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In uscita il 30/9/2014 (16,00 euro) Versione ebook in uscita tra fine ottobre e inizio novembre 2014 (6,99 euro)

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JURY LIVORATI

Alethya - Libro Secondo

IL SEGRETO DI MALUN

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IL SEGRETO DI MALUN

Copyright © 2014 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-6307-769-8 Copertina: Immagine Shutterstock.com

Prima edizione Settembre 2014 Stampato da Logo srl

Borgoricco – Padova


Ai miei genitori


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PREFAZIONE

Sperimento, ogniqualvolta rileggo le pagine dei miei romanzi dopo un certo periodo di tempo – e specialmente nelle fasi finali degli editing che ne precedono la pubblicazione – una indescrivibile sensazione di meraviglia. Dalla fine della prima stesura alla stampa vera e propria trascorrono infatti diversi mesi e un tale intervallo sembra sufficiente ad allontanarmi dalla “trance creativa” nella quale entro mentre mi dedico a un progetto, a tal punto da farmi chiedere se sia davvero io l'autore di quel che leggo. Un romanzo come quello che andrete a leggere, e a dire il vero l'intera saga di Alethya, è nato a piccoli passi di due/tre pagine alla volta. Sebbene la stesura sia proceduta in modo abbastanza lineare, è stato come assemblare piccole sezioni di un puzzle senza mai fare davvero caso alla figura nel suo insieme. Le varie riletture del testo prima dell'invio all'editore sono servite ad avere finalmente una visione d'insieme, ma è stata l'ultima a riaccendere quella magica sensazione di cui parlavo. Nel frattempo mi sono dedicato ad altri progetti, ho vissuto nuove esperienze – non solo in campo letterario – in una parola sono cresciuto e sono cambiato, come continuiamo tutti a fare, inesorabilmente, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Così, ritrovare lo Jury che ha dato vita al mondo di Alethya, che ha plasmato i personaggi che lo popolano, che ha architettato i colpi di scena che in parte scoprirete nelle prossime pagine, è stato come guardare una fotografia di me stesso risalente a un'epoca diversa. La differenza rispetto al passato, rispetto alle riletture finali di “M@rcello”, de “L'Eredità” e de “Il ritorno di Beynul”, è che in questo caso la meraviglia è stata accompagnata da un briciolo di amarezza. Perché nelle ultime settimane mi sto scontrando con una realtà che avrei potuto e dovuto prevedere, ma che avevo ritenuto improbabile alla luce della foga creativa, dell'entusiasmo letterario degli ultimi tre o quattro anni. Una realtà che mi vede procedere a rilento con nuove storie, che mi


6 riempie di dubbi sulla bontà delle idee alla base dei prossimi romanzi, i quali pure sembravano già indirizzati verso una conclusione sicura e ricca di soddisfazioni. Perciò, imbattermi nel secondo volume di Alethya e ricordare la passione bruciante con cui macinavo pagine su pagine mi ha mostrato il forte contrasto con la situazione attuale e mi ha in parte impaurito, in parte abbattuto, in parte innervosito. Ma sono e resto un inguaribile ottimista ed è con ottimismo che voglio guardare al futuro e al temporaneo calo di produttività artistica. Non posso dimenticare che, nonostante le vendite non abbiano raggiunto quelle de “L'eredità”, le reazioni dei lettori al primo volume di questa trilogia sono state molto più positive rispetto alle esperienze precedenti. E non posso preoccuparmi oggi di un'eventuale assenza di futuri romanzi, quando anche il terzo e ultimo volume di Alethya è pronto in un cassetto, in attesa di vedere la luce il prossimo anno. Concludo quindi questa breve prefazione (adoro le prefazioni, si era capito?) augurandovi buona lettura e ringraziandovi, come sempre, per la fiducia che date a un sognatore che non vuole arrendersi. Il viaggio continua per Beynul e compagni e, fidatevi, farò di tutto perché anche il mio non si interrompa! Jury Livorati


PARTE PRIMA Il Vaso


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I

Per secoli, le terre a sud delle montagne erano state considerate zone pericolose, non adatte all’uomo, da evitare. La pace e l’ordine nei Regni costituivano una sicurezza da cui nessuno aveva l’audacia di allontanarsi. In realtà, i soprusi dei regnanti e i contrasti tra popoli lontani per cultura, ma geograficamente vicini, erano all’ordine del giorno. Tuttavia, il timore dell’ignoto superava di gran lunga l’ambizione al cambiamento. Qualcuno sosteneva che oltre le montagne non vi fosse altro che acqua, immensi oceani che si estendevano all’infinito, fin dove il mondo si fondeva con il cielo, nel confine tracciato dai Creatori per separarsi dagli uomini. Altri ritenevano che nulla esistesse dopo le montagne e che immense e impervie catene montuose si accavallassero una sull’altra, a costituire una vera e propria barriera. C’era infine chi pensava che a sud ci fossero semplicemente nuove terre inesplorate, selvagge, in attesa che qualcuno trovasse la motivazione e l’audacia per civilizzarle. Alla fine bastò un colpo di follia. Nel Regno di Elm, situato in una valle di forma circolare ai piedi delle montagne, sul versante settentrionale, era diffusa la tradizione secondo cui il passaggio dall’infanzia all’età adulta avveniva solo con il ventesimo anno di vita. Prima di tale traguardo, i ragazzi erano considerati alla stregua di bambini e non era loro concesso di agire in modo indipendente, se non per aiutare i genitori con il lavoro. Un giovane che venisse scoperto a girovagare senza un parente adulto al seguito avrebbe rischiato severe punizioni da parte dei famigliari e sarebbe stato segnalato pubblicamente, in modo da negargli l’accesso futuro a cariche di potere. All’età di diciassette anni, Yhkor era già stato sorpreso due volte mentre, all’insaputa dei suoi genitori, si allontanava da casa nelle ore notturne. Elm era un Regno racchiuso in un territorio poco vasto, con il palazzo del Re e le residenze dei controllori al centro e minuscoli insediamenti con le abitazioni del popolo sparsi tutto intorno, perciò nelle ore di luce era difficile muoversi senza incontrare qualcuno. Di notte le terre erano


10 comunque battute dai controllori, alla ricerca di briganti, intrusi dai Regni limitrofi e giovani temerari, ma l’oscurità giocava in favore di Yhkor. La prima volta in cui aveva sfidato le regole aveva quattordici anni ed era stato violentemente ripreso da due controllori, uno dei quali lo aveva colpito alla schiena con l’impugnatura della lancia d’ordinanza. Il suo nome era stato incluso nella lista dei segnalati, conservata al palazzo del Re. I suoi genitori non l’avevano punito ulteriormente, lasciandogli intendere che potevano condividere la sua frustrazione, ma che le regole andavano rispettate e perciò non avrebbe dovuto ripetere il misfatto. La seconda volta, Yhkor aveva coinvolto anche Mealin, una ragazza sua coetanea della quale era fortemente innamorato. La condizione di infante non gli permetteva di incontrarla se non per caso, mentre accompagnava il padre e la madre al lavoro, o per sporadiche passeggiate rilassanti. Proprio in una di quelle occasioni era riuscito a darle appuntamento per la sera, trovando in lei terreno fertile per l’opposizione alla rigida tradizione di Elm. L’esperienza passata di Yhkor non era stata sufficiente a renderlo più cauto e i due erano stati scoperti dopo pochi minuti dal loro incontro. Entrambi erano stati riaccompagnati nelle rispettive case. I controllori avevano imposto ai genitori di Yhkor di adottare misure severe per il futuro e non se ne erano andati se non dopo aver assistito a una serie di violente percosse ai danni del ragazzo da parte di suo padre. Alla fine, quando Yhkor era ormai riverso a terra, dolorante e in lacrime, lo avevano preso a calci loro stessi. Sotto allo sguardo affranto della madre, lo avevano schernito, urlandogli che, se davvero voleva crescere prima del tempo, erano pronti a fargli provare che cosa significasse diventare uomo. Quell’episodio, che non aveva precedenti nella memoria dei genitori di Yhkor e che non si era mai verificato in precedenza da quando era in carica il re Ta Lun III, segnò profondamente il giovane. Conscio dell’impossibilità di ribellarsi a regole così radicate senza la collaborazione di più persone, si sarebbe convinto della necessità di rassegnarsi alla frustrazione e di aspettare il compimento del ventesimo anno. Forse, dopo avrebbe potuto cercare di cambiare le cose, anche se i suoi precedenti gli avrebbero sbarrato qualunque strada verso posizioni di rilievo nel Regno. Tuttavia, quando incontrò Mealin per la prima volta dopo la sera in cui


11 erano stati scoperti, Yhkor perse qualunque residuo di razionalità. Vedendola zoppicare vistosamente, col volto coperto di graffi e un occhio gonfio, mentre trasportava alcuni sacchi al fianco di suo padre – l’uomo aveva un’espressione seria e quando aveva scorto Yhkor in lontananza aveva sussurrato qualcosa alla figlia – decise che non avrebbe sopportato oltre una tale situazione. A distanza di un anno da quegli eventi, quando i suoi genitori si erano ormai convinti che avesse messo la testa a posto e avesse accettato di attendere con pazienza i tre anni che gli avrebbero concesso l’indipendenza che tanto cercava, Yhkor aveva partorito un piano tanto ambizioso da rasentare la pazzia. Sarebbe andato in esplorazione oltre le montagne e si sarebbe insediato dall’altra parte. Nella migliore delle ipotesi avrebbe fondato un nuovo villaggio, adoperandosi perché chiunque vi si trasferisse potesse vivere in serenità, secondo regole formulate con la collaborazione di tutti e per questo condivise. Nel peggiore dei casi sarebbe morto, ma lo riteneva un destino migliore di quello che lo attendeva a Elm, dove dopo i vent’anni avrebbe comunque dovuto vivere senza sogni e senza speranze, lavorando come un uomo comune per pagare le imposte, fino alla morte. Si sarebbe mosso anche da solo, se fosse stato necessario. Ma aveva molti giovani amici, tutti residenti nelle immediate vicinanze della sua abitazione e conosciuti parlando di nascosto da un cortile all’altro. Non era stato difficile trasmettere a tutti l’entusiasmo che lo animava e in breve Yhkor aveva organizzato una squadra. Nonostante gli eventi passati, non fu un problema nemmeno convincere Mealin: lei stessa sembrava attendere con ansia che qualcuno le proponesse una via di fuga dalla vita di Elm e dalla sua famiglia chiusa e tradizionalista. Yhkor le aveva esposto i suoi progetti una parte alla volta, quando si incrociavano per strada. Il giorno del suo diciottesimo compleanno era stato scelto da Yhkor come punto di svolta, come inizio ideale della sua nuova vita. Tutti i suoi giovani complici erano stati avvisati in anticipo e ognuno aveva approntato la propria fuga in modo da non far insospettire i genitori. Si era stabilito di partire di notte e di approfittare del cambio di turno dei controllori per sfruttare i pochi minuti di mancata sorveglianza. In ogni caso, le strade che conducevano verso le montagne erano poco presidiate, perché era ritenuto ovvio che nessuno sarebbe giunto da quella direzione, né vi si sarebbe incamminato.


12 Yhkor uscì dalla finestra della sua stanza poco prima della mezzanotte, quando i suoi genitori, esausti, dormivano già profondamente. Non si era soffermato a salutarli con un ultimo sguardo, perché in cuor suo era convinto che sarebbe tornato e li avrebbe condotti al di là delle montagne, assieme a lui, per una vita migliore. Aveva indugiato solo per riempire la sua sacca con qualche tozzo di pane raffermo, una borraccia di acqua e una coperta di lana. Il confine meridionale di Elm distava solo mezz’ora di cammino. Yhkor e i suoi compagni si erano dati appuntamento appena oltre e sarebbe stato lui, che secondo i piani sarebbe arrivato per ultimo, a richiamare e radunare gli altri. L’idea di uscire uno per volta era venuta a Mealin, che riteneva meno probabile essere scoperti in quel modo. Yhkor si era detto d’accordo e aveva aggiunto che il fatto che ognuno dovesse cavarsela da solo era anche un buon metodo di selezione, considerando l’impresa che li attendeva. La notte era fresca e il cielo luminoso, il che rappresentava un problema. Yhkor camminò il più possibile alla larga dalla strada, ma tenendola d’occhio per non smarrire la giusta direzione in un paesaggio dominato da campi che sembravano tutti uguali. A un tratto, individuò due figure poco lontane e si gettò a terra, cercando di nascondersi tra l’erba senza fare rumore. I due controllori passarono oltre senza insospettirsi. Pochi minuti dopo, Yhkor raggiunse un casotto in legno, ultimo avamposto di Elm, di tanto in tanto utilizzato dai controllori come rifugio nelle giornate più calde. In quel momento era deserto, come previsto. Poco oltre cominciava la foresta che segnava il confine tra il Regno e la zona delle montagne, dove si diceva che nessuno si fosse mai inoltrato. L’atmosfera sembrava molto meno luminosa, quasi le stelle preferissero tenersi alla larga da quel luogo. Yhkor provò paura per la prima volta, ma non perse la decisione. «Mealin?» chiamò, quando fu al riparo degli alberi. Un fruscio alla sua destra lo fece voltare. «Yhkor» rispose un ragazzo nascosto dietro a un folto cespuglio. «Sono Oktan, ci sono!» «Bene. Hai visto gli altri?» Il timore che qualcuno non ce l’avesse fatta era forte, ma se si fosse trattato proprio di Mealin il rimorso non gli avrebbe lasciato tregua per il resto dei suoi giorni. «Siamo qui» avvisò un’altra voce da sinistra e quattro giovani uomini si fecero largo tra i rami, diretti verso Yhkor. «Dovrebbero esserci anche le


13 ragazze, non abbiamo notato niente di strano». Yhkor era in forte apprensione. Mancavano all’appello Mealin e due amiche che lei stessa aveva coinvolto. Le supposizioni degli altri ragazzi non servivano a niente. «Cerchiamole!» ordinò. «Non ci muoviamo senza di loro!» «Gli accordi non erano questi» obiettò qualcuno alle sue spalle. Yhkor si voltò, pronto a rispondere per le rime a chiunque avesse parlato, ma si placò quando riconobbe Mealin. Accanto a lei c’erano le due ragazze, visibilmente scosse. «Si era detto di proseguire con chi c’era e di abbandonare chi non ce l’avesse fatta» ricordò Mealin. Non sembrava ironica. «L’avrei fatto, ma prima dovevo…» «Se vogliamo fare qualcosa di importante dobbiamo mettere da parte i sentimenti. Almeno per un po’». Yhkor annuì, colpito. Poi sembrò ritrovare se stesso e si voltò verso i compagni. «Salutate queste terre, amici» li invitò. «Ma non dite loro ‘addio’, solo ‘arrivederci’. Torneremo e porteremo i nostri cari con noi, nel nuovo mondo di giustizia e libertà a cui daremo vita. Siete con me? Ora o si va, o si resta». «Andiamo» risposero gli altri all’unisono.


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II

Yhkor e gli altri fondarono effettivamente un villaggio, che in pochi decenni sarebbe diventato una fiorente città, non molto distante da un grande lago e dal suo fiume emissario. La notizia che le terre a sud erano abitabili e ricche di nuove risorse non aveva infatti tardato a diffondersi, e molte persone avevano abbandonato il Regno di Elm e i Regni vicini per trasferirvisi. Il fatto non era passato inosservato ai regnanti, che vedevano svanire parte della loro popolazione e delle imposte che ne derivavano, ma che, soprattutto, dovevano accettare l’idea che nuovi, immensi territori venissero controllati da qualcun altro. Vi furono violente rappresaglie contro i cittadini che venivano scoperti mentre cercavano di oltrepassare i confini dei Regni per spostarsi oltre le montagne. Negli anni seguenti, vennero organizzate spedizioni militari di conquista, ma era ormai tardi: il numero di cittadini del nuovo villaggio e il livello di organizzazione che si era raggiunto, insieme a una maggior conoscenza del territorio, consentirono a Yhkor e alla sua gente di difendersi. Col passare del tempo, gli scontri si esaurirono e i Regni del nord accettarono la coesistenza con il villaggio a sud. La tregua fu raggiunta quando Yhkor si avviava verso la conclusione della sua lunga e gloriosa esistenza. Con Mealin al fianco e con la collaborazione dei suoi storici amici, aveva realizzato un sogno non solo per se stesso, ma per migliaia di persone del suo tempo e per altre decine di migliaia che avrebbero popolato quelle terre in futuro. L’organizzazione che aveva dato al villaggio era semplice e funzionale. Periodicamente, l’intera popolazione era convocata in assemblee alle quali era libera di partecipare. In quelle riunioni si discutevano non più di cinque aspetti di fondamentale importanza per la collettività, raccolti dal popolo stesso o individuati dai più anziani. Prese le decisioni, ogni volta si stabiliva chi si sarebbe occupato della gestione delle misure per metterle in atto. Finché fu in salute, Yhkor ottenne sempre l’unanimità dei voti.


15 Pur rivestendo un ruolo importante nella comunità, essendone stato uno dei fondatori e la principale guida, Yhkor non si pose mai al di sopra dei suoi concittadini. Lavorava come falegname in una piccola bottega, come qualunque altro individuo, dedicandosi all’organizzazione del villaggio nel tempo libero. La riconoscenza e l’affetto di tutti erano il suo segreto: spontaneamente, uomini, donne e bambini si offrivano di aiutarlo, chi fornendo materiale e manodopera per la costruzione di un nuovo pozzo, chi aiutandolo a ridisegnare gli appezzamenti di terreno da destinare all’agricoltura, chi trasmettendo comunicazioni di interesse pubblico di casa in casa. Quando Yhkor morì, senza lasciare figli, Mealin rifiutò di candidarsi a guida temporanea del villaggio, nonostante il popolo lo desiderasse. Da quel giorno, i responsabili si avvicendarono di assemblea in assemblea, a seconda dei compiti che era necessario svolgere, ma tutti seguirono l’esempio del loro predecessore. Tuttavia, la scomparsa del padre fondatore generò smarrimento e paura in alcuni, sfiducia in altri, invidia in altri ancora. La natura mite della popolazione fece però in modo che da sentimenti negativi non nascessero scontri: gruppi di persone abbandonarono il villaggio, addentrandosi nelle vaste terre inesplorate con la propria idea, il proprio sogno, esattamente come aveva fatto Yhkor nel giorno del suo diciottesimo compleanno. Tra le montagne a nord e le grandi paludi a sud, all’estuario del fiume che era stato denominato Relen, nuovi insediamenti nascevano e venivano abbandonati da un giorno all’altro, sorgevano dalla polvere e alla polvere tornavano, come sabbia umida modellata dal vento della pianura e poi asciugata dal sole. Qualcuno si spinse ancora oltre, sfidando il mare all’estremo sud nella speranza di trovare nuove terre, o camminando verso occidente per trovare il confine ultimo del mondo, o verso oriente per raggiungere le lontane e sconosciute catene montuose che si scorgevano all’orizzonte nei giorni più limpidi. Di tanto in tanto, qualche insediamento diventava stabile e si ingrandiva. Così, poco più di cent’anni dopo la fuga di Yhkor dal Regno di Elm, le terre a sud ospitavano sei grandi villaggi indipendenti, più altri minori lungo le coste, ognuno con le proprie regole, la propria cultura, le proprie memorie, ma tutti in pace reciproca. Gli ideali di Yhkor erano sopravvissuti dopo la sua morte, scolpiti nel cuore di chi lo aveva conosciuto e tramandati di padre in figlio. Il sogno di un mondo giusto e


16 libero, che lui aveva coltivato sin dagli anni della sua infanzia, sembrava potersi realizzare. Poi, un giorno, una straordinaria scoperta riaccese la brama di potere insita nella natura umana e quell’epoca felice ebbe fine.


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III

Il villaggio fondato da Yhkor aveva preso il nome dalle tre ragazze che lo avevano seguito nel viaggio della speranza fuori dal Regno di Elm. Mealin, Aster e Inelar erano stati fusi in Meastlar per volere dello stesso Yhkor, che aveva visto nelle donne e nei giovani il vero potere di un popolo, la sua possibilità di sopravvivere e svilupparsi. A distanza di secoli, l’evoluzione della lingua e la trasmissione orale della storia da parte dei più anziani avevano storpiato il nome originale, col risultato che il più grande villaggio a sud delle montagne era conosciuto come Mistar. La popolazione non aveva smarrito lo spirito di collaborazione che ne aveva costituito il segreto sin dalle origini e, in quella visione, non esistevano personalità di spicco rispetto ad altre. Dediti ad attività umili e al servizio della collettività, i cittadini vivevano in abitazioni proporzionate alle dimensioni delle rispettive famiglie, dagli arredamenti essenziali, e indossavano abiti che si differenziavano solo per l’attività a cui erano destinati, non per la qualità dei tessuti. Gli scambi di cibo e merci avvenivano tramite il baratto, in modo che ognuno fornisse all’altro il frutto del proprio lavoro e della propria abilità per riceverne sostentamento o assistenza. Di tanto in tanto diamanti e pietre preziose erano usate per gli scambi, ma non si arrivò mai a coniare moneta come nel Regno di Elm e negli altri insediamenti a nord. La criminalità era pressoché inesistente. In un mondo equo, nessuno si sentiva inferiore agli altri e non aveva la necessità di cercare vie alternative. Chi non aveva un’attività e non era in grado di riconoscere la propria aspirazione veniva guidato dagli altri, spesso i più anziani o le persone più vicine, per individuare la propria strada. Non mancavano comunque le personalità votate alla violenza e alla delinquenza, né coloro che, in preda alla follia, si lasciavano andare a efferati delitti. Gli stessi cittadini, in particolare gli uomini tra i quindici e i quarant’anni, si occupavano di amministrare l’ordine pubblico, parallelamente al loro lavoro ufficiale.


18 La concezione che regnava era che il villaggio fosse un bene prezioso per tutti, da custodire gelosamente, da proteggere e tenere pulito. Per la stessa ragione, in caso di attacchi di popoli forestieri – il timore di spedizioni di conquista dai Regni del nord rimaneva sempre alto, sebbene fossero trascorsi secoli dall’ultimo tentativo – l’intera comunità era addestrata e pronta a impugnare le armi e a lottare per difendersi. Mistar era interessata da diverse correnti filosofiche e religiose, uno dei pochi aspetti che differenziavano un individuo dall’altro, ma senza diventare motivo di contrasto. I vari movimenti coesistevano e in alcuni casi traevano spunto l’uno dall’altro. Tra i più diffusi c’erano la dottrina di Leynar, la filosofia di An-Relen e il culto di Mander. Quest’ultimo si riferiva a una figura semileggendaria vissuta, secondo la tradizione, poco più di un centinaio di anni dopo la fondazione di Mistar. Di Mander esistevano solo racconti tramandati oralmente dalle persone che lo avevano conosciuto e che erano state testimoni delle sue gesta, ma la sua vita breve e straordinaria aveva lasciato il segno a tal punto da raccogliere seguaci e devoti anche a distanza di due secoli. Si diceva infatti che dopo un’infanzia difficile, nella quale aveva dovuto assistere alla morte prematura dei suoi genitori, Mander avesse intrapreso un viaggio che lo aveva tenuto lontano da Mistar per anni, instillando nei suoi concittadini la certezza che la morte l’avesse colto nelle lande desolate oltre i territori civilizzati. Al contrario, un giovane rafforzato nel corpo e nello spirito fece ritorno dalle peregrinazioni e mostrò sin da subito segni di poteri di cui nessuno riuscì mai a spiegare le origini. Davanti agli occhi strabiliati della comunità di Mistar, Mander si rivelò in grado di spingersi oltre le leggi della natura, oltre le barriere della mente, oltre l’abisso della morte. Ogni nuova manifestazione contribuiva ad aumentare il numero di coloro che lo seguivano come guida spirituale: qualcuno riteneva che avesse raggiunto le terre sconosciute oltre il mare a sud, dove si credeva vivessero i Creatori del mondo; qualcun altro ipotizzava che si trattasse di puro spirito, pura energia, che aveva preso le sembianze umane per portare un messaggio al popolo; altri sostenevano che la fine di tutto si stava avvicinando e che i poteri di Mander erano un simbolo del cambiamento inarrestabile; c’era infine chi vedeva in lui la reincarnazione di Yhkor, ritornato tra i vivi dopo aver scoperto i segreti del dopo-morte. La scomparsa di Mander, ritrovato annegato nel lago a est di Mistar


19 all’età di quasi cinquant’anni, segnò l’inizio della sua leggenda. Chi lo aveva conosciuto personalmente trasmetteva le informazioni ai più giovani, i quali, non avendo esperienze dirette, sceglievano talora di abbracciare il culto di Mander, talora di seguire altre ideologie che si andavano affermando, talora di vivere secondo il loro personale e unico credo. In ogni caso, nel frequente avvicendarsi di culti, filosofie e movimenti elitari, la venerazione di Mander non si perse mai del tutto, sebbene il numero dei suoi seguaci si fosse molto ridotto. Nell’anno 307 dopo la fondazione di Mistar se ne contavano circa mille, più qualche centinaio sparsi per i restanti cinque villaggi, dove l’eco delle gesta di Mander era giunta affievolita.


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IV

Tynur, Eran e Nantor erano un piccolo gruppo di taglialegna di Mistar, che condividevano attrezzi e fatiche del lavoro oltre a una amicizia di vecchia data. Lavoravano per lo più da soli, abbattendo alberi nelle foreste appena oltre i terreni coltivati che circondavano Mistar, anche se talvolta si servivano dell’aiuto dei figli o di ragazzi assoldati temporaneamente in cambio di un tozzo di pane. Scambiavano il legname con alcuni falegnami di fiducia o coi costruttori di case, ricevendone cibo e abiti. Non avevano molti contrasti con altri taglialegna, perché la richiesta era alta e c’era spazio per tutti. Tynur e Nantor erano i più anziani, entrambi di trentadue anni e sposati. Tynur aveva solo una figlia femmina, mentre Nantor poteva contare sulla collaborazione di due ragazzi che, tuttavia, non erano particolarmente attratti dall’attività del padre. Eran era di qualche anno più giovane, ma non aveva nulla da invidiare agli altri in fatto di esperienza. Viveva solo con la vecchia madre, dedicando il proprio tempo libero al culto di Mander e alla personale crescita spirituale. Un giorno pensò che, spostandosi a nord-ovest, nell’immensa foresta ai piedi delle montagne, forse avrebbero potuto trovare alberi poco diffusi e fornire al villaggio legna dalle caratteristiche nuove. La distanza da percorrere sarebbe stata maggiore e questo avrebbe potuto pesare soprattutto sul trasporto dei tronchi dopo l’abbattimento, ma il valore del legname sarebbe stato molto più alto. Senza considerare che per un certo periodo sarebbero stati gli unici a poterlo fornire. La speculazione e il desiderio eccessivo di guadagno si allontanavano dai valori su cui si fondava la città, ma Eran non vedeva niente di male in quell’operazione. Quando ne parlò con i suoi colleghi e amici si scontrò con un’iniziale resistenza. Proprio riferendosi alla tradizione di Mistar e alle leggi non scritte della sua comunità, Nantor fece osservare a Eran che un’attività del genere avrebbe messo a rischio il lavoro degli altri taglialegna. Alcuni di questi erano anziani che lavoravano da soli e che fondavano il sostentamento delle proprie famiglie sui pochi baratti di legname che


21 riuscivano a mantenere. Persone del genere non sarebbero state in grado di gestire le difficoltà di lunghi viaggi dal villaggio alle foreste nordorientali e quindi sarebbero stati esclusi dal commercio. Tynur la pensava pressoché allo stesso modo, e aggiunse che non era da dare per scontato che esistessero nuovi tipi di legname nelle foreste più lontane, né che i falegnami li avrebbero apprezzati. Eran era astuto e conosceva la storia e seppe parlare con misura, toccando le corde giuste. Disse che il cambiamento, l’evoluzione, non dovevano essere visti come un torto verso chi non aveva la possibilità di tenere il passo. Al contrario, essi costituivano uno stimolo, un nuovo punto di arrivo verso cui l’intera comunità si sarebbe orientata, migliorando se stessa, garantendo a tutti una condizione di vita superiore. Yhkor stesso, in passato, aveva avuto una visione e l’aveva seguita, anche se ciò aveva significato mettere a repentaglio la sua vita e quella dei suoi amici. Alla fine aveva avuto ragione e Mistar ne era la testimonianza vivente. Allo stesso modo, chiunque perseguisse un obiettivo ambizioso non doveva lasciarsi frenare dal pensiero dei rischi connessi, ma pensare al beneficio comune a cui sarebbe giunto. In quel momento poteva essere un cambiamento nella qualità del legname da usare per le costruzioni e gli arredamenti, in futuro avrebbe potuto trattarsi di una nuova tecnica di allevamento del bestiame, di coltura, di tessitura: il progresso non doveva essere evitato con paura, ma perseguito con convinzione. Il passo in avanti di un settore era il passo in avanti dell’intera comunità. Nantor e Tynur non erano del tutto convinti, ma non trovarono parole all’altezza per obiettare. Il giorno seguente partirono di primo mattino e si diressero verso le foreste a nord-ovest.


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V

Erano già stati in precedenza nelle foreste occidentali, ma senza addentrarvisi. Proprio in una di quelle occasioni Eran aveva avuto l’impressione che in quei luoghi inesplorati si celasse una flora unica rispetto al resto delle terre abitate, con decine di specie ancora da conoscere. Le attività dei taglialegna e degli utilizzatori di legname ruotavano tutte intorno al diffusissimo faggio, al pioppo e in parte al cipresso. La scoperta di legno dalle caratteristiche nuove, per resistenza, colore, facilità di lavorazione, peso o altro ancora, avrebbe davvero potuto rivoluzionare la vita dei villaggi. Eran, Nantor e Tynur arrivarono al cospetto dell’immensa zona boschiva che si allargava ai piedi delle montagne prima di mezzogiorno. Faceva molto caldo, ma quando si immersero nel fitto della foresta fu come se entrassero in un nuovo mondo, dal quale la luce era esclusa e dove regnavano umidità e una temperatura piacevolmente fresca. Nonostante fossero esperti taglialegna, tutti e tre esitarono prima di avanzare. «Di certo non è come il boschetto vicino a Mistar, né come le foreste a nord» commentò Tynur. «Penso che ci sia il serio pericolo di perderci, qui in mezzo. Dovremmo…» Eran estrasse un pugnale dalla sacca che portava con sé. «Incidete la corteccia degli alberi a cui passiamo accanto» suggerì. «Fate un segno visibile. Alla fine seguiremo il percorso a ritroso». «Non dilunghiamoci troppo, comunque» propose Nantor. «Qui l’oscurità cala molto presto e non sappiamo che cosa si nasconda tra gli alberi. La prossima volta potremo partire ancora prima e sfruttare al meglio le ore di luce». «Non penso si nascondano strane creature nella foresta» sorrise, beffardo, Eran. «A parte qualche fastidioso insetto, non vedo quale minaccia possiamo incontrare». «In ogni caso, non sarebbe saggio muoversi dopo il tramonto». Eran lo guardò non proprio amichevolmente. «Allora propongo di procedere» disse, affondando la lama del pugnale in un tronco alla sua


23 sinistra. Per la successiva ora, qualunque discorso venne meno. Gli unici commenti riguardarono gli alberi in cui si imbattevano, dapprima noti o simili a quelli che già conoscevano – ipotizzarono che si trattasse di varianti delle stesse specie, influenzate dalla differente natura del terreno – poi completamente nuovi via via che si spingevano nel cuore della foresta. Si imbatterono in piante dalle foglie simili ad aghi, o a stelle, in altre i cui frutti erano racchiusi in involucri appuntiti, in altre ancora dal fusto di legno bianco. Il terreno, ricoperto da centinaia di funghi diversi e da un letto di ramoscelli ed erbacce, accoglieva in ogni angolo cespugli pungenti o colmi di bacche colorate e strani fiori. Un’infinità di zanzare, mosche, api e altri insetti che i tre uomini non conoscevano rendeva faticoso il loro incedere, già inficiato dall’umidità e dalla temperatura, che erano aumentate. In un paio di occasioni si trovarono faccia a faccia con ragni dalle dimensioni inimmaginabili, appesi alle loro ragnatele tra un ramo e l’altro, e scorsero da lontano un serpente lungo almeno quanto due uomini avvinghiato a un tronco. «Vuoi dirmi che ti piacerebbe rimanere al buio assieme a quello?» chiese Nantor per provocare Eran e spezzare il silenzio e la fatica. Camminavano da più di un’ora, ma ritenevano di non essersi spostati di più di cinquecento piedi dal punto di partenza. La luce, già scarsa all’inizio, era ancor più fioca, ridotta ai pochi raggi di sole che riuscivano a farsi largo tra la fitta rete di rami e foglie che formava un tetto sulle teste degli uomini. «Fai silenzio, per favore» rispose Eran, scocciato. Tynur scambiò un’occhiata eloquente con Nantor. Eran stava toccando con mano la difficoltà di realizzare il suo progetto: non solo la distanza dal villaggio era molta, ma lavorare in quell’intrico sarebbe stato proibitivo. Senza considerare che le proprietà delle nuove varianti di legname potevano risultare di scarso interesse per falegnami, artigiani e costruttori. Tynur approfittò di un attimo di attesa di fronte a un albero sradicato che ostruiva il passaggio per bere dalla sua borraccia e rinfrescarsi il volto. Si sentiva sporco, appiccicoso e dolorante per le numerose punture di insetto. «Potremmo valutare di…» «Ho capito che volete andarvene!» sbottò Eran. «E andremo, ma la prossima volta tornerò da solo». «Volevo solo dire che potremmo tornare indietro ed entrare da un’altra


24 parte della foresta» specificò Tynur. Poi si accorse dell’espressione di Nantor. «Se non oggi, la prossima volta» aggiunse. «Eran, devi ammettere che…» cominciò Nantor. «Non ammetterò niente, non c’è nulla che… e quello che cos’è?» Gli altri due si voltarono verso la direzione in cui guardava Eran, oltre l’albero caduto. Compresero il suo stupore, perché da un groviglio di erbe selvatiche e rami emergeva un manufatto, l’ultima cosa che ci si sarebbe attesi di rinvenire in quel luogo. L’oggetto era immerso in parte nel terreno ed era avvolto nella vegetazione al punto da sembrarne parte, eppure la superficie appariva liscia, intatta, pulita, quasi dotata di luce propria. «Che cos’è?» domandò Tynur. «Sembrerebbe un vaso» rispose Eran, avvicinandosi per vedere meglio.


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VI

Lo stesso ostacolo che aveva convinto i tre uomini ad abbandonare la loro esplorazione e a tornare indietro non sembrava più insormontabile dopo la nuova scoperta. La curiosità e l’attrazione verso il mistero ardevano nei loro cuori e infusero nuovo vigore nei loro corpi. Con uno sforzo disumano, spinsero il tronco fino a farlo rotolare su un lato dell’ipotetico sentiero che stavano percorrendo. Per un attimo, temettero che sarebbe finito proprio sul vaso, distruggendolo. Ma non andò così. «Deve essere stato lasciato qui di recente» ipotizzò Nantor, inginocchiandosi di fronte al manufatto. Eran e Tynur si posizionarono ai due lati, gli occhi fissi sul vaso come fosse un’apparizione soprannaturale. «Non si spiegherebbe perché è così pulito, altrimenti, quando noi siamo ridotti in queste condizioni dopo pochi passi». «Io non credo» obiettò Eran. «La vegetazione lo ha quasi ricoperto e non sono piante gettate per nasconderlo, sono radicate nel terreno». «Dubito che qualcuno sia venuto di recente fino a qui, a parte noi sconsiderati» aggiunse Tynur, come se volesse intervenire per forza. «Potrebbe essere costruito con un materiale particolare e resistente» continuò Eran. «Vedi come brilla, nonostante la luce sia fioca?» «Non brilla, è come se emanasse un’energia» lo corresse Nantor. «Potrebbe essere opera degli scienziati del Regno di Elm?» ipotizzò Tynur. «Si dice abbiano conoscenze inferiori solo a quelle dei Creatori». «Non credo» lo smentì Eran. «Perché si troverebbe qui, altrimenti?» «Non è umano» disse Nantor a mezza voce. Nessuno dei tre aveva ancora distolto lo sguardo. «Sento come una forza che mi attrae». «Anche io» confermò Tynur, esaltato e spaventato insieme. «Sento l’irresistibile desiderio di toccarlo, ma nello stesso tempo mi fa paura. Ci sono leggende terribili sui Creatori del mondo e sulle punizioni per chi cerca di comprendere i loro segreti». «Siamo realisti» intervenne Eran. «Le storie sui Creatori vanno bene per i bambini e gli ignoranti. Siamo noi i Creatori. Gli individui intraprendenti hanno plasmato il mondo, come il grande Yhkor e lo


26 straordinario Mander. Io penso piuttosto che siamo di fronte a una scoperta importantissima. L’occasione che stavamo cercando». Indicò ripetutamente il vaso. «Volevamo legname nuovo, abbiamo trovato un materiale mille volte più promettente. È ovvio che questo vaso è qui da molto tempo, non abbiamo riconosciuto segni di passaggio umano arrivando qui e l’albero che abbiamo spostato non è certo caduto ieri. Di qualunque materia sia fatto, è estremamente resistente. Immaginate attrezzi, mobili, abitazioni, armature costruite nello stesso modo». «Non sappiamo chi lo ha fatto né come» gli fece notare Nantor. «Lo ha fatto di certo qualche artigiano dei tempi passati. Deve esserci una fonte di questo materiale da qualche parte qui, nella foresta, o sotto terra. Dobbiamo trovarla a qualunque costo. Sarebbe una svolta epocale». Gli occhi di Eran luccicavano ed erano persi nel vuoto, in preda a una profonda eccitazione. «Io non sono convinto» continuò Tynur. «Assomiglia a un segnale, un ammonimento». Eran si spazientì. «Ora basta» disse, avvicinandosi al vaso e cominciando a strappare le erbacce che lo infestavano. Le sue mani furono avvolte nel candore della luce che emanava. «Eran, non so se sia una buona idea» osservò Nantor, preoccupato e nello stesso tempo desideroso di toccarlo a sua volta. «Guarda» concluse Eran quando ebbe liberato il vaso. La sommità era chiusa da un coperchio dello stesso colore bianco del resto del manufatto, con una piccola impugnatura sferica nel centro. Eran la prese tra le dita e, davanti allo sguardo intimorito dei suoi compagni, la tirò verso l’alto. «Visto?» Uno schiocco intenso, una piccola esplosione, precedette un lampo di luce azzurra che si sprigionò dall’interno del vaso. Era una luce particolare, quasi corporea, ondeggiante come l’acqua ma leggera come l’aria. Si diffuse per un paio di metri di raggio, avvolgendo i tre uomini e facendoli cadere all’indietro per la paura, poi ritornò dentro al vaso, risucchiata da una forza invisibile. Eran, terrorizzato, colse l’attimo: si risollevò e richiuse con forza il coperchio, sebbene lo strano fenomeno fosse ormai terminato. Nessuno dei tre uomini parlò nei minuti successivi. Eran rimase a fissare il vaso, con il labbro inferiore che tremava leggermente. Nantor non si era ancora rialzato e giaceva supino contro il terreno umido, fissando il


27 soffitto creato dai rami intrecciati sopra di loro. Tynur si era raggomitolato in posizione fetale, stringendosi le braccia intorno al ventre, e piagnucolava ripetendo frasi insensate, lamenti, nei quali invocava i Creatori e sua madre e la sua famiglia. «Vi sentite bene?» chiese Eran alla fine. In qualche modo si sentiva responsabile: era stata sua l’idea di andare nella foresta, sua l’idea di aprire il vaso. «Vi ha… fatto male?» «Io sto bene» rispose Nantor, con voce piana, assente, fredda. «Ma andiamo a casa». «Sì. Si sta facendo decisamente buio» convenne Eran, avvicinandosi a Tynur per aiutarlo a rialzarsi. Quando tese il braccio per dargli un appiglio, la sua mano tremava vistosamente.


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VII

Il viaggio di ritorno fu dominato dal silenzio, rotto solo dagli occasionali borbottii di Tynur, che scuotendo la testa parlava tra sé e sé. Quando arrivarono a Mistar, si diedero appuntamento all’indomani e non ci fu bisogno di parole per convenire che il loro segreto avrebbe dovuto rimanere tale. Non avevano idea di quale forza avessero scatenato e delle conseguenze dell’esposizione alla misteriosa luce diffusa dal vaso. Il sole stava tramontando all’orizzonte quando Eran rincasò. Sua madre stava facendo bollire della verdura in una vecchia pentola e lo salutò senza fare domande, ma ricordandogli che la zuppa era quasi pronta. Eran si lavò velocemente con l’acqua prelevata dal pozzo dietro casa, quindi si sedette a tavola, pensieroso, in attesa della cena. «Penso che non forniremo nuovo legname al villaggio» disse. «Non vedo il problema, le cose vanno bene così come sono» commentò sua madre, portando un cucchiaio di legno alle labbra per assaggiare la zuppa. Mentre parlava, si era scordata di soffiare sul brodo per raffreddarlo e si ustionò le labbra. Istintivamente, fece uno scatto all’indietro, colpendo un’alta credenza su cui avevano riposto vasetti d’argilla con spezie, verdure essiccate e confetture, uno dei quali rotolò oltre il bordo. Eran vide tutto con nitidezza e reagì d’impulso. «Attenta!» gridò, vedendo il vasetto precipitare verso la testa della madre. Protese il braccio destro per accompagnare il suo avvertimento e in quell’istante percepì una scarica lungo il corpo, un brivido di freddo. Incredulo, osservò il vasetto che cambiava bruscamente direzione, come spinto da una forza invisibile, andando a infrangersi sul pavimento. «C’è mancato poco!» commentò sua madre, osservando i cocci. Non aveva seguito la caduta del vaso e non si era accorta dello strano fenomeno. «Poteva cadermi in testa. Che sbadata». Eran era a bocca aperta. Mentre la madre, ignara, tornava a mescolare le verdure, avvicinò la mano e se la osservò come se la vedesse per la prima volta e ne ignorasse la funzione. Gli risultava impossibile crederlo,


29 ma aveva avuto la sensazione di essere stato l’artefice dello spostamento improvviso del vaso. «Torno subito» comunicò alzandosi. «Lascia perdere, puliremo dopo cena» lo rassicurò la donna. Ma Eran era già sul retro della casa, dove avevano un piccolo cortile quadrato con al centro un pozzo. Si assicurò che non ci fosse nessuno nei pressi della recinzione in legno che delimitava il loro terreno: dalle abitazioni confinanti giungevano voci allegre di bambini che giocavano, ma le vie tra l’una e l’altra erano deserte. La sera stava calando e anche la poca luce residua giocava a suo favore. Eran cercò qualcosa che potesse servire al suo scopo e lo individuò in una cassetta di legno nella quale sua madre era solita trasportare le verdure che acquistava al mercato. Non senza un certo imbarazzo, allungò il braccio con la mano aperta e lo spostò bruscamente verso sinistra, come se volesse allontanare un insetto. Mentre si muoveva, fu attraversato dallo stesso brivido che lo aveva pervaso in cucina. Un secondo più tardi, la cassetta era rovesciata a terra, dopo un volo di almeno dieci piedi da dove si trovava. «È pronto!» gridò la madre di Eran.


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VIII

Il mattino seguente, di buon’ora, i tre uomini si ritrovarono lungo la via che conduceva fuori da Mistar, verso il boschetto nel quale stavano lavorando. Avevano abbattuto alcuni alberi nei giorni precedenti e dovevano segarne i tronchi e trasportarli nei magazzini del villaggio, ma lo stato d’animo che li pervadeva mal si confaceva a una giornata di duro lavoro. Il primo a parlare fu Tynur. «Siamo stati maledetti!» piagnucolò. Sudava copiosamente nonostante l’aria fresca e aveva occhi strabuzzati su un volto distrutto dalla stanchezza di una probabile notte insonne. «Quel vaso, quella luce, io... dovevamo lasciar perdere, non era per noi». «Che cosa intendi?» chiese Eran, corrugando la fronte. Accanto a lui, Nantor appariva altrettanto incuriosito, ma mostrava anche un’ombra dello stesso timore di Tynur. «Vedo nella testa delle persone» confessò Tynur. Sembrava si fosse reso colpevole del peggior crimine della storia. «Sento i pensieri come se fossero pronunciati a voce. Ieri sera credevo di impazzire, non distinguevo ciò che mia moglie e mia figlia dicevano da ciò che semplicemente pensavano. È… è qualcosa di ingiusto, sbagliato, mostruoso». Eran si fece cupo in volto. «Quel vaso è davvero un manufatto che non appartiene a questo mondo» sancì. «Non so come e perché, ma ci ha trasmesso qualcosa, una forza, un’energia. Io posso muovere gli oggetti a distanza, mi basta agitare una mano». «Io emetto calore» rivelò Nantor. «Sentivo uno strano prurito e mi sono sfregato le mani, quando all’improvviso ho sentito tutto il braccio attraversato da una scossa, sembrava mi scorresse del fuoco sotto la pelle. Il palmo della mano è diventato bollente e ho temuto... insomma, ho temuto di morire bruciato vivo, una punizione oscura per la nostra impudenza. Poi mi sono concentrato ed è passato tutto». «Possiamo controllarlo» confermò Eran. «Possiamo decidere se e quando usarlo».


31 «Sì. Più tardi ho preso tra le mani una tazza piena d’acqua, ho pensato di scaldarla e il calore è tornato. In pochi secondi ho visto l’acqua bollire. Poi ero esausto». «È una maledizione» ripeté Tynur. «Siamo maledetti per sempre». «Non è una maledizione» ribatté Eran, esaltato. «È un potere!» «Un potere che deriva da una sorgente ignota e misteriosa» specificò Nantor. «Non sappiamo quali sviluppi potrà avere in futuro. Se si intensificherà, o peggiorerà, conducendoci all’autodistruzione». «Io la vedo come un’opportunità, un privilegio. Perché proprio noi? Siamo stati scelti da qualcuno, capite? Dobbiamo accettare questo destino e comprendere perché è stato riservato a noi». «Io non voglio più avere a che fare con quel vaso» dichiarò Tynur. «Invece è proprio lì che dobbiamo tornare» annunciò Eran. «Dobbiamo rifarlo, aprirlo di nuovo, vedere che cosa ci trasmetterà questa volta. Ammesso che ci sia ancora e che non sia svanito nel nulla dopo aver portato a termine ciò per cui era stato costruito». «No» confermò Tynur. «Io non lo farò». «D’accordo, non lo farai, ma non potrai neanche impedirlo a noi. Tu, Nantor?» «Io non sono sicuro che sia una buona idea. Abbiamo a che fare con fenomeni più grandi di noi. Dovremmo prima aspettare e vedere come evolveranno in futuro». Eran sospirò. «Voi avete paura. Non volete fare il salto, non volete cambiare le cose. Molto bene». Si incamminò a passo spedito, mento in fuori. «Dove stai andando?» chiese Tynur, preoccupato. «Al lavoro» rispose Eran senza voltarsi. «Volete lasciar perdere, allora torniamo alla nostra vita monotona». Tynur sembrò più rilassato e si avviò a sua volta. Nantor rimase fermo per qualche altro secondo, pensieroso, sfregandosi le mani e osservando Eran.


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IX

Nei due giorni successivi, nessuno parlò più del vaso, né dei poteri che da esso erano derivati. I rapporti tra i tre uomini si erano però fatti molto tesi e lunghi silenzi avevano preso il posto delle chiacchiere e delle risate che solitamente animavano la loro attività. L’unico che cercava di portare il buonumore era Tynur, che di tanto in tanto cercava di iniziare una discussione, ma con scarsi risultati. Eran rimaneva per lo più in disparte, lavorando a testa bassa e salutando appena quando si incontravano al mattino e quando si lasciavano alla sera. Nantor manteneva un atteggiamento di osservazione, mostrandosi tranquillo, ma cercando di scoprire se il suo amico avesse davvero abbandonato qualunque progetto riguardante il vaso. La prova che così non fosse gli si presentò al mattino del terzo giorno dopo la loro scoperta, quando, mentre lui e Tynur aspettavano sulla strada, scorsero Eran che li raggiungeva provenendo da fuori Mistar. «Sei tornato là?» gli chiese Nantor, non riuscendo a trattenersi. «Sì, come ho fatto ieri e l’altro ieri» confermò Eran, con atteggiamento di sfida. «Non vi ho coinvolto, avete visto? Volete starne fuori, ma io sono libero di prendere le mie decisioni». «Che cosa pensi di ottenere?» «Una vita migliore. Lo volete capire? Ogni volta che si apre il vaso e che si viene colpiti dalla luce si aggiungono nuove capacità. Negli ultimi due giorni ho lavorato senza fatica: riesco a spostare un tronco anche da solo, potrei sradicare un albero a mani nude. Ieri mi sono accorto di poter correre veloce come il vento, non ci crederete ma sono partito meno di due ore fa per andare al vaso e sono già di ritorno. E chissà quali altre facoltà scoprirò domani. Perché non volete aprire gli occhi? È un’occasione che non si ripeterà». «Dovremmo condividere la nostra scoperta, allora» propose Tynur. «Mai. Non è una cosa per tutti» obiettò Eran. «E chi ti dice che sia per noi?» «Il fatto che l’abbiamo trovata. In mezzo a una foresta immensa, siamo


33 capitati proprio nel punto esatto in cui si trovava il vaso. Ci ha chiamato». «Non penso che ci abbia chiamato» intervenne Nantor. «Ma penso anche che non si dovrebbe coinvolgere la comunità. Un villaggio di persone con queste capacità sarebbe sempre a rischio di scontri e disordini: il potere porta avidità e l’avidità non si concilia con la vita comunitaria». «Ottimo il tuo atteggiamento, tipico di chi non sa prendere una posizione chiara» lo sbeffeggiò Eran. «Una posizione ce l’ho» lo smentì Nantor. «Penso che tu possa continuare ad andare a quel maledetto vaso, ma tieni segreti i tuoi poteri. Usali per il tuo lavoro, ma non per interesse personale. Non metterli in mostra, o genererai il caos. Ma penso anche che tu debba stare attento: sei cambiato molto, in questi giorni. Quel vaso ti sta dando qualcosa, ma ti sta togliendo molto di più». «Se hai finito, possiamo andare al lavoro» commentò Eran.


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X

Quella sera, dopo cena, Nantor comunicò a sua moglie e ai suoi figli che si sarebbe assentato per qualche minuto, perché aveva un incontro con i suoi colleghi per discutere di lavoro. Uscì di casa con il sorriso sulle labbra e sforzandosi di apparire sereno, ma non appena richiuse la porta alle sue spalle ricadde nello stato di ansia e sospetto che aveva faticosamente tenuto a bada sin dal mattino. Non sapeva che cosa stesse cercando di preciso, ma aveva scorto una luce particolare negli occhi di Eran e doveva verificare i propri sospetti. Il suo amico era sempre stato il più ambizioso, ma nell’ultimo periodo la tendenza a voler emergere si era accentuata. La fortuita scoperta del vaso e il potere di cui esso era custode rischiavano di accelerare un processo degenerativo che non avrebbe fatto bene a nessuno, né a Eran, né ai suoi colleghi taglialegna, né all’intera comunità di Mistar. Mentre percorreva le vie del villaggio, animate nonostante nelle ore serali la gente preferisse rimanere nelle proprie abitazioni – c’erano mercanti che partivano o tornavano da altri villaggi, contadini che rincasavano dopo le ultime ore di lavoro nei campi, famiglie che passeggiavano approfittando della temperatura gradevole – decise che avrebbe dovuto affrontare Eran direttamente. Camminò fino alla zona meridionale di Mistar e bussò alla porta di una modesta casetta. Un attimo più tardi, la madre di Eran comparve sull’uscio. «Buonasera» salutò con un gioviale sorriso. Le famiglie dei tre taglialegna erano sempre state in ottimi rapporti. «Vi chiedo perdono se vi ho disturbata, signora» cominciò Nantor. «Avrei bisogno di parlare con vostro figlio». «Eran non è in casa, sono spiacente. È andato al ritrovo in memoria di Mander». «Vi ringrazio molto». Nantor si voltò per tornare sui suoi passi. «C’è qualche problema?» chiese la donna. «Lo trovo strano, negli ultimi giorni». «Nessun problema, signora. Sta cominciando il Caldo e il lavoro si fa più


35 pesante». «Comprendo». La signora parve tranquillizzata e rimase sulla soglia con le braccia conserte. «Gradite qualcosa da bere?». «Mi fermerei volentieri, ma mia moglie mi aspetta per cena» mentì Nantor. «Organizzeremo qualcosa, un giorno» aggiunse, ripetendo una promessa che aveva fatto innumerevoli volte, senza mai poterla mantenere. Soprattutto in quel momento, aveva la sensazione che i tempi sereni con Eran e Tynur fossero giunti al termine. Riprese il cammino, cercando di ricordare dove si tenessero le riunioni tra i seguaci di Mander. Da parte sua, pur essendo al corrente delle leggende che riguardavano quell’uomo speciale, come di altri che erano giunti prima e dopo di lui, Nantor non capiva perché si dovesse adorarli. Considerarli come un modello poteva avere un senso, ma trasformarli in entità soprannaturali e sviluppare filosofie o regole di vita a partire dalle loro azioni andava oltre. In molti casi, però, quelle usanze aiutavano le persone a vivere meglio e non infastidivano gli altri, quindi Nantor le accettava, pur senza condividerle. Quelle riflessioni stimolarono la sua mente a ricordare il particolare che cercava. Si diresse verso est, dove, in una zona dominata da botteghe di artigiani produttori di mobili e di abiti, si trovava una piccola piazza con file ordinate di panche di legno, che gli abitanti utilizzavano per comunicazioni di interesse pubblico. Di tanto in tanto quello spazio era teatro delle esibizioni di artisti improvvisati, che deliziavano sparute folle con la musica dei loro strumenti, o le divertivano con brevi recite. Infine, occasionalmente alcuni adepti della dottrina di Mander – i pochi che vivevano in maniera attiva l’ideologia in cui dicevano di credere – si ritrovavano in quel luogo per condividere le rispettive opinioni, chiarire i dubbi, elaborare il messaggio del loro simbolo spirituale. Nantor arrivò alla piazzetta rimanendo a ridosso delle abitazioni e celandosi nel buio della sera. Vide un nutrito gruppo di persone, almeno cinquanta, sedute sulle panche in ascolto di un uomo che parlava e compiva ampi gesti con le mani. Si avvicinò a piccoli passi, per sentire ciò che stava dicendo, e si sedette in uno dei pochi posti ancora liberi. Vagò con lo sguardo e individuò Eran, seduto in una delle prime file. «… perché in questo modo potremo assicurare la sopravvivenza di un messaggio, di un modello di vita, che rischia altrimenti di andare smarrito col trascorrere dei secoli» stava dicendo l’uomo davanti alla folla. «Difficilmente noi e i nostri posteri saremo tanto fortunati da


36 assistere ancora alle gesta di persone come Mander, pertanto non possiamo affidarci alla semplice trasmissione orale per…» Nantor lasciò che la voce si spostasse al di sotto del proprio livello di attenzione e si concentrò su Eran. Non voleva essere scoperto, o avrebbe avuto seri problemi a giustificare la sua presenza a quel ritrovo, ma allo stesso tempo voleva verificare ogni atteggiamento dell’amico. Qualche minuto dopo, la sua attesa venne ripagata. Il discorso dell’oratore era giunto al termine, salutato da convinti applausi, ed Eran ne approfittò per alzarsi. Nantor pensò che stesse abbandonando l’assemblea, ma in realtà l’amico si fece strada tra i presenti e si portò davanti alla folla. Attese con pazienza che gli applausi si spegnessero e che tornasse l’attenzione. Aveva un’espressione seria e decisa, ma traspariva anche una certa agitazione. «Vi ruberò solo poco tempo, questa sera» esordì. Nantor si era nascosto il più possibile, abbassando il capo e spostandosi in modo da essere coperto dalle spalle dell’uomo che sedeva davanti a lui. Si stupì nel constatare quanto fosse ferma la voce del suo collega, pur dovendo parlare di fronte a una simile assemblea. «Grandi cambiamenti ci attendono» annunciò Eran. Con una misurata pausa di silenzio lasciò che la sua frase avesse effetto. «Me lo ha anticipato Mander stesso, mostrandosi in sogno e dandomi una anticipazione di quello che ci attende nell’immediato futuro. Ora voi mi prenderete per pazzo, ma avrete conferma delle mie parole. «Il domani che ci attende è roseo. Gli insegnamenti di Mander attireranno sempre più persone. Noi diventeremo numerosi e forti, la nostra fede diventerà la fede di tutti. Saremo organizzati e avremo strutture e persone per la diffusione del nostro messaggio, il che è fondamentale, come sottolineava poco fa Marmen. L’intera comunità di Mistar sarà una comunità votata a Mander e serenità, giustizia e collaborazione continueranno ad animarla come e ancor più che nel presente». Nella folla calò un silenzio profondo. I presenti si trattenevano con difficoltà dal guardarsi l’un l’altro per interrogarsi sui vaneggiamenti di Eran. Nelle ultime file, Nantor era il solo a sapere che l’amico non era impazzito. Nella sua mente cominciò a prendere forma quella che era stata solo un’immagine dai bordi sfocati. Si chiese come avesse fatto a non cogliere il collegamento prima. «E come pensi che otterremo questi risultati?» chiese finalmente


37 qualcuno. «Non lo so» rispose Eran. «Mander comunica in modo enigmatico. Mi ha mostrato delle immagini. Immagini felici». «Mander non ha mai comunicato direttamente con nessuno dopo la sua morte» fece notare un giovane dalla prima fila. «Non è un’entità soprannaturale, non è uno spirito. Noi onoriamo il ricordo della sua persona, cerchiamo di replicare il suo stile di vita». «Non ho tutte le risposte che cercate» continuò Eran. «Ma, come vi ho detto, prevedo grandi cambiamenti. E sul fatto che Mander non possa andare oltre i limiti della nostra natura umana, vi ricordo quanto si dice sulle sue capacità straordinarie. Lo stesso potere può avergli permesso di raggiungermi in sogno e di utilizzarmi come messaggero». Nella folla si levò un mormorio. Molti si alzarono, scuotendo la testa e allontanandosi. «Attento, Eran!» gridò un anziano signore, puntandogli contro un dito. «Attento a quello che dici, attento a come ti poni!». Altri, sorridendo beffardamente in direzione di Eran, sottolinearono l’assurdità delle sue affermazioni. L’assemblea era stata sciolta spontaneamente. Eran non si mosse. Non aggiunse altro, ma osservò tutti con disprezzo. Sostenne lo sguardo di chi lo sfidava, di chi lo derideva, di chi lo minacciava. L’accenno di un sorriso incurvò le sue labbra. Sollevò il braccio destro, fissando le panche di legno lasciate libere davanti a lui. Ma appena prima di agitare la mano, parve trattenersi con un grande sforzo e rimandare il suo proposito. La rabbia era grande, ma il progetto che aveva partorito prevedeva tempi lunghi e immense difficoltà. L’impulsività non l’avrebbe condotto da nessuna parte. A poca distanza, mescolato tra la folla che si allontanava dalla piazzetta, Nantor aveva osservato tutta la scena. Aveva intuito quello che Eran si era apprestato a fare, ma soprattutto gli era abbastanza chiaro ciò che aveva in mente per i giorni a venire. La situazione era degenerata in tempi rapidissimi. La sua reazione doveva essere immediata, perché aveva il terribile sospetto che ne dipendesse la sopravvivenza del villaggio stesso.


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XI

Il mattino seguente, Nantor si alzò prima del solito. Aveva faticato a chiudere occhio per tutta la notte, tra il timore per l’atteggiamento di Eran e l’ansia di dover escogitare un piano di contenimento. La prima fase consisteva sicuramente nel mettere Tynur al corrente dei suoi sospetti: Nantor era stato sul punto di correre a casa del collega la sera precedente, ma aveva desistito per non allarmare più del dovuto lui e la sua famiglia. Dopo aver indossato l’abito da lavoro, uscì e camminò a passo spedito verso la casa di Tynur, non molto distante dalla sua. Bussò vigorosamente alla porta e non passarono che pochi istanti prima che l’amico si affacciasse, con gli occhi ancora assonnati, ma già vestito e pronto a uscire. «Che succede?» chiese, spaventato anche più del necessario. «Scusa, non volevo disturbarti» disse Nantor. «Ma devo parlarti prima che incontriamo Eran». «Che cosa ha fatto ancora?» Tynur sembrava di nuovo vittima del terrore quasi infantile di qualche giorno prima, dopo l’episodio del vaso. «Entra pure». «No, restiamo qui. Non voglio che tua moglie senta, non ancora. Ieri sera ho seguito Eran a una riunione della gente di Mander. Non mi convinceva il suo atteggiamento, anzi mi spaventava l’ostinazione che sta mostrando verso il vaso e i nuovi poteri. Lo conosci anche tu, deve avere uno scopo ben preciso, ne ha uno per ogni cosa che fa». «Sì, ma qui si tratta di…» «All’assemblea Eran ha preso la parola. Ha detto di aver ricevuto in sogno Mander, di aver assistito a profezie sul futuro del villaggio. Sosteneva che Mander stesso lo avesse informato dei grandi cambiamenti che si realizzeranno». «Miseria!» piagnucolò Tynur. «Vuoi dire che la luce del vaso ci farà impazzire? Lui è stato quello più esposto, forse noi subiremo meno gli effetti, anche perché sono già trascorsi alcuni giorni e…»


39 «Calmati!» gli disse Nantor, prendendolo con entrambe le braccia. «Eran non è matto, non è mai stato più lucido di adesso. È furbo e calcolatore. Ma ha messo la sua intelligenza e la sua apertura al cambiamento al servizio dell’avidità». «Che cosa intendi?» «Anche io non capivo all’inizio, ma ieri sera è diventato tutto chiaro. Ovvio. Per quale motivo viene ricordato Mander?» Tynur si portò una mano alla bocca e cominciò a mordicchiarsi le unghie. «Io non me ne intendo. Non ho mai seguito queste leggende, so solo… solo che faceva delle cose straordinarie, che le usava per aiutare la gente». «Esatto» confermò Nantor. «Ma si tratta di leggende, come dici tu. Sono passati tantissimi anni e nessuno ha esperienza diretta di quegli avvenimenti. Eppure Mander ha lasciato un segno così profondo da essere ricordato ancora oggi. Ora, prova a pensare se arrivasse qualcuno in grado di compiere le stesse azioni». «Io non credo a queste…» «A che numero sto pensando?» chiese Nantor, interrompendo l’amico. Tynur strinse appena gli occhi. «Duemilaquattrocentotrentotto? Perché?» «Hai appena dimostrato una facoltà straordinaria. Mi stai leggendo nella mente». Tynur comprese. Strabuzzò gli occhi e rimase a bocca aperta. «Tu… vuoi dire che Eran userà… sfrutterà questa cosa del vaso per essere il nuovo Mander?» «Qualcosa del genere» confermò finalmente Nantor. «Non ho idea di come agirà, ma ho capito per certo che metterà in mostra i propri poteri per trarne vantaggio. Conoscendolo, non li asservirà al bene della comunità, o almeno non a Mistar nella sua interezza. È fortemente devoto a Mander e in più di un’occasione ha mostrato disappunto verso chi non la pensa allo stesso modo, noi compresi». «E che cosa dovremmo fare?» domandò Tynur. «Fermarlo. Non chiedermi come, ma dobbiamo agire. Dobbiamo tornare al vaso». «No, ti prego. Ha già fatto abbastanza danni. Non potremmo parlargli, prima? Cercare di farlo ragionare?» «No, non deve sapere niente. Dobbiamo comportarci normalmente». «Perché? In fondo abbiamo anche noi dei poteri, potremmo dimostrare


40 che non è l’unico, potremmo addirittura mostrare a tutti il vaso». «Non se ne parla, te l’ho già detto questa mattina. Per il tuo bene, non farlo». Nantor si spaventò delle sue stesse parole, perché non le trovava esagerate. «Siamo già a questo punto?» Tynur era sconsolato. «Purtroppo temo di sì». Ripensò all’espressione di Eran la sera prima, quando stava per rovesciare le panche col suo nuovo potere. «Ora andiamo, o si insospettirà». «Pensi che avesse trovato il vaso anche lui?» chiese Tynur pochi minuti dopo, mentre si recavano al punto di ritrovo mattutino. «Mander, intendo». «Ne sono certo» rispose Nantor. «Stiamo parlando di un inganno vero e proprio. Per lo meno Mander non fece del male a nessuno, ma i suoi seguaci non prenderebbero bene la scoperta che tutto derivò da un misterioso manufatto che chiunque avrebbe potuto trovare». «Il vaso, allora, è davvero soprannaturale». «Questa è l’unica certezza, ma anche l’unico mistero, l’unico elemento inspiegabile. Comunque non è detto che l’uomo debba dare un senso a ogni cosa». «Silenzio, sta arrivando» lo avvisò Tynur. Eran li stava raggiungendo. Proveniva ancora dalla direzione sbagliata della strada, da fuori Mistar. Nantor si sentì stringere lo stomaco e capì che il tempo a loro disposizione era sempre meno.


41

XII

L’idea di coinvolgere i propri figli non piaceva a Nantor, ma si rendeva anche conto di non avere alternative. Raven e Anilur erano persone di cui si sarebbe sempre potuto fidare. Avrebbe potuto metterli al corrente della storia del vaso senza correre il rischio che andassero a rivelarla agli altri abitanti di Mistar, dando origine a una esplosione di follia generale che avrebbe distrutto il villaggio. Era poi certo che i due ragazzi avrebbero portato avanti i suoi progetti, nel caso gli fosse accaduto qualcosa, eventualità che gli appariva tanto esagerata quanto spaventosamente possibile. Il giorno successivo era quello del riposo settimanale. Nantor decise di approfittare dell’occasione per avventurarsi nella foresta di notte, evitando così di incrociare Eran. Aveva varie idee su cosa fare una volta al cospetto del vaso, ma non poteva darne per scontata nessuna, poiché non conosceva tutti i segreti di quel misterioso manufatto. La soluzione definitiva sarebbe stata distruggerlo, tuttavia non pensava che si potesse farlo con facilità. Appena dopo cena, Nantor radunò i suoi figli. Disse loro che aveva bisogno di aiuto, di persone leali e coraggiose quali si erano già dimostrati nonostante la giovane età. Chiese loro la massima segretezza e la pazienza di attendere il momento opportuno perché potesse metterli al corrente del motivo dell’operazione che si apprestavano a compiere. Infine li invitò a recuperare delle lanterne e a portare dell’olio di ricambio per tenerle accese, perché si sarebbero inoltrati nel fitto della foresta in piena notte. Da parte sua, Nantor si procurò dei pugnali, una piccola falce e un infuso di erbe che sua madre gli aveva insegnato a preparare e sfruttare per curare graffi e ferite lievi. Prima di partire, salutò sua moglie Nimmen, visibilmente preoccupata. «Saremo di ritorno il prima possibile» la tranquillizzò. «È una cosa che dobbiamo fare, per il bene di tutti». Il sole era appena scomparso dietro l’orizzonte quando si incamminarono. La prima tappa era a casa di Tynur. Nantor fu accolto da


42 sua moglie e declinò il suo invito a entrare, dicendole che aveva bisogno di parlare con urgenza all’amico. Tynur comparve alle spalle della donna con occhi spenti. «Che cosa c’è?» chiese, mesto. «Non so se…» tentennò Nantor, guardando la moglie dell’amico. «Puoi lasciarci soli?» le chiese Tynur. La guardò allontanarsi spaventata. «Vieni con noi» riprese Nantor quando furono soli. «Saremo di ritorno prima dell’alba. Dobbiamo fare qualcosa». «Non verrò» sancì Tynur. «Non mi avvicinerò a quella foresta neanche se mi minacciassero. Non voglio mettere a repentaglio la mia vita. Mi stupisco di come tu lo faccia con tanta leggerezza, coinvolgendo anche i tuoi figli». «La tua vita può non essere in pericolo, ma quale futuro pensi che avrà Mistar se Eran si comporterà come pensiamo?» «Stiamo parlando di nostre supposizioni» osservò Tynur. «E resto dell’idea che sia necessario parlarne apertamente con lui, prima. Alla fine riusciremo a farlo ragionare, è sempre stato una brava persona». «Parlare non ci porterà da nessuna parte. Rischieremmo solo di farlo innervosire. E purtroppo devo smentirti: Eran non è mai stato una brava persona. Era una persona che si controllava, ma la cui cattiveria era pronta a esplodere, appena sotto la superficie». «Non verrò» ripeté Tynur. «Ne prendo atto. Noi andremo e cercheremo di fare quello che è giusto. Io amo Mistar, amo la sua storia, amo la sua organizzazione». «Più della tua vita e di quella dei tuoi figli?» Nantor non esitò. «Una vita in un futuro ingiusto vale meno della morte trovata perseguendo la giustizia. Noi andiamo. Tu non commettere assurdità». Tynur lo guardò con atteggiamento di sfida, mordendosi il labbro inferiore. Poi sbatté la porta in faccia all’amico.


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XIII

«Nella foresta c’è un vaso» spiegò Nantor ai figli prima che si addentrassero tra gli alberi. La temperatura era fresca, abbastanza da essere quasi fastidiosa per chi era abituato al tepore primaverile del giorno. L’oscurità era totale, spezzata solo dal bagliore argenteo della luna e delle stelle e dalla fiammella nelle lanterne dei due ragazzi. Dalla foresta provenivano versi sconosciuti che incutevano timore anche a Nantor. «Un vaso speciale». «È per questo che siamo venuti di notte?» domandò Raven, il più giovane. «No, siamo venuti di notte per non incontrare Eran». «Il tuo amico?» chiese Anilur. «Proprio lui» confermò Nantor, trovando quella definizione superata. «L’altro giorno eravamo qui con lui e Tynur e abbiamo scoperto questo vaso. È un vaso speciale, vi dicevo. Magico. È in grado di donare a chi lo apre grandi poteri. Guardate». Nantor raccolse alcuni rametti secchi da terra e li strinse in una mano. Chiuse gli occhi e qualche istante dopo un filo di fumo si fece largo tra le sue dita. Un altro attimo e comparvero le prime fiamme. Sotto ai volti esterrefatti dei figli, lasciò cadere i rametti che andavano a fuoco. «Non è una cosa buona» anticipò Nantor. «È un potere grande e sconosciuto che può sopraffare chi ne è portatore. Io lo considero una condanna, eppure mi vedo costretto a rendervene partecipi. Mi fido di voi e so che non ne abuserete, ma che cercherete con me di fermare chi ha intenzione di trarne un vantaggio personale». «Parli di Eran?» suppose Anilur. «Proprio di lui, sì. Dopo aver scoperto le potenzialità del vaso ne è diventato presto schiavo. Si reca qui ogni giorno per accrescere il suo potere e ha dato segnali di volerlo usare per stravolgere la vita della comunità di Mistar. Io voglio fermarlo, a qualunque costo. Vorrei provare a distruggere il vaso, se è possibile. Ma prima ho bisogno che anche voi ne entriate in contatto».


44 «Per quale motivo? Se è così pericoloso, perché dobbiamo?» «Io… non ne sono ancora sicuro» esitò Nantor, cercando di scacciare il pensiero che voleva insinuarsi nella sua mente. «Ma immagino che lo capiremo, che lo capirete, a tempo debito. Ora andiamo». Illuminando l’ambiente davanti a loro con le lanterne, cercarono di ricostruire il percorso compiuto da Nantor e dai suoi colleghi. Bastò seguire i segni che avevano intagliato sulla corteccia degli alberi, anche se in più di un’occasione rischiarono di perdersi. Alla fine, Nantor riconobbe l’albero sradicato che avevano spostato per accedere al vaso. Poco oltre, ben visibile e illuminato dalla sua innaturale luce intrinseca, lo straordinario manufatto emergeva dal terreno. «Avviciniamoci» esortò Nantor. «Fate attenzione e… chiudete gli occhi quando solleverò il coperchio». Raven e Anilur annuirono e lo seguirono. Osservavano il vaso con riverenza, come se fosse l’oggetto più affascinante che avessero mai visto. Nantor si accorse del loro atteggiamento e riscoprì in se stesso la medesima attrazione morbosa. Trovò ancora una volta conferma alla sua convinzione che il vaso fosse tanto potente quanto pericoloso per chiunque vi si imbattesse. I segni delle frequenti visite di Eran erano evidenti. Le sterpaglie intorno al vaso erano state rimosse e il rettangolo di terreno su cui poggiava assomigliava a un altare sacro nel cuore della foresta. Nantor non esitò più del necessario e si portò a ridosso del vaso. Ne percepì l’energia mentre allungava la mano per sollevarne il coperchio e appena prima si chiese se il contatto diretto con quel materiale sconosciuto lo avrebbe reso succube, come era accaduto a Eran. Ma ormai era tardi per pensarci. Un lampo di luce blu stava già avvolgendo lui e i suoi figli.


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XIV

Quella sera Tynur non aveva seguito Nantor, ma non sarebbe riuscito a rimanere in casa ignorando quanto stava accadendo. La sua vita, umile e ripetitiva, ma dominata dalla serenità e dalla compagnia di una splendida famiglia e di buoni amici, nel giro di pochi giorni era sprofondata in un baratro che sembrava senza fondo. Tynur era convinto che non ci fossero possibilità di ripristinarla, ma non voleva darsi per vinto e aveva intenzione di provare almeno a interromperne il declino. Non aveva più nulla da perdere. Disse a sua moglie che sarebbe rincasato presto, ignorando le sue richieste di informazioni su quello di cui aveva parlato con Nantor. Tynur le rispose semplicemente che era un periodo difficile al lavoro, ma che presto avrebbero trovato una soluzione. Aggiunse che stava appunto andando da Eran per parlarne. Quando richiuse la porta, imboccando la strada che lo avrebbe condotto quasi davanti alla casa dell’amico, nella sua mente riecheggiavano i pensieri della moglie, che aveva creduto alle sue parole, ma si domandava quanto fosse grave la situazione. Si sentiva in colpa a usare il suo potere con lei, ma in fondo era per il suo bene. Arrivò all’abitazione di Eran senza nemmeno rendersene conto, tante erano la confusione e la tensione che provava. Una parte di lui si rifiutava di credere al tragico disegno dipinto da Nantor, eppure sperimentava un certo timore all’idea di doversi confrontare direttamente con Eran. In ogni caso, quell’appuntamento non era più procrastinabile, per il bene di tutti. Bussò alla porta aspettandosi di incontrare la madre dell’amico. In realtà, Eran stesso si affacciò. Aveva il volto stanco, gli occhi appesantiti di chi non avesse dormito a sufficienza, e non mostrò alcuna meraviglia alla vista di Tynur. «Buonasera». «Spero che la diventi» rispose Tynur, andando all’attacco. «La situazione ci sta scappando di mano. Ti sta scappando di mano. Dobbiamo chiudere la questione, perché questo maledetto vaso ci sta


46 rovinando la vita». «Ne abbiamo già parlato a sufficienza» ribatté Eran, ostentando sicurezza e calma. «Io rispetto la vostra decisione, voi rispettate la mia». «Dimmi quali sono i tuoi progetti! Parliamoci chiaro: Nantor ti ha sentito all’assemblea su Mander. Ha tratto delle conclusioni che io trovo esagerate, ma aiutami a convincermene». Eran sorrise. «Mi ha seguito? Mi ha spiato?» Scosse la testa. «Che cosa pensate di fare, fermarmi?» «Fermarti dal fare cosa?» si insospettì Tynur, mentre sentiva la paura crescere dentro di sé. Non riconosceva più l’amico di una vita. Si concentrò in quel suo modo nuovo e particolare e cercò di penetrare la mente di Eran, recuperando da solo l’informazione che cercava, ma scoprì di non riuscire a vedere nulla. «Lasciami in pace, Tynur» sorrise Eran. «Non funziona, se chi hai davanti si oppone. Avvisa anche Nantor: prendete le vostre famiglie e andatevene da Mistar, se non volete avere a che fare con questa storia. Altrimenti, accettate il cambiamento che finalmente si sta realizzando e che porterà la nostra comunità a un livello evolutivo superiore. Le basi sono gettate, non si può tornare indietro. Non lo permetterò». «Tu sei un folle!» lo accusò Tynur, incredulo. «Non lo avrei mai pensato, ma il potere ti ha dato alla testa. Peccato che non otterrai niente, quando dimostrerò che non hai nulla di unico e speciale. Quando mostrerò al popolo da dove derivano le tue capacità e come fare per ottenerle». «Non vaneggiare, Tynur. Sai perfettamente che non lo farai. Che non devi farlo». Eran era furioso, una maschera di odio. «È una minaccia? Come pensi di fermarmi?» «Così» rispose Eran, stringendo leggermente gli occhi. Tynur ebbe appena il tempo di formulare l’ultimo pensiero: fu meraviglia, nel constatare fino a che punto fosse arrivato l’amico. Poi sentì una pressione fortissima dentro la testa, come se qualcuno stesse spingendo contro le pareti interne del cranio. Un secondo più tardi il suo corpo giaceva a terra, decapitato, in un lago di sangue e brandelli di pelle, ossa e cervello. Eran verificò che non vi fossero testimoni, quindi mosse rapidamente le mani e fece levitare il corpo di Tynur, prima di scagliarlo in lontananza, verso altre case. Osservò il terreno imbrattato, quindi chiuse gli occhi: un mulinello di polvere si sollevò davanti a lui, spargendo il sangue e i resti


47 di Tynur e mescolandoli con la terra. «Va tutto bene, Eran?» gridò sua madre dall’interno. «Chi è?» «Nessuno» rispose lui, richiudendo la porta. «Ragazzini in vena di scherzi».


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XV

«State bene?» chiese Nantor ai suoi figli. Erano stati avvisati di ciò a cui avrebbero assistito e, a differenza del padre e dei suoi colleghi, non avevano battuto ciglio. A occhi chiusi, avevano percepito l’innaturale lampo blu che li attraversava come una lama inconsistente, un’increspatura dell’aria, rimanendo eretti e immobili. «Non ho sentito niente» spiegò Raven. «È così» confermò Nantor. «È solo luce, ma è in grado di trasmettere un immenso potere. Eppure…» esitò, osservando il coperchio che aveva da poco richiuso. «La volta scorsa è stato molto più intenso». «Forse si deve riempire» ipotizzò Anilur, analizzandosi minuziosamente i palmi delle mani alla luce delle lanterne e tastandosi il ventre e la schiena alla ricerca di qualcosa di anomalo. «Tra una esplosione e l’altra deve passare un certo tempo, come quando rovesci una caraffa d’acqua e poi la riempi di nuovo». «Non è da escludere. Chissà quanti segreti nasconde questo terribile oggetto». «Dobbiamo tornare, adesso?» domandò Raven, che era il meno eccitato dei due ragazzi. Non spaventato, ma nemmeno del tutto a proprio agio. «Quasi. Prima dobbiamo fare in modo che Eran non possa più sfruttarlo. Aiutatemi a prendere quello». Nantor si avvicinò a un grosso ramo che giaceva sul terreno. Con l’aiuto dei figli, che lavorarono di falce, lo liberò dall’intrico di erbe che lo ancoravano al suolo e lo sollevò con fatica. Era estremamente pesante e avrebbe fatto al caso loro. «Non so che cosa potrebbe accadere, quindi fatevi da parte. Dietro a quei cespugli». Nantor attese che i figli fossero al riparo, quindi alzò il ramo sopra la testa e lo calò con tutta la forza che aveva contro il vaso. Fu come se il legno incontrasse la roccia, il contraccolpo fece vibrare tutto il corpo di Nantor, che si sarebbe ritrovato profonde abrasioni sul costato e che per poco non si slogò un polso. «Padre, va tutto bene?» chiamò Raven, emergendo dai cespugli. «Sto bene» lo rassicurò Nantor, ancora barcollante. «Ma è andata come


49 temevo. Non potevo astenermi da un disperato tentativo, ma avrei scommesso la mia vita sull’indistruttibilità del vaso». «Portiamolo via» suggerì Anilur. «Se lo nascondiamo, Eran non potrà usarlo di nuovo». «Sospetterebbe di noi, ci minaccerebbe, probabilmente potrebbe torturarci per farci rivelare la sua posizione. Questo vaso lo ossessiona, solo vedendolo distrutto si darebbe per vinto». «Ma almeno proviamo a…» insistette Anilur, portandosi a ridosso del vaso. «Non toccarlo!» gridò Nantor. «Può essere pericoloso. È… carico, potente. Lascia che ci provi io, se ti fa sentire meglio». Nantor raggiunse il vaso e strinse le mani intorno alla scanalatura appena sotto al coperchio. Fissò i piedi a terra e con uno sforzo disumano iniziò a tirare verso l’alto. Il vaso non si spostò minimamente in alcuna direzione, nonostante non fosse immerso nel terreno che per pochi pollici. «Niente da fare» si arrese Nantor, paonazzo e ansimante. «Il vaso deve restare qui. Probabilmente ci è sempre stato». «Come farai, allora?» chiese Raven. «Non ne ho idea. L’importante è che ora anche voi abbiate i poteri. Potremmo tornare con qualche vostro amico, nei prossimi giorni. Più siamo, meglio potremo smascherare Eran. Ora andiamo a casa». Dopo pochi passi, ad Anilur sovvenne qualcosa. «La falce! Torno subito». Corse indietro, mentre Nantor e Raven, sconsolati per l’esito infelice della spedizione, lo attendevano. «Eccomi» si annunciò qualche secondo più tardi, tenendo la lanterna in una mano e la sua sacca stretta contro il fianco.


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XVI

Quando rincasarono, il tenue azzurro dell’alba stava comparendo all’orizzonte. Lungo la strada di ritorno non avevano incontrato nessuno, fatta eccezione per un paio di cervi e un cane selvatico che però si erano tenuti alla larga. A Mistar incrociarono un paio di mercanti che, nonostante fosse il giorno di riposo, si apprestavano a trasferirsi coi propri carretti nei villaggi più vicini, Calacton e Yhkornal. Raven e Anilur, distrutti e ancora allo scuro dei poteri che avevano acquisito, andarono direttamente nella loro stanza e non fecero in tempo a sentire la morbidezza del letto di paglia che già dormivano. Nantor si rinfrescò al catino d’acqua di pozzo che tenevano in cucina, quindi raggiunse sua moglie. La trovò a vegliare, seduta sul letto, e vide il suo volto illuminarsi al suo cospetto. «Ho temuto per la tua vita e per quella dei ragazzi» mormorò Nimmen, mentre una lacrima scivolava dagli occhi lucidi e assonnati. «Ora siamo a casa. È tutto a posto» la rassicurò Nantor. «Non lo credi veramente» obiettò lei. «Non ho idea di che cosa stia accadendo, ma ho il presentimento che sia qualcosa di brutto. Ti prego solo di ricordarti di noi, qualunque cosa tu faccia. Non vogliamo perderti». «Non mi perderete». Nantor si avvicinò e si sedette al suo fianco, stringendole una mano. «Ho bisogno di voi come voi ne avete di me». Nimmen si sporse in avanti e lo baciò sulle labbra. Nantor, che non accusava la stanchezza di una giornata lunga e difficile, le cinse le spalle e la strinse a sé. Percepiva il profumo della sua pelle con intensità e precisione, come se potesse distinguerne ogni singolo componente. Allontanò qualunque preoccupazione e si lasciò andare alla passione. Meno di tre ore più tardi si svegliarono di soprassalto in risposta a un rumoroso bussare alla porta. Nimmen, spaventata, si coprì, mentre Nantor correva al piano di sotto. «Chi è?» domandò. Dalle finestre giungeva poca luce, a testimonianza di


51 una giornata nuvolosa. «Sono Koyra» rispose una vocetta da fuori. «Aprite, vi prego». Nantor spalancò la porta. «Che cosa è successo?» chiese alla moglie di Tynur, mentre un cieco terrore si impossessava di lui. Sentì uno scricchiolio nel legno di una delle assi del pavimento al piano di sopra e il fruscio del tessuto dell’abito che Nimmen stava indossando. «Tynur è…» esordì Koyra, fuori di sé. «Non c’è più. Morto. Ucciso». «Ucciso?» ripeté meccanicamente Nantor. Vide il riflesso della debole luce del mattino in una lacrima di Koyra e distinse con chiarezza il bordo frastagliato della scia umida che essa lasciava sulla pelle del volto. Udì il respiro di Nimmen dietro di sé e fiutò l’odore della paura che provava. «L’hanno trovato appena fuori dal villaggio» proseguì a fatica Koyra. «Buttato in un campo come un animale. Senza testa. Nessuna ferita sul corpo, ma era dec…» Le gambe le cedettero e perse i sensi davanti a Nantor, cadendo a terra e sbattendo violentemente la testa. «Koyra!» gridò Nimmen, correndo e scansando il marito per soccorrere l’amica. Nantor osservava la scena, immobile. La traumatica notizia si aggiungeva alla confusione causata dall’accentuarsi dei suoi sensi, che lo opprimeva come un pesante fardello. Un odore acre di urina, quella rilasciata inconsciamente da Koyra, gli punse le narici. Udì un sospiro provenire dal piano di sopra e riconobbe Raven, augurandosi che non si svegliasse e che comunque non scendesse proprio in quel momento. «Eran» biascicò Koyra tra le braccia di Nimmen. «Detto. Andava. Eran». Nimmen si voltò verso il marito, guardandolo con apprensione. Nantor annuì, come se avesse la situazione sotto controllo. «Portala dentro» suggerì. Salì al piano di sopra, si vestì e passò nella stanza dei figli. Raven e Anilur dormivano profondamente, ma con uno scossone li svegliò. «Ragazzi» li chiamò, per ottenere la loro attenzione. «La situazione è critica. Dovete andarvene. Prendete vostra madre e lasciate Mistar. Qualunque altro villaggio andrà bene, purché lontano da qui. Portate con voi anche la moglie e la figlia di Tynur, se riuscite». «Che cosa è successo?» chiese Raven. «Ve lo spiegherà vostra madre. Ora preparatevi». Nantor fece per allontanarsi dalla stanza. «E voi? Che cosa farete?» domandò Anilur. «Appena potrò vi raggiungerò. Prima devo fermare Eran».


52 «Aspettate, padre. Devo mostrarvi...» continuò Anilur. «Non c’è tempo» lo respinse Nantor, correndo al piano di sotto. «Non c’è tempo». Anilur aveva appena raccolto la sua sacca da terra. Davanti agli occhi sgomenti di Raven, ne estrasse il coperchio del vaso che aveva rubato di nascosto la sera precedente.   )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD

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