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GIULIA CAVALIERI D’ORO

LEGGENDE OSCURE

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LEGGENDE OSCURE Copyright © 2014 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-721-6 Copertina: Immagine Shutterstock.com

Prima edizione Maggio 2014 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova


A Dajro, che non ha mai smesso di credere in me.


This is my kingdom come When you feel my heat Look into my eyes It’s where my demons hide Don’t get too close It’s dark inside They say it’s what you make I say it’s up to fate It’s woven in my soul I need to let you go Your eyes, they shine so bright I want to save their light Imagine Dragons-Demons


7 Anno numero 222, primo mese d’estate, giorno numero 3

Passato: primo

«C’era una volta una principessa bellissima, con lunghi capelli dorati e limpidi occhi azzurri, futura erede al trono del suo regno. Ma un giorno una strega cattiva la rapì, per imprigionarla in un castello enorme, tutto nero…» «Perché la rapisce?!» chiese prontamente la piccola Layla, sdraiata nel suo letto a baldacchino e avvolta da coperte color dell’oro con ricamate rose bianche. «Perché la strega era cattiva e invidiosa, voleva il regno tutto per sé. Così decise che l’unico modo per impossessarsene era quello di sbarazzarsi della giovane principessa. La rinchiuse in un oscuro castello isolato dal resto del mondo, con a guardia una creatura demoniaca, un enorme drago nero con gli occhi del colore del fuoco! E proprio fuoco sputava la creatura dalle sue fauci!» Layla inorridì. «Mah… esistono davvero i draghi, padre?» «No Layla, stai tranquilla.» «E cosa succede alla principessa? Il drago se la mangia?» «No» continuò paziente il re «lei rimane chiusa nel castello ad aspettare che il suo principe venga a salvarla.» La piccola fece una smorfia. «Perché aspettare? Perché non fuggire?» «Perché le principesse aspettano sempre che il proprio principe vada a salvarle.» Layla annuì, nascondendo le mani fredde sotto alle coperte rosa del letto. Non era sicura di aver capito bene, ma non aveva voglia di stare a discutere. Voleva sentire il resto della storia e poi chiudere gli occhi stanchi. «Il principe arrivò, uccise con grande coraggio il maligno drago nero e salvò la principessa. La strega cattiva scappò via, impaurita, e i due giovani vissero per sempre felici e contenti.» Layla tirò un sospiro di sollievo.


8 «Per fortuna.» Il re chiuse il libricino da cui aveva letto la favola per far addormentare, invano, la piccola principessa. «Ora che ne diresti di dormire un po’?» Layla si sdraiò, ubbidiente. «Buona notte padre.» Lui si chinò e le diede un lieve bacio sulla nuca. «Buona notte piccola principessa.» Si avvicinò al candelabro d’oro e soffiò sulle candele per spegnerle. «Padre, dov’è il mio principe?» Il re abbassò lo sguardo, nella penombra. Il suo volto si contrasse in una smorfia, ma la principessina non poteva notarlo. «Vicino. Molto vicino.»


9 Anno numero 237, terzo mese d’autunno, giorno numero 18

Capitolo I

La pioggia scendeva rapida e fredda giù dal cielo; le spesse nuvole nere sembravano più vicine alla terra che non al cielo. Il vento inveiva contro gli alberi come se volesse spazzarli via, e faceva alzare sempre più in alto un impenetrabile strato di fumo nero, nauseante e inquietante. Non vi era traccia della luna quella notte, e le poche stelle parevano spente. Tra i grossi abeti verdi della foresta di Lohorem una giovane correva disperata, cercando di lasciarsi alle spalle i suoi inseguitori e le immagini di morte a cui aveva assistito poco più di un’ora prima. Le era bastato voltarsi un attimo, prima della fuga, per vedere il fuoco divorare velocemente il castello reale e il villaggio tutt’attorno. Aveva visto diversi vessilli della propria famiglia reale ardere fino a consumarsi totalmente. Poi gli occhi le si erano riempiti di lacrime, il fumo aveva iniziato a farle mancare il respiro, penetrandole nei polmoni, e non le era rimasta che una scelta: scappare. Ma ora qualcuno la inseguiva, qualcuno che la voleva morta. “Uccideranno anche me, proprio come hanno ucciso i miei genitori e la mia gente.” Nessuno, fino a un paio d’ore prima, aveva potuto prevedere quell’attacco; lei stessa era intenta a passeggiare nel giardino del castello assieme alla sua ancella, in attesa della cena. Poi solo più un colore: rosso. Rosso del fuoco. Rosso del sangue. E la capitale di Rosyhvit non c’era più, così come i potenti membri della famiglia reale La Rosa; tutto era stato spazzato via dalle fiamme. Tutti tranne lei, Layla Blisselyn La Rosa, figlia del re e dalla regina, futura erede al trono. Ma era per pura fortuna se era riuscita a scappare al devastante incendio. E in quel momento, solo una domanda le premeva: “Sopravvivrò?”


10 Facendosi forza, Layla corse ancora più velocemente, sentendo dietro di sé le grida e le imprecazioni dei suoi inseguitori e il suono degli zoccoli dei cavalli sul terreno bagnato. L’avevano individuata. In preda al panico, con la milza che le doleva e la gola bruciante, non notò una spessa radice sporgente di un albero fuoriuscita dalla terra, vi inciampò e cadde nel fango. Tremante si rialzò subito, ignorando il dolore alle ginocchia, e riprese a correre. Oramai nient’altro aveva più importanza. La sete era svanita, il freddo non la tormentava più, la pioggia quasi non la sentiva e nemmeno notò il pungente odore di muschio che impregnava la foresta… doveva solo correre, sempre più in fretta. Udiva solo il battito disperato del proprio cuore. “Perché me, perché la mia gente?” Mentre quelle domande le affioravano nella testa, svoltò a destra, dove la vegetazione le sembrava meno fitta; il suo obbiettivo era quello di fuggire a nord di Rosyhvit, oltre la foresta. E poi cercare aiuto. Qualsiasi tipo di aiuto. Cercò di ricordare le mappe del regno, anche se in quel momento le risultava complicato, ma era abbastanza sicura che a settentrione, eccetto quella grossa foresta di sempreverdi, non ci fosse nulla. Il panico le impediva di pensare con razionalità, ma sapeva con certezza che nessuna merce veniva esporta in direzione di quelle lande, perciò non doveva esserci niente. Magari con un po’ di fortuna avrebbe trovato qualche villaggio di nomadi disposto a offrirle asilo. Ma in tal caso, avrebbe dovuto rivelare la sua vera identità? Non sapeva nemmeno chi aveva colpito Rosyhvit. Altri sovrani? Nemici giunti da oltreoceano? Ribelli e barbari? Nella sua testa continuava a vedere solo quelle fiamme del colore del sangue che parevano vive. Improvvisamente la sua mente tornò a molti anni prima, quando suo padre le raccontava le favole per farla addormentare. Ricordò che, secondo esse, le fiamme dei draghi non potevano essere spente in nessun modo, nemmeno dalla pioggia… e il fuoco che stava colpendo Rosyhvit era rosso scuro, quasi vivo e indomabile. Scosse il capo, come per scacciare pensieri agghiaccianti. Quelle storielle erano solo sciocchezze. Dicerie. Leggende. Si, oscure leggende a cui lei nemmeno voleva pensare. “Non farti suggestionare ancora di più. Né dalla foresta né dai tuoi ricordi. Corri. Corri. Andrà tutto bene. Ma corri.” Layla afferrò più saldamente l’orlo dell’ampia gonna che indossava, in modo che non l’intralciasse; ma poi si bloccò di colpo, trovandosi inaspettatamente dinnanzi a un alto cancello nero. Era confusa; chi mai aveva costruito un cancello proprio lì? E poi, per quale motivo? Alle sue spalle, sei uomini a cavallo non tardarono a raggiungerla, ghignando. Erano tutti armati di spade o lance.


11 Senza pensarci due volte, Layla iniziò ad arrampicarsi sul cancello, procurandosi qualche taglio sulle mani e strappando in più punti l’ingombrante abito che indossava. Un uomo scese da cavallo, estrasse la propria spada dal fodero e provò a colpire la principessa, ma fortunatamente uno dei suoi compagni lo fermò. «Sta per varcare il territorio dei Seeledrachen!» «Appunto, sta per!» ringhiò l’altro «forse sono ancora in tempo…» Ma ormai era troppo tardi; Layla si era già calata dalla parte opposta, o meglio ci si era lasciata cadere, e guardava terrorizzata i suoi inseguitori. Uno di essi, quello più vicino, le sputò addosso con disprezzo. Lei non batté ciglio, anche se in realtà era spaventata a morte. Infine gli uomini tornarono indietro, verso il folto della foresta di Lohorem, senza risparmiarle insulti e imprecazioni. Tirando un sospiro di sollievo, Layla alzò lo sguardo al cielo, scorgendo appena la luna nuova dietro ai nuvoloni neri minacciosi. Se non altro, lì pioveva con meno intensità. Rimase ancora qualche minuto seduta malamente per riprendere fiato, con la milza dolente e i brividi, chiedendosi perché quegli uomini non l’avessero seguita oltre al cancello. Di cosa avevano paura? Se ci era riuscita lei che non si era mai arrampicata da nessuna parte prima di quel momento… “È stato il mio istinto a salvarmi” pensò improvvisamente. Questo però non rispondeva alle sue domande sul perché quegli uomini erano tornati indietro. Chi erano, poi? A quanto ne sapeva, i suoi genitori non avevano nemici in altri regni. Esausta e non ancora tranquilla, Layla si impose di alzarsi e avanzò a rilento, scoprendo di avere una caviglia slogata e un piede scalzo; doveva aver perso la scarpetta rosa nella foresta, presa com’era a cercare di mettersi in salvo. Ignorando ciò, si guardò attorno, capendo di trovarsi in una vasta radura spoglia. Persino con la pioggia e il buio riusciva a vedere che l’erba bassa era ingiallita e irregolare. Ma doveva trovare aiuto e l’unica via possibile era passare in mezzo a quella radura per niente confortevole, che non aveva mai visto disegnata in una mappa. Avanzando a rilento, ricordò improvvisamente che il suo regno confinava a nord con la foresta di Lohorem, e che oltre a essa ve ne era un altro, Ilyriam, piccolo e quasi del tutto tagliato fuori dagli scambi commerciali con gli altri regni; neppure suo padre era in contatto con esso. Nonostante questo, doveva provare a raggiungerlo e chiedere aiuto, perché quella era la sua unica via di salvezza. Quasi si mise a piangere dal sollievo nel pensare che oltre la foresta c’era un altro regno e non un villaggio di selvaggi.


12 Ma quella radura deserta? Poteva Ilyriam essere stata rasa al suolo come in quel momento Rosyhvit ardeva e cadeva? Layla scosse il capo; non era momento di pensarci, prima doveva salvarsi. Zoppicando proseguì, puntando sempre a nord, ma la pioggia aveva iniziato a scendere con maggior forza e intensità, per trasformarsi presto in grandine. La disperazione e l’angoscia attanagliarono lo stomaco e la mente della principessa così, esausta, decise improvvisamente di arrendersi. I chicchi di ghiaccio bianco scuro grossi quanto la metà della sua mano le facevano male causandole lividi bluastri, e lei scoprì di non aver più voglia di proseguire. Si lasciò cadere per terra. I suoi genitori erano morti, il suo popolo era stato massacrato dal fuoco. Non le era rimasto più nulla, non aveva una casa, parenti da cui rifugiarsi e in più non sapeva niente di niente dei sovrani di Ilyriam; l’avrebbero aiutata? O la sua fuga era stata inutile? Forse sarebbe stato meglio morire assieme a tutti quanti gli… una grotta! Tra la grandine Layla scorse un’apertura nella roccia, alla quale avrebbe potuto arrivare facilmente superando quella dannata radura. Almeno avrebbe potuto morire all’asciutto. Con un ultimo sforzo si mise in piedi e s’avviò con passo malfermo in quella direzione, decisa a sottrarsi alla grandine. La grotta era piuttosto bassa e stretta, ma non le importava. Si lasciò scivolare lungo una parete rocciosa e finalmente poté rilassare i muscoli del corpo e prendere fiato; le sembrava di non respirare da una vita. Si guardò le mani e scoprì di avere quasi tutte le unghie spezzate e parecchi tagli sanguinanti, anche se non profondi; il suo abito rosa confetto era lacerato in più punti e sporco di fango, così come lo erano i suoi lunghi capelli castani che ora le ricadevano lungo la schiena, sfuggiti dall’acconciatura. Entrambe le ginocchia erano sbucciate e presentava graffi lungo le gambe magre, colpa dei rovi e rami bassi a cui si era impigliata nella foresta di Lohorem. La principessa sospirò, e per la prima volta da quanto era fuggita notò la condensa fuoriuscire dalle sue labbra. La temperatura era gelida, anche a giudicare dal colore del ghiaccio che stava cadendo dal cielo. Il sudore della corsa si raffreddò subito provocandole brividi lungo tutto il corpo; infreddolita, si portò le gambe contro il petto e le cinse con le braccia. Stravolta, abbandonò il capo contro una spalla e nel girò di pochi minuti si addormentò. Sognò i suoi genitori, nella sala del trono sempre ben illuminata, la sua affezionata ancella intenta a pettinarle i capelli come faceva tutte le mattine e tutte le sere; vide anche molti visi familiari appartenuti alla


13 sua servitù. Poi il sogno cambiò drasticamente volgendosi in incubo, mostrandole un uomo sulla trentina, con folti capelli scuri e occhi di due colori differenti: quello destro era nero, quello sinistro giallo con sfumature ambrate. Era seduto comodamente sul dorso di una bestia strana, inesistente con grande probabilità. L’uomo sorrideva, ma il suo sorriso era perverso, diabolico; al suo fianco pendeva una spada dall’elsa dorata ben riposta dentro a un fodero. Sembrava pronto per un’imminente battaglia. Lo osservò attentamente, sospettando che egli fosse di nobili origini… ma non l’aveva mai visto prima di quel momento, non poteva esserne certa. Poi, a un gesto quasi distratto dell’uomo, la mastodontica creatura nera che cavalcava spalancò le fauci per dar vita a un fiume di fuoco. Bruciava, devastando le abitazioni. Bruciava, consumando la carne delle persone. Bruciava… a Layla pareva davvero di percepire del calore. Con il cuore che batteva all’impazzata, la principessa si svegliò scattando in piedi dallo spavento, per poi ricadere subito dopo a causa di un capogiro. Doveva avere la febbre. In ginocchio, con i capelli lunghi davanti al volto, scoppiò finalmente a piangere, rendendosi conto di essere davvero sola e in una terra sconosciuta. Era forse in tempo per riattraversare l’intera foresta e puntare a sud, verso altri villaggi di Rosyhvit dove l’avrebbero accolta a braccia aperte? Forse, ma aveva troppa paura di quegli uomini che l’avevano inseguita per ore. E, per quanto ne sapeva lei, in quel preciso instante potevano anche non esistere più. Potevano essere divenuti cenere. Le lacrime continuarono a scendere lungo le sue guance; pianse per la sua famiglia, per la servitù del suo castello, per se stessa… ma poi un improvviso calore la fece sussultare e scattare sull’attenti. Scioccata e con gli occhi arrossati sgranati, Layla restò immobile senza emettere suono, ma pronta a fuggire nonostante le sue pessime condizioni. Sì, perché dinnanzi a lei vi era una creatura che anni prima, quando era bambina, l’aveva perseguitata nei suoi sogni, nei suoi incubi, facendola svegliare di notte. Un abominio che non doveva essere reale ma esistere solo nelle favole. La piccola creatura, alta circa mezzo braccio, era di colore del bronzo; aveva quattro zampe dotate di piccoli artigli ricurvi, una coda non molto lunga e un paio d’ali chiuse ai lati del corpo. “Drago!” pensò Layla terrorizzata. Il piccolo si avvicinò di qualche passo alla ragazza ed emise uno strano verso, simile a uno squittio. “Un cucciolo.”


14 Gli occhi del draghetto, azzurri, erano intelligenti ma ingenui e privi di esperienza. Timidamente Layla indietreggiò stando attenta a non compiere gesti bruschi; la creatura la spaventava, sì, ma la spaventava ancora di più il fatto che se il cucciolo era lì, i suoi genitori non dovevano essere troppo lontani. Rabbrividì. «Ecco perché quegli uomini hanno rinunciato a inseguirmi» parlò finalmente, sentendo la gola bruciare, la bocca impastata e la voce fioca «sapevano che sarei morta lo stesso… mangiata dai draghi!» E la radura era piena di quei cosi?! Sconcertata cercò di rimettersi in piedi, ma il piccolo le si avvicinò e le prese l’orlo del logoro vestito tra i denti. Perplessa, Layla afferrò saldamente la gonna e tirò verso di sé per staccare il mostro ma, con suo sgomento, la gonna si strappò. La scena avrebbe potuto essere buffa, una principessa sull’orlo di una crisi isterica con una gonna che ormai le arrivava alle ginocchia e un mostriciattolo con della stoffa in bocca, ma Layla si demoralizzò maggiormente. Pensò di scattare di corsa fuori dalla grotta, ma temeva che così facendo avrebbe fatto partire la caccia. Mentalmente esausta, si lasciò ricadere per terra contro la parete rocciosa, ma non appena le ginocchia ebbero toccato il freddo suolo si lasciò sfuggire un gemito di dolore. Il draghetto lasciò cadere la stoffa e, Layla non poteva crederci, si rattristò nel vedere le ferite sulle gambe della ragazza. I suoi occhi, più che a quelli di una bestia, parevano quasi umani, non fosse stato per le iridi cosparse di piccolissimi puntini bluastri. Lentamente si avvicinò ancora a Layla, e ancora, fino a sfiorarle una mano con il muso. Esterrefatta, lei scoprì che il calore che avvertiva proveniva da quella creatura. «Non mi sputerai fuoco addosso, vero?» sussurrò, più tranquilla. Lui, o lei, non voleva farle del male; Layla osò allungare la mano verso il cucciolo, ma con molta cautela. Il piccolo, d’altro canto, non si ritrasse e le permise di poggiare la mano fredda contro le calde scaglie della sua testa. Layla rimase a bocca aperta, ma non ebbe nemmeno modo di godersi il momento che un forte ruggito eruppe dal profondo della grotta. Con il cuore in gola scattò in piedi, e ignorando il dolore fisico corse fuori da quel buco infernale. La pioggia la investì, facendole provare una nuova ondata di freddo. “Avevo ragione, i genitori di quel coso sono qui!”


15 Si voltò un istante per essere sicura di non essere seguita, poi riprese a correre nella radura, puntando al cancello che separava il covo dei draghi dalla foresta di Lohorem. Voleva uscire da lì il più velocemente possibile; le sembrò di udire un battito d’ali confondersi con il rumore secco della pioggia, ma poteva anche essere solo frutto della sua immaginazione. Non si voltò più. Il cancello era sempre più vicino, presto sarebbe stata salva, ma senza preavviso svenne, afflosciandosi di colpo al suolo bagnato e fangoso.


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Capitolo II

Un uomo alto, sulla trentina, con un fisico ben sviluppato, un viso apparentemente innocuo ma con magnetici occhi di colore diverso, la stava fissando. Layla si sentì nuda, trasparente sotto quello sguardo indagatore. Chi era quell’uomo, cosa voleva da lei? La conosceva? Perché non le parlava? Era tutto così inquietante. Ma lo sconosciuto si voltò dandole le spalle, privandola di quella conoscenza, lasciando dietro di sé un alone di mistero e una scia di sangue. Urlando, Layla scattò a sedere, con gli occhi lucidi e il cuore che batteva fortissimo. Aveva sognato di nuovo quell’uomo; una coincidenza? Non credeva. Ma non aveva il tempo per pensarci perché il luogo che la circondava la sconvolse più del sogno, poiché era reale. Si trovava seduta su un letto a baldacchino, coperta in parte da lenzuola rosse. Anche le sottili tende tirate erano del medesimo colore, mentre i muri della stanza erano neri. Così come la scrivania, il comodino accanto al letto, l’armadio… Toc, toc. Due brevi colpi alla porta distolsero la sua attenzione. «Avanti» rispose Layla, ma la sua voce risultò roca, così diede due leggeri colpi di tosse prima di ripetere la risposta con tono solenne. La porta, nera anch’essa, si aprì, mostrando una giovane donna dalla carnagione olivastra, i capelli neri raccolti in una crocchia alta dietro alla nuca e gli occhi scuri. «Mia signora, vi ho sentita gridare. State bene?» Layla annuì, spaesata e un po’ diffidente. La sconosciuta si avvicinò al letto con un sorriso e mise tra le mani della principessa una calice d’acqua fresca; senza pensarci due volte, Layla bevve, assaporando quel breve momento. «Posso informare i miei signori del vostro risveglio?» «Chi sono i tuoi signori?» «I Seeledrachen.» Layla non li conosceva, ma annuì restituendo il calice; avrebbe posto le sue domande direttamente a loro. La giovane ancella fece una piccola riverenza, dopodiché sparì dietro alla porta. La principessa continuò a ispezionare con disagio la stanza, notando sul pavimento un grosso tappeto rosso che terminava ai piedi del letto con


17 molte frange. Solo in quel secondo momento si rese conto che le sue ferite e i suoi graffi erano stati fasciati e che il suo logoro abito rosa era stato sostituito con una lunga vestaglia color amaranto. Era infastidita da tutto quel colore rosso; non poteva più tollerarlo, non dopo l’incendio di Rosyhvit… per un istante pregò che fosse stato tutto solo un orrendo incubo. Ma la sua parte razionale conosceva benissimo la nuda e cruda verità: Rosyhvit non esisteva più e lei era completamente sola e in pericolo fino a quando non avesse scoperto chi la voleva morta. E lei non era preparata a tutto ciò. Sentì di nuovo le lacrime in agguato dietro agli occhi ma si sforzò di ricacciarle; apparire debole d’animo davanti ai suoi misteriosi ospiti era l’ultima cosa che voleva. La porta di aprì nuovamente, mostrando l’ancella di poco prima. «Signora, vi annuncio Gerard Seeledrachen, re di Ilyriam, e Ian Seeledrachen, principe di Ilyriam.» Detto ciò, ella si spostò per far entrare due uomini vestiti completamente di nero, che la congedarono con un cenno della mano. Fu il più vecchio a parlare, il re, Gerard Seeledrachen: «Ossequi, Layla Blisselyn La Rosa, principessa di Rosyhvit.» Layla ricambiò i saluti, studiando i due e memorizzando i loro volti. Entrambi avevano i capelli e gli occhi scuri, erano alti e di portamento regale, ma era sicura di non averli mai visti prima di quel momento; si assomigliavano molto. Il re doveva avere una quarantina d’anni, mentre il principe Ian la sua età. Layla provò ad alzarsi, ma Gerard Seeledrachen subito la bloccò con un sorriso per non farla affaticare ulteriormente. «Ben svegliata, principessa. Vi trovate nel regno Ilyriam, nel nostro castello, e potrete restarvi a tempo indeterminato» riprese parola il re. Non era brusco, solo molto formale. «Per qualsiasi cosa di cui avrete bisogno, ci sarà Adrya a servirvi.» “L’ancella di prima” intuì la principessa. «Grazie mio signore, siete molto gentile» e chinò il capo, grata. Gerard Seeledrachen sorrise. «Purtroppo altri affari mi chiamano; ma Ian resterà con voi e cercherà di risolvere i vostri dubbi. Io sarò lieto di ascoltare la vostra storia questa sera durante la cena.» Detto ciò, il re si congedò e lasciò la stanza, richiudendo la porta alle spalle. Il gesto allarmò la ragazza; dalle sue parti, così come in tutte le altre città che conosceva e che aveva visitato, era sconveniente e vergognoso restare sola in una stanza con un uomo prima del matrimonio. Ma d’altronde Ilyriam era così differente… forse le insolite usanze erano la causa principale del distacco con gli altri regni. Poi la mente di Layla tornò alla notte in cui aveva messo piede nella radura, alla creatu-


18 ra dal color del bronzo… sempre che non si fosse trattato di un sogno o di un’allucinazione. In fondo, si sentiva ancora la testa stanca e appesantita e le sue mani tremavano leggermente. Ma no; il calore che aveva percepito era reale e ricordava chiaramente di aver appoggiato una mano sul capo del draghetto. E i ruggiti… anche quelli erano stati reali. «Come vi sentite, principessa?» interruppe i suoi pensieri il principe Ian. «Meglio, credo» rispose un po’ titubante lei, ma si ricompose immediatamente «voi e vostro padre siete molto gentili a ospitarmi e aiutarmi.» «È il minimo, sul serio.» Ian le sorrise, poi si sedette ai piedi del letto. «Potremmo essere meno formali, non credi?» Layla cercò di reprimere il disagio alla richiesta e ancor più dinnanzi al gesto; ma Ian se ne accorse e scoppiò a ridere. «Papà mi aveva avvertito del fatto che gli abitanti di Rosyhvit, Lathrà, Des-Esy, Agnyrè e Lonys sono così rigidi!» “Ha il permesso di chiamare suo padre… papà?!” Non sapendo a cosa pensare, Layla inarcò un sopracciglio e drizzò la schiena, attendendo che il giovane principe parlasse ancora. «In cosa ti ho turbata, principessa?» «Be’… da noi è scon… insomma, forse è come dite voi, noi siamo troppo rigidi» lo assecondò. Se lì a Ilyriam certe cose erano permesse, chi era lei per opporsi? E poi in quel momento non aveva nemmeno voglia di discutere. Desiderava solo poter riposare ancora un po’ in solitudine. Avrebbe dato oro per potersi sdraiare nel suo vecchio letto a baldacchino bianco… Ian si accigliò preferì non indagare oltre. «Posso chiamarti Layla?» «Immagino di sì» cercò di adeguarsi lei con uno sforzo. Se l’avesse sentita sua madre… spostò lo sguardo, incapace di reggere quello del principe, abbassandolo sulle proprie mani. Com’erano rovinate… «Come mai ti trovavi nella radura due notti fa?» domandò Ian. «Due notti fa?» si sorprese lei. Il principe annuì. «Sei rimasta vittima della febbre e dell’incoscienza per quasi due giorni.» La sorpresa poco a poco svanì; era ovvio che era stata preda della febbre per così tante ore. Era scappata di notte ed era stata colta alla sprovvista dalla pioggia e dalla grandine. E oltretutto l’inverno era alle porte. Guardò Ian; a Rosyhvit, fosse stata una sconosciuta, prima l’avrebbero interrogata e poi, forse, trattata con gentilezza e curata. Lì invece non


19 avevano esitato e Ian non la guardava come si studiava un criminale o un sospettato; era semplicemente curioso. «Un’ora dopo il tramonto di due giorni fa, passeggiavo in giardino assieme alla mia ancella quando d’un tratto abbiamo udito molte grida provenienti dall’esterno delle mura, dalla città. Non feci in tempo a domandare spiegazioni perché inaspettatamente un grosso incendio apparentemente indomabile è stato appiccato al castello. Se… se…» la sua voce debole s’incrinò «se non fosse stato per la mia ancella, che mi fece scappare tramite un passaggio segreto che conduceva alla foresta di Lohorem… a quest’ora sarei caduta anch’io. Come tutta Rosyhvit.» Ian era profondamente colpito dalle parole della ragazza; non immaginava che il vasto regno di Rosyhvit, grosso quattro volte Ilyriam, fosse stato assalito e distrutto. L’attacco maggiore era stato diretto alla capitale, ma senza una guida doveva essere crollato l’intero sistema. Pensò quasi di domandarle se fosse sicura della morte dei suoi genitori, ma gli parve indelicato così tenne la bocca chiusa. Una lacrima solitaria scivolò lungo la guancia di Layla, che si affrettò ad asciugarla col dorso della mano. «Sono scappata, ho vagato per non so quanto tempo nella foresta di Lohorem, per poi finire nella radura. Poi… io… non ricordo più nulla» mentì. Non sapeva cosa avrebbero fatto se avesse rivelato di aver scoperto l’esistenza dei draghi. Ora ricordava perfettamente gli uomini armati che l’avevano inseguita ma che non avevano osato proseguire oltre per paura di entrare nella proprietà della famiglia Seeledrachen. Forse non era dei draghi che avevano paura… In quel momento qualcuno bussò nuovamente alla porta, ma questa volta fu Ian a rispondere; senza dire niente, l’ancella Adrya entrò e posò un vassoio sul comodino accanto al letto di Layla. Lanciò una rapida occhiata al principe, dopodiché lasciò la stanza lasciando i due di nuovo soli. Layla, non molto affamata, guardò il piatto fumante sopra al vassoio: brodo di carne. «Devi rimetterti in forze» mormorò Ian, notando il suo sguardo. Lei annuì, prese delicatamente il vassoio, lo poggiò sul letto e iniziò a ingoiare quel brodo caldo, che non era tanto male. «Ti ha trovata mio fratello, comunque» prese parola Ian, dopo qualche minuto «gli era parso di percepire una presenza estranea nella radura così era andato a controllare. Quando ti intravide ti fece svenire per precauzione e quando capì che non eri pericolosa ti portò qui al castello.» Per poco del brodo non andò di traverso alla ragazza.


20 «Un momento» tossì «mi fece svenire? Come può essere? Non ho visto nessuno! Nessuno mi si è avvicinato tanto da… farmi svenire!» il suo tono di voce assunse una leggere sfumatura di isterismo. Ian esitò, incerto se parlare o tacere, ma alla fine l’espressione di disorientamento sul volto della principessa lo fece vacillare. «Magia» sussurrò. «Non esiste» replicò Layla irrigidendosi e rimettendo il vassoio sopra al comodino; sentiva lo stomaco darle fitte dolorose per colpa del nervoso. «Ci sono molte cose qui a Ilyriam che potrebbero sembrarti folli, Layla; la magia è una di queste» disse calmo Ian «perché, secondo te, quasi tutti gli altri regni si sono allontanati da noi? Da noi e dal regno di Elyiss. Quando qualcosa non piace viene celata.» «Non può essere» mormorò Layla «credevo che dietro a quella scelta ci fosse il denaro, le vostre frivole usanze o qualcosa del genere. O almeno, così mi disse mia madre.» «Frivole usanze?» parve offeso. Layla fece un debole sorriso. «A Rosyhvit è sconveniente per una donna restare sola in una stanza con un uomo prima del matrimonio.» Ian arrossì e si alzò velocemente dal materasso. «In ogni caso» riprese il principe dandole le spalle «tutto ti sarà chiaro col passare del tempo.» Layla lo guardò attentamente; lui dava già per scontato che lei sarebbe rimasta lì con loro per sempre. C’era qualcosa sotto. E se per caso erano loro i responsabili della distruzione del suo regno? In fondo avevano i draghi, avrebbero potuto distruggere Rosyhvit facilmente. Senza esitare, Layla guardò Ian negli occhi e disse: «Come per esempio quel drago di bronzo che ho visto l’altra sera nella grotta?» Ecco, ora era di nuovo sfacciata. Da piccola le capitava spesso, insieme a qualche piccolo atto di ribellione, ma i suoi genitori obbligarono educatori, ancelle e servitù a stroncare quel lato del suo carattere che emergeva quando sentiva la necessità di mettersi sulla difensiva. Però in quel momento non si sentiva minimamente in colpa per quell’accesso d’ira. Ian, allarmato, si voltò di scatto. «Hai visto i draghi?» «Allora esistono davvero…» sussurrò Layla. «Certo che esistono i draghi e non sono come li descrivono a voi nelle vostre stupide favole per bambini.»


21 Questa volta fu il turno della principessa di distogliere lo sguardo; stupide favole per bambini… con quelle favole era cresciuta. Con quelle menzogne. «Chi mi garantisce che non ci siete voi dietro alla caduta del mio regno?» «Nessuno» rispose lui con semplicità «la scelta è tua. Puoi fidarti e restare, oppure andartene.» Layla fece per protestare ancora ma un capogiro la colse alla sprovvista e la costrinse a rimettersi sdraiata. Ian le si avvicinò con aria preoccupata. «Riposa ancora un po’. Ti faccio portare frutta fresca da Adrya in attesa della cena, che sarà un’ora dopo il tramonto del sole. Se vuoi, ovviamente.» Detto ciò, Ian fece un breve inchino rigido e si congedò. Layla sospirò. “Finalmente sola.” Affondò la testa nel soffice cuscino, cercando di scacciare via i pensieri troppo folli per essere credibili, come la magia e i draghi. Tutti sapevano che la magia non esisteva; da piccola suo padre le raccontava spesso favole su streghe, draghi, maghi, grifoni… i Seeledrachen volevano davvero farle credere che tutto ciò era concreto? Scosse il capo, divertita. Ma il suo sorrisetto svanì subito; lei aveva visto un drago, lei aveva toccato un drago! Un cucciolo, certo, ma pur sempre una di quelle creature che popolavano le favole dei bambini di Rosyhvit. L’aveva riconosciuto subito, abbinandolo ai tanti disegni sui vecchi libri per bambini che possedeva al castello. Solo che nelle favole i draghi erano generalmente neri e cattivi. Quello che aveva visto lei era color del bronzo e sembrava tutt’altro che cattivo. Rabbrividì; forse perché era un cucciolo… chissà i genitori. Ma poi, cosa ne facevano i Seeledrachen dei draghi?! Volevano conquistare tutti i regni? Poteva essere possibile, però quell’accusa prese pian piano a svanire. I suoi inseguitori avevano rinunciato a lei non appena aveva varcato il nero cancello di Ilyriam. Non erano in combutta con loro. Solo allora si rese conto di essere stata esageratamente diffidente; Ian e suo padre l’avevano aiutata. E lei li aveva ingiustamente rimproverati. Posò una mano sulla fronte; non era più calda, la febbre era passata. Come l’avevano curata? Con la magia o con metodi tradizionali? Non fece nemmeno in tempo a pensare a una possibile risposta che due leggeri colpetti alla porta la fecero sussultare. «Avanti.» Entrò la sua nuova ancella, Adrya.


22 «Vi sentite meglio, mia signora?» «Sì, grazie.» Senza aggiungere altro, Adrya avanzò verso Layla e le porse un vassoio carico di frutta fresca. Poi l’aiutò a mettersi a sedere, sistemandole il cuscino dietro alla schiena. «Desiderate altro, principessa?» «No, grazie. Va bene così.» Layla prese una mela e l’addentò, scoprendosi affamata; anche i muscoli del suo stomaco iniziarono a rilassarsi poco alla volta. «Mentre riposavate mi sono permessa di cambiarvi e infilarvi la vestaglia che indossate ora» proseguì Adrya, restando in piedi «e di farvi cucire un abito da sera per la cena. So che l’emblema della vostra nobile famiglia è la rosa bianca su sfondo dorato, ma non avevo le stoffe giuste, così vi ho cucito una veste blu…» «Sei molto gentile, grazie» la interruppe Layla, finendo la mela e prendendo qualche acino d’uva bianca. Non le era mai piaciuto sentire la servitù scusarsi per qualcosa che non aveva fatto o che riteneva indegna per lei. Adrya sorrise. «Le vostre ferite sono state disinfettate e guarite dai nostri curatori. Ora, se non siete troppo stanca, vi accompagno nella stanza al fondo del corridoio dove potrete fare il bagno. Dopodiché vi preparerò al meglio per la cena.» Layla scese dal letto e, rincuorata, scoprì di non aver altri capogiri come aveva temuto. Uscì dalla sua nuova stanza da letto seguendo Adrya, notando subito che anche i corridoi erano dipinti di nero, così come il bagno e forse tutte le stanze del castello; se non altro, la vasca da bagno era di marmo bianco. Con sollievo si svestì, si tolse le bende e si immerse nell’acqua calda colma di schiuma che profumava di vaniglia. Subito sentì le abrasioni bruciare al contatto con l’acqua e il sapone, ma pian piano il fastidio diminuì, fino a sparire del tutto. Adrya, sempre molto attenta, la aiutò a lavare i folti capelli che zuppi d’acqua sembravano neri, non castani. «Quanti anni hai Adrya?» «Ventuno, mia signora.» «Sei al servizio dei Seeledrachen da molto?» «Da nove anni, esattamente da quando mio padre mi cacciò da casa. Vivevo a Lonys, prima, e comprendo tutto il vostro disagio nel trovarvi in queste terre.» Layla sorrise. «Sono più permissivi.»


23 Non era sicura di avere le forze per affrontare un’altra discussione sulla magia. Però forse Adrya poteva fornirle qualche dettaglio in più. «Sì, e personalmente credo sia un bene» continuò l’ancella «i Seeledrachen sono molto premurosi con tutti i loro amici e noi servi veniamo trattati con rispetto. Certo, siamo ancelle, camerieri, cuochi e molto altro, ma abbiamo tutti una stanza nostra e abbiamo un giorno di riposo a settimana, in cui non dobbiamo fare niente, nemmeno preparare la cena.» «È insolita come cosa» mormorò Layla, sperando di non offendere Adrya, che sorrise. «Già, ma una fortuna per me» ridacchiò «non vi meravigliate della loro ospitalità. Sono cosciente del fatto che se foste finita altrove probabilmente vi avrebbero gettata nelle segrete, ma qui è tutto diverso. Lo sarebbe anche per gli altri regni, se venissero isolati dal resto del mondo.» «Però hanno anche molti segreti, i Seeledrachen.» «Chi non ne ha?» replicò l’ancella, aiutando la principessa a uscire dalla vasca e avvolgendola in candidi asciugamani bianchi. Fortunatamente, notò la ragazza, Adrya era delicata e attenta quanto la sua precedente ancella. «Parlavo di quel che c’è la fuori, nella radura» riprese Layla. «È un privilegio anche solo avvicinarsi a quei cancelli, figurarsi varcarne la soglia. Io stessa non ho mai visto un drago da vicino. Me se volete saperne di più, vi consiglio di porgere le vostre domande al re o ai principi.» Layla annuì, poi venne riaccompagnata nella sua stanza da letto; una volta dentro, l’ancella la fece accomodare sopra a uno sgabello alto con tre gambe davanti a un grosso specchio. Iniziò a pettinarle i capelli poi, quando furono asciutti, glieli sistemò in un’elegante acconciatura. Layla notò di nuovo che Adrya era molto delicata ma precisa e suoi lavori erano meravigliosi. Oltre all’acconciatura, la principessa rimase anche parecchio soddisfatta del trucco e dello smalto che faceva distogliere l’attenzione da tutte quelle unghie rovinate. «Ecco l’abito» disse l’ancella, estraendo dall’armadio un lungo vestito blu notte con gonna ampia e maniche lunghe «vorrei sapere però il vostro colore preferito.» «L’azzurro» rispose Layla senza esitazioni «Ma anche il blu mi piace moltissimo» aggiunse per non vederla dispiacersi nuovamente. Una volta infilato il vestito, Adrya insistette per fasciarle nuovamente i tagli più profondi delle gambe, e Layla la lasciò fare. Diversi minuti più tardi, la principessa si trovava seduta nella grande sala del refettorio, al tavolo con il re, seduto a capotavola, e il principe Ian. La servitù presentò varie portate: stufati ingentiliti con patate dolci,


24 anatra arrosto, funghi chiodini, zuppa di pesce e il tutto con molto pane bianco. «Spero che la cena sia di vostro gradimento, principessa» le augurò Gerard. «Lo è» rispose lei gustando un ottimo stufato. Almeno la cena era molto simile a quella che le veniva servita a Rosyhvit; per un attimo, mentre l’ancella la scortava lungo i corridoi diretta al refettorio, aveva temuto di dover ingerire strani tuberi o animali selvatici con tre paia di occhi. Trattenne un sorrisino; aveva sempre avuto una buona immaginazione, ma probabilmente i Seeledrachen non avrebbero trovato di buon gusto le sue fantasie in quel momento. «Ian mi ha accennato quel che vi è successo» disse d’un tratto il re, posando compostamente le proprie posate sul piatto. Layla trattenne un sospiro. Non voleva sembrare scortese, anche se non aveva granché voglia di conversare; tuttavia cercò di sembrare docile e gentile. «Per favore, non datemi del voi. Qui non siamo a Rosyhvit.» Il re sorrise. «Vale lo stesso per te, Layla. Come dicevo, Ian mi ha accennato quel che ti è successo. Ne sono molto addolorato. Riferirò la questione ai sovrani di Elyiss, e insieme cercheremo di scoprire i responsabili di questo disastro.» Elyiss, se ricordava bene, era un altro piccolo regno situato molto più a ovest rispetto a Ilyriam. Layla annuì ma non disse nulla, ancora un po’ diffidente. «A quanto sapevo, i tuoi genitori non avevano nemici importanti.» «Già, è così.» Come faceva il signore di Ilyriam a conoscere i suoi genitori? Era possibile che i re e regine di tutti i regni fossero a conoscenza della magia? «Makghar aveva detto ad Axel di aver intravisto del fumo levarsi verso il cielo oltre la foresta» mormorò Ian al padre, che annuì abbassando lo sguardo. Layla non capiva di chi il principe stessa parlando, così bevve un sorso d’acqua facendo finta di nulla. Dopo un attimo di esitazione Gerard aggiunse: «Mi rendo conto di quanto tutto questo sia sconvolgente per te, perciò gustiamoci questa deliziosa cena e non parliamone fino a domani.» Sollevata, la ragazza sospirò, proprio mentre due cameriere portavano al tavolo un grosso vassoio d’argento ricoperto di insalata verde, carote crude, pomodori a fette e olive. «Tra un paio di giorni» riprese parola il re mentre spezzava del pane «tornerà al castello il mio primogenito, Axel.»


25 «Mi ha trovata lui nella radura, o erro?» «Esatto» sorrise Gerard, chiedendo poi ad alcuni servi di portare direttamente i dolci «lui svolge un lavoro un po’ particolare, per questo è partito alle prime luci di ieri mattina. Ma tornerà presto, così potrai conoscerlo.» «Ne sarò lieta» mentì. La cena continuò, tra una portata di dessert e l’altra; Layla scoprì che Ian era più piccolo di lei di un anno, dato che aveva diciannove anni, mentre il suo fratello maggiore lo superava di tre. «Mi sposai a vent’anni» raccontò Gerard «e pochi mesi dopo ebbi Axel, ma mia moglie patì molto il dolore del parto e morì un mese dopo. All’età di ventitré anni mi risposai ed ebbi Ian.» Quest’ultimo, che non aveva parlato molto, abbassò lo sguardo imbarazzato. Il re stava raccontando la sua storia per mettere Layla a proprio agio, ma senza badare molto al figlio minore e ai suoi pensieri. «Ma una pestilenza mi portò via anche la mia seconda moglie… e da allora siamo rimasti solo noi tre.» «Mi dispiace molto» mormorò Layla scoprendosi intristita. I due principi erano cresciuti in un mondo precario, senza una figura materna. Ma doveva essere stato dolorosissimo anche per il re, perdere per due volte la propria amata. Sempre che si fossero sposati per amore… Mezz’ora più tardi, Gerard si congedò e Ian si offrì si accompagnare la ragazza nella sua stanza. «Spero che i discorsi di questa sera non ti abbiano turbata» disse Ian mentre camminavano da soli lunghi i corridoi scuri del castello, illuminati a tratti solo da alcuni candelabri massicci. «Mi dispiace per voi.» «È acqua passata. Axel non ne ha mai patito e io nemmeno. Quello che ancora ci sta male è mio padre, ma col tempo tutte le ferite guariranno.» Layla non ne era molto convinta, ma annuì lo stesso. Lei non si era mai innamorata perciò non sapeva cosa volesse dire perdere qualcuno. Subito si diede della sciocca; non lo sapeva? Aveva appena perso la sua famiglia e tutti i suoi sudditi. Certo, era la futura regina, ma sapeva di essere amata dal suo popolo; spesso passeggiava per le vie della capitale Rosyhvit e aveva avuto modo di conoscere le storie di parecchie persone. Dal panettiere, terzo figlio di sei maschi, al maniscalco, innamoratissimo di sua moglie, con la quale era sposato da più di vent’anni… dall’armaiolo, che sognava di diventare un eroe, al cuoco di corte, che amava viaggiare. Non avrebbe rivisto più nessuno. «Certe ferite non possono guarire» mormorò. «Andrà tutto bene anche per te, ne sono sicuro.»


26 Annuì distrattamente; posò lo sguardo oltre una vetrata, ma all’esterno vide solo buio. «Ian, mi spiace per prima» disse contro ogni aspettativa, lasciandosi andare «ma credo di essere diffidente di natura.» Altri ricordi legati alla sua gente riaffiorarono nella sua mente. Ripensò a quando, anni addietro, le avevano regalato degli strani fiori che lei aveva rifiutato perché riteneva velenosi. O a quando le principesse di altri regni le avevano proposto di trascorrere una serata in incognito in una cittadella di Lonys, divertendosi senza badare, per una volta, ai loro doveri. Ma lei aveva rifiutato per timore di essere scoperta e perché in quella città non conosceva nessuna persona di cui potersi fidare… «Avrei reagito allo stesso modo, fossi stato in te» interruppe i suoi pensieri Ian «immagino quanto sia dura. Ma andrà tutto bene.» «Sì» sussurrò Layla «starò bene.» Giunsero davanti alla porta della sua stanza; Layla fece per augurare la buona notte al principe ma questi la interruppe. «Domani mattina, dopo la colazione, ti andrebbe di visitare Ilyriam? So che sei ancora esausta da tutto ciò, ma magari tenerti occupata può farti bene. E poi, se ti va di restare qui per un po’, dovresti conoscere il regno.» «Sì, mi piacerebbe molto» sorrise. In realtà la parte di lei più guardinga avrebbe preferito rintanarsi nella nuova stanza e non uscirne più, ma sarebbe stato scortese rifiutare o fare la difficile. E poi, si stupì, aveva davvero voglia di vedere quel luogo nuovo. «Ottimo» rispose Ian compiaciuto «allora a domani mattina. Ci penserà Adrya a svegliarti. Ti auguro di passare una buona notte.» «Altrettanto, grazie.» Ian prese una mano della ragazza, un po’ impacciato, e se la portò alle labbra per imprimervi un delicato bacio; infine si congedò. Pochi minuti dopo Layla si spogliò e indossò la vestaglia per la notte. Nel suo castello, a Rosyhvit, l’unica figura maschile con cui aveva tenuto delle vere e proprie conversazioni era stata quella di suo padre. Non era abituata a tutto ciò, ma Gerard era gentile e Ian sembrava premuroso; pensò che forse si sarebbe trovata bene. Sperava solo che il suo carattere introverso non la mettesse in situazioni scomode.


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Capitolo III

La mattina seguente fu la luce del sole a svegliare Layla. “Avrei dovuto tirare le tende…” Attese ancora qualche minuto distesa sul comodo letto, infine chiamò l’ancella tramite un campanellino. Adrya arrivò subito, portando tra le braccia una pila di abiti puliti. «Li ho fatti confezionare per voi, spero siano di vostro gradimento.» Layla esaminò gli abiti e si dichiarò entusiasta, complimentandosi per la velocità del lavoro e dell’ottima qualità dei tessuti utilizzati; andò poi nella stanza del bagno, si lavò per farsi preparare da Adrya, che le tirò di nuovo su i capelli e l’aiutò a indossare un abito color prugna con ricami dorati. A colazione Layla mangiò assieme a Gerard, il quale le chiese se avesse passato una buona nottata e se le occorreva altro. «È tutto perfetto, grazie.» E così le sembrava. Quella mattina si era destata di buon umore e, nonostante la tragedia vissuta, aveva solo voglia di andare avanti. «Sto anche cercando di abituarmi ai colori dei muri!» scherzò. Il re scoppiò a ridere. «Immagino che il tuo castello abbia avuto tinte tenui.» «La mia stanza da letto era completamente bianca!» Dopo aver assaggiato una fetta di torta ai lamponi, Layla annunciò di aver accettato la richiesta di Ian di andare a vedere la città; il sovrano parve molto compiaciuto, ma si limitò a dire: «Sentiti libera di andare dove preferisci… tranne che nella radura.» Layla rimase perplessa… ma una parte di lei sperava di dimenticare i draghi e la magia. «I draghi possono essere pericolosi con gli estranei» spiegò rapido lui. Più tardi Adrya accompagnò la principessa all’ingresso della stalla, dove trovarono Ian intento a preparare un paio di cavalli. Dato che quella notte la temperatura era calata, Adrya aveva fatto avere alla principessa un paio di guanti di pelle nera lunghi fino ai gomiti, un mantello spesso e degli stivali alti. «Grazie Adrya, ora puoi tornare dentro al castello» disse Ian dopo averle raggiunte e salutate «Layla, sai cavalcare vero?» «Certo.»


28 Ricordava ancora la prima volta che l’avevano fatta salire sopra a un cavallo, una decina di anni prima; aveva avuto molta paura di cadere e non la smetteva di restare appiccicata al collo dell’animale. Per di più, aveva avuto seri problemi a scendere senza farsi male. Ian la condusse dentro alla stalla, dove la temperatura era leggermente più alta ma l’aria umida. Ad attenderli c’erano un paio di cavalli abbastanza alti in mezzo alla corsia di alimentazione; negli scomparti ve ne erano altri cinque, dall’aria assonnata. «Ecco, lei è Bexa.» Ian la fece avvicinare a una giumenta di manto palomino non molto alta al garrese e l’aiutò a salire in sella; lui invece montò un cavallo bianco. «Bexa non è un cavallo da guerra, perciò la puoi dirigere usando le redini.» Layla annuì. Suo padre, anni prima, le aveva spiegato che i cavalli usati per le battaglie erano addestrati in modo diverso dagli altri, venendo abituati ai comandi delle ginocchia, per facilitare i movimenti delle braccia al cavaliere che li cavalcava. Uscirono dalla stalla per trovarsi subito in un vasto cortile contornato da un giardino; in primavera doveva essere bellissimo. In quel momento era spoglio a causa dell’inverno alle porte, eccezion fatta per un paio di sempreverdi. «Oggi è giorno di mercato» annunciò Ian. «Mi piacciono le bancarelle» rispose Layla, facendo procedere la giumenta accanto al cavallo di Ian. Appena superato il cortile varcarono un imponente cancello nero per giungere direttamente in città. La ragazza notò subito che la capitale di Ilyriam era più piccola e più povera di quella di Rosyhvit; lo capì dai banchi di legno dei mercati, vicinissimi tra loro, dagli abiti poveri degli abitanti, dalla tristezza che si avvertiva. Con sgomento, non vide neanche un saltimbanco. «Ian…» mormorò Layla. «Sì, Ilyriam non è prospera come gli altri regni, ma non siamo messi poi così male. Elyiss è peggio» disse lui senza guardare direttamente la principessa «come potremmo stare meglio, dopo che tutti gli altri regni ci hanno esclusi dagli scambi commerciali?» Layla si sentì un po’ in colpa. Non era lei la responsabile di ciò, lo sapeva bene, ma i sentimenti che stava provando negli ultimi giorni erano contrastanti. Se da un lato era sospettosa riguardo questo nuovo mondo, dall’altro ne era anche affascinata. E vedere un regno quasi in rovina le faceva sempre male. «Ma presto Ilyriam ed Elyiss diverranno un’unica entità, potentissima» proseguì Ian. «E come?»


29 «Mio fratello è promesso sposo a Evelyn Alatryon, una sacerdotessa di Elyiss. Lì non ci sono sovrani, solo famiglie molto potenti, quasi tutte devote alla religione. La famiglia Alatryon è quella più in alto nei ranghi e così sarà Evelyn ad avere l’onore di sposare un Seeledrachen.» Layla apprese la notizia con noncuranza, ma colse una nota di amarezza nella voce del ragazzo. «È bella?» «Evelyn? Oh sì, molto. Ha bellissimi capelli biondi luminosi e occhi azzurri con tonalità violette.» «La perfetta immagine di principessa… o almeno, secondo le mie stupide favole» scherzò Layla cercando di tirarlo su di morale. Ian si voltò a guardarla negli occhi. «Hai frainteso, non sono infatuato di lei.» «Mi pareva» ridacchiò Layla posando lo sguardo su un banco carico di pugnali, scudi e spade. Suo nonno paterno aveva posseduto diverse armi e sua nonna ne aveva la passione, nonostante fosse una donna. Lei diceva sempre che erano le donne ad avere più possibilità di vittoria in guerra, perché più minute, più agili e più intelligenti, e soprattutto non si facevano trasportare dalla furia cieca come accadeva spesso agli uomini. Peccato che a Rosyhvit mai nessuna donna avesse preso parte a una guerra. Layla fece per smontare da cavallo per avvicinarsi di più al banco con le armi ma Ian, inconsapevole, afferrò le briglie di Bexa e allontanò la principessa dalla folla con fare protettivo. «Ti guardano tutti» le bisbigliò Ian. «Me?» «Sì» sorrise «sei la nostra novità.» «Se non fosse stato per tuo fratello, a quest’ora sarei una novità morta» sbuffò Layla. Ian rise. «Layla, ti andrebbe qualcosa di caldo da bere?» Lei annuì; affidarono i cavalli a un anziano stalliere ed entrarono in una locanda. Tutti i presenti si voltarono e salutarono con rispetto il principe, lanciando occhiate fugaci alla ragazza. I due si accomodarono in un angolo appartato ed entrambi sfilarono i guanti dalle mani. Layla, incuriosita, si guardò attorno; il locale era riscaldato da un grosso camino ma non molto illuminato e piuttosto spartano. Il lungo bancone era impolverato e l’accigliata locandiera sfoggiava una bellezza precocemente sfiorita; i suoi capelli biondo cenere le ricadevano sporchi sulle spalle. Se i suoi genitori avessero visto quel luogo… Incurante di tutto ciò, Ian ordinò due calici di sidro di mele.


30 «Le altre città vi hanno esclusi a causa dei draghi e della magia?» domandò Layla dopo qualche minuto di silenzio. «Per i draghi» rispose Ian «la magia è una conseguenza.» Lei si accigliò. «In che senso?» «Non tutti sappiamo usare la magia, solo chi è in stretto contatto con i draghi può… in alcuni casi. Qui a Ilyriam solo mio fratello è in grado. E a Elyiss, tre membri della famiglia Alatryon.» «Non capisco» mormorò Layla confusa. Ian sorrise. «Sai una cosa? Nemmeno io! Dovrai porre le tue domande ad Axel appena tornerà al castello.» Layla annuì. In quel momento la locandiera portò loro il sidro, così restarono un altro paio di minuti in silenzio. «Prima, quando ti ho posto quelle domande, avrei scommesso che non mi avresti risposto.» «Perché mai?» Scrollò le spalle. «Tu e tuo padre mi sembravate restii a parlare di draghi con me.» «Sì, ma questa mattina ci siamo consultati e abbiamo deciso che, in qualità di nuova abitante del castello, è giusto che tu sappia.» Layla annuì, finì il sidro e mormorò un “Grazie”. Ian rispose con un sorriso. Desiderava che lei si fidasse di lui. Più tardi lasciarono la locanda; fuori molte nuvole grigie avevano coperto il cielo con uno spesso strato. «Vuoi fare ancora un giro prima della tempesta?!» «Certo!» esclamò Layla. Montarono in sella ai cavalli e, con passo più svelto, guardarono ancora un paio di file di banchi colmi di spezie, stoffe di tutti i colori, gioielli, fiori, selle per cavalli e… A Layla quasi venne un colpo. «E quelle!» «Selle per draghi» rispose Ian con semplicità. Sbalordita Layla si avvicinò al banco e guardò da vicino una sella di cuoio marrone enorme, spessa e senza staffe. «I draghi si possono cavalcare?» «Sì, a tuo rischio e pericolo!» scoppiò a ridere Ian. Ignorando l’espressione scioccata della ragazza le disse di aspettarlo lì un istante, poi smontò da cavallo e si avvicinò al mercante di fiori. «Quanto costa uno di questi?» chiese indicando un giglio bianco.


31 Una rosa forse sarebbe stata più appropriata a una principessa, specialmente a una La Rosa, ma Ian non voleva sembrarle troppo affrettato o ridicolo. «Una moneta di rame, mio signore.» Ian accettò, pagò il prezzo relativamente basso per lui, e si rigirò tra le mani guantate il fiore, chiedendosi se Layla l’avesse gradito. Tornò indietro e risalì sul dorso del suo cavallo trovando Layla ancora intenta a studiare le selle per i draghi. «Layla» la chiamò. Lei si girò e quando vide il giglio che Ian le offriva si aprì in un sorriso. «Non dovevi disturbarti.» «Non è affatto stato un disturbo.» Un po’ in imbarazzo Layla ringraziò per poi dichiarare di voler tornare al castello. «Senti Ian, che ci fate con i draghi?» Lui scoppiò a ridere. «Di sicuro non li mangiamo! Ripeto, è meglio se lo domandi ad Axel. Ti dico solo una cosa: non sono i mostri che dipingete voi nelle vostre favole.» Layla e Ian arrivarono alla stalla giusto in tempo, proprio mentre iniziava a piovere. Ognuno sistemò il cavallo che aveva montato, togliendo sella, sottosella e briglie, per poi spazzolare mantello, coda e criniera. Era un lavoro che Layla non aveva mai fatto ma che trovò piacevole, in più era ben disposta a imparare. Il rumore della pioggia che batteva contro i vetri della stalla la rilassava. Per un attimo dimenticò le immagini di fuoco e sangue, della magia e dei draghi. Ma Ian, ingenuamente, la riportò alla realtà. «Sai, a Elyiss ci sono anche i grifoni.» «Sul serio?» «Certo… apparivano anche loro nelle storie che ti leggevano da bambina, vero?» ipotizzò il principe mentre accarezzava il suo cavallo. «Sì, ma erano sempre neutrali.» Rientrarono al castello, bagnandosi appena; passarono il resto della giornata assieme. Prima pranzarono, dopodiché Ian mostrò tutto il castello alla ragazza, per poi fermarsi nella vasta biblioteca di famiglia dai muri neri. Layla, nonostante si sforzasse di abituarsi a quel luogo scuro e alle strane usanze, aveva ancora delle difficoltà; si sentiva un po’ a disagio a passare tutto quel tempo da sola con Ian, per quanto cortese lui fosse. E poi trovava il castello piuttosto buio. Ma quel giorno non si lamentò mai; anzi, quella nuova vita non le sembrava poi così male. Passò un piacevole pomeriggio in biblioteca as-


32 sieme al principe, trovando un grosso e pesante volume sui draghi che catturò istantaneamente la sua attenzione. Lo sfogliò tutto e restò ammaliata dalle pitture raffiguranti draghi di tutti i colori, padroni indiscussi dei cieli. «Stando a questo libro, quello che ho visto io doveva proprio essere nato da poco!» esclamò Layla. Scoprì inoltre che ai draghi piaceva collezionare tesori, che veneravano delle proprie divinità, che potevano usare la magia in alcuni casi, e che non tutti si facevano cavalcare dagli umani. «Possono sputare fuoco fino a una distanza di sette braccia!» si stupì lei. «Alcuni anche di più» disse Ian. Sempre secondo il libro, la pupilla di un occhio di drago era allungata in senso verticale per permettere alla creatura di ricevere più luce rispetto a un occhio umano; accanto vi erano parecchie illustrazioni raffiguranti iridi colorare e occhi di draghi in generale. «Ian, senti qua! Esistono certi luoghi, estrani agli umani, dove i draghi si recano quando sentono che è giunta la loro ora… un cimitero per draghi in poche parole!» L’ora di cena arrivò troppo presto per i gusti di Layla. Come la sera precedente, Gerard si unì al tavolo con suo figlio e la ragazza. Chiese loro come avevano passato la giornata e se per caso erano stati colti di sorpresa dalla pioggia, che ancora scendeva giù dal cielo nero. Layla capì che entrambi i Seeledrachen stavano facendo sì che lei si abituasse in fretta a quella nuova vita, a quelle nuove usanze, per non farla soffrire e rimuginare troppo sopra la questione di Rosyhvit. Ma lei non poteva dimenticare, almeno non da un giorno all’altro. Eppur si sentiva sollevata di essere stata accettata senza difficoltà. Le pareva quasi impossibile che solo qualche sera prima stava correndo disperatamente per cercare di salvarsi la pelle. O di aver dubitato di loro. Un’ora più tardi Layla si congedò, stanca, e raggiunse la sua stanza da sola; ormai aveva memorizzato il percorso. Una volta dentro si cambiò gli abiti, si tolse il trucco dal viso e sciolse i capelli; sulle unghie, impeccabile, aveva ancora lo strato di smalto bianco. Il giglio che Ian le aveva regalato era stato sistemato sul comodino dentro a un calice di vetro colmo d’acqua fresca, proprio come lei aveva richiesto. Le era sembrato un gesto carino, anche se dalle sue parti probabilmente la gente l’avrebbe colto come un chiaro segno che il principe era interessato a lei. Probabilmente lì regalare un fiore non aveva un significato particolare.


33 Layla si distese sotto alle coperte, tirò le tende del suo baldacchino e, facendosi cullare dal rumore della pioggia, si addormentò. Ma il suo sonno non durò a lungo; profondi ruggiti inquietanti s’alzarono dalla radura per giungere sino alle sue orecchie.


34

Capitolo IV

Layla riuscì ad addormentarsi definitivamente poco più di un paio d’ore prima dell’alba. Per tutta la notte aveva sentito il ruggito dei draghi, unito a quello del vento, e il battito delle loro possenti ali. Sapere che uno di loro poteva trovarsi proprio fuori dalla sua finestra la terrorizzava. E l’aver appreso con quanta facilità potevano sputare fiamme la spaventava. Infatti, durante quelle poche ore di sonno, sognò la sua nuova stanza prendere fuoco. “Mi son messa paura da sola” pensò non appena si svegliò, sudata a causa dei sogni tormentati “proprio come nella foresta.” Mettendosi in piedi Layla chiamò l’ancella Adrya e mentre attendeva il suo arrivo spalancò la porta finestra della sua stanza e uscì sul piccolo balcone adiacente. L’aria gelida la colpì ma per lo meno servì a svegliarla del tutto. «Principessa, che fate?!» protestò subito Adrya appena entrò nella stanza «siete reduce dalla febbre, entrate subito!» Afferrò Layla per un braccio e la trascinò all’interno della camera, chiudendo poi per bene la finestra; Layla rimase qualche secondo senza parole perché nel suo castello la servitù non si azzardava mai a contraddire la famiglia reale, tantomeno toccarla in quel modo; poi ridacchiò. «Avete dormito bene?» «Più o meno» rispose mentre seguiva Adrya in corridoio «ho passato notti migliori.» Come al solito l’ancella l’aiutò a lavare i capelli, che però quella mattina non fissò dietro alla nuca ma legò in una morbida treccia che le fece ricadere lungo la spalla destra. Come promesso, le portò un abito azzurro, abbastanza semplice, con maniche lunghe che sul fondo diventavano ampie; abbinate, delle scarpe blu basse. Una mezz’ora più tardi Layla lasciò la stanza, ringraziando l’ancella, dirigendosi verso la sala usata per i pasti. Una volta giunta sulla soglia si fermò, perché assieme a Gerard e Ian c’era un altro uomo che lei non conosceva. Lo studiò per qualche istante, incuriosita; lo sconosciuto aveva i capelli scuri, proprio come gli altri due Seeledrachen, ma i suoi occhi erano grigi, abbastanza insoliti, uguale al colore del mare in una giornata d’inverno. Sentì improvvisamente una strana sensazione impadronirsi in lei; il suo stomaco


35 si contrasse in modo piacevole e il respiro le si fermò per qualche istante. Non aveva la minima idea di chi fosse quel ragazzo, ma era il più affascinante che avesse mai visto in tutta la sua vita. Ian fu il primo ad accorgersi di lei. «Layla! Vieni, non stare lì ferma sulla soglia!» Con un timido sorriso Layla avanzò e si sedette come al solito alla sinistra di Gerard, di fronte a Ian, sforzandosi di non fissare il nuovo arrivato. «Axel, ricorderai sicuramente Layla Blisselyn La Rosa, vero?» chiese il re, spalmando della marmellata alla fragola sopra a una fetta di pane tostato. «Certamente.» Axel Seeledrachen guardò la ragazza e si presentò, aggiungendo poi: «Sono contento di vedere che vi siete ripresa.» Lei annuì imbarazzata, per poi posare lo sguardo sul suo piatto vuoto; fortunatamente i tre uomini ripresero a parlare degli affari di Ilyriam e della prossima unione con la città Elyiss, senza notare il rossore sul suo viso e la sua agitazione interiore. Le faceva uno strano effetto trovarsi di fronte al maggiore dei due fratelli Seeledrachen… di fronte a colui che l’aveva salvata. Quando, anni prima, si era trovata in visita al castello di Des-Esy, le due principesse Tamara e Sophie le avevano svelato di desiderare ardentemente di trovarsi in una qualunque situazione pericolosa solo per attendere che il proprio principe venisse a salvarle. Lei si era trovata in una situazione pericolosa ed effettivamente un principe l’aveva salvata… aiutata… portata al sicuro. E aveva una voce che avrebbe fatto cadere qualsiasi ragazza come una pera cotta ai proprio piedi… «Axel, sai che Layla ha visto un drago la notte in cui la trovasti nella radura?» disse Ian inaspettatamente. Axel spostò la proprio attenzione sulla principessa ma non disse niente. «Raccontaglielo tu Layla» la incoraggiò il re dopo aver notato l’espressione di panico passata sul volto della ragazza. «Be’…» balbettò lei «Era piccolo, con le scaglie di bronzo…» «Lumyra» sorrise Axel. Ian e Gerard si guardarono un istante, infine scoppiarono a ridere e Axel alzò lo sguardo al soffitto alto con finto sdegno. «La più grande passione di Axel sono i draghi» prese parola Gerard divertito «è lui che si occupa della radura e dei suoi abitanti…» «…ed è lui che dà i nomi ai draghi» continuò Ian, ghignando. «Potresti sposartelo, un drago!» aggiunse all’indirizzo del fratello maggiore seduto alla sua destra.


36 Egli, d’altro canto, si limitò a sorridere. «Sono un cavaliere di draghi, cosa pretendete?» Layla sgranò gli occhi. «Perciò tu sei uno di quelli che cavalca i draghi?» «Sì» rispose Axel divertito. «E non hai paura?» Scosse il capo, poi prese una mela da un vassoio e la morse. Capendo di aver fatto una domanda non molto intelligente, Layla arrossì, poi con la scusa di un leggero mal di testa si congedò senza toccare cibo e lasciò la sala. Mentre usciva, sentiva gli occhi di tutti puntati sulla sua schiena. “È contro natura” pensò mentre percorreva il corridoio sino alla propria stanza “un uomo non dovrebbe cavalcare bestie pericolose come i draghi.” E poi, ricordò, sapeva usare la magia; rabbrividì al pensiero, cercando di toglierselo dalla testa. Nessun ragazzo prima di quel momento le aveva fatto quell’effetto e non si era ancora decisa se considerare la questione positiva o negativa. Turbata Layla tornò nella stanza e si lasciò cadere sul morbido materasso; non aveva mal di testa ma si sentiva spossata. Pensò che probabilmente non sarebbe mai riuscita ad abituarsi a tutte quelle novità. Iniziò a sentire freddo, così si rintanò sotto alle morbide coperte, cercando un rifugio da tutto. Magari fosse stato un sogno o uno strano gioco della sua mente; chissà cosa le sarebbe accaduto se invece di scappare verso nord avesse corso a est, verso il regno di Lathrà. No, sarebbe stato impossibile; la distanza era troppa per essere percorsa a piedi in pochi giorni senza provviste. Pian piano sentì le sue palpebre farsi sempre più pesanti, fino a chiudersi… Era tutto nero. Non un filo di luce a illuminare la stanza, eppure Layla poteva vederlo. Con un occhio nero e uno giallo l’uomo squadrò la ragazza, poi sorrise. «Aspettavo di vederti da tempo, Layla.» La sua voce, a dispetto del contesto, era calda e ipnotizzante, ma nonostante ciò la principessa rabbrividì; lo sguardo dello sconosciuto era freddo e sembrava scrutarla da parte a parte, come se lei fosse trasparente. «Chi sei?» riuscì infine a domandare con un filo di voce. Si sentiva le gambe instabili e lo stomaco chiuso in una morse ferrea.


37 «Non ha importanza, dato che questa è l’ultima volta che ci vedremo» sul suo viso tornò di nuovo quel suo sorriso perverso «noto che i tuoi genitori non ti hanno mai parlato di me.» Seppur insicura sul da farsi, Layla scosse il capo. Un lampo di collera illuminò gli occhi glaciali dell’uomo. «Allora hanno meritato di bruciare vivi.» Sbigottita, Layla fece per ribattere, per dire che nessuno meritava quella sorte, ma l’uomo fu più rapido. Distese un braccio verso di lei, facendola cadere per terra e sbattere la testa. Quando si riprese e allontanò i lunghi capelli dal viso scoprì di trovarsi al centro di due cerchi: uno di fuoco, l’altro di sangue. Non c’era una via di uscita, presto il fuoco l’avrebbe toccata, bruciandola viva. Forse quel sangue era il suo… Layla scattò a sedere di colpo sul letto, senza fiato, rendendosi conto di aver sognato di nuovo quell’uomo misterioso. “…e malvagio.” Con occhi lucidi si portò una mano alla fronte, scoprendo che era bollente. Allarmata fece chiamare subito Adrya, che accorse velocemente. Non poteva aver preso di nuovo la febbre per essere uscita qualche minuto in balcone appena sveglia… Dopo averla esaminata attentamente, l’ancella andò a chiamare altri due servi per farle portare un bicchiere d’acqua e un panno umido. Negli istanti in cui rimase sola, Layla provò a rilassarsi respirando profondamente. Invano. I suoi muscoli erano tesi e la sue pelle coperta da brividi di freddo e di panico. Era la terza volta nel giro di pochi giorni che sognava quell’uomo ambiguo; non poteva trattarsi di una coincidenza. E ora la febbre, così all’improvviso. Poteva forse essere opera della mag…? «Principessa La Rosa, è permesso?» Annuì e un servitore che non aveva mai visto prima entrò nella stanza per portarle un bicchiere d’acqua e un vassoio colmo di frutta fresca avanzata dalla colazione. Salutò la principessa con rispetto, dopodiché posò il vassoio sopra al comodino, ma nel farlo urtò il calice contenente il giglio bianco che cadde a terra e si frantumò. Layla trattenne un’imprecazione solo perché il servitore era mortificato. Poi, inaspettatamente, qualcuno le porse il giglio. Inginocchiato alla sinistra del letto vi era Axel Seeledrachen. E in piedi dietro di lui, Ian. Non li aveva sentiti avvicinarsi. «Va’ pure Jeremy» disse Ian tra i denti, rivolgendosi al servitore, poi si chinò accanto al fratello maggiore e lo aiutò a raccogliere i cocci di vetro sparsi.


38 Layla prese il fiore e lo appoggiò sul comodino, senza più guardare Axel. «Come ti senti?» solo allora chiese Ian. «Come volete che si senta?» disse Adrya apparsa alle spalle dei due principi «ha di nuovo la febbre» pareva alterata «ha bisogno di stare tranquilla. È ancora sconvolta da… be’, da giorni!» Axel si sedette sul bordo del letto e posò una mano sulla fronte della ragazza; lei rabbrividì e cercò di ritrarsi al contatto ma lui, in fretta, scostò la mano e la guardò pensieroso. «Cos’ho che non va?» volle sapere Layla. «Niente» rispose Axel alzandosi e allontanandosi da lei con una strana espressione dipinta sul viso «con permesso.» Adrya lo guardò uscire; i suoi occhi tradivano una certa agitazione. «Cos’ha che non va?» domandò Layla irritata cambiando soggetto alla frase. Ian capì subito che la ragazza si stava scaldando. «Axel a volte fa così» disse in fretta giustificando il fratello. A sua volta appoggiò la mano sulla fronte della ragazza. In quel momento entrò un altro servo recando un panno bagnato che Adrya applicò alla fronte della principessa con fare materno… e aveva solamente un anno più di lei… «Layla, stai meglio?» domandò ansioso Ian. «Un po’.» «Vogliate scusarmi, mio signore, ma preferirei occuparmi io della principessa» si intromise Adrya. «Ma…» provò a protestare Ian, che non voleva lasciare la ragazza, ma fu costretto ad ammettere che lì era solo d’intralcio. Adrya sospirò. «A volte questi Seeledrachen sono convinti di essere capaci a fare tutto.» Layla si aprì in un debole sorriso. Prese il bicchiere e bevve avidamente l’acqua, per poi esplodere: «Cos’ho che non va, Adrya? Quell’Axel Seeledrachen mi ha guardata in un modo… come se avessi una malattia inguaribile. Questa febbre poi…» «Calmatevi, calmatevi!» L’ancella si sedette accanto alla ragazza, guardandosi nervosamente indietro, in direzione della porta. «Posso spiegarvi tutto… devo spiegarvi tutto! Sono qui per questo. So quanto vi sentite smarrita.» Layla si impose la calma, poi le fece segno di procedere.


39 «Quanto vi ho detto sul mio passato è vero, principessa, ma ho tralasciato un dettaglio: so padroneggiare la magia. Sono una strega.» «Come, prego?!» Annuì. «Per questo mio padre mi cacciò di casa.» «Mi dispiace» si rabbuiò subito Layla. Come poteva un genitore rinnegare il proprio figlio? Chissà però come avrebbero reagito i suoi genitori se lei fosse stata una strega… dimenticò persino che nelle sue favole le streghe erano malvagie serve del demonio. «Non ha importanza» scosse il capo l’ancella «sappiate solo che questa febbre, che ora sta pian piano scemando, è stata causata da una magia. Axel Seeledrachen se n’è accorto, come me, perché la pratica anche lui.» «Non riesco a seguirti molto bene» disse l’altra portandosi una mano tra i capelli. «La magia deriva dai draghi» disse Adrya «e chi riesce a gestirla è molto potente, come il principe Axel, ma dev’essere legato profondamente a un drago. Io non lo sono, ma discendo da una parente lontana che era un cavaliere.» «Axel perciò…?» «Possiede la capacità di fare molte cose con la magia.» Layla annuì; forse iniziava a capire. Axel poteva perché era una di quelle persone a stretto contatto con i draghi. Adrya possedeva una magia più debole, perché non era un cavaliere. Ma una sua antenata lo era stata. Chiaro. «Perciò la magia ti è stata trasmessa come una sorte di eredità?» «Diciamo così. Da mia nonna, sua nonna… e così via. Ha saltato una generazione in tutta la discendenza. Una nostra antenata dev’essere stata cavaliere di draghi. Come mai possiamo usufruire di questi poteri anche noi non lo so, so solo che non sono l’unica, ci sono molte persone come me.» «I Seeledrachen sanno?» «Solo il principe Axel» continuò Adya «quando mio padre mi cacciò rimasi a Lonys ancora un paio di settimane, vagabondando, ma soprattutto cercando più informazioni sulla magia. Sapete, mia madre era morta l’anno precedente, mia nonna non la ricordo neppure… così, non ci misi molto a scoprire che a Elyiss e Ilyriam c’era qualcosa di sospetto, qualcosa di magico! Ilyriam era la città più facile da raggiungere per me, così giunsi qui al castello e domandai di entrare a far parte della servitù. Il re inizialmente rifiutò perché i servi erano già molti, ma Axel


40 Seeledrachen capì cos’ero e insistette con il padre per farmi restare qui, senza però svelare la mia vera natura.» «Come mai?» L’ancella esitò un attimo. «Avevo detto al re che ero stata scacciata perché, dopo la morte di mia madre, mio padre non se l’era sentita di continuare a vivere e si era gettato da una rupe. Qui tollerano la magia, ma non le menzogne. Axel non svelò mai la mia vera natura per questo motivo. E poi le persona come me, che possiedono questo tipo di magia limitata, preferiscono restare nell’ombra. So curare, creare infusi, so comunicare con la mente, percepire alcuni stati d’animo, ma nulla di più. Non sono invincibile.» Calò un silenzio carico di dubbi, domande… troppe domande. Adrya era stata sincera con lei, e ciò l’aveva commossa, per cui era giunto il suo momento di essere onesta con l’ancella. «Da giorni mi tormentano degli incubi» iniziò un po’ esitante Layla. «Lo immaginavo» la bloccò Adrya «principessa, è meglio che ne parliate con il principe Axel. Io ho un potere limitato, non ho visto le immagini, ho solo avvertito la paura. Lui sicuramente ne saprà di più.» «È da quando mi sono risvegliata che mi sento ripetere di chiedere ad Axel Seeledrachen» sbuffò. L’ancella abbassò lo sguardo, mortificata, poi si alzò in piedi. «Non posso esserle d’altro aiuto, principessa. Sarò sempre qui per accudirla e curarla. Ma non possiedo le risposte che cercate. Forse il primo figlio del re sì. E state tranquilla, voi non lo conoscete ancora, ma non è una cattiva persona.» Layla annuì amaramente, ringraziò Adrya per la sincerità. «Perché a me hai detto la verità sul tuo passato?» «Primo perché siete appena stata toccata voi stessa dalla magia, e non voglio farvi procedere alla cieca come feci io» rispose «secondo, perché sento che non tradirete il mio segreto.» Layla annuì, assicurandole che mai avrebbe parlato di lei con Ian o Gerard. Infine la congedò e si rimise sotto alle coperte. Non si sentiva più la fronte calda, ma era spossata. Febbre causata da una magia… scosse il capo; il sogno era causato dalla magia e la febbre era sicuramente una debolezza del suo fisico messo sotto stress dalla stregoneria… ma chi era quell’uomo, cosa voleva da lei, perché le faceva tutto questo? Si rifiutava di credere che Axel avrebbe risposto a tutte le sue domande. Non sapeva bene perché, ma quel ragazzo non la metteva a suo agio. La prima volta che l’aveva scorto, un paio d’ore prima, aveva pensato fosse l’uomo più bello che avesse mai visto. Poi però si era trovata in im-


41 barazzo a causa della notte della radura. Infine, sapere che lui cavalcava draghi e praticava magia l’aveva scombussolata. Dannazione, era stata catapultata in un mondo con regole tutte nuove per lei e nessuno le lasciava spazio e tempo per riprendersi. Gerard e Ian potevano anche pensare che lei se la stava cavando bene, ma non era così. Lacrime fredde scesero lungo le sue guance per poi bagnare il cuscino. Non era vero: Gerard e Ian erano stati disponibili e gentili con lei, e il nuovo arrivato non l’aveva trattata né con sufficienza, né con arroganza. Era lei che non riusciva ad accettare tutta quella situazione. Arrabbiata con se stessa, Layla scese dal letto e uscì dalla stanza, con la treccia di capelli scompigliata e l’abito azzurro stropicciato, ma non le importava. Era giunta l’ora di togliersi ogni dubbio. E, forse, di lasciarsi il passato alle spalle. Era obbligata a farlo, se voleva andare avanti. Fine anteprima. CONTINUA...

Leggende oscure  

di Giulia Cavalieri D'Oro Layla, una giovane principessa cresciuta nell’agiatezza, riesce a scappare mentre il proprio regno e tutto ciò ch...

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