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Numero 3 - giugno 2019

Numero 3 - giugno 2019 - Anno XLVII - AIRC Editore - Poste Italiane spa Sped. in Abb. Postale D. L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) Art. 1 comma 1 LO/MI - ISSN 2035-4479

SARCOMI

La soluzione nasce dalla collaborazione e dalla creazione di una rete nazionale MEDICO DI FAMIGLIA

Sempre più centrale nella gestione di chi è già guarito

Anna Mondino e l’immunoterapia

UN COLPO DOPO L’ALTRO, IN SQUADRA E CON TENACIA


SOMMARIO

FONDAMENTALE giugno 2019

In questo numero:

08

immunoterapia

Net-Work

VITA DA RICERCATORE 04 Labattute ricerca, come lo sport, non teme d’arresto ONCOLOGIA MEDICA 08 Per i sarcomi la soluzione è la rete 11 UnTESTIMONIANZA buon medico guarda alla persona FLASH 12 DalNOTIZIE mondo SERVIZIO SANITARIO 14 14 Oncologo o medico di base. Chi mi segue dopo il tumore? MEMORIA 17 INFrancesco Lo Coco, lo scienziato gentile FARE CHIAREZZA 18 Per non perdere i capelli un aiuto arriva dal freddo 20 IlRICONOSCIMENTI premio Pezcoller-AACR ad Alberto Mantovani 22 T,CLASSIFICAZIONI N e M, un codice che fotografa il tumore 20 IFOM 24 UnperRICERCA nuovo centro euroasiatico lo sviluppo degli organoidi 25 IRUBRICHE traguardi dei nostri ricercatori BILANCIO 2018 26 AIRC - FIRC 2018 RACCOLTA FONDI 28 600.000 azalee per la battaglia contro Un premio prestigioso i tumori femminili giovani

collaborazione

MICROSCOPIO 30 IILmessaggi dell’AACR

Anno XLVII - Numero 3 Giugno 2019 - AIRC Editore DIREZIONE E REDAZIONE Fondazione AIRC Viale Isonzo, 25 - 20135 Milano tel. 02 7797.1 - airc.it - redazione@airc.it Codice fiscale 80051890152 Autorizzazione del Tribunale di Milano n° 128 del 22 marzo 1973. Stampa Rotolito S.p.A. DIRETTORE RESPONSABILE Niccolò Contucci

Chi ci segue dopo un tumore? Il ruolo del medico di famiglia è sempre più essenziale

22

TNM, una classificazione che vale ancora oggi

per la carriera di Alberto Mantovani

Sport e salute

FONDAMENTALE

I sarcomi sono curabili tumori rari chirurgia che colpiscono soprattutto i bambini. In Italia una rete modello

CONSULENZA EDITORIALE Daniela Ovadia (Agenzia Zoe) COORDINAMENTO EDITORIALE Anna Franzetti REDAZIONE Anna Franzetti, Simone Del Vecchio PROGETTO GRAFICO E IMPAGINAZIONE Umberto Galli TESTI Agnese Codignola, Cristina Ferrario, Carlotta Jarach, Daniela Ovadia, Nicla Panciera, Elena Riboldi, Fabio Turone FOTOGRAFIE E ILLUSTRAZIONI Giulio Lapone, Armando Rotoletti

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EDITORIALE

Pier Giuseppe Torrani

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Presidente AIRC

L’Italia tra i migliori nella ricerca oncologica

C

ari amici, proprio a ridosso della chiusura di questo numero di Fondamentale ci è arrivata la notizia del prestigioso premio Pezcoller-AACR assegnato ad Alberto Mantovani, ricercatore sostenuto da AIRC capace di rivoluzionare il mondo della cura del cancro grazie ai suoi studi sull’immunoterapia. Un premio che fa il paio con il Lifetime Achievement Award conferito allo stesso immunologo ad aprile. Ci è sembrato quindi doveroso modificare la scaletta per rendere merito a Mantovani, e con lui a tutto il mondo della ricerca italiana, per i risultati che ha ottenuto e ancora continua a ottenere. Risultati straordinari non solo in termini di ricerca. Anche in termini di cura, infatti, il nostro Paese continua a essere all’avanguardia, secondo i dati che arrivano dall’ESMO, la Società europea di oncologia medica, che dicono che in Italia la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è molto più alta rispetto all’Europa Centrale e Settentrionale per i cinque tumori più frequenti, quelli del colon, del seno, del polmone, della vescica e della prostata. Eppure le difficoltà che i nostri ricercatori devono affrontare per poter svolgere il loro lavoro non sono da prendere sotto gamba. L’Italia, pur essendo ai primissimi posti per crescita del numero di pubblicazioni e citazioni, in particolare per quanto riguarda quelle sulle riviste scientifiche di maggiore prestigio, dedica risorse relativamente scarse alla ricerca (solo l’1,3 per cento del PIL contro una media OCSE del 2,4). È quindi necessario operare perché l’attenzione del nostro paese sull’importanza strategica della ricerca scientifica cresca sempre di più. Dobbiamo convogliare ulteriori risorse che ci consentano di stare al passo con gli altri Paesi. L’attenzione e gli sforzi di AIRC in questo campo non mancano certo e ci vedranno sempre più impegnati. In questo senso va lo spettacolo DNA, di cui abbiamo parlato nel numero scorso e di cui trovate tutte le informazioni sul nostro sito, che AIRC ha prodotto e già presentato in vari teatri per stimolare il pubblico italiano a interessarsi sempre di più ai temi della ricerca scientifica, in modo da garantire che il lavoro dei nostri ricercatori prosegua e i traguardi raggiunti grazie alla generosità di tutti i sostenitori continuino a moltiplicarsi.

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VITA DA RICERCATORE Anna Mondino

La ricerca, come lo sport, non teme battute d’arresto Grande amante del tennis e della competizione, Anna Mondino ha portato le sue doti di sportiva nella ricerca scientifica e nell’immunoterapia

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MANIPOLARE LA RISPOSTA IMMUNITARIA

a terapia cellulare adottiva con linfociti T è una strategia che mira a potenziare la risposta immunitaria contro i tumori. I linfociti T normalmente difendono l’organismo da eventuali agenti esterni, colpendo in modo selettivo bersagli specifici che individuano grazie a recettori posti sulla

loro superficie. Rispetto a virus e batteri, le cellule tumorali possono però costituire una sfida più ardua, perché derivano da cellule dell’organismo stesso che normalmente i linfociti imparano a ignorare. Se istruiti e armati a dovere però, grazie per esempio a manipolazioni genetiche, una volta reinseriti nel paziente i

linfociti possono riconoscere le cellule neoplastiche e mediarne il rigetto. Sono questi alcuni dei progressi di quella che Mondino chiama “rivoluzione culturale”, l’immunoterapia dei tumori che oggi è diventata l’approccio più promettente contro il cancro. “Quando ho iniziato, pochi pensavano potesse essere utile


In questo articolo:

immunoterapia terapia cellulare adottiva tumori solidi

“C

a cura di NICLA PANCIERA ompetenza, competitività e rigore, conditi con ottimismo, resilienza e capacità di guardarsi intorno, andando oltre il proprio orticello ultraspecialistico”. Sono queste le caratteristiche di un buon ricercatore per Anna Mondino, oggi responsabile dell’Unità di attivazione linfocitaria della Divisione di immunologia, trapianti e malattie infettive dell’Ospedale San Raffaele di Milano. Qui studia come rinvigorire la risposta del sistema immunitario affinché possa svolgere al meglio i suoi compiti, tra cui quello di riconoscere e combattere le cellule maligne bloccando lo sviluppo di un tumore. La sua storia personale conferma che alcune qualità si sviluppano in casa, fin da piccoli, e altre invece devono essere perfezionate attraverso lo studio e attività che hanno apparentemente molto poco a che fare con la scienza, come lo sport o il volontariato. Grande sportiva come il papà, pur avendo ridotto i tornei e ridimensionato i sogni di gloria di gioventù, non ha mai abbandonato il campo da tennis. Una passione che le è stata e le è utile tutti i giorni. “L’attività agonistica insegna l’amore per le sfide, e sviluppa la resilienza per superare la sconfitta e cercare la strategia giusta per raggiungere il risultato” spiega. “È quanto di più utile

possa esserci per un ricercatore, perché in laboratorio non sempre va tutto per il verso giusto e spesso niente sembra funzionare.” Ci vogliono tenacia e capacità di tenere duro senza abbandonare la speranza di trovare la risposta alla domanda sperimentale, perché la natura risponde sempre. “Lo sport di squadra insegna inoltre a valorizzare il risultato del singolo per un traguardo comune. Nella scienza ognuno mette un pezzo di un puzzle, che solo nel contesto giusto acquista di significato.”

Imprinting sabaudo Una marcia in più viene anche da un’altra attività che Anna Mondino cerca sempre nel curriculum dei giovani ricercatori: il volontariato, che anche lei ha sperimentato in diversi contesti. “Insegna a guardarsi intorno a tutto campo. Nella vita di laboratorio e nella scienza questo è cruciale: quante nuove idee hanno avuto origine da menti attente, capaci di cogliere suggerimenti di altri specialisti e di avviare un dialogo tra discipline!” Di antica famiglia torinese, numerosa e molto tradizionale, è la prima di cinque figli. Pur essendo molto schiva, “la palestra quotidiana in casa” le ha insegnato a competere per l’attenzione o per l’ultima porzione di dolce e, contemporaneamente, a capire quando è opportuno lasciar correre.

Trasmettere ai giovani la passione per la ricerca

contro i tumori. Con la scoperta dei checkpoint immunologici, cioè di alcuni meccanismi chiave del processo di attivazione dei linfociti, c’è stata un’importante conversione all’immunoterapia anche da parte di chi si occupava di approcci più convenzionali, come la chemio o la radioterapia.” La creazione di “super linfociti” rappresenta oggi un’interessante frontiera della ricerca biomedica.

La mamma, “intelligente conoscitrice dell’animo umano, è una professionista della famiglia, capace di prestare attenzione ai dettagli e di intuire le inclinazioni individuali di figli e nipoti”, ci racconta. È stata lei a regalarle Cacciatori di microbi, un classico del 1926 nel quale il batteriologo statunitense Paul de Kruif ricostruisce le scoperte su germi e malattie infettive attraverso le vicende di undici scienziati, tra cui Lazzaro Spallanzani e Louis Pasteur. “Ero incerta tra medicina, matematica e biologia, che poi scelsi perché volevo fare ricerca, ispirata anche dai racconti di Konrad Lorenz nel suo Anello di Re Salomone.”

Siate pronti e fate domande

Trasmettere alle nuove generazioni di ricercatori gli insegnamenti ricevuti da genitori e maestri, restituendo al suo Paese un po’ di quello che ha ricevuto grazie “al nostro sistema educativo gratuito e all’eccellente sistema universitario italiano”, è una delle cose cui tiene di più. Per questo si impegna nelle iniziative di comunicazione del suo istituto e di AIRC e non rifiuta mai gli inviti a incontri con gli studenti, ai quali suggerisce di “farsi trovare preparati agli appuntamenti con il destino”. L’esempio a lei più caro è quello che riguarda proprio AIRC, con cui sente di avere un rapporto speciale (dopotutto, scherza, “siamo nate nello stesso anno”): “Ho sempre con me degli articoli da leggere per sfruttare anche i tempi morti. Proprio un lavoro di Giuseppe Della Porta che avevo letto nel viaggio in treno verso Milano, dove si teneva il colloquio per l’assegnazione di una borsa AIRC, fu oggetto di una domanda della Commissione. Il grant fu mio. Una bella fortuna” racconta con understatement tipicamente sabaudo. Il secondo consiglio è “fate domande, ai seminari e ai colleghi, perché ciò aiuterà in primo luogo voi stessi a riflettere e gli altri a notarvi”. Infine, scoraggiarsi non serve: “AbbiaGIUGNO 2019 | FONDAMENTALE | 5


VITA DA RICERCATORE Anna Mondino

te fiducia: la risposta si troverà, il finanziamento arriverà. In caso contrario, non arrendetevi e, se siete sicuri di voi stessi, ribattete. Così facendo, io una volta sono riuscita a trasformare un rifiuto in un’accettazione”.

Anna Mondino (al centro) con il suo gruppo di ricercatrici tutto al femminile

Ai due lati dell’oceano Al secondo anno di studi in biologia all’Università di Torino entra già in tesi nel laboratorio di Paolo Comoglio, sotto la supervisione di Giovanni Gaudino, che le trasmette la passione per 6 | FONDAMENTALE | GIUGNO 2019

la biologia cellulare e il rigore nel metodo. Il laboratorio è frequentato anche da un giovane studente di chimica, Carlo, con il quale scopre di avere molto in comune, oltre alla scienza e alla passione per il tennis. “Dopo la laurea, mi chiese di seguirlo negli USA e accettai, ma a una condizione… di poter completare il dottorato lì e che diventasse mio marito.” Al matrimonio, nel giugno 1991, seguono mesi di separazioni e ricongiungimenti: “In dicembre l’ho raggiunto per frequentare l’ultimo an-

no di dottorato alla New York University, ma dopo poco lui è rientrato in Italia per poi ripartire per il Minnesota. Ci siamo quindi dati appuntamento a Minneapolis, dove nel 1993 ho iniziato un periodo di post-dottorato. Ai giovani dico: non abbiate paura di lontananza e solitudine e seguite i vostri sogni, accettando qualche compromesso”. “Lavorare nel laboratorio di Joseph Schlessinger, al tempo a New York e oggi alla Yale University, è stata un’esperienza che mi ha cambiato professio-

Aiuta i linfociti a riconoscere il tumore


nalmente e personalmente” racconta. Ma è nei cinque anni a Minneapolis che ha avuto modo di approfondire l’immunologia, disciplina che tanto l’aveva affascinata durante gli studi. “Dopo una ricerca su Medline, ho contattato Marc Jenkins, allora giovane professore, oggi direttore del centro di immunologia, scienziato determinato e appassionato, convinto sostenitore di rettitudine e condivisione della conoscenza: ci diceva ‘vai ai congressi e parla, se ti rubano l’idea significa che era veramente buona’.” In Minnesota nascono Marco e Giulia, oggi di 23 anni e 22 anni, i suoi migliori “esperimenti non riproducibili e senza controlli!”. Congedi di maternità brevi (solo 8 e 6 settimane) le consentono di non interrompere gli esperimenti. “La chiave per conciliare laboratorio e famiglia è nuovamente saper accettare compromessi, e avere supporto, sia a casa che in laboratorio. Mio marito mi ha aiutato molto, e nel Minnesota c’era molto rispetto per le dinamiche famigliari, per esempio evitando di organizzare riunioni la sera.” In Italia ritorna senza alcun appoggio. “Ho avanzato richiesta per un finanziamento AIRC, un New Unit Start up Grant, rivolgendomi a Francesco Blasi e al San Raffaele come istituto ospitante” ricorda. “Qui c’era già un programma di immunobioterapia e terapia genica dei tumori e un ambiente ideale. Ho ritrovato l’America e oggi, in quest’ambito, c’è un team di ricercatori molto competitivi a livello internazionale e dal forte spirito di collaborazione.” Le sue competenze di immunologia, biologia cellulare e oncologia molecolare le permettono di studiare i segnali che regolano il comportamento dei linfociti T, al fine di modificarli geneticamente e migliorarne la funzionalità in protocolli di terapia cellulare adottiva (come spiega in maggior dettaglio nel riquadro a pagina 4). La crescita di tumori, infatti, provoca anche l’attivazione, la proliferazione e il differenziamento di linfociti specifici: caratterizzare que-

sto aspetto della risposta immunitaria significa armare l’organismo nel modo più preciso e personalizzato possibile. “L’idea è di fare dei super linfociti T in grado di riconoscere le cellule tumorali del paziente e indurne il rigetto.” Il suo laboratorio è tutto al femminile, e conta di una tecnica di laboratorio, “Super-Vero”, Veronica Basso, con lei fin dall’inizio, una post doc, una fellow e due tesiste. “Voglio riconoscere però il lavoro di tutti i membri del lab 17, che ringrazio per la fiducia e di cui sono molto fiera. Tanti di loro hanno ora posizioni di prestigio in giro per il mondo.”

L’effetto immunostimolante della radioterapia Il suo ultimo finanziamento quinquennale ottenuto da AIRC riguarda la combinazione della terapia cellulare che sta sviluppando con la radioterapia localizzata. “Per portare la terapia cellulare nei tumori solidi è necessario far entrare i linfociti T nel tumore: cerco strategie per scardinare il chiavistello e aprire il cancello di ingresso alle cellule immunitarie. Un aiuto potrebbe venire proprio dalla radioterapia localizzata che, oltre a indurre morte cellulare, modifica il modo in cui i vasi portano il sangue,

e quindi anche i lin- Giovanni Gaudino, fociti, al tumore.” professore di tesi di Anna Il progetto inten- Mondino ai tempi de studiare come la dell’Università di Torino. radioterapia modi- “Sono felice di avere fichi la risposta im- l’opportunità di ringraziare munitaria contro Gianni, e con lui tutti i il tumore, cercan- mentori che mi hanno do prove nel sangue permesso di far parte dei pazienti con tu- del mondo della ricerca more alla prostata. e insegnato il metodo “Nei topi è molto scientifico e come trachiaro: una tale mo- smetterlo a nuovi giovani dificazione immu- ricercatori.” nologica ha un effetto anche sulle metastasi. Si è visto che se si irradia il tumore primario, la risposta immunitaria può bastare a eliminare anche le metastasi.” Ora tutta la famiglia vive a Milano: Carlo lavora ancora per la società di diagnostica biomedicale per la quale hanno deciso di lasciare il Minnesota e di cui nel frattempo è diventato amministratore delegato, e fa il pendolare tra Milano e Torino; Marco studia economia e Giulia architettura. “Nonostante anche mio marito sia un entusiasta sostenitore della ricerca scientifica come strumento di conoscenza, hanno scelto strade diverse.” L’idea di ripartire non la spaventa: “Casa è là dove ci sono la famiglia e le tue passioni, che possono spostarsi: per me l’importante è spostarli tutti insieme. Io ho sempre la valigia pronta sotto il letto”. GIUGNO 2019 | FONDAMENTALE | 7


ONCOLOGIA MEDICA Sarcomi

Per i sarcomi la soluzione è la rete

a cura di AGNESE CODIGNOLA ono rari, ma non rarissimi: i sarcomi colpiscono ogni anno 3.500 italiani, per lo più giovani sotto i vent’anni o dopo i 60. Negli ultimi anni i progressi terapeutici non sono stati all’altezza delle attese, anche se i continui miglioramenti negli strumenti di diagnosi e nelle terapie hanno consentito di giungere a una loro caratterizzazione sempre più precisa e, di conseguenza, a cure più mirate ed efficaci. Eppure sono un modello per tutti gli altri tumori considerati rari, perché tanti studi sulla biologia di base del tumore e molte terapie sono state testate in primo luogo proprio sui sarcomi, e perché da oltre vent’anni la gestione dei pazienti si basa su un’organizzazione in rete, che ha permesso nel tempo di

S

Presi individualmente i sarcomi sono tumori rari, con caratteristiche molto diverse tra loro che rendono complicato il trattamento. Eppure sono stati un prototipo per la ricerca e un modello di gestione delle cure che ha portato risultati concreti anche ai pazienti

immunoterapia

giovani

Net-Work

chirurgia collaborazione

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massimizzare l’efficacia delle cure a disposizione. UN PROTOTIPO PER LA RICERCA I sarcomi hanno aiutato a comprendere molti aspetti cruciali dei meccanismi che portano un tumore a crescere e poi a diventare invasivo. Spiega Nicola Baldini, direttore del Laboratorio di biologia cellulare muscoloscheletrica dell’Istituto Rizzoli di Bologna, grande esperto di sarcomi dell’infanzia: “Da qualche anno si è capito che il tumore non è costituito solo dalle cellule maligne, ma è un vero tessuto, di cui fanno parte anche cellule di supporto e altri elementi che compongono quello che viene chiamato il microambiente: si è capito inoltre che ciò che avviene alla cellula tumorale è influenzato in misura determinante proprio da ciò che succede al

curabili


In questo articolo: sarcomi rete tumori rari CAR-T

di fuori della cellula stessa” spiega l’esperto. Negli anni scorsi, proprio il gruppo di Baldini, grazie a un finanziamento di AIRC, ha dimostrato che la richiesta spropositata di energia che arriva dalla massa tumorale e ne permette la crescita viene soddisfatta con un cambiamento nel metabolismo degli zuccheri a livello del tessuto tumorale. Questo significa che il cambiamento non è influenzabile con la dieta, perché non è collegato direttamente alla quantità di zuccheri assunti con l’alimentazione, e ha importanti conseguenze. “Su tutte, l’aumento dell’acidità della zona del tumore, che aumenta la capacità del sarcoma di dare metastasi, addormenta il sistema immunitario, amplifica la natura staminale di alcune cellule e quindi la loro capacità di dare origine a sempre nuove cellule maligne, poten-

zia la resistenza alle terapie: tutti fattori che rendono la cellula difficile da attaccare.” Ora, grazie a un nuovo progetto finanziato da AIRC, che è appena iniziato e durerà cinque anni, Baldini e il suo gruppo studieranno il ruolo del metabolismo dei grassi in questo sconvolgimento generale, e lo faranno con approcci tecnologici nuovi, quali colture cellulari in 3D, che permettono di considerare tutto il tessuto tumorale, microambiente compreso, e analisi di interi settori del metabolismo dal punto di vista genetico con la cosiddetta metabolomica. Il progetto nasce da una collaborazione con l’Istituto italiano di tecnologia di Genova per la metabolomica e con l’Università di Torino per la parte di microscopia elettronica, una partnership che rispecchia la complessità del cancro e grazie alla quale, si

spera, saranno individuati nuovi bersagli terapeutici. IN RETE È MEGLIO In attesa di nuove scoperte, l’assistenza ai malati è comunque molto migliorata, al punto da diventare un riferimento per tutta l’oncologia clinica. Uno dei protagonisti dell’organizzazione in rete che sta avendo tanto successo è Paolo Casali, direttore dell’Oncologia medica 2 dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano, che spiega: “I sarcomi sono una grande famiglia e possono colpire virtualmente tutti i tessuti, dalle ossa ai muscoli, ai vasi, al tessuto adiposo, alle cartilagini: non è sempre facile riconoscerli, soprattutto se non se ne ha un’esperienza diretta. Questo spiega perché ancora

Un network modello replicato all’estero

CHECKLIST

ECOLOGIA

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I PRINCIPI DI UNA BUONA CURA Agenda strategica sul sarcoma, elaborata nel 2017 tra gli altri da Paolo Casali nell’ambito della Sarcoma Policy Checklist europea, indica gli aspetti su cui puntare per migliorare l’assistenza:

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Stabilire centri di riferimento designati, accreditati per il sarcoma, in ogni Paese.

3 4 5

Avere un approccio multidisciplinare per la cura di ogni paziente affetto da sarcoma.

Promuovere una maggiore formazione professionale per tutti gli operatori sanitari impegnati nella cura del sarcoma.

Offrire maggiori incentivi per la ricerca e l’innovazione. Promuovere un accesso più rapido a trattamenti efficaci.

oggi, secondo alcune stime, il 40 per cento dei pazienti abbia una diagnosi iniziale scorretta e fino a uno su quattro riceva terapie non adeguate, con due importanti conseguenze: le migrazioni sanitarie in cerca di specialisti da una Regione all’altra e lo spreco di tempo e denaro in terapie inutili, quando non dannose. E spiega soprattutto perché unire le forze sia diventato il modo più logico per incidere su una situazione spesso drammatica”. La rete dei sarcomi raccoglie ormai una decina di centri di riferimento nazionali che svolgono due tipi di compiti: la presa in carico diretta del malato, qualora sia necessario (e possibile), oppure l’affiancamento degli specialisti che curano questi pazienti a livello locale e possono

CURARE SENZA DANNEGGIARE IL MARE a trabectedina è un antitumorale usato con efficacia contro i sarcomi, frutto della ricerca italiana. Viene estratto direttamente da un invertebrato marino, la Ecteinascidia turbinata, e al momento non esistono alternative all’estrazione da questi animali, con un procedimento poco efficiente: per avere un grammo di farmaco è infatti necessaria una tonnellata di molluschi. Tutti i tentativi fatti negli ultimi anni di migliorare la produzione sono falliti. Ora però un gruppo di ricercatori cinesi, dell’Istituto di chimica inorganica di Shangai, ha annunciato, sulla rivista Angewandte Chemie, di aver messo a punto una sintesi totale della molecola, così chiamata perché, partendo da un solo aminoacido, la tirosina, ed effettuando 26 reazioni diverse, porta appunto alla trabectedina, oppure a un suo parente molto stretto, la lurbinectedina, al momento in fase III di sperimentazione. Se la sintesi si confermasse realizzabile anche su ampia scala, i farmaci potrebbero essere più facilmente disponibili e costare meno. GIUGNO 2019 | FONDAMENTALE | 9


ONCOLOGIA MEDICA Sarcomi

IMMUNOTERAPIA

LE CAR-T CONTRO I SARCOMI

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ontro i sarcomi del bambino presto potrebbero esserci nuove immunoterapie, e in particolar modo quelle chiamate CAR-T, basate sui linfociti del paziente stesso geneticamente modificati. I ricercatori dell’Università di Stanford hanno infatti pubblicato, su Clinical Cancer Research, i risultati incoraggianti ottenuti nei modelli animali con linfociti modificati per agire contro B7-H3, una proteina molto nota a chi studia l’immunoterapia. Per prima cosa, i ricercatori l’hanno cercata in 388 campioni di tumori infantili, la maggior parte dei quali era una forma di sarcoma. L’hanno trovata in alti livelli nel 70 per cento di essi, e in concentrazioni comunque rilevanti nell’84 per cento del totale. Quindi hanno sviluppato sei diversi tipi di linfociti CAR-T diretti contro B7-H3, per poter scegliere il più potente. Poi hanno fatto crescere nei modelli animali alcuni tumori come l’osteosarcoma e il tumore di Ewing, e li hanno trattati appunto con una CAR-T. I tumori sono scomparsi, e lo stesso si è visto in animali che erano stati operati per osteosarcoma e presentavano metastasi polmonari o in topi che avevano un tumore cerebrale. Il team sta pianificando le prime fasi della sperimentazione clinica, che potrebbe partire sui tumori cerebrali dell’adulto entro pochi mesi, perché B7-H3 non è mai espressa nelle cellule sane del cervello (quindi il trattamento non dovrebbe avere effetti collaterali gravi), e perché le CAR-T anti B7-H3 riescono a oltrepassare la barriera ematoencefalica, ovvero il filtro naturale di protezione che impedisce alla maggior parte dei farmaci di raggiungere il cervello. Successivamente potrebbe arrivare l’ora dei sarcomi.

aver bisogno di confrontare i risultati istologici o di fare esami quali TAC, PET e risonanza magnetica o semplicemente di discutere e avere consigli su come procedere in singoli casi. Infatti, anche se in molti casi la prima scelta terapeutica è la chirurgia, non sempre è possibile operare. E quando lo si fa, decidere se e come affiancare alla chirurgia la radioterapia e la chemioterapia richiede l’attenta valutazione di molte variabili e delle peculiarità di ogni singolo caso. Bisogna quindi basarsi sulle casistiche esistenti e su un approccio multidisciplinare. Anche per questo, tanto nell’adulto quanto nel bambino, l’unica soluzione possibile è quella di unire le forze costruendo una rete che permetta di moltiplicare i casi esaminati e, di conseguenza, l’esperienza. Collaudata e migliorata negli anni grazie anche al coinvolgimento costante delle associazioni dei malati, la rete dei sarcomi è nata inizialmente per volontà delle società scientifiche che hanno compreso la necessità di condividere il più possibile e di creare banche da-

ti sia sulla storia clinica sia, soprattutto, sulle caratteristiche delle diverse malattie e sulle diverse risposte alle terapie. “Tutto ciò ha avuto ricadute anche sulla ricerca: infatti è sempre stato difficile compiere studi dal momento che i singoli centri difficilmente riescono a raccogliere casistiche adeguate” sottolinea Casali. Il tutto ha poi portato, nel 2017, a un’intesa StatoRegioni che ha dato vita alla Rete nazionale dei tumori rari, immaginata proprio sul modello di quella dei sarcomi (riquadro alla pagina precedente) e che teoricamente dovrebbe essere completata entro il 2020. Basata su principi chiari e semplici, la rete dovrebbe aiutare tutti coloro – e sono tanti, visto che mettendo insieme i tumori rari si raggiunge il 20 per cento delle diagnosi di cancro – che devono fronteggiare un tumore definito come raro, indirizzandolo verso chi sa riconoscerlo e curarlo al meglio. Per il momento vi sono già 200 centri aderenti, almeno uno per Regione, e cento che collaborano in modo sistematico e molto attivo.

Grazie alla rete si sviluppano terapie per tumori molto rari 10 | FONDAMENTALE | GIUGNO 2019


TESTIMONIANZA Silvia Teresa Riva

In questo articolo:

Un buon medico guarda alla persona

Dopo la malattia, la medicina

osteosarcoma survivor pazienti

Un tumore osseo l’ha colpita quando era poco più che una bambina, ma oggi Silvia è guarita. Si è laureata in medicina e si sta specializzando proprio in oncologia

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a cura di CARLOTTA JARACH er Silvia è cominciato tutto con qualche dolore al ginocchio, che andava peggiorando con il passare del tempo. Sentito il parere di un ortopedico e dopo i dovuti accertamenti, la diagnosi arriva come un fulmine a ciel sereno: osteosarcoma, un tumore delle ossa, al femore sinistro. All’epoca Silvia ha 13 anni e frequenta la terza media a Rudiano, in provincia di Brescia. Viene subito indirizzata per le cure all’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna, dove, nell’aprile del 2006, inizia la chemioterapia e, due mesi dopo, il 23 giugno 2006 (“il mio secondo compleanno”, come lo chiama Silvia), viene operata. Da quel momento in poi viene seguita da un’équipe specializ-

zata della struttura bolognese. “Sono stati mesi difficili, anche se ripensandoci dopo tanti anni sembra sia successo tutto in un lampo. È stata senza dubbio un’esperienza di crescita importante, specie perché è quando sei sotto pressione che emergono qualità che non pensi ti appartengano, come la pazienza e l’ottimismo. Mentre i miei coetanei iniziavano a uscire con gli amici, ad andare al cinema, io programmavo la mia vita di tre settimane in tre settimane, in funzione della chemioterapia. Ma l’aver incontrato delle persone disponibili, umane e attente, è stato di grande aiuto nel superare il tutto.”

Silvia conclude la chemioterapia adiuvante nel maggio del 2007. A luglio del 2016 si sottopone all’ultimo controllo. Nell’ottobre del 2017 si laurea, a Brescia, proprio in medicina. “Ho sempre voluto fare il medico. All’età di 7 anni le maestre ci portarono in classe le arance di AIRC. In quel momento mi sono detta che mi sarebbe piaciuto approfondire questo campo.” Nonostante l’aver provato la malattia in prima persona le abbia fatto sorgere qualche più che comprensibile dubbio, dal 2018 Silvia frequenta la Scuola di specialità in oncologia a Verona. “Posso dire che oggi vivo come i miei coetanei, con forse più consapevolezza. Facendo il medico mi rendo conto che non sempre è facile entrare in relazione con il paziente, e la mia esperienza mi ha insegnato l’importanza di guardare alle persone. La scienza è una cosa meravigliosa, ma se dimentichiamo che il fine ultimo di tutti i nostri sforzi è tendere la mano a chi soffre, tutte le conquiste cadono nel vuoto.” Oggi Silvia ha 26 anni, e il suo principale obiettivo è da un lato vivere il più normalmente possibile, e dall’altro poter contribuire alla ricerca, possibilmente rimanendo in Italia. “Ho voluto raccontare la mia esperienza, per me così carica di significato. Credo che il cancro abbia fatto davvero la differenza per la mia crescita personale, dandomi modo di comprendere quali siano le priorità nella vita. Molto spesso mi viene da chiedermi come io sia riuscita ad affrontare tutto quanto e dove abbia trovato la forza; forse non avrò mai una risposta, ma di certo devo molto ai miei genitori che si sono fatti in quattro per non lasciarmi mai sola e accompagnarmi lungo il percorso.”

Ho compreso quali sono le priorità nella vita

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NOTIZIE FLASH

Dal Mondo Fertilità congelata per i piccoli pazienti Uno studio pubblicato su Science offre una speranza in più di avere figli a tutti i pazienti pediatrici sottoposti a terapie anticancro che interferiscono con la fertilità. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Pittsburgh è riuscito a far nascere una scimmia (un Macacus Rhesus) da un padre a cui era stato prelevato del tessuto testicolare prima della pubertà. Il tessuto è stato congelato e reimpiantato dopo che la scimmia diventata padre ha raggiunto l’età adulta. “L’esperimento dimostra che potrebbe essere possibile prelevare del tessuto testicolare immaturo dai pazienti e conservarlo congelato fino al raggiungimento della pubertà, per poi reimpiantarlo” spiegano gli autori. “Gli ormoni indurranno il completo sviluppo e il recupero della fertilità.” Ora questa ipotesi andrà testata anche sull’uomo.

Il paziente che fuma costa e si ammala di più Continuare a fumare dopo una diagnosi di cancro costa 3,4 miliardi di dollari in più di trattamenti l’anno negli Stati Uniti, secondo uno studio pubblicato su JAMA Network Open e condotto dall’Hollings Cancer Center. I costi aggiuntivi sono legati soprattutto al fallimento delle terapie e all’aumento delle recidive. Secondo questa analisi, ogni paziente fumatore aggiunge circa 11.000 dollari di costi alla propria terapia. E le stime sono state conservative, dato che, come spiegano gli autori, non hanno considerato la presa in carico degli effetti collaterali delle cure che, in genere, sono più marcati tra i fumatori. Aiutare i malati di cancro a smettere di fumare è quindi una priorità e una necessità che aumenta l’efficacia delle cure, oltre a ridurre i loro costi.

Ulteriori conferme per l’anti-HPV La vaccinazione anti-HPV a tutte le ragazze tra i 12 e i 13 anni ha fatto crollare il numero di tumori della cervice uterina anche in Scozia. Ad affermarlo è uno studio pubblicato sul British Medical Journal da un gruppo di ricercatori dell’Università di Edimburgo. La riduzione non riguarda solo le donne vaccinate ma anche tutte le altre, probabilmente per il cosiddetto “effetto di gruppo”: se la maggior parte della popolazione è vaccinata contro un determinato agente infettivo, questo ha meno possibilità di circolare. Rispetto a un gruppo di donne non vaccinate nate nel 1988, le donne nate nel 1995 e 1996 e vaccinate con i primi vaccini disponibili mostrano una riduzione dell’89 per cento delle neoplasie intraepiteliali cervicali di grado 3 (CIN3), la forma pretumorale più avanzata, appena prima della trasformazione in cancro vero e proprio. Il dato è analogo a quanto misurato in studi che hanno coinvolto altri Paesi, come l’Australia. 12 | FONDAMENTALE | GIUGNO 2019


Anziani autosufficienti, prognosi migliore

La maggior parte dei pazienti con tumori ematologici è anziana e, se non riesce a prendersi autonomamente cura di sé, è ad alto rischio di complicanze. Ad affermarlo è un gruppo di lavoro sui tumori geriatrici promosso dall’American Society of Clinical Oncology (ASCO), che ha misurato la qualità di vita dei pazienti anziani attraverso comuni scale di valutazione dell’attività quotidiana. I risultati sono stati pubblicati sul Journal of the American Geriatrics Society. Utilizzando le scale ADL e IADL (che valutano la capacità di svolgere senza aiuti attività come farsi il bagno, cucinare, fare la spesa e assumere farmaci) i ricercatori hanno dimostrato che l’11 per cento degli over 65 malati di tumori ematologici ha difficoltà con almeno una delle attività della scala ADL e il 27 per cen-

L’IA in aiuto del radiologo per la diagnosi e la terapia

Un gruppo di ricercatori dell’ospedale universitario di Heidelberg e del Centro di ricerca tedesco sul cancro ha sviluppato un nuovo metodo per l’analisi automatizzata delle immagini di tumori cerebrali. Lo ha quindi testato su 500 risonanze magnetiche di pazienti con tali patologie, confrontando l’accuratezza diagnostica del medico con quella della macchina. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Lancet Oncology e dimostrano che la macchina è più precisa dell’uomo nel riconoscere il tipo e la localizzazione del tumore. L’intelligenza artificiale (IA) è anche più precisa nel determinare i confini del tumore (con la cosiddetta analisi volumetrica) consentendo così radioterapie più mirate. Infine, la macchina sa valutare alcuni parametri come l’assunzione del mezzo di contrasto e l’edema (il gonfiore infiammatorio intorno alla massa) per capire se la cura sta funzionando o meno. Lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale che affiancano il medico nella diagnosi è un settore in grande sviluppo.

to con almeno una della scala IADL. Sono proprio questi pazienti ad avere un tasso di mortalità e un numero di ricoveri più alto, indipendentemente dalla gravità della malattia. Gli oncologi, dicono gli esperti, devono cominciare a considerare l’autonomia del paziente anziano all’interno della loro valutazione di gravità del cancro.


SERVIZIO SANITARIO Medicina generale

In questo articolo:

medico di medicina generale survivor follow-up

Oncologo o medico di base. Chi mi segue dopo il tumore? Nell’era della medicina di precisione il medico di base ha ancora un ruolo di primo piano nella cura di chi ha dovuto affrontare un tumore, ma serve un dialogo a tre che coinvolga in modo più diretto anche l’oncologo

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a cura di CRISTINA FERRARIO el 2040 circa 26 milioni di persone in tutto il mondo vivranno con una storia di tumore alle spalle. Erano 3,6 milioni nel 1975, più o meno quanti sono oggi questi “sopravvissuti” al cancro solo in Italia. Di tumore si muore meno, in molti casi la malattia diventa cronica e con essa si può convivere molto a lungo. “Se da un lato questi dati sono decisa-

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mente incoraggianti e mettono in luce i grandi progressi compiuti dalla medicina negli ultimi anni, dall’altro aprono nuovi quesiti ai quali non è sempre facile dare risposta” commenta Paolo Spriano, medico di medicina generale e vicepresidente della società scientifica SNAMID, che ha lavorato per anni nell’ambito della Rete oncologica lombarda. Assieme a oncologi, radioterapisti e chirurghi ha ideato e proposto per la Regione Lombardia strumenti

e strategie condivise adatte a seguire i pazienti oncologici nel loro percorso dopo la fase acuta di trattamento. Un “tema caldo” è stato proprio quello del ruolo del medico di medicina generale nella gestione dei problemi e degli effetti a lungo termine della malattia nei pazienti sopravvissuti a un tumore. “Il 96 per cento degli italiani si fida del proprio medico di base, ma, quando si tratta di essere seguiti dopo la diagnosi e il trattamento per un tumore, il paziente crea un rapporto esclusivo con il proprio specialista oncologo, e questo va rispettato e mai dimenticato” precisa Spriano.

Cosa serve dopo la cura

Il termine tecnico è “follow-up” e indica i passi da compiere per seguire in modo corretto una persona che ha ricevuto una diagnosi di tumore e che ha affrontato i trattamenti per cercare di eliminare la malattia. “Si tratta di una fase che può durare anche decenni e che riveste un’enorme importanza, perché grazie a questi esami e a questo percorso è possibile, per esempio, riuscire a identificare eventuali recidive in fase precoce e a migliorare alcuni


sintomi che a lungo termine potrebbero avere un impatto negativo sulla qualità di vita del paziente” spiega Spriano, ricordando che per alcuni pazienti e alcuni tumori è abbastanza semplice stabilire il tipo e la frequenza degli esami da svolgere, mentre per altri la situazione non è così chiara, e soprattutto non è chiaro chi si debba prendere carico di seguire il paziente. “Fino ai primi cinque anni dopo la diagnosi le tappe del follow-up sono ben codificate e in genere è lo specialista del centro oncologico che si occupa del paziente” dice l’esperto, riferendosi in particolare al tumore del seno, per il quale sono disponibili molti dati relativi anche all’Italia. “A un certo punto, però, il paziente viene nuovamente affidato alle cure del proprio medico di base e qui possono insorgere i primi problemi nella gestione di esami e sintomi” aggiunge.

Professionisti e pazienti a confronto

Nel tumore della mammella, per esempio, il follow-up portato avanti dal medico di base dopo il fatidico quinquennio è efficace tanto quanto quello dello specialista oncologo e i pazienti si possono affidare al proprio

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NUOVI PAZIENTI, NUOVE ESIGENZE on ci sono più i pazienti di una volta. Soprattutto quando si tratta di cancro, perché, rispetto a un passato nemmeno troppo remoto, oggi dal tumore si guarisce molto più frequentemente. Anche in caso di mancata guarigione, spesso si riesce comunque a convivere con la malattia per decenni. E insieme al numero e al profilo dei pazienti cambiano le loro esigenze. Basti pensare, per esempio, che oggi oltre l’80 per cento dei tumori insorti in età pediatrica viene curato con successo. Di conseguenza, aumenta costantemente il numero di adulti che necessitano di essere seguiti per una malattia avuta da bambini e che devono fare i conti con le conseguenze a lungo

medico di famiglia senza particolari preoccupazioni in termini di sopravvivenza o qualità di vita. Ma quando si tratta di follow-up dopo il tumore, medico di medicina generale e oncologo non sono uguali agli occhi del paziente italiano, almeno secondo quanto è emerso dal sondaggio “I nuovi bisogni del paziente

termine delle terapie. Particolarmente importanti per questi giovani survivor sono gli effetti dei trattamenti sulla fertilità, oltre all’impatto psicologico che la condizione di ex-paziente può creare. “Questioni come queste non erano un problema qualche tempo fa, quando solo pochi bambini riuscivano a superare il cancro” afferma Spriano, che poi aggiunge: “Nei soggetti chiamati in gergo tecnico ‘lungo-sopravviventi’, ovvero le persone che stanno bene a distanza di anni o decenni dalla diagnosi di tumore, alcuni problemi potenzialmente legati alle nuove terapie potranno venire alla luce solo nei prossimi anni, perché non abbiamo ancora dati sugli effetti a lungo termine di molte di loro.”

oncologico e la sua qualità di vita”, condotto dall’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM), i cui risultati sono stati pubblicati all’inizio del 2018. Alla domanda “Chi ti segue nel follow-up?”, il 59 per cento dei pazienti coinvolti nell’indagine ha indicato l’oncologo medico, il 26 per cento diversi specialisti (oncologo, chirurgo,

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SERVIZIO SANITARIO Medicina generale

radioterapista) e solo il 9 per cento ha detto di far riferimento al medico di base. Nel 47 per cento dei casi i pazienti hanno dichiarato di non rivolgersi al medico di medicina generale perché ritengono che non sia abbastanza esperto sull’argomento cancro. “Il problema non è il livello formativo del medico di base in campo oncologico” rassicura Spriano. “I medici di famiglia sono preparati. Dobbiamo dare valore alle nostre competenze (per esempio la capacità di notare cambiamenti in persone che conosciamo da tanto tempo) gestendo comunque i problemi che il paziente oncologico ci pone, senza complessi di inferiorità nei confron-

ti dell’oncologo, ma con il suo aiuto quando abbiamo bisogno di chiarimenti” spiega. Da parte sua, il paziente non dovrebbe aver paura di parlare con il proprio medico di base anche di quei disturbi che magari ritiene secondari o “di poca importanza”, ma che possono peggiorare la qualità di vita. “A volte ci capita che il paziente accenni a problemi come il dolore cronico, l’insonnia, la secchezza vaginale o altri disturbi del genere sulla porta, con un piede già fuori dall’ambulatorio” spiega Spriano, sicuro che un dialogo attivo e costruttivo tra medico e paziente possa aiutare entrambi a gestire la vita dopo il cancro.

La fiducia è l’arma del medico di famiglia

CHI SONO I “SURVIVOR”?

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n italiano il termine “sopravvissuto” richiama alla mente situazioni e contesti estremi che non necessariamente riguardano chi riceve una diagnosi di cancro. In oncologia il termine inglese survivors, che significa appunto “sopravvissuti”, indica invece tutti coloro che nella propria vita hanno avuto a che fare con un tumore e con i suoi trattamenti. Secondo alcune organizzazioni come l’Office of Cancer Survivorship o i Centers for Disease

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Control and Prevention statunitensi, la sopravvivenza – e quindi la condizione di survivor – inizia nel momento stesso della diagnosi e prosegue per tutta la durata della vita. In una visione olistica, le cure destinate a chi ha superato un tumore devono essere considerate parte integrante del percorso di cura oncologica e devono andare ben oltre il paziente (o ex-paziente), coinvolgendo anche chi si prende cura di lui/ lei, inclusi i familiari e gli amici.

Dialogo, parola chiave “Sono convinto che, nell’era della medicina di precisione e personalizzata, anche il follow-up dei pazienti oncologici debba essere disegnato su misura” risponde Spriano alla domanda su quale sia la via migliore per prendersi cura di chi ha una storia di tumore alle spalle. “Dobbiamo stare attenti a non alzare troppo l’asticella dei controlli, imponendo magari al nostro assistito di sottoporsi continuamente a esami e test diagnostici con l’ansia e il disagio che ne conseguono” precisa. Ma servono anche, secondo l’esperto, una comunicazione chiara e condivisa e un dialogo a tre che coinvolga medico di base, oncologo e paziente. L’oncologo, con la sua formazione specialistica, sarà in grado di interpretare meglio alcuni segnali che arrivano dal paziente, magari attraverso il filtro del medico di base, il quale a sua volta avrà il compito di identificare eventuali campanelli di allarme, tenendo conto anche della storia clinica pregressa del paziente e della sua psicologia che, proprio in qualità di medico di famiglia, conosce meglio di qualsiasi oncologo. “Un paziente particolarmente ansioso tende ad attribuire al tumore qualsiasi nuovo sintomo, anche se del tumore magari non c’è più traccia” afferma Spriano, che poi aggiunge: “In questi casi sta a noi capire, grazie anche alla nostra esperienza diretta, se il cancro può davvero essere la causa del disturbo.” Il momento più complesso di tutto questo percorso è probabilmente il ritorno alle cure del medico di base dopo essere stati seguiti per la fase acuta di trattamento e i primi anni dagli esperti del centro oncologico. “È qui che si gioca la partita” dice Spriano, sottolineando quanto sia importante che questo passaggio avvenga nel modo più indolore possibile, grazie anche alla collaborazione tra medico di base e specialista, entrambi pronti a dialogare tra loro e con il paziente per rassicurarlo sulle reciproche competenze.


IN MEMORIA Francesco Lo Coco

Francesco Lo Coco, lo scienziato gentile È scomparso nel mese di marzo scorso a Roma Francesco Lo Coco, il medico e ricercatore che ha permesso di curare la leucemia acuta promielocitica senza chemioterapia

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a cura della REDAZIONE i sono persone che lasciano una traccia del loro passaggio. Francesco Lo Coco, medico e ricercatore di levatura mondiale scomparso prematuramente all’età di 63 anni, è una di queste persone e la traccia da lui lasciata è di quelle che non si dimenticano. Nato a Palermo, laureato in medicina a Pisa nel 1981, cresciuto nell’Istituto di ematologia dell’Università La Sapienza di Roma sotto la guida di Franco Mandelli, dal 1992 al 1994 visiting researcher presso il Dipartimento di genetica della Columbia University di New York, era professore ordinario di ematologia e direttore dell’Unità di diagnostica avanzata oncoematologica all’Università di Roma Tor Vergata. Francesco Lo Coco si è occupato della caratterizzazione genetico-molecolare e della terapia delle neoplasie ematologiche, principalmente dedicandosi agli studi di diagnostica e di monitoraggio molecolare di leucemie e linfomi e pubblicando oltre 300 articoli su riviste internazionali di alto profilo. Il suo nome è e resterà legato agli studi sulla leucemia acuta promielocitica (LAP) – la leucemia più aggres-

siva ad andamento spesso fulminante – che gli hanno permesso di mettere a punto la prima terapia per curare la LAP senza ricorrere alla chemioterapia. La terapia studiata da Lo Coco e presentata alla comunità scientifica in un lavoro pubblicato nel 2013 sul New England Journal of Medicine è diventata il riferimento accettato da tutto il mondo e permette la guarigione di oltre il 90 per cento dei pazienti. Per questa ragione aveva ottenuto diversi riconoscimenti: tra gli altri, nel 2016 riceveva dalle mani del presidente Mattarella il premio AIRC-FIRC Guido Venosta e nel 2018 era stato insignito del José Carreras Award al congresso della Società europea di ematologia (EHA) a Stoccolma. Francesco, da persona giusta e generosa quale era, ha sempre voluto condividere questi riconoscimenti con il suo gruppo e i suoi maestri. È stato presidente della Società italiana di ematologia sperimentale, componente della Commissione per la ricerca sanitaria del Ministero della salute e dal 2018 era membro del Comitato tecnicoscientifico AIRC. Francesco Lo Coco è stato un riferimento scientifico e clinico, una mente brillante, un professionista esemplare: una persona importante per i colleghi, per i pazienti, per AIRC. Molti ricorderanno la sua grande capacità scientifica di intuire le basi molecolari delle leucemie e di trasformare questa comprensione in possibilità terapeutiche. Tutti ricorderemo la sua umiltà, l’eleganza affabile, la gradevolezza nei rapporti umani e il sorriso aperto e gentile che ispirava fiducia e portava a pensare che era una fortuna conoscerlo.

PREMIO VENOSTA Da sinistra: Francesco Lo Coco alla consegna del premio Venosta con Federico Caligaris Cappio, Beatrice Lorenzin e il presidente Sergio Mattarella

Con la sua cura guariscono nove pazienti su dieci

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FARE CHIAREZZA Il casco refrigerante

In questo articolo: perdita di capelli casco refrigerante tumore al seno

Per non perdere i capelli un aiuto arriva dal freddo Si diffonde anche in Italia l’utilizzo dei caschetti refrigeranti per ridurre la quantità di chemioterapici che arrivano allo scalpo provocando la perdita dei capelli. Il sistema funziona (anche se non in tutti i casi), ma l’utilizzo dei caschi può essere fastidioso

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a cura della REDAZIONE idurre la perdita di capelli dovuta alla chemioterapia a volte si può. Anche in Italia da alcuni anni si stanno diffondendo, benché solo nei principali centri oncologici, i caschi refrigeranti, dispositivi che, riducendo l’afflusso di sangue (e di conseguenza di farmaci) allo scalpo, consentono di evitare la perdita totale della chioma. Ma funzionano davvero? Saperlo è importante, anche perché in quasi tutti i centri italiani l’uso dei caschi refrigeranti è a carico dei pazienti. I farmaci chemioterapici agiscono bloccando la moltiplicazione delle cellule ed esercitano la loro azione tossica su tutte le cellule che si dividono rapidamente, incluse quelle dei bulbi piliferi. L’entità della perdita dei capelli dipende da tipo, dose e modi di somministrazione dei farmaci e quasi sempre l’effetto è temporaneo: qualche tempo dopo la cura, i capelli e i peli ricrescono.

Effetti dell’ipotermia I primi esperimenti sull’abbassamento della temperatura per ridurre la perdita dei capelli indotta dalla chemioterapia risalgono agli anni Settanta. La bassa temperatura, oltre a limi18 | FONDAMENTALE | GIUGNO 2019

tare la quantità di farmaco che arriva alla radice dei capelli, rallenta i processi biochimici, rendendo il capello meno sensibile agli effetti tossici. Perché il freddo sia efficace, però, è necessario applicarlo prima dell’inizio della somministrazione del farmaco, per tutta la durata dell’infusione e anche per un certo tempo dopo che questa è finita. Al momento sono disponibili due sistemi: i caschetti refrigeranti a gestione manuale (cool caps) e quelli refrigeranti automatizzati (scalp cooling devices). I caschetti a gestione manuale sono cuffie che contengono un gel e funzionano come i panetti che si mettono nella borsa frigo. È importate ricordare che i caschetti vanno raffreddati in un congelatore biomedico (il freezer di casa non raggiunge infatti temperature sufficientemente basse). Il grosso limite di questi caschetti è che una volta tolti dal congelatore la loro temperatura si alza. Le sedute di chemioterapia durano alcune ore, perciò è necessario sostituire ogni 30 minuti il caschetto in uso con un altro caschetto congelato. La temperatura del cuoio capelluto subisce forti oscillazioni anche quando il caschetto è posizionato sulla testa e soprattutto mentre si

effettuano i cambi. Inoltre, la temperatura iniziale è molto bassa e ciò può creare forti disagi. Il caschetto deve infatti aderire perfettamente per portare tutto il cuoio capelluto alla temperatura desiderata: le aree che non entrano bene in contatto con la superficie refrigerata non risultano protette e si rischia quindi una perdita di capelli a chiazze. Infine non è facile indossare il caschetto in modo corretto, considerando che il cambio va fatto il più rapidamente possibile. Per ovviare a questi problemi sono stati introdotti i caschetti refrigeranti automatizzati. Sono costituiti da un’unità refrigerante computerizzata che fa circolare un liquido freddo all’interno di apposite cuffie. Il vantaggio è che la temperatura viene abbassata gradualmente fino a 3-4°C, mantenuta costante per tutto il tempo necessario e poi rialzata, sempre gradatamente. Sono disponibili cuffie di forma e dimensione diverse per adattarsi perfettamente al cranio. In Italia sono all’incirca una quindicina i reparti oncologici che si sono dotati di questi macchinari. I tempi della terapia si allungano perché il caschetto deve essere posizionato almeno mezz’ora prima e deve essere mantenuto per 1-2 ore dopo la fine della seduta.

Il casco si porta durante la cura e anche dopo

Cosa dice la scienza Sono stati pubblicati i risultati di diversi studi a sostegno dell’efficacia dell’ipotermia. Una metanalisi, cioè una valutazione combinata di più studi sullo stesso argomento, pubblicata nel 2015 sull’International Journal of Cancer, ha comparato diversi metodi tra cui ipotermia, compressione del cuoio capelluto e applicazione topica di minoxidil, un farmaco già usato per la perdita di capelli maschile. Gli autori hanno concluso che l’unico trattamento utile è il raffreddamento del cuoio capelluto. Nel 2017 la rivista dell’Associazione


medica americ ana, JAMA, ha pubblicato i risultati di due studi che hanno testato l’efficacia dei caschetti automatizzati su pazienti con tumore al seno in stadio iniziale. Nell’ambito del primo studio, le pazienti sono state divise in due gruppi: uno ha utilizzato il caschetto, l’altro no. Metà delle pazienti sottoposte al trattamento preventivo ha perso meno del 50 per cento dei capelli (alcune non ne hanno persi affatto), mentre tutte le donne che non hanno usato il trattamento ipotermico del cuoio capelluto hanno perso più del 50 per cento dei capelli. Solo il 63 per cento delle pazienti che hanno usato il caschetto, contro il 100 per cento delle donne appartenenti all’altro gruppo, ha ritenuto necessario coprire la testa con una parrucca o un turbante per mascherare la perdita di capelli. Il secondo studio era un’indagine osservazionale che ha coinvolto 106 donne trattate con i farmaci taxani. Usando il caschetto automatizzato,

due pazienti su tre hanno perso meno del 50 per cento dei capelli; alcune pazienti non li hanno persi affatto. Il successo del trattamento è influenzato da diversi fattori. È fondamentale che il sistema sia efficiente nell’indurre e mantenere l’ipotermia. Contano anche il tipo di capello e le condizioni della capigliatura all’inizio del trattamento. I pazienti con tumori avanzati che saranno sottoposti a molti cicli di chemioterapia hanno poche chance di non perdere i capelli. I dati a disposizione suggeriscono che il caschetto refrigerante non è ugualmente efficace con tutti i farmaci chemioterapici: per esempio, funziona meglio con i taxani che con

le antracicline. Infine, la maggior parte degli studi è stata svolta su pazienti con tumore del seno dopo l’intervento chirurgico ed è a loro che viene generalmente proposto l’uso del caschetto. La tecnica è assolutamente controindicata nei pazienti con tumori ematologici perché il farmaco deve poter raggiungere tutto il sistema vascolare. Applicare qualcosa di molto freddo sulla testa può provocare alcuni effetti collaterali. Il più comune è il mal di testa, ma sono possibili anche dolore e danni alla cute, nausea e brividi. È stato avanzato il dubbio che l’uso del caschetto refrigerante possa aumentare il rischio di metastasi cutanee a livello del capo (non di metastasi cerebrali perché viene raffreddato solo lo scalpo). In teoria, alcune cellule tumorali potrebbero sopravvivere e formare metastasi locali, ma gli esperti ritengono che questa possibilità sia estremamente remota.

Contano anche il tipo e le condizioni del capello

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RICONOSCIMENTI Premio Pezcoller-AACR

Il premio Pezcoller-AACR ad Alberto Mantovani Il ricercatore italiano è stato insignito di due prestigiosi premi internazionali per gli studi sull’immunologia dei tumori. La sua storia insegna che la ricerca di base, sempre sostenuta con convinzione da AIRC, ha importanti ricadute sui pazienti

“È

FARE RICERCA IN ITALIA

la prima volta che il premio Pezcoller-AACR viene attribuito a un italiano che lavora in Italia. “Fare ricerca in Italia è possibile: io ho scelto di rimanere in questo Paese nonostante abbia avuto più volte l’opportunità di trasferirmi presso importanti istituzioni all’estero” puntualizza Alberto Mantovani. “Sono rimasto perché sono profondamente legato al mio Paese e perché in Italia

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“Non avrei ricevuto questi premi senza il sostegno di due importanti charity, AIRC e Fondazione c’è un patrimonio di intelligenza e Cariplo. In particolare, penso che i premi che ricevo siano anche di cuore straordinario.” Parlando delle ricerche di cui è stato prota- un riconoscimento ad AIRC, non gonista, usa sempre il plurale, per solo per il supporto che ha dato alla mia ricerca, ma anche per includere nei suoi successi chi lo ha aiutato a raggiungerli. “Ho avu- avere continuato a sostenere lo studio dell’immunologia dei to la fortuna di trovare dei collaboratori straordinari, a partire dai tumori quando quasi nessun tecnici. Le persone che ho avuto e oncologo credeva che avrebbe ho nel mio laboratorio sono ecce- avuto un impatto sulla cura del zionali, secondo me tra le migliori cancro. Alla fine, l’immunologia dei tumori si è dimostrata la al mondo.” La ricerca però, oltre che di talento, ha bisogno di fondi. nuova rivoluzione.”


In questo articolo: immunologia immunoterapia macrofagi

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a cura di ELENA RIBOLDI lberto Mantovani, uno dei ricercatori biomedici più influenti al mondo, ha recentemente ricevuto due premi per la ricerca oncologica. Ad aprile, durante la VI Conferenza sull’immunoterapia del cancro (ITOC6), uno dei congressi di immunoterapia più importanti d’Europa, tenutasi a Vienna, ha ricevuto il Lifetime Achievement Award, una sorta di premio alla carriera. A maggio ha ritirato invece il premio Pezcoller-AACR 2019 “per gli straordinari risultati nella ricerca sul cancro”, assegnato congiuntamente dalla Fondazione Pezcoller e dall’Associazione americana per la ricerca sul cancro. Si tratta di un riconoscimento particolarmente prestigioso, tanto che ben quattro dei vincitori del premio Pezcoller-AACR hanno poi vinto anche il premio Nobel.

Poliziotti corrotti e cellule complici

Nel corso della sua carriera Alberto Mantovani, oggi direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas di Milano e presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca, ha dimostrato che esiste una stretta relazione tra infiammazione e cancro. In particolare, ha descritto come una popolazione di globuli bianchi, quella dei macrofagi, possa promuovere lo sviluppo dei tumori. Una scoperta apparentemente paradossale, dato che il sistema immunitario ha una funzione difensiva. Eppure i macrofagi che stanno dentro il tumore si comportano come “poliziotti corrotti”: non lo combattono ma ne favoriscono la crescita. Mantovani rivendica con orgoglio la paternità del termine TAM (Tumor-Associated Macrophages), da lui coniato negli anni Settanta e ora usato da tutta la comunità scientifica per indicare i macrofagi

che infiltrano il tumore. I suoi studi sono stati all’origine di un cambiamento radicale di visione, come ci spiega lui stesso: “Fino all’inizio del 2000, la stragrande maggioranza delle persone guardava al cancro come a una malattia in cui contava solo la cellula tumorale. Invece, le ricerche che io e altri colleghi abbiamo portato avanti hanno mostrato che il microambiente, la nicchia in cui crescono i tumori, è importante quanto la cellula tumorale”. Questo cambiamento di visione è stato fondamentale per lo sviluppo di terapie immunologiche contro i tumori e di tecniche che offrono indici prognostici, utili cioè a prevedere il probabile andamento della malattia.

Le ricadute sui pazienti

“Le ricadute traslazionali delle nostre ricerche sono su più livelli. Innanzitutto, ci sono molti dati che dimostrano che l’analisi delle cellule non tumorali presenti nel tumore ha valore prognostico” spiega Mantovani. Studiando la composizione del microambiente si possono ricavare, per esempio, indicazioni sull’aggressività del cancro: la presenza di molti TAM suggerisce infatti una prognosi più sfavorevole. Altre ricadute riguardano invece la terapia. Mantovani precisa che può passare molto tempo prima che si realizzi la rilevanza clinica delle scoperte fatte in laboratorio. “Negli anni Novanta, in uno studio finanziato da AIRC, abbiamo dimostrato che una molecola prodotta dai macrofagi, l’interleuchina 1 (IL-1), promuoveva il cancro in modelli animali. Dopo più di vent’anni, lo studio CANTOS, condotto su più di 10.000 pazienti, ha dimostrato che bloccando l’IL-1 con un anticorpo si riduce di più del 50 per cento l’incidenza e la mortalità del cancro del polmone. I colle-

Certe scoperte mostrano la loro utilità dopo anni

ghi dello studio CANTOS hanno pubblicamente riconosciuto di avere preso ispirazione dalle nostre ricerche.”

Farmaci tradizionali e immunoterapie

Alberto Mantovani e il suo gruppo – insieme a Maurizio D’Incalci, farmacologo dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano – hanno contribuito direttamente alla messa a punto di un farmaco antitumorale, la trabectedina. Gli studi, finanziati da AIRC, hanno permesso di dimostrare che questa sostanza, usata nella cura dei sarcomi [vedi anche pagina 9 in questo numero di Fondamentale] e del tumore dell’ovaio, agisce in parte fermando i “poliziotti corrotti”. Inoltre è sempre più evidente che i risultati delle ricerche condotte sui TAM possono essere utili anche nel campo degli inibitori dei checkpoint immunologici, i farmaci che hanno rivoluzionato l’immunoterapia dei tumori. I checkpoint immunologici sono molecole presenti sulle cellule immunitarie che fungono da “interruttori”, modulando la risposta immunitaria; i farmaci che inibiscono queste molecole riattivano le risposte antitumorali. “Ci sono prove crescenti che i TAM sono le cellule che attivano i checkpoint immunologici nei linfociti T. Ci auguriamo che, analizzando i TAM, si riescano a distinguere i pazienti che rispondono e quelli che non rispondono alla terapia.” I TAM stessi potrebbero diventare il bersaglio di nuovi farmaci. “L’anno scorso sono stati pubblicati i risultati di uno studio che mostrano come, bloccando una proteina espressa sulla cellula tumorale che invia ai macrofagi il segnale ‘non mangiarmi’, si rieducano i ‘poliziotti corrotti’ e si ottiene una risposta antitumorale nei linfomi. Alla base di questo studio c’è il lavoro che il nostro gruppo ha svolto in più di trent’anni per comprendere come funziona il quadro generale”. GIUGNO 2019 | FONDAMENTALE | 21


CLASSIFICAZIONI Gli stadi tumorali

T, N e M, un codice che fotografa il tumore Il sistema TNM è un sistema di classificazione dei tumori usato in tutto il mondo. Qualche oncologo lo considera obsoleto, eppure è costantemente aggiornato e ha pregi indiscutibili. Ecco cosa deve sapere il paziente per comprendere meglio quello che gli comunica il medico

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a cura della REDAZIONE , N, M: tre lettere che disegnano il profilo della malattia tumorale e che il paziente deve imparare a comprendere per poter leggere con consapevolezza i referti che gli vengono consegnati. Perché, con rare eccezioni, quando viene diagnosticato un tumore sia solido sia ematologico la prima cosa che i medici devono fare è procedere alla cosiddetta stadiazione. Lo stadio del tumore è indicato con un numero romano (I-IV) ed eventualmente da una lettera (per esempio

IIIA). Riferirsi allo stadio di una neoplasia è uno standard deciso dagli oncologi per descrivere quanto sia esteso il tumore e quanto si sia già diffuso nell’organismo. La stadiazione serve al medico per fare ipotesi sulla possibile evoluzione della malattia e per scegliere la terapia con maggiore probabilità di successo. Il sistema di classificazione più usato per la stadiazione dei tumori solidi (cioè con l’esclusione dei tumori ematologici e, per ragioni diverse, di quelli cerebrali) è il sistema TNM, che si basa sulle dimensioni del tumore,

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sulla sua diffusione ai linfonodi e sulla presenza di metastasi a distanza (i dettagli sono spiegati nel riquadro alla pagina seguente). UN’INVENZIONE FRANCESE Il sistema TNM è stato sviluppato negli anni Quaranta dal chirurgo oncologo francese Pierre Denoix dell’Istituto Gustave Roussy, vicino a Parigi. È stato poi adottato dall’Unione internazionale contro il cancro (UICC), un’organizzazione che conta oltre 1.100 membri tra società per la ricerca sul cancro, agenzie go-

vernative, ospedali, centri di ricerca, associazioni professionali e gruppi di pazienti. Nel 2017, l’UICC ha pubblicato l’ottava edizione del prontuario Classificazione TNM dei tumori maligni, in cui sono precisati i parametri per l’assegnazione delle categorie, per ogni tipo di tumore; ciò significa, per esempio, che le dimensioni in base alle quali un tumore della tiroide è classificato come T3 sono diverse da quelle di un tumore T3 del fegato. I principali pregi del sistema TNM sono la semplicità e l’universalità. Essendo basato su parametri di facile valutazione, il TNM può essere usato anche nei reparti di oncologia con limitate risorse economiche e che non possono procedere ad analisi genetiche. Il fatto di usare uno standard comune non solo agevola lo scambio di informazioni tra i medici di ospedali diversi, ma fa sì che le cartelle cliniche e i registri siano compilati in modo uniforme. Questa uniformità facilita gli studi clinici e il confronto dei risultati ottenuti in momenti e luoghi diversi.


In questo articolo: stadiazione prognosi TNM

IL SIGNIFICATO

TUMORE, LINFONODI E METASTASI

N

ell’acronimo TNM, la T sta per “Tumore”, la N per “linfoNodo” (dall’inglese, lymph Node) e la M per “Metastasi”. La lettera T è seguita da un numero da 1 a 4: la cifra più alta indica una neoplasia di maggiori dimensioni. Se il tumore primario non è evidenziabile (si trovano le metastasi, ma non il tumore da cui hanno avuto origine), si usa la categoria T0. La lettera N è seguita da un numero che va da 1 a 3: la cifra più alta indica che il numero di linfonodi interessati dal tumore è più elevato. Se nessun linfonodo contiene cellule tumorali si usa la categoria N0. Le cellule tumorali possono entrare nei vasi linfatici, arrivare ai linfonodi e qui moltiplicarsi. La lettera M è seguita dallo 0 o dall’1: la categoria M0 indica che non ci sono metastasi, la categoria M1 che sono presenti metastasi. Solo i tumori maligni sono in grado di migrare e disseminarsi dando origine a tumori secondari. Assegnando le categorie T, N e M è possibile stabilire lo stadio del tumore. Per esempio, un tumore del fegato T2N0M0 corrisponde a uno stadio II nella classificazione TNM dei tumori maligni.

LE VOCI CRITICHE Il TNM non è l’unico sistema di classificazione esistente, anche se gli altri metodi in genere vengono usati solo per specifici tumori. Negli ultimi anni, alcuni oncologi hanno messo in discussione la sua utilità. La critica principale che viene avanzata è che questo sistema si basa su caratteristiche anatomiche (quanto è grande un tumore, quanto è esteso), ma oggi si sa che nell’evoluzione e nella risposta alle terapie contano molto le caratteristiche molecolari del tumore. Eppure, anche se il TNM è concettualmente “vecchio”, viene costantemente aggiornato per stare al passo con i tempi. “Negli ultimi cinquant’anni, i progressi nella diagnosi, nel trattamento e nella comprensione della prognosi del cancro hanno determinato alcuni cambiamenti nel sistema TNM” spiega infatti un documento dell’UICC. “Per vari tipi di tumori sono stati identificati fattori prognostici diversi da quelli anatomici e alcuni sono già stati incorporati nel sistema TNM: per esempio il grado istologico nei tumori delle ossa e della prostata, l’età e l’istologia nel tumore della tiroide, i biomarcatori ematici per il tumore del testicolo.” Oggi il numero di fattori biologici e genetici sulla base dei quali si valuta la possibile evoluzione è, per molti tipi di neoplasie, sempre più elevato. Per esempio, numerosi dati dimostrano che alcune mutazioni genetiche influenzano la prognosi e potenzialmente

anche la terapia. “Tuttavia” afferma ancora il documento dell’UICC “alcuni dati iniziali non vengono confermati dagli studi successivi e alcuni dei nuovi test difficilmente potrebbero essere usati dai sistemi sanitari di tutto il mondo.” Includere tutti gli elementi creerebbe un gran numero di sottocategorie e renderebbe la stadiazione complicata. In più, non tutti gli ospedali potrebbero permettersi costose analisi molecolari. Gli esperti dell’UICC sono del parere che la classificazione TNM debba essere modificata per decisione degli oncologi e non dei sistemi sanitari o di altre entità. E talvolta ciò che è semplice è più utile di ciò che è troppo complesso. Recentemente, l’UICC, assieme all’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro delle Nazioni Unite (IARC), ha sviluppato addirittura una versione semplificata del sistema TNM. “TNM essential”, descritto in un articolo pubblicato sulla rivista Lancet Oncology, permette di assegnare uno stadio ad alcuni tumori (colon-retto, seno, cervice, prostata) anche quando le informazioni previste dal sistema TNM non sono complete. Lo scopo è venire incontro ai Paesi (la maggioranza nel mondo) in cui non è possibile indagare il tumore con tutti gli strumenti disponibili in luoghi economicamente più floridi, evitando di lasciare il malato senza risposte e il medico senza strumenti per scegliere la cura più efficace.

Ancora utile malgrado i cambiamenti

GIUGNO 2019 | FONDAMENTALE | 23


RICERCA IFOM Innovazione in ricerca

In questo articolo:

organoidi innovazione tecnologica terapie personalizzate

Un nuovo centro euroasiatico per lo sviluppo degli organoidi IFOM ha aperto, in collaborazione con un partner cinese, un nuovo centro di ricerca per lo sviluppo degli organoidi, modelli tridimensionali di tessuto che permettono di testare terapie personalizzate

U

a cura della REDAZIONE no dei progressi più significativi nella ricerca sul cancro degli ultimi dieci anni è costituito dallo sviluppo degli organoidi tumorali. Si tratta di colture tridimensionali che, partendo da cellule staminali tumorali prelevate dai pazienti, sono in grado di riprodurre mini-organi in vitro e di mimare alcune delle caratteristiche e funzioni specifiche dei tumori in un determinato organo. Questa tecnologia ha consentito di approfondire la comprensione dei tumori che colpiscono organi come prostata, colon, polmone, mammella, pancreas, reni, fegato e cervello, in tal modo riducendo il ricorso al modello animale, in parte sostituibile con questi sistemi artificiali. Si tratta di una tecnologia promettente, dalle grandi potenzialità per la sperimentazione di farmaci e per lo sviluppo di terapie antitumorali personalizzate e più efficaci.

IFOM, l’Istituto di oncologia molecolare che svolge attività scientifica d’avanguardia a beneficio dei pazienti oncologici, è sostenuto dalla FIRC, la Fondazione italiana per la ricerca sul cancro-AIRC.

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COSTO E PRODUZIONE L’ostacolo principale alla diffusione degli organoidi nella sperimentazione clinica è rappresentato sia dal costo sia dalla scarsa efficienza produttiva che ne limita il potenziale. Per promuovere il passaggio dalla ricerca di base alla ricerca clinica, è nato così il Centro di ricerca euroasiatico sugli organoidi tumorali, su iniziativa di IFOM, di Cogentech (una delle società di ricerca e sviluppo tecnologico nate da IFOM) e della cinese Accurate International. Si tratta di un centro di ricerca congiunto con sede a Milano e a Guangzhou, in Cina, destinato a individuare soluzioni innovative per velocizzare e standardizzare l’applicazione clinica della tecnologia degli organoidi. SCIENZIATI GIÀ ESPERTI Nei laboratori milanesi di IFOM gli organoidi costituiscono già una solida piattaforma sperimentale che può essere complementare agli altri approcci disponibili, come le tecnologie postgenomiche (proteomica, metabolomica) e la meccanobiologia. In IFOM è disponibile un team di ricercatori già da tempo impegnati in questo settore: scienziati come Stefano Piccolo e Al-

berto Bardelli, che lavorano tra IFOM e, rispettivamente, l’Università di Padova e l’Istituto di Candiolo, entrambi pionieri nell’introduzione di questa tecnologia in Italia; Kristina Havas e Giorgio Scita, che utilizzano modelli organoidi per studiare il tumore alla mammella e le metastasi tumorali; Mario Varasi, direttore del programma IFOM di Experimental Therapeutics; e Silvia Marsoni, esperta di sperimentazioni cliniche. Gli scienziati di IFOM e Cogentech si concentreranno sulla diagnostica e sullo sviluppo di nuovi farmaci sulla base del modello organoide, mentre il partner cinese porterà nel nuovo centro di ricerca le proprie competenze applicative: è infatti già conosciuto in ambito scientifico per lo sviluppo di tecnologie in grado di individuare terapie tumorali personalizzate. “L’obiettivo che perseguiamo con questo nuovo centro di ricerca è tradurre gli esperimenti sugli organoidi in risultati concreti e disponibili per la clinica in tempi brevi“ ha affermato Marco Foiani, direttore scientifico di IFOM. “La prima sfida che affronteremo sarà focalizzata sul tumore al colon-retto, uno dei principali big killer a livello mondiale.”


I TRAGUARDI DEI NOSTRI

Batteri e immunità, una stretta relazione Ricreare l’equilibrio nella popolazione di microrganismi intestinali (che costituiscono il microbiota) attraverso il cosiddetto trapianto fecale – ovvero il trasferimento di microrganismi da un donatore – scatena reazioni immunitarie capaci di tenere sotto controllo malattie infiammatorie intestinali come la colite, e potrebbe rivelarsi utile anche nel caso di alcuni tumori. Sono questi i risultati di uno studio coordinato da Federica Facciotti, dello IEO di Milano, grazie al sostegno di AIRC e pubblicati su Nature Communications. I ricercatori hanno effettuato un trapianto di microbiota di animali sani in animali con malattie infiammatorie intestinali simili a quelle umane e hanno osservato un importante effetto benefico. “I risultati ci aiutano a fare luce sulla complessa interazione tra batteri intestinali e sistema immunitario” dicono i ricercatori.

Ultrasuoni per i “taxi molecolari” Gli ultrasuoni, utilizzati comunemente per le ecografie, potrebbero riuscire a rendere più efficaci le moderne terapie a base di nanoparticelle. Lo sostengono i ricercatori guidati da Rossella Loria, dell’Istituto Regina Elena di Roma, in un articolo pubblicato sulla rivista Journal of Experimental & Clinical Cancer Research. “Una nanoparticella è una sorta di taxi che porta le terapie a destinazione nella cellula tumorale, soprattutto in tumori difficili da trattare” spiegano gli autori, ricordando che in molti casi queste particelle non riescono a raggiungere l’obiettivo a causa dei numerosi ostacoli che incontrano. Stando ai risultati ottenuti sia su cellule tumorali sia su cellule sane, una bassa dose di ultrasuoni potrebbe rimuovere alcuni ostacoli e aiutare le terapie a raggiungere il loro bersaglio, senza creare particolari danni alle cellule sane che circondano il tumore.

Un trapianto più efficace Due ricerche sostenute da AIRC, i cui risultati sono stati pubblicati in contemporanea su Nature Medicine e Nature Communications dal gruppo di Luca Vago dell’Ospedale San Raffaele di Milano, descrivono i meccanismi che le cellule leucemiche utilizzano per sfuggire all’attacco del sistema immunitario dopo il trapianto di midollo osseo. “Abbiamo scoperto che le cellule leucemiche sono capaci di mettere in atto due differenti strategie epigenetiche: una consiste nel nascondere dalla propria superficie le molecole che permettono al sistema immunitario di riconoscerle, l’altra è dotarsi di molecole che spengono l’attività del sistema immunitario stesso. Nel primo caso, dunque, si rendono invisibili ai sistemi di difesa dell’organismo, nell’altro ne compromettono la funzionalità” spiega Vago. La scoperta potrà avere importanti ricadute cliniche, in particolare per il trattamento della leucemia mieloide acuta, un tumore del sangue che si sviluppa dalle cellule staminali ematopoietiche contenute nel midollo osseo e dà origine a globuli bianchi anomali. Gestendo appropriatamente i farmaci immunosoppressori e utilizzando nuovi tipi di immun o te ra pie, si potrà aumentare l’efficacia del trapianto di midollo.

... continua su: airc.it/traguardi-dei-ricercatori GIUGNO 2019 | FONDAMENTALE | 25


BILANCIO D’ESERCIZIO AIRC 2018

STATO PATRIMONIALE (VALORI IN EURO)

La ricerca è una porta che apre il futuro

B) IMMOBILIZZAZIONI II Immobilizzazioni materiali 1) Immobili civili acquisiti per successione e donazione 2) Immobili strumentali 2) Fondo ammortamento beni immobili strumentali

N

a cura della REDAZIONE el 2018 AIRC ha deliberato 91,1 milioni di euro per sostenere 538 programmi e progetti di ricerca unitamente a 62 nuove borse di studio, garantendo continuità al lavoro di circa 5.000 ricercatori – un vero esercito, composto per il 62 per cento da donne e per il 50 per cento da under 40. Si tratta dei migliori talenti della ricerca oncologica del nostro Paese, selezionati con un rigoroso processo di valutazione, la cui attività potrà proseguire in laboratori di università, ospedali e istituzioni di ricerca, prevalentemente in strutture pubbliche, con un beneficio tangibile per la ricerca e la sanità italiana. L’attività di ricerca costituisce un elemento fondante della nostra comunità nazionale sia per lo sviluppo del modello sociale sia per l’esercizio stesso dei diritti della persona. Per citare le belle parole usate in occasione de I Giorni della Ricerca dal presidente Sergio Mattarella, “la

ricerca è una porta che apre il futuro”. L’esperienza di AIRC dimostra come dal dolore possa nascere la speranza grazie alla solidarietà di tutti, all’impegno della comunità intera. La ricerca insieme alla solidarietà esprime un alto potenziale di forza culturale e morale, un patrimonio irrinunciabile. All’obiettivo di finanziare la ricerca lo statuto di AIRC unisce anche quello di essere punto di informazione e di formazione sulle tematiche scientifiche che riguardano il cancro. Per l’attività di divulgazione istituzionale sia con Fondamentale sia con il sito internet AIRC nel 2018 ha impegnato ben 2 milioni di euro. La ricerca scientifica e l’informazione scientifica sono al centro della nostra missione e protagoniste di tutte le attività messe in campo per perseguirla: nelle pagine che seguono vi raccontiamo in sintesi quello che abbiamo fatto nel 2018 e vi diamo appuntamento al Bilancio sociale, in uscita a fine giugno, per un racconto più dettagliato.

91,1 milioni di euro destinati ai migliori

26 | FONDAMENTALE | GIUGNO 2019

ATTIVO

31/12/2018

31/12/2017

706.186 162.300 (47.610) 114.690 820.876

968.346 162.300 (42.741) 119.559 1.087.905

6.445.947 82.256.207 100.736.884 189.439.038

3.830.666 88.472.775 76.546.698 168.850.139

1.120.843

1.362.641

TOTALE ATTIVO

191.380.757

171.300.685

PASSIVO

31/12/2018

31/12/2017

3.000.000

-

24.355.475

24.414.453

1.016.097 94.477.257 95.493.354

15.465.458 82.011.799 97.477.257

TOTALE PATRIMONIO NETTO

122.848.829

121.891.710

B) FONDI PER RISCHI E ONERI

82.225

82.225

677.347

695.846

3.390.563 260.476 381.435 739.472 60.963.374 65.735.320

2.265.607 200.170 318.879 1.149.093 44.697.155 48.630.904

2.037.036

-

191.380.757

171.300.685

65.209.234 189.953.941

58.287.450 154.827.111

64.482.794 -

64.497.034 -

18.800 227.832

18.800 -

Totale immobilizzazioni C) ATTIVO CIRCOLANTE II Crediti diversi III Titoli e fondi comuni d’investimento IV Disponibilità liquide Totale attivo circolante D) RATEI E RISCONTI ATTIVI

A) PATRIMONIO NETTO I Fondo di dotazione II Patrimonio vincolato 1) Patrimonio vincolato per decisione degli organi istituzionali III Patrimonio libero 1) Risultato gestionale dell’esercizio 2) Risultato gestionale da esercizi precedenti Totale patrimonio da destinare agli scopi istituzionali

C) TRATTAMENTO DI FINE RAPPORTO DI LAVORO SUBORDINATO D) DEBITI ESIGIBILI ENTRO L’ESERCIZIO SUCCESSIVO 4) Debiti verso fornitori 5) Debiti tributari 6) Debiti verso enti previdenziali 7) Debiti diversi 8) Debiti verso organismi di ricerca TOTALE DEBITI E) RATEI E RISCONTI PASSIVI TOTALE PASSIVO F) CONTI D’ORDINE Progetti di ricerca approvati dagli organi scientifici, le cui assegnazioni sono ancora da deliberare dagli organi istituzionali nell’esercizio successivo negli esercizi successivi Contributo del 5 per mille da incassare: anno 2016 (redditi 2015) anno 2017 (redditi 2016) anno 2018 (redditi 2017)

*)

Beni mobili disponibili in attesa di realizzo Beni mobili da successioni accettati e non pervenuti *) importi non ancora comunicati dagli organi competenti. Milano, 16 Aprile 2019 - Il presidente Pier Giuseppe Torrani


... versione integrale su: airc.it/fondazione/chi-siamo/bilancio/bilancio-2018 RENDICONTO GESTIONALE A PROVENTI E ONERI AIRC (VALORI IN EURO)

PROVENTI

Contributi Proventi da contributo 5 per mille Arance della Salute® Azalea della Ricerca® I Giorni della Ricerca® Auguri di Natale Attività dei Comitati regionali Cioccolatini della Ricerca Altre iniziative Beni mobili e immobili ricevuti per successione e donazione Contributi finalizzati Comunicazione e sensibilizzazione

NETTO

PROVENTI

2018

1 ATTIVITÀ ISTITUZIONALE DI RACCOLTA FONDI 1.1 1.2 1.3 1.4 1.5 1.6 1.7 1.8 1.9 1.10 1.11 1.12

ONERI

ONERI

NETTO

2017

26.465.720 64.497.034 2.702.702 8.785.176 2.525.489 1.245.464 4.116.189 1.705.322 2.227.972 2.710.602 4.402.780

(4.579.042) (1.288.057) (3.195.753) (302.029) (386.985) (1.021.858) (795.219) (762.432) (27.037) (1.042.487)

21.886.678 64.497.034 1.414.645 5.589.423 2.223.460 858.479 3.094.331 910.103 1.465.540 2.683.565 4.402.780 (1.042.487)

24.218.271 64.953.814 2.591.847 8.688.747 2.895.989 1.247.739 4.025.896 1.651.147 1.649.781 1.369.098 964.585 -

(5.404.212) (1.368.320) (3.279.497) (255.091) (260.066) (669.424) (806.755) (534.376) (11.086) (1.021.610)

18.814.059 64.953.814 1.223.527 5.409.250 2.640.898 987.673 3.356.472 844.392 1.115.405 1.358.012 964.585 (1.021.610)

121.384.450

(13.400.899)

107.983.551

114.256.914

(13.610.437)

100.646.477

(7.640.919) (104.114) (2.138.223) (538.470) (345.185) (351.260)

(7.640.919) (104.114) (2.138.223) (538.470) (345.185) (351.260)

(6.921.100) (113.864) (778.623) (288.719) (331.392) (326.989)

(6.921.100) (113.864) (778.623) (288.719) (331.392) (326.989)

(11.118.171)

(11.118.171)

(8.760.687)

(8.760.687)

(1.523.001)

(1.523.001)

1.200.299

-

1.200.299

672.886

(18.509)

654.377

820.259

(64.016)

756.243

672.886

(18.509)

654.377

820.259

(64.016)

756.243

122.057.336

(26.060.580)

95.996.756

116.277.472

(22.435.140)

93.842.332

5.1 Assegnazioni deliberate dagli organi istituzionali per progetti di ricerca, borse di studio e interventi vari 5.2 Informazione scientifica Fondamentale e sito internet

(91.105.972) (2.035.137)

(91.105.972) (2.035.137)

(74.633.510) (2.184.332)

(74.633.510) (2.184.332)

5.3 Altri oneri per attività istituzionali TOTALE

(1.839.550) (94.980.659)

(1.839.550) (94.980.659)

(1.559.032) (78.376.874)

(1.559.032) (78.376.874)

(121.041.239)

1.016.097

(100.812.014)

15.465.458

TOTALE 2 ONERI DI SUPPORTO GENERALE 2.1 2.2 2.3 2.4 2.5 2.6

Oneri per il personale Oneri per la gestione sostenitori Spese generali Godimento di beni di terzi Acquisto di beni durevoli Oneri per la gestione dei Comitati regionali TOTALE

3 PROVENTI E ONERI FINANZIARI E PATRIMONIALI 4 PROVENTI E ONERI STRAORDINARI TOTALE TOTALE MEZZI DISPONIBILI DELL’ESERCIZIO 5 ATTIVITÀ ISTITUZIONALE DI SVILUPPO DELLA RICERCA ONCOLOGICA E INFORMAZIONE SCIENTIFICA

RISULTATO GESTIONALE DELL’ESERCIZIO Milano, 16 Aprile 2019 - Il presidente Pier Giuseppe Torrani

122.057.336

116.277.472


RACCOLTA FONDI Azalea della Ricerca

600.000 azalee per la battaglia contro i tumori femminili a cura della REDAZIONE

3.600

piazze di tutta Italia domenica 12 maggio, giorno della Festa della mamma, si sono unite anche quest’anno in occasione dell’Azalea della Ricerca. L’iniziativa ha avuto come sempre uno straordinario successo, con 600.000 piantine distribuite, e la donazione necessaria per aggiudicarsi l’azalea, un fiore scelto da AIRC fin dal 1985 per simboleggiare la battaglia contro i tumori femminili, servirà a sostenere concretamente il lavoro dei nostri ricercatori, impegnati a trovare le terapie più adeguate da portare, nel più breve tempo possibile, dal laboratorio al paziente. Ogni anno in Italia le donne cui viene

28 | FONDAMENTALE | GIUGNO 2018

diagnosticato un tumore al seno o agli organi riproduttivi sono oltre 63.000. Il cancro al seno è di gran lunga il più frequente, con circa 48.000 nuovi casi annuali, ma grazie alla ricerca scientifica la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è salita nell’ultimo ventennio dal 78 all’87 per cento. Con l’obiettivo di raggiungere il maggior numero possibile di guarigioni, AIRC ha investito negli ultimi 3 anni oltre 26 milioni di euro nella ricerca su questa specifica patologia, e indispensabili sono stati i fondi raccolti proprio in occasione dell’iniziativa Azalea della Ricerca. Uno strumento fondamentale per la lotta contro il cancro è anche la pre-

venzione. Per questo AIRC si impegna così tanto nel garantire un’informazione puntuale e aggiornata sugli stili di vita corretti da seguire, attraverso tutti i canali di comunicazione, e ogni anno distribuisce insieme alle piantine di azalea una preziosa guida divulgativa. Quest’anno il focus della guida è stato il benessere, argomento affrontato sia con approfondimenti sugli ultimi traguardi raggiunti dalla ricerca, sia con articoli dedicati a temi specifici, come il rapporto tra stress e cancro e appunto le misure di prevenzione da adottare a seconda della fascia d’età, in cui l’attività fisica e un’alimentazione corretta giocano un ruolo centrale. Ancora una volta quindi la Festa della mamma è stata un’occasione per combattere insieme il cancro, ma il merito della riuscita dell’iniziativa va condiviso con tutti i sostenitori, i 20.000 volontari, i partner e i media che hanno fatto fiorire l’Azalea in tutta Italia e si sono uniti ai 5.000 ricercatori sostenuti da AIRC nella sfida per rendere i tumori femminili sempre più curabili.

... scopri di più su: www.lafestadellamamma.it


Sport e salute #oggicorroperAIRC2019, un calendario di eventi sportivi a favore della ricerca

R

unner, sportivi per passione, sostenitori AIRC, ricercatori e team aziendali hanno corso insieme, in occasione delle più partecipate maratone podistiche d’Italia, per sostenere la ricerca sui tumori pediatrici. Nel mese di aprile, con la Milano Marathon e la Maratona internazionale di Roma, è stata inaugurata la partnership fra Iberdrola, uno dei leader nella produzione e distribuzione di energia da fonti rinnovabili e da sempre impegnata nella promozione della cultura glo-

bale della sostenibilità, e Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro. “Siamo felici di poter correre insieme ad AIRC per una causa così importante come quella del futuro delle nuove generazioni, in un contesto che ci vede già impegnati da tempo per promuovere il valore della protezione dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. Iberdrola vuole muovere il mondo in modo pulito e responsabile, per noi stessi e per la collettività; è quello che facciamo ‘di corsa’ anche oggi con sempre più convinzione” afferma Lorenzo Costantini, Country Manager di Iberdrola in Italia. Questo impegno si sposa naturalmente con la visione di AIRC e si è tradotto in un invito a fare sport insieme, correndo le più importanti maratone d’Italia – Roma, Milano, Venezia e Firenze – e partecipando a eventi sportivi a Torino, Bari e Forte dei Marmi nel corso di tutto il 2019. Un invito ancora più im-

CONAD per AIRC

P

er il terzo anno consecutivo, dall’8 al 12 maggio, Conad ha scelto di sostenere AIRC. In tutti i suoi punti vendita i clienti, acquistando una piantina di roselline, hanno potuto donare alle mamme un pensiero floreale e un augurio di speranza per tutte le donne sostenendo concretamente, insieme a Conad, la ricerca sui tumori femminili. Per ogni piantina acquistata 50 centesimi sono stati devoluti alla nostra Fondazione. Come avvenuto in passato, la raccolta sarà finalizzata al finanziamento di due borse di studio annuali nell’ambito della ricerca sui tumori femminili.

portante perché, sostenendo la ricerca scientifica sui tumori pediatrici, si rivolge in particolare alle nuove generazioni. La squadra AIRC alla 19° Milano Marathon è stata composta da 52 team che hanno partecipato alla staffetta 4x10 chilometri e da 5 maratoneti che hanno affrontato l’intero percorso. Componente fondamentale della compagine AIRC sono state le 18 squadre delle aziende che hanno coinvolto i propri dipendenti in un’iniziativa di team building, fra cui Iberdrola, IGPDecaux Spa, LCA, Lindt, Fondazione Roche e Vitasnella. A Roma, invece, il grande gruppo AIRC che ha corso i 5 km della Stracittadina contava più di 200 appassionati uniti a favore della ricerca. I fondi raccolti attraverso le due iniziative e gli altri eventi sportivi già previsti per il 2019 saranno destinati al finanziamento di due borse di studio per giovani ricercatori.

Le sfide più difficili hanno bisogno delle imprese

I

tumori del polmone, del cervello e del pancreas, le cui diagnosi continuano ad aumentare (dati AIOM 2018), sono tra i più difficili da curare, e per questo l’impegno nel trovare cure efficaci necessita di una spinta sempre maggiore, in cui le imprese possono giocare un ruolo centrale. AIRC ha rinnovato il suo appello alle aziende italiane affinché aderiscano a questa sfida. Il Fondo Impresa contro il cancro è lo strumento con cui possono convogliare le proprie donazioni per rendere anche queste forme tumorali sempre più curabili, attraverso una diagnosi tempestiva e cure sempre più mirate e personalizzate. Per qualsiasi informazione e per aderire: 800.777.222 GIUGNO 2018 |


IL MICROSCOPIO

Federico Caligaris Cappio Direttore scientifico AIRC

I messaggi dell’AACR

ATTENTI ALLE TRUFFE AIRC non effettua la raccolta fondi “porta a porta”, con incaricati che vanno di casa in casa. Nel caso dovesse succedere, stanno tentando di truffarvi. Denunciate subito la truffa chiamando la polizia (113) o i carabinieri (112).

D

al 29 marzo al 3 aprile 2019 si è svolto ad Atlanta, negli Stati Uniti, l’annuale congresso dell’American Association for Cancer Research (AACR) che ha visto la presenza di oltre 20.000 ricercatori e clinici da tutto il mondo. L’AACR è la più importante società scientifica che si occupa di ricerca in oncologia a livello internazionale. Il congresso di quest’anno ha avuto un significato particolare per la ricerca italiana, e per AIRC, dal momento che durante la cerimonia di apertura è stato consegnato ad Alberto Mantovani il prestigioso premio Pezcoller-AACR per la ricerca sui tumori. I partecipanti si sono confrontati sul tema generale: “Che cosa abbiamo capito finora del cancro e quali sfide ci attendono?”. Il congresso ha lanciato alcuni messaggi importanti. In primo luogo la conferma, sottolineata da ogni nuovo risultato, che il cancro è un sistema estremamente complesso: per riuscire a capirlo non servono atteggiamenti semplicistici e non esistono scorciatoie, ma soltanto il lavoro continuo, costante dei ricercatori, i cui risultati devono essere confermati dalla comunità scientifica internazionale. La ricerca sul cancro è imperniata sul concetto che le cellule tumorali e il tessuto in cui si sviluppano e prosperano – il cosiddetto microambiente – costituiscono un vero e proprio ecosistema in cui i diversi elementi, cioè le cellule cancerose e le cellule normali di contorno, crescono ed evolvono sorreggendosi a vicenda. In questo microambiente le cellule del sistema immunitario, incluse alcune fino a oggi neglette o poco considerate, assumono un ruolo cruciale. La sfida consiste nell’interrompere queste relazioni pericolose.

38 | FONDAMENTALE | APRILE 2014

Tale interruzione è alla base dell’immunoterapia, le cui applicazioni stanno procedendo a grandi passi, e degli studi clinici con le terapie cosiddette “di combinazione”, in cui all’immunoterapia si associano altri farmaci, sia biologici (cioè mirati al difetto molecolare della cellula tumorale), sia chemioterapici oculatamente scelti. Le attuali conoscenze permettono di definire in modo più preciso a quali terapie il singolo paziente prevedibilmente risponderà meglio, in base alle caratteristiche molecolari delle sue cellule tumorali e alla reattività del suo sistema immunitario, e quindi quali pazienti avviare al trattamento in specifici studi clinici. Un altro messaggio nasce dalla constatazione che le innovazioni tecnologiche sono in grado di offrire risorse sempre più rapide e sofisticate per rispondere con precisione a un numero sempre maggiore di complesse domande scientifiche. Sta dunque ai ricercatori riuscire a porsi le domande “giuste”, cioè capire come e in quale direzione indirizzare il proprio impegno nella ricerca, quale tecnologia sfruttare e come utilizzarla. Un ulteriore importante messaggio è che lo studio delle metastasi è diventato un’assoluta priorità a livello internazionale. Questa considerazione conforta AIRC nella scelta di avere lanciato nel 2017 e nel 2018 i bandi 5 per mille incentrati proprio sulla malattia metastatica. Naturalmente molte domande essenziali sono ancora senza risposta e questa è la sfida per il futuro. Tuttavia i risultati di oggi permettono di vedere con sempre maggiore chiarezza quali sono le domande a cui rispondere nell’immediato allo scopo di rendere il cancro sempre più curabile.


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DAI VOSTRI MOMENTI SPECIALI PRENDE FORMA NUOVA RICERCA. La vita è piena di occasioni che vale la pena di celebrare: dal matrimonio al battesimo, dalla cresima alla laurea. Scegliendo le idee solidali AIRC donerete un sostegno concreto a chi lavora ogni giorno per rendere il cancro sempre più curabile.

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Si ringrazia Remo Girone per la sua testimonianza.

Foto: Raffaello Balzo

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Fondamentale Giugno 2019  

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