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a r t i g i a n a t o tra arte e design N°77

Marzo / Maggio 2010

OSPITI

INASPETTATI

GILLO DORFLES: L’AVANGUARDIA TRADITA

IL

GRANDE GIOCO

IL MIDeC

DI LAVENO RIAPRE AL PUBBLICO I codici segreti di battista luraschi GIUSEPPE

RIVADOSSI,

UNA CATTEDRA UNIVERSITARIA DEDICATA AI

IL LEGNO E LA SUA POETICA

MESTIERI D’ARTE


Artigianato Tra Arte e Design Anno 2010 - Numero 77 Marzo / Maggio 2010 www.mestieridarte.it DIRETTORE RESPONSABILE: Ugo La Pietra DIREZIONE EDITORIALE: Franco Cologni COMITATO SCIENTIFICO: Enzo Biffi Gentili, Gillo Dorfles, Vittorio Fagone, Anty Pansera REDAZIONE: Alberto Cavalli Federica Cavriana Simona Cesana Alessandra de Nitto

HANNO COLLABORATO: Chiara Attolini, Enzo Biffi Gentili, Paolo Coretti, Paolo Dalla Sega, Daniele Lorenzon, Licia Martelli,

A

Sommario

pag.

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Ugo La Pietra EDITORIALE

Paolo Coretti

IL RUOLO DELLE ARTI APPLICATE

OSPITI INASPETTATI

TENDENZA MOSAICO 2010

Simona Cesana

22 Chiara Attolini

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INSERZIONI PUBBLICITARIE: Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte GRAPHIC DESIGN: Emanuele Zamponi / Loveeman.com EDITING: AG Media S.r.l.

IL GRANDE GIOCO

UN PROGETTO DI:

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LA FABBRICA DEL RICICLO

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Chiara Attolini

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MODA CRITICA: DUE ESPERIENZE GENOVESI

Ugo la Pietra

GILLO DORFLES: L’AVANGUARDIA TRADITA Licia Martelli

In copertina: Rivadossi, “Custodia Neva”, 2009. Noce

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UMANO VS ANIMALEVEGETALE

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Enzo Biffi Gentili

SULLA LINEA GOTICA

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UNA CATTEDRA UNIVERSITARIA DEDICATA AI MESTIERI D’ARTE

pag.

Simona Cesana

I codici segreti di battista luraSCHI

48 PALOMA, UN NUOVO SPAZIO DEDICATO AL DESIGN ARTISTICO

54 Ugo la Pietra

pag.

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IL MIDeC DI LAVENO RIAPRE AL PUBBLICO

Federica Cavriana

65

70 Ugo La Pietra

GIUSEPPE RIVADOSSI, IL LEGNO E LA SUA POETICA

Daniele Lorenzon

Paolo Dalla Sega

CASA PEDRINI, CREMONA ORGANI

74 Alberto Cavalli

ANDREA BRANZI, RITRATTI E AUTORITRATTI DI DESIGN

pag. 78

Alberto Cavalli

OPEN CARE

80 Franco Cologni

UN ANNO DOPO LA NOSTRA AVVENTURA

pag. 88


Comitato tecnico e corrispondenti per le aree artigiane Alabastro di Volterra Irene Taddei

Ceramica sestese Stefano Follesa

Marmo di Carrara Antonello Pelliccia

Pietra Serena Gilberto Corretti

Bronzo del veronese Gian Maria Colognese

Ceramica umbra Nello Teodori

Marmi e pietre del trapanese Enzo Fiammetta

Pizzo di Cantù Aurelio Porro

Ceramica campana Eduardo Alamaro

Cotto di Impruneta Stefano Follesa

Marmo del veronese Vincenzo Pavan

Tessuto di Como Roberto De Paolis

Ceramica di Albisola Viviana Siviero

Cristallo di Colle Val d’Elsa Angelo Minisci

Mosaico di Monreale Anna Capra

Travertino romano Claudio Giudici

Ceramica di Caltagirone Francesco Judica

Ferro della Basilicata Valerio Giambersio

Mosaico di Spilimbergo Paolo Coretti

Vetro di Altare Mariateresa Chirico

Ceramica di Castelli Franco Summa

Gioiello di Vicenza Maria Rosaria Palma

Oro di Valenza Lia Lenti

Vetro di Empoli Stefania Viti

Ceramica di Deruta Nello Teodori

Intarsio di Sorrento Alessandro Fiorentino

Peperino Giorgio Blanco

Ceramica di Vietri Sul Mare Massimo Bignardi

Legno di Cantù Aurelio Porro

Pietra di Apricena Domenico Potenza

Vetro di Murano Marino Barovier Federica Marangoni

Ceramica faentina Tiziano Dalpozzo

Legno di Saluzzo Elena Arrò Ceriani

Pietra lavica Vincenzo Fiammetta

Ceramica piemontese Luisa Perlo

Legno della Val d’Aosta Franco Balan

Pietra leccese Luigi De Luca

“Ceramiche faentine”, serie di vasi realizzati da Bottega d’Arte Ceramica Gatti (Faenza) e dipinti a mano dall’autore, 2009


Ugo La Pietra / EDITORIALE

Il RUOLO DELLE ARTI APPLICATE

Tante nuove energie creative si stanno impegnando a rivalutare le arti applicate, l’artigianato artistico e la manualità. Ma pochi si stanno rendendo conto dell’importanza di questa recente evoluzione nel mondo della creatività. Siamo tutti sempre più convinti che stiamo attraversando un periodo di transizione e che il “mercato globale, la cultura globale, l’informazione globale” porteranno notevoli cambiamenti nel nostro modo di vivere e pensare. Rimane il fatto che un periodo di transizione vuol dire anche un tempo in cui non tutto scorre velocemente e facilmente: molti giovani (e meno giovani) creativi sono oggi sempre più impegnati a fare resistenza, anche se sembra che il loro operare non riesca a spostare minimamente la convinzione dei più, secondo la quale questo processo verso la “grande globalizzazione” sia ormai inarrestabile. Soprattutto l’arte sembra ave-

re il primato di anticipare la nuova era: crescono le opere multimediali, sempre più spinte verso esperienze virtuali, e il sistema globale dei musei afferma sempre di più un mercato internazionalista, al di là di esperienze localistiche e di espressioni nate con la volontà di non partecipare al grande circuito mediatico. Le reazioni non sono semplicemente le spinte che vengono da chi crede di poter contrapporre al mondo “virtuale” un mondo fatto di valori “reali” ma anche da chi recupera le capacità di espressione manuale, le diversità culturali territoriali (genius loci), le varie forme di comunicazione… Sembra quindi che la cultura materiale, attraverso la riscoperta delle arti applicate, possa venirci in aiuto. Spesso la cultura materiale attinge le proprie risorse dalla natura, quella materia sempre più compromessa, stravolta e modificata dall’inquinamento

delle nuove frontiere biologiche, dal sistematico impoverimento del territorio. Quindi i valori da promuovere dobbiamo cercarli dentro di noi, proponendo il nostro corpo come “luogo ideale per tutti gli scenari di narrazione esistenziale”. Così “le pratiche artistiche” che esaltano sempre di più la comunicazione multimediale e gli artisti la cui più alta ispirazione è entrare nel “sistema delle arti” ci ricordano anche che il recupero della “nostra normalità umana” dovrebbe passare attraverso esercizi capaci di esaltare l’integrità della figura umana all’interno di un contesto sempre più “antiumano”. Le arti applicate, con la trasformazione della materia attraverso l’uso delle proprie mani, possono esaltare la nostra corporeità verso “la diversità”, la caratteristica fondamentale per contrastare gli aspetti peggiori della globalizzazione.

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Simona Cesana

OSPITI INASPETTATI Una mostra che fa dialogare il presente e il passato del design e dell’arredamento, proposta a Milano nell’ambito degli eventi legati al Salone del Mobile

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Nella pagina precedente: panca “Evolution Bench”, 2008 di Nacho Carbonell, allestita negli spazi del Museo Bagatti Valsecchi (foto Pasquale Formisano) In questa pagina: armadio “Valises”, 2008 di Maarten De Ceulaer (Casamania) a Villa Necchi Campiglio (foto Luca Fregoso)

Alcuni edifici milanesi di grande rilevanza storico-artistica quali il Museo Bagatti Valsecchi, la Casa Museo Boschi Di Stefano, Villa Necchi Campiglio e il Museo Poldi Pezzoli presentano, con la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano e il Cosmit, in occasione del Salone del Mobile 2010, la mostra “Ospiti inaspettati. Case di ieri, design di oggi”; mostra che può considerarsi anomala rispetto al consueto vasto panorama di esposizioni sul design. Di fatto è una rara occasione di vedere gli oggetti di design che dialogano con altri oggetti in ambienti abitativi. Un tempo tutto ciò rappresentava il modello dei “musei dell’ammobiliamento” ma oggi, in un momento in cui il design sembra essere sempre più lontano dalla cultura dell’abitare, questa mostra riporta all’attenzione del pubblico un modello espositivo che

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Sedia “Lazy ‘05”, 2005 di Patricia Urquiola (B&B Italia) e seta da tavola “Élévation sur table”, 2008 di Tomàs Alonso in una stanza di Casa Boschi Di Stefano (foto Pasquale Formisano)


Divano “Gobbalunga”, 2007 di Giovanni Levanti (Campeggi), sgabelli “Cork family”, 2004 di Jasper Morrison (Vitra) a Casa Boschi Di Stefano (foto Pasquale Formisano)

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propone nuove letture. In un ordinamento calibrato, con un allestimento sostanzialmente impercettibile, in un insieme “spontaneamente” sorprendente, la mostra si pone quindi l’obiettivo di far dialogare gli oggetti contemporanei (segni del nostro tempo) con quelli di epoche trascorse, proponendo una lettura parallela tra l’eccellenza dell’alto artigianato del passato e le caratteristiche di qualità della produzione contemporanea. Così il design, fatto di oggetti che guardano al presente e qualche volta al futuro, si misura con la storia di quattro “case-museo”

mescolandosi con le opere e gli spazi determinati nel tempo dalle scelte dei fondatori e arrivando a confrontarsi con le meraviglie di questi luoghi unici e ricchi di storia e di modelli abitativi del passato. I curatori della mostra hanno selezionato oggetti da esporre (guardando alle ultime esperienze del design) non solo riferendosi agli autori, ma anche alle nuove tipologie di oggetti e alle recenti esperienze orientate alla piccola produzione sempre più vicine alle arti applicate, in un rinnovato coinvolgimento con l’artigianato artistico. In mostra quindi troviamo


Lampada da terra “Horse lamp”, 2006 di Front, Moooi, nel Museo Poldi Pezzoli (foto Luca Fregoso)

- vicino agli arredi lignei, ai cofanetti in avorio, alle maioliche, ai calici e fiaschi in vetro, alle forbici, chiavi e cavatappi della Casa Museo Bagatti Valsecchi – le opere delle Studio Gorm, di Nacho Carbonell, la poltrona “Tuttitubi” di Lorenzo Damiani. Al Museo Poldi Pezzoli, nato da un progetto globale a cui avevano lavorato i migliori architetti, pittori, decoratori e intagliatori milanesi dall’Ottocento agli anni Cinquanta, troviamo accanto agli esempi di eccellenza del passato anche la lampada “Thing” di Front, il vassoio di Fabio Novembre, i vetri di Anna Gili, il divano di Gaetano Pesce. Nella Casa Museo Boschi di Stefano, che raccoglie un’importante collezione di opere del Novecento (oltre duemila) troviamo tra i vari oggetti esposti la sedia dei Fratelli Campana e quella di Patricia Urquiola. Infine, nella Villa Necchi Campiglio, accanto alle opere firmate da Portaluppi, Ulrich, Albini-Palanti, Buzzi, troviamo la poltroncina “Kana” di Grcic e la lampada fucile di Philippe Starck. Una mostra quindi che con grande coraggio mette a confronto la creatività e l’abilità artigianale del passato con le più recenti esperienze del nostro design.

Ospiti inaspettati. Case di ieri, design di oggi Milano, 11 marzo – 2 maggio 2010 Museo Bagatti Valsecchi, Casa Boschi di Stefano, Villa Necchi Campiglio e Museo Poldi Pezzoli A cura di Beppe Finessi con la collaborazione di Cristina Miglio, Immagine coordinata di Italo Lupi. Realizzata in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano e Cosmit

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In collaborazione con : d’Arte, Associazione Italiana dei Musei della Stampa e della Carta

Cerchiamo Talenti Nel Settore Cartario -

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a Edizione del Premio alla Qualità Italiana nel Settore Cartario

La Carta è oggi più che mai protagonista della green economy e rappresenta luppo sostenibile. A questo variegato universo è dedicato il Premio Carte. 4 Le Categorie:

Territorio, Tecnologia, Talento, Tradizione

Scadenza Bando 21 Maggio 2010 www.symbola.net e www.comieco.org Symbola - Fondazione per le Qualità Italiane tel. 0645430941 fax. 0645430944 e-mail: premiocarte@symbola.net


IL GRANDE GIOCO Una grande mostra su tre sedi espositive per raccontare le forme d’arte in Italia tra il 1947 e il 1989

Lampada “Falkland” di Bruno Munari per Danese, 1964 (in mostra alla Rotonda di via Besana, Milano)

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“Il Grande Gioco” è una grande mostra collocata in tre diverse sedi che cerca di rappresentare un lungo periodo, quello tra il 1947 e il 1989, in cui in Italia si sono avvicendate tante esperienze artistiche, movimenti d’avanguardia, gruppi di tendenza. Un periodo ricco di risultati relativamente ai nuovi mezzi espressivi, nuovi territori estetici e un’infinità di intrecci con le altre esperienze come l’architettura, il cinema, il design, l’editoria, l’economia, l’industria, la fotografia, il foto-giornalismo, il teatro, la televisione, il fumetto… Una mostra ampia e trasversale, dove dovrebbe esserci tutto ma che sicuramente scontenterà molti perché il “tutto” è sempre più ampio e complesso di come cerchiamo, anche con la migliore volontà, di rappresentarlo. L’intenzione dei curatori è dunque quella di farci vedere una grande rassegna di opere in cui sono evidenziati i ruoli, le esperienze, le re-

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Compagnia Krypton, “Eneide”, 1983 photo Sferlazzo-Lucchese. GAMeC di Bergamo,1973-1989


Luciano Fabro, “L’Italia d’oro”, 1971, collezione privata

lazioni, ma soprattutto le interazioni, le rispettive e reciproche influenze tra varie tendenze e aree disciplinari. Dal futurismo che intendeva entrare nei vari campi espressivi alle correnti figurative e di astrazione del dopoguerra. In sintesi, le mostre esplorano tre periodi: dal 1947 al 1958, in mostra al Museo di Arte Contemporanea di Lissone, con gli artisti di Forma 1 e Origine dove le opere di Accardi, Dorazio, Perilli, Munari, Dorfles, Fontana, Crippa, Dova, Baj si affiancano agli oggetti di design come la Lettera 22 di Olivetti, la Lambretta e la Vespa o la Fiat 500 e alle grandi architetture di quel periodo come il Pirelli o la Torre Velasca. Nel periodo tra il 1959 e il 1972, in mostra presso la Rotonda di via Besana a Milano, si distinguono artisti che hanno fatto parte di movimenti significativi quali “gli oggettuali”, “i cinetici”, “i segnici”, “i programmati” (da Manzoni e Castellani fino a Alviani e Colombo) fino alla nascita del gruppo 63 in letteratura e alla formazione dell’Arte Povera. Accanto a queste opere troviamo le più significative esperienze del cinema, da Antonioni a Monicelli, da Rossellini a Fellini, del teatro e della musica e la testimonianza delle varie riviste di estetica, arte, architettura che hanno contribuito in quegli anni alla crescita del dibattito socio-culturale come Il Verri, Collage, Nuovi Argomenti. La sezione ospitata dalla GAMeC di Bergamo (periodo tra il 1973 e il 1989) mette in evidenza il passaggio dal movimento degli artisti concettuali a quello

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Enrico Baj, “Parata�, 1962 (in mostra alla Rotonda di via Besana, Milano)


Poltrona “Blow” di LomazziD’Urbino-De Pas, 1967 (in mostra alla Rotonda di via Besana, Milano)

della Transvanguardia degli anni Ottanta con opere di Paolini, Chiari, Fabro, Mario Merz e molti altri, affiancate agli oggetti di Ettore Sottsass e Vico Magistretti o alle architettute di Fuksas, Natalini, Portoghesi e Purini, il tutto arricchito da film d’autore di Pier Paolo Pasolini e di Federico Fellini, oltre che da testimonianze relative a importanti opere teatrali.

Il manifesto della mostra

Il Grande Gioco Forme d’arte in Italia 1947-1989 dal 24 febbraio al 9 maggio Museo d’Arte Contemporanea di Lissone (1947/1958) Rotonda di via Besana, Milano (1959/1972) GAMeC di Bergamo (1973/1989) A cura di Luigi Cavadini, Bruno Corà, Giacinto di Pietrantonio Promosso dalla Regione Lombardia, Assessorato alla Cultura, in collaborazione con Comune di Lissone, Comune di Bergamo, Comune di Milano www.ilgrandegioco.it www.regione.lombardia.it

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Ugo la Pietra

GILLO DORFLES: L’AVANGUARDIA TRADITA Una grande antologica a Palazzo Reale di Milano con dipinti, disegni, ceramiche e gioielli dagli anni del Movimento Arte Concreta ad oggi

La mostra di Gillo Dorfles, curata da Luigi Sansone e accompagnata da un importante volume edito da Mazzotta (con testi dello stesso Sansone e di Claudio Cerritelli), rappresenta il giusto riconoscimento (anche se un po’ tardivo: Dorfles compie in aprile 100 anni) che la città di Milano rivolge alla sua lunga attività come uomo di cultura (semiologo, saggista e teorico) e oggi come artista tra gli artisti. Dorfles è sempre stato un uomo curioso e attento a tutti i segni della nostra società, dentro e fuori al sistema dell’arte, sapendo leggere quegli aspetti secondari e periferici attraverso quegli elementi che anticipano i mutamenti del sistema, proprio perché non ancora inseriti nella

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“Senza titolo”, 1944, terracotta dipinta, firmata e datata sul fondo “Gillo 44”, collezione dell’artista


sua logica. La sua importante attività di saggista, la sua disponibilità nei confronti di tutti gli artisti meritevoli (disponibilità che si è espressa nelle tante presentazioni), la sua capacità di divulgatore delle esperienze che si andavano avvicendando nel mondo dell’arte al di fuori dei nostri confini, è oggi arricchita anche dalle sue pitture e disegni, opere che dimostrano il piacere che Dorfles ha sempre espresso nell’uso del segno e dei colori, quasi sempre luminosi ed eccitanti. C’è tanto gioco e ironia nelle sue opere, un atteggiamento che non facilita il confronto della sua pittura con quella di alcuni mostri sacri dell’arte, anche se si riscontrano delle

“L’orecchio di Dio”, 1996, acrilico su tela, 180 x 200 cm. Collezione privata

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Senza titolo, 2009. Spilla in argento 925, fusione a cera persa e interventi manuali, 7,5 x 6,3 cm. Realizzata per San Lorenzo Srl, Milano

affinità con Arp. Forse le sue “figure” (che Dorfles rifiuta di collocare all’interno della pittura figurativa) sono più vicine a Mirò e Calder, due artisti astratti/figurativi in cui il gioco è elemento caratteristico della ricerca: figure che Dorfles esplora con una appassionata attitudine nei confronti di certe misteriose anomalie psichiche. Ma il lavoro di Dorfles è così carico di segno e colore che quasi con naturalezza è passato dalla tela alla ceramica, dal mosaico al gioiello. Già

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Senza titolo, 1947. Terracotta dipinta, 16 x 8 x 8 cm. Collezione dell’artista

nel programma del MAC e poi in una serie di espressioni del gruppo storico erano apparse indicazioni esplicite di un’interpretazione del processo artistico con la produzione (arte applicata all’industria, al disegno industriale, etc); tentativi che avrebbero dovuto costituire il punto di partenza per le ricerche di integrazione tra le arti. Non stupisce quindi la disponibilità e la disinvoltura con cui Dorfles si avvicina recentemente alle arti applicate e alle tecniche manuali, dando

senso e valore al contributo artigianale. Ecco quindi: le ceramiche realizzate nel Laboratorio Ernan di Albissola, le mattonelle in terracotta realizzate a Gala di Barcellona (Messina), le spille in argento progettate per San Lorenzo (Milano) e i mosaici di Villa Rosnati ad Appiano Gentile (Como). Opere che esprimono la fantasia e la libertà creativa di Dorfles e la sua passione per i “divertimenti” cromatici.


Gillo Dorfles davanti alle sue opere all’inaugurazione della mostra Kandinsky e l’astrattatismo in Italia. 1930-1950, a cura di Luciano Caramel, Milano, Palazzo Reale, 2007

Senza titolo, 2009. Pennarello su carta, 22 x 28 cm. Collezione privata

GILLO DORFLES: L’AVANGUARDIA TRADITA dal 26 febbraio al 23 maggio Mostra a cura di Luigi Sansone Promossa dal Comune di Milano – Cultura Una produzione di Palazzo Reale e della Fondazione Antonio Mazzotta Palazzo Reale, Milano Piazza del Duomo 12

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Paolo Coretti

TENDENZA MOSAICO 2010 A Pordenone, la terza edizione della fiera “Tendenza Mosaico” propone per il secondo anno consecutivo il concorso internazionale “Mosaico & Architettura” e la rassegna “Mosaico & Design”

Anche quest’anno si terrà a Pordenone “Tendenza Mosaico”; le date previste sono 2225 aprile. Si tratta della terza edizione della manifestazione fieristica che, unica nel suo genere, vede riunite le migliori aziende artigiane del settore musivo, la Scuola di Mosaico di Spilimbergo, i produttori delle materie necessarie al fare mosaico e, nel medesimo settore, il mondo della sperimentazione artistica applicata al campo dell’arte, dell’artigianato e dell’industria. Accanto alla mostra dedicata alla seconda edizione dell’ormai famoso concorso internazionale “Mosaico & Architettura” - premio che, promosso da Pordenone Fiere e dall’Associazione Culturale degli Architetti della Regione FriuliVenezia Giulia, lo scorso anno ha visto premiata la città francese di Grasse, l’architetto greco Alexandro Tombatzis e l’architetto friulano Guido

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Gianmaria Colognese, “Il mese di Maggio”, bozzetto del vaso ideato per la rassegna “Mosaico & Design”


Esecuzione da parte di una mosaicista del vaso ideato da Stefano Jus e dedicato al mese di febbraio per la rassegna “Mosaico & Design�


Attività didattica presso la Scuola di Spilimbergo per la riproduzione di un mosaico pavimentale ritrovato in Anatolia e risalente all’VIII secolo a.C. Foto di Federico Fazzini

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Gallet - la Scuola di Spilimbergo mostrerà, nell’ambito di un percorso didattico senz’altro stimolante, la tecnica musiva applicata alle pavimentazioni. Si potrà apprezzare la ricostruzione di antichi pavimenti ritrovati in Anatolia, di lacerti di pavimenti romani, barbarici e medioevali per poi vedere, in una sorta di laboratorio attivo, il procedimento costruttivo di pavimenti appartenenti allo splendido periodo che, nel corso del Settecento e dell’Ottocento, ha dato origine al terrazzo alla veneziana fino a considerare le nuove recentissime ricerche tecnologiche legate al mondo del multiplo d’arte o


della semplice serializzazione decorativa. Si terrà anche la seconda edizione della rassegna “Mosaico & Design”, che dopo il successo di visitatori e di critica ottenuto nel 2009 e l’ormai buon risultato commerciale riconosciuto agli oggetti presentati in quella occasione, vedrà esposta una collezione di vasi da tavolo ciascuno dei quali dedicato ad un diverso mese dell’anno. Realizzati in collaborazione da artisti e maestri mosaicisti spilimberghesi e ravennati, i vasi riassumeranno dal punto di vista decorativo diversi modi di operare nel campo dell’arte e del fare mosaico e costituiranno senz’altro uno stimolo alla sperimentazione nel settore musivo applicato alla cultura dell’oggetto. Vedremo le figure ieratiche che, pensate per la superficie del vaso da Ugo Marano e tra loro sovrapposte e compenetrate come a descrivere una metamorfosi, illustreranno i primi incerti segni del cammino del nuovo anno. Accanto alla fantasmagorica e carnevalizia visione del mese di febbraio, ideata da Stefano Jus e tradotta in mosaico dagli allievi della Scuola di Spilimbergo, sarà possibile vedere il caleidoscopico e coloratissimo vaso “Il mese di Maggio” realizzato da Friul Mosaic su progetto decorativo di Gianmaria Colognese. Ma ancora, in rapida sequenza, farà parte della rassegna il vaso con i grandi fiori che, realizzati con procedimenti quasi industriali in mosaico ceramico dal laboratorio Guizzo su disegno di Paolo Coretti, saranno dedicati al mese di giugno e alla poesia seriale di Andy Warhol; il vaso progettato da Ugo La Pietra per le tessere di Luciano Petris con il segno zodiacale che, in riferimento al mese di novembre, vuole essere nello stesso tempo

classico ed ironico; la galassia e il mondo astrale delle notti di luglio disegnate da Giovanni Cavazzon per il vaso che sarà realizzato in mosaico da Giuliano Rossi e, infine, i vasi ideati da Flavio Variano, Stefano Zuliani, Rosanna Mandalà, Paolo Furlanis, Aldo Ghirardello e Paolo Falaschi. Anche quest’anno i visitatori di Pordenone Fiere troveranno affascinante il rutilante e coloratissimo mondo del mosaico e dei suoi attori, e contribuiranno a fare di questa manifestazione un punto di riferimento internazionale per coloro che comprendono il mosaico tra le ragioni della loro cultura.

TENDENZA MOSAICO Tecnologie, progetti e materiali del settore Mosaico Tendenza Mosaico è l'unico appuntamento nazionale sull'arte musiva. dal 22 al 25 aprile 2010 Pordenone Fiere , Pad. 7 V.le Treviso 1 - 33170 Pordenone - Italia tel.0434 232111 www.tendenzamosaico.it 25


Chiara Attolini

LA FABBRICA DEL RICICLO A Genova un progetto che, rieducando al rispetto dell’ambiente e delle risorse, raggiunge anche obiettivi di carattere umanitario e sociale

Chaise - Longue e poltrona in cartone – “Ricicletta”

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Che l’arte sia spazzatura potrebbe non risultare un’offesa se lo dite a “quelli” della Fabbrica del Riciclo: un ex capannone industriale nell’area di Campi – periferia genovese, un passo da Ikea – dove artigiani dipendenti di AMIU – Azienda Multiservizi e di Igiene Urbana – sono impegnati a restaurare mobilia e oggetti che i cittadini buttano nel cassonetto, o meglio portano all’Isola Ecologica. Oggetti di uso comune che vengono riproposti su base d’asta, recuperati alla loro originaria funzione. Armadi, credenze, sedie, poltrone e divani, comodini e letti, ma anche vecchie macchine da cucire, mitiche macchine da scrivere, valigie (quelle in cartone), bauli (qualcuno ancora con il timbro di una datata spedizione e l’interno rivestito in carta fiorentina, un po’ ingiallita ma


sempre buona) e poi ancora specchi, giocattoli, attrezzi da palestra, damigiane “spogliate” dell’impagliatura e trasformate in vasi da fiori: c’è un po’ di tutto alla Fabbrica, un po’ di tutto come nelle vecchie case delle nonne. E in effetti è un po’ anche una fabbrica di emozioni: una volta entrati ci si immerge in uno spazio senza tempo; un mondo surreale dove gli stili si mescolano, si sovrappongono, dove i ricordi si rincorrono, tra case di campagna, soffitte, mercatini d’antiquariato, infanzia trascorsa a giocare con bambole ancora bambole, cavallini di legno, formine perché i bambini erano bambini come quelli che l’acquisto di uno di questi “riciclati oggetti” può contribuire a curare e, speriamo, a salvare. Il ricavato delle aste, infatti, che si tengono il primo sabato di ogni mese, viene interamente devoluto all’Unicef per il progetto “Uniti per i bambini, uniti contro l’Aids”. Di fatto gli oggetti restano di proprietà dell’AMIU solo fino a quando stanno dentro il laboratorio annesso alla Fabbrica del Riciclo; una volta entrati nello spazio espositivo vengono ceduti a Unicef alla cifra simbolica di un euro mensile. Una pratica burocratica che consente a quest’ultima struttura di emettere regolare ricevuta all’acquirente finale che potrà, così, detrarre la spesa dalla dichiarazione dei redditi. “È un progetto pilota” – spiega Massimo Bizzi, Dirigente Servizi Territorio AMIU – “mirato a rispondere a più esigenze sociali: rieducare al rispetto per l’ambiente e le risorse; raccogliere fondi per attività benefiche e di volontariato; impiegare al meglio personale dell’azienda, altrimenti e per ragioni varie, poco produttivo”.

In sostanza gli oggetti ingombranti che, da tempo, occorre portare nelle apposite isole ecologiche, una volta arrivati a destinazione vengono selezionati: se irrecuperabili, vengono smontati in modo da differenziare lo smaltimento dei singoli pezzi (il legno viene triturato, plastica e ferro riciclati così come il vetro); se in buono stato, restaurati nel laboratorio della Fabbrica e messi in vendita. “Molti acquisti vengono fatti da extracomunitari e da giovani coppie, con pochi soldi da spendere e la voglia di personalizzare le proprie abitazioni” – racconta Tonito Magnasco, Responsabile del Settore Impianti Raccolta Differenziata per AMIU – “Ma dal 2007, l’anno in cui abbiamo lanciato l’iniziativa ad oggi, i nostri clienti si sono sempre più differenziati: ci sono appassionati di interior design alla ricerca di pezzi autentici e rari; amanti del vintage; semplici curiosi e hobbisti che

L’Interno dello spazio espositivo

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L’interno dello spazio espositivo

cercano qui un buon affare, qualcosa da risistemare e, magari, da reinventare”. Il valore aggiunto di questo progetto sembra essere la capacità di stimolare creatività, dentro e fuori la Fabbrica, grazie anche all’impegno di promoter attenti a fare conoscere questa realtà e a innescare sinergie con altri soggetti per creare circoli virtuosi per produttività e visibilità data a chi, di volta in volta, prende parte ad un progetto. È nato, così, ad

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esempio, l’Angolo del Rifatto: settore espositivo dove trovano spazio gli oggetti artigianali o di design prodotti con materiali riciclati. C’è la “Ricicletta”, bicicletta realizzata in alluminio riutilizzato; la chaise-longue e la sedia in cartone; la poltrona ottenuta dalla camera d’aria della ruota di un camion rivestita con tela di jeans, ovviamente usati. E per esaltare le potenzialità dei materiali di scarto, la Fabbrica ospita anche opere di artisti che utilizzano prodotti di riciclo. È il caso della scultura in vetro della francese Nordine Sajot, “M3”, ottenuta da barattoli pressati a caldo e assemblati insieme. L’attenzione all’ambiente e al sociale si sviluppa non solo con la convenzione con l’Unicef, rinnovata per tutto il 2010, ma anche attraverso singole iniziative come quelle delle cinquanta biciclette da spinning regalate alla Fabbrica da Virgin in occasione del rinnovo attrezzature e vendute all’asta per 50 euro l’una. Il ricavato è servito a finanziare l’arredo pubblico del quartiere popolare Diamante, sulle alture genovesi, un terribile e ormai riconosciuto errore urbanistico degli anni passati, un dormitorio senza servizi dove a farla da padrone sono il disagio e la delinquenza. E proprio per cercare di porre rimedio agli errori del passato, l’impegno di “quelli” della Fabbrica si dipana tra le fila dei più giovani con visite guidate al laboratorio e all’esposizione


L’interno del laboratorio

per le scolaresche. “È dall’educazione dei piccoli che possiamo sperare di cambiare la società” – dichiara il responsabile della struttura, Magnasco – “ed è per questo che investiamo molto del nostro tempo per accogliere le classi e spiegare ai ragazzi la necessità di non sprecare risorse, di rispettare l’ambiente, di imparare ad aggiustare e a non buttare, l’importanza di essere fantasiosi, creativi, e che questa creatività sia accompagnata da un saper fare che è anche manualità”. Proprio

per favorire il radicarsi di questa rinnovata cultura artigianale, profondamente legata ad un vivere eco-sostenibile, la Fabbrica ospita Il centro del Riciclaggio Creativo, REMIDA, struttura che promuove una cultura pedagogica attenta alle capacità creative dei bambini e dei ragazzi, aiutati a sviluppare una sensibilità civica contraria allo spreco attraverso laboratori nei quali materiali recuperati vengono messi a loro disposizione per giochi e creazioni.

La Fabbrica del Riciclo Via Greto di Cornigliano, 10 Genova è aperta il primo sabato del mese dalle 9 alle 13 www.fabbricadelriciclo.it info@fabbricadelriciclo.it

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Chiara Attolini Foto di Federico Fazzini

MODA CRITICA: DUE ESPERIENZE GENOVESI Ricic-labò e Tobe Myself, due marchi sartoriali creati da tre giovani stiliste dopo anni di attività in laboratorio

L’esterno negozio 67eco-friendly fashion shop. Al tavolo di un bar del centro storico genovese le stiliste durante l’intervista


L’interno del negozio 67eco-friendly fashion shop. In esposizione creazioni Ricic-labò

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In altri parti d’Europa è una realtà consolidata. In Italia la moda critica si sta affermando solo in questi ultimi anni grazie allo spirito responsabile e a una ferma consapevolezza della necessità di percorrere nuove vie da parte di giovani stilisti e designer che hanno saputo e sanno interpretare le esigenze di un certo mercato, in controtendenza rispetto ai processi di globalizzazione. L’affermazione del critical fashion, insomma, dipende da due fattori: da una parte la domanda di una fascia sempre più larga di consumatori attenti – anche nel vestire – non solo alle tendenze e all’estetica, ma anche alle qualità etiche di abiti e accessori; dall’altra la capacità di alcuni stilisti emergenti di interpretare questa esigenza e di creare brand alternativi ai marchi globali del fast fashion. Mai come in questi tempi – così concentrati sull’immagine e l’apparenza – “l’abito fa il monaco”, nel senso che veramente acquista un valore culturale e simbolico: segno di omologazione per chi sceglie il più sfrenato consumismo e – al contrario – espressione della propria identità culturale, dei propri valori per chi abbraccia una moda artigianale, “certificata” nei processi di produzione, di filiera corta, di capi unici. In questo senso la moda critica si afferma come vero e proprio stile, oltre i modi e le mode. È proprio in tale contesto, non privo di contraddizioni e di nodi da


Interno del negozio 67ecofriendly fashion shop

e creazioni in tessuti naturali, riciclati e tanto vintage remake nel rispetto dell’ambiente e della persona. “L’attività di laboratorio” – spiega Monica Berti – “ci ha dato grandi soddisfazioni, permettendoci di partecipare ad esposizioni e fiere di settore e di essere invitate a diverse sfilate. Ora ci interessa avere una vetrina per Genova: sulla strada, per essere viste e proporre il nostro messaggio anche a chi non ha tempo o spazio per essere informato della necessità di ripensare anche la moda”.

RICIC-LABÒ: VINTAGE REMAKE ED ECOFASHION STYLE

sciogliere, che si colloca la produzione di Monica Berti, Sara Aurelio e Carlotta Tilli, tre giovani stiliste genovesi, creatrici di due distinti brand: Ricic-labò e Tobe Myself, due marchi interamente sartoriali e made in Italy. Provenienti da diverse esperienze formative, le tre creative – dopo anni di vita di laboratorio – si sono riproposte al mercato della moda con un punto vendita nel cuore del centro storico di Genova, in Piazza Cinque Lampadi. L’hanno chiamato “67 eco friendly fashion shop”. Limitativo definirlo negozio per gli obiettivi che le tre creative si sono poste: creare una eco-factory, punto di incontro per artisti e artigiani emergenti, impegnati in settori complementari al loro, quello dell’abbigliamento. Must per entrare nel giro: vivere eco-friendly e lo si capisce appena si varca la soglia: pareti bianche, mobilio di riciclo

30 anni, Monica Berti e Sara Aurelio, hanno iniziato per gioco a creare i loro modelli, abiti ironici, spesso cuciti a mano e senza cartamodello, realizzati riciclando usato vintage. Fare, disfare, vestire, svestire, sovrapporre, manipolare: una giacca diventa un pantalone; un pantalone un gilet; una giacca o dei calzini, un top; centrini di pizzo e camicie, abiti; un processo creativo dove nulla si distrugge ma tutto si ricrea. Capi particolari dalle forme bizzarre, pantaloni da uomo capovolti e trasformati in abiti da donna, sciarpe e foulard, ma anche calzini e cravatte che diventano vestiti, maglie, borse. Il loro processo creativo, in continua evoluzione, le ha spinte a sperimentare tagli nuovi, forme morbide e irregolari, strutture e geometrie

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Abito P/E 2010 realizzato reinterpretando un vestito vintage – Ricic-labò

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non convenzionali ottenute sfruttando gli scarti della produzione tessile. Le asimmetrie, gli orli a taglio vivo, le cuciture a punto vista volutamente grossolane, i fili pendenti, tessuti di pesantezze diverse, i rammendi estetici, sono alcuni esempi che caratterizzano la manifattura fortemente creativa. “Sono i tessuti e l’usato a suggerire, spesso, idee” spiega Monica Berti. “Stravolgere un abito usato non significa distruggerlo, ma esaltarne tutte le potenzialità. Nel nuovo ci piace conservare le tracce di quello che era stato quel capo prima che finisse nelle nostre mani”. Il risultato sono capi unici, ovviamente sartoriali, assolutamente eco-sostenibili. Modelli che sanno, in qualche modo, ammiccare alle tendenze, ma che si collocano al di sopra della moda della stagione, che vanno capiti, interpretati e magari – chissà – ancora stravolti per diventare essi stessi espressione di uno stile personale di vestire e intendere la vita. “Si produce troppo” – dice Sara Aurelio. “Si spreca e si butta: scegliere un nostro abito significa farsi portatori di un messaggio anti-consumista e anticonformista. I nostri non sono capi di moda, di tendenza, ma pezzi unici, che hanno la vocazione di essere eterni. Per indossarli ci si deve innamorare.” Al loro attivo articoli su riviste di settore, partecipazioni di successo a fiere e sfilate (Dressed Up critical fashion show – Milano; Vintage Next - Belgioioso, la fiera più glam della moda d’epoca e del remake; Fiera Milano City “Fa’ la cosa giusta” – Sezione Speciale Critical Fashion), una


collezione per le maschere del teatro genovese dell’Archivolto, le creative dell’Atelier Ricic-labò sono arrivate al successo un po’ per caso, grazie a un paio di pantaloni da loro realizzato e indossato da una amica alla Vintage Selection di Firenze. Creazione apprezzata dalle due sorelle californiane fondatrici del Compai Collective, nome simbolo della sartoria creativa contemporanea e del pezzo unico eco-sostenibile.

TOBE MYSELF: STILE AUTOREFERENZIALE ED ECOSOSTENIBILE “È qui, a Genova, la mia città, che voglio cambiare qualcosa”. Carlotta Tilli, 31 anni, esperienza nel settore moda prima a Parigi, poi a Barcellona, parla in maniera semplice, come la sua faccia e il suo look, incarnazione del suo brand: “Tobe Myself – dice – è un modo di essere e di vestire che permette a ogni donna di esprimere sempre se stessa.” Abiti essenziali e perfetta vestibilità, sono – nel concept del marchio - la base dalla quale partire per creare il proprio stile, personalizzando il proprio look attraverso la scelta degli accessori. Made in Italy in edizione limitata (massimo 10 pezzi per colore e materiale), confezionati artigianalmente e con tessuti di qualità, gli abiti Tobe Myself sono eco-friendly perché realizzati con stock di tessuti riciclati, così da risparmiare sui processi di produzione. Anche la confezione dell’abito è rispettosa dell’ambiente: una polybag non in plastica, ma nello stesso tessuto dell’abito, un accessorio in più da riutilizzare e non scartare. “Tobe Myself è un fashion

concept atemporale che vuole svincolarsi dai cambiamenti repentini della moda, proponendo un capo di qualità, durevole nel tempo”, prosegue la stilista che in una frase riassume e spiega la logica della sua linea, nata dopo anni di studi e di esperienza professionale nel settore moda: “Ti insegnano che la moda è appartenenza, l’imposizione di un marchio, un fast&pay, in definitiva omologazione. E allora mi sono chiesta: perché non stravolgere tutto? Perché non dare a chi ne sente la necessità strumenti per esprimersi, per essere se stessi?” L’abito, quindi, diventa – non per consistenza del tessuto, ma per forma – una seconda pelle, la base naturale (nel senso di ecologica) da decorare come meglio si crede per esprimere se stessi.

Abito P/E 2010 realizzato con tessuti di scarto e bottoni vintage

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Licia Martelli

UMANO VS ANIMALE-VEGETALE Questo il tema per il Fuorisalone 2010 di D.O.C./Dergano Officina Creativa: il circuito della creatività applicata milanese

Caira Design, l’interno dell’atelier


Visitatori dell’edizione 2008. Visitors at the 2008 edition.

Seduta realizzata da Falegnameria Ecologica Bevilacqua

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Le Officine Creative D.O.C. ripresentano la loro proposta di circuito Fuorisalone alternativo: alla scoperta di alcune realtà creative milanesi in un quartiere della periferia storica Dergano-Bovisa. Il tema di quest’anno indaga il rapporto tra mondo animale e vegetale, mondi che sembrano vivere in armonia, dove l’unico elemento di disturbo pare essere l’uomo, che ha con entrambi un rapporto controverso. Vengono esplorati il mondo animale e vegetale nel complesso rapporto con l’uomo che tende a trasformare e ridisegnare a sua immagine gli elementi di questo mondo, ma allo stesso tempo è sempre alla ricerca di una riconciliazione, di una fruizione emozionale di questi, di un avvicinamento armonico in ottica di una felice convivenza più che di uno sfruttamento, con lo scopo di sentirsi piccola parte di un tutto. Girando per le Officine D.O.C. si troveranno: un giardino di colori derivati da piante tintorie nell’Officina di Arte e Natura; la ‘ceramica animalier’ nell’Officina di Ceramiche Puzzo; piccoli elementi di prato da scrivania, insoliti animali da giardino e paesaggi in ceramica nell’Officina di Ceramiche Libere!; abiti farfalla con sete vintage nell’Officina di Caira Design; casette per piccoli animali in carta riciclata nell’Officina di Ceebee; ‘GIARDINCANTO’, piccole sculture ispirate alla natura ed ai suoi movimenti nell’Officina


di EfestoArt; piante carnivore realizzate con i materiali della costumistica teatrale prestati al design nell’Officina di TIIS; elementi d’arredo trattati con materiali animali e vegetali nell’Officina 1380; sedute, tavolini e librerie rivestiti con pelli e scheletri di strani animali in legno naturale, nell’Officina di Lorenzo Crivellaro; animali e vegetali dalla savana per le decorazioni nell’Officina di Jole Prato & Carlo Giordana. Un insieme di prodotti originali e unici, frutto di un saper fare tradizionale applicato alla trasmissione dei valori estetici contemporanei delle singole realtà creative. Una proposta di prodotti D.O.C. che in questo quartiere sono stati pensati e in questo quartiere vengono fatti utilizzando le risorse professionali del territorio, costituendo un vero e proprio circuito a km 0 della creatività applicata. I prodotti dei Docs sono inoltre presenti in prestigiose gallerie, concept stores e case di tutto il mondo. Una proposta che non si esaurisce con il ‘fuori salone’ ma che prosegue tutto l’anno con eventi, mostre, laboratori aperti al pubblico: un vero e proprio attivatore culturale per un quartiere dall’alta creatività diffusa, nella aspirazione di utilizzare la matrice della creatività per caratterizzare e trasformare un’area di Milano. Il tema scelto dalle Officine D.O.C. è anche un pretesto di dibattito e scambio all’interno di un gruppo multidisciplinare di creativi che intrecciano esperienze, saperi e risorse con l’intento di riportare l’attenzione del Fuorisalone su ricerca, contenuti e qualità insieme agli ospiti di quest’anno: l’Associazione Ad Arte, l’architetto Ugo La Pietra e TheBagArt Factory. Il circuito Fuorisalone D.O.C. sarà un’oc-

casione per esplorare un quartiere poco conosciuto anche ai milanesi. Oltre alle mostre allestite nelle singole Officine e negli spazi di Madeproduction Company e Madevents, di Via Carnevali 24, il quartiere sarà coinvolto dalle installazioni degli artisti del TheBagArt Factory, che nella loro sede di via Cevedale 5, presenteranno la loro personale visione del design. L’intento del D.O.C. è anche quello di far emergere le eccel-

Stefano Puzzo

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Manufatti del laboratorio Ceramiche Libere!


TIIS, collana

D.O.C. fuorisalone In occasione del Salone del Mobile di Milano

lenze presenti nel quartiere e non solo in ambito di design. Insieme alle visite delle mostre del Fuori Salone sarà possibile assaggiare il gelato artigianale di Misciolgo, in via Varchi 4, una vera esperienza sensoriale; i menù a tema design nelle trattorie Ciboenò di via Schiaffino 21 e Latteria Maffucci di via Maffucci 24, che offrono una cucina curata e originale; il “farinello” caldo di Dacri (il panettiere di piazza Dergano), solo per citare alcune delle proposte degli esercenti presenti finora sulla mappa D.O.C. Il gruppo Made, articolato in Madeproduction Company e Madevents, rispettivamente una casa di produzione cinematografica e una di organizzazione di eventi, ospita quest’anno le mostre degli ospiti D.O.C. nella propria sede a Dergano, una vecchia officina recuperata ad uffici con un progetto dello studio Zanuso ed il teatro di posa dove vengono inventate e costruite le scenografie per i set cinematografici e spot pubblicitari famosi in tutto il mondo.

14-19 aprile 2010, h. 10-22 Zona Dergano-Bovisa Informazioni e contatti: Tel. +39 02 69901136 info@derganofficinacreativa.it www.derganofficinacreativa.it D.O.C./Dergano Officina Creativa nasce da un’idea dell’architetto Licia Martelli Progetto e coordinamento: Arch. Licia Martelli, Arch. Sonia Occhipinti 41


Maxsiator, notturno della Margaria di Pelagio Palagi a Racconigi


Enzo Biffi Gentili

SULLA LINEA GOTICA Una riflessione in occasione dell’inaugurazione della “Bottega Reale” al Castello di Racconigi, allestita con arredamenti “neogotici”


“Vetrinegotiche”. Schizzi di Ugo La Pietra

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Sono arruolato, non da oggi, tra i promotori e i difensori della “linea gotica”. Chiariamoci subito però: intendo riferirmi a battaglie culturali, non militari. Mi sono dedicato a questo tipo di lotta sul terreno dell’architettura e delle arti applicate. Dove la guerra è più dura, nonostante la cultura postmoderna del progetto sia onnivora, e divori la storia, e si pensi, negli ultimi anni, di quanti stili l’architetto o il designer si sia cibato (e quanti altri abbia citato). Ma mentre a esempio il barocco impazza, sino al dolciastro rococò - i nomi di autori e aziende li conoscono tutti: Alessandro Mendini e Ferruccio Laviani, Maarten Baas per Moooi e Marcel Wanders per Cappellini, e la superstar Philippe Starck, tra l’umile policarbonato di Kartell e l’aristocratico Cristal de Baccarat, in un crescendo di frastuono, sino allo spudorato Barock ‘n Roll di Sawaya e Moroni… tutte pompe che ci hanno un po’ rotto i maroni - il gotico latita, rappresenta un’eccezione in questa regola dell’ingestione-indigestione stilistica. Curiosamente, perché l’immaginario gotico non è mai esaurito: nella moda è revenant, ed è sempre straordinariamente fiorito nella cultura di massa e in quella giovanile… Già tre lustri fa, a metà degli anni ‘90, decisi di reagire a questa rimozione del gotico nell’architettura e negli interni con Delirium Design, una mostra allestita ad Abitare il Tempo a Verona, in modalità scenografiche forse eccessive, quasi horror (per dovere, ospite d’onore era Hans Ruedi Giger, premio Oscar per Alien, nelle meno note vesti di mobiliere…). Recentemente invece un mio vecchio amico,


Schindler Salmerón, Aluminium Hocker, 2008

Umberto Pecchini, ha deciso di iniziare a ricostruire una “linea gotica”. Che questa volta passa per Racconigi, in Piemonte. Pecchini è infatti attualmente amministratore delegato dell’Associazione Le Terre dei Savoia, che riunisce circa 50 comuni del cuneese e ha sede nell’ex-gendarmeria del Castello di Racconigi, il cui parco è ornato dalle gemme del complesso agricolo della Margaria di Pelagio Palagi e delle Serre del suo allievo

Carlo Sada, due capolavori ambientali e architettonici neogotici assoluti degli anni ’30 e ‘40 dell’Ottocento voluti da Carlo Alberto. E l’Associazione Le Terre dei Savoia ha deciso, nell’ambito delle sue attività di promozione del territorio, di riappropriarsi di quell’eredità neogotica, rileggendola e contaminandola con sensibilità contemporanea, sviluppando, un progetto intitolato Neogotico tricolore. Che parte con l’arredamento di una “Bottega

Reale” che sarà installata nel Castello di Racconigi come nuovo Museum Shop. E qui si è riaperta la questione della rarità di prove neogotiche nel furniture design, e la conseguente necessità di una difficile ricerca, svolta da chi scrive, che ha però dato qualche frutto. Così dal 10 aprile prossimo, data di inaugurazione della Bottega Reale a Racconigi, sarà possibile vedere, tra l’altro, arredi e complementi più o meno arbitrariamente

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Louise Campbell, “Spider Woman”, 2008. Produzione Hay

Castello di Racconigi Bottega Reale (Museum Shop) Inaugurazione 10 aprile 2010 Via Morosini 3, 12035 Racconigi (CN) tel. 0172-84005 www.castellodiracconigi.it

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definibili come “neo-neogotici” come gli sgabelli del gruppo svizzero-spagnolo Schindlersalmerón, le sedie Spider Woman della danese Louise Campbell per Hay, la consolle dell’anglotedesco Peter Rolfe, le tappezzerie degli scozzesi Timorous Beasties, e per quanto riguarda l’Italia un “trono” dello scomparso architetto toscano Lanfranco Benvenuti, un tavolo-gazebo dello Studio Kha dedicato al “genio del luogo”, Pelagio, per culminare in una vera e propria “sala reale”, con tre vetrine del nostro Ugo La Pietra, sempre fondamentale… Attenzione però: la caratteristica principale di questo inedito assemblaggio consiste in un certo qual minimalismo espressivo, in una evocazione dello spirito “costruttivo” del gotico, in una spoliazione che cerca prudentemente di evitare il perturbante… Insomma, per la prima volta dopo molti anni, da questo Piemonte “provinciale”, si riafferma una tendenza destinata a far nascere qualche polemica anche a livello internazionale. Nessuna paura, va tutto bene: questa volta, ne sono sicuro, la “linea gotica” tiene.


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Un momento della realizzazione della facciata di una credenza in noce


Simona Cesana

Giuseppe Rivadossi, il legno e la sua poetica Un’intervista con un grande artista e artigiano del legno, che scava il materiale per modellarne l’anima


“Blocco Galla”, 2007, tiglio

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L’atelier di Giuseppe Rivadossi è un cantiere (ha sede a Nave in provincia di Brescia) dove si elaborano progetti e realizzano strutture e opere riguardanti l’abitare. Il legno è la materia prima di questa bottega e viene usato nel rispetto massimo delle sue caratteristiche. Le tecniche fondamentali utilizzate sono l’assemblaggio per incastri e la lavorazione a scavo da blocco. L’operare di Giuseppe Rivadossi è tutto rivolto a ricostruire uno spazio poetico domestico, a servire ed umanizzare lo spazio ed i gesti quotidiani con nuove strutture che nascono da radici antiche. Giuseppe Rivadossi, classe 1935, scolpisce e lavora il legno fin dagli anni Sessanta; varie mostre ne documentano il lavoro, fino a una grande antologica sul lavoro del suo atelier alla Rotonda della Besana di Milano nel 1980 con presentazione dello storico dell’arte Gianfranco Bruno e catalogo Electa. In seguito, all’opera di Rivadossi, vengono dedicate numerose mostre ed esposizioni, e molte testimonianze dal mondo della cultura e dell’arte, tra cui quelle di Giovanni Testori, Ermanno Olmi, Mario Botta, Philippe Daverio, ne sottolineano il valore e la forza. Philippe Daverio, disegna con queste parole il ritratto di Giuseppe Rivadossi:


“(…). Lavora e fa lavorare il legno con l’abilità d’un pianista, con il rispetto che gli uomini della terra portano da sempre alla materia della natura. Lo fa con la tenacia di chi sa che l’insistenza è il sentiero d’accesso ai misteri della poesia, che la quotidianità del lavoro approfondisce il sentire. E questo lavoro suo consiste nel progettare e nell’eseguire in un gesto unico, che poi è quello della scultura, un lavoro che si cimenta nel muovere le masse del legno, nell’incastrarle, nel delinearle. Riesce così Rivadossi ad essere al contempo ebanista e carpentiere per una visione dell’abitare dove l’individuo torna a predominare sulle astrazioni estetiche dello spazio”. Questo profilo mette ben in luce il doppio binario su cui Rivadossi si muove: la ricerca di una poetica attraverso il lavoro e il quotidiano rapporto con la materia e la ricerca del giusto equilibrio tra oggetti/architetture e l’uomo. Ho fatto qualche domanda a Giuseppe Rivadossi, a cui lui ha gentilmente risposto chiarendo il suo pensiero e il suo approccio al lavoro e al progetto.

Vorrei mettere in luce il pensiero di Rivadossi rispetto alla “cultura dell’abitare”: che ruolo hanno gli oggetti che ci circondano nei nostri ambienti domestici? Quale è la funzione che devono assolvere, oltre a quella primaria di contenere, mostrare, proteggere (a seconda della tipologia specifica)? Le attrezzature dell’habitat, unite alle strutture murarie, contribuiscono con le loro forme e le loro dimensioni a determinare uno spazio più o meno umano e poetico. In una casa, lo spazio non deve vivere in funzione del protagonismo di un oggetto o dell’altro, ma considerando la persona che ne fruirà e le sue esigenze, anche le più sottili. Abitare la casa o abitare la terra è secondo noi la medesima cosa: gli oggetti di cui ci circondiamo devono consentirci di ritrovare la nostra vera identità nelle nostre azioni e nelle nostre opere. Il rapporto tra cultura del progetto e cultura del fare: quanto, nell’esperienza di Rivadossi e dell’atelier, l’una alimenta l’altra, e viceversa? Per me dietro ogni progetto c’è una cultura del fare e del vivere, l’opera è sempre il frutto

Giuseppe Rivadossi con i figli Emanuele e Clemente

Credenza “Moissac” 2009, noce nazionale

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“Punta Krisa”, 1996, tiglio

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di una stretta unità fra il sentire, le necessità funzionali e le possibilità tecniche. La cultura del fare si può realizzare se dietro al fare vi è una visione della vita, dei valori tanto forti da resistere alle tendenze disgregative del modello economico attuale. Il progetto ed il fare non sono due cose distinte, esistono l’uno in virtù dell’altro: è un grave errore considerarli distinti e separabili. Il lavoro “di bottega” è sempre stato parte della cultura dell’arte italiana; in questo momento si trovano rari esempi di “botteghe” nelle quali giovani maestranze seguono il maestro e da lui apprendono l’arte. Rivadossi mi sembra uno di questi rari esempi. Se le istituzioni culturali ed economiche del nostro Paese investissero sulla promozione di questo tipo di crescita professionale si potrebbero creare migliori opportunità di lavoro per le nuove generazioni? La cultura antica del lavoro ha avuto sempre delle grandi botteghe. Oggi però questo straordinario patrimonio di conoscenza, di capacità e di senso del lavoro è completamente scomparso. Sussistono ancora alcune code nostalgiche e dilettantistiche, prive però di quella conoscenza del proprio tempo e della storia le cui proposte sono surreali e prive di incidenza. Quindi non lasciamo spazio a sterili amori tardo-romantici per mestieri perduti: mettiamo sul tavolo della riflessione non solo le nuove tecnologie ma soprattutto le motivazioni vere e profonde che ci fanno progettare e costruire. Educhiamo i giovani ad inquadrare il frutto delle loro


azioni come effetti fisiologici di ciò in cui credono, saranno poi loro a realizzare nuove professionalità. Per quanto riguarda la promozione, il riconoscimento o un aiuto pubblico io non so cosa significhi. Ho portato avanti la mia proposta rivolta a promuovere una dimensione poetica nello spazio dell’uomo, ho fatto questo con un mio rigore, con le mie forze e con il sostegno dei committenti che hanno creduto e credono in quello che facciamo. Non è stato facile, ma mi sono divertito. Quali sono i prossimi programmi dell’Atelier Rivadossi, anche in vista del prossimo Salone del Mobile? Per il prossimo Salone del Mobile noi presenteremo nel nostro Atelier di Nave gli elaborati

più recenti. Siamo sicuramente abbastanza distanti da Milano, ma crediamo che coloro che sono veramente interessati ci raggiungeranno anche qui. Ci sarà poi in novembre 2010 una presentazione della nostra proposta alla Facoltà di Architettura di Ferrara, promossa dalla stessa università. La curiosità per modalità “nuove”, progettuali e realizzative sta crescendo in quanto bisogno di aziende manifatturiere e del design.

RIVADOSSI Via Borano 25, traversa IV 25075 Nave (BS) +39 030 2532773 www.rivadossi.net

Madia Intagliata 1979, tiglio

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Daniele Lorenzon

PALOMA, UN NUOVO SPAZIO DEDICATO AL DESIGN ARTISTICO A Milano, un nuovo spazio/galleria organizzato per offrire oggetti e servizi per gli amanti del design e dell’arte

In questa pagina pezzi di: Gastone Rinaldi, Angelo Mangiarotti, Illmari Tapiovaara, Charles Eames,Vico Magistretti, Alfred Hendrickx


Nell’immagine alcune opere di Giotto Stoppino, Verner Panton, Giovanna Canegallo, Giò Ponti

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Paloma nasce dopo alcuni anni di lavoro e appassionato impegno nel mondo del design: prima lavorando per il bookshop alla Triennale di Milano e poi con la gestione di Tingo Design Gallery, oltre che con esperienze in vari studi professionali tra cui quello di Rodolfo Dordoni e di Roberto e Ludovica Palomba. Lo spazio che ho concepito è quello di una galleria ampia e confortevole che si propone di diventare anche luogo di incontro e officina di idee. Già durante l’inaugurazione lo spazio Paloma non ha deluso le aspettative del folto pubblico di appassionati e addetti ai lavori:

si è dimostrato vivace, versatile, un po’ fuori dagli schemi offrendo oggetti di design, modernariato, arte (oggetti, arredi, lampade, quadri, stampe, fotografie, accessori, …). Inoltre, ormai da diversi anni propongo il noleggio di opere di molti designer italiani, da Sottsass a La Pietra, da Mangiarotti agli Archizoom, a Magistretti, Colombo, Ponti… in questo senso l’attività della galleria è rivolta anche a questo tipo di scambio commerciale, con la possibilità di consultare la biblioteca di oltre 2500 volumi. Durante l’inaugurazione è stata presentata anche una mostra fotografica di Emanuele


Zamponi dal titolo “L’uomo artigiano”: con questo progetto Zamponi ha ricevuto il Premio Giornalistico “Benvenuto Cellini” – sezione Reportage Fotografici, promosso dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte. La ricerca fotografica di Zamponi è rivolta alla ricerca dell’identità personale e della passione di varie realtà artigianali presenti sul territorio lombardo, attraverso immagini che coinvolgono il pubblico in un gioco che prima nasconde e poi rivela l’identità dei protagonisti: ritratti isolati, volti per lo più sconosciuti all’osservatore si manifestano in un secondo momento grazie

al contesto in cui prende vita la loro arte. Storie personali di cultura artigiana raccontate attraverso gli strumenti, i laboratori, i volti: una tradizione di qualità ed eccellenza vista attraverso l’obiettivo del fotografo. Un’ulteriore dimostrazione di come Paloma sia uno spazio aperto a varie iniziative culturali che sappiano aprire un dibattito attorno al mondo del design e dell’arte, indagando situazioni dove il fare artistico e la progettazione si incontrano per dar vita a proposte uniche e interessanti per la ricerca e la valorizzazione dell’abitare.

Un ritratto della serie “l’Uomo Artigiano” di Emanuele Zamponi

Paloma Via G. Fiamma 12, Milano lunedì-venerdì 10-13 / 14-18 Tel. 02/8728.1904, Fax 02/8728.1905 info@palomaprops.com, www.palomaprops.com 57


Palazzo Perabò, sede del MIDeC, si affaccia sul Lago Maggiore a Cerro di Laveno Mombello (VA)


Ugo la Pietra

IL MIDeC DI LAVENO RIAPRE AL PUBBLICO Incontro con Emma Zanella, nuovo direttore del Museo Internazionale del Design Ceramico, in merito alle linee programmatiche per il futuro di questa storica istituzione


Il cortile interno di Palazzo Perabò, sede del MIDeC

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Domenica 7 marzo 2010 il Museo Internazionale del Design Ceramico di Cerro di Laveno ha riaperto al pubblico dopo aver ricevuto, nel dicembre 2009, il prestigioso riconoscimento regionale a museo, che lo ha inserito nella rosa dei più significativi della Regione, e dopo aver ultimata una prima parte dei lavori di sistemazione e organizzazione degli spazi. Ciò che è più importante è che il Museo si avvia a una nuova attività, per altro già annunciata da alcune prime iniziative, sotto l’intelligente spinta del nuovo direttore Emma Zanella. Alcune mostre come “Fuori Registro. Attitudini concettuali nella ceramica italiana” in cui Emma Zanella ha coinvolto otto giovani artisti per dialogare con il Museo e la sua collezione, o “Giacomo Vanetti. L’ultima trasparenza. Memorie della fabbrica trovata” (in corso fino al 16 maggio) a cura di Vittoria Broggini, in cui l’artista rilegge l’attività della ceramica Richard Ginori di Laveno Mombello attraverso le immagini, raccolte con uno sguardo concettuale, dell’edificio della fabbrica abbandonata da quasi venti anni, ma soprattutto il concorso internazionale “Lungolago per l’arte” che si propone di selezionare annualmente opere in ceramica da realizzarsi sul lungolago di Cerro di Laveno Mombello, dimostrano il nuovo percorso intrapreso da questo Museo. Il direttore Zanella risponde alle nostre domande chiarendo


Antonia Campi, “Brocca”, 1952, realizzata da Società Ceramica Italiana Laveno, collezione storica del Museo

come, dopo il percorso degli ultimi decenni che ha visto la direzione di Reggiori e Morandini, la volontà è di aprirsi ad un livello più internazionale, guardando alla ceramica nel modo più aperto possibile. Un atteggiamento che di fatto vuole superare la dimensione troppo spesso localistica dei tanti Musei della ceramica presenti nelle varie Regioni d’Italia. L’apertura è auspicata anche pensando al legame tra la ceramica e il mondo del design, già insita nel nome stesso del Museo e che si concretizzerà anche grazie al collegamento che il Museo sta avviando con la Triennale di Milano. Alla domanda

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Vincenzo Cabiati, “La figlia del poliziotto”, 2002, ceramica policroma, collezione privata, Modena (installata nel loggiato)

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d’obbligo “fino a che punto il Museo riuscirà ad assolvere le tre importanti attività che distinguono l’impegno di un vero Museo ovvero acquisizione, promozione, conservazione”, Emma Zanella informa che circa la conservazione è in atto un piano di ristrutturazione e quindi di sistemazione (sostenuta attraverso un’indagine preliminare del Politecnico di Milano e grazie ai finanziamenti della Fondazione Cariplo) per il recupero dei sottotetti (spazi indispensabili per l’ampliamento), per la sistemazione delle barriere architettoniche, del riscaldamento e dei servizi igienici. Per quanto riguarda la promozione, l’iniziativa

del Concorso intende valorizzazione il territorio con opere di ceramica site specific e che riapre il grande tema del rapporto delle arti applicate con il “genius loci” e rappresenta un modo intelligente di promuovere il Museo, espandendo nella città segnali che ne esaltano l’attività e l’identità. Suggeriamo un ruolo ancora più importante: quello di riuscire a collegarsi con i tanti musei della ceramica per “fare sistema” determinando, come accade con l’arte, una valorizzazione delle opere e degli autori (valore aggiunto!) in grado di far sviluppare il mercato, le gallerie di ceramica contemporanea, il collezionismo e le quotazioni degli autori più o meno legati alle botteghe d’artigianato.


Giorgio Spertini, vaso, 1903, collezione storica del Museo

Bracciale ideato da Mario Buccellati per Gabriele D’Annunzio dalla Collezione del Museo Mario Buccellati (Milano). Photo Giorgio Majno. A bracelet created by Mario Buccellati for Gabriele D’Annunzio, from the Mario Buccellati Museum Collection (Milan).

MIDeC Museo Internazionale Design Ceramico Cerro di Laveno Mombello (VA), Lungolago Perabò 5 Guido Andloviz, vaso con piedistallo, 1932, realizzato da Società Ceramica Revelli, collezione storica del Museo

Siamo certi che, proprio per il suo impegno già dimostrato con la direzione della Galleria di Arte Moderna di Gallarate, in cui per anni ha saputo incentivare e promuovere l’arte moderna e contemporanea, Emma Zanella saprà fare altrettanto bene anche per l’arte applicata. In questo senso a lei vanno tutti i nostri migliori auguri.

Tel./Fax 0332 666530 martedì 10-12.30; mercoledì / venerdì 10:00-12.30 / 14.30-17.30; sabato e domenica 10:00-12.30 / 14:00-17:00; Ingresso gratuito www.midec.org 63


Federica Cavriana Foto di Manuel Scrima

Casa Pedrini Cremona Organi 102 anni tra tradizione e sperimentazione organaria

Una lavorazione nella Bottega Artigiana Pedrini


Il Maestro organaro Marco Fracassi

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Non solo violini, viole, violoncelli, contrabbassi. Non solo liutai e liuteria. La cultura musicale di Cremona è anche altro: formazione e spettacolo, orientamento e tradizione. Una tradizione spesso antica di secoli, come quella di Casa Pedrini Cremona Organi: una ditta nata nel 1908 e tramandata da avo a fratello, da fratello a figlio, da figlio a nipote e così via, sempre nell’ambito della stessa famiglia. Marco Fracassi (di madre Pedrini), odierno responsabile artistico, musicista diplomato e concertista, parla della manifattura con grande soddisfazione ed evidente passione per il suo mestiere di progettazione e finitura sonora dello strumento, ossia calibrazione e accordatura. Casa Pedrini, con le sue maestranze, si occupa davvero di tutte le fasi della produzione, dal disegno alla fattura delle componenti – canne lignee e metalliche comprese, all’assemblaggio e accordatura. Se un organo va dai 3 ai 40 registri circa (dove per registro si intende

una fila di canne dal timbro omogeneo) un organo di media grandezza richiede sette/otto mesi di lavoro, a cui Casa Pedrini affianca l’attività di restauro di organi antichi. Ogni strumento ha una fisionomia e sonorità irripetibili, e già in fase di progetto viene immaginato da Fracassi all’interno della struttura di destinazione (chiese perlopiù). La sua sfida è quella di trovare un compromesso tra le personali esigenze estetiche - la sua filosofia sonora, e le esigenze del committente, che può avere consulenti organisti, magari anche esecutori, con richieste specifiche: un suono di gusto nord-europeo, o francese, o dell’Italia rinascimentale... E se lo scioglimento di queste opposte tensioni costituisce una sfida creativa, è ben comprensibile il motivo per cui l’organaro rimanga indifferente alla copia di organi antichi e produca con minor frequenza piccoli strumenti di impostazione seriale. Secondo Fracassi la voglia legitti-


Un particolare della tastiera realizzata da Casa Pedrini Cremona Organi


Un particolare degli strumenti di lavoro

ma di creare qualcosa di sempre nuovo si spiega con il fatto che “l’organo è lo strumento più carico di storia continuativa, ha avuto un’evoluzione insuperabile, non è mai stato fermo. Venticinque secoli di storia di continua evoluzione: nessun altro artigiano come un organaro è così sperimentatore, inventore, e contrastare questa storia di evoluzione sarebbe antistorico e anticulturale”. Qualsiasi organaro ha sete di novità continua, desiderio di creare ausili per chi suona. Contemporaneamente rimane il grande rispetto in fase di restauro per i documenti del passato “dove non si può sovrapporre un gusto personale, ma è necessario leggere il documento nella maniera migliore possibile, per meglio restituirlo”.

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La famiglia Pedrini è stata anche tra i fondatori dell’AIO, l’Associazione Italiana Organari; un ente che promuove la circolazione delle idee, organizzando incontri con studiosi di acustica, metallurgia, meccanica, ma anche la conoscenza reciproca dei produttori, con il proposito di superare l’atavica diffidenza e rivalità tra colleghi. Ancor più importante, l’AIO impone ai propri associati una sorta di codice deontologico, che assicuri la qualità e unicità degli strumenti. Marco Fracassi non teme per il futuro la decadenza dell’organo, nonostante sia da prevedere qualche cambiamento per quanto riguarda gli scenari logistici: uno strumento da sempre legato alla Chiesa, è forse tempo che si mostri con più frequenza nelle sale

da concerto. L’organaro si augura inoltre che il suo comparto possa crescere di qualità per presentarsi al mondo senza complessi di inferiorità, soprattutto di fronte a nazioni come Francia e Germania dove da sempre ci si interessa a questi temi, e con maggiore impegno istituzionale. Infine, personalmente, spera di potersi ancora esprimere seguendo la sua istanza interiore per quanto riguarda i nuovi strumenti e di coltivare ancora l’interesse per lo studio filologico nel restauro di quelli antichi, naturalmente, tramandando intatte passione e abilità, sperimentazione e minuziosa ricerca ai nuovi eredi di una tradizione centenaria che, fortunatamente, non teme ancora l’oblio.


Un momento della lavorazione della canna dell’organo.

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Paolo Dalla Sega

Una cattedra universitaria dedicata ai Mestieri d’Arte

La Cattedra Fondazione Cologni di Sistemi di gestione dei mestieri d’arte, attivata presso l’Università Cattolica all’interno del corso di laurea in Economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo, è un progetto di valorizzazione di un patrimonio storico e culturale, sociale ed economico: di un mondo, anzi dell’universo dei mestieri d’arte italiani, di un saper fare che lungo una storia di secoli ha scritto vicende importanti di creatività, di trasformazione della materia in manufatti, opere e oggetti con valori estetici, simbolici e d’uso. Se è vero che la civiltà, ogni civiltà nasce con l’uomo che maneggia gli utensili per costruire le case in

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cui condurre serenamente la vita (Esiodo sul “glorioso” Efesto) e che questo “uomo artigiano”, per citare un felice volume di Richard Sennett, scompare e riappare carsicamente nella storia della nostra cultura a ricordarci l’esistenza e l’importanza, anzi la necessità del sapere concreto che non separa ma connette “mente e mano”, che affronta ed esprime le “idee nelle cose”, l’avventura storica, ma anche geopolitica, del nostro Paese ci restituisce uno scenario particolare, unico, con caratteri propri di patrimonio e di eredità culturale. Le opere e i giorni, lungo i secoli, dell’uomo artigiano italiano – artista e artigiano, in una parola sola e


più antica: artifex – hanno tracciato il genius loci, lo spirito del luogo di città e territori, regioni fisiche e paesaggi sociali. Le pietre, la terra, l’acqua, le risorse, la posizione sulle vie del commercio e degli scambi; le aggregazioni urbane e i poli di circuiti nazionali e internazionali; la stretta relazione con la sfera dell’arte in passato (Cellini e Donatello furono artisti e orafi) e oggi di creatività più note come il design e la moda, più in generale del Made in Italy, pongono questo antico e però vivo saper fare al centro di un potenziale progetto di valorizzazione e comunicazione culturale, ad ampio respiro, sull’Italia tra passato e presente.

La potenzialità, che vuol continuare a vedere nella “crisi” – o negli scenari problematici – una stimolante opportunità di cambiamento e di sviluppo, è tutta nella sfida che vuol far uscire da un cono d’ombra questo patrimonio nascosto, questo giacimento profondo che innerva i nostri territori e le nostre comunità: accogliendo questa eredità nei beni culturali “viventi”, alla pari delle arti e delle grandi tradizioni, e quindi inserendola nei processi virtuosi della moderna, responsabile, attenta valorizzazione. Dallo studio e comprensione (la consapevolezza) alla gestione e valorizzazione, a una nient’affatto epidermica comunicazione (messa

L’intervento del Rettore Bodega alla lezione Inaugurale della Cattedra Fondazione Cologni di Sistemi di gestione dei mestieri d’arte

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Una lezione con Pino Grasso, ricamatore e Rita Airaghi, direttore della Fondazione FerrĂŠ

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Una lezione con l’architetto Ugo La Pietra e lo scenografo Ferruccio Bigi

in comune di identità, valori e messaggi), verso un incremento di valore e dunque risorse per la tutela, la conservazione, la consistenza del bene. L’itinerario del corso, a partire da riflessioni di sfondo teorico, perlopiù tra sociologia e storia della cultura, sviluppa un’analisi della nascita e della storia dei principali mestieri d’arte italiani, con approfondimenti su moda tessile, oreficeria - gioielleria, spettacolo ed eventi, design ed enogastronomia. Quindi si segue l’evoluzione del mestiere d’arte, con i nuovi maestri, le tecnologie e le sfide del mercato globale, e si approda a una considerazione di questi “patrimoni viventi” come risorse del territorio, in un sistema di distretti improntato alla creatività di contesto; risorse su cui sperimentare nuovi modelli di gestione, organizzazione e valorizzazione, nell’ultima e sperimentale sessione d’aula. Le attività d’aula della Cattedra – realizzata con il contributo di Fondazione Cariplo - sono arricchite da testimonianze, lezioni aperte, visite e iniziative di ampia divulgazione sviluppate e proposte in ateneo dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.

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Ugo La Pietra

I codici segreti di Battista Luraschi Presso Villa Calvi a Cantù l’antologica di Battista Luraschi, a cura di Giampaolo Mascheroni e Peppo Peduzzi: spirito ludico, già noto all’inizio degli anni Ottanta per essere considerato dalla critica un componente del Nuovo Futurismo

“Adelmo con Irene”, 2005-2009 carta e dorsini in p.v.c., cm 200 x 200 x 45

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“Non parla mai. Usa un leggero sorriso e un paio di sguardi (uno preoccupato, uno attento), poco per comunicare! Battista Luraschi affida tutta la comunicazione tra il suo mondo e ciò che lo circonda ai suoi segni. I segni di Luraschi partono da elaborazioni semplici e nello stesso tempo complesse: si circonda di un microcosmo di oggetti che trova nella produzione più banale e attraverso un processo di decodificazione tutto suo li ricompone. Li ricompone


seguendo regole che solo lui conosce dove la complessità è alla base del suo linguaggio, complessità ottenuta attraverso rielaborazione di figure, attraverso proiezioni ortogonali e assonometrie sostenute dall’uso dinamico di colori forti. Luraschi prima di tutto è uno sperimentatore, poi si potranno leggere i suoi risultati di volta in volta come opere di grafica, di pittura o di design. Il progetto pittorico C.A.S.A. del 1986 di fatto è dentro e fuori dalla disciplina pittorica ed è dentro e fuori dalla grande area del design. (…) Luraschi rimane ancora una persona da conoscere e da capire. Già presentata in alcune mostre di design d’avanguardia, di fatto la sua ricerca in questi ultimi anni non ha subito alcun processo di impoverimento. Parlo di quel tipo di processo,

spesso condizionato da mostre e pubblicazioni, ma soprattutto dal rapporto con il mondo della produzione che mortifica, in alcuni giovani designer, il giusto spazio di autonomia e di ricerca. Il rapporto con la produzione non ha quasi mai sfiorato il lavoro di Luraschi, così le sue opere si muovono ancora con grande liberà di espressione ma anche con grande rigore. Luraschi, nelle opere bidimensionali, si è dato regole molto limitanti: nel colore (rosso, blu, bianco, giallo), nel segno omogeneo tracciato con strumenti; mentre per gli oggetti è più facile trovare una maggiore apertura nell’accostamento di vari materiali. Comunque tutti i suoi lavori portano sempre lo spettatore in una posizione di incertezza e di curiosità per quel senso di infantile candore

Piatto “Ore dodici”, 1997 mediumdensity laccato, d. cm 40 x 4

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“Svuotatasche”, 2005 polipropilene, gomma, 76 cm 27 x 11 x13


“Empatia” (raccolta di 42 disegni), 1999 legno dipinto, colori ad olio, alluminio, setole, cm 70 x 50 (disegni), cm 73 x 60 x 8 (valigia) “Verissimo” (cassettiera per 18 libretti cartonati), 1992. Mediumdensity laccato, olio, ottone argentato, cm 38 x 32 x 32 “Senza Titolo”, 1997 piatto di vetro a tre spessori, d. cm 36 x 3

nei confronti di oggetti e segni che si unisce a una sorta di sottile ironia.” (Tratto da D’ARS, n°117, 1987). Questa l’analisi che feci di Luraschi e del suo lavoro negli anni Ottanta. Oggi è ancora attuale! Il suo percorso coerente, solitario, carico di colpi di scena, di giocoso umorismo, di rimandi concettuali a Bruno Munari (per le sue sculture da viaggio) è continuamente alimentato dalla sua capacità visionaria e dalla sua sapiente artigianalità. L’antologica a Villa Calvi è il giusto riconoscimento ad un artista tra i più singolari, capace di emozionarci costruendo con la carta e i dorsini reggifogli un mondo fantastico fatto di cavalli, oggetti d’arredo, case e casette, maschere, ma anche di piccole sculture coloratissime capaci di evocare in ognuno di noi sorprese ed emozioni.

Battista Luraschi. Codici segreti. Villa Calvi, Cantù 17 gennaio – 20 marzo 2010 a cura di Giampaolo Mascheroni e Peppo Peduzzi. Promossa dall’Associazione Amici dei Musei di Cantù. Catalogo edito da La Vita Felice, 2010 77


Alberto Cavalli

ANDREA BRANZI RITRATTI E AUTORITRATTI DI DESIGN

Il 19 Aprile verrà presentato presso il teatro Agorà del Museo del Design presso la Triennale di Milano il libro “Ritratti e autoritratti di design”, il nuovo volume della collana Mestieri d’Arte, edita da Marsilio e coordinata e promossa dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte. Il decimo della collana è firmato da Andrea Branzi, uno dei più illustri nomi della storia del design internazionale, che ha vissuto e racconta da grande protagonista questa storia vista dall’interno. Che cosa significa, oggi, fare del design una professione? E qual è il rapporto tra il mondo del design e quello dei mestieri d’arte, entrambi espressione di una capacità progettuale ed esecutiva che in Italia ha saputo raggiungere livelli straordinari? Secondo Giulio Carlo Argan, la discriminante critica per il successo del design italiano consisteva in “una miscela di sapere tecnico di natura artigianale e di intuizione estetica di matrice artistica”. Artigianalità, progettualità


ed estetica: tre punti di fondamentale importanza per interpretare e comprendere l’evoluzione del design in Italia, nonché tre declinazioni che la professione del designer assume nel nostro Paese. In tutti i settori produttivi del sistema-Italia, infatti, il design gioca un ruolo insostituibile, a testimonianza di una relazione virtuosa (ma spesso poco indagata) tra lo sviluppo dell’economia di un Paese e la sua capacità creativa e progettuale. Una capacità che passa necessariamente attraverso la formazione, la crescita e il successo della figura del designer. Ma che cos’è oggi la professione, il mestiere d’arte del designer? Per rispondere a una domanda tanto attuale e complessa, il libro di Andrea Branzi descrive le vicende di numerose generazioni di designer, dai cosiddetti Maestri del design italiano alle tendenze degli ultimi anni. Il volume è diviso in una serie di macro-capitoli. In “L’epoca dei Maestri”, l’autore segue la tradizione di Giorgio Vasari che nel Rinascimento scrisse “Le Vite”, rinunciando a una teoria generale del movimento per raccontare le biografie dei suoi protagonisti. Nei capitoli successivi le biografie si incrociano con l’autobiografia, le esperienze personali con quelle di interi movimenti, come quello radicale o Alchymia e Memphis, di cui Andrea Branzi è stato uno dei protagonisti. Il

“sistema dinamico” del design italiano, nel quale queste esperienze si collocano, viene analizzato nei suoi molteplici aspetti, con riflessioni sul ruolo di una nuova didattica e sul design come professione di massa. Questo passaggio dal ritratto all’affresco di gruppo, dalla biografia all’autobiografia alla teoria, costituisce la novità e fa di questo libro un lavoro sperimentale che, come scrive il suo autore, “non porta a risultati garantiti, ma apre lo sguardo a scenari, a volte corali a volte frammentari, che testimoniano la peculiarità del design italiano, mai unitario ed omogeneo, ma fatto di variazioni e differenze che costituiscono la sua originalità e la sua ricchezza”. “Grazie al volume di Andrea Branzi”, scrive Franco Cologni, presidente dell’omonima Fondazione, nella sua introduzione al volume, “è ora possibile percorrere agevolmente e con un crescente senso di fascinazione il dialogo che il designer ha saputo intessere con se stesso, con i colleghi, con gli interlocutori industriali o artigianali, con l’evoluzione della società, con le mutazioni del gusto, con le modifiche del sistema formativo, distributivo, ideativo. Con personale partecipazione l’Autore ci aiuta a ritrovare le significative posterità culturali che ognuno dei grandi Maestri del design ha saputo lasciare, imprimendo un segno profondo nella storia dell’estetica internazionale...”.

Andrea Branzi fotografato da Ruy Teixeira

Andrea Branzi

Ritratti e autoritratti di design

Marsilio / Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte Pagine 264 Euro 28,00 79


Alberto Cavalli

OPEN CARE

Una delle stanze destinate all’art consulting


Il Palazzo del ghiaccio dopo la ristrutturazione ad opera di Open Care

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Nelle parole di Cesare Brandi, il restauro è “il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte nella sua consistenza fisica e nella duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro”. Proprio la trasmissione al futuro delle opere d’arte è al centro delle attività del restauratore, una figura professionale recentemente al centro di una controversa riforma. Il 30 Marzo 2009, infatti, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha pubblicato un bando finalizzato alla definizione di chi possa fregiarsi della qualifica di “restauratore di beni culturali” e di chi debba invece essere associato a quella, di livello inferiore, di “collaboratore restauratore”. Le discussioni in merito a questa riforma sono tutt’altro che placate, e investono tutti i protagonisti di questo delicato settore professionale: un esercito di professionisti i cui ambiti di specializzazione sono molteplici e multiformi, spaziando dalla pittura su tela e su tavola agli affreschi, dai materiali lapidei ai manufatti vitrei, dai tessuti alla scultura lignea policroma, dai manufatti metallici a quelli ceramici, dai mobili agli strumenti musicali, dalla cartapesta al restauro librario. Numerose e ricercate sono anche le diverse figure che affiancano quella del restauratore, nelle sue diverse declinazioni: il responsabile di cantiere di restauro architettonico, il diagnosta del


patrimonio culturale, il tecnico collaboratore restauratore di beni culturali, di superfici decorate di beni architettonici, il tecnico dell’ispezione e manutenzione di edifici storici, lo stuccatore, il decoratore, il doratore di edifici storici, il falegname specializzato in beni culturali, il doratore specializzato in beni culturali… Professioni che in Italia sono rappresentate ai massimi livelli: il 26 ottobre 2004, per esempio, è stato firmato a Parigi un accordo tra UNESCO e Ministero italiano per i Beni e le Attività Culturali con il quale si istituzionalizzano le modalità degli interventi “sul patrimonio dell’umanità esposto ai rischi e soggetto agli effetti delle calamità naturali e degli eventi bellici”. Tuttavia, per poter agire con maestria e competenza sui delicatissimi materiali oggetto del lavoro di restauro, occorre una formazione specifica e per nulla facile: una formazione che spesso è anche di natura arti-

gianale, e che non può prescindere da una seria esperienza “sul campo”. “Il saper fare è conseguenza del saper progettare, organizzare, coordinare e interpretare” afferma Giovanni Morigi, restauratore e fondatore di un laboratorio specializzato nell’ambito delle opere in metallo, nonché autore di importanti restauri tra cui quelli del Nettuno di Giambologna e del Perseo di Cellini. Un forte segnale sulla necessità di “affiancare la vecchia e apprezzata scuola artigiana con tecniche d’avanguardia e materiali sofisticati” viene anche da altri ambiti, come quello del restauro del libro, ad opera di Paolo Crisostomi, uno fra i maggiori esperti nel campo e a capo di un laboratorio divenuto un punto di riferimento per i più celebri restauri librari. Oggi l’idea della bottega caratterizzata dal maestro che tramanda oralmente i suoi segreti metodi di lavoro agli allievi è stata superata. Con la fonda-

Intervento su un dipinto, particolare

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Una fase di restauro di un dipinto


zione dell’Istituto Centrale della Patologia del Libro e l’Istituto Centrale del Restauro, l’insegnamento appreso in bottega è stato istituzionalizzato, normalizzato e aperto all’esigenza di conoscenze più approfondite che dovevano fare del restauratore un tecnico capace nel disegno ma anche critico, conoscitore d’arte e in possesso dei necessari saperi della chimica e della fisica. La specificità del mestiere del restauratore risiede dunque nella completezza delle competenze: fondamentale è infatti la congiunzione di abilità manuale (requisito essenziale per l’accesso alle scuole specializzate e che si affina nelle botteghe artigiane), di conoscenza scientifica e dell’uso delle tecnologie più avanzate. Caratteristiche ben presenti e quotidianamente sperimentate

I caveau dove vengono conservate le opere

Un’immagine della facciata che caratterizza Open Care

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Alcuni dettagli delle macchine che vengono usate all’interno della struttura di Open Care

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da numerosi atelier italiani di eccellenza, botteghe, istituiti e centri di ricerca, tra i quali emerge una realtà del tutto unica nel panorama dei servizi per l’arte e il restauro: quella di Open Care. Nata dalla riconversione della storica Frigoriferi Milanesi di Via Piranesi (fondata nella metropoli lombarda nel 1899), Open Care è l’unica società privata europea che propone servizi integrati per la gestione, valorizzazione e conservazione del patrimonio artistico pubblico e privato. Non solo custodia e conservazione, dunque, ma anche una mirata azione di restauro che avviene nei sei laboratori specializzati della struttura di Via Piranesi: sei spazi dove il savoir-faire e la ricerca scientifica si incontrano quotidiana-

mente, e dove la competenza dei restauratori viene applicata alla manutenzione ordinaria e straordinaria e nel restauro di dipinti e opere polimateriche, arredi lignei, arazzi e tessili antichi, tappeti e antichi strumenti scientifici. Le più sofisticate e avanzate tecnologie permettono di eseguire analisi fisiche non invasive e analisi microinvasive. Numerosi e significativi i restauri compiuti dagli specialisti di Open Care: per quanto riguarda l’arte moderna e contemporanea, i restauratori di Via Piranesi hanno lavorato su opere di Lucio Fontana, Enrico Castellani, Emilio Vedova, Sebastiàn Matta, Kenneth Noland, Marc Quinn, Terence Koh, Kiki Smith, Grayson Perry. Significativi anche i restauri compiuti su capo-


lavori come la Sacra Conversazione Dolfin di Giovanni Bellini, conservata presso la Chiesa di San Francesco della Vigna a Venezia, o il laborioso restauro degli arredi, stucchi, tappezzerie e arazzi della splendida Villa Necchi Campiglio di Milano, per conto del FAI. Gli interventi sulle collezioni dei principali musei internazionali comprendono per esempio il restauro di tre tappeti ottomani, facenti parte delle collezioni del Castello Sforzesco di Milano, e di sette Meilim (antichi tessuti sinagogali) di proprietà della Sinagoga di Vercelli. Anche l’orologio Dondi della torre di Piazza dei Signori a Padova è passato attraverso le mani e le competenze dei maestri di Open Care. Numerose e prestigiose anche le analisi scientifiche condotte: non solo

la quasi totalità del corpus delle opere di Antonello da Messina, ma anche le sette opere veneziane di Giovanni Bellini sono state analizzate dagli specialisti di Via Piranesi. Alle spettacolari, capillari e preziose attività di restauro Open Care affianca un caveau di 8 mila metri quadri di depositi di massima sicurezza, un servizio di art consulting e un eccellente servizio di logistica per l’arte; il complesso è strutturato intorno al celebre ex-palazzo del ghiaccio milanese, un edificio liberty del 1923 che dal 2007 è stato riaperto come spazio polifunzionale. Dopo, ovviamente, un attento e magnifico restauro.

Una lavorazione del laboratorio sul restauro dei tessuti.

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Franco Cologni

UN ANNO DOPO LA NOSTRA AVVENTURA Franco Cologni, presidente della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte

Un anno dopo l’inizio della nostra avventura on-line, possiamo dire di aver raggiunto dei risultati. Diffusione: Artigianato tra arte e design è diffusa a migliaia di contatti, gallerie, istituzioni e appassionati delle arti applicate e dei mestieri d’arte, che nel nostro giornale trovano (speriamo) qualche spunto per ricordare la bellezza e l’importanza di questo mondo. Contenuti: la flessibilità della nostra formula editoriale ci permette di raggiungere argomenti diversi e complementari, ma sempre legati alla nostra visione strategica dei mestieri d’arte. Dalle mostre agli atelier, dagli artigiani ai progetti istituzionali, il nostro mondo si allarga a comprendere i protagonisti di un sistema non sempre forte, ma spesso dotato di una straordinaria resistenza e di una tangibile creatività. Progetti: Artigianato tra arte

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e design sostiene il progetto RE.T.I.C.A. – Rete Territoriale per l’Innovazione della Creatività Applicata; un progetto cofinanziato da Regione Lombardia – Giovani per permettere una lettura artistica del territorio lombardo, che comprenda anche le arti e i mestieri d’eccellenza della nostra Regione. Grazie a una serie di iniziative quali i laboratori d’orientamento, gli incontri con i maestri d’arte, i cineforum, gli eventi espositivi e le attività degli Spazi-Creatività che il Progetto ha fatto sorgere in Lombardia, la consapevolezza in merito alle possibilità e alle opportunità offerte dai mestieri d’arte sono diventate per molti giovani motivo di riflessione. La nostra speranza è che sempre più ragazze e ragazzi di talento decidano di trasformare la loro creatività in uan professione, restituendo al

nostro territorio (non solo urbano, ma anche periferico e rurale) il prestigio, la bellezza e la poesia che gli competono. Novità: da Giugno, la rivista torna ad assumere una forma cartacea. Un nuovo nome: “Mestieri d’Arte”, semplicemente. Un nuovo editore: il gruppo Swan, editore di Monsieur e SpiritoDiVino, partner sensibile ed entusiasta del nostro nuovo progetto. Una nuova distribuzione: allegati a Monsieur a partire dal numero di Giugno. Una nuova periodicità: due numeri “cartacei” nel 2010, e una frequenza ancora da stabilire per il 2011. Ma lo stesso entusiasmo di sempre, venato da quel tocco di visionarietà che, in fondo, è caratteristica necessaria di ogni vero maestro d’arte. Seguiteci su www.mestieridarte.it per seguire l’evoluzione di questo progetto.


Artigianato 77