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Marco Baggi

VERTIGINE  

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VERTIGINE Copyright © 2013 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-535-9 Copertina: Immagine realizzata dall’autore

Prima edizione Maggio 2013 Stampato da Logo srl Borgoricco - Padova


A Valentina, voce immensa e indimenticabile


La terra non avrà più membra intatte e domani l’anima sarà calpestata da piedi stranieri e tutto perché un tizio qualsiasi possa allungare le mani su qualche Mesopotamia… tu che combatti per loro e muori, quand’è che ti leverai in piedi in tutta la tua statura e lancerai sulla loro faccia la tua ira profonda in un grido: “Perché si combatte questa guerra?” Vladimir Majakovshij, 1914

...una guerra giusta o no, e comunque che ne so io, quando questa finirà sempre un’altra ci sarà. Raf, Il Re, 1993


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Prologo

Il continuo sciabordio del fiume s’insinuava facilmente nel silenzio di quella notte, scesa a coprire gli orrori e le devastazioni di un altro giorno di guerra. Il buio sapeva nascondere i crateri, i cadaveri che riempivano il terreno, le armi spezzate e perfino il sangue, almeno fino al nuovo arrivo dei raggi del sole. Ma ciò che non poteva celare era il lezzo di morte di cui l’aria sembrava fradicia, unito a quello acre della polvere da sparo e delle granate esplose durante la giornata. Arricciando il naso, un giovane aspirante del centoundicesimo reggimento di fanteria stava pensando proprio a quello mentre osservava il campo di battaglia davanti a sé. Nessuno gli aveva mai parlato di quel tremendo particolare, scoperto suo malgrado durante quei primi giorni di prima linea; tutto e tutti, dai giornali fino ai superiori che dovevano prepararlo alla guerra, parlavano soltanto di Patria, grandi azioni e gesta eroiche. Nemmeno una parola sulla morte, così forte da entrare nelle ossa e nella mente di ogni uomo al fronte. Quel pensiero, unito alla fredda nottata novembrina, lo fece rabbrividire, obbligandolo a stringersi ancor di più nel suo cappotto di panno. «Signore, le conviene starsene al caldo.» disse un soldato di vedetta, appostato lungo la trincea alla sinistra dell’ufficiale. L’aspirante De Marchi sorrise benevolo, per nulla spaventato da quella voce spuntata dal nulla. «Non mi vuoi proprio tra i piedi, eh, Cristofori?» lo canzonò. «Devi per caso vederti con qualche donnina?» Cristofori, un veterano con almeno dieci primavere in più del suo superiore, si fece cogliere alla sprovvista. «No… no, signore, cosa dice?» replicò impacciato. De Marchi non poteva vederne bene il volto per via dell’oscurità, ma rise ugualmente divertito immaginandoselo rosso dall’imbarazzo. «Sto scherzando, non preoccuparti» lo rassicurò subito dopo. «E comunque è il mio turno ora, quindi mi dovrai sopportare per un altro po’.»


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Un razzo illuminante salì improvviso al cielo dalle linee avversarie, a rischiarare un tratto della terra di nessuno proprio dinanzi a loro. Colpita dalla luce, l’acqua del fiume Piave rispose con un proliferare di allegri luccichii, quasi volesse esorcizzare con quella sua vitalità la follia degli uomini sulle due sponde, impegnati a massacrarsi senza alcuna pietà. Ombre lunghe e sinistre si allungarono invece davanti alle trincee, conferendo un tono ancor più lugubre a quell’atmosfera da girone dantesco. Il razzo ballonzolò incerto a una cinquantina di metri dal suolo, poi si spense cedendo nuovamente alla notte il ruolo da protagonista. Fu proprio durante la sua agonia che De Marchi vide qualcosa. Allarmato, si avvicinò al bordo della trincea, scrutando con insistenza il nulla celato oltre il suo naso. «Che c’è, signore, ha visto qualcosa?» domandò Cristofori. «Ssst!» lo zittì l’ufficiale. «Credo ci sia qualcuno là fuori.» Cristofori posò il fucile e gli si avvicinò, affiancandolo. «È sicuro?» «Certo che lo sono, maledizione!» sbottò infastidito. «Ho visto almeno due soldati!» De Marchi afferrò il braccio del suo sottoposto, che lo fissava interdetto. «Andiamo a controllare!» disse eccitato. Il fante abbozzò una timida protesta. «Ma signore, non sarebbe meglio dare l’allarme? In due non potremo combinare molto.» Al fronte aveva imparato a conoscere fin troppo bene quel genere di ufficiali, giovani ragazzi farciti di grandi ideali e alla perenne ricerca della gloria sul campo di battaglia, attraverso gesta inutili e pericolose. Non capivano che la vera gloria era riuscire a tornare a casa vivi dai propri cari. De Marchi non sembrò neppure udire le parole di Cristofori e, ingolosito dalla possibilità di mettersi in buona luce di fronte ai suoi superiori, non cedette. «Se si tratta di soldati austriaci o tedeschi daremo subito l’allarme, non ti preoccupare» lo incalzò. «Ma se lo diamo e si scopre che non c’era nulla, faremmo la figura dei cagasotto.» «Ho capito, signore» replicò paziente il fante. «Però non voglio rischiare la pelle.» L’ufficiale spiegò la propria bocca in un sorriso, del tutto preparato a una reazione del genere. «Cristofori, questo è un ordine» disse con naturalezza, quasi non si rendesse minimamente conto del pericolo verso cui stava spingendo se stesso e il povero fante. «Forza, arraffa il fucile e andiamo.»


11 Mentre il giovane già scavalcava il parapetto della trincea, al veterano non rimase altro che scuotere la testa, sfogando il proprio disappunto con una nutrita serie di imprecazioni a mezza bocca. Non serviva discutere, neppure la più grande esperienza al fronte poteva nulla contro la parola di un ufficiale, se pur appena arrivato. Si domandò cosa diavolo avesse in mente di fare quella specie di bambino, un bambino che forse considerava ancora la guerra come un grande e bellissimo gioco. Di certo, pensò rabbioso, non si sarebbe fatto ammazzare per compiacere la sua assurda ricerca di gloria. Usciti dalla trincea avanzata, i due uomini proseguirono chini verso la lunga fila di reticolati che sbarrava la terra di nessuno fino al fiume. Conoscevano bene i varchi aperti tra cui infilarsi, ma il buio e i numerosi cadaveri resero impegnativo il loro incedere sul terreno fangoso, ridotto a un viscidume dalle continue piogge dei giorni precedenti. Il fragore dell’acqua confermò l’avvicinamento al Piave, e con esso anche alle postazioni tedesche poco distanti, immerse nel buio più totale e per fortuna ancora silenziose. Dopo pochi istanti un lieve brusio, appena percettibile sopra il rumore del fiume, attirò l’attenzione dei due italiani. «Lo senti anche tu?» sussurrò l’aspirante a Cristofori, poco più indietro. «Sì, signore» rispose l’altro, poco entusiasta nello scoprire che il suo superiore aveva visto giusto. A quel punto pregò soltanto di non imbattersi in soldati nemici, ma piuttosto in qualche moribondo rimasto bloccato lì oppure in una corvée smarrita per colpa del buio. «Poco più avanti, sulla destra.» De Marchi si stese a terra, subito imitato da Cristofori; non riuscendo a comprendere alcuna parola, l’ufficiale decise di avvicinarsi ulteriormente a quell’indefinito chiacchiericcio. «Signore, stia qui!» lo avvertì il fante, preoccupato. Se si fosse cacciato nei guai, toccava a lui andarlo a soccorrere nel bel mezzo della terra di nessuno. Come se non avesse nulla di meglio da fare in quella fredda notte di guerra. Il giovane ignorò l’ammonimento del veterano e proseguì ad avanzare con cautela lungo il fango dell’argine. Quando Cristofori lo vide estrarre le pistola strinse a sé il proprio fucile, tentando con quel gesto di dissipare l’angoscia di quegli istanti. Sentì il suo cuore battere all’impazzata, tanto forte da sembrare pronto a schizzargli fuori dal petto. Riconobbe l’identica sensazione provata poco prima di un assalto,


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dove tutte le paure si addensavano improvvise nella mente e nel corpo, atroci a tal punto da fargli perfino bramare l’inizio della battaglia stessa. Erano quelle attese infinite e logoranti a distruggere i nervi di un soldato. «Alt! Chi va là?!» Il grido di De Marchi esplose nel buio, scuotendolo dai suoi pensieri. Il brusio si arrestò immediatamente, sostituito dall’inconfondibile schiocco di alcuni otturatori che venivano chiusi. Poi risuonarono gli spari, vicinissimi. Lampi di luce saettarono fra i reticolati, dando il via alla corsa impazzita delle pallottole che fischiarono attorno ai due soldati italiani; zolle di terra volarono in aria e il filo spinato si mosse e stridette sotto quei colpi ravvicinati di fucileria. «Porca puttana!» urlò terrorizzato Cristofori. «Ci sparano addosso!» Istintivamente si buttò dietro il riparo più vicino, un cadavere gonfio e bluastro su cui i colpi presero a infierire con ferocia. Non sembrò nemmeno accorgersi dei frammenti di materia organica che gli piovevano addosso, inzaccherandogli divisa ed elmetto in un miscuglio putrescente. Dopo alcuni istanti cercò di calmarsi e riordinare le idee, augurandosi di trovare un modo per uscire al più presto da lì. La scarica di fucileria non accennava a fermarsi, e muoversi da quel riparo avrebbe significato una morte certa. Grazie ai bagliori delle deflagrazioni riuscì a intravedere De Marchi, steso bocconi pochi metri avanti. «Signore, venga via di lì!» urlò a squarciagola. «Torni indietro!» Non ottenne però alcuna risposta, e un fiotto di disperazione cominciò a salirgli in gola. «Maledizione! Ecco cosa succede a fare di testa propria!» Infilò le mani tremanti nel tascapane in tela che portava a tracolla, cominciando a rovistare al suo interno fino a trovare ciò che cercava. Estrasse una piccola bomba a mano, l’unica SIPE rimastagli dopo l’ultimo combattimento contro gli austriaci lungo la prima linea. Levò la cannula protettiva della miccia e l’innescò immediatamente, sfregandola contro un ciottolo lì accanto; sollevato leggermente il capo oltre il suo riparo, lanciò la granata in direzione degli spari, per poi rituffarsi ancor di più nel fango dell’argine, in attesa. L’esplosione arrivò subito dopo, cupa e terribile come quella notte senza fine. La terra parve squassarsi per un istante, mentre il fango schizzò


13 impazzito verso il cielo prima di ricadere in una miriade di sbuffi sul terreno. Poi, soltanto silenzio. Con grande cautela alzò un poco la testa, tentando con quel movimento di scorgere gli effetti della sua granata, ma un nuovo e improvviso rumore lo costrinse di nuovo a terra. Udì chiaramente uno scalpiccio frettoloso alla sua destra, provocato da un solo uomo che correva in direzione della linea italiana. «Signore, è lei?» gridò dietro alla figura, muta e ormai lontana. Dominato dal terrore e l’incertezza, dovette resistere con tutto se stesso alla tentazione di tornare indietro, fino al sicuro riparo della propria trincea. Col cuore in gola prese ad avanzare per alcuni metri, fino al punto in cui ricordava d’aver visto per l’ultima volta il suo giovane superiore. Lo trovò nella medesima posizione, immobile. Voltatolo, constatò con rabbia la sua morte, resa purtroppo certa da due fori insanguinati sul petto. «Povero ragazzo» sussurrò dispiaciuto. «Che cosa ti è saltato in mente?» Non poté fare altro che slacciargli il piastrino di riconoscimento dal polso e avviarsi verso la prima linea italiana. Venne però fermato da un nuovo razzo illuminante, sparato questa volta dalle postazioni amiche alle sue spalle, il quale sondò come il precedente il martoriato campo di battaglia. La luce schiarì il volto terreo di De Marchi, pietrificato in un’incancellabile smorfia di dolore tanto atroce da far rabbrividire persino l’esperto Cristofori. Si chiese se valesse davvero la pena morire per così poco, in una notte fredda e lontana, senza nemmeno il privilegio di una degna sepoltura. Perché Cristofori lo sapeva, nessuno si sarebbe avventurato là fuori per recuperare un cadavere, anche se di un ufficiale, rischiando inutilmente la vita. Ce n’erano già tanti abbandonati tutt’attorno, consumati dalla decomposizione o dai corvi, e anche il corpo dell’aspirante non avrebbe fatto eccezione, marcendo poco a poco davanti ai suoi occhi colmi d’orrore. Oltre a riempire la mente di pensieri e angosce, la luce del razzo fu però anche in grado di rendergli perfettamente visibile il minuscolo teatro dello scontro appena concluso. A circa sei metri di distanza, ormai a ridosso dell’argine del fiume, giacevano i corpi dilaniati di due soldati tedeschi.


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Non portavano elmetti e le divise apparivano bagnate, come se avessero attraversato a nuoto le acque del Piave. Accanto a essi, il cadavere di un fante italiano steso supino. Cristofori sfruttò il più possibile i pochi istanti di luce che gli restavano, concentrandosi attentamente sul viso dell’italiano: riconobbe quasi subito l’attendente del capitano Artosi, comandante della sua compagnia. Lo aveva incrociato qualche ora prima in trincea, vivo e vegeto, quindi non poteva trattarsi di un soldato morto negli scontri precedenti. Il suo corpo rivelava le stesse identiche ferite dei tedeschi, colpiti a morte dalla bomba a mano di Cristofori, e inoltre stringeva ancora in mano il fucile, segno che non era stato fatto prigioniero. Non c’erano dubbi, pensò il fante, avevano sparato tutti insieme contro di lui e l’aspirante. Il buio tornò finalmente padrone della notte, proprio mentre l’artiglieria dei due contendenti riprese a farsi sentire con forza nel settore. Cristofori, lacerato da pensieri sempre più atroci, decise che era ormai ora di levarsi da lì. Raggiunse di corsa la trincea avanzata, caracollando in mezzo a una masnada di compagni che lo fissavano sgomenti. Volevano sapere cosa diamine fosse successo là fuori ma, oltre al fiato, il fante aveva perso anche la voglia di parlare. Si mosse a ritroso lungo la trincea, intenzionato a ritirarsi nel proprio ricovero in cerca di riposo e soprattutto lucidità. Ciò che aveva visto lo sconvolgeva nel profondo del cuore; era tutto così assurdo, così lontano da ogni realtà da farlo quasi impazzire. Un violento spintone lo liberò per un istante da quei pensieri, terminati contro la parete viscida del camminamento. Alzato lo sguardo, fece appena in tempo a scorgere il capitano Artosi, il comandante della sua compagnia, che si faceva strada senza troppi complimenti fra i soldati dinanzi a lui. Procedeva a testa bassa, senza elmetto e con la divisa inzaccherata di fango e luridume, quasi fosse appena rientrato da un combattimento. Si teneva il braccio destro sanguinante, il volto colmo di smarrimento e paura mentre correva tutto tremante verso il centro di comando. Cristofori fece per dire qualcosa, ma una volta in piedi la tozza figura del capitano era già scomparsa oltre una svolta del camminamento, lasciandolo solo con le proprie domande. Non riusciva a capire molte cose di quella maledetta notte, come se avesse assistito a uno spettacolo teatrale senza comprenderne il significato. Il capitano ferito, i tedeschi oltre il fiume con il suo attendente, la morte di De Marchi. Il tutto con-


15 dito da una guerra feroce che sembrava non voler finire mai, spintasi per di più sul suolo patrio. In quell’istante si sentì un minuscolo granello di sabbia schiacciato dalle ruote di un enorme meccanismo, troppo complesso per essere fermato, troppo complesso per essere anche soltanto concepito. L’eco degli ultimi colpi d’artiglieria si spense pian piano, lasciando che un silenzio terribile accompagnasse il fante verso il ricovero poco lontano. Una volta steso sul proprio pagliericcio, nonostante la mole di domande che gli affollavano il cervello, fu ancora in grado di sussurrare una piccola preghiera per il giovane aspirante. Non riusciva ad avercela con lui, malgrado l’avesse trascinato in un calderone di angosce e paure senza speranza; anzi, si sentì improvvisamente in dovere di fare luce sulla sua morte, sul perché di tutte quelle assurdità. Comprese d’aver scoperchiato un chissà quale segreto, il segreto terribile di una fredda notte d’inferno.


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Capitolo 1° Ritorno a casa

11 Novembre 1917 Ospedale di Montebelluna Fu un sottile raggio di sole, intrufolatosi chissà come fra i pesanti battenti di legno della finestra, a svegliarlo. Aperti gli occhi si stiracchiò qualche secondo, finendo poi per assumere la solita espressione contrariata che lo accompagnava a ogni risveglio mattutino. Nonostante la vita oziosa di quei giorni, avrebbe certamente preferito dormire ancora un altro po’ sprofondato fra i comodi e soprattutto puliti guanciali del letto d’ospedale, in un’estasi di benessere tanto grande da farlo sembrare in paradiso. Gettò allora uno sguardo alla grande camerata, per buona parte ancora avvolta nella penombra, fino a riconoscere le ormai familiari sagome degli altri letti. Erano in tutto quindici, occupati da altrettanti soldati italiani, feriti in chissà quali battaglie lungo la ritirata dall’Isonzo al Piave o nelle disastrose campagne precedenti. La stanza, così come altre del secondo piano dell’ospedale, era stata riservata ai soli ufficiali, destinando la truppa agli spazi del piano terra e del giardino, nel quale erano state montate diverse tende dalla sanità militare. Spesso i loro atroci lamenti e le loro urla di dolore bucavano porte e pareti fino ad arrivare alle orecchie degli ufficiali; al tenente di fanteria Francesco Martini non facevano altro che ricordare, ogni volta in maniera sempre più straziante, le grida degli uomini lasciati a morire sul campo di battaglia. Niente e nessuno gliele avrebbe più cancellate dalla testa. La porta d’ingresso si spalancò di colpo, interrompendo i brutti pensieri del giovane. Entrò il medico, subito seguito da una risma di infermiere per il consueto giro di visite mattutine. Una di loro s’incaricò di aprire le tre grosse finestre della stanza, e così la luce di una bella mattina novembrina andò a illuminare con forza i volti dei feriti. Martini, nel sot-


18 tofondo fatto di brusii e colpi di tosse, si mise seduto in attesa del proprio turno; da sotto il cuscino estrasse un piccolo pezzo di carta, rimirandolo fra le mani per parecchi minuti come se fosse l’oggetto più importante del mondo. Era una lettera, scritta un paio di giorni prima e sopravvissuta a infinite riletture, finalmente pronta per essere spedita a una persona capace di tenerlo vivo nell’inferno della guerra. La lesse per l’ennesima volta, prima di ripiegarla con cura sotto il cuscino; quelle poche righe d’inchiostro racchiudevano tutti i suoi sentimenti più puri, figli del vero animo nascosto sotto la corazza da soldato. «Allora, giovanotto, come stiamo oggi?» La voce tonante del medico spezzò improvvisa quei pensieri. Martini si ritrovò a fissare il volto ruvido di un uomo sulla cinquantina, praticamente calvo ma con un bel paio di baffi neri alla moda a incorniciargli il sorriso. «Molto meglio, signor capitano.» riuscì infine a rispondere. «Ottimo, ne sono davvero felice» proseguì l’altro. «Vediamo un po’ le sue ferite ora.» Il medico sollevò con cura le bende al capo e al fianco destro, lasciandosi sfuggire un mormorio d’approvazione. «Incredibile, veramente incredibile!» esclamò. «Sta guarendo in fretta, mio caro tenente. La sutura non ha creato alcun problema, e non vedo segni di necrosi. Molto bene!» «Spero di poter tornare in piedi entro pochi giorni, signore.» Il medico rise soddisfatto, certamente non avvezzo a commenti entusiastici da parte dei degenti. In una guerra tanto orribile, ogni uomo faceva l’impossibile pur di ritardare l’inevitabile ritorno al fronte, il ritorno a un vero inferno. «Diamine, giovanotto, lei ha proprio fretta di tornare in prima linea! Magari i nostri giovani fossero tutti così, pieni d’ardore per la propria Patria» si voltò verso l’infermiera più vicina, senza abbandonare il suo radioso sorriso. «Signorina, sistemi lei la fasciatura del nostro caro tenente, io proseguo il giro.» E detto questo rivolse le sue attenzioni al letto vicino, occupato da un uomo senza più una gamba. Per via delle sue parole entusiastiche, Martini era riuscito ad attirarsi una nutrita scarica di occhiatacce dai compagni di stanza, o almeno da chi era in grado di farlo. Non riuscivano a comprendere l’assurda voglia di guarire del tenente, lasciando le comode e sicure mura dell’ospedale proprio ora che la guerra sembrava volgere al termine. Il giovane ufficiale aveva sicuramente intenzione di abbandonare al più presto quell’ospedale ma, contrariamente a quanto potessero pensare, non per


19 raggiungere di nuovo il fronte. Nella sua testa si affollavano infatti ben altri progetti. L’infermiera prese a riavvolgere le ferite con una benda di lino, in un modo tanto delicato da non fargli percepire alcun dolore. Martini avvertì il calore del suo corpo, unito a un profumo leggero che faceva breccia nell’aspro odore della stanza, impregnata dal disinfettante. Quel contatto parve riportarlo alla vita, come se il mondo si fosse improvvisamente liberato del grigiore di cui si era circondato. Bastò un istante per riacquistare il desiderio, l’energia giovanile che credeva d’aver ormai dimenticato dentro di sé. «Ecco qua, ho finito.» disse infine l’infermiera. Era piuttosto giovane e bella, al punto da suscitare l’attenzione e la fantasia degli altri malati. La sua veste candida, unita alle cure amorevoli riservate ai degenti, la rendevano simile a un essere celeste, capitato lì chissà come per alleviare le sofferenze dell’uomo. «È per lei, vero?» domandò all’improvviso la ragazza. Martini la fissò interdetto, temendo che i suoi pensieri venissero violati. «Lei chi, mi scusi?» balbettò. L’infermiera abbassò lo sguardo, tradendo un certo imbarazzo. «La sua fidanzata. Intendo dire, vuole rimettersi al più presto per rivederla. Per lei, non per tornare al fronte.» «È così, ha ragione» ammise l’ufficiale. Non aveva senso mentire, non di fronte a quegli occhi capaci di scioglierlo in un istante. «Speravo di ottenere una licenza di convalescenza, o comunque di poter tornare a casa per qualche giorno.» «In un altro momento l’avrebbe ottenuta senza problemi» ribatté la giovane con un’alzata di spalle «Ma con questo macello credo rispediranno al fronte ogni uomo possibile. Al più presto.» Martini sospirò platealmente, confermando con quel gesto la propria delusione. In una situazione del genere, con una gigantesca ritirata in atto, non sarebbe infatti stato facile ottenere una licenza, nemmeno per un ufficiale come lui. «Da dove viene, signor tenente?» «Venezia.» A quella risposta l’infermiera si lasciò sfuggire un gemito. «Le sarà ancora più difficile raggiungerla» confidò dopo alcuni, interminabili secondi di silenzio. «Da quanto si dice gli abitanti la stanno evacuando proprio in questi giorni.»


20 La rivelazione, tanto fulminea quanto terribile e atroce, fece mancare un battito al cuore di Martini. «Come, evacuare?!» «Con il nuovo fronte arretrato sul Piave, Venezia si ritroverà troppo esposta. Per questo i cittadini avranno pensato bene di mettersi al sicuro senza dover attendere l’ordine dall’Esercito.» L’ufficiale rimase a fissare un punto imprecisato davanti a sé, incapace di credere a quelle parole. La sua città, l’incantevole e fragile Venezia, era infine caduta nella trappola della guerra; tutti i suoi timori, scacciati a fatica nell’angolo più nascosto della mente, si erano purtroppo avverati in un solo istante. Dentro di sé cominciò a salire un’angoscia terribile, resa insopportabile dal pensiero dei genitori in pericolo e da Lei, forse già dispersa nel vortice della guerra. No, non poteva restare ancora lì. L’infermiera fece per andarsene, ma il giovane le afferrò il braccio destro. «Aspetti!» strepitò. Per tutta risposta lei lo fissò con aria turbata. «Che c’è, tenente?» «Mi scusi, signorina» Martini s’affrettò a liberarla da quella stretta. «Ho bisogno del suo aiuto.» La ragazza addolcì la propria espressione, rasserenandola con un bellissimo sorriso. «Sono qui per questo» replicò calma. «Il mio compito è aiutare i malati.» «Devo andarmene da qui» la incalzò senza mezzi termini il tenente. «Mi deve aiutare a ottenere la licenza.» «Non se ne parla!» rispose dura. Il sorriso delle sue labbra era ormai divenuto un lontano ricordo. «Non sono un medico, e di certo non potrei decidere per loro.» «Ma lei potrebbe convincerli!» la implorò Martini. «Per favore!» Il tono di quell’accesa discussione sollevò i brusii di protesta degli altri degenti, infastiditi da tanto baccano di prima mattina. Chi poteva farlo si era già messo seduto, per assistere con viva curiosità allo svolgersi della diatriba. «Adesso basta, tenente!» sentenziò l’infermiera in un sussurro. Il volto arrossato testimoniava tutto il suo imbarazzo dinanzi a quell’improvvisata platea, che l’aveva posta al centro dell’attenzione. «Non posso aiutarla, mi dispiace.» disse ancora, un istante prima di riaccostarsi al seguito del medico.


21 L’ufficiale si lasciò cadere sul letto, accentuando così il proprio scoramento. Il cuore cominciò a battergli impazzito nel petto, perché capiva di essere in trappola, condannato a morire fra le sue stesse angosce e paure. Avrebbe voluto fuggire immediatamente e tornare a casa, per salvare i genitori e riabbracciare Lei. «Ehi, tenente, hai finito di far baccano?» disse una voce alla sua sinistra, spezzando quei pensieri. Si volse, incrociando lo sguardo ostile del proprio interlocutore. Era Vergani, un tenente di fanteria col viso deturpato dal fuoco di una granata. Occupava quel letto già da tempo, ben prima che il giovane venisse ricoverato in quella stanza dedicata agli ufficiali. «Allora, si può sapere cos’hai?» insistette. Le bende intrise di sangue sul volto non gli impedivano di mostrare tutta la sua irritazione. «Vuoi la mamma?» Martini si era oramai abituato al tagliente sarcasmo del vicino di letto, oltre alla vista quotidiana di quell’ammasso di pelle distrutta dal fuoco. «Smettila di rompere, Vergani» sbuffò. «Non si può più parlare adesso?» Vergani si mise a sedere, appoggiando la schiena al cuscino. «Parlare?! Sembrava volessi buttare giù l’intero ospedale da tanto gridavi!» Tra le bende spuntò un gran sorriso, subito seguito da una grassa risata che però si perse fra violenti colpi di tosse e fitte di dolore. «Visto, a voler fare il gradasso?» lo dileggiò Martini, prima di ritornare serio. «Ehi, stai bene?» Fra una tossita e l’altra l’uomo riuscì ad alzare un braccio in segno d’assenso. «Sì, sì, tranquillo» bofonchiò infine. «E comunque non stavo facendo il gradasso. Dico soltanto che dovresti startene un po’ zitto.» Il giovane sbuffò nuovamente, fingendosi offeso. «Non hai mai sentito un vero chiacchierone, allora» replicò sorridente. «Conosco un gran parlatore d’infermiere che farebbe davvero al caso tuo.» «Ah sì? Spero non lavori in questo ospedale, allora.» «Non ti preoccupare, non è di certo qui» a Martini tornò alla mente il ricordo di Fortini, un inguaribile ottimista capace di tenere in vita lui e gli altri feriti nel bel mezzo della ritirata. «Era al fronte con me. Chissà dove sarà ora quel povero diavolo.» sebbene fossero trascorsi soltanto pochi giorni dal loro commiato, ne sentiva già la mancanza, così come quella dell’amico Carminati, tornato con i suoi Alpini a combattere sulle montagne. Si augurò con tutto il cuore che stessero bene.


22 Trascorsero diversi minuti di silenzio, nei quali i due uomini lasciarono scorrere i propri pensieri e ricordi. Poco dopo, Vergani tornò a infrangerli. «Martini» lo chiamò serio. «Ti va di parlarne un po’?» «Di cosa, tenente?» «Della ritirata, intendo. Come hai fatto a cavartela?» Martini sprofondò nuovamente fra gli orrori vissuti in quei pochi giorni di guerra, ancora vividi e in grado di sconvolgerlo nel profondo. Non gli sarebbe bastata un’intera vita per imparare a convivere con essi. «Mi dispiace, non ne voglio parlare» rispose a fatica. «In realtà non ne vorrei parlare mai.» Vergani annuì, allungando una mano verso il letto del vicino. «Ti capisco, sai? Non importa.» Il giovane gliela strinse con rinnovato vigore, felice di aver trovato umanità e un poco di sollievo fra tante angosce e timori. «Quello che non capisco», riprese Vergani con tono ironico, «è come mai un ragazzotto come te, così ombroso e sicuro di sé, all’improvviso si metta a piagnucolare dietro a un’infermiera.» Martini sorrise, incassando la battuta. Lasciò la mano del ferito e finse nuovamente una certa indignazione. «Non stavo piagnucolando!» «Oh sì invece, come quando parli nel sonno e invochi la tua bella Elena!» «Cosa diavolo stai dicendo?!» sbottò il giovane, fissandolo stranito. «Non mi prendere per il culo!» Vergani rise divertito, incurante delle ferite che gli causavano dolori lancinanti. «Mi dispiace, mio caro, ma non ti sto affatto prendendo in giro. Guarda che ti ho sentito benissimo l’altra notte.» Martini, punto sul vivo e incapace di replicare, si limitò a fissare l’uomo con aria furente. «Adesso ti tocca parlarmi di questa fanciulla» proseguì senza tregua. «Altrimenti ti sfotterò a vita.» «Neanche per sogno!» sbottò il tenente. L’infermiera, dall’altra parte della stanza in compagnia del medico e altre colleghe, intimò loro il silenzio con un inequivocabile gesto della mano. La voce di Martini si trasformò in un sussurro carico di rabbia. «Non ti parlerò di lei! Sono fatti personali.» Improvvisamente il volto sfregiato di Vergani s’illuminò, quasi avesse dinanzi a sé l’apparizione di chissà quale santo. «Ma certo!» esclamò. «Ecco perché stavi frignando. Tu non volevi tornare al fronte, dico be-


23 ne?» si sporse dal proprio giaciglio, assestandogli un colpetto col pugno della mano destra. «E bravo il mio ragazzo, che vuol rivedere la sua bella amata!» «Piantala, non sei divertente!» Martini respinse l’affondo dell’uomo, il quale continuava a fissarlo ridendo. «Pensa alla tua, di fanciulla.» Quelle ultime parole ebbero il potere di trasfigurare letteralmente l’espressione di Vergani, o almeno di ciò che ne rimaneva al di sotto delle bende. Perduto l’intero buonumore di pochi istanti prima, tornò serio e si stese nel letto macchiato di sangue. «Ci penso fin troppo in realtà» disse affranto. «Chissà se mi riconoscerà ancora in questo stato.» «Vergani… mi dispiace tanto» tentò di scusarsi il giovane. «Non volevo farti star male.» L’ufficiale più anziano scosse la testa. «Non fa nulla, non preoccuparti» sentenziò infine. «Anzi, più sto qui a chiedermelo e più ne soffro» si volse a fissare il compagno, mosso da una nuova scintilla di vita negli occhi scuri. «Credo sia l’ora di scoprirlo di persona.» «Beh, non appena ti daranno la licenza potrai capire.» «E secondo te me la daranno?» ribatté deciso. «A parte la faccia, non ho ferite così gravi. Appena potranno mi rispediranno al fronte, sperando che uno sgorbio del genere ci rimetta la pelle!» Martini accolse lo sfogo del compagno senza fiatare. Era curioso di capire dove volesse arrivare con quel suo discorso infuocato. «Anche tu cerchi la licenza, pur sapendo che non te la concederanno mai. Resta una sola possibilità per riuscire a tornare a casa.» Vergani ritornò a sporgersi dal letto, fino ad arrivare a un palmo dal viso del giovane ufficiale. L’odore dolciastro del sangue, misto a quello del disinfettante, saettò nelle narici di Martini, costringendolo ad arretrare. «Che vuoi dire?» domandò allarmato. «Voglio dire che dovremmo andarcene da qui» l’uomo si era fatto ancora più vicino, in modo da farsi udire con la sua voce atona divenuta ormai un bisbiglio. «E andarcene in fretta.» «Ma sei pazzo?!» replicò Martini. «Vuoi passare come disertore? E se ci beccano?» Vergani non parve minimamente turbato dalla reazione del compagno, anzi divenne perfino spavaldo al suo cospetto. «Senti, parliamoci chiaro: non credo che questa guerra possa continuare a lungo» disse piano. «Con austriaci e tedeschi insieme sul Piave, non ci metteranno molto a


24 sfondare le linee e allora addio a tutta la baracca. E quando questo avverrà, vorrei trovarmi nella mia casa, al sicuro» diede un’occhiata agli altri letti, assicurandosi che nessuno lo stesse ascoltando, poi riprese. «Non voglio finire ammazzato al fronte, proprio alla fine di questa guerra.» «Sei uno schifoso fatalista, ecco cosa sei» convenne Martini, dando sfogo alla propria indignazione. «Ma ti sembra il modo di parlare, questo? E comunque non possiamo certo andarcene come se nulla fosse.» Vergani tornò a sedersi sul giaciglio. La vestaglia chiara era chiazzata qua e là da macchie di sangue secco, precipitatogli dalla ferita al volto. «Guarda che sono qui da molto più di te. Saprei come muovermi.» Martini fece cenno di no con il capo. «Sapresti muoverti?» ripeté ironico. «Ma sei sicuro di reggerti in piedi?» «Pensala come vuoi» sbottò infastidito Vergani, prima di stendersi fra le candide lenzuola del proprio letto e restare in assoluto silenzio. Il giovane fissò il piccolo corteo formato da medico e infermiere mentre lasciava la stanza, senza che esso suscitasse in lui alcuna emozione, almeno in apparenza. In realtà la sua mente stava rimuginando sulle ultime parole del compagno, in un agglomerato di pensieri e congetture. Forse Vergani aveva davvero ragione, era tempo di accettare la sconfitta della guerra e pensare soltanto ai cari rimasti in balia di questa. E trarli in salvo. Ma il rischio era altissimo, significava diventare fuggiaschi e quindi disertori, con l’aggravante di essere ufficiali, non semplici soldati spauriti da reinserire nei ranghi. Se catturati, il loro futuro si sarebbe chiamato fucilazione. Allontanò con un brivido quell’atroce immagine. Non voleva di certo morire, ma soprattutto non voleva distruggere l’onore del padre, costruito duramente in una lunga carriera militare. Fuggendo, avrebbe reso ogni suo respiro una vergogna, un’onta insanabile da sostenere per tutta la sua breve vita. Eppure il desiderio di tornare a casa e riabbracciare Elena e i genitori si fece sempre più forte, tanto da mettere in secondo piano tutti quei rischi assurdi, più gravi della guerra appena vissuta. Si sentì avvampare al solo pensiero che potesse accadere loro qualcosa; l’unica cosa giusta da fare era raggiungerli al più presto e lasciarsi tutto quanto alle spalle. Al diavolo i soldati, le bombe, il sangue e la stessa morte. In seguito a-


25 vrebbe pensato a come cavarsela, nascosto da qualche parte in attesa della fine della guerra. E del perdono di suo padre. «Quando?» chiese all’improvviso. Vergani si voltò di scatto, quasi non volesse credere a quella semplice domanda. Lo fissò per alcuni istanti prima di rispondere. «Il prima possibile» disse. «Stanotte.» Martini annuì. Era deciso. Sarebbero divenuti disertori. Le lunghe ombre sul pavimento annunciavano l’ormai prossimo arrivo della sera. Il timido sole autunnale, minacciato da enormi nuvole scure, stava morendo dietro di loro in una scia di bellissimi colori. Martini lo lesse come un buon auspicio, fermandosi a osservarlo dalla finestra finché non tramontò definitivamente a ovest. Aveva passato l’intera giornata in compagnia di Vergani, il quale l’aveva ragguagliato fin nei minimi particolari sul piano di fuga. Un piano in fondo estremamente semplice: una volta scesa la notte, i due avrebbero lasciato quella stanza, approfittando dell’oscurità per percorrere il corridoio del primo piano, sino ad arrivare a un piccolo ripostiglio la cui porta era solitamente aperta. Dalla finestra del locale si sarebbero poi calati per pochi metri lungo la grondaia fino al suolo, per poi intrufolarsi all’interno della lavanderia, situata proprio sotto di loro e completamente sguarnita la notte. Recuperate alcune divise militari atte a camuffarli, si sarebbero infine dileguati verso i campi a sud-ovest, sparendo alla vista della guerra. Per sempre. «Sei pronto?» proruppe Vergani, di ritorno dalla latrina. Era in piedi, di fronte al letto di Martini. «A guardarti non mi sembri molto convinto.» «Certo che lo sono» replicò il giovane con voce incerta, quasi stentata. «Ho solo un po’ di paura.» Vergani sorrise. «E chi non ne ha?» ammise sincero. «Credo sia normale, a me per esempio sembra di essere alla vigilia di un assalto.» Martini annuì al compagno senza troppa convinzione, mostrando con quel gesto tutto il suo tormentato stato d’animo. Diviso fra paura e speranza, dentro di sé pregava perché quel maledetto piano andasse a buon fine.


26 «E come la mettiamo con la vigilanza?» domandò improvviso, sfogando uno degli innumerevoli dubbi che gli vorticavano in testa. «Voglio dire, ci sarà pure qualcuno a guardia di questo ospedale.» «Non ce n’è molta, almeno da quello che ho potuto osservare negli ultimi giorni» spiegò pazientemente Vergani. «Un gruppo di territoriali fa la ronda attorno all’edificio, la notte. Ma mi sembrano talmente vecchi e malmessi che col buio non riuscirebbero a distinguere un uomo da un piccione» si voltò a indicare un punto oltre la finestra più vicina. «Mentre invece l’ingresso principale, davanti al cancello, è presidiato da una manciata di carabinieri. Di solito controllano chi entra ed esce, oltre a regolare il traffico delle truppe che passano qui di fronte.» «E noi da dove caspita usciremo allora, se controllano l’ingresso?» L’uomo fece spallucce e allargò le braccia, in segno di noncuranza. «Di certo non lì» disse. «Saremmo proprio idioti a voler passare dal punto più esposto. La recinzione esterna è piuttosto bassa e in alcuni punti cade a pezzi; basterà fare un po’ di arrampicata e saremo dall’altra parte. D’altronde questo è sempre stato un ospedale provvisorio, fortuna ha voluto che qui ci fosse questa casa abbandonata per sistemare almeno noi ufficiali.» Un lungo, impenetrabile silenzio scese sui due commilitoni, ognuno perso fra pensieri d’angoscia. Stavano per affrontare la prova più dura, ovvero fuggire e rompere il loro giuramento di ufficiali verso la nazione minata dalla guerra. Un fardello terribile, opprimente, in grado d’infettare ogni pensiero e azione, ma non per questo altrettanto capace d’infrangere i propri intenti. Avrebbero comunque lottato con le unghie e con i denti per riabbracciare le famiglie e tornare a casa, senza più guerra, senza più morte e distruzione. Martini si ritrovò la mano di Vergani sulla spalla. «Coraggio, ragazzo, ce la faremo.» lo confortò, riuscendo a strappargli un debole sorriso. «E adesso veniamo alle cose serie» proseguì. Estrasse una piccola busta di carta e la tese al giovane. «Che cos’è?» «Quello che dovrai spedire se stanotte non dovessi farcela.» Martini si ritrasse. «Ah no!» esclamò. «Non si accettano ultime disposizioni!» Vergani gli mise la busta in mano, scuotendo la testa. «Smettila di fare il bambino! Prendila e non fiatare.»


27 «Va bene, ma una volta fuori te la riprendi. Portano sfortuna queste cose, non lo sapevi?» Martini s’infilò la busta in tasca, evitando accuratamente di leggere l’intestazione scritta sulla carta. Si chiese se non fosse il caso di affidare al compagno anche la sua lettera, la più importante, destinata a Elena. «Sta’ zitto e tienila. E non provare a darmi la tua» lo anticipò, quasi gli avesse letto nella mente. Il tono di voce era duro, ma gli occhi stavano ridendo. «Non voglio gli scritti smielati di un ragazzino. Adesso riposati, ti sveglierò io quando sarà il momento.» Martini annuì, rinfrancato dalla battuta del compagno di fuga, ma non seguì il suo consiglio. Raggiunse la finestra vicina, appoggiando il viso contro il vetro appannato dall’umidità. Sotto di sé, nel cortile interno dell’ospedale, sanitari e feriti affollavano le tende bianche con vivacità, come tante formiche attorno al proprio formicaio. Nuovi degenti arrivavano ogni ora dal fronte, distante soltanto pochi chilometri, mentre nuovi rincalzi vi marciavano per andarvi a morire. Rimase lì immobile a lungo, finché il buio non gli impedì di scorgere alcunché. Soltanto qualche lampo lontano oltre il Montello testimoniava la presenza continua della guerra. A una manciata di chilometri, così come su tutto il resto del fronte, gli italiani combattevano e morivano nel tentativo di arrestare l’avanzata austro-tedesca, giunta ormai in profondità sul suolo d’Italia. Quel conflitto stava cambiando, non era più tempo ormai delle grandi spallate offensive per vincere l’AustriaUngheria: adesso si doveva difendere la propria terra, perfino i propri cari da essa. Con qualsiasi mezzo, a qualunque sacrificio. Un sacrificio che il tenente Martini non sembrava disposto ad accettare. Al termine di queste sue intense riflessioni il giovane cominciò finalmente ad avvertire i primi segnali del freddo, decidendo quindi di coricarsi. Avrebbe così atteso l’inizio della fuga, l’inizio di una nuova vita senza quella follia chiamata guerra. Una vita certamente segnata da vergogna e tradimento, ma libera. Insieme a Elena. Fu svegliato da un vigoroso strattone alcune ore dopo, nel bel mezzo della notte. Aprì gli occhi, scorgendo a malapena il volto bendato del compagno, reso ancor più ripugnante dalla semioscurità nella stanza. Pareva uno strano essere vomitato lì da chissà quale incubo.


28 «Forza, andiamo» bisbigliò Vergani. Martini scese dal letto con cautela e si stese sul pavimento, soffocando il dolore della ferita al fianco; tremava di freddo e paura, mentre i pensieri erano soltanto un’accozzaglia confusa nella mente. «Prendi le scarpe, ma aspetta a mettertele» proseguì l’altro. «Faremmo troppo rumore.» Vergani s’incamminò rapido fino alla porta, silenzioso come uno spettro. Venne subito seguito dal giovane, con le proprie scarpe in mano e il cuore che martellava impazzito nel petto. Quando l’uomo afferrò la maniglia di ferro, Martini pregò ogni santo del Paradiso affinché non cigolasse. Con immenso sollievo la vide girare senza alcun problema, permettendo ai fuggitivi di sgattaiolare fino al lungo corridoio del primo piano. Quest’ultimo, debolmente illuminato da qualche lampada elettrica appesa alle pareti, pareva deserto. Senza perdere altro tempo si precipitarono a sinistra, mantenendosi bassi al di sotto delle grandi e scalcinate finestre, finché non raggiunsero il locale adibito a ripostiglio dell’ospedale. Vergani, con la mano destra già ferma sulla maniglia, si voltò a fissare il compare con aria tesa. «Prega perché sia aperta.» sibilò un istante prima di spingerla. La sua preoccupazione divenne però angoscia nel notare che questa non si muoveva. La porta era chiusa. «Oddio, è sbarrata!» bofonchiò disperato. «Siamo fottuti!» Martini restò a guardarlo sbigottito, incapace di formulare alcuna soluzione. «Non possiamo uscire da un’altra parte?» riuscì soltanto a chiedere. «No che non possiamo!» sbraitò l’altro. «Questa è l’unica via» rimase a osservare la porta in legno con insistenza, come se le sue scure venature potessero suggerirgli un nuovo piano d’azione. «Sfondiamola!» decise infine. «Non mi sembra molto resistente.» E detto questo cominciò a colpirla senza esitazioni, tanto da farla scricchiolare sempre più a ogni spallata. «Fai piano, o ci sentiranno!» lo ammonì Martini. Nel silenzio del corridoio, quei tentativi parevano fragorosi come colpi di cannone. Vergani si limitò a rispondergli con un’occhiataccia, prima di riprendere nel suo furioso intento. Nessuno dei due s’accorse dell’arrivo di una nuova figura, comparsa chissà come alle loro spalle. «Che state facendo qui?» esordì una voce femminile colma di spavento. Martini e Vergani si voltarono all’unisono, fissando esterrefatti quella donna spuntata dalla penombra del corridoio. Era un’infermiera, la stes-


29 sa con la quale Martini aveva discusso quella mattina; indossava una lunga vestaglia di lana, e i capelli neri arruffati testimoniavano il suo brusco risveglio. «Allora, che state facendo?» domandò di nuovo, questa volta con tono ben più accigliato. «Me lo dite subito o preferite parlarne con i carabinieri qui fuori?» Fu Martini, inaspettatamente, a rompere ogni indugio. «Stavamo scappando.» rispose con voce affranta. «Capisco» sospirò la ragazza. «Se tornerete subito ai vostri letti farò finta di non avervi visto.» I due fuggiaschi si guardarono negli occhi per diversi, lunghissimi istanti. C’era ancora una minima possibilità di scamparla, di rinunciare a quell’assurda fuga e tornare senza macchia ai propri letti. Ma essi non furono così furbi. Arrivati fin lì, decisero che ormai non si poteva rinunciare per nulla al mondo. «Per favore, non fate scemenze» sembrò implorarli l’infermiera, dato il loro lungo silenzio. «Se scappate, lo sapete che vi faranno?» Vergani si fece avanti, riprendendo in mano la situazione. «Non si preoccupi, signorina» le disse con fare rassicurante. «La seguiremo fino ai nostri letti. Ma prima sarebbe così gentile da dare un’occhiata al mio compagno?» lanciò un fugace sguardo d’intesa a Martini, che però non riuscì a intuire le intenzioni dell’uomo. «Deve essersi fatto male a una spalla mentre cercava di sfondare la porta. Spero non si sia rotto qualche osso.» La giovane si volse senza indugi verso il tenente, il quale non smetteva di fissare preoccupato Vergani. «Certo, ma poi filate subito senza farvi vedere, altrimenti…» la frase rimase sospesa nell’aria, perché l’infermiera cadde improvvisamente priva di sensi fra le braccia di Martini. Davanti a lui c’era Vergani, con una scarpa fra le mani e un’espressione truce celata a stento dalle bende. «Ma sei impazzito?» sbraitò Martini. «Volevi ammazzarla?» L’uomo indossò la propria scarpa, sollevando le spalle in un gesto di noncuranza. «Cosa preferivi, tornartene tranquillamente a letto?» ribatté sprezzante. «E comunque non ti devi preoccupare, non le ho fatto nulla». Con un’ultima e decisa spallata riuscì finalmente a sfondare la porta, che si aprì sull’angusto ripostiglio. «Forza, mettiamola qui dentro.»


30 I due adagiarono il corpo a terra, in quel locale che sapeva di vecchio e stantio. Martini non smise un momento di fissare il volto cereo dell’infermiera, debolmente illuminato dalla luce del corridoio; pregò con tutto se stesso perché Vergani non l’avesse colpita troppo forte. «Sei un vero bastardo!» lo insultò a mezza bocca. Anche se quella ragazza rappresentava un ostacolo alla loro fuga, deprecava in maniera più assoluta un comportamento così violento nei confronti di una donna indifesa. Vergani si limitò a sorridergli beffardo, già intento ad aprire l’unica finestra del ripostiglio e controllare il cortile sotto di essa. «Sbrighiamoci, la ronda è appena passata» disse. «Abbiamo circa cinque minuti prima che tornino qui. E vuoi lasciarla stare quella povera ragazza?» Martini osservò con occhi colmi d’odio il proprio compagno, trattenendo a stento il desiderio di spingerlo giù dalla finestra. In quegli istanti comprese finalmente il grave errore commesso: non gli importava più di scappare dalla guerra, ma a quel punto non poteva nemmeno tornare indietro come se nulla fosse. L’infermiera stesa ai suoi piedi testimoniava il superamento di ogni limite, la certezza di poter andare soltanto avanti. Verso l’ignoto. «Allora, andiamo?» lo incalzò di nuovo Vergani. «Io scendo, seguimi.» E detto questo si sporse dalla finestra, cominciando a calarsi con cautela lungo la malandata grondaia di ferro. Martini lo vide scendere rapido fino a terra, dove rimase rannicchiato contro il muro in attesa del compagno. Sembrava abituato da sempre a imprese del genere, tanto da far dubitare al giovane la sua reale appartenenza alla semplice fanteria, dalla quale diceva di provenire. «Forza, che aspetti?!» bisbigliò ancora una volta l’uomo, alzata la testa verso la finestra. «Muoviti!» Il giovane ufficiale diede un’ultima occhiata all’infermiera ferita, poi vinse la sua riluttanza e prese a scendere lungo la grondaia. Pur avendo calzato le scarpe, la presa su quella superficie bagnata e arrugginita non era facile, tanto da rischiare più volte di scivolare malamente al suolo. Riuscì comunque a raggiungere Vergani dopo pochi minuti. «Dio, ce ne hai messo di tempo!» lo canzonò. «A momenti arriverà la ronda, dobbiamo muoverci.» L’uomo sbirciò oltre l’angolo della costruzione, sulla destra, valutando con attenzione la prossima mossa di quella fuga. Davanti a loro si scorgevano alcune tende bianche della sanità, illuminate fiocamente da


31 lampade a olio poste fra le brandine dei feriti. Poco oltre, altre tende e materiali vari ingombravano il cortile principale dell’ospedale, nascondendo alla vista il cancello d’entrata presidiato dai carabinieri. «La lavanderia è qualche metro avanti» gli rese noto Vergani. «Stai attento, perché saremo esposti.» Non notarono alcun movimento sospetto fra le tende, ma il rischio di essere scorti da qualche soldato di guardia era comunque altissimo. Seguirono cauti il profilo del muro, fino a giungere dinanzi al locale adibito a lavanderia dell’ospedale; al di fuori giacevano alcuni mucchi di logore divise appartenute ai degenti e in attesa di essere gettate via. «Che fortuna!» esclamò l’ufficiale più anziano. «Non dovremo neppure entrare. Piglia una divisa e mettitela.» Frugarono come forsennati nei cumuli di quegli stracci, in cerca di indumenti adatti allo scopo. Potevano scappare subito, evitando quella penosa operazione nel gelo della notte, ma vestiti della sola camicia da notte sarebbero risaltati come mosche in una tazza di latte. Era di vitale importanza riuscire a confondersi il più possibile con la massa di soldati in transito poco oltre, soprattutto una volta spuntato il nuovo giorno. Nei lunghi istanti della vestizione, il grave borbottio del fronte giungeva nitido ai loro orecchi, segno che anche nel buio l’offensiva degli austro-tedeschi non accennava a fermarsi. Martini si ritrovò incredibilmente attratto dal rombo dei cannoni, quasi volesse tornare a vivere la guerra; sapeva di averla rinnegata, di essere in completa fuga da essa, eppure da qualche parte del suo inconscio ne sentiva il richiamo. Tentò di scacciare quel pensiero, conscio di aver ormai fatto una scelta senza ritorno. «Allora, hai finito?» lo riprese ancora una volta Vergani. Il giovane, perso nei propri pensieri, non si era nemmeno accorto di quali indumenti avesse indossato. Dallo sguardo contrariato del compare, capì di non aver rispettato al meglio i dettami dell’eleganza militare. «Fai schifo, ma in ogni caso non dobbiamo andare a una parata. Però cambiati almeno la divisa.» Martini tastò la propria uniforme. Nella confusione aveva infilato una giubba da ufficiale di cavalleria sopra normali pantaloni da fante, uno strano abbinamento che avrebbe destato i sospetti di un carabiniere anche a chilometri di distanza. «Tieni, meglio assomigliare a dei soldati semplici» consigliò Vergani, porgendogli una nuova divisa. «Ci confonderemo più facilmente.»


32 Il giovane ufficiale annuì senza alcun entusiasmo, confermando con quel gesto tutti i dubbi che in quegli istanti vorticavano inesorabilmente dentro di sé. La nuova uniforme aveva un foro d’entrata all’altezza dell’addome, puzzava di sangue rappreso oltre a essere maledettamente appiccicosa, ma non c’era il tempo di fare gli schizzinosi. Trattenne a stento il proprio disgusto, per poi concentrarsi sulle direttive del compagno di fuga. «Forza, la ronda sarà qui a momenti» comunicò questi. «Torniamo indietro e raggiungiamo la recinzione.» L’uomo piegò a sinistra, muovendosi a ritroso in direzione del ripostiglio dal quale si erano calati poco prima. C’era un qualcosa di comico, osservò Martini, nel vederlo incedere davanti a lui; con la divisa strappata, la testa circondata dalle ingombranti bende e i pantaloni troppo lunghi, sembrava una sorta di pagliaccio scalcinato, intento a intrattenere il pubblico di un circo. Nonostante la situazione drammatica e colma di tensione, al giovane sfuggì un timido sorriso. Un sorriso che svanì come un lampo quando si ritrovarono davanti la ronda di territoriali. Erano quattro vecchi soldati, armati con altrettanto vetusti fucili Vetterli, sbucati per chissà quale motivo dall’angolo occidentale dell’ospedale, in senso opposto al consueto percorso di ronda. Il terrore inchiodò come statue Vergani e Martini, in grado soltanto di sgranare gli occhi dinanzi al pericolo sempre più vicino. Anche i territoriali si arrestarono di colpo, sorpresi, puntando i fucili verso i due fuggitivi; le lunghe baionette, retaggio di un’epoca ormai conclusa, brillavano alla luce di una lanterna portatile tenuta da uno di essi. «Chi diavolo siete voi?!» tuonò l’uomo più vicino, la voce incrinata dallo sgomento. «Cosa state facendo?!» A quelle parole seguirono lunghissimi secondi di silenzio poi, improvviso, Vergani giocò la carta della disperazione. «Weg von hier!» urlò in tedesco, spiazzando completamente la ronda e lo stesso Martini. «Schnell!» Voltatosi, prese il giovane per un braccio e si lanciò con lui in una corsa indiavolata in direzione della tendopoli di sanità. I primi spari cominciarono a risuonare come risposta alle loro spalle. «Gli austriaci, allarmi!» gridarono a squarciagola i soldati di ronda, tanto forte da farsi quasi sentire fino al Piave. L’intero ospedale venne risucchiato in un marasma di caos e paura, con fantaccini, feriti e perso-


33 nale medico che schizzavano a rotta di collo fuori dalle tende per mettersi in salvo da un nemico ancora invisibile. «Merda, dove possiamo andare ora?» sbraitò Martini, ansimante. Avevano raggiunto l’accampamento, finendo per essere inghiottiti a meraviglia dall’accozzaglia di uomini conquistati dal terrore. In quell’inferno i soldati al loro inseguimento si persero fra spari a vuoto e sonore imprecazioni. «Tranquillo, il buon vecchio Antonio Vergani ha ancora qualcosa in mente» lo rassicurò l’ufficiale senza arrestare la propria corsa. «Seguimi!» Con l’astuta mossa di pronunciare quelle poche parole in tedesco, aveva fatto credere alle sentinelle che nel campo fossero addirittura giunti gli austroungarici, avanzati vittoriosamente dal vicino fronte. E questo timore aveva creato il panico, perfetto per la fuga dei due disertori. In un orrido sottofondo di spari e urla forsennate, arrivarono sani e salvi fino al parco mezzi dell’ospedale, nel cortile a est della tendopoli. Parcheggiate nella penombra, tre autoambulanze Fiat erano state lasciate completamente incustodite dopo l’allarme lanciato dai soldati. Gli autieri, certamente non avvezzi alla battaglia, avevano pensato bene di darsela a gambe per sfuggire al pericolo. «Se riusciamo a mettere in moto un’ambulanza possiamo ancora farcela!» sbraitò eccitato Vergani. «Afferra la manovella e avvia il motore!» Martini si era già imbattuto in alcune auto in passato, ma abitando in una città particolare come Venezia non ne aveva mai posseduta una. “Diavolerie d’acciaio” le apostrofava suo padre, ben più affascinato dal portamento fiero di un cavallo o forse soltanto incapace di accettare il cambiamento di un’epoca. Vergani era nel frattempo saltato a bordo per accendere il veicolo, mentre il giovane faceva girare a fatica la pesante leva del sistema d’avviamento. Dopo alcuni singulti, il motore tossì più volte e infine tacque del tutto; insieme a esso s’azzittì improvviso anche il rassicurante frastuono del campo. I due non ci misero molto a comprendere che il gruppo di carabinieri all’ingresso aveva ristabilito in qualche modo l’ordine, ponendo così fine all’assurdo caos scatenato dai fuggiaschi. Alcuni di essi, richiamati dai rumori sospetti provenienti dal parcheggio, erano già in avvicinamento coi fucili pronti a far fuoco.


34 «Riprova, forza!» ordinò perentorio Vergani, la voce rotta dallo sgomento. Il giovane, nuovamente conquistato dalla paura, dovette trattenersi dal fuggire via a gambe levate. Grazie a un ultimo brandello di lucidità, riuscì invece a ruotare ancora una volta la manovella, finché il motore si decise finalmente ad avviarsi e prendere vigore. «Voi! Fermi lì!» urlò uno dei carabinieri, sbucato dal buio con il suo inconfondibile copricapo a forma di lucerna. «Fermi o sparo!» Distava soltanto pochi metri dall’ambulanza, quindi gli sarebbe stato impossibile fallire il bersaglio. Martini alzò la testa, andando istintivamente a incrociare lo sguardo per nulla rassegnato di Vergani al di là del parabrezza e delle bende lacere. «Mi dispiace, ragazzo.» mormorò soltanto. Inserì la marcia e con un’accelerata violenta mise in movimento l’ambulanza, tanto rapidamente da lasciare al giovane soltanto il tempo di gettarsi fra l’erba per non essere investito. Il primo carabiniere fece fuoco, poi tutti gli altri seguirono a ruota crivellando di colpi la vettura, che sbandò paurosamente nella sua folle corsa verso il cancello del campo. Nonostante la paura, Martini venne improvvisamente sopraffatto da una rabbia immensa, figlia della delusione provata in quegli istanti d’adrenalina. Era stato abbandonato, tradito e usato da un compagno che credeva ormai amico. Capì come mai Vergani avesse insistito tanto per quella fuga, facendo leva sui suoi affetti, riuscendo infine a convincerlo; non certo perché gli stesse particolarmente simpatico, ma soltanto per un motivo molto più semplice. Martini era infatti l’unico degente della sua stanza ad avere ferite abbastanza lievi, l’unico che potesse aiutarlo a scavalcare una cancellata o avviare il motore di un’ambulanza. Maledisse il suo modo d’agire affrettato e la stupida fiducia spesso riposta in perfetti sconosciuti, due costanti sempre presenti all’interno del proprio animo. Eppure quelle due stesse costanti stavano per trarlo in salvo. Il veicolo, sforacchiato senza pietà da decine di proiettili impazziti, vacillò pericolosamente fino al cancello di ferro battuto, che sfondò senza troppi problemi in un boato quasi esagerato. Martini lo intravide arrancare a velocità ridotta, sempre inseguito e colpito dalle pallottole sparate dai soldati. Fece solo alcuni metri, prima di terminare la propria corsa nel fossato a lato della strada. Riecheggiò ancora qualche sparo, poi tornò il silenzio.


35 Il giovane si guardò attorno con circospezione. Vicino a lui non c’era nessuno, tutti gli uomini armati avevano raggiunto l’ambulanza semidistrutta dalla quale i carabinieri stavano estraendo un corpo, quasi certamente quello ormai senza vita di Vergani. Se non altro, il gesto egoista dell’uomo aveva favorito lo stesso Martini, ora con la via completamente libera davanti a sé. Alzatosi dall’erba umida, diede un’ultima occhiata all’ingresso colmo di soldati e degenti curiosi, per poi scomparire come uno spettro nella direzione opposta, inghiottito dal buio della notte. Fine anteprima. Continua...

Vertigine  

Marco Baggi, avventura, guerra

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