti musei e autorità riconosciuta in ambito internazionale, con Annalisa Zanni, direttrice del Museo Poldi Pezzoli, e Federica Manoli, responsabile delle collezioni tessili. Grazie alla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte e Open Care, per l’occasione Carthusia ha pubblicato un piccolo libro, Il Giardino del Paradiso, terzo della collana Storietalentuose, dedicata ai ragazzi e progettata per avvicinarli ai mestieri d’arte. Attraverso un racconto poetico ispirato al tappeto, le magiche illustrazioni e le schede didattiche di approfondimento, il libro si propone di diffondere tra i più piccoli la conoscenza dell’arte millenaria del tappeto, portando anche alla loro attenzione le tecniche dei maestri restauratori italiani che hanno ridato nuova vita a questo prezioso manufatto.

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la storia di questo manufatto è diventata un libro, che con l’afflato della fiaba e magiche illustrazioni ne celebra l’arte millenaria

Il restauro del Tappeto delle tigri (sopra) è stato realizzato su incarico del Museo Poldi Pezzoli dai maestri restauratori dei laboratori milanesi di Open Care, con il sostegno della Fondazione Bruschettini per l’Arte Islamica e Asiatica: un lavoro meticoloso e sapiente durato oltre un anno, che ha riportato l’opera almeno in parte al suo primitivo splendore.

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LIMITED EDITION Sopra, un dettaglio della lampada Nave, in bamb첫 con diffusore in cristallo. A fianco, Humberto e Fernando Campana nello specchio Pendant.

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L ed if o U rm g oe dLeal cPoime tf or ra t

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Fernando Laszlo, Courtesy Carpenters Workshop Gallery

dall’atelier di san paolo i fratelli campana irrompono con il loro «stile tropicale» di Ali Filippini

il design

è assemblato

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Fernando Laszlo, Courtesy Carpenters Workshop Gallery

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Le forme del comfort

Courtesy of Friedman Benda and the Artists. Photography: Fernando Laszlo

Il nome dei fratelli Campana è un marchio di fabbrica che denota un approccio al design orientato al riuso creativo dei materiali e all’ibridazione progettuale di artigianato e serie. Il loro lavoro inizia a diffondersi in Italia quando l’azienda toscana Edra ne edita i primi pezzi grazie alla mediazione di Massimo Morozzi, che ne fu il talent scout, e che oggi (il design art-director è mancato la scorsa primavera) ricordano con affetto. Attraverso il lavoro dei due fratelli, verso la fine anni 90 si assisterà all’ingresso nel design italiano (in uno scenario in larga parte ancora dominato da molto minimalismo) di oggetti abbastanza sorprendenti; ricavati per lo più dall’assemblaggio di materiali eterogenei, con uno humour e un «colore» fino ad allora poco praticati. Riprendendo una felice definizione che accompagnò la loro prima mostra al Moma di New York (con Ingo Maurer, nel 1998) possiamo parlare dell’irruzione del «design tropicale» nella scena del progetto. Dal loro atelier di San Paolo, città alla quale sono molto legati e che con tutte le sue contraddizioni agisce da fertile humus per la loro creatività, continuano a lavorare per aziende di tutto il mondo. Toccando ambiti produttivi diversi e misurandosi ogni volta con savoirfaire e tecnologie che loro cercano di contaminare attraverso la propensione all’assemblaggio, al riuso, al ready made. Domanda. Il vostro approccio al design parte sempre dalla materia che insieme alle tecnologie, anche le più povere, vi ispira dal primo giorno... Risposta. Per noi i materiali continuano a essere degli elementi importanti, che durante il processo di ideazione possono determinare concetti e progetti. Ci piace il percorso che porta alla scoperta di materiali inediti e ci divertiamo a spingere la ricerca fino a indovinare la forma che questi potrebbero assumere. È il materiale che suggerisce «cosa vuole essere», se vuole diventare una sedia o una lampada. Per noi materiali, forma e funzione vanno insieme. Dal principio del nostro lavoro abbiamo deciso di lavorare con dei materiali umili, economici, anche perché non potevamo permetterci quelli più costosi... Oggi continuiamo con questo approccio perché crediamo che

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è IL MATERIALE a SUGGERIre QUALE OGGETTO diventerà recuperare i materiali sia una scelta doverosa per l’ambiente in cui viviamo. Per questo siamo costantemente alla ricerca di materiali «banali» e usa e getta, ai quali cerchiamo di dare una dignità, mettendoci al servizio della loro nobiltà. D. Che peso ha la sostenibilità nel vostro lavoro? R. Noi concepiamo il nostro lavoro come qualcosa di raro, di cui si sente la mancanza. Il nostro sforzo va nella direzione di umanizzare il design, preservando il saper fare delle varie comunità artigianali, cercando di ingenerare un certo impatto positivo nella relazione con la catena produttiva, quindi anche in direzione della sostenibilità di materiali e processi. D. Il vostro studio somiglia più a un atelier, dove gli oggetti vengono creati anche con le mani... R. Sì, e fa parte del modo in cui noi facciamo design. Lo si vede abbastanza bene nella recente collezione di mobili Detonado, dove l’idea di fondo è l’intreccio ispirato dalle racchette da tennis. Abbiamo cercato di dematerializzare l’aspetto materico attraverso questa tecnica, giocando con la trasparenza del filo di nylon. L’intreccio è stato eseguito a mano da un artigiano qui in studio a San Paolo. Nella sedia, oltre alla struttura in ottone e al nylon, è stato incorporato l’iconico sedile in paglia di Vienna di vecchie sedie Thonet. Anche i pezzi che compongono la serie Boca sono stati interamente realizzati qui da noi in studio. In questa collezione abbiamo seguito la tecnica del cucito. L’atto del cucire, a pensarci, può risultare quasi animalesco come approccio, qualcosa di surreale. Per questo abbiamo usato la pelle di vacca in modo espressivo creando dei pezzi molto tridi-

elementi inediti Sopra, il divanetto Detonado Sofa, il cui intreccio è ispirato alle racchette da tennis. A fianco, Sushi Cabinet, fatto per la galleria parigina e londinese Carpenters.

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Le forme del comfort

le pelli di vacca enfatizzano l’animalesco atto del cucire mensionali dove sono enfatizzate le cuciture, che offrono in qualche modo struttura alla forma. L’uso della pelle, maculata e stampata, è ripreso anche nel divano Bastardo presentato quest’anno al Salone del mobile con Edra. D. Questi ultimi oggetti, a differenza di quelli per marchi come Edra o Alessi sono in edizione limitata, alcuni addirittura dei pezzi unici. Arte o design? R. Cerchiamo di stabilire un dialogo tra emozione e funzionalità. Come designer crediamo si possa incorporare l’artigianalità nella produzione di massa. In termini di creazione vediamo poca differenza tra il designer e l’artista: entrambi sono ricercatori e testimoni del proprio tempo. Così lavoriamo con diverse gallerie nel mondo per proporre oggetti in limited edition. D. Possiamo citare un esempio? R. La collezione Ocean per Carpenters (galleria con sede a Parigi e Londra, specializzata in design-art, ndr). L’anno scorso abbiamo aggiunto alla prima serie fatta per loro, Sushi, degli altri oggetti eseguiti artigianalmente combinando più o meno gli stessi materiali ma concentrandoci sul tema dello specchio. Nel 2002 avevamo messo a punto una tecnica di imbottitura lavorando materiali di scarto come gomma, feltro e plastica sotto forma di piccoli rotoli come quelli di riso e pesce della cucina giapponese, e che ora abbiamo ripreso come decoro per incorniciare una serie di specchi da muro o da appendere. L’idea di fare degli specchi nasce dall’inizio della nostra attività (Humberto, laureato in legge, iniziò nei tardi anni 70 a fare dei lavori artigianali con un proprio laboratorio, prima che il fratello architetto lo aiutasse e tra questi primi oggetti c’erano

degli specchi incorniciati da conchiglie, ndr) ed è un modo per rileggerla oggi, dove a distanza di anni beneficiamo della notorietà del nostro lavoro. Per la mostra in galleria abbiamo usato questi specchi per creare un’installazione in cui interagiscono con l’ambiente; soprattutto quelli che si possono appendere e che assorbono lo spazio intorno nel gioco del riflesso. Abbiamo usato diverse tonalità di blu, verde e bianco per suggerire un’atmosfera liquida, che si lega all’oceano come il nome scelto per la collezione. Lo specchio si ricollega all’acqua e le linee curve della cornice (che a loro volta richiamano quelle della collezione Sushi) ci sono servite per creare le differenti sfumature di colore date dall’accostamento dei materiali. D. Vi capita anche di essere cercati da importanti manifatture, come Baccarat, per la quale avete disegnato tre pezzi speciali... R. Per Baccarat abbiamo messo insieme dei pezzi speciali che si possono interpretare come la messa a confronto di due culture e di due materiali: da un lato abbiamo la cultura del cristallo del brand e l’art de vivre francese, dall’altro un materiale naturale come il bambù e l’espressione della forza della natura brasiliana. L’ibridazione di questi materiali rende prezioso l’insieme; in questo senso abbiamo lavorato per sovvertire i codici genetici dei materiali stessi. Il nostro lavoro è fatto a mano, quindi molto prezioso; con ciò cerchiamo di introdurre il lato umano nel processo di fabbricazione che è molto in linea con lo spirito del nostro Paese ed è un elemento fondamentale del design brasiliano. D. A questo proposito, come possiamo interpretare le radici «etniche» del vostro lavoro, la «brasilianità»? R. Tradurre l’identità brasiliana nel design è una delle nostre sfide più importanti. Molti progetti sono rivisitazioni di soluzioni o tecniche che abbiamo avuto modo di vedere in comunità povere del nostro Paese; parliamo di inedite soluzioni dotate di una loro forma di bellezza. Tuttavia, vivendo a San Paolo, con il nostro lavoro cerchiamo di creare dei ponti tra l’universo artigianale primitivo (profondamente umanizzato) e il mondo industrializzato contemporaneo.

espressività Sopra, la scrivania Boca. A fianco, lampada Amuleto della collezione Fusion di Baccarat, in cristallo e bambù, ispirata al candelabro-icona Zénith (campanas.com.br).

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Courtesy of Friedman Benda and the Artists. Photography: Adam Reich

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di Alberto Cavalli

dalla serratura della sublime porta Perle lucentissime su una griglia in oro impreziosiscono il modello della collezione Les Fabuleux Ornements che porge omaggio all’architettura ottomana.

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Decoratori di attimi

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Le quattro

bellezze il genio di vacheron constantin, che da secoli fonde perfezione tecnica e incanto, ha saputo portare alla creazione dei nuovi modelli della serie MÊtiers d’Art: Les Fabuleux Ornements. Dedicati a lei

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Scriveva lo storico dell’arte Henri Focillon che l’arte ha inizio con la trasformazione e prosegue con la metamorfosi. Azioni che coinvolgono sia la dimensione del tempo sia quella dello spazio: il tempo necessario per mutare, per divenire o per trasformarsi, e lo spazio inteso come la distanza tra il punto di partenza, la materia, e il punto di arrivo, il capolavoro. Ogni capolavoro è dunque come un viaggio verso un altro mondo: il mondo del maestro che lo ha creato, che lo ha reso possibile con la sua ispirazione e la sua personalità, ma anche il mondo della materia e delle sue possibilità. Lo spazio, il sogno, il tempo, il viaggio sono elementi tra loro strettamente legati per Vacheron Constantin: la più antica manifattura elvetica di alta orologeria, che sta per celebrare il proprio 260° anniversario, ha infatti da sempre creato piccoli e straordinari capolavori in grado non solo di misurare il tempo con altissima precisione, ma anche di comunicare emozioni, di trasportare in luoghi magnifici, di suscitare un desiderio di bellezza che la vista, l’udito, il tatto confermano in ogni istante. La straordinaria perizia dei maestri d’arte di Vacheron Constantin è stata celebrata nella mostra Voyages & Ornements, organizzata presso la Maison Vacheron Constantin nell’antico palazzo che sorge proprio sulla piccola isola al centro di Ginevra. Tra gli oltre 1.200 pezzi del proprio patrimonio storico la Manifattura ha selezionato circa 40 modelli, organizzati secondo quattro temi principali: l’Oriente, la Grecia, l’Art déco e l’architettura tipica delle prime costruzioni industriali, dove funzionalità e

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grazia andavano di pari passo. L’Oriente: quello misterioso e affascinante dell’India, evocato per esempio da un orologio da tasca del 1831 decorato a smalto con la tecnica champlevé, ma anche le ricchissime referenze floreali della Turchia ottomana, incise e fatte rivivere tramite l’incastonatura di turchesi e ametiste. La Grecia e il mito della perfezione, della bellezza olimpica, vengono evocate da alcuni pezzi degli anni Venti, con smalti e incisioni di grande raffinatezza. Le forme geometriche dell’Art déco, i tagli a baguette delle pietre che incontrano la purezza del bianco e del nero, l’essenzialità delle decorazioni sono ben espressi dall’orologio femminile del 1939, dalla semplice forza espressiva. E infine, le grandi architetture ottenute attraverso la scheletratura dei quadranti: ardite opere dei maestri orologiai di Vacheron Constantin che, giocando sulle trasparenze, sulla potenza dei meccanismi e sulla perfezione delle lavorazioni, riproducevano nello spazio di un orologio, come quello del 1926, in oro bianco e cristallo di rocca, gli intrecci delle grandi strutture che stavano mutando il volto delle città. Questo viaggio all’interno del potere seduttivo ed evocativo delle decorazioni, esotiche o meno che fossero, accompagna sin dalla fondazione l’attività dei maestri d’arte di Vacheron Constantin: tipico della scuola ginevrina, infatti, è il rifiuto di ogni eccesso che possa essere ritenuto ostentatorio, ma anche la straordinaria capacità di trasferire su un orologio, piccolo, spesso nascosto in una tasca o sotto un polsino, tutto un mondo fatto di colori, pietre preziose, meccanismi e ispirazioni. Ogni capolavoro firmato da

le trasparenze del saper fare La scheletratura rivela la bellezza dei ponti rifiniti a mano, degli elementi anglé decorati e del cuore pulsante di ogni orologio. A lato, le operazioni di decorazione a smalto Grand Feu del quadrante ispirato al manoscritto indiano: dieci colori dai toni accesi, applicati con perizia per ottenere un risultato sempre perfetto.

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I colori vibranti dei manoscritti indiani vengono resi da smalti che fanno sbocciare fiori stilizzati su fondo azzurro

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Sculture autentiche e lievi che evocano la dimensione del sogno con il tocco raffinato di consuetudini antiche

fuoriclasse di manifattura Sopra, i modelli della collezione Métiers d’Art: Les Fabuleux Ornements, ispirati al pizzo francese, al manoscritto indiano, all’architettura ottomana e al ricamo cinese. A sinistra, foglie e pistilli in oro vengono applicati al quadrante ispirato al ricamo cinese, tra fiori rari e preziosi scolpiti ad arte.

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Vacheron Constantin è come un viaggio: attraverso le possibilità della materia, attraverso le suggestioni dell’ispirazione, attraverso i luoghi e i tempi che la mano dell’uomo è chiamata a reinterpretare. La maestria degli artigiani della Manifattura, esercitata nel corso dei secoli per legare saldamente la perfezione tecnica con la preziosità della bellezza estetica, ha portato ora alla nascita di una nuova collezione della serie Métiers d’Art: Les Fabuleux Ornements. In un ideale proseguimento della ricca tradizione che la mostra di Ginevra ha messo in luce, la nuova collezione unisce ispirazioni territoriali, suggestive ed esotiche, a un lavoro artigianale di altissimo livello, che richiede la perizia di tutti i maestri di Vacheron Constantin: non solo gli orologiai, ma anche gli smaltatori, gli incisori, gli incastonatori, i decoratori. Gli orologi sono dedicati al pubblico femminile, che nella bellezza di una decorazione sa anche ritrovare l’autentica perfezione di un segnatempo di alta orologeria: il calibro ultrapiatto 1003 in oro, di soli 1,64 millimetri, viene traforato per rivelarne la bellezza. La scheletratura mostra infatti i ponti rifiniti a mano, gli elementi anglé decorati e finiti dai maestri, e tutte le raffinate scelte estetiche e funzionali della Manifattura, in linea con quanto dichiarava Victor Hugo: «Nessuna grazia esteriore è completa se non è compenetrata e vivificata dalla bellezza interiore». La bellezza esteriore dei Fabuleux Ornements nasce da quattro universi di riferimento: ricamo cinese, architettura ottomana, manoscritto in-

diano, pizzo francese. Il ricamo cinese è realizzato in cloisonné di opale rosa, con un quadrante esternamente ricoperto da rubini, cuprite e granati: preziosi fiori scolpiti, foglie e pistilli in oro richiamano i ricami in seta del Celeste Impero. Il musharabia di oro rosa bisellato decora il quadrante del modello ispirato all’architettura ottomana: perle lucentissime costellano la griglia in oro del quadrante, mentre il calibro è decorato ad arabeschi per sottolineare l’atmosfera di sospesa magia. I colori vibranti dei manoscritti indiani vengono resi da smalti dai toni accesi e cangianti, che fanno sbocciare fiori stilizzati su un fondo azzurro racchiuso da uno scrigno di oro rosa, circondato da una lunetta incastonata di diamanti. La cottura dei dieci colori utilizzati per la decorazione è un’opera che avvicina il maestro artigiano a un alchimista, per la perizia calligrafica che richiede. E infine, la levità del pizzo francese è resa da una delicata guipure di oro bianco, su cui zaffiri e diamanti si librano con leggerezza. La base del quadrante in oro è lavorata a guilloché, per accentuare la ricchezza degli intrecci delle linee, e il quadrante stesso è in smalto Grand Feu. Autentiche e lievi sculture che evocano storie suggestive e ispirazioni raffinate, gli orologi Métiers d’Art – Fabuleux Ornements (tutti contraddistinti dal Punzone di Ginevra) sono la declinazione contemporanea di una filosofia che ha accompagnato Vacheron Constantin per quasi 260 anni: varcare i confini del possibile per raggiungere la perfezione e la meraviglia.

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L’ARTE DI UN GESTO IN FILIGRANA Sopra, il nero del ferro, il rosso tipico della ceramica Bizen, i fili di paglia di riso che attraversano la ceramica policroma. A fianco, ogni opera di Jun Isezaki nasce dalla competenza e dalla passione con cui il maestro delinea ogni dettaglio, dalla creazione alla rifinitura.

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il fascino

dell’imperfezione Jun Isezaki, maestro di ceramica bizen, maneggiando consuetudini antiche di mille anni crea un mondo nuovo di Akemi Okumura Roy foto di Kimimasa Naito ( t ra d u z i o n e d a l l ’ o r i g i n a l e i n g l e s e d i G i o v a n n a M a r ch e l l o )

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ogni pezzo nasce dall’incontro fra uomo, fuoco e argilla C’è un’espressione in giapponese, wabi-sabi, che definisce una concezione estetica che ha radici profonde nell’Impero del Sol Levante. Secondo Richard R. Powell, si manifesta attraverso gli oggetti, alimentando il più autentico spirito nipponico: «niente è eterno, niente è compiuto, niente è perfetto». Una visione interpretata in modo autentico dalle ceramiche Bizen. Manufatti che appaiono semplici, essenziali, ma che racchiudono in sé un patrimonio di ricerca e saper fare. Nota anche come Imbe Yaki, cioè cotta a Imbe, il villaggio dove veniva praticata in origine, la ceramica Bizen si è sviluppata più di mille anni fa nell’area dell’omonima cittadina, nella Prefettura di Okayama. È la tecnica ceramica più antica del Giappone e il tipo di forno nella quale si prepara è uno dei «Sei antichi forni» del Paese. Il primo forno Bizen risale al XII secolo, nel tardo Periodo Heian. Verso la fine del ’500, con lo sviluppo della cerimonia del tè aumentò anche la domanda di ceramiche a essa destinate. La produzione crebbe e divenne più raffinata. I servizi da tè Bizen realizzati in questo periodo sono considerati veri capolavori da intenditori e maestri del tè, sia per il loro valore storico sia per la loro essenza wabi-sabi. La materia con la quale si realizzano le ceramiche Bizen non è cambiata nel corso dei secoli. La loro unicità è dovuta all’argilla, che esiste solo a Bizen, e al particolare procedimento di cottura Yakishime, che significa «mettere fuoco nell’argilla». La tecnica Bizen prevede infatti la cottura ad alta temperatura (tra 1.200 e 1.300 gradi) per un periodo di due settimane, senza smaltatura né decorazioni. In questo eccezionale contesto, numerosi grandi artigiani hanno creato vere opere d’arte nel corso dei secoli e, in anni recenti, cinque grandi maestri della tecnica Bizen sono stati nominati Tesori nazionali viventi. Jun Isezaki, il quinto, è stato insignito della carica di

Conservatore del Patrimonio culturale immateriale nel 2004 per aver aperto nuovi orizzonti alla ceramica Bizen. Isezaki è anche l’unico la cui fama è arrivata fino all’Europa e agli Stati Uniti. I più grandi musei del mondo collezionano ed espongono le sue opere, tra cui il British Museum di Londra, il Museum of Fine Arts di Boston e il Musée National de la Céramique a Sèvres. Jun Isezaki e suo fratello maggiore Mitsuru hanno ereditato l’arte dal padre, Yozan Isezaki, uno dei maggiori ceramisti Bizen del XX secolo. La Prefettura di Okayama ha nominato i tre maestri Proprietà culturale immateriale, come riconoscimento della loro straordinaria opera e per l’altruistica condivisione del loro sapere. Dopo la laurea in arte all’Università di Okayama, nel 1959, Isezaki e il fratello Mitsuru si sono dedicati alla ceramica e alla ricostruzione degli antichi forni noti come anagama. Risalente al Medioevo, questo tipo di forno è scavato come un tunnel nella terra sui fianchi delle colline. Dietro la sua abitazione Isezaki possiede ora tre forni anagama, lunghi 8, 10 e 15 metri. Ogni forno viene acceso due volte all’anno, e in essi Isezaki realizza circa 500 opere per volta. Ci vuole un mese solo per riempire il forno, accenderlo, farlo raffreddare ed estrarre gli oggetti. Isezaki sottolinea l’importanza del processo di accensione: per poter stabilire dove posizionare le ceramiche nel forno, è necessario calcolare accuratamente il percorso del fuoco, immaginando come e dove cadranno le ceneri. Anche un esperto come lui non può prevedere il risultato del suo lavoro: ogni pezzo nasce dall’incontro tra uomo, fuoco e argilla. Questa variabile è estremamente importante, perché i colori dell’argilla mutano col calore, conferendo a ogni oggetto una bellezza semplice e grezza, un’eleganza raffinata e genuina. Isezaki estrinseca la forza della ceramica Bizen nelle sue opere, e il forno tradizionale anagama

IL MELANCONICO CALORE DELLA MATERIA In alto, da sinistra, alcuni degli utensili usati dal maestro, come i pettini in legno; una fase della lavorazione dell’argilla, che richiede forza e applicazione. A fianco, l’opera «Fusetsu» (Neve sospinta dal vento) è realizzata usando la sezione di un tronco di pino come calco.

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dobbiamo lavorare per il presente e forgiare opere originali è lo strumento migliore attraverso il quale fare emergere questa bellezza naturale, che è il frutto del clima, della terra, della storia di questa città. Le creazioni di Isezaki, come i suoi innovativi muri in ceramica e gli oggetti artistici, sono molto apprezzati perché fondono tecniche antiche e gusto moderno. Domanda. Signor Isezaki, quali temi la ispirano? Risposta. Mi ispiro principalmente alla natura e alla vita. Prendo un’immagine della natura e ne abbraccio la forza. Noi uomini viviamo a stretto contatto con la natura e godiamo dei suoi frutti, quindi dobbiamo vivere in armonia con essa. Sarebbe irrispettoso pensare di poterla controllare. La ceramica è fatta di argilla, acqua e fuoco: è necessario ricordare che di questo si compone la sua essenza. La mia ricerca mi porta a creare un mondo nuovo, qualcosa che non esisteva nel passato. Quando lavoro, un’idea può modificarsi proprio mentre sto creando. Perché penso con le mie mani, non con la testa. Mi capita di non riuscire a fare quello che ho pensato. Il tempo che dedico ai miei lavori è legato a questa dinamica. Talvolta ci vogliono due giorni, altre volte due settimane. Ma nella mia testa, lavoro tutto l’anno. Per la produzione ci vuole meno di mezzo anno; l’altra metà la dedico alla preparazione. I materiali sono molto importanti, perché possono determinare il risultato finale. Ogni nuova creazione trae origine dai materiali e dalle tecniche, esplorate per lungo tempo da chi è venuto prima di noi. D. Si parla molto della necessità di tramandare le arti e i mestieri tradizionali del Giappone alle nuove generazioni. Lei come trasmette il suo sapere? R. Abbiamo ereditato il nostro sapere dai nostri antenati, e continuiamo a farlo evolvere, a dargli nuove dimensioni. La nostra tecnica è strettamente legata ai materiali che usiamo: Bizen è

unica non solo in Giappone, ma anche nel resto del mondo; è l’argilla che si è depositata sul fondo delle risaie e che scorre dalle montagne. Ma se anche un giorno questa materia dovesse scomparire, le persone userebbero un materiale diverso: come mutano i tempi, così anche i materiali possono cambiare. La tradizione non è solo qualcosa da ereditare, è qualcosa che ci viene chiesto di creare, sebbene sempre avvalendoci di tecniche tradizionali. Nuove forme ed espressività nascono dal cambiamento e dalla creatività. Questa catena di innovazioni diventa infine tradizione. Dobbiamo lavorare per il presente e creare opere originali. Affinché la nostra innovazione possa diventare tradizione per le generazioni di domani, deve comprendere anche l’originalità. D. La tradizione Bizen ha attraversato tre generazioni della sua famiglia, grazie alla vostra fedeltà alla storia ma anche alla vostra interpretazione del mondo contemporaneo, nonché al vostro rispetto per la natura. Che consigli dà a suo figlio Koichiro, che già si sta facendo conoscere in questo ambito? R. Il mio suggerimento è di padroneggiare a fondo la tradizione, migliorando continuamente la tecnica che ha ereditato da me e da suo nonno, e di creare qualcosa di nuovo, adatto ai nostri tempi. Jun Isezaki è sicuramente una persona caratterizzata da «ryobo», la parola zen che descrive chi, avendo trasceso i conflitti insiti in tutto, raggiunge una perfetta equidistanza da ogni pensiero, e quindi l’armonia. Osservando le sue opere, come Fusetsu (Neve sospinta dal vento) realizzata usando la sezione di un tronco di pino come calco, si sente la forza della terra emergere attraverso l’emozione di un calore melancolico. Riflette la natura di Jun Isezaki, alla ricerca della bellezza attraverso nuovi mezzi espressivi. Per creare la tradizione del futuro.

LA PLACIDA CONTEMPLAZIONE DELLA GRANDEZZA In alto, da sinistra, i cromatismi delle creazioni sono ottenuti grazie all’uso sapiente della fiamma e del calore; strumenti tradizionali in legno. Nella pagina a destra, Jun Isezaki nel suo atelier, intento a osservare alcuni dei suoi manufatti monumentali.

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di Simona Cesana

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Una galleria, un magazine e ora un laboratorio. Officine Saffi è il tempio della ceramica, un progetto culturale che promuove questa antica e nobile arte applicata. A Milano

Lab che passione

da indossare Sopra, gioielli in ceramica di Nina Sajet, esposti alla mostra «Ceramica da indossare». Nell’altra pagina, all’interno di Os Lab sono organizzati corsi di ceramica e scultura.

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Cotto alla perfezione

Abbiamo incontrato Laura Borghi, ideatrice, fondatrice e anima di Officine Saffi, negli spazi della sua galleria/laboratorio che affaccia, con ampie e luminose vetrate, sul cortile interno di un elegante palazzo milanese dei primi del ’900, al numero sette della omonima via Aurelio Saffi a Milano. Uno spazio vasto e completamente rinnovato, che ha mantenuto la sua originaria vocazione di luogo legato all’artigianato e alla piccola bottega: infatti era in origine una tipografia e in seguito è stato un’officina. Ora, con il progetto di Officine Saffi, è un laboratorio dedicato alla ricerca e alla valorizzazione di una delle forme più antiche e nobili di arte applicata: la ceramica. È un giorno di piena attività per la galleria: la mostra in corso è del celebre ceramista inglese Robert Cooper (che ha anche realizzato un workshop a chiusura di esposizione) e sono appena rientrate le opere esposte a Chicago, alla fiera d’arte Sofa, a cui Officine Saffi ha partecipato per la prima volta nel 2013 con ottimi riconoscimenti, tra cui la menzione di «Best artwork in show», attribuita alle coppe in fine porcellana dell’artista svizzero Arnold Annen. Officine Saffi, come Laura Borghi ci spiega, è un progetto culturale vario che racchiude in sé tre anime: la galleria di arte ceramica, che si propone di promuovere la ceramica contemporanea come opera d’arte, sia di artisti emergenti sia di affermati artisti italiani e stranieri; il laboratorio Os Lab, integrato negli spazi espositivi della galleria, completo di forni, torni e di tutta l’attrezzatura necessaria per la ceramica, dove vengono avviati corsi per la lavorazione e dove si propongono workshop e seminari tenuti da importanti artisti. A questi due progetti va aggiunta l’edizione di un magazine, diretto da Flaminio Gualdoni, che intende essere uno strumento importante di riflessione, critica e divulgazione dell’arte ceramica, con uno sguardo sia alla ceramica tradizionale che a quella contem-

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Os è un atelier completo di ogni attrezzatura utile, dove si avviano corsi per la lavorazione, seminari e workshop

in principio è l’idea... In queste pagine, alcuni degli allestimenti all’interno di Officine Saffi, in via Saffi 7 a Milano (telefono 02.36685696); galleria e laboratorio si trovano negli stessi locali.

poranea. Lo sviluppo del progetto ha preso il via qualche anno fa con l’inaugurazione della galleria, alla quale è subito seguito il progetto della rivista, e più recentemente con l’avvio del laboratorio, punto di riferimento quotidiano per i ceramisti milanesi, anche per il servizio di rivendita materiali che offre. Laura Borghi ci racconta di come tutto sia nato da una sua grande passione, approfondita negli anni anche grazie al suo rapporto personale con la gallerista inglese Anita Besson, che è stata per lei una figura di riferimento per la conoscenza del mondo ceramico oltre che un esempio illuminante sul lavoro del gallerista per la ceramica contemporanea. Ma le attività curate da Laura Borghi non si fermano nei suggestivi spazi milanesi: negli anni, la qualità delle proposte e lo spirito di iniziativa le hanno permesso di avviare importanti e continuative collaborazioni, tra cui quella con il Museo internazionale della ceramica di Faenza. Inoltre, Officine Saffi ha ospitato quest’anno in mostra le opere degli artisti premiati al 58° Premio Faenza e ha avviato, per la prima volta a partire dal gennaio, delle residenze d’artista offerte ai vincitori del Premio (Ljubica Jocic´ Kneževic´, Nero Neretti e Päivi Rintaniemi). Tra le ultime iniziative c’è stato un concorso nato con il medesimo intento di tutti gli altri progetti, ovvero valorizzare e promuovere l’utilizzo della ceramica nell’arte contemporanea, nel design e nell’arredamento, oltre che porsi come momento di confronto sulle innovazioni estetiche e tecnologiche più attuali. Officine Saffi è una reale officina di idee, lavoro, progetti: il mondo della ceramica contemporanea italiana ha bisogno di esperienze come questa e ci auguriamo che il percorso intrapreso da Laura Borghi possa durare a lungo ed essere da stimolo per altre iniziative di valorizzazione e crescita per tutta l’arte applicata (www.officinesaffi.com).

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micromosaici si fanno chiamare come le leggendarie profetesse del mondo antico: tre artigiane romane sono le uniche rimaste ad applicare al gioiello questa tecnica musiva quasi estinta

sibillini

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di Federica Cavriana

Duecentocinquantasette anni fa, nella Roma papale, si poté dire finalmente conclusa, dopo più di due secoli, l’opera mastodontica di decorazione musiva dell’intera Basilica di San Pietro. Lo Studio del mosaico vaticano aveva riprodotto e sostituito tutti i dipinti, con lo scopo di eternarne la bellezza, ottenendo 10mila metri quadri di mosaici. I maestri mosaicisti si trovarono improvvisamente disoccupati. Ma il Grand Tour portava committenza ed era stata inoltre perfezionata la messa a punto del mosaico filato, per rendere in smalto tutte le sfumature presenti nei dipinti. A queste premesse si aggiungeva una certa capacità romana di reinventarsi: fu così che le maestranze rimaste inoccupate si concentrarono sulla produzione del micromosaico, o mosaico minuto. Minuti erano anche gli oggetti sui quali era applicato: spille e gioielli, tabacchiere, soprammobili, quadretti. I nuovi committenti erano privati, aristocratici, i nuovi temi profani. Le tessere non erano più «tagliate» e quadrilatere, di circa 1 centimetro, ma veniva filata una pasta vetrosa composta

foto di Claudio Morelli

da silice fusa e ossidi metallici. Dalla mescola incandescente si ricavavano tessere di circa un millimetro di spessore, declinabili in migliaia di sfumature. Quest’arte, rimasta in auge per un altro secolo, andò però scomparendo, sino quasi a estinguersi: oggi sono pochissimi gli artigiani che ne rivivificano la pratica nelle loro botteghe. Le Sibille è uno di questi rari laboratori. Si trova a Roma ed è nato più di 20 anni fa dall’amicizia di tre donne, che possono vantarsi di essere le uniche artigiane ad applicare il mosaico minuto romano al gioiello. Camilla Bronzini, con i suoi studi linguistici, svolge il ruolo di export manager e segue tutte le fasi della produzione. Antonella Perugini è dottore in psicologia, affianca Camilla nella produzione e gestisce l’amministrazione. Francesca Neri Serneri, appassionata di arte e moda, è la creativa del trio, e si occupa di design e comunicazione. Proprio Francesca, da ragazza, rimane affascinata da questa lavorazione e decide di cercare qualcuno che ancora la sappia padroneggiare: un maestro dello Studio del mosaico vaticano. Nasce

disegno, colore e applicazione Sopra, la mano di una delle tre Sibille schizza alcuni gioielli da realizzare con l’antica tecnica del micromosaico, da loro riproposta in veste moderna. In alto, ciondolo Leaf in oro 18k con tsavoriti, tormaline verdi, brillanti e micromosaico. Nella pagina a fianco, il ciondolo Grace in oro 18k con rubini, zaffiri rosa, brillanti, rubellite e micromosaico.

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così un’avventura che basa il suo successo sull’equilibrio delle tre Sibille. Un nome intrigante, scelto da Camilla: «Mi è parso subito propiziatorio: ci rispecchia, parla di storia e femminilità». E quando si chiede loro quali siano i punti di forza di questo operoso gineceo, rispondono che il gusto, la precisione e la pazienza proprie delle donne sono loro di grande aiuto. L’idea è quella di proporre il micromosaico in veste moderna e che sia di appeal per le eleganti signore romane (e non solo, dato che le Sibille sono appena tornate da una fiera a

Hong Kong). I loro micromosaici sono garantiti a vita, ma le Sibille sono spesso interpellate per delicati lavori di restauro. La lavorazione è quella tradizionale, come spiega Antonella: «Viene fusa la pasta vitrea in un crogiuolo, unendo vari colori e ottenendo le sfumature occorrenti. Quindi si pizzica con una pinza da fuoco, e si allunga realizzando una bacchetta sottile un millimetro o poco più. Infine si spezzetta la bacchetta in frammenti microscopici che costituiranno le tessere». E l’accostamento delle tessere per formare il disegno richiede

da mezza giornata a tre giorni, a seconda della complessità. Basti pensare che in un centimetro quadrato vanno inserite circa 100 microtessere, e non si può lavorare sul pezzo più di quattro ore al giorno, perché la vista viene messa a dura prova. Come ci dice Camilla: «Bisogna essere virtuosi del colore, del disegno e dell’applicazione musiva. Si impiegano dai tre agli otto anni per acquisire la giusta abilità». Francesca, la creativa, parla invece delle forme e del design: «L’ispirazione viene dai motivi dell’arte classica, bizantina e rinascimentale. Credo che le arti del passato arricchiscano il presente. Sono il punto di partenza per immaginare gioielli contemporanei dedicati a donne che conoscono il valore di un pezzo unico, di pregio artistico». Così nascono questi «micromosaici sibillini». Tutti i micromosaici sono montati su oro 18k. Alcuni sono già pezzi iconici per gli habitué del laboratorio: l’anello Cubo con la cittadella medievale o il ciondolo Roma, della nuova collezione Postcard, che come in una mini-cartolina in oro, rubini, brillanti e micromosaico dipinge il Colosseo, la Cupola di San Pietro e il campanile di Santa Maria sopra Minerva. La sfida è proprio questa: condensare in pochi centimetri e minuscoli frammenti immagini di enorme bellezza. Piccoli mondi, opere d’arte da indossare.

gusto, precisione, pazienza e sensibilità Sopra, da sinistra, un anello pronto per ospitare il mosaico minuto romano; la filatura delle paste vitree; la tecnica del micromosaico sul ciondolo Venezia. Più in alto, le tre Sibille: Camilla, Antonella e Francesca. Nella pagina a lato, gioielli in micromosaico montato su oro 18k: in senso orario, la croce Deg, con corallo, l’anello Cubo con brillanti e rubini, l’anello Smart con rubini e il ciondolo Roma con brillanti e rubini (www.lesibille.com).

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75 LA STORIA DI SANTONI È UNO DEI PIÙ ELOQUENTI ESEMPI DI PASSIONE, CORAGGIO E TALENTO DEL NOSTRO PAESE. FONDATA NEL 1975 DAL MAESTRO ANDREA, L’AZIENDA DI CORRIDONIA È STATA PORTATA ALLA RIBALTA INTERNAZIONALE DAL FIGLIO GIUSEPPE. E ADESSO UN LIBRO RACCONTA QUESTO PICCOLO GRANDE MIRACOLO ITALIANO di Alessandra de Nitto

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foto di Susanna Pozzoli

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UNA BOTTEGA DEL RINASCIMENTO IN VERSIONE MODERNA, DOVE LE TECNICHE SONO SEMPRE AGGIORNATE La storia dell’azienda Santoni, cui un libro della collana Mestieri d’arte, a cura della Fondazione Cologni per Marsilio, rende omaggio, è una storia familiare paradigmatica del savoir-faire italiano. Una di quelle storie di talento e di coraggio imprenditoriale che ci piace raccontare e ascoltare, perché ci riempie di orgoglio e di fiducia. In quello che è ancora uno dei settori manifatturieri italiani di eccellenza, la calzatura maschile, Santoni rappresenta oggi un fiore all’occhiello. Andrea Guolo, giornalista specializzato e storico del settore, ne ricostruisce in modo appassionante l’iter creativo e produttivo, attraverso il racconto in prima persona dei suoi protagonisti: Andrea, maestro d’arte e fondatore dell’impresa, Rosa, insostituibile compagna di vita e di lavoro, e Giuseppe Santoni, il figlio che ha raccolto il testimone e portato l’attività ai più alti livelli di diffusione e di prestigio, dalle Marche alla ribalta internazionale. Ma non solo: questo libro dà una voce e un volto agli artigiani che hanno fatto grande l’azienda sotto la guida illuminata della famiglia, con amore e competenza per il proprio lavoro: quello che Andrea e Giuseppe Santoni considerano il loro fondamentale «capitale umano». La maestria, la passione e la tecnica, ma anche l’umanità di questi protagonisti emergono dalle pagine con tutto il fascino di

una storia vera, una storia esemplare di dedizione al lavoro e ricerca della bellezza. Per la prima volta un’azienda italiana di successo, simbolo di altissima qualità manifatturiera e icona di stile nel mondo, mette in primo piano i suoi maestri artigiani: un riconoscimento importante e generoso del valore di un vero patrimonio di saperi, abilità e fedeltà all’azienda, sul quale si fonda la sua riconosciuta eccellenza. È attraverso le loro testimonianze che entriamo nel cuore pulsante di un mestiere che vanta una grande tradizione e una speciale complessità nelle tecniche e nelle lavorazioni, qui raccontate in modo chiaro al conoscitore, così come al lettore semplicemente curioso. Si svelano dunque i segreti di questo antico mestiere, e le immagini di Susanna Pozzoli, che con grande sensibilità ha saputo entrare quasi in punta di piedi nel cuore dell’azienda, ci guidano in questo viaggio nel saper fare che diventa scoperta della bellezza, dell’amore per il lavoro. «Il luogo dove questo racconto si dipana è un calzaturificio d’eccezione: quello di Andrea e Giuseppe Santoni, essi stessi maestri artigiani oltre che imprenditori. A Corridonia, nel cuore del distretto calzaturiero marchigiano, dove prendono vita scarpe maschili che il mondo intero desidera e ammira, la famiglia Santoni ha saputo creare

Nelle pagine precedenti, alcuni modelli Santoni a doppia fibbia pronti per la consegna, dopo due settimane di lavorazione e di cure. In alto, da sinistra, Andrea e Giuseppe Santoni, padre e figlio, fondatore e attuale guida del calzaturificio di famiglia; una forma in legno da cui nascerà il prototipo della scarpa. Una volta testato e approvato, la forma sarà sostituita da una in plastica, utilizzata per l’industrializzazione. A fianco, la fase di cucitura. Gli unici strumenti ammessi sono ago, filo e lesina.

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«LA COSTRUZIONE DI UNA NOSTRA SCARPA DA UOMO RICHIEDE TRA GLI 85 E I 90 PASSAGGI» nel corso dei decenni la versione moderna della bottega rinascimentale: qui si sperimentano nuove tecnologie e si forgiano stili contemporanei, ma al contempo si portano avanti operazioni svolte con una perizia e una passione che il mondo di oggi sembra non (ri)conoscere più. E che pertanto suscitano ammirazione e stupore…», scrive Franco Cologni nella sua introduzione. Il racconto e le immagini ci conducono dunque all’interno di quella che è insieme azienda e bottega, dove ancor oggi strumenti e procedimenti sono quelli tradizionali, che vengono però perfezionati ogni giorno grazie alla ricerca e alla sperimentazione di sempre nuove soluzioni estetiche e tecniche dall’altissima complessità manuale. La costruzione di una scarpa da uomo, secondo l’esperienza di Andrea Santoni, richiede tra gli 85 e i 90 passaggi, dalla preparazione della forma a mano alla selezione delle pelli fino alla velatura o anticatura: una finitura particolarissima, che contraddistingue l’azienda e che viene realizzata a mano da oltre 50 esperte artigiane, quasi tutte provenienti dalla scuola d’arte. La formazione di personale specializzato è quasi inesistente sul territorio e Santoni da tempo fa scuola al proprio interno, formando le maestranze secondo i propri criteri di altissima qualità,

difendendo e tramandando così professionalità straordinarie destinate a scomparire. I mestieri d’arte della calzatura maschile sono numerosi e alcuni richiedono anni di apprendistato e di esercizio: lo stilista, il modellista, il produttore delle forme, il selezionatore delle pelli, il tagliatore del pregiato, l’orlatrice, il montatore a mano, il cucitore a mano, il cucitore Goodyear, il fresatore, il velatore, l’addetto alla lucidatura… Nonostante dalla sua fondazione nel 1975 abbia raggiunto oggi i quasi 500 dipendenti e un fatturato, in crescita, di 55 milioni di euro, Santoni ha saputo custodire intatte le caratteristiche del più puro made in Italy: qualità, dettaglio, lavorazione manuale, materiali eccellenti. Un caso unico all’interno del circolo dei luxury brand più famosi e riconosciuti a livello mondiale. Per Giuseppe Santoni le scarpe restano pur sempre un «affare di famiglia»: «... perché questa è la nostra vera famiglia: non perché i nostri artigiani siano ai nostri occhi tutti uguali, ma perché con le loro differenze e le loro identità contribuiscono a rendere le nostre scarpe uniche, ricche di un’anima profondamente marchigiana, autentiche come le competenze che qui si sviluppano sempre e da sempre». Una storia esemplare, un piccolo grande miracolo italiano (santonishoes.com).

In alto, da sinistra, strumenti per la coloritura a mano; la copertina del volume Costruttori di bellezza, a cura della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte (Marsilio). Nella pagina a fianco, alcune fasi di lavorazione. 1. Passaggi a fiamma per regolarizzare le superfici ritagliate. 2. Strumenti del mestiere. 3. Cucitura di una Oxford. 4. Passaggi di colore in velatura. 5. Il disegno applicato a una forma. 6. La creazione di una forma. 7. La cura del dettaglio. 8. Il deposito dei pellami. 9. Il montaggio manuale, con il solo ausilio di pinza e chiodi.

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In questa pagina, vassoi della collezione Contessa Richard Ginori con manico aerografato a mano e filettatura in platino e oro. A fianco, fase della lavorazione con timbro a tergo (www.richardginori1735.com).

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di Ste fano Follesa*

rinnovata

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memoria Con l’acquisizione della manifattura richard ginori,Gucci ha salvato la storia della porcellana italiana Se ci troviamo in una fase culturale dominata dal progressivo contaminarsi delle arti e delle discipline, da più parti emerge tuttavia una lettura critica della modernità volta a individuare gli elementi di negatività e quelli di favore su cui poggiare una nuova idea di sviluppo. Una rilettura che coinvolge appieno il mondo degli oggetti, responsabili di avere favorito quell’esplosione di consumi a cui attribuiamo le fortune e le catastrofi del nostro attuale sistema di vita. La modernità ha portato con sé un nuovo modo di relazionarsi alle cose, dovuto in gran parte al cambiamento delle modalità di produzione e alle conseguenze economiche e sociali da esso generate; la standardizzazione, la serialità, la delocalizzazione, l’economia di scala, la semplificazione connessa alla produzione industriale, la generazione di bisogni funzionali alla vendita di un numero sempre più elevato di prodotti sono tutti caratteri con i quali le culture materiali e le comunità di riferimento si sono dovute confrontare in tempi e modi differenti e che hanno contribuito al progressivo modificarsi delle relazioni tra le persone e le cose. Ne emerge un diverso rapporto con gli oggetti ai quali non siamo più in grado di attribuire quei valori, simbologie, ritualità che li hanno sempre accompagnati. Il tempo incalzante

dei nuovi linguaggi ci allontana da un rapporto stabile con le cose e così non abbiamo più necessità di molti oggetti duraturi ma di pochi oggetti che rinnoviamo continuamente. Tuttavia, quegli elementi che un tempo riempivano la nostra quotidianità erano oggetti durevoli non programmati per «autoestinguersi» al trascorrere di una stagione, bensì per accompagnarci nell’intera esistenza ed esser poi tramandati come segno di continuità tra le generazioni, permanenza di usi e rituali all’interno di una società in continua mutazione. Così è sempre stato, per esempio, per i manufatti in ceramica a cui veniva spesso attribuito il doppio ruolo di beni preziosi e di beni di famiglia. La loro presenza nella vetrina del salotto borghese quanto nella madia della casa contadina aveva il ruolo di testimoniare una cultura del fare, talvolta un viaggio, una passione (le collezioni), uno status sociale (reale o apparente), una continuità generazionale. Tutto ciò rischia di scomparire, nella visione condivisa di progresso nulla sembra esser più fatto per durare; il valore delle cose è il valore contestuale alla loro funzione, e durano sino alla sostituzione, sino a quando l’obsolescenza non interviene a decretarne la morte. La modernità ha abbandonato gli oggetti per trasferire la sua attenzione sulle persone. A una

* d o c e n te p re s s o i l D i p a r t i me n t o DIDA d ell ’Un ive rsità d eg li St ud i d i F iren ze. A uto re d i libr i e r ic e r che s ul de s ign

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Il valore agli oggetti

Riappropriarsi del saper fare è indice dello sviluppo di una società e salvaguardia della propria diversità culturale tale visione della società si oppone una nuova modernità che ha riscoperto il valore reale delle cose, il loro ruolo di simboli e testimoni dei rituali del vivere, il loro rapporto con i territori produttivi. Una nuova visione del progresso che collega aziende, ricercatori, artisti e progettisti nella ricerca di un’innovazione che non cancelli la storia pregressa. Una visione che non può che riappropriarsi del valore del saper fare che è al contempo indice dello sviluppo di una società e salvaguardia della sua diversità culturale. Proseguendo un percorso già avviato con la casa di moda e che ha saputo consolidare il prestigio e la raffinatezza di una delle più prestigiose firme del made in Italy (ma anche la tutela e lo sviluppo di un importante comparto produttivo), Gucci affronta oggi una nuova impresa con un’operazione che è al contempo sfida culturale e commerciale. L’obiettivo è quello di riportare sulle tavole del mondo le porcellane di un’azienda tra le più prestigiose nella storia dei materiali ceramici, ma anche quello, ancora più ambizioso, di riportarci a un rapporto affettivo con gli oggetti, favorire una riscoperta del valore tangibile che nasce dall’incontro tra cultura artistica e saper fare manifatturiero. La Richard Ginori è rinata e con essa è tornata una storia di eccellenza, tradizione e artigianalità di oltre 270 anni, legata a un materiale prezioso e magico quale la porcellana.Tra i tanti materiali che hanno origine dalla trasformazione delle terre, la porcellana è certamente

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quello più legato a caratteristiche di eleganza e raffinatezza, terreno di sperimentazione per pittori e scultori, considerata dagli orientali l’eccellenza della produzione ceramica. Oggetto di desiderio per più secoli per sovrani e mecenati europei alla ricerca della formula chimica originaria (la storia della porcellana inizia in Cina tra il VII e l’VIII secolo d.C., quasi mille anni prima che gli europei ne acquisissero il segreto), la porcellana è diventata nel tempo sinonimo di cultura raffinata e ha accompagnato l’ascesa e il prestigio delle maggiori corti europee. A differenza di altre culture materiali la cui tradizione nasce dal basso, da una cultura del fare tramandata, la cultura della porcellana nasce e si sviluppa in Europa a opera di nobili e mercanti, legata principalmente a una fruizione elitaria per poi divenire nel tempo espressione di rituali sociali e familiari che hanno attraversato immutati le generazioni. In Toscana a Sesto Fiorentino, in prossimità di Firenze, sarà il marchese Carlo Ginori, tra i primi in Europa, ad allestire, nel 1735, un primo rudimentale forno nella sua villa di Doccia per iniziare la fabbricazione della porcellana dura e, di lì a poco, avviare la notissima Manifattura. La Ginori in breve tempo, sotto la guida di Carlo prima e in seguito del figlio Lorenzo, diventò una delle più importanti fabbriche europee di porcellana. Nel 1896 il marchese Carlo Benedetto Ginori cedette la Manifattura, divenuta una grande realtà industriale, all’imprenditore piemontese Augusto Richard. Dalla fusione della Manifattura Ginori di Doccia con la Società Ceramica Richard nacque la Società Ceramica Richard-Ginori per Azioni. Ed è proprio con la Società Ceramica Richard-Ginori, agli inizi del ’900, e con la fortunata direzione artistica di Gio Ponti alla manifattura di Doccia, che avviene l’incontro con la modernità e con il design, che assume la paternità dell’ideazione degli oggetti. Ponti è stato forse uno dei pochi protagonisti della prima modernità ad aver ben chiara l’esigenza di tutela di un saper fare acquisito nei tempi, e i suoi scritti e i suoi progetti sono volti a inserire elementi di innovazione all’interno di una «processualità» culturale. Per Ponti la modernità non è mai stata cancellazione e ripartenza, ma continuità storica. La stessa continuità che ha rappresentato il primo valore di riferimento per la nuova missione dell’azienda. Non è casuale che le prime collezioni espressione del nuovo assetto societario, «Art de la Table 2014», abbiano attinto da alcune tra le migliori produzioni della manifattura, nel segno di una continuità alimentata dall’innovazione. Toscana, Cartiglio, Paesaggio, Ciliegie, Contessa, Labirinto, Catene sono alcuni dei nomi scelti, espressione dell’incontro tra contemporaneo ed eccellenza manifatturiera. Il percorso intrapreso vede la tradizione come motore dell’innovazione e della creatività del presente, una valorizzazione della diversità culturale e del prestigio del savoir-faire che costituiscono d’altronde i valori dominanti del made in Italy. Lo stesso connubio che ha consentito a Gucci di acquisire leadership mondiale nel comparto del lusso. Nella stessa direzione va la recente rivalorizzazione del flagship store nello storico palazzo Ginori in via de’ Rondinelli a Firenze, sede nel 1802 della prima bottega delle porcellane simbolo del made in Italy. All’interno dei saloni che caratterizzano lo spazio espositivo, una serie di tavole imbandite con i piatti e gli oggetti delle nuove collezioni accompagna il visitatore alla scoperta di una tradizione rinnovata e riportata agli antichi fasti da un allestimento sapiente.

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Sopra, vasi Impero della Collezione Cartiglio: decorati a mano, rievocano gli antichi vasi da farmacia a calice di ispirazione neoclassica. A fianco, piatto della Collezione Hesperidae Richard Ginori, con decori di piccoli insetti.

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dalla russia con sapore

Anatolij Komm è il primo chef ruteno a conquistare credibilità gourmet. in un fastoso ristorante dove con tocco unico riscatta la cucina del suo paese

di Alessandra Meldolesi

foto di Bob Noto

l’irriproducibile talento di un beffardo autodidatta Qui sopra, sfera di patate, crema di aneto, uova di salmone. A fianco, Nadia e Anatolij Komm. Lo chef ha scelto il nome Varvary per il suo ristorante («barbari», in russo) come ironia sulla fama di grossolanità di cui «gode» la cucina russa nel resto del mondo.

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Prendiamo la sagoma di Gualtiero Marchesi, ritagliata con le forbici dal grande libro della cucina mondiale, allacciamo sul suo capo un colbacco, con le linguette di carta delle bambole a due dimensioni, e montiamolo imperturbabile sulla piazza post-sovietica, le lancette dell’orologio che vorticano in avanti fino al terzo millennio, fino alla contemporaneità. Assomiglia un po’ a questo Anatolij Komm, primo cuoco russo ad assurgere nell’empireo gourmet, apripista tracciabile nelle coordinate geografiche eppure al passo con il mondo. Sanguigno e raffinato, locale e globale senza indulgere alle banalità del cosiddetto «glocal». La voce baritonale sotto le onde dei capelli brizzolati, che si spartiscono la fronte col ritmo calmo del pensiero. In uno scenario come quello russo, da sempre dominato dalle voghe esterofile (di matrice internazionale o francese, fino a qualche tempo fa; oggi virato sul Mediterraneo, grazie al pellegrinaggio di tanti cuochi italiani), la sua sfida prosegue come una missione. Rompere il ghiaccio dell’inverno gastronomico russo, aggiornare e nobilitare quanto è stato finora bistrattato perché quotidiano e popolare. Pompare a tutta forza dai giacimenti gastronomici calore ed energia con le trivelle di una Gazprom culinaria. Un Marchesi del terzo millennio, dicevamo, tanto combaciano le operazioni di restyling. Quasi una novyy nouvelle cuisine volta alla de-etnicizzazione del patrimonio tramandato, oggi che la cassetta degli attrezzi risulta interamente rinnovata in chiave high-tech. Quella di Komm è infatti una cucina ad alta precisione, forse perché nella scienza affonda la biografia del suo autore. Il quale all’anagrafe risulta nato nel 1967 a Ljubercy, 20 chilometri da Mosca, e alle pareti può appendere l’attestato di una laurea in geofisica. Una breve occupazione nel ramo dell’informatica ha ceduto il passo, dopo lo scioglimento dell’Urss, alla carriera nel campo dell’import di firme di alta moda, molte delle quali italiane. Attività quanto mai gratificante, che gli ha permesso di viaggiare per il mondo e infilare le ginocchia sotto le tavole più in voga del momento, arricchendo giorno dopo giorno un invidiabile bagaglio di fantasticherie e bloc-notes. Capitava spesso che imbattendosi in

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qualche scoperta culinaria, Komm domandasse allo chef di fermarsi in stage, anche a pagamento. Il primo fu un ristorantino di Hong Kong, nel quartiere del mercato del pesce, seguito dall’Amber del Landmark Mandarin Oriental Hotel e altri indirizzi in Germania, Spagna, Caraibi e Italia. Tanto che pian piano l’hobby ha preso il sopravvento e il vecchio gioco di infilare i polpastrelli nei pierogi della nonna o emulare le pietanze degustate fra le pareti di casa si è trasformato in una scelta di vita. Chiusa l’agenzia Koty, ripiegate in tutta fretta le vesti di patron («mi ritrovavo sempre in cucina»), è stata dapprima la volta di Green, brasserie ubicata a Ginevra dove ha staccato la prima stella russa di sempre, poi venduta per problemi di visto. Il trampolino elastico per il tuffo nell’alta cucina, compiuto senza schizzi nel 2006. Il Varvary, frutto di un investimento milionario, occupa i piani alti di un lussuoso palazzo in bul’var Strastnoj, a poche centinaia di metri dal Cremlino, ma sulla sua insegna i

la piazza rossa e i monumenti culinari Sopra, la Cattedrale di San Basilio. In alto, il Sapore russo, un concerto di assaggi: gelatina di barbabietola con sfera di caramello, tartina di paté di fegato di merluzzo, crema di broccoli, spirale di gelatina, mousse di aringa. A lato, zuppa di scampi con essenza di calamari.

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russofoni decifrano la parola «Barbari». Perché fin dagli esordi la provocazione di Komm è stata chiara: si tratta di rivendicare un’identità irriducibile alle egemonie gastronomiche che si sono via via succedute, scardinando ogni complesso di inferiorità con la giusta dose di ironia. Gli ingredienti e le ispirazioni sono rigorosamente autoctoni; le strumentazioni di cucina di tutto rispetto, come la cantina, dove fanno mostra di sé i più prestigiosi châteaux del mondo. Le sale sontuose, con le tovaglie immacolate, gli scialli di Pavlovo-Posad e i merletti di Vologda alle pareti, assieme alla terrazza panoramica fanno il resto, anche se i primi tempi sono stati avari di soddisfazioni. Nemo propheta in patria, a Mosca come a Nazaret: la platea del Varvary è composta per lo più da stranieri. Tanto più oggi che ha fatto breccia nella classifica dei 50 migliori ristoranti al mondo. Il merito va all’originalità dell’operazione, e anche al rigore con cui viene quotidianamente espletata. Anatolij

Komm è un autodidatta pressoché totale, che come spesso accade ha elevato le sue lacune a ossessione. Molecolare? Sì e no, visto che ogni cuoco consapevole delle sue manipolazioni può essere definito tale, come gli piace sottolineare. Il Paese vanta anzi una misconosciuta tradizione in materia, dovuta alle investigazioni sul cibo per gli astronauti, agli studi sulla fissazione delle vitamine nell’alimentazione degli esploratori polari e degli asili; perfino all’uso di annacquare la smetana, ubiqua variante della panna acida, con un pizzico di metilcellulosa nelle mense sovietiche o simulare il caviale in un succedaneo sferificato. «La maggior parte delle tecniche in uso a elBulli sono state messe a punto in Urss 40 anni fa», puntualizza Komm. La macchina per essiccare a freddo è la stessa in uso per il cibo destinato ai cosmonauti, sebbene l’idea di variarne l’uso vada incontestabilmente ascritta al grande chef catalano. L’icona della casa resta la rivisitazione del borscht, popolare zuppa slava. Dove la smetana diventa una sfera gelata e la barbabietola una minestra calda che viene versata sul piatto davanti al commensale. Ad affiancarle due scaloppe di foie gras, secondo la classica interpolazione fra miseria e nobiltà. Al tempo stesso una destrutturazione in stile elBulli e un esempio di cucina programmata, la cui evoluzione nel tempo è stata anticipata dallo studio al fine di massimizzare gusto, fragranza, mutevolezza organolettica. Oppure il maki di aringa, dove l’alga nori è rimpiazzata da un foglio di barbabietola centrifugata, gelificata e spruzzata con lo spray, reminescenza orientale che tira in ballo il food design; il coriaceo pane di segale borodinskij servito al cucchiaio o le capsule di olio di girasole, la cui ispirazione bulliana può essere russificata dal riferimento allo straniamento teorizzato dai formalisti. Compongono un menù di circa 15 portate denominato «Gastronomic Show», messo a punto ogni sei mesi da Komm e approntato da una brigata di 16 cuochi per una trentina di coperti. Ma dietro alla tavola ammiraglia si è assiepata una flottiglia agguerrita: comprende il bistronomico Kupol, l’Anatoly Komm Restaurant & Bar presso il Barvikha Hotel, a pochi chilometri da Mosca, la brasserie Varvary, situata presso la casa madre, il ristorante n°1 e la Brasserie de Luxe a Ekaterinburg.

rinnovando la tradizione locale ha raggiunto il top Sopra, una delle sale del ristorante Varvary, che occupa gli ultimi due piani di un sontuoso palazzo a poche centinaia di metri dal Cemlino (8A, Strastnoy Boulevard, Mosca; tel. +7.495.2292800). In alto, preparazione del borscht (www.anatolykomm.ru).

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Legno sostenibile

In queste pagine, Oak table (Tavolo in quercia), una delle prime e più amate creazioni di James Mudge. Il suo studio è al 39 di Hope Street, Gardens, Città del Capo (jamesmudge.com).

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r do ingdòo E c dc ei l Sl euns za en nd aa lAm

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Per fare un

tavolo

Creatività e imprenditorialità sono i punti di forza di James Mudge, giovane architetto sudafricano con il design nel dna. le linee delle sue creazioni sono pulite, semplici, solide e contemporanee: fondono l’essenzialità del quotidiano con la funzionalità

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In questa pagina, Pick-up sticks (mensola Shangai). A fianco, James Mudge nel suo atelier in Sudafrica e Chest of drawers, birch (cassettiera in betulla).

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Legno sostenibile

Città del Capo è stata la prima località sudafricana a ottenere, nel 2014, lo status di Capitale mondiale del design (World Design Capital). Perché Città del Capo, the mother city, è l’emblema del nuovo Sudafrica. I quattro temi cardine di questa edizione di World design capital sono «African innovation. Global conversation», «Bridging the divide», «Today for tomorrow» e «Beautiful spaces. Beautiful things». Il design è quindi al servizio della città: diventa un mezzo per migliorare la vita quotidiana degli oltre 3,7 milioni di abitanti che popolano la più dinamica delle capitali africane. Tra i numerosi atelier che anche grazie a questo evento hanno richiamato l’attenzione internazionale, numerosi critici e giornalisti hanno evidenziato la figura di un giovane architetto, James Mudge, che nel suo studio sito al 39 di Hope Street, Gardens, progetta e realizza mobili di alta qualità, con l’aiuto di una piccola équipe di qualificati artigiani. I pezzi sono prodotti in quantità limitate e mediante l’utilizzo di tecniche tradizionali dell’ebanisteria: la mortasa, i tenoni e gli incastri a coda di rondine, che Mudge e la sua équipe applicano a un design sempre contemporaneo, garantiscono solidità e durata. Una scelta di valore, dunque, che permetterà ai suoi manufatti di durare nel tempo: una scelta non solo estetica ma anche etica, che va contro la cultura del consumo e dello spreco. Un tema particolarmente sensibile, in un continente come quello africano dove lo sviluppo è ancora discontinuo. James Mudge inizia il suo percorso giovanissimo presso il mobilificio Knysna Forest Furniture, di proprietà della famiglia. Conseguita la laurea in architettura presso l’università di Città del Capo, trascorre due anni molto intensi a Londra presso Ralph Lauren, progettando e realizzando gli allestimenti delle boutique nella capitale inglese e a Parigi. Questa esperienza lo avvicina all’architettura di interni: forte delle sue competenze sia sul design sia sull’artigianalità delle costruzioni, progetta e segue la realizzazione di quattro case per clienti privati, una in Sudafrica e tre in Francia. La sua esperienza come architetto lo porta a spostare progressivamente il suo interesse verso la creazione di mobili.

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Come lui stesso ha infatti dichiarato al South African DesignTimes, «l’architettura e il design dei mobili hanno molto in comune. Entrambi si avvicinano all’arte del vivere e alle relazioni tra le persone e gli oggetti, e non è raro per le due discipline procedere di pari passo. Amo il livello di autonomia che ho con i miei progetti. La mia decisione di passare dall’architettura al mobilio non è stata una decisione cosciente, quanto piuttosto una naturale progressione verso qualcosa che amo». Un amore che probabilmente era già insito nel suo Dna, e che deriva dalla pratica presso l’azienda di famiglia: lì James si è perfezionato nelle tecni-

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il nome: simple table, ma è rimasto parte della nostra collezione permanente ed è tuttora una scelta popolare per un tavolo o una scrivania. Ho conservato il primo pezzo realizzato e non lo venderò mai, perché rappresenta ciò che mi ero prefissato di fare e come ho progredito fino a ora. Avendo visto crescere il mio business, ho avuto la soddisfazione di produrre progetti più complessi. Sviluppare le mie capacità e quelle del mio team è quotidianamente gratificante, ma questo non toglie la soddisfazione di aver iniziato con qualcosa che volevo fare. È un atto di fede che non ho mai rimpianto di avere fatto».

Penso che le persone ameranno sempre i prodotti naturali: possono durare tutta la vita ed essere tramandati che tradizionali di lavorazione, e ha affinato la conoscenza dei diversi tipi di legno. Per la sua produzione dallo stile contemporaneo utilizza principalmente quercia bianca americana, quercia francese e iroko dell’Africa centrale: legni di origine sostenibile e di alta qualità, con venature e colori piacevoli. James Mudge crede fermamente nella tendenza a realizzare prodotti che siano riutilizzabili, sostenibili e durevoli: «Mentre i mobili impiallacciati hanno vita breve, e restano spesso scheggiati o logorati nel tempo, quelli di legno, se prodotti correttamente, possono durare per tutta la vita ed essere tramandati alle generazioni a venire. Credo che le persone ameranno sempre i prodotti naturali, di legno o di pietra. Penso che questo costituisca un cambiamento piacevole rispetto ai prodotti usa e getta che inondano il mercato». Le sue linee sono pulite, semplici, solide, e subito balza all’occhio la lavorazione altamente artigianale e attenta ai dettagli: artista creativo, artigiano eccellente e al contempo imprenditore, Mudge ama la semplicità del quotidiano che non è mai priva di una certa eleganza, unita alla funzionalità. La sua creazione più amata si chiama proprio Oak simple table: un semplice tavolo in quercia. Conclude James: «Il design non ha nulla di ridondante, come suggerisce

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Un’altra

direzione

V

Non ha mai desiderato una vita normale. così, il canadese marc russell ha iniziato a dedicarsi alla costruzione di kayak e di canoe. Oggi In ontario sono in una decina a tramandare questa tradizione. e lui è il più giovane di Giovanna Marchello

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Donald Pyper

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V l i et la lroi a d i G i oMv ias ns ino an e Mi na rs oc h

Voleva una vita fuori dal normale. Così, Marc Russell ha iniziato a costruire e restaurare canoe e kayak a Toronto, Ontario. Ha chiamato la sua impresa Gull Lake Boat Works, dedicandola al lago dove sorge Kilcoo Camp, il campo estivo che è stato fondamentale nella sua formazione e nel dare il via alla sua professione di costruttore. Domanda. Che ruolo ha avuto Kilcoo Camp nella sua visione della vita e del lavoro? Risposta. Kilcoo Camp ha significato molto per me, come per le migliaia di persone che lo hanno frequentato nei suoi 80 e passa anni di attività. Ho fatto il mio primo campo estivo a Kilcoo quando avevo 11 anni. Ho trovato una dimensione che mancava nella mia esistenza. Il campo era per me il posto più bello del mondo: mi divertivo e la natura era fantastica. Penso ci sia qualcosa di estremamente profondo e spirituale nello stare a contatto con la natura. Kilcoo Camp è una vera scuola di vita, un luogo dove i ragazzi possono esplorare i propri interessi e mettersi alla prova in un ambiente protetto e sicuro, attraverso una grande varietà di attività e pro-

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grammi. Molti ragazzi continuano a frequentare Kilcoo anche durante e dopo l’università; lavorano al campo nel corso delle vacanze estive e fanno da guida alle nuove generazioni. È un posto che amiamo e non è affatto raro che ci si passi tanti anni. Nel 1997 sono entrato a far parte dello staff, e ho scelto di costruire la mia vita attorno a Kilcoo, dove ho continuato a lavorare anche durante gli studi e dopo la laurea in inglese. Ho sempre voluto qualcosa di diverso, e ho dovuto fare dei sacrifici per ottenerlo, rinunciando a certi aspetti del mondo e del vivere moderno. Forse è più facile avere un’esistenza «normale», con un lavoro qualunque e una casa in periferia. Ma penso di avere fatto una scelta più onesta nei confronti di me stesso e dei miei desideri. D. Come ha cominciato a costruire canoe? r. David Latimer, direttore di Kilcoo Camp per 25 anni, era preoccupato perché la nostra flotta di canoe d’annata era in pessimo stato. Un tempo il campo possedeva circa 80 imbarcazioni, ma le 20 che ancora sopravvivevano erano molto malridotte. All’inizio si pensò di farle re-

Nella pagina a fianco, il lago Gull in Ontario visto dalla poppa di una Kilcoo 15’7”. «Penso che esisterà sempre un mercato per i prodotti di alto artigianato, sempre che ci sia qualcuno disposto a imparare il mestiere», spiega Marc Russell.

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Missione in solitaria

staurare, ma purtroppo quest’opzione era troppo onerosa. Così decidemmo di ricostruirle da zero, assieme al maestro d’ascia Ron Frennette, fondatore di Canadian Canoes e ora in pensione. David e Ron mi hanno coinvolto perché ho un talento naturale come costruttore, un buon occhio per i dettagli e una grande manualità. E certamente anche per la mia dedizione a Kilcoo Camp. Kilcoo sostenne i costi sia del progetto sia del corso di otto mesi che feci con Ron. Lavorando con lui ho imparato molto rapidamente e dopo pochi mesi non mi sono più guardato indietro. Ho creato Gull Lake Boat Works, dove mi occupo della ricostruzione della flotta per conto di Kilcoo nonché dei miei lavori indipendenti di costruzione e restauro. D. Ci racconta la storia della flotta di Kilcoo Camp? r. A parte pochi Chestnut e Peterborough, fino alla metà degli anni 80 la nostra flotta era costituita da Minto, un modello che definirei unico, costruito dalla famiglia che gestiva il porto turistico nella vicina cittadina di Minden. Entrambe le sorelle Minto erano maestre d’ascia, ma dopo la morte di May Minto queste canoe non furono mai più costruite. L’unicità della Minto sta nella sua relativa rarità, in quanto prodotta solo localmente e non in grandi fabbriche. Da un punto di vista progettuale, la Minto si colloca a metà tra un Ranger 15’ e un Prospector 16’, ma meno profondo. Tiene bene la direzione ed è facile da manovrare, anche da soli, nonché da trasportare. Tutto questo ne fa uno scafo perfetto per diversi tipi di ambienti e condizioni. Una canoa di razza: eclettica e bella da vedere. D. Come ha creato il nuovo modello, ribattezzato Kilcoo 15’7”? r. In sostanza abbiamo resuscitato la Minto, riportandola in acqua. Scott Walker, che agli inizi degli anni 80 fu istruttore di vela a Kilcoo ed è stato l’ideatore del Progetto Kilcoo Canoe contattò la famiglia Minto, che si era nel frattempo ritirata dall’attività, e si diede un gran daffare per ritrovare lo stampo originale, ma purtroppo senza successo. Ci procurammo quindi una copia quasi perfetta della Minto, di proprietà di un ex alunno del campo, che affidammo al Canadian Canoe Museum a Peterborough, dove hanno uno scanner a tre assi. In questo modo, l’ingegnere navale Steve Killing fu in grado di ridisegnare la barca. La nostra impresa è stata importante sotto molti aspetti, che vanno al di là della mia piccola attività e anche di Kilcoo Camp. Stiamo preservando una cultura, e questo è fondamentale. Ron ha 70 anni e la maggior parte dei suoi colleghi vanno per i 60. Penso di essere il più giovane a fare questo mestiere in Ontario, almeno come professione. Parliamo di una decina di persone. È un’arte che sta morendo, principalmente per motivi economici.

D. Quanto è importante la tradizione? r. Penso che sia molto importante, e noi abbiamo il do-

vere di preservare la tradizione e la cultura del Nord America. A differenza dell’Europa, qui in Canada si basa molto sul nostro legame con l’ambiente naturale. Può essere molto difficile lavorare secondo la tradizione, perché economicamente è penalizzante. Mi ci vogliono tre o quattro mesi per costruire una canoa su ordinazione, e non posso farmi pagare quello che dovrei. Perché può essere difficile per i clienti capire quanto lavoro e maestria sono necessari per costruirle. È un lavoro spesso impegnativo e complesso, e ci si deve mettere l’anima. D. Lavorare da solo è un limite o un’opportunità? r. È molto dura, perché mi sento come una mamma single con tre bambini e un lavoro! Devo occuparmi di tutto, dal sito web alla banca alla costruzione alle pulizie... Mi piace molto lavorare da solo, e so che se dovessi collaborare con qualcuno dovrei rinunciare a una parte del controllo. Ma mi piace anche lavorare con gli altri. Se si sa cosa fare e come farlo bene, lavorare insieme è come un balletto. Che oltretutto ti consente di aumentare la produttività. Il vero problema è trovare chi abbia tutte le competenze necessarie per essere utile nel mio lavoro, perché non posso permettermi di crescere un apprendista. D. Cosa pensa, o spera, sarà il futuro dell’artigianato? r. Io spero di poter continuare a sostenere la mia attività, costruendo buone barche, introducendo piccole innovazioni e sviluppando le mie capacità. È importante rimanere nella tradizione, ma non c’è niente di male nel crescere, nel lavorare meglio e più velocemente. Altrimenti staremmo ancora usando canoe scavate nei tronchi o in corteccia di betulla. Io uso abitualmente anche materiali compositi e attrezzature moderne. Quello che conta è che ci sia sempre lo spirito dell’artigianalità. Internet è una grande opportunità per far conoscere il tuo prodotto al mondo. Questo permette all’artigianalità di espandersi. Ma alla fine, e siamo sempre lì, dipende dal consumatore, se è più disposto a spendere per una barca fatta su ordinazione o per un altro prodotto di lusso, che potrà magari usare tutti i giorni. Penso che esisterà sempre un mercato per i prodotti di alto artigianato, sempre che ci sia qualcuno disposto a imparare il mestiere. D. Quindi non pensa di fare canoe per tutta la vita? r. La vita è lunga e bisogna essere pronti ai cambiamenti. Penso che dobbiamo essere in grado di abbracciare altre opportunità e di essere adattabili, specialmente se si vuole vivere la vita che si è scelta. Per quanto mi riguarda, nonostante le difficoltà sto cercando di portare avanti questa opportunità fin dove riesco ad arrivare. Costruendo un’esperienza di vita positiva, che mi arricchisca interiormente e che mi permetta di lasciare una testimonianza della mia esistenza (www.glbw.ca).

Sopra, Marc Russell. Nella pagina a fianco, dall’alto, i morsetti tengono in posizione il trincarino esterno in mogano mentre viene avvitato allo scafo; la flotta di canoe di Kilcoo Camp costruite da Marc Russell.

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james arthurs

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Kevin Preiksaitis - Marc Russell

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In queste pagine, opere dalla collezione del Musée d’Art Moderne et Contemporain di Saint-Étienne Métropole (www.mam-st-etienne.fr). Sopra, Joe Colombo, Sedia Roll, 1962 (metallo cromato e cuoio bruno). Sullo sfondo, allestimento con il mobile W & LT6 dell’australiano Marc Newson, 1996-97.

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IGNAZIA FAVATA, STUDIO JOE COLOMBO.

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Contaminazioni espositive

A SAINT-ÉTIENNE C’È UN LUOGO DOVE SI AFFIANCA L’ARTE CONTEMPORANEA ALLA CULTURA INDUSTRIALE. GRAZIE A CURATORI VISIONARI, FOTOGRAFIA E DESIGN HANNO COSÌ GUADAGNATO, IN FRANCIA E NEL MONDO, DIGNITÀ ESPRESSIVA E LA FORZA DELLA TESTIMONIANZA

di Vincent Lemarchands ( t ra d u z i o n e d a l l ’ o r i g i n a l e f ra n c e s e d i Fra n c e s c a S q u i l l a n te )

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IL MUSEO DELLE

IDEE A cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, a Saint-Étienne, il museo non si è istituito, come nelle altre grandi città della Francia, per decisione e volere dello Stato, ma grazie alle donazioni di patrimoni eterogenei da parte di collezionisti. Fino al 1890, al di fuori delle armi della collezione Oudinot, la collezione del museo era costituita da donazioni e contributi poco significativi: è in quest’anno che Marius Vachon, un curatore indubbiamente ispirato da William Morris e Hermann Muthesius, propone la creazione di un nuovo Musée d’Art et d’Industrie, a metà tra museo e scuola, un centro d’insegnamento artistico e industriale decisamente innovativo che si prefigge di offrire ai lavoratori, così come ai protagonisti economici e industriali della città, un luogo dove trovare risorse e riferimenti artistici. Un luogo dove potersi istruire nei campi dell’arte e dell’estetica. Marius Vachon lancia dunque questo nuovo paradigma; ma le ripetute reticenze lo costringono a rinunciare al suo incarico già l’anno seguente, indubbiamente troppo presto. Occorre attendere quasi 60 anni, ovvero il 1947, perché Maurice Allemand, curatore visionario, metta in subbuglio la vecchia istituzione, ormai trasferitasi nel Palais des Arts. Abile manovratore, moltiplica gli acquisti e sollecita nuovi depositi da parte dello Stato, raduna i lasciti e le donazioni, arricchisce le collezioni d’arte e colma diverse lacune del museo. Riprendendo con prudenza il progetto di Vachon, affianca alle collezioni d’armi e a quelle tessili una terza tradizione industriale locale: la bicicletta. Ma è senza dubbio grazie alla pittura moderna e, in modo particolare, alla sua apertura verso gli Stati Uniti del dopoguerra, punto di riferimento per le avanguardie, che Maurice Allemand proietta la collezione del museo sulla scena europea. Dopo 20 anni di lavoro e di esposizioni brillanti, nel 1967 Allemand lascia il museo e la collezione nelle mani di un giovane curatore di 27 anni, Bernard Ceysson. In una trentina d’anni questo giovane manager instancabile, seguendo l’esempio del suo predecessore, moltiplica gli acquisti di opere importanti. Tanto che nel 1981, al momento della nomina di Jack Lang a mini-

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100 stro della Cultura, l’arte contemporanea in Francia aveva solo due centri espositivi di rilievo al di fuori di Parigi: Grenoble e soprattutto Saint-Étienne. Sollecitando donazioni rilevanti e ottenendo grande supporto da parte di diversi mecenati, riesce a includere nelle collezioni tutti i settori artistici più significativi dell’epoca. Pop art, arte povera, arte concettuale, nuovo realismo, arte minimal, support/surface, Fluxus, neoespressionismo, e molte altre correnti trovano posto nel 1987 all’interno della nuova sede, pensata per ospitare una collezione ormai troppo grande per il vecchio Musée d’Art et d’Industrie: l’attuale Musée d’Art Moderne. Contemporaneamente al cambio di indirizzo, il duo Bernard Ceysson-Jacques Beauffet, a capo del museo, decide di aggiungere due nuove categorie alla collezione di arti cosiddette industriali: la fotografia e il design. Già nel 1986, all’interno dello spazio Caravella 1, la grande e appassionante esposizione Formes du bois (Bernard Ceysson, Jacques Beauffet) permette di esplorare

un secolo e mezzo di evoluzione. Nel 1991, all’interno di Caravella 2, una seconda esposizione intitolata Vivre plastique (Bernard Ceysson, Jacques Beauffet e Claire Fayolle) riconferma la legittimità di costruire una mostra intorno a un materiale (appunto, la plastica). La collezione di design conosce rapidamente uno sviluppo inatteso: la città, grazie all’impulso della vicina École des Beaux Arts, prepara per il 1998 la prima edizione della sua Biennale internazionale del design. Viene presentata nel 1995 con il semplice titolo Design… la nascita di una collezione (Bernard Ceysson, Jacques Beauffet) e completata nel 1996 con Design, 100 nuovi acquisti. Nel 1998, proprio in occasione della prima Biennale, il museo inaugura l’esibizione Prisunic, 19681976 (Françoise Bernicot e Jacques Beauffet). Due mostre segnano la seconda Biennale, nel 2000: la retrospettiva Totem 1980-2000 ( Jacques Beauffet) e Un siècle de design ( Jacques Beauffet), che propone importanti estratti della collezione. Ancora una volta le donazioni

Insieme i pezzi sprigionano una forza stupefacente. Difficile credere che l’unico scopo di questi astuti confronti in piccoli gruppi fosse quello di sottolineare la corrispondenza di date o di materiali, come dei timidi promemoria riguardo a concetti dalla nuova dialettica...

dei collezionisti o delle imprese (Braun, Prisunic, Apple, Bulthaup...) permettono l’entrata nella collezione di pezzi significativi. Durante i primi 15 anni di attività, Bernard Ceysson e Jacques Beauffet presentano diverse volte i pezzi di questa collezione nascente, abbinandovi all’interno di spazi ben studiati alcune opere pittoriche che intessono con il design un dialogo di grande forza. Difficile credere che l’unico scopo di questi confronti tra arte e design fosse quello di sottolineare la corrispondenza cronologica o di materiali, come dei timidi accenni alle relazioni tra arte e industria: nello spirito dei curatori dell’esposizione, e poi nella reazione positiva dei visitatori, si può senza dubbio leggere una valenza più profonda. Come la libertà del pubblico di giudicare questi pezzi nella loro perfezione non per arrivare a un confronto, ma per rintracciare delle equivalenze. In effetti, queste relazioni hanno sempre saputo valorizzare reciprocamente i pezzi, portando a riflettere sui criteri di precisione e di bellezza che si applicano tanto a un’opera d’arte, quanto a un oggetto d’uso comune. Al Rijksmuseum di Amsterdam i capolavori dei grandi maestri della pittura fiamminga sono affiancati ai te-

Qui sopra, Shiro Kuramata, Poltrona How High the Moon, 1986 (metallo nichelato con resina epossidica). A fianco: 1. Raymond Loewy, Gaufrier Type 5355, 1947; 2. Frédérick du Chayla, Divano Fasi, 1993; 3. Mario Bellini, Giradischi GA 45 Pop & Phonoboy, 1968 (Abs e alluminio); 4. Serge Mouille, Lampadario, 1950 circa (metallo laccato nero); 5. Mathilde Bretillot, Console, 1998 (mogano e palissandro dell’Honduras). 6. Anonimo, Occhiali da sole Marcel Cerdan, 1940 circa (acetato di cellulosa).

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1. LOEWY GROUP - 2. FRÉDÉRICK DU CHAYLA - 3. MARIO BELLINI - 4. DESIGN FRÉDÉRICK DU CHAYLA / TOTEM

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Al Centre Pompidou, le presentazioni delle collezioni danno spesso luogo ad affiancamenti misti, avvicinando in questo senso, secondo Roland Barthes, la Citroën Ds al suo status di cattedrale del XX secolo. L’innovazione passa ormai per canali nuovi...

sori dell’ebanisteria, a meravigliosi strumenti scientifici e anche agli oggetti quotidiani dell’epoca, in perfetta coesione. E anche al Centre Pompidou di Parigi le presentazioni delle collezioni danno spesso luogo ad accostamenti di opere diverse, trasformando per esempio la Citroën Ds, secondo Roland Barthes, in una cattedrale del XX secolo. Un importante catalogo dedicato alla collezione del Museo di Arte Moderna di Saint-Étienne Métropole viene pubblicato nell’ottobre 2008, con il sostegno della Cité du Design. La collezione di design ripercorre quasi tutta l���era industriale, dai mobili Thonet al giorno d’oggi. Questo periodo copre dunque tutti i cambiamenti legati allo sviluppo industriale e dà seguito a una mutazione del pensiero produttivo. Ciò non ha nulla di sorprendente in una città che ha approfittato in pieno dei progressi tecnologici del XIX e XX secolo, e che ha sviluppato durante questo periodo una notevole attitudine all’innovazione e all’inventiva; ma le crisi dell’industria mineraria (anni 40-60), dell’industria metallurgica (anni 70-90) e la delocalizzazione delle industrie di biciclette e di armi (anni 80-2000) hanno scosso profondamente la città. Il design, rivendicato come un

balsamo sulle ferite lasciate da queste crisi, porta con sé le tracce delle ferite stesse. L’innovazione industriale che il design può legittimamente mettere in evidenza passa ormai per dei canali nuovi, come, tra gli altri, la progettazione digitale. Ma non potrà fare a meno di un’analisi culturale profonda della crisi produttiva e dei suoi interessi. La collezione di design di Saint-Étienne figura ormai tra le più importanti e significative di Francia, insieme a quella del Centre Pompidou e del Museo di Arti Decorative della capitale. L’ultima collezione, presentata a luglio 2013, è dedicata alla storia delle forme di domani ( Jeanne Brun) e si propone di affrontare le diverse ideologie o forme utopiche per ciascuna delle 22 tappe della collezione. A seguito del grande successo di questa esposizione, senza dubbio dovuto alla ricchezza e alla vitalità del suo approccio pedagogico, ci si aspetta la messa in luce dei meccanismi virtuosi tra Museo di Arte Moderna e Cité du Design (ovvero, tra la collezione di design e la pratica di design), che permetterebbe di incidere nel marmo la profonda complementarità, già invocata mille volte, di queste due istituzioni.

In alto, Jules-Émile Leleu, Letto, poltrone, scrittoio e comodino, 1934 (tubo d’acciaio verniciato, legno massello di faggio e di quercia). Una composizione creata per i sanatori alpini di Guébriant e di Martel de Janville in Alta Savoia. Il letto, che misura 92 x133 x 202 cm, è smontabile e la testa a comodino comprende due cassetti girevoli su di un unico grosso cardine. La sedia visitatore (a sinistra) è un modello di 88 x 60 x 85 cm con molle «sommier», identiche a quelle di un letto.

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Preparare all ’eccellenza

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* Responsabile del Mecenatismo culturale Fondation Bettencourt Schueller

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TUTELANDO L’INTELLIGENZA DELLA MANO La Fondation Bettencourt Schueller sostiene i mestieri d’arte francesi e si spende per favorirne la valorizzazione. Con lo scopo di mettere le ali al talento, riscoprendo nel lavoro manuale un patrimonio nazionale ricco di potenziale

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André e Liliane Bettencourt, insieme alla figlia Françoise Bettencourt Meyers, hanno creato 25 anni fa la Fondation Bettencourt Schueller allo scopo di «mettere le ali al talento», per contribuire così al successo e al prestigio della Francia nel mondo. La missione della Fondazione, riconosciuta di pubblica utilità, abbraccia tre settori d’azione: le scienze della vita, la cultura e la solidarietà. Ed è nell’ambito del proprio programma di mecenatismo culturale che la Fondazione sostiene i mestieri d’arte francesi, e ne favorisce la valorizzazione. Nel 1999, proprio a tal fine, è stato creato il premio Liliane Bettencourt per «l’intelligence de la main»: un’iniziativa sostenuta personalmente dalla stessa Liliane Bettencourt, cresciuta circondata dalle opere di Jacques-Émile Ruhlmann (celebre designer d’interni e grande amico di suo padre) e motivata da una profonda passione per gli oggetti d’arte e per la creatività.

la Fondation Bettencourt Schueller decide di intensificare il suo impegno sviluppando un’importante politica in favore dei professionisti e delle istituzioni dei mestieri d’arte, agendo sulla formazione, sulla produzione, sulla sensibilizzazione, sulla valorizzazione e sulla trasmissione. Sono così state portate avanti delle partnership precedentemente avviate, e se ne sono create di nuove in conformità con lo spirito e i valori del premio: eccellenza, innovazione, interdisciplinarità. La Fondazione si occupa inoltre di valorizzare i mestieri d’arte con occasioni di grande risonanza, in luoghi espositivi generalmente aperti ad altre discipline. Accompagna le Giornate europee dei mestieri d’arte, di cui è partner sin dalla loro istituzione (2002). Nel campo della formazione sostiene progetti innovativi: come la creazione di una cattedra presso la Scuola nazionale superiore di arti decorative di Parigi (Ensad), al fine di incoraggiare la ricerca e la sperimentazione. Invita all’apertura internazionale appoggiando il nuovo programma della Villa Kujoyama, residenza per artisti a Kyoto, ormai aperta ai professionisti dei mestieri d’arte. Consapevole dell’importanza di trasmettere e diffondere quanto più possibile l’eccezionale patrimonio costituito dalle arti decorative francesi, la Fondation aiuta il Museo delle Arti Decorative di Parigi e Sèvres-Città della Ceramica nelle loro iniziative di informatizzazione delle collezioni, e permette loro di sviluppare dispositivi di mediazione elettronica e museale. Incoraggia infine le iniziative di salvaguardia del patrimonio, e sin dalla sua nascita sostiene il programma di formazione e trasmissione del saper fare della Fondation du Patrimoine. Un impegno concreto per un settore ricco di prospettive.

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Il premio dà voce al desiderio di incoraggiare e valorizzare il lavoro manuale, patrimonio francese vivo e vitale, ricco e di grande qualità: sin dall’inizio della propria attività, infatti, la Fondazione ha coltivato la convinzione che questi mestieri possano prosperare nel tempo se si reinventano, se il saper fare si nutre di creatività e di innovazione. L’espressione «intelligenza della mano» indica così la necessaria alleanza tra il talento manuale e il sapere intellettuale, che sempre lo deve guidare. In 15 anni questo premio è divenuto un vero contrassegno di eccellenza per i mestieri d’arte francesi. Consapevole dell’importanza economica del settore, la Fondazione si prende cura dei vincitori anche accompagnandoli e affiancandoli: in questo modo nel corso degli anni si è creata una rete fitta e solidale intorno ai talenti premiati, formando una vera comunità di artigiani e di creativi. Nel 2014

Traduzione dall’originale francese di Alberto Cavalli

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Occhielli

In mistico equilibrio fra l’ineffabile cultura indiana e il saper fare millenario della laboriosa Puglia, Tarshito è un anello di congiunzione fra mondi solo apparentemente antitetici. La sua pratica progettuale e il suo tocco unico sono ispirati da una trascendenza che si fa totalità

L’operaio Il percorso artistico di Tarshito da anni rappresenta l’anello di congiunzione tra la nostra cultura artistica e artigianale e quella orientale. La sua pratica progettuale, carica di riferimenti mistici e spirituali, trova nella cultura del fare indiana la sua più intensa rappresentazione e formalizzazione. Domanda. Tutti conoscono la sua coerenza e il suo amore per i materiali e la cultura mediterranea; qual è la sua posizione di progettista nei confronti del mondo del design e dell’arte applicata? Risposta. Non si tratta di posizioni, magari contrapposte, ma entrambi questi elemen-

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ti che si fondono nel mio approccio, nella mia sensibilità dell’operare. Io, in effetti, mi sento «una congiunzione» fra le varie culture. Sono nato in una zona occidentale del mondo ma ho avuto l’opportunità, anzi, sto avendo l’opportunità di frequentare molti altri luoghi del pianeta Terra e in particolar modo l’India, un luogo dalle profonde radici culturali. Sto studiando un po’ le Sacre scritture, i Veda di 4mila anni fa donati proprio all’India. Questo mio muovermi tra due posti del mondo apparentemente così diversi, apparentemente così antitetici, frequentando la cultura ar-

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La ritualità della materia

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dell’anima di Ugo La Pietra

f o t o d i Y o u n e s s Ta o u i l l

tistica e artigianale dei due luoghi, l’India e la laboriosa Puglia, nel sud dell’Italia, mi sta facendo vedere in maniera abbastanza chiara e forte l’unità fra questi opposti; sto piano piano sentendo «l’Uno», fra l’East e il West. Più viaggi compio, più gente conosco della Puglia (con cui mi relaziono per realizzare ceramiche dorate, grande tradizione dell’Italia), in particolare del sud della Puglia, o più conosco persone tribali dell’India, che usano dipingere le proprie case, le proprie capanne di terra cruda, che dipingono per ringraziare il divino, affinché il raccolto possa andare

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bene, affinché un matrimonio possa andare bene... e più riscopro piccole ritualità un po’ dimenticate. Le riscopro soprattutto in questo luogo del mondo da cui vi sto parlando, l’Italia, di cui indago i riti di fondazione. Da architetto mi capita spesso di parlare con qualche anziano muratore di piccoli danari donati alla madre terra o di altri doni da fare, per cui attraverso le ritualità, attraverso il «vecchio sapere», il saper fare, delle mani, a volte italiane, a volte indiane, a volte albanesi con cui ho la fortuna e la gioia di poter collaborare. Ecco, attraverso questa magica area che

SPAZIO DI ENERGIA

La sala espositiva del villaggio «Speciale Tarshito» a Bari con vasi-scultura dell’artista. In primo piano, a sinistra, Il Vaso, l’Albero e il Rosso, 2013 (Tarshito, V. Di Cillo, P. Giangregorio, R. Garofalo, L. Scarcelli): la struttura è in ferro rivestita di muschio, cortecce, corda (diametro massimo108 cm, altezza 255 cm).

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La ritualità della materia

è il simbolismo, che è la ritualità che va al di là della cultura specifica orientale o occidentale, ecco, attraverso questa area io, man mano nel tempo, ho cominciato a vedere unite queste due parti fino a farne una sola, per cui ciò che io sento non è più una cultura mediterranea o una cultura orientale: è semplicemente cultura. E se prima ho parlato di radici, di ritualità, di simboli, quel che voglio significare è proprio la visualizzazione della radice, di una forma che sto realizzando o che sta realizzando un artista o un artigiano indiano piuttosto che pugliese. Se, attraverso questa forma, il suo simbolo mi porta a un concetto, c’è una forza altrettanto grande che invece mi riporta verso il Trascendente. Per cui, attraverso il simbolo, ciò che è più importante è proprio questa grande profondità che mi permette di entrare nella concettualità. Questo agire mi conduce inevitabilmente all’essenza del progetto, a questa forma di consapevolezza; questo tentativo di avvicinarsi all’essenza è un mezzo per onorare, per offrire lo stesso progetto al Trascendente. Per cui la mia

Se la forma che mi sta ispirando mi porta a un concetto, c’è una forza altrattanto dirompente che mi conduce verso il Trascendente: è l’essenza del progetto, un diverso livello di consapevolezza posizione di progettista nei confronti della creatività è un cammino, è un viaggio. D. Il mondo che guarda con attenzione al rapporto tra progetto e realizzazione artigianale apprezza il suo lavoro carico di oggetti e ambienti che esprimono il valore della manualità legata alle tecniche artigia-

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nali, anche le più arcaiche. Ci vuole parlare dei suoi rapporti con l’artigianalità in generale e perché, in particolar modo, è arrivato a identificarsi con quella orientale? R. Proprio in conseguenza di quanto ho detto, non mi identifico più con «l’artigianalità orientale», ma con l’idea di una unità artigianale. Perché se penso all’unità penso alle persone sia orientali sia occidentali. Penso alle mani, a questo strumento straordinario che sono le mani, uno strumento che accarezza l’argilla, che pialla e subito dopo accarezza il legno, e qui mi piace citare la meravigliosa lettera che don Tonino Bello scrisse a San Giuseppe, il «Grande falegname». Ecco, in questa preghiera, in questa poesia c’è l’essenza, il rispetto dell’artigiano che usa le mani con sensibilità, con la consapevolezza di fare del male alla materia ma che subito dopo è in grado di accarezzarla, di usare degli unguenti per lenirla. Per cui, amo molto lavorare con le persone, non faccio mai un lavoro da solo, mi piace condividere questo momento creativo dando loro rispetto e al momento stesso scorgendo un dono che arriva dalla magia, dal Trascendente. Ecco perché non vorrei più separare le tradizioni, l’artigianalità orientale da quella di tradizione occidentale, ma sentire l’amore che è comune a tutte le civiltà. D. Le sue opere esprimono il desiderio di portare con sé valori simbolici che alludono a una ricchezza spirituale. Come e attraverso quali percorsi è possibile leggere questa sua aspirazione? R. Tenterò di schematizzare il percorso che io cerco di seguire. Immaginando questo processo come se si trattasse di un cerchio, di un’armonia. La creatività è un concetto strettamente legato all’ispirazione, l’ispira-

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107 zione è qualcosa che ci arriva dall’alto, dal Trascendente, per cui rappresenta il primo punto, il punto più in alto di questo cerchio, di questo processo. L’ispirazione entra in noi per arricchire l’idea ricevuta, questo seme di creatività ricevuto viene arricchito con la conoscenza, con lo studio per poi iniziare a germogliare e incontrare la parte intermedia del cerchio, quella del valore morale, del calore, dell’amore, della utilità di questa idea, di questo seme che può diventare utile per le persone. Dopo questo stadio l’idea, il progetto si sposta nella parte più materiale, nella parte che riguarda la «realizzazione» dell’opera. Questa energia che ha guidato l’artista o l’artigiano a realizzare il progetto, la consapevolezza di tutti questi passaggi, di aver ricevuto in dono l’ispirazione di «riconoscersi come operaio» della trascendenza, questo modo di pensare, questa consapevolezza all’oggetto, all’opera, è una forza superiore per cui il cerchio dalla parte più materiale può tornare attraverso l’offerta, che attraverso la consapevolezza di essere solo uno strumento del dono dell’ispirazione può tornare a congiungersi alla trascendenza stessa. Ecco, questo è quanto mi accade quando lavoro per un’opera. È un progetto che mi è man mano sempre più chiaro, un percorso che unisce la materialità della realizzazione dell’opera al suo profumo più spirituale. L’opera dovrebbe trasmettere proprio questo allo spettatore, al visitatore che si trova dinnanzi all’oggetto. Questo percorso molto interiore deve essere un movimento dinamico, brillante, in grado di contagiare chi si riconoscerà in questo tipo di energia. Questo è il mio percorso. D. Recentemente ha inaugurato in Puglia uno spazio dedicato alla ricerca, sperimen-

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tazione e valorizzazione della cultura materiale: un percorso che porta a raggiungere obiettivi di solidarietà e spiritualità. Ci vuole raccontare di questo progetto? R. Ho inaugurato ai primi di dicembre 2013 questo spazio, un villaggio di nove architetture, un complesso degli anni 50 situato in una periferia laboriosa di Bari; mi sono innamorato dell’energia di questo posto, io l’ho trovato abbandonato da più di 20 anni, ma era un villaggio in cui si lavorava l’oliva, si faceva la sansa. Ecco, questa laboriosità mi ha fatto innamorare del luogo che ora ho in parte ristrutturato e ho così iniziato a viverlo. Questo vuole essere un villaggio, mi piace chiamarlo Piattaforma perché la piattaforma è un luogo di movimento, un movimento verso la tua interiorità o verso l’altro, mi trasmette l’idea di un cammino, lo stesso percorso che io sento di fare impastando creatività e spiritualità. Questo luogo vorrei fosse una base, una base per tutti coloro che come me vogliono condividere, mettere insieme creatività, spiritualità e tradizione. Quando dico tradizione intendo la tradizione del fare, artigianato e arti applicate, ma intendo anche «le grandi tradizioni orali», l’eredità dei maestri spirituali, spiritualità pura. Questi due pilastri incontrano il grande dono che unisce la materia del saper fare e la magia della luce, del divino attraverso l’ispirazione, la creatività, questo vibrare per la comprensione del grande suono della vita stessa. Un grande spazio comodo per il «sat-sanga» (mi piace usare questo termine sanscrito) che significa «riunione di persone con lo stesso fine», un luogo per fermarsi a sentire la propria presenza, per imparare a sentirsi parte di qualcosa di grande e meraviglioso come la vita.

spirito Creativo

In basso, alcune immagini del villaggio «Speciale Tarshito». L’artista vuole riempire questo luogo con «Creatività», espressa nelle varie discipline (architettura, pittura, scultura, design...), «Spiritualità», attraverso la conoscenza di vari maestri spirituali e «Tradizione», applicata nei differenti settori (doratura, costruzione della carta, foderatura, ceramica; www.tarshito.com).

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FAI, voce del verbo FARE. Ogni giorno lavoriamo per tutti, anche per te. Dal 1975, grazie alla generosità di cittadini, aziende e istituzioni illuminate, il FAI - Fondo Ambiente Italiano salva e riapre al pubblico monumenti e luoghi di natura unici del nostro Paese; coinvolge milioni di persone al rispetto del paesaggio e dei Beni culturali e svolge un’azione di difesa intervenendo attivamente sul territorio.

Foto Luca Simoncello, 2011 © FAI - Fondo Ambiente Italiano

Castello e Parco di Masino Caravino, Torino

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Armonia che illumina

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Pascal e Stéphane Luthy sono capaci di interpretare le vibrazioni della personalità di ciascun cliente. è così che la loro Maison Dupin a Ginevra ha arredato residenze, ambasciate e boutique, forte di una cifra espressiva che va dalla lavorazione del «legno luminoso» alla passamaneria, alla pittura di Alberto Cavalli Un’invenzione hi-tech Il legno luminoso, capolavoro di ebanisteria e tecnologia, è un’invenzione firmata Dupin: il legno viene illuminato dall’interno per rivelare tutta la sua bellezza. La Maison che si occupa di architettura e design di interni si trova a Ginevra, in rue Eugene Marziano 22 (www.maison-dupin.ch).

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Il linguaggio della personalità

Arthur Schopenhauer scriveva che in ogni arte la semplicità è essenziale. Una semplicità che non va mai intesa come una deprivazione, o come una mortificazione del gusto, ma come una saggia e temperata rinuncia a tutto ciò che renderebbe ridondante il messaggio. Nel caso di Dupin, Maison di architettura e design d’interni fondata a Ginevra nel 1820, l’arte è quella sopraffina delle lavorazioni del legno: falegnameria, ebanisteria, intaglio, intarsio, scultura. E il messaggio, portato avanti oggi dai fratelli Pascal e Stéphane Luthy, nipoti di quell’Albert Luthy che nel 1944 rilevò la Maison Dupin dalle eredi, è quello di trasmettere eleganza, armonia e originalità attraverso complementi d’arredo che parlino il linguaggio della personalità, dell’unicità e della ricerca. Ricerca del legno, in primo luogo: «Non smetto mai di guardarmi intorno per acquistare i lotti migliori, i più ricercati e rari», spiega Pascal, formazione da ebanista ed esperienza da designer acquisita negli Stati Uniti. Una visita al deposito di rue Marziano, dove vengono tenute le essenze, è come un viaggio iniziatico nella cava di un alchimista: di ogni legno Pascal mostra le venature, le sfumature, i colori. Miracoli grafici della natura, che la mano dell’uomo renderà ancora più preziosi e belli: «Noi li scegliamo già di qualità eccezionale e ne mettiamo in valore la profondità. Il filo conduttore è sempre la plausibilità del progetto e la perfezione del dettaglio», prosegue. Ma la ricerca di Dupin va anche verso una progettazione sempre personalizzata: «Ci piacciono i progetti rifiniti fin nel dettaglio: la realizzazione artigianale è sempre in dialogo con una capacità progettuale che studia tutte le atmosfere, e che permette di scegliere sempre i migliori materiali», conferma Stéphane, architetto. I migliori materiali e, dunque, le lavorazioni più adeguate: la Maison, che dell’elaborazione del legno ha fatto la sua cifra espressiva principale, in realtà nel corso degli anni ha ampliato i propri laboratori sino a comprendere la tappezzeria, le courtepointières (tende, festoni, drappeggi...), la pittura, l’esecuzione di tappeti su misura tagliati e annodati a mano, la passamaneria. «Ascoltare i desideri del cliente significa entrare in contatto con il suo mondo più privato, dove convivono una rappresentazione di se

A tutti i nostri progetti possiamo integrare una domotica che non disturbi l’estetica

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stessi e un’espressione intima della propria personalità», commenta Pascal. «Per questo i nostri artigiani non sono solo esecutori: la realizzazione a regola d’arte è essenziale, ma anche le fasi di montaggio in loco devono essere perfette e rispettose di un ambiente di cui noi siamo responsabili, tanto quanto il cliente». Il ricambio generazionale non è un problema per la Maison: «Abbiamo tre ebanisti fratelli. Il padre di uno dei nostri tappezzieri aveva fatto qui l’apprendistato, con nostro padre», sorride Stéphane. Segno di un orgoglio professionale che si trasmette con ogni gesto, mirato a creare complementi d’arredo destinati a clienti discreti ed esigenti, che a Dupin hanno affidato spesso l’arredamento di intere residenze: «Il miglior modo per capire se un cliente è stato soddisfatto del nostro lavoro è saper attendere», rivela Pascal, «aspettare la telefonata che ci annuncia l’acquisto di una nuova proprietà, e quindi lo studio e la realizzazione di tutti i nuovi ambienti». La maestria della Maison Dupin ha nel corso degli anni saputo conquistare anche committenti meno discreti, ma non per questo meno esigenti: curate dai fratelli Luthy sono infatti le boutique Cartier e Van Cleef & Arpels di Ginevra, nonché diverse ambasciate elvetiche in giro per il mondo. E case meravigliose, dove la grande artigianalità di Dupin nasconde una ricerca tecnologica molto avanzata: «In ogni nostro progetto possiamo integrare una domotica molto efficiente, che non turba minimamente l’armonia esteriore degli ambienti», conferma Pascal, che lavorando su temi e suggestioni ha elaborato una sua personalissima creazione: il legno luminoso. I quattro mobili in cui il legno luminoso è protagonista sono compresi in una collezione che da Pascal Luthy prende il nome, e vengono prodotti in edizioni limitate. Sono autentici capolavori di ebanisteria e tecnologia: la console, il comodino, la scrivania e il quadro sono realizzati utilizzando lastre sottilissime di essenze pregiate, che vengono montate e rifinite con vari tipi di legno, laccate e retro-illuminate. Attivando le luci interne, il legno si accende rivelando le linee, i segni, i messaggi che la natura ha scritto con mano infallibile. E che le mani della Maison Dupin hanno tradotto in opere d’arte, senza disperderne il valore intrinseco: la semplicità della bellezza.

Laboratorio di famiglia Sopra, i fratelli Pascal e Stéphane Luthy, titolari della Maison Dupin. A fianco, dalla progettazione alla realizzazione dei mobili, dall’imbottitura delle poltrone alla creazione di tende e complementi tessili, i laboratori ginevrini di Dupin sono un’autentica fucina di mestieri d’arte.

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Saggi del mestiere

La misura della

maestria La Fondazione Cologni ha promosso un’impresa critica, ardua e preziosa: ricercare i criteri per una corretta valutazione dell’eccellenza di Alessandra de Nitto

foto di Emanuele Zamponi Il nuovo saggio della collana Ricerche di Marsilio Editori, a cura della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, che ha al suo attivo ormai diversi titoli dedicati all’indagine scientifica a tutto campo sul mestiere d’arte, propone una stimolante e inedita riflessione sulla maestria artigianale e il suo valore. Proposta quanto mai utile e densa di significati perché analizzare e valorizzare l’eccellenza artigiana appare oggi più che mai vitale per comprendere origini e futuro del più autentico made in Italy, dietro il quale si situa con un ruolo chiave il nobile saper fare dei maestri d’arte. Con questo appassionante studio, sviluppato da Alberto Cavalli, ricercatore, giornalista e direttore della stessa Fondazione Cologni, con il contributo di Giuditta Comerci e Giovanna Marchello, si tenta attraverso un percorso molto nitido e condivisibile di arrivare alla creazione di una sorta di format di valutazione dell’eccellenza nel mestiere d’arte, che prenda in esame, combinandoli e raffrontandoli, sia criteri relativi al soggetto (creatività, competenza, formazione, talento, interpretazione), sia termini che ne definiscono le attività relazionali e territoriali (territorialità, tradizione), sia concetti che si legano in maniera più oggettiva al manufatto creato dal maestro (autenticità, originalità, artigianalità, innovazione). A partire dall’indagine del ruolo imprescindibile del mestiere d’arte nell’eccellenza produttiva italiana, la ricerca costruisce passo passo una sorta di vera e propria matrice valutativa, nella consapevolezza dell’impossibilità di arrivare a un’oggettività scientifica ma anche nella convinzione di poter offrire una base il più possibile chiara, documentata e utile in più contesti alle caratteristiche che un prodotto artigianale eccellente dovrebbe possedere. Ciò significa facilitare la comprensione, ma anche la trasmissione e la messa in valore della sua unicità e bellezza, contribuendo a una forma di educazione e di riconoscimento

Sono 12 i maestri d’arte lombardi che sono stati intervistati per Il valore del mestiere: la loro testimonianza ha portato tridimensionalità all’indagine scientifica. Dal basso, alcune creazioni del grande ebanista Pierluigi Ghianda, definito «il poeta del legno»; il laboratorio del sarto milanese Carlo Andreacchio, titolare dell’atelier A. Caraceni.

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di quel «bello ben fatto» che del made in Italy è ingrediente principale. Per arrivare all’ipotesi di tale matrice la ricerca scandaglia e compara in primo luogo la legislazione nazionale e quella di alcuni dei più significativi Paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito) in materia di mestieri d’arte, inglobando nell’analisi l’esempio del Giappone, un Paese che può vantare una grande tradizione e soprattutto una speciale sensibilità sul tema della protezione e valorizzazione del suo artigianato d’eccellenza, facendo scuola sul tema; analizza poi in dettaglio i disciplinari di produzione e le competenze territoriali, estrapolando una serie di definizioni ricorrenti, che diventano base per l’individuazione dei termini-concetti su cui si fonda l’eccellenza artigiana. A questa indagine si aggiunge un’importante riflessione sulla percezione dei mestieri d’arte in Italia, sulla base della ricerca sociologica a campione condotta da Enrico Finzi su mandato della Fondazione Cologni. Fondamentale inoltre il contributo di alcuni autorevoli maestri d’arte lombardi, chiamati a verificare preliminarmente la validità della matrice e del relativo sistema di classificazione. Si giunge così alla sintesi ragionata delle indicazioni emerse dallo studio analitico dei disciplinari artigiani e della legislazione, dalle opinioni degli esperti (sociologi, filosofi, economisti, artisti e maestri d’arte, storici dell’arte, letterati...), dalla ricerca sociologica e infine dalle interviste ai maestri. La matrice di rating così ottenuta ha finalità non soltanto valutative, ma anche promozionali. I criteri delineati come parole chiave, termini-concetti su cui basare la valutazione, disegnano l’ideale perimetro di riferimento dell’alto savoir-faire e sono rias-

sumibili in artigianalità, autenticità, competenza, creatività, formazione, innovazione, interpretazione, originalità, talento, territorialità, tradizione: termini spesso ricorrenti nel dibattito culturale intorno al mestiere d’arte, ma qui sistematizzati e utilizzati all’interno di un inedito sistema di rating. Messo a punto per l’utilizzo da parte di un’apposita commissione di esperti, il sistema consente di «pesare» ognuno dei termini-concetti indicati assegnando un voto alle diverse sottocategorie, secondo un semplice range di valutazione per punteggi. L’auspicio dei ricercatori è che tale strumento, che dovrà naturalmente essere testato e perfezionato sul campo, possa risultare utile nell’individuazione, promozione e tutela dell’eccellenza artigiana e soprattutto possa fungere da incentivo per mantenerla, migliorarla o riscoprirla. Ed è proprio nelle testimonianze dei maestri lombardi, selezionati all’interno della ricerca quale campione significativo dell’intelligenza della mano in settori diversi, dalla sartoria agli strumenti musicali, dal teatro di figura alla ceramica, dal ricamo all’ebanisteria, dall’oreficeria al ferro battuto alla carta, che la teoria prende senso, forma e sostanza. Carlo Andreacchio, Renata Casartelli, Caterina Crepax, Elena Dal Cortivo, Pierluigi Ghianda, Pino Grasso, Eugenio Monti Colla, Gio Batta Morassi, Alessandro Rametta, Lorenzo Rossi, Gabriella Sacchi, Filippo Villa: è nelle loro straordinarie e coinvolgenti testimonianze, così dense di esperienza e di conoscenza, di talento e di passione, che pulsa il cuore più autentico di questa ricerca ed è grazie alle loro parole che possiamo davvero comprendere la grande bellezza, l’alta moralità, il valore profondo del lavoro artigiano.

Sulla copertina del volume Il valore del mestiere di Alberto Cavalli, pubblicato da Marsilio Editori, è raffigurata una rosetta in pergamena realizzata dalla maestra milanese Elena Dal Cortivo. In alto, una delicata fase di verniciatura del violino, eseguita presso l’atelier cremonese di Gio Batta Morassi.

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Ri-sguardo

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LA FORMULA SEGRETA DEL DETTAGLIO

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Il sogno di ogni alchimista è sempre stato quello di trasformare i metalli comuni in oro. Storie, leggende, racconti ci parlano dei misteriosi laboratori degli alchimisti, un po’ scienziati e un po’ stregoni, in cui avvenivano arcane trasmutazioni o assai più prevedibili fallimenti; la storia dell’arte li illustra come antri ricchi di provette, alambicchi, ampolle, con una fitta rete simbolica che rimanda ai pianeti, ai numeri e a tutto quanto di esoterico ed evocativo gravitava intorno alla trasformazione della materia. Il passaggio dal piombo all’oro era inteso non solo in senso fisico, ma anche spirituale: il vero alchimista era anche a suo modo un ricercatore di verità, che desiderava elevare se stesso dal rango più basso della conoscenza (identificato dal piombo) al livello più elevato della sapienza e della consapevolezza, rappresentato dall’incorruttibilità dell’oro. Chi sono gli alchimisti di oggi? Sarebbe scontato e fuorviante paragonare i laboratori dei misteriosi ricercatori del passato, con le loro pozioni e i loro trattati segreti, agli atelier dei maestri d’arte del presente. Sarebbe una forzatura che non renderebbe giustizia né agli uni né agli altri: gli alchimisti non erano artigiani, e i maestri d’arte non si affidano alla magia ma al talento e alla pratica. E tuttavia, rintracciare nell’opera dei più grandi artigiani alcuni dei tratti più nobili o caratteristici dell’antica alchimia non è così difficile. Innanzitutto, la nobilitazione. La mano del maestro, il suo tocco, la sua visione nobilita i materiali e ne promuove la bellezza; dona anima al progetto; trasforma un disegno in un prodotto che qualcuno amerà, vorrà,

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acquisterà, custodirà. La presenza di lavoro manuale di alto livello eleva il livello dell’oggetto, ne fa progredire il valore, gli restituisce la sua vocazione di manu-fatto. Un secondo tratto è quello della sperimentazione. Credo che le leggi e le normative vietino ai maestri d’arte di utilizzare le salamandre, i draghi o le strane tinture degli alchimisti; ma i liutai non utilizzano forse, ancora oggi, una resina rossa che si chiama Sangue di drago? E non sono forse i laboratori artigiani, oggi, i luoghi dove più facile appare la sperimentazione nell’ambito dei beni di eccellenza? Solo lì si possono trovare i maestri in grado di cogliere le sfide delle grandi manifatture, sempre più alla ricerca di una personalizzazione del prodotto che sappia conquistare i clienti più esigenti. Solo i più grandi artigiani sanno interpretare alla perfezione le intuizioni degli stilisti o dei designer, e seguirne le sperimentazioni fino a creare sempre qualcosa di nuovo, di inatteso. E infine, i segreti. L’ermetismo era uno dei tratti peculiari dell’alchimista, che usava codici e formule coperti dal mistero; la fitta trama simbolica che corredava gli esperimenti alchemici era al contempo un linguaggio per gli iniziati e un metodo per preservare il valore delle loro scoperte. Parimenti, i veri maestri hanno i loro misteri: non si parla forse dei «segreti del mestiere»? Non sono forse i laboratori e le botteghe, ancora oggi, i luoghi dove si tramandano le lavorazioni più complesse, trasmesse da una generazione all’altra o dal maestro all’apprendista? E non è forse vero che il mestiere non si può mai davvero apprendere su libri e manuali ma si deve sempre «rubare con l’occhio», cercando di scoprire i suoi accorgimenti? Il lavoro artigianale non è magia, né alchimia, né suggestione. È un’attività manuale che impegna la creatività della mente e la passione del cuore, ed è un impegno che dura per tutta la vita. Ma proprio come gli alchimisti, anche i nostri maestri d’arte puntano a trasformare in oro tutto ciò che toccano: i materiali, i progetti, le idee. Dal piombo della massificazione all’oro del su misura, del ben fatto, del dettaglio che, anche quando viene applicato su scala più grande, fa la differenza. Gli alchimisti ci hanno sempre provato. I veri maestri ci sono sempre riusciti.

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Mestieri d'Arte & Design n°10