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MESTIERI D’ARTE

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Mestieri d’Arte

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Poste Italiane S.p.A-Sped. In Abb.Post.- D.L353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art.1 comma 1 LO/MI Aut.Trib. di Milano n.505 del 10/09/2001 Supplemento al N.88 di Monsieur

D A L L’ O R O A L L A C E R A M I C A DAL MOSAICO AL DIAMANTE DAL TESSUTO AL PROFUMO. STORIE IDEE E PROTAGONISTI D E L L’ E C C E L L E N Z A N E L L’A R T E A P P L I C ATA


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Editoriale

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IL VALORE DEL MESTIERE In Italia esiste un grande patrimonio di manualità e creatività artigianale. Ora voglio difenderlo ricordando che anch’io ho iniziato sporcandomi le mani in una bottega di tipografo...

QUESTIONE DI CARATTERE A destra: sopra il carattere, o tipo, della lettera «M» con il glossario delle sue caratteristiche. Sotto, una fase del lavoro tipografico. Le illustrazioni sono tratte da Il carattere in tipografia. Omaggio a Giambattista Bodoni di Marina di Berardo (Sintesi Grafica, 1989). A sinistra: studio di impaginazione di una frase di Galileo Galilei all’interno di un alfabeto. Illustrazione tratta da Dalla calligrafia alla fotocomposizione di Herman Zapff (Valdonega, 1991).

Mente, mani, materia, manifattura, Monsieur. Ecco almeno cinque buoni motivi per aver pensato, amato, progettato e realizzato Mestieri d’Arte. Ho sempre avuto molta attenzione ai dettagli, come ricorderete sei anni fa realizzai il primo speciale Made in Italy, partendo da una considerazione ben precisa: il vivere italiano o, se preferite, l’italianità. Il nostro, infatti, è un immenso patrimonio di manualità e creatività artigianale. Linee architettoniche, tagli a volte impossibili, prospettive, colori, disegni e dipinti mozzafiato, gallerie maestose. Un vero e proprio trionfo della capacità artistica artigianale di un’Italia celebrata e ammirata nel mondo intero. Nei secoli questa cultura si è tramutata e consolidata in una grande capacità di creare e produrre vestiti, calzature, vini, borse, gioielli. Da nord a sud, dall’est a ovest. Tutto il mondo, da sempre, guarda all’Italia e ne rimane puntualmente affascinata. Il padre gesuita Matteo Ricci nel ‘600 conquistò perfino la lontana Pechino, senza armi ma con la cultura italiana. Quel primo numero di Made in Italy era un’opera artigianale, con una vera cucitura in copertina e il titolo racchiuso in un’etichetta-bandiera in difesa di creatività e tradizione italiane. Dopo sei anni sentivo l’esigenza di andare oltre, di affrontare un terreno più aperto perché oggi molti, con ipocrisia assoluta, dichiarano di fare made in Italy, ma la verità è che pochi lo fanno veramente. Quindi pensavo a un giornale ancora più vicino alla verità, ancora più adatto ai tempi. Un giorno

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confrontandomi con Franco Cologni, parlando e analizzando i vari temi sviluppati negli anni dai miei giornali e dalla sua esperienza con la Fondazione dei Mestieri d’Arte, è nata la voglia, l’esigenza, quasi l’urgenza di affrontare questo cammino insieme. Così in 40 giorni i nostri pensieri si sono fusi e abbiamo dato vita e materia all’idea. Abbiamo reclutato amici come Ugo La Pietra e Gillo Dorfles, e tanti altri collaboratori ed esperti di artigianato. L’arte applicata oggi è entrata nelle aule accademiche; è diventata oggetto di corsi universitari; è studiata, analizzata e tramandata a vantaggio delle future generazione come dimostra la straordinaria esperienza dell’Università Cattolica di Milano. Io mi sono gettato nell’impresa nell’unico modo che conosco: sporcandomi le mani. Dirigerò questo giornale come uno chef, cucinando al meglio gli ingredienti forniti dagli illustri collaboratori e amici con i quali condivido questo progetto. Tra questi amici c’è anche Carlo Cracco che ha collaborato alla realizzazione del logo nella sua cucina, tra una portata e l’altra, maneggiando con maestria le foglie d’oro e aggiungendo così un sapore tutto speciale. Per me Mestieri d’Arte è un ritorno al passato, al 18 settembre 1969 quando in tipografia, con la cassa rossi o francese, carattere dopo carattere appoggiavo sul vantaggio la riga composta, tenuta da legnetti di 6 punti, con una 1/2 riga; componevo la pagina e poi con il torchio realizzavo la prima bozza. Oggi, dopo 40 anni sono tornato alle origini per capire i veri valori della vita e della professione.


4 Mestieri d’Arte

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IN COPERTINA Opera in legno e vernice di Cristina Dal Ben.

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Opinioni

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Fatto ad Arte di Ugo La Pietra IN DIFESA DI UNA VERA CULTURA DEL FARE

Pensiero Storico di Gillo Dorfles FINALMENTE È PACE TRA DESIGN E ARTIGIANATO

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Sommario

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Editoriale IL VALORE DEL MESTIERE di Franz Botré Botteghe Libri Premi Iniziative Fiere Mostre ALBUM a cura di Stefania Montani Dedizione Senza Tempo TRAME PER TRADIZIONE di Marco Gemelli Maestri Contemporanei LE SCULTURE DEL CUORE di Alberto Cavalli Botteghe Storiche VISIONI DI CERAMICA di Franco Bertoni Dibattito d’Autore LA NATURA DELLA LUCE di Simona Cesana Maestri d’Arte LAURA TONATTO. UNA ROSA DI SUCCESSO di Alberto Cavalli Dossier Gioielleria Italiana DALL’ATELIER ALL’IMPRESA di Luana Carcano Lavorazioni di Stile ESOTICO PREZIOSO INIMITABILE PANAMA di Giancarlo Maresca Cattedrali del Design ROSSANA ORLANDI. UNA GALLERIA PER L’ARTE APPLICATA di Ugo La Pietra Università di Lorenzo Ornaghi L’ARTIGIANATO SALE IN CATTEDRA Ri-sguardo di Franco Cologni L’URGENZA DI TRASMETTERE UNA GRANDE ESPERIENZA


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MESTIERI D’ARTE Semestrale – Anno I – Numero 1 Giugno 2010 Direttore responsabile ed Editore: Franz Botré Direttore editoriale: Franco Cologni Direttore creativo: Ugo La Pietra

Redazione Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte Direttore generale: Alberto Cavalli Editorial director: Alessandra de Nitto Organizzazione generale: Susanna Ardigò Hanno collaborato a questo numero Testi: Giulio Francesco Bagnale, Franco Bertoni, Luana Carcano, Simona

Tesori da Scoprire ARPE. SINFONIA ARTIGIANA di Renato Meucci Sapori e Saperi RICETTE FINISTERRE di Giulio Francesco Bagnale Ospite d’Onore QUEL GUSTO DI PROVARCI SEMPRE di Carlo Cracco Eccellenze dal Mondo MAKI-E. IL FASCINO MILLENARIO DELLA LACCA GIAPPONESE di Paolo Gobbi Nobili Caratteri QUANDO GLI ANGELI ESULTANO di Alessandra de Nitto Scuole d’Eccellenza PRENDERE LA TESSERA di Paolo Coretti Mestieri dello Spettacolo CREATIVITÀ IN SCENA di Giovanni Soresi Musei Segreti MOBILI NELLA STORIA di Simona Cesana

Cesana, Paolo Coretti, Marco Gemelli, Paolo Gobbi, Andrea Grignaffini, Giancarlo Maresca, Renato Meucci, Stefania Montani, Lorenzo Ornaghi, Luciano Revelli, Giovanni Soresi. Immagini: Laila Pozzo, Amalia Violi, Emanuele Zamponi.

Pubblicazione semestrale di Swan Group srl Direzione e redazione: Via Francesco Ferrucci, 2 20145 Milano Telefono: 02.3180 891 info@monsieur.it

Mestieri d’Arte è un progetto della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte Via Statuto, 10 – 20121 Milano www.fondazionecologni.it © Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte. Tutti i diritti riservati. Manoscritti e foto originali, anche se non pubblicati, non vengono restituiti. È vietata la riproduzione, seppur parziale, di testi e fotografie.

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Fatto ad Arte

IN DIFESA DI UNA VERA CULTURA DEL FARE Negli ultimi anni molti Istituti d’Arte hanno smantellato i laboratori dove generazioni di giovani hanno appreso i segreti di un lavoro di qualità

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n Italia, fin dalla «riforma Gentile» è sempre stata più importante la cultura umanistica rispetto a quella materiale, al punto tale che per quasi un secolo fare arte è sempre stata una pratica con meno diritti, e a cui sono state date meno risorse (vedi gli istituti d’arte, le accademie di belle arti e di musica). Ciò nonostante l’arte applicata è stata per molti anni coltivata all’interno di un notevole numero di istituti d’arte distribuiti su tutto il territorio italiano. Erano luoghi nati in stretto rapporto con le risorse del territorio: ecco quindi che a Volterra erano attivi i laboratori per la lavorazione dell’alabastro, come a Caltagirone quelli per la ceramica… Così, anche se non esistevano vere e proprie convenzioni tra gli istituti e le botteghe artigiane, vi era un continuo e utile scambio tra scuola e realtà esterna, attraverso la presenza, generazione dopo generazione, degli allievi che andavano a lavorare nelle strutture produttive esterne alla scuola stessa. Chi, negli ultimi tempi, ha frequentato gli istituti d’arte, ha sicuramente riscontrato una situazione estremamente diversa e compromessa rispetto al modello originario: molti istituti, soprattutto al Nord, da tempo hanno smantellato i laboratori dedicandosi a sviluppare sempre di più la cultura del progetto, e oggi la loro decadenza è ancor più accentuata per le recenti riforme che li assimilano sempre più ai licei. Una curiosa inversione di tendenza proprio in un momento in cui sembra che la cultura del progetto stia recuperando il valore aggiunto del «fatto ad arte» e della manualità artigianale, anche grazie alle tante manifestazioni (vedi le mostre tematiche tra il 1986 e il 2000 ad Abitare il Tempo,

«Genius Loci» e «Progetto e territori»; le collezioni presentate alla fine degli 80 e 90 nelle mostre Abitare con Arte a Milano e Le diversità a Firenze presso la Fiera di artigianato realizzata all’interno della Fortezza da Basso) in cui per la prima volta sono stati invitati architetti e designer a progettare oggetti che sarebbero stati realizzati da aziende che non avevano mai avuto l’occasione di relazionarsi con la cultura del progetto, come i mobilifici classici o in stile, i ceramisti della tradizione come quelli di Deruta o Vietri sul Mare.

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Da tempo, in un mercato sempre più globale, il nostro design sta cercando di sviluppare una propria produttività proporzionata alla propria realtà e così non ama più chiamarsi «disegno industriale» e guarda con attenzione a tutte le forme di piccola produzione in cui l’elevato livello di eccellenza è raggiungibile attraverso l’uso di nuovi materiali ma anche e soprattutto attraverso i valori raggiunti da un «alto» artigianato. Questa consapevolezza dovrebbe spingere la nostra società a riportare nel suo giusto valore la «cultura del fare» operando una profonda trasformazione nell’assetto didattico-disciplinare, costituendo strutture culturali e istituzionali come «musei di arti applicate», incentivando convenzioni tra strutture didattiche e i laboratori esterni (quelli sopravvissuti), cercando momenti di confronto (seminari, mostre, dibattiti) in grado di verificare le linee di conflitto e/o di contaminazione tra l’arte, l’arte applicata e il design, mettendo in evidenza i valori di un’area disciplinare come quella dell’arte applicata che si distingue dall’arte e dal design per dare un percorso artistico creativo che parte dalla materia e dalla sua manipolazione.


Forme d’amore A Firenze, tra pelli di pregio e gesti antichi, Saskia Wittmer crea calzature su misura

Inseguendo un sogno, quello di creare e realizzare scarpe veramente su misura, Saskia Wittmer un giorno è arrivata a Firenze. Qui, lei tedesca di Berlino ha trovato l’atmosfera migliore per far crescere la propria passione per il lavoro manuale che nasce dal cuore. «La vera calzatura artigianale non nasce solo quando si prendono le misure del piede ma quando incontro il cliente, ascolto la sua storia, prendo nota dei suoi desideri. E tutte queste informazioni le modello in una scarpa speciale, unica, inimitabile e irripetibile», spiega lei quasi senza interrompere il lavoro. Dopo un primo apprendistato in Germania e dopo un se-

condo periodo a scuola di un maestro fiorentino, Saskia ha spiccato il volo e oggi la sua bottega è frequentata da un pubblico attento alla qualità: un piccolo salotto dove si fa cultura, la si produce nei tanti gesti di una tradizione sapiente, nella scelta dei migliori materiali, in quel profumo di pelle, colla e umanità che accompagna ogni fase della lavorazione con la consapevolezza di realizzare qualcosa di importante. Perché, come sottolinea Saskia: «Un paio di scarpe fatte bene non aiutano solo a camminare rispettando la personalità di chi le indossa, ma sono fondamentali per vivere bene. E quindi per pensare meglio».

La bottega artigiana di Saskia Wittmer è a Firenze, via Santa Lucia 24/r. Telefono 055.293291. www.saskiascarpesumisura.com


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Pensiero Storico

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Dopo l’infatuazione modaiola delle ultime stagioni, si sta recuperando un equilibrato rapporto tra artigiani e assertori del progetto industriale. A vantaggio di tutti

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FINALMENTE È PACE TRA DESIGN E ARTIGIANATO

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opo i primi tentennamenti e le molte titubanze, la società umana ha finito per accettare l’avvento di un nuovo metodo ideativo e produttivo dell’oggetto d’uso, dal mobile ai primi esemplari di strutture legate alla meccanica, si è giunti così all’affermazione del design, ossia della progettazione realizzata per la produzione di serie, con l’abbandono quasi completo della manualità. L’avvento del design fu foriero di numerosi equivoci soprattutto riguardo alla produzione artigianale che dalla più remota antichità fino ai nostri giorni aveva adempito al prezioso compito di ideare e realizzare buona parte degli oggetti che ci circondano e di cui quotidianamente ci avvaliamo. Oggi, dopo un secolo di assuefazione e poi di storicizzazione del design, dopo l’avvento della formula bauhausiana che divide forma e funzione indissolubilmente legate e dopo che si bandì, con calvinistica prosopopea, ogni decorativismo e ogni edonismo dall’oggetto di serie, assistiamo finalmente al ritorno di un maggiore equilibrio tra gli assertori della progettazione in serie e quelli che ancora ritengono possibile, anzi incoraggiabile, un’attività manuale dell’uo-

mo e dell’artista. La presenza, insomma, di una vasta gamma di produzioni artigianali nei settori della ceramica, del vetro, del legno, e in generale di molti elementi parzialmente riferibili anche a molti prototipi del design, fa sì che si sia giunti finalmente a una nuova pacificazione degli assertori di un design «a tutti i costi» e si stia recuperando un esercizio e l’attivazione di molti settori, soprattutto i più tradizionali, dell’oggetto artigianale.

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Naturalmente sarebbe assurdo voler fare «passi indietro» per tornare a forme di produzione manuale nel territorio dove la macchina e i nuovi artifici elettronici sono in grado di elaborare direttamente la realizzazione di un progetto; ma non c’è dubbio che tutta una categoria di oggetti, dal mobile al gioiello, dalla lampada alle stoviglie, hanno ancora il «diritto» di poter essere progettati per una piccola serie o addirittura per un esemplare unico non ripetibile, che conferisce a questi prodotti quella carica estetica e simbolica che è assente dalla maggior parte degli oggetti di design e che determina una vera proiezione della persona umana nel mondo degli oggetti che ci circondano e che sono parte integrante della nostra società.


UNA TRADIZIONE CONTINUA Sugli strumenti dell’artigiano viene conservata un’impronta di sapienza di infinità utilità anche nelle applicazioni contemporanee.


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a cura di Stefania Montani

ANTICA PASSAMANERIA MASSIA 1843 Torino, via Barbaroux 20 In pieno centro storico, l’Antica Fabbrica Passamaneria Massia è una parte di storia della città. E non soltanto

Botteghe Libri Premi Iniziative Fiere Mostre

perché gli antenati degli attuali proprietari fornirono le passamanerie per l’esercito regio, durante le Guerre di Indipendenza, ma anche perché con i loro telai e le lavorazioni artigianali Giovanni Luigi, Vittorio e Max continuano a tener viva una delle tradizioni

più antiche di Torino. I bordi di varie altezze, colori, fantasie lungo le pareti in legno, e le borchie in ottone che rifiniscono i molteplici cassettini, fanno parte dell’originario decoro del negozio. Qui si possono acquistare bordi, fiocchi, cordami, frange, passamani, or-


ALBUM

dinandoli anche su misura. Provvisti di vari tipi di telai, orditoi e strumenti che risalgono alla fine del Settecento, tra cui i telai Jacquard, i Massia sono in grado di riprodurre finiture identiche a quelle originali dei secoli passati. E infatti a loro si devono parte degli ar-

redi di palazzi e teatri storici quali La Fenice di Venezia, l’Opera di Roma e la rinnovata Scala di Milano. Grazie alla competenza e alla lavorazione interamente artigianale, il laboratorio è anche in grado di restaurare arazzi e tessuti d’epoca e di riprodurre frange e bor-

dure, oppure rifiniture per intere tappezzerie del passato. Oltre ai finimenti per l’arredo i Massia realizzano anche una linea di passamaneria per l’alta moda, che esportano in tutto il mondo. Su prenotazione è possibile visitare il museo presso l’antica fabbrica.


ALBUM botteghe

TESSITURA ARTIGIANA GAGGIOLI

Zoagli, Genova, via dei Velluti 1 Lungo la via Aurelia, in una villa primi Novecento, ha sede dal 1932 una straordinaria attività artigianale. È la Tessitura Gaggioli, che crea sete, velluti, damaschi con i procedimenti di un’antica e raffinata tradizione. Zoagli è stata fin dal XII secolo un centro famoso per la tessitura, importata a Genova dall’Oriente. Oggi a continuare la tradizione di famiglia c’è Giuseppe Gaggioli, coadiuvato dalla madre Lorenza, dalla moglie Marcella e dalla sorella Paola. I velluti e i damaschi da loro prodotti a mano sono ormai famosi nel mondo, ma pochi conoscono i segreti di questa lavorazione. Per montare un telaio a mano per damasco, per esempio, occorrono una decina di giorni: i fili di base come ordito sono 12.240 in 60 centimetri di altezza e le trame, in un centimetro, 30. Con i loro telai riescono a riprodurre esattamente gli stessi motivi dei campioni a loro sottoposti, sia in velluto sia in damasco. Il numero delle loro schede è elevato, ma i Gaggioli sono comunque in grado di riprodurre nuovi disegni su carta millimetrata, trasportarla su matrici di ferro e su nuove schede adatte alle esigenze. Tra i lavori più straordinari: gli arredi uguali agli originali del Palazzo del Vecchio Consiglio di Modena, i velluti per i costumi del Palio di Siena. Info: www.tessituragaggioli.it.

MOLERIA LOCCHI

ANTICA DOLCERIA BONAJUTO

Modica, Ragusa, corso Umberto I 159 Sapori antichi che narrano di influenze arabe e spagnole, di spezie, di conquiste e che riassumono tutta la storia siciliana. Era il 1880 quando Francesco Bonajuto aprì a Modica una piccola bottega dolciaria per continuare la tradizione appresa dal padre. Oggi, quella bottega è diventata un punto di riferimento per gli amanti del cioccolato. La ricetta davvero risale all’epoca della dominazione spagnola in Sicilia, quando venne introdotta sull’Isola la tecnica appresa dagli Aztechi, dopo la scoperta del Nuovo mondo. Grazie a quella tradizione nacque poi il cioccolato dell’Antica Dolceria Bonajuto, ancora oggi composto da cacao, zucchero e spezie, senza aggiunta di burro o di altre sostanze estranee, preparato a freddo, per mantenere integro l’aroma e i granelli di zucchero. Che donano un sapore particolare. A capo dell’attività, oggi, ci sono ancora dei discendenti dei Bonajuto, Franco e Pierpaolo Ruta, quinta e sesta generazione di questa famiglia di Maestri del Cioccolato. Info: www.bonajuto.it.

Firenze, via Burchiello 10 Il laboratorio di moleria Locchi, nel popolare quartiere di San Frediano a Firenze, è stato aperto alla fine dell’Ottocento. Passato di padre in figlio, l’atelier è arrivato ai nostri giorni in una nuova sede poco distante da quella originaria: in questa straordinaria bottega di restauro del vetro e del cristallo, la più completa in Italia, Paola Vannoni Locchi con la nuora Giovanna e con il socio Marcello Galgani continua a restaurare qualunque oggetto, sia antico sia moderno, grazie all’utilizzo delle stesse tecniche e delle stesse macchine conservate dall’Ottocento. Un tempo le mole erano mosse a pedale; oggi è il motore elettrico che le aziona. Ma questa è l’unica differenza rispetto al passato. Qui tornano a nuova vita gli antichi candelieri in vetro soffiato, le coppe medicee, i bicchieri e le alzate in cristallo, le ampolle per l’olio e le saliere. E se poi il restauro di un pezzo è veramente impossibile, il laboratorio è in grado di realizzare l’oggetto ex novo uguale al campione, con incisioni di stemmi e monogrammi. Locchi produce artigianalmente anche una sua linea di servizi di bicchieri e oggetti in cristallo, ispirati alle forme del Settecento, dell’Impero, del Liberty, del Déco. E realizza molti raffinati oggetti, riproduzioni di antichi capolavori, per i negozi dei musei. Info: www.locchi.com.

‹‹Ci sono momenti nei quali l’arte raggiunge quasi la dignità del lavoro manuale›› Oscar Wilde


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La famiglia che costruì il Castello Sforzesco FORNACE CURTI

Milano, via Walter Tobagi 8 Chi crede che il cotto sia una prerogativa esclusivamente senese, dovrebbe dedicare una visita alla Fornace Curti, la più antica bottega di Milano che già nel 1400 realizzava vasi e capitelli per la capitale viscontea. Persino il Filarete ordinò agli antenati dell’attuale proprietario numerosi fregi e mattoni per la costruzione del Castello Sforzesco. Oggi, a più di 500 anni di distanza, l’indirizzo è cambiato ma in bottega c’è sempre un Curti, Alberto, discendente diretto del primo artigiano cui si deve l’inizio di questa fortunata attività. Nel grande cortile antistante la fornace, quartiere Barona, si può già ammirare parte della vasta produzio-

ne: statue, formelle, stemmi, cornici per camini, panche e soprattutto vasi di ogni dimensione, forma e decoro. Il modello tipico della fornace è il cosiddetto orloforte, caratterizzato da uno spesso bordo, che può essere realizzato anche con una ghirlanda. Le tecniche sono ancora quelle della tradizione: l’argilla viene modellata al tornio manualmente, pressata negli stampi, cotta nei grossi forni. Meno rossastra rispetto a quella senese, per-

ché meno ricca di ferro, questa terra lombarda contiene anche meno calcare, e perciò è più resistente agli sbalzi di temperatura e alle spaccature. Oltre ai pezzi realizzati con stampi, tra i quali alcuni modelli dei secoli passati, questa bottega è in grado di produrre pezzi su ordinazione e di restaurare cotti d’epoca. La fornace ospita anche i vari laboratori di maestri ceramisti, interessanti da visitare. Info: www.fornacecurti.it.


ALBUM libri 1

ANDREA BRANZI

Ritratti e autoritratti di design. A cura della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte in collaborazione con Banca BSI (Venezia, Marsilio Editori) Il libro descrive le vicende di tre generazioni di designer, dai cosiddetti Maestri del design italiano alle tendenze del Nuovo Design. Oltre alle biografie dei vari personaggi, che si incrociano con la sua vicenda personale, Andrea Branzi narra le esperienze dei singoli autori e dei vari movimenti, da quello radicale ad Alchymia e Memphis, di cui egli stesso è stato protagonista. Il passaggio dal ritratto all’affresco di gruppo, dalla biografia all’autobiografia e alla teoria, costituisce la novità e fa di questo libro un lavoro sperimentale sul design italiano, fatto di variazioni e differenze, che ne costituiscono l’originalità. Branzi è uno dei maggiori designer e storici del design a livello internazionale, vincitore di tre Compassi d’oro, di cui uno alla carriera. 2

che contribuiscono a rendere grande il Teatro alla Scala. Il volume, cui ha collaborato anche l’architetto Enzo Mari, ha i testi tradotti in lingua inglese. 3

La calzoleria artigianale tra XIX e XXI secolo. Rivolta dal 1883. A cura di Maria Canella e Elena Puccinelli. (Milano, Edizioni Lucini Libri) Attraverso disegni, stampe e documenti inediti dalla fine dell’Ottocento, in Europa e in Italia (e particolarmente a Milano), questo libro offre una bella ed esauriente visione del mondo della calzoleria artigianale, rivelandone anche i numerosi aspetti creativi e commerciali, artigianali e industriali, sociali e politici, artistici e mondani. Con tante note storiche e aneddoti su personaggi che hanno contribuito alla storia del costume fino ai nostri giorni, con l’invenzione del sistema digitale tridimensionale per realizzare la scarpa su misura.

ALESSANDRO SCOTTI

Teatro alla Scala: atelier. (Milano, Il Saggiatore) Un reportage dietro le quinte della Scala di Milano, un viaggio entusiasmante attraverso più di 80 fotografie scattate da Alessandro Scotti nei laboratori artigiani delle officine Ansaldo, fucina degli allestimenti portati in scena al Teatro alla Scala. Attraverso le immagini, sapientemente colte all’interno dei laboratori artigiani, si penetra nell’incredibile mondo della creatività scenica, fatto di migliaia di costumi, di bozzetti, di scenografie, alla scoperta del grande talento, della capacità e della competenza dei maestri artigiani

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LA MISURA DELL’ELEGANZA

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GLI ARAZZI DEI GONZAGA NEL RINASCIMENTO

Catalogo della mostra organizzata a Mantova presso Palazzo Te, Palazzo Ducale, Museo Diocesano, fino al 27 giugno 2010 (Milano Skira) Tessuti e arazzi erano i prodotti principali dei Paesi Bassi, secondo quanto scriveva l’ambasciatore veneziano Vincenzo Querini nel 1506. E la produzione

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eccellente di quei territori era apprezzata dalla nobiltà italiana dal XIV secolo. Gli arazzi presentati nel volume comprendono i sessantasei panni d’arazzo provenienti dalle raccolte di Isabella d’Este, Federico II, Ercole, Ferrante, Francesco Gonzaga, vescovo di Mantova, e Alfonso I Gonzaga di Novellara. Testi di C. M. Brown, G. Delmarcel, N. Forti Grazzini, L. Meoni, S. L’Occaso. Con la collaborazione di A. M. Lorenzoni.

FERRETTI. L’ARTE DELLA SCENOGRAFIA 5

A cura di Gabriele Lucci, testi e bozzetti originali di Dante Ferretti. (Milano, Electa/Accademia dell’Immagine) Dopo il premio Oscar che Dante Ferretti conquista per la seconda volta con Sweeney Todd di Tim Burton, Electa ha di recente pubblicato l’edizione aggiornata e ampliata del volume uscito nel 2004. Diario di uno scenografo tra cinema e teatro, in cui il maestro di Macerata ripercorre le tappe della propria carriera, con l’analisi delle sue opere più significative. I grandiosi bozzetti che lo hanno reso famoso, gli appunti di lavoro, i suoi scritti inediti, le immagini dei grandi film ai quali ha collaborato costituiscono un eccezionale patrimonio, raccolto in un’unica opera. Prefazione di Martin Scorsese, arricchito da una lunga conversazione con Gabriele Lucci e dalle fotografie inedite di Gianni Berengo Gardin.

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premi e iniziative PREMIO ALMA ARTE & MESTIERE

Ha preso il via per iniziativa di Alma (La Scuola Internazionale di Cucina Italiana) con la collaborazione e il sostegno della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, un nuovo premio annuale all’eccellenza negli stage per giovani cuochi e personale di sala. Il 17 aprile, nell’ambito di «Alma Viva, le Giornate Internazionali della Cucina Italiana» sono stati conferiti i premi ai migliori formatori di giovani eccellenze che hanno saputo ospitare in stage e trasmettere con passione il loro sapere: La Lanterna Verde di Andrea Tonola, Villa di Chiavenna; Ristorante Uliassi di Mauro Uliassi, Senigallia; Ristorante Gellius di Alessandro Breda, Oderzo; Al Fornello da Ricci di Antonella Ricci, Ceglie Messapica. Info: www.alma.scuolacucina.it.

ARTEX

Nato una decina di anni fa a Firenze con l’intento di supportare e far conoscere l’artigianato di eccellenza in Toscana e in tutta Italia, Artex (Centro per l’Artigianato artistico e tradizionale della Toscana) ha realizzato un sito con una sezione dedicata alla galleria di maestri artigiani. L’associazione ha anche predisposto una lista di 300 artigiani che può essere scaricata sul navigatore per essere segnalata da Gps. Recentemente Artex e Oma (Osservatorio Mestieri d’Arte) hanno promosso la Carta Internazionale dell’Artigianato Artistico, «portatore di valori universali», proponendo un programma europeo in suo favore. Info: www.artex.firenze.it.

OSSERVATORIO DEI MESTIERI D’ARTE DELLA TOSCANA. ENTE CASSA DI RISPARMIO DI FIRENZE

Da sempre attivo nella promozione dei mestieri d’arte toscani, l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze cambia forma giuridica e si evolve in associazione senza scopo di lucro fra le Fondazioni bancarie della Toscana. L’importante iniziativa nata nel 2006 da un’idea del professor Giampiero Maracchi, attuale coordinatore scientifico, per salvaguardare il prezioso patrimonio dell’artigianato artistico fiorentino, amplia il raggio d’azione a livello regionale. La trasformazione arriva grazie all’adesione di sette fondazioni bancarie: Fondazione Monte dei Paschi di Siena, Ente Cassa di Risparmio di Firenze, Fondazione Cassa di Risparmio di Livorno, Fondazione Cassa di Risparmio di Prato, Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, Fondazione Banca del Monte di Lucca. Gli strumenti per il perseguimento della mission andranno dalla pubblicazione di libri all’organizzazione di mostre ed eventi culturali, fino all’istituzione di borse di studio. L’associazione curerà anche progetti formativi in ambito europeo con opportunità di scambio e accrescimento culturale per le giovani leve dell’artigianato di qualità. Info: www.osservatoriomestieridarte.it.

UN PREMIO A PINO GRASSO

Un riconoscimento all’eccellenza italiana: il ricamatore milanese Pino Grasso è risultato vincitore del prestigioso Prix du Luxe et de la Création di Parigi, conferito annualmente a dodici protagonisti del lusso nel mondo, per la categoria «innovazione». Figura storica della Couture e del prêt-à-porter di più alto livello, Pino Grasso da oltre cinquant’anni ricama con eccezionale maestria i capi più spettacolari dei maggiori stilisti italiani, primo fra tutti Valentino. E ha saputo inventare modalità nuove e del tutto inedite di intendere il ricamo, utilizzando materiali e ispirazioni all’avanguardia. Info: www.centreduluxe.com e www.pinograsso-ricami.it.

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EXPO SHANGHAI 2010

Fino al 31 ottobre Unire tecnologia avanzata e design, trovare una sintesi tra abilità e sapienza artigianale, integrare al meglio cultura del cibo e territorio, arte e scienza, storia e futuro: con questi temi, fino al 31 ottobre 2010, l’Italia è presente all’Expo di Shanghai. Il Padiglione Italia metterà in mostra la sua cultura millenaria con i progressi della scienza e della tecnologia, in una sintesi pensata e realizzata in collaborazione con la Triennale di Milano, con l’architetto e scenografo Giancarlo Basili e con il commissario Expo-Italia Beniamino Quintieri. La mostra permanente La città dell’uomo:Vivere all’italiana si articola in cinque sale espositive, una grande corte centrale e una sala dedicata all’Expo Milano 2015. Nella sala «del fare», alcuni maestri d’arte lavorano dal vivo davanti ai visitatori che possono ammirare la maestria nella produzione di scarpe, nel restauro, nella sartoria, nella pasticceria, o in campi quali i fumetti, il ricamo, la liuteria. Info: www.exposhanghai.it.

ABITARE IL TEMPO

16-20 settembre Verona, Polo Fieristico Dal salotto alle cucine, dalla biancheria per la tavola all’arredo bagno, all’oggettistica e al design. La mostra veronese sull’arredamento d’interni riunisce numerose categorie merceologiche, tutte di alto livello, spaziando dal classico all’avanguardia tecnologica. Info: www.abitareiltempo.com.

CREMONA MONDOMUSICA

1-3 ottobre Cremona, Polo Fieristico La più importante manifestazione al mondo per gli strumenti musicali di alto artigianato e gli accessori per la liuteria. Nella patria di Stradivari, la fiera ospita circa 300 espositori, la metà dei quali stranieri, tra artigiani liutai, restauratori, creatori di accessori. Con un fitto calendario di convegni, seminari e concerti. Info: www.cremonamondomusica.it.

ARTÒ - SALONE DELLE ECCELLENZE ARTIGIANE

5-8 novembre Torino, Lingotto Fiere Manufatti di alta qualità e lavorazioni esclusive dell’artigianato d’eccellenza. Il Salone ha l’obiettivo di promuovere la più autentica qualità artigiana e lo sviluppo delle produzioni italiane, mettendo a confronto artigianato artistico e tradizione, arte applicata e design. Info: www.ar-to.it.


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ALBUM mostre

DALL’ARGILLA A LA PIETRA. UGO LA PIETRA, ARTISTA, DESIGNER E ARCHITETTO

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Caltagirone, fino al 25 luglio Museo Fornace Hoffmann In uno dei luoghi sacri della lavorazione dell’argilla, un’ampia rassegna di ceramiche realizzate tra il 1980 e oggi da Ugo La Pietra che testimoniano, oltre alla creatività dell’architetto-designer, anche il suo amore per le arti applicate e l’artigianato artistico. La Pietra terrà anche un laboratorio progettuale con gli studenti. www.comune.caltagirone.ct.it 1

PREGIO E BELLEZZA. CAMMEI E INTAGLI DEI MEDICI

Fino al 27 giugno Museo degli Argenti, Palazzo Pitti Il Museo degli Argenti di Palazzo Pitti dedica una mostra al collezionismo di gemme antiche e moderne nel corso dei secoli: oltre centosettanta opere esposte, provenienti dalla prestigiosa raccolta dei Medici, minuscoli capolavori che devono alla maestria dell’intaglio degli artefici il loro valore. www.uffizi.firenze.it 2

DALLA SPIGA AL CAPPELLO. INTRECCI DI PAGLIA TRA ITALIA, SVIZZERA E INGHILTERRA

Firenze, 29 giugno-31 luglio Museo Marino Marini Promossa da Oma (Osservatorio dei Mestieri d’Arte dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze), arriva in Italia la rassegna itinerante dedicata all’accessorio di paglia, con fotografie di personaggi e testi, documenti multimediali e cappelli in paglia, in un percorso storico-didattico. La mostra ospita importanti artigiani di cappelli attivi nella produzione a Campi, Signa, Firenze, pronti a esibirsi nei loro intrecci artistici. www.museomarinomarini.it

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L’AVVENTURA DEL VETRO DAL RINASCIMENTO AL NOVECENTO TRA VENEZIA E MONDI LONTANI.

Trento, 27 giugno-7 novembre 2010 Castello del Buonconsiglio Vigo di Ton, Castel Thun Capolavori rinascimentali dai musei veneziani, un carico di perle e di vetri cinquecenteschi recuperati nei fondali marini croati, collane di perle vitree destinate al mercato africano, il flauto in vetro di Napoleone ritrovato dagli inglesi dopo la battaglia di Waterloo. Una mostra interessante e inusuale. www.buonconsiglio.it

CARLO BERGONZI. ALLA SCOPERTA DI UN GRANDE MAESTRO

Cremona, 25 settembre-10 ottobre Museo Civico, Ala Ponzone Carlo Bergonzi fu uno dei più celebri maestri liutai della scuola cremonese della prima metà del XVIII secolo. Grazie alla Fondazione Stradivari sarà possibile riscoprire, attraverso venti strumenti significativi, la carriera del maestro, mentre alcune opere giovanili del figlio Michele Angelo testimonieranno il passaggio generazionale della bottega. Il numero dei pezzi esposti rappresenta circa la metà degli strumenti di Bergonzi conosciuti. La mostra, completata da documenti e da un convegno, è curata da Christopher Reuning 4 e coordinata da Virginia Villa. www.musei.comune.cremona.it

FESTIVAL INTERNAZIONALE DELLA MAIOLICA

Albissola, Savona, Genova, 8 maggio-31 agosto In occasione del Festival, in corso ad Albissola, Savona e Genova, tante mostre nei musei, nelle gallerie e nelle botteghe artigiane. Eccone alcune: Museo di Sant’Agostino del capoluogo ligure: «Genova, porta del Mediterraneo. Ceramiche tra oriente e occidente», e «Azulejios-Laggioni, ceramica per l’architettura in

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Liguria dal XIV al XVI secolo». Spazio Civico di Arte Contemporanea di Albissola Marina: «Ceramiche Mediterranee» di Ugo La Pietra. Fornace Alba Docilia, sempre ad Albissola: «Mezzo-terra-neo. Collettiva di sculture in Ceramica», organizzato da Gruppo H. Pinacoteca Civica di Savona, «Mediterraneo: un viaggio d’arte di terra e di mare». www.festivaldellamaiolica.it

VASI IN MOSAICO, SCUOLA DEI MOSAICISTI DEL FRIULI

Vienna, 28 maggio-15 giugno Artevent - Wolkersdorf 2010 È in arrivo a Vienna, da Pordenone, una collezione di vasi da tavolo in acciaio e rivestiti in mosaico, dedicati ciascuno a un diverso mese dell’anno. I dodici vasi, chiamati a comporre uno stravagante calendario di cose domestiche, sono stati ideati da dodici designer e artisti italiani e realizzati da altrettanti maestri mosaicisti quasi tutti provenienti dalla Scuola musiva di Spilimbergo. www.artevent-wolkersdorf.at

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Stile e dinamismo

Comoda e spaziosa, portata a mano o tracolla, la multitasche in pelle al vegetale «wrinkled» è caratterizzata da una grintosa lavorazione selleria e dall’utilizzo di accessori in vero ottone, esclusivi di Felisi. Ricca di tasche e scomparti è la compagna ideale di lavoro, viaggio e tempo libero di un uomo dinamico e sportivo


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Università

di Lorenzo Ornaghi

Cattedra l’artigianato sale in

L’arte applicata è entrata nelle aule accademiche. Per essere studiata, analizzata e tramandata a vantaggio delle future generazioni. Come dimostra la straordinaria esperienza della Cattolica di Milano Promuovere la conoscenza scientifica delle arti e dei mestieri nei loro aspetti contemporanei e storici, con particolare riguardo al ruolo che ricoprono nei sistemi politicoistituzionali e giuridici, economici, sociali, culturali dell’Italia e delle grandi aree regionali europee: in questa direzione si è mosso sin dalla fondazione, avvenuta nel 1997, il Centro di ricerca Arti e mestieri dell’Università Cattolica. Le arti e i mestieri sono, come del resto le Università, ben più antichi di quello che viene definito «libero mercato»: subordinarne dunque lo studio a indagini di marketing focalizzate più sui prodotti che sui processi, o sui trends più che sui valori del territorio, rischia di portare fuori strada il ricercatore che si interroghi sull’importanza di simili attività in un contesto socio-economico qual è quello europeo in generale e italiano in particolare. Proprio per interpretare e orientare i processi di cambiamento che ogni giorno ci pongono di fronte a nuove sfide, l’Università Cattolica ha imboccato la strada delle indagini internazionali dedicate ai mestieri d’arte. Il Centro di ricerca Arti e mestieri, promosso dall’Ateneo di Largo Gemelli con la Fondazione Cologni

dei Mestieri d’Arte, per intuizione e volontà del suo Presidente Franco Cologni, si inscrive dunque con coerenza nel più ampio panorama di iniziative volte non solo a educare le giovani generazioni a una specifica professione, ma anche a renderle partecipi della costruzione di un futuro che già incombe sul nostro presente. Dal 1997 a oggi, l’attività del Centro, diretto dal Professor Paolo Colombo, ha portato alla pubblicazione di cinque ricerche scientifiche. Nel primo volume, Genio e materia. Contributi per una definizione del mestiere d’arte, è stata proposta una specifica classificazione di queste attività, dalla quale muovere per una definizione univoca, e al tempo stesso educativa, del mestiere d’arte. L’intelligenza della mano. Mestieri d’arte: ieri, oggi, domani raccoglie gli atti di un convegno organizzato nel 2000 presso la Cattolica, a ideale conclusione del lavoro di ricerca iniziato con Genio e materia. Le acquisizioni teoriche di questi due volumi sono state poi applicate al territorio lombardo e ticinese: la ricerca scaturita da questa indagine è stata pubblicata nel 2005 nel libro A regola d’arte. Attualità e prospettive dei mestieri d’arte in Lombardia e


APPROFONDIMENTI DI QUALITÀ Alcune delle ricerche scientifiche realizzate a cura del Centro di ricerca Arti e Mestieri pubblicate da Vita & Pensiero e attualmente da Marsilio. Per informazioni: www.fondazionecologni.it o www.unicatt.it.

nel Canton Ticino. Il 2007 ha visto la prospettiva allargarsi ai Paesi dell’Unione Europea: con la ricerca e il convegno internazionale «La Grande Europa dei mestieri d’arte», il Centro ha portato a compimento un lavoro – mai prima affrontato – di studio e comparazione, ponendo a confronto non solo diversi knowhow, ma anche differenti definizioni giuridiche e prospettive economiche. Nel 2008, infine, 24 settori dell’eccellenza italiana sono stati analizzati nel volume Mestieri d’arte e Made in Italy. Giacimenti culturali da riscoprire. Dal gioiello alla nautica, dalla ceramica al restauro, i ricercatori coordinati da Paolo Colombo con Alberto Cavalli e Gioachino Lanotte hanno posto in luce come

e in che misura il mestiere d’arte significhi cultura, patrimonio e tradizione, considerando altresì se un simile know-how si traduca ancora in un vantaggio competitivo per le aziende. La prossima ricerca, sempre curata da Paolo Colombo, sarà dedicata al rapporto tra l’Expo e i mestieri d’arte. Dall’anno accademico 2009/2010, inoltre, l’Università Cattolica ha istituito la cattedra di Sistemi di gestione dei mestieri d’arte, nell’ambito della laurea magistrale in Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo: finanziata dalla Fondazione Cologni con il sostegno di Fondazione Cariplo, questa cattedra introduce in ambito accademico un percorso di studio dedicato

ai mestieri d’arte d’eccellenza, con l’obiettivo di approfondirne i metodi di gestione, valorizzazione e comunicazione. Le attività in aula, affidate al Professor Paolo Dalla Sega, sono arricchite da testimonianze, lezioni aperte, incontri e iniziative di ampia divulgazione, sviluppate e proposte in Ateneo o presso gli atelier dei maestri. Un impegno accademico che si nutre di passione, studio e ricerca: qualità che le giovani generazioni debbono saper coltivare con costanza ed entusiasmo. Anche per conservare e accrescere l’eredità di quei maestri nell’arte del pensiero che l’Ateneo di Largo Gemelli da sempre celebra. (Lorenzo Ornaghi è Magnifico Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore)


Utranaletradizione mani

Da più di 100 anni Merola Gloves realizza guanti seguendo una vocazione di famiglia

Un ornamento, una protezione, un’espressione di cultura e di stile. Un guanto può avere molti significati ma tutti si fondono nell’orgoglio di un prodotto d’eccellenza che, una volta indossato, racconta una storia fatta di passione e lavoro. Merola è protagonista nel settore da più di 100 anni: una famiglia che in questa produzione artigianale e raffinata ha trovato la propria dimensione trasferendo un grande sapere di generazione in generazione. Ieri a Napoli, dove tutto è iniziato, oggi nel mondo con una presenza

che garantisce la qualità assoluta del vero «made in Italy». E ieri come oggi ogni fase di lavorazione è scandita dai tempi dettati solo dal desiderio di offrire la migliore qualità: dalla scelta delle pelli, dal taglio a mano nel quale si realizza la fusione tra artigiano e materia, ai molti passaggi di rifinitura e controllo. Solo in questo modo, attraverso procedure che nascono da un’esperienza diretta e inimitabile nascono i guanti di Merola Gloves. Molto più che fatti a mano: guanti fatti con il cuore.

Merola Gloves è a Roma - Tel. 06.6791961 - www.merolagloves.it


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UNA STORIA LUNGA TRE SECOLI Damaschi di seta tessuti su telai a mano del ‘700 nel quartiere di San Frediano a Firenze. A fianco: una suggestiva immagine dei fili d’ordito che simboleggia la preziosità di questa antica tradizione artigianale. Informazioni: www.anticosetificiofiorentino.com.


di Marco Gemelli foto di Laila Pozzo

Dedizione Senza Tempo

TRAME PER TRADIZIONE

NEL CUORE DI FIRENZE È ATTIVO UN ANTICO SETIFICIO CHE PRODUCE I SUOI TESORI CON GLI ORIGINALI TELAI DEL ‘700


Dedizione Senza Tempo

DAL BRASILE A FIRENZE Sopra, da sinistra: le schede traforate che contengono «la memoria» del disegno di un tessuto che verrà realizzato a telaio; la sala dell’incannaggio: qui la seta delle matasse provenienti dal Brasile viene trasferita nel rocchetto. A fianco: originali telai del ‘700.

Non tutto è questione di soldi. Esistono ancora i valori, la passione per il lavoro ben fatto, la tensione etica verso la conservazione di un patrimonio che si allunga nei secoli ed entra nella trama profonda di una città, Firenze, culla per eccellenza di straordinari mestieri d’arte. La sintesi perfetta di questo modo di intendere la vita e anche, certo, il business, è racchiusa nella storia dell’Antico Setificio Fiorentino che è recentemente passato di proprietà dopo una trattativa che non si è svolta solo su basi economiche. Anzi, se al primo posto fossero state poste questioni di carattere monetario l’affare non sarebbe an-

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dato in porto. E non poteva essere altrimenti: da un lato c’era la famiglia Pucci (quella di Emilio e Laudomia, per intendersi) proprietaria del setificio, un autentico gioiello che anche in riva all’Arno sono in pochi a conoscere; e dall’altro la famiglia Ricci, quella di Stefano, lo stilista che ha rivoluzionato l’eccellenza del made in Italy. Al centro, per entrambi, la volontà di non far disperdere l’eredità tecnica e il patrimonio di conoscenze di una tradizione unica al mondo. Ed è così che la «fabbrica dei sogni» di San Frediano, dove dal 1786 si realizzano sete e tessuti destinati ad arredare castelli e palazzi in tutto il mondo, si appresta ora a vivere un nuovo


35 DALLA CORPORAZIONE ALL’IMPRESA Sotto, da sinistra: una tessitrice al telaio a mano cambia la spola della navetta per la tessitura; una orditrice prepara la catena di un tessuto di pura seta. A fianco: dettagli di arcolai con le matasse.

capitolo della sua lunga storia. Dai Pucci ai Ricci, quindi. E non a caso visto che lo stilista è riuscito nell’impresa di conquistare i mercati dell’Asia riuscendo a far innamorare della sua seta perfino i maestri cinesi. Come detto, gli affari tout court c’entrano solo marginalmente: il passaggio di consegne è più che altro una questione di cuore e di valori. Lo testimonia lo spirito con cui le parti si sono avvicinate alla transizione condotta dai figli dello stilista, l’amministratore delegato Niccolò e il presidente Filippo. In quanto a lei, la marchesa Cristina Pucci, vedova di Emilio, pioniere della moda italiana e protagonista della prima sfilata tenutasi in

Italia, ha accettato di vendere i preziosi telai soltanto dopo essersi assicurata che sarebbero andati a finire in ottime mani. La famiglia Ricci, dal canto suo, considera il rilancio del setificio un tributo a Emilio Pucci e non ha dubbi sulla filosofia alla base del progetto: «L’Antico Setificio», spiega con soddisfazione Niccolò, «è un gioiello nascosto di Firenze che, seppur conosciuto nel mondo, aveva bisogno di un rilancio di respiro internazionale per arrivare in quei mercati che oggi più che mai hanno sete di prodotti d’eccellenza made in Italy. Finora l’azienda si era rivolta prevalentemente ai mercati europei, arrivando qualche anno fa ad arredare le pareti


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Dedizione Senza Tempo

con gli strumenti più antichi gli operai possono produrre non più di 50-60 centimetri al giorno

del Cremlino, mentre era importante poter supportare quel patrimonio di artigianalità con strategie, visioni e contatti internazionali per veicolare un messaggio di recupero storico nell’ambito di un concept aziendale che mette al primo posto ricercatezza ed esclusività». In questa prospettiva verranno mantenute, anzi aumentate di qualche unità rispetto alle attuali 11, le maestranze oggi al lavoro, e riattivati canali di vendita preesistenti. Nonostante la sperimentazione non sia semplice, in questo comparto, ai disegni storici utilizzati negli ultimi due secoli dall’Antico Setificio Fiorentino per arredare castelli e palazzi nobiliari verranno gradualmente affiancati altri più attuali che andranno a comporre rifiniture per gli abiti della «Stefano Ricci». Partiranno così alla conquista dei mercati globali di lusso, in primis Paesi arabi ed ex repubbliche sovietiche, telai, tessuti, macchinari che non marginalizzano l’uomo ma anzi ne esaltano la maestria artigiana: per rendersi conto di che cosa rappresenti l’Antico Setificio Fiorentino non bastano le parole, e anche le immagini sono appena sufficienti. È l’atmosfera, che fa la differenza: varcare la soglia in ferro battuto dell’edificio di San Frediano significa venire trasportati in un tempo lontano, fatto di precisione e ritualità, in cui i ritmi sono scanditi dal rumore delle

segue l’amministradore delegato della Stefano Ricci: «Stiamo lavorando a un progetto che consenta di far venire in San Frediano scolaresche e gruppi turistici con cadenza mensile, senza interferire con la produzione. In fondo, rientra appieno nella missione di tramandare la storia di una grande casata fiorentina, e al tempo stesso recuperare e condividere quel patrimonio di manualità senza pari che il setificio rappresenta». Non a caso l’Antico Setificio Fiorentino è l’erede della grande tradizione dell’arte tessile del Rinascimento: le cronache del tempo raccontano che in riva all’Arno la seta approdò già nel Trecento, con i maestri lucchesi esiliati. Gli animali fantastici che decoravano le stoffe lucchesi migrarono presto su quelle fiorentine e, nel XV secolo, i velluti, i damaschi, i broccatelli e i lampassi fiorentini erano ricercatissimi in tutta Europa. Gli abiti di seta risplendente che compaiono in quadri e affreschi di Masaccio, Pontormo e Piero della Francesca, del resto, sono la riproduzione fedele di quelli che venivano realmente indossati dalla nobiltà del tempo. L’arte del vestire conobbe una splendida fioritura, al punto che fu necessario stabilire norme e criteri, nonché un’apposita corporazione, l’Arte della Seta, che ne esercitava il controllo, per la realizzazione dei tessuti. La seta è sempre stata strettamente legata alle vicende delle più importanti casate fiorentine: in occasioni di nascite importanti, ad esempio, i nobili sceglievano un tessuto che, con un certo disegno e un preciso colore, prendeva il nome del nascituro. La stoffa diventava proprietà esclusiva della persona cui era dedicata, e solo alla sua morte si poteva riprodurre liberamente. È verso la metà del Settecento che alcune famiglie fiorentine – i Della Gherardesca, i Pucci, i Corsini e i Bartolozzi – decisero di dar vita a un unico laboratorio, mettendo in comune telai, cartoni e disegni custoditi nei rispettivi palazzi: nacque così, con sede in via de’ Tessitori, uno stabilimento che serviva a soddisfare le esigenze delle famiglie fondatrici, per il rinnovo degli arredi dei palazzi e dei castelli. Col tempo, man mano che i tessuti prodotti suscitavano ammirazione, la produzione venne estesa alle dimore nobiliari di tutta Europa. Proprio come ricomincerà ad accadere ora con la seconda giovinezza dell’Antico Setificio Fiorentino grazie all’impegno della Famiglia Ricci.

Oltre la soglia di ferro battutto, il tempo è fatto di precisione e di ritualità. I ritmi sono scanditi dal rumore di mani e piedi che si muovono sul telaio con delicatezza

TESSUTO NELLA STORIA Matrice in metallo per il rinnovo delle schede perforate consumate, e per preparare le schede con i nuovi disegni.

mani e dei piedi che si muovono sul telaio con decisione e delicatezza al tempo stesso, andando lentamente a comporre un disegno. Con gli strumenti più antichi, del resto, gli operai possono produrre non più di 60-70 centimetri al giorno. E i volumi di produzione annui non superano complessivamente i 10mila metri quadri. «Guardare le maestranze all’opera» confermano Niccolò e Filippo Ricci, «è un po’ come veder suonare un pianoforte. Mani e piedi si alternano sul telaio, una struttura che dopo duecento anni continua a funzionare grazie a una manodopera altamente specializzata». Un’esperienza, quella del telaio, che finora in pochi hanno potuto vedere dal vivo. Pro-


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Maestri Contemporanei

di Alberto Cavalli

le

SCULTURE

del

CUORE Le creazioni di Giampaolo Babetto sono specchi nei quali si riflette tutto l’amore per il paesaggio della sua terra, tra echi di Palladio e profonde, sorprendenti prospettive

Un anello in oro giallo (a destra) diventa protagonista di un quadro nel quale confluiscono le tante esperienze di Giampaolo Babetto


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Maestri Contemporanei

«I gioielli che ci sorprendono e ci affascinano sono quelli che riescono meglio ad associare solidità e fragilità», scriveva Claude Lévi-Strauss. «Si direbbe che l’oreficeria e la gioielleria hanno avuto sempre e dovunque, come fine ideale, quello di incastonare pietre dure, geometriche, incorruttibili, in una montatura di metallo prezioso che evoca, con la delicatezza della lavorazione, la grazia, il capriccio e la precarietà delle forme viventi». Ogni forma vivente è per definizione mutevole, effimera: ma le forme sublimate nei gioielli di Giampaolo Babetto, maestro italiano annoverato tra gli orafi più importanti dei nostri tempi, sono la traduzione preziosa e imperitura di que-

Ellissi, dadi e cilindri d’oro riempiono lo spazio come sculture

Collana in oro giallo 750 (1968). A fianco, il progetto per un un nuovo gioiello.

gli elementi modulari o inaspettati che costituiscono la base stessa della materia, la quintessenza del progetto, il correlativo oggettivo dell’immaginazione. Un’immaginazione sempre declinata in un linguaggio netto, essenziale, a volte scaleno, mai superfluo: eppure sempre delicato, come le proporzioni armoniche che si instaurano tra le ville del Palladio e il paesaggio circostante. Un paesaggio dolce e raffinato, ma anche non scevro di profondità e prospettive: un paesaggio nel quale Giampaolo Babetto si è formato e tuttora vive, e dal quale ancora trae ispirazione per i suoi gioielli che polverizzano, come le quinte di un teatrino di periferia, gli inutili decorativismi che spesso affollano la gioielleria contemporanea.


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ARTE DA INDOSSARE

«Mi piace fare dei gioielli, nel senso che mi piace che siano portabili» dice il maestro, dalla sua residenza di Arquà Petrarca. «Secondo me un gioiello deve essere più interessante una volta indossato, che non quando viene preso in mano». Giampaolo Babetto è «uno dei migliori disegnatori e creatori di gioielli al mondo», secondo il gallerista Ton Berends. Il suo stile rappresenta uno straordinario incontro tra «consapevolezza della tradizione e contemporaneità», nelle parole di Florian Hufnagl, del Museo Internazionale del Design di Monaco di Baviera. Che prosegue: «Questo è quello che rende inconfondibili i lavori di Babetto. Qualità che si ritrovano anche nei suoi design di mobili e allestimenti d’ambienti. Un atteggiamento prezioso come un buon olio di oliva, la cui qualità dipende dal paesaggio, dalla cura e dall’attenzione con la quale i frutti sono coltivati. L’italianità!». L’italianità: non solo gusto e stile, ma anche tecnica, ricerca, trasmissione del sapere. Giampaolo Babetto, i cui gioielli sono proposti solo in alcune selezionatissime gallerie e fanno parte delle collezioni dei più importanti musei di arti decorative del mondo, è infatti da anni visiting professor del Royal College of Arts di Londra; ma la sua didattica si propaga da ogni singolo oggetto, progettato con un senso delle proporzioni che richiama Palladio e realizzato con la grande tecnica che, da sempre, contraddistingue il lavoro dei massimi esponenti dell’istituto Pietro Selvatico di Padova.

CREATIVITÀ E PROGETTO

«L’incontro dell’aspetto fantastico con un inderogabile aspetto funzionale fa sì che molto spesso l’arte orafa costituisca una sorta di «prova del fuoco» (anche fuor di metafora) per un artista visivo», ha scritto Gillo Dorfles nel volume

gioielli che diventano veramente interessanti solo una volta che vengono indossati e così si trasformano in oggetti vissuti

Gli ori di Giampaolo Babetto alla collezione Peggy Guggenheim; una prova che Babetto affronta lasciandosi guidare da forme, suggestioni, funzioni applicate a creazioni artistiche. Con il savoir-faire del vero maestro, «certamente contemporaneo nel suo lavoro sulla forma», come ricorda Dorothea Baumer, ma profondamente italiano «nelle proporzioni, nelle chiarezza delle linee. Come Andrea Palladio, che fu un grande innovatore pur lavorando nella tradizione». Ma anche il Pontormo, per i contorni precisi e per quella palette cromatica che Babetto ha trasferito nei suoi metalli colorati: un’incisività legata all’avanguardia russa e al movimento olandese del De Stijl.

SAGOME RIGOROSE

In equilibrio suggestivo tra tensioni e armonie, il lavoro di Giampaolo Babetto (finalista al prestigioso premio Talents du Luxe et de la Création 2009/2010, e vincitore dei più prestigiosi riconoscimenti e premi a livello mondiale) è «incomparabilmente alto e l’opera, in costante evoluzione, è un fulgido esempio della forza che è in grado di esprimere la concentrazione sul piccolo formato», continua la Baumer. «Le sue sagome rigorose, dadi, coni, ellissi e cilindri d’oro, si pongono nello spazio come minuscole sculture, creazioni sensuali di vitale presenza, di perfetta chiarezza, di eleganza e raffinatezza stilistica». Una raffinatezza che nasce dalla cultura, dalla ricerca e dal territorio: uno stile che sa coniugare contemporaneità e tradizione, ricerca e know-how, riconoscibilità e innovazione. Lo stile di un grande maestro celebrato in tutto il mondo, di recente protagonista di un’importante mostra presso il Museo Internazionale del Design di Monaco di Baviera, il cui messaggio è di un’attualità vibrante e vitale in un contesto spesso incline alla ripetizione di stilemi.


Maestri Contemporanei

Un’immagine dell’artista Giampaolo Babetto tra alcune sue creazioni.


Botteghe storiche

NEL 1928 RICCARDO GATTI APRIVA A FAENZA UN LABORATORIO PER DARE FORMA ALLE INVENZIONI FUTURISTE. OGGI LA TRADIZIONE CONTINUA GRAZIE ALLA PASSIONE DI UN’INTERA FAMIGLIA

VISIONI DI


di Franco Bertoni - foto di Emanuele Zamponi

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CERAMICA


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UNA STORIA CHE HA ATTRAVERSATO IL 900 Immagini della Ceramica Gatti a Faenza. Si fanno notare la testa di gorilla (in alto) di Enrico Baj e le mattonelle traforate (pagina a fianco in basso) destinate a un tavolo dei fratelli Campana per la galleria Plusdesign di Milano. Sopra Davide Servadei, discendente del fondatore Riccardo Gatti.


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Botteghe Storiche

dagli anni Trenta il laboratorio si specializza nella pittura su maiolica con riferimenti veristi, tardo liberty e déco

L’attuale bottega Ceramica Gatti ha una lunga storia caratterizzata dai vertici espressivi raggiunti con il pieno dominio delle tecniche più varie e difficili e dai dialoghi intessuti con esponenti del mondo dell’arte che a questo laboratorio hanno fatto, e continuano a fare, riferimento per opere che non poco hanno contribuito a far guadagnare alla ceramica un posto di rilievo nelle gallerie e nella manifestazioni d’arte più affermate. A ritroso: il capostipite. Nel giugno del 1928, Riccardo Gatti, classe 1886, apre una propria bottega dopo significative esperienze di lavoro e di studio. Ad attenderlo c’è una calda estate. Infatti, viene subito contattato da Giuseppe Fabbri, promotore e organizzatore di una produzione di ceramiche futuriste su disegni di Giacomo Balla, Mario Guido Dal Monte, Pippo Rizzo, Benedetta, Gerardo Dottori ed altri. Nel poco tempo a disposizione, la prima tappa sarà la Mostra Futurista dell’ottobre dello stesso anno a Faenza. Gatti esegue i bozzetti consegnatigli e si impegna in proposte personali con le quali partecipa, tra il 1928 e il 1929, alla Mostra d’Arte Futurista di Mantova e a quella dei Trentatrè Futuristi alla Galleria Pesaro a Milano. Anche per Gatti, come in tanti altri casi, l’adesione futurista è di breve periodo e già dai primi anni Trenta la produzione della bottega si divarica e si stabilizza in vari settori che

tore artistico dell’ENAPI, e con l’architetto Ennio Golfieri negli anni Sessanta. Dal 1972, anno della morte del fondatore, è il nipote e allievo Dante Servadei, unitamente al figlio Davide, a condurre operativamente e artisticamente una bottega che, con il viatico delle precedenti esperienze, registra sempre più significative accelerazioni verso una caratterizzante identità. Le tappe principali. Nel 1986, in occasione della mostra sul Futurismo allestita a Palazzo Grassi, vengono rieditati esemplari storici e successivamente, sempre a Venezia, vengono allacciati rapporti di lavoro con Paul Delvaux e Giuseppe Santomaso. Nel 1990 la bottega, in un clima locale particolarmente felice per la ceramica, esegue piccole serie d’autore in occasione dei mondiali di calcio, le opere di Ugo Nespolo per la personale sollecitata dalla Amministrazione Comunale e partecipa alla mostra L’apprendista stregone realizzando opere di Pablo Echaurren, Guido Strazza e Giuliano Della Casa. Nel programma di iniziative pubbliche seguono Enrico Baj (1991), Sebastian Matta (1992), Alberto Burri (1993) che lascia alla città il grande pannello Nero e Oro, Arman (1994) e Luis Cane (1995). Tutti artisti che si affidano alle capacità esecutive della bottega Gatti. Da queste date Davide Servadei inizia a muoversi in proprio nel mondo dell’arte e ne usciranno relazioni esclusive con Mimmo Paladino, Giosetta Fioroni e Luigi Ontani che con opere ceramiche organizzeranno importanti mostre personali. La bottega diviene un riconosciuto polo di riferimento per i tanti artisti che intendono dedicarsi alla ceramica magari a seguito delle sollecitazioni ricevute dalle esperienze qui accumulatesi nel tempo. Tra questi occorre citare Carla Accardi, Aldo Mondino, Ettore Sottsass, Dani Karavan, Agostino Bonalumi, Nicola De Maria, Sandro Chia, Alik Cavaliere, Salvo, Arnaldo Pomodoro, Mike Kelley, Tommaso Cascella, Ugo La Pietra e Giacinto Cerone. Tra i più giovani: Giovanni Ruggiero, Marzia Migliora, Mario Della Vedova, Vincenzo Cabiati e Antonio Riello. A fianco di queste collaborazioni, la bottega Gatti prosegue nello sviluppo delle tecniche che l’hanno resa famosa e nella progettazione di nuove serie oggettuali con l’apporto di Marta Servadei; nello spirito di costante ricerca che l’ha caratterizzata fin dalla sua fondazione.

Gio Ponti, Enrico Baj, Tommaso Cascella, Alberto Burri, Ettore Sottsass:

qui sono passati tutti i più grandi artisti dell’ultimo secolo, trovando sempre la materia delle loro visioni ARCOBALENO La Ceramica Gatti è una grande tavolozza creativa a disposizione della fantasia degli artisti che qui si rivolgono arrivando da tutto il mondo. www.ceramicagatti.it.

comprendono la riproduzione, la pittura su maiolica con riferimenti alternativamente veristi, tardo liberty o déco, una piccola plastica di gusto novecentista e una oggettistica d’uso con nuovi decori di successo quali «il melograno» e «la rondine». Sulle opere migliori la fanno da padroni i prediletti smalti a riflesso metallico che le rendono inconfondibili e fanno di Gatti un comprimario, assieme a Pietro Melandri, delle vicende moderne della ceramica faentina. Le collaborazioni, comunque, non si esauriscono e ne sono testimonianza i rapporti con Gio Ponti che contribuiranno all’accesso a varie edizioni della Triennale di Milano; con Carlo Corvi, con Giovanni Guerrini, diret-


luce

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Dibattito d’Autore

di Simona Cesana

la natura della

DUE DESIGNER DISCUTONO DELLA MATERIA PIÙ AFFASCINANTE E IMPALPABILE, FONDAMENTALE PER ILLUMINARE OGGETTI E SOGNI. PERCHÉ SENZA DI LEI OGNI VISIONE CREATIVA SAREBBE DAVVERO IMPOSSIBILE


OSSERVAZIONE Sopra: Hope di Paolo Rizzatto e Francisco Gómez Paz per Luceplan (2009). A fianco: illustrazione di diatomee radiolari, organismi acquatici con guscio siliceo che sono stati l’ispirazione per la progettazione di Hope. Informazioni: www.luceplan.it.


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Dibattito d’Autore

LUCIDITÀ Domo Amsterdam, disegnata da Franco Raggi per Barovier & Toso (2009). Prodotta in tre versioni con 8, 12 o 16 luci. Le parti metalliche sono cromate e le componenti elettriche trasparenti. Info: www.barovier.com.

«Disegnare la luce» è senza dubbio un’espressione che ci affascina: racchiude in sé la libertà di un gesto, l’ampiezza di uno sguardo, il guizzo di un’idea. Il designer che progetta la luce coniuga la creatività con il rigore di un metodo di lavoro che implica la conoscenza delle caratteristiche tecniche degli apparecchi illuminanti, delle necessità di sostenibilità energetica e ambientale, delle esigenze del mercato, dell’identità di un marchio. Abbiamo discusso del mestiere di progettista della luce con Franco Raggi, designer e consulente per FontanaArte fin dai primi anni 80 e ora progettista e art director per

Barovier & Toso, e con Paolo Rizzatto, architetto e fondatore nel 1978 di Luceplan (con Riccardo Sarfatti e Sandra Severi). Entrambi hanno sviluppato molte delle loro ricerche attorno al tema della luce e dell’illuminazione degli ambienti perché come sostiene Raggi: «Oggi esiste una scenografia nell’arredamento delle nostre case e l’illuminazione è uno degli elementi della storia». Da parte sua Rizzatto precisa che «il centro del progetto non è l’oggetto, ma la luce. L’oggetto è solo uno strumento». Dalle nostre domande sulla possibilità della presenza di una componente artigiana-


le nello sviluppo di un progetto di illuminazione, sono emerse da parte dei due progettisti importanti considerazioni sul rapporto tra tecnica e artigianato, sulla relazione tra progettista, azienda e mercato, e sull’importanza di un’innovazione equilibrata alle necessità. Il processo artigianale, inteso come atteggiamento e approccio al progetto, è evidente nel lavoro di Paolo Rizzatto: la sua convinzione che «l’artigianalità risiede nella capacità di una visione globale del problema, dal pensiero al progetto» trova una manifestazione concreta nel suo studio-laboratorio, invaso da immagini, campioni, materiali, prototipi,

assemblaggi, elementi di studio e lavoro per il progetto della sua ultima lampada Hope, disegnata con Francisco Gómez Paz e prodotta da Luceplan nel 2009. Per Franco Raggi «il termine artigianale oggi è un po’ ambiguo. È un concetto che ha subito un’evoluzione e bisogna analizzarne le specificità, caso per caso». Ci ricorda come a Murano sia presente un’artigianalità altamente industrializzata, parcellizzata, di serie: il soffiatore deve rispettare un programma quotidiano, la produzione è razionale e non più artistica, nonostante venga fatta a mano; l’intervento innovativo del progettista sta nella sua capacità di mantenere una curio-


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Dibattito d’Autore

un buon progetto oggi è quello che all’utente finale risulta chiaro, utile, facile, economico e funzionale

sità trasversale che gli consenta in fase progettuale di trasferire l’uso delle tecnologie, proprie di uno specifico settore a un altro campo applicativo in modo creativo e innovativo, come nel caso della lampada Velo progettata da Raggi per FontanaArte nel 1988, dove è stato usato un vetro elastico sviluppato dall’industria automobilistica. Il caso particolare di Paolo Rizzatto, designer e fondatore dell’azienda Luceplan, esemplifica quanto sia importante il rapporto tra progettista e azienda, un rapporto che deve essere consapevole e consono per poter soddisfare gli interessi di entrambe le parti ma che sappia contemporaneamente salvaguardare l’individualità del progettista, il quale deve sempre essere in grado di andare oltre gli interessi particolari dell’azienda per non rischiare di percorrere strade già conosciute. Parlando di ricerca e innovazione, Franco Raggi fotografa la realtà attuale del setto-

Chiara è anche l’identità di Luceplan, fondata sugli aspetti interattivi delle lampade, aspetti che hanno determinato il successo dell’azienda permettendole di conquistare una solida parte del mercato. Il ruolo di Paolo Rizzatto come art director è quello di preservare l’identità dell’azienda coniugandola con la necessità di rinnovamento e confronto con spinte diverse e diversi atteggiamenti progettuali, coinvolgendo anche altri progettisti e sviluppando i nuovi prodotti attraverso una selezione critica e di mercato. Fin dall’inizio l’atteggiamento di Luceplan ha tenuto conto di precise variabili di progetto, produzione, sperimentazione, ricerca, qualità, come dell’attenzione alla sostenibilità ambientale e al risparmio energetico. «Un buon progetto deve essere ecologico e rispettoso delle risorse terrestri e un buon disegno deve tenerne conto». Aziende come Luceplan, Barovier & Toso e FontanaArte hanno avuto il coraggio di fondare la propria immagine sulla stabilità di un linguaggio: l’utente finale riconosce in loro un messaggio chiaro e questo ne determina il successo, anche commerciale. In questo momento, dove spesso si tende a innovare a tutti i costi, dove esiste una «retorica dell’innovazione» come anche una «retorica dell’interattività», come afferma Raggi, un buon progetto è quello che risulta chiaro all’utente finale: chiaro e utile, facile ed economico, funzionale e sostenibile. L’attualità e il futuro del progettista della luce devono tener conto di tutto questo: ci sono molte opportunità di formazione specifica nel mondo dell’illuminazione, formazione importante perché gli strumenti da conoscere sono molti, complessi e costantemente in evoluzione, senza dimenticare il nodo della sostenibilità energetica. D’altro canto progettisti della generazione di Rizzatto e di Raggi insegnano come non si debba mai perdere la capacità di comprensione generale, la curiosità nella sperimentazione e nella ricerca e la travalicazione dei confini tra le discipline per anticipare le previsioni con il progetto di un nuovo prodotto.

Il termine «artigianale» oggi è ambiguo perché è un concetto

che ha subito un’evoluzione e bisogna quindi analizzarne le specificità caso per caso RIFLESSI A fianco, sopra: prove di resa ottica della lente Fresnel per la lampada Hope. Sotto: Flûte di Franco Raggi per FontanaArte (1999). Lampada con corpo in vetro borosilicato e riflettore in alluminio cromato lucido. Info: www.fontanaarte.it.

re dell’illuminazione: «Oggi costa molto di più cercare: cercare è un investimento alto. Le aziende sono molto più vulnerabili sulla capacità di ricerca e innovazione. Il mercato sta prevalendo in modo penalizzante…», e continua ricordando che «il grande patrimonio di un’azienda è l’identità del marchio: il progettista e l’azienda devono ragionare e investire su questo, senza farsi sedurre dal mercato». Nella sua attività di art direction per Barovier & Toso, Raggi ha insistito molto su questo concetto in quanto «l’identità del marchio è molto chiara: si occupa del vetro muranese e dei suoi possibili sviluppi». Il catalogo di Barovier & Toso parte infatti dal classico lampadario veneziano dal quale si sono sviluppati una serie di lampadari contemporanei, come i lineari della linea Domo progettati dallo stesso Raggi.


Maestri d’Arte


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T Laura Tonatto

di Alberto Cavalli

UNA ROSA DI SUCCESSO

LAURA TONATTO, TRA I POCHI «NASI» ITALIANI FAMOSI NEL MONDO, È CRESCIUTA STUDIANDO LE GRANDI MAISON PROFUMIERE INTERNAZIONALI. ORA REGALA A QUESTO SETTORE UN TOCCO DI SEDUZIONE MADE IN ITALY

SOLO PER LA CORONA Laura Tonatto in Arabia Saudita, nel laboratorio di estrazione della rosa di Taif: la sua produzione, circa 16 kg l’anno, è esclusiva del re.


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Maestri d’Arte

OLTRE SHANGHAI PER AMBIENTE

DAMA EAU DE PARFUM

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Ambra, gelsomino, tuberosa, fiori «Sono cresciuta nel mito dei profud’arancio e la rarissima rosa di Taif: con mi: quando ero piccola, mia nonna queste essenze Laura Tonatmi raccontava la storia della Maison to, torinese, tra i pochissimi Guerlain, della nascita di creazioni «nasi» italiani conosciuti in come il mitico Mitsouko». Nasi si tutto il mondo, ha creato la nasce, dunque? «Direi di sì: te ne speciale fragranza destinata accorgi perché senti le persone e le a Buckingham Palace e sericonosci, ti ritrovi in paesaggi olfatlezionata da Elisabetta II en tivi particolari. Questa attitudine è un personne (et couronne). dono, ma penso sia importante insegnare ai Elementi naturali e semplici, ancorché bambini a riconoscere e a scoprire gli odori, molto rari o preziosi: «Per me la ricerca di per stimolarne l’intelligenza e la sensibilità». fragranze naturali è e resta di fondamentale Moltissimi tra i più grandi nasi internazionali importanza», racconta Laura Tonatto, recentesono francesi: Laura Tonatto invece è nata a mente arrivata in finale per la categoria «RariTorino, dove risiede. Ma la sua formazione è tà» al premio Talents du luxe et de la création di stata internazionale, avendo studiato presso Parigi. «Per scoprire nuove note o per sviluple prestigiose scuole di Grasse e del Cairo. pare alcune essenze, la tecnologia è certo un «Nelle mie creazioni sono sempre presenti valido aiuto; ma per me è entrambe queste scuole. imprescindibile il rapporto Ma alla tecnica ho affiancacon materie prime davveto l’arte: il Barocco romano ro straordinarie, come apmi ha affascinato, e ho conpunto la rosa di Taif. Con cretizzato in numerosi proquesto fiore, rarissimo e getti questa mia passione. inebriante, credo di aver Come quando presentai il fatto un buon lavoro: crequadro Il suonatore di liuto sce su una collina in Arabia di Caravaggio all’HermitaSaudita, e ogni anno se ne ge di San Pietroburgo, nel raccolgono solo 16 chili, contesto dell’esposizione per lo più destinati al re. Caravaggio, un quadro, un C’è anche questa rosa nelprofumo”.Laura Tonatto la speciale essenza che ho lavora anche per privati, FANTASIE OLFATTIVE creato per Elisabetta II, ma creando essenze su misuLaura Tonatto nel laboratorio di Grasse, non chiedetemi dettagli: la ra: sul suo sito web è anzi in Provenza, capitale mondiale della profumeria. A fianco, preziose formula deve restare segrepossibile cimentarsi con e rare rose di Taif. ta!». Il naso è una rara figula sperimentazione. «Sono Informazioni: www.lauratonatto.com. ra di maestro nell’arte della soprattutto gli uomini ad profumeria che seleziona le appassionarsi alla possibiessenze, le accosta, le sperilità di creare da sé il promenta, le unisce in dosi personalissime e le prio profumo», racconta. Laura è ormai una miscela in combinazioni sempre nuove per celebrità: premiata come Donna dell’Anarrivare alla creazione di una fragranza ineno e indicata spesso come esponente di dita, personale. Il profumo è sempre la prima un’eccellenza raffinata e rarissima, sorride nota che vibra nell’aria: creare una fragranza di queste definizioni. «Trovo sia importante è dunque un atto quasi magico, alchemico, valorizzare i talenti, ma ancor più importanche presuppone non solo conoscenze chite sarebbe farlo quando hanno vent’anni, e miche ma anche sensibilità artistica, talento non quaranta!». Parole, le sue, che profue una predisposizione naturale. mano di esperienza, ironia e verità.

Creare una fragranza è un atto magico, alchemico, che presuppone non solo conoscenze chimiche ma anche una speciale sensibilità artistica, un grande talento e una straordinaria disposizione naturale


Dossier Gioielleria Italiana

Atelier

dall’

Impresa

all’

Mestiere, tradizione e creatività nelle strategie dei migliori eredi di Benvenuto Cellini

di Luana Carcano

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Dossier Gioielleria Italiana

GIANMARIA BUCCELLATI Gioielli che, come in un’opera d’arte, esprimono la qualità delle lavorazioni artigianali e creano emblemi senza tempo SPILLE E COLLANE A fianco: spilla a forma di farfalla con il corpo in oro giallo e perle barocche, ali in oro giallo e bianco con diamanti fancy di colore giallo e Paraiba. Il collarino è in oro bianco e rosa con brillanti, mentre la testa è in oro giallo, con occhi formati da rubini. Sopra: le diverse fasi di lavorazione della spilla, dal disegno (in alto a sinistra) agli ultimi ritocchi. Nella pagina precedente: collana a gruppi di fogliette in oro bianco con brillanti e castoncini in oro giallo modellato. Le perle barocche sono ospitate in coppe d’oro giallo modellate a foglia. Informazioni: www.buccellati.com.


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Parlare oggi di mestiere d’arte significa interrogarsi sulle radici e sulle prospettive di quel «bello e ben fatto» che è spesso evocato per definire l’eccellenza della produzione italiana: una sintesi di quella ricerca, tecnica ed estetica, che ha nei secoli portato alla realizzazione di manufatti creativi al servizio del mercato. Proprio nella tradizione orafa, il «mestiere» assume un significato che, oggi più che mai, è fondamentale indagare ed enfatizzare: quello di una dimensione pressoché unica dove la preziosità del metallo e delle pietre s’intreccia con l’abilità di mani esperte che forgiano il metallo, incassano e rifiniscono ogni creazione in maniera inconfondibile, per dar vita a capolavori di tecnica e di inventiva. Nel «crogiolo» della bottega rinascimentale si fondevano non solo metalli, ma anche idee, filosofie, tecniche e arti. Quanto di questa magnifica tradizione italiana, che in Benvenuto Cellini trovò un apice assoluto, è ancora viva nel mondo orafo contemporaneo? «Mestiere d’arte è un termine spesso usato con facilità da tanti, in tutti i campi» afferma il maestro orafo fiorentino Orlando Orlandini. «Certo dà lustro a ciò che si realizza, ma sarebbe più appropriato usarlo solo per alcune punte supreme». «Il mestiere d’arte è una filosofia di vita» dice Vincenzo (Enzo) Liverino, nato tra i coralli e formatosi alla scuola del padre Basilio. «Per riconoscere un buon corallo grezzo, per esempio, è importante saperlo tagliare e lavorare: il corallo non pulito è come un libro da leggere. L’interprete del mestiere d’arte è dunque in grado di trasmettere emozioni attraverso le proprie mani, prolungamento dei sentimenti racchiusi nel cuore». Paolo Re rappresenta la seconda generazione della sua famiglia a comando della valenzana Recarlo. Nella sua visione, «il mestiere d’arte è legato alla tradizione di un territorio e/o di una famiglia, al saper fare e alla passione degli artigiani che lavorano su piccoli gioielli e pietre, in taluni casi, quasi invisibili». Anche Andrea Buccellati, che dal padre Gianmaria e dal nonno Mario ha ereditato il talento artistico e la formazione a bottega, pone l’accento sull’importanza della tradizione e della scuola di vita. «Il mestiere d’arte è la capacità dell’individuo di comprendere le proprie risorse creative e le abilità manuali e di svilupparle fino a farle diventare un “mestiere”. L’apprendimento si basa su un’assidua e costante presenza sul lavoro affiancando nella quotidianità persone già esperte. Si tratta di una scuola di vita che risale alla tradizione del Rinascimento italiano». L’interpretazione contemporanea del mestiere d’arte racchiude dunque in sé sia l’espressività dell’arte applicata, sia il contenuto di savoir-

l’efficienza aziendale è l’espressione moderna del concetto di bottega organizzata; non solo saper fare ma anche saper pensare

faire del mestiere. E se la prima può essere innata o coltivata nelle scuole d’arte, il secondo si può sviluppare solo a bottega: «Ho appreso il mestiere d’arte vivendo quotidianamente a contatto con la realtà Buccellati», spiega Andrea Buccellati. «Questo mi ha dato la possibilità di sviluppare le mie capacità creative, affiancando mio padre nel suo lavoro e assorbendo segreti e tecniche di lavorazione dagli artigiani». Il mestiere d’arte non è dunque solo soluzione estetica: è anche e soprattutto capacità tecnica. «Il mestiere è alla base di tutto», racconta Orlandini. «La creatività, pur importante, da sola non basta. Il professionista completo la affianca con la tecnica, intesa come padronanza della materia e conoscenza del mestiere, e le competenze di base d’impresa». La capacità di lavorare i materiali con una certa tecnica o di eseguire particolari lavorazioni dà vita a processi di innovazione: la lucentezza dei gioielli Orlandini deriva per esempio da una tecnica di sfaccettatura con ceselli della superficie in oro. Le miniature su smalti di Gabriella Rivalta rappresentano delle vere e proprie opere artistiche realizzate a mano su una base in oro e smalto con fini pennelli. La tecnica dei pizzi e del tulle di Gianmaria Buccellati porta a opere manuali di grande leggerezza. E l’elenco potrebbe continuare. Questo rapporto tra creatività e tecnica si riscontra anche nel modo in cui i manufatti sono proposti al mercato. Da un lato, il maestro artista concentra la sua sensibilità e fantasia nella realizzazione di oggetti unici, opere che trovano naturale sbocco nelle gallerie d’arte e in esibizioni personali: si tratta di pezzi di alta maestria, singolari e certo non pensati per il mercato. Dall’altro, il maestro artigiano concilia la sua creatività con i vincoli connessi alla riproducibilità, seppur in serie assai limitate: si tratta comunque di pezzi unici, data la manualità della rifinitura che li rende uno diverso dall’altro, offerti al mercato attraverso proprie boutique o il dettaglio specializzato. La sfida, in questo caso, è riuscire a farsi riconoscere in un mercato affollato. È importante, racconta Sergio Antonini (il creativo della Antonini di Milano) «evitare di collezionare i propri manufatti, andando invece alla ricerca del mercato». L’efficienza aziendale è perseguita attraverso la standardizzazione dei processi e delle procedure: è l’espressione moderna del concetto di bottega organizzata, non solo «saper fare ma anche saper pensare». In altri casi ancora, il mestiere d’arte è al servizio di una visione d’impresa più ampia, come spiega Andrea Visconti della valenzana Giorgio


Dossier Gioielleria Italiana

ROBERTO COIN Il desiderio di provare forme e colori, esplorando la materia per ricercare suggestioni inedite ORECCHINO STARLIGHT, COLLEZIONE HAUTE COUTURE Orecchino in oro bianco con 11 perle di Tahiti per un totale di 21,83 g e 233 diamanti colourless per un totale di 6,30 kt. Informazioni: www.robertocoin.com.


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BULGARI Nella collezione di alta gioielleria i materiali e le tecniche creano simboli di una bellezza eterna COLLIER HIGH JEWELLERY A destra: collana con zaffiri colorati, tormaline verde menta e diamanti. Sopra: fasi di lavorazione artigianale di un gioiello della collezione High Jewellery. A sinistra: collana in oro giallo con sei gocce di smeraldi cabochon, ametiste in forma di goccia, 30 zaffiri rosa taglio rotondo, smeraldi, ametiste, pavĂŠ in diamanti e diamanti taglio rotondo a brillante. Informazioni: www.bulgari.com.


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Visconti: «Considero arte un pezzo unico, non legato a un bisogno. La parola arte mi sembra non descriva bene il mio mestiere. Un mestiere bellissimo che mi permette ogni giorno di creare, attraverso microscopici dettagli, una forma nuova e diversa. Il prodotto si arricchisce di un elemento, spesso di non immediata comprensione per i non addetti ai lavori, ma che, di fatto, può fare la differenza». Com’è declinato il concetto contemporaneo di mestiere d’arte nelle imprese italiane? Andrea Visconti è convito che «lavorare con prodotti che esprimono una creatività concentrata nel piccolo e prezioso sia d’aiuto per l’azienda nell’essere attenta alle più piccole sfumature e nella messa in luce del proprio valore». Per Roberto Coin, artefice del successo dell’impresa omonima, «il mestiere d’arte può essere quasi definito una religione aziendale, dove il passato rappresenterà la forza del futuro e dove sarà data sempre maggiore importanza ai valori fondamentali dell’ azienda». Una considerazione si fa strada con forza: la cultura, artistica e artigianale, che ha caratterizzato la storia orafa italiana deve costituire il punto di forza del suo rilancio. È l’industria, rispetto alla genialità di singoli artisti, che ha fatto conoscere l’abilità orafa italiana nel mondo e che ne ha rappresentato la forza motrice. «L’idea creativa, in Bulgari, può nascere in mille modi diversi», racconta il suo ceo Francesco Trapani, «ma si abbina sempre al lavoro dei nostri artigiani, che hanno un’innata aspirazione a su-

Il mestiere d’arte è una religione aziendale dove il passato rappresenta la forza del futuro

perare se stessi e che con la propria esperienza traducono in realtà creazioni concepite per essere di particolare morbidezza e rotondità. Ogni gioiello Bulgari è curato nei minimi dettagli per essere coerente non solo con la tradizione di qualità, ma anche in armonia con la sensibilità e la volontà di chi l’ha ideato mettendo a frutto tutto il proprio talento creativo e manuale. Ogni idea, infatti, è analizzata e sviluppata in un costante lavoro di team fra designer e artigiani, in modo da poter valutare i materiali, le lavorazioni e i colori più adatti alla sua realizzazione, garantendo un’assoluta vestibilità. Oltre un secolo di storia dimostra che quest’approccio paga: il nostro modo di montare le pietre, ancora completamente artigianale, ci distingue e ci fa apprezzare dalla clientela più esigente, assieme alla ricchezza dei colori e all’abbinamento di materiali preziosi e innovativi, come l’oro con l’acciaio o con la seta». È proprio questa capacità di porre la ricchezza culturale del mestiere d’arte al servizio dell’industria e del mercato la base dell’eccellenza italiana da tramandare e proteggere: qui sta la sapienza d’imprenditori e artigiani, che uniscono alla ricerca estetica la capacità di ideare manufatti preziosi attraverso tecniche tradizionali, tramandate per affiancamento, con grande maestria manuale. La maggior difficoltà si trova nella ricerca di un equilibrio tra una creatività fantasiosa che porta alla realizzazione di manufatti molto visionari ma spesso di breve durata e difficile indossabilità, e la creatività ispirata


ANTONINI MILANO Capolavori realizzati con una speciale attenzione alla tradizione orafa della metropoli lombarda COLLANA ANNIVERSARY In oro rosa con diamanti champagne, finitura vintage eseguita a mano. Tutti i modelli della collezione Anniversary sono numerati. Informazioni: www.antonini.it.

ORLANDO ORLANDINI Tessuti in forma di gioiello, frutto di una sapienza tecnica che modella l’oro come un tessuto FLESSUOSE SCULTURE Nella pagina a fianco, da sinistra: Agua, collana-mantello in platino, premio «Town & Country» 2005 a Las Vegas ; collana-mantello Feeling in oro, premio «Town & Country» 2001. Informazioni: www.orlandoorlandini.it.


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Dossier Gioielleria Italiana al passato che rischia di banalizzarne le idee. Secondo Roberto Coin, «nei nostri prodotti c’è l’arte, ma anche la cultura, la moda e la natura: tutto si combina secondo la mia interpretazione dello stile, principalmente classico ma sempre moderno e innovativo». La continuità nel mantenimento delle lavorazioni artigianali tradizionali e la coerenza nei propri progetti sono valori impliciti nel concetto di mestiere d’arte, come sottolinea Pasquale Bruni: «Mestiere d’arte per me significa creazione di uno stile cui poi rimanere fedele ». Nella filosofia di Pomellato, il mestiere d’arte si declina come creatività, ricerca, coerenza con il proprio stile e con strategie di comunicazione mirate. La grande forza delle aziende italiane si concretizza nella capacità di trasferire il contenuto di mestiere d’arte nei prodotti e nei processi produttivi: come sottolinea Orlandini, «i nostri gioielli devono essere riconoscibili indipendentemente dalla sigla o dal marchio: si contraddistinguono subito per una piacevolezza al tatto e

VHERNIER Ogni creazione è un pezzo unico, influenzato nella forma dalle più grandi correnti artistiche

BASILIO LIVERINO Sapienti mani d’artigiano modellano una materia viva e delicata come il corallo

BRACCIALI D’ARTE Dall’alto: Onda in oro rosa; Orient in oro rosa e diamanti; Boule in oro rosa e corallo; Carré in oro rosa e diamanti; Onda in oro bianco e diamanti; Cuscino in oro rosa e diamanti. Informazioni: www.vhernier.com.

ANELLO FISH KISS Platino, diamanti, corallo, una perla nera di Tahiti, tra le più grandi al mondo. Informazioni: www.liverino1894.com.


RECARLO Il profondo legame con i valori di una famiglia espressione del territorio di Valenza Po COLLEZIONE BOUQUET Girocollo in oro rosa con diamanti e perla australiana. Gioello realizzato a mano. Informazioni: www.recarlo.it.

POMELLATO Idee uniche e originali per un design sensuale e innovativo ANELLI CAPRI In oro rosa nelle versioni in calcedonio e quarzo rosa, da un pezzo unico della collezione couture Pom Pom. La montatura dona alle pietre un effetto di sospensione , come nuvole leggere. Info: www.pomellato.it.


chi dove quando

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CLUB DEGLI ORAFI ITALIA

Fondato nel 1980, è un’associazione indipendente costituita da operatori qualificati del settore orafo rappresentativi delle differenti categorie e leader nei rispettivi segmenti di attività. L’intera filiera orafa vi è presente. La missione è di offrire ai soci continue occasioni di arricchimento culturale e professionale, promuovendo l’intero comparto orafo e trasmettendo all’esterno l’importanza che assume in Italia e all’estero. Dalla fine degli anni 90 i «Forum del Gioiello» sono diventati un momento unico d’incontro per gli operatori del settore e gli opinion leader. Informazioni: www.clubdegliorafi.org.

CONFEDORAFI

È l’unione italiana delle federazioni e associazioni nazionali di categoria. Attraverso le nove federazioni aderenti, oggi Confedorafi rappresenta oltre 13mila imprese del settore orafo-argentiero, attive nella totalità dei comparti, dall’importazione delle materie prime fino alla vendita al dettaglio dei prodotti finiti. All’interno del settore, è impegnata a promuovere una nuova cultura d’impresa, basata sulla trasparenza gestionale, sulla concorrenza leale, sulla qualità intesa come valore aggiunto irrinunciabile della produzione Made in Italy. Informazioni: www.confedorafi.it.

ISTITUTO D’ISTRUZIONE SUPERIORE BENVENUTO CELLINI

L’Istituto statale d’arte Benvenuto Cellini di Valenza Po forma gli operatori del settore orafo attraverso un percorso culturale e artistico di base, con competenze nel campo tecnico-specialistico. Opera in un territorio fortemente caratterizzato dalla presenza di imprese orafe, attuando forme di collaborazione con realtà, produttive e formative, esterne alla scuola. L’Istituto non forma soltanto allievi pronti ad inserirsi nel mondo del lavoro, ma potenziali professionisti del design. Informazioni: www.istitutocellini.it.

ISTITUTO STATALE D’ARTE PIETRO SELVATICO

È una delle scuole più antiche d’Italia, fondata a Padova nel 1866 dal nobile Pietro Selvatico, storico e critico d’arte, per dare una formazione scolastica ai giovani artigiani. Gli indirizzi in cui si articola l’Istituto si sono definiti nel tempo in rapporto alle caratteristiche produttive del territorio. Qui hanno insegnato o tuttora insegnano alcuni tra i più grandi maestri nella gioielleria d’artista, come Mario Pinton, Francesco Pavan, Giampaolo Babetto, Graziano Visintin e Maria Rosa Franzin. Informazioni: www.selvatico.padova.it.

SCUOLA ARTIGIANA TORRESE EMIDDIO MELE

La scuola nasce a Torre del Greco per la forte volontà di Basilio Liverino, con l’obiettivo di formare una figura di artista-artigiano specializzata nel settore dell’oreficeria, del corallo, del cammeo e dei metalli preziosi. Propone un percorso che risponde al duplice obiettivo di salvaguardare la tradizione secolare della lavorazione del corallo e di creare contestualmente una figura professionale al passo con i tempi, padrona delle innovazioni tecnologiche in linea con le esigenze del mercato. Ogni anno accoglie i vincitori del corso-concorso premio Basilio Liverino. Informazioni: www.comune.torredelgreco.na.

SCUOLA ORAFA AMBROSIANA

La scuola nasce nel 1995 a Milano per iniziativa di Luca Solari, con l’obiettivo di proporre corsi pratici di laboratorio per studenti di tutto il mondo interessati all’apprendimento delle più importanti tecniche dell’arte orafa. È un punto di riferimento per chi si avvicina al mondo dell’oreficeria con l’intendo di farne una professione e per chi, più semplicemente, vuole coltivarla come hobby. Peculiarità della scuola è il numero limitato di allievi per insegnante a garanzia della didattica. Informazioni: www.scuolaorafa.com.

VICENZA ORO

La Fiera di Vicenza si caratterizza per la presenza di tre edizioni principali di Fiere orafe. VicenzaOro First, a gennaio, è la prima manifestazione del calendario fieristico internazionale, dove sono presentate tutte le nuove collezioni e si indicano i trend del gioiello. In contemporanea, si svolge T-Gold,la più importante vetrina al mondo della tecnologia applicata alla lavorazione dei metalli preziosi. VicenzaOro Charm, a maggio, esalta la contaminazione tra il gioiello e l’universo della moda, ponendo al centro del suo concept di comunicazione il consumatore evoluto. Infine, VicenzaOro Choice, a settembre, è concepita come appuntamento dedicato alla distribuzione. Informazioni: www.vicenzafiera.it.

per la loro lucentezza, non legata alla presenza di pietre». Non sempre però è facile conciliare il trade-off tra creatività artistica e spazi di mercato. «L’arte applicata al mondo del business», evidenzia Visconti, «comporta una sintesi tra prezzo, innovazione e interpretazione del classico. Solo la combinazione di questi elementi, che non sono facilmente conciliabili, permette al prodotto di avere uno spazio in un mercato sempre più competitivo». Nel mondo orafo le professioni d’arte si concentrano nelle fasi di manifattura, quando svolte con tecniche artigianali, e in quelle di rifinitura. Quasi tutti i grandi interpreti del mestiere d’arte italiano hanno costituito una propria scuola di formazione interna: da Gianmaria Buccellati a Orlando Orlandini, passando per Pasquale Bruni, solo per citarne alcuni. Proprio secondo Bruni, «senza la conoscenza del mestiere non si può esprimere la propria creatività». Creatività e mestiere d’arte rappresentano spesso il fiore all’occhiello di una


Dossier Gioielleria Italiana

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GIORGIO VISCONTI Una maestria tra raffinatezza contemporanea ed eleganza senza tempo

PASQUALE BRUNI Il movimento è vita, il colore è mistero, il pavé è luce e il sentimento è amore

ANELLI ETERNITY E DESIRE Dall’alto, tre anelli con brillanti bianchi e neri bruniti: Eternity in oro rosé e bianco. Eternity in oro bianco. Desire in oro bianco. Informazioni: www.giorgiovisconti.it.

ANELLO PASQUALE BRUNI ATELIER Dalla collezione «Sua Maestà», anello in oro bianco, tanzanite e diamante. Informazioni: www.pasqualebruni.com.

più ampia offerta; altre marche, invece, costruiscono proprio intorno all’héritage d’altissimo artigianato il proprio dna, che si esprime sia attraverso marchi di proprietà sia attraverso il terzismo avanzato al servizio di grandi marche internazionali. Come evidenzia Trapani: «la collezione di alta gioielleria è l’apice dell’espressione della creatività e del design di Bulgari, dove il gusto e la qualità dei materiali e delle lavorazioni artigianali creano simboli di una bellezza senza tempo, cruciali sia come immagine sia come business». Secondo Pasquale Bruni, «noi siamo un’impresa contemporanea e organizzata che ha mantenuto lo stile della bottega di una volta. Ogni idea è affidata, di volta in volta, all’orafo o all’artista che pensiamo riesca meglio a eseguirla e a creare un oggetto che esprima l’anima di chi l’ha ideato. Per noi è importante seguire personalmente la realizzazione di ogni manufatto». Il mestiere d’arte deve essere considerato e vissuto appieno nei processi aziendali, sfrut-

Il mondo del gioiello italiano sfida il futuro per trasformare il nostro savoir-faire in un vantaggio competitivo

tandone le opportunità intrinseche. Per mantenere viva la tradizione orafa italiana è quindi importante promuovere una cultura d’impresa che valorizzi lo straordinario contenuto di mestiere d’arte e di savoir-faire artigianale che ha determinato l’eccellenza italiana: «è importante comunicare non solo la creatività e il design italiano, ma anche il contenuto di mestiere d’arte», racconta Marina Munafò Borromeo di Antonini Milano, mentre Gianmaria Buccellati ricorda che «la nostra reputazione è costruita sul prodotto, più che su comunicazioni visive». Promuovere il contenuto del mestiere d’arte prima ancora che il suo simbolismo: questa è la grande sfida per il futuro. È una sfida cui il mondo del gioiello italiano deve guardare con consapevolezza e rigore, per trasformare il proprio straordinario savoir-faire in un vero vantaggio competitivo. Senza dimenticarsi che il mestiere d’arte rimane fine a se stesso se non è narrato ai clienti in maniera chiara, semplice e d’immediata comprensione.


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Lavorazioni di Stile

di Giancarlo Maresca

ESOTICO p r e z i o s o

INIMI TABILE

PANAMA La sua forma è il risultato di una sapienza centenaria che modella una rara fibra vegetale. È uno degli accessori classici dell’eleganza maschile da quando Theodore Roosevelt...

CAPOLAVORI DI ARTIGIANATO A fianco un modello Montecristi «fino» in fase avanzata di lavorazione. I Panama di alto livello mostrano venature e sfumature che fanno di ogni modello un pezzo unico.


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Lavorazioni di Stile

sappiamo che Napoleone nei giorni del suo esilio a Sant’Elena indossava un Panama dalla vasta tesa

PER OGNI TESTA La flessibilità della materia prima consente di modellare infinite forme

Per l’uomo, ammirare un Panama è naturale come ammirare coltelli da tasca, orologi meccanici, automobili veloci, sigari lucenti e donne coi tacchi. Molti, stregati dalla sua aria spensierata, ne acquistano uno per poi lasciare nell’ombra di uno scaffale ciò che era nato per sfidare il sole. Pochi sono coloro che lo indossano con frequenza e così, nel corso della vita, ne acquistano parecchi e imparano a conoscerlo. In effetti si tratta di uno strumento assai potente, capace di elevare il gusto ad autorità, ma anche di precipitare la vanità nel ridicolo. Piace a tutti, non è per tutti. Al simbolismo del cappello, che coronando il capo dona prestigio a chi già possiede carattere, associa il fascino dell’esotico, l’esclusività del pezzo nato unico e reso ancor più personale dall’uso, completando la ricetta con misteriosi attributi che vengono da una militanza lunga e gloriosa. Nessuna storia comincia dall’inizio. Ascese e decadenze, movimenti letterari e politici, invenzioni e generi musicali, possono essere sempre riportati a fenomeni che precedono la loro prima manifestazione concreta. Poiché è difficile dire quale sia il punto di origine e se sia uno solo, ecco che il passato si presenta complesso quanto il futuro e la storiografia non meno creativa, né incerta, della divinazione. Noi conosciamo il momento in cui il Panama venne battezzato e con questo nome assumeva il ruolo che ancora gli spetta, mentre sappiamo ben poco della sua esistenza prima di quel fatidico momento. Di certo si tratta di uno dei pochi pezzi del guardaroba maschile classico la cui diffusione non parta dal Regno Unito, né dalle sue colonie. Sappiamo anzi che Napoleone ne portava a Sant’Elena uno dalla vasta tesa e questo, se avrà contribuito alla conoscenza dell’oggetto,

76 non gli avrà certo guadagnato buona fama in Inghilterra. Dal Rinascimento in poi, ogni secolo si può attribuire a una Nazione. Il Cinquecento fu italiano, il Seicento spagnolo, il Settecento francese e l’Ottocento inglese. Il primo secolo del secondo millennio si annuncia cinese, mentre quello che chiuse il primo millennio, il travolgente Novecento, fu senz’altro americano. Tra le prime imprese che annunciarono questa nuova leadership vi furono l’inaugurazione del Canale di Panama e lo stesso modo con cui l’evento venne trattato. Venne predisposta una campagna mediatica senza precedenti, un martellamento a tappeto che apriva la strada al moderno ruolo della comunicazione. Immagini del presidente Theodore Roosevelt, talvolta assottigliato da ritocchi fotografici che ancora una volta dimostrano come non ci sia mai nulla di completamente nuovo sotto il sole, vennero diffuse in tutte le salse: in viaggio, nelle cerimonie, sui luoghi, coi macchinari, coi dignitari. Per farsi meglio riconoscere, nonostante le riproduzioni poco definite dell’epoca, indossava sempre un abito bianco sotto un cappello chiaro. Quell’abbinamento divenne un paradigma, quel cappello prese il nome di Panama. Era il 1906.

IL SEGRETO DELLA FIBRA

Un Panama ha pieno diritto a questo nome ovunque venga rifinito, ed è bene sapere che non pochi sono quelli realizzati in Italia, anche per case straniere. Nella zona tra Montappone e Città di Castello vi sono aziende, come la Sorbatti, che hanno una competenza a dir poco storica in questa lavorazione. È comunque essenziale che la campana, detta anche cloche, ovvero il semilavorato ancora privo della forma definitiva, venga dall’Ecua-

Solo in alcune zone dell’Ecuador si tramanda la tecnica per ricavare dalla natura la preziosa toquilla,

la fibra resistente ed elastica che si ottiene attraverso il complicato trattamento delle foglie di una pianta simile alla palma


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Lavorazioni di Stile

un Panama di qualità presenta proporzioni armoniose, con curvature morbide, segno di una formatura a mano

DUE LE VARIETÀ I modelli Cuenca sono più rigidi e a maglia larga. I Montecristi sono più eleganti

dor. Solo in alcune regioni di questo Paese ancora si tramandano la tecnica per ricavare dalla natura la tipica fibra e l’arte di intrecciarla. Il materiale con cui viene costruito si chiama toquilla ed è una fibra resistente, elastica, modulabile nello spessore, che si ottiene attraverso una complicata estrazione dal sistema linfatico delle foglie immature di una pianta, simile alla palma, che assume tanti nomi ma alla fine l’unico valido resta quello botanico: Carludovica palmata. Ogni filamento di toquilla è composto da moltissime vene parallele e questa struttura permette di sfilacciarlo più volte. Più è sottile il filamento, più fine e laborioso sarà l’intreccio e più prezioso il cappello. La toquilla può essere sbiancata in due modi. Con l’acqua ossigenata si ottiene un bianco deciso e uniforme, ma l’ossidazione riduce leggermente l’elasticità e la scorrevolezza della mano. I migliori artigiani prediligono la decolorazione con lo zolfo, cui provvedono personalmente. Il risultato non è omogeneo ed è per questo che i Panama di altissima gamma mostrano venature e sfumature che fanno di ogni cappello un pezzo unico, di cui valutazione e scelta sono avventure dello spirito.

INTRECCI PREZIOSI

Le due principali varietà di Panama sono il Cuenca e il Montecristi e ciascuna di esse è declinabile in numerose qualità o gradi. In mancanza di una disciplina internazionale, le denominazioni dei prodotti in circolazione non sono affatto affidabili. Chi sa distinguere la qualità in proprio potrà acquistare sempre e dappertutto, mentre l’appassionato privo di questa competenza si rivolgerà a case serie, dove è sicuro che non gli vendano cipolle per mele. Cercheremo di fornire qualche

78 base sulla quale, aggiungendo l’esperienza diretta, costruire una sensibilità sufficiente a orientarsi. Va premesso che in linea generale un Cuenca, varietà di gran lunga più comune, è più rigido, più largo di maglia, quindi meno pregiato di un Montecristi. L’intreccio del Cuenca parte sempre da una rosetta di forma circolare, ben riconoscibile sulla sommità della cupola. La gran parte viene intrecciata con il sistema 1 x 1, lo stesso di una tela. Esattamente come avviene nei tessuti, imporre una contorsione della fibra a ogni passaggio comporta una notevole porosità della superficie ottenuta. Forse anche per questo tale lavorazione viene detta «brisa». I Cuenca vengono classificati con gradi numerici, che dovrebbero corrispondere alla densità della lavorazione. Il problema è che ogni produttore li misura con un criterio proprio. Se quindi incontrate etichette che dichiarano un grado, sappiate che l’unica cosa sulla quale potrete contare è che il grado 10 di una ditta sarà inferiore al suo grado 12. Per il resto, può benissimo essere inferiore al grado 8 d’altra provenienza. Un Montecristi si riconosce dall’ovale da cui parte, che a sua volta contiene una linea. I Montecristi sono intrecciati con una tecnica 2x2 che in gergo tessile si chiamerebbe armatura a saia o levantina, mentre nel mondo dei Panama si dice «llano». Ogni singola pagliuzza ne scavalca due a ogni passaggio, lasciando in superficie un disegno a spiga o spina di pesce. La cosa più importante in un Montecristi è la densità della lavorazione, direttamente proporzionale al tempo e alla bravura necessari a realizzarlo. Frequentando cappelli e cap] pellai sentirete diverse scale di finezza, ma la gerarchia più affidabile si basa su cinque gradi: regular, fino, fino-fino, extrafino, super-

Ogni filamento di toquilla è composto da moltissime vene parallele e può essere così sfilacciato più volte.

Più sottile è il filamento lavorato dagli artigiani, più fine e laborioso sarà l’intreccio e quindi più prezioso e ricercato il cappello


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Lavorazioni di Stile

natura: la leggerezza. Un Panama di grande finezza può pesare meno di quaranta grammi e scendere a trenta, casi in cui il suo valore finisce per superare anche di parecchio quello dell’oro. Purtroppo le qualità eccezionali vengono oggi realizzate da un numero limitatissimo di Maestri, privi di apprendisti. Sappiate dunque che tra dieci o al massimo quindici anni il mondo perderà questa ricchezza, sicché un Panama degno del nome di superfino va ben al di là dei miseri lussi da centro commerciale. Ogni acquisto del genere è un momento storico, da un lato uno scatto di un immaginario conto alla rovescia, dall’altro una piccola conquista per tutti coloro che amano la vera bellezza e avranno un’occasione in più per ammirarla.

LE FOGGE ARBITRI DI ELEGANZA Concordanza stilistica e temporale tra Alberto Pirelli nel 1904 (a sinistra) e Alberto Santos Dumont nel 1906. L’imprenditore italiano e il pioniere dell’aviazione brasiliana indossano due eleganti Panama. A fianco un Montecristi superfino modello «colonial».

L la migliore qualità di Panama viene oggi realizzata da pochi maestri. Tra 15 anni il mondo potrebbe perdere questa ricchezza artigiana

fino. Questi nomi sono usati spesso a casaccio, per non dire capziosamente, quindi per distinguere le qualità superiori occorre avere parametri più chiari. Un sistema oggettivo c’è e si chiama Montecristi Cuenta. Si tratta del numero risultante dal prodotto delle file di intreccio che si contano in un pollice misurato in orizzontale per quelle contate in un pollice verticale, purché nella stessa area del cappello. Provateci appena possibile e noterete che la misura orizzontale è facilissima, mentre a quella verticale bisogna farci un po’ l’occhio. Orbene, si può dire che se la media dei conteggi è pari a 20 e quindi il Montecristi Cuenta è intorno ai 400, siamo di fronte a un fino-fino, un livello già degno di nota da parte di un gentiluomo, eppure appena al centro nella scala che abbiamo proposto. Aumentando o diminuendo la densità di cinque punti per lato, saliamo o scendiamo di un grado qualitativo. Un superfino, il top dei top, avrà un Montecristi Cuenta intorno a 900. Non capita spesso di vedere un’opera del genere, che richiede dai sei ai nove mesi di lavoro. La qualità di un Panama non si valuta solo dalla densità. Vanno considerate la regolarità del lavoro, la rilevanza dei pur immancabili difetti, l’omogeneità del colore, la grandezza e la forma. La formatura sta a una cloche, come il taglio sta a un diamante grezzo e richiede pari abilità. Un Panama prestigioso presenta proporzioni armoniose, con curvature morbide, segno di una formatura a mano. Il bordo della tesa è rimagliato su se stesso e non cucito. Non viene incollato o irrigidito, perché camminando possa vibrare e manifestare così la parte più nobile della sua

Uno dei modelli più comuni è quello detto optimo, contraddistinto da una riga centrale lungo la quale il Panama può essere ripiegato. Pur essendo una foggia tipica e meritevole di attenzione, un cappello si compra perché stia bene in testa, non in tasca. Il primo Panama a chiamarsi così, quello che per intenderci usò Teddy Roosevelt, era un homburg, quello che in italiano si chiama anche lobbia, un cappello dalla cupola alta, attraversata da un profondo avvallamento longitudinale, con ala corta e ripiegata verso l’alto lungo tutta la circonferenza. Oggi un Panama così è molto raro e approfitto dell’occasione per ringraziare la ditta Sorbatti di Montappone, che su mia richiesta me ne ha realizzato uno riuscitissimo, del quale vado molto orgoglioso. Non dovrebbe mancare in una piccola raccolta di Panama un modello planters, che ha la cupola bassa disegnata da una maschettatura circolare, o a pera, e la tesa ampia, efficacissimo riparo dai raggi solari. Il primo su cui cade la scelta è comunemente un fedora, modello che ha la cupola con due fossette ai lati ed un avvallamento alla sommità, nonché la tesa che guarda verso l’alto nella parte posteriore e verso il basso in quella anteriore (snap brim). Il trilby, sportivissimo, si distingue dal fedora per la carena più affilata e la cupola più bassa. Il pork pie, ora in gran voga, ha cupola quasi piatta e tesa molto sottile. Qualsiasi foggia si scelga, per conservare la forma e la stessa vita del Panama, non bisogna mai afferrarlo con tre dita, come fa chi non ha dimestichezza coi cappelli, ma reggerlo per la tesa e calzarlo con due mani. Il Panama nasce da un materiale inumidito, lavorato in ambiente umido. L’umidità è dunque il suo nutrimento. Più lo si mette e più dura, perché si giova della traspirazione. Il Panama che non viene indossato per un anno intero o due, consiglio di lasciarlo per parecchie ore in un luogo ad alta umidità.


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Cattedrali del Design

di Ugo La Pietra foto di Amalia Violi

ROSSANA ORLANDI

UNA GALLERIA PER L’ARTE APPLICATA

A MILANO, UN LUOGO VOLUTAMENTE APPARTATO, È DA MOLTE STAGIONI IL CENTRO DELLA RICERCA PIÙ RAFFINATA. QUI, LONTANI DAL TRAFFICO DELLE MODE, TROVANO LO SPAZIO PER FARSI AMMIRARE LE CREAZIONI SELEZIONATE DA UNA SIGNORA CHE CONOSCE LA DIFFICILE ARTE DEL BUON GUSTO

Ritratto allo specchio per Rossana Orlandi fotografata dalla figlia Nicoletta Brugnoni. Credenza Smoke di Maarten Baas; lampada Jieldé in ferro; zuppiera Ceramica di Collection Regards.


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Cattedrali del Design

La grande tradizione relativa al craft europeo e la recente scoperta, in Italia, di un design con alto valore aggiunto ottenuto grazie a procedimenti tecnici e di lavorazione che impegnano largamente la manualità artigianale, sta determinando la crescita di un nuovo mercato dell’oggetto. Prodotti d’eccezione, fatti per pochi (sono spesso pezzi unici o comunque in tiratura limitata) che hanno trovato all’interno del mercato internazionale un gran numero di persone con un potere di acquisto particolarmente elevato. Sono così nate alcune gallerie capaci di proporre esemplari «significanti» in grado quindi di esaltare gli aspetti fattuali e di ricerca concentrati nelle opere esposte. È un mercato che diventa sempre più trainante in quanto dimostra che si possono pensare e realizzare opere d’eccezione, cariche di azzardo, opere che stanno stimolando il consumatore che fino a ieri era stato coinvolto dal mercato dell’oggetto sempre più vicino al gadget. Proposte quindi capaci di esprimere tutta la forza della classicità (spesso per l’uso di tecniche di lavorazione tradizionali) assieme all’innovazione esasperata nella forma e nella tipologia, cui si aggiunge la caratteristica di grande fascino e di notevole attrattiva che è quella dell’oggetto unico. Sono ancora poche le gallerie che sono riuscite a comunicare questi valori raccogliendo un pubblico sempre più numeroso e appassionato.

IN PRIMA PERSONA

Tra queste lo Spazio Rossana Orlandi con la sua Galleria, in via Matteo Bandello a Milano, si distingue per alcuni caratteri: la presenza della stessa Rossana Orlandi che per molti anni (e ancora oggi) ha coltivato il mondo della moda e che ora si dedica alla scelta e all’organizzazione di installazioni con le tante opere esposte che esprimono tutta la voglia creativa di molti operatori. Artisti e designer, che possiamo e anzi dobbiamo, guardando bene le loro ope-

oggetti capaci di esprimere tutta la forza della classicità con l’innovazione esasperata nella forma e nella tipologia

A fianco, in alto: veduta dello showroom con il tavolo Scrapwood di Piet Hein Eek. Sotto, ceramiche Collection Regards; lampada circolare Halo, prototipo di Wieland Vogel; lampadario in legno Kronenluchte di Piet Hein Eek.

re, chiamarli semplicemente creativi, che con entusiasmo vanno da Rossana Orlandi per proporre e comunicare le proprie idee in forma di opera oltre che per comunicare con la stessa Orlandi: signora sempre attenta, curiosa di novità con le quali arricchisce il grande spazio espositivo. Un continuo scambio di idee tra la gallerista e l’autore destinato a sviluppare in entrambe le parti una sempre più ampia conoscenza e capacità di giudizio estetico.Un giudizio estetico che porta Rossana Orlandi ad avere successo non solo nel suo spazio milanese ma anche nelle sue trasferte alla fiera di Basilea o attraverso il nuovo spazio che ha da poco aperto a Porto Cervo.

QUESTIONE DI ANTENNE

Il successo di questa signora della moda e delle arti applicate risiede nelle sue piccole ma efficaci antenne. Una sensibilità che la porta verso scelte intuitive che prescindono dall’aspetto commerciale, un modo quindi abbastanza raro e di certo non facilmente proponibile che è quello di operare in piena libertà, senza particolari condizionamenti. Rivolge quindi la propria attenzione verso autori di qualsiasi età, provenienza e nei confronti di opere eccezionali non solo per l’uso della tecnica o della materia (più o meno preziosa) ma dove l’eccezionalità sta nella sorpresa, nell’azzardo, unita alla grande sensibilità nei confronti della materia utilizzata. Questo modo di operare è il segreto che porta la Orlandi ad avere un facile rapporto con il mercato internazionale nella convinzione di un continuo sviluppo dello stesso. In questa prospettiva le gallerie come quella di Rossana Orlandi rappresentano l’avanscoperta per il raggiungimento di nuovi mercati: un nuovo modo per iniziare a coinvolgere sempre più un ampio numero di appassionati nei confronti della nostra produzione artistica e artigianale.


di Renato Meucci

ARPE

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IN PROVINCIA DI CUNEO SI CREANO LE ARPE PIÙ BELLE DEL MONDO GRAZIE A VICTOR SALVI, UN EX MUSICISTA ORA DIVENTATO IMPRENDITORE DI SUCCESSO

Negli atelier di Piasco (Cuneo) uno dei maestri artigiani di Salvi Harps controlla che la cassa armonica di un’arpa sia finita a regola d’arte, prima dell’assemblaggio. (Archivi Salvi Harps)

SINFONIA ARTIGIANA


88 La capitale dell’arpa è a Piasco, paesino in provincia di Cuneo. Qui ha sede una delle più importanti aziende italiane nel settore degli strumenti musicali e in particolare dell’arpa. Qui ha sede la Salvi Harps, che prende nome dal suo fondatore e proprietario, Victor Salvi, nato a Chicago nel 1920 da genitori italiani, oriundi di Viggiano in provincia di Potenza. Interrompendo una già avviata carriera da arpista, egli decise negli anni 50 di rientrare in Italia per dar vita a una fabbrica di arpe che è oggi ai primi posti nel mondo, tanto che Salvi ha acquisito persino il prestigioso marchio americano Lyon & Healy. Alla attività produttiva la Salvi associa anche quello didattico, grazie a un museo dedicato interamente allo strumento e frutto della passione di mister Salvi al quale, oggi novantenne, abbiamo rivolto alcune domande per comprendere le sue scelte. Perché l’idea di insediare in Italia un’impresa che poteva fondare negli Stati Uniti? «Negli anni 50, quando decisi di tornare in Italia e iniziare la mia avventura di imprenditore, l’artigianato italiano era ben vivo e di alta qualità. Dopo ricerche in Inghilterra e in Francia, mi persuasi che era l’Italia il Paese ove avrei trovato gli artigiani più adatti a creare le mie arpe. Ero convinto di non poter trovare maggiore maestria altrove che nell’artigianato italiano, e sicuramente non mi sbagliavo». Quale differenza nota tra gli artigiani che

Tesori da Scoprire

DUE DISCHI DUE BREVETTI L’arpa oggi in uso è stata introdotta da un geniale costruttore parigino, Sébastien Erard (1752-1831), il quale nel 1794 brevettò il meccanismo per variare l’altezza delle note che è rimasto in uso fino ai giorni nostri. Un dischetto d’ottone collocato al di sotto di ciascuna corda, e dotato di due punte sporgenti come denti di forchetta, viene mosso da uno dei sette pedali (tanti quanti i suoni della scala musicale). Nella posizione di riposo del pedale i due denti non toccano la corda, lasciandola libera di vibrare, mentre azionandolo il disco ruota di un quarto di giro serrando fermamente la corda tra le sue punte, e accorciandola così per innalzarne l’intonazione di un semitono. Nel 1810 lo stesso Erard brevettò il definitivo meccanismo a due dischetti nel quale il secondo disco può accorciare ulteriormente la corda innalzandola di un tono (per esempio: da Mi a Fa con la prima, e da Fa a Fa# con la seconda posizione del pedale).

lavorano oggi nella sua azienda e quelli dei primi decenni di attività? «L’area di Saluzzo è rinomata per la lavorazione del legno e per il mobilificio d’arte. Qui esiste tuttora una certa continuità con il passato, permane una tradizione familiare e la perizia nel mestiere viene trasmessa da padre in figlio, ora come 50 anni fa. Questo è il motivo per cui la mia azienda si è insediata in quest’area e qui tuttora rimane. A fianco di questa formazione popolare si è aggiunto nel tempo il contributo dell’Istituto d’arte Amleto Bertoni di Saluzzo dove decoratrici e doratrici ricevono un’eccellente istruzione. Prego perché questa tradizione e questa eccellenza formative non vadano mai a scomparire, non solo perché sarebbe un problema per la mia attività, ma anche perché ciò significherebbe per l’Italia un impoverimento culturale. L’arte va protetta, incoraggiata, aiutata, e ne avremo in cambio ricchezza, sia economica sia spirituale». Come ha fatto a trasformarsi da artista affermato in imprenditore e manager? «All’inizio c’è stata più che altro la voglia di un musicista di costruire uno strumento migliore, dal punto di vista strutturale e del suono. La trasformazione in imprenditore iniziò quando mi resi conto che le mie prime arpe suonavano bene, che molte arpiste volevano acquistarle, e che avrei potuto veramente diventare un costruttore di successo. Devo dire che ac-


Fasi di lavorazione di un’arpa dalla pagina a sinistra, in basso: il lavoro con lo scalpello sulla base dello strumento; l’incollaggio degli elementi del collo dell’arpa, detto modiglione; l’avvitaggio del fondo alla cassa armonica; il maestro scultore al lavoro sulla parte superiore della base, detta mezzaluna, di uno strumento che verrà successivamente dorato; una doratrice esegue la lucidatura dell’oro con lo speciale utensile in pietra d’agata; la maestra decoratrice realizza un decoro su una tavola armonica con pittura e foglia d’oro. In alto: una maestra doratrice applica foglie d’oro 23 carati sulla base di un’arpa dorata.


90 cadde tutto in modo naturale. Forse avevo già un qualche talento imprenditoriale, e l’essere imprenditore tutto sommato finì per sembrarmi un’attività più stimolante di quella di musicista; mi ci sentivo più tagliato, pur restando dentro di me una grande passione per la musica». Quanto ha contato la sua esperienza di musicista nell’attività di imprenditore? «È stata fondamentale. Ogni musicista professionista ha un’idea chiara di che cosa desidera da uno strumento. Oltre a questo, sono anche stato sempre molto attento ad ascoltare commenti e suggerimenti di colleghi arpisti, i quali mi hanno fornito preziose indicazioni su come migliorare gli aspetti meccanici e anche sonori dei miei strumenti. Negli ultimi anni si è poi affiancato uno studio approfondito dell’acustica da parte del nostro

dipartimento di Ricerca e Sviluppo. Lei ha acquisito Lyon & Healy, prestigioso marchio americani. È questo un esempio di strategia commerciale globale? Anche in questo settore artigianale valgono le norme della grande produzione industriale? «Sicuramente ci sono stati motivi di carattere commerciale e strategico per acquisire Lyon & Healy. Da giovane avevo suonato queste arpe, ottimi strumenti. La differenziazione dei prodotti porta a vantaggi indubbi, e così le arpe Salvi e le Lyon & Healy sono sempre molto diverse per costruzione e sonorità». Che pensiero dedica a Viggiano? «Non posso e non voglio dimenticare Viggiano, lì ci sono le mie radici, anche se sono nato a Chicago. Sicuramente la mia storia sarebbe stata diversa se la mia famiglia non fosse partita da questo paesino della Lucania famoso per la sua arpa popolare diatonica e per una tradizione musicale legata ai musicisti girovaghi del XVIII secolo». Sopra: Victor Salvi tra le sue creazioni. A fianco: splendida arpa modello Minerva, uno degli strumenti di alta gamma della produzione Salvi, particolarmente indicata per le orchestre grazie alla sua grande capacità di proiezione sonora.


Sapori e Saperi

di Giulio Francesco Bagnale

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ricette FINISTERRE

In Puglia i profumi della terra sono il magico risultato di un aspro rapporto con il territorio. Viaggio gustoso tra i tanti segreti di uno scrigno italiano racchiuso tra 700 chilometri di costa

Illustrazioni di Ugo La Pietra


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ire Puglia non è difficile ma in realtà è un errore, e se cominci sbagliando continui, appunto, con difficoltà. Dire Puglie è più facile, più corretto, in sintonia con questa lunga striscia d’Italia e la sua straordinaria ricchezza di storia e di cultura, di arte e di mestieri. Le Puglie del grano e del pane, dell’olio e del vino, delle chiese e dei castelli, dei Templari, di Federico II, degli Arabi, dei Bizantini, dei Veneziani, dei pellegrini, della Taranta e del Griko, delle città bianche sulla costa, dei porti e delle torri di guardia. Le Puglie seducono perché ingannano, confondono. Settecento chilometri di costa ti fanno pensare a un paese che dipenda dal mare, ma in ogni casa c’è una motozappa e forse

nemmeno il 3% ha una barca.Terre piane, con rilievi dolci, terre da camminare, cominciano a nord con il Tavoliere, come a presentarsi; fatta eccezione per il Gargano, praticamente ovunque l’orizzonte si ferma per la fatica degli occhi e non per intralcio naturale, e anche le Murge sono solo il confine di un’altra tavola. Ma ecco che nella parte più intima si aprono le gravine, e la terra sprofonda, si inabissa, si ritira allo sguardo, si innalzano le rocce... verso il basso, e quello che era aperto si fa chiuso e misterioso. Un vezzo femmineo. La Puglia è terra femmina. Femmina affascinante, solare, aperta, offerta al mondo con tutto questo approdo. Impudente, provocante, con quel Salento che si protende a mare,


Sapori e Saperi suadente e fascinoso, un invito sfacciato che in così tanti nel tempo hanno colto, che fossero in cerca di conquista o ricchezza, o semplicemente di patria, o ancor più di salvezza e di speranza. Femmina feconda, secondo ritualità gravidiche ancestrali per le quali i semi raccolti sulla terra, dell’olivo, della vite, del grano, andavano fecondati sottoterra, nei frantoi ipogei, nei palmenti e nelle fosse del grano. Terra di ricchezza antica, che a un certo punto della sua storia, come molto sud di questo Paese, ha perso il ritmo del suo essere, come assordata dal battito della crescita comunque e qualunque, stranita dal rapido mutare delle cose, dal continuo mutare degli orizzonti. La Puglia è, però, anche una terra che il suo ritmo ha ritrovato, mantenendo quello che di utile c’è nel nuovo ma soprattutto conservando o recuperando il legame con la propria storia, il proprio territorio, la propria identità. La Puglia è terra di mestieri. Mestieri di terra, in particolare, legati all’allevamento della vite, alla coltura dell’olivo, del grano, alla pastorizia, alla lavorazione della terra. Ed è soprattutto partendo da questi mestieri che questa terra va ritrovandosi, da uomini e donne che trova-

INDIRIZZI GUSTOSI www.darapri.it www.cantineguttarolo.it www.vinipichierri.com www.agrumariariricucci.it www.portadibasso.it Macelleria Sabatino, via Roma 50, Apricena (Fg), tel. 0882.643190. Masseria Petrino, località Petrino, Palagianello (Ta), tel. 099.8434065. Bolina, Lungomare Colombo 3, Tricase (Le), tel. 0833.775102.

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no la loro strada. Come i D’Araprì, che hanno cantina a San Severo (Foggia). Girolamo D’Amico, Louis Rapini e Ulrico Priore, amici da sempre, uniti dalla passione per il jazz e per il vino, che scommettono trent’anni fa di riuscire a fare un ottimo spumante metodo classico. In una città di grandissima tradizione vitivinicola, nella quale praticamente ogni famiglia aveva vigna e le cantine era dote di nozze, ma che tutto questo patrimonio di cultura e di mestiere stava ormai perdendo, travolto da errori di gestione o poca passione. I D’Araprì scelgono di vivere il loro essere vignaioli come testimonianza della storia di questi luoghi e dell’identità della loro gente. Scelgono di far spumante con il Bombino che è il vitigno autoctono, scelgono di far cantina a Palazzo Fraccacreta nel cuore del centro storico sanseverino, per conservare all’interno della città la tradizione delle cantine. E sullo stesso solco Cristiano Guttarolo che a Gioia del Colle (Bari), sull’altopiano delle Murge, interpreta i suoi vini all’insegna della naturalezza attraverso una viticoltura biologica senza interventi enologici esterni e ne tira fuori un Primitivo delle Murge non filtrato, floreale, polposo, ricco, elegante. Ancor più convinta espressione di antico mestiere il lavoro di Vittorio Pichierri e suo nipote Massimiliano, proprietari della vinicola Savese a Sava (Taranto), «la vera patria del Primitivo» a sentir Vittorio. Vittorio Pichierri lavora quasi esclusivamente Primitivo e ne trae vini artigianali, autentici, nel senso più vero del termine. Le uve vengono coltrate a mano nelle fermentine e poi trasferite nei vasi vinari interrati e vetrificati o nelle anfore. «Faccio il vino oggi come quando ho cominciato a farlo 50 anni fa e come si è sempre fatto», vini complessi, di grande personalità, indimenticabili. Fa del proprio mestiere un’occa-


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Sapori e Saperi

sione di riscoperta di identità anche Michele Sabatino, macellaio ad Apricena (Foggia). Michele entra a bottega quindicenne, macellaio per via di madre Concetta, che non ne poteva più della vita da allevatore del marito Bonifacio e lo costringe a cambiar mestiere. Michele Sabatino conosce la sua terra e ne riscopre gli usi e le preparazioni dimenticate, riportandole in vita e dando loro nuovo lustro. Il lavoro con le carni podoliche, con il maiale nero dauno, ma soprattutto la Muscisca, dall’arabo mosammed, «cosa dura», una lavorazione tipica dei pastori della transumanza. Apricena è sul famoso Tratturo Regio che dall’Aquila scendeva alla Dogana delle Pecore di Foggia. Si usava la capra stanca, le carni si tagliavano a strisce sottili perché essiccassero rapidamente, le si condiva con sale e spezie. Oggi Michele Sabatino la ripropone tradizionale di capra garganica ma anche di mucca podolica. Espressione di una tradizione e di un mestiere che non deve riscoprire anche l’Antica azienda agricola Ricucci, a Rodi Garganico (Foggia). Alfredo Ricucci è alla guida dell’agrumaria di famiglia, fondata nel 1850. Coltivazione biologica, raccolta a mano per rispettare e preservare le biodiversità e trarne il meglio. Con questo mestiere ripetuto e rispettato Alfredo Ricucci produce le arance bionde e duretta del Gargano e i limoni femminielli, la cultivar più antica d’Italia, e le loro conserve, oltre a un olio biologico di grande qualità. Riscopritore di mestiere e tradizione invece Daniele Negro a Otranto (Lecce), proprietario della bella azienda di famiglia che si stende alle spalle della Torre Sant’Emiliano e che

produce una linea di formaggi che porta appunto il nome della torre. Latte munto solo da animali che vivono al pascolo nei 200 ettari dell’azienda. Daniele Negro ha ristrutturato e riorganizzato la tenuta di famiglia, investito in un caseificio moderno, nel quale però i ritmi della caseificazione sono ancora quelli tradizionali e ne viene fuori il San Felice, un «taleggio» con latte di pecora a cui il tempo regala una straordinaria complessità. E ci sono poi quelli che fanno il mestiere più antico, subito dopo il «mestiere più antico del mondo», i cuochi. Domenico Cilenti, chef patron del Porta di Basso a Peschici (Foggia). Un vecchio frantoio sul limitare della scogliera nel quale Domenico serve una cucina elegante e seduttiva, un intreccio amoroso e romantico con il mare su cui si affaccia.Pugliese ma non schiavo del territorio è Michele Rotondo, chef del locale di famiglia a Palagianello (Taranto) in Val d’Itria e delle sue gravine. La cucina della Masseria Petrino è di grande sapore, costruita sui prodotti del territorio e sugli animali da cortile direttamente allevati dallo chef. Ancora in rapporto di seduzione reciproca col mare trovate al porto di Tricase (Lecce) Imma Pantaleo e il Bolina. Adagiati sulla darsena vi propongono una cucina di orto e di mare, pulita, lineare e rispettosa delle materie prime. Materie prime che sono la vera ossessione di Imma, tanto da costringere i suoi pescatori a usare il tramaglio (la rete) anziché il conso (gli ami) per non stressare il pesce e sottoporlo a inutili sofferenze.

La Puglia ha ritrovato il suo ritmo recuperando il legame con la storia e con la sua identità.

È terra di mestieri legati alla vite, all’olio, al grano, alla pastorizia, alla intensa lavorazione della terra


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Ospite d’Onore

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QUEL GUSTO DI PROVARCI SEMPRE Così è nata la copertina di Mestieri d’Arte. In una cucina, dopo una certa telefonata...

Ormai lo so, quando ricevo una telefonata da Franz Botré devo essere pronto a tutto. Che sia preparare una cena speciale o studiare un abbinamento inconsueto con quel certo vino che solo lui ha scoperto... alla fine c’è sempre qualcosa di nuovo da inventare. Così mi ha telefonato e mi ha proposto di portare il mio contributo in questo nuovo giornale dedicato a chi lavora con le mani e con il cuore; a chi si ostina a credere, come me, che studiare il passato sia il modo migliore per inventare il futuro. Questo Franz mi ha raccontato al telefono e in due minuti mi ha

convinto. Ma cosa potevo inventarmi su un giornale? Di solito mi intervistano e mi fotografano, al massimo mi chiedono una ricetta. Così ho sparigliato tutto e mi sono inventato rifinitore della copertina. E l’ho fatto dove e come so: nella mia cucina e utilizzando delle sottilissime foglie di oro che uso nella preparazione di alcune ricette. Ma ci tengo a precisare che in quest’occasione non mi sono certo sentito un artista ma un vero artigiano. Proprio come i tanti artigiani italiani ai quali mi sento vicino e ai quali dico: provateci sempre.


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Eccellenze dal Mondo

di Paolo Gobbi

MAKI-E IL FASCINO MILLENARIO

DELLA LACCA GIAPPONESE Granelli d’oro o d’argento, delicatamente spolverati sulla materia ancora umida, creano disegni unici nel loro genere, originali, di grande forza espressiva

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INSIEME PER 600 ANNI DI STORIA L’incontro tra Vacheron Constantin, che ha festeggiato i suoi 250 anni di attività a Ginevra nel 2005 e Zôhiko, che festeggerà 350 anni a Kyoto nel 2011, ha prodotto una collaborazione di straordinaria ed esclusiva finezza. A fianco, due quadranti della collezione «Métiers d’Art - La symbolique des lacques». Informazioni: www.vacheron-costantin.com.


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UN MATERIALE TUTTO DA RISCOPRIRE Innanzitutto presenta la straordinaria caratteristica di asciugare solo in ambiente umido. Allo stato puro, asciuga solo se applicata in strati estremamente sottili; se lo strato misura tra 0,03 a 0,05 mm, rimarrà una parte liquida sotto la pellicola indurita in superficie.

LA MIGLIORE LACCA RESISTE ALL’EROSIONE DEI SECOLI La grande resistenza della lacca, la sua solidità e la sua inalterabilità dipendono dal numero di strati applicati, che possono andare da una decina a un centinaio, con uno spessore da 0,8 a 1 mm. Unico punto debole: la luce. Se esposta a una luce troppo forte, infatti, si schiarisce, si secca e si scompone.


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Eccellenze dal Mondo

Sebbene sia oggi, a ragione, considerato uno strumento di utilizzo comune e generalizzato, l’orologio in realtà è riuscito più volte a sorpassare la sua semplice funzione, ovvero mostrare l’ora, per arrivare a divenire vero e proprio «oggetto d’arte». Celebri miniaturisti, incisori, smaltatori, molti dei protagonisti di quelle che un tempo venivano erroneamente considerate «arti minori», si sono cimentati nella difficile impresa di rendere vivo e unico un manufatto idealmente destinato alla semplice lettura dell’ora. Impossibile, per gli appassionati e i collezionisti di più alto spessore, dimenticare gli straordinari smalti realizzati all’inizio del ‘700 dalla bottega ginevrina di Jean Mussard, oppure ancora prima dai fratelli Huaud, provenienti da Châtellerault in Francia, ma operanti sempre a Ginevra. Piccole opere d’arte sono i preziosi segnatempo realizzati nelle forme più strane e preziose da Jean-François Bautte, mentre veri e propri dipinti possono essere considerate le opere seicentesche del parigino Robert Vauquer.

QUALCOSA DI PIÙ

Se ne leggiamo la storia, comprendiamo quindi che l’orologio può essere considerato, in pochissimi ma significativi casi, anche qualcosa di ben diverso da un mero strumento per misurare il tempo. Quando infatti a interpretarne le fattezze e il volto è un artista, allora tutto assume un aspetto diverso, nuovo, per molti versi unico. Ne è un esempio il lavoro svolto da Vacheron Constantin, la più longeva ditta orologiera al mondo, con oltre 250 anni di ininterrotta attività, i cui maestri orologiai hanno unito la loro passione e il loro saper fare (ma i ginevrini preferiscono parlare di savoir-faire) a quello di maestri smaltatori d’eccellenza, abbinando tecniche antiche e moderne nei rispettivi mestieri, per creare degli orologi straordinari sia per la meccanica sia per l’estetica. Tutto questo non è accaduto per caso. Si tratta infatti di una scelta fatta nel 2004, quando Vacheron Constantin «istituzionalizza» una collezione dall’indiscutibile segno artistico, la Métiers d’Art, esprimendo così la propria volontà di per-

petuare uno dei suoi valori fondamentali: la trasmissione delle tradizioni artigianali dei mestieri d’arte dell’alta orologeria. Da quel momento in poi, con cadenza praticamente annuale, vengono presentati dei nuovi modelli, uniti dal filo comune dell’amore per la manualità artistica, ma diversi ogni volta per il tema ispiratore o il tipo di lavorazione utilizzata. Si parte dall’ Hommage aux Grands Explorateurs, per passare ai celebri Les Masques, piccoli capolavori che diventano un invito a viaggiare nel tempo e nello spazio alla ricerca delle radici dell’uomo.

UNA SCELTA VINCENTE

Il successo delle collezioni fino a oggi realizzate ha confermato la manifattura nella bontà dell’abbinamento delle tecniche orologiere con quelle decorative, portandola a presentare proprio in questi giorni, per la prima volta, una collezione Métiers d’Art dove una parte della produzione giunge addirittura da un altro continente. A contraddistinguerla è il misterioso termine di maki-e, dietro al quale si cela il fiore all’occhiello delle tecniche antiche e tradizionali della lacca giapponese. In realtà Vacheron Constantin aveva già da tempo in progetto di abbinare orologeria e maki-e. All’idea, però, mancava la scintilla che le avrebbe permesso di prendere vita. Questa scintilla è

O oggi, ogni progettista, orologiaio, artigiano attraverso i suoi gesti fa rivivere il linguaggio e lo spirito dei grandi maestri del passato

La Maison Zôhiko è sempre stata in contatto con la Corte imperiale giapponese e la sua lunga storia riflette una tradizione di eccellenza senza eguali arrivata dalla Maison Zôhiko, che condivide con l’azienda orologiera la stessa aspirazione: riuscire ad abbinare il talento delle arti orologiere e quello dalla lacca. Il riferimento alle Masques, citata in precedenza, non è un caso: l’audacia tecnica e artistica e la bellezza di questa collezione hanno spinto Zôhiko a mettersi in contatto con Vacheron Constantin nell’autunno del 2007 per studiare assieme la possibilità di una collaborazione. Gli incontri sono solamente in parte frutto del caso e della fortuna, perché un’autentica

GIOIA DI VIVERE A fianco l’orologio Bambou et Moineau, uno dei tre modelli presentati quest’anno nella collezione «Métiers d’Art – La symbolique des lacques» di Vacheron Constantin. Il bambù nella cultura giapponese è associato alla longevità ed è simbolo di tolleranza e apertura di spirito, mentre il passero (moineau) è la spontaneità e la gioia di vivere.


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Eccellenze dal Mondo

IL PINO E LA GRU Il quadrante e il fondello dell’orologio Pin et grue della collezione «Métiers d’Art - La symbolique des lacques». Modello meccanico a carica manuale con un movimento di 1,64 mm di spessore.

relazione può nascere solamente se si basa su affinità profonde e sulla condivisione di valori comuni. Le due case hanno immediatamente sviluppato queste sinergie. A legarle il rispetto fondamentale delle tradizioni culturali, tecniche e artistiche: Vacheron Constantin è la depositaria di una dinastia che parte dal 1755, Zôhiko inizia la sua storia nel lontano 1661.

I QUADRANTI MAKI-E

Questa collezione, che ha preso il nome di Métiers d’Art - La symbolique des lacques, come tradizione per il fabbricante ginevrino, si declinerà in un periodo di tre anni; ogni anno sarà presentato un nuovo cofanetto di tre orologi in serie limitata, realizzato in soli venti esemplari. Ogni «capitolo» presenterà motivi di quadranti realizzati con la tecnica del maki-e e selezionati nell’immenso serbatoio di simboli delle tradizioni artistiche

dell’Estremo Oriente. Ogni motivo, sia esso ispirato al mondo animale, vegetale o minerale, è portatore di significato e può essere abbinato a un altro motivo: le figure divine o eroiche sono associate agli animali, gli animali alle piante, le piante alle virtù o alle qualità astratte. Spesso questi motivi rimandano a opere letterarie, poesie o leggende. Se guardiamo invece l’orologio in senso stretto, osserviamo come Vacheron Constantin abbia scelto per questa collezione il suo leggendario calibro ultra-piatto 1003. Si tratta di una versione scheletrata del movimento, costruita con i ponti principali in oro 14 kt Per esaltare l’armonia dell’insieme e per far sì che il lavoro del maki-e godesse di tutto lo spazio che merita, Vacheron Constantin ha addirittura optato per un trattamento al rutenio che, addolcendo la naturale lucentezza dell’oro, regala all’orologio un effetto unico nel suo genere.


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Nobili Caratteri

di Alessandra de Nitto

esultano quando gli angeli

Una sapienza antica è affidata da secoli alla fragilità di libri e pergamene. Paolo Crisostomi si dedica a riportare in vita questo patrimonio di cultura

Paolo Crisostomi incarna in modo del tutto esemplare il modello del grande Maestro d’arte contemporaneo: il suo sapere coniuga perfettamente maestria artigianale, conoscenza profonda della storia e teoria del restauro, competenza tecnica e scientifica, padronanza delle più avanzate tecnologie. Grande figura di umanista e uomo di scienza, che pure ama ricordare l’importanza dell’artigianalità anche nell’ambito di un savoir-faire tanto complesso e specialistico, si forma a Roma presso lo storico e glorioso Istituto Centrale di Patologia del Libro, nato nel 1938 e sin dalle origini votato alla ricerca e all’alta formazione nella conoscenza, conservazione e restauro dei beni archivistici e librari italiani (oltre il 70% del patrimonio mondiale): una scuola unica, tuttora punto di riferimento e modello di indiscusso prestigio a livello internazionale. Nel 1983 Paolo Crisostomi apre il suo atelier nel cuore di Roma, nella zona del Viminale. Nei luoghi un destino, dal momento che questo grande loft è stato nel corso del Novecento sede di un magazzino di carta e successivamente di una stamperia d’arte i cui torchi e telai sono oggi utilizzati da Crisostomi e dal suo staff, unitamente alle più sofisticate attrezzature per la diagnostica e il restauro delle opere: lamine a fibre ottiche, camere sottovuoto, filtri ottici, fotocamere digitali, microscopi di ultima generazione.

«La banda del non visibile è la nuova frontiera tecnologica nel restauro moderno, dove la diagnostica che precede l’intervento ha assunto ormai un’importanza strategica», afferma il Maestro che divide la sua attività fra i numerosi e importantissimi interventi di restauro, la docenza universitaria e l’attività di consulenza e ricerca scientifica presso molti prestigiosi atenei e istituzioni. Lo Studio Crisostomi è oggi sinonimo di eccellenza per il mondo del restauro e della conservazione: si avvale di circa una decina di restauratori-conservatori, specializzati presso l’Istituto Centrale di Patologia del Libro e, altro fiore all’occhiello della formazione italiana, la Scuola Europea per la Conservazione e il Restauro dei Beni Librari di Spoleto. Lo Studio è specializzato soprattutto in interventi di restauro di codici e libri antichi, miniature, documenti archivistici, legature e stampe, globi terrestri e astrali («A oggi ne abbiamo restaurati oltre cento», ci racconta il Maestro), carte nautiche e topografiche; svolge inoltre un’intensa opera di consulenza tecnica sulla catalogazione, conservazione, tutela e valorizzazione dei beni librari. Un’attività multiforme, che ne fa il referente privilegiato di una committenza istituzionale pubblica di altissimo livello: dalla Biblioteca Apostolica Vaticana al Quirinale, dalla Camera dei Deputati alle Biblioteche Nazionali Centrali di Roma e

RESTAURATI Sopra, la prima carta del Codice degli abbozzi di Francesco Petrarca; manoscritto Vaticano Latino 3196. A fianco, sopra: dipinto su pergamena di Giovanni Vespucci (1523), nipote del navigatore Amerigo; Biblioteca Reale di Torino. Sotto: una fase del restauro del Pontificale Grimani, (XVI secolo), manoscritto membranaceo miniato; Biblioteca Capitolare di Cividale del Friuli. Informazioni: Studio Crisostomi, via Clementina 6; tel. 06.4822030.


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Nobili Caratteri

Firenze, dalla Biblioteca Casanatense alla Marciana di Venezia, fino alla Palatina di Parma e alla Biblioteca Nazionale di Napoli, per citare solo alcuni fra i principali istituti, biblioteche, archivi storici e soprintendenze che affidano alle cure amorevoli ed esperte di Paolo Crisostomi i loro tesori. Dalle mani straordinarie di quello che è stato a buon diritto definito «il chirurgo della carta» sono passati negli anni innumerevoli opere di inestimabile importanza e valore. Impossibile farne un inventario anche lontanamente adeguato. Fra gli ultimi capolavori riportati a nuova luce, Paolo Crisostomi ci segnala con disarmante semplicità un disegno inedito di Michelangelo, «un piccolo disegno, ma molto importante»: nientemeno che l’ultima opera nota del divino maestro, morto nel 1564, alla soglia dei 90 anni. È uno schizzo a sanguigna che raffigura la pianta parziale di uno dei pilastri del tamburo della cupola di San Pietro. Un ritrovamento straordinario, emerso dagli archivi della Fabbrica di San Pietro e miracolosamente sopravvissuto alla distruzione di tutte le carte e gli schizzi, voluta dallo stesso artista: reperto di incredibile rarità e importanza, affidato dalla Santa Sede alle cure eccellenti di Crisostomi. Recente anche il restauro del preziosissimo Pontificale Grimani, capolavoro della miniatura cinquecentesca. Commissionato da Giovanni Grimani, colto patrizio veneziano e patriarca di Aquileia dal 1546, il magnifico messale è impreziosito dalle miniature del grande pittore manierista Francesco Salviati. Il delicato restauro ha portato a nuovo splendore le iniziali miniate con personaggi in preghiera, apostoli e allegorie femminili dalle gamme cromatiche accese, caratterizzate dall’eleganza sofisticata, dal virtuosi-

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smo raffinato dell’estroso artista toscano. Altro restauro memorabile firmato Crisostomi è quello del Codice degli Abbozzi (manoscritto Vaticano latino 3196), sorta di eccezionale minuta del Canzoniere di Francesco Petrarca: 20 carte autografe vergate tra il 1335 e il 1374, anno della morte, che testimoniano il continuo travaglio creativo del poeta. Anche questo un recupero di eccezionale valore, che ha consentito agli studiosi di entrare nel cuore stesso del capolavoro petrarchesco. Per il restauratore un vero cimento, vista la fragilità dell’opera, più volte nel tempo manomessa: vero e proprio «intervento a cuore aperto», commenta Crisostomi. Il restauro rappresenta soprattutto uno straordinario viaggio nella storia: miniera inesauribile di informazioni storiografiche, scientifiche, artistiche, che consentono di ricostruire culture, mondi, saperi, tecniche, opere del passato. Ed ecco allora sotto i nostri occhi tutto il mondo noto nel 1523: ce lo descrive la «carta universale grandissima», il Planisfero di Giovanni Vespucci, nipote del grande Amerigo. È la prima carta realizzata all’indomani della circumnavigazione del globo compiuta da Magellano. Questo documento rarissimo, custodito fra i tesori della Biblioteca Reale di Torino, è una pietra miliare nella storia della cartografia: tornata

chirurgo della carta, così è stato definito. Dalle sue mani sono passate opere di inestimabile importanza e valore

Il restauro rappresenta uno straordinario viaggio nella storia,

una miniera inesauribile di informazioni che consentono di ricostruire culture, saperi e tecniche alla sua originaria bellezza grazie a un appassionato e competente intervento di restauro. Così come l’Exultet del Duomo di Salerno: uno dei più splendidi esemplari noti (in tutto poco più di 30!) di questa particolare tipologia di testo, un rotolo di pergamena manoscritto e miniato che il diacono cantore svolgeva dall’ambone durante il canto liturgico dei misteri pasquali, mostrando ai fedeli la meraviglia delle sue grandi e ricchissime miniature. «Exultet iam angelica turba coelorum»: e ancora una volta, grazie alla maestria di Paolo Crisostomi, gli angeli sono tornati a sorridere nei cieli di questo capolavoro ritrovato.

MAPPE E MESSALI In questa pagina, sopra: Paolo Crisostomi. A fianco: 1. Un ambiente tecnico dello Studio Crisostomi a Roma. 2. Fase del restauro del dipinto su pergamena di Giovanni Vespucci. 3. Pontificale Grimani. 4. Indagini ottico-diagnostiche sulla mappa miniata su pergamena Fra Mauro, XV secolo; Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia. 5. Reintegrazione di una lacuna di documento cartaceo del XVI sec. 6. Fase di restauro, mappa miniata su pergamena Fra Mauro.


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MONUMENTO DI CULTURA Dettaglio della colonna realizzata dalla Scuola Mosaicisti del Friuli su bozzetto del Maestro Giulio Candussio e installata nel centro della Corte Europa a Spilimbergo. A fianco: tessere vitree durante il taglio su un ceppo ligneo, tradizionale strumento ancora in uso tra i mosaicisti.


di Paolo Coretti

Scuole d’Eccellenza

PRENDERE LA TESSERA A SPILIMBERGO SI FORMANO GENERAZIONI DI MOSAICISTI CHE ESPORTANO LA LORO SAPIENZA IN TUTTO IL MONDO. ORA UNA GALLERIA PERMANENTE CELEBRERÀ QUESTA TRADIZIONE


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Scuole d’Eccellenza

U UN TESSUTO SOCIALE DI ARTIGIANI CHE OPERANO INTORNO AL TAGLIAMENTO, PER I FRIULANI IL PADRE DI TUTTI I FIUMI

Alle soglie dei 90 anni dalla fondazione, la Scuola Mosaicisti di Spilimbergo ha varato la realizzazione di un nuovo edificio che, affiancato agli spazi didattici esistenti e di recente riformati e ampliati, sarà destinato a contenere una galleria permanente del mosaico contemporaneo. La Scuola di Spilimbergo, fondata nel 1922 per iniziativa di Ludovico Zanini, delegato per il Friuli dell’Umanitaria di Milano, fu impegnata fin da quegli anni a eseguire grandi opere musive in Italia e all’estero. Di grande importanza per il decollo delle attività scolastiche e produttive furono senz’altro l’esecuzione di 10mila mq di mosaico nel Foro Italico di Roma su cartoni di Angelo Canevari, Giulio Rosso, Gino Severini e Achille Capizzano recentemente restau-

rati dalla medesima Scuola. Ma anche, in tempi a noi più vicini, sono state di grande importanza le realizzazioni del mosaico di Sant’Irene presso Atene, il grande ciclo del Kawakyu Hotel in Giappone, il rivestimento musivo della cupola del Santo Sepolcro di Gerusalemme e, infine, la bellissima Saetta iridescente realizzata su bozzetto di Giulio Candussio alla Temporary Word Center Path Station-Ground Zero di New York a ricordo del drammatico attentato delle Torri Gemelle. In questo modo si è qualificato, in maniera colta e organica, quel tessuto sociale fatto di tantissimi artigiani i quali, impegnati nell’ambito del mosaico e del terrazzo fino dai primi decenni del 1700, costituiscono una imbattibile tradizione presente in quella porzione di territorio


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friulano compreso tra le colline e la pianura caratterizzata dai sassosissimi alvei dei torrenti Cosa, Cellina e Meduna, e da quel mare di ghiaia chiamato Tagliamento che, per noi friulani, è il padre di tutti i fiumi. La Scuola, così costituita, ebbe modo di formare tante generazioni di mosaicisti ancora attivi in maniera rilevante nel territorio: in Friuli, oggi, operano più di 70 laboratori grazie anche alla capacità di assumere commesse e realizzare opere in collaborazione con i laboratori del territorio circostante. La Scuola è divenuta, oltre che la realtà formativa più antica nel Paese, la capitale italiana e forse mondiale della cultura del mosaico e della sperimentazione in questo campo. Dopo aver investito nella qualificazione dei corsi e nell’innovazione didattica (attual-

mente ai corsi di mosaico, terrazzo e disegno sono stati affiancati i corsi di grafica computer, progettazione musiva e teoria del colore) e dopo aver provveduto a dar corso a un progetto di catalogazione dei bozzetti delle opere realizzate dal 1922 e a una sorta di catasto delle realizzazioni musive, la Scuola di Spilimbergo, attualmente presieduta da Alido Gerussi e diretta da Gian Piero Brovedani, ha iniziato intessere collaborazioni attive con artisti italiani e stranieri. Il risultato di queste collaborazioni, reso possibile attraverso stage di una o più settimane effettuati nell’ambito della Scuola, ha portato alla realizzazione di importanti opere di segno contemporaneo e ha fatto sorgere la necessità di costituire una galleria permanente, organizzata in

FORME E DETTAGLI Sopra: dettaglio di Sfera, scultura di Giuseppe Semeraro. A fianco: allievi al lavoro nella ricostruzione di un mosaico antico di origine mediorientale.


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maniera museale, in grado di accogliere e illustrare le opere così realizzate. In considerazione di tutto ciò, quest’anno è stato approvato un progetto che, redatto dallo Studio Altieri spa di Thiene (Vicenza) con la collaborazione degli architetti Guido Chiesa e Fabio Oblach di Spilimbergo e dello Studio Truant & Associati, prevede la realizzazione nell’area adiacente alla Scuola di un nuovo edificio che, pur modellato secondo i segni dell’architettura contemporanea, utilizza linee morbide e argomenti compositivi capaci di media-

re i diversi linguaggi delle preesistenze e capaci anche di evitare l’esasperazione dei contrasti. Una cosa questa che, come purtroppo è accaduto, non aiuta in alcun caso la crescita organica delle nostre città storiche. C’è da augurarsi che il mosaico, che come dice Ugo Marano, «è vedovo di architettura da 70 anni», trovi finalmente casa in questa esperienza di luoghi e di energie che potrebbe confermare il ruolo internazionale già dimostrato da Spilimbergo con il lavoro, la quotidiana fatica e l’eccezionale capacità dei suoi mosaicisti.

DAL CUORE DEL TERRITORIO Alcuni momenti della realizzazione di un progetto con l’utilizzo di tessere musive. A fianco: Mimi, sculture di Igor Marziali.


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Mestieri dello Spettacolo

creatività

IN SCENA PITTURA, ARCHITETTURA, SCULTURA: UNO SCENOGRAFO DEVE CONOSCERE MOLTE ARTI E INFINITE TECNICHE. PAROLA DI LEILA FTEITA Milanese d’adozione, Leila Fteita vanta una carriera internazionale, collaborando con i maggiori teatri e istituzioni italiane e di tutto il mondo. Un risultato che trova le sue radici profonde nei sei anni di apprendistato e «gavetta» come assistente di Mauro Pagano che lei considera il suo Maestro. Da quel momento è un susseguirsi di grandi nomi con cui Leila ha collaborato e lavora tuttora, a partire da Ezio Frigerio che le propone di diventare sua assistente subito dopo la morte di Pagano nel 1989. Ed è proprio la collaborazione con il Maestro Frigerio che la condurrà al Piccolo Teatro di Milano e le farà conoscere Giorgio Strehler. Leila si forma all’Accademia di Belle Arti di Torino. Anni importantissimi nei quali oltre a costruirsi una solida formazione teorica, frequenta tutti i teatri della città, senza distinzioni di genere ed estrazione: «Vedevo tutto e viaggiavo tantissimo; andavo spesso a Parigi con il treno notturno per vedere gli spettacoli della capitale francese», ricorda. Perché per lei, ventenne dalle idee già ben chiare e con una determinazione rara, il capoluogo piemontese «era troppo di frontiera. A Torino non c’erano grandi maestri», spiega. «Ho deciso di trasferirmi a Roma, perché sapevo che tutti i grandi scenografi sono passati da lì». A Roma Leila arriva con un solo obiettivo, cercare un Maestro per imparare a bottega il mestiere dello scenografo. In una settimana individua il suo in Mauro Pagano, allora emergente scenografo di lirica. Si presenta nel suo laboratorio con il book dei lavori realizzati in

Accademia. Ma dopo averli mostrati a Pagano si sente dire «Lei può andarsene». Leila però insiste e in una settimana il Maestro spedisce a Colonia i suoi disegni per La gazza ladra di Gioachino Rossini. Con il suo talento diventa assistente di Pagano: «Ho lasciato la mia famiglia e la gavetta è stata molto faticosa ma niente mi ha fatto cambiare idea. Io volevo lavorare in teatro». E nel 1992 esordisce, a soli 32 anni, scenografa del balletto La bottega fantastica al Teatro alla Scala di Milano. Dei suoi tanti lavori ricordiamo Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e Blue Monday di George Gershwin

L’ARTE DELLA COMMEDIA Sopra, progetto per Gli innamorati di Carlo Goldoni con la regia di Stefano de Luca per il Mal’j Teatr di Mosca. A sinistra, ritratto di Leila Fteita.


di Giovanni Soresi

per il Teatro Goldoni di Livorno nel 1997. Nel ‘98 sono sue le scene del balletto Il grande Gatsby per il Teatro alla Scala. Nel marzo 2003 crea la scenografia del progetto di Ugo Volli per la mostra Le Città in/visibili della Triennale di Milano. Per la stagione 2009-10 della Scala firma le scene di Le convenienze ed inconvenienze teatrali di Gaetano Donizetti. Per il Piccolo Teatro di Milano progetta per la Stagione per ragazzi lo spettacolo La vera storia di Pinocchio ideato da Flavio Albanese. Parlare del lavoro dello scenografo in teatro con Leila Fteita significa avere una panora-

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mica a 360° sui mestieri le cui abilità si incrociano per realizzare il «contenitore» della rappresentazione. «Quello dello scenografo è un lavoro d’équipe. Il regista dà l’input su come deve essere lo spettacolo. Lo scenografo inizia poi a disegnare e progettare: se i progetti e i modellini vengono approvati si passa poi agli esecutivi, cioè i disegni tecnici che servono ai laboratori per realizzare la scenografia a livello costruttivo. Ed è qui che, una volta montata la scenografia e trasferito lo spettacolo dalla sala prove in palcoscenico, entrano in gioco le maestranze del teatro: i light


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ALL’OPERA PER L’OPERA Sotto, una suggestiva immagine di Leila Fteita «immersa» nel fondale da lei ideato per Le convenienze ed inconvenienze teatrali di Gaetano Donizetti, regia di Antonio Albanese. Lo spettacolo ha debuttato il 4 ottobre 2009 al Teatro alla Scala di Milano.

designer, i macchinisti per l’aspetto tecnico della struttura, gli attrezzisti per tutto ciò che riguarda mobili e oggetti che raccontano il testo». La complessità di tutti questi elementi aiuta a comprendere quanto il mestiere dello scenografo vada oltre la semplice manualità, ma necessiti di una solida preparazione artistico-architettonica: «Se non c’è una base di studio classico», dice Leila, «è difficile avere idee nuove. Lo scenografo deve possedere delle nozioni di architettura, scultura, pittura e delle arti in generale». Questo è l’insegnamento più grande che cerca di trasmettere agli studenti dei diversi atenei milanesi in cui ha insegnato, l’accademia di Belle Arti di Brera e la Naba, e tiene tutt’oggi un corso di Storia della scenografia e del costume teatrale all’Università degli Studi di Milano. Con Leila una riflessione su questo mestiere

diventa oggi più che mai utile perché gli studi di scenografia sono sempre più condizionati dall’impiego di computer e proiezioni. «Dobbiamo capire se questa vena si esaurirà, con un ritorno ai metodi tradizionali o se, invece, si procederà a ulteriori innovazioni. Il video è inserito da ormai più di dieci anni nell’ambito scenografico, perciò accade che alcune soluzioni realizzate al computer siano già superate, mentre altre siano molto interessanti». Orgogliosa delle sue realizzazioni, ma sempre alla ricerca di innovazione, Leila afferma «non ho una preferenza, ciascuna per me è la migliore. Ogni volta che inizia un nuovo progetto, quello diventa il figlio prediletto». Ed è emozionante sentirle dire, dopo anni di lavoro di altissimo livello che «si scoprono sempre materiali nuovi, ogni volta si impara qualcosa di nuovo, ogni volta è una scoperta».

TRA FIABA E REALTÀ A fianco, fondale per La vera storia di Pinocchio raccontata da lui medesimo, di e con Flavio Albanese, spettacolo per il Piccolo Teatro di Milano, stagione per ragazzi 2009-2010.

Giovanni Soresi, autore di questo articolo, è Direttore della comunicazione del Piccolo Teatro di Milano


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di Simona Cesana

Musei Segreti

MOBILI NELLA

STORIA

IL MUSEO MAAM DI CEREA OSPITA UNA VASTA COLLEZIONE DI PROTOTIPI, CAPOLAVORI E PEZZI UNICI PER TRAMANDARE UN PATRIMONIO DI CREATIVITÀ

FONDAZIONE Sopra: una delle sale del Museo Maam allestito nella settecentesca Villa Dionisi. A fianco, dall’alto e da sinistra: Letto Right di Luca Maria Patella; divano xiloteca di Franco Poli; panca Finché la barca va... di Friso Dijkstra; libreria Uno sull’altro di Ugo La Pietra; tavolo Alberobello di Aldo Cibic. Informazioni: www.fondazionemorelato.org.

La villa a Ca’ del Lago presso Cerea, già appartenente alla famiglia Dionisi, è oggi la sede della Fondazione Aldo Morelato e del Maam, il museo dedicato alle Arti Applicate nel Mobile voluto dalla Fondazione stessa. Questo affascinante museo si sviluppa attraverso una serie di spazi ristrutturati: dal piano terra (con sale per l’accoglienza e i servizi) al piano superiore dove, oltre alle sale espositive, trova spazio l’espressione più visibile della Fondazione Aldo Morelato ovvero la sede dell’Osservatorio sulle Arti Applicate che da diversi anni porta avanti un’attività culturale e di promozione riferita alla

progettazione e realizzazione del mobile d’arte. Il Maam si presenta al pubblico come una particolarissima realtà di «museo nel museo», i cui preziosi mobili di design contemporaneo sono piccole opere d’arte contenute nell’involucro di una grande opera d’arte: l’elegante villa settecentesca. Le opere esposte, di proprietà della Fondazione Aldo Morelato, sono modelli sperimentali, quindi pezzi unici di design contemporaneo che documentano oltre venti anni di ricerca (a partire dal 1982) e che si riallacciano alla grande tradizione produttiva della zona: la Bassa veronese.


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Musei Segreti

L

e opere sono state suddivise in cinque categorie. «Edizioni»: è la sezione dedicata ai mobili a tiratura limitata prodotti negli anni dalla ditta Morelato tra cui spiccano quelle donate al museo negli ultimi anni da Michele De Lucchi, Fabio Novembre, Aldo Cibic, Luca Maria Patella, Paolo Deganello, Ugo La Pietra. «Riedizioni»: oggetti classici riprodotti fedelmente come alcune opere di Fortunato Depero, Herman E. Freund, Vlatislav Hofman, Lazar M. Lisitzkij, Carlo Mollino, Eugene Printz, Guglielmo Ulrich. «Citazioni»: realizzazione di oggetti che fanno riferimenti ai modelli originali filtrati da interpretazioni o da citazioni modificandoli in rapporto a nuove esigenze culturali, produttive e d’uso come le opere di D. Sicari, P. Castellini, G. Ferrarese, E.M. Lonardi e N. Gasperini, V. Pavan, F. Raggi, C. Rizzo. «Allusioni»: oggetti realizzati guardando al passato come a una grande categoria in grado di sollecitare il pensiero progettuale. Tra le tante opere possiamo citare quelle di G. Colognese, T. Cordero e A. Pozzallo, P. Coretti, M. De Lucchi, Eoos Design, N. Gasperini, M. Lonardi, N. Moretto, C. Venosta. «Premiati», una raccolta di prototipi di oggetti premiati nelle varie edizioni del concorso, indetto ogni anno dalla Fondazione, «Il Mobile Significante» tra cui opere di F. Dijkstra, G. Semeghini, F. Vinella, F. Cappuccio, E. Soffientini, Jonathan Alexei Wray, Adam Farlie, Daniel Anthony Rossi. Oggi il Maam rappresenta una delle varie eccellenze museali distribuite sul territorio inserite nella Rete dei Giacimenti del Design Italiano del Triennale Design Museum, secondo la logica del museo diffuso in cui sono incluse realtà che raccolgono opere selezionate con molteplici criteri e scelte culturali.

A fianco, dall’alto: armadio della tradizione Minka di Michele De Lucchi; il parco di Villa Dionisi; modelli del progetto Tholoidi Fabio Vinella.


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fronte di una grande fatica, i mestieri d’arte regalano bellezza e soddisfazione. D’altra parte, quale lavoro che esce facile dalle dita è in grado di soddisfare appieno l’essere umano?

L’URGENZA DI TRASMETTERE UNA GRANDE ESPERIENZA

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Tutti i salmi finiscono in gloria, si usa dire. E sarebbe bello terminare questa luminosa liturgia di celebrazione dei maestri d’arte, che abbiamo curato con l’attenzione e la passione di un salmista, con una bella glorificazione che rende tutti felici. Ma il Paese delle Meraviglie, come Lewis Carroll insegna, può in un attimo trasformarsi nel mondo degli incubi: è il rischio che corriamo anche noi, quando ci illudiamo che l’eccellenza italiana nasca e cresca in un contesto avulso dalla realtà. Celebrare la bellezza e il bello giustamente fatto è certamente meritevole: ma altrettanto lodevole è tenere gli occhi ben aperti sulla realtà, e riconoscere anche le condizioni di emergenza o di urgenza in cui si dibattono tanti dei nostri più validi maestri d’arte. Urgenza di trasmettere il proprio sapere, perché un patrimonio immateriale di straordinario valore non vada perduto, con conseguenze inimmaginabili (o, forse, fin troppo ben prevedibili) sulla nostra economia. Urgenza di trovare modalità di promozione e comunicazione serie ed efficaci, per fare in modo che le nuove generazioni si rendano conto della bellezza, della poesia e anche della soddisfazione che i mestieri d’arte sanno regalare. A costo di grande fatica, certo: ma quale lavoro che esce facile dalle dita è in grado di soddisfare appieno l’essere umano? Urgenza di trovare formule anche giuridiche che tutelino l’eccellenza vera, senza i compromessi che troppi furbini e furbetti cercano spesso di inventare per giustificare produzioni scadenti, false etichette, provenienze incerte.Urgenza di saper unire cultura del fare e cultura del progetto, design e mestiere, creatività e know-how. Una prospettiva non facile, ma che proprio

Ri-sguardo

in Italia potrebbe portare a risultati straordinari. Ho letto per esempio un’intervista a John May, professore di architettura e urban design all’Università di Los Angeles: alla domanda se una maggiore «sostenibilità» della produzione sarebbe possibile, qualora i designer imparassero a lavorare a più stretto contatto con gli artigiani, la sua risposta è stata «Sicuramente! E l’Italia rappresenta un esempio storico di questa prospettiva. La cura e l’abilità che vengono poste in ogni oggetto necessariamente ne estendono la durata nel tempo. Per anni siamo stati ossessionati da una progressiva perdita di abilità, di talento, e dalla delocalizzazione. I visitatori del Salone del Mobile dovrebbero ora tenere a mente ciò che economisti e critici dicevano negli anni Settanta: piccolo è bello! E non parlo solo della dimensione degli oggetti: aziende più piccole tendono a resistere meglio alle tendenze accentratrici delle grandi economie di scala, che ci hanno portato in questa situazione. Quindi, per molti aspetti, più piccoli sono i ritmi di produzione e i lotti di oggetti prodotti, più è probabile che il consumatore sia “al sicuro”. Certamente questo non è un principio universale e ci sono delle eccezioni, ma non è una cattiva regola da seguire, se vogliamo che la sostenibilità sia qualcosa in più che una teoria o un’immagine».Parafrasando il professor May, se anche noi vogliamo che l’eccellenza sia qualcosa di più che una teoria o un’immagine, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere le difficoltà di un sistema spesso sordo di fronte alle esigenze dei nostri maestri, e lavorare per cambiarle. Ma dobbiamo anche avere la semplice probità intellettuale di chi ama e apprezza quanto di bello, buono e giusto viene ogni giorno prodotto in Italia, da mani italiane o da mani «ospiti» che però in Italia hanno imparato a far vivere la materia, ad amarla, a renderla unica e irripetibile.Questo è il Made in Italy: non una formula da ripetere a memoria, ma un’esigenza da far valere. Un concetto da ricercare. Una modalità di produzione, distribuzione e vendita che rifletta uno spirito certo non indifferente al profitto, ma per il quale le relazioni umane ancora rappresentano l’investimento più sicuro. Gloria in excelsis, dice l’inno angelico: e in excelsis cerchiamo di restare, pur con i piedi ben ancorati alla terra.


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Poste Italiane S.p.A-Sped. In Abb.Post.- D.L353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art.1 comma 1 LO/MI Aut.Trib. di Milano n.505 del 10/09/2001 Supplemento al N.88 di Monsieur

D A L L’ O R O A L L A C E R A M I C A DAL MOSAICO AL DIAMANTE DAL TESSUTO AL PROFUMO. STORIE IDEE E PROTAGONISTI D E L L’ E C C E L L E N Z A N E L L’A R T E A P P L I C ATA


Mestieri d'Arte n°1