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In uscita il 28/2/2018 (1,0 euro) Versione ebook in uscita tra fine febbraio e inizio marzo 2018 (,99 euro)

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LINDA MACCARINI

SANDY E L’IMMAGINE NELLO SPECCHIO            

       


ZeroUnoUndici Edizioni ZeroUnoUndici Edizioni

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SANDY E L’IMMAGINE NELLO SPECCHIO Copyright © 2018 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-9370-180-8 Copertina: immagine Shutterstock.com

Prima edizione Febbraio 2018 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova


“A te, l’altra me”


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PARTE I IL RISVEGLIO

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CAPITOLO I

Sandy non sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima giornata al castello. L’aria fresca del mattino entrava con prepotenza dalla finestra socchiusa. I primi raggi di sole illuminavano dolcemente l’interno della camera da letto con una timidezza pudica, quasi nascosta, come una governante che entra timidamente nella stanza, di prima mattina, in punta di piedi e fa di tutto per non destare la sua padroncina. Il silenzio, grande signore che governa il mondo da secoli e secoli, avvolgeva l’intera vallata e con lei l’intero castello con il suo parco e i suoi giardini, come un padre buono che abbraccia a sé la sua prole per proteggerla dalle intemperie e dal freddo penetrante dei primi giorni d’inverno. Gli alberi, le foglie, la natura intorno, tutto immobile, come se il tempo si fosse fermato ad aspettare che qualcosa accadesse, che qualcosa si risvegliasse dal sonno profondo nel quale era caduto, come una tomba socchiusa che aspetta di essere riaperta per far emergere il passato. Era tanto che non accadeva qualcosa al castello di Re Henry. Dal giorno in cui la Regina Mary se ne era andata, niente era più come prima, niente aveva più lo stesso sapore. Gli uccelli avevano smesso di cinguettare, il vento aveva smesso di soffiare. L’aria era fresca, ma non eccessivamente. Il caldo non era più caldo, il freddo non era più freddo. La primavera, l’estate, l’inverno si susseguivano in maniera indistinta una dopo l’altra come in una giostra che gira continuamente e chi vi sale non distingue un giro dall’altro. Era autunno perenne, se di autunno si poteva parlare. Una stagione statica, senza colore, che sembrava aver da poco salutato il sole cuocente dell’estate ma che non aveva ancora il coraggio di affrontare il freddo pungente dell’inverno, come una giovane donna che ha da poco lasciato le braccia della madre, ma che non ha ancora abbastanza coraggio per lasciarsi andare in quelle di un giovane uomo.


8 Eppure, nonostante il silenzio, Sandy si svegliò. “Un’altra lunga giornata”, pensò. Un’altra giornata stava per iniziare e sarebbe trascorsa allo stesso modo, uguale a quella precedente che già da lontano salutava il presente per trasformarsi definitivamente in passato, uguale a quella che sarebbe venuta dopo e che già faceva capolino con la fretta di un futuro imminente. Dopotutto, al castello di Re Henry, da quando la Regina Mary se ne era andata, il tempo sembrava non passare mai. I giorni erano tutti uguali. Appena Sandy aprì gli occhi, accarezzati dolcemente dalla mano calda dei primi raggi di sole, iniziò a immaginare quello che avrebbe fatto quel giorno. Tra poco, un lasso di tempo non quantificabile, ma comunque breve, la sua governante Giusy sarebbe entrata nella sua stanza esclamando con finto entusiasmo piena di energia: «Principessa Sandy, è arrivato un nuovo giorno!». Avrebbe spalancato la finestra, facendo entrare definitivamente la luce del sole, e avrebbe aiutato Sandy ad alzarsi. Lei non poteva farlo da sola, il “Dottore” lo diceva sempre. Poi, avrebbe portato il vassoio della colazione: la stessa, tutti i giorni. Dopo colazione, avrebbe aiutato Sandy a scendere le scale del castello e ad andare nel parco, dove avrebbero fatto insieme una lunga camminata di due ore, all’incirca. Poi sarebbero rientrate per le lezioni di pianoforte: Sandy amava suonare il piano, le ricordava il tempo in cui lo faceva insieme alla madre. Poi, sarebbe tornato di nuovo il tempo di pranzare. Dopo pranzo avrebbero letto insieme altri capitoli del Simposio di Platone, tre all’incirca, e avrebbero preso insieme lezioni di uncinetto, questo piaceva più a Giusy. Si sarebbe fatto buio e la giornata sarebbe praticamente giunta al termine. Di nuovo cena, e poi il sonno avrebbe preso il sopravvento, come un’aquila che vola e che acchiappa la sua preda e la divora, senza punto di ritorno. Sandy, mentre apriva gli occhi quella mattina, sapeva perfettamente che anche quella giornata sarebbe trascorsa in quella maniera, ma forse questa volta si sbagliava. Giusy bussò. Non lo faceva mai. «Principessa Sandy, è sveglia? Posso entrare?». Sandy aprì definitivamente gli occhi e, in preda a uno sbadiglio, farfugliò: «Sì, Giusy, entra pure». La giovane governante, ormai più compagna di giornate che semplice inserviente, aprì la porta con insolita grazia e delicatezza. Aveva gli


9 occhi raggianti, per una volta sembrava davvero felice che un nuovo giorno fosse iniziato. «Buongiorno Principessa! Ben alzata! Come sta questa mattina? Non ci crederà, ma oggi c’è davvero un sole splendente fuori! Ottima giornata per fare una bella camminata al fiume!». «Al fiume?» rispose sorpresa Sandy. «Sì, al fiume!» ribatté l’altra. Sandy si alzò sopra il letto. Guardò la ragazza con aria stupita, quasi attonita. «Giusy, sai benissimo che non posso arrivare fin là, il Dottore lo dice sempre. Saranno anni che non vado fino al fiume, non mi ricordo nemmeno l’ultima volta che ci sono andata…». In realtà Sandy si ricordava perfettamente il giorno in cui si era recata per l’ultima volta al fiume di St. Mary, solo che la sua mente, che mentiva continuamente, aveva preferito rimuovere, o farle credere che ricordare in quel momento non fosse possibile. A volte si sforzava di rammentare quel giorno, ma era come se un muro fosse stato innalzato tra lei e il ricordo, un muro solido che sembrava difficile, almeno per il momento, abbattere completamente. «Quanto tempo sarà mai, Principessa Sandy! Il fiume dista solo poche miglia da qui!». «È molto Giusy, mi sembra una vita fa. È da quel giorno che, da quel giorno che, da quel giorno che… non ricordo». «Poco male, oggi andremo a fare una bella passeggiata fin là così la memoria un po’ arrugginita le rammenterà di ricordi lontani. È una così bella giornata! Da quanto non vedevamo un sole così? Io da quando sono qui non l’ho mai visto». Così dicendo aprì le tende di seta che coprivano l’ampia parete di vetro zincato d’oro che dava proprio nella vallata e un sole raggiante illuminò l’intera stanza. La luce, sebbene fosse quasi sempre poca, non mancava mai al castello di Re Henry visto che era fatto interamente di vetro. Un’enorme e ampia struttura trasparente, di circa cinquanta piani, decorata intorno alle centosessanta finestre e alle quaranta porte da merletti di oro massiccio. Se qualche cavaliere errante o qualche fuggitivo fosse passato per caso di lì e non avesse conosciuto il posto, da lontano avrebbe creduto che quella maestosa struttura fosse un’enorme montagna di ghiaccio nella quale i raggi di sole che si


10 riflettevano creavano uno strano effetto dorato. Come un iceberg in mezzo al mare, il castello pareva una montagna in mezzo a un’immensa vallata sfiorita, che forse un tempo aveva conosciuto la primavera. Per la prima volta dopo molti anni sembrava davvero primo mattino al castello di Re Henry. Giusy, fischiettando come un uccellino, svolazzò fuori dalla stanza a prendere il vassoio con la colazione per Sandy, la quale stava aspettando al bordo del letto il consueto aiuto mattutino da parte della sua giovane governante. Infatti, nonostante la Principessa fosse poco più che adolescente, non poteva fare movimenti bruschi. La sua salute cagionevole, diceva il Dottore, poteva giocarle un brutto scherzo da un momento all’altro, quindi era necessario preventivare qualsiasi mossa, qualsiasi posizione, anche semplicemente l’atto di alzarsi in piedi da sola dopo una notte di sonno. Giusy rientrò, posò il vassoio sopra l’ampia scrivania e si accinse ad aiutare Sandy. «Non capisco perché debba avere bisogno del mio aiuto per alzarsi, lei cammina benissimo da sola Principessa Sandy». «Apparentemente sì, ma non hai sentito il Dottore? La mia malattia potrebbe acuirsi da un momento all’altro, e potrei, potrei… Insomma potrei perdere l’uso delle gambe». Giusy la guardò perplessa. «In ogni caso, per me è un piacere aiutarla Principessa». La prese sotto le braccia e l’aiutò a mettersi in piedi. Dopodiché, l’accompagnò alla scrivania dove era stato posato il vassoio. Dall’odore Sandy riconobbe subito quello delle uova strapazzate. “Sempre la solita colazione, tutti i giorni” pensò. “Prima o poi diventerò un uovo!” Ma all’improvviso l’odore forte, per certi aspetti quasi acre, della colazione si mescolò con quello più soave, leggero, quasi regale di un fiore. Sandy si girò di scatto verso Giusy. «Ma questo non è profumo di…». Giusy l’anticipò, finendo la sua frase prima che potesse farlo lei: «Profumo di rosa! Ne ho trovata una, una soltanto, bianca come la neve, proprio fuori dal portone del castello! Che le avevo detto Principessa, oggi è o non è una giornata straordinaria!». Come poteva una sola rosa profumare con tanto ardore. In pochi istanti tutta la stanza, nonostante fosse ampia e spaziosa, così spaziosa da riuscire a sentire l’eco se qualcuno vi parlasse, si impregnò di quell’odore delicato ma consistente, soave ma deciso. Sandy, ancora


11 sorpresa, si voltò verso il suo letto sopra il quale vi era appeso alla parete un quadro che ritraeva un’immensa vallata con un fiume che sfociava in un piccolo lago dalle acque cristalline. Al centro del lago vi era un cigno bianco che con eleganza quasi maestosa centrava con il proprio sguardo l’obiettivo. Tutto intorno al lago un immenso roseto circondava le sponde come a protezione di quel luogo incantato, quasi sospeso in una nuvola d’aria, come se chi avesse dipinto la tela si trovasse in una dimensione a metà tra realtà e finzione. Poi a un certo punto il dipinto si interrompeva. La tela non era stata completata, chissà per quale ragione, e uno spazio bianco in basso a destra lasciava ancora adito all’immaginazione. Nel momento in cui volse lo sguardo verso quella parete, Sandy ricordò. Ricordò che quel giorno di dieci anni fa era felice di scendere nel parco del castello per andare a fare la consueta passeggiata con sua madre, la Regina Mary. Era il primo giorno d’estate. L’aria era calda, lo scirocco soffiava da sud accarezzando con dolcezza i capelli di Sandy che di tanto in tanto li sistemava per tenere libero lo sguardo. Anche sua madre era felice, almeno così sembrava. Per festeggiare l’inizio della bella stagione avrebbero fatto, come ogni anno, una lunga passeggiata verso il fiume di St. Mary. «Adoro quel fiume» soleva dire la Regina. «Porta pure il mio nome». E così fecero. Ricordò che si misero in cammino presto, di prima mattina. Il cielo era terso, senza nemmeno una nuvola. Gli uccelli cantavano quasi a festa, come per annunciare l’inizio di un momento di gioia. Sandy, poco più che bambina, saltellava come una gazzella nella distesa verde fiorita, fermandosi a cogliere i fiori che trovava fortuitamente nel corso del suo cammino. Dietro di lei la Regina sorrideva, cercando di stare al passo con la vivacità inconsueta della sua bambina. «Aspettami Sandy, aspettami!». Camminava a fatica, nella mano destra sorreggeva la tela incompleta che da mesi cercava di finire, nella sinistra i pennelli e i colori che erano lo strumento della sua immaginazione. Non era facile finire quel dipinto, Sandy ricordava che la Regina non vedeva bene da un po’ di tempo. Ma lei continuava a saltellare, e sua madre continuava a camminare dietro di lei, ripetendo: «Aspettami Tesoro, aspettami!». Poi, poi... «Principessa Sandy, via si muova! Ancora non ha iniziato a mangiare!».


12 Giusy riportò improvvisamente Sandy alla realtà. «Hai ragione Giusy, meglio far colazione». «Cosa c’è che la turba così tanto, vedo che si è rattristita per un momento». Sandy posò lo sguardo sulla rosa che teneva tra le mani. Non sapeva se confidare o no il suo rammarico alla ragazza. Ma sì, dopotutto, Giusy era sempre al suo fianco. «Non so come spiegarlo» si soffermò. «Lo faccia semplicemente, con le sue parole» la incoraggiò Giusy. «Questa rosa che mi hai portato, e quel quadro incompleto che da dieci lunghi anni è appeso alla parete sopra il mio letto, mi hanno improvvisamente rammentato l’ultimo giorno che sono andata al fiume di St. Mary. Ero con mia madre, la Regina». «È bello, Principessa, che possa ricordare una giornata passata con sua madre, sicuramente sarà stata bella e piacevole». «Sì, credo di sì. Il problema è che ogni volta che cerco di ricordare a fondo, ogni volta che cerco di capire come quella giornata sia giunta al termine, la mente inizia a fare i capricci, i ricordi da vivi diventano sbiaditi e il pensiero magicamente si interrompe». Giusy la guardò con occhi curiosi e vividi. «E allora si sforzi di andare più a fondo, si sforzi di ricordare tutto». «Ci provo Giusy, ci provo. Ma ogni volta che metto in moto la mente per rivivere quel giorno, l’unica cosa che so con certezza è che mia madre se ne è andata, e io ho iniziato a stare male». Era dal giorno in cui la Regina era andata via che Sandy aveva iniziato ad accusare i primi sintomi della sua malattia. Un dolore improvviso alla gamba destra che a poco a poco diventò sempre più acuto, immobilizzandola. La gamba era pesante come un masso, Sandy riusciva a muoverla a fatica. Disperato per le condizioni della figlia, poiché anche l’altra gamba iniziava a essere pesante e se non fosse intervenuto, la ragazza avrebbe perso l’uso di entrambe le gambe, Re Henry chiese l’aiuto di colui che tutti al Castello chiamavano “il Dottore”, ma che dalle sembianze e dai vestiti che portava assomigliava di più a un “Mago-Santone”. Sir Lucas, questo era il suo nome. Capelli grigi, barba lunga fino alle ginocchia, occhi neri come la pece. Le rughe solcavano il suo viso. Aveva più o meno l’età del Re, ma un occhio clinico avrebbe notato le sue numerose cicatrici, e avrebbe detto che quell’uomo aveva già vissuto sette vite, come i gatti. Al centro del suo


13 camicione bianco portava un crocifisso di legno che di tanto in tanto toccava, come se da lui cercasse ispirazione, come se cercasse di invocare una mano dal cielo. Quel giorno che era venuto a visitare Sandy era stato chiaro: «Questa bambina perderà l’uso delle gambe!». Re Henry si era così disperato da giurare sul Signore dei cieli che avrebbe fatto di tutto pur di vedere sua figlia camminare, pur di dare una speranza alla sua bambina. Il Dottore, così, pronunciò la sua sentenza: «una soluzione, veramente, ci sarebbe. Se un futuro alla Principessa vuole dare, il suo sonno per dieci lunghi anni dovrà donare. Se in questi dieci anni, precisamente al compimento del diciottesimo anno di età, la Principessa il grande amore troverà, lei Re libero dal suo sonno sarà e la Principessa a camminare per sempre tornerà. Se in dieci anni, precisamente al compimento del diciottesimo anno di età, nulla accadrà, Lei Re nel suo sonno perenne sprofonderà, e la Principessa per sempre immobile sarà». E così fece. Il Re si fece addormentare – cosa non farebbe un padre per il futuro della sua bambina! – e Sandy a poco a poco riprese a camminare. Ma quella condizione di finto benessere sarebbe durata poco. Sandy avrebbe dovuto fare attenzione ai minimi sforzi. Non poteva correre, non poteva giocare, non poteva camminare senza l’aiuto di qualcuno. Avrebbe dovuto frenare le sue ansie, le sue paure, le sue voglie proprio per non cercare di affaticarsi troppo. Avrebbe dovuto vivere al riparo in quel grigio, immenso castello di vetro che sorgeva in una vallata arida, senza più fiori, senza più natura, senza più colori. Però, all’interno di quelle mura, nella solitudine e nella consapevolezza totale che un giorno avrebbe perso l’uso delle gambe, Sandy doveva trovare il grande amore, e così avrebbe salvato lei e suo padre. Un bel peso, pensava di tanto in tanto. E poi, cosa mai avrebbe voluto indicare il Dottore con la frase “il grande amore”. A volte lo domandava a Giusy. «Cosa è secondo te il grande amore?». Giusy rispondeva arrossendo: «Oh Principessa, il grande amore credo che sia l’amore di un uomo per una donna, la passione che lega un uomo a una donna. Cos’altro potrebbe essere altrimenti?». E così, tra quei pensieri e quei ricordi, Sandy accolse con vigore l’idea che poco prima, quella mattina, Giusy aveva espresso con tanto entusiasmo e tanta convinzione e che lei aveva in un primo momento declinato.


14 «Giusy, non parliamo più del passato, per ora. Hai ragione tu. Finisco veloce la colazione e poi ci incamminiamo». «Incamminiamo dove, Principessa Sandy?». «Come dove, lo hai detto tu poco fa. Andiamo a fare una lunga passeggiata verso il fiume di St. Mary».


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CAPITOLO II

Sandy e Giusy si preparano ad affrontare il cammino. Sebbene non fosse un percorso eccessivamente lungo, era bene capire quale strada percorrere per non imbattersi in spiacevoli sorprese. Alla fine, pensò Sandy, erano dieci lunghi anni che non si recava al fiume di St. Mary e molte cose da allora erano cambiate. Poi aveva sempre fatto quel percorso con sua madre, la quale conosceva bene il tragitto in quanto andava fin là di tanto in tanto per trarre ispirazione per dipingere. Adesso che sua madre se ne era andata, chi le avrebbe spiegato qual era la strada migliore, a cosa fare attenzione e quali pericoli si nascondevano. Poteva contare solo sulle sue forze. L’ultima volta che si era recata in quel luogo era solo una bambina. Adesso era una signorina, quasi una donna. Avrebbe compiuto diciotto anni a breve, tra tre mesi esatti. Giusy preparò un cestino con qualche cosa da mangiare: qualche focaccia, due pezzi di formaggio fresco e una porzione di torta di mele. Era buonissima, l’aveva fatta con le quattro mele che il giorno prima aveva trovato nel melo accanto al castello, le uniche perché erano anni che quell’albero, come gli altri, non fioriva più. Poi, riempì una brocca di vetro con l’acqua fresca della fonte: era importante avere con sé un po’ di acqua fresca, sarebbe stata utile in quella giornata insolitamente calda e soleggiata. Dopodiché, avvolse il tutto con un panno di seta bianco per proteggere le cibarie dal caldo e dal sole che penetrava leggiadro tra gli intrecci di vimini del cestino. Poi, aiutò Sandy a vestirsi. L’abito di seta azzurro le calzò a pennello. Era diverso tempo che non lo indossava. Quello era l’abito delle “grandi occasioni”, se così si può dire, e per una come Sandy, che era solita trascorrere le sue giornate nei dintorni del castello, indossarlo nuovamente era un po’ come tornare ai vecchi tempi. Forse le stringeva leggermente in vita. Il suo corpo era cambiato, o perlomeno stava cambiando. Il petto era cresciuto, e con lui anche i fianchi avevano iniziato a prendere una


16 forma rotondeggiante. Anche il viso era diverso. L’innocenza dell’infanzia stava iniziando a lasciare spazio alla consapevolezza dell’età adulta. Che peccato che Sandy non potesse guardarsi allo specchio – in tutto il castello non vi era nemmeno uno specchio! –: era così bella. Il Re, appena sua moglie la Regina aveva accusato i primi sintomi della sua malattia agli occhi, li aveva fatti togliere tutti. «Se mia moglie la Regina perderà davvero la vista e non potrà più guardarsi allo specchio e contemplare la sua bellezza, non c’è ragione per cui rimanga anche un solo specchio in tutto il castello!» aveva detto un giorno preso dallo sconforto quando Sir Lucas aveva visitato la Regina Mary, dandola per spacciata. E aveva fatto bene, pensò qualche tempo dopo, quando anche sua figlia si era ammalata e il “Dottore” aveva di nuovo profetizzato il futuro senza speranza della giovane fanciulla. Ogni tanto Sandy guardava la sua immagine sui vetri del castello e allora poteva scorgere il riflesso sfuocato dei suoi lineamenti delicati, la luce dei suoi occhi grandi, il colore nero corvino dei suoi lunghi capelli lisci e setosi. Anche Sandy era convinta che fosse un bene che non vi fossero specchi. Quando la sua malattia sarebbe progredita e avrebbe perso l’uso delle gambe, avrebbe perso anche l’abitudine di guardare il riflesso della sua immagine sul vetro della sua stanza. Non ce ne sarebbe stata più alcuna ragione. Tutto era pronto. Prima di partire però voleva salutare suo padre il Re. Anche se non sarebbero state via a lungo, una mattina intera o poco più, il fatto di lasciare il castello dopo tutto quel tempo incuteva nella Principessa un senso di ansia mista a paura. Non sapeva la ragione, eppure qualcosa le diceva che doveva andare da suo padre e dirgli “arrivederci”, anche se avrebbe significato rivederlo il pomeriggio stesso. Così, uscì dalla camera da letto e, accompagnata da Giusy, si diresse con passo deciso verso la scalinata che conduceva alla stanza di Re Henry. Giusy si volse verso di lei, con sguardo inquisitorio. «È proprio sicura Principessa di voler salire fin lassù?». «Certo, Giusy. Prima di mettermi in cammino devo assolutamente salutare mio padre». Effettivamente non era così facile arrivarvi. Re Henry riposava da dieci lunghi anni nella torre più alta del castello, chiamata per la sua lontananza dalle altre stanze “anima gelida”. Una distesa di circa trecento scalini di vetro scivoloso che si arrampicavano


17 prepotentemente verso il soffitto in forma circolare creando un’enorme elica trasparente. Guardando dal basso verso l’altro, era difficile capire dove gli scalini sarebbero terminati, tanto che davano l’impressione di dirigersi verso il cielo, alla ricerca di uno spiraglio di luce. Sandy si fece coraggio e, aggrappandosi alla veste della sua fedele compagna, iniziò a salire i primi scalini. L’aria era gelida, e più si saliva più la temperatura scendeva. Più che la scalinata per raggiungere la torre del castello, sembrava di scalare una montagna piena di neve per raggiungere la cima più alta. Più volte Giusy la guardò come per dirle di fermarsi e rinunciare (dopotutto nel primo pomeriggio sarebbero rientrate, diamine!), ma Sandy era determinata a portare a compimento il suo cammino. Dopo sforzi immani e il rischio di scivolare più volte, le due fanciulle raggiunsero finalmente la porta della torre. Un enorme portone di vetro bloccato da un massiccio lucchetto d’oro. “Accidenti” pensò Sandy. “La chiave del lucchetto!”. Ecco cosa si era dimenticata di prendere! E adesso? Era stato tutto uno sforzo inutile. Per fortuna, Giusy aveva le chiavi di scorta di tutte le quaranta porte con sé, tra cui quella del lucchetto. La ragazza mise la mano in tasca ed estrasse un pesante mazzo di chiavi di oro massiccio, tra le quali solo una di queste era di vetro. «Eccola!» esclamò Giusy. Sebbene fosse apparentemente fina, pesava più di tutte le altre, tanto che dovette chiedere questa volta lei una mano a Sandy per poterla inserire nella serratura. Una volta inserita, insieme la girarono per ben dieci volte. Alla decima, il lucchetto si aprì, e con esso la porta della stanza del Re. Uno spiffero gelido uscì all’improvviso come per dare il benvenuto. Sandy entrò. Erano mesi che non andava a fare visita a suo padre, eppure quel luogo era sempre lo stesso, esattamente come l’aveva lasciato l’ultima volta che vi era entrata. La forma circolare, le pareti e il pavimento completamente di vetro conferivano alla stanza l’idea di essere come sospesa per aria. Nella parete di fronte alla porta un grande orologio appeso e polveroso segnava da dieci anni la stessa ora, le nove del mattino, il momento in cui il Re era sprofondato nel suo lungo sonno. Tutto intorno immobile. Al centro, la teca di vetro all’interno della quale riposava il Re. Sandy si fece coraggio e si avvicinò. Il viso disteso e sereno di suo padre le conferì per un attimo tranquillità. Nonostante fosse lì ormai da molto, per lui il tempo era come si fosse fermato. I capelli scuri, leggermente lunghi fino alle spalle non


18 mostravano il benché minimo segno di invecchiamento. La bocca socchiusa che accennava un leggero sorriso, come se il Re stesse fantasticando o sognando di luoghi sperduti e lontani. La pelle del viso liscia come la seta, senza nemmeno una ruga. Anche i vestiti sembravano non aver risentito del passare del tempo. Il mantello soffice rosso acceso splendeva come illuminato di luce propria. La veste bianca e rossa di sete purissima – quando la Regina Mary era ancora al castello aveva fatto provenire la seta direttamente dall’India per far cucire la veste a suo marito – era ancora intatta, così luminosa e liscia da dare l’impressione di essere stata lavata poco tempo prima. E poi il profumo della pelle di suo padre. Quella pelle bianca come la neve profumava di rose appena sbocciate. Se non fosse stato per il freddo pungente e per l’anonimità del luogo – le pareti spoglie e l’orologio appeso interrotto incutevano un certo senso di perdizione, di vuoto – si avrebbe avuto la sensazione di essere nei pressi di un roseto in fiore. Anche la spada che il Re teneva con sé sembrava brillare. L’impugnatura d’oro ricoperta di smeraldi e topazi verde acqua incastonati in forma circolare a strati disconnessi riproducevano il bocciolo di un fiore. A una certa altezza, più che l’impugnatura di una spada sembrava un agglomerato indistinto di luci luccicanti, simile al cielo stellato di una sera d’estate. Sandy accarezzò il corpo inerme del padre. Era gelido, nonostante le sue guance e le sue mani fossero di un colore rosa tenue. Come dormiva profondamente! Chissà cosa stesse immaginando la sua mente e se sentisse che lei in quel momento era lì. Avvicinò il suo viso a quello del Re, tenendosi con la mano destra una ciocca dei lunghi capelli neri per avere lo sguardo libero. «Padre sono qui, mi sente?». Nessuna risposta. Sandy riprese: «Sono venuta a salutarla, sto per partire verso il fiume di St. Mary. È tornato il sole dopo tanto al castello, oggi è una bellissima giornata. Se solo potesse vedere. Ma tornerò presto, nel primo pomeriggio sarò qua. Volevo solo dirle… arrivederci». In quel momento, presa forse dall’emozione di aver rivisto il padre dopo tanto, non riuscì a trattenere le lacrime. Grossi goccioloni le solcarono il viso, al che Giusy si avvicinò come per darle conforto. Sandy riprese: «So, padre, che mi aveva detto di non lasciare mai il castello per qualsiasi motivo. So che è preoccupato per me, per la mia salute. Ma


19 questo castello di vetro mi sta soffocando. Oggi, sento di dover partire». Così dicendo, si voltò verso la fedele compagna con sguardo dolce ma deciso, e aggiunse: «Vieni Giusy, partiamo. Si sta facendo tardi».


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CAPITOLO III

La strada verso il fiume di St. Mary non era lunga, ma complicata. Sandy non riusciva a ricordare con precisione quale cammino fosse più conveniente prendere. Era, per così dire, smarrita. Appena uscì dalla porta principale del castello però, assaporando con gusto proprio l’aria tiepida di quel mattino, capì che non poteva rimandare. Aveva come il presentimento che ci fosse davvero qualcosa di estremamente diverso nell’aria rispetto al giorno precedente, e rispetto a quello prima ancora, e a quello prima ancora, e così via. L’ampio giardino di fronte alla porta principale, piccolo se confrontato con l’immenso parco che si estendeva ai lati e sul retro del castello, era a prima vista spoglio e spento come sempre. Sarebbe stato un giardino bellissimo, se solo i fiori fossero tornati a sbocciare. Le siepi erano formate da circa cento piante diverse che un tempo, in primavera, illuminavano l’ingresso con i loro colori e la varietà di verde. Al centro del giardino, proprio a pochi metri dal cancello principale che aprendosi dava il benvenuto al castello, la siepe diveniva più fitta e stretta. La forma simmetrica e volutamente proporzionata nella quale era stata piantata faceva sì che formasse un intricato labirinto. Sandy si ricordava di tanto in tanto quando da piccola soleva giocare all’interno di quelle mura verdi con sua madre. Era tanto divertente quanto angosciante. Una volta impiegò tutto il pomeriggio a ritrovare l’uscita, tanto era stretto e fuorviante il percorso. Spesso si domandava che cosa formassero guardate nel loro complesso tutte quelle linee, tutto quel verde posto intenzionalmente in determinati punti del giardino. Lei ovviamente non poteva vederlo, ma se fosse stata catapultata nella vita reale, in epoca moderna, e fosse salita su un elicottero per solcare dall’alto la vastità della vallata, avrebbe visto disegnato a terra un cigno. Un cigno che con il suo folto piumaggio formato da tante foglie intrecciate l’una all’altra fluttuava in quel mare verde sperduto ai bordi del mondo, con dietro un iceberg dai contorni giallo oro. Un’immagine quasi poetica, si potrebbe dire.


21 La Principessa e Giusy si avvicinarono a quella siepe spenta, arida. Che peccato fosse ridotta in quella maniera. Anche il giardiniere del castello ci aveva rinunciato. Se le stagioni non fossero tornate a susseguirsi come un tempo, sarebbe andato tutto perduto. A un certo punto, però, scorsero tra i rami secchi del fogliame delle luci colorate che, simili a lampadine, luccicavano a intermittenza illuminati dalla luce del mattino. «Non posso crederci, guardi Principessa ci sono dei tulipani laggiù». Sandy si avvicinò ancora di più. Dei bellissimi boccioli in fiore di colore rosso e arancione davano luce a quel verde indistinto. Era incredibile ma allo stesso tempo piacevole credere che oltre alla rosa che Giusy le aveva portato quella mattina altri fiori stessero sbocciando in giardino. La ragazza ne colse uno – il più bello – e lo mise dietro all’orecchio di Sandy a ornamento della sua acconciatura liscia. Il rosso fuoco del fiore unito ai capelli neri corvino della fanciulla creava un piacevole effetto di contrasto che andava a illuminare il viso bianco latte di Sandy. «Ecco, adesso è pronta per partire». «Ma non sarà troppo appariscente questo rosso vicino ai capelli? Se mio padre il Re mi vedesse!». «Suo padre il Re sta dormendo profondamente Principessa, mentre lei è qui, viva, in questa bella giornata di sole. Non si dimentichi che c’è ancora molto cammino da fare davanti a lei». E così le due fanciulle, una con il suo fiore tra i capelli e l’altra con il cestino per il pranzo in mano, si avventurarono verso il fiume di St. Mary. Era così strano uscire dal cancello di vetro che delineava il confine tra l’interno e il mondo esterno dopo tutto quel tempo. Sandy ebbe come l’impressione di entrare in una dimensione spazio temporale diversa, tanto che per un attimo si sentì così spaesata da avere le vertigini. Era la prima volta che varcava la soglia che separava il mondo protetto, monotono ma rassicurante, del castello di Re Henry da quello aperto, estraneo, per certi aspetti pure selvaggio, della vallata. Era la prima volta che lo faceva senza sua madre. Eppure, non aveva paura. Sarà stata la presenza di Giusy vicino, o il fatto che ormai non era più una bambina, ma qualcosa dentro di lei le diceva di continuare. Passo dopo passo le due fanciulle imboccarono una via sterrata che costeggiava immense distese di prati verdi arati. Man mano che


22 passeggiavano, si rendevano sempre più conto che là la natura viveva. Immense distese di grano giallo oro danzavano al rumore del vento con un’energia e una vitalità del tutto sconosciuta – al Castello, era tutto così immobile – che riempì il cuore di Sandy di una gioia strana, mista a stupore, che aveva come dimenticato. Di tanto in tanto qualche passero solitario scendeva in picchiata dal cielo terso sfiorando le distese di grano, per poi risalire con velocità sorprendente verso l’azzurro ceruleo, come un pesce che dopo aver acchiappato la sua preda risale con slancio dal fondale marino in superficie, sguazzando nell’acqua cristallina di un mare pacifico. C’era pace là fuori, e tanta libertà. Se solo avesse potuto volare come gli uccelli – pensò Sandy. Se non avesse avuto gambe ma ali, tutto sarebbe stato più semplice. Avrebbe vissuto con leggerezza quel breve ma intenso tratto di vita, senza il pensiero che un giorno tutto si sarebbe fermato e lei non avrebbe più potuto fare niente per impedirlo. Alla fine della strada sterrata, Sandy e Giusy arrivarono a un bivio. Due viottoli, uno più ampio e liscio, l’altro stretto e tortuoso. Entrambi attraversavano il bosco – a Sandy sembrava di ricordare – risalendo la collina di St. Mary fino al punto più alto, dopo del quale la strada sarebbe scesa nuovamente a valle raggiungendo il fiume e il lago dove questo sarebbe a poco a poco defluito, morendo. Entrambe le strade portavano alla stessa meta, ma in maniera diversa. Come era difficile scegliere tra un percorso e l’altro. Queste non sono mai scelte facili. Occorreva un po’ di buon senso per capire il da farsi. Mentre le due fanciulle se ne stavano immobili di fronte a quel crocevia, osservandolo con sguardo pensieroso e assolto, una delle due irruppe interrompendo il silenzio: «Principessa, si ricorda quale strada aveva imboccato con sua madre la Regina l’ultima volta che è venuta qui?». Sandy temeva quella domanda. Era da quella mattina che Giusy le faceva domande che la inducevano a ricordare, ma la sua mente non ricordava. La sua mente non voleva ricordare. «Giusy, io non ricordo». «Si sforzi, Principessa. È grazie a lei che siamo arrivate fin qua. Qualcosa dovrà pur ricordare». Sandy si soffermò di nuovo a pensare.


23 «Mi pare che mia madre decise di imboccare la strada sulla sinistra, più ampia e scorrevole. Era la strada più semplice, ma non sono certa che fosse quella più giusta». Giusy la guardò perplessa. «Bene, allora noi prenderemo la strada sulla destra, più stretta e scivolosa. Ma lei, Principessa, è sicura di farcela? Se la sente? Non finirà per stancarsi troppo così?». Sandy la guardò con insolito sguardo risoluto. «Giusy, non temere, posso farcela». La strada era davvero scivolosa, piena di buche e sassi che rendevano difficile il cammino. A un certo punto si stringeva così tanto da costringere la Principessa e la governante a camminare in fila indiana. Il bellissimo vestito di seta di Sandy, lungo fino alle caviglie e leggermente ampio dai fianchi in giù, di tanto in tanto si impigliava nei ramoscelli e nelle foglie intricate degli alberi del bosco, tanto da costringere la ragazza a fermarsi di colpo per liberarsi dall’impedimento. Ma poco le importava del vestito. Ciò che le premeva e che guardava per assicurarsi che fosse sempre al suo posto era il bracciale di oro purissimo che teneva al polso destro. I rubini e le pietre preziose color verde acqua che insieme formavano il bocciolo di un fiore ricordavano il pugnale della spada di suo padre. Era molto prezioso per lei. Il Re e la Regina glielo avevano donato al compimento del terzo anno di età, quando era ancora troppo piccola per indossarlo. Era un segno di purezza e regalità. Nessun’altra bambina o giovane donna in tutta la vallata indossava un bracciale di tanta bellezza. Era necessario avere grazia ed eleganza innate per poterlo fare. Sandy le aveva. A un certo punto la strada si fece più ampia e in pianura. Le due fanciulle ripresero a camminare una di fianco all’altra, sostenendosi. Sandy ogni tanto ripensava a suo padre il Re e al Dottore, al fatto che non doveva lasciare il castello, alla sua salute cagionevole. Se l’avessero vista in quel momento attraversare quella strada così scoscesa e irregolare, probabilmente sarebbe preso un colpo a entrambi. Ogni tanto sentiva come un leggero dolore alla gamba destra, un leggero formicolio, e allora nel silenzio assordante dei suoi pensieri iniziava a rimuginare. Se la malattia fosse tornata all’attacco? Se gli sforzi di quel giorno l’avessero paralizzata? Tutto sarebbe stato vano.


24 Per fortuna, la voce pettegola di Giusy la riportava alla realtà. Ecco che arrivarono a un nuovo bivio, questa volta formato da ben tre strade che si diramavano: una portava a destra, una proseguiva al centro, l’altra portava a sinistra. Sandy era sicura di non aver mai visto quell’incrocio. Sua madre quel giorno aveva preso una strada molto più semplice, molto più diretta. «E adesso?» domandò Giusy. «Adesso non saprei proprio cosa fare». Le due fanciulle rimasero pensierose in silenzio per qualche secondo. «E se tornassimo indietro? Inizio a pensare che sia stata una pazzia arrivare fin qui» esclamò Sandy volgendo lo sguardo in basso, verso la strada. Le gambe iniziavano a dolerle e la paura iniziava a prendersi gioco di lei. «Non sia sciocca, Principessa, la pazzia è il veicolo di qualsiasi straordinaria impresa. La paura è la morte di qualsiasi intento. Poi vede, la fortuna sta dalla nostra parte. Proprio là, alla sua destra, si scorge un fuoco acceso. Chissà vi sia qualcuno disposto a darci un consiglio». Si incamminarono verso quel fumo che proveniva dal centro del bosco. Non sembrava poi così lontano. Man mano che si avvicinavano gli alberi e le foglie si facevano sempre meno fitti, e così arrivarono a una casa. Una piccola baita di legno con una porta minuscola sulla facciata principale e una sola finestra sul lato destro. Era alta poco più delle due fanciulle. Chi vi abitava probabilmente era alto in proporzione alla casa, perché Sandy non sarebbe riuscita a passare da quella fessura stretta e bassa. Fuori, un fuoco acceso scoppiettava mentre cuoceva un castoro grande quanto una persona. Chi mai avrebbe potuto mangiare un animale di quelle dimensioni! Sandy ebbe di nuovo paura e fece cenno a Giusy di scappare. Ma proprio quando stava per girarsi per tornare alla strada principale, il padrone della casa si presentò di fronte a loro. Un piccolo ometto dai tratti rozzi, ma simpatici, con le gambe corte e tozze, vestito completamente di verde tanto da mimetizzarsi con il bosco. In testa un cappello più grande di lui gli avrebbe coperto il viso completamente se con una mano non l’avesse tenuto spostandolo in su di tanto in tanto. Era un personaggio obiettivamente strano, a metà strada tra un nano e un folletto, ma non sembrava avere intenzioni malvagie. Ciò che era certo è che non era all’altezza del suo pranzo. Il castoro pesava sicuramente più di lui.


25 Il piccolo uomo appena vide le due ragazze alzò lo sguardo con gli occhi luminosi e con voce squillante disse: «Cosa ci fanno due belle donzelle come voi al bivio di un bosco dimenticato da Dio! Vi siete per caso perse?». Sandy si voltò verso Giusy cercando il suo appoggio per parlare. In realtà avrebbe preferito se lei stessa avesse preso la parola per prima. Non sapeva cosa dire e se dare spiegazioni a quella buffa creatura. Ma questa volta, Giusy non parlò. Così Sandy con voce timida disse: «Stavamo, stavamo… stavamo passeggiando per di qua. Volevamo approfittare della bellissima giornata di sole visto che è tanto che non ne vedevamo una così». L’uomo le guardò accigliato. «Non vedevate il sole da molto? Dove avete vissuto finora in prigione?». Sebbene scherzasse, Sandy pensò ironicamente tra sé che il folletto non si era poi così allontanato dalla verità. Per lei il castello era una prigione, in effetti. Allora Giusy intervenne. «Non sia sciocco, le sembriamo due ragazze che vengono dalla prigione?». Il piccolo uomo allora si riprese di colpo. «Ma no, non fraintendetemi, non volevo essere scortese! Solo che due fanciulle giovani come voi dovrebbero poter vedere solo il sole davanti al loro cammino. Ma ancora non mi avete detto dove siete dirette». «E lei non ci ha ancora detto chi è» ribatté Giusy. «Hai ragione, bambina. Io sono il guardiano di questa parte di bosco. Vivo qui da secoli ormai. Controllo questo posto e mi diletto a cacciare grandi animali da poter mangiare. Vedi questo castoro? Oggi sarà il mio pranzo. Sembra enorme ma per me non lo è. Ho sempre fame e sono sempre alla ricerca di nuovi animali di cui nutrirmi». Sandy lo guardò con faccia mista di stupore e disgusto. «Ma no, non faccia quella faccia. Bisogna essere sempre affamati e alla ricerca di qualcosa per sentirsi vivi. Ora ditemi dove state andando». Le due fanciulle si guardarono l’una con l’altra, ma fu Sandy questa volta a parlare. «Stiamo andando verso il fiume di St. Mary a fare un pic-nic».


26 L’ometto cambiò subito espressione. I suoi piccoli occhi lucenti e vivi divennero opachi e spenti. «Ho detto qualcosa di sbagliato?» si preoccupò Sandy. «No, Principessa» riprese l’uomo. «Niente di sbagliato. Le pochissime persone che passano di qui di tanto in tanto sono tutte dirette lì. Solo che in quel posto sono successe delle cose, per così dire, strane». Sandy si allarmò subito. Cosa voleva dire quell’uomo? «Che tipo di cose, Signore?». «Niente, niente. Non si allarmi. Poi, se arriverà fin là, lo scoprirà da sola. Vedrà come è bello scoprire le cose da soli, senza che nessuno possa svelarlo prima». Sandy continuava a non capire, e stava per fare altre domande, quando l’uomo proseguì. «Ma veniamo al dunque. Scommetto che siete qui perché non sapete quale strada prendere al bivio laggiù in fondo». «In effetti» intervenne Giusy, «siamo un attimo spaesate. Abbiamo superato facilmente il primo bivio, ma il secondo con ben tre strade ci ha reso indifese». «In effetti» riprese l’uomo, «sono tre strade molto diverse tra loro. Una è guidata dalla rassegnazione. È una strada facile, ma è quella più angosciante. Chi vi cammina si stanca facilmente, si sente stanco e demotivato tanto da fare a volte scelte azzardate e sconsiderate, senza punto di ritorno. Poi c’è la seconda strada, quella guidata dall’incertezza. Chi vi cammina prosegue a tentoni. Non è certo che arrivi alla meta, può arrivare come no. Però almeno, induce a provarci. Poi c’è la terza strada, quella spinta dalla curiosità. Curiosità nel sapere come andrà a finire, come arrivare fin dove si vuole arrivare. Non illudetevi, è una strada molto faticosa, e vi sono anche degli ostacoli da superare. Ma è quella che, se percorsa interamente in un modo o nell’altro, regala forza e soddisfazioni». «Bene» disse Sandy. «Ora ci dirà anche quale delle tre è l’ultima strada che ha descritto. Mi sembra il minimo». «No. Non posso Principessa. Non sono io a doverlo dire. Quale strada intraprendere ognuno lo sa dentro di sé. Non abbia paura. Se è una persona giudiziosa, come sono sicuro che sia altrimenti avrebbe già imboccato l’altra strada al bivio precedente, saprà riconoscere il cammino più giusto per lei».


27 «Lei è davvero una persona curiosa, signore». «Oh, può dirlo forte Principessa». «Curioso nel senso di strano, bizzarro». «No, sono curioso nel senso di curioso, punto». Sandy stava iniziando a stizzirsi. «E poi ora mi spiegherà perché continua a chiamarmi Principessa. È per l’abito che porto forse?». «Ma no, sarebbe scontato. Che lei è una Principessa lo si vede dagli occhi». Sandy si sentiva presa in giro. Si voltò di scatto, facendo cenno a Giusy di andare via e così ritornarono a passo lento verso la strada principale. Quell’uomo le aveva solo messo tanta confusione in testa. Facile fare il sapientone, ma non dare la giusta soluzione. Non l’aveva nemmeno salutato. Quello non era certo stato un gesto da principessa. Si voltò allora all’indietro. Magari poteva fargli un cenno da lontano. Ma, appena si girò, si rese conto che era scomparso. Non c’era più nulla là, in mezzo a quel bosco. Nessun segno di fuoco acceso, nessuna casa, nessun castoro. Entrambe rimasero a bocca aperta. «Davvero molto strano» disse Giusy. «Già» confermò Sandy. «Questo è proprio un posto curioso». Di nuovo davanti al bivio. Chi avrebbe deciso quale strada prendere? Sandy si sentì di nuovo spaesata ma, prima di farsi prendere dallo sgomento, ripensò alle parole del piccolo uomo: “la strada da intraprendere ognuno ce l’ha dentro di sé”. La vita insegna che bisogna sempre trarre il buono da ogni persona e da ogni situazione. La Principessa guardò di nuovo le tre strade. Quella centrale era ampia e lineare. Non la convinceva. Quella a sinistra era stretta ma liscia. Quella a destra era stretta e tortuosa, sembrava la continuazione della strada che stavano percorrendo. Sandy pensò ancora un attimo, dopodiché guadando Giusy le disse: «Prendiamo la strada sulla destra». Giusy rimase perplessa. «Ne è sicura Principessa? È così tortuosa. Non ascolti quell’uomo, faccia quello che sente il suo corpo. Se le sue gambe le dicono di prendere la strada più comoda, non si faccia condizionare». «Giusy, non insistere, ho deciso. Prenderemo quella che va a destra».


28 E così fecero. Dopotutto è sempre fondamentale portare a termine un percorso già iniziato. Proseguirono ancora per qualche chilometro, passo dopo passo, buca dopo buca, sasso dopo sasso. Il terreno era granuloso e fangoso, di una consistenza simile all’argilla. A un certo punto, proprio quando stavano percorrendo il punto più ripido, Sandy inciampò e cadde a terra in ginocchio. Giusy si apprestò subito a darle una mano per rialzarsi. «Sta bene Principessa? Si è fatta male?». «Tutto a posto Giusy, solo inizio a essere un po’ stanca». «Che ne dice di fare uno spuntino là, in quel piccolo pezzo di verde, e proseguire non appena avremo finito. Stiamo camminando ormai da un po’, dovremmo riposarci». Le due fanciulle si sedettero sull’erba fresca. Sebbene quel pezzo di bosco fosse tutt’altro che facile da attraversare, il vento tiepido, il profumo della natura in fiore, il cinguettio degli uccelli conferivano una sensazione di benessere e pace. Magari vi fosse stata un’atmosfera simile al castello. In quel minuscolo Eden spezzarono un pezzo di focaccia in due e un pezzo di torta di mele. Poi bevvero un po’ di acqua fresca della fonte. Sandy, non appena ebbe finito di mangiare, si distese sull’erba fresca con lo sguardo rivolto verso il cielo terso. Come era bello starsene lì, supina, a fantasticare, con lo sguardo libero da pensieri e preoccupazioni. Vi era solo una nube lassù dalla forma strana, sembrava un cuore. Quella visione le fece tornare in mente le parole di Sir Lucas, cosa avrà voluto dire quell’uomo con “dovrà trovare il grande amore”. Sandy lo domandò a Giusy, di nuovo. «Giusy, cos’è il grande amore secondo te?». La ragazza, che aveva risposto a quella domanda più volte e che ormai pensava alla risposta come a un ritornello, questa volta cambiò le carte in tavola. «Principessa, il grande amore è ciò che ognuno immagina possa cambiare la sua vita in meglio. È qualcosa che ti solleva il cuore in alto, anche se è pesante. Provi a chiudere gli occhi e a pensare a cosa potrebbe essere per lei». Sandy chiuse gli occhi e iniziò a immaginare. L’amicizia di un’amica fedele, l’amore di suo padre che tornava a vivere, l’amore di un giovane uomo. Cosa poteva essere quel grande amore che, se l’avesse trovato, avrebbe salvato la sua vita e quella del Re? Con tanti pensieri in testa e la pancia piena, Sandy sprofondò in un profondo sonno.


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CAPITOLO IV

Cos'è quella luce turchese laggiù? Da dove viene tutto questo splendore? Sandy si domandava in quale dimensione si trovasse. Di colpo si rese conto di non essere più distesa sull’erba fresca del bosco che la portava al fiume di St. Mary, ma in un luogo dai contorni sfumati, indefiniti. Si accorse, solo dopo qualche secondo, che era accasciata a terra, ma non stava male. Al contrario, il suo corpo respirava pienamente l’aria pura di quel posto, come una persona creduta morta che dopo minuti in apnea torna a respirare, accogliendo in sé la vita. Era una sensazione strana, ma piacevole. Si alzò. Non si rendeva ben conto di dove fosse. Fece qualche passo in avanti verso la luce turchese che da lontano illuminava i suoi occhi. Il terreno era soffice, camminava con una certa facilità. Man mano che si avvicinava, le sembrava di sentire il rumore dell’acqua che scorreva veloce. Man mano che si avvicinava le sembrava che quel luogo le fosse familiare. Quando finalmente vi giunse ne ebbe la conferma. Di fronte a lei, un fiume dalle acque veloci che precipitavano in un lago dai contorni indefiniti, le cui sponde erano circondare da un roseto. Sandy riconobbe subito l’immagine ritratta nel dipinto che sovrastava la parete di camera sua. E allora iniziò a ricordare, di nuovo. Ricordò che quel giorno di dieci anni fa, quando era ancora bambina, in quella giornata calda del primo giorno di estate, arrivò con sua madre fino al fiume di St. Mary. Sua madre posizionò la tela e i pennelli per iniziare a dipingere, proprio di fronte alle sponde del lago. Sandy, d’altro canto, affascinata da quel bellissimo roseto in fiore, iniziò a cogliere le rose per farne una corona e adornare i suoi bellissimi capelli neri setosi – erano già corposi e lucenti, sebbene fosse solo una bambina. Vedendo dopo tutto quel tempo quel luogo, per un attimo ebbe l’impressione di rivedere lì, proprio davanti a lei, una giovane donna bellissima intenta a dipingere e una bambina innocente e piena di sogni in cerca di rose profumate. Però, quel giorno, proprio in quel


30 punto dove adesso vi erano solo erbacce, sua madre iniziò a essere inquieta. Forse non vedeva bene, il suo problema alla vista stava diventando una cosa seria, o forse era solo un po’ stanca. Cos’era che la turbava tanto in quel momento? Cosa era successo quel giorno, in quel punto del lago? Sandy non ricordava, non ci riusciva. Aveva i pensieri troppo annebbiati. Proprio mentre la sua mente cercava di spostare quel masso pesante che la comprimeva per lasciare liberi i pensieri schiacciati dalla nebbia dell’oblio, sentì in lontananza una musica. Una musica tenue e armoniosa che accompagnava parole che all’inizio sembravano confuse, quasi impercettibili, ma che diventavano sempre più vivide man mano che si avvicinavano: Il futuro è incerto, il passato vano Il presente ti prenderà per mano Lunga è la strada, tortuoso il cammino Solo la tua ombra ti starà vicino Per quanto faticoso sarà camminare Essenziale è continuare Chi un finale a lieto fine avrà Tanto coraggio possederà Quei versi non le suonavano nuovi. Li aveva sentiti già, più di una volta. Non era forse quella la filastrocca che le soleva cantare sua madre prima di addormentarsi, nelle sere in cui non riusciva a prendere sonno? Sandy cercava di tendere l’orecchio più che poteva per sentire ancor più da vicino quelle parole. I versi continuavano: Anche nei momenti di grande paura Non pensare che sia una tortura Sarà nei momenti di difficoltà Che la propria forza si dimostrerà Sarà nella disperazione totale Che non dovrai mai mollare E se la disperazione sconfiggerai Il grande amore tu troverai


31 Il grande amore, di nuovo. Per un attimo Sandy temette di ritrovarsi dinnanzi Sir Lucas in persona che, con i suoi occhi neri e inespressivi e il suo crocifisso profetico tra le mani, le avrebbe detto: «Lei, Principessa, deve subito tornare al castello! Scappando dal castello è condannata a vivere paralizzata per il resto dei suoi giorni!». Per un attimo lo temette così tanto che si girò dalla parte opposta coprendo il viso con i lunghi capelli neri, come una bambina spaventata dal buio in una notte di tempesta che mette la testa sotto le coperte per paura che qualcuno possa portarla via di colpo e risucchiarla con sé nell’oscurità delle tenebre. Ma poi, quando con la coda dell’occhio vide una luce candida che si avvicinava sempre di più, decise di voltarsi. Di fronte uno spettacolo meraviglioso. Un cigno bellissimo stava nuotando verso di lei nelle acque cristalline del lago. Il folto e bianco piumaggio sembrava un agglomerato di fiocchi di neve soffici e candidi che, cadendo, si erano posati con delicatezza ed equilibrata scompostezza dando vita a quella creatura maestosa ma garbata allo stesso tempo. Il becco semi-aperto, appuntito ma non troppo, mostrava un chiaro accenno di sorriso. E gli occhi. Gli occhi, scuri e profondi, brillavano di una luce splendente ma discreta, come quella di una gemma preziosa che, seppur brillante, non abbaglia mai chi la guarda, tanta è l’eleganza e la semplicità della bellezza con cui splende. Quegli occhi le ricordavano quelli di una persona. Non erano gli occhi di un cigno, quelli. Non erano gli occhi di un semplice cigno, perlomeno. Sandy ne rimase colpita. Quella splendida creatura sembrava come danzare in quello specchio di acqua soffice, sfiorando appena la superficie cristallina, con eleganza e maestosità, proprio come una regina. Più si avvicinava, più aveva l’impressione che la stesse guardando. Quando si girò e si avvicinò alla sponda del lago, dove la fanciulla era seduta, proprio nel punto centrale dove sua madre dieci anni prima aveva cercato di portare a termine la sua tela, ebbe la conferma che il cigno stesse proprio cercando lei. Gli occhi espressivi, la testa leggermente inclinata verso l’alto, lo sguardo pulito. «Ben arrivata Principessa, finalmente è qui. La stavo aspettando». Il cigno parlava. Come era possibile? Sandy pensò che fosse solo un sogno. Improvvisamente si ricordò che si era addormentata nel bosco verso il fiume di St. Mary. Il calore piacevole del sole e la pacatezza del


32 posto l’avevano spinta a sdraiarsi sull’erba fresca e a cadere dolcemente nelle grinfie di Morfeo. Ma tra poco si sarebbe svegliata, avrebbe aperto gli occhi scuri, si sarebbe alzata e avrebbe ripreso il suo cammino. Doveva solo farlo, nient’altro. Cercò di chiudere gli occhi e riaprirli più volte, dandosi dei pizzicotti sulle guance, con la speranza di ritrovare lo spiazzo di verde che aveva lasciato poco prima, ma niente. Era tutto così reale. Era tutto così autentico. Quel lago, quel roseto, e quella creatura purissima di fronte a lei sembravano appartenere a una dimensione a metà confine tra realtà e finzione, dove però era la realtà ad avere il sopravvento. Sandy, con i grandi occhi sgranati, cercò di rispondere all’animale parlante, anche se definirlo tale era riduttivo. «Stava aspettando me? Ne è proprio sicuro?». «Sì, ne sono sicura. Ero certa che prima o poi sarebbe arrivata». Quel bellissimo cigno era una femmina. Sandy guardò di nuovo i suoi occhi profondi. Non era poi così difficile capirlo. «E come faceva a esserne così sicura? Io e Giusy abbiamo deciso di fare una camminata verso il fiume di St. Mary solo questa mattina». «In realtà è molto che la osservo, principessa. So molte più cose di lei di quanto immagina». Sandy era sempre più confusa e perplessa. Il cigno riprese a parlare. «So, per esempio, che questo fiume e questo lago le sono molto cari. Che tornare qui per lei, dopo dieci lunghi anni, è stato come risvegliarsi dopo un lungo sonno all’interno del castello in cui vive e si sente prigioniera». «In verità, bella creatura alata, è qualcun altro a essere imprigionato in un profondo sonno, mio padre. E lo sarà per sempre, se non romperò l’incantesimo di Sir Lucas». «So tutto, Principessa. Ma è proprio sicura che riuscirà a trovare il grande amore così facilmente? Non può obbligarsi a trovare un sentimento così prezioso imponendoselo. Non si carichi di così grandi responsabilità». Sandy pensò che, forse, non riusciva a esprimersi bene. Come faceva a far capire a quella creatura che trovare “il grande amore” – ammesso che avesse mai capito, poi, cosa questo grande amore fosse veramente – sarebbe stata l’unica soluzione per salvare la sua vita e quella di suo


33 padre. E doveva farlo presto, perché tra tre mesi esatti avrebbe compiuto diciotto anni. «Vede, cigno» riprese Sandy, «è necessario che io lo trovi e presto, altrimenti l’incantesimo non si scioglierà, mio padre sprofonderà definitivamente in un sonno perenne e io perderò per sempre la possibilità di vivere e camminare come tutte le altre fanciulle della mia età». «E lei, principessa, pensa davvero che troverà il grande amore sulle sponde di un lago isolato o tornando oggi stesso all’interno delle mura di vetro del castello di suo padre?». «Io non so dove e come lo troverò. So solo che questa mattina, appena svegliata, mi sono accorta che qualcosa al castello stava cambiando e che una voce dentro di me mi diceva di dover raggiungere questo posto. Certo non avrei mai immaginato di trovarmi di fronte un cigno bellissimo e purissimo come lei, e di parlarci pure». «Ero io quella voce dentro di lei, Principessa. L’ho chiamata dal quadro in cui sono ritratto. Il quadro che lei da dieci anni tiene appeso alla parete di camera sua, sopra il suo letto». Sandy sgranò ancora di più i suoi bellissimi occhi neri. Tutta quella storia stava iniziando ad avere dell’incredibile e davvero poco senso. «Perché ha voluto che venissi fin qui?» domandò la fanciulla. «Questo posto è solo il punto di partenza, non il punto di arrivo. Vi è ancora un lungo cammino di fronte a lei. Per capire come andrà a finire deve prima attraversare il regno magico della Terra degli Alberi dalle Lunghe Foglie. È un percorso difficile e intricato, ma necessario. Solo quando l’avrà attraversata riuscirà a portare a compimento il suo percorso». «E riuscirò quindi a trovare ciò che cerco?». «Questo non si può dire. Lei ora si alzi e cammini. Il resto, se deve arrivare, arriverà da solo». Sandy era incuriosita da tutto ciò, ma spaventata allo stesso tempo. Come era fatta la Terra degli Alberi dalle Lunghe Foglie? E quanto avrebbe impiegato per attraversarla tutta? Mesi, o forse anni? Ma non era sola, dopotutto. Giusy l’avrebbe sicuramente aiutata. A proposito, dove era Giusy? Sandy iniziò a guardarsi intorno presa dall’agitazione in cerca della compagna di viaggio. Era rimasta nel bosco dove si era addormentata. Accidenti, sarebbe dovuta assolutamente tornare indietro


34 per andare a prenderla. Ma come? Con quali mezzi? Confusa, chiese aiuto al cigno. «Come faccio a partire, bellissima creatura? Prima devo assolutamente trovare la mia governante nonché compagna di viaggio. Credo sia rimasta nel bosco della strada che stavamo percorrendo per venire qui. Senza di lei non posso continuare». «Certo che può continuare, deve. Per trovare ciò che cerca deve percorre la strada da sola». «Non posso. Il “Dottore” ha sempre detto che senza appoggio non posso camminare. Rischierei di acuire la malattia e di stare di nuovo male. Devo assolutamente trovare Giusy». «Non sia sciocca, principessa. Sa benissimo che le grandi imprese devono essere affrontate da soli. La solitudine è necessaria. Bisogna prima apprezzare la solitudine per essere in grado di apprezzare gli altri, altrimenti si rischia di confondere ciò che è con ciò che non è, e accontentarsi tristemente della prima occasione che si presenta, spinti dal desiderio di avere qualcuno accanto. Lei intraprenda questo cammino da sola e vedrà che, nel bene o nel male, ne trarrà dei benefici». «Ma come faccio? Io non ho idea di dove sia la Foresta degli Alberi dalle Lunghe Foglie e nemmeno come fare per attraversarla». «Io le starò vicino. Non sarò con lei fisicamente, ma ci sarò spiritualmente. Le darò degli indizi durante il cammino per farle capire da dove deve passare. Il primo è questo». Il cigno porse a Sandy con il becco un piccolo papiro arrotolato di carta bianchissima chiuso con un fermaglio a forma di rosa. Sandy lo prese tra le mani e lo aprì. Il papiro recitava: Il lago e la foresta un piccolo viottolo separa Trovare qualcuno durante il cammino sarà cosa rara Ma sulla natura potrai sempre contare L’importante è saperla ascoltare Difficile e intricato sarà camminare Per farti strada un pugnale dovrai usare A seguito del papiro, il cigno estrasse un bellissimo pugnale d’oro con la lama tagliente la cui impugnatura era ricoperta di topazi e pietre


35 preziose. Proprio come il bracciale che portava al polso, quel pugnale luccicava inesorabilmente come la spada di suo padre, tanto da formare di nuovo il bocciolo di un fiore. Era strano tenerlo tra le mani. Non ne aveva mai posseduto uno, o meglio, non era di certo stata educata a utilizzare una lama tagliente. Il cigno riprese: «Mi raccomando, quel pugnale serve per aiutarla nel suo cammino, per proteggerla. È un oggetto che aiuta, non che ferisce. Ne faccia buon uso. Se seguirà queste indicazioni e continuerà a farlo ogni volta che troverà un indizio lungo il suo cammino vedrà che giungerà prima o poi al termine del percorso». Così dicendo, una luce candida e splendente avvolse il cigno risucchiandolo dolcemente tra le sue grinfie. Come in una nuvola, quella splendida creatura scomparve. Sandy rimase lì, attonita, sulla sponda del lago. Con lei, la sua ombra, un papiro e un pugnale che non sapeva ancora come utilizzare.   )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD

Sandy e l'immagine nello specchio, Linda Maccarini  

Sandy è una giovane principessa affetta da una malattia che per un periodo della sua vita le ha impedito di camminare. Adesso sta bene, ma s...

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