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Disponibile anche: Libro: 14,50 euro (da ottobre 2011) e-book (download): 9,99 euro e-book su CD in libreria: 9,99 euro


LEDA MURARO

Il riflesso dell’Anima

www.0111edizioni.com


www.0111edizioni.com www.ilclubdeilettori.com

IL RIFLESSO DELL’ANIMA Copyright © 2011 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2011 Leda Muraro

ISBN: 978-88-6307-390-4 In copertina: Immagine Shutterstock.com

Finito di stampare nel mese di Ottobre 2011 da Logo srl Borgoricco - Padova


A mia madre Il mio punto di partenza e di arrivo


Prefazione Scrivere questa storia è molto più difficile di quanto pensassi. Non so ancora né se sia la cosa migliore da fare, né cosa mi abbia spinto a prendere questa decisione dopo tutti questi anni. Forse è per quello che sta succedendo nella mia vita, o forse per non dimenticare quella che abbiamo vissuto insieme. Guardo la vecchia foto che tanti anni fa mia mamma ha sistemato in una cornice sopra la sua scrivania, e non posso fare a meno di chiedermi se io sia la persona giusta per parlare di lui. Riconosco un po’ di me in questo viso sorridente e in questo sguardo incerto. Lui però ha sempre visto lei in me, forse la vedeva in ogni cosa. È passato così tanto tempo che anche i suoi racconti ormai mi sembrano solo un ricordo lontano e offuscato. Era il 1955, questo lo ricordo, ancora però non sapeva né cosa sarebbe successo, né dove lo avrebbero portato le sue scelte, soprattutto l’ultima che fece quel giorno. Era convinto che fosse la cosa più giusta per lei, l’unica soluzione possibile. Non sapeva però che quelle parole avrebbero potuto allontanarla per sempre, che Lena non sarebbe tornata; così come non poteva immaginare che quello che stava succedendo sarebbe stata l’ultima cosa che avrebbe ricordato di aver vissuto.


1 Ancora quelle grida dal piano di sotto. Le stesse di sempre. La luce del mattino filtrava appena dai balconi socchiusi e illuminava con un bagliore leggero la parete della camera. Lorenzo nascose il viso sotto il cuscino desiderando ancora una volta di poter sparire, di non dover più sentire la voce di suo padre. Quei litigi erano stati parte di tutti i suoi ventiquattro anni, a volte aveva la sensazione che fosse l’unica cosa che riuscisse a ricordare. Sua madre non doveva sposarsi. Non con quell’uomo almeno. Se lo era ripetuto decine di volte, nonostante sapesse che non le era stata data la possibilità di scegliere, altrimenti non avrebbe sposato un uomo al quale la guerra aveva tolto tutto, anche l’anima. «Una volta tuo padre era diverso.» Gli aveva sempre risposto in questo modo, ogni volta che Lorenzo le chiedeva come potesse continuare a stare ancora con lui. Sorrideva tristemente aggrappandosi allo sbiadito ricordo di quando suo marito era un’altra persona, una persona che ancora sapeva amare. «Era un ragazzo davvero premuroso» gli diceva sua madre «mi trattava come nessun altro aveva mai fatto. Ricordo che quando veniva a trovarmi mi portava sempre un mazzo di piccoli fiori viola. Erano gli unici che crescevano lungo la strada che portava in città. Mi sorrideva e me li regalava come fossero il più prezioso dei tesori. Poi però è arrivata quella lettera, e tutto è finito quel giorno. Tuo padre era troppo giovane e non era adatto alla guerra.» Giorgio rimase lontano da casa per quasi due anni. Nei primi tempi scriveva a Ester assiduamente, le raccontava ogni cosa, ogni spostamento, le scriveva ovunque si trovasse appena ne aveva la possibilità. Qualcosa però cambiò con il tempo. Le lettere diventarono sempre più sporadiche e il linguaggio più distaccato. Finché smise di scrivere. Dopo tanti mesi di silenzio si era quasi rassegnata alla sua scomparsa. Era in assoluto la cosa più logica alla quale pensare in quei momenti. Molti ragazzi erano partiti in quel periodo, e molti di loro non avevano fatto ritorno.


Con lui però le cose andarono diversamente. Un pomeriggio di primavera infatti arrivò una lettera. La notizia che Giorgio era stato ferito e congedato. Ester lesse quella lettera diverse volte, ma non riuscì a provare quello che si aspettava. Qualcosa era cambiato tra loro durante quegli anni di lontananza. Qualcosa che non avrebbe mai ritrovato. Questo però non era importante, non per le loro famiglie almeno, che si affrettarono a preparare il matrimonio ancora prima che Giorgio facesse ritorno. Ester decise di non dire nulla, di non parlare di quel rapporto che non esisteva più. Forse sperava semplicemente che le cose si sarebbero sistemate da sole, che tutto sarebbe tornato com’era un tempo. Ma non andò così. L’uomo che si ritrovò davanti non aveva nulla del ragazzo che aveva salutato alla stazione. Quel ragazzo che con un triste sorriso le aveva regalato un piccolo mazzo di fiori viola sullo sportello del treno, non esisteva più. Era morto al fronte insieme a molti dei suoi compagni. A parte questi pochi frammenti, Lorenzo non conosceva quasi nulla del passato di suo padre. Aveva provato di rado quando era bambino a fargli qualche domanda, ma lentamente i freddi silenzi che aveva ricevuto avevano spento la speranza di poter instaurare un rapporto con lui. Da anni ormai quasi non si rivolgevano la parola. Fortunatamente presto se ne sarebbe andato e quella situazione avrebbe finalmente smesso di essere un problema. Tornare all’università, dopo un fine settimana passato in quella casa, sembrava un’alternativa davvero piacevole. Si preparò velocemente per uscire, sistemando la maglia grigia sopra i pantaloni e lanciando un’ultima occhiata alla sua immagine riflessa nello specchio. Il viso sembrava molto più sciupato della sera prima, quasi non avesse chiuso occhio durante la notte. I capelli castani coprivano disordinatamente la fronte e gli occhi scuri esprimevano una frustrazione che le parole non erano mai riuscite a spiegare. Prese la valigia che aveva preparato la sera prima e scese al piano di sotto. Le vecchie scale di legno cigolavano terribilmente da molti anni, tanto che passare inosservato diventava pressoché impossibile. Avvertì immediatamente il calore del caminetto acceso che riscaldava la cucina avvolgendola nel profumo di legna bruciata. Con un leggero sorriso salutò la madre, che cercando di nascondere gli occhi lucidi gli servì il caffè d’orzo che preparava ogni mattina per colazione.


Strinse tra le mani la piccola tazza di porcellana, spostando lo sguardo dal camino acceso a quella tavola che fino a poco tempo prima era molto più rumorosa. Suo fratello Stefano, il primogenito della famiglia, si era sposato da pochi mesi. Aveva solo due anni più di lui ma già lavorava da diverso tempo nella grande tenuta della famiglia Finelli, appena fuori Sant’Anna. Quello dove vivevano era un piccolo paese dove le persone si conoscevano più o meno tutte tra di loro. Un paese completamente circondato da vecchi casolari e ampie distese arate. Una realtà dove il tempo sembrava essere scandito da un ritmo diverso, un ritmo che Lorenzo trovava ormai claustrofobico. La sua famiglia aveva sempre vissuto in quel posto. Le opportunità di andarsene non erano molte ed Ester non perdeva occasione di vantarsi con le amiche del lavoro che Stefano era riuscito a trovare in una delle più grandi aziende agricole della zona. Qualche settimana prima se n’era andata anche sua sorella Sofia. Aveva appena sei anni e forse nemmeno si rese conto che sarebbe andata a vivere per qualche tempo con la zia. Aveva reagito con la stessa allegria e con lo stesso entusiasmo di sempre. Clara, la sorella di Ester, aveva perso da poche settimane il secondo figlio a causa di un parto difficile. I medici le avevano detto che probabilmente non avrebbe più potuto restare incinta. Una donna che non poteva avere figli non era una donna. Questo pensava la maggior parte della gente in città. E forse anche suo marito si era allontanato da lei per questo motivo. Ma quello che stava uccidendo Clara non era solo quella certezza ma la solitudine che aveva avvolto la sua vita da quel giorno. Le amiche, che in un primo momento si erano strette attorno a lei, si erano allontanate all’improvviso e il marito aveva iniziato a trascorrere quasi tutto il suo tempo a lavoro. «Perché non mandi Sofia a fare una vacanza qui da me per qualche mese?» le aveva chiesto in una delle tante lettere che si erano scritte «mi farebbe davvero molta compagnia.» Staccarsi da Sofia fu più doloroso di quanto Ester avesse immaginato. Ma era la scelta più giusta da fare. Lo sapeva. Da quando anche lei se n’era andata Lorenzo era rimasto l’unico figlio in quella casa, e suo padre non perdeva occasione di fargli notare che a ventiquattro anni era decisamente troppo grande ormai per vivere ancora alle spalle dei genitori. Glielo ripeteva ogni giorno che doveva prendersi le sue responsabilità e smettere di perdere il suo tempo studiando. Lorenzo però aveva altri progetti per la sua vita.


Non erano molti i ragazzi privilegiati che negli anni cinquanta potevano permettersi di continuare gli studi, e se non avesse ottenuto la borsa di studio durante gli anni del liceo e poi la sovvenzione per frequentare l’università, nemmeno lui avrebbe fatto parte di quella realtà. Ormai però era a un passo dall’ottenere ciò che aveva sempre desiderato, quella laurea che gli avrebbe permesso di diventare un medico. Non ricordava con esattezza quando avesse preso quella decisione, aveva quasi la sensazione di non aver mai pensato a un’alternativa per la sua vita. L’unica cosa che aveva sempre desiderato era avere una possibilità di lasciare quel posto, una possibilità di essere felice. Per suo padre però quella scelta non era altro che uno stupido tentativo di fuggire da quello che era il suo futuro. Tutti hanno un loro posto nel mondo, e non si possono cancellare le proprie origini. Lo ripeteva sempre, tanto che Lorenzo, a volte, credeva che in fondo avesse ragione. Allontanò la tazza vuota verso il centro del tavolo prima di spostare rumorosamente la sedia per alzarsi. La valigia era vicina allo stipite della porta, dove l’aveva lasciata appena sceso dalle scale. «Prendi qualcosa per il viaggio» gli disse la madre avvolgendo in una piccola tovaglia dei pezzi di pane e formaggio. «Finché lo vizi in questo modo non si prenderà mai le sue responsabilità!» strillò il padre senza spostare lo sguardo accigliato dal camino. La barba che da diversi anni cresceva ispida sul suo viso sembrava quasi accentuare l’aspetto burbero che da sempre caratterizzava la sua espressione. Ester evitò di rispondere alla provocazione del marito, e lo stesso comportamento indifferente tenne anche Lorenzo. Ormai lo conoscevano, sapevano che era meglio ignorarlo piuttosto che cercare di discutere con lui. Lorenzo infilò la giacca di lana, prese la valigia e uscì, salutando la madre con un leggero cenno del capo. Chiuse l’uscio dietro di sé e attraversò il vialetto che era ricoperto da una brina quasi trasparente. Il cielo era grigio e un muro di nebbia si estendeva su tutta la zona rendendogli quasi impossibile vedere a pochi metri da lui. L’inverno era ormai inoltrato, ma con un po’ di fortuna quello sarebbe stato anche l’ultimo che avrebbe trascorso in quella casa. Superò il giardino fiancheggiando la staccionata costruita dal padre qualche anno prima, e percorrendo un piccolo tratto del sentiero ghiaioso che conduceva al centro del paese arrivò in prossimità di una grande quercia, dove aspettò per qualche minuto l’arrivo dell’autobus.


Prese posto accanto a una vecchia signora che lo salutò con un leggero sorriso, prima di rituffare lo sguardo verso l’orizzonte che correva veloce fuori dal finestrino. Si lasciò trasportare dai suoi pensieri, cullato dal lento movimento della corriera, mentre le grandi distese arate lasciavano il posto ad agglomerati di case sempre più frequenti. Aveva quasi la sensazione che anche le grida di suo padre e quel senso di oppressione che aveva avuto negli ultimi giorni si stesse allontanando insieme a quella realtà che ormai era completamente avvolta dalla foschia. In meno di un’ora giunse a Verona e si diresse verso gli alloggi degli studenti universitari che distavano appena pochi minuti dalla stazione degli autobus. In quegli anni aveva imparato a conoscere e amare quella città così diversa dal piccolo paese in cui era cresciuto. Attraversò il grande viale che portava verso l’ingresso del dormitorio. Non capiva come fosse possibile dopo tanti anni, ma ancora si sentiva intimidito dall’imponenza di quell’edificio, come la prima volta che vi si era fermato davanti. Attraversò l’atrio che era già invaso dalle voci di una miriade di studenti e salì verso il secondo piano, dove divideva la camera con Nathan e Damiano. Quando li aveva incontrati per la prima volta, più di quattro anni prima, non aveva pensato che sarebbe stato così semplice diventare loro amico. Soprattutto sapendo la realtà dalla quale provenivano la maggioranza dei ragazzi che alloggiavano in quel posto. Per loro non era stato un problema frequentare l’università. Entrambe le loro famiglie gestivano degli importanti studi legali e tutti si aspettavano che anche i figli avrebbero seguito la strada dei genitori. Per Lorenzo invece le cose erano andate decisamente in modo diverso. Lui non era destinato a quel mondo. Suo padre glielo aveva ripetuto migliaia di volte. Rientrare in quella stanza però era un po’ come tornare a casa ormai. Nathan era seduto sul letto con la schiena addossata al muro. I capelli neri più disordinati del solito incorniciavano un volto altrettanto stanco. Nathan non era molto diverso da lui, lo aveva capito fin dall’inizio. Il suo mondo lo aveva incastrato in quella realtà fatta di libri e di leggi che odiava profondamente. Fare l’avvocato non era mai stato il suo sogno. Nessuno però lo aveva mai ascoltato. Damiano invece era diverso. Lui quel mondo lo amava. Ammirava il padre e il lavoro che faceva. Forse per questo studiava con tanta tenacia da essere perfettamente alla pari con gli esami. Erano pochi quelli che ci riuscivano pur mantenendo una media tanto elevata.


Quando Lorenzo varcò la soglia della camera, i ragazzi stavano discutendo degli ultimi avvenimenti di cui avevano appena sentito parlare alla radio. Lo facevano sempre anche se il regolamento non permetteva di tenerla nelle camere, così come non permetteva di fumare o di ospitare delle ragazze, ma tutte quelle regole erano abitualmente ignorate dalla maggior parte degli studenti. Rimase in quella stanza pochi minuti, il tempo sufficiente per ascoltare le ultime novità sulla vita dei suoi compagni e prendere i libri che gli sarebbero serviti per la lezione di quella mattina. Il freddo pungente non sembrava essersi placato quando uscì. Abbassò il cappello di lana chiudendo poi a pugno le mani nelle tasche del cappotto. Sentiva i muscoli indolenzirsi sotto il freddo di quella mattina, tanto che quando arrivò alla facoltà aveva quasi la sensazione di aver perso la sensibilità di mani e piedi. L’aula era già satura di un groviglio indistinto di voci. Qualche ragazzo stava sistemando gli appunti dell’ultima lezione, qualcun altro invece sfogliava il libro di un altro corso del quale forse aveva qualche esame imminente. Lorenzo prese posto in seconda fila e spostò lo sguardo verso la lavagna, dove ancora si vedevano le scritte fatte dal professore durante l’ultima lezione. Una lunga serie di patologie, sintomi e trattamenti che aveva compreso senza particolare difficoltà quando aveva sistemato gli appunti nel fine settimana. Sistemò i libri sul banco mentre la confusione che si era creata nell’aula iniziò a scemare con l’arrivo dell’insegnante. Un uomo distinto, di media altezza e dall’aspetto estremamente ordinato. I capelli bianchi erano sempre pettinati con cura e il suo abbigliamento era alquanto elegante. Portava sempre un abito scuro, un capello nero e un bastone con l’impugnatura argentata. Quando lo aveva visto la prima volta lo aveva trovato fin troppo sostenuto, con il passare del tempo però aveva imparato ad ammirare il modo in cui sapeva fare il suo lavoro. In quegli anni ne aveva conosciuti davvero pochi di professori che sapessero spiegare in quel modo. Con la passione di chi fa qualcosa che ama, e nello stesso tempo con l’umiltà di chi è cosciente dei propri limiti. Quando rientrò negli alloggi era quasi ora di cena. La luce del giorno se n’era andata molto velocemente e con lei anche le temperature si erano decisamente abbassate. Damiano era seduto alla scrivania. Come sempre. Salutò Lorenzo alzando la mano destra, senza distogliere lo sguardo dal libro che lo aveva tenuto occupato negli ultimi due mesi. Nathan invece


sembrava più tranquillo, fissava silenzioso il buio della sera dalla finestra socchiusa. Esalò l’ultima boccata di fumo prima di gettare quello che rimaneva della sigaretta nel vuoto. «Ti hanno cercato dopo pranzo…» affermò Nathan guardando Lorenzo con finto fare noncurante chiudendo la finestra. «Chi mi voleva?» «La tua contessa» rispose sorridendo. «Lena? Perché mi cercava?» Scrollando le spalle Nathan si voltò verso la piccola radio adagiata ai piedi del letto, e dopo aver sollevato l’antenna, girò la manopola per l’accensione. La voce del cronista spezzò in un istante il silenzio in cui era avvolta la stanza. Damiano si voltò irritato gettando un’occhiata nervosa al compagno. «Sì sì abbasso il volume, stai calmo» sospirò Nathan «è tutto il giorno che studi potresti anche smettere per oggi.» «Ma cosa ti ha detto?» chiese Lorenzo rimanendo vicino alla porta d’ingresso. «Chi?» rispose Nathan voltandosi. «Come Chi? Lena! Hai appena detto che è passata oggi pomeriggio.» «Non so cosa volesse, quando le ho detto che non c’eri se n’è andata.» Era piuttosto insolito che una ragazza si avventurasse nei dormitori maschili. Nemmeno Lena lo aveva mai fatto prima di quel momento. «Dove vai?» chiese Nathan spostando per un istante l’attenzione dalla radio. «Da nessuna parte, torno subito.» «Attento al coprifuoco» bisbigliò Damiano continuando a copiare un appunto dal codice penale al libro di testo. «Certo» si limitò a rispondere Lorenzo chiudendosi la giacca. «Ti metterai nei guai, già lo so» lo schernì Nathan scuotendo il capo divertito. Lorenzo però non rispose. Uscì veloce dall’edificio e percorse il viale che in pochi minuti lo portò verso il cortile del dormitorio femminile. Un piccolo muro circondava l’edificio del quale si riusciva comunque a intravedere l’aspetto imponente. I due palazzi non erano molto lontani, bastavano pochi minuti per spostarsi da una parte all’altra e anche nell’aspetto erano pressoché identici. L’unica differenza era la targa posta all’esterno del cancello. Lorenzo raggiunse un punto in cui il muro svoltava verso il viale perpendicolare, e dove da molti anni cresceva un grande ciliegio. I rami erano spogli e nell’oscurità sembravano solo un groviglio indistinto.


Guardandosi attorno con attenzione controllò che la zona fosse deserta. Aggrappandosi a uno dei rami più bassi che superavano il muro del dormitorio, si arrampicò fino a raggiungere la parte opposta. I rami fitti avevano creato una rete naturale lungo la quale riusciva a muoversi con una certa facilità. Abbassando lo sguardo si lasciò cadere dolcemente sul tappeto erboso, e sorridendo pensò che in alcuni casi poteva anche risultare vantaggioso essere cresciuto in un piccolo paese di campagna. Riuscì ad attraversare il giardino nascondendosi dietro ai grandi platani che crescevano imponenti da tanti anni e che durante l’estate offrivano alle ragazze un confortevole riparo dai raggi del sole. Fortunatamente l’illuminazione esterna era davvero molto scarsa. C’erano solo un paio di lampioni posti in prossimità del cancello d’ingresso e una grande lampada al portone centrale, tutto il resto era avvolto da una parziale oscurità. Il buio della sera gli fornì quindi un mantello naturale dietro al quale potersi nascondere. Arrivato in prossimità dell’edificio costeggiò la siepe posta davanti alle pareti esterne fino ad arrivare sotto una lunga serie di finestre illuminate e, dopo aver raccolto un piccolo sasso, lo lanciò contro la seconda finestra del primo piano. Rimase con il volto sollevato per qualche secondo, continuando a guardarsi attorno preoccupato. Se lo avessero scoperto si sarebbe messo decisamente nei guai. Sollevò di nuovo il volto verso quella stessa finestra ma nessuno sembrava averlo sentito. Fissò preoccupato ancora una volta la luce che filtrava dal portone d’ingresso a pochi metri da lui prima di prendere un altro sasso e lanciarlo contro quella stessa finestra. Questa volta una ragazza guardò incerta dapprima verso il cielo, poi verso di lui. «Chi è?» chiese sospettosa aprendo il vetro. «Alissa, sono Lorenzo, c’è Lena?» chiese quasi sottovoce. «Solo un attimo!» affermò sparendo avvolta dalla luce che usciva dalla stanza. Si guardò attorno ancora una volta. Precipitarsi lì a quell’ora non era stata decisamente una buona idea. «Che ci fai qui?» chiese Lena sporgendosi leggermente. I capelli castani cadevano sulle spalle attraversati da onde leggere e il rosso del vestito si intravedeva appena grazie alla luce della camera. «Io? Tu sei venuta a cercarmi in pieno giorno nella mia stanza» rispose bisbigliando. «E allora?» «Credevo fosse successo qualcosa di importante per questo sono venuto subito.»


«No, in realtà non è successo nulla» replicò a bassa voce sorridendo «non avevo lezione questa mattina così sono passata per chiederti se volevi mangiare qualcosa» disse sporgendosi e incrociando le braccia sul balcone «non pensavo che saresti venuto fin qui» concluse sorridendo. Lorenzo la guardò disorientato. Quello che per altre persona poteva essere un pericolo, per lei diventava qualcosa di assolutamente naturale. La conosceva da quasi due anni ormai, ma non era cambiato niente. Riusciva ancora a stupirlo come era accaduto la prima volta. Quel pomeriggio in cui, mentre camminava per la strada principale, l’aveva vista scendere da una delle più belle automobili che avesse mai visto. Lorenzo era rimasto immobile a guardare la macchina fermarsi a pochi centimetri dal marciapiede sul quale stava camminando. Aveva fatto un passo in avanti, verso quella carrozzeria così lucente e quelle linee tanto eleganti. Fu in quell’istante che la vide scendere. Una bellissima ragazza si fermò guardandolo incerta dopo aver chiuso lo sportello. Portava una gonna bianca stretta e lunga fino al ginocchio e una giacca dello stesso colore. I capelli castani coperti da un elegante copricapo erano pettinati con leggerissime onde e cadevano morbidi sulle spalle. Sembrava essere la persona più elegante che avesse mai incontrato. Si era voltata verso di lui e gli aveva sorriso con la stessa naturalezza con la quale era scesa da quella macchina pochi secondi prima. «Ciao» gli aveva detto avvicinandosi «sembra che ti piaccia la mia macchina.» «Sì, molto» le aveva risposto spostando lo sguardo da lei all’auto «non si vedono modelli simili tutti i giorni!» «In verità credo di non avere ancora capito bene come si guida questo arnese.» «L’ho notato» aveva replicato sorridendo. «Ora hai conosciuto il principale pericolo delle strade della città» aveva esclamato Lena ridendo «ma non sei di queste parti vero? Non mi sembra di averti mai investito.» «In realtà mi sono trasferito qui quattro anni fa per studiare, ma non esco molto.» «Ecco perché sei ancora vivo» replicò sorridendo «comunque io mi chiamo Lena» dichiarò porgendogli la mano. «Un nome decisamente insolito.» «Sì, è un nome francese. Tu sei?» «Lorenzo.» «Un nome decisamente importante» affermò scherzando.


Fu solo con il passare del tempo che scoprì chi fosse veramente Lena. Non era solo una delle tante ragazze proveniente da una famiglia benestante. Lena era diversa. Era l’unica figlia di uno dei più noti commercianti di lana di tutto il territorio. Suo padre aveva lasciato la Francia quando lei era ancora molto piccola, tanto che tutto ciò che conservava era qualche ricordo sfocato e una leggera pronuncia straniera. Da allora le cose non erano cambiate. Lena era rimasta la stessa ragazza imprevedibile. Lorenzo la fissò con il capo rivolto verso la finestra del dormitorio. «La prossima volta non venire da noi in pieno giorno, rischi solo di metterti nei guai» affermò prima di voltarsi dall’altra parte. «Lena!» gridò una voce femminile «che fai?» Lorenzo si voltò restando immobile con lo sguardo sollevato. La vide aggrapparsi al cornicione di legno che costeggiava la sua finestra e sul quale si inerpicava ormai da molti anni una pianta di edera. Allungava una gamba dopo l’altra cercando incerta un nuovo appiglio al quale sostenersi. Le mani stringevano con forza il cornicione che sembrava muoversi sotto il suo peso. Sia Lorenzo che Alissa, la sua compagna di stanza, la guardavano spaventati finché, con un piccolo salto, non scese sull’erba del giardino. «Che hai?» chiese notando lo sguardo contrariato di Lorenzo «non guardarmi così, l’ho già fatto decine di volte e non mi sono mai fatta un graffio.» Fece un piccolo cenno di saluto verso Alissa, che scuotendo il capo divertita chiuse la finestra della camera. «Dove stai andando?» bisbigliò Lorenzo seguendola attraverso il cortile. «Sono rimasta nella mia camera per tutto il giorno, ho davvero bisogno di prendere un po’ d’aria.» «Ma c’è il coprifuoco, e poi come farai rientrare?» «Ti hanno mai detto che fai decisamente troppe domande?» «E a te che non dai nessuna risposta?» disse contrariato mentre attraversavano velocemente il cortile. Cercarono di restare nelle zone più nascoste, dove a tratti persino l’uno per l’altra diventavano solo una sagoma indistinta. Arrivarono davanti al muro che delimitava il confine del dormitorio. Lorenzo si fermò guardandola divertito, come avesse in mano la carta che gli avrebbe permesso di vincere la partita. «E dimmi, ora come farai a oltrepassare questo muro?» chiese posando le mani sui fianchi. «Come hai fatto tu, mi arrampicherò su quell’albero.»


«Guarda che non è così semplice, io lo so fare perché sono cresciuto in campagna, ma tu…» «Tieni questo» affermò Lena togliendosi il cappotto senza lasciargli il tempo di terminare la frase. Guardò con convinzione quel grande ciliegio, si aggrappò al ramo più basso con un piccolo salto, e lentamente sollevò anche le gambe. «Lena!» gridò Lorenzo senza riuscire a fermarla. Tenendosi attaccata al tronco salì fino a raggiungere il livello del muro. «Scendi o ti farai male. Guarda che non scherzo!» disse muovendosi incerto cercando di seguire i movimenti della ragazza. Lena però si aggrappò a un altro ramo sorridendo quindi, oltrepassando il muro si lasciò cadere dalla parte opposta. «Stai bene?» chiese Lorenzo cercando di camuffare il più possibile la voce preoccupata. Non sentì nessuna risposta, solo uno strano fruscio. «Lena? Ti sei fatta male? Mi senti?» ripeté arrampicandosi velocemente su quello stesso albero. I suoi movimenti erano decisamente più sicuri di quelli di Lena. Raggiunto il limite la vide dall’altra parte intenta a scrutare nel buio un lembo della gonna. «Perché non mi hai risposto?» disse lasciandosi cadere a pochi metri da lei. «Scusa, è che cercavo di capire quanto grave fosse il danno.» «Quale danno?» «Questo…» disse, mostrando uno strappo evidente che correva dalla base della gonna al ginocchio «mia mamma questa volta mi uccide. L’ha comprata la scorsa settimana e l’ha pagata decisamente una fortuna.» «Lo vedi? Le ragazze non dovrebbero fare certe cose, ancora meno con vestiti del genere addosso.» «Ho solo vestiti del genere, e non li scelgo io!» si lamentò Lena prendendo il cappotto dalle mani di Lorenzo. «Senti, ma dove hai imparato ad arrampicarti così?» le chiese incamminandosi lungo la strada. «Non te l’aspettavi vero?» «Sinceramente no.» «Avevamo una grande quercia in giardino» disse Lena mentre camminavano verso il centro della città «quando la governante non mi vedeva scappavo in cortile e salivo sui rami più bassi. Crescendo sono riuscita a raggiungere un punto sempre più alto. Adoravo arrampicarmi su quel grande albero. Guardando il mondo da lassù mi sentivo finalmente


libera, come se nulla potesse raggiungermi. Le istitutrici si arrabbiavano moltissimo. Dicevano che non era consono per una ragazza fare certe cose, e che se avessi continuato a comportarmi così nessun uomo di buona famiglia avrebbe mai voluto prendermi in moglie.» «Di certo non avevano tutti i torti» bisbigliò sorridendo Lorenzo. In pochi minuti raggiunsero il centro della città. La luce dei lampioni si disperdeva tra la foschia della sera che creava un alone evanescente nel cielo. Si fermarono in un piccolo locale posto allo sbocco di una via secondaria. I tavoli erano coperti da semplici tovaglie rosse sopra le quali si muoveva dolcemente la fiamma di una piccola candela. Cenarono tranquillamente parlando delle lezioni di Lorenzo e del corso di storia dell’arte che frequentava Lena. Aveva sempre amato dipingere, glielo aveva ripetuto decine di volte. Ma non era stato quello il motivo che l’aveva spinta a prendere la decisione di frequentare l’università. «Ho fatto credere a mio padre che per una ragazza di buona famiglia l’istruzione negli anni cinquanta sia ormai una cosa fondamentale per essere trattata con rispetto nella società» gli aveva confessato diverso tempo prima «in realtà è l’unico modo che ho trovato per prendermi un po’ di tempo. Se non l’avessi fatto quasi sicuramente starei organizzando il mio matrimonio in questo momento. E quasi certamente con qualcuno che non può darmi quello che cerco.» Ormai la conosceva piuttosto bene. Dopo il loro primo incontro accidentale, l’aveva vista di nuovo qualche settimana più tardi a una celebrazione organizzata dall’università, e poi di nuovo a una grande festa che avevano dato in città. Lui era uscito con Damiano e Nathan quella sera. Avevano incontrato Lena e Alissa ai piedi della grande ruota panoramica che insieme ad altre attrazioni era giunta in città in occasione di quella festa. Lena stava cercando di convincere la sua amica a salire su quella giostra, ma i suoi tentativi sembravano inutili. «Tu vai pure» le aveva detto Alissa pur di liberarsi da quella situazione. «Non mi va di lasciarti qui da sola. Dai, non farti sempre pregare, sono sicura che ti divertirai.» Alissa aveva guardato ancora una volta quella ruota senza però riuscire a trovare il coraggio per salire. Nathan e Lorenzo si erano fermati a pochi a pochi passi da loro con il viso sollevato verso quella stessa giostra. «Ciao» avevano detto sorridendo. «Eh sì, è decisamente alta!» aveva affermato Nathan sospirando qualche secondo più tardi. «Così non mi aiuti!» aveva replicato Lena guardandolo accigliata.


Avevano conosciuto Nathan e Damiano a quella stessa festa universitaria che si era tenuta la settimana prima. Fu in quell’occasione che avevano conosciuto anche Alissa. Era amica di Lena dai tempi di liceo. Nathan in realtà fu il primo a notarla. Difficilmente passava inosservata con quei lunghi capelli biondi e il fisico longilineo. Una bellezza diversa rispetto a quella di Lena, una bellezza forse più matura. La ruota panoramica stava lentamente concludendo il suo giro. «Facciamo così» aveva detto Nathan guardando Lena «io resto qui a farle compagnia così tu puoi salire tranquillamente e fare il tuo giro.» Lena aveva spostato lo sguardo incerta verso l’amica che aveva annuito sorridendo. «Sicura?» le aveva chiesto bisbigliando. «Di non salire su quella giostra? Sì decisamente sicura.» «Intendevo dire se ti va bene stare qui con lui…» «Sarò un perfetto gentiluomo» aveva detto Nathan facendo un inchino. «Nemmeno tu vuoi venire?» aveva chiesto Lena guardando Lorenzo speranzosa «non mi farete salire da sola vero?» «Tranquilla, Lorenzo va matto per quelle giostre» disse Nathan ricordando quanto l’amico soffrisse di vertigini. Così erano saliti su quella giostra, illuminata da piccole luci colorate che si accendevano alternandosi l’una con l’altra. Lena sorrideva guardandosi attorno e salutando divertita Alissa che la fissava con il naso all’insù. Lorenzo guardò per tutto il tempo il piccolo braccio metallico che li teneva legati alla parte principale. Si limitò ad annuire a qualche affermazione di Lena senza nemmeno averla sentita. Dopo quella sera si erano trovati diverse volte. Ma non c’era mai stato nulla. Erano semplicemente amici. Se lo ripeteva sempre tanto che a volte riusciva a crederci davvero. Terminato di cenare si avviarono di nuovo verso i dormitori. L’aria della notte era estremamente più fredda e a ogni parola si formava una piccola nuvola di aria calda davanti al loro viso. Dopo aver superato la via principale, costeggiarono il muro del vecchio cinema. Il botteghino era aperto ma non c’erano molte persone all’interno. Durante le sere invernali della settimana la maggior parte della gente preferiva rimanere in casa davanti al camino acceso. Anche le vie infatti erano pressoché deserte. La locandina del film attaccata al muro era leggermente strappata, e le folate di vento che di tanto in tanto si facevano più intense stavano


completando il loro lavoro. Le figure in bianco e nero quasi non erano più visibili. Solo il titolo nella parte inferiore era ancora integro. «Guarda!» esclamò Lena fermandosi davanti alla locandina «ritrasmettono Sabrina! Sono andata a vederlo con mia cugina qualche mese fa. Avevamo sentito alla radio che in America aveva avuto un grandissimo successo e così abbiamo deciso di andarlo a vedere.» «E meritava tutto questo successo?» «Oh Certamente» rispose congiungendo le mani al petto «è una straordinaria storia d’amore. Una di quelle favole che non perde mai la sua bellezza proprio per la semplicità e l’ironia con cui parla. Quando esci dalla sala ti ritrovi a cantare “le vie en rose” pur non sapendo una sola parola di francese. Credimi, io l’ho visto» disse sorridendo «posso affermare che è uno dei film più belli che abbia avuto l’occasione di vedere. In realtà avevo deciso di andare al cinema non appena venni a sapere che la protagonista sarebbe stata Audrey Hepburn. L’anno scorso infatti avevo visto “vacanze romane” e ne sono rimasta letteralmente folgorata. È in assoluto la migliore attrice che esista. Di questo non ho alcun dubbio.» «In effetti ne ho sentito parlare diverse volte alla radio.» «Oh Lorenzo, se solo la vedessi recitare capiresti di che cosa parlo. Ogni suo gesto, ogni sua espressione è avvolta da una classe e un’eleganza che non avevo mai visto prima in nessuna persona. Non puoi davvero non rimanere incantato a guardarla.» «Forse avresti la stessa eleganza se non avessi trascorso tanto tempo appollaiata sopra gli alberi» replicò Lorenzo con un finto tono di superiorità. Lena però lo guardò un istante prima di scoppiare a ridere scuotendo la testa. «Cosa ho detto?» chiese Lorenzo incerto. «Sabrina, dalla cima di quell’albero devi aver visto davvero molte cose» replicò Lena in tono solenne scoppiando a ridere di nuovo. «Che stai dicendo?» «Quanto sia sbagliato quello che dici. Parli di una ragazza che si nasconde sotto le automobili e che arbitra partite di tennis tra giocatori inesistenti. Ma non puoi saperlo perché non hai visto questo film» disse lanciando un’ultima occhiata alla locandina. «Un giorno lo guarderemo insieme» aggiunse sottovoce senza voltarsi «allora forse capirai quanto le tue parole siano sbagliate, e forse anche molte altre cose.»


Lorenzo guardò dubbioso quella ragazza in bianco e nero che aveva fatto illuminare il volto di Lena senza però capire a cosa si stesse riferendo con quella frase. Nel giro di pochi minuti arrivarono al dormitorio femminile. Lorenzo rimase immobile trattenendo il respiro mentre la guardava arrampicarsi prima sul ciliegio e poi lungo il cornicione. Rimase appollaiato su quell’albero finché non la vide rientrare nella sua stanza, solo allora si lasciò cadere scomparendo nel buio della sera. Entrare dopo il coprifuoco era decisamente più semplice di quanto non si potesse pensare. Le regole imposte dall’Istituto erano piuttosto rigide, la sorveglianza invece lo era molto meno. La porta sul retro infatti era sempre aperta, in modo che al mattino il lattaio potesse agire tranquillamente, non era difficile quindi entrare o uscire indisturbati dall’edificio, e se questo non bastasse, nemmeno il guardiano che vegliava durante la settimana era molto affidabile, riusciva a rimanere sveglio solo fino al limite previsto per il coprifuoco. Alle undici, quando Lorenzo passò a pochi metri da lui, avvertì nettamente il suo respiro pesante nel silenzio dell’atrio. Lo trovò nella stessa posizione in cui lo aveva sempre visto addormentarsi. Completamente abbandonato nella grande poltrona grigia con il capo abbandonato all’indietro e la bocca dischiusa. Era un vecchio pensionato rimasto vedovo da qualche anno che riusciva ad arrotondare le sue entrate mensili con quel piccolo impiego. Anche se poteva sembrare solo un povero vecchietto dall’aspetto docile e mansueto, Lorenzo sapeva che non si era mai mostrato indulgente nei confronti di coloro che infrangevano quell’unica regola che doveva far rispettare. Non ne aveva scoperti molti in quegli anni, solo qualcuno che avendo bevuto troppo, attraversando l’atrio non era stato silenzioso come lui. Quelli che aveva scoperto però erano stati denunciati il giorno successivo. Nonostante fosse tanto semplice infrangere quella regola, Lorenzo non l’aveva quasi mai fatto in tutti quegli anni, e anche quella sera non si sentì al sicuro finché non raggiunse il pianerottolo. Si mosse quanto più rapidamente gli fosse possibile e a ogni passo avvertiva la paura di sentire la voce del custode da un momento all’altro. Nonostante la preoccupazione riuscì comunque a salire fino al secondo piano dove il corridoio era pressoché deserto. Dalle varie stanze si sentivano indistintamente le voci dei ragazzi che chiacchieravano o che discutevano. Quando Lorenzo chiuse la porta della stanza alle sue spalle sia Nathan che Damiano stavano sfogliando dei libri accompagnati dalla voce leggera del cronista alla radio.


«Lo sapevo che avevo ragione. Io non sbaglio mai» affermò Nathan guardando Lorenzo chiudere la porta. «Che stai dicendo?» replicò sedendosi sul letto «nessuno mi ha visto uscire.» «Non mi riferivo a quello» si affrettò a rispondere «continuando a vederla non farai altro che alimentare le voci sul tuo conto.» «Quali voci?» «Sei talmente chiuso nel tuo mondo che nemmeno ti accorgi se il mondo intero parla di te.» «Il mondo deve essere proprio annoiato per occuparsi di una vita insignificante come la mia» rispose divertito. «Non è la tua vita a interessare tanto le persone, ma il fatto che una ragazza come lei possa frequentare una persona come te. Senza offesa naturalmente.» «Siamo solo amici» replicò sollevando le spalle «non penso ci siano regole anche per questo.» «Lo sai che non è vero. Comunque non sono affari miei» rispose cercando una nuova stazione alla radio. Lorenzo sospirò annoiato fingendo di non dare particolare importanza a quelle parole, però sapeva bene che Lena era parte di una realtà della quale lui non avrebbe mai potuto essere parte. Non vanno così le cose nella vita. Suo padre glielo aveva ripetuto migliaia di volte. Ognuno ha un suo posto nella società e cercare di cambiare il proprio destino non può portare nulla di buono.


2 I giorni si susseguivano rapidi arrivando a confondersi l’uno con l’altro. Le lezioni lo tenevano impegnato per la maggior parte del tempo, ma alla sera riusciva comunque a studiare per almeno un paio di ore nonostante i diversivi dei suoi compagni di stanza. Si era abituato piuttosto facilmente allo stile di vita dell’università, nonostante fosse così profondamente diverso dal suo. Quel Venerdì sera però decisero di non mangiare alla mensa degli studenti come facevano sempre. Damiano era rientrato nel tardo pomeriggio dopo aver passato uno degli ultimi esami che gli rimanevano da sostenere. Diritto internazionale. Una vera e propria agonia. Un esame che lo aveva obbligato a passare gli ultimi tre mesi con il capo immerso tra libri, codici e leggi. Doveva uscire, doveva distrarsi e divertirsi dopo la tensione accumulata nelle ultime ore. «Hanno aperto un nuovo ristorante vicino all’arena» aveva detto mentre si infilava la giacca comprata in occasione dell’esame appena sostenuto «ho sentito dire che si mangia piuttosto bene.» «Sì» lo aveva interrotto Nathan «ne ho sentito parlare anch’io, non è quel posto dove fanno anche musica dal vivo?» «Probabilmente sì, non credo abbiano aperto altri locali negli ultimi tempi.» Uscirono mentre la maggior parte degli studenti si avviava verso la mensa, così nella confusione riuscirono a passare del tutto inosservati. Potevano stare fuori fino alle nove, l’ora prevista per la chiusura del cancello principale. Le vie avevano un aspetto diverso a quell’ora. Non c’erano persone che osservavano curiose le vetrine o i banchi lungo la strada, né ragazzi che tornavano stanchi dopo l’ultima lezione della giornata. Videro solo qualche signore che camminava stretto nel cappotto di lana. La foschia si disperdeva lungo le strade velando le luci dei lampioni. Sembrava che il nero della notte fosse riuscito a coprire ogni cosa, assopendo la vita che scalpitava durante il giorno.


Superato il ponte che portava al centro della città, videro le luci del ristorante che illuminavano la strada. All’interno non erano molti i tavoli già occupati. Solo qualche coppia di una certa età che cenava presto, magari per approfittare di un servizio più veloce e di una maggiore tranquillità. Ordinarono pochi minuti più tardi mentre ai piedi del palco allestito in fondo alla sala un paio di ragazzi stavano sistemando i microfoni e i fili delle casse. «Allora…» disse Damiano rivolgendosi a Lorenzo «domani non torni a Sant’Anna?» Durante qualche fine settimana infatti, terminata la lezione di chirurgia, Lorenzo prendeva l’autobus per tornare a casa, come facevano anche molti suoi compagni. Per la maggioranza di loro era un modo per rilassarsi, per tornare tra le mura domestiche. Cosa che Lorenzo cercava di evitare il più possibile. «No, questa settimana resto qui. Non manca molto agli esami e quando sono a casa non riesco a studiare come vorrei.» «Nemmeno io rientro» esclamò Nathan voltando il viso verso il cantante che riscaldava la voce sul palco «i miei sono andati a trovare dei parenti in uno chalet in montagna.» «Non andrai con loro? Tu ami la montagna!» affermò Lorenzo dubbioso. «Certo, non quanto odio i miei parenti però» esclamò Nathan ridendo «sarà una specie di riunione di famiglia. È una vera fortuna che abbia la scusa di dover studiare.» «Ma se l’esame l’hai appena fatto» disse Damiano incerto. «Questo loro non lo sanno.» Pochi minuti più tardi tornò il cameriere con la cena che avevano ordinato. Lentamente anche il locale si riempì e tutti i camerieri iniziarono a muoversi molto più velocemente. Entrarono diverse famiglie, ma anche signore con i capelli cotonati avvolte in morbide pellicce e accompagnate da uomini eleganti e distinti. Il piccolo gruppo si dimostrò piuttosto bravo a riscaldare l’atmosfera della sala, tanto che nessuno di loro si rese conto di essere rimasti più di quanto avessero pensato di fare. Quando uscirono la temperatura si era abbassata ulteriormente e una foschia ancora più densa si disperdeva a mezz’aria nella città. «Un posto davvero carino» riconobbe Nathan con un profondo sospiro «dovrò tornarci prima o poi.» «Sì, hai ragione» si limitò a bisbigliare Lorenzo sollevando il bavero del cappotto.


Svoltato l’angolo raggiunsero una via secondaria che durante le ore del giorno era sempre piuttosto affollata. Come il resto della città però, in quel momento era pressoché deserta. Le inferriate dei negozi erano abbassate e i piccoli locali completamente immersi nell’oscurità. Notarono solo una figura in lontananza che si stava guardando attorno con aria nervosa. La luce della notte la fece sembrare una sagoma irriconoscibile, potevano vedere solo dei lunghi capelli e un ampio cappotto, finché non furono a pochi metri da lei. «Quella non è la tua amica?» chiese Damiano socchiudendo gli occhi mentre cercava di riconoscere la persona dall’altro capo della strada. «Non capisco» disse Lorenzo «doveva rientrare a casa questa mattina.» «A casa!» affermò Damiano ridendo «abita appena fuori dal centro e si ferma a dormire in quel dormitorio! Se potessi tornarmene a casa finite le lezioni non metterei più piede in quel posto.» «Non tutti amano stare a casa» affermò sospirando Nathan «io mi comporterei allo stesso modo. Senza considerare la comodità di non dover attraversare ogni volta la città per tornare a casa. Lena non abita esattamente in centro, la sua casa è piuttosto in periferia, non certo a ridosso della facoltà come il dormitorio. Pensa a quando ci sono solo due lezioni nella giornata e ti trovi con buchi di quattro o cinque ore. Che fai, ogni volta attraversi la città? In fondo la sua scelta non è così assurda.» «Secondo me rimane un inutile spreco di soldi.» «I suoi genitori sono spesso in viaggio per lavoro, è una decisione che hanno preso insieme anche per farla studiare con più tranquillità» affermò Lorenzo senza distogliere lo sguardo dall’altro capo della strada. In realtà era stata una decisione di Lena per poter passare qualche tempo fuori da quella prigione di vetro. Sua madre si era dimostrata contraria fin da subito alla possibilità che passasse il suo tempo nel dormitorio quando poteva tranquillamente tornarsene a casa. Si era voluta accertare personalmente di come fossero le condizioni delle stanze e quali persone prendessero alloggio in quel posto. Si era tranquillizzata solo quando era venuta a sapere che anche le figlie del suo avvocato alloggiavano lì dentro. Lorenzo continuò a tenere lo sguardo fisso su Lena che sparì dietro a una grande porta, non prima di aver guardato la via ancora una volta. Senza però far caso ai tre ragazzi che la fissavano dal lato opposto. «Magari sta andando solo a trovare qualche parente» disse Nathan riprendendo a camminare. «Che fai? Non vieni?» aggiunse, vedendo che Lorenzo era rimasto fermo nello stesso punto.


«No, andate avanti, io vi raggiungo più tardi» affermò attraversando veloce la strada. «Ma c’è il coprifuoco alle nove!» urlò Damiano; ormai però anche Lorenzo era diventato un’ombra indistinta avvolta nel buio della notte. Osservò il grande portone che la ragazza aveva aperto pochi istanti prima. Cercò un campanello dal quale capire di chi fosse quella casa, ma l’unica cosa che vide fu una grande targa dorata esposta alla destra dell’ingresso. «Una galleria d’arte? Che ci va a fare a quest’ora?» Senza troppa fiducia abbassò la maniglia spingendo la porta, che sotto la spinta si aprì lentamente. Incerto si avventurò all’interno della prima stanza. Si fermò qualche secondo per lasciare agli occhi il tempo di abituarsi all’oscurità. La situazione non migliorò particolarmente, ma almeno avrebbe evitato di urtare contro qualcosa. Superò il bancone guardandosi intorno, ma di Lena non c’era nessuna traccia. Tutto era avvolto da un’oscurità quasi irreale. Dei quadri appesi alle pareti non si vedeva che la forma della cornice. Si inoltrò nel salone adiacente, dove lo spazio era decisamente più grande. Si sentì come un ladro, e anche se le sue intenzioni non erano quelle, sicuramente avrebbe avuto diverse difficoltà a giustificare la sua presenza in quel posto se lo avessero scoperto. L’aria sembrava diventare sempre più pesante e il rumore dei suoi passi più evidente. Forse era il caso di tornare indietro. Si guardò attorno preoccupato e iniziò quasi a pensare di essersi sbagliato e di non averla realmente vista entrare. Poi però vide un luce. Era solo un bagliore leggero che filtrava da un porta semichiusa. La aprì adagio guardando curioso le scale che scendevano verso una cantina. Seguì quella stessa luce che diventava a ogni gradino più evidente. Forse non era stata una buona idea seguirla. Poteva anche non essere sola, poteva aver avuto mille ragioni per scendere nello scantinato di una galleria d’arte. In quel momento però non gliene veniva in mente nessuna di plausibile. Giunto sull’ultimo gradino si affacciò incerto verso il centro della stanza. L’ambiente era illuminato solo da due piccole lampade a olio poste sopra due diversi tavoli di legno. Ai piedi delle pareti erano ammassati diversi quadri e cornici ancora vuote. Poi, voltandosi verso l’angolo più illuminato, riuscì finalmente a vederla. Indossava un lungo grembiule bianco sporcato in diversi punti da grandi macchie colorate. Stava in piedi davanti a un’ampia tela già dipinta in parte di un meraviglioso azzurro cielo. Inclinò leggermente il viso prima di mescolare dei colori su una tavolozza.


Lorenzo le si avvicinò silenziosamente, fermandosi alle sue spalle. «Cosa dovrebbe diventare?» chiese allungando il viso verso la spalla di Lena. La tavolozza che aveva nella mano sinistra cadde a terra e un urlo ruppe il silenzio in cui era avvolta la stanza. «Ma…» disse colpendolo alla spalla «sei pazzo? Vuoi farmi morire di paura?» «Non sarei entrato se non avessi lasciato la porta aperta. Sei un po’ troppo ingenua lo sai?» «Sinceramente non credevo che qualcuno potesse entrare.» «Allora?» chiese girandole attorno «che ci fai qui? Cos’è una specie di nascondiglio segreto?» «Una specie» rispose sorridendo recuperando la tavolozza che aveva macchiato il pavimento. «L’anno scorso sono venuta qualche pomeriggio ad aiutare Tom, il direttore della galleria, così mi ha dato le chiavi dicendomi che se volevo, potevo venire qui giù a dipingere qualche volta.» «Non sapevo che avessi lavorato qui» disse sedendosi su un piccolo divano rivestito da un’ampia coperta viola. «La scorsa estate avevo sentito da una mia compagna che stavano cercando un aiuto per qualche ora al giorno, così mi sono presentata e la settimana dopo ho iniziato. Un piccolo dettaglio che ho accuratamente evitato di dire ai miei genitori naturalmente» aggiunse sorridendo «non oso immaginare cosa avrebbero detto sapendo che stavo lavorando in un posto come questo.» «Hai evitato di dirlo anche a me?» «No, semplicemente è successo quando già eri tornato a casa, non ci siamo visti per più di due mesi e più o meno ho lavorato qui dentro proprio in quel periodo» affermò sedendosi vicino a lui. Lorenzo odiava l’estate. Doveva rimanere a casa troppo tempo, e ogni giorno era più pesante del precedente. Nel ripensare a quei giorni aveva quasi l’impressione di percepire ancora quella sensazione di angoscia che gli attanagliava lo stomaco ogni mattina, quando si rendeva conto di dover affrontare un’altra intera giornata in quella casa. «Vedi?» disse Lena fissando la sua tela «io qui posso essere davvero me stessa. Non ci sono molti posti in cui posso farlo senza essere giudicata.» «Allora sei fortunata a passare tanto tempo lontana dai tuoi genitori.» «Non parlo solo del loro giudizio.» «Che vuoi dire?»


«Non so come spiegartelo ma mi sento diversa dalle altre ragazze con cui passo il mio tempo.» «Questo lo so» rispose divertito «non ho mai visto nessun altra ragazza scalare il cornicione o arrampicarsi sugli alberi.» «Non è solo questo» affermò accennando un sorriso «a volte ho la sensazione che le altre ragazze frequentino questi corsi solo in attesa di sposarsi o di trovare l’uomo che chieda loro di farlo. Quasi stessero preparando un curriculum da poter presentare al miglior offerente. Come se essere una moglie fosse l’unico scopo che si sono prefissate per la loro vita. Non parlano praticamente di nient’altro. Per questo mi piace tanto Alissa, lei è un po’ come me.» «Non vuole sposarsi?» «No, vuole poter decidere da sola quando farlo. Ho visto cosa succede quando qualcuna si sposa. Praticamente smettono di esistere. Diverse ragazze del mio corso sono già sposate. Prima uscivano spesso con noi durante il pomeriggio o nei fine settimana, ora invece quasi non si vedono nemmeno a lezione. Devono chiedere il permesso al marito per fare qualsiasi cosa, quasi fossero diventate proprietà di qualcun altro.» «Non sono un grande esperto in matrimoni, soprattutto visto l’esempio con il quale sono cresciuto, ma credo che quando ti sposi sia normale dover condividere le decisioni con un’altra persona.» «Sì, ma non trovo giusto che qualcuno possa proibirmi di fare qualcosa.» «Nemmeno io.» «Già… purtroppo però non tutti la pensano come te. Fin da piccola ho avuto sempre qualcuno che ha deciso per me cosa indossare, dove andare e persino come mi sarei dovuta comportare. Ho iniziato a seguire lezioni di portamento all’età di tre anni, poi hanno deciso che un passatempo ideale fosse quello di suonare il piano e nel giro di una settimana hanno trovato un’insegnante e ho iniziato a prendere lezioni» disse alzando le gambe sul divano. «Forse volevano semplicemente evitare che passassi il tuo tempo sugli alberi» rispose divertito. «Forse» disse sorridendo «poi però hanno aggiunto anche lezioni di cucito, danza e arte.» «E così hai iniziato a dipingere…» «No, così ho iniziato a capire chi fossi, perché…» disse indicando il quadro davanti a loro «questo è quello che sono.» «Perché non lo continui?» «Non riesco a dipingere quando qualcuno mi guarda» ammise Lena arrossendo.


«Allora esiste qualcosa che riesce a turbarti. Finalmente l’abbiamo scoperto!» esclamò sorridendo. «Ci sono fin troppe cose che riescono a turbarmi in realtà» disse lasciando cadere la testa sullo schienale. Il suo profumo era meraviglioso. Sembrava di essere in un campo fiorito sotto il più dolce sole di primavera. «Odio il tempo» affermò Lena sospirando. «Perché?» «Perché fugge quando dovrebbe fermarsi e rallenta quando invece dovrebbe fuggire.» «La cosa bella è proprio la certezza che il tempo passa, è l’unica cosa che mi ha dato la forza per andare avanti in certe giornate. Hai la sicurezza che qualunque cosa negativa prima o poi passerà.» «Anche quelle positive, e non è detto che tornino.» «Come sei negativa questa sera. È successo qualcosa?» chiese spostando lo sguardo verso di lei. «No, solo non vorrei dover uscire da questa stanza.» «So che vuoi dire.» Lorenzo sorrise chiudendo gli occhi e facendosi pervadere ancora una volta dalla dolcezza di un profumo di primavera in pieno inverno. «Lorenzo!» Quella voce sembrava essere lontana e ovattata. La mente si sforzava di seguirla dondolando in una strana illusione di irrealtà. Sembrava provenire da un altro mondo, una realtà nella quale stava disperatamente cercando di riportarlo. «Lorenzo per amor del cielo svegliati!» Ormai non doveva più lottare. Doveva solo capire dove si trovasse e che cosa fosse successo. «Che ore sono?» chiese strofinandosi gli occhi «credo di essermi appisolato» «No, ti sei proprio addormentato» bofonchiò Lena mentre correva nervosamente accaparrando le sue cose sparpagliate nella stanza. «Addormentato? Ma come…» «Non ho tempo di parlare, non hai idea del guaio in cui mi sono cacciata.» «Cerca di calmarti» disse correndole appresso al piano di sopra «non può essere passato tanto tempo.» «Invece sì! È quasi mattina!» affermò con la voce tremante aprendo la porta.


«Oh Dio! Ma… come diavolo ho fatto ad addormentarmi? E tu perché non mi hai svegliato?» Il freddo era pungente sul corpo ancora addormentato. Nemmeno il cappotto infilato alla rinfusa sembrava riuscire a riscaldarlo. Lena chiuse la porta infilando la chiave che sembrava quasi non trovare l’incastro giusto nella serratura. «Cerca di calmarti, in fondo non è successo niente.» «Niente» disse con una risata isterica «non sai quello che stai dicendo! Hai visto che ore sono? È mattina! Senti devo proprio andare» affermò iniziando a correre lungo la strada. «Lena, aspettami!» gridò Lorenzo seguendola. Il respiro diventava sempre più affannato mentre la seguiva lungo le strade della città. Non aveva mai visto nessuno scappare a quella velocità. Era quasi difficile riuscire a raggiungerla. Per quanto si avvicinasse a lei, riusciva a distanziarlo sempre di qualche metro e le membra ancora addormentate non lo aiutavano di certo nell’impresa. «È ridicolo!» bofonchiò tra sé cercando di spingere sulle gambe «vuoi fermarti?» «Non posso» gridò superando un incrocio completamente deserto «non capisci, ho combinato un vero disastro.» «Lena!»gridò riuscendo a raggiungerla qualche metro dopo. Il viso della ragazza era stravolto, le lacrime iniziarono a scenderle lungo le guance. «Sono le sei!» gridò «le sei del mattino! Mi uccideranno!» disse lasciando cadere il capo sul petto di Lorenzo. I singhiozzi diventarono sempre più violenti. «Calmati» disse appoggiandole la mano sulla testa. Si sentì terribilmente responsabile per quello che era successo «magari nemmeno se ne sono accorti.» «Non sai di cosa stai parlando. Diranno che sono un disonore per la mia famiglia, che una ragazza non deve restare fuori per tutta la notte… mi uccideranno.» «Io sono qui. Se vuoi parlerò io a tuo padre» disse seriamente qualche istante più tardi. «Così ucciderebbe anche te. Cos’è? Hai tanta fretta di morire?» disse esibendo un timido sorriso che svanì qualche secondo più tardi. «Te l’ho detto, magari ti stai preoccupando per nulla.» «Magari» disse camminando più lentamente per una grande via laterale. I piccoli alberi che fiancheggiavano la strada si muovevano spinti dal leggero vento del mattino. «Non posso credere che sia tanto grave. Non hai fatto nulla in fondo.»


«Nel tuo mondo forse. Nel mio ho fatto la cosa peggiore che una ragazza possa fare.» «Allora gli diremo che non è successo nulla. Lascia parlare me, vedrai che gli spiegherò tutto.» Lena sorrise guardandolo teneramente. «Non posso farti entrare, rischierei di non vederti mai più.» Lorenzo non riuscì a rispondere, continuò semplicemente a guadarla cercando disperatamente una spiegazione che sembrava non esistere. «Lascia almeno che ti accompagni fino a casa» affermò guardando quegli occhi arrossati. «Lo hai appena fatto» dichiarò Lena «io abito qui dentro.» Indicò un grande cancello di ferro che proteggeva un ampio giardino. Quasi non aveva notato quella villa immensa, talmente grande da confondersi con le ville storiche della città. Spostò lo sguardo verso quell’edificio imponente. Tre piani di finestre correvano lungo una grande parete bianca e un enorme giardino la circondava fino a quel cancello. Ecco la realtà. Il mondo dal quale per qualche istante aveva dimenticato provenisse Lena. «La mia offerta è ancora valida» disse Lorenzo con meno sicurezza rispetto a qualche istante prima. «Grazie, ma non voglio farti passare dei guai.» Aprì il cancello e lo chiuse alle sue spalle. Rimase qualche secondo con le mani strette al metallo freddo e la fronte appoggiata a esso. «Se resto qui un altro secondo credo che potrei chiederti di portarmi via con te.» Sorrise dopo aver pronunciato quella frase, forse per farle assumere un tono più ironico di quanto in realtà non avesse. Chiuse gli occhi un istante e lasciò scivolare la mano lontana da quel cancello che sembrò improvvisamente imprigionarla per sempre.


3 Quel lunedì mattina la lezione sembrò essere interminabile. Le parole del professore erano solo un lontano brusio al quale Lorenzo non riusciva a prestare la minima attenzione. In alcuni momenti dimenticava persino di trovarsi in quell’aula. Riusciva a vedere solo lei, con le mani strette al cancello e il capo abbassato. La stessa immagine che lo aveva tormentato negli ultimi due giorni, dall’ultima volta in cui l’aveva vista. Durante il fine settimana non aveva fatto altro che aspettare, aspettare che il tempo passasse per poterla vedere. Lena rientrava negli alloggi nel primo pomeriggio di solito. Aveva pensato che andare a lezione, se non altro, lo avrebbe aiutato a distrarsi un po’. Invece il tempo sembrava ancora non passare mai. Spostò lo sguardo verso il professore che scriveva formule chimiche e numeri alla lavagna, poi verso il cielo grigio che si vedeva dalla finestra. Doveva uscire da quella stanza. Restare seduto in quello stupido banco era davvero inutile. Non aveva scritto una sola parole nelle ultime due ore, e in fondo in quel momento nemmeno gli interessava. Voleva solo sapere che cosa fosse successo. Accatastò i libri cercando di non fare rumore e uscì velocemente dall’aula. Ripercorse la strada che aveva fatto quella mattina e attraversò il viale che divideva i due dormitori. Oltrepassò il cancello di quello femminile e si fermò all’ingresso guardandosi attorno. Nonostante le voci che animavano quell’atrio fossero completamente diverse da quella alle quali era abituato, quel posto era quasi una copia del dormitorio in cui alloggiava da diversi anni. Lo stesso grande atrio illuminato da ampie finestre, le stesse colonne di marmo ai piedi della grande scalinata, e anche lo stesso profumo nell’aria. Si fermò al bancone che si trovava vicino all’ingresso e chiese di poter parlare con Lena Odet, indicando alla vecchia signora anche la stanza nella quale alloggiava. «Lei è un parente?» chiese scrutandolo seriamente. «No, sono un amico.»


«Mi dispiace» affermò scuotendo la testa «ma non posso farla salire. L’accesso alle camere è ammesso solamente ai parenti delle studentesse.» «Si tratta di pochi minuti» cercò di insistere «devo solo accertarmi di una cosa.» «Ci sono delle regole» ribadì la signora «e lei capisce che io devo farle rispettare.» «Certo» disse Lorenzo pacatamente «ma mi bastano cinque minuti, dico davvero.» «Anche a me per perdere questo lavoro.» La guardò cercando un appiglio nel suo sguardo, ma non trovò nulla. «Lorenzo, sei tu?» gridò Alissa avvicinandosi al bancone «che ci fai qui?» «Stavo cercando Lena» disse Lorenzo «ma come avrei dovuto aspettarmi non mi permettono di salire. Potresti dirle che l’aspetto qui fuori?» «Lena… veramente… non c’è più. Credevo lo sapessi.» «Che vuol dire che non c’è più?» «Delle persone sono passate questa mattina a prendere le sue cose. Sembravano essere piuttosto di fretta in realtà. Ho provato a chiedere loro qualcosa, se Lena stesse bene o perché avesse deciso di andarsene così all’improvviso, ma sono stati decisamente evasivi. L’unica cosa che mi hanno detto è che Lena non avrebbe più alloggiato in questo dormitorio. Non so cosa sia successo, forse ha deciso di frequentare le lezioni continuando a vivere a casa, anche se in questo caso credo proprio che me ne avrebbe parlato. Forse ha qualche problema in famiglia. Proverò ad andare a trovarla nel fine settimana per vedere se va tutto bene. So che dovrebbe seguire una lezione adesso, se hai bisogno di parlare con lei.» Lorenzo però già non ascoltava più le sue parole. Lui sapeva la verità. Sapeva che Lena era stata scoperta. Ormai di questo era sicuro. Almeno non aveva lasciato l’università. «Sai che corso segue?» «Dovrebbe essere…» disse la ragazza assumendo un’espressione pensierosa «arte moderna. Devi andare al secondo piano del dipartimento di arte e musica. Ti conviene sbrigarti però, dovrebbe finire tra meno di mezz’ora.» «Grazie» disse Lorenzo correndo fuori dall’edificio. Non aveva mai corso tanto come in quei due giorni in tutta la sua vita. Fortunatamente però il dipartimento di arte non si trovava molto lontano dalla sua università. Riuscì a raggiungerlo in meno di dieci minuti. Una delle caratteristiche migliori di quei dormitori infatti era proprio la facilità con cui gli studenti potevano raggiungere le diverse facoltà.


Entrò nell’atrio senza nemmeno perdere tempo cercando di orientarsi. Lena era al secondo piano. Il resto non importava. Salì velocemente le scale e, cercando di riprendere fiato si guardò attorno, trovando da entrambi i lati una serie di porte perfettamente uguali tra loro. Rimase immobile per qualche secondo ascoltando le voci indistinte degli insegnanti che si udivano soffuse da direzioni diverse. La cosa migliore in quel caso era rimanere fermo davanti alla scalinata. Sarebbe passata necessariamente di lì. Pensò solo in un secondo momento però, che la quantità di studenti che si sarebbero riversati in quel corridoio avrebbe potuto rendere l’operazione alquanto difficile. Si appoggiò al muro al lato delle scale. In fondo non aveva altra scelta se voleva parlare con lei. Anche se non capiva cosa lo spingesse con tanta tenacia a cercarla. In fondo non era successo nulla di grave. Si erano semplicemente addormentati. Questi pensieri però non riuscivano a calmarlo. Continuava a vedere la stessa immagine, gli stessi occhi tristi al di là del grande cancello. Sentendo aprirsi la porta alla sua destra, si spostò dalla sua posizione, pronto per gestire una marea di studenti. Si sentiva come un piccolo castello di sabbia consapevole di dover affrontare un’onda decisamente più grande di lui. Da quella stanza però uscì solo un ragazzo, che senza quasi notarlo lo superò ed entrò nel bagno posto alla fine del piccolo corridoio. Il suo corpo sembrò rilassarsi nuovamente ritrovando l’appoggio della parete che aveva appena lasciato. Voltò lo sguardo verso la grande finestra dalla quale penetrava una luce sempre più velata. Notò che il cielo grigio si stava pian piano ricoprendo di nubi minacciose. L’inverno sembrava decisamente più lungo degli altri anni. Ma forse aveva sempre questa sensazione in quei giorni in cui la luce del sole rimaneva un pallido ricordo. Dopo pochi secondi vide lo stesso ragazzo attraversare il corridoio lanciandogli un’occhiata curiosa prima di dirigersi verso l’aula dalla quale era uscito. «Scusami» disse Lorenzo avvicinandosi «sai per caso dove si tenga la lezione di arte moderna?» «Quella del professor Baldo?» «Sì, credo di sì.» «In quel caso qui dentro» affermò indicando la porta che stava per aprire «ormai però è finita, mancheranno dieci minuti.» «Grazie» rispose Lorenzo sollevato «non è un problema. Volevo solo dare un’occhiata.»


Entrò in quella stessa aula, celandosi lievemente dietro al corpo di quel ragazzo. Il professore continuò incurante la lezione, senza nemmeno notarli. Vide un posto vuoto all’inizio dell’ultima fila. Prese posto continuando a scrutare ogni singolo studente che stava seguendo quella lezione. Il professore continuò a descrivere la foto di un famoso quadro che aveva appeso davanti alla lavagna. Notò che ogni studente aveva davanti a sé una fotocopia di quello stesso dipinto sulla quale stavano annotando le varie riflessioni dell’insegnante. Continuò a scrutare uno a uno i ragazzi. Nessuno però sembrava assomigliare a lei. Si allungò leggermente sul banco cercando di osservare anche gli studenti che si trovavano al limite opposto della stanza. Nessuno dei profili era quello di Lena. Forse lei non c’era, pensò deluso. Alissa poteva anche essersi sbagliata, non poteva sapere se Lena sarebbe andata o meno a quella lezione. Era un’ipotesi che fino a quel momento non aveva nemmeno preso in considerazione. Si alzò silenziosamente una ragazza dalla penultima fila. Prese lo zaino e il libro appoggiato al banco e uscì dall’aula. Dovevano mancare pochi minuti, e il professore nemmeno spostò lo sguardo verso di lei. Quello che catturò l’attenzione di Lorenzo però non fu quella ragazza, ma quella seduta nel banco esattamente dietro al suo. Era lei. Ferma, con lo sguardo rivolto alla finestra. Il viso inclinato era appoggiato alla mano sinistra coperta dai capelli castani che sfioravano la superficie del banco. «Per oggi fermiamoci qui» disse il professore in lontananza. Senza nemmeno ascoltare il resto delle sue parole, ogni studente chiuse frettolosamente il libro e fuggì fuori dall’aula stringendo il cappotto tra le mani. Solo lei sembrava muoversi a un ritmo diverso. Come se fosse stata svegliata da un sonno profondo. Come se non avesse alcuna fretta di lasciare quel posto. Lorenzo si fece spazio tra una miriade di persone che creavano una corrente naturale che spingeva verso l’uscita. Urtò contro un paio di ragazzi prima di trovarsi dall’altro capo dell’aula semivuota. Le si avvicinò silenzioso e si lasciò cadere sulla sedia del banco davanti al suo. «Finalmente ti ho trovata.» «Sei tu» disse sorpresa spalancando gli occhi «mi dispiace così tanto» aggiunse quasi faticando a trovare la voce per parlare «non sapevo come contattarti. Non mi è permesso uscire di casa. Non posso tornare al dormitorio. Non posso vedere nessuno né ricevere visite. Non posso quasi respirare senza chiedere il permesso.»


«Dispiace a me» disse appoggiando le braccia al banco di Lena «è colpa mia se ti trovi in questa situazione. Se mi avessi lasciato entrare con te l’altro giorno avrei potuto spiegare come stavano le cose.» «Credimi, è stato decisamente meglio che tu non l’abbia fatto» affermò accennando un sorriso «non avresti potuto dire nulla di convincente e di sicuro la verità non avrebbe migliorato la situazione.» «Perché? Non gli hai spiegato come sono andate le cose?» «Scherzi? Papà, ho dormito con un ragazzo nello scantinato di una galleria d’arte dove vado a dipingere quando riesco a scappare di casa. Non avrei rivisto la luce del sole per diversi anni, credimi.» «Allora cosa gli hai raccontato?» «Che avevo saputo che una mia compagna era stata male, ma per non farlo preoccupare ero uscita senza dire nulla. Poi gli ho detto che abbiamo perso la cognizione del tempo chiacchierando.» «Ti ha creduta?» «Non lo so. L’unica cosa certa è che sono in punizione e se non mi sbrigo a tornare a casa perderò anche il diritto di respirare. Non l’ho mai visto tanto arrabbiato in tutta la mia vita. Aveva persino chiamato la polizia perché venissero a cercarmi. Quando sono entrata» continuò scuotendo la testa «ho persino cercato di fare attenzione nell’aprire la porta, una piccola parte di me credeva davvero che nessuno si fosse accorto che non c’ero, poi quando mi sono voltata ho visto la sala da pranzo piena di persone e lo sguardo di mio padre venire verso di me. Ha cominciato a urlare talmente in fretta che nemmeno riuscivo a capire che cosa stesse dicendo.» «E tua madre?» «Mia madre si è limitata a guardarmi come avessi commesso il peggiore dei crimini. Non ha spostato lo sguardo dal mio viso nemmeno per un momento. Ma non ha detto una sola parola. In realtà non mi ha più parlato da quella sera» affermò incamminandosi verso le scale. «Da un certo punto di vista magari è meglio così, almeno non ti sei dovuta giustificare davanti a due genitori urlanti.» «Non ne sarei così sicura. Quando rimane in silenzio poi succede sempre qualcosa. Era come se mi stesse studiando e giudicando nello stesso tempo. Mi preoccupa più il suo silenzio che non una sfuriata improvvisa di mio padre.» «È una fortuna comunque che non ti abbiano anche costretta a lasciare gli studi» disse Lorenzo seguendola lungo le scale. «Più che fortuna, diciamo che ha giocato bene le sue carte.» «Che vuoi dire?»


«Tra le varie cose che voleva proibirmi c’erano anche le lezioni. Però gli ho detto che dopo tutti i sacrifici che avevo fatto sarebbe stata una cosa davvero stupida. Non so se avesse già programmato quel ricatto, fatto sta che mi ha messo davanti a una scelta.» «Cioè?» «Mi ha detto che potevo continuare a frequentare le lezioni solo se gli promettevo che sarei andata a Parigi con lui durante le vacanze di Natale.» «Quindi tornerai a Parigi?» «Sì, la cosa strana è che ci sono sempre tornata. Anche l’anno scorso. Non capisco perché me l’abbia fatto promettere. Deve esserci sotto qualcosa, anche se non so ancora che cosa sia.»


4 Le vacanze di Natale erano ormai alle porte e la città si stava dipingendo di piccole luci colorate. Le vetrine erano addobbate con ghirlande e nastri rossi mentre musiche natalizie riecheggiavano come echi lontani. L’ultima settimana di lezioni era decisamente quella più lenta, almeno secondo la maggior parte dei ragazzi che non vedevano l’ora di tornare a casa per assaporare un po’ di riposo. A differenza di quello che aveva supposto Lena la punizione dettata dal padre durò ben più di una settimana. Fortunatamente con la scusa del laboratorio al quale partecipava per tre pomeriggi, riusciva comunque a passare fuori casa diverso tempo. Sufficiente per non impazzire, diceva lei. Anche quel pomeriggio Lorenzo si ritrovò a gironzolare senza meta in prossimità della macchina di Lena. Si appoggiò all’auto stringendosi leggermente nel cappotto che sembrava non essere più in grado di riscaldarlo a dovere. Lena uscì quasi per ultima, con un grande blocco stretto tra le mani. I capelli castani erano come sempre raccolti da un nastro colorato e oscillavano a ogni suo movimento. In quelle ultime settimane temporeggiava sempre di più per uscire dalle lezioni. La prigionia era durata decisamente più tempo di quanto riuscisse a sopportare il suo spirito libero. «Ciao, è tanto che aspetti?» chiese sistemando il blocco nel sedile del passeggero. «No, sono arrivato da appena cinque minuti» mentì scrollando le spalle. «Ti va di fare un giro?» «Adesso? E tuo padre?» «È completamente assorbito dai preparativi per la partenza per Parigi. Ha già fatto preparare tre bauli pieni di cose da portare via» affermò scuotendo il capo contrariata «è talmente euforico che credo davvero che ormai si sia completamente dimenticato della mia punizione. Inoltre è arrivato ieri sera un mio lontano cugino che si fermerà da noi fino alla fine di questa settimana. È una persona piuttosto importante a Parigi e mio


padre lo sta trattando con tutti gli onori, anche per questo credo proprio che non noterà nemmeno la mia assenza.» «Credi o ne sei certa?» chiese Lorenzo ancora dubbioso mentre Lena accendeva il motore. «Non posso certo restare fuori tutta la notte, quindi evitiamo di addormentarci da qualche parte, ma per i prossimi giorni direi che non ci sono problemi. Allora sali o no?» Lorenzo decise di credere alle parole di Lena, che sembrava davvero sicura di poter restare fuori tranquillamente oltre l’orario di laboratorio. Salì in macchina senza sapere dove stessero andando. Rimasero in silenzio mentre l’ambiente attorno a loro cambiava lentamente. Stavano uscendo dal centro della città. Le strade diventavano più ampie e gli spazi aperti decisamente più numerosi. Le case erano più grandi e le forme meno rigide. «Non ci stiamo allontanando un po’ troppo?» chiese Lorenzo guardandosi attorno. «Fidati di me per una volta» affermò deviando lungo una strada battuta che si inoltrava in un piccolo bosco. «Sai almeno dove stiamo andando?» «No, mi sto facendo guidare dal mio istinto.» «Stai scherzando?» Lena sospirò spegnendo il motore accanto a un grande albero a lato della strada. «Certo che sto scherzando. Dai, seguimi» affermò prendendo uno zaino dal sedile posteriore. «Cos’hai lì dentro?» chiese Lorenzo sospettoso. «Lo sai che fai decisamente troppe domande?» lo rimproverò Lena inoltrandosi nella radura. Superarono una fila di alberi spogli percorrendo un piccolo sentiero ghiaioso. Se avessero visto quello stesso posto qualche mese più tardi certamente sarebbero stati circondati da un’atmosfera completamente diversa. Gli alberi sarebbero stati fioriti, il prato verde e morbido attraversato da una tiepida aria primaverile. L’inverno però non lasciava spazio a nulla di tutto ciò. Il terreno era duro come roccia sotto i piedi, l’erba rada era ricoperta da un velo di brina semitrasparente. Gli alberi erano spogli, braccia nude protese verso il cielo grigio. Ogni cosa sembrava essersi addormentata in un sonno eterno, come se quel posto si trovasse completamente fuori dalla realtà, in un altro mondo in cui un incantesimo aveva assopito ogni cosa.


«Siamo arrivati» disse entusiasta Lena appoggiando lo zaino su un grosso masso adiacente a un piccolo lago ghiacciato. «Arrivati dove?» chiese Lorenzo guardandosi attorno. «Nell’unico posto in cui anche l’inverno diventa divertente» rispose aprendo lo zaino. Lorenzo la fissava cercando di capire il significato di quelle parole e soprattutto di quello strano posto. «Non pensarci nemmeno» affermò scuotendo il capo dopo aver visto quello che Lena aveva preso dallo zaino. «Perché no? Hai paura?» Lorenzo puntò lo sguardo verso quei pattini e la sottile lama affilata che correva sotto la suola bianca, fissò poi il lago gelato e la lastra gli sembrò improvvisamente più sottile della lama che aveva davanti. «Certo che ho paura, quella lastra è sicuramente più fragile di quello che sembra. Si romperebbe sotto il nostro peso Lena. Rischiamo di annegare e morire congelati o nel migliore dei casi di cadere nell’acqua ghiacciata e beccarci comunque una polmonite.» «Ho pattinato qui sopra tutti gli inverni degli ultimi quindici anni e non sono mai caduta in acqua. Puoi stare tranquillo, quando ci sono queste temperature non c’è proprio alcun pericolo.» Lorenzo ancora non sembrava convinto dalle parole di Lena. Continuava a fissare il lago davanti a lui come la cosa più pericolosa che avesse mai visto. «Ti fidi di me?» chiese Lena andando verso di lui. «Non so davvero cosa risponderti, a volte dimentico che il tuo senso del pericolo non è molto sviluppato.» «Non ho mai fatto nulla di veramente pericoloso.» «Forse dimentichi quando ti arrampichi sugli alberi o scendi lungo il cornicione dalla tua finestra, oppure quando entri da sola in una galleria d’arte a notte fonda e lasci la porta aperta, per non parlare di quando guidi la macchina.» «Eppure non mi è mai successo niente. Forse perché in fondo so quello che faccio.» «Oppure perché sei molto fortunata.» «Dai…» lo implorò porgendogli i pattini «fallo per me! Sarà il mio regalo di Natale.» La guardò un istante sospirando e socchiudendo gli occhi. Il volto di Lena si illuminò da un sorriso compiaciuto, consapevole di essere riuscita a convincerlo.


Lo aiutò a sistemare i pattini e barcollando scivolarono sulla lastra di ghiaccio. «Devi lasciare che il tuo corpo ti guidi» disse Lena tenendolo per mano. «Certo, è facile per te, ma ti ricordo che io non ho mai fatto nulla del genere e sapere di avere una lastra sottile sotto i piedi non mi aiuta di certo.» Era molto più scivoloso di quanto avesse immaginato. Quando aveva guardato le sue compagne delle elementari pattinare nel piccolo lago vicino alla chiesa sembrava fosse la cosa più naturale del mondo. In quel momento invece aveva l’impressione che ogni parte del suo corpo seguisse una direzione diversa. Lena si mise davanti a lui prendendogli entrambe le mani. Lo guidò lentamente lungo il ciglio del bacino. «Attento! Devi cercare di mantenere l’equilibrio.» «Equilibrio? Ma vedi dove siamo?» «Devi lasciarti scivolare spingendoti dolcemente in avanti. Provaci, ti verrà naturale.» «Mi viene naturale pensare che sono un idiota!» «Fai un tentativo almeno.» Lorenzo provò a spingersi verso di lei, ma i piedi scivolavano decisamente di più di quanto volesse, portandolo a perdere pericolosamente la poca stabilità che aveva trovato restando fermo. «Senti, è davvero una cosa ridicola» affermò cercando di girarsi. Mosse i piedi nel tentativo di avvicinarsi alla costa ma quei pochi metri sembrarono diventare decisamente impraticabili. «Aspetta» lo implorò Lena cercando di trattenerlo per un braccio «non puoi arrenderti così facilmente.» «Non posso arrendermi per qualcosa che non ho mai voluto fare. Facciamo così; io mi siedo su quella pietra comoda e sicura, e ti guardo pattinare per tutto il tempo che vuoi.» Si avvicinò ulteriormente alla riva. La presa di Lena divenne più salda e cercò di trascinarlo verso di lei. «Non è divertente farlo da sola.» Cercò di spingere ancora una volta il corpo di Lorenzo verso di sé, forse dimenticando la sua instabilità, e nonostante cercasse di mantenere l’equilibrio non riuscì a farlo per entrambi. Caddero a terra, sbattendo su quella lastra che si dimostrò più resistente di quanto Lorenzo avesse immaginato.


Lena lo fissò un istante prima di scoppiare a ridere. Una risata incessante, non riusciva a controllarsi nemmeno davanti allo sguardo accigliato di Lorenzo. «Non c’è nulla da ridere» affermò cercando inutilmente di alzarsi. In qualunque modo cercasse di ottenere stabilità, ogni parte del suo corpo scivolava riportandolo nella stessa posizione. «Invece sì» farfugliò tra le risa incontrollabili. Riuscendo ad alzarsi raggiunse lentamente la riva e si lasciò cadere sul masso ai piedi del quale aveva sistemato lo zaino. Tolse velocemente i pattini prima che Lena potesse impedirglielo. Aveva lo strano potere di fargli fare le cose più assurde. «È un vero peccato» si lamentò Lena girando su sé stessa sopra il laghetto «non sai cosa ti perdi.» La sciarpa rosa si muoveva leggera sopra il cappotto bianco mentre volteggiava spostandosi leggera da una parte all’altra. Lorenzo sorrideva guardandola divertirsi come una bambina mentre prova il nuovo giocattolo di Natale che ha trovato sotto l’albero. «Mi è sempre piaciuto pattinare» affermò ridendo, fermandosi davanti a lui «è un po’ come danzare, ma molto più magico perché qui è come se tutto si muovesse con me, come se per un istante riuscissi a risvegliare questo posto dal sonno dell’inverno.» «Ora però è il caso che se ne torni a dormire e noi a casa. Si sta facendo tardi.» «Sì, forse questa volta hai ragione.» Si avvicinò a Lorenzo barcollando sulla lama sottile e, seduta su quella stessa pietra si tolse i pattini che rimise nello zaino. Le temperatura e l’umidità erano decisamente più forti in quel posto. Il naso di Lena era completamente indolenzito nonostante la sciarpa in cui era avvolta. Sospirando Lena prese lo zaino che era ai suoi piedi e si incamminarono fuori da quella piccola radura. La luce del giorno sembrava essere molto più offuscata nonostante fossero appena le cinque. «Questo dallo a me» disse Lorenzo cercando di prendere lo zaino dalle spalle di Lena. «Guarda che ce la faccio benissimo.» «Sì, certo lo so» affermò caricandoselo sulle spalle.


5 Camminò per l’ennesima volta attorno alla piazza nella quale avevano concordato di vedersi pochi giorni prima mentre tornavano da quel laghetto ghiacciato. «Devo comprare un regalo di Natale per i miei genitori, pensavo di andare a fare un giro in centro nel fine settimana» gli aveva detto «se non hai nulla da fare potresti accompagnarmi.» In realtà doveva studiare per l’esame di Chirurgia che era sempre più imminente, ma una piccola passeggiata non avrebbe fatto differenza, aveva pensato. L’accordo era di trovarsi alle tre in quella piazza. Era quasi passata mezz’ora ma Lena ancora non si vedeva. Percorse ancora una volta il perimetro del sagrato leggermente più nervoso di qualche minuto prima. La superficie era scivolosa e le scarpe sfuggivano spesso al suo controllo. Lena poteva anche aver dimenticato quell’accordo, in fondo non si erano visti negli ultimi tre giorni. Magari era sorto un impegno che non era riuscita a disdire e non aveva trovato nessun modo per avvertirlo. Le possibilità erano davvero troppe, pensò guardando ancora una volta l’orologio della chiesa. Scese sulla strada e si avvicinò ai piccoli venditori ambulanti che capeggiavano sempre in prossimità dell’Arena. Vendevano piccoli oggetti che richiamavano la tradizione locale, la maggior parte ispirata alla tragedia di Romeo e Giulietta. Una storia che non gli era mai piaciuta particolarmente. Un amore distrutto da una serie di coincidenze sbagliate. Sarebbe bastato un attimo in più e tutto sarebbe andato diversamente. «Lorenzo!» Si voltò sentendosi chiamare da una voce che però non aveva riconosciuto. Vide Alissa correre nella sua direzione dalla piazza che aveva occupato fino a pochi minuti prima. Le guance rosa a causa del freddo accentuavano ancora di più il candore della sua pelle. I capelli biondi si intravedevano appena nascosti da un capello rosso e da una pesante sciarpa di lana. «Finalmente ti ho trovato» disse cercando di riprendere fiato «ho avuto paura che te ne fossi già andato quando non ho visto nessuno.»


«Che vuoi dire? Lena dov’è?» chiese guardandosi attorno. «Lena ha avuto la febbre alta negli ultimi due giorni» disse ancora ansimando «sono andata a trovarla ieri mattina dopo le lezioni. Quando non l’ho vista a scuola avevo pensato che fosse successo qualcos’altro e fosse di nuovo in punizione così ho deciso di andare a vedere se stava bene. Mi ha detto del vostro incontro e di avvertirti che non sarebbe potuta venire. Mi ero ripromessa di venire a cercarti questa mattina al dormitorio ma non ne ho avuto proprio il tempo.» «Ma l’hai vista? Si sa cos’abbia?» «Sì, la cameriera mi ha fatta entrare nella sua stanza. Il medico non sa bene cosa possa avere, forse ha preso freddo uscendo in questi giorni.» Lorenzo ripensò al pomeriggio che avevano trascorso in quella radura. Faceva decisamente molto freddo, forse più di quanto non avesse percepito. Lui aveva sempre avuto un fisico piuttosto resistente. Erano anni ormai che non si ammalava. «Grazie» disse sorridendo «fammi sapere se scopri qualche novità nei prossimi giorni.» «Certo, sono sicura che non è nulla di grave. Il medico ha detto che con la medicina che le ha dato l’altra notte la febbre dovrebbe scendere velocemente.» «Capisco» disse sospirando «grazie per avermelo detto.» Si allontanò verso il centro della piazza. Era stato decisamente imprudente rimanere così tanto tempo al freddo in quel posto. Avrebbe dovuto pensare a lei, al fatto che poteva ammalarsi. Superò uno dei tanti venditori ambulanti. Aveva dei piccoli sonagli appesi al telo che ricopriva il piano su cui esponeva la merce, che tintinnavano a ogni movimento del vento, anche il più impercettibile. Sembravano quasi parlare una loro lingua, una lingua meravigliosa e sconosciuta, come se sapessero dar voce a quel vento freddo. Si fermò senza quasi rendersene conto davanti a quella vecchietta che stringeva tra loro le mani rosse e screpolate nell’attesa che qualche turista comprasse qualcosa. Guardò quei piccoli sonagli sorridendo prima di abbassare il capo verso il bancone di legno. Tra tutti quegli oggetti fu uno in particolare a catturare la sua attenzione. Una miniatura di Giulietta che, con il viso abbassato stringeva le mani al petto. Era alta non più di dieci centimetri e protetta da una sfera di vetro. La prese in mano sorridendo e la capovolse. Centinaia di piccoli fiocchi di neve iniziarono a danzare lentamente attorno alla piccola statua. Sorrise pensando a Lena. A lui non era mai piaciuta quella tragedia, lei però


l’amava. Era in assoluto l’aspetto più magico di quella città. Glielo aveva ripetuto decine di volte. Sapeva tutta quella storia alla perfezione e l’aveva ripetuta ogni volta che passavano vicino al balcone o alla presunta tomba di Giulietta. E ogni volta la raccontava come fosse la prima, come se Lorenzo non l’avesse mai sentita. «Non è una tragedia meravigliosa? Prova a pensare a quanto era forte il loro amore, e a come gli innamorati tornino ancora oggi in questa città da tutto il mondo.» Era la frase che immancabilmente ripeteva alla conclusione di quel riassunto. Come se quella non fosse una semplice tragedia scritta in un tempo lontano, ma una storia di cui siano rimaste testimonianze tangibili. «Lo prendo» disse porgendo la sfera alla vecchietta insieme a tre monete dorate. «Aspetti che glielo incarto» affermò avvolgendolo in una carta velata semitrasparente. Ringraziandola si diresse verso la periferia della città. Ricordava ancora quando aveva percorso correndo quella stessa via perché si erano addormentati nel seminterrato della galleria d’arte. Ora che era pieno giorno poteva vedere l’eleganza storica di quella strada. Le ville che si alternavano lungo il viale si assomigliavano l’una con l’altra in modo impressionante. Superò tre incroci e due piazze prima di fermarsi. Riconobbe subito il grande portone. Nonostante l’atmosfera di quella mattina fosse avvolta dall’oscurità che precede l’alba, ricordava ogni dettaglio di quel posto che gli sembrò improvvisamente ancora più imponente. Se mai fosse stato possibile. Si avvicinò a quello stesso cancello osservando le finestre che correvano davanti ai suoi occhi. In una di quelle stanza c’era lei. Le guardava una a una quasi nella speranza di scorgere un dettaglio che avesse potuto fargli capire quale fosse. «Desidera qualcosa?» chiese un signore avvicinandosi al cancello che Lorenzo aveva afferrato quasi senza rendersene conto. «Sì, sono venuto a trovare Lena. Ho sentito che è ammalata.» «Purtroppo la signorina sta riposando» affermò sconsolato mettendo delle grandi forbici nelle tasche dei pantaloni. «Volevo solo salutarla, è proprio sicuro che non posso vederla?» «Venga» disse aprendo il cancello «provo a vedere se i signori sono ancora a casa.» Il cuore iniziò a battergli molto più forte mentre oltrepassava quel confine. Era come superare un limite invalicabile, come se da quel momento non potesse più tornare indietro.


Percorse lentamente il piccolo viale che attraversava il giardino. Il respiro sembrava quasi bloccarsi nella gola. Si guardò un attimo i vestiti, preoccupato di poter fare una pessima figura. Quei pantaloni scuri erano decisamente i migliori che aveva, in quel momento però sembravano i più modesti che avesse mai visto. Oltrepassò la porta d’ingresso senza quasi riuscire a respirare. Lo spazio che si apriva davanti ai suoi occhi era decisamente più grande di quello che aveva immaginato dall’esterno. Una grande scala di marmo saliva dal salotto al piano superiore. Grandi mobili di legno capeggiavano in ogni angolo insieme a sedie e ampi divani. Cameriere e dipendenti di ogni età si muovevano veloci da una stanza all’altra. Tutto era decisamente lontano da ogni sua immaginazione. «Aspetti qui un attimo» disse il vecchio signore sparendo in una stanza alla sua destra. Quasi certamente si trattava del giardiniere della casa. Avevano persino un giardiniere. Chissà quanto poteva essere ancora diversa quella realtà dalla sua. Quanto ancora poteva essere irraggiungibile. Vide una cameriera salire le scale lentamente tenendo tra le mani un vassoio d’argento con sopra due calici e una bottiglia di vino. Dalla parte opposta scendeva un’altra signora che indossava lo stesso grembiule bianco intenta a trasportare una grande quantità di lenzuola ammucchiate in un’ampia cesta. Nessuno sembrava averlo nemmeno notato. Quasi fosse realmente invisibile, e in fondo in quel momento non gli sarebbe nemmeno dispiaciuta come alternativa. «Eccomi» affermò il giardiniere con un leggero sorriso sghembo «la signora purtroppo sta uscendo e mi ha riferito che anche il signore ora è occupato con un ospite.» «Capisco» lo interruppe Lorenzo quasi sollevato di non dover conoscere nessuno di quella famiglia. «Se vuole però può salutare la signorina. Questa mattina è passato il medico dicendo che durante la notte la febbre è quasi completamente sparita. Non si trattenga troppo però, le hanno raccomandato di riposare il più possibile.» «Certamente» rispose Lorenzo seguendolo lungo la scalinata. «La stanza della signorina è l’ultima in fondo al corridoio» affermò indicando lo spazio davanti a loro «la prego di nuovo di non trattenersi più del necessario.» «Non lo farò» rispose «la ringrazio molto.»


Lorenzo si voltò verso il corridoio che si apriva davanti a lui. Più lo guardava, più sembrava allungarsi e stringersi davanti ai suoi occhi. Le porte che scorrevano da entrambi i lati erano perfettamente uguali l’una all’altra. Notò un quadro al centro della parete. Erano ritratte quattro persone. Due adulti e due ragazzini. La donna, vestita con un ampio abito scuro, appoggiava seriamente una mano sulla spalla del marito seduto in una grande sedia imbottita. L’aria era austera. Non come quella di sua padre. Non c’era rabbia in quell’espressione, ma superiorità ed eleganza. Dall’altro lato c’era un ragazzino dall’aria sostenuta quanto l’uomo in primo piano e una bambina, che sembrava quasi stesse sorridendo nonostante la triste espressione degli occhi che il pittore non era riuscito a nascondere. Spostando lo sguardo da quel dipinto continuò a percorrere quello stesso corridoio. Si fermò qualche metro dopo, quando sentì delle voci indistinte provenire da una stanza alla sua destra. La porta era semichiusa, si intravedeva un piccolissimo spiraglio di luce. «Una volta che saremo a Parigi sistemeremo le ultime cose» diceva una voce maschile forte e decisa. «Non possiamo più tenerla all’oscuro» intervenne una voce più giovane. «Mia figlia ancora non capisce che cosa sia meglio per lei. Ha sempre avuto un carattere troppo forte, ma ora non posso più permettere che metta a rischio il suo futuro con le sue strane idee.» Lorenzo quasi non si era accorto di essersi fermato dietro allo stipite della porta. L’uomo più alto doveva essere il padre di Lena. Lo aveva solamente intravisto passando davanti al piccolo spiraglio che avevano lasciato aperto. Era identico all’uomo che aveva visto nel ritratto pochi istanti prima. L’altro ragazzo invece chi era? «Lena ha sempre avuto un carattere molto strano per essere una ragazza nata da una famiglia benestante» replicò il ragazzo ridendo divertito «anche quando eravamo bambini non si sapeva controllare. Correva nel fango saltando da una pozzanghera all’altra. Ricordo come la guardavo sconcertato.» «Ti prego di dimenticare quegli episodi» replicò il padre affranto «ti assicuro che ho fatto tutto quello che era in mio potere per impartirle la giusta disciplina.» «Quando starà con me le cose cambieranno. Saprò domare quel carattere e farmi portare il rispetto che mi deve. Non tollero che una donna si comporti in quel modo.»


«Sono sicuro che ci riuscirai» replicò il padre di Lena «è giusto che lei abbia il futuro che merita e tu puoi certamente aiutarla, e se questo significa cercare di ammansire il suo carattere, per i primi tempi verrà fatto ciò che è necessario. Un giorno mi ringrazierà. Non si vive solo con i suoi stupidi sogni, e se le lascio fare ciò che vuole quando si accorgerà di aver perduto ogni possibilità di avere un futuro dignitoso sarà ormai troppo tardi per tornare indietro. Lo rimpiangerebbe per il resto della vita.» Disse trangugiando con decisione un bicchiere di vino. Lorenzo superò quella porta lasciandosi alle spalle quei discorsi che non aveva pienamente compreso, se non l’ultima parte. Lena doveva avere il futuro che meritava. Si trovò davanti all’ultima porta del corridoio. Lei era al di là di quel muro. Così vicina che quasi gli sembrava di poter sentire il suo respiro leggero dall’altra parte. Appoggiò la mano sulla maniglia fredda. Qualcosa però gli impedì di aprire quella porta. Strinse la maniglia leggermente più forte prima di lasciarla facendo cadere il braccio lungo il fianco destro. Prese il piccolo regalo che aveva comprato poco prima e lo appoggio per terra davanti alla porta. La guardò un’ultima volta prima di ripercorrere quello stesso corridoio. Scese le scale con una strana inquietudine nel cuore. Aprì la porta senza voltarsi e uscì all’esterno. «Ha fatto presto» affermò il giardiniere guardandolo sollevato «si sente un po’ meglio la signorina?» «Non lo so» rispose con un leggero sorriso «stava dormendo e ho preferito non disturbarla.» «Capisco» rispose accompagnandolo in prossimità del cancello «se vuole le riferisco che è passato. Chi devo dire?» «Un amico. Le dica semplicemente che un amico è passato a farle un saluto.» FINE ANTEPRIMA CONTINUA…


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