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CLAUDIO PAGANINI             

UNDICI PICCOLE OMBRE  Piccolo viaggio nel mondo del surreale e del paranormale     

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UNDICI PICCOLE OMBRE Copyright © 2013 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-482-6 Copertina: Immagine Shutterstock.com

Prima edizione Gennaio 2013 Stampato da Logo srl Borgoricco - Padova

           


A mia madre…  mi manchi tanto.     


Prefazione         C’è  un  mondo  intorno  a  noi,  impalpabile,  il  più  delle  volte  invisibile, che ci avvolge e ci avviluppa in una sorta di eterea  nebbia;  ne  abbiamo  coscienza  solo  in  rare  occasioni  o  in  posti  particolari,  ma  sappiamo  che  esiste,  anche  se  non  riusciamo  a  spiegarcelo:  un  universo  di  sensazioni,  premonizioni,  episodi  senza  alcuna  spiegazione  razionale  ma di una concretezza preoccupante. Chi vive esperienze di  questo  tipo  raramente  ne  parla  ma  tutti,  presto  o  tardi,  siamo chiamati ad affrontarle cercando di vincere le nostre  paure nei confronti dell’ignoto.  Undici  racconti  aprono  un  piccolo  spiraglio  sul  lato  oscuro  della  nostra  esistenza,  una  piccola  finestra  su  fenomeni  inspiegabili  che  non  dovrebbero  esistere,  situazioni  a  volte  paradossali  che  però  ci  fanno  riflettere  su  cose  all’apparenza  senza  significato,  per  comprendere  meglio  il  meraviglioso disegno del creato.      


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L’ultimo volo di “Ala Spezzata”  Liberamente ispirato a un’antica leggenda Navajo.          Ai margini di un’antica foresta, proprio dove gli ultimi alberi  cedono il posto alla prateria, viveva un vecchio pellerossa di  nome  “Ala  Spezzata”.  Era  una  persona  molto  anziana  che  aveva  acquistato  con  gli  anni  una  saggezza  non  comune,  tanto  che  ancora  adesso,  quando  c’erano  delle  decisioni  importanti  da  prendere,  veniva  convocato  dal  capo  tribù  perché anche lui esprimesse il suo parere.   I  suoi  figli,  ormai  grandi,  avevano  da  molto  tempo  abbandonato la casa paterna per iniziare altrove la loro vita  e  il  vecchio  Ala  Spezzata  aveva  deciso  che  quello  dove  si  trovava,  sarebbe  stato  un  buon  posto  dove  abitare  nell’attesa  della  morte.  Con  l’aiuto  dei  giovani  guerrieri,  aveva costruito una capanna di tronchi vicino a una piccola  sorgente e lì era rimasto anche quando tutta la tribù aveva  smontato  il  campo  per  trasferirlo  più  a  sud,  dove  l’inverno  era più mite.   Ora che era rimasto solo, i preparativi per la stagione fredda  sarebbero stati lunghi e faticosi ma, senza perdersi d’animo,  iniziò subito raccogliendo tutta la legna che poteva portare.  I  giorni  trascorrevano  veloci  e  il  vecchio  indiano  era 


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talmente impegnato  nel  suo  lavoro  da  non  accorgersi  che  qualcosa  di  strano  stava  accadendo  intorno  alla  sua  casa.  Innanzitutto  riusciva  a  trovare  sempre  della  buona  legna  vicino alla capanna e questo gli permise di farne una buona  scorta  senza  faticare  troppo  ma  anche  la  selvaggina  e  i  frutti  del  bosco  non  scarseggiavano  mai  in  quel  luogo,  nonostante l’inverno fosse ormai alle porte.   Una  sera,  quando  ormai  il  freddo  vento  del  nord  faceva  sentire la sua voce tra i rami degli alberi, l’anziano pellerossa  si  sentì  improvvisamente  molto  stanco:  sdraiato  sul  suo  letto davanti a un bel fuoco che allegramente scoppiettava  nel camino, pensò che presto avrebbe dovuto lasciare quei  luoghi  che  gli  erano  tanto  cari  e  iniziare  l’ultimo  lungo  viaggio verso le praterie del cielo. Non era triste perché, alla  sua età, la morte non faceva più paura ma diventava quasi  una  dolce  compagna  che  attendeva  solo  di  poterti  accompagnare  in  un  luogo  dove  fame  e  freddo  non  esistono.  Cullato  da  quegli  strani  pensieri,  fu  sorpreso  nell’udire un colpo alla porta: si alzò faticosamente dal suo  letto  e,  spinto  dalla  curiosità,  andò  a  vedere  chi  c’era  fuori  dalla sua capanna.   Aprì  l’uscio  lentamente,  cercando  di  distinguere,  nelle  ultime  luci  del  giorno  appena  trascorso,  chi  poteva  aver  causato quel suono. Il vento aveva cessato di soffiare e ora  una  strana  calma  era  scesa  su  quel  luogo:  Ala  Spezzata  si  guardò  intorno  intimorito  fino  a  che  una  voce  lo  fece  voltare verso la sorgente. Lì, accucciato sull’erba, un grosso 


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lupo grigio  lo  stava  osservando  mentre,  sulla  roccia  da  cui  scaturiva  l’acqua,  un  falco  lo  stava  chiamando.  Il  vecchio  indiano  non  poteva  credere  ai  propri  occhi  e,  intimorito,  avrebbe  voluto  fuggire  lontano  quando  la  voce  del  rapace  gli intimò di avvicinarsi.   «Chi  siete?»  chiese  l’anziano  pellerossa  sorpreso  più  che  intimorito dal fatto di poter sentire un animale che parlava.   «Siete venuti per me, per farmi del male?»  Il grosso lupo si alzò di scatto e, con un paio di salti, si portò  a fianco del vecchio.  «Non  temere,  siamo  venuti  qua  da  amici  e  come  tali  ci  comporteremo.  Ti  abbiamo  portato  legna  e  cibo  durante  tutto  l’autunno  affinché  tu  riuscissi  a  completare  le  scorte  prima  che  arrivasse  il  “grande  freddo”  e  ora  ci  siamo  fatti  vedere  da  te  perché  il  falco  ha  una  cosa  importante  da  mostrarti.»  L’anziano  pellerossa,  rincuorato  dalle  parole  del  lupo,  si  avvicinò alla sorgente ripetendo nuovamente la domanda.   «Chi sei?»   Era,  infatti,  meravigliato,  perché  sentiva  di  conoscere  l’animale che gli stava innanzi ma, per quanti sforzi facesse,  non  riusciva  a  ricordare  nulla  che  lo  potesse  aiutare.  Indicando  la  pozza  limpida  ai  piedi  della  roccia  il  falco  cominciò a parlare.  «Molto  tempo  fa  mi  trovavo  in  questo  stesso  luogo;  ero  giovane e inesperto e avevo appena lasciato il nido quando  un  cacciatore  della  tua  tribù  mi  vide  e  mi  scagliò  contro  la 


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sua freccia. Caddi nei cespugli qui vicino, proprio accanto a  una  giovane  donna  che  aveva  appena  dato  alla  luce  un  bimbo. La mia ala, trafitta dalla freccia, mi era rimasta sotto  il corpo, spezzandosi, e mentre mi dibattevo certo che sarei  morto, accadde una  cosa strana; la donna depose il bimbo  fasciato sull’erba accanto a me e mi aiutò a rimettere l’ala al  suo posto, estrasse la freccia e curò la ferita con le erbe che  crescevano vicino alla sorgente. Vedendo il mio arrivo come  un  presagio,  chiamò  suo  figlio  “Ala  Spezzata”,  unendo  in  quel modo il mio destino al suo: tu eri quel piccolo infante e  nel lungo periodo in cui siamo stati vicini mentre tua madre  curava  le  mie  ferite,  i  nostri  spiriti  si  sono  fusi  insieme  donando  a  entrambi  saggezza  e  capacità  che  nessun  altro  possiede. Questa sera sono qui perché è giusto che proprio  da questo luogo che ci ha visto uniti partano i nostri spiriti  per le grandi praterie del cielo.»  Il  vecchio  ascoltò  il  racconto  e  riuscì  a  vedere  nelle  calme  acque  della  sorgente  tutta  la  scena:  si  ricordò  delle  favole  che  sua  madre  gli  raccontava  quando,  da  bambino,  chiedeva spiegazioni sul suo nome e seppe con certezza che  ciò che il falco affermava era la pura verità.   «Che cosa accadrà ora?» chiese l’indiano.   «Volerai via con me, nel vento, tra i rami degli alberi e lungo  le valli del nord, in alto nel cielo. Saremo finalmente liberi e  nuovamente  uniti,  là  dove  l’inizio  e  la  fine  sono  un’unica  cosa.» 


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A primavera  la  tribù  di  Ala  Spezzata  tornò  in  quei  luoghi;  aveva  nevicato  parecchio  quell’inverno  e  un  manto  bianco  copriva  ancora  il  tetto  della  capanna  e  tutta  la  zona  circostante.  Dopo  aver  montato  il  campo,  tutti  i  guerrieri  andarono  a  far  visita  al  vecchio  saggio  e  lo  trovarono  disteso,  nei  pressi  della  sorgente,  con  il  viso  sereno  e  sorridente  rivolto  al  cielo.  Accanto  a  lui,  nella  stessa  posizione,  c’era  un  falco  con  le  ali  spiegate,  quasi  stesse  ancora volando verso chissà quali orizzonti.   In  alto,  sulla  montagna,  l’ululato  di  un  lupo  rese  la  scena  ancora  più  suggestiva  e  irreale  e  i  pellerossa,  intimoriti,  lasciarono  in  silenzio  la  radura.  Da  allora  la  capanna  vicino  alla  sorgente  è  il  posto  più  sacro  per  la  tribù,  dove  i  discendenti di Ala Spezzata vengono a cercare la saggezza e  la pace che non trovano i nessun altro luogo.   


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Il traghettatore di anime          Jack era sempre vissuto lì, nel vicolo, o così almeno riuscivo  a  ricordare,  circondato  da  un  numero  impressionante  di  oggetti  raccolti  qua  e  là.  Era  un  personaggio  strano,  enigmatico, ma del tutto innocuo; si vestiva con quello che  la gente gli regalava e aveva la passione, o per meglio dire la  mania,  di  collezionare  gli  oggetti  più  disparati,  raccolti  chissà  dove.  Li  teneva  tutti  ordinati  su  mensole  improvvisate, puliti e lucidi, quasi fossero tesori inestimabili;  a volte ne prendeva uno, lo stringeva al petto e cominciava  a  parlare  all’aria  che  lo  circondava,  con  calma  e  dolcezza,  come se avesse avuto davanti una persona cara.  Io lo osservavo dalla finestra della mia camera, spiando quel  suo soliloquio continuo e, a volte, ne provavo invidia; io non  avevo nessuno con cui parlare, tenuto prigioniero nella mia  stanza  da  un  morbo  oscuro  che  mi  stava  divorando  lentamente dall’interno.  Jack  era  sempre  lì,  a  custodire  il  suo  tesoro  con  un  amore  che  non  conosceva  sosta,  pronto  a  ringraziare  il  prossimo  per  un  gesto  gentile  o  a  condividere  quel  poco  che  aveva  con  i  randagi  che  andavano  a  trovarlo  in  cerca  di  cibo  o  di  affetto. 


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Solo una volta l’avevo visto diventare violento: un gruppo di  ragazzini aveva voluto fargli un dispetto e, mentre alcuni lo  distraevano,  il  più  grande  di  loro  era  riuscito  a  rubare  uno  dei  suoi  oggetti.  La  sua  reazione  aveva  spiazzato  completamente tutti, me compreso: un lamento profondo,  lugubre e triste, era salito dalla sua gola diventando sempre  più  forte  e  minaccioso.  Aveva  rincorso  il  ragazzo  bloccandogli le spalle con le sue mani nodose, terribilmente  forti:  non  aveva  proferito  parola  ma  lo  aveva  fissato  a  lungo,  negli  occhi,  con  uno  sguardo  terribile,  quasi  volesse  strappargli l’anima.  Il ragazzo, tremante, aveva riposto con cura l’oggetto dove  l’aveva  preso  e,  dopo  aver  balbettato  le  sue  scuse,  era  scappato  via  piangendo.  Nessuno  di  loro  si  era  più  avvicinato  al  vicolo  e  mai  più  anima  viva  aveva  toccato  la  roba di Jack.  Non avendo altro modo per passare il tempo, avevo preso  l’abitudine di osservarlo con attenzione, studiando con cura  i suoi rituali quotidiani, cercando di capire con chi credeva di  parlare  e,  cosa  ancora  più  misteriosa,  che  cosa  diceva  nei  suoi  sproloqui.  Dalla  mimica  del  suo  viso,  infatti,  si  capiva  che  doveva  trattarsi  di  qualcosa  di  molto  importante,  almeno  per  lui,  spiegazioni  di  vitale  importanza  per  chi  aveva  innanzi;  il  suo  viso  era  concentrato  ma  sereno  quasi  stesse insegnando a qualcuno, usando dolcezza e pazienza  per  meglio  far  comprendere  il  concetto,  come  un  maestro  d’asilo con i suoi piccoli scolari. 


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Lo vedevo  gesticolare  con  enfasi,  indicando  un  punto  lontano,  poi  sorridere  e  riporre  soddisfatto  l’oggetto  che  aveva stretto al petto fino a quel momento, non sul ripiano  insieme  con  gli  altri,  ma  in  un  angolo  appartato,  quasi  non  servisse più.  La  mia  malattia,  intanto,  subdolamente  aveva  preso  il  sopravvento  sulle  cure  ed  ero  stato  trasferito,  mio  malgrado,  nel  reparto  oncologico  dell’ospedale  cittadino;  sapevo  che  stavo  giungendo  al  termine  del  mio  triste  percorso  ma,  stranamente,  quello  che  più  mi  mancava  era  Jack e il suo parlare al vento.  Ero  riuscito  a  scoprire,  chiedendo  a  tutti  quelli  che  mi  venivano  a  trovare,  alcune  informazioni  su  quello  strano  personaggio;  non  era  sempre  stato  un  barbone,  anzi:  anni  prima  era  stato  un  rispettato  professore  universitario,  amato e benvoluto da tutti, specialmente dai suoi studenti.  Conduceva  una  vita  regolare,  suddivisa  tra  la  passione  per  l’insegnamento e il suo unico grande amore: sua figlia Emily  di  quindici  anni.  La  moglie  era  morta  qualche  anno  prima,  coinvolta  in  un  brutto  incidente  automobilistico  che  aveva  lasciato quasi in fin di vita anche Jack; era stato l’affetto dei  suoi studenti e l’amore per la figlia a dargli la forza di guarire  e di ritornare quello di prima.  A  volte  però  il  destino  si  accanisce  proprio  con  le  persone  più  buone:  Emily  morì  anch’essa  qualche  anno  dopo,  stroncata  da  un  male  che  non  le  diede  scampo.  In  pochi  mesi  la  sua  giovane  vita  si  spense  e  così  pure  la  voglia  di 


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vivere del  professore;  si  lasciò  andare  sempre  di  più,  incurante  di  tutto  e  di  tutti,  fino  ai  limiti  della  disperata  pazzia, dopo di che scomparve senza lasciare traccia.   Coloro che si erano affezionati al povero insegnante non si  diedero  per  vinti  e  dopo  più  di  un  anno  di  ricerche  estenuanti  riuscirono  a  rintracciarlo  in  un  vicolo  della  mia  città, dove raccoglieva oggetti tra i rifiuti e parlava al vento  con la sua voce calma e cordiale: Jack appunto.  Pensavo  a  lui  molto  spesso  durante  le  lunghissime  ore  passate  a  fissare  il  soffitto  della  mia  camera,  mentre  i  medicinali, sempre più forti, alteravano le mie percezioni e il  mio  senso  del  tempo  e  dello  spazio;  arrivavo  perfino  a  immaginarmi  seduto  vicino  a  lui  mentre  insegnava  alle  persone  irreali  che  aveva  innanzi  come  trovare  la  strada  di  casa.  Deliravo  in  quei  momenti,  ne  ero  consapevole;  un  delirio lucido, dove tutto sembra reale ma distorto, dove le  presenze  davanti  a  Jack  erano  stranamente  opache,  quasi  incorporee.  Lui,  stringendo  i  suoi  tesori  al  petto,  svelava  a  quelle  incorporee  entità  cosa  dovevano  fare  per  trovare  la  pace,  per  passare  finalmente  nella  luce,  verso  la  destinazione finale.   A quel punto, immancabilmente, riprendevo il contatto con  la  realtà  e  ogni  volta  ciò  che  rimaneva  di  quell’esperienza  era  la  frustrazione  di  essere  arrivato  a  un  passo  dalla  comprensione  solo  per  vedersela  scivolare  lentamente  tra  le dita. 


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La fine  arrivò  improvvisa,  di  notte.  Non  posso  dire  di  aver  sofferto,  imbottito  com’ero  di  antidolorifici,  ma  me  ne  accorsi  e  fui  preso  dal  panico;  sentivo  le  ultime  energie  scivolare  via,  lentamente,  mentre  una  terribile  stanchezza  mi ghermiva: avevo gli occhi spalancati nella vana ricerca di  un po’ di luce, poi il buio totale e quel terribile silenzio. Non  vidi  nessun  tunnel  né  tantomeno  una  figura  cara  che  mi  attendeva  come  tante  volte  avevo  sentito  raccontare,  leggende  metropolitane  di  persone  che  erano  morte  per  qualche  istante  e  poi  rianimate;  solo  una  patetica  figura  in  un  letto  sudato,  circondato  da  medici  e  infermieri  impotenti:  io  appunto,  o  ciò  che  ero  stato  fino  a  quel  momento… poi fui risucchiato via.  Jack  era  di  fronte  a  me,  calmo  e  sorridente  come  sempre;  non  da  solo  questa  volta,  ma  circondato  da  persone  che  erano in attesa, come me di una sua parola.  «Jack»  sussurrai  timidamente,  quasi  avessi  paura  di  farmi  sentire.  Lentamente tutti si voltarono verso di me, come se solo ora  si accorgessero della mia presenza; c’erano visi conosciuti di  cui stentavo a ricordare il nome, altri mai visti, ma alcuni, ne  ero certo, erano di persone decedute proprio nel quartiere.   Tutti  lì,  in  attesa  di  qualcosa  o  di  qualcuno;  percepivo  il  legame  tra  loro  e  gli  oggetti  che  Jack  aveva  raccolto  e  lentamente cominciavo a intuire il mistero che da sempre mi  aveva affascinato.  «Chi sei tu?» gli chiesi, indicando tutto ciò che mi circondava. 


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«Che senso ha tutto questo?»  Mi  sorrise  con  quell’espressione  benevola  che  tante  volte  avevo visto nascere sul suo volto; m’indicò prima quelli che  avevo  vicino  e poi  gli  oggetti  sui  ripiani: una  sorta di  fluida  energia  legava  gli  uni  agli  altri  in  un  vincolo  indissolubile…  poi lo vidi.  Mia  madre,  probabilmente,  aveva  riordinato  la  mia  stanza,  buttando  via  le  cose  che  ormai  non  servivano  più,  come  il  mio  orsacchiotto  di  peluche  che  da  bambino  mi  teneva  compagnia  mentre  dormivo;  era  lì  insieme  alle  altre  cose,  ma per me brillava più di tutte.  «Mia figlia morì di un brutto male, ma non andò subito via:  venne  da  me  perché  non  poteva  andare  oltre  senza  risolvere la questione che la legava ancora a questo mondo.  Mi  consolò  e  mi  parlò  di  quante  povere  anime  si  ritrovano  smarrite subito dopo la morte, impossibilitate a raggiungere  la  fase  finale  perché  inconsapevoli  del  legame  che  le  legavano  ancora  a  questa  vita.  Non  avevano  nessuno  che  insegnasse  loro  a  liberarsi  dagli  ultimi  vincoli  terreni,  nessuno  che  potesse  traghettare  il  loro  spirito  verso  la  destinazione  finale.  Presi  io  quel  pesante  fardello,  per  mia  figlia e per tutti quelli che ne avevano bisogno: da allora io  sono semplicemente Jack, il traghettatore di anime.»  Non  so  quanto  tempo  rimasi  in  quel  vicolo;  vedevo  spiriti  passare  oltre,  serenamente,  e  altri  aggiungersi  a  quelli  già  presenti in un ricambio continuo. Nuovi oggetti arricchivano  la  collezione  di  Jack  e  altri  erano  messi  da  parte  perché 


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avevano compiuto  il  loro  compito:  poi  toccò  anche  a  me  liberarmi dal mio pesante fardello terreno. L’ultima cosa che  vidi fu il suo sorriso radioso mentre m’innalzavo sempre più  in  alto  nel  cielo,  verso  una  luce  che  non  aveva  eguali  nel  creato.     


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Una giornata davvero movimentata          Sembrava  una  giornata  come  tante  altre,  di  quelle  che  scivolano via senza lasciare traccia, la solita routine di tutti i  giorni.  Io  e  i  miei  fratelli  ci  stavamo  riposando  dopo  un  pasto  forse  troppo  abbondante;  faceva  caldo  e  l’aria,  umida,  aveva  un  lieve  odore  di  menta  misto  agli  aromi  del  cibo  appena  consumato.  Nel  buio,  uno  accanto  all’altro,  ci  godevamo  il  meritato  riposo,  pensando  che  quello  era  il  modo  migliore  di  passare  il  resto  della  giornata;  eravamo  del tutto ignari di quello che di lì a poco sarebbe successo. I  rumori  del  mondo  esterno  arrivavano  attutiti,  simili  a  una  ninna nanna lontana, come il suono delle onde sulla risacca;  qualcuno  si  lamentava,  una  flebile  vocina  che  non  aveva  un’ubicazione ben precisa.  “Forse uno dei miei fratelli si sente poco bene…” pensai tra  me  cercando  di  capire  chi  fosse;  poi  scese  nuovamente  il  silenzio e non ci feci più caso.  Il  risveglio  fu  a  dir  poco  traumatizzante:  una  luce  bianca,  violenta,  quasi  ci  accecò;  l’aria  divenne  improvvisamente  fredda mentre qualcosa di metallico, appuntito, cominciò a  graffiarci,  uno  dopo  l’altro.  Nessuno  aveva  il  coraggio  di  emettere il benché minimo suono, timorosi che anche il più 


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piccolo accenno  di  vita  potesse  attirare  l’attenzione  di  quello  strano  arnese;  rimanemmo  in  silenzio,  uno  vicino  all’altro,  come  bravi  soldatini  o,  più  probabilmente,  come  tanti agnellini pronti al macello.  Il  tempo  non  passava  mai  sotto  quella  luce  impietosa,  costantemente minacciati da quel freddo metallo; poi tornò  improvvisamente il buio e con esso la speranza che l’incubo  fosse finito: ma era soltanto l’inizio.  Una  sferzata  di  gelo  fu  il  primo  avviso  che  la  tortura  stava  ricominciando;  prima  un  vento  ghiacciato,  poi  un  turbine  d’acqua ci colse di sorpresa, mentre quella luce impietosa ci  illuminava nuovamente: sentii uno dei miei fratelli gridare di  dolore  mentre  veniva  investito  da  quella  tempesta  senza  fine. Era il più sensibile di noi, quello più delicato del gruppo;  avevamo cercato più volte di proteggerlo anche lavorando  a turno al posto suo… ma non era servito a nulla: alla fine  era stato ugualmente scoperto.  Lo  sentivo  tremare  sopra  di  me,  gemere  sommessamente,  mentre gli altri cercavano di incoraggiarlo a resistere: presto  sarebbe stato tutto finito, in un modo o nell’altro.   Poi  iniziò  la  tragedia;  dall’altro,  come  una  macchina  infernale,  con  un  rumore  simile  a  un  enorme  tuono,  qualcosa  calò,  come  falco  in  picchiata,  sul  mio  sventurato  compagno: i suoi denti sottili, simili a schegge di diamante,  fecero  scempio  della  sua  pelle,  penetrando  in  profondità.  L’aria  si  riempì  dell’acre  odore  di  osso  tritato,  mentre  una 


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nuvola di polvere bianca mista ad acqua faceva penetrare il  nostro terrore ancora più in profondità.  Non  doveva  finire  così,  povero  amico  mio:  avevamo  fatto  tutto  il  possibile  ma  lui  era  troppo  debole  e  in  questo  mondo sopravvive solo il più forte.  Lo sventurato fratello si lamentava e si contorceva in preda  al dolore più intenso; per un attimo sembrò che il tempo si  fosse fermato, ma solo per riprendere a scorrere verso una  nuova,  insopportabile  tortura:  una  lancia  acuminata,  enorme, fece scempio delle sue carni più tenere.  Non  più  un  lamento  udii  uscire  dal  corpo  straziato  del  nostro  fratello,  mentre  la  macchina  infernale  faceva  la  sua  ricomparsa  per  terminare  il  suo  nefasto  compito;  strato  dopo  strato  penetrò  in  lui  sottraendogli  parti  preziose  del  corpo, lasciandolo esposto come un macabro trofeo. Forse  mossi  da  una  pietà  inusuale,  colmarono  la  voragine  che  avevano  appena  creato  con  un  pietoso  sudario  argentato,  quasi  a  cercare  di  nascondere  il  crimine  appena  compiuto;  poi fu di nuovo il buio e il caldo, umido abbraccio del nostro  rifugio.  Tesi  l’orecchio  nel  tentativo  di  percepire  i  suoni  esterni,  cercando  di  capire  se  era  veramente  finita,  oppure  se  era  solo una pausa tra una tortura e l’altra. Qualcosa riusciva a  filtrare  tra  le  voci  terrorizzate  dei  miei  compagni  che  chiedevano  a  gran  voce  notizie,  ma  era  tutto  troppo  confuso per capire qualcosa.  «State zitti!» gridai con tutto il fiato che avevo. 


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Di colpo il silenzio regnò nella stanza e io, finalmente, riuscii  a capire cosa succedeva fuori.  «Non si preoccupi, signora, era solo una piccola carie che si  era  insinuata  fino  a  toccare  la  polpa…  ho  pulito  tutto  per  bene  e  le  ho  fatto  una  bella  otturazione  in  lega  d’argento.  Mi raccomando: non mangi per due ore e nel caso sentisse  ancora  qualche  fastidio,  torni  pure  da  me  che  ci  diamo  un’altra occhiata… io sono in studio tutto il giorno oppure  può chiamarmi sul cellulare…»  Ora  ne  ero  certo:  l’incubo  era  davvero  finito.  Potevamo  riposare  tranquilli  almeno  per  altre  due  ore,  poi  tutto  sarebbe  tornato  come  prima:  anche  il  nostro  compagno  sarebbe  guarito  tornando  quello  di  prima,  probabilmente  più  forte.  Avrebbe  sicuramente  mostrato  a  tutti  le  sue  cicatrici  facendosene  un  vanto,  ma  poi  la  nostra  vita  sarebbe ripresa come al solito… fino alla prossima visita dal  dentista.         

Undici piccole ombre  

Claudio Paganini, Mystery

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