Page 1


In uscita il 31/7/2017 (14,50 euro) Versione ebook in uscita tra fine luglio e inizio agosto 2017 (3,99 euro)

AVVISO Questa è un’anteprima che propone la prima parte dell’opera (circa il 20% del totale) in lettura gratuita. La conversione automatica di ISUU a volte altera l’impaginazione originale del testo, quindi vi preghiamo di considerare eventuali irregolarità come standard in relazione alla pubblicazione dell’anteprima su questo portale. La versione ufficiale sarà priva di queste anomalie.


GIULIANO RODELLI

SCLEROCARDIA

Il cuore, ovvero le disavventure del presente

www.0111edizioni.com


www.0111edizioni.com

www.quellidized.it www.facebook.com/groups/quellidized/

SCLEROCARDIA Copyright © 2016 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-9370-122-8 Copertina: immagine Shutterstock.com

Prima edizione Luglio 2017 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova


A Maria Caterina e per lei Ad Attilio


5

LOCANDINA DELLE INTENZIONI

Parafrasando Hamsun, potremmo dire che i personaggi che agiscono nei racconti compresi in questa raccolta “mostrano i pugni serrati”, sembrano avere i “nervi sempre allo scoperto, sempre pronti all’atto paradossale, all’immediata traduzione del moto emotivo in gesto visibile e descrivibile”. Spesso ciò che c’è già nella realtà, le cose esistenti, il loro modo di essere non è interamente manifesto. Ci siamo limitati a compiere un tentativo di ritrovamento e scoperta del non manifesto così da offrire al lettore vie o sentieri che lo aiutino a scoprire qualcosa di più e di meglio. ςκληροκαρδια è termine greco che indica la durezza del cuore, l’ostinazione, e, se riferito agli esseri umani indicherebbe i duri, gli immisericordiosi, gli aspri. In molti casi in un’epoca come la nostra l’eroe, il mito, il modello da imitare ha queste caratteristiche dalla valenza rovesciata. In realtà la durezza del cuore si trascina appresso non solo la mancanza di buona volontà ma nasconde in profondità una vera e propria incapacità, un’insufficienza nei confronti dell’amore e del bene in generale. Abbiamo perso, anzi no, stiamo perdendo, un mondo che va affogando nella menzogna e la verità sembra essersi ridotta solo alla certificazione di una simile evidenza. Baudelaire in Un mangiatore d’oppio scriveva che «Per sentire in questo modo [cioè per svegliarsi con un messaggio autentico di pace, di perdono e di finale riconciliazione N.d.A.] bisogna aver sofferto molto, bisogna essere un cuore che la disgrazia apra e addolcisca, in luogo di quelli che essa rinsalda e indurisce. Il Beduino della civiltà conosce nel Sahara delle grandi città molti motivi di emozione, più dell’uomo la cui sensibilità è limitata alla home e alla famiglia. Esiste nel barathrum delle capitali, come nel Deserto, qualcosa che fortifica e che forgia il cuore dell’uomo,


6 che lo fortifica diversamente, quando non lo depravi e non lo indebolisca fino all’abiezione e al suicidio». Non auspichiamo tutto ciò ovviamente ma, a chi dovesse toccare in sorte di passare dal fuoco di una simile fucina, vorremmo suggerire che esiste ancora l’opportunità di cambiare un cuore di pietra in un cuore di carne. Per la stessa ragione non ce la sentiamo di condividere la tesi di Joseph Schumpeter relativa alla “distruzione creativa” conseguente all’innovazione: troppo certo è lo sfacelo del nostro mondo, troppo fumosi i sol dell’avvenire creativo. È accaduto che per vie come queste i cuori di carne si siano trasformati in cuori di pietra. G. R.


7

VILLA ALTA

“Se volessi usare un linguaggio cristiano, direi che anche per il peccato non tutti sono buoni.” Péguy

I Eccolo là il tipo segaligno che siede al piccolo bar su un francobollo di marciapiede. Lo avevo notato, ma non ci conoscevamo. Ma guarda, torno nella mia città dopo due anni e mezzo e lui sta sempre lì. D’altra parte nemmeno il baretto è cambiato, il gestore aveva fortissimamente voluto due tondi marmorei ben piantati su un trancetto di marciapiede, uno più grande per poggiarvi le consumazioni, l’altro più piccolo per adagiarvi i glutei. Se avessi voluto entrare, però, mi sarei dovuto sottoporre a procedure da museo: avrei dovuto attendere che qualche cliente ne fosse uscito, se non proprio nello stesso numero poco ci sarebbe mancato. Ne sarebbe valsa la pena tuttavia, per il caffè e per le paste alla crema. Il segaligno avrei quasi potuto toccarlo o salutarlo per la prima volta senza alterare il tono della voce… Continua ad avere l’aria di un signor de perfettinis, mi ricorda o… no, sbaglio… era Hamsun che ricordava un super perfezionista, un tale che non riusciva a staccarsi dal “suo particolare”: a mezzogiorno attizzava la stufa, e alla sera riusciva a far ardere il fuoco. Allora indugiava, non si decideva ad andare a letto e rimaneva seduto a godersi lo scoppiettio della fiamma. Ridottasi a brace finalmente andava a riposare, mentre gli altri della casa un po’ alla volta si alzavano per cominciare la giornata. Le ferie, ai primi di settembre, sono finite da poco per tutti o quasi. Io me ne ero prese due anni e mezzo… che volete, io so’ io


8 e voi non siete… Già in passato, ben prima di partire alla volta di un’infinità di mondi, avevo osservato l’abitudinario segaligno. Aggiungeva lo zucchero in due caffè, li versava nel bicchiere contenente cubetti di ghiaccio che subito acquistavano il colore morbido dell’ambra fossile. Lo vedevo sempre – è incredibile – fare esattamente gli stessi movimenti. Manteneva un’aria démodé, l’aveva sempre avuta: sono convinto che se ne infischiasse che i capelli corretti dalla tintura risultassero di un fastidioso colore biondiccio, se li era persino pettinati con una riga laterale che li faceva ricadere dalla parte opposta. Era un riporto – lo si poteva indovinare – quello al quale era stato costretto. Poco prima della mia partenza, in una giornata stanca il barista mi aveva confidato che in quel modo egli nascondeva i ruderi dell’orecchio destro. Un suo starnuto aveva esitato senza decidersi. Poi un pezzo della segatrice con cui lavorava era saltato e in un attimo si era ritrovato fra le mani una sorta di frittatina sanguinolenta, tipo padiglione auricolare venuto giù dalla tempia. Urlò, imprecò e urlò daccapo, tacque e finalmente lo starnuto partì dall’anima – e ti credo – invece che dal naso. Gli occhiali non sfuggivano all’aura démodé che circondava il tipo. Di sottile tartaruga e di forma circolare, entravano perfettamente in quel viso con quella pettinatura, come posti a guardia di un paio di occhietti castani. Un po’ alla volta anche le pupille stavano diventando démodé. L’indice della mano destra sembrava nato per mandare a getto continuo gli occhiali verso la radice del naso. Comunque – mi confessò il barista – honni soit qui mal y pense, le signore non disdegnavano, alcune lo giudicavano interessante e ad altre addirittura piaceva smodatamente, mentre a un numero piuttosto ristretto quella menomazione procurava inconfessabili fantasie. E allora pensate pure che il segaligno possa essere il protagonista della storia prossima ventura ma, se la si vuol dir tutta e bene, la vera protagonista era in realtà la combriccola di cui il segaligno


9 faceva parte. Diciamo che i fatti suggerivano di considerarlo il leader tacitamente accettato dalla comitiva per la sua bonomia, l’empatia e il vistoso buon senso. Si trattava di un gruppetto di quattro persone – se funzionasse ancora come gruppo non lo so, dovrei chiedere in giro – che erano solite trascorrere le ferie con tempi e modi del tutto inusuali. Oltre al segaligno, ne faceva parte anche un simpatico pelato radicale, così bene abbronzato che non si sarebbe potuto dire se avesse abbronzato la pelata o se la pelata fosse diventata tale per far posto all’abbronzatura. La sfera cranica tirata a specchio poggiava su due occhi neri, mentre una barba brizzolata s’intravedeva anche quando era appena rasata. Era il secondo uomo della combriccola, una presenza imprescindibile. Quarantenne, forse quarantacinquenne, palestrato, spalle dritte e larghe, sembrava eternamente appeso per le ascelle. I muscoli addominali si sarebbero detti un corsetto messo lì fin dalla nascita per la difesa personale. Aveva denti smaglianti e regolari, che nei grandi sorrisi davano l’idea di essere più degli ordinari trentadue. Le sopracciglia ad ali di gabbiano gli conferivano un’intenzionale aria corrucciata, specie quando intenzionale diventava anche lo sguardo. Occorre dire però che in breve tutto passava, bastava poco perché gli si accendesse un sorriso confidente e leggero, come disegnato dalle ali della spensieratezza. Era bello quel sorriso, anche se forse non era proprio un sorriso, sembrava piuttosto la traccia di un sorriso che fosse passato di là molto tempo prima e avesse lasciato sulle labbra un tranquillo ricordo. Tuttavia, l’espressione ordinaria del viso pativa come per la presenza di un’ombra, come se nascondesse qualcosa di misterioso, anche se poi non ci metteva nulla a sciogliersi nella cordialità. Probabilmente l’uomo aveva un passato che non riusciva a seppellire o aveva vissuto un’esperienza dopo di cui nulla era più tornato a essere come prima. Insomma, forse cattiva testa, ma certamente buon cuore. Anche lui era un nomade a tempo pieno e, qualità preziosa, possedeva un’abilità non comune: era capace di trarre se stesso e


10 gli altri da impicci che richiedevano il sapiente uso delle mani. Con un fil di ferro era capace di tutto. Gli altri, insomma, lo vedevano come una sorta di cassetta degli attrezzi, manovalanza inclusa nel prezzo. Solo in seguito si erano aggiunte due signore piacenti, portando a quattro i componenti della squadra, tutti rigorosamente divorziati o separati. Poi la squadra non ebbe necessità di altri effettivi. Le signore nei tratti si assomigliavano come sorelle, una un po’ più alta e castana, zebrata di colpi di sole, l’altra più bionda, di un biondo cinerino. Anche le iridi della prima erano castane, ambrate, mentre quelle della bionda erano celeste cielo. Per quanto entrambe floride, forse carnosette nei passaggi strategici, soprattutto nei trapezi della zona dorsale, dove le gravidanze sono solite lasciare più tracce, restavano donne molto interessanti. Il biondino aveva un debole per i begli occhi della bionda, mentre il pelato faticava un po’ a mantenere l’aplomb con la zebrata. A entrambe perdonavano volentieri le battaglie perdute con le diete per via di certi debordi rotondetti, un po’ furtivi. Entrambe alte un po’ più della media, in vacanza si permettevano scarpe basse e abbigliamenti ultracomodi, poco aggraziati e, in certi casi, esilaranti. Le lunghe gambe erano ben tornite e toniche e… (Va bene, vi sembrerò un indiscreto voyeur, ma d’altra parte cosa dovrei fare? Far finta che non ci fossero? Che fossero corte e cellulitiche? Ma se erano lì in bella mostra e, ad accavallamento avvenuto, erano una bellezza…) Per parte loro i due uomini prestavano una particolare attenzione nel non ferire la loro suscettibilità anche perché – ne avevano parlato a più riprese in separata sede – comprendevano che da qualche tempo certe tensioni disturbavano i rapporti fra i due sessi. Il gruppetto trascorreva, come ho detto, ferie del tutto inusuali. Non è forse inusuale che per un intero anno ciascuno si guardasse bene dal dar segni di vita agli altri tre? Che solo agli inizi della primavera, come obbedendo a un segnale convenuto, i quattro, disseminati per l’Italia, si cercassero, usando i mezzi più disparati? Che avviassero le trattative per organizzare le ferie


11 esattamente come se si fossero sentiti il giorno prima? In genere con le mail ciascuno proponeva la sua ipotesi che veniva prontamente integrata da altre che, a loro volta, venivano altrettanto prontamente migliorate eccetera eccetera eccetera. Poi, uno di loro, smarrita la pazienza, batteva il pugno sul tavolo della propria abitazione tanto forte che gli altri, pur distanti diverse decine di chilometri, ammutolivano. Capivano di che razza di trottola avessero messo in moto. A quel punto la pianificazione della fase esecutiva si dipanava in un battibaleno. Il progetto era il solito: trascorrere assieme in innocente intimità le vacanze, appaganti vacanze, e partire da una città di volta in volta eletta a centro di raccolta. Al tramontare dell’estate, come se nulla fosse stato, ciascuno schizzava in direzione della propria città e spariva all’attenzione degli altri come se non si fossero mai conosciuti, o qualcosa di simile. Insomma, nulla li avrebbe rimessi in contatto fino all’avvento della primavera successiva. Che nella testa dei quattro qualcosa non girasse per il verso giusto doveva esserci. Anche perché la faccenda durava ormai da una decina d’anni: si erano conosciuti tramite Internet, si erano dati i primi appuntamenti incontrandosi per brevi visite in una qualche città. Poi il sistema andò a regime. Nessuno comprese e nemmeno loro si chiesero in quale pozzo di oggetti misteriosi si fossero andati a pescare l’un l’altro. Una cosa è certa, l’armonia che consente di trascorrere felicemente il periodo delle vacanze l’avevano trovata. Erano certo armati di molta buona volontà, di pazienza e di grande ironia. Non che i problemi non esistessero, anzi: si facevano particolarmente acuti quando i singoli erano costretti a contenere le loro individualità e a metterle a disposizione degli altri. Le forti equazioni personali mostravano quanto fosse difficile, specie negli ultimi anni, dare un minimo di solidità a uno spirito di comunità, anche se a termine, o forse proprio perché a termine. Tuttavia le difficoltà venivano superate e, fattore non da poco, nessuno dei quattro cuori intendeva fare, dell’inverno del loro scontento, la stagione preferita. L’età media dei quattro era quella della maturità piena. Le signore


12 erano sposate con figli e divorziate, indefesse lavoratrici, e i signori sposati e separati con figli, indefessi lavoratori. Inquieti, poco stanziali per vocazione, le loro case avrebbero ricordato più i magazzini che quegli appartamenti piccolo-borghesi in cui regna il cosiddetto vivere ordinato. Era possibile notare negli occhi e nel corpo di ciascuno una motilità che sembrava priva di causa. A osservarli con attenzione si sarebbe notato il loro frequente mutar di posizione, la voglia di andare, di mettersi in cammino, di cogliere ogni occasione per realizzare il sogno d’essere ‘finalmente liberi’, per quanto nemmeno loro sapessero da che cosa. Evidentemente provavano il bisogno di sentirsi disancorati, pronti a tuffarsi in quei mari sempre nuovi che la vita offriva loro. *** Le settimane primaverili e la prima dell’estate erano volate via con ali di uccello migratore. Il momento della partenza si avvicinava e le idee avevano raggiunto il felice grado dell’ovvietà. Avrebbero visitato i luoghi in cui il fenomeno del tarantismo era particolarmente sentito, anche perché era forte in loro il desiderio di conoscere le tradizioni di questa o di quella regione, il loro folklore, le danze e le musiche popolari. Inoltre, da un po’ di anni alcuni appassionati locali si erano dedicati allo studio delle radici del fenomeno e lo avevano arricchito di altri motivi. Procurarono impulso nuovo appassionati di generi musicali presenti in regioni adiacenti per cui le originarie, isolate manifestazioni isteriche convulsive che le credenze popolari attribuivano al morso della tarantola erano diventate oggetto di interesse internazionale. Tutti ne parlavano, i media riportavano le connessioni fra le danze di altre tradizioni, ne lodavano un certo tipo di spettacolo e di sonorità non comuni. Avrebbero colto l’occasione per visitare l’ampio fianco dell’Italia bagnato dall’Adriatico che discende giù fino al calcagno. Si intesero sull’opportunità di percorrere per intero la strada costiera e di soffermarsi brevemente anche nei centri meno noti. Si sarebbero mossi in macchina – macchina si fa


13 per dire, perché si trattava di una vecchia Lada-Niva, un fuoristrada di cui si diceva tutto il male possibile, ma che in realtà era pressoché indistruttibile – partendo dalla città del segaligno (proprietario del mezzo) da cui comincia l’arteria che si snoda per oltre mille chilometri. Seguendo il lungo nastro della litoranea sarebbero giunti fino allo sperone, emerso dalle acque nella notte dei tempi, e poi a quella punta crostosa dinanzi alla quale l’Adriatico si scioglie nelle acque dello Jonio. Quando ebbero superato i due terzi del percorso programmato, il fianco destro della litoranea cominciò a elevarsi e, dopo alti e bassi più o meno lunghi, divenne un’ininterrotta parete di roccia che li sovrastava con spuntoni e crepacci. Sul lato sinistro la costa era di una bellezza dolorosa: se si sostava su uno sperone e ci si affacciava sull’orlo, la violenza della vertigine provocata da salti che potevano precipitare per oltre cinquanta metri costringeva l’anima a fare i suoi conti. L’acqua sconfinata lava le coste di Paesi lontani che si riesce a distinguere a occhio nudo nei giorni spazzati dalla tramontana. Il vuoto verticale e quello orizzontale attaccavano simultaneamente l’anima e potevano risultare poco sopportabili per i corti sguardi del cittadino di passaggio avvezzo a misurare lo spazio a isolati condominiali. Per i più coraggiosi che si sporgevano, i puntolini bruni dei ricci, accozzati quasi al pelo delle acque chete nelle insenature, erano nitidi come macchie di un imperfetto smeraldo. Giganteschi speroni di roccia interrompevano gli strapiombi, avanguardie terrene comandate a ricevere e rompere l’impeto dei marosi che disfacendosi sui bassi scogli diffondevano il salso odore del mare. Gli uomini, quelli che ‘stiamo lavorando per voi’, non avevano avuto grande scelta: per rispettare la larghezza della rotabile e ricavare sia la banchina sia il guardrail dovevano aver lavorato usando il centimetro. Giunsero al crepuscolo in prossimità della finis terrae. Si trovarono nella penombra di una piazzetta, un semplice slargo della strada circondato da casette barricate, di cui una era per l’ufficio postale e l’altra per un bar pizzeria. Lo slargo era appena rischiarato da lampade a così basso numero di watt da seminare


14 più ombre che luci: a occidente, il sole aspettava che la notte conquistasse il cielo orientale per andarsene a dormire sotto il suo manto. Una di quelle luci faticava a illuminare l’insegna del bar osteria, di sghimbescio rispetto al palo che la sosteneva avvinto da tentacoli rampicanti. L’ingresso guardava una lacrima di prato rischiarato da un paio di torce di bambù. Un po’ più in là, nell’oscurità che si andava a perdere nello sconfinato nulla dei campi, s’intravedevano le contorsioni degli ulivi e le pale dei fichi d’India. Decisero di consumare qualcosa prima di piantare le tende. Dove, non era ben chiaro, ma da qualche parte avrebbero dovuto pur smaltire la stanchezza. Il pescatore, gestore del bar osteria la cui espressione del viso si era bloccata in quello stato da chissà quanto tempo, li accolse con un mezzo sorriso e uno strofinaccio che andava da sinistra a destra sul bancone, come obbedendo a un impulso automatico. L’avambraccio si limitava a stargli dietro. Intorno a un paio di tavoli si combatteva una battaglia di briscola fra imprecazioni da angiporto e risate da circo equestre. Furono tagliate a mezzo dall’ingresso dei quattro, no, anzi, dall’ingresso delle due signore troppo bionde per non mozzare il fiato ai giocatori gravidi di vino. Sedettero, gustarono il biondo dorato dei gamberi fritti e il rosso corallo delle uova polposette dei ricci di mare. Risate e mozziconi di imprecazioni ripresero al tavolo di briscola. Il profumo acuto delle alghe, nel risalire dal palato su per le cavità nasali dei quattro, frizzò pungente. Un anticipo di ciò che avrebbero odorato nelle calette. Quando ebbero terminato, lo strofinaccio lasciò di nuovo il bancone, si portò appresso il pescatore che, in vena di confidenze e di esplorazioni delle scollature delle signore, s’informò del viaggio. «E per la notte avete già prenotato?». «Siamo in tenda» rispose il segaligno senza riuscire a controllare la contrazione dei muscoli del viso dalla parte dell’orecchio offeso. «Ci indicherebbe un posto tranquillo… vorremmo trattenerci qualche giorno». «Ci sarebbe nei paraggi una grande villa abbandonata, ha un ampio spiazzo antistante… potreste piantarle lì le tende… in molti


15 lo fanno». «E come ci si arriva?». «Oh, sì… sì, ecco ci si arriva… dunque, aspettate… è il terzo viottolo in salita che troverete sulla destra… sempre che andiate a sud, in direzione della finis terrae… Lassù, forse troverete una specie di giardiniere, è un po’ suonato… Da lì il panorama, dicono, è il più bello della zona…». Come dirlo, il terzo viottolo a destra era una specie di mulattiera che fece paura perfino alla Lada-Niva. L’auto ‘sputò’, ebbe un sussulto per difficoltà di carburazione, tanto che il guidatore dette un’accelerata alla diavolo ti porti, quasi fosse stato uno schiaffone. Cominciò l’inerpicata. Le ruote di sinistra mordevano bene lo sconnesso a partire dal quale si arrampicava la parete rocciosa, ma le ruote di destra a tratti spazzavano l’acciottolato facendolo precipitare di sotto, sulla statale, accompagnato dagli urletti delle signore. Era l’intera parte destra che era incerta, in equilibrio tanto instabile che nemmeno i massi che sembravano ben piantati sulla carrareccia sembravano dare affidamento. Minacciavano in ogni momento di far perdere aderenza ai copertoni. L’altra parte del rischio, la più insidiosa, stava proprio nella parete rocciosa di sinistra: un urto contro di essa avrebbe potuto di riflesso sospingere l’auto verso il precipizio. Il segaligno sudava e sudava freddo, sudava in silenzio. I passeggeri non avevano colto quell’aspetto. Quel che avevano capito era che se fossero stati costretti a eseguire la benché minima manovra, la ristrettezza della mulattiera non gliel’avrebbe permesso: sembrava creata su misura per il fuoristrada. ‘Tacere bisognava e andare avanti…’ verso un lassù sempre più problematico. Pozze d’acqua vecchia ricordavano che anche lì accadeva che piovesse. Andavano su e ancora su, il motore girava in sofferenza, utilizzava la ridotta, l’unica marcia che permetteva di salire. Sembrava che motore, bagagli e viaggiatori fossero tratti, tutti insieme, da un gigante con una fune metallica. In basso ormai la statale era un misero serpentello lumeggiato dai fari dei modellini d’automobili. Le asperità rocciose erano più buie della notte: le si doveva intuire.


16 Rapidamente il fianco roccioso alla sinistra del guidatore degradò fin quasi ad appiattirsi e con un ultimo sforzo il motore fece atterrare l’equipaggio sulla spianata. Per lo slancio le ruote anteriori si abbatterono sul piano con un tonfo e il guidatore frenò, d’istinto. I copertoni macinarono pietrisco. Una spianata aperta, argentata dalla luna, si squadernò davanti a loro e gli elementi tornarono finalmente al loro posto: l’orizzontale sotto i piedi, il cielo parallelo alla terra e, se ci si guardava attorno, si capiva che vi si poteva andare, camminarvi senza rischiare di precipitare fra i dirupi. Tre sospiri di sollievo appannarono i cristalli della gloriosa Lada-Niva, mentre il quarto rimase chiuso nel silenzio contratto del guidatore. I fari lumeggiavano a distanza qualcosa di simile a una fontana, ritta al centro di una vasca circolare, muta forse da sempre. Si guardarono in silenzio. Posizionarono l’auto in sicurezza, solo il motore girava in folle. Fu spento e il silenzio se li prese. Spensero anche i fari. I corpi vennero fuori un po’ per volta dibattendo con i bagagli la questione del chi prima e chi dopo. Dal cielo sovrastava un’immensa moneta d’argento, chiara e tonda, solo pochi pallidi mondi riuscivano a vincere la luce della luna. Un’arietta sospingeva onde d’ombra fra gli alberi solenni. L’occhio incantato poteva ruotare senza incontrare ostacoli per quasi trecento gradi: nei mancanti c’era la villa, un’oscura costruzione la cui presenza si intuiva più che vedersi. Lontano, sulla superficie del mare, spiritelli luccicanti a intermittenza si spargevano a mille nel buio, sembrava acqua su vetro. Un altro buio, un buio opaco invece, saliva dalla terra. L’impalpabile pioggia di luce animava lievi presenze. Ogni cosa appariva ferma e il senso di pace avvolgeva il mondo senza fine. Ai quattro era come impedita la parola ma non l’udito, ancor buono per ascoltare il silenzio. Forse per un alito di vento un po’ più fresco, uno dei quattro si riscosse e gli altri lo seguirono automaticamente. Si mossero cercandosi l’un l’altro: apparivano incerti, mandarono di qua e di là i loro gesti sconclusionati. Riuscirono a coordinarsi e ciascuno per proprio conto partì in direzione dell’auto.


17 I fari furono riaccesi, le torce proiettarono i loro fasci e con esse si diedero alla ricerca di un angolo discosto. Piantarono i paletti, le tende furono rizzate e le brande distese. Si diedero il ‘buon sonno’ e lanciarono un ultimo sguardo intimidito alla grande ombra che li guardava, come a pesarli, dall’alto del suo mistero. Bisbigliando le donne, gli uomini borbottando svogliatamente e a singhiozzo, ciascuno si voltò “dall’altra parte”, emanò il dolce sospiro della stanchezza e come barca sospinta dall’ultimo slancio, si smarrì non si sa come nel sonno. La terra rabbrividiva sotto il coltrone d’erba. Gli alberi già da un paio d’ore sognavano scuotendo il capo. La notte finì di trascorrere come doveva e, per loro, come poté. Poi i galli cominciarono a chicchiriare chiamandosi l’un l’altro. A sinistra, l’azzurro e il blu si mossero piano alla conquista del cielo costringendo il crepuscolo a rannicchiarsi sul fondo della terra. Laggiù, sulla linea d’orizzonte, in un lontano universo, apparve un ninnolo d’oro, come un piccolo ponte fiammeggiante che infilò i suoi raggi dritto nelle finestrelle degli accampati. Il mare, splendente anch’esso, vi passava sotto. Una dopo l’altra le cerniere furono abbassate e due per volta quattro teste arruffate si diedero il buongiorno e quattro boccacce impastate tentarono sorrisi. Vennero fuori, con l’acqua delle borracce si stropicciarono gli occhi arrossati e con la guazza i piedi nudi poi, in pace con il mondo, rabbrividirono al fresco del mattino. La fontana, spenta da chissà quanto tempo, tratteneva nella vasca un’acqua residua, immobile, gli insetti ne pizzicavano la pellicola corrotta. Il segaligno adagiò l’anca destra sul largo bordo di marmo e lasciò che lo sguardo vagasse nell’ovunque circolare. Guardava circolarmente e non era un esercizio che faceva d’abitudine. In genere, da buon cittadino, andava per angoli stretti, polarizzati e inquieti, il suo guardare era lineare. Lì, invece, si accorse come lo sguardo fosse più veloce dei movimenti della testa costretta a inseguirlo: una simile disconnessione turbò il suo equilibrio e gli dette una vertigine. Intrufolò una mano, smuovendo leggermente quell’acqua, quasi volesse carezzarla e la sua immagine che vi era riflessa andò in


18 frantumi e si mutò in vorticose linee di luce. Villa Alta era una costruzione di molti anni prima; dalle linee essenziali, si portava con dignità la stanchezza del rosso mattone e dell’avorio delle cornici di pietra. Imponente, tutta raccolta su se stessa, stava piantata lì, alla destra di chi arrivava. Aveva la forma di una grande ‘U’ sul cui lato corto una scalea ancora bella saliva per consentire l’accesso a un terrazzo che impegnava l’intero lato. Lì si apriva l’ingresso principale con un’alta e larga portafinestra affiancata da altre portefinestre più piccole, della medesima forma, munite tutte di massicci portoni. Erano ermeticamente serrati, serrati da tempo, serrati per escludere. In basso, fra essi e le soglie, una fettuccia di terriccio rassodato dal tempo restava fermo a dispetto del correre dei venti. Immaginarono che in uno dei due lati lunghi si trovassero le stanze di rappresentanza e nell’altro quelle padronali. Entrambe prendevano luce da grandi finestre protette da persiane anch’esse serrate. La luce attraverso esse filtrava ma, vista dall’interno, sarebbe risultata morta, il necessario per consentire di intravedere, ma non di far vivere. Arretrarono nello spiazzo continuando a guardare la costruzione rocciosa. Dava l’idea di essersi voluta ritirare dal mondo o forse era stata abbandonata e dimenticata. Con il sole a bruciare le spalle, percepivano la tracotante indifferenza del tempo per la vita, per il sangue che batte nei polsi. Il tempo era venuto e andato senza curarsi di lasciar dietro sé neppure pallidi fantasmi, solo silenzio e desolazione. L’amica zebrata mormorò alla compagna – ma gli altri udirono lo stesso – che in quell’aria assolata, magari solo un lustro fa, si sarebbero uditi e visti grida, nomi chiamati sulle corsette di bimbi, risa argentine di donne dalle gonne sgargianti, galleggianti, come di nebbia, sulle gambe nervose, e contadini impegnati nel lento trasporto di pali e attrezzi contorti e animali a condurre. Poi le rovine, vita in quel posto nemmeno a parlarne… (Senti! Ehi, guarda… Tu! Dico a te, tempo, io ti conosco; tu reciti la parte del confidente e poi rubi la vita agli umani… a te, sì dico a te, e aspetta diavolo, fuggi come un codardo, ladro e codardo, a


19 te chiedo: non te ne importa? Tu creatura sì, eppure che anima hai? Anima di creatura? No, sei solo un non-morto, un satanico lèmure che artiglia, insonni, le notti. Tu non hai anima e non t’importa delle umane rovine. Tu hai sbarrato tutto di questa casa e di chissà quante altre, senza eccezioni perché non ammetti che alcuno ti segua, che viaggi dentro te e come te resti affrancato dal tuo stesso trascorrere. Abbandoni i muri e le porte, hai sporcato verdi persiane e il rosso mattone, sei tu che l’hai variamente scrostato. Creato da Domineddio, pure non hai anima di creatura). I due uomini guardarono le erbacce, rigogliose dappertutto, erbacce e terra battuta priva persino di polvere. Alla luce del sole la spianata brulla si negava con decisione. Villa Alta, senza riguardo, premeva perché si partisse e la si lasciasse… via via, lontano! Volsero le spalle alla villa e al suo sgarbato mutismo. Gli occhi incontrarono il riverbero del sole che non lambiva più l’orizzonte marino. L’immensa distesa d’acqua andava perdendo il suo verde accecante, virava verso il colore dell’acciaio polito, uno specchio d’acciaio. Ampie superfici di viti a cespuglio, con i loro pampini grandi come mani massicce, digradavano con varia uniformità verso l’immensa distesa. La combriccola s’immerse in quella rigogliosa vegetazione procedendo fra i filari, carezzando le foglie macchiate dal blu del solfato di rame. Frastornati da tanto splendore, dall’assolata natura, non avvertivano il pericolo, stavano accarezzando puro veleno. Se solo avessero stropicciato le palpebre, avrebbero dovuto sciacquarle a non finire. E non fecero caso alle mucose irritate da quell’odore secco, pungente che avrebbe dovuto gasare la diavola peronospora, flagello dell’uva e del vino. Per fortuna andò tutto bene, i pampini cercavano la mano dell’uomo ad averne carezza, come gatti. Il frutto era nato da poco, grappolini d’uva di acini verdi si abbronzavano al sole. D’improvviso le viti cedettero e si aprirono mostrando un orto ben messo, quadrato, da poco irrorato. Mandorli, fichi e fichi d’India segnavano forse i termini della proprietà. Lo fiancheggiarono, disponendosi a percorrere un itinerario diverso da quello che la


20 sera prima li aveva portati alla villa, ma che scendeva verso la litoranea. Si accorsero di quanto lo stridio delle cicale gareggiasse con la luminosità dell’aria distendendosi fino al mare. Osservavano a labbra dischiuse quei dintorni mediterranei saporosi di sale. Sentierini di terra rossa fra le colture conservavano l’incertezza di orme. Il mare si andava spruzzando di bianco, si accapigliava su e giù in luccichii che a tratti brillavano. Occhi-neri mormorò, come per ricordarlo a se stesso: «Non siamo soli» e si guardò intorno con più lentezza. «Come sarebbe?» fece il segaligno a mezza voce. «Vedi laggiù… non c’è vento, eppure alcune piante ondeggiano… vedi, vedi?». «Vedo… hai ragione… adesso sono tornate immobili». «È già successo poco fa e sempre sul nostro lato destro… ho taciuto per non allarmare loro e perché volevo esserne certo». Le due donne percepirono, si fermarono, si voltarono. «Perché vi siete fermati? Che cosa state confabulando? Donne di cui sparlare oltre noi non ce ne sono… e allora?». Si sorrisero perché volevano che l’aria d’intorno restasse loro amica. Ripresero il cammino. Giunsero al traffico della litoranea, l’attraversarono, e si sporsero a guardare il mare, laggiù in basso. Poi intravidero una serie di gradini scavati da mano d’uomo, si accorsero del rischio di scivolare su quel viscidume, erano ripidi, precipitavano di sotto con la scogliera. Giunsero e misero i piedi nella spuma dove il mare si abbandonava stracco sugli scogli bassi. L’instancabile risacca correva a riprenderselo. Gli scogli tanto corrosi e taglienti diventavano maligni quand’erano resi invisibili dalle basse ondine. Le anime dei quattro s’involarono verso l’orizzonte dove percepirono la vertigine del null’altro, a perdita d’occhio: poi, il senso d’infinito li straniò e solo quando il sole cominciò a bruciarne i visi si ridestarono. La brezza si stava levando, spazzolava il pelo dell’acqua e si depositava sulle lenti del segaligno. Poi crebbe: le crespette sostituirono le ondine e le spume si gonfiarono


21 acquistando forza. Al largo, molto al largo, qualcosa infuriava e la grande turbolenza era ormai bianca del tutto. L’odore salso li raggiunse ancora più aspro e acuto arrestandosi all’attaccatura dei nasi. Ne furono eccitati e, con gli abiti quasi bagnati, decisero di tornare alla villa. A pranzo, carne in scatola e foglie mence di lattuga acquistate durante l’ultima fermata. Riposarono e al risveglio videro che, a occidente, il giorno si stava incendiando dell’ultimo sole. Il Grande Qualcuno, da dietro l’orizzonte, srotolava un’inverosimile passatoia d’oro. L’aria smorzava la sua luminosità, il crepuscolo saliva su per il cielo d’oriente e il sole se ne andava incontro al suo destino. Il mare si stava fermando e di nuovo sarebbe diventato d’acciaio, un blocco. La risacca era diventata così corta da non farsi quasi più udire. Il silenzio avanzava, vi si inseriva un grillo e uno dopo l’altro il loro frinire costrinse il silenzio a rivedere il suo nome… mistero, credo che fosse. La luna si sarebbe levata di lì a poco. L’uomo bruno si accese una cicca e durante un ultimo giretto scoprì che il retro di Villa Alta nascondeva una sorta di discarica inguardabile. Dopo un po’ i quattro cominciarono a darsi da fare per improvvisare una tavolata, ma si trattava più che altro di irrequietezza, la necessità non c’entrava. Su un paio di sassoni poggiarono una vecchia asse trovata fra le macerie ammucchiate sul retro della villa e la parodia di tavolata suscitò la loro ilarità, mentre le zanzare si ordinavano a battaglia. Stava per cominciare l’orgia a base di sangue. Accesero le lampade a gas e si scatenò l’inferno. «Sentite ragazzi, ’sto posto non è che mi piaccia tanto…» fece la zebrata. Aveva aggrottato le sopracciglia, stretto le labbra mentre torceva le dita. Smise, ma solo per passare e ripassare il tovagliolo sulle labbra che dal giorno della partenza non erano state più gratificate di trucco. L’amica la guardò un po’ preoccupata e si rivolse ai due uomini: «Io sono d’accordo… c’è un’aria pesante e non mi sembra che dipenda dal fatto che siamo in un posto isolato… non lo so… non


22 mi sento a mio agio, ecco, e non mi sto rilassando… quell’accidenti di costruzione ha un’aria così sinistra… e voi?». «Mah… c’è tanta pace, il mare che non vediamo mai durante l’anno e che mai udiamo, gli odori così forti… e siamo anche un po’ attratti dall’aria di mistero che gira qui attorno… quella ci sembra solo una gran casa disabitata come ce ne sono tante, o no?» rispose senza convinzione il segaligno interrogando con lo sguardo l’amico. «Allora, vediamo di capirci, scusate» proseguì la zebrata «avete in mente di restare ancora per molto? Non dimenticate che i posti più interessanti, quelli che ci eravamo riproposti di visitare, sono ancora lì che ci aspettano». Non era la prima volta che fra le due coppie si presentava una ragione di frizione. Questa volta, tuttavia, i due uomini percepirono la presenza di qualcosa di risentito che non si spiegavano. Le signore, evidentemente, si erano intese in precedenza, forse volevano adoperare meglio il loro tempo, o forse si trattava solo della voglia di imporre la loro emotività o di non vederla sminuita, e ciò in genere accadeva quando certi rigurgiti sessantottini riaffioravano nelle loro anime. Insomma, stavolta lanciavano il messaggio che sarebbe stato meglio non sottovalutare. Si chiusero nel mutismo e accesero i fornelli scalda-vivande, recuperarono il cibo che avevano acquistato in trattoria la sera prima e diedero fondo alla lattuga che era rimasta. Come primo piatto consumarono le scatolette d’emergenza. Qualcuno dette lo start a certa musichetta démodé e uno alla volta presero a dondolarsi secondo quel che le pance suggerivano. Dopo aver gustato il fresco della sera si impiastricciarono di antizanzare e si diedero la buonanotte. Le lampade si spensero in ciascuna delle due tende e nel pallore della luna lo scambio di battute diventò bisbiglio, forse per non turbare il silenzio, il signore di Villa Alta. L’insonne non resistette e uscì dalla tenda. Sedette sul bordo della vasca. Il segaligno dette fuoco al suo sigaro e pennellò nel chiarore un bel cannello azzurrognolo. La grande moneta d’argento aveva lasciato la linea dell’orizzonte


23 e sorvegliava la notte alle sue prime ore. Qualcosa di simile al vento giocava con il nylon, gonfiando e sgonfiando i fianchi delle tende mentre un rumore, uno qualsiasi, avrebbe privato il silenzio del mistero. *** Il nervosismo, quella sera, li aveva accompagnati a letto a furia di spintoni. Vi era dunque chi voleva affrettare la partenza e chi sarebbe voluto restare. E di nuovo il nervosismo li rese insonni, così che uno alla volta sbucarono dalle tende decisi a fare un bagno di luna. Per farla breve, c’era il segaligno che nutriva la speranza di riuscire a visitare l’interno della villa approfittando magari di un abbaino dimenticato aperto o di un qualche pertugio praticato da sans papiers o da ladri o drogati… insomma Villa Alta lo intrigava. Al contrario, occhi neri, sensibile agli umori, ai malumori e alle riserve mentali, sperava di conciliare capra e cavoli tirando fuori dal cappello un qualunque compromesso che al momento però non intravedeva. Si sa, i compromessi sono quelle cose che scontentano tutti ma almeno acquietano i soggetti umorali come lui. Il segaligno, temendo di essere messo in minoranza, gli chiese quando fu certo di non essere udito: «Allora, restiamo, no? Non mi sembri convinto…». «Mica tanto». «Come sarebbe “mica tanto”?». «Ma che ce ne frega a noi de ’sta accidenti di villa, scusa?» sbottò occhi neri. «Per questa rischiamo di rovinare l’atmosfera e il resto delle vacanze… le donne stanno sul piede di guerra, o non te ne sei accorto? Non ho voglia di contrasti… e poi ho una certa esperienza di donne invelenite… ho fatto il pieno». Due notti prima il segaligno aveva letto: “Ci sono donne, Philip, anche brave donne le quali, senza colpa loro, sono portatrici di sciagura. Tutto ciò che toccano diventa tragedia.” 1 E si ricordò della sfortuna capitata proprio all’amico. Capì il senso di quel “… 1

D. du Maurier, Mia cugina Rachele, Milano, Mondadori, 1966


24 ho fatto il pieno”. Non era il caso di continuare… Non volle comunque dargliela vita. Ribatté: «Vabbè… siamo daccapo. Insomma, c’è chi va e c’è chi resta. Chiuso. Ognuno la pensa come gli gira. I giudizi, però, tieniteli per te». D’altra parte i numeri lo dicevano, sarebbe rimasto solo contro tre, il rospo sarebbe passato dal suo gargarozzo. Accese l’altra metà del sigaro mentre le signore facevano sforzi commoventi per non farsi udire… un parlare sconnesso, allusivo, fatto di mezze parole, di frasi smozzicate. I quattro non potevano immaginare che un fatto nuovo avrebbe sbloccato la situazione.

II Vigne e alberelli sembravano fumigare per la foschia argentata che si levava dalla terra rossa: un ritmico zappettare giunse come ovattato. I due campeggiatori diressero i fasci delle torce elettriche verso quel rumore. Intravidero qualcosa o qualcuno che era come avvoltolato su se stesso e che non riusciva ad assomigliare a niente, poteva anche essere un grande masso. Poi, un movimento sembrò scartocciare quell’involto che si mutò in qualcosa di umano: chino fra le zolle, qualcuno coltivava quello stesso orto che avevano osservato in mattinata. La direzione era quella. «SALVE…». Nessuna risposta. A voce più alta: «BUONASERA…». L’operazione di scartocciamento sembrò proseguire, prendere le fattezze di un uomo che si sollevava piano e che portava le mani alle reni mentre si voltava. Il segaligno illuminava se stesso e l’amico perché il contadino potesse vedere gli ampi cenni che lo invitavano ad avvicinarsi. Pensavano di spiegargli che sapevano bene di trovarsi su una


25 proprietà privata e che non intendevano profittare di nulla. Volevano farlo prima che qualcuno glielo contestasse, magari scambiandoli per tipi troppo spensierati. Accarezzavano la speranza di riuscire a sapere qualcosa di più su Villa Alta che di sé non aveva detto molto. Abbandonato l’attrezzo, il contadino si mosse nella loro direzione. I fasci delle lampade furono abbassati per illuminare il tragitto senza abbagliare l’uomo e per farlo uscire dall’ombra gradualmente. Accesero il restante accendibile e apparve una criniera fitta di capelli candidi irti su una pelle color cuoio. I tratti del viso sembravano imprecisi: davano l’idea che fossero rimasti solo sgrossati, gonfi lì dove t’aspettavi che fossero distesi, aggrovigliati di rughe e cicatrici nel poco che restava libero. Era un viso singolare: le pieghe si erano incise non secondo il verso usato dalla natura per condurre a vecchiaia i visi, ma tracciate come a caso e perfino in senso contrario a quello naturale. Le sopracciglia bianche erano cresciute qua e là, sparse intorno agli occhi e agli zigomi in procinto di ricongiungersi a capelli e barba. Le ciglia erano spesse, grigie, ricurve, stellavano gli occhi azzurri, inusuali per un tipo mediterraneo come lui. Non se ne stupirono, più di una volta era capitato loro di osservare occhi glauchi se non azzurri in quel tipo d’uomo. Il contadino salutò con vago sussiego. «Bonasera a lorsignori». «Buonasera» risposero in coro. La voce era profonda, come se nascesse dal petto e da lì uscisse senza passare dalla laringe. Sbatté le palpebre cispose. «Vi avremmo voluto chiedere» disse il segaligno, «di venderci un po’ di verdura, chessò, lattuga o cicorie… vorremmo pagare». Il vecchio fece spallucce e sorrise. Quel sorriso non apparteneva a quel viso, era un gran bel sorriso benché si fosse allungato su labbra imprecise e dai bordi rigonfi. Denti candidi e regolari, piantati forti nelle gengive rosate da sembrare finti: davano l’idea che avrebbero potuto tagliare e maciullare anche i sassi. L’idea che avevano in serbo non corrispondeva alla realtà, era più forte


26 della realtà. Come poteva quel sorriso appartenere a quell’uomo? L’universo mentale in cui vivevano non prevedeva contrasti del genere. E se la realtà non si fosse piegata alle loro idee, tanto peggio per la realtà. Era il pensiero dell’uomo moderno. Ai margini della radura sopravviveva un antico sedile di pietra: sembrava che il tempo l’avesse saltato tanto era rimasto integro. Lì sedettero i due uomini, aprirono due seggiole per le donne e una per il contadino, le signore si avvicinarono, egli levò la coppola e non sedette prima che lo avessero fatto le due donne. Gli offrirono sigarette e cognac che si erano portati appresso nelle fiaschette che usavano durante la caccia al capanno nelle gelide mattine d’inverno. Intuirono che il vecchio sarebbe stato piuttosto loquace, forse perché erano rare le anime vive con cui poteva scambiare qualcosa, e approfittarono per chiedere, chiedere molto. Molto fu loro risposto, forse anche troppo. Raccontò che Villa Alta era di proprietà di un nobile, di un barone, un abruzzese stabilitosi in zona una ventina d’anni prima con la moglie. Era una settentrionale, non ricordava il nome della città d’origine, ed entrambi – diceva il contadino – erano dei gran signori, molto buoni. I quattro amici non si accorsero di sollevare i bordi dell’oblio che copriva i ricordi del contadino. Si affacciavano fra iridi e ciglia mentre la fissità dello sguardo svelava la presenza delle sue visioni. Raccontava di un tempo ricco, relativamente breve, che aveva vissuto Villa Alta con i suoi molti suoni e colori delle giovani vite, belle, calde di umanità ordinata. Bambini, tanti bambini figli dei contadini del posto, quelli del fattore con i figli dei proprietari, con i loro amici giocavano, e valeva per loro ’a livella della vita, la giovane età. Respiravano un’aria di vita serena, allora, a Villa Alta… i profumi delle pigne bruciate… E lei, la signora e le madri, le nonne e le sorelle maggiori vegliavano con le mani sui fianchi, sorridevano alle giovani vite e alla vita tutta. Nessuno sapeva che in quegli stessi momenti il tempo se le stava divorando per lasciare dietro di sé il deserto. Diceva il vecchio: «Noi, la terra la travagliavamo… non facevano elemosine e manco chiedevamo. I signori stavano per conto loro,


27 questo sì… ma erano sempre buoni, democratici… certo stavano con i pari loro… molta servitù e pure per questa c’era rispetto… Lei, poi, era proprio gran signora, proprio… guarda, proprio una signora… molto alta, magra magra… ballava». E fece il gesto delle movenze «quando camminava, capisci? Era una stella bella, bella che proprio, guarda… proprio. La faccia… non se ne son mai viste in giro… manco le nordiche… no, non se ne vedono neanche quando certe volte che arrivavano i turisti… mi stai capendo, a me? Il naso, la bocca erano piccoli, piccoli… gli occhi… un colore mai visto… davvero… come quelli non se ne sono mai visti». Il contadino accompagnava il racconto con un sorriso d’estasi, invitava i quattro ripetutamente a “capire”, e i quattro non ci misero molto a capire che il contadino era stato innamorato della signora. «Tutti lo sapevano, tutti, quanto era bella… ma mica si vedeva, così… in giro… a casa mia l’hanno vista per caso quattro o cinque volte… proprio… erano pochi… non la vedevi… e, dopo, rimanevi stregato… qualche volta andava sulla terrazza della casa… prendeva il sole… aveva un costume tutt’intero e lì solo qualche cameriera poteva salire…». Evidentemente i ricordi avevano tanto animato le immagini affiorate nella sua testa, e queste erano diventate così vivide che il contadino si interruppe, la bocca dischiusa in un sorriso estatico, lo sguardo smarrito, immobile. Lui non c’era, era assente. Un profondo sospiro lo spinse a riprendere. «Capisci, era bella… tutta quanta, tutta… Il barone era innamorato pazzo molto… proprio… moltissimo, capisci? La guardava e basta… zitto, la guardava e basta… e sorrideva, stava sempre zitto… se la godeva, la sua moglie: sembrava che se la volesse prendere con gli occhi… Poi in una notte maledetta il povero barone… guidava sulla litoranea tutta curve… l’avete vista, no, la litoranea? Quante curve… c’era pioggia forte, non si vedeva niente… ah, eppòi, sì sì… c’era vento fortissimo e quanta terra rossa… dalla collina, un mare di fango era diventata la strada – a voi vi capitano cose così?


28 – forse il barone frenò, forse c’era olio a terra… non si seppe mai… forse un’altra macchina… non si sa… sbandò sul fiume, capisci, quello era diventata la strada… dicono che a una curva la macchina andò dritta… andò in aria, che si era sollevata e si era fermata in aria, dissero, figurati fermata in aria, e poi sugli scogli, sotto sotto, nell’acqua… dissero che c’era una macchina dietro e che avevano visto tutto, che la pioggia e il vento… e poi… povero barone, poveretto… precipitò al mare, sugli scogli in mezzo alla schiuma… e la pioggia… tutto insieme… i fari rimasero accesi e pure il clacson… suonava, suonava, per tutta la notte suonò». Tacque, come se avesse trattenuto il respiro. Tacque anche il vezzo dei grilli, il gracidare delle ranocchie, il vagare degli alti rami. Il capoccione bianco del contadino restava appeso su se stesso. Qualche lenta parola si contorceva fra denti e labbra, fra lingua e palato. Allora sollevò lo sguardo. Il dialetto cominciò a farsi più stretto, colmo di annessi e connessi, allusioni e imprecazioni, sospiri e commozioni. Sembrò di capire che la baronessa alla notizia non ebbe reazioni palesi; che diventò come di pietra, che si voltò, entrò in casa, la sprangò e la villa si chiuse. Poi un’auto venne a prenderla, l’accompagnò in ospedale mentre i ragazzi rimasero con la tata. La camera mortuaria restò aperta l’intera notte. Fu una notte nera che sembrava aver riempito il cielo e la terra, dalle radici dell’erba ai limiti del mondo. Lo vegliò, seduta su una seggiola, senza un fiato, un pianto, un sospiro, un gesto. Seduta, pareva una statua, morta pure lei. All’alba del giorno dopo, il carro prelevò la bara e l’ultimo viaggio del barone proseguì fino alla sua città. Al bivio di Villa Alta, l’auto su cui viaggiava la baronessa smise di seguire il feretro. La signora tornò dai suoi figli e si chiusero in villa. E la villa sembrò capire, perfino i muri capirono, si chiusero in se stessi come una margherita nell’imminenza della notte e Villa Alta cominciò a morire. Tre giorni dopo lei apparve sulla porta della villa più magra che mai, alta, pallidissima, vestita di nero: consegnò al fattore i cartelli e indicò i punti in cui avrebbe dovuto affiggerli. Vendeva, la baronessa vendeva la villa e


29 sarebbe andata via per non tornare più. Poi un giorno, un elicottero atterrò sullo spiazzo, ne scesero gli zii che ripartirono con la tata e i ragazzi. Di tanto in tanto qualche acquirente compariva, sembrava interessato… poi, pian piano non venne più nessuno; e le sterpaglie dell’abbandono invasero tutto». Gli occhi del contadino presero a vagare, evitava di incrociare quelli degli altri… Nessuno diceva nulla, nemmeno una parola. Il vecchio diventò inquieto, fumò una sigaretta dopo l’altra e bevve fino a prosciugare le fiasche. Credettero che la vicenda fosse finita lì. E invece il contadino proseguì, ma con toni mutati, le sue parole si trascinavano, quasi che una pesasse più della precedente. Appresero che, in una notte di tregenda, dopo la morte del barone, poco prima che la signora partisse per le sue terre, accadde qualcosa di terribile. Il contadino voleva raccontare, ma si vedeva con chiarezza che non possedeva i termini per esprimere il senso del male che si coagulò lì, su Villa Alta. Diceva: «Vedete? È tutto pieno… gramigna… gramigna ovunque e… e io che posso fare? Qualcosa, solo qualcosa, ogni tanto, posso fare… sono vecchio… non servo più… sono pieno di dolori…». Tirò fuori un sospiro profondo da far pena, più che altro un rantolo. Respirava a fatica, le parole arrancavano, venivano fuori lentamente insalivate come per bocconi amari, agli angoli delle labbra erano comparsi depositi biancastri. I quattro più che capire intuivano, irresoluti sul significato delle parole, a loro arrivavano frasi dal senso arbitrario, verosimili solo per assonanza. Pausa. All’alba, l’uscio semiaperto della villa dette pensiero al vecchio. Di buon mattino attraversava la spianata per raggiungere l’orto. Bussò, chiamò, chiamò ancora spiando fra i due battenti. Ne spinse uno, quello cigolò… e vide nella penombra un gran disordine, come se il sottosopra fosse stato provocato da una tromba d’aria tutta interna al salone. Il vecchio chiamava e si inoltrava nelle camere da letto. Anche lì, quando giunse, vide che tutto era sottosopra: seggiole rovesciate,


30 armadi aperti, tappeti agli angoli… La baronessa giaceva a pancia in giù sul grande letto, completamente nuda, il volto rivolto verso sinistra, verso la porta d’ingresso, gli occhi chiusi. Dalla giunzione delle gambe si allargava una macchia di sangue ormai abbrunito… Il cuore del vecchio ricevette un gran pugno. «M’appoggiai al cassettone per una vertigine – qui fu necessario che i quattro amici, ciascuno per conto proprio, si impegnasse in una traduzione approssimativa – tentai di coprirla alla meglio. Tanta bellezza, bruttata! Tentai di rianimarla con acqua, poi acqua di colonia. Guardai sulla toilette… no, no, forse nel bagno… com’era buono il profumo. Le diedi dei buffetti sulle guance, quelle belle guance… sembrò riprendersi. Udii un rantolo, annusai il fiele che veniva dalla bocca di lei, le labbra livide si mossero… qualche parola che non capii la pronunciò sottovoce. La trascinai verso i guanciali, la rivoltai supina, voleva essere coperta, aveva molto freddo, la temperatura di una morta! Spalancai gli armadi… quanti begli abiti e bella biancheria di seta… com’erano belle le sue cose… trovai le coperte, sì, quelle di lana, la coprii, alitai in quella grotta di coperte… alitai, ancora, alitai per un po’ di tepore. Andai in cucina… riempii una bottiglia d’acqua calda… povera baronessa… i suoi occhi restarono chiusi, stretti, senza una lacrima e la bocca senza più dire». L’uomo raccontò di aver telefonato e che la polizia era giunta a sirene spente. Ripartì quasi subito mentre alcuni agenti restavano a Villa Alta. Giunse un’autoambulanza a sirene spiegate e si portò via la baronessa. Carabinieri entravano, uscivano, sembravano gente della casa… quanta gente ci fu in quei giorni. Poi d’improvviso la villa diventò deserta. Furono messi i sigilli e certi cartelli il cui contenuto il contadino non capì. Dopo un paio di mesi la villa diventò ancora più chiusa, sprangata dall’interno. Calò un brutto silenzio senza mistero, un silenzio ottuso dentro al quale si infilava il vento. La baronessa, continuò il contadino, non tornò mai più a Villa Alta. I familiari la raggiunsero e, dall’ospedale, la ricondussero al paese d’origine. La villa non trovò acquirenti. Rimasero solo il vento e il silenzio.


31 Poi il contadino tacque: si guardava gli scarponi carichi di fango. E si guardava in giro, come smarrito, alla ricerca di qualcosa. Alla luce delle torce, i suoi occhi sembravano di un colore ancora più pallido e svigorito, quasi che in loro non fosse rimasta forza di vedere. Li si sarebbe detti ciechi e muti. Che cosa avrebbe potuto trovare guardandosi in giro? Era forse una di quelle situazioni in cui l’essere umano tende a cercare fuori di sé l’intima ragione di alcune personali pesantezze? Evita di guardare dentro la propria anima forse per non essere costretto a dirsi di aver trovato l’orrore di cui può essere stato capace? E allora, lui come tanti, doveva imbriacarsi o forzarsi a dormire per tentare di uscire dal groviglio che si portava dentro. Il vecchio badava solo che il suo sguardo non incrociasse quello di uno dei quattro. Il racconto si era srotolato in tutto il suo orrore, era entrato nelle pieghe del viso delle due donne alterandone i tratti. Sembravano donne sconosciute, non più quelle a loro familiari. Il contadino si alzò e, senza gesti o parole, li evitò e li lasciò: in pochi secondi il buio si richiuse dietro di lui. Poco dopo udirono di nuovo lo zappettare. Il contadino aveva lasciato dietro di sé uno strascico di silenzio, caduto non per mancanza di suoni, ma per essersi formato dopo un incantesimo. Le ombre di quattro statue di sale giacevano sul terreno. Di tanto in tanto il vento si destava piegando i rami degli alberi di fico… scricchiolavano, a volte fino a schioccare… un certo freddo di piena estate faceva rabbrividire perfino i grilli. La natura regolava in autonomia le sue cose. Il sangue che scorreva più caldo in uno dei quattro, quello della donna zebrata, mosse il suo corpo e gli altri si mossero di conseguenza. Non era più plenilunio e tuttavia era comparsa una luna grande. Per il gran peso si era appoggiata sulla linea dell’orizzonte mentre sull’acqua del mare aveva disteso la solita passatoia d’argento. Il segaligno si accovacciò, a occhi fissi pensava e ad alta voce borbottava. «Chiunque sia entrato avrà aspettato una notte del genere per


32 profanare… uhm… sì, il chiarore lunare avrà illuminato l’ombra fra i pampini, sarà sembrato un quadrupede… eh sì, non poteva fare altrimenti… si sarà mosso furtivamente… a scatti, acquattandosi, rapido… sarà comparso e scomparso, si sarà diretto verso la grande porta, uhm… eh no, sarà andato verso l’altro lato, quello buio della costruzione per non farsi vedere… è certo, sul lato destro, magari una delle finestre non avrà nemmeno cigolato – si è anche fortunati quando si fa del male… eh già, gli accidenti capitano quando si fa del bene. Qualcosa sarà stata dimenticata socchiusa – a volte ci si abbandona alla fiducia nel mondo, il male lo si legge solo sui giornali, chi vuoi che venga a rubare e poi c’è tanta gente che gira in zona… i giovani parenti del fattore, uhm… sì, sì, non deve aver cigolato. Qualcuno avrà scavalcato – è così a portata di mano – e sarà entrato a fare quel disastro…». La voce femminile. «Io me lo sentivo, accidenti a tutti i diavoli dell’inferno… lo sapevo che c’era qualcosa in questo maledetto posto…» sbottò la zebrata. La bionda colse la palla. «Oooooh… allora, dicevamo, sì dunque… dicevamo… che qui non si respira…». Attacco di panico? Forse. Solidarietà femminile? Possibile. Voglia di vendetta? Anche. Si era portata una mano alla base del collo e nel frattempo guardava di qua e di là. Proseguì: «Dicevamo anche che personalmente non mi sentivo a mio agio e che non riuscivo a rilassarmi e che quell’accidenti di costruzione ha un’aria che mi afferra lo stomaco e me lo strizza come un cencio lavato…». «D’accordo» fece il segaligno che ricordava quanto già si erano detti e per nulla disposto a fare la vittima sacrificale «vi accompagno giù, vi immetto sulla litoranea, queste sono le chiavi della macchina, ve le consegnerò e io proseguirò in autostop come ho fatto quand’ero giovane. Mi ci diverto pure… certamente non mi farò condizionare dai racconti di un vecchio arteriosclerotico!». Era la prima volta che arrivavano al brutale muro contro muro.


33 Pausa. Il silenzio li sommerse, adirato per essere stato turbato e non interpellato da quei quattro bambini cresciuti. Occhi-neri non fiatava, guardava verso il mare che non si vedeva. «Su, dai, calmati… in fondo non è successo nulla di nuovo che interessi noi…» disse la zebrata. «No, no no e no! Domani l’autostop lo faccio io, altroché, alla prima stazione ferroviaria monto sulla prima cosa che è fornita di ruote dirette verso dove dico io e ciao». Il tentativo dell’amica di calmarla non aveva avuto successo. «Le sventure purtroppo colpiscono alla cieca… chissà quante persone a noi vicine sono state percosse dalla vita senza che noi ne sapessimo nulla…». Occhi-neri azzardò: «Magari se ci facessimo una buona dormita… forse domani vedremmo la cosa diversamente». Se uno scaricatore di porto l’avesse insultata, la risposta sarebbe stata più contenuta. I lineamenti tesi, la voce stridula, le unghie protese verso il nemico, i capelli irti, la bionda ruggì: «Forse non sono stata sufficientemente chiara. Non intendo parlare ancora del fatto… andrò a dormire, se ci riuscirò, e domani partirò!». «Ehi ehi ehi…» fece il segaligno, «vedi di non esagerare… hai dei compagni di viaggio che non desiderano ricevere ultimatum. Domani ti accompagnerò in macchina alla stazione più vicina poi salirai da sola o in compagnia della tua amica o di occhi-neri… non so, vedete un po’ voi… Io me ne tornerò qui e andrò a farmi il più bel bagno della mia vita nell’acqua fresca del più bel mare della mia vita». La bionda, con un tono che sembrava scivolare verso il basso, verso più miti consigli: «Va bene, grazie, facciamo così… mi dispiace, ma non riesco a immaginare nulla di diverso… non credo ci sia altro… buonanotte». Le fiaccole e le lampade a gas furono spente. Tornarono nelle tende… forse si addormentarono, forse al mattino pensarono di aver dormito. Certo non si disse più nemmeno una parola. Le


34 zone buie della spianata emanavano un silenzio che sembrò aumentare, quasi a cancellare ogni forma di palpito. Il segaligno guardò l’ora: dieci minuti alle tre. Uscì dalla tenda ed entrò nella luce chiara chiara della gran lampada sospesa nel cielo d’oriente. Accese la prima parte del sigaro e sedette sul bordo della vasca. Soffiò il solito bastoncino vaporoso che diventò di smalto blu per via di quell’aria argentata. Come scaturito dal nulla, un fruscio, raccolto in sé, lo fece voltare. Proveniva dalla sua destra, accovacciato fra le piante del vigneto dove tutto sembrava silenzio. Da lì non avrebbe dovuto levarsi nemmeno un sospiro. Sparò il fascio della torcia in quella direzione e vide alcune piante di vite ondeggiare. Preferì pensare a un rabbuffetto d’aria o a una volpe o a un randagio e spense la torcia… non è che ci credesse… fece volare lontano la cicca… il crac di una cannetta che si spezzava… “Rabbuffetto o cane un bel par de palle…” pensò. Riaccese la torcia puntandola in quella direzione e, una dopo l’altra, un paio d’ombre di uomini semiaccucciati incapparono nell’occhio della torcia che li seguì nel loro correre a saltelloni fra le viti. Il segaligno gridò: «Ehilà… chi è? Chi c’è là?». Tornò in tenda, impugnò la torcia più grande e con essa sciabolò l’oscurità. «Ehilà… c’è nessuno? Ehi, tu… dico a te!» bleffò. Gli altri ormai svegli uscirono dalle canadesi. La voce gli era venuta fuori strozzata. In quattro si voltarono verso l’orto nella direzione dove avrebbe potuto esserci il contadino e proprio verso quella parte le ombre umane correvano a zompi mentre i pampini ondeggiavano. Si dette fuoco a tutto ciò che poteva generare luce, compresi gli accendini oltre a fari, lampade e fiaccole mentre le due donne tentavano di organizzare i suoni che girovagavano nelle loro laringi e tentavano di formulare la domanda: «Che cosa sta succedendo? Chi era? Hai visto qualcuno? Chi era, il contadino? Lo sapevo che era un poco di buono!». Le donne strillavano, occhi-neri taceva e osservava. Lo sguardo si muoveva lento e circolare.


35 «Vi abbiamo visto… chi siete… che volete? Venite fuori o telefoniamo ai carabinieri…» gridò tutto d’un fiato. Un ricatto del genere non si era mai visto. L’intento era di spaventare le ombre, in realtà intimorirono solo loro stessi. Non accadde proprio nulla: le viti smisero di ondeggiare e il vento si levò. «C’era gente qui intorno… gente che non voleva farsi vedere… forse conviene davvero non trattenersi e cominciare a fare i bagagli così da poter partire all’alba» disse a mezza voce e tutto d’un fiato occhi-neri, ponendo fine al suo mutismo. «Ma non ci reggiamo in piedi… facci dormire almeno un po’…» implorarono le signore. Tentarono di dormire, a turno magari, per quanto incubi e immagini terrifiche permisero. All’alba un primo bilancio rivelò quattro esseri umani che non avevano chiuso occhio ed erano pesti e sbiancati, in fuga da non si sa che cosa, in direzione di un qualche agglomerato urbano, via di lì comunque. Villa Alta li aveva avvertiti. *** )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD

Profile for 0111edizioni

Sclerocardia  

Giuliano Rodelli, racconti mainstream I protagonisti che agiscono nei racconti compresi in questa raccolta sono uomini sempre pronti all’att...

Sclerocardia  

Giuliano Rodelli, racconti mainstream I protagonisti che agiscono nei racconti compresi in questa raccolta sono uomini sempre pronti all’att...

Advertisement