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In uscita il 29/2/2016 (15,70 euro) Versione ebook in uscita tra fine mrzo e inizio aprile 2016 (5,99 euro)

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SABRINA FERRI

L’OROLOGIO DEL CUORE

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L’OROLOGIO DEL CUORE Copyright © 2016 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-960-9 Copertina: immagine Shutterstock.com

Prima edizione Febbraio 2016 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova


La saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza. (Gregory Bateson)


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Lettera di un vecchio Roma, 11 Gennaio 1995 Si dice che il tempo aiuti a dimenticare, ma io non sono ancora riuscito a cancellarti dalla mia mente, figlio mio. In tutti questi lunghi anni non ho fatto altro che pensare a te, immaginando il tuo aspetto, i tuoi occhi, le tue espressioni. Avrei potuto trascorrere il resto della mia vita a cercarti e forse alla fine ti avrei anche trovato. Eppure non l’ho fatto, non ne ho avuto il coraggio. Sì, lo so, sono stato un vigliacco e adesso mi ritrovo a vivere un’altra vita, lontano da te. Ogni mattina, quando mi guardo allo specchio, non vedo altro che un vecchio dai capelli bianchi. Mi soffermo per ore sulle mie rughe, ripercorrendole con le dita di una mano, e poi guardandomi dritto negli occhi scoppio a piangere. I sensi di colpa non mi abbandonano mai. Tu sei tutto ciò che mi resta di lei. Certo, ora amo un’altra donna, ma tua madre è stato il mio primo amore e i primi amori non si dimenticano. Chissà se lei può sentire quello che provo in questo momento. Forse gli angeli possono guardare dentro ai sentimenti. Non so se ti incontrerò mai, in questa o in un’altra vita, ma comunque vada sappi che sei sempre nel mio cuore. I padri non possono scordare i loro figli e tra me e te c’è un legame speciale. Lo so, lo sento. Vorrei trovare le parole giuste per dirti che mi dispiace per averti abbandonato, per non essere stato il padre che meritavi di avere. Non c’è cosa peggiore del non sapere nemmeno che volto abbia tuo figlio. La vita, vissuta lontano dalle persone che sono sangue del tuo sangue, finisce talvolta con il diventare vuota e insignificante. Fortunatamente, io ho incontrato una donna eccezionale che mi ha dato la forza di continuare a vivere anche senza di te. Da lei ho avuto un figlio, Bruno, che è il mio orgoglio più grande. Se poi conoscessi la mia nipotina Sofia, sono sicuro che te ne innamoreresti a prima vista. Quante cose avrei da raccontarti… Ma adesso è tardi, devo andare. Affido le mie parole al fiume. Oggi gli ultimi raggi di sole si specchiano nel Tevere. Ė un gennaio tiepido questo. Ecco, piego in quattro la mia lettera e la butto giù. La vedrò trascinare via dalla corrente. Nessuno la leggerà mai, in fondo è solo la stupida lettera di un vecchio. Con il cuore in mano Tuo padre Erich


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Prologo

20 Agosto 2000 - Roma Ė un caldo pomeriggio di agosto, Villa Borghese appare semideserta e soltanto il canto degli uccellini sembra conferire vitalità a questo angolo di realtà immerso nella natura. Ho sempre amato questo parco. È qui che ho baciato per la prima volta Marta tanti anni fa, è in questo luogo che mi sono lasciato andare più volte a rocambolesche riflessioni, ripensando a quel passato oscuro che per troppo tempo ho scelto di rinnegare. «Nonno, è quella la panchina dove tu e nonna Marta vi siete dati il primo bacio, vero?». «Sì, è proprio quella, tesoro. Ma cosa me lo chiedi a fare ogni volta se lo sai benissimo?». Mia nipote Sofia è una ragazza come tante. Sogna, ama, mangia cioccolato a non finire, è sempre curiosa, come tutte quelle della sua età. Ha un sacco di comitive, gente che conosce tra un esame e l’altro alla facoltà di Lettere. Ogni tanto mi presenta un nuovo ragazzo in qualità di fidanzato ufficiale. Nel giro di un anno è capace di avere fino a dodici fidanzati ufficiali, uno al mese. Questo però è il mese della singletudine, come lo chiama lei, che si traduce in nessun fidanzato in vista. «Mi piace sentirtelo ripetere. Adoro quando mi racconti di lei, di come era bella da giovane. Mi manca...». «Manca anche a me» dico trascinando i piedi sul terriccio, un po’ ingobbito. Mia moglie Marta è ancora una delle mie ragioni di vita. Anche se non c’è più, continua a far parte di me, della mia anima. Mi ha dato l’occasione di ricominciare senza sapere chi fossi davvero, da dove venissi, quale fosse il mio passato. Le bastava conoscermi come Erich Fischer, un uomo trasferitosi dalla Germania in Italia e diventato con i suoi dipinti uno dei pittori più rinomati della penisola. «Qual è il ricordo più bello che hai di nonna?» mi domanda Sofia mentre passeggiamo su un lungo viale costeggiato da bellissimi e altissimi alberi. La guardo sorridendo. Ha lo stesso identico viso di mio figlio Bruno. Due gocce d’acqua. «La sua pelle nuda, morbida come un petalo di rosa. Non la dimenticherò mai. Sì, è decisamente questa la cosa più bella che ricordo di lei». «Nonno!». «Cosa c’è? Cosa ho detto?».


8 «Scusa» dice Sofia arrossendo. «Mi è venuto da pensare a te e nonna... insomma... ai vostri momenti intimi». «Sofia, guarda che la pelle nuda può essere anche quella di una mano. Io amavo tutto di lei. Le sue mani, le sue gambe, le sue braccia, le sue spalle, il suo viso» dico aggrottando la fronte. «Spero anche io un giorno di avere una storia come la vostra...» afferma Sofia sognante. Camminiamo un altro po’. Due bambini che avranno all’incirca dieci anni ci sorpassano e giocano a rincorrersi. Li seguo con lo sguardo prima di perdermi nei miei pensieri. Sento il cuore farsi gonfio, oggi è un giorno triste dopotutto, ma questo Sofia non lo sa ancora, nessuno lo sa. Mi fermo e fisso gli occhi al cielo, mentre le mie ossa si lamentano scricchiolando. C’è sole pieno, nessuna nuvola in vista. «Nonno che succede, sei stanco? Ci sediamo dieci minuti? C’è la panchina tua e di nonna laggiù. Possiamo tornare indietro a sederci se ti va» afferma osservandomi con aria preoccupata. Sono certo che mia nipote in questo istante starà pensando a quanto sia brutta la vecchiaia, ma non sa che dietro la vecchiaia c’è una giovinezza che aspetta solo di essere svelata. La guardo, la mia piccola Sofia, e annuisco senza proferire parola. Ci sediamo l’uno accanto all’altra sulla panchina dell’indimenticabile primo bacio, mentre una brezza di vento sottile si smuove nell’aria. «Finalmente un po’ d’aria. Che bello!». «Sì, certo». «Ma nonno che hai? Senti caldo? Ti vedo strano». Un piacevole profumo di erba giunge al mio olfatto, una coppia di ragazzi si bacia appassionatamente sotto l’ombra di un albero. Tossisco mentre sento scendere una goccia di sudore sulla fronte. «No, tesoro, no» rispondo guardandomi le mani tremanti e soffermandomi di nuovo a scrutare il cielo. Mio Dio, che cosa stupenda è il cielo. Sofia prende a giocare nervosamente con l’orlo della gonna verde che indossa. Lei ama vestire un po’ all’antica, le piace lo stile retrò. «E allora? All’improvviso sei cambiato, da un momento all’altro sei diventato silenzioso». «Niente, è solo che ho il fiatone. Tranquilla». «Fiatone per due passi? Nonno, non dire cavolate. Tu trascorri le giornate a camminare». Come spiegarle che quei due ragazzini che si rincorrevano felici poco fa hanno riaperto una voragine sul mio passato? Come raccontarle che oggi non è un giorno come un altro per me? Generalmente le nostre bighellonate tra gli alberi e i prati si accompagnano ad accesi dibattiti sulla scrittura. Sofia non fa che raccontarmi del suo sogno più grande, quello di voler diventare un’affermata scrittrice, mentre io non


9 faccio altro che ribattere che non si può diventare scrittori se prima non si ha una storia da raccontare. E Sofia, effettivamente, quella storia non ce l’ha, non riesce ad averla. La verità è che ha provato infinite volte a costruirne una, ma dopo appena dieci pagine le sembra di aver già detto tutto e così finisce per cancellare, in preda a un attacco d’ira, le sue brevi creazioni. Dopo la morte di Marta, avvenuta solo due anni e mezzo fa, Sofia non fa che preoccuparsi. Ogni pomeriggio mi passa a prendere e mi porta proprio qui, in questa straordinaria villa di Roma. Dice che questo luogo è magico e che potremmo trovare entrambi una bella ispirazione. Lei per i suoi libri e io per i miei quadri, anche se ormai ho smesso di dipingere da un bel po’. Le mie mani non sarebbero in grado di tenere fermo un pennello per più di un secondo. «20 agosto 1940» dico in un sussurro. «Come hai detto?». «20 agosto 1940» ripeto a voce più alta, fissando il vuoto davanti a me. «No, nonno. Oggi è il 20 agosto 2000, non 1940». «Dimmi, quando andavi a scuola ti hanno mai parlato dei campi di concentramento?». Sofia rimane interdetta dinanzi alla domanda assolutamente fuori luogo. «Certo. Ho anche sostenuto un esame di storia contemporanea all’università, lo scorso mese». Sofia alza il viso e pianta i suoi occhi cristallini nei miei dello stesso identico colore. Il mio volto, contratto, è solcato da piccole macchie brune e i capelli ondeggiavano appena, mossi dalla mano del vento. «E credi che un esame sia sufficiente?» domando visibilmente infastidito. «Nonno, ma che ti prende? Ripeto, sei strano. Non ricordi nemmeno in che anno siamo». Sorrido amaramente. Ricordo benissimo l’anno in cui siamo. Estraggo un fazzoletto di stoffa dalla tasca e ci soffio dentro il naso, incurante dello sguardo incredulo di Sofia. Poi mi calo nuovamente in un silenzio ostile. Sofia stringe la borsetta al petto e con fare deciso si alza. «Forse è meglio andare. Ti riporto a casa. Un po’ di riposo ti farà bene» dice aggiustandosi la frangetta castana. Noto che alle orecchie porta due grandi orecchini a cerchio. Immagino quanto debbano pesare due aggeggi così. «Riposo? Sofia, amore di nonno, non essere sciocca. Va bene che non sono un giovincello, ma non sono nemmeno un decrepito». «E allora si può sapere cos’hai?». Sospiro e la invito a sedersi nuovamente accanto a me. «Avanti, siediti. Forse è giunto il momento che ti racconti una storia». Sofia si siede nuovamente, mordicchiandosi il labbro inferiore. Un vezzo che ha ereditato da suo padre. «Di che storia stai parlando?».


10 «Esattamente sessanta anni fa un uomo mi ha eletto suo eroe. Era il 20 Agosto 1940». «Continuo a non capire...». Sofia non immagina ciò che sto per raccontarle. Ma sono certo che quando avrò finito potrò finalmente tornare a sentirmi libero, smettendo di essere quello che non sono mai stato. «C’è una cosa che volevo mostrarti da tempo, Sofia» dico infilando indice e pollice nel taschino della camicia a quadri che oso indossare solitamente nei mesi più caldi. Le lascio vedere quell’oggetto e mentre lo sento sotto le mie dita un senso di nausea mi assale. Sofia lo guarda e si lascia andare a una risata liberatoria. «Un orologio da polso rigato? Tutto qui? È questo il tuo oggetto misterioso?». «Non un orologio. L’Orologio. Questo orologio è l’unica cosa che mi resta di lui. Io lo chiamo l’orologio del cuore». «Di lui? Ma lui chi?». «Si chiamava Bruno. Era mio fratello». «Bruno! Proprio come mio padre». «Già, proprio come tuo padre» affermo stringendo l’orologio. Sofia è emozionata, non sta più nella pelle. «Davvero avevi un fratello? Non mi hai mai detto di averne avuto uno. Credevo fossi stato figlio unico. Dai, raccontami! Voglio sapere tutto nei minimi dettagli». Ritraggo la mano in un pugno, stringendo l’orologio con più forza. Mi sento d’un tratto pervadere da un senso di vuoto e di impotenza, e non posso far altro che attendere che quella lacrima che ho trattenuto per tutto il giorno sgorghi fuori, fino a inumidire le mie labbra rosee e contornate da rughe. «Sofia, ci sono storie che non si possono raccontare. Alle volte, certi ricordi devono essere dimenticati. Ė difficile raccontare il mio passato, non l’ho mai fatto prima. Non saprei nemmeno da dove cominciare. Eppure oggi voglio farlo perché tu sei la mia nipotina ed è giusto che tu sappia chi è davvero tuo nonno». Sofia sospira. «Io so già chi è mio nonno. Mio nonno è l’uomo che non ha mai smesso di farmi sentire speciale fin dalla nascita, la spalla sulla quale ho pianto quando prendevo un brutto voto a scuola o quando un ragazzo mi lasciava, la mano alla quale mi aggrappavo quando ne avevo bisogno. Tu sei un uomo straordinario, un uomo capace di dare amore senza mai pretendere nulla in cambio. Ė solo che a volte ti perdi nei tuoi pensieri, nei tuoi ricordi, smettendo di essere presente, proprio come adesso. Ė come se ci fosse qualcosa che continua a tormentarti. So quanto possono essere dolorosi certi ricordi, dopotutto certi ricordi non si lavano via facilmente». «C-come? Dove l’hai sentita questa frase?». «È una tua frase. La dici spesso».


11 Sofia allunga una mano, raggiunge la mia e la stringe più forte che può. Non sa che quella frase è appartenuta a qualcun altro, prima ancora che a me. «Oggi ci sono io qui con te, al tuo fianco. Insieme possiamo essere forti e ripercorrere quei ricordi che ti fanno stare ancora male. So che ce la puoi fare, io mi fido di te, nonno». Quanto è bella la mia Sofia con quell’aria da bambina che non cambierà mai. «Tesoro mio, ormai sono vecchio. Almeno tu devi sapere e io sono stanco di portarmi sulle spalle il peso del passato». «Vuoi dire che nemmeno la nonna ha mai saputo nulla di questo Bruno? Né il mio papà?». «No, nessuno. E oggi, piccola mia, è arrivato il momento di far luce sulla mia identità. Perché, vedi, io non sono arrivato qui in Italia in cerca di fortuna, come tutti voi sapete... Ma proverò a cominciare dall’inizio...». Sofia si distende, adagia la schiena sulla panchina e con tenerezza comincia ad ascoltarmi. Socchiudo gli occhi e lascio che le immagini fluiscano attraverso le mie parole.


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Novembre 1925- Lubecca, quartiere di St Gertrud L’odore del pane e dei biscotti appena sfornati spingeva, ogni mattino, i bambini e le donne del quartiere di St Gertrud ad accalcarsi fuori dal panificio dei signori Koch. La signora Koch era conosciuta come la donna più dolce e generosa dell’intera città di Lubecca. Le sue mani erano in grado di preparare i migliori biscotti di tutta la Germania e i suoi sorrisi sapevano rallegrare anche le famiglie più tristi. Durante le festività natalizie bastava essere un bambino di St Gertrud per intascare un paio di buonissimi spritzgeback in cambio di un semplice «grazie» e di un «Buona giornata, signori Koch!». Ad Ann Koch i bambini piacevano da impazzire e regalare loro qualche dolcetto le procurava un immenso piacere. Aveva sempre avuto il dono della maternità e quei ragazzini che correvano e giocavano per le strade di St Gertrud erano un po’ come se fossero tutti figli suoi. Nel negozio dei signori Koch, tra madri in cerca di un buon pezzo di pane e bambini golosi, si contavano almeno una cinquantina di visite al giorno, il che si traduceva certamente in un guadagno non indifferente. Quel Novembre però era iniziato con una tempesta di neve. Faceva freddo, le temperature erano arrivate fino a quindici gradi sotto lo zero, difficilmente si riusciva a uscire di casa e sempre più spesso la signora e il signor Koch si ritrovavano costretti a fare consegne a domicilio. In negozio non entrava quasi più nessuno, le scuole erano state chiuse, le strade apparivano come deserte distese di ghiaccio. Così, solitamente, era la signora Koch a prendere gli ordini telefonicamente e a riempire i cesti di pane, biscotti, ciambelle e persino ottime marmellate. Ad Albert Koch, un uomo dall’aspetto benevolo, spettava il compito di caricare i cesti sulle spalle e suonare ai campanelli dei clienti. Anche quel pomeriggio del 26 Novembre 1925 il signor Koch era pronto per uscire, nonostante le raccomandazioni della moglie. Aveva indossato pantaloni larghi, un maglione fatto a mano e un copricapo grigio scuro. «Io vado» disse afferrando sciarpa e cappotto prima di caricarsi la merce sulle spalle. «Caro, non andare. Aspetteremo che il tempo migliori. C’è una vera e propria bufera lì fuori. E poi da qualche giorno hai una tosse che non mi piace per niente».


14 «Amore mio, stai tranquilla. La consegna è dall’altra parte del fiume. Vado e torno». Si fissarono intensamente negli occhi, avvertendo forse una strana sensazione in corpo. Sapevano entrambi che il fiume non era proprio vicinissimo e che Albert avrebbe rischiato grosso a uscire con quella nuova tempesta di neve in corso. «Fai attenzione». Il signor Koch abbracciò sua moglie forte, stringendola come non aveva mai fatto prima. Poi, con una mano sulla porta, si rivolse al suo piccolo Bruno che lo osservava con un sorriso sghembo a qualche passo di distanza. La felicità gli catturò il cuore mentre guardava quel figlio che aveva desiderato per tanti anni e che aveva amato sin dalla nascita. Certo, il fatto che Bruno non fosse proprio uguale agli altri bambini, gli aveva procurato non poche preoccupazioni. Ma, in fondo, ciò che contava davvero era il loro rapporto e Albert amava Bruno più di se stesso, così come Bruno amava suo padre incommensurabilmente. «Bruno, papà torna presto». «Ma mi avevi detto che avresti giocato con me e Angelina» disse il ragazzino chiamando in causa la sua bambola preferita di porcellana. L’aveva trovata un giorno accanto a un tombino e da allora non se ne era più separato. Suo padre aveva più volte provato a regalargli altri giochi, ma a lui importava solo di quella bambola dalle trecce rossastre e il viso lentigginoso. Bruno non si sentiva uguale agli altri bambini maschi. Lui aveva sempre odiato vestire come loro e quando vedeva passare una bambina la osservava con una punta di gelosia perché anche lui avrebbe voluto indossare una bella gonnellina con le pieghe o fare le trecce ai capelli proprio come le portava Angelina. Ma sua madre e suo padre gli avevano insegnato che un ometto deve vestire in un certo modo, almeno in pubblico. Fortunatamente il pigiama glielo avevano lasciato comprare rosa, esattamente come piaceva a lui. I capelli, poi, nessuno era mai riuscito a tagliarglieli troppo. Bruno li teneva lunghi fin sopra le spalle, non avrebbe mai sopportato un taglio troppo corto. «Giocheremo al mio ritorno». «Me lo prometti?». «Certo. Sai che mantengo sempre le mie promesse». In un attimo Ann Koch e suo figlio Bruno si ritrovarono soli. Passarono il tempo a giocare a nascondino e poi a rotolarsi sul tappeto del salone. Il fuoco intanto ardeva nel camino, riscaldando l’ambiente circostante. «Mamma, smetti di farmi il solletico!» urlò Bruno abbracciando le ginocchia della madre. Ann giocò un altro po’ con suo figlio e poi si mise a sedere sulla poltrona nera riposta sotto la finestra. Attorcigliandosi una ciocca di capelli su un dito, gettò un’occhiata fuori e si rese conto che la situazione non era delle miglio-


15 ri. Con quella neve così fitta nessuno sarebbe riuscito ad andare troppo lontano. In preda a una forte preoccupazione decise di alzarsi e di fare una telefonata. Bruno ero rimasto a gambe incrociate al centro del salone, sul tappeto, a giocare con la sua bambola. «Pronto? Sì, sono Ann Koch». Ann conversò un po’ e poi chiese di suo marito. «È arrivato? L’avete visto? Doveva fare una consegna proprio da voi, ma è partito più di tre ore fa. Ah... sì... bene. A che ora se ne è andato?». Un silenzio tombale si ripercosse nell’intera stanza. La donna riagganciò e il suo volto fine assunse un’aria spettrale. Per un momento il suo cuore smise di battere. «Mamma, papà sta tornando?» chiese Bruno correndo incontro alla madre. Ann cadde in ginocchio, fissando un angolo del pavimento. Le folte sopracciglia si contrassero in modo evidente. «Allora, sta tornando?». «Bruno... io... devo andare» disse lei rimettendosi in piedi con fatica e afferrando il cappotto. «Tu resta qui». Quando Bruno udì la porta sbattere, si sentì improvvisamente abbandonato. Credeva che i suoi genitori si fossero stancati di lui e avessero deciso di lasciarlo solo. Poi però pensò che forse sua madre era soltanto andata incontro a suo padre. Presto sarebbero rientrati insieme e lo avrebbero preso in braccio, a turno, facendolo roteare in aria come osavano fare spesso. I primi minuti furono interminabili per Bruno. Otto anni erano ancora troppi pochi per resistere a stare in casa da solo. Fu un rumore secco a farlo sobbalzare. Così, in quello stesso istante, Bruno decise che era giunto anche per lui il momento di uscire. Non pensò a coprirsi, prese soltanto la sua bambola di porcellana, si accostò alla porta di ingresso e fece girare il pomello. Il vento e la neve lo investirono come un uragano. Avanzò, tremando, nel buio della notte. «Mamma, papà?» chiamò a gran voce. I capelli scuri gli si appiccicarono immediatamente al collo mentre il pigiama, inumidito, divenne un pezzo di ghiaccio stampato sul suo esile corpo. Continuò a camminare per diversi metri, fino a raggiungere le sponde del fiume. Faceva davvero troppo freddo e solo in quel momento si accorse di essere a piedi nudi. Era al limite delle sue forze, ma stringendo Angelina al petto, riuscì a non farsi prendere dallo sconforto. «Mamma?» chiamò ancora Bruno anche se la voce gli si spezzò in gola. Stava per arrendersi e tornare indietro, quando, guardando in basso, vide qualcosa di strano. Una figura scura apparve dinanzi ai suoi occhi. Senza pensarci su due volte, si sedette e scivolò sulla neve fino a raggiungere il fiume.


16 «Mamma!». Ann Koch si voltò. Era ricoperta di neve, tremava come una foglia ed era distesa su un corpo esanime. I capelli lunghissimi le ricoprivano interamente la faccia. «B... Bruno!». «Mamma!». Bruno accorse dalla madre e la scostò per le spalle. Poi gettò uno sguardo all’uomo riverso a terra. Suo padre era lì e non dava alcun segno di vita. Sotto il suo capo c’era una piccola chiazza di sangue. Doveva essere caduto, prima che il freddo se lo portasse via definitivamente. L’acqua era agitata e la barchetta in legno che suo padre aveva preso per attraversare il fiume oscillava da una parte all’altra. Se non fosse stato per la corda che la legava al palo del pontile se ne sarebbe già andata per conto suo da un pezzo e sarebbe stata trascinata via dalla corrente. Bruno avvertì una sensazione mai provata prima, un qualcosa di devastante a metà tra la rabbia e il dolore. Con le sue manine infreddolite, carezzò la guancia destra del padre che, probabilmente, non sarebbe più tornato indietro per giocare con lui e Angelina, per farlo volare in alto, per ridere insieme. Ann dal canto suo non sembrava nemmeno più lei. Era un’attraente donna di mezza età, ma aveva vissuto gran parte della sua vita accanto al marito. Si erano conosciuti da piccoli e per gioco si erano fidanzati. Ma poi quel fidanzamento, con il tempo, era diventato qualcosa di più serio. Il giorno del matrimonio per Ann era stato uno dei giorni più belli della sua vita. Si era sentita realizzata, aveva sognato un futuro roseo. Fin quando era arrivato Bruno ed erano cominciati i veri problemi. Più cresceva e più quel ragazzino sembrava assumere non solo gli atteggiamenti, ma anche i lineamenti da donna. Eppure, nonostante tutto, Ann e suo marito avevano fatto il possibile per non farlo sentire diverso. «Mamma, cosa sta facendo papà?». «Si è addormentato, per sempre. Non si sveglierà più. Sai, a volte succede, alcune persone cadono in un sonno talmente profondo da non riuscire a svegliarsi mai più. Accade quando sono troppo stanchi e pensano che sia meglio addormentarsi per l’eternità» rispose lei tossendo. «È perché si era stancato di noi che ha scelto di andare a dormire per sempre?». «No, Bruno, non è per questo. E pensare che ce l’aveva quasi fatta a tornare a casa. Era riuscito a passarlo questo maledetto fiume». «Ma è una cosa tanto triste andare a dormire per sempre, mammina?». Il piccolo pensò al fatto che a lui dormire piaceva tantissimo e che non gli sarebbe dispiaciuto vivere nel mondo dei sogni per l’eternità. Magari suo padre era felice, intrappolato in qualche sogno magico. «Sì... sì un po’ triste lo è...».


17 Bruno non pianse, guardò spaesato sua madre e la abbracciò forte. E in quell’abbraccio si addormentò. Sognò di volare e di danzare tra le nuvole, saltellando sulle punte e indossando un tutù tutto bianco. Quello sì che era un sogno bellissimo. Si risvegliò qualche ora più tardi, con la luce del sole negli occhi e una netta sensazione di freddo sulla pelle. Aveva smesso di nevicare, sembrava quasi una bella giornata. Sua madre era distesa a faccia in su a due palmi di mano da lui, gli occhi sbarrati a guardare il cielo, metà testa affossata nella neve. Bruno provò a mettersi in piedi ma i muscoli lo avevano abbandonato completamente. Così, strisciando, si avvicinò al corpo di Ann. Lo scosse. Niente. Ann non si mosse, Ann era scivolata in un sonno profondo senza alcun ritorno. Bruno non pensò a nulla, anche se avrebbe avuto milioni di ragioni per pensare a qualcosa. Allargò braccia e gambe e si mise a fare l’angelo della neve. Lo aveva visto fare una volta a un ragazzino del quartiere. Probabilmente questo lo avrebbe aiutato a non congelare. Sempre che non fosse già congelato. In quel caso si sarebbe potuto trovare in una dimensione ignota, pronto a incontrare qualche angelo custode o qualche creatura mitologica. «Ehi tu!» disse una voce. Bruno cercò di mettere a fuoco la donna che gli stava parlando. La vedeva sfocata, forse il freddo gli aveva annebbiato anche la vista, pensò. «Chi sei tu? Un angelo?» chiese Bruno. «Dove mi trovo?» La sconosciuta non rispose. Si chinò e carezzò con un guanto i capelli del ragazzino con fare amorevole. «Come ti chiami, piccolo?». «Mi chiamo B... Bruno» rispose battendo i denti. «Quelli sono i tuoi genitori? Che è successo?». «Dove è finita Angelina?». «Chi?». «Angelina... la mia amica». Bruno si rigirò, mettendosi con la pancia sulla neve. Sentiva le vene pulsargli nelle tempie, il corpo sempre più intorpidito, come se un esercito di formiche gli avesse invaso ogni singolo muscolo. Con le poche forze che gli rimanevano provò a scavare. Non poteva averla persa. Angelina doveva essere lì, da qualche parte. «Devo portarti via di qui. Altrimenti morirai». La donna angelo lo afferrò per le braccia. Si sentì sollevare e posare delicatamente su una base dura, forse uno slittino. «Come ti chiami mio angelo custode?» domandò Bruno prima di precipitare nelle tenebre.


18 Lei non rispose. Solo prima di svenire, Bruno si rese conto che quella donna, avvolta da un bellissimo mantello color rosso sgargiante, non aveva né ali sulla schiena né un’aureola. Allora capì. Quella donna non era un angelo e lui non si era addormentato per sempre come i suoi genitori.


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Quando Bruno aprì gli occhi la prima cosa che vide fu il caminetto. Il fuoco scoppiettante invase le sue pupille. Si trovava in una casa, questo era sicuro, ma non riusciva a capire chi potesse mai averlo portato fin lì. Chi lo aveva fatto si era preso anche cura di lui. Gli aveva cambiato gli abiti, infilandogli un maglione e un paio di pantaloni larghi, gli aveva asciugato i capelli, lo aveva avvolto in una calda coperta. «Ciao, piccolo» disse una voce femminile. Bruno alzò appena la testa. Vide che lei era lì, seduta su uno sgabello, a pochi passi dal caminetto e davanti a uno scaffale ricolmo di libri. Quando la vide, ricordò tutto. Era la stessa donna che lo aveva caricato sullo slittino. Lo guardava da dietro un paio di occhiali piccoli poggiati sulla punta del naso. «Ben svegliato. Hai dormito un bel po’». «Dov’è Angelina?». «Se ti riferisci alla tua bambola è proprio lì, vicino a te». Bruno si mosse con fare agitato fin quando non la trovò. Angelina era finita sotto ai cuscini del divano. La prese tra le braccia e la baciò ripetutamente. «L’hai salvata. Hai salvato Angelina. Grazie. Ma tu chi sei?» chiese con un filo di voce. «Io mi chiamo Clara Fischer. Ma puoi chiamarmi Clara, se vuoi». Clara Fischer era una donna davvero bella. Le sue labbra erano dipinte di un rosso accesso e i suoi capelli castani raccolti in uno chignon. Bruno si mise a sedere. Si sentiva disorientato e per un istante provò paura. «Voglio la mia mamma e il mio papà. Hai portato anche loro, vero? Dove sono?». Clara invitò Bruno a raggiungerla. Lui, dopo un pò di esitazione, saltò in piedi e corse ad abbracciarla. Non riuscì a capire perché quella volta le saltò al collo senza neppure conoscerla. Forse aveva solo bisogno di sentire due braccia stringerlo forte. Gli abbracci, in fondo, sono la miglior cura a ogni male. Per Bruno quell’abbraccio costituiva un’ancora di salvataggio. Senza la signora Fischer si sarebbe sentito perduto. «Non ho potuto, mi dispiace» disse la donna guardando il ragazzino negli occhi e posando le labbra sulla sua fronte. A guardarlo bene più che un bambino sembrava una bambina. Il suo profilo era tipicamente femminile.


20 «Ora che anche la mamma si è addormentata per sempre, anche io dovrò addormentarmi? Sai, è stata lei a dirmelo. Alcune persone si addormentano per sempre e non si svegliano più». «No, no, piccolo. Vieni qui» disse invitando nuovamente il bambino a perdersi nel suo abbraccio. Se lo mise sulle ginocchia e lo cullò a lungo, cantandogli una canzoncina. Intanto il fuoco continuava ad ardere nel camino, incurante del fatto che si era appena consumata una tragedia e che tra quelle quattro mura qualcuno si sentiva terribilmente solo. «Tra poco ti farò conoscere mio figlio Erich. Ha la tua stessa età. Sono sicura che diventerete buoni amici». «E la mia mammina? Il mio papino?». Bruno si staccò repentinamente dall’abbraccio della donna, scaraventò Angelina contro la parete e, corrucciato, cominciò a prendere a calci i piedini dello sgabello sul quale era seduta Clara. «Fermati, Bruno! Fermati!». Bruno si tirò i lunghi capelli neri e in preda alla disperazione si fece persino la pipì addosso. «Mio marito si sta occupando di loro. Per ora siamo riusciti a identificarli. Tu sei il figlio dei signori Koch, vero? Sono venuta una volta o due al vostro negozio a comprare del pane». «Mia mamma faceva dei biscotti buonissimi». «Lo so». «Cosa accadrà adesso?». «Tu non devi preoccuparti di nulla. Ci penserà mio marito, che presto conoscerai». Bruno lanciò uno sguardo fuori dalla finestra. «Bruno?». «Sì?». «Sai dirmi cosa è accaduto ai tuoi genitori?». Il ragazzino socchiuse gli occhi, sforzandosi di ricordare tutto nei minimi dettagli. Ricordava perfettamente il freddo, la paura, il senso di abbandono che aveva provato quando sua madre era uscita di casa per andare a cercare suo padre. Quei ricordi gli facevano male, erano come lame infitte nel suo cuore. «Non lo so. Papà doveva fare una consegna, ma non tornava più e mamma... mamma è uscita a cercarlo e io sono rimasto solo. Poi mi sono fatto coraggio e sono uscito anche io. E... e... e...». Il dolore fu troppo forte per essere contenuto. Bruno sfogò tutto in un pianto. Come avrebbe fatto a crescere senza i suoi genitori? Senza la sua mamma e il suo papà?


21 La signora Fischer lo strinse a sé e per una frazione di secondo il mondo intorno a loro sembrò annullarsi. Visti da fuori sarebbero sembrati una madre e un figlio perfetti, uniti da una grande disgrazia. «Ascolta, c’era un posto dove i tuoi genitori amavano andare? Non so, un parco, una spiaggia... insomma qualche posto così». Bruno ci rifletté su. La pipì gli aveva intriso il pantalone. «Andavamo spesso sulle colline di St Gertrud a passeggiare. Lì giocavamo a rincorrerci tutto il giorno e restavamo a mangiare sotto un grande albero». «Bene. Allora sarà lì che porteremo i tuoi genitori. E sarà lì che faremo loro un gran bel funerale così che tutti possano ricordarli per le belle persone che sono state». «Un funerale?». «Sai, è quella specie di evento al quale partecipano tante persone, dove un sacerdote fa delle preghiere e tutti possono porgere i loro saluti alla persona che... si è addormentata». «So cos’è un funerale» replicò Bruno ciucciandosi il dito con fare effeminato. In realtà non lo sapeva ma non voleva mostrarsi impreparato dinanzi agli occhi della signora Fischer. «Faremo venire l’intero quartiere di St Gertrud, allestiremo un banchetto e metteremo anche della buona musica con veri musicisti. Che ne pensi?». «Una specie di festa, quindi?». La donna sorrise mestamente. «Sì, esatto, una specie di festa». Bruno non rispose e cercò di pensare a come sarebbe stato un funerale così. Magari con persone con abiti colorati, sorrisi e una schiera di uomini intenta a suonare dolci note di sottofondo. «Ok. Posso farti una domanda?». «Certo, dimmi pure» rispose la signora Fischer con dolcezza, asciugando le ultime lacrime di Bruno. «Dov’è che vanno esattamente le persone quando si addormentano per sempre?». «In cielo. Salgono sulle nuvole e ci proteggono da lassù». «Deve essere bello guardare tutto dall’alto». «Sì, molto bello. Ma ora basta piangere, piccolo» disse Clara. «Adesso avrai una nuova famiglia». «Ma io una famiglia ce l’ho già». «Certo che ce l’hai. Tua mamma e tuo papà saranno sempre con te. Ma devi ricominciare, devi andare avanti. E io ti aiuterò a non sentirti solo». «Non sono solo. Ho la mia Angelina con me» replicò Bruno andando a raccogliere la sua bambola che era finita a terra, vicino al caminetto, dopo che lui l’aveva gettata via in preda a una crisi di rabbia. «Ma certo, certo» gli disse lei seguendolo con una mano sulla spalla.


22 Intanto un altro bambino aveva seguito silenziosamente tutta la scena da dietro lo stipite della porta che collegava la cucina al salone principale. Con i suoi occhi dipinti di blu aveva visto uno strambo ragazzino abbracciare sua madre. E poi li aveva sentiti piangere insieme. ÂŤErich, cosa ci fai nascosto lĂŹ dietro? Vieni qui, tesoro. Devo presentarti una personaÂť.


23

3

Sussultai e stringendo i pugni feci la mia comparsa. Mia madre mi aveva scovato. «Lui è Bruno. Da oggi verrà a stare da noi». «Perché, Bruno non ha una sua casa?» domandai visibilmente infastidito. «Bruno è solo. La sua mamma e il suo papà non ci sono più, Erich. Sono in cielo adesso. Sii carino con lui». Ritrovarmi così all’improvviso dinanzi a un estraneo fu una cosa semplicemente terribile. Odiai Bruno dal primo istante. Avevo sempre desiderato essere figlio unico e quell’intrusione forzata mi faceva stare male. Nella mia ancora breve vita ero stato abituato a non condividere nulla con nessuno. Avevo la mia stanza, i miei giochi, i miei disegni. Avevo il mio mondo e non avrei mai permesso a nessuno di penetrarlo. «Beh, non dici niente?». «E cosa dovrei dire?» esclamai serrando i denti. «Dagli la mano, avanti» disse mia madre spingendomi verso di lui. Fuori la neve iniziava a cadere e io avrei desiderato ardentemente ritrovarmi da qualche parte là fuori, sotto i fiocchi ingenti, a fare un bel pupazzo di neve, piuttosto che stare in casa dinanzi a quel ragazzino. Guardai Bruno con riluttanza. Aveva con sé una bambola di porcellana e mi osservava aspettandosi una mia qualche reazione. I lunghi capelli neri e gli immensi occhi scuri gli conferivano un’aria tetra. «Avanti, Erich, non fare il bambino viziato». Sentivo la gelosia divorarmi l’anima. Ero solo un bambino e sapevo di meritare tutte le attenzioni su di me. Io ero nato dalla pancia di mia madre, io meritavo di stare in quella casa. Bruno non c’entrava nulla con la mia esistenza. «No, io non voglio vederlo. Hai capito?» urlai lanciando uno schiaffo in pieno volto a Bruno mentre il cuore mi si riempiva di rabbia. La mano con la quale avevo dato il manrovescio si gonfiò all’istante mentre sulla guancia dello strambo ragazzino che avevo di fronte si andò delineando una grossa chiazza rossa. Nel giro di qualche secondo riuscii a distinguere bene l’impronta di cinque dita stampate sulla sua pelle cadaverica. «Ma come ti permetti? Questo gesto ti costerà caro. Per una settimana andrai a letto dopo cena e non potrai più giocare con i tuoi giocattoli. Te lo vieto nel modo più assoluto!».


24 Rimasi sbalordito dinanzi alla reazione esagerata di mia madre. Lei, che era sempre stata una donna buona e pacata, d’un tratto aveva assunto un tono severo. «Cattiva!» urlai con le lacrime agli occhi e le mani strette attorno alle bretelle allacciate ai miei pantaloni scuri. Bruno mi guardò con una punta di curiosità. Poi si inginocchiò e a testa bassa mi chiese scusa. «Scusa, Erich. Mi dispiace se ti ho ferito in qualche modo». Scoppiai a ridere tra le lacrime, i biondi capelli a caschetto mi cadevano sugli occhi ed ero spesso costretto a spostarli con le dita di lato. «Scusa? Lascia perdere. Io...». Stavo per dire a Bruno che non me ne sarei fatto un bel niente delle sue scuse. Sarei stato bene solo se lo avessi visto uscire di casa, così come era entrato. Ma l’ingresso di mio padre interruppe il dibattito e le parole mi morirono sulla bocca. «Ciao Adolf» disse mia madre vedendolo entrare in casa. «Avete deciso per il funerale?» domandò lui sbattendosi la porta alle spalle con tono di sufficienza ed evitando di guardare in faccia sia me sia il piccolo Bruno. Posò il cappotto sull’appendiabiti, entrò nel suo studio adiacente al salone, e prelevò da una scatola in legno un sigaro. Lo accese. «Sì. Vorremmo farlo sulle colline di St Gertrud». «Bene...» borbottò tornando in salone e sedendosi sul divano con un giornale tra le mani. Adolf Fischer era uno dei membri più facoltosi dell’esercito tedesco, si diceva che nel corso della Prima guerra mondiale avesse ucciso a sangue freddo moltissime persone, anche alcuni civili innocenti. Forse proprio il suo lavoro l’aveva forgiato fino a farlo diventare un uomo austero e insensibile. Mia madre a volte aveva paura di lui. E anche io avevo paura di lui quando rientrava a casa quasi senza dire una parola, assorto nei suoi pensieri. Lo osservavo spesso mettersi con le mani incrociate dietro la schiena a fissare un punto indefinito fuori dalla finestra. «Che ne faremo del moccioso?». «Adolf, ne abbiamo già parlato. Bruno resterà con noi». «E dove dormirà? Non abbiamo tutto questo posto. Sai che Erich non vuole nessuno in camera sua». «Qui, sul divano. Non hai problemi a dormire sul divano, vero Bruno?». «No, signora». Vidi mio padre alzare gli occhi dal giornale e aggrottare la fronte. Spostò il suo sguardo indagatore da Bruno a me e poi diede un colpo di tosse, prima di scattare in piedi per andare ad alimentare il camino con altra legna.


25 La sua divisa verde scuro gli calzava a pennello. Lo guardai con timore accorgendomi solo in quel momento che i capelli color cenere erano impiastrati di gelatina. «Clara, devo parlarti» disse afferrando mia madre per un polso e trascinandola a forza su per le scale. Mentre salivano notai che mio padre guardò in uno strano modo Bruno. Non saprei dire esattamente come, ma certamente in un modo che avrebbe fatto paura a chiunque. I miei genitori passarono l’intero pomeriggio a gridare l’uno contro l’altra, mentre io e Bruno restammo in piedi e in silenzio al centro del salone. Si sentiva chiaramente la voce di mio padre il quale non faceva altro che addossare colpe su mia madre per essersi assunta una simile responsabilità. Secondo lui, portare Bruno in casa a vivere con noi sarebbe stato un grosso sbaglio. «Sei contento? Litigano per colpa tua» dissi guardando fuori dalla finestra e volgendo le spalle a Bruno. I miei litigavano un giorno sì e l’altro pure. Mia madre aveva dovuto imparare con gli anni a sottomettersi a quell’uomo che aveva sposato. Non riuscivo a pensare a un giovane Adolf Fischer romantico e innamorato. Lui era sempre stato così, almeno da che ne avevo ricordo io. Una lacrima amara scese lungo il mio volto ma mi apprestai ad asciugarla subito. Non sopportavo le loro grida, ma un vero uomo non doveva piangere mai, me lo aveva insegnato mio padre. «Tu almeno una famiglia ce l’hai» esclamò Bruno portandosi al mio fianco. Eravamo alti uguali ma l’altezza era l’unica cosa che ci accomunava. Per il resto potevamo considerarci due pianeti distanti anni luce. I miei capelli biondi e lucenti contrastavano con i suoi corvini, i miei occhi piccoli e azzurri differivano dai suoi enormi e più scuri delle tenebre. Dal riflesso della vetrata appannata vidi Bruno riempirsi di lacrime. Pianse senza emettere alcun suono, abbracciando la sua bambola. Doveva sentirsi profondamente solo. Sospirai e provai ad allungare una mano verso di lui ma l’orgoglio fu più forte. Così mi ritrassi e guardai il cielo. Bruno allungò un dito e disegnò tre strani pupazzi sulla vetrata, uno più piccolo e due più grandi. Sembravano felici e si tenevano per mano. «Chi sono?» chiesi con freddezza guardandolo di sbieco. «Io, mamma e papà». «Ti mancano?». «Spero stiano facendo dei bei sogni». «Cosa? Ma cosa cavolo stai dicendo?». «Già, è così che accade. Quando le persone sono troppo stanche di vivere allora si addormentano e scelgono di dormire per sempre». «Tu non sai cos’è la morte, vero?». Bruno scosse la testa.


26 Lo afferrai per una spalla e lo costrinsi a guardarmi bene negli occhi. Era un bambino molto strano, diverso da tutti quelli che avevo incontrato fino ad allora. Le labbra perfette, le guance rosee, le ciglia lunghissime. Se qualcuno lo avesse vestito da donna, tutti lo avrebbero facilmente scambiato per una bambina. Anche fisicamente era longilineo e avrei giurato che sotto il maglione, all’altezza del seno, c’era anche una protuberanza sospetta. «Nessuno ti ha mai parlato della morte?». Bruno provò ad abbassare lo sguardo, ma io gli sollevai il mento per impedirglielo. Pensare alla morte mi faceva venire i brividi, ma era giusto che anche Bruno sapesse quale fosse il destino di noi uomini. «I tuoi genitori sono morti, non stanno dormendo. E anche tu un giorno morirai. Con la morte non esistono sogni o cose simili. Semplicemente chi muore smette di esistere». «Non è vero. Dici questo solo perché ti piace vedermi soffrire». Cancellai rapidamente con una passata di mano il disegno di Bruno e andai a distendermi sul divano sbuffando. «Questa è la verità, poi pensala come ti pare. I tuoi genitori non esistono più». «Me la ricordo la mamma quando mi disse che mio padre aveva scelto di andare a dormire per sempre. Lei non mi ha mai detto bugie. Mai!». Sorrisi pensando a quella sciocchezza. Mio padre invece la morte me l’aveva spiegata per bene, quando prima il nonno e poi la nonna erano deceduti. Provai invidia per Bruno. Probabilmente fino ad allora lui era vissuto in un mondo tutto suo, fatto di sogni e di favole. Io invece non avevo mai vissuto un’infanzia, credevo di essere nato già adulto. Bruno afferrò un libro dalla libreria e si sedette davanti al caminetto a gambe incrociate. «Sai leggere?» mi chiese con una punta di curiosità, probabilmente cercando di rimuovere dalla mente ciò che gli avevo appena riferito sulla morte. «Sì, mia madre me lo sta insegnando». «Non vai a scuola?». «No, non mi piace e mio padre pensa che sia una cosa da stupidi la scuola. Credo abbia ragione». «Io, però, voglio andarci. Ho sempre desiderato studiare e ascoltare le spiegazioni degli insegnanti». «Sei uno sciocco se pensi che la scuola possa insegnarti qualcosa. La vita è la vera unica maestra». Socchiusi gli occhi e sbuffai nuovamente. Quel ragazzino non mi piaceva per niente e mi sentivo sopraffatto dalla sua presenza. Con le palpebre abbassate ascoltai le mani di Bruno che sfogliavano le pagine di un libro. Forse uno di quelli sulla guerra che mio padre amava conservare gelosamente nella sua libreria.


27 I miei genitori avevano smesso di gridare e dopo qualche minuto li sentii scendere le scale. «Bruno, posa immediatamente quel libro. Se vuoi leggere i miei libri devi prima chiedermi il permesso. Hai capito?». Fui scosso da un brivido. Non riuscivo davvero a sopportare la voce di mio padre, ma allo stesso tempo non sopportavo Bruno e sentire che qualcuno se la prendeva con lui mi faceva sentire meglio. «Ma Adolf...». «Signor Fischer. Io per te sono il signor Fischer». «Va bene, signor Fischer» sussurrò Bruno con voce sconsolata. Riaprii gli occhi. Mia madre che aveva cambiato abito indossando un vestito lungo e lilla, si inginocchiò dinanzi a Bruno e gli sfilò il libro dalle mani. «Adolf ci aiuterà a organizzare il funerale della tua mamma e del tuo papà» disse carezzandogli la testa e con lo sguardo lucido. «Non sarà triste, vero? Questo funerale intendo». «No, te l’ho promesso. Sarà come una piccola festa». «Va bene, però tutti dovranno indossare abiti colorati e nessuno dovrà versare lacrime. Intesi?». «Certo». «E poi che cosa accadrà?». «Resterai con noi. Te l’ho già detto e non voglio ripeterlo più» esclamò mia madre gettando uno sguardo gelido al marito. Mio padre si accese un nuovo sigaro e con le folte sopracciglia che formavano due linee rette cominciò a fare avanti e indietro per il salone, con le mani incrociate dietro le schiena. Difficilmente riusciva a stare senza fumare per più di due ore. «Potrò anche andare a scuola?» chiese Bruno osservando mia madre. Lei rimase per un istante in silenzio. Sapeva perfettamente come la pensava mio padre sulla scuola, ma Bruno non era un suo problema e quindi probabilmente lo avrebbe lasciato fare ciò che desiderava. «Se Adolf vuole...». «Faccia come gli pare. La scuola cresce degli ignoranti, ma se proprio vuole andarci...» disse mio padre con un atteggiamento tra il nervoso e l’aggressivo. «Lui sì e io no, mi sembra giusto!» gridai colto da una stilettata di gelosia. Nella disperazione più totale mi alzai dal divano, salii le scale in legno e corsi a rifugiarmi in camera mia. Non che andare a scuola mi fosse mai interessato, ma nessuno si era mai preoccupato di chiedermi qualcosa. Avevano deciso per me, io non avevo mai avuto voce in capitolo. Mia madre mi seguì, si sedette sul mio letto e con disperazione mi disse che non se la sentiva di abbandonare Bruno. «Se tu fossi già un genitore, capiresti».


28 «Io non devo capire un bel niente. Ho già capito tutto. Dovremo fingere di essere una bella famiglia perfetta e far credere a Bruno che tutto va per il meglio». «Non ti sto chiedendo molto. Vorrei solo che lo accogliessi in modo gentile. Sei partito con il piede sbagliato, Erich». «No, sei tu ad aver sbagliato a portarlo qui. Mi sembra di aver capito che anche papà non è molto d’accordo». «Io e tuo padre abbiamo parlato. Bruno resterà con noi. Vedrai, è solo l’inizio ma con il tempo sono sicura che ti piacerà e che andrete d’accordo». Voleva che noi diventassimo la nuova famiglia di Bruno. Ma dentro di me sapevo che non sarebbe mai potuta accadere una cosa simile.


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4

Seguii tutto da un angolo, appoggiato con la schiena al tronco di un grande cipresso. Il funerale dei signori Koch si svolse come previsto sulle colline di St Gertrud. C’era l’intero quartiere e tutti erano vestiti a festa. Mi sembrò di partecipare a un evento mondano dove nessuno era davvero interessato a commemorare la madre e il padre di Bruno. Il cielo quel giorno era di un grigio scuro, aveva da poco smesso di piovere. Tutti avevano scelto di indossare almeno un capo colorato e stavano facendo del loro meglio per sembrare sereni. Mia madre si era truccata in modo marcato. Quella stessa mattina l’avevo osservata dipingersi di rosso le labbra dal buco della serratura della porta del bagno. Mi piaceva spiare mia madre, era una cosa che facevo spesso e che mi dava un senso di pace. Poi però era arrivato Bruno, vestito con un pantalone nero e una camicia verde scuro, e mi aveva chiesto cosa stavo facendo. Mi era toccato inventarmi una bugia e dire che stavo cercando di aggiustare la maniglia della porta, essendo difettosa. «Preghiamo insieme» disse il prete alzando le mani verso il cielo e invitando la folla che si era raccolta attorno alle lapidi a fare lo stesso. Le parole del sacerdote venivano cullate da una musica dolce, dalle note suonate da un bravissimo violinista. «I coniugi Koch sono tornati nelle braccia di Dio e continueranno a vegliare su noi tutti, in particolare sul suo loro unico figlio Bruno. Preghiamo affinché possano avere la pace eterna». Bruno, nonostante il dolore, era rimasto immobile e inespressivo dinanzi alle due bare in legno, ignaro di tutto ciò che stava accadendo intorno a lui. Poco più in là era stato allestito un banchetto con pietanze di ogni tipo. Almeno i partecipanti avrebbero potuto allietare il palato con straordinarie prelibatezze dopo la cerimonia funebre. Mi focalizzai sul volto di donne, uomini e bambini che stavano pregando. Io odiavo pregare e per questo avevo scelto fin da subito di mettermi un po’ in disparte. Mio padre si era rifiutato di partecipare al funerale e aveva detto che non sarebbe venuto per via di alcuni impegni lavorativi. Sapevo benissimo che anche se non avesse avuto alcun impegno lavorativo non sarebbe venuto lo stesso. Io invece avevo fatto il possibile per restare a casa, ma mia madre mi aveva detto che se non fossi andato mi avrebbe mandato a letto senza cena per una settimana intera. Non avevo avuto alcuna scelta.


30 «Li conoscevi?». Una voce soave mi sorprese alle spalle e interruppe il flusso dei miei pensieri. Mi voltai e quando incontrai i suoi occhi mi sembrò di varcare le porte del paradiso. Avvertii una strana sensazione nello stomaco, un’emozione nuova che non avevo mai provato prima. Era una bambina bellissima con gli occhi enormi, i capelli mossi e dorati, la bocca fine. Indossava un cappotto giallo, intonato con le scarpe, e un paio di calze rosa. Il cuore mi balzò alla gola e iniziai a sudare freddo quando si avvicinò portandosi al mio fianco. «No, ma conosco il figlio purtroppo» risposi pettinandomi i capelli con la mano destra e infilando le mani in tasca per dare l’idea di essere un tipo attraente. La vidi portarsi le braccia attorno al petto, forse per tentare di riscaldarsi. «Ė quello laggiù, vero?». «Sì, è lui» dissi con amarezza. «Perché purtroppo?». «Non mi piace e tuttavia sono costretto a viverci insieme. Mia madre l’ha adottato e l’ha portato a casa». «A volte non possiamo scegliere le persone con cui vivere, ma possiamo scegliere di vivere lo stesso nel modo migliore possibile». «Già...». «Come è successo?». «Uno strano incidente. Pare che siano morti congelati. La neve li aveva quasi seppelliti». «E il figlio?». «Salvo per miracolo. Mia madre passava di lì e quando l’ha visto, l’ha portato subito a casa». Mi sentivo a disagio accanto a quella ragazzina. In tutta la mia vita non avevo mai incontrato una creatura così affascinante. Provai a distogliere lo sguardo dal suo viso ma era come se lei avesse una qualche calamita. Mi attraeva in modo incredibile. «Sei di queste parti?» domandai mentre il funerale volgeva ormai al termine. «Sì, abito qui vicino». «Non ti ho mai vista prima. Ma i tuoi genitori dove sono? Non ti lasceranno mica andare in giro da sola alla tua età!». La ragazzina scosse la testa pensierosa. «Vivo con mia madre, ma lei non si preoccupa di me. Posso andarmene dove voglio. E comunque sono già abbastanza grande. Ho dieci anni». «A dieci anni sei ancora una bambina». «Non è vero, a dieci anni siamo già abbastanza grandi da poter badare a noi stessi» disse sorridendo. «Smettila di sorridere in quel modo».


31 Quando sorrideva le si disegnavano due splendide fossette sulle guance. «Perché, com’è che sto sorridendo?». «Lascia perdere». Ci fu un attimo di silenzio. Approfittai di quell’istante per guardarla meglio. Mi resi conto che aveva due mani con dita lunghissime e un bracciale fatto con ramoscelli intrecciati attorno al polso sinistro. «A che scuola vai?» chiese. «Non vado a scuola». «Oh, non posso crederci» disse mettendosi di fronte a me e scostandomi i capelli biondi che mi ricadevano sugli occhi. Quando le sue mani mi sfiorano, sussultai e avvertii le guance avvampare. «Cosa? A cosa non puoi credere?». «Abbiamo gli stessi occhi io e te». Mi specchiai nel suo sguardo, uno sguardo che solo l’infinito avrebbe potuto contenere. Quegli occhi avrebbero fatto innamorare chiunque, persino un bambino come me. «Sì, certo» dissi afferrandole un polso e cercando di allontanarla. I nostri occhi erano davvero di un colore molto simile, entrambi di un azzurro trasparente. «Abbiamo qualcosa in comune». «Il mondo è pieno di occhi come i nostri» sussurrai sedendomi a gambe incrociate sul terreno inumidito dove sbucava qua e là qualche timido filo d’erba. In lontananza intravidi mia madre dare inizio al banchetto. Bruno era ancora assorto nei suoi pensieri, davanti alle fosse scavate pronte ad accogliere i suoi genitori. «Ehi, guarda, guarda!» gridò a un certo punto la bambina saltellando prima su un piede e poi sull’altro. Scattai in piedi. Il cuore mi batteva all’impazzata. Guardai nella direzione del suo indice puntato ma non riuscii a vedere nulla. «Cosa?». «L’arcobaleno. Lo vedi?». Fu uno spettacolo senza precedenti. L’arcobaleno apparve all’improvviso. Un senso di pace e serenità mi travolse. Per un po’ dimenticai Bruno e tutto il resto. Dimenticai la mia voglia di non essere lì. In quel momento esistevamo solo io e quella bambina saltata fuori dal nulla. «Che meraviglia. Ė la prima volta che ne vedo uno». «Come ti chiami?». «Erich. Erich Fischer». «Beh, Erich Fischer, è stato un vero piacere vedere l’arcobaleno con te. Ora devo andare».


32 La ragazzina mi strinse le spalle mentre io restai con le braccia inermi lungo i fianchi. Non ero abituato agli abbracci, ma quel gesto mi fece sentire come può sentirsi un uomo quando cade nel vuoto. Mi sembrò di volare giù da una montagna, di attraversare l’aria e di sfidare la forza di gravità. «Mi piaci, Erich» sussurrò lei voltandomi le spalle, pronta per andare via. «Ehi, aspetta» dissi correndole dietro mentre si era già incamminata lungo la strada del ritorno. «Ti rivedrò?». «Forse, prima o poi» rispose lei scendendo la collina. La sua risata era straordinaria, non smetteva un attimo di ridere e di canticchiare. «Non le ho chiesto se le piacciono i fiori. Potrei portarle un mazzo di fiori la prossima volta» dissi parlando a voce alta con me stesso. Poi riflettei sul fatto che non avrei saputo nemmeno dove andarla a cercare. «Con chi stavi parlando?» domandò mia madre avvicinandosi. I capelli li aveva fissati lateralmente con un fermaglio verde a forma di farfalla. «Con nessuno». «Ti ho visto durante il funerale. Chi era quella bambina?». «Una bambina di passaggio» risposi scrollando le spalle. «Sei sicuro che vada tutto bene?». «Forse dovresti chiederlo a Bruno». Bruno era ancora lì dove lo avevo visto l’ultima volta. Si era seduto a terra, con le ginocchia raccolte sotto al mento. «Per quale motivo gli hai detto quella brutta cosa sulla morte, Erich?». «Che spione! Odioso e anche spione!» dissi battendo il piede. «Allora?» insistette mia madre che mi guardava con le labbra socchiuse. «Gli ho detto semplicemente la verità. Le persone se ne vanno perché muoiono e non perché scelgono di addormentarsi. La morte non ha niente a che vedere con i sogni e prima o poi qualcuno avrebbe dovuto spiegarglielo». «E così hai pensato bene di provvedere tu». «Non capisci? Lui non ha niente più di me. Eppure tu lo tratti come se fosse migliore e meritasse di più». «Erich, ma che dici?». «Lascia perdere» esclamai volgendo la testa da un lato con aria altezzosa. Solo in quel momento, quando il mio sguardo centrò di nuovo l’immagine dell’arcobaleno, mi resi conto che non avevo fatto in tempo a chiedere il nome a quella graziosa bambina. Lei sapeva come mi chiamavo io, ma io non sapevo come si chiamava lei. Mi ripromisi comunque che non avrei gettato la spugna tanto facilmente e che avrei fatto il possibile per ritrovarla. Dopotutto, se abitava a St Gertrud non sarebbe stato difficile. Avrei suonato a ogni campanello finché non me la fossi vista apparire davanti. Doveva pur abitare in qualche casa. Non sapevo che quella casa era molto più vicina di quanto pensassi.


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5

Accettare Bruno era una cosa che proprio non riuscivo a fare e per questo pensai che l’unico modo per continuare a sopravvivere fosse passare all’indifferenza. Ma Bruno era un bambino testardo e se si metteva una cosa in testa, difficilmente riusciva a cambiare idea. Voleva a tutti i costi diventare mio amico e faceva il possibile per rendersi piacevole davanti ai miei occhi. Doveva essere stata mia madre a inculcare nella testa di Bruno quell’idea. Voleva che iniziassimo a piacerci, a stare bene insieme. Ma a volte le cose non sono così semplici. Io e Bruno non avevamo assolutamente nulla in comune e non capivo per quale assurdo motivo avrei dovuto non solo accoglierlo in casa mia, ma anche considerarlo una specie di fratello. Solo il pensiero di avere un fratello come Bruno mi faceva venire il voltastomaco. «Erich, posso disegnare con te?» mi chiese un giorno mentre, disteso sul letto della mia camera, cercavo di dipingere un paesaggio. Dipingere era una cosa che avevo sempre amato fare, mi rendeva sereno, mi faceva stare bene. Non risposi, sperando che da un momento all’altro lo avrei visto sparire. Gli unici momenti nei quali potevo stare tranquillo era quando Bruno andava a scuola. Almeno lì potevo restare solo con la mamma. «Credi che io sia felice di essere qui?» mi chiese restando fermo sull’uscio della porta. «Sparisci, Bruno!». «Perché fai così?». «Perché io non amo avere gente tra i piedi. Specie se si tratta di ragazzini come te». «Cos’ho che non va?». «Hai tutto che non va. Io ho sempre amato stare da solo. Prima che arrivassi tu le cose andavano alla grande, tutte le attenzioni erano per me. Adesso invece...». «Mi stai dicendo che sono un peso». Posai i pennelli e per un istante sollevai lo sguardo su Bruno. Aveva gli occhi lucidi e probabilmente si sentiva tremendamente ferito dal mio atteggiamento nei suoi confronti. «Non so cosa ti abbia detto mia madre, ma non potremo mai andare d’accordo io e te. Mettitelo in testa». Bastò quella frase a far fuggire Bruno. Non seppi se essere felice o triste. Gettai il mio disegno appena iniziato a terra e sferrai un pugno sul cuscino. I


34 colori si sparpagliarono sulle lenzuola. Ero nervoso, gli occhi mi pizzicavano e cercai di fare il possibile per trattenere le lacrime. Mi domandavo perché gli altri bambini potevano essere felici e vivere una vita normale in una famiglia normale. Mi chiedevo cosa c’entrasse Bruno con noi, con me soprattutto. «Bruno, basta!» sentii la voce di mio padre provenire dal piano di sotto. Stava gridando ed era infuriato con Bruno. «Dovete smetterla di litigare sempre, ora sono davvero stanco! Ti abbiamo accolto in questa famiglia come un figlio, pretendo rispetto per noi e per Erich». Le urla di mio padre si ripercuotevano per tutta la casa. Bruno restò in silenzio. Quando qualcuno se la prendeva con lui, difficilmente reagiva. Lo immaginai in piedi, con i grandi occhi scuri rivolti al pavimento e una punta di imbarazzo sulle sue gote bianchissime. Mia madre entrò all’improvviso, sedendosi accanto a me, sul bordo del letto. Aveva una lunga vestaglia rosa e il viso contratto. «Avete litigato di nuovo?». «Sai che non lo sopporto, mamma. Bruno cerca solo di rendermi la vita più difficile». «Tuo padre lo sta sgridando». «Lo so, ci sento benissimo». «Perché non ci provi almeno? Avete la stessa età, potreste essere fratelli». «Fratelli? Ė proprio questo il problema. Noi non siamo fratelli». Mi fissai a guardare il soffitto, con un braccio dietro la testa, mentre udii la porta sbattere con violenza. Mio padre doveva essere uscito. Andarsene era la cosa che sapeva fare meglio per reprimere la rabbia. «Prova a pensare un attimo a cosa avresti fatto tu al posto di Bruno. Perdere madre e padre quando si è ancora piccoli è una delle cose più brutte che possano capitare». «Me la sarei cavata da solo. Di certo non avrei mai accettato di vivere in una famiglia non mia». «Dici così perché tu una famiglia ce l’hai». «Pensala come ti pare». Mi rigirai a pancia in giù, abbracciando il cuscino e chiudendo gli occhi. Avrei voluto annullare quella realtà, far finta che Bruno non fosse mai davvero esistito. Il problema era che Bruno c’era e non sarebbe bastato un semplice desiderio a farlo sparire dalla mia esistenza.


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6

Mi affacciai dalla scala e guardai giù. Il rumore dei piedi nudi sul pavimento mi aveva svegliato. Era notte fonda, non si sentiva alcun suono se non quello leggiadro dei suoi passi nel salone. «Bruno, che cavolo stai facendo?» chiesi strizzando gli occhi nell’oscurità. Bruno era perso in un mondo tutto suo. Stava danzando e si muoveva come se stesse camminando su una nuvola. Mi accucciai e restai lì, zitto, a guardare quello spettacolo inusuale, anche se inizialmente mi sentii uno stupido. Girava, saltava, si inchinava e sorrideva. Ballava ed era felice, mentre il riflesso della luna filtrava attraverso la finestra disegnando un triangolo di luce sul pavimento. Niente e nessuno sarebbe riuscito a interrompere quel magico momento. Vederlo danzare mi mise stranamente di buonumore. Era un po’ come provare la stessa sensazione che avvertivo ogni volta che dipingevo. Se avessi dovuto assegnarle un nome probabilmente l’avrei chiamata libertà. Sì, una sensazione straordinaria che sapeva di libertà. Mi accorsi che mi piaceva da morire veder ballare Bruno a quel modo. Era bravissimo e, nonostante la sua tenera età, mostrava di avere già un grande talento. Eppure un uomo non poteva ballare. Insomma il balletto era una cosa per donne e non certo per uomini, pensai. Alla fine della performance, scesi le scale e raggiunsi Bruno. Lui si pietrificò non appena mi vide. «Che ci fai qui, Erich?». «Fai un casino e poi mi chiedi cosa ci faccio qui». «Scusa, io...». «Ti piace ballare?» gli chiesi parandomi davanti a lui e cercando di scrutare la sua espressione nella penombra. Mi accorsi che teneva per una mano la sua bambola, Angelina. Era incredibile, Bruno non sarebbe stato in grado di vivere senza di lei. Persino ballare era una cosa che faceva in sua compagnia. «Sì, da sempre» ammise con una punta di imbarazzo. Sorrisi, mentre un’idea iniziava ad affacciarsi nella mia mente. Avevo sempre dipinto paesaggi ma mi piaceva mettermi alla prova. «Che ne diresti se ti dipingessi mentre balli?». «Sarebbe una bella cosa che faresti per me».


36 «Ti sbagli. Io dipingo per me, non per te» risposi in tono severo. Non volevo che Bruno pensasse in alcun modo che quel gesto equivalesse a un tentativo di avvicinamento. «In ogni caso, mi piace vederti ballare. Sei bravo. Anche se ballare è una cosa da donne e tu non sei una donna». «Ma non sono io a ballare. È la mia anima che balla. E l’anima è sempre donna». Quella sua affermazione mi fece scoppiare in una rumorosa risata e dovetti tapparmi la bocca all’istante per non farmi sentire dai miei genitori. «Lo faresti di nuovo?». «Ballare intendi?». «Sì. Voglio provare a dipingerti mentre lo fai». «Certo» sussurrò Bruno dopo un attimo di esitazione. «Questo significa che possiamo essere amici?» aggiunse speranzoso. «No, significa solo che ti sto usando per soddisfare un mio desiderio, ossia dipingere». Bruno scivolò in un silenzio teso. Lo vidi stringere la sua bambola. Insieme, pensai ironicamente, formavano una bella coppia. «Aspetta un secondo, torno subito». Salii i gradini e mi infilai in camera alla ricerca dei miei strumenti da lavoro. Foglio, matita, pennelli. Presi tutto l’occorrente e tornai giù. L’eccitazione si stava impossessando del mio corpo. Non avevo mai provato a dipingere un essere umano fino ad allora. Bruno ricominciò a ballare sulle note di una musica immaginaria, canticchiando di tanto in tanto. Sembrava non stancarsi mai e a ogni suo passo corrispondeva un tratto sul mio foglio. Avrei davvero voluto che quella notte non dovesse finire mai più. «Bravo, sei perfetto. Continua così». Anche se per poco, mi sentii emotivamente coinvolto da Bruno. Non era certo un ragazzo come tanti altri, ma in sé covava un lato affascinante. Dietro quegli occhi scuri doveva nascondere una grande anima, dolce e sensibile proprio come quella di una donna. Tuttavia quella nottata magica finì con l’interrompersi all’improvviso. Le luci si accesero e mio padre si accorse di tutto. Se la prese come sempre più con Bruno che con me. Strappò la mia bozza di dipinto e disse a Bruno di dimenticare il balletto. «Ma a me piace ballare». «Tra qualche anno ti manderò a fare la vita da soldato e vedrai come cambieranno le cose. Un uomo deve essere forte e coraggioso. Non può sognare di ballare». Mia madre scese al pianterreno con gli occhi assonnati e, dopo aver cercato di calmare mio padre, ci aiutò a rimetterci a letto. Io tornai nella mia camera


37 e Bruno tornò a dormire sul divano del salone. Chissà se quella notte riuscì a dormire o se trascorse il tempo a domandarsi perché a un uomo era vietato ballare. Io riflettei sul fatto che mio padre, in fondo, aveva ragione e che non avrei mai più cercato di trovare un punto d’incontro con Bruno. Anzi avrei fatto di tutto per evitarlo. Cosa era accaduto poco prima? Non riuscivo a spiegarmelo. L’unica cosa che avevo capito era che Bruno con il suo balletto mi aveva catturato a tal punto da farmi credere di vivere in un sogno.


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7

Dicembre 1927 Amavo il Natale perché la città si illuminava a festa e gli abitanti del nostro quartiere sembravano sempre più felici. Inoltre mi divertivo tantissimo a fare l’albero insieme a mia madre. Lei mi passava le palline e io addobbavo. Quel Natale non fu poi tanto diverso dagli altri. Arrivò il momento di fare l’albero e Bruno mi aiutò. Nel corso del tempo eravamo arrivati ad accettare passivamente una convivenza, anche se la mia repulsione nei suoi confronti non riusciva mai a placarsi. «Perché non uscite un po’ a giocare? Tutti gli altri bambini sono già in strada. Avanti è Natale. Adolf, diglielo anche tu». Mio padre, immerso nel suo mondo, era seduto alla sua scrivania e leggeva alcune carte con gli occhiali calati sulla punta del naso. «Adolf, mi hai sentita?». «Zitta, per favore». La tristezza si dipinse sul volto di mia madre, sembrava che nei suoi occhi fosse svanita ogni traccia di amore nei confronti del marito, qualora ci fosse mai stata. Guardandoli mi resi conto che l’amore doveva essere solo una sciocca invenzione. Eppure mi era capitato spesso di ripensare a quella bellissima fanciulla incontrata anni prima sulle colline di St Gertrud. Lì, anche se per poco, mi ero sentito innamorato. Il giorno del funerale dei signori Koch avevo promesso a me stesso che non mi sarei dato pace fin quando non l’avrei ritrovata. In realtà, non andai mai a cercarla, anche se era al suo volto angelico che pensavo ogni notte prima di addormentarmi. Temevo che se mi avesse conosciuto davvero non avrebbe fatto altro che disprezzarmi. Avevo paura di un suo rifiuto. Certo è che avrei desiderato rivederla ancora, poterle parlare di nuovo, poterle sfiorare il viso con una mano. Poter conoscere il suo nome. «Beh, andate, forza» disse mia madre spingendoci fuori. Mi coprii con sciarpa e cappello prima di uscire in strada. A ogni angolo c’erano bambini che giocavano e si divertivano. Bruno mi seguiva quasi come un’ombra, sentivo i suoi passi sulla strada ghiacciata. «Erich, aspetta, laggiù ci sono dei miei compagni di scuola. Andiamo a giocare con loro?» domandò indicando un punto in fondo alla strada dove un gruppo di ragazzini si stava divertendo a scivolare per terra con delle buste di plastica.


39 «Non se ne parla. Vai tu, se vuoi. Io non faccio certi stupidi giochi». «Ma io voglio stare con te». «E allora stai con me, ma non sperare di trascinarmi a giocare con quelli là». Mi sentivo già troppo grande per giocare in strada. Oltretutto con Bruno perdevo la voglia di fare ogni cosa. Da quando era entrato in casa mia avevo imparato a conoscerlo. Spesso litigavamo, anche per futili motivi. Il fatto era che avevo paura di affezionarmi. Sì, la verità è che non mi ero mai affezionato a nessuno e temevo che prima o poi con Bruno avrei finito con il costruire un qualche legame. Lui non faceva che ronzarmi attorno e io facevo il possibile per allontanarlo. Oltretutto Bruno non era certo un ragazzo normale. Sognava di fare la ballerina, si muoveva come una femmina, passava ore a pettinarsi e una volta, poco dopo pranzo, lo avevo persino sorpreso in bagno a passarsi sulle labbra il rossetto di mia madre. L’accaduto mi aveva talmente spaventato che arrivai persino a pensare che Bruno fosse in realtà una donna travestiva da uomo. Tante volte avevo provato a ignorarlo semplicemente, ma mia madre non voleva rassegnarsi all’idea che crescessimo come due sconosciuti. Così, per rimediare, aveva avuto la brillante idea di metterci in camera insieme. Bruno non dormì più sul lungo divano in pelle del salotto che lo aveva ospitato inizialmente, io non dormii più da solo nella mia stanzetta. Un bel giorno il letto che ero stato abituato a vedere vuoto da sempre e che i miei avevano voluto per un’ipotetica futura sorellina o un ipotetico futuro fratellino venne occupato da Bruno. «Perché quella ragazza ti guarda?». «Cosa?». «Quella ragazza laggiù, seduta sul marciapiede» disse Bruno saltellando sui piedi per riscaldarsi. Guardai anche io e la vidi. Era cresciuta, ma non ebbi difficoltà nel riconoscere quella bambina dallo sguardo incantevole. Indossava un cappello rosa e un soprabito dello stesso identico colore che le stringeva la vita. «Aspettami qui». «Dove vai? Erich, non lasciarmi da solo». «Non ti sto lasciando, smettila di starmi appiccicato come un pidocchio». Iniziai ad allungare il passo, stando ben attento a non scivolare sul terreno. Più mi avvicinavo e più sentivo il cuore accelerare il suo battito. Tum. Tum. Tum. Quando la raggiunsi mi accorsi che aveva un’espressione triste. Doveva esserle accaduto qualcosa di molto spiacevole, pensai. Mi sedetti accanto a lei e un’ondata di emozioni mi invase in pieno petto. Restai in silenzio per un po’ prima di riuscire a spiccicare qualche parola. La bocca era impastata, la salivazione quasi del tutto assente. «Ciao» le dissi cercando il suo sguardo immenso. «Ti ricordi di me?».


40 «Erich Fischer, il ragazzo dell’arcobaleno. Come dimenticare» affermò lei attorcigliandosi un boccolo biondo attorno alle dita. Poi starnutì. «Tieni» dissi offrendole il mio fazzoletto di stoffa marrone a righe. Lo portavo sempre in tasca, ma non lo usavo mai. Soffiarmi il naso in pubblico era una cosa che mi procurava vergogna. La ragazza mi guardò titubante. «Prendilo. È pulito». «Grazie» rispose afferrandolo e soffiandoci dentro il naso rumorosamente. Un gesto non proprio grazioso per una signorina come lei ma che ci aiutò a sciogliere il ghiaccio. Scoppiammo a ridere entrambi. «Puoi tenerlo». «Erich, te lo lavo e te lo riporto». «No, consideralo un regalo. Certo uno stupido fazzoletto non è il massimo dei regali...». «È il più bel regalo che abbia mai ricevuto» rispose rigirandoselo tra le mani. Sospirai trasognante. «Mi piace questo cappotto rosa. Ti rende ancora più bella. E poi si intona perfettamente al colore del cappellino». «Grazie. Ho sempre amato fare i giusti abbinamenti di colori». «La prima volta che ci siamo visti indossavi un grazioso soprabito giallo. E ricordo che anche le tue scarpe erano dello stesso identico colore». La ragazzina sorrise a quel ricordo e io riflettei sul fatto che i colori, a volte, possono dire tanto. Possono persino rendere trasparente l’anima di una persona. Sapevo che quella bambina con la quale stavo parlando amava indossare abiti colorati, come io amavo dipingere paesaggi colorati. E quando qualcuno sceglie colori diversi dal solo bianco o nero significa che ha un’anima ricca, speciale. Un ragazzo scivolò proprio davanti a noi con la sua busta nera di plastica e andò a sbattere contro il marciapiede. Divertito si rimise subito in piedi per tentare una nuova scivolata. «È davvero incredibile» esclamai. «Sai, non ci crederai, ma ho passato tutti questi anni pensandoti almeno una volta ogni giorno e la notte era te che vedevo prima di addormentarmi. E ora eccoti qui. E la cosa buffa è che non conosco nemmeno il tuo nome». Bruno era rimasto in fondo alla strada con le mani nelle tasche e le guance rosse dal freddo. I lunghi capelli gli si erano appiccicati al viso come colla. Ci osservava da lontano, sembrava un corvo appostato su un ramo. «Mi chiamo Ada. Ada Keller». «Ada, che nome straordinario. Sai Ada quando guardo i tuoi occhi mi viene da pensare all’oceano. Sono bellissimi». «Come i tuoi». «Già, abbiamo gli stessi occhi io e te».


41 Ada arrossì. La sua pelle era bianchissima e quel rossore improvviso mi piacque da impazzire. Mi resi conto che aveva riposto il mio fazzoletto nella tasca del cappotto. La sua mano affusolata accarezzava un braccialetto, lo stesso che avevo già visto quando l’avevo incontrata per la prima volta. «Ci tieni molto a quel bracciale?». «Sì. Diciamo che è un mio piccolo portafortuna». «Ma è fatto con rami e fiori?» «Esatto. Ramoscelli e violette per la precisione. L’ho fatto io». «Meraviglioso. Ma come fanno a tenersi in vita così a lungo? Non appassiscono? Le violette intendo». «Certo che si appassiscono. Anche i fiori muoiono. Ma quando accade vado a coglierne delle altre. Così ho sempre delle violette nuove da attaccare al mio bracciale». Ada si portò i capelli da un lato e si sbottonò la parte superiore del cappotto, lasciando intravedere un maglione nero che le aderiva perfettamente al seno. «Erich, ti piacerebbe diventare mio amico? Sai, qui nessuno vuole stare con me». «E perché mai?». «Perché sono figlia di una prostituta. Sai cosa significa?». Sapevo che una prostituta guadagnava vendendo il proprio corpo. Nel mio quartiere non ne avevo mai viste con i miei occhi, ma si diceva che fossero molte le donne che avevano scelto di fare quel mestiere, frequentando bordelli, locande e altri locali notturni. «Non ho un padre, non l’ho mai avuto. E qualche giorno fa mia madre mi ha confessato che sono stata soltanto il frutto di una notte di sesso tra lei e un cliente. Mi ha detto che non sarei mai dovuta venire alla luce». Quando la vidi piangere sentii un vulcano esplodermi nell’anima. Era come se qualcuno avesse preso un coltello e avesse affondato la lama nella carne. Vederla piangere mi fece stare male. Pensai al dramma che doveva vivere Ada ogni volta che qualcuno la riconosceva per strada. Figlia di una prostituta. «Non devi piangere, non è colpa tua. Oggi è Natale e devi essere felice» dissi mettendole una mano su un ginocchio. Aveva una gonna molto larga che le arrivava fin sopra i piedi e immaginai come sarebbe stato poter scorrere le mani sulla sua pelle nuda. «Comunque, certo che voglio essere tuo amico. Anche io ho bisogno di un’amica come te». «Erich, che fai, torniamo a casa?» domandò improvvisamente Bruno, apparendo dinanzi alla mia vista e facendomi sussultare. «Ho lasciato Angelina a casa. L’ho dimenticata. Lo sai che non può stare senza di me troppo a lungo». «Torna a prenderla, conosci la strada».


42 «E se poi tu te ne vai?». Sbuffai, alzando gli occhi al cielo. «Non me ne vado». Ada smise di piangere e tirando su con il naso squadrò Bruno dalla testa ai piedi. Strizzò gli occhi e scoppiò in una fragorosa risata. Rideva tra le lacrime. Era stupenda. «E tu chi sei?». «Mi chiamo Bruno». Ada starnutì di nuovo. Il gelo invernale le aveva fatto prendere un bel raffreddore. «Sembri simpatico. Hai una strana voce». «Lui è il bambino del funerale» affermai portando le mani sotto al mento e fissando i gomiti sulle ginocchia. «Sì, certo» disse lei alzandosi e abbracciando Bruno. «Ora me lo ricordo. Povero piccolo. Hai perso i tuoi genitori qualche anno fa». «Già...» rispose Bruno a testa bassa. Rimasi sconcertato. Insomma, io non avevo desiderato altro che un abbraccio di Ada e poi era stato Bruno a farsi stringere da lei. Non riuscivo a credere ai miei occhi, ma non potevo farci nulla. Se fossi intervenuto, Ada mi avrebbe etichettato come una persona sgradevole. «E dimmi chi è questa Angelina? Una tua amica?». «Sì, la mia migliore amica». «Una bambola, per l’esattezza» precisai con tono di sufficienza. «Beh e cosa c’è di strano?». «Nulla, Ada. Nulla» dissi. Il ragazzino impallidì e rimase con le braccia lungo ai fianchi mentre Ada lo stringeva con simpatia e gli scompigliava i capelli. Che fortuna, pensai, aveva avuto Bruno a sfiorare con il suo corpo il corpo di Ada. «Sarete i miei nuovi amici tu e Erich. Che ne dici, Bruno?». «Sì, certo. Ma Angelina?». «Passeremo a prenderla più tardi. Prima voglio mostrarvi una cosa». La rabbia e la gelosia si scatenarono dentro di me. Ada doveva essere mia amica, solo e soltanto mia. Mi alzai e pestai un piede a Bruno, sperando di vederlo scappare verso casa dolorante. Ma Bruno era forte e sapeva resistere fin troppo bene al dolore. L’unica cosa che fece fu guardarmi con due occhi luccicanti. Doveva essere l’abbaglio della luce del lampione a creare quello strano effetto nelle sue pupille. «Faremo un patto» disse Ada guardandosi attorno come se stesse per organizzare un qualcosa di losco. «Che genere di patto?» domandai curioso. «Un patto di sangue. Così nessuno potrà mai distruggere la nostra amicizia. Seguitemi, prego».


43 Ada ci portò in una stradina deserta. Attorno c’era solo un antico casale. Nessun lampione, nessuna voce. Il silenzio e il buio si imponevano su tutto. «Non vorrai mica entrare in quel casale?». «Certo, Erich. Si tratta di una vecchia fabbrica di stoffe». «E se ci vede qualcuno?». «Non ci vedrà nessuno». «Ada...» Bruno sospirò. Aveva una gran paura, lo percepivo dal suo respiro affannato. «Avanti, fifoni che non siete altro». Ci prendemmo per mano, tutti e tre. Io afferrai la mano di Ada e Bruno si attaccò alla mia. Più avanzavamo e più percepivo il sudore prendere forma sotto ai vestiti e sulla fronte. «Ada, si può sapere cosa stai cercando?». Ada non rispose. Arrivò davanti alla porta principale che era già aperta ed entrò. Quando fummo dentro, ci staccammo e rimanemmo immobili a fissare il soffitto. Era altissimo, con travi in legno che sbucavano ovunque. Qua e là c’erano strani macchinari, tavoli, sedie e vestiti logorati dal tempo. Sembrava che lì dentro tutti avessero lasciato il loro lavoro a metà. «Cosa è accaduto?». «Dicono che il proprietario si suicidò impiccandosi con una corda a una di quelle travi. Il giorno seguente anche i suoi due figli furono ritrovati impiccati. Da allora non osò entrare più nessuno. Si pensava che questo luogo fosse infestato dai fantasmi». Bruno tremò e spaventato mi cinse le spalle. «Voglio andare a casa». «Bruno, non fare il bambino» dissi spostandomi. «Tranquillo, Bruno. Sono solo leggende. I fantasmi non esistono. Lo sanno tutti». Ada sorrise prima di partire alla ricerca di qualcosa. Perlustrò ogni centimetro di quella fabbrica. Sollevò vestiti, spostò sedie, guardò ovunque. Rimasi lì in piedi a osservarla con le braccia incrociate, chiedendomi se un giorno o l’altro sarei mai riuscito a baciarla. «Eccolo, l’ho trovato». «Cos’è?» chiese incuriosito Bruno correndo incontro a Ada con la sciarpa nera e blu svolazzante. «Un ago. Dovrebbe andare bene. Anzi, direi che è perfetto. Ora fate un profondo respiro e porgetemi il vostro indice destro». «Ma è una follia» esclamai strizzando gli occhi e improvvisando una risata isterica. Lì dentro il freddo era pungente e una nuvola di fumo accompagnò le mie parole. «Avanti, Erich. Non aver paura». «Non ho paura, ragazzina».


44 Le porsi il dito e devo ammettere che non sentii nemmeno la puntura. Vidi solo il mio sangue. Fu poi il turno di Bruno che emise un gemito prima ancora che Ada infilasse l’ago nella sua pelle. «Bravi. Ora tocca a me». Si punse anche lei e il rosso comparve così, da un attimo all’altro. Guardai Ada e non potevo credere a quello che stavo facendo. Eppure per lei avrei fatto qualunque cosa. Persino arrivare a pungermi con uno stupido ago e fare un insensato patto di sangue. Unimmo le dita, unendo così anche il nostro sangue. «Da ora in poi saremo fratelli di sangue. E nessuno potrà mai rompere questo legame». «Davvero? Saremmo uniti per sempre?» chiese Bruno sbalordito. «Certo. Per sempre» rispose Ada mentre una lacrima si stava già dissolvendo su una sua guancia.


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Ci seguiva ovunque, era diventato una specie di mascotte. Ada lo considerava un incompreso che andava capito e amato. Per questo non potevo mai lasciare a casa Bruno, perché Ada lo voleva con noi. Andava trattato come un vero fratello. Il patto non poteva essere infranto in nessun caso. «Dove andate?» chiese mia madre in un pomeriggio di primavera. «Usciamo». «Ancora con quella Ada? Sai come la pensiamo a riguardo». «Ada non è come sua madre, lei è diversa». Quando avevo raccontato di aver conosciuto una ragazzina di nome Ada Keller era accaduto l’impensabile. Mio padre aveva persino rovesciato un tavolino a terra e mia madre si era fatta prendere dal panico. A quanto pare io e Bruno eravamo gli unici a non sapere chi fosse. Tutti la conoscevano come la figlia di una delle più note prostitute di Lubecca. «Devi lasciarla stare. Non fa per te». «So io chi fa per me e chi no. E Ada è speciale, le voglio troppo bene e non posso assolutamente lasciarla stare. Ha bisogno di me come io ho bisogno di lei». L’ostinazione dei miei genitori era una cosa terribile. Piansi fino allo sfinimento, dando calci al muro. Ada stava diventando il mio ossigeno di vita, senza di lei mi sarebbe mancato il respiro. «Tu non vai da nessuna parte! Devono finire queste uscite! Ti porterà sulla cattiva strada quella ragazzina». Mio padre era furioso, gli occhi sembravano uscirgli fuori e la fronte era costernata di vene. «Io esco invece e tu non puoi impedirmelo!». Lo vidi assumere un colore violaceo mentre reggeva la porta per impedirmi di uscire. La sola idea di non poter più rivedere Ada mi faceva impazzire. «Lasciami andare!». «Che male ho fatto per meritare voi due. Eh? Dimmelo Erich. Dimmi che male ho fatto per meritare te e Bruno». Lo vidi trarre un profondo respiro e grattarsi il capo, prima di gettare un’occhiata fugace fuori dalla finestra. Gli alberi avevano iniziato a fiorire, il sole splendeva alto nel cielo e per strada si sentiva in modo inconfondibile l’odore del polline. «Tu non potrai mai capire il valore dell’amicizia. Mai!».


46 Quella frase sembrò gettare mio padre in uno stato di profonda incoscienza. D’un tratto la rabbia lasciò il posto alla rassegnazione. Lo osservai, con le sopracciglia aggrottate e un’aria di sfida. Era la prima volta che osavo guardare mio padre così. Mi resi conto che era invecchiato notevolmente e che sui suoi capelli lucidi erano apparse le prime ciocche bianche. «Andate, forza» sussurrò aprendo la porta e dandoci l’occasione di fuggire in strada. Niente e nessuno avrebbe potuto ostacolare la mia amicizia con Ada. Piuttosto avrei preferito fuggire lontano. Chissà, magari io e Ada avremmo potuto fare le valige e andare a vivere per sempre in un’altra città. Lontano da tutto e da tutti. «Corri! Forza, Bruno!» urlai a squarciagola, mentre Bruno ansimava stringendo la sua bambola di porcellana. La portava ovunque, in ogni occasione, persino a scuola. Non riusciva mai a separarsene. Anche ora che eravamo diventati un po’ più grandi, Angelina continuava a far parte della sua vita. Con il fiato corto arrivammo ai piedi delle colline di St Gertrud. Ada ci attendeva sorridente, con i capelli legati in una treccia laterale. Un vestitino bianco a fiori le arrivava fin sopra le ginocchia, calzandole a pennello. Ogni volta che la vedevo mi sentivo rinascere. Non avevo mai provato nulla del genere per nessuno. In mano stringeva un libro con una copertina rossa. Si trattava di una raccolta di poesie di grandi autori dell’Ottocento. Ada passava interi pomeriggi a leggerci le sue poesie preferite. Era una ragazzina all’avanguardia, amava leggere e scrivere. Erano le sue due più grandi passioni. «Perché ci avete messo così tanto?». «Mio padre non voleva lasciarci venire». «Mi odiano, non è vero?». «No, semplicemente non capiscono e non capiranno mai. Sono adulti e gli adulti sono stupidi». Ada alzò le spalle e si avvicinò stampando un delizioso bacio sulla guancia prima a me e poi a Bruno. «Andiamo al solito posto?». «Sì, certo» risposi cingendola per le spalle e odorando i suoi capelli. Bruno faceva da terzo incomodo, anche se ormai mi stavo abituando alla sua presenza. Trafelati ma felici giungemmo alla casa sull’albero. L’avevamo scovata una volta per caso mentre spensierati ci rincorrevamo per le colline. L’albero sul quale era stata costruita era forte e robusto, le sue foglie erano bellissime e quando i raggi del sole le attraversavano sembravano magiche perché assumevano il colore dell’oro. Salimmo fino in cima attraverso una scala fatta di corda ed entrammo nella casa. L’aria lassù era sempre un po’ più fresca. Avevamo portato qualche tempo prima delle coperte sotto le quali ci intrufolavamo e giocavamo. Ada


47 poi prendeva in mano un libro e iniziava a leggere. Passavamo così i nostri lunghi pomeriggi insieme. «Oggi cosa ci leggi?» chiese Bruno con le labbra che si erano dipinte di un rosso porpora. Aveva i capelli legati in un codino, Ada gli aveva insegnato che con i capelli lunghi ci si possono fare tantissime acconciature diverse. Quando Ada leggeva, Bruno riusciva a seguire con gli occhi ogni riga. Io invece preferivo abbassare le palpebre e ascoltare, perdendomi nella angelica voce di della mia unica e grande amica. «Una poesia sull’amore. L’ho scritta io». «L’amore?». «Sì, Bruno. L’amore». Bruno, disteso al fianco sinistro di Ada, mi lanciò uno sguardo, osservandomi di soppiatto, come quando si ha intenzione di spiare qualcuno senza farsi vedere da nessuno. Lo vidi sorridermi in silenzio mentre le sue gote si accendevano di un colore tra il rosa e il rosso. «Bene, comincio. Ascoltate e lasciate fluire la vostra immaginazione». Mi sdraiai sulla schiena e cominciai a sognare mentre Ada parlava. Le sue parole erano una zattera nel mare, un cuore palpitante nel petto, un arcobaleno in mezzo al cielo grigio scuro. Mi lasciai attraversare dai suoi versi, pensando a tutto e a niente. Quando finì di leggere, ebbi la sensazione di essere appena tornato da un viaggio nel più bello dei paradisi. «Davvero l’hai scritta tu?» le domandai alzandomi sui gomiti e sfiorandole appena la bocca con un pollice. Ero talmente vicino che in quel momento avrei potuto baciarla. Sentivo indistintamente il profumo della sua pelle, avvertivo il suo profondo respiro sul mio volto. Ada mi toccò con l’indice il neo a forma di triangolo che portavo sin dalla nascita sotto l’occhio destro. «Sì, l’ho scritta io» disse specchiandosi nei miei occhi. «Per te» aggiunse. Ada mi baciò, fu lei a farlo per prima. La strinsi forte a me e i nostri corpi si toccarono per la prima volta. Bruno rimase pietrificato. Ci osservò con riluttanza, come fossimo due traditori. «Che state facendo?» domandò con tono preoccupato. Nessuno gli rispose. Era come se il mondo intorno a me e Ada si fosse improvvisamente annullato. Ci rotolammo prima da una parte e poi dall’altra, senza mai smettere di baciarci. Sentii l’eccitazione arrivare fino alle stelle e tornare indietro. Desideravo Ada, desideravo ogni singolo muscolo, ogni singolo lembo di pelle, la desideravo completamente. «Sai, è la prima volta che bacio qualcuno» mi disse con una punta di imbarazzo. La guardai, i nostri visi erano vicinissimi, i nostri corpi quasi una cosa sola. «Anche io» risposi. «E le tue labbra mi piacciono da impazzire».


48 Sarebbe stato tutto magnifico, una vera favola. Peccato però che non eravamo soli. Bruno scansò la sua parte di copertina, si alzò di scatto e si mise all’angolo con le braccia incrociate e lo sguardo imbronciato, accanto all’unica finestra della casa. «Bruno, che c’è?» chiese Ada preoccupata, staccandosi da me e rimettendosi in piedi. Il vestito le si alzò leggermente e riuscii a vederle un paio di mutandine bianche con il pizzo. «Lascialo stare» le dissi io, detestando Bruno e la sua presenza. «Non doveva andare così. Noi dovevamo essere fratelli, per sempre. Avete già dimenticato il patto?». «Bruno, quello è uno stupido patto». «No, tu sei uno stupido, Erich! Tu non capisci nulla!». Bruno prese la sua bambola da terra e ridiscese l’albero. Lo avrei lasciato andare se Ada non mi avesse costretto a seguirlo. «Che aspetti. Vai!». «Ma io voglio stare con te». «Tuo fratello è più importante». «Lui non è mio fratello. E un patto di sangue non cambierà le cose». A ogni modo corsi dietro a Bruno. Anche quando correva lo faceva in modo strano. I passi piccoli e leggeri sembravano quelli di una ragazza. «Bruno, aspetta!». «Tu non capisci! Lasciami stare!». «Cosa non capisco? Maledizione!». Si fermò e mi scrutò con gli occhi spalancati. «L’amore. Non lo capisci, non ci riesci». «Ti sei innamorato di Ada? Devi smetterla di pensare a lei». «No, non sono innamorato di Ada. Ora, ti prego, lasciami tornare a casa». «Va bene, vai via che è meglio». Avvertii il cuore struggersi mentre Bruno si allontanava con le lacrime che gli scendevano copiose sulle guance. Il dolore che vidi dipinto sul suo volto era davvero tanto. Mi chiesi cosa sarebbe andato a raccontare a casa e pregai, pur non avendo alcuna fede, affinché Bruno si tenesse per sé il bacio che c’era stato tra me e Ada. «Allora?» mi chiese Ada più tardi, quando la raggiunsi di nuovo. Si era accovacciata in un angolo con sguardo pensieroso e una delle violette del suo bracciale in mano. «Che stai facendo?». «Si è staccata una violetta dal mio bracciale». «Mi dispiace». Si grattò il naso e mi guardò. «Avevamo fatto un patto. Avremmo dovuto mantenerlo, Erich».


49 Sospirai e mi sedetti accanto a Ada. Si era sciolta la treccia, il che le conferiva un’aria molto più selvaggia. «Bruno è tornato a casa, non sono riuscito a fermarlo». «Lui è così sensibile...». Presi la violetta dalle mani di Ada e la infilai dietro un suo orecchio. «Anche io sono sensibile, sai» le sussurrai. «Lo so...». Le afferrai la nuca e ci baciammo ancora. Fu un bacio più intenso e passionale. Ada sapeva baciare bene, ma il sapore della saliva in bocca mi provocava un leggero disgusto. «Tra poco sarà sera, ti riaccompagno a casa». «Erich, sei speciale» mi disse. Tornammo in strada, mano nella mano, senza paura di giudizi o altro. Fu allora che scoprii dove abitava. Ci ero passato davanti decine di volte, ma mai avrei immaginato che una come Ada potesse abitare in una catapecchia così. «Io mi fermo qui». «Abiti in questa vecchia casa, proprio sotto le colline?». «Sì». All’interno era buio pesto. Non sembrava esserci alcuna presenza. «Tua madre non è ancora tornata?». «Mia madre esce e non si sa mai quando tornerà. È così da sempre. Ormai ci sono abituata». Strinsi Ada in un abbraccio, mettendomi leggermente in punta di piedi. Lei era più alta di me, oltre a essere di due anni più grande. Ma ero certo che un giorno sarei cresciuto e allora avrei potuto avvolgerla tutta dall’alto, offrendole la mia protezione e promettendole il mio amore eterno.   )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD

L'orologio cuore  

Sabrina Ferri, romance. Sofia è una ragazza come tante in cerca di una storia da raccontare. Erich è un uomo ormai vecchio con un passato c...

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